Questo è un Paese curioso, che si infiamma su fatti e scelte che sono collaterali, mentre tace e sonnecchia sulle questioni fondamentali. La decisione della corte d’Assise di Palermo di non ammettere la presenza degli imputati Riina, Bagarella e Mancino alla deposizione del testimone Giorgio Napolitano, per esigenze di tutela di un bene costituzionale (ossia la presidenza della Repubblica), ha scatenato reazioni, alcune motivate, altre scomposte e ingiustificate (come quella di Sabina Guzzanti e di alcuni grillini), ma anche controreazioni diffuse di chi (è il caso di molti esponenti del Pd) di solito tace su fatti ben più rilevanti. A quali fatti ci si riferisce? Alle continue intimidazioni subite dai magistrati della Procura di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia.

Su queste pagine, non ci stancheremo mai di ripetere quanto male faccia l’ininterrotto silenzio da parte di chi avrebbe l’obbligo di intervenire, esprimere solidarietà e, soprattutto, supporto concreto. Il premier Renzi, il ministro della Giustizia, Orlando, il presidente della Repubblica, nonché vertice del Csm, Giorgio Napolitano, dovrebbero trasferirsi nel capoluogo siciliano a far vedere che lo Stato c’è e non abbandona chi combatte per la giustizia. Dovrebbero ascoltare i bisogni concreti, le priorità legislative, le necessità di tutela e di sicurezza, e fornire mezzi e strutture. Nulla. I magistrati di Palermo vivono in una situazione di assedio, sono un gruppo di persone che prova a compiere il proprio lavoro mentre altri, dall’alto, fanno di tutto per non favorirlo e non semplificarlo.

Il copione è sempre lo stesso: il silenzio degli indifferenti, i movimenti fulminei e indisturbati di ombre inquietanti che depositano i propri avvertimenti funesti, le urla degli accusatori, le invidie dei colleghi, la solidarietà di una parte dei cittadini che non vogliono che la storia riproponga ancora le stesse tragedie. In mezzo a tutto ciò, ci sono loro, i bersagli, un gruppo compatto che continua a scavare nel pozzo torbido di un Paese che trasuda sangue e fango, misteri e misfatti. Scarpinato, recentemente, è divenuto l’oggetto singolo di una intimidazione che ha un destinatario collettivo. Dopo la violazione del suo ufficio e la scritta su una porta che lo invitava a stare “attento”, si è verificato un altro episodio strano, una coincidenza a cui è difficile credere.

Il black-out del sistema di videosorveglianza, con la perdita di ben due settimane di registrazioni di quel che avveniva nei corridoi della Procura generale. Un guasto, ipotizzano i magistrati di Caltanissetta che indagano sulle intimidazioni al procuratore generale di Palermo. Si pensa a un problema di natura elettrica, dovuto forse a un calo di tensione, che però, guarda caso, non permette di controllare chi, in un momento di assenza di Scarpinato e della sua scorta dalle stanze della Procura di Palermo, abbia potuto lasciare quella scritta minacciosa (“Accura”, ossia “stai attento”) sulla porta di fronte all’ufficio del giudice.

Se fossimo in un Paese normale, con i magistrati liberi di indagare su qualsiasi ambito senza subire pressioni, minacce, attentati, o se fossimo in una nazione senza una storia fatta di intrecci tra mafia, politica e servizi segreti, di depistaggi, insabbiamenti, agende e documenti spariti nel nulla, allora potremmo anche credere alla curiosa coincidenza, alla favola del guasto elettrico proprio in quelle due settimane nelle quali è successo qualcosa nelle stanze della Procura. Essendo in Italia, però, è davvero difficile fidarsi delle coincidenze e non pensar male. Non sappiamo come stanno esattamente le cose, perché, a parte qualche articolo di giornale, non vediamo allarme nei vertici dello Stato, non sentiamo parole preoccupate tra le fila di ministri, deputati, senatori, anzi non sentiamo proprio nulla, tranne le urla sgraziate su temi secondari o le solidarietà assurde travestite da provocazioni.

Sappiamo però che la scorta di Scarpinato è stata rafforzata. Perché? Perché evidentemente qualcosa non va e ciò significa che allora non può essere un caso, una fortuita coincidenza. Ma questo non fa notizia a Palazzo Chigi. Soltanto la gente, o meglio, la cittadinanza attiva si mobilita ancora per esprimere solidarietà e far sentire meno soli questi giudici. L’impressione, infatti, è sempre la stessa: isolamento. Quell’arma trasparente, che non vedi, ma che si fa sentire, pesante, tangibile, angosciante. La solidarietà popolare non basta a spezzare questo clima, non serve a dare concretamente gli strumenti necessari a indagare al meglio e in piena sicurezza. Servono le azioni istituzionali. A partire dalla magistratura fino all’istituzione suprema della nazione. Il presidente Napolitano, come ormai sanno anche i bambini, tra poche settimane sarà ascoltato da quei giudici che non ama e che mai difende. Vedrà con la propria faccia quei magistrati, lo Stato, quello vero, quello che lotta.

Dovrà rispondere alle tante domande che finalmente essi potranno rivolgergli. Qualcuno si irrita e si indigna per l’assenza degli imputati e per il rischio che la decisione della corte d’Assise possa in futuro creare problemi al processo. Vogliamo augurarci che, come ha assicurato il presidente della stessa corte, ciò non avvenga e che le ipotesi che si fanno rimangano solo ipotesi pessimistiche. Quello che conta adesso, la questione più rilevante da non perdere di vista è, però, che Napolitano dovrà testimoniare.

E sarebbe molto positivo se questo incontro riuscisse a sgretolare le resistenze e le antipatie che lo stesso Napolitano ha infilato nella sua personale battaglia contro la Procura di Palermo, per via del caso D’Ambrosio, e magari facesse comprendere al presidente della Repubblica e del Csm che è giunto il momento di smetterla con il silenzio indifferente dinnanzi a quello che Scarpinato, Di Matteo e gli altri subiscono, e che la verità e un suo impegno diretto in loro sostegno, in sostegno del loro ufficio e del loro difficile compito, farebbero il bene del Paese che rappresenta, dei magistrati e perfino di se stesso e della sua immagine.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org