In questo secondo appuntamento parliamo ancora del territorio siracusano e vi proponiamo una passeggiata in una delle contrade dimenticate di Ortigia. Quest’isolotto, antico insediamento greco e nucleo focale della vita cittadina, era costituito da sette quartieri, uno per ogni chiesa parrocchiale: quello della Madre Chiesa Cattedrale o Matrice, quello di San Giacomo (oggi non più esistente a causa dello sventramento attuato per la creazione di piazza Archimede alla fine degli anni settanta del 1800), San Paolo, San Pietro, San Tommaso, San Giovanni Battista (o San Giovannello) e San Martino; e nove contrade: Graziella, Bottari, Spirduta, Duomo, Mastrarua, Giudecca, Maestranza, Maniace e Turba. Quest’ultima, posta all’incrocio dei quartieri della Matrice di San Martino e di San Giovanni Battista, è la zona di nostro interesse. Questo piccolo angolo dimenticato di Ortigia cela molti tesori.

A parte le magnifiche facciate di palazzo Bellomo e della Chiesa di San Benedetto e le opere conservate al loro interno, tra la fine di Via Roma e Via Capodieci due importanti esempi di decorazione scultorea ante terremoto (1693) si offrono al visitatore. Il primo, più antico, è un balconcino medievale, fittamente decorato di figure antropomorfe e fitomorfe, sulla cui iconografia sono state scritte molte pagine dagli storici locali. Per vederlo bisogna entrare nello stretto ronco I alla Turba, alla fine di Via Roma. Vi noterete oltre all’opera in questione anche la strana presenza di una colonna di granito coricata sotto una pila. All’angolo, tra Via Capodieci e Via Roma, in bella vista, troverete invece una cantonata rinascimentale in pietra calcarea decorata di colonnine classiche e figure antropomorfe.

Questo edificio, ignorato dai più, ospitava al pian terreno la bottega di uno speziale, un’antica farmacia, le cui tracce sono ancora evidenti, se si osserva con attenzione la struttura dell’arco di sinistra, un tempo aperto, in cui si percepisce la presenza di conci di pietra disposti in modo da creare un bancone.  Di fronte a questo edificio, accanto al complesso di Gesù e Maria, un tempo vi era una piazza occupata alla fine del Settecento dal grande edificio che potete vedere oggi. Quando la piazza scomparì, la stretta via che ne risultò prese il nome di Strada Gesù e Maria che mantenne anche nell’Ottocento, mentre il segmento terminale di Via Roma veniva chiamato, nello stesso periodo, Via Turba. Oggi la Via Gesù e Maria è divenuta Via Capodieci, perché vi nacque il rinomato antiquario siracusano Giuseppe Capodieci.

Le vie erano un tempo chiamate semplicemente “strada principale” o “via pubblica”, l’unico modo  esistente per distinguerle consisteva nel citare la chiesa o il palazzo nobiliare ivi presente; per l’attuale via Capodieci, ad esempio, c’erano nel ‘600 sia la Chiesa di San Benedetto che  quella della Confraternita di Gesù e Maria e, a seconda della vicinanza dell’edificio da indicare rispetto ad esse, si citava l’una o l’altra. A tal proposito, per spiegare questa antica maniera di indicare le vie, citiamo un esempio pubblicato da Liliane Dufour, estratto da un bando pubblico del 1694 relativo alla rimozione dei calcinacci dalla strada che iniziava dalla “cantonera del Monastero di Montevergine tirando dritto per la strada di S. Sofia (via della Conciliazione) sino alla cantonera della chiesa di S. Benedetto, e dalla detta cantonera sino alla cantonera della Turba (via Capodieci) ove era la spezieria di Francesco Seguida”. La cantonera della Turba è proprio quella tra Via Roma e Via Capodieci, punto focale della vita della comunità cittadina fino alla soppressione della piazza.

In una delibera del Senato del 1638 sono riportate le piazze commerciali della città, in particolare quelle in cui vi erano le botteghe autorizzate alla vendita del vino e del pane: “La piazza della Giudecca, la piazza nominata della piazza grande, la piazza nominata della Turba e la piazza nominata della Salibra”. Privitera definisce Turba “quella contrada della linea di mare tra San Domenico e lo Spirito Santo” e cioé tra il bastione San Domenico (detto anche Cannamela) e la Chiesa dello Spirito Santo, in cima alla muraglia che affaccia sul mare di levante, uno dei costoni di roccia più alti dell’isola. Il termine ha un etimo incerto. Potrebbe derivare dal greco turbe che significa confusione, afflusso di gente, tumulto; tale toponimo potrebbe essere spiegato in relazione all’antica presenza nella zona del mercato della carne, attestato sin dal XV secolo. Un’ulteriore testimonianza tramanda che essa venne chiamata così perché abitata dagli infedeli, ovviamente in senso religioso, e che successivamente il quartiere divenne particolarmente devoto a Santa Lucia.

Nel tratto terminale di Via Roma, infatti, sorge un’edicoletta in onore della patrona, ivi posta probabilmente dopo il terremoto, per perpetuare il ricordo del passaggio della sacra processione dell’otto Maggio 1695. Liliane Dufour fa derivare il termine dall’arabo e lo mette in relazione, senza addurre motivazioni, con la presenza di un (improbabile, a parere di chi scrive) cimitero. Sicuramente il topos ha origini antichissime e per questo anche misteriose. Le ipotesi suddette risultano a nostro avviso poco soddisfacenti. Una nuova ipotesi ci sfiora: e se fosse, il condizionale è d’obbligo, legato alla Turba  philosophorum?, uno dei testi medievali più antichi e discussi dal Medioevo ad oggi, opera alchemica di un anonimo compilatore? Se così fosse il termine “turba” assumerebbe il significato di assemblea.

Questo è, infatti, il senso in cui viene inteso in questo antico testo e, se si considera che prima del Settecento in questa contrada c’era uno dei pochi spazi aperti dell’Isola oltre piazza Duomo (la piazza grande), centro del potere ecclesiastico, si può pensare  che la funzione associativa come piazza e luogo di comunicazione sia indiscutibile e avvalori quest’ipotesi. Il documento più antico riguardante la Turba che abbiamo avuto la fortuna di trovare, parla di un Bastione alla Turba, appunto, esistente nei primi anni del Cinquecento. Questo si deve probabilmente identificare col bastione Cannamela, risalente al XVI secolo, il più vicino alla contrada in questione, oppure con un altro bastione, scomparso dopo gli interventi dell’ingegnere militare bergamasco Antonio Ferramolino. Essendo la Turba costruita sullo sperone di roccia più alto d’Ortigia, a levante, e quindi luogo ideale per l’avvistamento e la difesa, gli abitanti si attrezzarono di alti balconi angolari, simili a quelli che caratterizzano ancor oggi le torri di difesa costruite nel XVI secolo ad opera di Camillo Camilliani in tutta la Sicilia, probabilmente forniti di cannoniere.

Al di sopra della cantonera della Turba ne esisteva sicuramente uno, di cui possiamo ancora osservare qualche resto decorato di volti umani sofferenti per l’enorme peso portato. Anche sopra palazzo Bellomo vennero istallati questi balconi/caditoie che possiamo ancora ammirare a coronamento della nostra pinacoteca. Questi punti strategici di avvistamento e difesa, come la Grotta del Gigante, servivano per contrastare le continue scorrerie dei pirati ottomani che per secoli hanno saccheggiato le nostre coste. Questa contrada, oggi dimenticata a causa della soppressione della piazza, è divenuto un luogo di passaggio, dove raramente qualcuno si ferma o alza semplicemente la testa. Peccato che uno dei punti di Siracusa che meno ha sofferto gli effetti devastanti dei terremoti che nei secoli hanno colpito la città rimanga ignorato da chi la città dovrebbe invece abitarla, viverla. Ci auguriamo che, dopo aver letto queste poche righe, qualcuno esca e passeggi a testa alta alla scoperta di questo magnifico centro storico pressoché sconosciuto ai suoi abitanti ed ai suoi amministratori.

Angelo De Grande -ilmegafono.org

Cartina di Ortigia