IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006


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 MUSICA

Una pagina dedicata alla musica, dove parlare di canzoni, artisti ed eventi musicali. Recensioni, commenti e la possibilità, per chiunque voglia, di far conoscere attraverso il nostro sito un progetto musicale.

 

28/06/2008

Riscopriamo “What hits!?”, un album-raccolta dei Red Hot Chili Peppers, pubblicato nel 1992 e comprendente i primi brani della loro strepitosa carriera- Un viaggio tra i meandri della storia del funky-rock e dei primi Rhcp

ALLE ORIGINI DEI RHCP

Potremmo parlare di origini riferendoci a quelle dei Red Hot Chili Peppers, e non sbaglieremmo. Un cd che riunisce i primissimi successi del gruppo americano. Cioè quelle canzoni che alla fine dei famigerati anni del riflusso segnarono gli “Erre.Acca.Ci.Pi”, che insieme ad altri dettero il via all’epoca che fu del grunge (quello dei Nirvana per intendersi) e del funky (Jamiroquai). Una musica molto densa, rude, grezza. Un suono che riunisce profonde radici hard rock ma vi mischia anche rap e effetti eccezionali con gli strumenti. Questo il leitmotiv che percorre tutto “What hits!?”. La genialità, l’estro e la grinta di Kiedis & co. emerge sin dalla prima traccia, “Higher ground”. E poi “Behind the sun”, “True men don’t kill coyotes”, “Get up and jump”, “Knock me down”. Subito dopo la stupenda “Under the bridge”, la più radiofonica dell’album (la più famosa del gruppo?) e comunque ben amalgamata con le altre. 

Un cd molto generoso (come se ne vedono pochi in giro, si faccia eccezione per i Radiohead e il loro “In Rainbows”). Se si confronta “What hits!?” con “Stadium Arcadium” si percepisce immediatamente un sensibilissimo cambio di rotta, un cambio di suoni. Il primo più rock e grunge, il secondo più funky e spensierato. Certo anche le canzoni più recenti del gruppo non sono deprecabili, anzi. Forse hanno avuto il merito, per noi italiani, di far conoscere i Red Hot Chili Peppers anche nel Bel Paese. Basta guardare tra i fan e non trovi soltanto patiti del rock ma anche persone cui piace la musica anche più commerciale. 

Indubbiamente, i pezzi che vanno da “Californication” e  “By the way” in poi sono molto più radiofonici, spendibili per un pubblico vastissimo e poco schizzinoso. Avvicinarsi a “What hits!?” significa voler andare a cercare i brani più originali, quelli che segnano l’inizio della storia firmata RHCP, quel suono più vicino ai Rage Against the Machine che a Robbie Williams. Significa farsi una bella escursione tra i meandri della storia funky-rock e gustarsi sotto l’ombrellone o in viaggio, per le vacanze, un po’ di musica originale, assolutamente non scontata e ai più sconosciuta. Buon viaggio quindi e buon ascolto.

Alberto Agostini – ilmegafono.org

 

Parole in musica- Il 21 giugno è iniziata ufficialmente l’estate, la stagione del sole, del mare e delle vacanze, che ha ispirato tantissimi cantautori: da Giuni Russo ai Negramaro viaggio musicale nella calda stagione

DIVAMPA L’ESTATE...ANCHE IN MUSICA

Il ventuno giugno è iniziata ufficialmente la stagione del sole, del mare, delle vacanze che ha ispirato intere generazioni di cantanti: l’estate. Ogni anno, assieme alle numerose rassegne musicali, come l’immancabile Festivalbar, abbondano in radio le hit che cantano, per l’appunto, di mare, vacanza e divertimento. Tra quelle che raccontano in vario modo questo periodo dell’anno, ne abbiamo scelte alcune. Se si parla di tormentoni estivi, non può mancare l’intramontabile “Un’estate al mare” di Giuni Russo. Si tratta di un brano del 1982, spensierato ed allegro, in tipico stile vacanziero e che non passa mai di moda: “Un’estate al mare, voglia di remare, fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni. Un’estate al mare, stile balneare con il salvagente per paura di affogare”. L’estate è anche quella descritta da Gianluca Grignani in “L’estate”: “E l’estate è alle porte con le gonne più corte e con queste vacanze che dalla città han troppe distanze. Dio che caldo che fa, Dio se fossi già là”. I continui spostamenti dalle città verso le mete estive e viceversa sembrano interminabili, con chilometri e chilometri di asfalto a dividere persone, storie ed amori appena nati o in procinto di terminare. 

Nella splendida “Un’estate fa” di Franco Califano, reinterpretata in modo sopraffine dai Delta V, si assiste proprio alla fine di una storia durata un’estate: “Un’estate fa la storia di noi due era un po’ come una favola. Ma l’estate va e porta via con sé anche il meglio delle favole. Un’estate fa non c'eri che tu... Ma l’estate somiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco”. Anche Franco Battiato si è fatto sedurre dal fascino della calda stagione. In “Aspettando l’estate” si abbandona ad un desiderio: “Aspettando l’estate all’ombra dell’ultimo sole, sospeso tra due alberi a immaginare, l’estasi dei momenti d’ozio voglio riscoprire aspettando l’estate. Anche se non ci sei tu sei sempre con me e sono ancora sicuro che io ti rivedrò dovunque tu sia”. La calda brezza estiva soffia anche sulle parole di “Vento d’estate”, il brano del 1998 scritto in coppia dai cantautori Niccolò Fabi e Max Gazzè. Li ricordiamo tutti su un tandem cantare: “Vento d’estate, io vado al mare voi che fate? Non m’aspettate, forse mi perdo. Ho pensato al suono del suo nome, a come cambia in base alle persone. Ho pensato a tutto in un momento, ho capito come cambia il vento”. 

Anche i Negramaro, in “Estate”, hanno fatto un omaggio a questa stagione anche se si sono scostati da quello che è il classico schema delle hit estive, dando vita ad una splendida e appassionata canzone: “Non senti che tremo mentre canto, nascondo questa stupida allegria quando mi guardi. Non senti che tremo mentre canto, è il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai. In bilico tra santi che non pagano e intanto il tempo passa e passerà, come sai tu, in bilico, e intanto il tempo passa e tu non passi mai”. Se la fine dell’estate di solito è un momento malinconico, i Righeira sono riusciti a rendere il tutto un po’ più allegro con la loro “L’estate sta finendo”. Lanciata nel 1985 e vincitrice sia del Festivalbar sia di Un disco per l’estate, il brano cantava così: “L’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande, lo sai che non mi va. In spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più, è il solito rituale, ma ora manchi tu. Languidi brividi come il ghiaccio bruciano quando sto con te”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

21/06/2008

Andiamo a rispolverare uno dei primi album di Jovanotti, “Lorenzo 1992”, quello che di certo segnò un punto di svolta nella sua splendida carriera artistica- Un Lp di sedici anni fa, ricco di contenuti e con argomenti sempre attuali

IL PRIMO GRANDE “IMPEGNO” DI JOVANOTTI

Lorenzo il poeta, Lorenzo il rapper capace di farti emozionare allo stesso modo con una canzone romantica o con un pezzo sui problemi del mondo. Parliamo ovviamente di Jovanotti, all’anagrafe Lorenzo Cherubini, cantautore romano che da anni sbanca le classifiche italiane con lavori sempre diversi, legati all’amato rap, ma pieni di inflessioni etniche, senza peraltro disdegnare le sonorità pop. “Safari”, il suo ultimo album, è un capolavoro che ci offre canzoni splendide, ricche di malinconia e di dolcezza, in cui la poesia è il filo conduttore. Il punto massimo della maturazione di un artista che, agli albori della sua carriera, sembrava destinato a durare poco come cantante e moltissimo come dj, la sua passione giovanile. Un ragazzo in apparenza scanzonato e superficiale, con una risata imbarazzante e con la capacità di costruire brani dai testi banali e demenziali, affidati però a ritmi coinvolgenti e divertenti. Questo era il Lorenzo di vent’anni fa, quello di “Gimme five”, “La mia moto” o “Vasco”. Poi, invece, una maturazione che in pochi credevano possibile, il passaggio verso brani e argomenti più seri, impegnati, che denotavano una sensibilità che aveva bisogno solo di trovare la strada giusta per esprimersi. Una strada che, dopo qualche esperimento, trovò il suo vero punto di svolta in un album che, chi ama Jovanotti, non potrà mai dimenticare: “Lorenzo 1992”. 

Si tratta del sesto lavoro di Lorenzo (anche se lui lo considera il quinto, perché in effetti “Jovanotti special”, il terzo, è soltanto una raccolta remixata), arrivato dopo “Una tribù che balla”, in cui già era comparso qualche primo segnale del cambiamento. “Lorenzo 1992”, però, segna una vera e propria rivoluzione nella carriera artistica del cantautore romano. Ed allora, andiamo a ripercorrere questo album che contiene alcune fra le canzoni più belle e più amate dai “seguaci” di  Jovanotti. L’inizio del cd è affidato ad un pezzo rap (“Il rap”) in cui Lorenzo annuncia al mondo (e soprattutto ai critici) di essere tornato, di sentirsi un po’ “balia”, in Italia, di questo genere musicale che permette ai più giovani di ogni età e razza di comunicare liberamente le proprie emozioni. Poi, è il turno di uno dei brani più celebri, uno di quelli che sono rimasti per anni nella testa dei fans e non solo: “Non m’annoio”, travolgente rap sul senso del tempo, caratterizzato dall’indimenticabile ritornello “e non m’annoio e no che non m’annoio non m’annoio, io no che non m’annoio non m’annoio…”. Altra canzone di successo è “Ragazzo fortunato”, terza traccia dell’album, un inno alla gioia ed alla positività, una celebrazione dell’amore per la propria compagna come elemento di insuperabile felicità. 

Poi troviamo, “Puttane e spose”, che Lorenzo dedica alle donne, respingendo tutti i pregiudizi che in questa società le circondano, e “Benvenuti nella giungla”, una rabbiosa denuncia del malaffare e della corruzione che circondava (e circonda tuttora) la politica e la società italiana, con il pieno coinvolgimento del Vaticano e delle gerarchie ecclesiastiche. Dopo lo strumentale “Televisione televisione”, caratterizzato da un sovrapporsi di note pubblicità del tempo, tocca a due tra i pezzi più impegnati dell’album: “Io no” è un rap “incazzato” che si scaglia contro la violenza, l’ipocrisia, la fame e il razzismo, gridando con forza “no” a chi rende “questo mondo invivibile” e “questa vita impossibile”; “Sai qual è il problema” è un altro brano rap che parla dell’Aids (argomento che vent’anni fa era centrale nell’opinione pubblica) incitando i ragazzi ad usare il preservativo, a non lasciar prevalere istinti ed irrazionalità sulla necessità di prevenire quello che è uno dei peggiori mali del nostro secolo. Quindi, arriva “Chissà se stai dormendo”, una serenata dolcissima e romantica alla propria donna, appena maggiorenne, bella semplicemente perché normale, spontanea. Un pezzo che richiama un po’ il ritmo di “Quando sarai lontana”, brano di successo del precedente album (“Una tribù che balla”), e che sancisce definitivamente l’inizio della serie di ballate romantiche che, passando da “Serenata rap” e da molte altre, arriveranno fino ad “A te” dei giorni nostri. 

“Estate 1992”, terzultima traccia di questo Lp, è un ritratto delle vacanze estive di un anno storico, quello dell’Europa Unita e purtroppo delle stragi mafiose. E Jovanotti è stato quasi profetico quando ha scritto: “Noi amiamo tutto quello che ci porta lontano da qui, dalla storia tristemente nota in tutta la terra: la mafia, il razzismo, l’Aids e la guerra purtroppo sono cose vere, purtroppo queste cose non vanno in ferie”. Infine, chiudono l’album: “Vai con un po’ di violenza”, canzone dai suoni rock che protesta contro la violenza dilagante nella società, rispetto a cui esiste un unico antidoto, vale a dire l’energia sprigionata dalla musica e sfogata su uno strumento; “Ho perso la direzione”, in cui Lorenzo parla dello smarrimento di un giovane come tanti, il quale, di fronte ad una situazione politica disastrata, il cui sistema di potere corrotto era stato appena smascherato da Tangentopoli, perde la direzione e decide di non andare a votare. “Lorenzo 1992”, a parere di chi scrive, è il primo grande lavoro di Jovanotti, un po’ acerbo ma già pieno di contenuti, di spunti di riflessione, di rabbia e, soprattutto, di ottima musica. La musica di un poeta moderno passato dai giri in moto, dalle feste e dai “dammi il cinque”, per poi giungere nella sfera nobile dell’impegno civile e sociale, senza mai dimenticare il ruolo centrale dell’Amore, la grande forza di un sentimento da riconoscere senza timidezze. Consiglio a tutti, non solo ai fans, di riascoltare questo Lp, specialmente oggi, perché vi accorgerete di quanto sia attuale, nonostante siano passati sedici lunghi anni.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org 

 

Accade a volte che un cantante rifiuta o minimizza il proprio status di artista, cercando di fuggire dal proprio successo, dalla propria immagine professionale- Mettiamo a confronto due grandi cantautori della musica italiana

L’ARTISTA CHE SMINUISCE IL PROPRIO SUCCESSO

Perché qualche volta un cantante rifiuta il suo status o lo sminuisce? Perché tenta in qualche modo di allontanarsi dal suo mestiere, dalla sua immagine, dal suo successo? Proviamo a capirlo leggendo tra le righe e la musica di Francesco Guccini e Francesco De Gregori. Il primo, nell’album “Stagioni”, nel brano “Addio”, di cui abbiamo già trattato due settimane fa, scrive: “Nell’anno ‘99 di nostra vita io, Francesco Guccini, eterno studente perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”. Queste parole sono una netta presa di posizione, una bella retromarcia. Certo, non va dimenticato il contesto in cui esse si trovano, cioè la canzone “Addio” che è tutta un tentativo di allontanarsi dal mondo e dalle futili consuetudini. 

Ma forse c’è anche altro. C’è sicuramente la voglia di tornare alle proprie origini, riguardarsi dentro e riuscire a scorgere ancora l’uomo prima che l’artista. Quasi che cantare venisse dopo vivere. Ed è alquanto singolare se si pensa alla profonda connessione che di solito stabiliamo tra il lavoro “cantare” e la vita personale di un individuo. Per Francesco De Gregori il discorso è simile, ma non uguale. Il cantautore romano sembra sminuire, più che rifiutare, la sua condizione di artista: “Per brevità chiamato artista, come un gatto dentro a un canile, come un ladro tra i truffatori, principe da palcoscenico e vittima d’aprile che calcola i cani, che macina i cuori. E dà la buonanotte ai fiori. Doppio come un doppio gioco, se dice oggi intendeva domani”. 

Forse più che sminuire, intende mettere in evidenza il fatto che un cantante non è solo quel personaggio che suona la chitarra e sforna hit da palcoscenico. È soprattutto un uomo che riesce a porsi in contatto con il resto del mondo, che si sente estraneo, si sente doppio, è un tutto e un niente. Due modi diversi quindi di guardarsi allo specchio e considerare la propria condizione di cantanti, di guardarsi dentro e giudicarsi, alla luce di quanto fatto. Soprattutto in De Gregori, veterano ormai della musica e vecchio saggio per le nuove generazioni. Se Guccini vuole tornare decisamente alle proprie radici e quasi scordarsi del proprio successo, della propria vita da personaggio ormai culto per generazioni, De Gregori dal canto suo ci tiene a far sapere che, nonostante il successo, non è cambiato, è sempre il personaggio doppio, strano, imprevedibile, quasi animalesco da osteria.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

14/06/2008

Lo scorso marzo è uscito “Accelerate”, l’ultimo album dei R.E.M., il gruppo americano guidato da Michael Stipe- Undici brani per circa mezz’ora di musica: un album con qualche difetto che però mostra la solita grinta dei R.E.M.

LA NUOVA SFIDA DEI R.E.M.

Affondano il piede sull’acceleratore i R.E.M., condensando in 35 minuti undici brani di impatto e di grande rock. Un cd piacevole e intenso, che non si perde e resta compatto, da ascoltare d’un fiato. Saltiamo allora su “Accelerate”, ultima fatica di Michael Stipe e compagni. Si comincia con “Living well is the best revenge” (frase tratta dal clergyman George Herbert) e più che nel 2008 sembra di trovarsi in pieno rock’n’roll (parafrasando Ligabue). Ritmo indiavolato e urla quasi punk per la voce graffiante di Stipe e sottofondo indiavolato di basso e chitarra, per non parlare della batteria. Quasi una ballata è, invece, “Man-sized wreath”, anche per gli assoli alla Dylan. Poi il singolo “Supernatural Superserious”, di cui è uscito anche il video lancio del cd. Alla quarta traccia incontriamo “Hollow man”, breve e un po’ ripetitiva ma con un testo tutto da gustare e da leggere. Poi troviamo “Houston”, che sembra quasi tratta dalla raccolta folk di Springsteen “We shall overcome”, con la sua cadenza country rock e il suo testo intenso. 

“Accelerate”, sesta traccia da cui prende il nome l’album, rappresenta la bandiera dei R.E.M. adesso, con la loro voglia di premere a fondo e lasciarsi dietro tutto, mentre Stipe canta “no time to question the choices I make I’ve got to fall in another direction”. Sulla stessa strada di “Houston” si snoda “Until the day is done”. Le restanti tracce (“Mr. Richards”, “Sing for the submarine”, “I’m gonna Dj”), non sono capolavori,  ma tra esse, al numero 10 nel vostro lettore cd, “Horse to water” dimostra un’energia insperata per questi artisti da un quarto di secolo sulla breccia. Vogliono continuare ad esserlo. Non vogliono essere l’“Horse to water” di nessuno, vogliono correre. Il cd è nel complesso piacevole, scorre benissimo, fa anche riflettere e regala un’abbondante mezz’ora di buona musica. Ma c’è spazio anche per qualche critica. 

Un po’ troppo breve e forse troppo omogenee tra di loro certe canzoni. Ma c’è comunque da apprezzare la voglia di rinnovarsi, il coraggio di ricominciare, la sfida che sta alla base di questo disco. C’è poi da fare un’ulteriore e importante osservazione. Mentre tutto il mondo cerca di rilassarsi i R.E.M. vogliono ancora mettersi in moto, urlare, correre, viaggiare, cantare, suonare come invasati e regalare emozioni. Questo “Accelerate” potremmo prenderlo come il tentativo di dare una mossa a questo mondo che si accontenta, dove nessuno lotta, dove ci lasciamo trascinare dagli eventi senza prendere in mano la situazione, osservando con indifferenza il mondo al di là della nostra finestra. Quindi diamoci una svegliata. Let’s rock!

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Il destino è qualcosa di inevitabile che ci segue sin dalla nascita, ma è anche un concetto filosofico, un’idea letteraria ed artistica che, nelle canzoni che abbiamo selezionato, si lega strettamente all’amore

IL DESTINO IN MUSICA: TRA AMORE ED INCERTEZZA

Il destino non è solo qualcosa di ineluttabile a cui nessuno di noi può sottrarsi, ma è un concetto filosofico, letterario, artistico. Le mille sfumature che colorano il destino comprendono tutti gli ambiti più nobili dell’esistenza umana, in cui la sorte, il fato sono elementi che ci accompagnano sin dalla nascita, rendendo imprevedibile e varia la nostra vita, scegliendo per noi eventi o strade che stravolgono più o meno drasticamente i nostri programmi, le aspettative, le promesse. L’arte è spesso figlia del momento improvviso, della folgorazione che in un attimo porta l’artista al compimento dell’opera leggendaria, quella che può cambiare la sua vita o l’arte stessa e la stessa storia. E la vita dell’artista è spesso il risultato di una vocazione apparsa casualmente, innata ma nascosta fino a quando gli incroci del fato la costringono ad emergere. Il destino è anche qualcosa di strettamente connesso al sentimento più grande, all’amore unito per caso o avversato da eventi incontrollabili e imprevisti. Nelle canzoni, infatti, il destino è sempre associato alla donna o all’uomo amato, ad una persona che ha cambiato la vita di chi la ama. Così, le emozioni, i battiti, ma anche le incertezze, la paura di perdersi entrano dentro l’idea di fato. 

In “Due destini”, celebre brano dei Tiromancino, l’autore del testo si rivolge alla sua donna, manifestandole il proprio timore che il tempo possa creare ostacoli pericolosi, cambiare le cose, renderle meno vere. Solo con l’unione, queste due anime “destinate” a stare insieme possono resistere: “Ti ricordi i giorni chiari dell’estate, quando parlavamo fra le passeggiate? Stammi più vicino ora che ho paura, perché in questa fretta tutto si consuma. Mai, non ti vorrei veder cambiare mai, perché siamo due destini che si uniscono, stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro, superando quegli ostacoli se la vita ci confonde solo per cercare di essere migliori, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli”. L’amore, con le sue immancabili fragilità ed incertezze, pervade il cuore di Giorgia, la quale, in “Strano il mio destino”, non sa cosa realmente vuole e riflette su un amore appena lasciato: “Strano il mio destino che mi porta qui, a un passo dal mio cuore senza arrivare mai, chiusa nel silenzio sono andata via, via dagli occhi, dalle mani, da te. Che donna sarò se non sei con me e se ti amerò ancora e di più. Strano il mio destino mi sorprende qui, qui ferma a non capire dove voglio andare, se tutto quell’amore io l’ho soffiato via, mi fa male non pensare a te”. 

Amore allo stato puro è quello che troviamo dentro uno tra i pezzi più romantici del passato, un classico della canzone americana, vale a dire “You’re my destiny” di Paul Anka: “ You are my destiny, you share my reverie, you’re more than life to me. That’s what you are. You are my destiny, you share my reverie, you are my happiness. That’s what you are” (trad. “Sei il mio destino, tu condividi il mio sognare, tu sei più della vita per me. Ecco cosa sei. Sei il mio destino, tu condividi il mio sognare, sei la mia felicità. Ecco cosa sei”). Praticamente identico il senso della canzone di Cristina Aguilera, “My destiny”, in cui si celebra la magia di una persona piombata all’improvviso nel nostro cuore: “I’d never had this feeling in my heart. How did this come to be? I don’t know how you found me, but from the moment I saw you deep inside my heart I knew (...)I wanted someone like you, someone that I could hold onto and give my love until the end of time” (trad. “Io non ho mai avuto questo sentimento nel mio cuore. Come è avvenuto ciò? Io non so come tu mi hai trovato, ma dal momento in cui ti ho visto, nel profondo del mio cuore io l’ho saputo. (...) Io volevo qualcuno come te, qualcuno a cui potessi aggrapparmi e a cui dare il mio amore fino alla fine del tempo”). 

Meno scontato ma altrettanto passionale il brano “Un destino di rondine”, scritto ed interpretato dalla mitica Premiata Forneria Marconi e inserito nell’opera rock “Dracula”, trasformata poi in uno spettacolo teatrale. In questo caso, si canta della possibilità di poter amare ed essere amato nonostante gli ostacoli, malgrado l’apparente impossibilità di un amore che rievoca metaforicamente l’eterna lotta tra il bene ed il male: “Io sarò per sempre un mostro orribile. Come puoi amare me? Ora so che cosa è il bene e cosa è il male qui dentro me. Due labbra della stessa ferità che tu hai aperto. C’è un destino di rondine in noi, ci fa sempre tornare fin qui oltre i secoli, i mari, gli eroi, per amore! C’è un destino di rondine in noi. Salvati e spezza la catena che ti lega a me e poi vai via perché non posso offrirti niente tranne me”. Infine, chiudiamo con l’ironia amara di Samuele Bersani e la sua “Il destino di un Vip”, destino che ha “una durata aritmetica e si dovrebbe prestare attenzione a tutto quello che c’è scritto sopra alla postilla, senza scappatoia, un materasso sta in fondo al burrone ad attutire il rischio di fratture e laggiù in fondo c’è una scorciatoia, una scorciatoia? Per fermarsi a riva con il panfilo affittato vende l’esclusiva ad un redattore capo che a luglio e agosto (la tiratura), ogni settimana (la tiratura), gli trova un posto (la tiratura)”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

07/06/2008

Così come i poeti e gli artisti da sempre si scontrano con la difficoltà di vivere nel  mondo che li circonda, anche il cantante dei nostri tempi ricerca un addio ad un mondo incomprensibile- E Guccini somiglia ai classici

L’ARTE DI CHIAMARSI FUORI DAL MONDO

“Io dico addio”. Il poeta, l’artista si è sempre trovato di fronte alla difficoltà che il mondo in cui viveva stava incontrando. Capitava per esempio a Virgilio nella IV Egloga (o Bucolica) o anche ad Orazio nel XVI Epodo, quando esprimevano il loro desiderio di un nuovo ordine, una nuova civiltà, una vera e propria nuova umanità che soppiantasse quella delle guerre civili romane. Passarono i secoli ma rimase sempre radicato nell’uomo il desiderio di chiamarsi fuori dal mondo in cui viveva. L’Accademia dell’Arcadia, fondata nel 1690, perseguiva proprio lo scopo di riuscire a creare un altrove letterario in cui rifugiarsi e scordare i propri affanni. Fino ad arrivare ai nostri cantanti. È il caso di Francesco Guccini, per esempio, nella sua “Addio”, contenuta nel cd “Stagioni”. 

Canta infatti il cantautore tosco-emiliano: “Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite, riflettori e paillettes delle televisioni, alle urla scomposte di politicanti professionisti, a quelle vostre glorie vuote da coglioni... E dico addio al mondo inventato del villaggio globale, (…) ai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”, alle futilità pettegole sui calciatori miliardari, alle loro modelle senza umanità, alle sempiterne belle in gara sui calendari, a chi dimentica o ignora l’umiltà...”. Questo addio è il segnale di un rifiuto totale e netto del mondo che lo circonda. 

La voglia, anzi il vero e proprio bisogno di sentirsi fuori: “Io, figlio d’una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia; io, tirato su a castagne ed ad erba spagna; io, sempre un momento fa campagnolo inurbato, due soldi d’elementari ed uno d’università, ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà...”. Quindi anche Guccini (ma anche gli Articolo31 di “A pugni con il mondo” e Ligabue di “Fuori come va”), come i classici Virgilio e Orazio, trova la sua Arcadia, il suo Altrove per autoescludersi da un mondo che non riconosce come proprio e che non capisce. Ma non è solo lo spirito libertino, sovversivo, che si cela spesso e volentieri dentro di noi.

È qualcosa di più sottile e profondo e anche molto poetico. Non occorre una sensibilità particolare per sentirsi “altro” e cercare in qualche modo di andarsene, ma occorre una grande sensibilità per poterlo esprimere in modo sublime. Non è vigliaccheria, è una presa di posizione forte e chiara, accompagnata senza dubbio da un profondo, anche se celato, senso di impotenza. L’artista cioè constata la sua “inutilità” e ha un’unica arma, la sola che gli sia rimasta in fondo: scrivere e cantare (come dice lo stesso Guccini in “Cirano”: “E infilerò la penna ben dentro il vostro orgoglio, perché con questa spada vi uccido quando voglio). In fondo ognuno di noi si rende conto che qualcosa non va, ma spesso non si riesce a dar sfogo a questa angoscia e si cerca in altro la propria consolazione. In fondo i cantanti cosa sono se non delle persone con una grande sensibilità e una magnifica abilità di esprimere i loro, i nostri pensieri?

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Questa settimana nella nostra rubrica che gioca con le parole ospitiamo il “salto”: azione materiale o metafora concettuale, esso ha ispirato artisti di grande successo come Madonna, Raf e Rino Gaetano 

“SALTARE” DA UNA CANZONE ALL’ALTRA

Per questa settimana, la parola che abbiamo ricercato nei testi musicali italiani e stranieri  è “salto”. Come facilmente intuibile per il suo significato, che rimanda ad uno slancio in avanti o in alto, questo termine viene spesso usato con valenze molto diverse. L’azione del saltare, infatti, può essere considerata nel suo aspetto puramente materiale e fisico o in quello più metaforico. Non c’è dubbio che nelle due hit estive “Salta” di dj Francesco e “Salta” di King Africa (di cui ricorderete i ripetitivi ritornelli) l’azione viene intesa proprio in senso materiale. Saltare, magari a ritmo di musica, aiuta a non pensare e dar libero sfogo alle proprie energie. Chi sembra particolarmente legato a questo termine, tanto da incentrarvi ben due singoli a distanza di dieci anni, è Raf. Nel 1996, nella raccolta “Collezione temporanea”, insieme ai pezzi storici il cantautore pugliese inserisce l’inedito “Un grande salto”, mentre nel 2006 fa uscire il singolo “Salta più in alto”. 

Nella prima canzone, a dominare è un senso di vertigine e di libertà, anche se poi alla fine si conclude con una riflessione che riporta, in qualche modo, i piedi a terra: “Un salto e via, sento la scia, sono il centro, dall’universo avvolto, e tornare su ad abbracciare il mondo a testa in giù, ma il senso della vita può non esser solamente un grande salto”. Nel secondo brano, invece, il salto è considerato un utile rimedio per rimettersi in pari con la vita quando essa prova a sopraffarci. Particolarmente bello il testo parlato, quasi rap, in cui Raf fa “saltare” delle riflessioni sul mondo: “Saltano le regole, saltano i confini, saltano i bambini su giocattoli esplosivi, saltano il pasto, saltano la corda, fanno scarpe per saltare, salta la centrale nucleare, salta Mururoa a 50 anni da Hiroshima, salta la rima, saltano gli atleti, gli ostacoli, le corse, le borse, i governi, i nervi,
saltano gli schemi, i sistemi, le vocali, gli articoli della costituzione, gli ideali”. 

Anche per l’eclettica Madonna saltare sembra l’unico modo per non star ferma in un posto, non perdere tempo ed andare incontro alla vita: “There’s so much you can learn in one place. The more that I wait, the more time that I waste. I haven’t got much time to waste, it’s time to make my way. Are you ready to jump? Get ready to jump. Don’t ever look back, oh baby. Yes, I’m ready to jump, just take my hands” (trad. “C’è così tanto che puoi imparare in un posto. Più aspetto, più spreco tempo. Non ho tanto tempo da perdere, è tempo di andare per la mia strada. Sei pronto a saltare? Sii pronto a saltare! Non guardarti mai dietro. Sì, sono pronta a saltare, prendi solo le mie mani”). 

Anche i Subsonica hanno dedicato una canzone ad un “Salto nel vuoto”, dove lo slancio verso ciò che non si conosce equivale al vero vivere ed alla libertà: “Libertà è una parola di fumo, un dato per scontato, libertà è come un segno di croce automatizzato. Se non sai distinguerla lei ti abbandonerà, se non sai difenderla non ti accompagnerà. Battiti! Guardi nel vuoto che verrà, cerchi tra fretta e ambiguità. Quanto coraggio ancora c’è? E’ quanto si chiama vivere. Un salto nel vuoto che verrà costa di più di una realtà persa in un quasi vivere, scelta per non decidere”. 

Tra i cantautori italiani di talento, anche Cristina Donà ha deciso di intitolare una sua canzone “Salti nell’aria”. Un testo delicato ed essenziale i cui spazi dove ci si muove sono le stelle ed il cielo: “Immagina le stelle, scoprirai che sorridono sempre. Immagina intensamente e vedrai dove gli altri pensano che non ci sia niente”. Infine, abbiamo trovato un originale brano del mitico Rino Gaetano, “E la vecchia salta con l’asta”, dove in rima si racconta la “favola antica del cavaliere che cerca l’amica”: “Tremila città tremila villaggi, la sagoma bianca striata dei faggi. Scordò la sua terra, scordò la sua casta. Rimase una vecchia che salta con l’asta”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

24/05/2008

E’ uscito ai primi di aprile il nuovo album di Caparezza, “Le dimensioni del mio caos”, colonna sonora di “Saghe mentali” il primo libro del rapper pugliese- Una critica sarcastica e intelligente al mondo di oggi ed ai suoi vizi

CAPAREZZA: MOLIÈRE E STREGONE DI QUESTI TEMPI

È uscito a inizio aprile il nuovo cd di Caparezza, “Le dimensioni del mio caos”. Il rapper pugliese lo pubblica quasi in contemporanea e parallelamente alla prima fatica da scrittore, dal titolo “Saghe mentali”. L’attenzione della voce graffiante del cantautore si rivolge ancora una volta alla società. Proponendosi come un Molière del XXI secolo, egli prende di mira il mondo virtuale di Internet & co. I suoi “Tartufo” sono “Ilaria Condizionata” ed in generale l’ignoranza del popolino. Il ritmo è quello usuale, che trascina e fa scuotere la chioma nera all’artista sul palco e a noi in casa, ma con fantastiche incursioni rock. Il cd riassume in quattordici tracce quello che scriviamo da tempo su questo settimanale. Addentriamoci quindi tra le tracce del buon Capa. Si inizia con “La rivoluzione del Sessintutto”, in cui il cantante si fa beffe delle rivisitazioni grottesco-comiche del ’68, esaltandone spesso certe caratteristiche e trasformandone o alterandone anche i temi: “Quanti credono nel ‘68 e quanti vedono del sesso in tutto? 68? [...] I fricchettoni vollero cambiare il mondo, quelli del mio mondo vogliono guardare i porno di edicole ridotte ed esporre più poppe delle flotte nel porto di Livorno”. 

Poi troviamo “Ulisse (you listen)”, in cui si delinea la ragazza “altra”, una specie di alter ego musicale del cantautore: “Lei scrive sui post it. ‘Non mi interessa il gossip, chi legge quei giornali ha problemi mentali grossi’. Trucida conduttrici da casi umani commossi [...] E non avrà pietà di gatte morte fissate con l’età e solite solfe. Detesta il vip che fa il fotoreporter. Terrebbe le sue fans sotto revolver. Lei è sanguigna, senti che i denti digrigna. Cenerentola dà una sventola alla matrigna ma non le va la scarpetta, lei fa la scarpetta, che se mette pancetta non frigna ed io non sono Ulisse, io non so resisterle.” Saltiamo poi alla quarta traccia e andiamo a “Pimpami la storia” ed alla sua accusa a chi tratta la storia come gossip, da cambiare a proprio piacimento, da sconvolgere quando si vuole: “Bella prof e che schifo Garibaldi, è vestito dai saldi, peloso come Garfield. Via la camicia rossa e dagli una t-shirt Trussardi su jeans Cavalli. Sulla faccia lenti a goccia Ray Ban e poi taglia la barba a ‘sta capoccia da Imam. Un nunchaku da Jackie Chan gli dà più charme, ora si che Gary ch’ha i più fieri dei fans. 

Bella! Mondiale è la seconda guerra, ma su ‘sto libro è dato che abbiamo ingoiato merda! E' regolare che non studia nessuno, scrivi ‘Italia batte resto del mondo 18 a 1’. I campioni siamo noi, siamo noi, perciò aggiungi Po po po po po”. È chiara la linea sarcastica che percorre tutto il cd e tutto lo stile Caparezza. Nel mirino le professoresse che approfittano degli alunni incoscienti, la comunità di internet con le sue identità virtuali, il mondo falsato della televisione e del gossip. Quindi ecco “Ilaria condizionata” che non sa trovare una propria identità e come “Charlie” dei Baustelle cerca se stessa nelle mode: “Ilaria dalla vita vuole di più, almeno un’amica nella Tim Tribù. Scarica rane pazze e stupidi emù. Mette le sue tette su Badoo. Poi, la svolta, stavolta è cool, mette su Amon Duul e Tool. Ama le inchieste di Michael Moore. Tutte scaricate tout court da E-Mule. Poi diventa alternativa del caz. Ama il free jazz, grida ‘Si PACS!’, film di Truffaut, fumetti di Paz. Odia le modelle ma diventa una Bratz e adesso ha l’auricolare Bluetooth.” 

Da segnalare anche “Cacca nello spazio”, che potrebbe essere una soluzione per risolvere i problemi di questo mondo dove “c'è un uomo di mezza età con la sua metà che ne ha meno della sua metà, un amore acerbo, colto certo nella disco a Porto Cervo. Il prelato ha pronto il verbo, del creato è molto esperto, dall’abitacolo caccia il diavolo ma ne maneggia lo sterco. Il business man punta su Giove per le fabbriche nuove. Vuole fare il pieno di lavoro alieno da pagare meno che altrove.” Il fonoromanzo, come definisce Caparezza il cd, è quindi un interessante e colossale presa in giro, accusa sarcastica, denuncia, offesa. Tutto condito del solito clima stregonesco come in “Dagli all’untore” del secondo cd di Caparezza. Strani figuri (noi) si aggirano in questo mondo che il cantautore pugliese ci racconta, provando a svegliarci dal torpore che ci accomuna nel “Fronte dell’uomo Qualunque”.

Alberto Agostini- ilmegafono.org

 

Parole in musica- Questa settimana abbiamo selezionato alcune canzoni che hanno come tema centrale il tempo- Da Battisti a Ligabue, fino a Jovanotti, brani di successo che raccontano in vari modi il concetto di tempo

A “TEMPO” DI MUSICA

La parola che abbiamo scelto questa settimana è “tempo”, quell’entità impalpabile il cui svolgersi, però, scandisce la vita di tutti noi. Che scorra o che individui un momento più o meno breve o più o meno indeterminato, il tempo è un pensiero fisso di ogni uomo. Il suo scorrere, infatti, influisce sulla vita di ognuno determinando l’avanzare dell’età, delle stagioni e degli anni. La canzone che per eccellenza parla del tempo è “Non m’annoio” di Jovanotti (meglio conosciuta, appunto, come “Tempo”). Con il suo solito rap trascinante Lorenzo Cherubini ci dice del tempo che “comunque vadano le cose lui passa, e se ne frega se qualcuno è in ritardo, puoi chiamarlo bastardo ma tanto è già andato e fino adesso niente lo ha mai fermato e tutt’al più forse lo hai misurato con i tuoi orologi di ogni marca e modello, ma tanto il tempo resta sempre lui quello”. Spesso nelle canzoni si parla solo di un periodo in cui c’è stata la presenza di una storia d’amore importante. Se la storia finisce, “anche il nostro tempo finisce”. 

Così cantano i Muse: “And out time is running out, out time is running out. You can’t push in underground, you can’t stop it screaming out” (E il nostro tempo sta finendo, il nostro tempo sta finendo. Non puoi spingerlo sotto terra, non puoi far smettere di urlare). Il tempo può anche comprendere istanti più lunghi e addirittura periodi storici: nella splendida canzone dei Modena City Ramblers, “L’amore ai tempi del caos”, si narra di una storia d’amore sbocciata in tempi duri, di guerra, non bene identificati. Nonostante l’angoscia data dall’incalzare dei giorni e dal passare degli anni, una dolce sensazione di tranquillità è infusa dall’amore: “Incalza il giorno, si affrettano gli anni, gli orologi inseguono ore. Il mio amore cammina tranquillo, nessun tempo lo riesce a ingannare”. 

Può anche capitare che il tempo in cui si vive vada bene ai più, ma non a tutti: Ligabue in “Non è tempo per noi” canta i suoi personaggi, forse un po’ autobiografici, che, fuori dal coro, non ci stanno ad adeguarsi al modo di vivere corrente della massa: “Non è tempo per noi che non vestiamo come voi, non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi. Forse ingenui o testardi, poco furbi casomai. Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai”. Per persone che vogliono vivere fuori dal coro sono anche i consigli di Max Pezzali che, con ancora il nome di 883, nella canzone “Tieni il tempo” suggerisce di reagire all’apatia ed al conformismo: “Scendi nella strada, balla e butta fuori quello che hai. Fai partire il ritmo, quello giusto, datti una mossa e poi tieni il tempo, con le gambe e con le mani. Tieni il tempo, non fermarti fino a domani, tieni il tempo, vai avanti e vedrai il ritmo non finisce mai”. In questa canzone il tempo è quello che scandisce il ritmo della musica. 

Un altro splendido brano del grande Lucio Battisti (“Il tempo di morire”) usa la parola “tempo” in una circostanza totalmente diversa: un innamorato è disposto a tutto per passare una notte d’amore tra le braccia della persona che ama e che non lo corrisponde. Darebbe anche la sua preziosissima motocicletta per essere amato, anche per un solo secondo, giusto il tempo di morire: “Lo so che ami un altro, ma che ci posso fare? Io sono disperato perché ti voglio amare, stanotte, adesso, sì, mi basta il tempo di morire fra le tue braccia così, domani puoi dimenticare, ma adesso dimmi di sì”. Infine Adriano Celentano ha cantato il tempo che passa e accompagna la crescita della figlia: ne “Il tempo se ne va” il Molleggiato dice con un misto di malinconia e preoccupazione: “E intanto il tempo se ne va e non ti senti più bambina. Si cresce in fretta alla tua età, non me ne sono accorto prima. E intanto il tempo se ne va, tra i sogni e le preoccupazioni, le calze a rete han preso già il posto dei calzettoni”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

17/05/2008

L’ultimo lavoro degli Afterhours, “I milanesi ammazzano il sabato”, un album bellissimo che unisce il rock agli splendidi testi, in un sofisticato mix di accordi e parole- Ed è balzato immediatamente al terzo posto in classifica

QUANDO L’ALTERNATIVO DIVENTA UN CLASSICO

Sono lontani ormai i tempi in cui gli Afterhours facevano 50 persone nei piccoli club autogestiti di Milano: il 12 maggio, il loro ultimo lavoro “I milanesi ammazzano il sabato” è volato direttamente al terzo posto della classifica italiana dei cd più venduti. La band rock più alternativa del panorama italiano si colloca tra Vasco e Madonna, diventando un classico, e sembrano davvero lontani i tempi del Leoncavallo. Rimane un’attenta riflessione sul modo di vivere la propria città: “Gli architetti sono qua e hanno invaso la città” cantavano nel 1997 insieme a “sui giovani d’oggi ci scatarro su...sabato in barca a vela, lunedì a Leoncavallo...”. Dopo dieci anni Manuel Agnelli e i suoi ritraggono con 14 canzoni Milano con la sua frenesia e le sue finzioni, le opportunità e le contraddizioni di una città che prima di essere città è “luogo fisico” di interscambio e crescita culturale, che “insegna a vivere” (“Tema: la mia città”). 

Nel 1969, Giorgio Scerbanenco scriveva: “I milanesi ammazzano al sabato”, in riferimento al fatto che i milanesi impegnati dal lavoro tutta la settimana aspettavano il weekend per commettere gli omicidi; la band ha cambiato leggermente il titolo per indicare la nuova tendenza di abbandonare la città verso altre mete di divertimento e relax allo scopo di ammazzare il tempo, svuotando le piazze e le vie di sabato. Su musiche tipicamente Afterhours compaiono pian piano tanti personaggi: il provinciale a cui non bastano le novità perché già “dalla sua metà subentra l’abitudine; l’invito è quello di fuggire, guidare fino a “svanire”, ma la propria casa con moglie e figlia lasciata un chilometro indietro attende il suo re. Ancora il cittadino dabbene, orgoglioso della propria città, che non vuole guai e si appella al sindaco: “sindaco No! Temo siano guai di urbanità bilanciocentrica. Chi affronterà i maglioncini degli insorti? Blog-rhum e coca-ina per battere il sistema… chi salverà la mia città?  (“Tema: la mia città”). 

Infine, una storia d’amore: “se questo è il tempo che si ha, mettiamo una distanza dalla città, dai numeri, dal freddo della stanza” (“Tutto domani!”). Nel complesso è un lavoro attento e, come ci si aspetta dai suoi autori, molto pensato, senza perdere tuttavia la spontaneità del rock. Insieme al passato nei centri sociali, gli Afterhours hanno abbandonato le lunghe costruzioni di chitarre distorte alla “Ho tutto in testa ma non  riesco a dirlo”, sviluppando quel loro fantastico modo di fare rock che ha ispirato tutta la nuova musica alternativa italiana. Non mancano sperimentazioni retrò rock psichedeliche anni ’70 (“Riprendere Berlino”) che ci ricordano la fortunata cover degli Area. “I milanesi ammazzano il sabato” è un bellissimo cd che unisce, come mai prima d’ora, tutte le sfumature della band, che lega il rock ai testi splendidi e alle elucubrazioni colte e sofisticate di accordi e parole.

Sara Montoneri -ilmegafono.org

 

Negli anni ’60-’70 il fenomeno delle cover, incentivato dalle case discografiche, si diffuse enormemente in Italia e produsse canzoni di successo che sono divenute leggenda- Anche negli ultimi anni c’è stato qualche caso illustre

C’ERA UNA VOLTA LA COVER MANIA

C’era una volta il fenomeno cover, assai diffuso nel panorama musicale mondiale. Canzoni nate dalla mente di un autore o di un musicista e poi propagatesi in tutto il mondo, ricantate (spesso tradotte) e riarrangiate da altri artisti. Accadeva spesso che brani che avevano ottenuto un enorme successo nella loro versione originale salivano in vetta alle classifiche anche nella versione cover. Negli anni ’60-’70 questo fenomeno, stimolato dalle case discografiche, conosceva dimensioni enormi e coinvolgeva anche la musica italiana, che, se da un lato sfornava uno dei pezzi più ricantati della storia della musica (“Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno ha fatto il giro del mondo e conta numerose differenti versioni), dall’altro, ha portato nel mercato musicale nazionale un’enorme quantità di pezzi cover, tradotti in italiano e, molto spesso, rimasti nella storia della nostra musica. Troviamo i maggiori interpreti italiani nell’elenco di coloro che hanno portato una cover straniera ai vertici delle classifiche: da Celentano a Patty Pravo, da Morandi a Mina, da Ron a Fausto Leali, dai Dik Dik a Caterina Caselli, ecc. 

Per esempio: “Pregherò”, uno dei brani più celebri del Molleggiato è la versione riscritta della leggendaria “Stand by me” di Ben E. King, con la sua melodia inconfondibile ed emozionante. Ma anche la rockettara “Stai lontana da me” è la cover di “Tower of strength”, un pezzo twist R&B bianco interpretato da Gene McDaniels e Frankie Vaughan. E accanto a pezzi di artisti del calibro di De André (le sue “Giovanna D’Arco” e “La via della povertà” sono le versioni italiane, rispettivamente, di “Joan of Arc” di Leonard Cohen e “Desolation row” di Bob Dylan), Ron (la nota “Una città per cantare” riprende “The road” di Jackson Browne), i Nomadi (“Un figlio dei fiori non pensa al domani”, cover di “Death of a clown” dei Kinks), e Patty Pravo (“Ragazzo triste” è la versione italiana di “But you’re mine” di Sonny Bono), troviamo un elenco di grandi successi entrati nella leggenda. 

Elenchiamo i più importanti: “Scende la pioggia” di Morandi (cover di “Elenore” del gruppo folk americano The Turtles); “Io ho in mente te” e “Tutta mia la città”, grandi successi dell’Equipe 84 (le cui versioni originali sono, rispettivamente, “You were on my mind” di Ian and Sylvia e “Blackberry way” dei Move); “Sono bugiarda” di Caterina Caselli (cover della celebre “I’m a believer” dei Monkees); “A chi”, pezzo che consacrò Fausto Leali (cover di “Hurt” di Timi Juro); “Datemi un martello” di Rita Pavone (versione italiana di “If I had a hammer” di Pete Seeger); “C’è una strana espressione nei tuoi occhi” dei Rokes (originale: “When you walk in the room” di Jackie De Shannon); “Sognando California” e “Senza luce” dei Dik Dik (versioni, rispettivamente, della famosissima “California dreamin’” dei Mamas and Papas e della romantica “A whiter shade of pale” dei Procol Harum); “La tua immagine” di Dino (versione italiana della mitica “Sound of silence” di Simon & Garfunkel”). 

Accanto ad esse vanno ricordate anche le versioni italiane di due grandi successi internazionali: “Blowing in the wind” di Bob Dylan, riproposta nella versione del compianto Luigi Tenco, “La risposta è caduta nel vento”, e “Killing me softly with his song”, brano portato al successo dalla cantante americana Roberta Flack e tradotto nel pezzo italiano “Mi fa morire cantando”, interpretato tra gli altri da Ornella Vanoni. Anche “Imagine” di John Lennon è stata “coverizzata”: Ornella Vanoni, infatti, nel 1972 interpretò il pezzo in italiano (“Immagina che”), che manteneva la musica originale adagiandogli un testo scritto da Paolo Limiti, il quale abbandonava il tema alto della pace per sposare quello più banale di una storia d’amore. Le cover sono state, dunque, un fenomeno tipico degli anni ’60-’70 e ci hanno regalato canzoni di elevata qualità che sono diventate patrimonio della nostra musica, anche se non mancano adattamenti poco azzeccati. 

Poi, c’è stato un notevole ridimensionamento, perché le strategie di mercato sono cambiate e sono cambiati anche i modelli e le scelte artistiche dei cantanti. Tuttavia, anche negli anni ’90 e perfino oggi, troviamo delle cover di alto livello, che hanno ottenuto grandi risultati. Due su tutte: “Alta marea” di Antonello Venditti, romantica versione italiana di “Don’t dream it’s over” dei Crowded House, e “A che ora è la fine del mondo” di Ligabue, perfetta riedizione in lingua italiana di “It’s the end of the world as we know it (And I feel fine)” dei Rem. Da segnalare, in conclusione, anche la splendida “Il male minore” di Niccolò Fabi, cover della canzone “Barely breathing” di Duncan Sheik. Chissà quante altre, splendide, ne arriveranno...

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

10/05/2008

L’evoluzione delle generazioni è strettamente collegata alla musica, che ne ha veicolato immagini, idee, miti, volontà di essere alternativi- Nel tempo, però, l’essere contro da simbolo antimoda è diventato un  modello commerciale

NON BASTANO I JEANS STRAPPATI PER ESSERE CONTRO

Possiamo riscontrare nella storia della musica italiana contemporanea la creazione di uno stereotipo di giovane che solo recentemente è stato criticato e in qualche modo cancellato. Tutto nasce negli anni ‘60. È infatti il 1967, quando l’allora giovanissimo Francesco Guccini cantava dal suo Folk Beat N.1: “Sono un tipo antisociale, non m’importa mai di niente, non m'importa dei giudizi della gente. Odio in modo naturale ogni ipocrisia morale, odio guerre ed armamenti in generale. Odio il gusto del retorico, il miracolo economico, il valore permanente e duraturo, radio a premi, caroselli, Tv, cine, radio, rallies, frigo ed auto... Non c’è Ford nel mio futuro!”. Cominciava a nascere il mito del “tipo antisociale”, l’adolescente sempre e comunque contro, che odiava tutto e tutti. Erano i tempi del fascino che aleggiava intorno a questa gioventù sognante, anticonformista perché cominciava a guardare oltre la provincia ed il confine naturalmente imposto dalla società chiusa in cui era nata. Poi il mito perde pian piano consistenza, si passa il riflusso anni ’80 e il mito iniziato dal cantautore emiliano si trasforma accordandosi ai tempi. Il progresso ci proietta direttamente al nuovo millennio. 

Ecco quindi la Bandabardò, che nel 2001 scrive Manifesto: “Oggi non lavoro, oggi non mi vesto, resto nudo e manifesto. Sono fuori dal coro, nettamente diverso, le mode se ne vanno, io resto! E manifesto! Contro...”. Anche nel 2000 resiste il mito del ragazzo contro. Ma ora dall’altra parte non ci sono usi e costumi di una società del dopo guerra. Ci sono le mode imposte, il consumismo sfrenato, il “coro”, il gruppo di pecore tutte uguali. La pecora nera continua a essere il simbolo del movimento, quella in cui si riconoscono in tanti. Ma lo stereotipo prende anche i connotati dello “sfigato” a scuola. La sua storia è cantata dagli Articolo 31 e poi da Caparezza. Il rapper pugliese nel suo stile penetrante e vivace scrive: “3° B di un I.T.C. Una classe di classici figli di... Ho dubbi amletici tipici dei 16: essere o non essere patetici. Eh si, ho gli occhiali spessi, vedessi.. amici che spesso mi chiamano Nessy, indefessi mi pressano come uno stencil... Bud Spencer e Terence Hill repressi, con grossi limiti ma imbottiti di bicipiti da divi che invidi, vengono i brividi se per fare i “fighi” lasciano lividi. Non vivo di pallone, non parlo di figone, non indosso vesti buone, quindi sono fuori da ogni discussione”.  

Ma c’è sempre qualcosa dietro, come recita il celeberrimo spot. Dietro quest’aura mistica di anticonformista si è insediato maligno e silenzioso il mercato. Paradossalmente è riuscito a strumentalizzare, a sfruttare, a inserire nel grande meccanismo di livellamento della cultura anche chi non voleva inserirvisi. Con grande ingenuità ci siamo cascati. Ma “uno pseudo-borghese in giacca e camicia ci mette in allarme”. A dirlo è il solito Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, con un pezzo ormai passato di continuo dalle radio. Con la sua poesia sottile e raffinata, psicologica, chirurgica, analizza, con un po’ di distacco, la situazione: “Vorrei morire a quest’età, vorrei star fermo mentre il mondo va, ho quindici anni. Programmo la mia drum machine e suono la chitarra elettrica, vi spacco il culo. È questione d’equilibrio non è mica facile. 

Charlie fa surf, quanta roba si fa, MDMA, ma le mani inchiodate (…) Mi piace il metal, l’ r’n’b, ho scaricato tonnellate di filmati porno e vado in chiesa e faccio sport, prendo pastiglie che contengono paroxetina. Io non voglio crescere. Andate a farvi fottere”. Tutto potrebbe battere la stessa strada che ho finora accennato. In realtà, come rivela lo stesso Bianconi, la sua voce composta, per niente arrabbiata, quasi assente e superficiale suggerisce un’altra interpretazione. E cioè: la canzone sarebbe appunto la critica di questo stereotipo che da antimoda è diventato paradossalmente modello. Cosa significa tutto ciò? Che in certi periodi la canzone accesa e giovanilista serviva a incoraggiare, sostenere, una gioventù allora indifesa. Ma negli ultimissimi tempi questa è diventata una moda come tante e rischia di essere ridondante, barocca e banale.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Il viaggio è un delle esperienze più significative  e rivoluzionarie della vita delle persone, è ricerca di sé stessi, curiosità, necessità- La musica è la grande colonna sonora che accompagna ogni viaggio 

VIAGGIARE ATTRAVERSO LE CANZONI

Viaggiare è un attività centrale nell’esperienza di ognuno di noi: da secoli il viaggio accompagna la vita delle persone assumendo valori, significati, caratteri diversi, che variano a seconda del contesto entro cui il viaggio stesso si compie. Lo spostamento dal luogo d’origine ad un altro luogo, più o meno vicino, può avvenire per differenti ragioni e per periodi più o meno lunghi: così, partendo dal viaggio a scopo di vacanza, in cui si realizza il desiderio di conoscere realtà diverse da quella propria e quotidiana, si arriva al viaggio della speranza, che da secoli coinvolge milioni di persone, costrette a lasciare la propria terra, piena di problemi ed ostacoli, per approdare in altri luoghi, spesso molto lontani fisicamente e culturalmente, alla ricerca di un futuro migliore. Nel mezzo, troviamo tutta una serie di altre ragioni che stanno all’origine di un viaggio, che spesso viene identificato con il modo di vedere la vita, di viverla secondo la mentalità di un viaggiatore, di colui che segue la sua curiosità e che non perde l’attimo propizio per andare a caccia di sé stesso, per mettersi in continua discussione. 

Ed il viaggio è quasi sempre accompagnato dalla musica, da una o più canzoni che fanno da colonna sonora, circondano gli scenari, i paesaggi, le esperienze, i ricordi che si fabbricano in ogni istante. Nelle canzoni che entrano nella selezione di questa settimana prevale l’idea di viaggio inteso come paradigma dell’esistenza. Questo è il senso, ad esempio, di due brani molto famosi, interpretati da due grandissimi artisti: “Sì viaggiare” di Lucio Battisti e “Viaggi e miraggi” di Francesco De Gregori. Il primo, attraverso la metafora di un viaggio in macchina non privo di difficoltà, ci chiede di vivere con amore e gentilezza, superando ogni incertezza: “Sì viaggiare, evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure, gentilmente senza fumo, con amore; dolcemente viaggiare, rallentare per poi accelerare, con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore. E tornare a viaggiare e di notte con i fari illuminare chiaramente la strada per saper dove andare”. 

Il secondo, cantando di un giro ideale tra le maggiori città italiane, è un invito a cogliere l’attimo, a vivere la vita come un’avventura, inseguendo anche le illusioni, cercando di non perdere i ricordi e, in caso negativo, prendere lo stesso ogni cosa come una vittoria: “Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere, e non guardiamo in faccia nessuno che nessuno ci guarderà. Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già? E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali, o a Milano con i suoi sarti ed i suoi giornali, o a Venezia che sogna e si bagna sui suoi canali o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali”. Per Piero Pelù ed i vecchi Litfiba, in “Lacio drom”,  il viaggio è qualcosa da inseguire, una strada da percorrere anche al di là del limite, dove è possibile trovare sé stessi, augurandosi di fare buon viaggio, “lacio drom”, come si dice in lingua romena: “La strada dove finisce, senza piedi userò le mani, mani, fino alla pista che non esiste, la cavalcherò sui venti e gli uragani. Regina di periferia, con gli occhi della rabbia e dell’arcobaleno, che non conoscono la destinazione e che mi dicono buon viaggio, lacio drom”. 

Piena di saggezza è un’altra canzone, più recente, interpretata da Irene Grandi: “Prima di partire per un lungo viaggio”. Anche qui c’è una coincidenza tra viaggiare e vivere, ed il testo offre una serie di consigli per affrontare la vita, il lungo viaggio appunto: “Prima di partire per un lungo viaggio devi portare con te la voglia di non tornare più. Prima di non essere sincera pensa che ti tradisci solo tu. Prima di partire per un lungo viaggio porta con te la voglia di non tornare più. Prima di non essere d’accordo prova ad ascoltare un po’ di più. Prima di non essere da sola prova a pensare se stai bene tu. Prima di pretendere qualcosa prova a pensare a quello che dai tu”. Luciano Ligabue, in “Tutti vogliono viaggiare in prima”, se la prende invece con tutte quelle persone superficiali, vuote, che assegnano un valore elevato a ciò che è effimero, all’apparenza ed al benessere: “Avrai ragione te a fare come fai, a stare con chi vince, cambiarti le camicie, ma sta a vedere che, sappiamo già com’è, ci riposiamo solo dopo morti. 

Tutti vogliono viaggiare in prima, la hostess che c’ha tutto quel che vuoi, tutti quanti con il drink in mano, e sotto come va? Fuori come va?”. Infine, concludiamo nuovamente con Francesco De Gregori e la sua splendida e malinconica canzone, “Compagni di viaggio”, in cui il viaggio altro non è che la storia d’amore, breve e “provvisoria”, ma intensa, vissuta da due innamorati ed ormai condannata a finire: “Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai. Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai. Lei disse misteriosamente “Sarà sempre tardi per me quando ritornerai”. E lui buttò un soldino nel mare, lei lo guardò galleggiare, si dissero “Ciao!” per le scale e la luce dell’alba da fuori sembrò evaporare”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

3/05/2008

Il “concertone” del primo maggio a Roma, organizzato da Cgil, Cisl e Uil e condotto dall’attore Claudio Santamaria, ha offerto al milione di spettatori presenti in piazza una perfetta sintesi tra musica, festa e riflessione

UN CONCERTO DI QUALITÀ E CONTENUTI

Anche quest’anno, il primo maggio, in piazza San Giovanni, a Roma, si è svolto il concerto di celebrazione della festa dei lavoratori. La manifestazione, condotta dall’attore Claudio Santamaria ed organizzata dai tre sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, è stata dedicata, in particolare, al tema della sicurezza sul lavoro a seguito dell’escalation di morti “bianche” che continua ad insanguinare il mondo del lavoro. A campeggiare sul palco l’articolo 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Oltre alla musica ed agli omaggi ai grandi cantautori italiani, non sono mancati momenti di forte commozione e di riflessione sullo stato attuale del lavoro in Italia. Quindi una grande festa, che ha anche avuto un’altissima partecipazione (si parla di più di un milione di persone in piazza), e che ha saputo unire per un giorno tantissimi giovani accomunati dalla preoccupazione per un presente lavorativo non proprio roseo ed un futuro ancora più incerto. Il concerto è stato, al solito, animato dalla partecipazione di grandi artisti italiani come Piero Pelù, Giuliano Palma & The Bluebeaters, Max Gazzè, Afterhours, Baustelle e Irene Grandi. 

Tra i momenti musicali più intensi sicuramente si ricordano quelli dell’indomabile Caparezza, il quale non ha fatto mancare le sue parole sul tema della manifestazione, e quello di Cesare Di Battista e della sua orchestra che ha omaggiato il grande Fabrizio De Andrè, riproponendo in versione jazz la canzone “Ho visto Nina volare”. In serata si sono esibiti anche i Subsonica con alcuni dei loro brani storici, tra cui “Colpo di pistola”, “Liberi tutti” e la bellissima “Canenero”, con la proposizione di un altro tema sociale molto forte come la violenza sui bambini. Gli altri omaggi musicali a leggende della musica sono stati rivolti ad Adriano Celentano e ai Beatles, cantati da Piero Pelù. Altra esibizione particolarmente apprezzata è stata quella di Claudio Santamaria (insieme ai Marlene Kunz), il quale, cantando la splendida “Impressioni di settembre” della PFM, ha dimostrato di avere anche delle ottime doti canore. 

Tra le tante esibizioni, un momento particolarmente emozionante è stato regalato dal presentatore della manifestazione assieme ad altri tre bravissimi attori italiani: Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini e Sabrina Impacciatore. Prima hanno dato voce ad alcune commoventi lettere scritte da lavoratori italiani emigrati, che hanno mostrato il dolore della separazione e le difficili condizioni lavorative affrontate nei vari paesi esteri. In un secondo momento, hanno ricordato le vittime sul lavoro, leggendo velocemente i nomi di queste, con lo splendido sottofondo musicale del sax di Cesare Di Battista. Il concerto di quest’anno è stata la dimostrazione che musica, festa, ricordo e riflessione possono benissimo sposarsi e, quando lo fanno, il risultato arriva al cuore.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

Parole in musica- L’attimo è quell’istante in cui nasce un’idea, un’ispirazione, un pensiero: è ciò che gli artisti sono capaci di cogliere e trasformare in arte- In musica, l’attimo diventa canzone e ci racconta l’amore e la vita     

UN ATTIMO MAGICO CHE DIVENTA MUSICA

La magia di un istante è qualcosa di profondamente legato all’arte, alla poesia ed alla musica. L’attimo è quel momento in cui qualcosa si accende: una scintilla, un’ispirazione, un pensiero illuminante. Sta poi al poeta, al musicista, al cantante, all’artista coglierlo e fermarlo grazie alle proprie capacità ed attitudini. Ma un attimo può essere anche il famoso colpo di fulmine che fa nascere un amore oppure può essere la vita di chi vuole vivere alla giornata o di chi vuole starsene in pace per un po’, rinunciando al caos quotidiano. Ad esempio, Eros Ramazzotti, in “Un attimo di pace”, chiede un momento di pausa, che coincide con un giorno in cui decide di dedicarsi solo alla sua lei, chiudendo le porte al mondo: “Fammi respirare solo un attimo di pace, questo sorso di aria pura finche c’è, voglio dedicarmi solo agli affetti a me più cari, specialmente se si tratta di te. Fammi assaporare questo attimo di pace, per sentirlo fino in fondo dentro me, oggi che anche i sogni atterrano e chiudono le ali, perché il tempo di volare non è...”. Per Paola Turci, invece, delusa da una storia d’amore in “Sai che è un attimo”, basta davvero un istante per girare le spalle e andare via, anche se i sentimenti sono ancora vivi ed intensi: “Mai, mai al mondo ti perdonerei. Non importa se vinco ma tu perderai, vedrai. 

Sai che è un attimo, bye bye e me ne andrò, sarò un lampo più veloce del mio cuore. Sai che è un attimo, bye bye e non mi avrai, come un incanto, un effetto anche migliore”. Il tema dell’amore è ricorrente quando si parla di momenti, di attimi, perché spesso è quello che si chiede e che ci vuole per recuperare una storia ormai al tramonto. In “Un attimo ancora”, canzone dei Gemelli Diversi che, in realtà, è una rivisitazione della celebre “Dammi solo un minuto” dei Pooh, quello che si chiede è appunto un altro istante da passare insieme prima che tutto finisca: “Persa l’ultima lacrima, prima che il vento porti via con sé l’ultima briciola del nostro amore, dove non c’è più sole e l’aria è gelida; resto solo alla mia tavola pensandoti, sento gia i brividi, adesso abbracciami, basta nascondersi dietro parole a volte inutili, si è spento il fuoco che scaldava i nostri cuori, credici... Dammi solo un minuto, un soffio di fiato, un attimo ancora. Stare insieme è finito, l’abbiamo capito, ma dirselo e dura”.  

Diverso il valore dell’attimo per Mario Venuti, il quale, nella sua “E’ stato un attimo”, parla di come per un istante, un momento di rivelazione mistica, aveva compreso ogni cosa, dagli intrecci della vita al disegno divino che sta dietro il mondo: “C’è stato un momento in cui mi è sembrato capirci qualcosa, vederci più chiaro in mezzo alle trame che intreccia la vita, ma è stato un attimo, soltanto un attimo. C’è stato un momento in cui si è mostrato il disegno divino, perfetto equilibrio tra tutte le forze del bene e del male, ma è stato un attimo, soltanto un attimo. E’ tutto chiaro improvvisamente, dopo un po’ non rimane niente”. Uno dei più grandi successi di Anna Oxa, risalente agli anni ’80, “E’ tutto un attimo”, ci offre il senso della vita vissuta alla giornata, in modo disordinato e sregolato, in cui a dominare è l’istinto, al di sopra di ogni ragione: “Io che scambio l’alba col tramonto, poi mi sveglio tardi nei motel, sbadiglio sopra un cappuccino e pago il conto al mio destino, è tutto un attimo. 

Io che firmo il nome come viene, dormo spesso accanto al finestrino, mi trucco il viso più deciso e vivo il tempo più vicino, è tutto un attimo. La mia vita è questa qua e un’altra dentro non ci sta, questa vita siete voi, questo cuore immenso che solo se ci penso già sento tesa l’anima, la mia vita siete solo voi”. Infine, in “La descrizione di un attimo” dei Tiromancino, si parla del momento in cui, dopo cinque anni, due persone che si sono amate profondamente si rincontrano, misurando l’emozione di ciò che fu e che è ancora vivo, lì dentro, da qualche parte in fondo al cuore: “Mi ricordo limpida la trasmissione dei pensieri, la sensazione che in un attimo qualunque cosa pensassimo poteva succedere. E poi cos’è successo? Aspettami oppure dimenticami, ci rivediamo adesso, dopo quasi cinque anni, e come sempre sei la descrizione di un attimo per me e come sempre sei un’emozione fortissima, e come sempre sei bellissima”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

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