IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006


Home La Vignetta Politica e Società Ambiente Legalità Musica Spazio Bianco     Gallery Links Scrivici Megafono Archivi

 

 MUSICA

Una pagina dedicata alla musica, dove parlare di canzoni, artisti ed eventi musicali. Recensioni, commenti e la possibilità, per chiunque voglia, di far conoscere attraverso il nostro sito un progetto musicale

 

17/07/2010

Ogni momento ha la sua musica e ogni estate ha la sua colonna sonora: il nostro Alberto Agostini, cercando di accontentare tutti, vi suggerisce una track-list da lasciar scorrere in auto o in spiaggia durante questo mese e mezzo di sole

ESTATE PER TUTTI I GUSTI

“Every moment has its music” (ovvero “Ogni momento ha la sua musica”) è la scritta che compare su qualche lettore digitale di musica. E l’estate come tutti i periodi ha la sua specifica colonna sonora. Ma che genere? Ci vuole qualcosa di fresco, leggero nel testo, frizzante nel sound. Per salutarci e augurarci un sereno arrivederci a settembre proponiamo quindi una mini track-list da mettere in macchina, da ascoltare la mattina, da godersi come una giornata di sole in riva al mare. Alla numero uno, per scaldarci, mettiamo La lunga estate caldissima (pezzo del 2001) degli 883. “I tavolini all’aperto, il suono quasi distorto, il megamix che dà dentro, la radio grida cantando”, descrizione perfetta dell’inizio di tutto. Al secondo posto piazziamo Waka Waka, in versione Shakira, giusto per restare nell’attualità delle sonorità estive.

Alla numero tre un grande classico dell’estate: Rotolando verso sud dei Negrita , pezzo del 2005 veramente indimenticabile per il suo respiro latino e molto sudamericano. Parla di viaggi, di Sud del mondo e fa molto periodo estivo. Ma ci saranno anche momenti da consacrare con una chitarra sulla spiaggia, magari accanto a un falò, come nella migliore tradizione nazional-popolare. E come può mancare allora il cantante più nazional-popolare di tutti? Ecco alla numero quattro Certe notti di Ligabue, per il quale (il recente tour lo conferma) ogni commento sarebbe superfluo. Alla numero cinque un altro grande classico della chitarra: La canzone del sole.

Per gli esterofili proponiamo tre bei pezzi di altrettanti artisti stranieri. Lo scozzese Paolo Nutini entra in gioco con Candy, pezzo dello scorso anno che ha reso ancor più  famoso il bravo artista di origini italiane. Lo statunitense hawaiano Jack Johnson entra con Upside down, così come entra anche I’m yours di Jason Mraz, vero e proprio tormentone della scorsa estate. Ma non si dica che dimentichiamo le serate in discoteca. Per quelle proponiamo un warm-up con un grande classico anche in questo caso: Shine on di R.I.O. Per i più alternativi, qualsiasi canzone di Dente può andare benone, magari aiuta anche a fare colpo…

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Il Re Tarantola ed Emma Filtrino è il nome di un progetto musicale che ha portato il cantautore lombardo Manuel Bonzi alla pubblicazione dell’album “Musica sgangherata”: suoni semplici e poveri in un’atmosfera surreale

IL MORSO PROVOCATORIO DELLA TARANTOLA

Ad ascoltare Il Re Tarantola ed Emma Filtrino si rimane interdetti. Non è certo il terreno degli appassionati di pezzi strumentali. Certo, i testi sono interessanti, un po’ visionari, ma l’inscatolamento musicale è decisamente rudimentale e non adatto agli orecchi più fini. Sembra un po’ poesia naif, pittura analfabeta, anche se è ovvio che è tutto studiato, c’è una logica dietro. “Musica sgangherata” è un grande contenitore di ritratti corali, dove il sapore amaro della vita moderna è camuffato da una discreta ironia. Sembra riprendere la fauna umana dei locali notturni e delle visioni, metà favola e metà vomito post-sbornia, in Vacanze Rumene, con i suoi strani nani e l’atmosfera cupamente stralunata. Anzi, è una sbornia esistenziale, una nausea un po’ sartriana, seppur covata sotto scenette comiche e parodiche.

Il tono di voce un po’ rauco richiama forse reminescenze punk, anche per via dell’accostamento a ritmi semplici e strutture che, alla lunga, risulteranno, per alcuni, monotone. Le stesse, come nella musica popolare, ci riportano a una dimensione di testimonianza diretta della percezione del reale, un po’ come i cantori d’un tempo, solo con molto meno realismo, quasi non ci fosse rimasto nient’altro che riderci su: in Pensieri impuri, ad esempio, i nostri scherzano amabilmente sull’inquinamento, sui fumi tossici che fanno da surrogato alle sigarette. Belle le immagini che trasudano da Il puro, dove le architetture musicali calzano perfettamente con l’immagine degli uomini-robot del testo.

Su musiche sgangherate si possono dire molte cose cattive, specie se non si ama il punk, non si gradisce il folk o non si accetta, in generale, un pezzo di due accordi. Eppure, alla fine, è un prodotto godibile, molto più pop e orecchiabile di quanto sembri. Il progetto de Il Re Tarantola è una provocazione, molto probabilmente, una provocazione da raccogliere: fino a dove si può impoverire il suono, fino a quanto il messaggio del testo può contare, fino a quanto si possono costruire interessanti atmosfere con poche note? Finora, come detto, si rimane interdetti, ma curiosi. Si attendono sviluppi.

Giulio Pitroso –ilmegafono.org

 

CI FERMIAMO PER LA PAUSA ESTIVA. CI RIVEDIAMO A SETTEMBRE!

 

 

Numero del 10/07/2010

Scopriamo “Malelieve”, l’ultimo album dei JudA, tra i gruppi migliori del panorama indie rock italiano, un disco con undici tracce caratterizzate da una forza profonda, dalla capacità di farci scoprire gli uomini e le donne del nostro tempo

DATEVI LA CARICA CON I JUDA

I judA hanno dato alla luce “Malelieve”. Per farlo si sono avvalsi di qualche collaborazione ben riuscita, come quella con Laura Spadaro in 3c, e hanno mostrato tutto un universo di sonorità viscerali, a cavallo tra l’indie-rock e l’elettronica. Padroneggiano bene ritmiche complesse, edificate su piacevoli e ricchi passaggi di batteria, come in Lontano dagli occhi, dove le stesse rafforzano la carica espressiva della chitarra effettata ad arte. Partono da un riff ripetuto come un mantra o un rosario, quasi onnipresente in tutto il pezzo, per dare una forma a Lame di sabbia, un cosmo di idee al margine, sulla linea del confine. Inevitabile percepire i riferimenti al suicidio, all’alienazione cui costringe la vita moderna. “Non ho bisogno di motivi per morire/ solo mi basta una ragione per vivere”, sembrano parole capaci di  racchiudere tutto il senso di questo amaro e consapevole slancio artistico: la necessità di un’evasione, di una liberazione dalle gabbie insostenibili della realtà opprimente. Ed è proprio questa emarginazione che rende più consapevole il testo, maggiormente capace di essere testimone della propria condizione e di quella degli altri, ossia quella comunicata da un’atmosfera da notte dei tempi, di titanismo, di distruzione e creazione.

L’impasto degli effetti e la forza del basso si riversano in un assolo che sa di follia. Un tocco antico e ancestrale si può leggere anche nell’incipit di Il tuo male, dove atmosfere psichedeliche, date forse dal deelay, sorgono dal profondo, danzano sulla cavalcata delle chitarre distorte, per poi fermarsi. Il raccoglimento che ne segue, ondeggiando su un riff, porta verso un canto tristemente dolce. Poi l’onda morbida e feroce che avevamo conosciuto prima ritorna, si unisce alla linea vocale, per raggiungere una sorta di lirismo della disperazione nell’urlo finale. Ne L’invenzione della Verità passeggia mestamente, accompagnata da effetti che potrebbero essere benissimo scambiati per il verso delle civette che si possono, talvolta, ascoltare nei parchi. Trema, emotivamente toccante, fluttua su un tappeto di deelaay, si fa vitalizzare dalla batteria, per farsi poi abbandonare dalla stessa, finché non s’apre come un fiore primaverile, in un trionfo di effetti e voci. “Io sono io/ io e nessun altro” dice il testo, come a significare “io mi riapproprio di me stesso”: sotto questa luce si potrebbe leggere l’intera traccia come un percorso di liberazione di sé dall’alienazione. 3c, dal gusto suburbano, decorato da sirene lontane, è costruito sull’alternarsi delle urla di chitarra e sezione ritmica insieme, da una parte, e riff ossessivo sotto la voce di Laura Spadaro, dall’altra.

Questo accade, finché entrambe queste dimensioni si sovrappongono, conducendoci a un piano ulteriore, dove la voce trova spazio per giungere all’amara conclusione che “non ci troveremo mai”, per poi ripetere quest’ultima parola, quasi sparasse un colpo di pistola ogni volta, o piantasse un chiodo nel cuore di qualcuno. Invasa da umori a distanza è un viaggio nel profondo. Dura ben 10 minuti e 20 secondi, i primi spesi nella costruzione di un’architettura sonora minimale, ancora una volta ossessiva, antica. La voce, come quella di un sacerdote dionisiaco, accompagna questo rito tribale, dove si possono riconoscere sonorità accostabili a quelle di strumenti indios o aborigeni. Sul finire la traccia si mostra in tutto il suo splendore, rabbiosa e libera. L’assolo, come un filo d’oro, mette insieme tutte le perle disperse nel rito, ci conduce verso il mantra finale. In Molestie l’atmosfera è angosciante e schiacciante, soffocante. A metà del pezzo viene fuori una voce lamentosa, che urla, inappagata. Ancora una volta la parola-chiave, “molestami”, viene sbattuta crudamente contro il cielo, quasi fosse il feticcio di tutti i mali del mondo. L’uomo di palcia è un’interessante brano sperimentale, incarnatosi nei rumori della città.

Il giorno più lungo, per l’appunto, è urbano come il pezzo precedente; ne è una traduzione musicale, o uno sviluppo. Le sirene della chitarra, questo eco di rumori industriali, la batteria che scarica le casse dalla nave alle cinque del mattino e che ticchetta sull’orologio si tingono dell’aurea del primo mattino. Le parole cadenzate, voci di riflessione, l’idea d’essere complice della propria distruzione si distendono sul tappeto sonoro. Arrivano le detonazioni emozionali, la chitarra che costruisce un muro sonoro, la sezione ritmica che regge il tutto. Ci si rifugia in sorrisi e mani, in dettagli, per sfuggire l’invitabile lunghezza del tempo amaro, se non in ipotesi assurde, in buoni propositi: il giorno è più lungo che mai. Plasmata sul deelay e l’incedere della batteria, è il brano La+Ma, che, colorato da tinte chiaroscurali, tende a un che di positivo, specie quando ci mostra il suo cuore, fatto di voci di bambini, frammento rubato alla vita quotidiana. Stavolta, più che in detonazioni, sembra che ci si apra in grandi e forti abbracci. “Malelieve” è un album dionisiaco, dalla forza profonda, che mette in luce diversi aspetti dell’umanità odierna, delle sue condizioni, quasi facendo un ritratto emotivo degli uomini e delle donne di questi tempi, delle loro città, delle loro radici ancestrali. Chi lo ascolterà, troverà in esso una grande carica. 

Giulio Pitroso –ilmegafono.org

 

Conosciamo i Noriko, gruppo crossover nato a Ragusa nel 2007, che hanno appena sfornato il loro primo demo, carico di rabbia e di lucida follia, originata dall’amarezza consapevolezza di una generazione che vorrebbe urlare

LA RABBIA DEI NORIKO

Sono nati nel 2007, nel profondo meridione, a Ragusa. Sono i Noriko, gruppo crossover dal nome curioso e vagamente manga. Hanno partorito il loro primo demo e già sembrano una buona promessa. La cosa che risalta immediatamente è la loro capacità di rappresentare la rabbia profonda di chi è cosciente di rimanere musicalmente escluso dai canali principali, rabbia fiorita dall’emarginazione programmata e feroce che domina nei media. Una forma di emarginazione che si allarga a tutto campo a intere generazioni, che rimangono al di fuori dei meccanismi decisionali, della rappresentanza, che non esistono o sono invisibili. “Non mi manterrò certo cantando, rappando” esordisce la voce di Valerio: il pezzo si chiama Annotano e le notifiche cadenzate e crude risaltano poderosamente su un classico approccio crossover agli strumenti, con distorsione, ritmica ansimante, gustosi ricami chitarristici. Nel demo emergono anche tratti sentimentali, misti a malinconia e ad una sorta di lucida follia, come in Azioni incontrollabili, una sorta di sincera vulgata della condizione giovanile. 

Su questo s’incidono le ombre dell’emigrazione, della fuga, dei sogni da inseguire, come unica valida alternativa al degrado: “Credimi un giorno me ne andrò”. Amari e consapevoli, i Noriko sanno vomitare parole cianotiche contro l’esercito di zombie che li circonda; musicalmente, riescono a sviare dal canone. Si avvertono influenze noise e molto Rage against the machine in Come voi, denso e carico inno all’odio contro l’ipocrisia e la falsità, dove si avverte un certo gusto autopunitivo, quasi a non voler assolvere nessuno. Sono una sorta di menestrelli, di cantori dei propri tempi, i Noriko, seppure la loro attenzione si soffermi principalmente sulla condizione dei musicisti o degli artisti in genere, quasi a volersi fare un autoritratto verace, come in Gelida, dove tra l’altro si può ammirare un alternarsi molto efficace tra chitarra e basso, sotto la linea vocale incalzante. Coinvolgenti i cambi di velocità in Kharma e gli aromi alienanti sprigionati dalle serie corde effettate.

Il feedback sul finale, librato nell’etere e accompagnato dal solo tintinnare della batteria, per poi far ritornare come un treno tutta l’aggressività spontanea del gruppo è un tocco squisito. Ph è un acceso attacco al mondo della televisione, delle ragazzine annichilite e complici del sistema della donna-oggetto, dei Dari che vogliono sembrare un gruppo: la voglia di spaccare a calci tutto, di riprendersi la dignità negata, una vendetta urlata e cosciente dominano e si espandono voracemente, divorando l’attenzione dell’ascoltatore, spingendolo nell’animo del testo. La voce della verità, il cantautorato della strada, il rap ben fatto dei Noriko sono una promessa interessante, specie per gli appassionati del genere. Si candidano ad essere uno specchio pulito della nostra società, intinti in quello che potrebbe sembrare, a volte, cinismo ed è, invece, realismo. Tesi verso un’onda positiva, ben nascosta nel buio generale dei nostri tempi e del disco, si potrebbe dire, adattando al caso l’espressione latina castigare mores ridendo, che i Noriko castigano i cattivi costumi, ma urlando: sono un po’ una nemesi, un po’ dei testimoni delle ingiustizie. Attendiamo sviluppi.

Giulio Pitroso –ilmegafono.org

 

 

 Copyright © 2010 ilmegafono.org. Tutti i diritti riservati.