La democrazia si è fermata a stazione Centrale

Una parata squallida come gli applausi e gli entusiasmi di chi l’ha apprezzata. Una messa in scena che somiglia a una esibizione clandestina di braccio di ferro, dove il gioco è truccato, le regole sono falsate e i risultati già scritti. Una triste operazione di marketing elettorale che risuscita le pagine più orribili della storia del secolo scorso. Non ci sono altri modi educati per definire la vergognosa operazione di polizia del 2 maggio in stazione Centrale, a Milano. Una parata dal grande impatto mediatico, volutamente cercato, con centinaia di poliziotti, un elicottero, unità cinofile, unità a cavallo, un’uscita della metropolitana chiusa. Mancavano solo i carri armati, i caccia e qualche sommergibile pronto a emergere da qualche fogna.

Se uno non avesse letto i giornali e non sapesse ancora il perché di tutto questo dispiegamento di forze, potrebbe pensare a una caccia all’uomo, a un blitz antimafia, all’accerchiamento di qualche pericoloso latitante o terrorista internazionale o magari di quell’abile e introvabile assassino fuggitivo di Igor il Russo. Niente di tutto ciò. L’obiettivo era costituito semplicemente da esseri umani innocenti, colpevoli solo di essere stranieri, scuri di pelle, abbandonati da un Paese ipocrita e ostile, dove la negazione della dignità viene trasformata in questione di “decoro urbano” e dove vige un governo spietato che fa concorrenza, in termini di crudeltà, alle sue opposizioni razziste e xenofobe.

Il questore di Milano, quello che non è riuscito a impedire l’assembramento di neofascisti al campo 10 del cimitero Maggiore (su cui la procura indaga), ha disposto una “spettacolare” azione contro delle persone che non avevano commesso alcun reato. Una oscena operazione di polizia di natura etnica e razziale. Non un bianco, infatti, è stato fermato. Nemmeno uno degli italiani che si trovavano anch’essi su quel piazzale è stato portato via, identificato. Solo i migranti, in larghissima parte in possesso di regolare permesso di soggiorno, titolari di protezione umanitaria, rifugiati. Perquisiti e caricati senza una ragione sui pullman e portati in questura.

Sono gli stessi migranti finiti fuori dai radar della politica della “Milano accogliente”, di cui ci si vanta troppo spesso negli slogan del Comune e dei suoi assessori. Esclusa ovviamente Carmela Rozza, che rimane fedele alla sua linea e che oggi gongola, tutta eccitata per questa grande operazione, addirittura rivendicando il ruolo di Palazzo Marino, che a suo dire avrebbe sollecitato prefetto e questore ad avviare massicce campagne di identificazione in quella zona. Al di là dell’orrore dei commentatori e dei propagandisti di professione, degli autoscatti leghisti, della soddisfazione penosa dei 5 stelle, di personaggi in cerca d’autore come tale Viviana Beccalossi, esponente dei camerata meloniani, che avrebbe voluto che i pullman andassero direttamente a Linate per poi procedere ai rimpatri (di rifugiati…), il problema qui è l’Italia nel suo insieme.

Non è nemmeno utile o significativo il fatto che di tutte le persone portate in questura nessuna sia stata sottoposta a fermo e che si trattasse in gran parte di titolari di asilo o protezione. Non importa, perché anche se fossero stati tutti irregolari, il punto resterebbe comunque un altro: cioè il carattere etnico dell’operazione. Si è scelto di circondare, perquisire, spogliare dei propri averi e caricare su un pullman delle persone che erano in una piazza, sedute a chiacchierare. Ed è strumentale e falso sostenere che si sia trattato di una risposta all’aggressione subita da un soldato, la settimana prima, da parte di un migrante con problemi psichici.

Perché altrimenti, questo stesso blitz dovrebbero farlo ogni giorno dentro i palazzi del centro, compresi quelli nei quali vi sono uffici o enti pubblici, o nei quartieri frequentati dai ricchi bianchi, nelle discoteche frequentate dai figli della Milano bene e così via, dove di atti violenti se ne registrano molti di più che dentro la piazza di fronte a una stazione. Se avessero fatto un blitz simile dentro a una qualsiasi discoteca frequentata da italiani tirati a lucido, avrebbero perso il conto dei fermati.

La verità è che sulla pelle degli ultimi si sta giocando una sanguinosa battaglia di consensi, preceduta da una strategia mediatica, lunga anni, che ha prodotto un voluto abbrutimento culturale e umano oggi sempre più diffuso. Il governo Pd, soprattutto con Gentiloni e Minniti (e Orlando) ha giocato in questo un ruolo decisivo con le restrizioni e le vergognose norme introdotte dai decreti in materia di immigrazione e di sicurezza. Una trovata elettorale per competere con Salvini e Grillo e dimostrare di poter essere ugualmente “duri”. Prefetture e questure, che al governo rispondono, dal canto loro stanno facendo vedere di poter concretizzare al meglio certi indirizzi. In barba ai diritti umani, al rispetto della dignità delle persone e di tutti quei principi di uguaglianza che sono alla base di uno dei primi e più importanti articoli (art. 3) della nostra Costituzione.

Una violenza di Stato, dal chiaro accento razzista, questa è stata la parata funesta di stazione Centrale. E chiunque, della giunta comunale milanese e del governo nazionale, non fornisca spiegazioni e non condanni sul serio questo oltraggio alla democrazia, questo ignobile atto di rastrellamento basato solo sull’appartenenza etnica o sul colore della pelle, allora si prepari a subire critiche e contestazioni durissime quando si presenterà ipocritamente a manifestazioni contro muri e razzismi vari.

Riguardo a chi governa le forze dell’ordine, invece, sarebbe bello se questa solerzia, questa grande capacità di intervento in massa, questa commovente abilità nell’organizzare un accerchiamento armato contro dei migranti inermi, venissero utilizzate nei luoghi della criminalità, quella vera, quella che ogni giorno realmente minaccia il nostro Paese. Si chiamano mafia, speculazione finanziaria, colletti bianchi, inquinatori di professione, imprenditori creativi nei metodi di pagamento e nel rispetto delle norme di sicurezza, evasori, fascisti e razzisti eversivi, cocainomani al volante, stupratori seriali in doppiopetto, sfruttatori, narcotrafficanti, fabbricatori di armi, gente che usa il potere fregandosene delle conseguenze sul futuro di intere generazioni.

Andate lì a identificare, perquisire, caricare sui pullman, rastrellare. Andate davanti ai bar pieni di vedette (e probabilmente di armi e droga) in certi quartieri, anche qui a Milano. Ve li ricordate ancora i reali problemi del Paese? O avete dimenticato tutto a forza di lasciarvi ipnotizzare da vecchie nostalgie o da nuovi razzismi? Milano, il 2 maggio, l’avete macchiata in modo indelebile, ma i veri colpevoli non sono in questura: siedono in alto a Roma e a Milano e hanno trovato nel questore solo la mano necessaria ad azionare la strategia, con l’obiettivo di eccitare l’intolleranza che tanto serve alla propaganda elettorale.

Pertanto nessuno si tiri indietro adesso, nessuno dica “io non ne sapevo nulla” o “io non ero d’accordo”. Perché quello che è successo è stato comandato da qualcuno, ispirato da qualcuno e favorito da qualcuno. E tutti questi qualcuno hanno tanti segni diversi ma un unico riferimento: la politica e la rincorsa squallida al potere.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

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About Massimiliano Perna

Scrittore e giornalista free-lance. Nato a Siracusa, laureato presso la Facoltà di Scienze Politiche di Catania, attualmente vivo e lavoro a Milano. Ho pubblicato articoli e inchieste con diverse testate, tra cui l’Unità, Micromega.net, Liberainformazione, Articolo21.org, Terre di Mezzo e Altreconomia e ho collaborato con RadioRai1 per due puntate speciali sui fatti di Rosarno e sull’immigrazione, tematica a cui ho dedicato e dedico particolare attenzione, con riferimento al fenomeno del caporalato e dello sfruttamento della manodopera straniera nell’agricoltura. Tra le mie pubblicazioni: “La società aperta e lo straniero – Migranti tra demonizzazione e integrazione” (Bonanno editore, 2008); “Exodus: dal deserto al mare, tra morte e speranza”, in Bioetica e cultura, (Istituto siciliano di Bioetica edizioni, 2009). Sono coautore del saggio “I volti del Primo Marzo – Voci da un’altra Italia” (Marotta&Cafiero, 2011) e de “La Giusta Parte” (Caracò, 2011). Nel 2012 ho curato l’antologia “Dove Eravamo – Vent’anni dopo Capaci e via D’Amelio” (Caracò, 2012), una raccolta di prestigiose testimonianze sulle stragi del 1992. Sono responsabile de ilmegafono.org, che ho fondato nell'ormai lontano 2006.

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