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L’Italia reale dentro un patronato

Poche ore dentro un patronato. Milano, un martedì mattina gelido. Poche ore che consiglierei a chi governa, a chi ha governato, a chi sostiene e ha sostenuto certe misure infischiandosene delle conseguenze, di coloro che avrebbero dovuto subirle, di coloro i quali avvertivano che sarebbe stato tutto un inganno. Andateci in un patronato, trascorreteci una mattina. Buttate un occhio su un corridoio strapieno di gente e guardatela in faccia, sentite l’odore viziato dell’aria satura di respiri e attesa. File infinite e quintali di pazienza. Poi, magari, spostatevi accanto al banco informazioni e ascoltate le voci, i racconti.

Storie di persone, senza distinzione di razza, colore, provenienza. Lavoratori vittime delle leggi, del mercato, della burocrazia, del bisogno, della furbizia di chi viola le regole per avere manodopera a basso costo o perfino non pagata. Lavoratori, madri e padri di famiglia, vittime della propaganda di un Jobs Act che è servito solo a chi doveva ingrassare il portafogli, i soliti, con incentivi ingoiati per assunzioni poi mutate, in poco tempo, in licenziamenti liberi, senza giusta causa, senza nemmeno lo sforzo di una motivazione.

Vittime di un clima carico di stereotipi che ha pensato bene di costruire l’immagine del lavoratore “problema” prima che risorsa. Immagine da contrapporre all’imprenditore, invece tout court operoso e generoso, penalizzato e raggirato. Un clima che è servito allo scopo, grazie anche a un sindacato spesso incapace di reagire in maniera credibile, di staccarsi dal cordone vizioso della politica e del privilegio. Un sindacato debole, distante, spaccato. Discorsi noti, tema oggetto di numerosi dibattiti, faccia a faccia, discussioni e analisi.

Ma al di fuori delle analisi e dei dibattiti, c’è un mondo che vive nella realtà delle conseguenze, con facce, sguardi, dignità, voci rotte dalla stanchezza, accese dalla rabbia, spente dalla rassegnazione. Una mattina, in un patronato. Basterebbe solo questo a vedere quanto sia maledettamente influente e al contempo distante la politica dalla vita della gente in carne ed ossa. Un andirivieni di ragazzi e ragazze, ma anche persone adulte, signori e signore che hanno perso il lavoro all’improvviso, per licenziamenti inaspettati, acquisizioni societarie, riassetti, riorganizzazioni, fallimenti pilotati. Ascolti le storie, vedi gli occhi abbassarsi, le voci attenuarsi, respiri quell’assurdo senso di vergogna di chi, a cinquant’anni, si trova lì, brutalmente costretto a chiedere un sussidio dopo anni di lavoro.

Pensi al Jobs Act, ai voucher, alla falsa lotta al precariato trasformata in contratti a termine o in contratti a tempo indeterminato poi facilmente interrotti, grazie all’abbattimento delle tutele o al loro rimando a un futuro inarrivabile.

Un uomo sulla cinquantina, pantaloni scuri, capelli brizzolati e occhiali da sole, gentile, discreto, entra e chiede cosa fare per avere la Naspi (l’indennità di disoccupazione): ha lavorato fino al 21 dicembre ma con un contratto a tempo determinato scaduto a fine giugno. Gli rispondono che non ha diritto a nulla. Perché la domanda andava presentata entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. È spaesato. Non era a conoscenza di questo termine temporale e racconta di aver lavorato saltuariamente per la sua azienda, senza contratto, per sei mesi dopo la scadenza dello stesso, con la promessa che poi sarebbe stato assunto, regolarizzato. E invece nulla, una pacca sulla spalla e a casa. Senza alcun ammortizzatore.

“Cosa posso fare?”, chiede. “Niente”, gli rispondono. “Deve fare più attenzione la prossima volta”. Già, la prossima volta. Ringrazia educatamente, china il capo, se ne va. Dannata ignoranza in un Paese che non informa a dovere. Ma soprattutto dannato lavoro nero. Maledetto chi lo pratica, chi ne approfitta, chi gioca sull’ignoranza delle persone ponendo come condizione promesse che non saranno mai rispettate. Arriva una ragazza, poco dopo, elegante e timida, con i suoi capelli lisci e dorati, lunghi fino alla schiena. Non sa cosa deve fare. L’hanno lasciata a casa. L’azienda ha chiuso all’improvviso, senza avvertire nessuno, e poi ha dichiarato fallimento. Le devono ancora dei soldi, tra mensilità e spettanze. A lei e agli altri colleghi.

Cerco di immaginare dove saranno adesso quell’imprenditore o quegli imprenditori che sono scappati senza dire nulla, lasciando tutti così. Vorrei sapere che casa hanno, in che luogo sicuro hanno nascosto le loro riserve utili a mantenere il proprio status e ricominciare da qualche altra parte. Vorrei sapere dove sono i contrappesi che il Jobs Act non ha concesso in cambio dell’eliminazione di articolo 18 e giusta causa. Verrebbe da scalciare e spaccare tutto, ma non c’è tempo, qui, nella realtà. Ci sono ancora persone che arrivano, raccontano, spesso con parole e toni che sembrano segnare l’ineluttabilità del destino che questo Paese ha riservato a chi prima ne è stato motore fondamentale, o comunque uno dei più importanti, tutelato dalla Costituzione, e oggi venduto e sacrificato all’altare della finanza e dei pupari grigi della classe dirigente, politica ed economica.

Nemmeno il tempo di pensare, che sfilano sempre più persone, molte rimandate indietro perché la fila è interminabile e non c’è più spazio, così come accaduto il giorno prima e, come mi racconta l’operatrice, le settimane precedenti: “Periodo brutto, un afflusso infinito. Molto triste vedere cosa sta accadendo”. A marzo scorso non era così. Avevo già passato mezz’ora in un patronato, in una mattina come questa. C’erano appena cinque persone e non centinaia come questa volta. Facce, colori, storie. Ci sono anche le badanti e le lavoratrici straniere, che devono combattere anche con le questioni legate al permesso di soggiorno, ai test di lingua, alle altre strettoie burocratiche, oltre che con le ingiustizie.

Ne arriva una, dall’accento e dai tratti sembrerebbe rumena. “Faccio la badante e il mio datore di lavoro non mi paga da settimane. Che devo fare?”. C’è uno sportello apposito. Entra carica di speranze e di rabbia. Chissà come ne uscirà. Questa è l’Italia. L’ho vista ancora meglio dentro un patronato. Al di fuori dei dati, delle guerre di cifre, delle miserie politiche, del populismo e della xenofobia che aizzano la guerra tra poveri. Questa è un’Italia di lavoratori sempre meno tutelati, sempre più isolati, sempre meno classe, sempre meno centrali. L’Italia di Poletti e Renzi, di Minniti e Gentiloni, delle farneticazioni sterili delle opposizioni, delle fragilità di un sindacato che non riesce a capire che, prima di difendere le singole sigle, dovrebbe difendere il proprio ruolo in generale e, soprattutto, i lavoratori e le nuove categorie, i nuovi settori, combattere le nuove forme di schiavitù.

Questa è una nazione ormai depressa e sfiduciata, che continua però a fidarsi di seduttori rozzi per poi ritrovarsi abbandonata e piena dei debiti da loro accumulati. Se non ci credete, lasciate perdere i dati, le interpretazioni inconciliabili e contrapposte, i litigi, le dialettiche di partito, le accuse reciproche, il coro degli imbecilli, staccate tutto. Spegnete tutto. Entrate in un patronato qualsiasi, in una mattina qualsiasi. Mettetevi in fila. Guardate in faccia l’Italia. Quella vera che potete incontrare per strada o salutare davanti alla porta o all’ascensore di casa vostra. Restate in silenzio e provate a capire davvero.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

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