IL MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
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Una pagina dedicata alla musica, dove parlare di canzoni, artisti ed eventi musicali. Recensioni, commenti e la possibilità, per chiunque voglia, di far conoscere attraverso il nostro sito un progetto musicale
6/03/2010
“Ancora Barabba”, il nuovo album di Fabrizio Moro, uscito il 19 febbraio scorso, è un disco in cui emerge con forza la maturità musicale e artistica del cantautore laziale: nuove sonorità affidate ai soliti testi graffianti e intelligenti
FABRIZO MORO: RABBIA, MALINCONIA, EVOLUZIONE
Il Festival di Sanremo è per molti artisti un’importante vetrina mediatica per lanciare nuovi progetti discografici, così come ha fatto Fabrizio Moro, cantautore della borgata romana divenuto celebre grazie all’inno antimafia Pensa, brano vincitore della categoria “Giovani” nel 2007. Dopo aver ottenuto anche l’anno successivo il podio (terzo posto nella categoria “Big” con Eppure mi hai cambiato la vita), Moro ha intrapreso con successo un tour estivo in seguito all’uscita del suo quarto album, “Domani”. Dopo un anno di stop dal Festival, si è ripresentato quest’anno con il brano Non è una canzone, ingiustamente escluso dalla finale. Il singolo è contenuto nel nuovo album di Moro, dal titolo “Ancora Barabba”, (l’ep “Barabba” è uscito l’anno scorso), disponibile nei negozi dal 19 febbraio. Già dal brano sanremese si evidenzia una crescita artistica notevole per il cantautore romano, che, nel nuovo album, sperimenta sonorità e ritmi diversi rispetto ai dischi precedenti. Come ha più volte ribadito proprio Moro, quest’album è stato realizzato con un budget maggiore ed in tempi più lunghi, e risulta essere un lavoro accurato in ogni particolare ed ogni brano. Il cd contiene 14 pezzi (di cui 6 già pubblicati nell’ep “Barabba”), 7 inediti ed un brano live (Il senso di ogni cosa).
Partiamo proprio dal brano presentato al Festival, Non è una canzone: si tratta di un brano decisamente controcorrente rispetto alla tradizione sanremese, con sonorità reggae, scratches e fiati a volontà; una sorta di protesta contro la società, che spesso impone catene a chi vuole esprimersi liberamente, a livello artistico, culturale, lavorativo. Ognuno cerca invano di adeguarsi, di trovare sostegno, magari nelle istituzioni, ricevendo in cambio soltanto la delusione di vivere, appunto, in catene. Il brano si avvale della collaborazione di Dj Jad, ex componente degli Articolo31 (con il quale Moro ha duettato anche a Sanremo, insieme a Jarabe de Palo): suoi infatti sono gli scratches all’inizio e nell’intermezzo della canzone. Suoni alternativi rispetto al passato musicale di Moro si riscontrano anche nel brano Un pezzettino, introdotto da una sorta di filastrocca cantata da un bambino, seguita successivamente da un ritmo incalzante, quasi ballabile. Ascoltando l’introduzione/filastrocca (“Viva la felicità, viva pure chi non ce l’ha, chi la prende e chi la dà, chi è cattivo te ne ruba un pezzettino”), non si può fare a meno di pensare a Gianna di Rino Gaetano, che è da sempre uno dei maggiori punti di riferimento musicali di Moro.
Il brano parla della vita di provincia, delle origini di Moro stesso, che appunto afferma: “Sono nato in un quartiere e me ne vanto, un quartiere malfamato col nome di un santo”, quartiere nel quale ha imparato sostanzialmente a vivere. Una canzone nel quale è possibile ascoltare le idee differenti e contrastanti di chi vive pienamente la dimensione della borgata. Suoni dolci ed un po’ malinconici li ritroviamo in Sei andata via, che racconta, attraverso metafore semplici e dirette, la fine di un amore che ha comunque lasciato un segno profondo nella vita del cantautore, il quale infatti conclude il brano con una frase quasi enigmatica: “Sei andata via (…) come quei particolari che non ricordiamo più, come la tristezza quando ritorni tu”. La delicatezza di alcuni suoni del brano fa quasi pensare alla risacca del mare, a sonorità latine che sanno d’estate. Ironia e polemica si incontrano nella canzone Non gradisco: qui Moro urla al mondo il suo disappunto contro tutto ciò che la tv, la politica e la società ci propinano oggi, tra luoghi comuni ed imbrogli burocratici. L’artista laziale esprime il desiderio di poter parlare del futuro senza preoccupazioni oppure quello di poter essere nato negli anni cinquanta, per non doversene preoccupare troppo.
Parla di insoddisfazione e desideri, invece, il brano Desiderare, uno dei più rock dell’intero disco, in cui Moro elenca una serie di desideri ed aspettative che per forza di cose, nella maggior parte dei casi, sono destinati a rimanere insoddisfatti. Tra i pezzi più orecchiabili del disco, ritroviamo Ottobre, che sembra offrire una parte di vita quotidiana del cantautore: è qui infatti che Moro parla un po’ di suo figlio, della sua compagna e della sua casa, approfittando dell’inizio di ottobre, inizio di un nuovo periodo dell’anno e forse di una nuova vita, tanto da esclamare: “A ottobre mi sembra che inizi un nuovo anno, ma perché non è a ottobre il capodanno”. All’interno dell’album vi è inoltre un brano per il quale Moro si rende per la prima volta solo interprete e non autore dei propri pezzi: si tratta di Quel fischio sopra la pianura, in cui egli canta con il solo accompagnamento del pianoforte (suonato dal produttore Marco Falagiani). Si tratta di un brano scritto da Roberto Roversi e Gaetano Curreri, recitato nello spettacolo “Il pane loro”, atto unico di “Incidente del lavoro” di Stefano Mencherini.
Il brano racconta, infatti, in modo struggente, il dramma degli operai vittime di ingiustizie politiche e sociali, oltre che di gravi incidenti sul lavoro: sembrano lontanissimi i tempi in cui le proteste facevano paura ai potenti, proprio quelle proteste che sembravano aver aggiustato le cose. Con questo album Moro dimostra di essere un artista maturo, capace di rinnovarsi ma di rimanere sempre coerente con sé stesso: idee concrete, linguaggio sempre molto semplice e diretto, sonorità nuove, ma che riescono sempre ad arrivare dritte al punto, una botta di adrenalina quando serve, ma anche un’occasione di riflessione e di abbandono alla malinconia se necessario. L’unica pecca del cd è l’inserimento dei 6 brani già pubblicati nel precedente disco, uscito l’anno scorso per giustificare il tour estivo ed autunnale del cantautore romano. Ma anche questa è musica, o meglio discografia. Nel complesso si tratta di un lavoro artisticamente valido, adatto ad un pubblico abbastanza vasto proprio per l’efficace semplicità che da sempre contraddistingue Fabrizio Moro. Ascoltatelo.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Si conclude con un dvd, allegato al mensile XL, il progetto portato avanti dagli Afterhours e da Repubblica per promuovere gli artisti emergenti e la musica indipendente italiana: una vera opera di democratizzazione del mondo musicale
“ADESSO FAI QUALCOSA CHE SERVA!”
Si conclude in bellezza, con un dvd allegato al mensile XL il progetto tra il mensile di Repubblica e gli Afterhours. Un cammino lungo un anno che ha portato una serie di eventi, momenti di discussione, confronti e concerti volti a promuovere gli artisti emergenti e la musica indipendente italiana. Nel Dvd alcuni brani degli Afterhours (Ballata per la mia piccola iena, Ci sono molti modi, Non è per sempre, ecc.) e di molti artisti emergenti (Calibro 35, Dente, Mariposa, Paolo Benvegnù). Una compilation di più di due ore che invita a riflettere sulla situazione della musica italiana. Una riflessione molto ampia che tocca il senso più profondo che ascoltatori e addetti ai lavori attribuiscono ad una delle forme artistiche più diffuse e sentite dal mainstream, da noi. Non a caso il dvd si intitola proprio “Il paese è reale” come il brano che gli Afterhours hanno pubblicato nell’omonima compilation. E proprio il ritornello di questa splendida canzone invita a “far qualcosa che serva, anche se il tuo paese è una merda(..) fa qualcosa che serva prima che il paese si perda”.
Proprio loro si sono dati da fare insieme ai Marlene Kuntz e ai Subsonica, mettendosi in prima linea, prestando la loro immagine come garanzia di affidabilità. Quello che è stato fatto è davvero importante per la musica nostrana e può essere uno stimolo importante all’estero. Una vera e propria opera di democratizzazione e, economicamente, liberalizzazione del mercato musicale. Un processo che quest’anno ha visto una serie di live come quello degli Afterhours alla stazione centrale di Milano: improvvisi, schietti striscianti, nudi e crudi (alcuni stralci sono contenuti nel dvd). In pieno accordo con le più pure idee liberiste (un fatto interessante) è giusto e necessario ampliare il più possibile l’offerta artistica in qualità e quantità e soprattutto sponsorizzarla. Perché è già accessibile, è sotto i nostri occhi, o meglio, di fronte allo schermo del pc. Youtube, myspace, facebook, i giornali di musica, i giornali indipendenti come il nostro, migliaia di siti dedicati e non solo.
Anche, perché no, gli annunci per strada, sulle vetrine dei locali. C’è un intero sottobosco musicale che vive, pulsa, nasce, muore, sostiene tutta la società. Perché la società (cioè noi) si regge sulla musica. Il web soprattutto diventa un gigantesco catalogo multimediale, una vetrina importante per chi vuole farsi sentire. Spetta solo a noi ascoltare. Troppe volte, nostra culpa, storciamo il naso di fronte a certi generi. Battiato, a tal proposito, dice in un’intervista che “se un artista riesce a trasmettere qualcosa, se anche una sola persona si emoziona ascoltandolo, merita il mio rispetto”. Questo è fondamentale. Chi ama la musica oggi deve mettersi il fanale sull’elmetto ed esplorare le cavità nascoste del mondo virtuale per trovare la genuinità degli strumenti e delle voci. I nostri artisti hanno fatto la loro parte. Facciamo anche noi qualcosa che serva, prima che il paese si perda.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Numero del 27/02/2010
Non c’entra nulla “Twilight” e nemmeno “New Moon”, perché questa volta i vampiri li troviamo in una band di Boston, che si chiama Vampire Weekend: un gruppo indie-rock che ha appena pubblicato il suo secondo disco, “Contra”
ANCORA VAMPIRI? SÌ MA SOLO NEL “WEEKEND”
Dopo “Twilight” e “New Moon” questo è davvero l’anno dei vampiri. Vi presentiamo infatti questa settimana i Vampire Weekend, nella persona, o meglio, nell’incarnazione del loro ultimo album, “Contra”. Dieci canzoni da gustarsi per un indie-rock veramente particolare che rende i Vampire Weekend unici. Grande attenzione per le percussioni e la batteria, visto che i ragazzi bostoniani si ispirano alla musica africana per i loro lavori. Iniziamo con un pezzo stupendo, Horchata, il più melodico dell’album, particolare che ricorda i Management (o MGMT). Si scivola poi verso l’indie più classico di White sky, Holiday e California English. Si passa poi a Taxi cab, molto morbida con la sua pianola e i suoi archi di sottofondo, quasi sinfonica. E da Run in poi è un continuo crescere con Cousins, Giving up the gun, Diplomat’s son, e I think Ur a Contra (che contiene la frase “complete control”, citazione da un brano dei Clash).
Per la sezione curiosità ne abbiamo qualcuna in serbo. Interessante la scelta artistica di mettere sulla copertina dell’album una ragazza bionda con una polo “Ralph Lauren”. Come rivelano gli stessi Vampire, “molti impazzirebbero per una ragazza bionda con una polo Ralph Lauren”. L’intento è quello di scatenare molteplici riflessioni nella mente del pubblico, come nel test di Rorschach (per i comuni mortali quello della macchia nera da interpretare). Dobbiamo sottolineare il collegamento che lega a doppio filo questo album e i Clash, famosa band inglese capitanata da Joe Strummer. In particolare, il titolo farebbe riferimento a “Sandinista!” degli stessi Clash, che si opposero alla guerra degli squadroni della morte “Contras” contro i sandinisti in Nicaragua.
Lo straordinario successo del cd è testimoniato dal fatto che, dopo 19 anni, quest’album è stato il primo prodotto da un’etichetta indipendente a raggiungere le vette della rivista americana Billboard (il dodicesimo nella storia). Da sottolineare la grandissima voce del cantante Ezra Koenig che riesce a tenere note altissime con maestria e intonazione. Assolutamente da ascoltare perché originali e pressoché inimitabili. Da sentire se vi piace in generale l’indie rock più ritmato, in particolare Bloc Party e MGMT. Dal canto nostro ci sentiamo di dare a questi giovani al loro secondo album un bell’otto, del tutto meritato.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Il lancio degli spartiti da parte degli orchestrali di Sanremo, nel corso del Festival, ha trasformato la serata finale in un “No Sanremo Day”, sancendo il fallimento di un sistema basato su un televoto che fa acqua e fabbrica incassi
LA MUSICA È FINITA, GLI AMICI SE NE VANNO
Quando un musicista appallottola gli spartiti e con rabbia li lancia in aria può voler significare una sola cosa: la musica ha fallito. Queste le conseguenze dell’ultima edizione del Festival di Sanremo. La mancanza di sobrietà e di qualità all’interno di rassegne musicali, e quindi d’arte, come il nostro festival della canzone italiana portano inevitabilmente a traguardi eccessivamente bassi, scadenti e che puntano a guadagnare soltanto scandali e soldi dal televoto. Ad ogni telefonata, dunque, ad ogni voto espresso dalla giuria demoscopica il festival guadagnava 0,75 centesimi di euro. Se in più aggiungiamo le “cartelle” (tassa d’iscrizione che la casa discografica paga per ogni artista), i finanziamenti da parte dello Stato, della Regione, della Provincia, del Comune e di noi abbonati Rai, capiamo benissimo che la musica è l’ultima ruota del carro. A dar più fastidio è che i nostri voti, cioè i nostri soldi, vengono d’improvviso etichettati come “potere del popolo sovrano”, quando si sa benissimo che il sistema del televoto non solo è insufficiente e incompleto ai fini della vittoria di un artista in gara, ma fa anche acqua da tutte le parti.
Come spiegò Lele Mora dopo la vincita dell’Isola dei Famosi di Walter Nudo, basta che uno ricco (come lui ad esempio) compri cinque o diecimila euro di schede telefoniche, per intasare di sms i centralini, scavalcando da “guappi” il “popolo sovrano”. Come se non bastasse, oltre alla truffa c’è anche la beffa. Morgan fuori dalla gara per un eventuale cattivo esempio e per incongruenza con il regolamento del Festival, Lippi straparla prima dell’esibizione dei “tre dell’Ave Maria”, fregandosene altamente del regolamento. Non solo: viene fatto presente al ct della nazionale che è fuori norma qualsiasi tipo di aiuto, spiegazione o commento sui brani in gara, ma questo solo dopo l’excursus “De rerum Savoia”, quando ormai la frittata era già fatta. La musica ha perso.
La giuria di qualità si trasforma in “giuria di vacuità” e gli orchestrali, che hanno suonato per più di un mese quei brani, hanno conosciuto gli artisti sin dalle prime prove ed hanno in più una visione tecnica della melodia, della composizione e dell’esecuzione, lanciano in aria spartiti, note e strumenti, trasformando la finale in un “No Sanremo Day”. Insomma una vera catastrofe. Anche la Guardia di Finanza si è accorta che qualcosa, forse, non è andata proprio secondo norma e secondo una logica di trasparenza etico-professionale. A breve, pertanto, scandaglieranno voti su voti, certificandone la regolarità. Ornella Vanoni cantava: “La musica è finita, gli amici se ne vanno”; e forse dovremmo, tutti in coro, intonare questi versi agli organizzatori, responsabili e conduttori, dimostrando che non è questo il festival che vogliamo. Noi non siamo affatto degli ignoranti e pertanto pretendiamo qualità, trasparenza e soprattutto arte.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
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