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Genovese rinunci alla Camera per il bene di tutti. Anche il suo.

Due settimane fa, Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina e deputato nazionale (eletto nel 2013 con il Pd e poi passato in Forza Italia) è stato condannato a 11 anni per il reato di associazione per delinquere, peculato, frode fiscale, truffa e riciclaggio. La sentenza, emessa dal Tribunale di Messina, è arrivata al termine del processo derivante dall’operazione “Corsi d’oro”, che riguarda l’uso illecito di fondi regionali per la formazione professionale da parte di enti, tra cui alcuni legati a Genovese e ad alcuni suoi familiari. Questo è il dato di fatto, il resto interessa meno. Così come interessa meno discutere della colpevolezza o innocenza di Genovese e degli altri imputati. A ciò penseranno i vari gradi di giudizio che, alla fine, confermeranno o meno la sentenza.

Lasciamo, dunque, che la magistratura faccia il proprio dovere, così da consentire poi a ciascuno la possibilità di trarre le giuste conclusioni e le valutazioni di natura giudiziaria. Lasciamo perdere anche il fatto che, pochi giorni fa, il Tribunale delle libertà di Messina, su richiesta dei legali dell’ex sindaco, ha revocato l’obbligo di dimora a cui era sottoposto dal 25 novembre 2015, permettendogli così di tornare in Parlamento, per via di una controversa lacuna della legge Severino, la cui norma sulla sospensione cautelativa del condannato, anche in primo grado, non si applica ai parlamentari nazionali. Questa è la realtà, discutibile o meno, ma lecita e legittima sul piano formale. Ciò su cui invece dovremmo concentrarci è ben più importante di qualsiasi norma, testo, legge, obbligo o non obbligo di dimora. E va al di là delle sterili e annose polemiche tra garantisti e giustizialisti.

Il problema di fondo è morale e politico, ma molto più semplicemente di buon senso. Che i legali chiedano la rimozione dell’obbligo di dimora è una prassi e attiene ai diritti e alle garanzie previste dalla legge e, dunque, se essa è stata concessa dal Tribunale delle libertà è perché sicuramente ricorrono i principi giuridici necessari. Che il condannato in primo grado si professi innocente, dichiari di “non mollare” e vada fino in fondo, fino all’ultimo livello di giustizia, per confermare la propria tesi, è legittimo. Detto ciò, però, sarebbe doveroso, per chi ricopre un incarico istituzionale tra i più importanti, ossia quello di deputato nazionale, fare un passo indietro ed evitare di tornare, da condannato, a occupare il suo scranno.

Perché, se vale il principio secondo cui i cittadini e i magistrati debbano attendere l’ultimo grado di giudizio per poter definire colpevole una persona, vale altrettanto il principio per il quale un condannato in primo grado attenda la conclusione del proprio percorso giudiziario prima di ricoprire nuovamente cariche pubbliche. È una regola morale, nonché un modo per evitare giustificati sospetti sugli atti eventualmente prodotti nel corso della propria attività parlamentare svolta nella fase successiva alla condanna per reati peraltro non compatibili con l’esercizio di una funzione istituzionale così importante.

Allora, al di là delle discussioni, dell’indignazione, delle polemiche sulle carenze normative della legge Severino, della consistenza e della gravità di un reato, della presunzione di innocenza, c’è la necessità di un cambiamento morale della politica e di quei suoi rappresentanti che finiscono dentro indagini, arresti, condanne. Un cambiamento che significa autosospensione, significa un gesto di rinuncia, un atto che restituisca nobiltà al proprio diritto alla difesa e credibilità alla propria professione di innocenza. In assenza di ciò, in assenza di un gesto di dignità istituzionale, non ci si lamenti poi dei sospetti, delle accuse, degli insulti e della scarsa credibilità, perché sono l’effetto esclusivo dei propri comportamenti, precedenti e successivi a un fatto specifico.

Per una volta sarebbe bello che il buon senso e il rispetto per l’istituzione parlamentare prevalessero sulle ambizioni personali. Genovese potrebbe ancora fare un passo indietro e lasciare la Camera. Per il bene di tutti e, per quanto possa interessare ciò, anche per il suo stesso bene.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

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