IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
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ARCHIVIO MUSICA
NUMERO SPECIALE 2007
29/12/2007
SPECIALE 2007
Il 2007 è stato
l’anno dei “best of”, scelti dai grandi vecchi (e non solo) della musica
per arrivare al pubblico e guadagnare ancora- Ma è stato anche l’anno delle
consacrazioni, del Sanremo finalmente “impegnato” e del Live Aid
I GIOVANI INVENTANO, I VECCHI (SI) RISPOLVERANO
Uno dei fili conduttori di questo 2007 musicale sembra essere la marcata differenza tra il lavoro degli artisti di nuova generazione e gli artisti della vecchia guardia. Una differenza che si è vista in molte iniziative organizzate nel corso dell’anno. Prima fra tutte, la tradizionale kermesse di Sanremo. Simone Cristicchi e Fabrizio Moro hanno vinto il Festival della canzone italiana. Il primo ha confermato un inizio di carriera fulminante, il secondo ha inaugurato una serie di successi che l’hanno portato alla ribalta. Entrambi hanno portato sul palco due canzoni “impegnate” e sono stati premiati. Un evento insolito per il festival della cittadina ligure, dove ha sempre prevalso una linea più melodica e romantica. Un nuovo inizio, quindi, per giovani promesse. Poi il Live Aid in concomitanza con il G8. Come ogni anno Bono Vox e Bob Geldof organizzano una grande serie di concerti gratuiti in tutto il mondo per richiamare l’attenzione dei potenti sul tema della povertà in Africa. Il concerto di quest’anno, “Live Earth”, è stato forse un aiuto un po’ tardivo per il pianeta. Non ci resta che sperare che le bands e i cantanti si impegnino davvero per i problemi che hanno esposto e che non si fermi tutto ai video catastrofici con guerre e ghiacciai in liquefazione.
Così crediamo che i media sbaglino a mandare pubblicità sul consumo energetico solo in concomitanza di concerti con star mondiali. Fanno davvero sorgere il dubbio che essi inducano a vedere il concerto solo perché questo è stato messo in piedi per far re-illuminare stelle della musica che si stavano per affievolire. Nonostante questi dubbi, il concerto ha comunque segnalato e ricordato che, almeno a qualcuno, le sorti del nostro pianeta interessano. Poi una serie di cd nuovi o meno nuovi. I gruppi emergenti degli anni passati continuano a sfornare nuovi album, come nel caso dei Negramaro, con il loro “La finestra” e con lo straordinario successo al Festivalbar. I cantanti già affermati, invece, si limitano a riproporre vecchie hit, dimostrando un principio di aridità della loro vena creativa. Il “best of” è la principale minaccia per la vita musicale di un artista. Rischia di diventare un vizio in cui cadere e da cui non risollevarsi più, ma rappresenta anche una buona fonte di guadagno. Quando le rendite diminuiscono, quale idea migliore che scommettere su brani che hanno già avuto un grande riscontro di pubblico? E il pubblico rimane basito al secondo “best of” in 10 anni, anche se farcito di due o tre inediti.
L’ascoltatore, se conosce l’artista da tempo, vede riproporsi sempre le solite tracce, che magari hanno perso lo smalto di quando uscirono in origine. Anche se poi la maggior parte dei fans decide di acquistare ugualmente, senza ragionare troppo. Nella trappola cadono anche i migliori. I Led Zeppelin sono usciti con “Mothership”, compilation in due cd al “modico” prezzo di 23.50 euro, contenenti i migliori pezzi della loro carriera. Il successo è stato strepitoso, in pochi giorni è arrivato il disco di platino. A Londra si è tenuto anche il loro recente concerto. Anche questo un enorme successo. Si parlava di più di un milione di richieste per una disponibilità di 20 mila biglietti. Le cifre hanno raggiunto vette impensabili, anche 100 mila euro! Ma, riflettendo, che senso ha? Sono sì dei mostri sacri, dei musicisti insuperabili, ma ora, annoiati e stanchi, con la voce roca, sono sempre gli stessi? Dopo un successo bisogna anche saper riconoscere i propri limiti e nessuno, si sa, è eterno. Anche Ligabue, che aveva già pubblicato due raccolte, il live “Su e giù da un palco” (1997) e l’acustico-teatrale “Giro d’Italia” (2003), ha pubblicato un nuovo “best of” con due inediti (“Buonanotte all’Italia” e “Niente paura”).
Il cantante afferma (nell’intervista per il giornale “Rolling Stone”): “Avevo firmato il contratto…è come se avessi messo in preventivo che lo si fa prima o poi. E non ci vedo nulla di male. Mi piace che le canzoni vengano elette dalla gente. Perché la canzone deve essere popolare.” Come lui c’è qualcun altro che ha rispolverato i vecchi successi: è il caso, ad esempio, di Mick Jagger, che ha pubblicato un “best of” della sua carriera solista, o la PFM, band italiana di rock progressivo che fece il giro del mondo, con la raccolta di tre cd dal titolo “35 e un minuto”, con le canzoni di 35 anni di carriera. Anche Zucchero (“All the best”) e Ramazzotti (“E²”) hanno optato per una raccolta celebrativa dei tanti anni di carriera. Tra i grandi vecchi, ad andare controcorrente è stato, come spesso accade, Adriano Celentano, il quale, a quasi 70 anni, sforna l’ennesimo lavoro inedito di una carriera inimitabile: “Dormi amore, la situazione non è buona”. C’è poi anche chi si è staccato dal gruppo (che, peraltro, godeva anche di buonissima salute) per comporre un disco da solista. È Serj Tankian, cantante dei System of a Down. Il suo disco (“Elect the Dead”, dai temi estremamente politicizzati) è uscito in Italia ad ottobre. Quest’estate è uscito anche il nuovo album dei Radiohead, “In Rainbows”.
Con
una piccola particolarità: il disco è infatti apparso sul web, scaricabile al
prezzo deciso dall’acquirente. Tutto questo perché, in contrasto con il
pensiero della società moderna del consumismo, il gruppo ha abbandonato la
major, autoproducendosi. Poi, un altro grande annuncio per gli appassionati di
musica: il 28 novembre del prossimo anno, Bruce Springsteen si esibirà in
concerto in Italia con il suo nuovo disco: “Magic”,
uscito qualche mese fa. Questo 2007 ha visto anche l’uscita del nuovo
disco dei Sigur Ròs, che poi è un documentario con le immagini dell’Islanda,
e poi quattro concerti dei Bloc Party. Due ad aprile a Milano e Bologna e due a
novembre a Milano e Modena. Infine, il 2007 è stato anche l’anno della
consacrazione di Roy Paci e gli Aretuska, i quali, con “Suonoglobal”, sono
finalmente arrivati al grande pubblico conquistando le zone alte della
classifica. Archiviamo, dunque, questo 2007, segnato dai “best of” ma anche
da nuovi percorsi, con la speranza di ritrovarci nel 2008 con qualche vecchietto
di più in vena di rinnovamento e qualche nuova band alla ribalta.
LA REDAZIONE de ilmegafono.org
NUMERI DI DICEMBRE 2007
22/12/2007
Continuiamo a celebrare la grandezza poetica di Fabrizio De André, concentrandoci sulle sue parole e canzoni contro la guerra- Da Piero alla ragazza de “La Ballata dell’eroe”: il rifiuto della legge del più forte e della sua lturgia
POESIA
E MUSICA PER COMBATTERE LA GUERRA
“Ora che è morto la Patria si gloria di un altro eroe alla memoria”. Anche per quanto riguarda il tema della guerra e della pace De Andrè non risparmia il suo sarcasmo e la sua amarezza punge come la penna di Cirano, il protagonista dell’omonima canzone di Guccini. La melodia si insinua tra le parole e le accompagna, donando ancor più poesia di quella che avrebbe se fosse solo respiro umano. Al centro della canzone sempre un povero soldato, spesso animato da buoni sentimenti, ma schiacciato dalla logica militare che non perdona e non permette “debolezze”. È il caso di Piero, mandato in guerra, che vede nel suo nemico un altro poveraccio come lui e si ferma. Ma non c’è spazio per la riflessione né per un sentimento. La macchina mangiauomini è in azione, il suo rullo fagocita vite e se non mandi qualcun altro al tuo posto, sei spacciato. Così Piero si ritrova steso in terra, tra mille papaveri rossi, senza neanche il tempo per parlare, ma solo per un ultimo pensiero alla sua amata.
E anche le donne sono presenti. La Ninetta di Piero e quella ragazza ne “La ballata dell’eroe” che aspettava un soldato vivo e ora non sa che farsene di una medaglia d’oro al valore. Così anche il coro di “Girotondo”, con voci infantili che cantano come se si prendessero in cerchio cantando. Prima la paura del conflitto, delle bombe, poi la felicità, ironica, di avere tutta la terra a disposizione per fare la guerra, come se questa fosse un gioco come un altro e non ci andassero di mezzo milioni di vite. Poi la guerra di conquista dell’uomo bianco a spese della millenaria cultura indiana: “Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura”, un attacco improvviso, a tradimento, “gli uomini troppo lontani sulla pista del bisonte”. De Andrè critica la legge del più forte che molto spesso sottende un conflitto. Uno scontro con le armi, vince chi stermina, uccide, massacra. Ma chi sono le vittime? Come sempre succede, ancora una volta, chi non ha armi per ribellarsi cade vittima sacrificale di una liturgia insensata.
Ancora una volta l’occhio del cantautore genovese si posa sui responsabili dello sterminio. Non possono esistere giustificazioni per i conflitti. Un tema ricorrente che è stato ripercorso da gran parte del panorama musicale mondiale. Dove sta quindi l’originalità di De Andrè? Sta nella grande umanità e sensibilità di cui solo un poeta è capace. La poesia supera di gran lunga la prosa. Non è un comizio, un appello, un manifesto, un libro. È poesia. Versi, musica, ossimori, analogie. Un intero mondo che tocca le corde più sensibili del nostro intelletto. Ci parla coi sensi, è un’emozione forte, una compassione, una solidarietà che tocca ciascuno appena cominciano le canzoni. Non è facile evitare la retorica e cadere nel banale. De Andrè non ha corso assolutamente questo rischio trovando ancora una volta una dimostrazione del fatto “che non esistono poteri buoni”.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
I Rage Against the
Machine sono caratterizzati da un forte impegno politico contro il potere
guerrafondaio ed a sostegno degli “ultimi” della terra- La band, nata nel
1991 e scioltasi nel 2000, è ora tornata a suonare insieme
CONTRO
LA GUERRA E A FAVORE DEGLI “ULTIMI”
Un concentrato di rabbia, energia e protesta: così si possono definire i Rage Against the Machine (Ratm), ovvero un gruppo che ha lasciato un segno profondo nel genere crossover (un misto di nu metal e rap). I Ratm nascono a Los Angeles nel 1991. Tom Morello (chitarrista della band ed ex dei Lockup) ascolta in un pub un’esibizione rap di Zack de la Rocha. L’energia spietata delle canzoni di Zack incanta Morello a tal punto da proporgli di formare una band. Poco dopo, infatti, si aggiungeranno anche il batterista (Brad Wilk) e il bassista (Tim Commerford). Il loro stile è dettato soprattutto dalle due personalità di spicco della band: i riff sperimentali di Tom Morello, che stregano il pubblico, e l’impegno politico della band, testimoniato dai testi rabbiosi di Zack. Ogni parola, ogni nota, ogni riff è una rasoiata che graffia e incide la pelle, accende l’animo di rabbia e voglia di protesta e rivoluzione. Il primo album composto è l’omonimo “Rage against the machine”, seguito da “Evil Empire”, di cui ricordiamo le memorabili “People of the sun” e “Bulls on parade”.
Vengono in seguito pubblicati “The battle of Los Angeles” e “Renegades”, ultimo disco della band prima che Zack lasci il gruppo e venga sostituito da Chris Cornell: i Ratm cambiano il loro nome in Audioslave. Ma la band non è più la stessa e ognuno se ne è accorto: ai fans mancano gli esperimenti con la chitarra di Tom Morello e i testi “politicizzatissimi” di Zack. Ma l’album più importante per il gruppo (praticamente l’ultimo composto dai veri e propri Ratm, prima della divisione, considerato che “Renegades” è composto interamente da cover) rimane “The Battle of Los Angeles”, un vero e proprio grido di rivolta contro la società americana benestante. L’aria che tira nel disco si percepisce subito dalla copertina: su un muro grigio è stata dipinta con bombolette spray la sagoma di un ragazzo che tiene il pugno alzato, in segno di sfida.
Dentro la sagoma è scritto il titolo del disco. Anche se il sound di questo cd è sicuramente più semplice ed orecchiabile rispetto ai precedenti, gli intenti rimangono gli stessi: far capire che al mondo c’è veramente chi ha bisogno di una rivoluzione, contro l’ipocrisia delle persone e dei potenti megalomani che sconvolgono la Terra con le loro guerre. Il disco urla, ordina che è tempo di alzarsi e svegliarsi. Così ci alziamo, sulle note di “Guerriglia Radio”, ripetendo all’infinito la frase che, forse, vale tutto il disco: “All Hell Can’t Stop Us Now!”. Oggi i Ratm sono tornati a suonare insieme ed hanno in progetto, a quanto pare, di incidere un nuovo album. Li aspettiamo.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
15/12/2007
In un periodo di
grande confusione come il nostro, con l’ingiustizia capace di trionfare sul
giusto e sull’onesto, ci viene in aiuto la poesia di un immenso cantautore, di
un lucido e critico osservatore “dal basso”: Fabrizio De Andrè
UNA
POESIA OSTINATA CONTRO IL POTERE
Insieme alla guerra ed all’amore, la prigione e la giustizia sono tra i temi ricorrenti nella poesia di Fabizio De Andrè. Il prigioniero è sempre personaggio minuziosamente costruito. C’è il Geordie condannato a morte, per impiccagione, per aver rubato i famosi sei cervi nel bosco del re. C’è poi il medico costretto a “sfogliare i tramonti in prigione” per aver truffato con un elisir di giovinezza. C’è il detenuto come tanti, che vuole condividere con il suo secondino solo l’aria della prigione. Una serie di personaggi romantici, poetici, quasi da romanzo. Ma anche chi sta dall’altra parte ha avuto l’attenzione del cantore genovese. “Uomini e donne di tribunale”, parte di quella società che più si sente e crede assolta e più è coinvolta. Un giudice nano, che si prende le sue rivincite sul mondo, i gendarmi di “Bocca di Rosa”, “sbirri e carabinieri che al proprio dovere vengono meno ma non quando sono in uniforme”, i gendarmi sempre in ritardo de “Il pescatore”, il brigadiere che stima Don Raffaè. La visione del carcere è la stessa che De Andrè riserva al resto della società.
Egli la guarda in una luce diversa, sotto la lampada della sua mente, scrutandone gli aspetti contraddittori e ridicoli, dandone una rappresentazione critica. Forse è uno dei pochi cantanti che si è concentrato sul mondo dei dimenticati, dei reclusi. Non che ne tessa le lodi. I suoi carcerati sono ingenui, umani come tanti, espressione come un’altra di un’umanità variegata. Non sono assassini, mafiosi, non sono criminali incalliti. Sono vittime del potere e del sistema che spesso uccide, punisce con la morte, anche per un’inezia. Il re inglese non tollera l’uccisione di sei cervi, chissà quale danno ne avrà subito, gli impiccati dell’omonima “Ballata” che ricordarono “a chi vive ancora che il prezzo fu la vita per il male fatto in un’ora”. Ma quella presa in considerazione è la giustizia che se la prende con i poveracci, con i ragazzini, con quelli che prima non hanno mai rubato un fiore raro neanche per regalarlo alla propria amata. Chi ascolta le parole a misto tra sarcasmo e amarezza si sente chiamato in causa. Non è una musica da recepire passivamente, è una musica che stimola la riflessione.
Ci sentiamo tutti chiamati dentro, siamo tutti parte di una società che macina il debole, lo rinchiude, lo esclude dal ciclo del mondo. E la giustizia è una delle facce del sistema Stato che si inceppa. Il messaggio di De Andrè è oggi ancora più attuale. Anche se non ci sentiamo anarchici, come negare i fallimenti e le assurdità che spesso leggiamo sui giornali? Forse non è vero che in carcere spesso resta solo chi non può permettersi avvocati di prima scelta, mentre i grandi truffatori, i responsabili delle crisi finanziarie, chi ha mandato sul lastrico centinaia di persone, si godono la propria vita come se nulla fosse successo? Come dargli torto? Un sistema che travolge che tenta di opporsi. Non è un profeta. È prima di tutto cantante, artista e uomo. E come tale critica il mondo così come è. Probabilmente verrebbe definita polemica sterile la sua, perché nulla propone, non ci sono iperurani né paradisi né leggi nelle sue canzoni. In ogni caso “lo Stato che fa | si costerna, s’indigna, s’impegna | poi getta la spugna con gran dignità”. Un messaggio che accusa, ma lo fa nel migliore dei modi, con una musica che personalmente ritengo non trovi uguali.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
“23” è il
titolo dell’album dei Blonde Redhead, uscito nel 2007, che segna il definitivo
passaggio del gruppo dall’indie rock al pop- Un disco da ascoltare,
caratterizzato da atmosfere
semplici e nel contempo affascinanti
“23”,
L’ULTIMO NUMERO DEI BLONDE REDHEAD
I Blonde Redhead si formano all’inizio degli anni novanta a New York e prendono il loro nome da una band “no wave”, attiva tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80: i DNA. Il loro gruppo è formato dai due fratelli Pace (italiani, nati a Milano), Simone (voce e chitarra) e Amedeo (batteria), da Maki Takahashi (basso) e Kazu Makino (voce e chitarra). Il primo nucleo della band è dunque costituito dai due gemelli italiani, che da Milano si trasferiscono in Canada per poi spostarsi negli USA, dove, a Boston, intraprendono studi di musica jazz. Dopo aver conseguito la laurea, si ritrovano a suonare in locali underground, in cui fanno la conoscenza di Kazu Makino. Nasce così questo trio, a cui in seguito si aggiungerà Maki Takahashi. Ma quest’ultimo, dopo la pubblicazione del loro primo omonimo disco nel 1993, prodotto dal batterista dei Sonic Youth, Steve Shelley, abbandona la band. Così si forma il gruppo attuale, che utilizzerà il basso solo nel terzo album, “Fake Can Be Just As God”.
In seguito escono altri sei album, tra cui uno intitolato “La Mia Vita Violenta”, dedicato allo scrittore italiano Pierpaolo Pasolini. Il quinto disco, intitolato “Misery is a Butterfly”, esce ad un po’ di distanza dal quarto (“Melody of certain damaged lemons”), in quanto la cantante Kazu è costretta in ospedale in seguito ad una caduta da cavallo. Nel disco sono presenti frequenti riferimenti al fatto: vengono spesso descritte, infatti, figure equestri e una canzone prende il nome di “Equus”. L’ultimo disco, intitolato “23”, esce nel 2007 e segna il passaggio definitivo dei Blonde Redhead dall’indie rock al pop. Sebbene qualcuno lo ritenga fin troppo orecchiabile e banale rispetto ai primi album, o perfino una copiatura dei My Bloody Valentine, gruppo “shoegaze”, il disco è comunque piacevole da ascoltare.
L’interesse
per l’album nasce sicuramente dopo aver visto la copertina, che rappresenta
un’immagine assai inquietante: una ragazza vestita in una mise anni
’50, dalla cui gonnellina spuntano quattro gambe, sta giocando a tennis su uno
sfondo celestino chiaro, quasi un remake della copertina dell’album “Nursery
Crime”
dei Genesis, risalente agli anni ’70, in
cui alcune bambinaie dall’aria a prima vista innocente giocano a cricket con
delle teste di bambini. Fin dalla
prima canzone siamo proiettati in un universo di forme indistinte e
affascinanti, evocate dalle sonorità interessanti e dalla particolarissima voce
della cantante. Consiglio l’ascolto di questo disco per la piacevolezza delle
atmosfere create dalle melodie, semplici e insieme affascinanti.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
08/12/2007
I Subsonica non
smettono di sperimentare e sorprendere il loro pubblico: dopo aver tagliato con
l’elettronica per sposare in pieno il rock, realizzano “Eclissi”, un album
dark e melodico che scava nell’interiorità umana
L’ULTIMA
EVOLUZIONE DEI SUBSONICA
Ho sempre guardato i Subsonica come l’essenza della nuova musica alternativa italiana, il suo manifesto: a volte controcorrente, mai banali, innovativi, dei veri animali da concerto, apprezzati da svariate realtà, trasversali e poliedrici. Sono stati capaci in passato di stupire le critica musicale con album e sonorità molto coraggiosi: unire pop ed elettronica senza diventare commerciali, mantenere sempre quel fascino da gruppo di provincia, realizzare dopo anni un album suonato che sa di rock. Hanno avuto il merito di coniugare come non mai le parole, i testi delle canzoni alla musica: una interconnessione che a mio parere ha pochi eguali in Italia. È difficile ascoltare le strofe dei loro brani senza rendersi conto della bellezza stilistica della loro musica: cassa e basso da disco, ritmi reggae, melodici, emo, electro e quell’ingrediente segreto che li rende “subsonici” fino al midollo. Anche questa volta, di certo, non smentiscono le aspettative: hanno realizzato, dopo due anni dal loro ultimo lavoro e a ben undici dalla loro nascita, un album che nessuno si sarebbe mai aspettato, soprattutto dopo aver voluto tagliare di netto con l’elettronica, verso una deriva più europeista, più rock.
Certo
era arrivato il tempo della maturazione, non era più il tempo di “Discolabirinto”
o di “Liberi
tutti”; c’era la volontà di trovare nuovi stimoli, di sperimentare
nuove sonorità, allora mi e ci dovrebbero spiegare perché, in modo quasi
geniale e lasciando tutti di stucco, hanno prodotto l’album più dance e allo
stesso tempo maledettamente dark e melodico della loro discografia! Il primo
brano (“Veleno”)
è un colpo al cuore, con quel suo battito incessante e quel riverbero
registrato sotto le arcate dei Murazzi. “Ali
scure” fa riferimenti neanche tanto velati alle guerre (Scosse,
grida, ecco le bombe, guerra, foto mentre sorridi…):
un testo minimale cantato come una filastrocca. C’è poi il primo singolo, “La
glaciazione”,
che solamente dopo il primo ascolto lo si inizia ad apprezzare non tanto per il
ritornello incessante, ma soprattutto per una base quasi techno che assieme ad
arpeggi digitali riesce a creare un atmosfera progressive in continua
evoluzione. “L’ultima risposta”
è uno dei brani più riusciti; un inno contro la società che asfissia la
persona, che la imprigiona dentro schemi, che la infanga e non la valorizza e
che porta alla fuga (Via da questi luoghi, via da vecchie paure, via da
questi sguardi e dalla noia volgare, via dal pregiudizio, gonfio di violenza,
dalle polveri sottili dell'indifferenza).
Il pezzo decisamente più dance è “Il centro della fiamma”: una vera hit da dancefloor. Ormai è da anni che Samuel e Boosta si cimentano ai piatti in giro per i più noti locali notturni torinesi e della penisola, ultimamente pure Max e Ninja. C’è un basso potente che trascina, un po’ di chitarra spaghetti house che sa trasmettere la giusta dose di energia per ballare. Il romanticismo dei Subsonica torna a farsi vivo in “Nei nostri luoghi” (Dammi un po' di te, la parte più dolce, prendi un po' di me, respira più forte): atmosferico, etereo all’inizio per poi farsi stravolgere dai riff delle chitarre rock e dalla batteria acustica. Commovente il ricordo della loro compagna di viaggio Caterina, giovane fotografa torinese deceduta in seguito ad un incidente stradale, affidato al brano “4/10” (Una notte sbagliata, uno schianto, l'oscurità, una curva sbagliata). “Piombo” è una dedica a Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, che ha avuto il coraggio di denunciare i crimini della camorra (Quando il futuro è solo piombo su queste città, sotto una cupola che sembra la normalità).
Si
torna a condannare e a riflettere sulla realtà dei nostri giorni, sul vuoto
esistenziale e la mancanza di valori, di un futuro a cui affidarsi in “Alta
voracità”
(La luce dello schermo è come un parabrezza lanciato verso il miele della
celebrità...). La conturbante anima reggae, molto melodica, abbinata a
vaghi e lontani suoni elettronici, impiegati come tappeti, caratterizza “Alibi”.
Ispirato
invece da un libro di Giuseppe Genna (“Dies Irae”), “Canenero”
fa riferimento ad un abuso sessuale subito in infanzia dal protagonista; un
cantato nervoso ed energico con un testo molto drammatico e surreale. L’ultimo
brano, “Stagno”,
è molto pesante: imprime una forte sensazione di tormento e disperazione con i
suoi suoni quasi psichedelici. Lungo tutto l’ascolto, le atmosfere cupe
e soffuse vanno di pari passo con la cassa 4/4 e il basso elettronico, in modo
cosi stupefacente che trasportano letteralmente l’ascoltatore. Ritmiche
profonde e incalzanti, distorsioni rock e riverberi da brivido, ma un unico filo
conduttore: una vera e propria verve glaciale e ombrosa che caratterizza un
album che sa scoprire e scavare nell’interiorità e nella fragilità
dell’animo umano.
Andrea
Volpi -ilmegafono.org
“Who’s
next” è l’album simbolo del leggendario quartetto inglese, un album entrato
nella storia della musica rock- Irripetibili virtuosismi musicali, dalla mitica
“Baba O’Riley” fino alla dolce e romantica “Behind blue eyes”
THE
WHO, LA LEGGENDA DEL ROCK MONDIALE
“Who’s next”. Chi è il prossimo? Un cd simbolo della musica rock, della storia del rock. Una delle colonne portanti della musica moderna. Il titolo rimanda subito al gruppo, storica band inglese, i “The Who”. In italiano suonerebbero “I chi”. Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle, Keith Moon. Un quartetto pazzesco, irripetibile forse. Townshend, chitarrista favoloso e autore della maggior parte delle canzoni; Daltrey, voce straordinaria simile a quella di Rober Plant degli Zeppelin; John Entwistle, composto e preciso, e Keith Moon, irripetibile, inimitabile, geniale. “Who’s next” è stato definito da più parti il culmine del lavoro di questo mitico gruppo di origini londinesi. Basta l’incipit col sintetizzatore a riconoscere “Baba O’Riley”, da un po’ sigla di “CSI New York”. Prima i suoni artificiali, poi la tastiera e infine l’attacco di batteria. Dirompente, energetico, come solo Moon forse sapeva fare. E poi Daltrey, a dar voce alle parole “It’s only teenage westland”. Oltre alla loro bravura, data per scontata e percepibile fin dalla prima canzone, tratti specifici li rendono unici e originali. Moon, in particolare, rivoluzionò la musica, concedendosi tempi alieni dal semplice tenere il tempo e fare da sottofondo.
I suoi colpi sulla batteria circondano chi ascolta, variano da parte a parte, precisi, martellanti. Sembra un’opera, un’orchestra che si mette in moto per la musica, anche un modo diverso di intendere la musica stessa. Non solo esecuzione, ma opera, armonia, sincronia. Unione di suoni distanti, sperimentazioni. Un po’ la traccia che seguirono anni dopo i Pink Floyd. Anche le esibizioni un po’ circensi dei quattro sono passate alla storia. Townshend che suonava la chitarra facendo circonduzione del braccio destro oppure saltava facendo la spaccata in aria o ancora distruggeva la chitarra (che in un primo periodo costruivano loro stessi) scagliandola contro l’amplificatore. Daltrey che cantava mezzo nudo dimenandosi come un dannato. Moon, con un sistema di batterie enorme, lanciava in aria una bacchetta e continuava con l’altra, la riprendeva al volo e sempre continuava. Mosse probabilmente solo “da palco”, ma per il tempo rivoluzionarie e, ancora oggi, imitate (ad esempio si veda la copertina di “London Calling” dei Clash).
In un certo senso il cd ruota intorno a tre capolavori. Il primo è “Baba O’Riley”; poi “Won’t get fooled again”. “I’ll tip my hat to the new constitution take a bow for the new revolution”: poche parole che danno il senso forse di un cambiamento, di un riferimento più esplicito alla politica e alla rivoluzione degli anni ‘70. una canzone passata alla storia, suonata anche al Live Aid, con un’esibizione scatenata dei tre Who (mancava Moon, morto per overdose di farmaci). Dopo due canzoni scatenate, l’altro caposaldo di “Who’s next” è di certo “Behind blue eyes”. Dolce e romantica, grande arpeggio di chitarra e relax temporaneo per Moon. Le altre tracce sono il corollario delle tre, ma non per questo meno orecchiabili: “The song is over”, “Pure and easy”, “Baby don’t do it”. Per certi versi vicine ancora a “The who Sell Out”, terzo loro album. Lasciarsi andare è la ricetta degli Who. Volenti o nolenti, tutte le parti del corpo sono sollecitate durante l’ascolto, non c’è attimo di tregua: tastiera, chitarra, batteria, basso. Un’apoteosi. Guardarsi le esibizioni in live è forse il modo migliore per gustarsi il cd fino all’ultimo secondo.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
01/12/2007
I Sigur Ròs, gruppo nato nel 1994, a Reykjavik, mescolano in modo raffinato e armonioso rock, pop e musica classica- Nelle loro melodie misteriose si sentono la bellezza silenziosa del paesaggio islandese e la dolcezza dei bimbi
Il 4 dicembre 1994 a Reykjavik si forma il primo nucleo della band dei Sigur Ròs, nome scelto in onore della nascita della sorellina del cantante: Sigurros (stella della vittoria), nata in quello stesso giorno. Dopo qualche entrata ed uscita, la band finalmente, nel 1999, si stabilizza. Il gruppo è così formato da Jón "Jónsi" Þór Birgisson, chitarra, voce e sintetizzatore, Kjartan Sveinsson, tastierista, Orri Páll Dýrason, batterista, Georg Hólm, basso e xilofono. I Sigur Ròs, come del resto ogni band o cantante nordico che si rispetti, amano comporre melodie misteriose e criptiche, che escono dagli schemi di qualsiasi genere e mescolano pop, rock e musica classica (con particolare preferenza per gli archi) in un mix raffinato e dolce. Naturalmente, non soltanto le melodie sono strane: per esempio, il cantante Jònsi è solito suonare la propria chitarra con un archetto di violino (precedentemente appartenuto al bassista, il cui basso però non poteva essere suonato con questo per la cacofonia che ne usciva).
Oppure, lo stesso cantante è solito scrivere la maggior parte delle proprie canzoni in “hopelandic”, una sorta di misto fra inglese e islandese, per far risaltare maggiormente la melodia in se stessa, perché ritiene che le parole non costituiscano l’anima della canzone, quanto le note che la compongono. Non a caso la prima ad apprezzare il loro sound mistico è stata la ben più famosa connazionale Bjork, che fece pubblicare uno dei loro primi brani nel proprio cd, composto in occasione del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza islandese dalla Danimarca. Dalla loro nascita, i Sigur Ròs hanno pubblicato sei dischi: “Von” (1997), “Von brigði” (1998), “Ágætis byrjun” (1999), “( )” (2002), “Takk...” (2005), “Hvarf-Heim” (2007), uscito in concomitanza con il film “Hlemmur”, una sorta di documentario interamente girato nei favolosi paesaggi islandesi, il cui silenzio è interrotto con dolcezza dalle loro canzoni. Possiamo dunque riassumere che lo scopo principale del gruppo è quello di rappresentare la perfezione e la calma dei paesaggi della loro terra, attraverso personaggi semplici ed innocenti, come i bambini.
Un
esempio di questa caratteristica è l’album “Takk…” (che in islandese
significa “grazie”), i cui protagonisti sono, appunto, bambini o adulti che
si comportano come tali. Nel brano “Glosoli”, il protagonista è un bambino
che si sveglia nell’oscurità e teme che il sole sia stato rubato. Così, dopo
aver convinto altri bambini a seguirlo, parte alla ricerca del sole, trovandolo
infine lì dove è sempre stato. Il video del singolo si svolge nella campagna
islandese e sulle scoscese scogliere a picco sul mare. Non ci sono adulti
durante le riprese: emerge così l’innocenza e la semplicità dei bambini,
sottolineata anche dalla voce, dal timbro quasi femminile di Jònsi, che quasi
imita voci di piccole creature indifese. “Hoppipolla” è un’altra melodia
menzionabile, sottolineata da note serene e felici. Protagonisti del video sono
alcuni anziani che giocano, come bambini, per le strade di una cittadina
deserta. Le immagini sono percorse da una tenerezza assoluta, evidenziata anche
dai comportamenti dei personaggi. Un gruppo raffinato, un sound capace di
suscitare emozioni dolci e atmosfere suggestive.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
Parole
in musica- Tra
i tanti brani dedicati alle donne ve ne sono alcuni che hanno fatto la
storia della musica italiana- Su tutte spiccano “La donna cannone” di De
Gregori e “Quello che le donne non dicono” della Mannoia
LE
DONNE CHE SANNO ISPIRARE LE CANZONI
Le donne sono creature che per le loro mille sfaccettature hanno sempre ispirato poeti e cantanti; per questo la parola di questa settimana è proprio “donna”. Tra gli innumerevoli brani dedicati all’universo femminile, quello che sembra meglio darne una visuale dall’interno è “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia. Una delicatissima canzone del 1988 dedicata alle donne e scritta da una donna, la quale ne diventa ella stessa protagonista: “Siamo così, è difficile spiegare certe giornate amare, lascia stare, tanto ci potrai trovare qui, con le nostre notti bianche, ma non saremo stanche neanche quando ti diremo ancora un altro sì”. Altrettanto intensamente, il mondo femminile è cantato da Ligabue in “Le donne lo sanno”. Uno spaccato sulla complessità delle donne, che con la loro energia travolgente investono il mondo e gli uomini: “Le donne lo sanno com’è che son donne e sanno sia dove sia come sia quando, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando. E quelle che sanno spiegarti l’amore o provano almeno a strappartelo fuori e quelle che mancano sanno mancare e fare più male. Vogliono ballare un po’ di più, vogliono sentir girar la testa, vogliono sentire un po’ di più, un po’ di più”.
Anche Zucchero ha dedicato due delle sue canzoni più famose alle donne: “Senza una donna” e “Donne”. Nella prima, egli dice di non aver più paura di affrontare la mancanza della propria amata che, anzi, l’ha fatto soffrire: “Io sto qui e guardo il mare, sto con me, mi faccio anche da mangiare. Sì è così, ridi pure, ma non ho più paure di restare... Senza una donna come siamo lontani, senza una donna sto bene anche domani, senza una donna che m’ha fatto morir, senza una donna...”; nella seconda, si cimenta anch’egli in una personalissima descrizione del sesso opposto dandone una visione spensierata: “Negli occhi hanno gli aeroplani per volare ad alta quota dove si respira l’aria e la vita non è vuota. Le vedi camminare insieme nella pioggia o sotto il sole, dentro pomeriggi opachi senza gioia né dolore”.
A descrivere l’incontro della donna con l’universo maschile ci pensa Anna Oxa con la sua “Donna con te”: “Sarò un angelo per te quella donna che puoi stringere sul cuore, ma se occorre come il sole i tuoi sensi accenderò e piano piano poi li spegnerò. Donna con te, di me chissà che sai, donna con te, se tu lo vuoi”. Per finire abbiamo deciso di riportare i delicatissimi versi di Francesco De Gregori e della sua dolcissima “La donna cannone”, in cui si canta di un amore ai confini tra realtà e fantasia: “Così la donna cannone, quell’enorme mistero volò, sola verso un cielo nero s’incamminò. Tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì, altri giurarono e spergiurarono che non erano rimasti lì. E con le mani amore, per le mani ti prenderò e senza dire parole nel mio cuore ti porterò e non aver paura se non sarò come bella come dici tu, ma voleremo in cielo in carne ed ossa, non torneremo più”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI NOVEMBRE 2007
24/11/2007
Don Chisciotte e
Sancho Panza, i due celebri protagonisti dell’opera di Cervantes, hanno
trovato spazio tra note e spartiti- Francesco Guccini e i Modena City Ramblers
hanno tradotto in musica due personaggi molto attuali
OMAGGIO
IN MUSICA AGLI EROI DI CERVANTES
Utopia, azioni inutili, spreco di energie, sconfitte a ripetizione. Questi gli ingredienti che siamo soliti associare all’idea di rivoluzionario romantico. Un’idea stereotipata che deriva ed è incarnata dal Don Chisciotte di Cervantes e dal suo prode scudiero Sancho Panza. I due hanno costituito per generazioni di uomini e donne un simbolo ineguagliabile. Anche Francesco Guccini e i Modena City Ramblers hanno voluto rendere omaggio al cavaliere errante e al suo amico contadino. Il primo, nel cd “Stagioni”, mette in musica un dialogo tra Don Chisciotte e Sancho. I due durante il viaggio si interrogano sulla loro esperienza. Sancho Panza si fa portatore di un realismo pragmatico e contadino. Lui stesso ha moglie e figli e nella canzone critica le velleità del suo signore. Il vecchio Don Chisciotte, solitario nobile in decadenza, vagheggia di cavalieri, castelli e dame, duelli e singolari tenzoni, puntualmente smentito e sconfitto dalla realtà. Due anime diverse che si confrontano, ma alla fine si trovano unite in uno slancio di coraggio e determinazione. Cambia lo scenario in “Don Chisciotte” secondo i Modena City Ramblers.
La disillusione è lampante fin dall’inizio, “gli amici mi guardano, sorridono, poi scuotono la testa i mulini mi aspettano…sto correndo ma la bussola si è persa”. Il sogno di Don Chisciotte si è infranto sugli scogli del capitalismo aggressivo novecentesco. Il cavaliere si trova spaesato in un mondo che non riconosce, e con lui tutti quegli utopisti “ultimi Sancho a marciare su una strada, una strada di rottami e di vecchie bandiere”. In Guccini il personaggio viene utilizzato per infondere una speranza che cresce, così come la musica nella canzone. Sancho e Chisciotte sono le due anime di una persona “di sinistra” sospesa tra slanci di passione e calcolo freddo di fronte ad una realtà malvagia. Nei M.C.R. si sottolinea il disincanto di chi ha lottato, ma ha perso. Una sorta di bivio dopo la sconfitta: continuare o arrendersi? La musica sempre uguale non infonde speranza o rabbia, ma pura malinconia e delusione. L’intento di Cervantes era lontanissimo dal creare un mito utopico. Il suo intento era semplicemente parodico verso un certo tipo di letteratura e società.
E invece, oltre le sue aspettative, l’immortalità di quel personaggio buffo e strampalato è dovuta più all’interpretazione che nel tempo gli uomini hanno dato al suo personaggio, piuttosto che ai meriti letterari del suo inventore. Don Chisciotte è un perdente per antonomasia che suscita tenerezza in qualsiasi lettore. E anche le sue avventure tragicomiche, gli aspetti buffi, come i nomi stessi del cavallo Ronzinante o dello scudiero Sancho Panza, hanno contribuito a fare di questo testo uno dei più letti da certi ambienti di sinistra. Tutta la sua vicenda si lega a certi aforismi che sono stati scritti. Per esempio la famosissima frase di Antonio Gramsci: “un rivoluzionario è romantico per definizione”. Nonostante sia dovuta a un’errata interpretazione del volere dello scrittore, l’idea che ci siamo fatti di Don Chisciotte non perde il suo fascino e, se astraiamo dal contesto sociale e storico, Chisciotte ci può sembrare un Guevara d’altri tempi, eterno sognatore cui tutti ridono in faccia. Profeta di un futuro remoto in cui nessuno crede. Guccini e i Modena City Ramblers hanno saputo tradurre in musica un sentimento diffuso, che continua ad esercitare fascino e speranza, evidenziando due momenti diversi: lo slancio di passione e la consapevolezza di aver perso.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Da Jimmy Fontana a
Neffa, passando per Celentano, Jovanotti e Ligabue: il mondo è cantato in molti
brani e in diversi modi- C’è chi lo celebra, chi lo critica e chi lo
difende denunciando i mali che lo affliggono
IL
MONDO GIRA DENTRO MUSICA E PAROLE
“Il mondo non si é fermato mai un momento, la notte insegue sempre il giorno ed il giorno verrà. Gira, il mondo gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati, con gli amori già finiti, con la gioia e col dolore nella gente come me...”. Così cantava Jimmy Fontana, nel 1965, nella sua celebre “Il mondo”, canzone d’amore successivamente interpretata da numerosi artisti. E’ uno dei primi brani che la musica italiana ha dedicato al mondo, luogo eterno in cui si svolge la vita di ognuno. Nelle canzoni, esso non viene solo celebrato, ma anche criticato, difeso, usato come cornice in cui scrivere parole d’amore, di voglia di distacco dal caos che lo popola. Adriano Celentano, ad esempio, lo ha raccontato in tre modi diversi: in “La coppia più bella del mondo” (1960), parla dell’amore immenso tra lui e la sua donna, un amore che non conosce eguali in tutto il pianeta: “Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri, che sono tristi e sono tristi perché non sanno più cos’è l’amor...”; in “Questo vecchio pazzo mondo”, cantata in tv con Ligabue nel 1999, chiede ad un amico (che probabilmente è Dio) come è possibile credere in un mondo attraversato da violenza e odio: “Ehi amico, perché tu non rispondi niente e guardi me così umilmente?
Perché ora dovrei avere dei rimorsi se in questa vita ognuno riesce ad odiarsi e mai nessuno mai impara ad amare, e tanto meno poi a perdonare? Amico mio caro dimmi perché...dimmi come, come, come fai a dire che tu credi in questo vecchio pazzo mondo?”; infine, in “Mondo in mi 7°” (1966), descrive la perpetua azione distruttiva degli uomini, che hanno riempito la Terra di sangue, guerre, ingiustizie: “Prendo il giornale e leggo che di giusti al mondo non ce n’è. Come mai il mondo è così brutto? Sì! Siamo stati noi a rovinare questo capolavoro sospeso nel cielo...Leggo che sulla terra sempre c’è una guerra, ma però, per fortuna, stiamo arrivando sulla luna mentre qui c’è la fame”. Molti anni dopo, nel 1995, tocca a Jovanotti (“L’ombelico del mondo”) indicare il cuore della Terra, un cuore multiculturale e colorato, in cui la mescolanza di razze, costumi, culture, lingue arricchisce il presente e disegna un futuro di pace: “Questo è l’ombelico del mondo, dove si incontrano facce strane di una bellezza un po’ disarmante, pelle di ebano di un padre indigeno e occhi smeraldo come il diamante, facce meticcie da razze nuove come il millennio che sta arrivando questo è l’ombelico del mondo e noi stiamo già ballando”.
Qualche anno prima, invece, Antonello Venditti, nella sua “In questo mondo di ladri” (1988), denunciava lo stato di corruzione, malcostume e perbenismo ipocrita esistente nel mondo e soprattutto in Italia: “Hey, in questo mondo di ladri c'è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai...Voi vi divertite con noi e vi rubate fra voi, in questo mondo di ladri, in questo mondo di eroi...”. Ligabue, in “Balliamo sul mondo” (1990), canta il mondo come un posto su cui ballare, per conquistarsi uno spazio eterno, come hanno fatto Ginger Rogers e Fred Astaire, la celebre coppia di ballerini: “Fred e Ginger sono su una supernova sopra noi, chiudi gli occhi e tieni il tempo e sarà quasi fatta dai. C’è chi vince e c’è chi perde, noi balliamo casomai. Non avremo classe ma abbiamo gambe e fiato finché vuoi...Balliamo sul mondo, va bene qualsiasi musica, cadremo ballando, sul mondo lo sai si scivola, facciamo un fandango, là sotto qualcuno applaudirà, balliamo sul... mondo!”.
I
Negrita, nella romantica “Lontani dal mondo” (1994), raccontano un momento
dolcissimo d’amore e la conseguente voglia di starsene lontani dal mondo a
godersi tale momento, per farlo durare il più possibile: “Seduti
in macchina a parlare, tanto il mondo si è spento quando hai spento il motore.
E’ proprio lì che mi lascio andare e dico le cose che non sapevo dire. Che
strana la vita, basta un po’ di calore. Vorrei restare qui, vorrei vivere qui,
per sempre qui.... Seduti in macchina a parlare, sul vetro due gocce come fosse
un bicchiere, un bicchiere grande che ci guardi dentro e che niente nasconde
tranne questo momento. Lontani dal mondo, lontani abbastanza”. Infine, Neffa,
con “Il mondo nuovo” (2006), ringrazia l’amore di una persona che lo ha
aiutato a risalire dagli abissi della delusione: “E’ meglio la delusione
vera di una gioia finta, ma quando la delusione cresce la pressione aumenta, sarà
che la pioggia batte forte sulla mia finestra, sarà che alla fine della notte
mi chiedo cosa resta. Però poi arrivi tu, ti siedi dove vuoi e butti giù la
mia malinconia di vivere e tutto sembra già possibile per me. Preso dentro al
buio che avanza, vieni tu a dare luce al mio giorno, trascinato sotto
dall’onda, ho rincorso un mondo nuovo, la tua mano tesa mi è apparsa e adesso
sto risalendo, per favore non fermarti ora”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
17/11/2007
Due soli cd per diventare una leggenda, due soli lavori prima del suicidio di Ian Curtis, leader dei Joy Division, gruppo discusso e duramente criticato- “Unkown pleasures” è l’album di maggiore successo del quartetto inglese
UN SEGNO RAPIDO NELLA STORIA DEL POST PUNK
Al di là di ciò, i Joy Division sono la prima rock band del post punk e anche la prima band ad affidarsi ad una casa discografica indipendente e non ad una major. La loro forza innovativa non si ferma a questo. Essi possono essere definiti uno dei gruppi fondatori del dark, come i Cure. La voce robotica di Ian, le pianole, il suono preciso scandito dalla batteria. “Unknown pleasures” è il racconto della sofferenza interiore di Curtis, del suo dramma. Come avverrà poi per il dark, si viene trascinati in atmosfere a metà tra la psichedelica e il funereo, tra lampi di luce e profonda oscurità. Bianco e nero, come le copertine dei loro due cd, come la maggior parte delle foto di Curtis. Secondo alcuni critici musicali, la prima traccia, “Disorder”, possiede uno degli attacchi più belli della storia della musica. Comincia la batteria e poi il basso col suo suono lontano che gira e gira. E poi la voce. Quell’espressività robotica, quella specie di geometria nel cantare, a metà tra Joe Strummer e Iggy Pop. “Disorder” ha un’incredibile forza magnetica, avvolge chi ascolta, passa da parte a parte trafiggendo gli effetti del sintetizzatore ed il piede comincia a battere il tempo sul pavimento. Non è forse possibile resistere a questa canzone, le altre al confronto sembrano logico corollario di uno splendido teorema.
Ma il cd scorre e arrivano anche “Day of the lords”, più lenta e scandita (simile a “Since I’ve been loving you” dei Led Zeppelin), “Candidate” e “Insight”. Poi l’alba sbiadisce ed ecco “New dawn fades”, scura come la notte che riconquista il cielo. “She’s lost control” è un altro classico di questo cd. La batteria pare elettronica e il basso tiene il giro. La voce arriva come da un megafono, arricchita dall’eco, e ciò non fa che coinvolgere chi ascolta. “Shadowplay” si apre con un giro di basso e un rullare di charleston, lascia lo spazio ad un assolo di chitarra prolungato, amplificato come una preghiera nella pioggia, mentre si sentono esplodere i tuoni nel cielo. Chiudono l’ellepi: “Wilderness”, “Interzone” e “I Remember Nothing”. Questo cd deve essere ascoltato, deve essere interpretato e fatto proprio, se si vuole. I testi sono eccezionali e il sound sperimenta nuovi orizzonti che verranno portati al massimo sviluppo dopo qualche tempo. Nei Division si trovano tracce di rock puro, accenni al metal e all’elettronica, ed un uso fantastico del sintetizzatore. Curtis e i suoi catturano e fanno davvero sognare. Un cd che merita un posto in qualsiasi stereo.
Alberto Agostini -ilmegafono.org
Parole
in musica- La musica nasce in città, tra i suoi vicoli, negli
scantinati, in piccoli locali che vedono fiorire grandi stelle del domani- E
tante canzoni hanno restituito il favore alla città, raccontandola in vari modi
VECCHIA,
PICCOLA O ETERNA, E’ SEMPRE DA CANTARE
Dentro la città, nelle sue viscere, tra i vicoli, nelle sale prova, lì nascono le canzoni, lì viene fuori la musica. Dentro gli scantinati si costruiscono i pezzi, si arrangiano, si cancellano, si rifanno. In certi locali notturni, poi, si suona, si offre al pubblico il frutto della propria ispirazione, il risultato del proprio ingegno e delle tante ore di prova e sacrificio. La città, insomma, è un luogo di musica e la musica, a sua volta, racconta spesso la città, descrivendola, spingendo l’ascoltatore a sentirne i profumi, a conoscere i personaggi tipici, a capire quello che è; così, spesso, una canzone diventa vero e proprio inno, come nel caso di “Grazie Roma” di Antonello Venditti o “Napule è” di Pino Daniele. E tra quelli selezionati, ci sono anche alcuni brani che hanno fatto la storia della musica italiana d’autore. A cominciare da una delle canzoni più belle di Fabrizio De André, “La città vecchia” (1966), in cui il cantautore ligure racconta la parte antica di Genova, dipingendo un ritratto di tutta la vita e la miseria che si muove tra i suoi vicoli: “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi, una bimba canta la canzone antica della donnaccia, quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia”.
Una miseria fatta di prostituzione, di ladri e di assassini, che però De André invita a considerare senza i pregiudizi ipocriti dei benpensanti: “Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese, ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. Un altro grande maestro della musica italiana, Francesco Guccini, ha dedicato alla sua Modena la splendida “Piccola città” (1972), in cui lega il suo ricordo di bambino e di ragazzo agli angoli della città, alla miseria della guerra, alle sensazioni, ai sogni, ai limiti: “Piccola città, io poi rividi le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica; mia nemica strana sei lontana, coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida: cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria; io, la montagna nel cuore, scoprivo l’odore del dopoguerra...”. Il tipico borgo emiliano, invece, ricorre spesso nelle canzoni di Ligabue, il quale, in “Piccola città eterna” (1993), ci offre un quadro dei personaggi caratteristici della sua Correggio, di quel piccolo universo che, anche se a qualcuno sta stretto, anche se tutto cambia, rimane sempre lì, eterno: “Gente persa in una piccola città eterna, piccola città testarda, piccola città con gli occhi chiusi a metà, piccola città che cerchi in giro e spesso ciò che cerchi è qua, c’è chi la ama, chi la odia e lei rimane sempre là...”.
La città, come abbiamo detto, è un luogo in cui si canta, in cui ci si esibisce. Ed allora, Ron, nella sua “Una città per cantare” (1980), descrive proprio la vita quotidiana del cantante o del musicista, che, al di là delle proprie emozioni private, si prepara a salire sul palco in cerca della sua gloria: “Grandi strade piene, vecchi alberghi dimenticati, io non so se ti conviene i tuoi amori dove sono andati? Buia è la sala, devi ancora cominciare, tu provi, smetti e provi la canzone che dovrai cantare e non ti fermi convinto che ti si può ricordare... Hai davanti una canzone nuova e una città per cantare”. Un altro brano che ha fatto epoca è quello dell’Equipe 84, “Tutta mia la città” (1969), un inno alla città come luogo di certezza e di consolazione di fronte ad un amore definitivamente perduto: “No, non verrai: l’orologio nella piazza ormai corre troppo per noi. So dove sei: tu non stai correndo qui da me, sei rimasta con lui. Le luci bianche nella notte sembrano accese per me. È tutta mia la città. Tutta mia la città, un deserto che conosco, tutta mia la città, questa notte un uomo piangerà”.
E
l’amore è anche il tema dell’ultimo successo di Irene Grandi, “Bruci la
città” (2007), scritto insieme a Francesco Bianconi dei Baustelle. Una
canzone in cui l’artista toscana esprime tutta la passione per il suo uomo, da
cui non vuole separarsi nemmeno davanti ad eventi catastrofici: “Bruci
la città e crolli il grattacielo, rimani tu da solo, nudo sul mio letto. Bruci
la città o viva nel terrore, nel giro di due ore svanisca tutto quanto,
svanisca tutto il resto. E tutti quei ragazzi come te non hanno niente, come te
io non posso che ammirare, non posso non gridare che ti stringo sul mio
cuore...”. Infine, chiudiamo con un pezzo storico di Vasco Rossi, in cui il
Blasco con il suo stile tipico si chiede “Cosa succede in città” (1985):
“Cosa succede, cosa succede in
città? C’è qualche cosa, qualcosa che non va! Guarda lì, guarda là, che
confusione, guarda lì, guarda là che maleducazione!”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
10/11/2007
La nota cantante islandese non è
soltanto un’interprete dalle eccezionali doti vocali, ma anche un personaggio
originale, capace di stupire e di sperimentare- La sua carriera
da solista ci ha regalato straordinari capolavori
BJORK,
VOCE SUBLIME E STILE INIMITABILE
Björk Guðmundsdóttir nasce a Reykjavik il 21 novembre 1965 e da piccola vive in una comune hippy con i genitori. La sua carriera musicale inizia a soli undici anni, quando, dopo aver studiato pianoforte alle elementari, esce il suo primo disco che sarà subito di platino. Negli anni a seguire, Bjork, la musicista degli eccessi e delle stranezze, entra a far parte, di volta in volta, di gruppi punk, jazz-fusion, di musica gotica e, alla fine, degli Sugarcubes, dai quali in seguito si è separata per intraprendere la sua fortunatissima carriera da solista. Il suo primo disco da solista è “Debut” (1993), nominato album dell’anno dal New Musical Express, seguito poi da “Post” (1995), da “Telegram” (1997) e, qualche mese dopo, da “Homogenic”. Nel 1999, Bjork fa la sua prima e ultima apparizione sui grandi schermi. Appena compiuta la colonna sonora del film di Lars von Trier “Dancer in the Dark”, intitolata “SelmaSongs”, questi le chiese (o meglio, le ordinò) di partecipare lei stessa al film come protagonista, altrimenti, al suo rifiuto, avrebbe terminato le riprese. Pur controvoglia, Bjork accettò l’incarico e, dopo l’uscita del film, dichiarò che non avrebbe ripetuto mai più un’esperienza del genere.
Ma questa non è stata la prima volta che la cantante si è sentita stressata e ha “fatto le bizze”. Nel 1996 a Bangkok, in preda ad una crisi di nervi, ha aggredito una troupe televisiva che cercava di riprendere la sua famiglia. Dopo il fatto, Bjork aveva deciso di staccare con la vita dello spettacolo almeno per un po’, così si stabilì per qualche tempo sulla cima di una montagna islandese, dove tutto ciò che si udiva era lo scricchiolio dei ghiacciai e il sibilo del vento. Qualche tempo dopo (siamo nel 2001), viene pubblicato “Vespertine”, in cui Bjork inizia a fare sperimentazioni musicali, con sovrapposizioni di voci e cori di etnici inuit. Ma dovremo aspettare ancora tre anni per l’uscita di un vero capolavoro. Nel 2004, esce infatti “Medulla” (dal latino “midollo”), che, come il nome stesso dice, guarda molto di più verso l’interiorità e che gioca su magnifiche sovrapposizioni di cori maschili e femminili. Protagoniste indiscusse di tutto il cd sono infatti le voci di Bjork e dei suoi collaboratori ed i vari cori. Bjork utilizza la propria voce sovrapposta per creare un ritmo, come in “Öll Birtan”, che giunge all’apice dei toni, con voci di sottofondo che imitano percussioni e, in primo piano, voci di vario tono che urlano o cantano, per poi riprendere, all’inizio della canzone, il motivo iniziale.
Degne
di menzione sono la cupa “Where is the
line?”, un motivo che a differenza di quello già menzionato (“Öll Birtan”)
ha un testo (anche se molto criptico) e cori con toni deliranti, volti
quasi ad imitare ululati di spiriti notturni. Un’altra melodia bellissima è
“Desired Constellation”, una
canzone d’amore con un testo inconsueto e un sottofondo che sembra imitare
rumori notturni (come il canto dei grilli). Ma il vero capolavoro del disco è
“Oceania”, composta nel contesto
delle Olimpiadi di Atene 2004, in cui il mondo è descritto dal punto di vista
del fondale oceanico. Il video della canzone ha interpretato magistralmente la
melodia. Bjork, che ha il viso coperto da gemme bianche ad imitare le scaglie di
un pesce, al centro della scena, canta circondata da piante color arancio simili
a orchidee che si muovono e scivolano nell’oscurità del fondo dell’oceano
sulle note del brano e dei cori. Ma non c’è bisogno dei video per poter
interpretare la canzone: la voce “narratrice” di Bjork fa pensare ad una
città sommersa, nel buio silenzioso ed immobile del fondale oceanico,
rischiarato dalle voci delle sirene che scorrazzano qua e là. Ultimo cd della
cantante (uscito nel 2007) è “Volta”, dedicato al grande scienziato e
studioso dei fenomeni elettrici, che, come suggerisce il nome stesso del disco,
è un’esplosione di vitalità, che però non riesce a reggere il confronto con
le composizioni precedenti.
Valentina
Montemaggi –ilmegafono.org
I Gang sono un
gruppo marchigiano che, dopo tre album punk rock in inglese, nel 1991 hanno
inciso “Le Radici e le ali”, primo album in lingua italiana- Contenuti
forti, qualcuno anche molto discutibile, e un sound travolgente
LA
FORZA ESPRESSIVA DEI GANG, NEL BENE O NEL MALE
A vederli così, in quella foto datata 1984, sembrano i Clash. Stessi capelli con ciuffo sulla fronte alle Joe Strummer, stesse facce quasi devastate, occhiaie in vista insieme alle borchie. Invece sono quattro italiani, imbevuti di rock e punk, riuniti intorno al gruppo storico, i fratelli Severini. “Ma chi sono questi?”, ci si chiederebbe. Sono i Gang. Un gruppo italiano nato verso gli anni ottanta in pieno calderone post settantasette. Al tempo dei Duran Duran, delle discoteche, delle luci coloratissime, i Gang si pongono in contro tendenza assoluta. Si andava esaurendo l’onda lunga sessantottina, gli universitari del settantasette diventavano padri e madri di famiglia e nelle chiese così come nelle stanze degli ospedali nascevano vite e responsabilità, prendendo il posto di collettivi e sparatorie in piazza. I fratelli Severini, figli di padre muratore e madre sarta, figli di un piccolo paese nella provincia di Ancona, si appassionavano di rock e di Inghilterra. Di là dalla Manica nascevano i Clash, ed il richiamo di “London Calling”, di “Spanish Bombs”, di “Rock the Casbah” era troppo forte per molti, anche per i due fratelli di Filottrano.
Nacquero così i primi tre cd in inglese, gli autoprodotti “Tribes Union”, “Barricada Rumbe Beat” e “Reds” con la CGD. Ma arrivarono gli anni novanta ed il bisogno di legare il rock popolaresco di Joe Strimpellatore con i canti popolari che da sempre hanno contraddistinto il nostro Paese. Mondine, partigiani, contadini e operai, immigrati. Questo è lo sfondo del primo cd dei Gang in lingua italiana. Le “Radici e le ali” nasce nel 1991 tra Bologna e Milano. Non si può trascurare l’intento di denuncia di questo cd. A partire dalla prima traccia, “Esilio”, una poesia di grande impatto che fa riflettere. Poi arriva “Socialdemocrazia”, che descrive lo Stato ingessato sotto il controllo dello Stato della burocrazia e della grande Balena Bianca. I tempi in cui nasceva la Lega e si avvertivano gli scossoni di Tangentopoli e la fine di qualcosa, la rottura tra prima e seconda Repubblica. E i Gang erano lì a cantare e a denunciare. Ma essi nutrono un certo fascino per quella parte di società reietta, allontanata, nascosta. Sono per i Robin Hood, per i briganti. E in questa parte della società inseriscono anche il brigatista Renato Curcio (il quale però, onestamente, è molto peggio di un brigante).
E quale canzone esprime meglio questo loro amore che “Bandito senza tempo”? Tutto il cd oscilla tra il canto lento quasi popolaresco, da intonare i piazza, al ritmo più serrato e indiavolato che da “Socialdemocrazia” viene poi ripreso in “Chico Mendes” e in “La Lotta Continua”. I Clash, come si intuisce, non sono moderati. Sono puri e integri, coerenti. Si concedono il lusso di essere loro stessi, di rivolgersi ad un brigatista (l’unico eccesso che si poteva evitare), di cantare i partigiani. Non si vergognano certo a farsi vedere per quello che sono. Indipendentemente dall’opinione politica che ognuno ha e dai giudizi, non si può non riconoscere la forza espressiva dei Gang. Essi guardano la realtà così come è, non si nascondono e rischiano, denunciano. In un periodo delicato per tutta la storia italiana. Ma questo è un cd che merita di essere ascoltato. Innanzitutto per il sound, poi per i testi, per i ritmi che qualche volta assumono quelli dei canti indiani. Chi vuole trovare un momento per riflettere, per reagire, per trovare la forza di lottare, inserisca questo cd nello stereo e si lasci trascinare da Andrea Mei, da Sandro e Marino Severini.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
03/11/2007
In occasione del
prestigioso festival “Ex Novo Musica 2007” in corso a Venezia, il
compositore Giovanni Mancuso presenterà la sua nuova ed impegnativa
composizione, dedicata a Totò Cuffaro ed ai rapporti tra mafia e politica
QUANDO
LA MUSICA PARLA DI MAFIA E POLITICA
All’interno di Ex Novo Musica 2007, un pregevolissimo e raffinato festival di musica contemporanea che si sta svolgendo in questi giorni a Venezia, tra le numerose prime esecuzioni, risalta per la tematica affrontata una nuova creazione del compositore Giovanni Mancuso dal titolo piuttosto impegnativo: “Signor Giudice, se io parlo di certe cose, lei sarà ucciso e io sarò preso per pazzo”. Il titolo è una emblematica frase che Tommaso Buscetta rivolse a Giovanni Falcone e nella quale è racchiuso il paradigma dei rapporti tra mafia e politica. Un argomento purtroppo ancora attuale ed inquietante ma che rischia continuamente di scivolare tra le pieghe di una “normalità”. Una indignazione civile sembra invece muovere Giovanni Mancuso verso la trattazione e riformulazione linguistica di una tematica extramusicale che dovrebbe, da un lato, riportare la musica contemporanea ad un impegno morale ed etico, dall’altro, sensibilizzare un pubblico alla coscienza di questi problemi ed alla documentazione personale.
La composizione, che verrà presentata presso le Sale Apollinee del Gran Teatro La Fenice di Venezia, reca una doppia dedica: all’Ex Novo Ensemble che ne curerà la prima esecuzione e al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, indicato dall’autore come “uno dei più talentuosi esponenti del moderno rapporto tra mafia e politica”. Oltre all’organico strumentale (flauto anche ottavino, clarinetto basso, violino piccolo, violoncello e pianoforte) - che prevede anche l’utilizzo di strumenti auto-costruiti, giocattoli ed altri accessori - si affiancherà una misteriosa “giuria popolare”, la cui identità verrà svelata soltanto la sera del concerto. Un’attesa e un effetto sorpresa che dovrebbero correre contro quel sentimento di assuefazione o di indifferenza che ancora spesso segue queste tematiche.
Le note che il compositore riporta quale guida all’ascolto lanciano alcuni interrogativi: “Resta ancora tragicamente attuale questa frase pronunciata da Tommaso Buscetta al giudice Falcone sulle relazioni tra mafia e politica. Proprio ora (luglio 2007) che le indagini sulla strage di Via D’Amelio puntano - ancora una volta nella torbidissima storia del nostro paese - sulle responsabilità dei servizi segreti italiani...Naturalmente questa impossibilità di sapere, questo sentimento tragicamente “normalizzato”, è per me un motore mostruoso di inquietudine proprio perché quasi non scandalizza più. Quella convivenza perversa tra stato di diritto e mafia si è finalmente realizzata? La pacificazione e l’apparente calma che regna dopo le stagioni stragiste del 1993 è il reale effetto di un problema risolto? Nessuno di noi lo crede, ma negli ultimi anni molte mostruosità inconciliabili con una democrazia sono passate davanti ai nostri occhi, rivestite di una patina di normalità: come non ricordare la falsa assoluzione di Andreotti (in realtà colpevole di associazione a delinquere con la mafia, reato estinto per prescrizione) o la elezione e rielezione del presidente della regione Sicilia, Totò Cuffaro, imputato attualmente per favoreggiamento aggravato alla mafia?”.
Ma
il superamento di una epidermica indignazione occasionale è confermato dalle
dichiarazioni riportate alla conferenza stampa di qualche giorno fa: “Certo
l’indignazione è un motore prorompente ma non mi sono voluto limitare al
superficiale sfogo verso la mafia, ho seguito con attenzione tutte le udienze e
i documenti relativi al processo Aiello - Cuffaro che in questi giorni è salito
alle cronache per le richieste avanzate contro gli imputati, ho cercato
materiale di prima mano sulla storia dei rapporti tra mafia e politica e vorrei
che almeno muovesse un pubblico apparentemente lontano alla coscienza di questi
argomenti attraverso la personale documentazione che ai nostri giorni è molto
più facile ottenere”. Ringraziamo l’Ex Novo Ensemble, il suo presidente
Claudio Ambrosini e il suo direttore artistico massimo Contiero per il coraggio
di una scelta così attuale.
Cecilia
Vendrasco
Associazione
Culturale Laboratorio Novamusica
Parole
in musica- Il battito vitale del cuore, contenitore di
sentimenti e passioni, è stato accompagnato dalla musica in tantissime canzoni
italiane e straniere- Dai successi del passato fino ad oggi, ecco la nostra
selezione di brani
UN
CUORE CHE BATTE A RITMO DI MUSICA
La parola in musica di questa settimana è “cuore”: una delle più classiche, che affolla i testi di tutte le canzoni, non solo d’amore. Sarà perché, oltre a rappresentare un organo vitale, il cuore è sempre stato individuato astrattamente come la sede privilegiata di tutti i sentimenti, primo tra tutti l’amore. Quindi il cuore come simbolo d’amore e, conseguentemente, di sofferenza amorosa. Se, allora, si impazzisce d’amore per qualcuno non sorprende affatto imbattersi in un “Cuore matto”. La celebre canzone di Little Tony, che ormai fa parte della tradizione musicale italiana, suona come una sorta di dialogo tra la ragione ed il cuore che non vuole ascoltarla: “Un cuore matto che ti segue ancora e giorno e notte pensa solo a te, e non riesco a fargli mai capire che tu vuoi bene ad un altro e non a me. Un cuore matto, matto da legare che crede ancora che tu pensi a me, non e convinto che sei andata via, che m’hai lasciato e non ritornerai”. E se l’amore è vita, la fine di un amore determina anche la fine della vita, ed il cuore, metaforicamente, si spezza. Così è in “Spaccacuore” di Samuele Bersani. Si tratta di una delle liriche più romantiche del talentuoso cantautore romagnolo.
Recentemente reinterpretata da Laura Pausini, questa canzone tocca le corde dell’anima facendo percepire un dolore dolce, ma disperato: “So chi sono io anche se non ho letto Freud. So come sono fatto io ma non riesco a sciogliermi, ed è per questo che son qui e tu lontana dei chilometri che dormirai con chissà chi, adesso lì ... Ma non pensarmi più, ti ho detto di mirare. L’amore spacca il cuore. Spara! Spara! Spara, Amore! Ma non pensarmi più, che cosa vuoi aspettare? L’amore spacca il cuore. Spara! Spara! Spara, dritto qui...”. Anche Carlos Santana, cantando il dolore, parla di un “Corazon espinado”: “Ah ah ahi, corazon espinado, como duele me duele mi alma, ah ah ahi como me duele el amor”. Le difficoltà che l’amore incontra lungo il suo tortuoso cammino diventano dei veri e propri ostacoli da superare ne “Gli ostacoli del cuore” di Ligabue. Il dolcissimo brano, impreziosito dalla voce di Elisa, si chiude così: “C’è un principio di energia che mi spinge a dondolare fra il mio dire ed il mio fare, e sentire fa rumore, fa rumore camminare fra gli ostacoli del cuore. Quante cose che non sai di me, quante cose che non puoi sapere. Quante cose da portare nel viaggio insieme. Quante cose che non sai di me, quante cose devi meritare. Quante cose da buttare nel viaggio insieme”.
Il
cuore è ancora protagonista di una canzone della Bandabardò, anzi, per la
precisione si tratta di un “Cuore a
metà”. L’allegra ed ironica (come sempre) Banda canta in queste
strofe, con una disinvolta leggerezza, il tema del tradimento: “A questo punto
è l’intimità. A parte loro nessuno saprà che fu un trionfo del sangue,
della passione, del dirsi tutto con dolcezza! Dormo col cuore a metà
diviso tra il sogno e la realtà. Tra un corpo da mille carezze e le mille
incertezze della libertà”. Vogliamo terminare, infine, con un altro classico
della tradizione italiana: “Il cuore
è uno zingaro” di Nicola Di Bari e Nada. Nell’eterno contrasto tra
cuore e ragione qui prevale prepotentemente il secondo: “Che colpa ne ho se il
cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va. Finché
troverà, il prato più verde che c’è raccoglierà le stelle su di se e si
fermerà chissà… e si fermerà”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI OTTOBRE 2007
27/10/2007
“Radici”, album
del 1972, è uno dei più bei lavori del grande cantautore emiliano e contiene
pezzi che hanno fatto la storia della musica italiana d’autore: dall’omonima
“Radici” a “La locomotiva” fino a “Il vecchio e il bambino”
BASTA SOLO IL NOME: FRANCESCO GUCCINI
“La cosa sul confine della sera”. Chiunque continuerebbe con “oscura e silenziosa se ne sta”. Francesco Guccini è una colonna portante della musica d’autore italiana. Il suo album, “Radici”, è una raccolta di sette famosi brani. Si inizia con “Radici”, nostalgica e malinconica come una sera d’autunno sui monti dell’Appennino. La seconda traccia è un classico, con cui Guccini conclude ormai da decenni ogni suo concerto: “La locomotiva”. Un inno anarchico ad un ferroviere che ad inizio secolo “dimenticò pietà, scordò la sua bontà” per scontrarsi contro un treno proveniente dalla parte opposta. Ma il suo intento fu vanificato, da come “finì la corsa la macchina deviata lungo una linea morta”. Una canzone che continua ad animare, a scuotere, a caricare. La chitarra, in fondo, imita quasi il ritmo del treno sulle rotaie, in quel viaggio sciagurato. Il ferroviere, come leggiamo nel sito dei Modena City Ramblers che ne hanno fatto una cover, si salvò e ottenne una pensione a vita dalle Ferrovie. Da una traccia politica ad una più personale, “Piccola Città”. Una canzone su Modena (“fu il mio esilio da Pavana e l’attesa di Bologna” come l’ha definita in un’intervista) e più in generale su ogni città del dopoguerra, perbenista, che castiga i sogni più audaci dei giovani di allora con “il mesto odore di religione”.
Dopo “Piccola città” arriva “Incontro”, un classico di Guccini. Una poesia su un uomo e una donna che si ritrovano dopo tanto tempo, con dieci anni da narrarsi senza fretta in una città grigia e caotica. Quel che rimane è un’amara riflessione sulla vita e sul tempo che prende e che dà: “Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa”. La “Canzone dei dodici mesi” distoglie l’ascoltatore dai pensieri ispirati da “Incontro”. Guccini canta ogni mese sottolineandone gli aspetti più vicini alla natura, da “Gennaio silenzioso e lieve” a Dicembre nei cui giorni nacque Cristo passando per “il dolce Aprile” e “le inquietanti nebbie” di Novembre.Poi, la “Canzone della bambina portoghese”, triste, anch’essa nostalgica, con un’ulteriore amara riflessione sulla vita: “E capirai... che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere”. Chiude il cd la canzone forse più bella, più poetica, più ricca di pathos e commovente: “Il vecchio e il bambino” è un vero capolavoro. Ogni parola si sposa con quelle attorno, in una melodia in saliscendi.
La storia è quella di un vecchio e di un bambino che camminano in un paesaggio desertico da dopo guerra. Quella che rimane di alberi e prati verdi è solo un’immensa pianura desolata. La bellezza del posto rivive solo nel ricordo del vecchio. Il bambino, spaesato, pensa che siano fiabe e invita l’adulto a raccontarne ancora, quasi a presagire che le nuove generazioni prima o poi dimenticheranno tutto quello che è stato, mentre i vecchi verranno presi per stupidi, per gente che non sa distinguere il vero dai sogni. “Radici” è un cd in grado di coinvolgere, emozionare, come tutti quelli del poeta emiliano. Guccini appassiona ancora, dopo quaranta anni esatti dal suo esordio con “Folk Beat N°1”. Viene ascoltato da giovani e meno giovani. Nella sue canzoni, come in questo cd, si può trovare politica, amore, passione. Temi più che mai attuali che risvegliano rabbia e malinconia. Ascoltare queste canzoni è un piacere, è staccare un momento dalla musica commerciale che invade le radio e ogni momento della vita, per dedicarci un momento alla riflessione e alla poesia.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Dalla guerra alla speranza, da Dio all’amore: questa settimana abbiamo
selezionato le tante canzoni che hanno come tema il cielo- Il record è di
Ligabue, con ben quattro canzoni che guardano verso l’ alto
QUANDO
LA MUSICA PIOVE DALL’ALTO
Sta sempre sopra la nostra testa, il suo colore spesso condiziona il nostro umore, per molti è il luogo degli dei, delle divinità, per altri è l’unico colore di vita e di speranza in mezzo agli orrori della guerra, della miseria, della violenza, dell’emarginazione, per altri ancora è il luogo da cui cade la pioggia mortifera ed esplosiva partorita delle aviazioni militari: il cielo può essere tutto questo, in base al punto di vista di chi osserva. E la sua irraggiungibile grandezza che tutti gli uomini di ogni tempo hanno ammirato, sognando per secoli di attraversarlo fisicamente, gioendo per esservi riusciti, ha contagiato anche gli scrittori e gli autori, che hanno cercato di fermarla su un foglio, accompagnandola con le note offerte dai musicisti. In molte delle canzoni selezionate, il cielo assume un forte significato di speranza o, comunque, di punto di fuga da una difficile condizione.
Nella bellissima “Bullet the blue sky” (Spara al cielo blu) del 1987, gli U2 parlano dell’intervento americano in San Salvador, a sostegno del regime del presidente Duarte, durante la guerra civile esplosa nel 1980: “In the howling wind comes a stinging rain. See it driving nails into the souls on the tree of pain. From the firefly, a red orange glow. See the face of fear running scared in the valley below. Bullet the blue sky, bullet the blue sky, bullet the blue sky, bullet the blue sky (Nel vento ululante viene la pioggia pungente. Guardala piantare chiodi nelle anime sull’albero del dolore. Dalla lucciola un bagliore rosso-arancio. Guarda la faccia della paura correre atterrita nella valle sottostante. Spara al cielo blu, spara al cielo blu). Un’altra canzone ha un significato molto forte, perché scritta in un momento difficile: “Alzando gli occhi al cielo”, di Luca Carboni, è un canto contro la mafia scritto nel 1992, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.
Un pezzo molto bello, cantato anche in coppia con Jovanotti: “Come fanno i capi della mafia a non pentirsi, come fanno certi potenti a non convertirsi. Loro lo sanno quanto male fanno, loro lo sanno quanto è solo un uomo e sanno bene quanta paura c’è dentro ad ogni cuore. E sanno bene come ci si arrende, come si arrende e come ci si stanca di sognare di cambiare il mondo...Ma se per caso alzo gli occhi al cielo, con un cielo come questo chiedo se almeno lui sa la verità. Qui non c’è nessuno che sa chi imbroglia e chi è imbrogliato, nessuno che sa chi fa i soldi e chi il drogato. E allora alzando gli occhi al cielo, sentendosi sempre più soli, per sempre gli uomini si chiederanno come si fa”. Più leggero, almeno in apparenza, è il famoso canto tradizionale messicano, “Cielito lindo”, in cui si invita a cantare “porque cantando se alegran los corazones” (perché cantando si rallegrano i cuori) e si supera ogni problema. Al cielo ovviamente è fortemente legato l’aspetto spirituale, quello relativo alla divinità, alla “sfera celeste”.
Renato Zero, nella sua “Il cielo”, parla dell’importanza della fede per la vita di un uomo: “Quante volte ho guardato al Cielo, ma il mio destino è cieco e non lo sa e non c’è pietà per chi non crede e si convincerà che non è solo una macchia scura il Cielo”. Il rapporto con la propria fede, o meglio con una fede che non c’è, è centrale in almeno due canzoni di Ligabue: “Il cielo è vuoto o il cielo è pieno” (1995) e “Tu che conosci il cielo” (2002). Nella prima il cantautore di Correggio mostra di voler scoprire il mistero dell’esistenza di un mondo ultraterreno solo quando sarà il momento: “Io non so se sono cotto, certi giorni non mi basta ciò che vedo, sento e tocco, però so che non so stare fermo e so che cerco e so che tante volte trovo e perdo qui, fra corpi solidi. Se il cielo è vuoto o il cielo è pieno il giorno che ci guarderemo si saprà”. Nella seconda, Ligabue si affida a qualcuno che crede per portare un suo messaggio ad un Dio sulla cui esistenza non ha certezze, ma dubbi profondi: “Tu che conosci il cielo saluta Dio per me e digli che sto bene considerando che... che non conosco il cielo, però conosco te, mi va di ringraziare puoi farlo tu per me? Che intanto sono in viaggio, digli pure che io sono in viaggio, non lo so dove vado ma viaggio e gli porterò i miei souvenir, tutti quanti i miei souvenir”.
In un’altra canzone, il rocker emiliano urla al cielo tutta la sua voglia di vivere la vita pienamente e la sua rabbia contro i dogmatismi e i luoghi comuni: “Non saremo delle star ma siam noi, con questi giorni fatti di ore andate per un weekend e un futuro che non c’è. Non si può sempre perdere, per cui giochiamoci, certe luci non puoi spegnerle, se un purgatorio è nostro perlomeno. Urlando contro il cielo.....il patto è stringerci di più, prima di perderci forse ci sentono lassù. E’ un po’ come sputare via il veleno. Urlando contro il cielo”. C’è poi un altro brano, ancora di Ligabue, “Chissà se in cielo passano gli Who” (2002), in cui si prova ad immaginare un cielo (inteso come esperienza ultraterrena) in cui scorre tanta musica rock: “Chissà se in cielo passano gli Who. Chissà se in cielo passano gli Who. Chissà che nome d’arte avrà il dj, se sceglie sempre e solo tutto lui, se prende le richieste che gli fai...”.
Per i
Pooh, invece, il cielo è un mezzo per sperare e per uscire fuori dalle
difficoltà quotidiane, come cantano in “Il cielo è blu sopra le nuvole”
(1992): “Ma il cielo è blu sopra le nuvole e non è poi cosi lontano,
dobbiamo arrampicarci e crescere senza bisogno di nessuno. Il cielo è blu sopra
le nuvole, oltre il silenzio ed il rumore, c’è chi ha le macchine e gli aerei
però ha paura di volare..... ma il cielo è blu sopra le nuvole, dietro la
rabbia ed il dolore, la vita è un pugno nello stomaco, solo per chi se lo fa
dare”. Infine, il cielo è anche lo scenario sotto cui si celebra l’amore,
un amore forte e passionale come quello che attraversa le famose strofe della
nota “Il cielo in una stanza” (1960), scritta da Gino Paoli e magistralmente
interpretata da Mina: “Quando
sei qui con me questa stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti,
quando sei qui vicino a me questo soffitto viola no, non esiste più. Io vedo il
cielo sopra noi, che restiamo qui, abbandonati come se non ci fosse più niente,
più niente al mondo”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
20/10/2007
“La
lunga notte” è il primo lavoro da solista di Stefano “Cisco” Bellotti, ex
cantante dei Modena City Ramblers, una delle voci più belle in circolazione-
Uno splendido cd carico di significati e
di spunti di riflessione
DA
MARCOS A SEPULVEDA PER UN GRANDE ALBUM
Stefano Bellotti, per gli amici e per tutti Cisco, è stato la voce storica dei Modena City Ramblers, gruppo folk modenese-reggiano. Nel 2006, è uscito il suo primo album da solista, “La lunga notte”. Un cd intenso e denso, molto diverso dal sound folk cui ci aveva abituati in passato. “Possano gli anni rincorrersi a lungo e dimenticarsi di rincorrere te, possa ogni giorno portarti il suo dono...”: così canta in “Come se il mondo”, brano lento e piacevole, molto simile ai suoni lugubri e bassi di Vinicio Capossela. Per Cisco si tratta di una vita nuova che ha intrapreso dopo la decisione di lasciare i MCR. L’album avvolge chi ascolta con le melodie lente e ritmate di “La lunga notte”(il titolo è stato ripreso da un discorso del subcomandante Marcos, “Veniamo dalla notte buia”), “Il prigioniero” e “Diamanti di Carbone”. Ma due canzoni, “Venite a vedere” e “Best”, sono particolarmente degne di nota per la loro bellezza complessiva, commoventi, pregne di significato e suonate benissimo.
“Venite a vedere” è stata ispirata da un celebre e toccante articolo scritto dallo scrittore Luis Sepulveda all’indomani della strage dell’undici marzo a Madrid: “Venite a vedere il sangue in strada a Madrid, erano tanti, gente comune, la pura e semplice umanità, che cominciava un altro giorno qualunque”. Un brano poetico, un inno alla pace, che risveglia rabbia, commozione, indignazione, ma anche speranza come canta Cisco alla fine: “Inginocchiatevi e bagnate le mani, e con questo gesto carico di dolore, scrivete sui muri che vogliamo la Pace, andate e scrivete la parola Pace”. Nel brano “Best”, il nostro cantautore racconta la storia di George Best, mito del calcio, personaggio eccentrico, sregolato, unico, geniale. E proprio in quanto genio forse era destinato a diventare una sorta di poeta maledetto del calcio e come si ascolta: “Se non fossi stato poi così affascinante oggi nessuno ricorderebbe Pelè”. Una canzone in cui Best si presenta. Era il migliore, a partire dal nome, il genio, “l’ala che spinge”, “un ribelle sul campo”, pallone d’oro nell’anno 1968.
Un uomo unico, che sicuramente piangeremo premendo play sullo stereo e che il cantante ci fa ricordare con un po’ di nostalgia. Al brano undici, dopo tracce più pacate si passa alla ballata “Latinoamericana”, allegra, che sembra imitare il rumore del treno sulle rotaie, come “Macondo Express” dei MCR. Il disco si conclude con una canzone emblematica: “Questo è il momento”, il momento della resa dei conti, di viaggiare contro corrente, di uscire dalla torre d’avorio e lottare davvero. È questo il significato di un brano lento, acustico, che rimanda un po’ ai vecchi saggi, Dylan e Stevens. Deludono, perché poco orecchiabili e forse un po’ artificiose nel sound, “Tina”, “Sisters of mercy” e “Terra rossa”. Nel complesso, Cisco supera la prova da solista praticamente a pieni voti. Si allontana dalla piazza, dal “pogo”, dalla confusione, dal violino indiavolato di Fry Moneti (MCR) e si avvicina ad un pubblico magari più ristretto. Un cd da ascoltare comodamente seduti sul divano, possibilmente con un bicchiere di rosso a fare compagnia e con la voce di Cisco a riempire il vuoto, a far riflettere.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Una
parola dai tanti significati, legata all’intimità delle persone,
profondamente coinvolta nelle vicende d’amore- Da Cocciante alla Nannini,
molti brani di successo che hanno colpito l’anima
TANTE
CANZONI SCRITTE CON L’ANIMA
La parola italiana “anima” deriva dal greco anemos, che significa “vento”. Nella Grecia antica, invece, si faceva riferimento all’anima con il termine psychè, con un significato più vicino a “spirito”. In latino, anima continua ad indicare propriamente “ciò che spira”, quindi il soffio, il vento e anche l’elemento aria. Da questo significato si evolve, poi, in quello di “respiro”, nel senso dell’aria che si aspira e, per traslato, indica la vitalità primordiale, animale, basata appunto sull’atto del respirare. Proprio la sua origine ci spiega come mai, oggi, il termine “anima” abbia una pluralità di accezioni e significati e, quindi, si presti ad essere utilizzata nei modi più variegati anche nei testi delle canzoni. Ad esempio, in “Anima”, di Pino Daniele, si parla dell’anima “che io ho lasciato fra le tue mani per non avere tutti i giorni uguali, l’anima che troppe volte metti sotto i piedi, l’anima che tiro fuori quando non mi credi, l’anima che a volte ti fa ragionare anche se hai voglia di lasciarti andare”. Non sembra che qui vi sia un significato univoco di questa parola che viene utilizzata sia come sinonimo di “cuore”, che di “coraggio” e di “coscienza”.
Nulla a che vedere con “Anima fragile” di Vasco Rossi. In questa canzone del 1980, il cantautore emiliano chiama “anima fragile” la donna amata da cui si è ormai separato: “E tu chissà dove sei, anima fragile che mi ascoltavi immobile, ma senza ridere. E ora tu chissà, chissà dove sei, avrai trovato amore o, come me, cerchi soltanto avventure perché non vuoi più piangere”. Allo stesso modo, nel famosissimo brano dei Cugini di Campagna, “Anima mia”, re-interpretata tra l’altro da Claudio Baglioni, la parola anima, accostata all’aggettivo possessivo “mia”, fa riferimento alla donna nei confronti della quale si nutre un profondo amore e con cui si è stretto un forte legame sentimentale (evidenziato appunto dall’aggettivo “mia”). Conosciamo tutti il ritornello che recita: “Anima mia torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura. Anima mia nella stanza tua c’è ancora il letto come l’hai lasciato tu”. La fine di un amore, ma allo stesso tempo la speranza che questo possa ritornare. L’anima, in tanti casi, viene poi considerata come un luogo segreto, intimo, in cui si vive l’amore e si conservano i ricordi più cari: così è in “Sei nell’anima” di Gianna Nannini e in “Noi due nel mondo e nell’anima” dei Pooh.
Nel
primo brano l’anima è, appunto, il luogo interiore dove si conserva
indelebile ed immutabile l’immagine di un amore: “Sei nell’anima, e lì ti
lascio per sempre, sospeso, immobile, fermo-immagine, un segno che non passa
mai”. Nel secondo, invece, alla dimensione interiore ed intima
si accosta quella esteriore del mondo quotidiano e concreto dove i due
innamorati vivono: “Noi due nel mondo e nell’anima, la verità siamo noi.
Basta cosi e guardami, chi sono io tu lo sai”. Nella contrapposizione tra
anima e mondo, la vera realtà è quella vissuta dagli amanti e non quella che
corre veloce al di fuori di loro. Un’ultima canzone del repertorio italiano in
cui compare la parola anima è “Bella senz’anima” di Riccardo Cocciante:
l’amante deluso e sofferente dice alla sua donna che la vorrebbe solo per sé,
e la definisce “bella senz’anima”, contrapponendo così alla bellezza
esteriore la mancanza di bellezza interiore. Un disprezzo che in realtà
nasconde il dolore per non poter vivere la storia d’amore come vorrebbe. Se in
italiano “anima” ha tutti questi significati, in inglese ne ha uno
ulteriore: “soul”, infatti, viene utilizzato anche per identificare un
genere musicale e, in questi termini, viene utilizzato nella celebre canzone,
cantata anche dai Blues Brothers, “Soul man”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
13/10/2007
Il “Dj Kicks”
dei Thievery Corporation, coppia di musicisti-deejay americani, è un insieme di
brani originali e ritmati capaci di creare un’atmosfera vibrante, viva e
stimolante- Un mix azzeccato di generi moderni e passati
IL
MIX SEDUTTIVO DI UN DUO GENIALE DI DEEJAY
Nata
nel 1995, “Dj Kicks” è una serie di compilation mixate dai più alternativi
e talentuosi deejay-produttori di tutto il mondo. Scopo principale: portare
nelle case degli appassionati e non, sonorità che difficilmente si potrebbero
ascoltare in radio;
Tutti capaci di miscelare, tagliare e mixare il meglio del loro panorama musicale senza forzature e fronzoli, con gran gusto e cercando di arrivare ben oltre le orecchie degli ascoltatori. I Thievery Corporation vennero scelti dalla K7!, l’etichetta discografica che pubblica i “Dj Kicks”, per realizzare un album lounge mixato di circa 68 minuti. Uno strano duo americano, i Thievery Corporation: Rob Gaza, originario di Chicago ma trapiantato di sana pianta a Washington, coltiva in gioventù l’amore per il jazz, la lirica ma non disprezza neppure i Pixies. Eric Hilton, invece, in gioventù è un ribelle che suona in un gruppo punk, ascolta new wave ma col passare del tempo inizia anche ad avvicinarsi alla bossa nova, al jazz più ricercato. L’evoluzione del nostro Eric è solo all’inizio: infatti, dopo le superiori decide di intraprendere la carriera di deejay, ricercando nuove sonorità ambient, house e soul. Assurdo.
Dopo qualche anno di gavetta e molti dischi messi a tempo, diventa uno dei migliori e apprezzati artisti della scena clubbing di Washingtonbynight; i suoi dj-set chill-out hanno sempre qualche variazione, qualche sonorità presa qua e là che li rende originali e sempre innovativi: una vera delizia per i timpani. La carriera va cosi a gonfie vele che decide di aprire un locale tutto suo: lo storico “Eighteenth Street Lounge”. Nel 1995, durante una delle tante serate conosce Rob, che lo convince a realizzare in studio con lui alcune produzioni musicali: inizia cosi una lunga e prolifica collaborazione che dura tuttora. L’album paradisiaco che hanno realizzato per la K7!, anche se più che un album sarebbe meglio parlare di una lunga traccia mixata, è la sintesi di tutto il loro pensiero musicale, la loro personale concezione della musica: un vero e proprio manifesto sonoro. Direttamente dalla loro infinita collezione di vinili: una miscela unica di tamburi africani che si fondono in perfetta sintonia o sinfonia con un sitar indiano oppure con un dub jamaicano.
È un
global lounge quello che propongono: suoni caldi della tradizione della bossa
nova-sambata brasiliana si confondono coi suoni più crudi della drum & bass
inglese. C’è del vecchio jazz che fa l’occhiolino all’ambient più
moderno o a quello un po’ tribale-down tempo. A loro va anche il merito
di saper unire generi considerati moderni con quelli ormai considerati del
passato, offrendo all’ascoltatore il gusto di scoprire o riscoprire vecchie
sonorità dimenticate. Stimolanti, fantasiosi e creativi: i Thievery hanno colto
in pieno lo scopo della serie; non per niente questo è sicuramente uno dei
miglior album prodotti. Tutti i brani hanno una loro originalità, hanno ritmo,
non annoiano e il classico lounge da aperitivo è distante anni luce. È un
album che va ascoltato e riascoltato per poter assaporare in pieno le atmosfere
seduttive e vibranti che queste due menti geniali hanno saputo ricreare in modo
inimitabile con l’impiego di un mixer e di tanta buona musica.
Andrea Volpi –ilmegafono.org
Parole
in musica- Alzare gli occhi al cielo e guardare le stelle che
brillano nel buio è un gesto antico, naturale e pieno di significati- Le
stelle, romantiche guardiane della notte, brillano anche dentro le canzoni
COSA
CI FAI IN MEZZO A TUTTE...QUESTE NOTE?
Volgere lo sguardo al cielo, nelle serate limpide e serene, è uno dei comportamenti più naturali ed antichi al mondo. Ammirare le stelle, lasciarsi ammaliare dalla loro luce, celebrare la loro lontananza splendente a volte diventa una vera e propria passione. Gli astri argentati che illuminano la notte assumono significati svariati nella percezione umana: essi sono uno strumento effettivo di orientamento, attraverso le note costellazioni, oppure uno strumento di interpretazione del carattere umano o del futuro, attraverso l’astrologia, o ancora possono assumere un valore simbolico importante. Le stelle possono rappresentare una persona amata e lontana o una persona cara che non c’è più, o perfino una sorta di divinità amica che ci protegge da lassù con il suo sguardo lucente. Certe notti d’estate, migliaia di persone incollano i propri occhi al cielo per guardarle e osservarne la luminosa caduta. L’astronomia le studia da secoli, le rende più materiali, più conoscibili, l’arte ne celebra, invece, il significato romantico.
La pittura, la poesia, ma anche la musica. Come sempre, abbiamo selezionato alcune canzoni italiane che hanno illuminato le proprie note con la magia delle stelle. Partiamo da una canzone di Umberto Tozzi, “Stella stai” (1980), in cui l’autore chiede metaforicamente ad una stella di accompagnarlo nelle sue notti e di dargli calore e compagnia: “Stai, stella stai su di me, questa notte come se fosse lei, fosse Dio, fosse quello che ero io. Polaroid, stella stai, dolce vento di foulard visto mai, visto mai, che mi sospiri di più, che mi sospiri di blu”. Qualche anno prima, nel 1977, in una sua canzone di grande successo (“Figli delle stelle”), Alan Sorrenti paragona sé stesso e la sua donna a due stelle che si amano e si perdono nella notte: “Come le stelle noi, soli nella notte ci incontriamo, come due stelle noi, silenziosamente insieme ci sentiamo. Non c’è tempo di fermare questa corsa senza fiato che ci sta portando via e il vento spegnerà il fuoco che si accende quando sono in te, quando tu sei in me. Noi siamo figli delle stelle, figli della notte che ci gira intorno”.&