IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006


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ARCHIVIO MUSICA

 

NUMERO SPECIALE 2007

 

29/12/2007  

SPECIALE 2007

Il 2007 è stato l’anno dei “best of”, scelti dai grandi vecchi (e non solo) della musica per arrivare al pubblico e guadagnare ancora- Ma è stato anche l’anno delle consacrazioni, del Sanremo finalmente “impegnato” e del Live Aid

I GIOVANI INVENTANO, I VECCHI (SI) RISPOLVERANO

Uno dei fili conduttori di questo 2007 musicale sembra essere la marcata differenza tra il lavoro degli artisti di nuova generazione e gli artisti della vecchia guardia. Una differenza che si è vista in molte iniziative organizzate nel corso dell’anno. Prima fra tutte, la tradizionale kermesse di Sanremo. Simone Cristicchi e Fabrizio Moro hanno vinto il Festival della canzone italiana. Il primo ha confermato un inizio di carriera fulminante, il secondo ha inaugurato una serie di successi che l’hanno portato alla ribalta. Entrambi hanno portato sul palco due canzoni “impegnate” e sono stati premiati. Un evento insolito per il festival della cittadina ligure, dove ha sempre prevalso una linea più melodica e romantica. Un nuovo inizio, quindi, per giovani promesse. Poi il Live Aid in concomitanza con il G8. Come ogni anno Bono Vox e Bob Geldof organizzano una grande serie di concerti gratuiti in tutto il mondo per richiamare l’attenzione dei potenti sul tema della povertà in Africa. Il concerto di quest’anno, “Live Earth”, è stato forse un aiuto un po’ tardivo per il pianeta. Non ci resta che sperare che le bands e i cantanti si impegnino davvero per i problemi che hanno esposto e che non si fermi tutto ai video catastrofici con guerre e ghiacciai in liquefazione. 

Così crediamo che i media sbaglino a mandare pubblicità sul consumo energetico solo in concomitanza di concerti con star mondiali. Fanno davvero sorgere il dubbio che essi inducano a vedere il concerto solo perché questo è stato messo in piedi per far re-illuminare stelle della musica che si stavano per affievolire. Nonostante questi dubbi, il concerto ha comunque segnalato e ricordato che, almeno a qualcuno, le sorti del nostro pianeta interessano. Poi una serie di cd nuovi o meno nuovi. I gruppi emergenti degli anni passati continuano a sfornare nuovi album, come nel caso dei Negramaro, con il loro “La finestra” e con lo straordinario successo al Festivalbar. I cantanti già affermati, invece, si limitano a riproporre vecchie hit, dimostrando un principio di aridità della loro vena creativa. Il “best of” è la principale minaccia per la vita musicale di un artista. Rischia di diventare un vizio in cui cadere e da cui non risollevarsi più, ma rappresenta anche una buona fonte di guadagno. Quando le rendite diminuiscono, quale idea migliore che scommettere su brani che hanno già avuto un grande riscontro di pubblico? E il pubblico rimane basito al secondo “best of” in 10 anni, anche se farcito di due o tre inediti.

 L’ascoltatore, se conosce l’artista da tempo, vede riproporsi sempre le solite tracce, che magari hanno perso lo smalto di quando uscirono in origine. Anche se poi la maggior parte dei fans decide di acquistare ugualmente, senza ragionare troppo. Nella trappola cadono anche i migliori. I Led Zeppelin sono usciti con “Mothership”, compilation in due cd al “modico” prezzo di 23.50 euro, contenenti i migliori pezzi della loro carriera. Il successo è stato strepitoso, in pochi giorni è arrivato il disco di platino. A Londra si è tenuto anche il loro recente concerto. Anche questo un enorme successo. Si parlava di più di un milione di richieste per una disponibilità di 20 mila biglietti. Le cifre hanno raggiunto vette impensabili, anche 100 mila euro! Ma, riflettendo, che senso ha? Sono sì dei mostri sacri, dei musicisti insuperabili, ma ora, annoiati e stanchi, con la voce roca, sono sempre gli stessi? Dopo un successo bisogna anche saper riconoscere i propri limiti e nessuno, si sa, è eterno. Anche Ligabue, che aveva già pubblicato due raccolte, il live “Su e giù da un palco” (1997) e l’acustico-teatrale “Giro d’Italia” (2003),  ha pubblicato un nuovo “best of” con due inediti (“Buonanotte all’Italia” e “Niente paura”). 

Il cantante afferma (nell’intervista per il giornale “Rolling Stone”): “Avevo firmato il contratto…è come se avessi messo in preventivo che lo si fa prima o poi. E non ci vedo nulla di male. Mi piace che le canzoni vengano elette dalla gente. Perché la canzone deve essere popolare.” Come lui c’è qualcun altro che ha rispolverato i vecchi successi: è il caso, ad esempio, di Mick Jagger, che ha pubblicato un “best of” della sua carriera solista, o la PFM, band italiana di rock progressivo che fece il giro del mondo, con la raccolta di tre cd dal titolo “35 e un minuto”, con le canzoni di 35 anni di carriera. Anche Zucchero (“All the best”) e Ramazzotti (“E²”) hanno optato per una raccolta celebrativa dei tanti anni di carriera. Tra i grandi vecchi, ad andare controcorrente è stato, come spesso accade, Adriano Celentano, il quale, a quasi 70 anni, sforna l’ennesimo lavoro inedito di una carriera inimitabile: “Dormi amore, la situazione non è buona”. C’è poi anche chi si è staccato dal gruppo (che, peraltro, godeva anche di buonissima salute) per comporre un disco da solista. È Serj Tankian, cantante dei System of a Down. Il suo disco (“Elect the Dead”, dai temi estremamente politicizzati) è uscito in Italia ad ottobre. Quest’estate è uscito anche il nuovo album dei Radiohead, “In Rainbows”. 

Con una piccola particolarità: il disco è infatti apparso sul web, scaricabile al prezzo deciso dall’acquirente. Tutto questo perché, in contrasto con il pensiero della società moderna del consumismo, il gruppo ha abbandonato la major, autoproducendosi. Poi, un altro grande annuncio per gli appassionati di musica: il 28 novembre del prossimo anno, Bruce Springsteen si esibirà in concerto in Italia con il suo nuovo disco: “Magic”, uscito qualche mese fa. Questo 2007 ha visto anche l’uscita del nuovo disco dei Sigur Ròs, che poi è un documentario con le immagini dell’Islanda, e poi quattro concerti dei Bloc Party. Due ad aprile a Milano e Bologna e due a novembre a Milano e Modena. Infine, il 2007 è stato anche l’anno della consacrazione di Roy Paci e gli Aretuska, i quali, con “Suonoglobal”, sono finalmente arrivati al grande pubblico conquistando le zone alte della classifica. Archiviamo, dunque, questo 2007, segnato dai “best of” ma anche da nuovi percorsi, con la speranza di ritrovarci nel 2008 con qualche vecchietto di più in vena di rinnovamento e qualche nuova band alla ribalta.

LA REDAZIONE de ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI DICEMBRE 2007

 

22/12/2007  

Continuiamo a celebrare la grandezza poetica di Fabrizio De André, concentrandoci sulle sue parole e canzoni contro la guerra- Da Piero alla ragazza de “La Ballata dell’eroe”: il rifiuto della legge del più forte e della sua lturgia

POESIA E MUSICA PER COMBATTERE LA GUERRA

“Ora che è morto la Patria si gloria di un altro eroe alla memoria”. Anche per quanto riguarda il tema della guerra e della pace De Andrè non risparmia il suo sarcasmo e la sua amarezza punge come la penna di Cirano, il protagonista dell’omonima canzone di Guccini. La melodia si insinua tra le parole e le accompagna, donando ancor più poesia di quella che avrebbe se fosse solo respiro umano. Al centro della canzone sempre un povero soldato, spesso animato da buoni sentimenti, ma schiacciato dalla logica militare che non perdona e non permette “debolezze”. È il caso di Piero, mandato in guerra, che vede nel suo nemico un altro poveraccio come lui e si ferma. Ma non c’è spazio per la riflessione né per un sentimento. La macchina mangiauomini è in azione, il suo rullo fagocita vite e se non mandi qualcun altro al tuo posto, sei spacciato. Così Piero si ritrova steso in terra, tra mille papaveri rossi, senza neanche il tempo per parlare, ma solo per un ultimo pensiero alla sua amata. 

E anche le donne sono presenti. La Ninetta di Piero e quella ragazza ne “La ballata dell’eroe” che aspettava un soldato vivo e ora non sa che farsene di una medaglia d’oro al valore. Così anche il coro di “Girotondo”, con voci infantili che cantano come se si prendessero in cerchio cantando. Prima la paura del conflitto, delle bombe, poi la felicità, ironica, di avere tutta la terra a disposizione per fare la guerra, come se questa fosse un gioco come un altro e non ci andassero di mezzo milioni di vite. Poi la guerra di conquista dell’uomo bianco a spese della millenaria cultura indiana: “Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura”, un attacco improvviso, a tradimento, “gli uomini troppo lontani sulla pista del bisonte”. De Andrè critica la legge del più forte che molto spesso sottende un conflitto. Uno scontro con le armi, vince chi stermina, uccide, massacra. Ma chi sono le vittime? Come sempre succede, ancora una volta, chi non ha armi per ribellarsi cade vittima sacrificale di una liturgia insensata. 

Ancora una volta l’occhio del cantautore genovese si posa sui responsabili dello sterminio. Non possono esistere giustificazioni per i conflitti. Un tema ricorrente che è stato ripercorso da gran parte del panorama musicale mondiale. Dove sta quindi l’originalità di De Andrè? Sta nella grande umanità e sensibilità di cui solo un poeta è capace. La poesia supera di gran lunga la prosa. Non è un comizio, un appello, un manifesto, un libro. È poesia. Versi, musica, ossimori, analogie. Un intero mondo che tocca le corde più sensibili del nostro intelletto. Ci parla coi sensi, è un’emozione forte, una compassione, una solidarietà che tocca ciascuno appena cominciano le canzoni. Non è facile evitare la retorica e cadere nel banale. De Andrè non ha corso assolutamente questo rischio trovando ancora una volta una dimostrazione del fatto “che non esistono poteri buoni”.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

I Rage Against the Machine sono caratterizzati da un forte impegno politico contro il potere guerrafondaio ed a sostegno degli “ultimi” della terra- La band, nata nel 1991 e scioltasi nel 2000,  è ora tornata a suonare insieme

CONTRO LA GUERRA E A FAVORE DEGLI “ULTIMI”

Un concentrato di rabbia, energia e protesta: così si possono definire i Rage Against the Machine (Ratm), ovvero un gruppo che ha lasciato un segno profondo nel genere crossover (un misto di nu metal e rap). I Ratm nascono a Los Angeles nel 1991. Tom Morello (chitarrista della band ed ex dei Lockup) ascolta in un pub un’esibizione rap di Zack de la Rocha. L’energia spietata delle canzoni di Zack incanta Morello a tal punto da proporgli di formare una band. Poco dopo, infatti, si aggiungeranno anche il batterista (Brad Wilk) e il bassista (Tim Commerford). Il loro stile è dettato soprattutto dalle due personalità di spicco della band: i riff sperimentali di Tom Morello, che stregano il pubblico, e l’impegno politico della band, testimoniato dai testi rabbiosi di Zack. Ogni parola, ogni nota, ogni riff è una rasoiata che graffia e incide la pelle, accende l’animo di rabbia e voglia di protesta e rivoluzione. Il primo album composto è l’omonimo “Rage against the machine”, seguito da “Evil Empire”, di cui ricordiamo le memorabili “People of the sun” e “Bulls on parade”. 

Vengono in seguito pubblicati “The battle of Los Angeles” e “Renegades”, ultimo disco della band prima che Zack lasci il gruppo e venga sostituito da Chris Cornell: i Ratm cambiano il loro nome in Audioslave. Ma la band non è più la stessa e ognuno se ne è accorto: ai fans mancano gli esperimenti con la chitarra di Tom Morello e i testi “politicizzatissimi” di Zack. Ma l’album più importante per il gruppo (praticamente l’ultimo composto dai veri e propri Ratm, prima della divisione, considerato che “Renegades” è composto interamente da cover) rimane “The Battle of Los Angeles”, un vero e proprio grido di rivolta contro la società americana benestante. L’aria che tira nel disco si percepisce subito dalla copertina: su un muro grigio è stata dipinta con bombolette spray la sagoma di un ragazzo che tiene il pugno alzato, in segno di sfida. 

Dentro la sagoma è scritto il titolo del disco. Anche se il sound di questo cd è sicuramente più semplice ed orecchiabile rispetto ai precedenti, gli intenti rimangono gli stessi: far capire che al mondo c’è veramente chi ha bisogno di una rivoluzione, contro l’ipocrisia delle persone e dei potenti megalomani che sconvolgono la Terra con le loro guerre. Il disco urla, ordina che è tempo di alzarsi e svegliarsi. Così ci alziamo, sulle note di “Guerriglia Radio”, ripetendo all’infinito la frase che, forse, vale tutto il disco: “All Hell Can’t Stop Us Now!”. Oggi i Ratm sono tornati a suonare insieme ed hanno in progetto, a quanto pare, di incidere un nuovo album. Li aspettiamo.

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

 

15/12/2007  

In un periodo di grande confusione come il nostro, con l’ingiustizia capace di trionfare sul giusto e sull’onesto, ci viene in aiuto la poesia di un immenso cantautore, di un lucido e critico osservatore “dal basso”: Fabrizio De Andrè

UNA POESIA OSTINATA CONTRO IL POTERE

Insieme alla guerra ed all’amore, la prigione e la giustizia sono tra i temi ricorrenti nella poesia di Fabizio De Andrè. Il prigioniero è sempre personaggio minuziosamente costruito. C’è il Geordie condannato a morte, per impiccagione, per aver rubato i famosi sei cervi nel bosco del re. C’è poi il medico costretto a “sfogliare i tramonti in prigione” per aver truffato con un elisir di giovinezza. C’è il detenuto come tanti, che vuole condividere con il suo secondino solo l’aria della prigione. Una serie di personaggi romantici, poetici, quasi da romanzo. Ma anche chi sta dall’altra parte ha avuto l’attenzione del cantore genovese. “Uomini e donne di tribunale”, parte di quella società che più si sente e crede assolta e più è coinvolta. Un giudice nano, che si prende le sue rivincite sul mondo, i gendarmi di “Bocca di Rosa”,  “sbirri e carabinieri che al proprio dovere vengono meno ma non quando sono in uniforme”, i gendarmi sempre in ritardo de “Il pescatore”, il brigadiere che stima Don Raffaè. La visione del carcere è la stessa che De Andrè riserva al resto della società. 

Egli la guarda in una luce diversa, sotto la lampada della sua mente, scrutandone gli aspetti contraddittori e ridicoli, dandone una rappresentazione critica. Forse è uno dei pochi cantanti che si è concentrato sul mondo dei dimenticati, dei reclusi. Non che ne tessa le lodi. I suoi carcerati sono ingenui, umani come tanti, espressione come un’altra di un’umanità variegata. Non sono assassini, mafiosi, non sono criminali incalliti. Sono vittime del potere e del sistema che spesso uccide, punisce con la morte, anche per un’inezia. Il re inglese non tollera l’uccisione di sei cervi, chissà quale danno ne avrà subito, gli impiccati dell’omonima “Ballata” che ricordarono “a chi vive ancora che il prezzo fu la vita per il male fatto in un’ora”. Ma quella presa in considerazione è la giustizia che se la prende con i poveracci, con i ragazzini, con quelli che prima non hanno mai rubato un fiore raro neanche per regalarlo alla propria amata. Chi ascolta le parole a misto tra sarcasmo e amarezza si sente chiamato in causa. Non è una musica da recepire passivamente, è una musica che stimola la riflessione. 

Ci sentiamo tutti chiamati dentro, siamo tutti parte di una società che macina il debole, lo rinchiude, lo esclude dal ciclo del mondo. E la giustizia è una delle facce del sistema Stato che si inceppa. Il messaggio di De Andrè è oggi ancora più attuale. Anche se non ci sentiamo anarchici, come negare i fallimenti e le assurdità che spesso leggiamo sui giornali? Forse non è vero che in carcere spesso resta solo chi non può permettersi avvocati di prima scelta, mentre i grandi truffatori, i responsabili delle crisi finanziarie, chi ha mandato sul lastrico centinaia di persone, si godono la propria vita come se nulla fosse successo? Come dargli torto? Un sistema che travolge che tenta di opporsi. Non è un profeta. È prima di tutto cantante, artista e uomo. E come tale critica il mondo così come è. Probabilmente verrebbe definita polemica sterile la sua, perché nulla propone, non ci sono iperurani né paradisi né leggi nelle sue canzoni. In ogni caso “lo Stato che fa | si costerna, s’indigna, s’impegna | poi getta la spugna con gran dignità”. Un messaggio che accusa, ma lo fa nel migliore dei modi, con una musica che personalmente ritengo non trovi uguali.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

“23” è il titolo dell’album dei Blonde Redhead, uscito nel 2007, che segna il definitivo passaggio del gruppo dall’indie rock al pop- Un disco da ascoltare, caratterizzato da  atmosfere semplici e nel contempo affascinanti 

“23”, L’ULTIMO NUMERO DEI BLONDE REDHEAD

I Blonde Redhead si formano all’inizio degli anni novanta a New York e prendono il loro nome da una band “no wave”, attiva tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80: i DNA. Il loro gruppo è formato dai due fratelli Pace (italiani, nati a Milano), Simone (voce e chitarra) e Amedeo (batteria), da Maki Takahashi (basso) e Kazu Makino (voce e chitarra). Il primo nucleo della band è dunque costituito dai due gemelli italiani, che da Milano si trasferiscono in Canada per poi spostarsi negli USA, dove, a Boston, intraprendono studi di musica jazz. Dopo aver conseguito la laurea, si ritrovano a suonare in locali underground, in cui fanno la conoscenza di Kazu Makino. Nasce così questo trio, a cui in seguito si aggiungerà Maki Takahashi. Ma quest’ultimo, dopo la pubblicazione del loro primo omonimo disco nel 1993, prodotto dal batterista dei Sonic Youth, Steve Shelley, abbandona la band. Così si forma il gruppo attuale, che utilizzerà il basso solo nel terzo album, “Fake Can Be Just As God

In seguito escono altri sei album, tra cui uno intitolato “La Mia Vita Violenta”, dedicato allo scrittore italiano Pierpaolo Pasolini. Il quinto disco, intitolato Misery is a Butterfly”, esce ad un po’ di distanza dal quarto (Melody of certain damaged lemons), in quanto la cantante Kazu è costretta in ospedale in seguito ad una caduta da cavallo. Nel disco sono presenti frequenti riferimenti al fatto: vengono spesso descritte, infatti, figure equestri e una canzone prende il nome di “Equus”. L’ultimo disco, intitolato “23”, esce nel 2007 e segna il passaggio definitivo dei Blonde Redhead dall’indie rock al pop. Sebbene qualcuno lo ritenga fin troppo orecchiabile e banale rispetto ai primi album, o perfino una copiatura dei My Bloody Valentine, gruppo “shoegaze”, il disco è comunque piacevole da ascoltare. 

L’interesse per l’album nasce sicuramente dopo aver visto la copertina, che rappresenta un’immagine assai inquietante: una ragazza vestita in una mise anni ’50, dalla cui gonnellina spuntano quattro gambe, sta giocando a tennis su uno sfondo celestino chiaro, quasi un remake della copertina dell’album Nursery Crime” dei Genesis, risalente agli anni ’70,  in cui alcune bambinaie dall’aria a prima vista innocente giocano a cricket con delle teste di bambini. Fin dalla prima canzone siamo proiettati in un universo di forme indistinte e affascinanti, evocate dalle sonorità interessanti e dalla particolarissima voce della cantante. Consiglio l’ascolto di questo disco per la piacevolezza delle atmosfere create dalle melodie, semplici e insieme affascinanti.

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

 

08/12/2007

I Subsonica non smettono di sperimentare e sorprendere il loro pubblico: dopo aver tagliato con l’elettronica per sposare in pieno il rock, realizzano “Eclissi”, un album dark e melodico che scava nell’interiorità umana

L’ULTIMA EVOLUZIONE DEI SUBSONICA

Ho sempre guardato i Subsonica come l’essenza della nuova musica alternativa italiana, il suo manifesto: a volte controcorrente, mai banali, innovativi, dei veri animali da concerto, apprezzati da svariate realtà, trasversali e poliedrici. Sono stati capaci in passato di stupire le critica musicale con album e sonorità molto coraggiosi: unire pop ed elettronica senza diventare commerciali, mantenere sempre quel fascino da gruppo di provincia, realizzare dopo anni un album suonato che sa di rock. Hanno avuto il merito di coniugare come non mai le parole, i testi delle canzoni alla musica: una interconnessione che a mio parere ha pochi eguali in Italia. È difficile ascoltare le strofe dei loro brani senza rendersi conto della bellezza stilistica della loro musica: cassa e basso da disco, ritmi reggae, melodici, emo, electro e quell’ingrediente segreto che li rende “subsonici” fino al midollo. Anche questa volta, di certo, non smentiscono le aspettative: hanno realizzato, dopo due anni dal loro ultimo lavoro e a ben undici dalla loro nascita, un album che nessuno si sarebbe mai aspettato, soprattutto dopo aver voluto tagliare di netto con l’elettronica, verso una deriva più europeista, più rock. 

Certo era arrivato il tempo della maturazione, non era più il tempo di “Discolabirinto” o di “Liberi tutti”; c’era la volontà di trovare nuovi stimoli, di sperimentare nuove sonorità, allora mi e ci dovrebbero spiegare perché, in modo quasi geniale e lasciando tutti di stucco, hanno prodotto l’album più dance e allo stesso tempo maledettamente dark e melodico della loro discografia! Il primo brano (“Veleno”) è un colpo al cuore, con quel suo battito incessante e quel riverbero registrato sotto le arcate dei Murazzi. “Ali scure” fa riferimenti neanche tanto velati alle guerre (Scosse, grida, ecco le bombe, guerra, foto mentre sorridi…): un testo minimale cantato come una filastrocca. C’è poi il primo singolo, “La glaciazione”, che solamente dopo il primo ascolto lo si inizia ad apprezzare non tanto per il ritornello incessante, ma soprattutto per una base quasi techno che assieme ad arpeggi digitali riesce a creare un atmosfera progressive in continua evoluzione. “L’ultima risposta” è uno dei brani più riusciti; un inno contro la società che asfissia la persona, che la imprigiona dentro schemi, che la infanga e non la valorizza e che porta alla fuga (Via da questi luoghi, via da vecchie paure, via da questi sguardi e dalla noia volgare, via dal pregiudizio, gonfio di violenza, dalle polveri sottili dell'indifferenza).  

Il pezzo decisamente più dance è “Il centro della fiamma”: una vera hit da dancefloor. Ormai è da anni che Samuel e Boosta si cimentano ai piatti in giro per i più noti locali notturni torinesi e della penisola, ultimamente pure Max e Ninja. C’è un basso potente che trascina, un po’ di chitarra spaghetti house che sa trasmettere la giusta dose di energia per ballare. Il romanticismo dei Subsonica torna a farsi vivo in “Nei nostri luoghi (Dammi un po' di te, la parte più dolce, prendi un po' di me, respira più forte): atmosferico, etereo all’inizio per poi farsi stravolgere dai riff delle chitarre rock e dalla batteria acustica. Commovente il ricordo della loro compagna di viaggio Caterina, giovane fotografa torinese deceduta in seguito ad un incidente stradale, affidato al brano “4/10” (Una notte sbagliata, uno schianto, l'oscurità, una curva sbagliata). “Piombo” è una dedica a Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, che ha avuto il coraggio di denunciare i crimini della camorra (Quando il futuro è solo piombo su queste città, sotto una cupola che sembra la normalità). 

Si torna a condannare e a riflettere sulla realtà dei nostri giorni, sul vuoto esistenziale e la mancanza di valori, di un futuro a cui affidarsi in “Alta voracità” (La luce dello schermo è come un parabrezza lanciato verso il miele della celebrità...). La conturbante anima reggae, molto melodica, abbinata a vaghi e lontani suoni elettronici, impiegati come tappeti, caratterizza “Alibi”. Ispirato invece da un libro di Giuseppe Genna (“Dies Irae”), “Canenero” fa riferimento ad un abuso sessuale subito in infanzia dal protagonista; un cantato nervoso ed energico con un testo molto drammatico e surreale. L’ultimo brano, “Stagno”, è molto pesante: imprime una forte sensazione di tormento e disperazione con i suoi suoni quasi psichedelici. Lungo tutto l’ascolto, le atmosfere cupe e soffuse vanno di pari passo con la cassa 4/4 e il basso elettronico, in modo cosi stupefacente che trasportano letteralmente l’ascoltatore. Ritmiche profonde e incalzanti, distorsioni rock e riverberi da brivido, ma un unico filo conduttore: una vera e propria verve glaciale e ombrosa che caratterizza un album che sa scoprire e scavare nell’interiorità e nella fragilità dell’animo umano.

Andrea Volpi -ilmegafono.org

 

“Who’s next” è l’album simbolo del leggendario quartetto inglese, un album entrato nella storia della musica rock- Irripetibili virtuosismi musicali, dalla mitica “Baba O’Riley” fino alla dolce e romantica “Behind blue eyes”

THE WHO, LA LEGGENDA DEL ROCK MONDIALE

“Who’s next”. Chi è il prossimo? Un cd simbolo della musica rock, della storia del rock. Una delle colonne portanti della musica moderna. Il titolo rimanda subito al gruppo, storica band inglese, i “The Who”. In italiano suonerebbero “I chi”. Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle, Keith Moon. Un quartetto pazzesco, irripetibile forse. Townshend, chitarrista favoloso e autore della maggior parte delle canzoni; Daltrey, voce straordinaria simile a quella di Rober Plant degli Zeppelin; John Entwistle, composto e preciso, e Keith Moon, irripetibile, inimitabile, geniale. “Who’s next” è stato definito da più parti il culmine del lavoro di questo mitico gruppo di origini londinesi. Basta l’incipit col sintetizzatore a riconoscere “Baba O’Riley”, da un po’ sigla di “CSI New York”. Prima i suoni artificiali, poi la tastiera e infine l’attacco di batteria. Dirompente, energetico, come solo Moon forse sapeva fare. E poi Daltrey, a dar voce alle parole “It’s only teenage westland”. Oltre alla loro bravura, data per scontata e percepibile fin dalla prima canzone, tratti specifici li rendono unici e originali. Moon, in particolare, rivoluzionò la musica, concedendosi tempi alieni dal semplice tenere il tempo e fare da sottofondo. 

I suoi colpi sulla batteria circondano chi ascolta, variano da parte a parte, precisi, martellanti. Sembra un’opera, un’orchestra che si mette in moto per la musica, anche un modo diverso di intendere la musica stessa. Non solo esecuzione, ma opera, armonia, sincronia. Unione di suoni distanti, sperimentazioni. Un po’ la traccia che seguirono anni dopo i Pink Floyd. Anche le esibizioni un po’ circensi dei quattro sono passate alla storia. Townshend che suonava la chitarra facendo circonduzione del braccio destro oppure saltava facendo la spaccata in aria o ancora distruggeva la chitarra (che in un primo periodo costruivano loro stessi) scagliandola contro l’amplificatore. Daltrey che cantava mezzo nudo dimenandosi come un dannato. Moon, con un sistema di batterie enorme, lanciava in aria una bacchetta e continuava con l’altra, la riprendeva al volo e sempre continuava. Mosse probabilmente solo “da palco”, ma per il tempo rivoluzionarie e, ancora oggi, imitate (ad esempio si veda la copertina di “London Calling” dei Clash). 

In un certo senso il cd ruota intorno a tre capolavori. Il primo è “Baba O’Riley”; poi “Won’t get fooled again”. “I’ll tip my hat to the new constitution take a bow for the new revolution”: poche parole che danno il senso forse di un cambiamento, di un riferimento più esplicito alla politica e alla rivoluzione degli anni ‘70. una canzone passata alla storia, suonata anche al Live Aid, con un’esibizione scatenata dei tre Who (mancava Moon, morto per overdose di farmaci). Dopo due canzoni scatenate, l’altro caposaldo di “Who’s next” è di certo “Behind blue eyes”. Dolce e romantica, grande arpeggio di chitarra e relax temporaneo per Moon. Le altre tracce sono il corollario delle tre, ma non per questo meno orecchiabili: “The song is over”, “Pure and easy”, “Baby don’t do it”. Per certi versi vicine ancora a “The who Sell Out”, terzo loro album. Lasciarsi andare è la ricetta degli Who. Volenti o nolenti, tutte le parti del corpo sono sollecitate durante l’ascolto, non c’è attimo di tregua: tastiera, chitarra, batteria, basso. Un’apoteosi. Guardarsi le esibizioni in live è forse il modo migliore per gustarsi il cd fino all’ultimo secondo.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

01/12/2007

I Sigur Ròs, gruppo nato nel 1994, a Reykjavik, mescolano in modo raffinato e armonioso rock, pop e musica classica- Nelle loro melodie misteriose si sentono la bellezza silenziosa del paesaggio islandese e la dolcezza dei bimbi

L’ISLANDA DIPINTA DALLE NOTE DEI SIGUR RÒS

Il 4 dicembre 1994 a Reykjavik si forma il primo nucleo della band dei Sigur Ròs, nome scelto in onore della nascita della sorellina del cantante: Sigurros (stella della vittoria), nata in quello stesso giorno. Dopo qualche entrata ed uscita, la band finalmente, nel 1999, si stabilizza. Il gruppo è così formato da Jón "Jónsi" Þór Birgisson, chitarra, voce e sintetizzatore, Kjartan Sveinsson, tastierista, Orri Páll Dýrason, batterista, Georg Hólm, basso e xilofono. I Sigur Ròs, come del resto ogni band o cantante nordico che si rispetti, amano comporre melodie misteriose e criptiche, che escono dagli schemi di qualsiasi genere e mescolano pop, rock e musica classica (con particolare preferenza per gli archi) in un mix raffinato e dolce. Naturalmente, non soltanto le melodie sono strane: per esempio, il cantante Jònsi è solito suonare la propria chitarra con un archetto di violino (precedentemente appartenuto al bassista, il cui basso però non poteva essere suonato con questo per la cacofonia che ne usciva). 

Oppure, lo stesso cantante è solito scrivere la maggior parte delle proprie canzoni in “hopelandic”, una sorta di misto fra inglese e islandese, per far risaltare maggiormente la melodia in se stessa, perché ritiene che le parole non costituiscano l’anima della canzone, quanto le note che la compongono. Non a caso la prima ad apprezzare il loro sound mistico è stata la ben più famosa connazionale Bjork, che fece pubblicare uno dei loro primi brani nel proprio cd, composto in occasione del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza islandese dalla Danimarca. Dalla loro nascita, i Sigur Ròs hanno pubblicato sei dischi: “Von” (1997), “Von brigði” (1998), “Ágætis byrjun” (1999), “( )” (2002), “Takk...” (2005), “Hvarf-Heim” (2007), uscito in concomitanza con il film “Hlemmur, una sorta di documentario interamente girato nei favolosi paesaggi islandesi, il cui silenzio è interrotto con dolcezza dalle loro canzoni. Possiamo dunque riassumere che lo scopo principale del gruppo è quello di rappresentare la perfezione e la calma dei paesaggi della loro terra, attraverso personaggi semplici ed innocenti, come i bambini.

 Un esempio di questa caratteristica è l’album “Takk…” (che in islandese significa “grazie”), i cui protagonisti sono, appunto, bambini o adulti che si comportano come tali. Nel brano “Glosoli”, il protagonista è un bambino che si sveglia nell’oscurità e teme che il sole sia stato rubato. Così, dopo aver convinto altri bambini a seguirlo, parte alla ricerca del sole, trovandolo infine lì dove è sempre stato. Il video del singolo si svolge nella campagna islandese e sulle scoscese scogliere a picco sul mare. Non ci sono adulti durante le riprese: emerge così l’innocenza e la semplicità dei bambini, sottolineata anche dalla voce, dal timbro quasi femminile di Jònsi, che quasi imita voci di piccole creature indifese. “Hoppipolla” è un’altra melodia menzionabile, sottolineata da note serene e felici. Protagonisti del video sono alcuni anziani che giocano, come bambini, per le strade di una cittadina deserta. Le immagini sono percorse da una tenerezza assoluta, evidenziata anche dai comportamenti dei personaggi. Un gruppo raffinato, un sound capace di suscitare emozioni dolci e atmosfere suggestive.

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Tra i tanti brani dedicati alle donne ve ne sono alcuni che hanno fatto la storia della musica italiana- Su tutte spiccano “La donna cannone” di De Gregori e “Quello che le donne non dicono” della Mannoia

LE DONNE CHE SANNO ISPIRARE LE CANZONI

Le donne sono creature che per le loro mille sfaccettature hanno sempre ispirato poeti e cantanti; per questo la parola di questa settimana è proprio “donna”. Tra gli innumerevoli brani dedicati all’universo femminile, quello che sembra meglio darne una visuale dall’interno è “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia. Una delicatissima canzone del 1988 dedicata alle donne e scritta da una donna, la quale  ne diventa ella stessa protagonista: “Siamo così, è difficile spiegare certe giornate amare, lascia stare, tanto ci potrai trovare qui, con le nostre notti bianche, ma non saremo stanche neanche quando ti diremo ancora un altro sì”. Altrettanto intensamente, il mondo femminile è cantato da Ligabue in “Le donne lo sanno”. Uno spaccato sulla complessità delle donne, che con la loro energia travolgente investono il mondo e gli uomini: “Le donne lo sanno com’è che son donne e sanno sia dove sia come sia quando, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando. E quelle che sanno spiegarti l’amore o provano almeno a strappartelo fuori e quelle che mancano sanno mancare e fare più male. Vogliono ballare un po’ di più, vogliono sentir girar la testa, vogliono sentire un po’ di più, un po’ di più”. 

Anche Zucchero ha dedicato due delle sue canzoni più famose alle donne: “Senza una donna” e “Donne”.  Nella prima, egli dice di non aver più paura di affrontare la mancanza della propria amata che, anzi, l’ha fatto soffrire: “Io sto qui e guardo il mare, sto con me, mi faccio anche da mangiare. Sì è così, ridi pure, ma non ho più paure di restare... Senza una donna come siamo lontani, senza una donna sto bene anche domani, senza una donna che m’ha fatto morir, senza una donna...”; nella seconda, si cimenta anch’egli in una personalissima descrizione del sesso opposto dandone una visione spensierata: “Negli occhi hanno gli aeroplani per volare ad alta quota dove si respira l’aria e la vita non è vuota. Le vedi camminare insieme nella pioggia o sotto il sole, dentro pomeriggi opachi senza gioia né dolore”. 

A descrivere l’incontro della donna con l’universo maschile ci pensa Anna Oxa con la sua “Donna con te”:  “Sarò un angelo per te quella donna che puoi stringere sul cuore, ma se occorre come il sole i tuoi sensi accenderò e piano piano poi li spegnerò. Donna con te, di me chissà che sai, donna con te, se tu lo vuoi”. Per finire abbiamo deciso di riportare i delicatissimi versi di Francesco De Gregori e della sua dolcissima “La donna cannone”, in cui si canta di un amore ai confini tra realtà e fantasia: “Così la donna cannone, quell’enorme mistero volò, sola verso un cielo nero s’incamminò. Tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì, altri giurarono e spergiurarono che non erano rimasti lì. E con le mani amore, per le mani ti prenderò e senza dire parole nel mio cuore ti porterò e non aver paura se non sarò come bella come dici tu, ma voleremo in cielo in carne ed ossa, non torneremo più”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI NOVEMBRE 2007

 

24/11/2007

Don Chisciotte e Sancho Panza, i due celebri protagonisti dell’opera di Cervantes, hanno trovato spazio tra note e spartiti- Francesco Guccini e i Modena City Ramblers hanno tradotto in musica due personaggi molto attuali

OMAGGIO IN MUSICA AGLI EROI DI CERVANTES

Utopia, azioni inutili, spreco di energie, sconfitte a ripetizione. Questi gli ingredienti che siamo soliti associare all’idea di rivoluzionario romantico. Un’idea stereotipata che deriva ed è incarnata dal Don Chisciotte di Cervantes e dal suo prode scudiero Sancho Panza. I due hanno costituito per generazioni di uomini e donne un simbolo ineguagliabile. Anche Francesco Guccini e i Modena City Ramblers hanno voluto rendere omaggio al cavaliere errante e al suo amico contadino. Il primo, nel cd “Stagioni”, mette in musica un dialogo tra Don Chisciotte e Sancho. I due durante il viaggio si interrogano sulla loro esperienza. Sancho Panza si fa portatore di un realismo pragmatico e contadino. Lui stesso ha moglie e figli e nella canzone critica le velleità del suo signore. Il vecchio Don Chisciotte, solitario nobile in decadenza, vagheggia di cavalieri, castelli e dame, duelli e singolari tenzoni, puntualmente smentito e sconfitto dalla realtà. Due anime diverse che si confrontano, ma alla fine si trovano unite in uno slancio di coraggio e determinazione. Cambia lo scenario in “Don Chisciotte” secondo i Modena City Ramblers. 

La disillusione è lampante fin dall’inizio, “gli amici mi guardano, sorridono, poi scuotono la testa i mulini mi aspettano…sto correndo ma la bussola si è persa”. Il sogno di Don Chisciotte si è infranto sugli scogli del capitalismo aggressivo novecentesco. Il cavaliere si trova spaesato in un mondo che non riconosce, e con lui tutti quegli utopisti “ultimi Sancho a marciare su una strada, una strada di rottami e di vecchie bandiere”. In Guccini il personaggio viene utilizzato per infondere una speranza che cresce, così come la musica nella canzone. Sancho e Chisciotte sono le due anime di una persona “di sinistra” sospesa tra slanci di passione e calcolo freddo di fronte ad una realtà malvagia. Nei M.C.R. si sottolinea il disincanto di chi ha lottato, ma ha perso. Una sorta di bivio dopo la sconfitta: continuare o arrendersi? La musica sempre uguale non infonde speranza o rabbia, ma pura malinconia e delusione. L’intento di Cervantes era lontanissimo dal creare un mito utopico. Il suo intento era semplicemente parodico verso un certo tipo di letteratura e società. 

E invece, oltre le sue aspettative, l’immortalità di quel personaggio buffo e strampalato è dovuta più all’interpretazione che nel tempo gli uomini hanno dato al suo personaggio, piuttosto che ai meriti letterari del suo inventore. Don Chisciotte è un perdente per antonomasia che suscita tenerezza in qualsiasi lettore. E anche le sue avventure tragicomiche, gli aspetti buffi, come i nomi stessi del cavallo Ronzinante o dello scudiero Sancho Panza, hanno contribuito a fare di questo testo uno dei più letti da certi ambienti di sinistra. Tutta la sua vicenda si lega a certi aforismi che sono stati scritti. Per esempio la famosissima frase di Antonio Gramsci: “un rivoluzionario è romantico per definizione”. Nonostante sia dovuta a un’errata interpretazione del volere dello scrittore, l’idea che ci siamo fatti di Don Chisciotte non perde il suo fascino e, se astraiamo dal contesto sociale e storico, Chisciotte ci può sembrare un Guevara d’altri tempi, eterno sognatore cui tutti ridono in faccia. Profeta di un futuro remoto in cui nessuno crede. Guccini e i Modena City Ramblers hanno saputo tradurre in musica un sentimento diffuso, che continua ad esercitare fascino e speranza, evidenziando due momenti diversi: lo slancio di passione e la consapevolezza di aver perso.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Da Jimmy Fontana a Neffa, passando per Celentano, Jovanotti e Ligabue: il mondo è cantato in molti brani e in diversi modi- C’è chi lo celebra, chi lo critica e chi lo difende denunciando i mali che lo affliggono

IL MONDO GIRA DENTRO MUSICA E PAROLE

“Il mondo non si é fermato mai un momento, la notte insegue sempre il giorno ed il giorno verrà. Gira, il mondo gira nello spazio senza fine, con gli amori appena nati, con gli amori già finiti, con la gioia e col dolore nella gente come me...”. Così cantava Jimmy Fontana, nel 1965, nella sua celebre “Il mondo”, canzone d’amore successivamente interpretata da numerosi artisti. E’ uno dei primi brani che la musica italiana ha dedicato al mondo, luogo eterno in cui si svolge la vita di ognuno. Nelle canzoni, esso non viene solo celebrato, ma anche criticato, difeso, usato come cornice in cui scrivere parole d’amore, di voglia di distacco dal caos che lo popola. Adriano Celentano, ad esempio, lo ha raccontato in tre modi diversi: in “La coppia più bella del mondo” (1960), parla dell’amore immenso tra lui e la sua donna, un amore che non conosce eguali in tutto il pianeta: “Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri, che sono tristi e sono tristi perché non sanno più cos’è l’amor...”; in “Questo vecchio pazzo mondo”, cantata in tv con Ligabue nel 1999, chiede ad un amico (che probabilmente è Dio) come è possibile credere in un mondo attraversato da violenza e odio: “Ehi amico, perché tu non rispondi niente e guardi me così umilmente? 

Perché ora dovrei avere dei rimorsi se in questa vita ognuno riesce ad odiarsi e mai nessuno mai impara ad amare, e tanto meno poi a perdonare? Amico mio caro dimmi perché...dimmi come, come, come fai a dire che tu credi in questo vecchio pazzo mondo?”; infine, in “Mondo in mi 7°” (1966), descrive la perpetua azione distruttiva degli uomini, che hanno riempito la Terra di sangue, guerre, ingiustizie: “Prendo il giornale e leggo che di giusti al mondo non ce n’è. Come mai il mondo è così brutto? Sì! Siamo stati noi a rovinare questo capolavoro sospeso nel cielo...Leggo che sulla terra sempre c’è una guerra, ma però, per fortuna, stiamo arrivando sulla luna mentre qui c’è la fame”. Molti anni dopo, nel 1995, tocca a Jovanotti (“L’ombelico del mondo”) indicare il cuore della Terra, un cuore multiculturale e colorato, in cui la mescolanza di razze, costumi, culture, lingue arricchisce il presente e disegna un futuro di pace: “Questo è l’ombelico del mondo, dove si incontrano facce strane di una bellezza un po’ disarmante, pelle di ebano di un padre indigeno e occhi smeraldo come il diamante, facce meticcie da razze nuove come il millennio che sta arrivando questo è l’ombelico del mondo e noi stiamo già ballando”. 

Qualche anno prima, invece, Antonello Venditti, nella sua “In questo mondo di ladri” (1988), denunciava lo stato di corruzione, malcostume e perbenismo ipocrita esistente nel mondo e soprattutto in Italia: “Hey, in questo mondo di ladri c'è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai...Voi vi divertite con noi e vi rubate fra voi, in questo mondo di ladri, in questo mondo di eroi...”. Ligabue, in “Balliamo sul mondo” (1990), canta il mondo come un posto su cui ballare, per conquistarsi uno spazio eterno, come hanno fatto Ginger Rogers e Fred Astaire, la celebre coppia di ballerini: “Fred e Ginger sono su una supernova sopra noi, chiudi gli occhi e tieni il tempo e sarà quasi fatta dai. C’è chi vince e c’è chi perde, noi balliamo casomai. Non avremo classe ma abbiamo gambe e fiato finché vuoi...Balliamo sul mondo, va bene qualsiasi musica, cadremo ballando, sul mondo lo sai si scivola, facciamo un fandango, là sotto qualcuno applaudirà, balliamo sul... mondo!”. 

I Negrita, nella romantica “Lontani dal mondo” (1994), raccontano un momento dolcissimo d’amore e la conseguente voglia di starsene lontani dal mondo a godersi tale momento, per farlo durare il più possibile: “Seduti in macchina a parlare, tanto il mondo si è spento quando hai spento il motore. E’ proprio lì che mi lascio andare e dico le cose che non sapevo dire. Che strana la vita, basta un po’ di calore. Vorrei restare qui, vorrei vivere qui, per sempre qui.... Seduti in macchina a parlare, sul vetro due gocce come fosse un bicchiere, un bicchiere grande che ci guardi dentro e che niente nasconde tranne questo momento. Lontani dal mondo, lontani abbastanza”. Infine, Neffa, con “Il mondo nuovo” (2006), ringrazia l’amore di una persona che lo ha aiutato a risalire dagli abissi della delusione: “E’ meglio la delusione vera di una gioia finta, ma quando la delusione cresce la pressione aumenta, sarà che la pioggia batte forte sulla mia finestra, sarà che alla fine della notte mi chiedo cosa resta. Però poi arrivi tu, ti siedi dove vuoi e butti giù la mia malinconia di vivere e tutto sembra già possibile per me. Preso dentro al buio che avanza, vieni tu a dare luce al mio giorno, trascinato sotto dall’onda, ho rincorso un mondo nuovo, la tua mano tesa mi è apparsa e adesso sto risalendo, per favore non fermarti ora”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

17/11/2007

Due soli cd per diventare una leggenda, due soli lavori prima del suicidio di Ian Curtis, leader dei Joy Division, gruppo discusso e duramente criticato- “Unkown pleasures” è l’album di maggiore successo del quartetto inglese

UN SEGNO RAPIDO NELLA STORIA DEL POST PUNK

Ian Curtis. Basta il nome per far ricordare a qualche appassionato e a qualche giovane in cerca di nuovi generi la chimerica storia dei Joy Division. Il 18 maggio 1980, Ian, leader e cantante dei Joy, viene trovato impiccato nella casa di Macclesfield. Aveva appena 24 anni. Il gruppo era nato solo pochi anni prima, ma due cd, anzi uno (il secondo uscì dopo la morte di Curtis), li avevano consegnati al successo. Forse per questo, per la paura, Curtis si suicidò due giorni prima della partenza per il tour americano che li avrebbe definitivamente consacrati. Eppure, con un solo lavoro sono diventati una leggenda. Una chimera della storia della musica post punk. Curtis era cresciuto a pane e rock (Bowie, Velvet Underground, Iggy Pop e gli Stooges) e aveva subito l’influenza dell’atmosfera punk fine anni ’70, con i Sex Pistols a farla da padrone. Dopo un inizio tentennante arrivò l’incisione del primo cd, “Unknown Pleasures” (piaceri sconosciuti). Le vendite salirono alle stelle, con un successo in crescita esponenziale. Ma la critica ovviamente non li risparmiò e i quattro musicisti inglesi vennero condannati anche per il nome. Joy Division era la sezione dei campi di concentramento destinata alla donne ebree che dovevano soddisfare i desideri sessuali dei kapo nazisti. 

Al di là di ciò, i Joy Division sono la prima rock band del post punk e anche la prima band ad affidarsi ad una casa discografica indipendente e non ad una major. La loro forza innovativa non si ferma a questo. Essi possono essere definiti uno dei gruppi fondatori del dark, come i Cure. La voce robotica di Ian, le pianole, il suono preciso scandito dalla batteria. “Unknown pleasures” è il racconto della sofferenza interiore di Curtis, del suo dramma. Come avverrà poi per il dark, si viene trascinati in atmosfere a metà tra la psichedelica e il funereo, tra lampi di luce e profonda oscurità. Bianco e nero, come le copertine dei loro due cd, come la maggior parte delle foto di Curtis. Secondo alcuni critici musicali, la prima traccia, “Disorder”, possiede uno degli attacchi più belli della storia della musica. Comincia la batteria e poi il basso col suo suono lontano che gira e gira. E poi la voce. Quell’espressività robotica, quella specie di geometria nel cantare, a metà tra Joe Strummer e Iggy Pop. “Disorder” ha un’incredibile forza magnetica, avvolge chi ascolta, passa da parte a parte trafiggendo gli effetti del sintetizzatore ed il piede comincia a battere il tempo sul pavimento. Non è forse possibile resistere a questa canzone, le altre al confronto sembrano logico corollario di uno splendido teorema. 

Ma il cd scorre e arrivano anche “Day of the lords”, più lenta e scandita (simile a “Since I’ve been loving you” dei Led Zeppelin), “Candidate” e “Insight”. Poi l’alba sbiadisce ed ecco “New dawn fades”, scura come la notte che riconquista il cielo. “She’s lost control” è un altro classico di questo cd. La batteria pare elettronica e il basso tiene il giro. La voce arriva come da un megafono, arricchita dall’eco, e ciò non fa che coinvolgere chi ascolta. “Shadowplay” si apre con un giro di basso e un rullare di charleston, lascia lo spazio ad un assolo di chitarra prolungato, amplificato come una preghiera nella pioggia, mentre si sentono esplodere i tuoni nel cielo. Chiudono l’ellepi: “Wilderness”, “Interzone” e  “I Remember Nothing”. Questo cd deve essere ascoltato, deve essere interpretato e fatto proprio, se si vuole. I testi sono eccezionali e il sound sperimenta nuovi orizzonti che verranno portati al massimo sviluppo dopo qualche tempo. Nei Division si trovano tracce di rock puro, accenni al metal e all’elettronica, ed un uso fantastico del sintetizzatore. Curtis e i suoi catturano e fanno davvero sognare. Un cd che merita un posto in qualsiasi stereo. 

Alberto Agostini -ilmegafono.org

 

Parole in musica- La musica nasce in città, tra i suoi vicoli, negli scantinati, in piccoli locali che vedono fiorire grandi stelle del domani- E tante canzoni hanno restituito il favore alla città, raccontandola in vari modi 

VECCHIA, PICCOLA O ETERNA, E’ SEMPRE DA CANTARE

Dentro la città, nelle sue viscere, tra i vicoli, nelle sale prova, lì nascono le canzoni, lì viene fuori la musica. Dentro gli scantinati si costruiscono i pezzi, si arrangiano, si cancellano, si rifanno. In certi locali notturni, poi, si suona, si offre al pubblico il frutto della propria ispirazione, il risultato del proprio ingegno e delle tante ore di prova e sacrificio. La città, insomma, è un luogo di musica e la musica, a sua volta, racconta spesso la città, descrivendola, spingendo l’ascoltatore a sentirne i profumi, a conoscere i personaggi tipici, a capire quello che è; così, spesso, una canzone diventa vero e proprio inno, come nel caso di “Grazie Roma” di Antonello Venditti o “Napule è” di Pino Daniele. E tra quelli selezionati, ci sono anche alcuni brani che hanno fatto la storia della musica italiana d’autore. A cominciare da una delle canzoni più belle di Fabrizio De André, “La città vecchia” (1966), in cui il cantautore ligure racconta la parte antica di Genova, dipingendo un ritratto di tutta la vita e la miseria che si muove tra i suoi vicoli: “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi, una bimba canta la canzone antica della donnaccia, quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia”. 

Una miseria fatta di prostituzione, di ladri e di assassini, che però De André invita a considerare senza i pregiudizi ipocriti dei benpensanti: “Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese, ma se capirai, se li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”. Un altro grande maestro della musica italiana, Francesco Guccini, ha dedicato alla sua Modena la splendida “Piccola città” (1972), in cui lega il suo ricordo di bambino e di ragazzo agli angoli della città, alla miseria della guerra, alle sensazioni, ai sogni, ai limiti: “Piccola città, io poi rividi le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica; mia nemica strana sei lontana, coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida: cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria; io, la montagna nel cuore, scoprivo l’odore del dopoguerra...”. Il tipico borgo emiliano, invece, ricorre spesso nelle canzoni di Ligabue, il quale, in “Piccola città eterna” (1993), ci offre un quadro dei personaggi caratteristici della sua Correggio, di quel piccolo universo che, anche se a qualcuno sta stretto, anche se tutto cambia, rimane sempre lì, eterno: “Gente persa in una piccola città eterna, piccola città testarda, piccola città con gli occhi chiusi a metà, piccola città che cerchi in giro e spesso ciò che cerchi è qua, c’è chi la ama, chi la odia e lei rimane sempre là...”. 

La città, come abbiamo detto, è un luogo in cui si canta, in cui ci si esibisce. Ed allora, Ron, nella sua “Una città per cantare” (1980), descrive proprio la vita quotidiana del cantante o del musicista, che, al di là delle proprie emozioni private, si prepara a salire sul palco in cerca della sua gloria: “Grandi strade piene, vecchi alberghi dimenticati, io non so se ti conviene i tuoi amori dove sono andati? Buia è la sala, devi ancora cominciare, tu provi, smetti e provi la canzone che dovrai cantare e non ti fermi convinto che ti si può ricordare... Hai davanti una canzone nuova e una città per cantare”. Un altro brano che ha fatto epoca è quello dell’Equipe 84, “Tutta mia la città” (1969), un inno alla città come luogo di certezza e di consolazione di fronte ad un amore definitivamente perduto: “No, non verrai: l’orologio nella piazza ormai corre troppo per noi. So dove sei: tu non stai correndo qui da me, sei rimasta con lui. Le luci bianche nella notte sembrano accese per me. È tutta mia la città. Tutta mia la città, un deserto che conosco, tutta mia la città, questa notte un uomo piangerà”. 

E l’amore è anche il tema dell’ultimo successo di Irene Grandi, “Bruci la città” (2007), scritto insieme a Francesco Bianconi dei Baustelle. Una canzone in cui l’artista toscana esprime tutta la passione per il suo uomo, da cui non vuole separarsi nemmeno davanti ad eventi catastrofici: “Bruci la città e crolli il grattacielo, rimani tu da solo, nudo sul mio letto. Bruci la città o viva nel terrore, nel giro di due ore svanisca tutto quanto, svanisca tutto il resto. E tutti quei ragazzi come te non hanno niente, come te io non posso che ammirare, non posso non gridare che ti stringo sul mio cuore...”. Infine, chiudiamo con un pezzo storico di Vasco Rossi, in cui il Blasco con il suo stile tipico si chiede “Cosa succede in città” (1985): “Cosa succede, cosa succede in città? C’è qualche cosa, qualcosa che non va! Guarda lì, guarda là, che confusione, guarda lì, guarda là che maleducazione!”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

10/11/2007

La nota cantante islandese non è soltanto un’interprete dalle eccezionali doti vocali, ma anche un personaggio originale, capace di stupire e di sperimentare- La sua carriera da solista ci ha regalato straordinari capolavori

BJORK, VOCE SUBLIME E STILE INIMITABILE

Björk Guðmundsdóttir nasce a Reykjavik il 21 novembre 1965 e da piccola vive in una comune hippy con i genitori. La sua carriera musicale inizia a soli undici anni, quando, dopo aver studiato pianoforte alle elementari, esce il suo primo disco che sarà subito di platino. Negli anni a seguire, Bjork, la musicista degli eccessi e delle stranezze, entra a far parte, di volta in volta, di gruppi punk, jazz-fusion, di musica gotica e, alla fine, degli Sugarcubes, dai quali in seguito si è separata per intraprendere la sua fortunatissima carriera da solista. Il suo primo disco da solista è “Debut” (1993), nominato album dell’anno dal New Musical Express, seguito poi da “Post” (1995), da “Telegram” (1997) e, qualche mese dopo, da “Homogenic”. Nel 1999, Bjork fa la sua prima e ultima apparizione sui grandi schermi. Appena compiuta la colonna sonora del film di Lars von Trier “Dancer in the Dark”, intitolata “SelmaSongs”, questi le chiese (o meglio, le ordinò) di partecipare lei stessa al film come protagonista, altrimenti, al suo rifiuto, avrebbe terminato le riprese. Pur controvoglia, Bjork accettò l’incarico e, dopo l’uscita del film, dichiarò che non avrebbe ripetuto mai più un’esperienza del genere. 

Ma questa non è stata la prima volta che la cantante si è sentita stressata e ha “fatto le bizze”. Nel 1996 a Bangkok, in preda ad una crisi di nervi, ha aggredito una troupe televisiva che cercava di riprendere la sua famiglia. Dopo il fatto, Bjork aveva deciso di staccare con la vita dello spettacolo almeno per un po’, così si stabilì per qualche tempo sulla cima di una montagna islandese, dove tutto ciò che si udiva era lo scricchiolio dei ghiacciai e il sibilo del vento. Qualche tempo dopo (siamo nel 2001), viene pubblicato “Vespertine”, in cui Bjork inizia a fare sperimentazioni musicali, con sovrapposizioni di voci e cori di etnici inuit. Ma dovremo aspettare ancora tre anni per l’uscita di un vero capolavoro. Nel 2004, esce infatti “Medulla” (dal latino “midollo”), che, come il nome stesso dice, guarda molto di più verso l’interiorità e che gioca su magnifiche sovrapposizioni di cori maschili e femminili. Protagoniste indiscusse di tutto il cd sono infatti le voci di Bjork e dei suoi collaboratori ed i vari cori. Bjork utilizza la propria voce sovrapposta per creare un ritmo, come in “Öll Birtan”, che giunge all’apice dei toni, con voci di sottofondo che imitano percussioni e, in primo piano, voci di vario tono che urlano o cantano, per poi riprendere, all’inizio della canzone, il motivo iniziale. 

Degne di menzione sono la cupa “Where is the line?”, un motivo che a differenza di quello già menzionato (“Öll Birtan”)  ha un testo (anche se molto criptico) e cori con toni deliranti, volti quasi ad imitare ululati di spiriti notturni. Un’altra melodia bellissima è “Desired Constellation”, una canzone d’amore con un testo inconsueto e un sottofondo che sembra imitare rumori notturni (come il canto dei grilli). Ma il vero capolavoro del disco è “Oceania”, composta nel contesto delle Olimpiadi di Atene 2004, in cui il mondo è descritto dal punto di vista del fondale oceanico. Il video della canzone ha interpretato magistralmente la melodia. Bjork, che ha il viso coperto da gemme bianche ad imitare le scaglie di un pesce, al centro della scena, canta circondata da piante color arancio simili a orchidee che si muovono e scivolano nell’oscurità del fondo dell’oceano sulle note del brano e dei cori. Ma non c’è bisogno dei video per poter interpretare la canzone: la voce “narratrice” di Bjork fa pensare ad una città sommersa, nel buio silenzioso ed immobile del fondale oceanico, rischiarato dalle voci delle sirene che scorrazzano qua e là. Ultimo cd della cantante (uscito nel 2007) è “Volta”, dedicato al grande scienziato e studioso dei fenomeni elettrici, che, come suggerisce il nome stesso del disco, è un’esplosione di vitalità, che però non riesce a reggere il confronto con le composizioni precedenti.

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

I Gang sono un gruppo marchigiano che, dopo tre album punk rock in inglese, nel 1991 hanno inciso “Le Radici e le ali”, primo album in lingua italiana- Contenuti forti, qualcuno anche molto discutibile, e un sound travolgente

LA FORZA ESPRESSIVA DEI GANG, NEL BENE O NEL MALE

A vederli così, in quella foto datata 1984, sembrano i Clash. Stessi capelli con ciuffo sulla fronte alle Joe Strummer, stesse facce quasi devastate, occhiaie in vista insieme alle borchie. Invece sono quattro italiani, imbevuti di rock e punk, riuniti intorno al gruppo storico, i fratelli Severini. “Ma chi sono questi?”, ci si chiederebbe. Sono i Gang. Un gruppo italiano nato verso gli anni ottanta in pieno calderone post settantasette. Al tempo dei Duran Duran, delle discoteche, delle luci coloratissime, i Gang si pongono in contro tendenza assoluta. Si andava esaurendo l’onda lunga sessantottina, gli universitari del settantasette diventavano padri e madri di famiglia e nelle chiese così come nelle stanze degli ospedali nascevano vite e responsabilità, prendendo il posto di collettivi e sparatorie in piazza. I fratelli Severini, figli di padre muratore e madre sarta, figli di un piccolo paese nella provincia di Ancona, si appassionavano di rock e di Inghilterra. Di là dalla Manica nascevano i Clash, ed il richiamo di “London Calling”, di “Spanish Bombs”, di “Rock the Casbah” era troppo forte per molti, anche per i due fratelli di Filottrano. 

Nacquero così i primi tre cd in inglese, gli autoprodotti “Tribes Union”, “Barricada Rumbe Beat” e “Reds” con la CGD. Ma arrivarono gli anni novanta ed il bisogno di legare il rock popolaresco di Joe Strimpellatore con i canti popolari che da sempre hanno contraddistinto il nostro Paese. Mondine, partigiani, contadini e operai, immigrati. Questo è lo sfondo del primo cd dei Gang in lingua italiana. Le “Radici e le ali” nasce nel 1991 tra Bologna e Milano. Non si può trascurare l’intento di denuncia di questo cd. A partire dalla prima traccia, “Esilio”, una poesia di grande impatto che fa riflettere. Poi arriva “Socialdemocrazia”, che descrive lo Stato ingessato sotto il controllo dello Stato della burocrazia e della grande Balena Bianca. I tempi in cui nasceva la Lega e si avvertivano gli scossoni di Tangentopoli e la fine di qualcosa, la rottura tra prima e seconda Repubblica. E i Gang erano lì a cantare e a denunciare. Ma essi nutrono un certo fascino per quella parte di società reietta, allontanata, nascosta. Sono per i Robin Hood, per i briganti. E in questa parte della società inseriscono anche il brigatista Renato Curcio (il quale però, onestamente, è molto peggio di un brigante). 

E quale canzone esprime meglio questo loro amore che “Bandito senza tempo”? Tutto il cd oscilla tra il canto lento quasi popolaresco, da intonare i piazza, al ritmo più serrato e indiavolato che da “Socialdemocrazia” viene poi ripreso in “Chico Mendes” e in “La Lotta Continua”. I Clash, come si intuisce, non sono moderati. Sono puri e integri, coerenti. Si concedono il lusso di essere loro stessi, di rivolgersi ad un brigatista (l’unico eccesso che si poteva evitare), di cantare i partigiani. Non si vergognano certo a farsi vedere per quello che sono. Indipendentemente dall’opinione politica che ognuno ha e dai giudizi, non si può non riconoscere la forza espressiva dei Gang. Essi guardano la realtà così come è, non si nascondono e rischiano, denunciano. In un periodo delicato per tutta la storia italiana. Ma questo è un cd che merita di essere ascoltato. Innanzitutto per il sound, poi per i testi, per i ritmi che qualche volta assumono quelli dei canti indiani. Chi vuole trovare un momento per riflettere, per reagire, per trovare la forza di lottare, inserisca questo cd nello stereo e si lasci trascinare da Andrea Mei, da Sandro e Marino Severini.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

03/11/2007

In occasione del prestigioso festival “Ex Novo Musica 2007” in corso a Venezia, il compositore Giovanni Mancuso presenterà la sua nuova ed impegnativa composizione, dedicata a Totò Cuffaro ed ai rapporti tra mafia e politica

QUANDO LA MUSICA PARLA DI MAFIA E POLITICA

All’interno di Ex Novo Musica 2007, un pregevolissimo e raffinato festival di musica contemporanea che si sta svolgendo in questi giorni a Venezia, tra le numerose prime esecuzioni, risalta per la tematica affrontata una nuova creazione del compositore Giovanni Mancuso dal titolo piuttosto impegnativo: “Signor Giudice, se io parlo di certe cose, lei sarà ucciso e io sarò preso per pazzo”. Il titolo è una emblematica frase che Tommaso Buscetta rivolse a Giovanni Falcone e nella quale è racchiuso il paradigma dei rapporti tra mafia e politica. Un argomento purtroppo ancora attuale ed inquietante ma che rischia continuamente di scivolare tra le pieghe di una “normalità”. Una indignazione civile sembra invece muovere Giovanni Mancuso verso la trattazione e riformulazione linguistica di una tematica extramusicale che dovrebbe, da un lato, riportare la musica contemporanea ad un impegno morale ed etico, dall’altro, sensibilizzare un pubblico alla coscienza di questi problemi ed alla documentazione personale. 

La composizione, che verrà presentata presso le Sale Apollinee del Gran Teatro La Fenice di Venezia, reca una doppia dedica: all’Ex Novo Ensemble che ne curerà la prima esecuzione e al Presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, indicato dall’autore come “uno dei più talentuosi esponenti del moderno rapporto tra mafia e politica”. Oltre all’organico strumentale (flauto anche ottavino, clarinetto basso, violino piccolo, violoncello e pianoforte) - che prevede anche l’utilizzo di strumenti auto-costruiti, giocattoli ed altri accessori - si affiancherà una misteriosa “giuria popolare”, la cui identità verrà svelata soltanto la sera del concerto. Un’attesa e un effetto sorpresa che dovrebbero correre contro quel sentimento di assuefazione o di indifferenza che ancora spesso segue queste tematiche. 

Le note che il compositore riporta quale guida all’ascolto lanciano alcuni interrogativi: “Resta ancora tragicamente attuale questa frase pronunciata da Tommaso Buscetta al giudice Falcone sulle relazioni tra mafia e politica. Proprio ora (luglio 2007) che le indagini sulla strage di Via D’Amelio puntano - ancora una volta nella torbidissima storia del nostro paese - sulle responsabilità dei servizi segreti italiani...Naturalmente questa impossibilità di sapere, questo sentimento tragicamente “normalizzato”, è per me un motore mostruoso di inquietudine proprio perché quasi non scandalizza più. Quella convivenza perversa tra stato di diritto e mafia si è finalmente realizzata? La pacificazione e l’apparente calma che regna dopo le stagioni stragiste del 1993 è il reale effetto di un problema risolto? Nessuno di noi lo crede, ma negli ultimi anni molte mostruosità inconciliabili con una democrazia sono passate davanti ai nostri occhi, rivestite di una patina di normalità: come non ricordare la falsa assoluzione di Andreotti (in realtà colpevole di associazione a delinquere con la mafia, reato estinto per prescrizione) o la elezione e rielezione del presidente della regione Sicilia, Totò Cuffaro, imputato attualmente per favoreggiamento aggravato alla mafia?”. 

Ma il superamento di una epidermica indignazione occasionale è confermato dalle dichiarazioni riportate alla conferenza stampa di qualche giorno fa: “Certo l’indignazione è un motore prorompente ma non mi sono voluto limitare al superficiale sfogo verso la mafia, ho seguito con attenzione tutte le udienze e i documenti relativi al processo Aiello - Cuffaro che in questi giorni è salito alle cronache per le richieste avanzate contro gli imputati, ho cercato materiale di prima mano sulla storia dei rapporti tra mafia e politica e vorrei che almeno muovesse un pubblico apparentemente lontano alla coscienza di questi argomenti attraverso la personale documentazione che ai nostri giorni è molto più facile ottenere”. Ringraziamo l’Ex Novo Ensemble, il suo presidente Claudio Ambrosini e il suo direttore artistico massimo Contiero per il coraggio di una scelta così attuale.

Cecilia Vendrasco  

Associazione Culturale Laboratorio Novamusica Venezia

www.laboratorionovamusica.it

 

Parole in musica- Il battito vitale del cuore, contenitore di sentimenti e passioni, è stato accompagnato dalla musica in tantissime canzoni italiane e straniere- Dai successi del passato fino ad oggi, ecco la nostra selezione di brani

UN CUORE CHE BATTE A RITMO DI MUSICA

La parola in musica di questa settimana è “cuore”: una delle più classiche, che affolla i testi di tutte le canzoni, non solo d’amore. Sarà perché, oltre a rappresentare un organo vitale, il cuore è sempre stato individuato astrattamente come la sede privilegiata di tutti i sentimenti, primo tra tutti l’amore. Quindi il cuore come simbolo d’amore e, conseguentemente, di sofferenza amorosa. Se, allora, si impazzisce d’amore per qualcuno non sorprende affatto imbattersi in un “Cuore matto”. La celebre canzone di Little Tony, che ormai fa parte della tradizione musicale italiana, suona come una sorta di dialogo tra la ragione ed il cuore che non vuole ascoltarla: “Un cuore matto che ti segue ancora e giorno e notte pensa solo a te, e non riesco a fargli mai capire che tu vuoi bene ad un altro e non a me. Un cuore matto, matto da legare che crede ancora che tu pensi a me, non e convinto che sei andata via, che m’hai lasciato e non ritornerai”. E se l’amore è vita, la fine di un amore determina anche la fine della vita, ed il cuore, metaforicamente, si spezza. Così è in “Spaccacuore” di Samuele Bersani. Si tratta di una delle liriche più romantiche del talentuoso cantautore romagnolo. 

Recentemente reinterpretata da Laura Pausini, questa canzone tocca le corde dell’anima facendo percepire un dolore dolce, ma disperato: “So chi sono io anche se non ho letto Freud. So come sono fatto io ma non riesco a sciogliermi, ed è per questo che son qui e tu lontana dei chilometri che dormirai con chissà chi, adesso lì ... Ma non pensarmi più, ti ho detto di mirare. L’amore spacca il cuore. Spara! Spara! Spara, Amore! Ma non pensarmi più, che cosa vuoi aspettare? L’amore spacca il cuore. Spara! Spara! Spara, dritto qui...”. Anche Carlos Santana, cantando il dolore, parla di un “Corazon espinado”: “Ah ah ahi, corazon espinado, como duele me duele mi alma, ah ah ahi como me duele el amor”. Le difficoltà che l’amore incontra lungo il suo tortuoso cammino diventano dei veri e propri ostacoli da superare ne “Gli ostacoli del cuore” di Ligabue. Il dolcissimo brano, impreziosito dalla voce di Elisa, si chiude così: “C’è un principio di energia che mi spinge a dondolare fra il mio dire ed il mio fare, e sentire fa rumore, fa rumore camminare fra gli ostacoli del cuore. Quante cose che non sai di me, quante cose che non puoi sapere. Quante cose da portare nel viaggio insieme. Quante cose che non sai di me, quante cose devi meritare. Quante cose da buttare nel viaggio insieme”. 

Il cuore è ancora protagonista di una canzone della Bandabardò, anzi, per la precisione si tratta di un “Cuore a metà”. L’allegra ed ironica (come sempre) Banda canta in queste strofe, con una disinvolta leggerezza, il tema del tradimento: “A questo punto è l’intimità. A parte loro nessuno saprà che fu un trionfo del sangue,  della passione, del dirsi tutto con dolcezza! Dormo col cuore a metà diviso tra il sogno e la realtà. Tra un corpo da mille carezze e le mille incertezze della libertà”. Vogliamo terminare, infine, con un altro classico della tradizione italiana: “Il cuore è uno zingaro” di Nicola Di Bari e Nada. Nell’eterno contrasto tra cuore e ragione qui prevale prepotentemente il secondo: “Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va. Finché troverà, il prato più verde che c’è raccoglierà le stelle su di se e si fermerà chissà… e si fermerà”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI OTTOBRE 2007

 

27/10/2007

“Radici”, album del 1972, è uno dei più bei lavori del grande cantautore emiliano e contiene pezzi che hanno fatto la storia della musica italiana d’autore: dall’omonima “Radici” a “La locomotiva” fino a “Il vecchio e il bambino”

BASTA SOLO IL NOME: FRANCESCO GUCCINI

“La cosa sul confine della sera”. Chiunque continuerebbe con “oscura e silenziosa se ne sta”. Francesco Guccini è una colonna portante della musica d’autore italiana. Il suo album, “Radici”, è una raccolta di sette famosi brani. Si inizia con “Radici”, nostalgica e malinconica come una sera d’autunno sui monti dell’Appennino. La seconda traccia è un classico, con cui Guccini conclude ormai da decenni ogni suo concerto: “La locomotiva”. Un inno anarchico ad un ferroviere che ad inizio secolo “dimenticò pietà, scordò la sua bontà” per scontrarsi contro un treno proveniente dalla parte opposta. Ma il suo intento fu vanificato, da come “finì la corsa la macchina deviata lungo una linea morta”. Una canzone che continua ad animare, a scuotere, a caricare. La chitarra, in fondo, imita quasi il ritmo del treno sulle rotaie, in quel viaggio sciagurato. Il ferroviere, come leggiamo nel sito dei Modena City Ramblers che ne hanno fatto una cover, si salvò e ottenne una pensione a vita dalle Ferrovie. Da una traccia politica ad una più personale, “Piccola Città”. Una canzone su Modena (“fu il mio esilio da Pavana e l’attesa di Bologna” come l’ha definita in un’intervista) e più in generale su ogni città del dopoguerra, perbenista, che castiga i sogni più audaci dei giovani di allora con “il mesto odore di religione”. 

Dopo “Piccola città” arriva “Incontro”, un classico di Guccini. Una poesia su un uomo e una donna che si ritrovano dopo tanto tempo, con dieci anni da narrarsi senza fretta in una città grigia e caotica. Quel che rimane è un’amara riflessione sulla vita e sul tempo che prende e che dà: “Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa”. La “Canzone dei dodici mesi” distoglie l’ascoltatore dai pensieri ispirati da “Incontro”. Guccini canta ogni mese sottolineandone gli aspetti più vicini alla natura, da “Gennaio silenzioso e lieve” a Dicembre nei cui giorni nacque Cristo passando per “il dolce Aprile” e “le inquietanti nebbie” di Novembre.Poi, la “Canzone della bambina portoghese”, triste, anch’essa nostalgica, con un’ulteriore amara riflessione sulla vita: “E capirai... che quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare o bere, ma il qualcosa che ti porti dentro, cioè vivere”. Chiude il cd la canzone forse più bella, più poetica, più ricca di pathos e commovente: “Il vecchio e il bambino” è un vero capolavoro. Ogni parola si sposa con quelle attorno, in una melodia in saliscendi. 

La storia è quella di un vecchio e di un bambino che camminano in un paesaggio desertico da dopo guerra. Quella che rimane di alberi e prati verdi è solo un’immensa pianura desolata. La bellezza del posto rivive solo nel ricordo del vecchio. Il bambino, spaesato, pensa che siano fiabe e invita l’adulto a raccontarne ancora, quasi a presagire che le nuove generazioni prima o poi dimenticheranno tutto quello che è stato, mentre i vecchi verranno presi per stupidi, per gente che non sa distinguere il vero dai sogni. “Radici” è un cd in grado di coinvolgere, emozionare, come tutti quelli del poeta emiliano. Guccini appassiona ancora, dopo quaranta anni esatti dal suo esordio con “Folk Beat N°1”. Viene ascoltato da giovani e meno giovani.  Nella sue canzoni, come in questo cd, si può trovare politica, amore, passione. Temi più che mai attuali che risvegliano rabbia e malinconia. Ascoltare queste canzoni è un piacere, è staccare un momento dalla musica commerciale che invade le radio e ogni momento della vita, per dedicarci un momento alla riflessione e alla poesia.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Dalla guerra alla speranza, da Dio all’amore: questa settimana abbiamo selezionato le tante canzoni che hanno come tema il cielo- Il record è di Ligabue, con ben quattro canzoni che guardano verso l’ alto

QUANDO LA MUSICA PIOVE DALL’ALTO

Sta sempre sopra la nostra testa, il suo colore spesso condiziona il nostro umore, per molti è il luogo degli dei, delle divinità, per altri è l’unico colore di vita e di speranza in mezzo agli orrori della guerra, della miseria, della violenza, dell’emarginazione, per altri ancora è il luogo da cui cade la pioggia mortifera ed esplosiva partorita delle aviazioni militari: il cielo può essere tutto questo, in base al punto di vista di chi osserva. E la sua irraggiungibile grandezza che tutti gli uomini di ogni tempo hanno ammirato, sognando per secoli di attraversarlo fisicamente, gioendo per esservi riusciti, ha contagiato anche gli scrittori e gli autori, che hanno cercato di fermarla su un foglio, accompagnandola con le note offerte dai musicisti. In molte delle canzoni selezionate, il cielo assume un forte significato di speranza o, comunque, di punto di fuga da  una difficile condizione. 

Nella bellissima “Bullet the blue sky” (Spara al cielo blu) del 1987, gli U2 parlano dell’intervento americano in San Salvador, a sostegno del regime del presidente Duarte, durante la guerra civile esplosa nel 1980: “In the howling wind comes a stinging rain. See it driving nails into the souls on the tree of pain. From the firefly, a red orange glow. See the face of fear running scared in the valley below. Bullet the blue sky, bullet the blue sky, bullet the blue sky, bullet the blue sky (Nel vento ululante viene la pioggia pungente. Guardala piantare chiodi nelle anime sull’albero del dolore. Dalla lucciola un bagliore rosso-arancio. Guarda la faccia della paura correre atterrita nella valle sottostante. Spara  al cielo blu, spara al cielo blu). Un’altra canzone ha un significato molto forte, perché scritta in un momento difficile: “Alzando gli occhi al cielo”, di Luca Carboni, è un canto contro la mafia scritto nel 1992, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.

Un pezzo molto bello, cantato anche in coppia con Jovanotti: “Come fanno i capi della mafia a non pentirsi, come fanno certi potenti a non convertirsi. Loro lo sanno quanto male fanno, loro lo sanno quanto è solo un uomo e sanno bene quanta paura c’è dentro ad ogni cuore. E sanno bene come ci si arrende, come si arrende e come ci si stanca di sognare di cambiare il mondo...Ma se per caso alzo gli occhi al cielo, con un cielo come questo chiedo se almeno lui sa la verità. Qui non c’è nessuno che sa chi imbroglia e chi è imbrogliato, nessuno che sa chi fa i soldi e chi il drogato. E allora alzando gli occhi al cielo, sentendosi sempre più soli, per sempre gli uomini si chiederanno come si fa”. Più leggero, almeno in apparenza, è il famoso canto tradizionale messicano, “Cielito lindo”, in cui si invita a cantare “porque cantando se alegran los corazones” (perché cantando si rallegrano i cuori) e si supera ogni problema. Al cielo ovviamente è fortemente legato l’aspetto spirituale, quello relativo alla divinità, alla “sfera celeste”. 

Renato Zero, nella sua “Il cielo”, parla dell’importanza della fede per la vita di un uomo: “Quante volte ho guardato al Cielo, ma il mio destino è cieco e non lo sa e non c’è pietà per chi non crede e si convincerà che non è solo una macchia scura il Cielo”. Il rapporto con la propria fede, o meglio con una fede che non c’è, è centrale in almeno due canzoni di Ligabue: “Il cielo è vuoto o il cielo è pieno” (1995) e “Tu che conosci il cielo” (2002). Nella prima il cantautore di Correggio mostra di voler scoprire il mistero dell’esistenza di un mondo ultraterreno solo quando sarà il momento: “Io non so se sono cotto, certi giorni non mi basta ciò che vedo, sento e tocco, però so che non so stare fermo e so che cerco e so che tante volte trovo e perdo qui, fra corpi solidi. Se il cielo è vuoto o il cielo è pieno il giorno che ci guarderemo si saprà”. Nella seconda, Ligabue si affida a qualcuno che crede per portare un suo messaggio ad un Dio sulla cui esistenza non ha certezze, ma dubbi profondi: “Tu che conosci il cielo saluta Dio per me e digli che sto bene considerando che... che non conosco il cielo, però conosco te, mi va di ringraziare puoi farlo tu per me? Che intanto sono in viaggio, digli pure che io sono in viaggio, non lo so dove vado ma viaggio e gli porterò i miei souvenir, tutti quanti i miei souvenir”. 

In un’altra canzone, il rocker emiliano urla al cielo tutta la sua voglia di vivere la vita pienamente e la sua rabbia contro i dogmatismi e i luoghi comuni: “Non saremo delle star ma siam noi, con questi giorni fatti di ore andate per un weekend e un futuro che non c’è. Non si può sempre perdere, per cui giochiamoci, certe luci non puoi spegnerle, se un purgatorio è nostro perlomeno. Urlando contro il cielo.....il patto è stringerci di più, prima di perderci forse ci sentono lassù. E’ un po’ come sputare via il veleno. Urlando contro il cielo”. C’è poi un altro brano, ancora di Ligabue, “Chissà se in cielo passano gli Who” (2002), in cui si prova ad immaginare un cielo (inteso come esperienza ultraterrena) in cui scorre tanta musica rock: “Chissà se in cielo passano gli Who. Chissà se in cielo passano gli Who. Chissà che nome d’arte avrà il dj, se sceglie sempre e solo tutto lui, se prende le richieste che gli fai...”. 

Per i Pooh, invece, il cielo è un mezzo per sperare e per uscire fuori dalle difficoltà quotidiane, come cantano in “Il cielo è blu sopra le nuvole” (1992): “Ma il cielo è blu sopra le nuvole e non è poi cosi lontano, dobbiamo arrampicarci e crescere senza bisogno di nessuno. Il cielo è blu sopra le nuvole, oltre il silenzio ed il rumore, c’è chi ha le macchine e gli aerei però ha paura di volare..... ma il cielo è blu sopra le nuvole, dietro la rabbia ed il dolore, la vita è un pugno nello stomaco, solo per chi se lo fa dare”. Infine, il cielo è anche lo scenario sotto cui si celebra l’amore, un amore forte e passionale come quello che attraversa le famose strofe della nota “Il cielo in una stanza” (1960), scritta da Gino Paoli e magistralmente interpretata da Mina: “Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti, quando sei qui vicino a me questo soffitto viola no, non esiste più. Io vedo il cielo sopra noi, che restiamo qui, abbandonati come se non ci fosse più niente, più niente al mondo”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

20/10/2007

“La lunga notte” è il primo lavoro da solista di Stefano “Cisco” Bellotti, ex cantante dei Modena City Ramblers, una delle voci più belle in circolazione- Uno splendido cd carico di significati  e di spunti di riflessione

DA MARCOS A SEPULVEDA PER UN GRANDE ALBUM

Stefano Bellotti, per gli amici e per tutti Cisco, è stato la voce storica dei Modena City Ramblers, gruppo folk modenese-reggiano. Nel 2006, è uscito il suo primo album da solista, “La lunga notte”. Un cd intenso e denso, molto diverso dal sound folk cui ci aveva abituati in passato. “Possano gli anni rincorrersi a lungo e dimenticarsi di rincorrere te, possa ogni giorno portarti il suo dono...”: così canta in “Come se il mondo”, brano lento e piacevole, molto simile ai suoni lugubri e bassi di Vinicio Capossela. Per Cisco si tratta di una vita nuova che ha intrapreso dopo la decisione di lasciare i MCR. L’album avvolge chi ascolta con le melodie lente e ritmate di “La lunga notte”(il titolo è stato ripreso da un discorso del subcomandante Marcos, “Veniamo dalla notte buia”), “Il prigioniero” e “Diamanti di Carbone”. Ma due canzoni, “Venite a vedere” e “Best”, sono particolarmente degne di nota per la loro bellezza complessiva, commoventi, pregne di significato e suonate benissimo. 

“Venite a vedere” è stata ispirata da un celebre e toccante articolo scritto dallo scrittore Luis Sepulveda all’indomani della strage dell’undici marzo a Madrid: “Venite a vedere il sangue in strada a Madrid, erano tanti, gente comune, la pura e semplice umanità, che cominciava un altro giorno qualunque”. Un brano poetico, un inno alla pace, che risveglia rabbia, commozione, indignazione, ma anche speranza come canta Cisco alla fine: “Inginocchiatevi e bagnate le mani, e con questo gesto carico di dolore, scrivete sui muri che vogliamo la Pace, andate e scrivete la parola Pace”. Nel brano “Best”, il nostro cantautore racconta la storia di George Best, mito del calcio, personaggio eccentrico, sregolato, unico, geniale. E proprio in quanto genio forse era destinato a diventare una sorta di poeta maledetto del calcio e come si ascolta: “Se non fossi stato poi così affascinante oggi nessuno ricorderebbe Pelè”. Una canzone in cui Best si presenta. Era il migliore, a partire dal nome, il genio, “l’ala che spinge”, “un ribelle sul campo”, pallone d’oro nell’anno 1968.

 Un uomo unico, che sicuramente piangeremo premendo play sullo stereo e che il cantante ci fa ricordare con un po’ di nostalgia. Al brano undici, dopo tracce più pacate si passa alla ballata “Latinoamericana”, allegra, che sembra imitare il rumore del treno sulle rotaie, come “Macondo Express” dei MCR. Il disco si conclude con una canzone emblematica: “Questo è il momento”, il momento della resa dei conti, di viaggiare contro corrente, di uscire dalla torre d’avorio e lottare davvero. È questo il significato di un brano lento, acustico, che rimanda un po’ ai vecchi saggi, Dylan e Stevens. Deludono, perché poco orecchiabili e forse un po’ artificiose nel sound, “Tina”, “Sisters of mercy” e “Terra rossa”. Nel complesso, Cisco supera la prova da solista praticamente a pieni voti. Si allontana dalla piazza, dal “pogo”, dalla confusione, dal violino indiavolato di Fry Moneti (MCR) e si avvicina ad un pubblico magari più ristretto. Un cd da ascoltare comodamente seduti sul divano, possibilmente con un bicchiere di rosso a fare compagnia e con la voce di Cisco a riempire il vuoto, a far riflettere.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Una parola dai tanti significati, legata all’intimità delle persone, profondamente coinvolta nelle vicende d’amore- Da Cocciante alla Nannini, molti brani di successo che hanno colpito l’anima  

TANTE CANZONI SCRITTE CON L’ANIMA

La parola italiana “anima” deriva dal greco anemos, che significa “vento”. Nella Grecia antica, invece, si faceva riferimento all’anima con il termine psychè, con un significato più vicino a “spirito”. In latino, anima continua ad indicare propriamente “ciò che spira”, quindi il soffio, il vento e anche l’elemento aria. Da questo significato si evolve, poi, in quello di “respiro”, nel senso dell’aria che si aspira e, per traslato, indica la vitalità primordiale, animale, basata appunto sull’atto del respirare. Proprio la sua origine ci spiega come mai, oggi, il termine “anima” abbia una pluralità di accezioni e significati e, quindi, si presti ad essere utilizzata nei modi più variegati anche nei testi delle canzoni. Ad esempio, in “Anima”, di Pino Daniele, si parla dell’anima “che io ho lasciato fra le tue mani per non avere tutti i giorni uguali, l’anima che troppe volte metti sotto i piedi, l’anima che tiro fuori quando non mi credi, l’anima che a volte ti fa ragionare anche se hai voglia di lasciarti andare”. Non sembra che qui vi sia un significato univoco di questa parola che viene utilizzata sia come sinonimo di “cuore”, che di “coraggio” e di “coscienza”. 

Nulla a che vedere con “Anima fragile” di Vasco Rossi. In questa canzone del 1980, il cantautore emiliano chiama “anima fragile” la donna amata da cui si è ormai separato: “E tu chissà dove sei, anima fragile che mi ascoltavi immobile, ma senza ridere. E ora tu chissà, chissà dove sei, avrai trovato amore o, come me, cerchi soltanto avventure perché non vuoi più piangere”. Allo stesso modo, nel famosissimo brano dei Cugini di Campagna, “Anima mia”, re-interpretata tra l’altro da Claudio Baglioni, la parola anima, accostata all’aggettivo possessivo “mia”, fa riferimento alla donna nei confronti della quale si nutre un profondo amore e con cui si è stretto un forte legame sentimentale (evidenziato appunto dall’aggettivo “mia”). Conosciamo tutti il ritornello che recita: “Anima mia torna a casa tua, ti aspetterò dovessi odiare queste mura. Anima mia nella stanza tua c’è ancora il letto come l’hai lasciato tu”. La fine di un amore, ma allo stesso tempo la speranza che questo possa ritornare. L’anima, in tanti casi, viene poi considerata come un luogo segreto, intimo, in cui si vive l’amore e si conservano i ricordi più cari: così è in “Sei nell’anima” di Gianna Nannini e in “Noi due nel mondo e nell’anima” dei Pooh. 

Nel primo brano l’anima è, appunto, il luogo interiore dove si conserva indelebile ed immutabile l’immagine di un amore: “Sei nell’anima, e lì ti lascio per sempre, sospeso, immobile, fermo-immagine, un segno che non passa mai”. Nel secondo, invece, alla dimensione interiore ed intima  si accosta quella esteriore del mondo quotidiano e concreto dove i due innamorati vivono: “Noi due nel mondo e nell’anima, la verità siamo noi. Basta cosi e guardami, chi sono io tu lo sai”. Nella contrapposizione tra anima e mondo, la vera realtà è quella vissuta dagli amanti e non quella che corre veloce al di fuori di loro. Un’ultima canzone del repertorio italiano in cui compare la parola anima è “Bella senz’anima” di Riccardo Cocciante: l’amante deluso e sofferente dice alla sua donna che la vorrebbe solo per sé, e la definisce “bella senz’anima”, contrapponendo così alla bellezza esteriore la mancanza di bellezza interiore. Un disprezzo che in realtà nasconde il dolore per non poter vivere la storia d’amore come vorrebbe. Se in italiano “anima” ha tutti questi significati, in inglese ne ha uno ulteriore: “soul”, infatti, viene utilizzato anche per identificare un genere musicale e, in questi termini, viene utilizzato nella celebre canzone, cantata anche dai Blues Brothers, “Soul man”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

13/10/2007

Il “Dj Kicks” dei Thievery Corporation, coppia di musicisti-deejay americani, è un insieme di brani originali e ritmati capaci di creare un’atmosfera vibrante, viva e stimolante- Un mix azzeccato di generi moderni e passati

IL MIX SEDUTTIVO DI UN DUO GENIALE DI DEEJAY

Nata nel 1995, “Dj Kicks” è una serie di compilation mixate dai più alternativi e talentuosi deejay-produttori di tutto il mondo. Scopo principale: portare nelle case degli appassionati e non, sonorità che difficilmente si potrebbero ascoltare in radio; avvicinare il grande pubblico a generi poco conosciuti ma che hanno una grande risonanza negli ambienti cosidetti “underground”, termine che non rende molto l’idea della vera aria che si può respirare nei discoclub londinesi, oppure dell’atmosfera che si crea nei locali della periferia di Berlino in cui si suona dal vivo, citando solo due delle innumerevoli metropoli del nostro globo dove la ricerca del suono “nuovo” o “diverso” o “ricercato” è una missione che diventa e si tramuta in uno stile di vita, in un modo di vestirsi, di atteggiarsi e quindi di identificarsi. Negli anni si sono succeduti deejay techno-minimal (Carl Craig), house (Annie), electro (Tiga) ma anche produttori e band di musica tribal-lounge (Kruder & Dorfmeister), jazz-elettronico (Four Tet), dub-raggae (Daddy G), drum & bass (Smith & Mighty) e trip hop (Dj Cam). 

Tutti capaci di miscelare, tagliare e mixare il meglio del loro panorama musicale senza forzature e fronzoli, con gran gusto e cercando di arrivare ben oltre le orecchie degli ascoltatori. I Thievery Corporation vennero scelti dalla K7!, l’etichetta discografica che pubblica i “Dj Kicks”, per realizzare un album lounge mixato di circa 68 minuti.  Uno strano duo americano, i Thievery Corporation: Rob Gaza, originario di Chicago ma trapiantato di sana pianta a Washington, coltiva in gioventù l’amore per il jazz, la lirica ma non disprezza neppure i Pixies. Eric Hilton, invece, in gioventù è un ribelle che suona in un gruppo punk, ascolta new wave ma col passare del tempo inizia anche ad avvicinarsi alla bossa nova, al jazz più ricercato. L’evoluzione del nostro Eric è solo all’inizio: infatti, dopo le superiori decide di intraprendere la carriera di deejay, ricercando nuove sonorità ambient, house e soul. Assurdo. 

Dopo qualche anno di gavetta e molti dischi messi a tempo, diventa uno dei migliori e apprezzati artisti della scena clubbing di Washingtonbynight; i suoi dj-set chill-out hanno sempre qualche variazione, qualche sonorità presa qua e là che li rende originali e sempre innovativi: una vera delizia per i timpani. La carriera va cosi a gonfie vele che decide di aprire un locale tutto suo: lo storico “Eighteenth Street Lounge”. Nel 1995, durante una delle tante serate conosce Rob, che lo convince a realizzare in studio con lui alcune produzioni musicali: inizia cosi una lunga e prolifica collaborazione che dura tuttora. L’album paradisiaco che hanno realizzato per la K7!, anche se più che un album sarebbe meglio parlare di una lunga traccia mixata, è la sintesi di tutto il loro pensiero musicale, la loro personale concezione della musica: un vero e proprio manifesto sonoro.  Direttamente dalla loro infinita collezione di vinili: una miscela unica di tamburi africani che si fondono in perfetta sintonia o sinfonia con un sitar indiano oppure con un dub jamaicano. 

È un global lounge quello che propongono: suoni caldi della tradizione della bossa nova-sambata brasiliana si confondono coi suoni più crudi della drum & bass inglese. C’è del vecchio jazz che fa l’occhiolino all’ambient più moderno o a quello un po’ tribale-down tempo. A loro va anche il merito di saper unire generi considerati moderni con quelli ormai considerati del passato, offrendo all’ascoltatore il gusto di scoprire o riscoprire vecchie sonorità dimenticate. Stimolanti, fantasiosi e creativi: i Thievery hanno colto in pieno lo scopo della serie; non per niente questo è sicuramente uno dei miglior album prodotti. Tutti i brani hanno una loro originalità, hanno ritmo, non annoiano e il classico lounge da aperitivo è distante anni luce. È un album che va ascoltato e riascoltato per poter assaporare in pieno le atmosfere seduttive e vibranti che queste due menti geniali hanno saputo ricreare in modo inimitabile con l’impiego di un mixer e di tanta buona musica.

Andrea Volpi –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Alzare gli occhi al cielo e guardare le stelle che brillano nel buio è un gesto antico, naturale e pieno di significati- Le stelle, romantiche guardiane della notte, brillano anche dentro le canzoni 

COSA CI FAI IN MEZZO A TUTTE...QUESTE NOTE?

Volgere lo sguardo al cielo, nelle serate limpide e serene, è uno dei comportamenti più naturali ed antichi al mondo. Ammirare le stelle, lasciarsi ammaliare dalla loro luce, celebrare la loro lontananza splendente a volte diventa una vera e propria passione. Gli astri argentati che illuminano la notte assumono significati svariati nella percezione umana: essi sono uno strumento effettivo di orientamento, attraverso le note costellazioni, oppure uno strumento di interpretazione del carattere umano o del futuro, attraverso l’astrologia, o ancora possono assumere un valore simbolico importante. Le stelle possono rappresentare una persona amata e lontana o una persona cara che non c’è più, o perfino una sorta di divinità amica che ci protegge da lassù con il suo sguardo lucente. Certe notti d’estate, migliaia di persone incollano i propri occhi al cielo per guardarle e osservarne la luminosa caduta. L’astronomia le studia da secoli, le rende più materiali, più conoscibili, l’arte ne celebra, invece, il significato romantico. 

La pittura, la poesia, ma anche la musica. Come sempre, abbiamo selezionato alcune canzoni italiane che hanno illuminato le proprie note con la magia delle stelle. Partiamo da una canzone di Umberto Tozzi, “Stella stai” (1980), in cui l’autore chiede metaforicamente ad una stella di accompagnarlo nelle sue notti e di dargli calore e compagnia: “Stai, stella stai su di me, questa notte come se fosse lei, fosse Dio, fosse quello che ero io. Polaroid, stella stai, dolce vento di foulard visto mai, visto mai, che mi sospiri di più, che mi sospiri di blu”. Qualche anno prima, nel 1977, in una sua canzone di grande successo (“Figli delle stelle”), Alan Sorrenti paragona sé stesso e la sua donna a due stelle che si amano e si perdono nella notte: “Come le stelle noi, soli nella notte ci incontriamo, come due stelle noi, silenziosamente insieme ci sentiamo. Non c’è tempo di fermare questa corsa senza fiato che ci sta portando via e il vento spegnerà il fuoco che si accende quando sono in te, quando tu sei in me. Noi siamo figli delle stelle, figli della notte che ci gira intorno”. 

In un altro brano di successo, “Stella” (1984), di Antonello Venditti, l’astro che brilla nel cielo e che passa sopra le vite degli uomini viene invocato come una speranza, una sorta di divinità salvifica: “Stella che cammini, nello spazio senza fine, fermati un istante, solo un attimo, ascolta i nostri cuori caduti in questo mondo, siamo in tanti ad aspettare, donaci la pace e ai nostri simili pane fresco da mangiare, proteggi i nostri sogni veri dalla vita quotidiana e salvali dall’odio e dal dolore...”. Un altro celebre cantautore romano, Eros Ramazzotti, ha dedicato addirittura due canzoni alle stelle: “La luce buona delle stelle” (1987) e “Stella gemella” (1996). Entrambe hanno l’amore come tema centrale. Nella prima, cantata in coppia con Patsy Kensit, le stelle sono paragonate ai sogni, difficilmente realizzabili ma pur sempre possibili: “...ma certi sogni son come le stelle, irraggiungibili, però quant’è bello alzare gli occhi e vedere che son sempre là. E’ cresciuto sai quel ragazzo che sognava, non parlava ma a suo modo già ti amava. Tu il sogno più sognato, più proibito che mai...che mai”. 

Nella seconda, invece, la stella coincide perfettamente con quell’anima gemella che ogni persona, nella sua vita, cerca e che magari, prima di rivelarsi, vive nascosta per anni: “Questo mio cuore in battere e levare, tempo d’amore ed io ti sto cercando così forte che mi fanno male gli occhi ormai... Dove sarai, anima mia, senza di te mi butto via. Dove sarai anima bella, stella gemella dove sarai...Magari dietro la luna sarai, come il sogno più nascosto che c’è, non lo vedi che io vivo di te, dove sarai...”. Infine, “Piccola stella senza cielo” (1990), di Luciano Ligabue, uno dei brani più famosi ed apprezzati del rocker emiliano, è un canto all’ingenuità femminile, ad una delicatezza che è messa continuamente a rischio nel mondo attuale: “Cosa ci fai in mezzo a tutta questa gente, sei tu che vuoi o in fin dei conti non ti frega niente. Tanti ti cercano, spiazzati da una luce senza futuro, altri si allungano, vorrebbero tenerti nel loro buio. Ti brucerai, piccola stella senza cielo; ti mostrerai, ci incanteremo mentre scoppi in volo; ti scioglierai, dietro a una scia, un soffio, un velo; ti staccherai  perché ti tiene su soltanto un filo, sai...”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

06/10/2007

Giovanni Allevi, con il suo pianoforte e le sue melodie allegre e rilassanti, talvolta un po’ malinconiche, ha riportato alle orecchie dei più giovani un genere che ormai sembrava svanito- “No concept” è il disco del suo successo

LA MUSICA CLASSICA CHE CONQUISTA I GIOVANI

La musica classica è ormai acqua passata per i giovani: roba da vecchi, dice qualcuno. Molto meglio andare in discoteca, oppure ascoltare rock e metal, perché la musica classica è noiosa e troppo calma. Da un po’ di tempo, invece, sembra che questo pensiero sia stato smentito. Almeno dalla popolazione giovanile più sensibile (e non necessariamente più colta). Quali saranno i motivi di questo improvviso interessamento? I musicisti sicuramente ci mettono del loro. A partire da Peter Sellars, che ha cercato di volgere in chiave moderna alcune opere di Mozart. “Così fan tutte” è stata ambientata in un diner di Cape Cod e Don Giovanni è un delinquente tossico. John Adams ha cercato invece di rappresentare la modernità attraverso lo stile classico, con alcune opere come “El Niño”, ovvero un ritratto della Natività, ambientata, invece che a Betlemme, tra i poveri messicani dell’East Los Angeles. 

Oppure ancora Thomas Ades, che cerca di immaginarsi i vecchi compositori di musica classica come personaggi odierni e che, per ispirarsi, per scrivere le sue opere, va in discoteca e ascolta Sigur Ròs e CSS (due bands di elettro-pop). In Italia i giovani hanno iniziato ad interessarsi di musica classica (e jazz) solo da pochi anni. Chi ha favorito questo interessamento “atipico” è sempre un giovane, il quale, all’età dei suoi nuovi ascoltatori, a tutto pensava fuorché che, un giorno, sarebbe divenuto un grande trascinatore delle folle. È Giovanni Allevi, personaggio assolutamente singolare nella scena musicale. Non si atteggia come una rock star e non ha bisogno di vestirsi estroso per conquistare le folle. Semplicemente si siede al pianoforte e suona le sue melodie. E la gente lo segue incantata. Per dirla con le sue stesse parole: “…sono venuti in 50mila (al concerto quest’estate al Duomo di Milano, ndr), tutti stretti attorno al mio pianoforte, tributandomi un silenzio irreale”. 

Allevi nasce il 9 aprile 1969 ad Ascoli Piceno. Fin da piccolo, la sua passione più grande è stata quella di suonare il pianoforte. Racconta poi che, per il suo comportamento chiuso e timidissimo, ai tempi delle medie “non mi invitavano alle feste…al liceo non ne parliamo. Iniziai a dedicare tutti i miei sforzi allo studio, sia nella scuola sia nel pianoforte, quasi per reazione”. E così, questo studio accanito lo ha portato a conseguire un diploma in Pianoforte e Composizioni e una laurea in Filosofia (con tesi dal titolo: “Il vuoto nella fisica contemporanea”). Dopo aver fatto qualche tour nell’anonimato più completo e aver pubblicato un disco (“13 dita”), è entrato a far parte della band di Jovanotti come pianista. In seguito, uscito dalla band, si è dedicato anche ad altre composizioni (“Venceremos” e “Composizioni”), prima dell’uscita del disco che lo ha reso famoso: “No concept”. 

Da questo lavoro, il regista Spike Lee ha tratto la colonna sonora dello spot della Bmw: la traccia è “Come sei veramente”, un pezzo dolce e assolutamente rilassante, abbastanza orecchiabile. “No concept” non è un disco dalle tonalità tristi, anzi, queste sono quasi rilassanti. Le melodie sono allegre. Ma non è gioia pura questa: vi sono come piccole punte di malinconia qua e là. Nel complesso risulta essere un bel disco, che, con le sue melodie piuttosto semplici (sono chiamate pop-classico) ma molto raffinate, riesce ad avvicinare alla musica classica anche chi non l’ha mai ascoltata prima. Da qui in poi la sua popolarità è cresciuta inesorabilmente, portandolo a pubblicare un nuovo disco, “Joy”, uscito l’anno scorso.

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Le ore notturne, con il loro silenzio e la loro calma,  sono state sempre e sono ancora fonte di ispirazione per scrittori, poeti, artisti, cantautori- E così la notte viene cantata in tantissimi brani, anche di successo 

CERTE NOTTI...MI METTO A SCRIVERE E CANTARE

Chissà quanti scrittori, poeti, artisti hanno trovato e trovano tuttora ispirazione di notte, quando tutto tace, dorme, quando è possibile trovare nella penombra della propria dimora un’alleata fedele nell’esplorazione delle proprie sensazioni, dei ricordi, dei pensieri. Come loro, anche i cantautori o gli autori trovano terreno fertile nel buio notturno, creando testi che magari entreranno nella storia della canzone oppure si perderanno nel crudele susseguirsi di generi e generazioni. A volte vengono fuori capolavori, a volte canzonette che attraversano le labbra degli ascoltatori per breve tempo, per poi dissolversi e adagiarsi negli angoli polverosi della memoria. E così, andando a infilarci nel repertorio musicale, possiamo scoprire che alla notte, a questa parola che per ognuno può assumere un valore differente, sono state dedicate diverse canzoni, tra cui anche grandi successi. Abbiamo selezionato alcune di queste canzoni. Partiamo da un modo allegro e ironico di cantare la notte, la sua capacità di sollevarci dalle fatiche diurne e di farci ritrovare momenti che il giorno ci impedisce. 

E’ il modo scelto dal grande Renzo Arbore nella sua “Ma la notte no”, brano di successo degli anni ’80, che faceva da sigla al celebre programma “Quelli della notte”, divenuto un cult: “...che stress, che stress, che stress di giorno (ma la notte no!)...Giorno mi tormenti così, giorno mi fai dir sempre si...Ma la notte, ma la notte, ma la notte, ma la notte, ma la notte, ma la notte no!”. Allo scenario di divertimento e di personaggi tipici delle notti (americane?) è dedicata, invece, “Nella notte”, brano degli 883, ultima traccia dell’album più famoso della banda Pezzali, “Nord, sud, ovest, est”, del 1993. Un pezzo in cui si esalta il grande senso di libertà che scatta dopo il tramonto: “In questo regno dove tutto è permesso, lasciati andare e vedrai che anche se non cambia niente è lo stesso tu ti divertirai. Nella notte, un ritmo che ti prende nella notte, ti sembra di volare nella notte, che batte, batte, batte e che ti porta via lontano”. 

Canzone di enorme successo, in Italia, è stata “Certe notti”, che Luciano Ligabue ha scritto per raccontare il “vizio” di vivere la notte, con tutti i suoi motivi, le sue situazioni, i suoi posti, le compagnie, che ti fanno sentire leggero e vivo: “Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi, quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere, mai. Non si può restare soli, certe notti qui, che chi s’accontenta gode, così, così. Certe notti sei sveglio o non sarai sveglio mai, ci vediamo da Mario prima o poi”. Ma la canzone che, forse, più di tutti offre un quadro di ciò che è la notte e soprattutto di ciò che vi si muove dentro, è la splendida “Gente della notte” (1990) di Jovanotti, un rap elegante per raccontare la magia delle cosiddette “ore piccole”: “La notte è più bello, si vive meglio, per chi fino alle 5 non conosce sbadiglio, e la città riprende fiato e sembra che dorma e il buio la trasforma e le cambia forma, e tutto è più tranquillo, tutto è vicino, e non esiste traffico e non c’è casino, almeno quello brutto, quello che stressa, la gente della notte sempre la stessa, ci si conosce tutti come in un paese, sempre le stesse facce mese dopo mese”. 

Altro brano mitico è “Because the night” di Patty Smith, un inno all’amore e alla sua appartenenza esclusiva alla notte: “Because the night belongs to lovers, because the night belongs to love. Because the night belongs to lovers, because the night belongs to us (Perché la notte appartiene agli amanti, perché la notte appartiene all’amore. Perché la notte appartiene agli amanti, perché la notte appartiene a noi)”. Sempre all’amore, ma in senso malinconico si rivolge “Le notti di maggio”, cantata da Fiorella Mannoia su testo di Ivano Fossati. Un pezzo molto delicato che unisce la malinconia d’amore all’incantevole magia delle notti di primavera: “Ma nelle notti di maggio non può bastare la voce di una canzone per lasciarsi andare, nelle notti come questa che ci si può aspettare se non una canzone per farsi ricordare da te,  per farsi ricordare da te”. 

Infine, più tormentate le notti di due celebri cantanti del passato, Neil Sedaka e il siciliano Adamo. Il primo, in “La notte è fatta per amare”, lamenta la sua solitudine che stona con ciò che la notte, invece, rappresenta per una persona non sola: “La notte è fatta per amare, ma per chi è solo come me la notte è fatta per soffrire e ricordare chi non c’è”. Per Adamo, invece, in “La notte”, le ore notturne sono attraversate da una tremenda sofferenza, a causa della donna amata che non è più accanto a lui: “Se il giorno posso non pensarti la notte maledico te e quando infine spunta l’alba c’è solo il vuoto intorno a me. La notte tu mi appari immensa, invano tento di afferrarti, ma ti diverti a tormentarmi, la notte tu mi fai impazzir. La notte mi fai impazzir, mi fai impazzir”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI SETTEMBRE 2007

 

08/09/2007

Nello scorso Febbraio, la indie rock band londinese dei Bloc Party ha lanciato un nuovo disco: “A weekend in the city”-  Un vero e proprio quadro di un grigio fine settimana inglese, pitturato su note dolci e soavi

UN RITRATTO GIOVANILE MALINCONICO E DOLCE

Si capisce tutto fin dall’inizio, a partire dal titolo del disco. “A weekend in the city”, ultimo disco della indie-rock band londinese “Bloc Party”, ha dentro un intero fine settimana cittadino, fatto di feste in cui divertirsi è ormai diventato un obbligo, di dolci ricordi e malinconie che parlano di momenti felici dell’adolescenza, di grandi strade di città piene di giovani tutti uguali. Sulla copertina del disco c’è un tratto di autostrada urbano sopraelevato. Solamente i fanali delle automobili in corsa si possono distinguere, mentre non c’è nemmeno una persona che cammina o gioca a calcio nel campetto adiacente. È sera e le luci sono accese, tra poco dagli uffici freddi degli enormi palazzi usciranno tante persone, stanche e tristi, quasi monocromatiche (“…so monochrome and so lukewarm”), che siederanno nella metropolitana aspettando la fermata che li porterà a casa. 

Finalmente è arrivato il fine settimana, da passare in discoteca seduti su un divano, intorpiditi dall’alcool, mentre tutti ballano. E le immagini sfumano. Poi, è subito il mattino dopo, la domenica mattina, e ci si sveglia con il mal di stomaco per la notte pesante (“It was a heavy night”) -per la troppa birra o la droga- e ci si chiede perché succede questo. Ma nel disco c’è anche dell’altro. “Hunting for witches” ci parla di una città stravolta dell’attentato del 7 luglio alla metropolitana di Londra. La paura da allora è dilagata nella popolazione: “Kill our middleclass indecision…now is not the time to the liberal though, so I go hunting for witches(uccide l’indecisione della nostra classe borghese, adesso non è il tempo per il pensiero libero, così vado a caccia di streghe)”. Il terrore ha così portato a combattere un nemico di cui non si conosce il nascondiglio e non si sa bene chi sia, forse non esiste nemmeno più, o se sì, è troppo lontano per essere combattuto da gente normale.

Così andiamo a caccia di streghe e uccidiamo gente innocente (come è successo poco dopo l’attentato, quando un operaio brasiliano che aveva indosso un cappotto e uno zaino innocente si è messo a correre davanti alla polizia ed è stato freddato con un colpo di pistola). Nella canzone “Uniform”, invece, si parla della mentalità giovanile, quasi incapace di distinguersi e di pensare da sé, con i cervelli intorpiditi dalla pubblicità e con il culto dell’immagine, dello stereotipo, dell’uniforme. Così c’è un senso di disappunto, per dirla con le parole della canzone, tutti i giovani sembrano uguali (“there was a sense of disappointment, all the young people look the same”). Ma c’è anche il momento per i ricordi dolci e felici. “I still remember” parla di un’esperienza amorosa autobiografica del cantante Kele Okerke. 

La melodia è felice, la voce è quasi malinconica, colpita dal rimorso per aver rifiutato in passato qualcosa: “You should have asked me for it, I would have been brave. You should have asked me for it, how could I say no?”. Forse per paura di commettere uno sbaglio. Non è una richiesta all’amato di tornare indietro sui propri passi e di ritentare una storia. È un semplice ricordo, note dolcissime per rievocare un passato che non potrà più tornare, se non in una canzone. “A weekend in the city” è un misto di tristezza, malinconia e tenerezza. Si ascolta in un treno, come suggerito dal video di “I still remember”, che si svolge appunto lì. Oppure in mezzo al traffico, durante una giornata di pioggia. Ma il disco non ha il potere di deprimere, bensì di far scorrere lacrime calde di tristezza mista a gioia, per un ricordo felice riaffiorato improvvisamente alla mente, di pomeriggi passati con le persone che più ci stanno a cuore.

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Fonte di ispirazione per numerosi cantautori e autori, il mare scorre tra note celebri per testimoniare il suo grande valore di maestoso compagno dei tanti stati d’animo vissuti dalla gente al suo cospetto

IL MARE TRA AMORE, MALINCONIA E SOLITUDINE

Al ritorno dalle vacanze non potevamo che riprendere questa rubrica dedicandola alle canzoni che in qualche modo fanno riferimento al mare. Fonte di vita per esseri umani ed animali, ma anche di grandi pericoli, da sempre via di comunicazione e di scambio tra i popoli, il mare ha anche ispirato poeti e cantanti per il suo romanticismo e per il suo essere impetuoso. Tra le canzoni che abbiamo trovato il mare viene considerato in modi molto diversi. Si potrebbe partire da un classico quale “Una rotonda sul mare” di Fred Bongusto: in questa canzone il mare ed una rotonda che si trova in riva ad esso diventano luogo del ricordo di un amore passato ormai perduto (“Una rotonda sul mare, il nostro disco che suona, vedo gli amici ballare, ma tu non sei qui con me”). 

E’ del 1992 la canzone che forse rappresenta un po’ l’inno del mare e dell’estate cui spesso quest’ultimo viene associato: “Mare, mare” di Luca Carboni. Tutti conoscono il ritornello “Mare, mare, mare ma che voglia di arrivare lì da te, da te, sto accelerando e adesso ormai ti prendo.. Mare, mare, mare cosa son venuto a fare se non ci sei tu, no, non voglio restarci più no, no, no”. Se in un primo momento non si vede l’ora di raggiungere il mare dove si trova la persona amata, in un secondo momento si vuole scappare via quando si scopre che l’amata non è lì. Logorata, invece, dalla scelta tra il mare e l’amato, la Pausini si vede costretta a scegliere per quest’ultimo in “Tra te e il mare”: “Non posso più dividermi tra te e il mare. Non posso più restare ferma ad aspettare... Amore non ti credo più, ogni volta che vai via mi giuri che è l'ultima, preferisco dirti addio”. 

Se il mare è per eccellenza il simbolo dell’estate, può anche rappresentare lo stato d’animo umano attraverso il suo moto; è in questo senso che va inteso “Il mare calmo della sera” di Andrea Bocelli. In questa canzone si dice: “Se dentro l’anima, tu fossi musica, se il sole fosse dentro te, se fossi veramente dentro l’anima mia, allora si che udir potrei il mare calmo della sera”. Anche “Il mare d’inverno” di Loredana Bertè, col suo impeto e la sua solitudine,  simboleggia uno stato d’animo: “Mare mare, qui non viene mai nessuno a trascinarmi via, mare mare, qui non viene mai nessuno a farci compagnia. Mare mare, non ti posso guardare così perché questo vento agita anche me”. Per finire abbiamo deciso di menzionare la “Gente di mare” di Raf e Umberto Tozzi, quella “Gente di mare che se ne va dove gli pare, dove non sa. Gente corsara che non c’e' più, gente lontana che porta nel cuore questo grande fratello blu”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

15/09/2007

La nostra Valentina, durante un viaggio in Scozia, si è trovata nel mezzo del “Fringe Festival”, un luogo di ritrovo artistico di attori, artisti di strada e musicisti- In un suggestivo clima da leggenda ha scoperto gli Albannach

SCOZIA PER SEMPRE: TRA MUSICA E LEGGENDA

Il “Fringe Festival” di Edimburgo è un ritrovo di attori e di artisti di strada. Quest’anno, vi sono state trentunomila rappresentazioni di 2050 spettacoli. Ma di cosa si parla qui, nel festival? Si prende in giro la politica, si parla di religione e si fanno spettacoli di grande raffinatezza, si suona e ci si diverte tutti insieme. È il 2 di agosto e mi trovo nel centro di Edimburgo: il festival deve ancora iniziare, l’apertura ufficiale è il 5 (fino alla fine del mese), ma allora io sarò già in Italia. Per la via principale della capitale scozzese, Princes street, centinaia di giovani si esibiscono. In mezzo ai lugubri palazzi gotici della città di granito, alcuni attori recitano vestiti in stile ottocentesco, Dickens o Wilde, che cosa è non importa. Sembra di essere tornati due secoli indietro. Poi, delle urla mi riportano bruscamente ai giorni d’oggi: un ragazzo a torso nudo sta in equilibrio su un monociclo.

 È su una pedana e da lì può sovrastare il pubblico di giovani che lo ascoltano incantati: sulla schiena ha due ali d’angelo tatuate e tanti piercing e fa roteare fra le mani due torce accese. E poi ancora bancarelle, hippies che suonano chitarre, vestiti con magliette sdrucite di colori improbabili e pieni di collanine, qui c’è quello che ti fa le treccine, là quello che ti fa i rasta, ancora più in là quell’altro che agita nell’aria un cartoccio acceso che sprigiona un aroma non ben identificato. In questi giorni Edimburgo è diventata la città dei giovani. Ci sono ragazzi che si esibiscono, ragazzi che sfilano con i cartelli con su scritto “Fringe Festival”, ragazzi che corrono, che distribuiscono volantini. Mi prendo un attimo di pausa per rifocillarmi e (tanto per non ricadere nello scontato) entro in un ristorante italiano, dove mi viene servita una pizza, accettabile a dire la verità, e una “Nastro Azzurro” (ma che mi aspettavo, una rossa doppio malto?). Con la pancia piena e decisamente più serena, mi dirigo con i miei genitori ancora attraverso le vie cittadine piene di gente. 

Dei rumori cupi e bassi provengono da una piazzetta, dove alcuni ragazzi stanno suonando tamburi e cornamuse. Ci avviciniamo: sono tutti in kilt, ma non di quelli che indossano i “pipers”, ma di quelli che indossavano nel medioevo, quelli del tempo di William Wallace. Capelli lunghi, stivali di pelle chiara, kilt e tamburi: sembra di essere in mezzo ad una festa scozzese di settecento anni prima. Questa musica cattura tutti i sensi: chi l’ascolta guarda immobile, incapace di muoversi (solo per scattare fotografie), questi quattro ragazzi, più una donna, scatenati, che ballano al ritmo della cornamusa e dei bodrhan (piccoli tamburi che si suonano con una mazza di legno). Oppure si unisce a loro nelle danze. È una musica che entra dentro e fa scuotere il corpo involontariamente. È musica che riporta gli echi di antiche battaglie, di feste nei piccoli villaggi celtici, porta i profumi di erica e di mare che si respirano sulle scogliere delle Highlands. 

Il gruppo ha inciso un disco, che provvedo subito a comprare. Sulla copertina bordeaux c’è un simbolo celtico e il loro nome scritto in oro: Albannach. Tornata dal viaggio mi informo subito sul gruppo: tutti scozzesi (lo dice il nome stesso: “albannach” è il nome gaelico che significa “scozzese”), sono animati da un profondo amore per la loro terra, hanno deciso di esprimere la loro passione con la musica, incarnandosi in antichi celti veri e propri. La loro unica cornamusa, suonata da “Donnie”, non suona lamentele (strappalacrime): il suo suono è allegro e movimentato, come i ritmi dei tamburi di “Aya”, Jamesie, Kyle, Jacquie e Davey. Il loro disco, omonimo, è da ascoltare in sala o lungo un viaggio di ritorno dalla Scozia. La verde Scozia. L’amata Scozia. La Scozia per sempre. Volete saperne di più sugli Albannach? Allora visitate il sito www.albannachonline.com

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

Parole in musica- La parola di questa settimana è “senso”: dalla celebre canzone di Vasco Rossi che ha fatto da colonna sonora a tanti innamorati fino alla dolcissima atmosfera cantata da Elisa- Un bel viaggio nei sentimenti

IL DOLCE SENSO DELLA MUSICA

“Senso” è una parola dai molteplici significati e, perciò, dai molteplici usi nel linguaggio parlato, come in quello scritto. Senso può stare, appunto, per significato, motivo, ragione, essenza, può rimandare ai cinque sensi (olfatto, udito, tatto, gusto e vista) che permettono all’uomo di trovare la propria dimensione nello spazio e nel tempo, o ancora, in modo più astratto, può  richiamare il “sentimento”. Più comune, nelle canzoni, è l’accezione di “significato” o “ragione”: viene subito in mente la splendida canzone scritta da Vasco Rossi, con Gaetano Curreri, “Un senso”. Nel testo c’è la continua ricerca del perché e del significato delle cose che, però, sembrano correre via, sfuggendo a qualsiasi tentativo di inquadramento o definizione: “Voglio trovare un senso a questa sera, anche se questa sera un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha. Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha, voglio trovare un senso a questa voglia, anche se questa voglia un senso non ce l’ha”. 

Alla fine della ricerca, si arriva alla conclusione fiduciosa che “se non ha un senso domani arriverà... Domani arriverà lo stesso”. La stessa valenza di “significato” la si trova in “Il senso” di Giorgia. In questa canzone del 2005, la cantante romana parla di un viaggio, un percorso obbligato da fare per arrivare a scoprire “il senso”: “Troviamo un posto per ricominciare a vivere senza paura che arrivi domani e quando arriverà apriremo le nostre mani. Possiamo ancora decidere, lasciare al vento le regole, domani, quando arriverà scopriremo di essere forti e poi come i fiumi convergere dentro al mare, comprendere il senso”. In un tentativo di parlare dell’essenza della vita, secondo noi mal riuscito, Elsa Lila ha partecipando al Festival di Sanremo del 2007 con la canzone “Il senso della vita”. 

Il tema, sufficientemente banalizzato, viene accompagnato da uno snervante ritornello e ripetuto ossessivamente insieme al titolo della canzone.  Per concludere, vorremmo citare un pregevole esempio in cui il termine “senso” viene utilizzo col significato di “sentimento”, “essenza”: si tratta della delicatissima canzone di Elisa “Eppure sentire un senso di te”. Accompagnato da una melodia che sembra riecheggiare i suoni dell’anima, il testo si apre nei versi: “Eppure sentire nei fiori tra l'asfalto, nei cieli di cobalto c'è. Eppure sentire nei sogni in fondo a un pianto nei giorni di silenzio c'è un senso di te”. Il sentimento, la sensazione di avere vicino una persona cara anche nei momenti bui, di difficoltà, dove sembrerebbe impossibile vedere un raggio di luce o una presenza amica.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

22/09/2007

“Ballacazziz” è il primo disco dei Baciamolemani, gruppo ragusano che racconta la Sicilia attraverso un abbondante repertorio di sonorità: dallo ska al reggae, dallo swing al rocksteady- Un lavoro eccelso che merita l’ascolto 

UN ALLEGRO VIAGGIO MUSICALE DENTRO LA SICILIA 

Un viaggio dentro la Sicilia, accompagnati da un sapiente miscuglio di sonorità: questo è quanto vi sembrerà di vivere ascoltando “Ballacazziz”, il primo disco dei Baciamolemani, un gruppo nato nella primavera del 2006 e composto da otto  ragazzi ragusani: Piero Pizzo (voce e autore di uno dei testi, “Musa”), Andrea Di Pasquale (trombone, cori e autore dei testi), Marco Guastella (batteria, cori), Dario Fiaccavento (basso, cori), Christian Pelligra (chitarra, cori), Luca Digiacomo (tastiere), Thomas “Tumazzo” Occhipinti (percussioni) e Andrea Savasta (tromba). Un complesso di abili musicisti che già si è fatto conoscere nel panorama artistico ibleo e che, a Capodanno, ha aperto il concerto di Roy Paci & Aretuska. L’album, che contiene 10 brani, racconta la Sicilia, i suoi figli, il profumo delle radici, le passioni e gli amori, la bellezza ispiratrice di una terra che non si può lasciare se non a malincuore. E per raccontare tutto ciò, i Baciamolemani usano una grande varietà di suoni, di ritmi, che vanno dallo ska al reggae, dallo swing alle suggestioni cubane e caraibiche. 

L’album si apre con “La freccia del Sud”, canzone ska che parla dell’emigrazione e di un viaggio “tra monti colline e pianure, regalando ad ogni stazione pianto e desolazione”. La magia del reggae appare nella seconda traccia, “Un cuore che non batte”, per fare da cornice al dolore di un innamorato deluso e ferito ma ancora pronto ad essere riconquistato. L’altro pezzo reggae dell’album è “Musa”, una calda e splendida dedica alla Sicilia, una canzone d’amore per la propria terra, fonte preziosa di ispirazione, madre unica dalle radici solidissime, isola meravigliosa tormentata dagli uomini: “Terra stretta nel mio cuore, Sicilia mia sento il tuo calore, mare sommergici sereni, sole ferisci i miei pensieri...Terra piena di segreti, Sicilia mia cosparsa di aranceti, vento porta via di qua i mali dell’umanità”. In pochi versi si può ascoltare lo stato d’animo di moltissimi siciliani, le loro sensazioni, i loro sentimenti. Divertente e profondamente “siciliana” è “La gita a Pedalino”, canzone che narra una grottesca giornata di festa familiare, con lo zio d’America in piena sbornia che insidia “Cuncittina”, a cui chiede se ricorda ancora quella vendemmia del ’33, quando ancora “picciriddo” lo zio si innamorò di lei.

I ritmi in levare di “Ballacazziz” conoscono un momento culminante in “Ballo tropicale” e “Movimento”, due pezzi molto allegri da ballare. Nel primo si ascoltano sonorità cubane, genere Buena Vista Social Club, mescolate alla  musicalità del dialetto siciliano; nella seconda, un allegro swing accompagna le parole di un amore finito male dal quale ci si può salvare cercando “solo movimento, uno spazio vitale, un rifugio sicuro...”. Tre cover (abilmente rivisitate in chiave ska o jive), “Bartali” di Paolo Conte, “People are strange” dei Doors e la musicale “Goldfather ska”, colonna sonora de “Il Padrino”, arricchiscono questo già ricco lavoro, completato dalla malinconica e dolcissima “Vulissi turnari”; un pezzo rocksteady, variante giamaicana dello ska, che, in Italia, ha tra i suoi esponenti di punta Giuliano Palma & Bluebeaters, il gruppo famoso per aver musicato, in chiave ska e rocksteady appunto, famosi successi italiani e stranieri del passato, come ad esempio la celebre “Messico e nuvole” di De Gregori.

Insomma, i Baciamolemani, ad un anno e mezzo circa dalla loro formazione, hanno realizzato un cd di notevole qualità, musicalmente eccelso, molto vario, mai banale, impreziosito anche dalla presenza (i cori in “Musa” e “Ballo tropicale”, lo zio Joe in “La gita a Pedalino”) di Peppe Cubeta, leader dei mitici Qbeta, storico ed affermato gruppo siciliano. Un consiglio: provate ad ascoltare questo album, se potete, in una domenica mattina di sole in Sicilia e sarete travolti dall’allegria e da un ritmo che vi spingerà a ballare sorridendo. Se volete saperne di più sui Baciamolemani e sul loro  “Ballacazziz”, andate sul sito www.baciamolemani.info o su www.myspace.com/baciamolemani. Se, invece, siete siciliani, soprattutto della parte orientale, avete anche la possibilità di ascoltare dal vivo i Baciamolemani, i quali saranno in concerto il 28 settembre prossimo, in occasione della festa dell’Unità, a Siracusa, in piazza S.Lucia, alle ore 22. 

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

Parole in musica- L’amicizia, in tutte le sue forme e varianti, trova spazio nella vita di ogni persona, così la parola “amico” ha trovato spazio in tante canzoni italiane e straniere -Ne abbiamo selezionate alcune

CARO AMICO TI CANTO...

L’amicizia, si sa, è un fattore molto importante dell’esistenza umana: per molti è un valore, per altri un bisogno, per altri ancora perfino una necessità irrinunciabile. Per molti cantanti e cantautori è diventata fonte di ispirazione. Quando si pensa alla parola “amico”, a molti viene in mente il celebre verso di Lucio Dalla, “Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’…”. Un verso che spesso viene confuso con il titolo della canzone, che invece è “L’anno che verrà”. In due sue famosissime canzoni, Antonello Venditti canta l’amicizia vista da due angolature diverse. “Ci vorrebbe un amico” è il canto di un innamorato che desidera il sostegno di un amico per alleviare il dolore di una storia finita: “Ci vorrebbe un amico per poterti dimenticare, ci vorrebbe un amico per dimenticare il male; ci vorrebbe un amico qui per sempre al tuo fianco, ci vorrebbe un amico nel dolore e nel rimpianto”. 

In “Amici mai”, invece, il cantautore romana constata l’impossibilità che tra lui e la sua donna, dopo la fine del loro amore, si instauri un’amicizia: “Tu per me sei sempre l'unica straordinaria, normalissima, vicina e irraggiungibile, inafferrabile, incomprensibile. Ma amici mai per chi si cerca come noi, non e' possibile… odiarsi mai per chi si ama come noi, sarebbe inutile…”. Un’idea che in tanti, nella loro vita, alla fine di una storia, hanno condiviso. Al contrario, Lucio Battisti, in una canzone del 1978, afferma di volere “Una donna per amico”, come recita il titolo del brano. Una storia di amicizia tra un uomo e una donna, in cui la complicità e i consigli rendono il rapporto speciale: “Può darsi ch'io non sappia cosa dico, scegliendo te - una donna - per amico, ma il mio mestiere è vivere la vita, che sia di tutti i giorni o sconosciuta; ti amo, forte, debole compagna, che qualche volta impara e a volte insegna”. 

Sempre a una donna è dedicata la canzone di Max Pezzali, “La regola dell’amico”, contenuta nell’album “La dura legge del gol” del 1996, quando ancora usava il nome 883. Con un tono leggero ed ironico, il cantautore pavese canta dell’impossibilità per chi diventa troppo amico di una donna di riuscire nell’impresa di conquistarla. Una regola crudele, difficile da capovolgere: “…tutti qui ci provano, aspettano un tuo segno e intanto sperano che dal tuo essere amica nasca cosa, però non si ricordano il principio naturale che la regola dell'amico non sbaglia mai, se sei amico di una donna non ci combinerai mai niente…mai “non vorrai rovinare un così bel rapporto”. 

Molto più complessa e introspettiva è “Amico fragile” di De André, una canzone scritta dopo una grande sbornia e rivolta a sé stesso (il cantautore genovese, nel primo verso della canzone descrive il suo stato di ebbrezza...“evaporato in una nuvola rossa”) e al rifiuto per le convenzioni e le contraddizioni del mondo: “E ancora ucciso dalla vostra cortesia nell'ora in cui un mio sogno ballerina di seconda fila, agitava per chissà quale avvenire il suo presente di seni enormi e il suo cesareo fresco, pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Per finire, chiudiamo citando alcuni versi di una canzone dei Queen, “Friends will be friends”, un inno all’amicizia e al fondamentale sostegno di un amico,anche quando ogni speranza sembra perduta: “Friends will be friends, when you're in need of love, they give you care and attention. Friends will be friends, when you're through with life and all hope is lost, hold out your hand cos friends will be friends, right till the end”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org 

 

 

29/09/2007

Il giovane cantautore diventato celebre sul palco di Sanremo con il singolo “Pensa”, merita di essere conosciuto più a fondo- Il suo album, che prende il titolo dalla sua celebre canzone, è ricco di contenuti ed emozioni

FABRIZIO MORO: “PENSA”, MA NON SOLO...

Il grande pubblico l’ha conosciuto ed apprezzato grazie a “Pensa”, inno antimafia che ha colpito tutti per la sua semplicità efficace e diretta, capace di coinvolgere gli ascoltatori, ma Fabrizio Moro non è soltanto questo. Lo dimostra il suo ultimo album, intitolato appunto “Pensa”. L’album è un mosaico completo di emozioni, esperienze di vita, slanci sociali tratti dal quotidiano dell’autore stesso, ma universalizzati in modo tale che chiunque (in particolar modo i ragazzi ed i giovani sui trent’anni) vi si possano riconoscere ed immedesimare. Ci si ritrova dinanzi a pezzi, come “Parole, rumori e giorni”, indirizzati a coloro che, non proprio adulti ma neanche troppo giovani, si ritrovano, senza certezze e con molti dubbi, a fare un bilancio della propria vita e guardare avanti ed oltre, continuando “a cercare il proprio ago nella sabbia”. Sulla stessa linea d’onda, viaggia “Non è facile”, invito a non cambiare sé stessi, nonostante le difficoltà della vita e gli scherzi del destino, che riserva come sempre sorprese positive e negative. 

Affrontato con sfumature diverse è anche l’amore. Una storia finita è il tema centrale di “Non è la stessa cosa”: la paura di ricominciare da zero e di aprirsi di nuovo, la consapevolezza di restare la stessa persona di sempre, ma con un vuoto colmato soltanto dai ricordi, perché appunto “quando i ricordi non svaniscono, le storie in fondo non finiscono”. Amore a distanza, con i suoi dubbi, è al centro di “Ti amo anche se sei di Milano”, forse una delle canzoni più leggere dell’album, grazie anche ad alcuni accenni vagamente ironici che stemperano le complessità di cui tratta il brano. “La complicità” è una canzone particolare nel suo genere, esprime il bisogno di avere accanto la persona amata, ma anche la necessità di vivere liberamente i propri spazi. Si giunge poi a “Basta…”, in cui l’amore è quello che provoca rabbia nei confronti dell’altro a causa di comportamenti non sempre limpidi. 

Messaggi sociali importanti sono contenuti oltre che nel celebre brano “Pensa”, anche in “Fammi sentire la voce”: in un mondo in cui si predicano i valori, in cui ci dicono che le occasioni arrivano per tutti, dove si nasconde la verità? Forse nella nostra capacità di mettersi in gioco e sapere aspettare il momento opportuno. Ancor più attuale ed in un certo senso scomoda è “Benzina”, che dà fuoco alla società e alimenta tutte le questioni ancora in sospeso nella mentalità comune. Il brano conclusivo dell’album è “21 anni”, indirizzata ai più giovani. La voce di Moro è accompagnata dal solo pianoforte, cosa che rende il brano estremamente delicato, ma dotato di un crescendo di emozioni che rispecchiano il significato della canzone: a 21 anni (ma anche di meno), ti sembra di essere il solo ad avere incertezze, a guardare sempre ciò che di meglio hanno gli altri, a non avere le idee chiare, ma in fondo si è nel pieno della vita, quando cioè si vivono momenti che difficilmente si dimenticheranno. A livello musicale, l’intero album è un mix tra rock, pop e, come ha affermato lo stesso Moro, “una spruzzata di elettronica”; ottimi sono anche gli arrangiamenti. 

Notevole è l’alternarsi di atmosfere dure e dolci, a seconda del brano. Per la  grande capacità d’analisi riportata nelle sue canzoni, Fabrizio Moro è stato premiato con il prestigioso riconoscimento del “Premio Lunezia”: premio meritato per la “Valenza musical-letteraria dell’intero album”. Di sicuro,  Moro è considerato uno dei cantautori più promettenti del panorama musicale italiano. Di promesse  il cantautore laziale ne ha mantenute tante, anche perché l’album persiste stabile nella classifica dei dischi più venduti in Italia, ma anche il pubblico svizzero e nord-europeo ha avuto modo di apprezzarlo. Moro è, dunque, la dimostrazione del fatto che, in un mondo artefatto, nel quale purtroppo contano immagine ed ideali di poco conto, la semplicità e la concretezza possono farsi strada, perché appunto la società ed il pubblico in questo caso non richiedono soltanto ciò che i media insistono nel proporre: non esistono soltanto i discorsi di marketing e l’importanza dei soldi. C’è ancora qualcuno che scrive musica per trasmettere emozioni, di quelle vere, che ti fanno sentire un tutt’uno con quel che ascolti. E la musica di Moro va ascoltata e, soprattutto, sentita.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Per anni, nella musica mondiale, ha dominato la celebrazione della droga e dell’auto-distruzione- Negli ultimi vent’anni, tante canzoni, soprattutto italiane, hanno denunciato la violenza tragica  della droga

 MUSICA E PAROLE CONTRO LE SIRINGHE

La droga è uno dei problemi sociali più allarmanti che coinvolge un numero imprecisato di persone, sicuramente di gran lunga superiore alle stime ufficiali. Questa settimana, in questa nostra rubrica, non si parlerà di una parola precisa, bensì delle canzoni che hanno affrontato, attraverso i testi, il problema droga. Faccio una premessa: il rapporto tra la musica e i vari tipi di droga, soprattutto negli anni sessanta-settanta, è da sempre molto stretto. Un’intera generazione di artisti, quella del “Sex, drug and rock ‘n’roll”, ha fatto dell’uso di stupefacenti una ragione di vita. E qui bisogna distinguere tra chi ha portato avanti (e porta avanti tuttora) la propria idea di legalizzazione delle droghe leggere (si pensi agli Ska-P, agli Articolo 31, ai 99 Posse, ai Sud Sound System, giusto per citare i più recenti), e chi, invece, ha apertamente scelto di celebrare l’uso di droghe pesanti, distruttive, come eroina e cocaina, in una fase in cui la droga cominciava a diffondersi in ogni parte del mondo (si pensi ad Eric Clapton, i Doors, Lou Reed e i Velvet Underground, solo per citarne alcuni). 

Si potrebbero fare mille discorsi sul contesto sociale e storico, sulla generazione “maledetta” della musica mondiale, ma in questo caso ho scelto di occuparmi di quelle canzoni che, al contrario, hanno denunciato e descritto la tragica vicenda dei tossicodipendenti, la loro fine, l’impossibilità di rimanere sé stessi, di mantenere la propria dignità, il loro essere svuotati di ogni cosa. Esiste un materiale copioso in tal senso, a tal punto che è stato difficile selezionare i testi da proporvi. Cominciamo da un brano molto vecchio (1968) di Fabrizio De André, “Il cantico dei drogati”, in cui il cantautore-poeta genovese veste i panni di un drogato che non riesce più ad affrancarsi da un destino inevitabile: “E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo? Come potrò dire a mia madre che ho paura? Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota allora avrò il mio premio come una buona nota”. Nel 1975, è Antonello Venditti ad occuparsi dell’argomento in una sua celebre canzone, “Lilly”, che dà il titolo all’album e che egli riproporrà spesso anche in successivi lavori. 

Un canto struggente d’amore verso una ragazza smarrita nell’inferno della tossicodipendenza: “Lilly ...Quattro buchi nella pelle, carta di giornale, nuda e senza scarpe, bianca, e non in ospedale; senza catene, senza denti per mangiare, una montagna di rifiuti, nessun latte ti potrà salvare... Lilly siringa, polizia. Quale treno ora? Quale libro ora? Quale amore ora, ti si potrà ridare? Lilly amore, amore mio...”. E questo tema è arrivato anche al Festival di Sanremo: “Per Elisa”, di Alice, ha trionfato nella città dei fiori, nel 1981, anche se non c’è la certezza che il brano faccia riferimento proprio alla droga, sebbene in tanti, la maggior parte, lo ritengano scontato: “Vivere vivere vivere non è più vivere, lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità. Fingere fingere fingere, non sai più fingere senza di lei, senza di lei ti manca l’aria. Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale, con me riesci solo a dire due parole ma noi, un tempo, ci amavamo”. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, complice un dibattito sempre più aperto ed acceso sulla questione della tossicodipendenza giovanile, il palco dell’Ariston di Sanremo ospita due canzoni molto significative: “Se me lo dicevi prima” di Jannacci (1989) e “Perché lo fai” di Masini (1991). 

La prima, che ha avuto poca fortuna, è il canto di un uomo adulto rivolto ad un giovane, alla speranza di uscire fuori dalla dipendenza: “E allora sputa su chi ti eroina, perché il mondo sputa proprio quando nasce un fiore, perché iniettarsi morte è ormai anche fuori moda, perché ce n’è già tanti che son venuti fuori”. La seconda, invece, è diventata un simbolo e descrive l’amore disperato di un ragazzo per la donna amata, a cui vorrebbe dare tutto il suo aiuto per salvarla da aghi e siringhe e per ricostruire un futuro insieme che altrimenti è impossibile: “Con questa pioggia nei capelli perché lo fai? Con questi occhi un po’ fanciulli e un po’ marinai, per una dose di veleno che poi dentro di te non basta mai... Perché lo fai, disperata ragazza mia? Perché non vuoi che il mio amore ti porti via? Perché lo fai? E il domani diventa mai per te, per me, per noi...”. Qualche anno prima, Luca Carboni, nel suo omonimo album d’esordio, racconta una storia d’amicizia in cui uno degli amici più cari finisce nelle mani gelide della droga. 

In “Silvia lo sai”, Carboni racconta la vicenda di Luca: “L’altro giorno ho trovato una scusa per potergli parlare... “Hey, Luca, ne è passato del tempo... Si vabé, ma adesso lasciami andare”. Non credevo di esser stato violento, ma ha cominciato a tremare, mi ha guardato con lo sguardo un po’ spento, non riusciva neppure a parlare. E adesso come facciamo? Non dovevamo andare lontano. Silvia lo sai, lo sai che Luca si buca ancora, Silvia lo sai, lo sai che Luca si buca ancora, Silvia chissà, chissà se a Luca ci pensi ancora. Silvia lo sai che Luca è a casa che sta male, male”. Anche Max Pezzali, nel 1993, in “Cumuli”, racconta una vicenda simile, riguardante un vecchio amico inghiottito dalla droga: “Poi col tempo forse ti ho perso un po’, ti vedevo in giro a sbatterti, mi chiamavi solo per prestiti, ti guardavo in faccia e non eri tu. Cumuli di roba e di spade per riempire il vuoto dentro di noi...”. 

Lo stesso Pezzali, qualche anno dopo, nel 1996, in “Se tornerai”, parla di un amico morto di overdose: “Ti ho rivisto stamattina, sul giornale la tua foto, steso su quella panchina non sembravi neanche tu,  forse te la sei cercata forse non sei stato forte non m’importa ma non so se eri pronto per la morte”. Non sappiamo, sinceramente, se il protagonista di questo brano sia lo stesso di “Cumuli” oppure un altro amico. Per concludere, citiamo una canzone del 1999 di Luciano Ligabue, “Kay è stata qui”, in cui si sottolinea come la droga cambi e cancelli per sempre ogni cosa: “...e lavori sempre d’ago a modo tuo...Niente è più uguale, Kay è stata qui, Kay è stata qui, niente più uguale sarà mai...”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI LUGLIO 2007

 

07/07/2007

Parole in musica- I fiori sono contenitori di significati, elementi dall’alto valore simbolico che accompagnano la vita degli individui- Anche la musica li ha celebrati nelle loro varie e differenti accezioni

I FIORI SUONANO TRA AMORE E PACE

I fiori sono quanto di più simbolico e spontaneo ci possa essere al mondo. Conoscere il linguaggio dei fiori, vale a dire l’associazione della loro specie o perfino colore ad un significato preciso, è per molti una vera e propria passione. I fiori, poi, sono anche qualcosa di molto frequente nella vita delle persone, tanto nella loro quotidianità (basti pensare a quanti li usano per adornare le proprie case o i propri balconi), quanto nel corso di eventi speciali molto diversi tra loro, come la celebrazione di un amore (appena nato oppure duraturo e forte), l’affondo finale di un corteggiamento, il dono nei confronti di chi vive un momento importante (come una nascita, una laurea, un buon risultato nel lavoro) oppure nei confronti di chi vive un momento difficile o tragico (come nel caso degli ammalati) o di chi non c’è più e va ricordato (come avviene per i defunti). Insomma, un fiore è il simbolo di una vita intera, dell’esistenza, dei colori e della terra. E’ un contenitore di significati diversissimi tra loro. Ecco perché anche in musica, nelle canzoni, questi splendidi esseri della natura hanno trovato notevole spazio, assumendo differenti connotazioni. 

La prima canzone che viene in mente, “Grazie dei fiori” di Nilla Pizzi, si riferisce ad un periodo storico in cui il fiore era il simbolo del corteggiamento, della romantica conquista di una donna, ma poteva anche diventare un tormento, il ricordo di una storia d’amore perduta, svanita: “E grazie ancor che in questo giorno tu mi hai ricordata, ma se l'amore nostro s'è perduto perché vuoi tormentare il nostro cuor? In mezzo a quelle rose ci sono tante spine memorie dolorose di chi ha voluto bene”. Sempre ad un simbolo d’unione amorosa, il matrimonio, si riferiscono i famosi fiori d’arancio, che, però, nell’omonima canzone di Carmen Consoli, diventano il triste segno di un’unione mai celebrata e di un abbandono inaspettato: “Ricordo il giorno del mio matrimonio, l’abito bianco di seta ed organza, nessuno sposo impaziente all’altare, soltanto un prete in vistoso imbarazzo”. 

Un altro amore finito e non più ricambiato, è quello che irrompe nelle strofe del famosissimo canto siciliano “Ciuri ciuri”, così come di un amore spezzato e tormentato c’è traccia in “Fiori rosa fiori di pesco” di Lucio Battisti, in cui il sentimento ancora vivo dell’uomo si scontra con la dura realtà di una vita che prosegue oltre il passato: “Scusa credevo proprio che fossi sola, credevo che non ci fosse nessuno con te, oh scusami tanto se puoi, signore chiedo scusa anche a lei, ma io ero proprio fuori di me, io ero proprio fuori di me quando dicevo posso stringerti le mani...”. C’è anche chi, però, usa i fiori per lanciare messaggi di pace, in un periodo, gli anni ’60-’70, attraversato dalla rivoluzione culturale e dal rifiuto per la guerra e per la violenza. I Giganti celebrano la pace con la canzone “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, invitando gli eserciti e i potenti a scegliere la via della convivenza pacifica e della musica, contro i proiettili e il sangue della guerra: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni perché non vogliamo mai nel cielo molecole malate, ma note musicali che formano gli accordi per una ballata di pace, di pace, di pace”. 

Ovviamente, poi, ci sarebbero tante altre canzoni che usano nomi propri di fiori, come “Rose rosse” di Ranieri o “Girasole” di Giorgia, ma preferisco chiudere questo discorso con una canzone stupenda, dolcissima, ma molto sofferta, tragica, il cui reale senso molti ancora non conoscono. E’ “Buonanotte fiorellino” di De Gregori, in cui pare che il cantautore romano non auguri, come potrebbe sembrare, una dolce notte ad un figlio o ad una donna vicina, ma dedichi tutto il proprio amore alla sua prima moglie, morta in un incidente aereo (un aereo in cui, come si narra, De Gregori non è salito a causa di un ritardo). E alla luce di questa triste storia, le parole del testo assumono un significato tanto delicato quanto struggente: “Buonanotte, buonanotte fiorellino, buonanotte fra le stelle e la stanza,  per sognarti, devo averti vicino, e vicino non è ancora abbastanza. Ora un raggio di sole si è fermato proprio sopra il mio biglietto scaduto. Tra i tuoi fiocchi di neve, le tue foglie di tè. Buonanotte, questa notte è per te [...] la tristezza passerà domattina e l'anello resterà sulla spiaggia, gli uccellini nel vento non si fanno mai male, hanno ali più grandi di me e dall'alba al tramonto sono soli nel sole. Buonanotte questa notte è per te”.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

The Unders’tale, il primo album dei The Unders, giovane band milanese, racconta storie e personaggi (forse reali forse no) attraverso uno ska-rock sincero ed energico- Con un filo conduttore particolare: il fuxia

LO SKA-ROCK COLORATO DEI THE UNDERS

Il lavoro che vi presentiamo questa settimana è quello della band milanese The Unders. In una spirale fuxia e nera, avvolta in una coltre di fumo troviamo “The Unders’tale”. Si tratta di un cd il cui filo conduttore, rigorosamente fuxia, sembra essere il racconto: così, attraverso sincere sonorità ska-rock, si articolano “The legend of the pirates” o “Man who sold the world”. Questa almeno la nostra sensazione. Descrizioni di personaggi e di storie, non sappiamo fino a quanto reali o metaforiche, che tessono una fitta trama musicale. Dalle tracce più ska, come “I want your sex”, a quelle improntate ad un rock più energico, come “Come in to play”, i sei musicisti milanesi mostrano un grande affiatamento. 

Nano (voce e chitarra), Ginger (basso chitarra e voce), Lee papa (chitarra) Boccia (batteria), Uomo ombra (tastiere), Fede (tromba), sono i componenti del gruppo che nasce, per l’appunto, a Milano nel 2001. La varietà dei gusti di ognuno di questi crea proprio quella commistione e quella ricchezza di suoni che si possono apprezzare in “The Unders’tale”. Si tratta del primo lavoro ufficiale del gruppo, che era stato preceduto da diversi demo, tutti autoprodotti. Sicuramente importante per la loro evoluzione, è la possibilità di fare esperienze dal vivo anche accanto a gruppi più maturi quali gli Shandon. 

Cooperazione che resiste fin ora, essendo il cd registrato e mixato da Olly (ex Shandon, attuale The Fire). Anche nei demo, ciò che salta all’occhio è la scelta di alternare pezzi in italiano a pezzi in lingua inglese (con preferenza di questi ultimi in “The Unders’tale”). Abbiamo trovato particolarmente apprezzabile, a parte “I want your sex”, il pezzo “L’esaurito” in cui, oltre al riecheggiare di temi scespiriani (“Questa vibrazione la puoi ottenere levando il nome alla parola”), si parla della possibilità di apprezzare le cose soltanto nel momento in cui ce ne priviamo. Un lavoro apprezzabile che vi consigliamo di ascoltare.

Giusy Montoneri -ilmegafono.org

 

 

14/07/2007

Led Zeppelin IV è il disco che ha consacrato il rock dei Led Zeppelin, la leggendaria band britannica trascinata da Jimmy Page e Robert Plant- “Stairway to Heaven”, amata e discussa, è la canzone simbolo dell’album 

IL ROCK LEGGENDARIO E DISCUSSO DEI LED ZEP

Quello che proponiamo questa settimana è uno dei cd più importanti e belli della storia della musica. Lo diciamo senza esagerazioni. “Led Zeppelin IV” rimase nelle classifiche mondiali per diversi mesi e negli States vendette dieci milioni di copie. Ha rappresentato sicuramente l’apogeo della band di Page e Plant. Le canzoni sono otto, tutte indimenticabili. “Black Dog”, “Rock and Roll”, “Going to California” ma soprattutto “Stairway to Heaven”. Titoli che da sé dicono tutto. Brani che non ci si stanca mai di ascoltare e riascoltare. Assoli di chitarra pazzeschi, acuti di Plant indimenticabili e irraggiungibili. Tonalità quasi aliene, praticamente impossibili da imitare. Il meglio del cd si raggiunge dopo circa quindici minuti di ascolto. Quando Page inizia l’arpeggio e Plant intona “there’s alady..”. 

“Stairway to Heaven” è stata più volte riconosciuta dai frequentatori del web come la più bella canzone della storia del rock. E quando si ascolta non si può che essere d’accordo. E pensare che, all’inizio, non si aspettavano tanto successo. Erano consapevoli di aver pubblicato il loro miglior cd, ma non pensavano di riscuotere tanto consenso. Mancava un titolo, solo otto canzoni (diremmo oggi che canzoni…). Sulla copertina, un muro con la tappezzeria usurata e un quadro di un vecchio con un fascio di legna sulle spalle; nel retro titoli, la foto di un sobborgo cittadino e i simboli dei quattro artisti. Si dice che Page e Plant se li disegnarono, Bonham e Jones li reperirono in un libro di magia. Intorno a questo cd sono nate molte leggende e si raccontano strane storie.  I Led Zep dal canto loro non smentirono le dicerie che volevano Page vicino ad ambienti satanisti. 

Tutto ciò accrebbe ulteriormente il loro successo. Si dice, ad esempio, che “Stairway to heaven” (scala per il Paradiso) ascoltata al contrario sia un inno a Satana. Tornando al piano musicale, tutti vorrebbero che il tempo si fosse fermato al 1971, che Bonham non fosse morto ubriaco, soffocato dai suoi conati di vomito sul divano, nella villa di Page. Che Page e Plant non fossero due miliardari con la pancetta e il bicchiere di whiskey in mano, ma fossero ancora lì, sul palco, con i capelli lunghi, la chitarra con due tastiere, la voce in falsetto, i vestiti hyppie. Purtroppo, il tempo è passato: “Bonzo” morto e i Led non esistono più. Ma rimane questo splendido cd insieme agli altri e, soprattutto, i Led Zep ci hanno consegnato “Stairway to Heaven”. Non resta che ringraziarli ancora una volta premendo play.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

Parole in musica- Come prevedibile, la parola “vita” si può trovare in numerose canzoni, esprimendo i diversi modi di considerarla e di viverla- Da Vasco a Liga, dai Baustelle a Roy Paci, “si vive” dentro la musica    

LA VITA SCORRE TRA LE CANZONI

La parola che abbiamo scelto questa settimana è vita: solo quattro lettere, che chiudono in sé tutto il senso dell’esistenza. Proprio per questo è molto facile trovare tale termine nelle canzoni, associato ai significati più disparati. Forse la canzone più famosa, che inneggia ad una vita fuori dalle regole, è “Vita spericolata” di Vasco Rossi. In linea con il suo personaggio ribelle, Vasco scrive nel 1983 questo pezzo che sarà destinato a diventare l’inno di chi, rifiutando la routine ed il familiare quadretto di una vita inquadrata, vuole fregarsene di tutto e fare cose “esagerate, maleducate e spericolate”. Solo apparentemente a più basso profilo, rispetto alla “Vita spericolata” di Vasco, la “Vita da mediano” di Ligabue. Se per il primo è meglio un giorno da leone che cento da pecora, il secondo tesse una lode, attraverso la metafora del calciatore mediano, di coloro che conducono un’esistenza fatta di fatiche e sacrificio. Mediano non vuole assolutamente significare mediocre, anzi, identifica colui che lavora nell’ombra e fatica, svolgendo un lavoro fondamentale, per il quale raramente gli vengono riconosciuti i meriti. 

Completamente su un altro livello, la bella canzone dei Baustelle “A vita bassa”. Ispirata da un articolo del giornalista di Repubblica, Marco Lodoli, la canzone descrive la realtà di oggi attraverso gli occhi di un’adolescente disillusa, secondo la quale solo pochi possono permettersi di avere una personalità  (i cantanti, gli attori o i calciatori) mentre a tutti gli altri, contro l’anonimato, non rimane altro antidoto che scimmiottare quello che fanno loro ed uniformarsi alla moda della vita bassa. Si capisce subito come il titolo giochi sul termine “vita”, riferendosi probabilmente più ad un’esistenza “bassa”, che alla “vita” dei jeans. Quante volte ci è capitato di dire di fronte ai consigli di qualcuno “Questa è la mia vita!”. Nelle canzoni lo hanno fatto sia Bon Jovi (It’s my life) sia Ligabue in “Questa è la mia vita”, traccia del 2002 contenuta in “Fuori come va”. Contro chi pensa di aver capito tutto e si sente in diritto di dispensare prediche Ligabue dice “Questa è la mia vita, se ho bisogno te lo dico. Sono io che guido, io che vado fuori strada, sempre io che pago,  non è mai successo che pagassero per me”. 

Come a dire “la vita è la mia, e se devo pagare per gli errori, che almeno siano i miei”. Nella nostra ricerca di canzoni che contenessero il termine “vita” abbiamo trovato veramente di tutto, ma una selezione andava fatta. Vorremmo giusto ricordare la positività del tormentone di alcuni anni fa di Des’ree, “Life”, che in una frase diceva “life can be fun if you really want to” (la vita può essere divertente se tu lo vuoi davvero), e le omonime canzoni “Viva la vida”, una dei Modena City Ramblers, e una di Roy Paci & Aretuska. Nella prima, contenuta in “Viva la vida, muera la muerte”, abbiamo un forte contenuto politico attraverso l’esortazione alla militanza politica, impedendo che siano i “politicanti” a scegliere per noi, e ad imporci “un tempo di guerra in un tempo di pace”. Nella seconda, invece, si ha una gioiosa celebrazione della vita, nei versi “Viva la vida passa como in una grande fiesta.. alè! viva la vida... c'est la vie! ...”

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

21/07/2007

Nel 1972, i leggendari Genesis pubblicano “Foxtrot”, disco dalle melodie complicate destinato a rimanere nella memoria per la straordinaria e monumentale “Supper’s Ready”, sul cui testo criptico ancora oggi ci si interroga

L’ETERNA LOTTA TRA BENE E MALE

Il nucleo effettivo della band dei Genesis (gruppo di rock progressivo inglese) si forma alla pubblicazione del terzo disco, Nursery Crime, dopo From Genesis to revelation e  Trespass.  I componenti del gruppo sono Peter Gabriel (cantante, percussionista, flautista ed eccentrico leader della band), Phil Collins (batterista), Steve Hackett (chitarrista), Tony Banks (pianista e tastierista) e Mike Rutherford (chitarrista e bassista). Dopo il grande successo di Foxtrot, Selling England by the Pound e The Lamb Lies Down on Broadway, Peter Gabriel lascia la band per intraprendere la carriera come solista: è il 1975. A questo punto, Phil Collins diventa leader della band, ma il cambiamento si fa sentire. Le melodie perdono quel tocco psichedelico e particolare che solo la grande fantasia del genio Gabriel riusciva a produrre. Così, i motivi diventano, a mano a mano, più commerciali e decisamente più scontati. L’ultimo disco degno di menzione del “dopo Gabriel” è The trick of the Tail, dalle atmosfere misteriose e gotiche, che rievocano i paesaggi spettrali dell’Inghilterra di fine ottocento. Il successo dei Genesis è dovuto anche alla teatralità dei loro shows basati su travestimenti eccentrici e suggestivi del leader. 

Vorrei adesso fare un accenno al contenuto del disco Foxtrot, che, forse, non è quello che più rappresenta la band e non è il più completo dal punto di vista complessivo delle melodie, ma sicuramente è quello più psichedelico e difficilmente orecchiabile. Il contenuto del disco si può riassumere nella copertina: una visione onirica, una donna-volpe che galleggia in mare su un pezzo di ghiaccio, braccata da “fox haunters”. Sullo sfondo, alcuni angoscianti personaggi della copertina di Nursery Crime come baby-sitters  che giocano a cricket con teste di bambini. La canzone più rilevante è l’imprevedibile e visionaria “Supper’s ready” (La cena è pronta): il testo è praticamente intraducibile e solo grazie agli appunti di Gabriel possiamo saperne qualcosa di più. In ventidue minuti di delirio, la band riesce a rappresentare uno scenario popolato da angeli, draghi, personaggi inquietanti, che compongono una storia che sembra a prima vista non avere filo logico. Peter Gabriel invece spiega, nei suoi appunti, che la canzone è partita da un fatto strano accaduto a lui e a sua moglie in una stanza della casa dei suoceri, quando ad un certo punto tutto è diventato freddo e scuro e Jill (moglie di Gabriel) si è sentita come posseduta. 

Da lì è partita la canzone, tentativo di rappresentare l’ eterna lotta tra il bene e il male. Anche non avendo mai letto il testo, si possono facilmente percepire le variazioni musicali delle varie strofe (sette, ognuna con un suo titolo), che non sembrano aver un collegamento fra di loro. Un inizio dolcissimo, di chitarra acustica: è “Lover’s leap” (il salto degli innamorati), in cui i due rappresentano il cantante e la moglie, unico pezzo forse un po’ più realistico della canzone. Alla chitarra si aggiunge la tastiera, fino al prossimo testo, cantato quasi a bassa voce. A questo punto la canzone ha una svolta inaspettata: nel quasi silenzio di “How dare I be so beautiful?” si ode una vocina mormorare “…a flower?” e la tastiera riprende con un tono forte e minaccioso, fino alla svolta quasi comica (si odono infatti un fischio e una portiera che si chiudono) della scherzosa “All change!”. A questo punto, anche il titolo lo dice (“Apocalipse 9/8”), la battaglia fra bene e male giunge al culmine, dove, su note solenni, angeli scendono dal cielo e draghi escono dalle onde del mare. Infine, il bene riesce a trionfare sul male, le campane suonano e si ripetono i versi iniziali degli amanti. A questo punto vorrei lasciarvi con l’ultima strofa della canzone:

“There’s an angel standing in the sun

And he’s crying with a loud voice

“this is the supper of the mighty one”

the Lord of Lords

King of Kings

Has returned to lead his children home

To take them to the new Jerusalem”

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

Parole in musica- “Amore” è una delle parole più utilizzate nelle canzoni per descrivere situazioni conosciute da tutti o per celebrare un sentimento universale- Nella musica italiana ha dato vita ad un cero e proprio genere

CANTARE L’AMORE PER LEGARLO ALLA MUSICA

Si tratta sicuramente di una delle parole più utilizzate e più sentite nella vita di ogni giorno, così come nelle canzoni; stiamo parlando della parola “amore”. Addirittura, questo termine serve per individuare un vero e proprio filone, quello delle canzoni d’amore, che da sempre spopola tra persone di tutte le età perché, in un modo o nell’altro, descrive situazioni affettive familiari: l’amore inteso non solo come sentimento che si prova nei confronti dell’innamorato o di un caro, ma come sentimento universale, l’ “Amore” con la “a” maiuscola. Tra le centinaia di canzoni recanti questa parola nel titolo, abbiamo fatto una selezione, cercando di spaziare il più possibile nel panorama della musica italiana d’autore e non solo. Abbiamo deciso di cominciare con un classico: Claudio Baglioni è forse uno dei cantautori italiani che più ha utilizzato questa parola e con una estrema semplicità è riuscito ad entrare nel cuore e nella memoria di generazioni. 

Non siamo riusciti a scegliere tra due sue canzoni, così le citeremo entrambe: per prima “Amore bello”, che parla di un amore “bello come il cielo, bello come il giorno, bello come il mare”, ma che sta per andare via. Per seconda, la mitica canzone “Questo piccolo grande amore”, che quando uscì, nel 1972, fece scalpore per la figura della “maglietta fina” che “faceva immaginare tutto”. Tutte le ragazze, almeno una volta nella vita, si sono sentite quel “piccolo grande amore”. Per spostarci ad oggi, con i suoi amori infelici, abbiamo scelto Carmen Consoli con “Amore di plastica”. Il brano presentato a Sanremo, con cui la cantautrice catanese si fa conoscere dal grande pubblico, parla di un amore finto, di plastica appunto, di cui non ci si può proprio accontentare: “volevo essere più forte di ogni tua perplessità, ma io non posso accontentarmi se tutto quello che sai darmi è un amore di plastica”. Un testo originale ed una melodia delicata caratterizza “Ubriaco canta amore” della Bandabardò: la canzone è dominata dalla scena di un ubriaco che “canta amore alla fortuna”. 

Tutti pensano che sia un poveraccio, un pazzo, ma lui, in realtà, sa di essere l’unico felice e, per questo, sano di mente, in mezzo a tanti sani “infelici”. Tra le canzoni che abbiamo avuto modo di scorrere, ci siamo soffermati sulla dolcissima “L’amore ai tempi del caos”: è una canzone dei Modena City Ramblers che parla di un amore che si svolge con sullo sfondo la guerra, che può essere una guerra di ieri o una guerra di oggi. Nonostante fuori il caos dilaghi, ciò che prevale è un senso rassicurante, dato dalla presenza dell’amore: “Incalza il giorno, si affrettano gli anni, gli orologi inseguono ore. Il mio amore cammina tranquillo, nessun tempo la riesce a ingannare”. Abbiamo deciso di chiudere questo excursus con due tra i nostri cantautori preferiti: De Gregori e De Andrè. Del primo, abbiamo scelto una delle pochissime canzoni in cui De Gregori parla esplicitamente di “amore”, e cioè “Bellamore”. Il testo, con la consueta delicatezza del cantautore romano, ripete continuamente “Bellamore Bellamore, non mi lasciare, Bellamore Bellamore, non te ne andare”. 

Il termine, incorporato in un’espressione composta, sembra essere utilizzato come un nome proprio, un dolce nomignolo con cui viene individuata la persona amata. Tante premure sono riservate a questa persona speciale che “non crede ai miracoli, ma li sa fare” o che “conosce le lacrime e le sa consolare”. Infine, due celebri canzoni di Fabrizio De Andrè: “Ballata dell’amore cieco” e “Amore che vieni, amore che vai”. Nella prima, attraverso la poesia di De Andrè si racconta la storia di un uomo che “si innamorò perdutamente di una donna che non lo amava niente” e che lo condusse fino alla morte con la continua richiesta di “prove del suo cieco amore”. Della seconda, senza alcun commento, vogliamo riproporre la poesia dei versi iniziali: “Quei giorni perduti a rincorrere il vento, a chiederci un bacio e volerne altri cento. Un giorno qualunque li ricorderai amore che fuggi da me tornerai, un giorno qualunque ti ricorderai amore che fuggi da me tornerai”. 

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

28/07/2007

Parole in musica- Questa volta non si tratta proprio di parole, bensì dei numeri che sono diventati celebri dentro le canzoni e di cui spesso non ci si accorge- Da “24.000 baci” a “One”, ecco le “cifre musicali”

QUANDO LA MATEMATICA INCONTRA LA MUSICA

Anche se Jovanotti in una canzone del 1990 cantava “i numeri non li sopporto più, la matematica che mi perseguita”, incentrando il pezzo sull’affermazione “non siamo numeri, ma siamo liberi”, dedicava indirettamente a cifre e calcoli poco probabili una traccia del cd “Giovani Jovanotti”. Cifre e numeri affollano centinaia di canzoni: si è deciso, allora, di fare una sorta di conto alla rovescia partendo da quota 24.000. L’inconfondibile numero quantifica i baci con cui Celentano “fa correre veloci le ore”. Lo scatenato rock di Celentano, sempre attuale, trascina da anni generazioni sulla pista da ballo. Facendo un bel salto indietro arriviamo al numero venti, con “Venti bottiglie di vino” della Bandabardò. Un’allegra canzone della Banda in cui si racconta di queste 20 bottiglie di vino, “chi dice di più chi dice di meno”, e si conclude con “un finale da carnevale, dove il diverso diventa uguale” e si esorta: “Giocatevi il destino con 20 bottiglie di vino. Comprate, gente, comprate! Alzate le mani, alzate! Al mercato clandestino delle 20 bottiglie di vino”. In questo conto alla rovescia, la decina richiama una celebre canzone di Lucio Battisti: “Dieci ragazze per me”.Il pezzo del 1970, appartenente all’album “Emozioni”, fa una carrellata delle ragazze che il protagonista può avere tutte per sé, anche se alla fine si scopre che è solo un modo per dimenticare la persona amata. 

Egli si arrabbia, infatti, quando viene a sapere che qualcuno ha detto che non vive più senza lei: “Matto quello è proprio matto perché forse non sa che posso averne una per il giorno, una per la sera”, ma alla fine ammette che “però quel matto mi conosce perché ha detto una cosa vera”. Col “cinque” non è stato facile trovare un titolo, poi d’improvviso mi è ronzato nella testa un motivetto mambo: “Mambo number 5” di Lou Bega. E’ stata la vera e propria rivelazione del 1999, col suo mambo irresistibile (non si sa perché proprio “numero 5”) ha fatto ballare tutto il mondo. Il numero quattro è quello degli amici al bar di Gino Paoli. Si tratta di una canzone che, con leggerezza, passa dall’amarezza per essere rimasto solo al bar, dopo essere stato lasciato dagli amici con cui “si parlava con profondità di anarchia e di libertà, di individui e solidarietà” e con cui si facevano progetti per cambiare “tutto questo mondo che non va”, alla speranza, quando al tavolo si siedono “quattro ragazzini” che chiacchierano e dicono di “voler cambiare questo mondo che non va”, con le loro forze fresche e i loro sguardi più lungimiranti. 

Passando velocemente attraverso le tre parole di Valeria Rossi, “sole, cuore, amore”, arriviamo, infine alle ultime canzoni. Si tratta in entrambi i casi di canzoni d’amore: la prima è “Due” di Raf, canzone dolce e raffinata che parla, appunto, di due amori che si rincorrono, con sullo sfondo le luci ed il fracasso della città. Non nascondo la difficoltà che ho riscontrato per trovare una canzone in cui l’“uno” fosse un numero e non un articolo indeterminativo, alla fine mi è venuto in mente un titolo semplicissimo: “One” degli U2. Una canzone mitica, in cui si può riscontrare l’apice del romanticismo, anche se narra una vicenda non proprio a lieto fine: si tratta di un amore che finisce e che, con sofferenza, si porta dietro i suoi strascichi. Concludiamo, in proposito, con una strofa: “Did I ask too much? More than a lot. You gave me nothing, now it's all I got. We're one but we're not the same. Well we hurt each other then we do it again”. Se ancora si dubita che numeri e musica possano andare d’accordo, ricordiamo che la musica è fatta anche di note e tempi calcolati numericamente.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

“CD is DC” è il primo album dei Comadisco, un gruppo nato dalla fusione di un bassista e due dj produttori torinesi impegnati in generi diversi- Una perfetta miscela di suoni in nove tracce tutte da ballare

UN AZZECCATO MIX MADE IN TORINO

Cosa può nascere dalla collaborazione tra la voce di un ex frontman di un gruppo indie-hard-funk (ora bassista punk nei Medusa) e due dei dj produttori electro-dance più apprezzati di Torino? Facile! I Comadisco e il loro primo album: “CD is DC”. La risposta non era proprio cosi scontata, soprattutto per chi non conosce Fabrizio Porro, Titta Bogatto e “Hugo” Basile. Cresciuti nella città della mole, si sono formati più che nelle catene di montaggio di Mirafiori soprattutto nelle notti passate ai Murazzi, sul lungo Po, dove i giovani si riversano in qualche pub, centro sociale o meglio in qualche club per parlare, bere, fumare qualcosa, ma soprattutto per ascoltare della buona musica, dove non è raro incontrare anche qualche componente dei Subsonica o degli Africa Unite. Il progetto Comadisco parte da molto lontano, dal 2003, quando due terzi di un collettivo di dj (General Elektrik), in un grigio pomeriggio autunnale nel loro studio, situato nel retro dell’Hiroshima mon amour (un locale storico per gli spettacoli live), decidono di intraprendere una nuova avventura: produrre qualcosa di nuovo che si distacchi dalla solita idea di electro dance che in quel periodo andava per la maggiore in tutta Europa e nel capoluogo piemontese, che era una delle mete preferite dai migliori disc jockey di fama mondiale. 

L’idea è quella di creare un genere avanguardista che unisca assieme più modi di fare musica, miscelando ritmi e suoni tipici da dancefloor con venature e timbri punk-new wave; da qui la collaborazione con il cantante Fabrizio Porro. Le basi sembrano solide per ottenere dei buoni risultati: lo studio attrezzato con sintetizzatori analogici anni ’80 e digitali, campionatore, tastiere, moog, una chitarra elettronica, microfono professionale, tutto supportato da un potente processore completo delle migliori schede audio e un software sequencer professionale. L’esperienza non manca di certo: Titta all’epoca era uno dei dj resident del Centralino club targato “the plug”: la serata più alla moda della città sabauda; Hugo, oltre ad essere un musicista jazz, è anche un produttore di musica electro-minimal-funk e ha alle spalle alcune uscite discografiche con l’etichetta svizzera Tongut. Dopo mesi, immersi nel fumo nell’angusto studio musicale, riescono a produrre un numero considerevole di tracce, che devono ora solamente essere testate in pista in qualche serata. Alla prima, sono presenti più di duecento persone ad occhio e croce: c’è la solita calca, molte facce conosciute, molti supporter e amici del nuovo trio, ma anche molti curiosi. 

Verso le due inizia lo show: un intro molto ambient annuncia un primo brano roboante con bassi potenti, casse 4/4 che fanno letteralmente tremare i muri e vibrare le casse toraciche dei presenti, e un cantante “pazzoide e tarantolato” che urla e canta a squarciagola: si inizia a ballare. Da quella sera, ne è passata di acqua sotto i ponti, cosi si dice in questi casi; Titta e Hugo, con l’altro General Elektrik, Patrick Di Stefano, hanno fondato una nuova etichetta, una netlabel: Tonimusic, che distribuisce musica online; Fabrizio è diventato bassista e voce dei Medusa, promettente punk band. “CD is Dc” è l’album in cui sono raccolti i brani più significativi del progetto, mancano solamente i due singoli che sono usciti precedentemente in vinile. Nove tracce in cui suoni techno, elettronici, minimali si fondono alla perfezione con chitarre punk acustiche, suoni acidi e atmosfere digitali. Tutti i brani sono da ascoltare ma soprattutto da ballare: accompagnati sempre da una voce graffiante e meccanica, frutto delle manipolazioni al vocoder. Veloci, decisi, a volte distorti, rigorosamente “suonati”, da qui l’unione dei due modi di comporre musica: al computer in modo digitale e registrando i vari strumenti in modo analogico. 

La cassa, essendo fondamentalmente un progetto da dancefloor, si fa sentire ma le melodie hanno ancora un ruolo importante, quasi basilare: prodotte dai synth, dalle tastiere, ma create dalla invettiva della mente umana e a volte anche dalla sua genialità; i tappeti di bassi sono validissimi, e sono quelli che si potrebbero benissimo sentire al Tresor, il miglior club di Berlino. L’originalità è il punto forte di questo album oltre alle melodie, cosa di questi tempi non scontatissima, anzi. La traccia introduttiva, Confidence, ha un ritornello che fa viaggiare e che potrebbe ricordare i Planet Funk, ma più acidi e minimali; Nami Please è il brano più veloce e con atmosfere più sintetiche ma anche Like a neon light non è da meno, con un doppio cantato; Pink hole e Pogo machine sono le  tracce più dark e  techno; Not kind è la sintesi di tutto il progetto: un apoteosi di suoni distorti, bassi melodici da paura, casse a 150 bpm e un finale da brividi: ascoltare per credere! Per fare ciò basta collegarvi al sito http://www.tonimusic.com/comadisco/ e scaricare gratuitamente l’album completo zippato. Un bell’incentivo all’ascolto?

Andrea Volpi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI GIUGNO 2007

 

02/06/2007

Gruppo senegalese, che risiede a Catania, gli African n’guewel group girano la Sicilia con il loro ritmo irresistibile e magico, fatto di percussioni, djembe e voci suggestive- La loro musica è un invito alla fratellanza

LA MAGIA UNICA DEGLI AFRICAN N’GUEWEL GROUP

In una serata calda, dentro una parrocchia multietnica, può capitare di assistere allo spettacolo incantevole di un gruppo africano, per l’esattezza senegalese, che con i suoi ritmi coinvolgenti e vivi, riesce a farti ballare e allo stesso tempo ascoltare i suoni magici e affascinanti di un continente che, pur se dilaniato da guerra e fame, riesce a mostrare tutta la sua meravigliosa cultura, tutto il suo immenso amore per la vita e per la musica. “African n’guewel group”, questo il loro nome, è un gruppo di musicisti senegalesi (residenti a Catania) i quali, ormai da qualche anno, si stanno facendo conoscere ed apprezzare in tutta la Sicilia. I loro concerti spesso si svolgono all’interno di importanti iniziative culturali sull’immigrazione e a sostegno dell’integrazione. La loro musica è un’esplosione di vitalità, di energia, di ritmi e sonorità tipicamente afro: le percussioni e i djembe suonano incessantemente, ma il suono non è mai ripetitivo, non è mai pesante, perché l’abilita delle mani che battono sui vari tipi di tamburo riesce a farti entrare nel sangue un movimento che ti viene spontaneo, che si libera di ogni resistenza e si scioglie nell’accompagnare con il battito delle mani il tempo della musica africana. 

Al sound irresistibile delle percussioni si uniscono delle voci stupende, capaci di farti immaginare i paesaggi più suggestivi dell’Africa, la spiritualità e la cultura del suo popolo, la sua storia difficile e tragica, la sua forza, la sua energia, la sua intelligenza. La voce di uno dei cantanti degli “African n’guewel group” ricorda leggermente l’intonazione meravigliosa di Youssun’Dour, le atmosfere incantevoli evocate dalle sue corde vocali, da quella tonalità dolcemente e leggermente nasale che crea un senso di distacco dal reale, dall’attuale, dal quotidiano. A ciò si aggiungano le incursioni vocali di altri musicisti che, a seconda del tipo di ritmo, si alternano nell’intonare le canzoni, con particolare apprezzamento per la voce splendida della componente femminile del gruppo, impegnata anche lei nel suono delle percussioni. 

Sono ottimi musicisti e cantanti, gli “African n’guewel group”, ma sono anche bravi a interagire con il pubblico, chiamandolo di continuo a intervenire, invitandolo a ballare con loro, a lasciarsi coinvolgere da una musica che unisce e che intende distruggere le barriere culturali, come quando i ragazzi senegalesi cominciano a intonare una versione afro di “Ciuri Ciuri”, una vera delizia, un momento di unione, di vicinanza e di allegria a cui è impossibile sottrarsi. Ho visto due volte questo gruppo all’opera, e ho visto persone di ogni razza, etnia e credo ballare, ognuno movendosi secondo il proprio modo di danzare, liberamente, senza schemi, insieme, con la voglia di condividere. Quando gli “African n’guewel group” si esibiscono, si torna a casa con un grande senso di allegria e di serenità, con la felicità di aver conosciuto da vicino un modo di fare musica che tanti, in Europa e in Italia, dovrebbero cercare di apprendere. Vi consiglio vivamente, soprattutto se siete siciliani, di informarvi e di cercare di sapere il luogo e la data di un concerto degli “African n’guewel group”: sarà un mix di energia allo stato puro, atmosfere da sogno e fratellanza. Il vostro corpo non smetterà di ballare, mentre la vostra testa non avrà timore di riflettere.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

Vi presentiamo il cd dei Rumori dal Fondo, “Imperfezioni”, un rock melodico dalle sfumature malinconiche arricchito da una bella voce e dei ritornelli gradevoli- Un gruppo di bravi musicisti che vi consigliamo di scoprire

LE “IMPERFEZIONI” DEI RUMORI DAL FONDO

Per questo sabato abbiamo piacevolmente ascoltato i Rumori dal Fondo, un gruppo emerso sullo scenario musicale underground milanese. Loro sono: Massimiliano Galli (voce), Mattia Pittella (batteria), Cristian Chierici (chitarre), Mauro Ganzato (basso), nell’attuale formazione del gruppo. In realtà, nel cd, accanto a Massimiliano e Mattia c’era il bassista Alessandro Virgulto; e quello che emerge da subito è che i Rumori dal Fondo sono bravi musicisti. I loro pezzi sono arrangiati in modo preciso e sapiente, per una qualità degna di un cd di serie A, prodotto in casa discografica e distribuito in tutto il paese; invece, loro sono auto-prodotti, il cd è reperibile fin qui solo perché scaricabile dal sito della band, e la cosa, credetemi, stupisce! Stilisticamente, non completamente maturi, hanno spunti molto interessanti e pregevoli ancora da sviluppare: la componente malinconica e cupa, che è ovviamente pregnante e da cui dicono di essere stati ispirati, lascia, a parer mio, degli spiragli positivi e quasi solari, forse all’insaputa degli stessi autori.  

La vanità, infatti, è solo finta e l’egoismo è fragile, la musica mi sembra addirittura essere coerente con questa apertura e non batte monotona su note depressive, ma, al contrario, si riscatta in tratti quasi allegri e coloriti. “Traiettorie”, a questo proposito, stupisce: su una musica bella e attiva, Massimiliano parla cantando di una via predefinita dalla quale si può, per fortuna, uscire sbandando; e poi “Come stai?” è un’accorata e dolce domanda rivolta ad un amico, ad una compagna o a tutto il mondo, nel sospeso e confuso tentativo di uscire dalla propria grigia individualità. E’ un rock melodico, quello dei RDF, che sa di molte cose, pieno di echi e rimandi più o meno noti; tutto amalgamato con un personale gusto. Ne risulta un cd piacevole da ascoltare e bello da subito, con una bella voce e bei ritornelli; resta, però, una forte curiosità leggendo, tra le note biografiche, di alcuni live con brani in versione elettronico/acustica: da un lato per la mia personale impossibilità (data la distanza Siracusa-Milano) di assistere ad uno di questi concerti, dall’altro per l’impressione che “Imperfezioni” possa essere ancor più bello con più elettronica.

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

 

09/06/2007

E’ uscito l’atteso nuovo album di Roy Paci & Aretuska, “Suonoglobal”, un insieme di splendide sonorità che si mischiano in un abbraccio multietnico e multiculturale- Un messaggio di pace che ha per protagonista la musica

DALLA SICILIA AL MONDO: UN SUONO GLOBALE

“Suonoglobal” è il nuovo attesissimo lavoro di Roy Paci e dei suoi Aretuska, uscito il primo di questo mese. Come si può intuire dal titolo, si tratta di un cd che racchiude sonorità provenienti da tutto il globo, ognuna delle quali mantiene le sue caratteristiche proprie, ma allo stesso tempo si amalgama perfettamente con le altre. Il filo conduttore è la multietnicità: il messaggio che si lancia è che il siciliano, così come il pugliese, l’africano, il giamaicano, può integrarsi armonicamente nel mondo e rispettare la cultura e le usanze degli altri popoli solo se porta e conserva dentro di sé la cultura e le usanze della propria terra. La contaminazione tocca tutti i livelli: sonoro, linguistico ed anche visivo. L’eclettismo di Roy viene più che mai fuori: grazie anche alle numerose collaborazioni, si cimenta in un insieme di generi che fino a questo punto non avevano fatto parte del suo repertorio. Insieme ai Cor Veleno, in “Tango Mambo Jambo”, nonostante conceda un ampio spazio ai suoi ospiti musicali, lo sentiremo per la prima volta “rappare”, mentre in “Mezzogiorno di fuoco”, con i Sud Sound System e Caparezza, il rap sarà addirittura in siciliano; nella solare “Non te ne andare” o in “L’isola dei fessi”, invece, svolta decisamente verso il reggae.

 In “Giramundo”, scritta con l’amico Pau dei Negrita, si lascia sedurre dalle sonorità sudamericane che hanno ispirato anche alcune canzoni degli stessi Negrita, ed ancora, nel primo singolo estratto, “Toda joia toda beleza”, è inconfondibile l’influenza che subisce grazie al contributo di un artista del calibro di Manu Chao. Ovviamente in tutto questo c’è spazio anche per il buon vecchio ska con “Searchin’ for the sunshine”. Nel tripudio di suoni, sapori e profumi, che contiene la musica degli Aretuska, non poteva che sentirsi la necessità di creare una nuova lingua che permettesse di comunicare contemporaneamente con tutti: “l’italono”. Come loro stessi affermano “con la nostra lingua siciliana, una delle più antiche del mondo, ricca di influenze greche, romane, arabe, normanne e spagnole, abbiamo viaggiato attraverso il suono globale creando un idioma che ci avvicina a tutti i popoli”. La multietnicità trasuda anche visivamente dalla copertina del cd; nulla è lasciato al caso. Anche in questo caso si tratta di un collage coloratissimo in cui vengono accostati carretti siciliani, spezie orientali, frutti esotici, rhum cubano, immagini sacre, in un misto di sacro e profano che ha tutto il profumo del nostro variegato mondo, così lontano, ma allo stesso tempo così familiarmente vicino.  

Si tratta di un lavoro positivo, che ha il sole dentro, e che, allo stesso tempo, non rinuncia ai contenuti, a lanciare messaggi di pace e d’amore: per la propria terra, ma non solo, dato che “la Sicilia è in Catalogna e Londra è in Mali, Kingston è in Africa e Lecce in Giamaica, Sarajevo è in Palestina e Il Cairo in Messico, Haiti è a Barcellona e Cuba nel Mar Baltico” (in “Giramundo”). In proposito, possiamo dirvi che l’assolo con la tromba che si sente nell’intro di “No quiero nada”, Roy lo ha registrato dal vivo in Val di Noto. Nel cd c’è solo uno spezzone, mentre l’intero assolo costituisce una delle 13 ballate che compongono il film-documentario realizzato da Malastrada film, “13 Variazioni su di un tema barocco. Ballata ai petrolieri del Val Di Noto”. Questo film ha contribuito a rendere pubblica l’aggressione che una società petrolifera americana sta cercando di attuare contro la nostra terra e Roy ha aderito con entusiasmo all’iniziativa. Infine, tra le quindici tracce, a nostro parere una più bella dell’altra, ci sentiamo di segnalarvi in particolare “Mezzogiorno di fuoco” e l’irresistibile “Prova a ballare”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

Nati musicalmente nella Grande Mela, gli Strokes sono entrati con forza nel panorama indie, con le loro canzoni rabbiose che denunciano e coinvolgono- Per molti di loro una vita da “maledetti” che esplode in un sound energico

IL “RINTOCCO” INDIE DEGLI STROKES

Nasce nel 1998, nella Grande Mela, la band degli Strokes (che in inglese significa colpo, rintocco, tocco). Al nucleo iniziale del gruppo partecipano Julian Casablancas, il chitarrista Nick Valensi e il batterista Fabrizio Moretti. Dopo non molto tempo arrivano Nikolai Fraiture al basso e Albert Hammond jr. alla chitarra. I ragazzi di New York hanno all’attivo tre album: “Is this It?”, “Room on Fire” e “First Impression of Earth”. Il sound è assimilabile a quello dei Libertines di Pete Doherty e gli Strokes si inseriscono in quel filone indie, punk-rock che si è sviluppato a inizio terzo millennio. Fuori dagli album sono usciti anche dei singoli, che, a differenza di quanto spesso succede, non hanno nulla da invidiare alle canzoni inserite negli lp. Degne di menzione sono sicuramente “New York City Cops” (che non è uscita con “Room on Fire” per la tragedia delle Twin Towers), “The end has no end”, e “Raptilia”, che inizia con un assolo al basso di Fraiture. 

La voce di Casablancas è inconfondibile e ancora una volta è riscontrabile una somiglianza con quella di Doherty. Entrambi hanno un timbro roco, potente e sicuramente molto pregnante. Alcune curiosità sulla band. Julian Casablancas e Albert Hammond jr. si sono conosciuti in una prestigiosissima scuola svizzera, “Institut Le Rosey”. Il frontman della band ha avuto problemi con l’alcool sin dall’infanzia ed è stato addirittura mandato in una clinica di disintossicazione dall’alcool a soli 15 anni. Tutti i componenti del gruppo hanno frequentato scuole prestigiose, come abbiamo detto, ma si sono gettati nella mischia dell’indie una volta diventati “grandi”. Che siano dei nuovi poeti maledetti? Dopo Baudelaire, ora Doherty e Casablancas? Questi ultimi sicuramente non evitano l’uso di alcool o stupefacenti, ma le musiche e i testi risultano essere veramente eccezionali. 

La musica riesce a coinvolgere e ancora una volta a denunciare. Ma nel cuore dei “figli di papà” Strokes albergano l’odio, la rabbia, il rancore. Più che speranza, diremmo pessimismo e attacco. Non sappiamo se siano i soliti ragazzini ricchi che giocano ai rivoluzionari oppure se siano l’espressione sincera di un malessere diffuso tra i giovani d’oltreoceano che trova sbocco nel basso, nella chitarra e nella batteria. La loro storia somiglia a quella di tanti (U2, Libertines, tanto per fare un esempio), vale a dire gente che si è conosciuta a scuola. La sfida sta nel trovare il proprio posto all’interno della musica e, se non c’è, inventarselo con originalità. Per ora questo indie piace, a giudicare dai 35000 presenti all’ultimo concerto degli Strokes in Italia. Sicuramente, questi ventenni newyorkesi, ricchi o no, suonano bene. Provare per credere. 

Alberto Agostini -ilmegafono.org

 

 

16/06/2007

Parole in musica- Cominciamo questa settimana un esperimento particolare che ripeteremo nei prossimi numeri: un gioco e una riflessione sui termini che ricorrono nei testi delle canzoni- Iniziamo proprio con il termine “parola”

I MODI DI DIRE “PAROLA” IN MUSICA

Questa settimana vogliamo fare un esperimento, che probabilmente ripeteremo: partendo da una parola vogliamo analizzarne e ripercorrerne l’utilizzo all’interno di alcune canzoni. Noncuranti del possibile gioco di parole in cui possiamo cadere, come primo termine abbiamo scelto proprio il termine “parola”. D’altronde, le canzoni sono generalmente composte da musica e parole, sono testi, più o meno complessi, musicati. Le parole e le note sono, quindi, le unità minime che compongono le canzoni e solitamente costituiscono il mezzo attraverso cui veicolare  i propri sentimenti, le proprie passioni, le proprie idee: in proposito ci viene in mente “Pensieri e parole” di Lucio Battisti. Quello che colpisce di questa canzone è, però, il fatto che nel testo non ricompare più il sostantivo “parole”, che invece con tanta pregnanza domina il titolo. Anche se il cuore è in perenne movimento, e i pensieri volano nella nostra mente, non sempre si riescono a trovare le parole per sprigionare quello che abbiamo dentro, e allora Ligabue sembra candidamente confessare “Ho perso le parole”, ma si scusa dicendo “eppure ce le avevo qua un attimo fa”. 

Poi riflettendoci bene dice “so che lo sai, le mie parole non servon più” perche ci si può far capire lo stesso, anche senza dir nulla. L’importante è ascoltare bene,  sentire, non solo con le orecchie, ma col cuore. Se Ligabue ha perso le parole, queste sembrano non mancare ad Alberto Lupo, che parla, parla senza sosta e si vede rispondere sfrontatamente da Mina “parole parole parole”, in questo caso con un senso dispregiativo, in quanto tra loro ci sono solo parole (ovviamente d’amore) cui, però, non corrisponde la realtà. Una scena divertente di un’amante stufa, sommersa da chiacchiere. Le parole in musica possono anche essere “di burro” (come quelle di Carmen Consoli), “d’onore” (come quelle squisitamente siciliane di Roy Paci e degli Aretuska), oppure possono semplicemente essere le proprie, qualunque esse siano. Samuele Bersani in “Le mie parole” fa una carrellata delle sue parole, “strette tra i denti, passate, ricorrenti, inaspettate, sentite o sognate”, ed a ciascuna di queste è affezionato perché legate a ricordi. Infine, ci piace citare una canzone di Jovanotti del 1994, “Parola”. 

In questo pezzo Lorenzo dice “... vola pensiero mio sopra ogni cosa come una vespa che mai riposa, vola sulla musica e sulle lettere perché il linguaggio muore se non gli batte il cuore... vola parola mia, sii autosufficiente, staccati dal mio corpo e dalla mia mente, cerca di andar lontano prova a far nascere emozioni, vola parola mia provoca reazioni”. Questa canzone, in particolare, ci sembra voler riassumere il motivo per cui abbiamo scelto questo termine per iniziare l’esperimento. Come dice Jovanotti, le parole sono solo suoni convenzionali per esprimere concetti, per definire oggetti, per comunicare all’interno della società e per questo sono vuoti e inutili fonemi se non vengono impregnate d’anima e pathos. Questa riflessione serva a diminuire l’enorme quantità di parole inutili che ogni giorno vengono sprecate, creando solo tanto rumore.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

Andiamo a riscoprire uno dei primi dischi di Luciano Ligabue, “Sopravvissuti e sopravviventi”, un album che non conobbe il successo che meritava- Un insieme di atmosfere e sensazioni rock dentro la cornice del borgo

L’ALBA DEI “SOPRAVVISSUTI E SOPRAVVIVENTI”

I fedelissimi di Ligabue, i seguaci appassionati della sua musica conoscono bene un album del 1993 da cui proviene una delle sue canzoni più belle, “Ho messo via”. In tanti, però, quelli che magari sono rimasti ammaliati dalla calda voce del rocker di Correggio soltanto negli anni successivi a “Buon compleanno Elvis” (1995), l’album che ha consacrato e consegnato Ligabue al grande pubblico, non conoscono bene questo lavoro lontano, risalente alla prima fase della sua carriera artistica. Sto parlando di “Sopravvissuti e sopravviventi”, la terza opera del Liga nazionale, datata 1993, quando ancora a dare musica ai pezzi erano i ClanDestino, la prima band ad accompagnare l’ascesa del cantautore emiliano. Questo album non ebbe un grande successo, se si fa eccezione per la canzone “Ho messo via”, e rappresenta tuttora, come ha spesso dichiarato Ligabue, il suo maggior rimpianto, soprattutto per la scelta degli arrangiamenti.

 Personalmente, invece, è uno dei dischi più belli, molto intimo e pieno di atmosfere, con canzoni che riflettono perfettamente lo spirito del Liga, votato alla scrittura di testi che raccontano il mondo conosciuto, la dimensione di un borgo che scoppia di vita, con tutto ciò che essa comporta: forza, gioia, malinconia, solitudine, piccole storie di piccoli personaggi che si muovono nell’area ristretta di una “Piccola città eterna”, una delle canzoni contenute nell’album, che racconta lo scorrere quotidiano di tante anime diverse all’interno del borgo. Il suono rock si alterna tra momenti di grande energia, come in “Ancora in piedi”, il pezzo di apertura, “A.A.A. qualcuno cercasi” o “Lo zoo è qui”, e momenti caratterizzati da sonorità spigolose quasi hard-rock, come in “Pane al Pane” o in “Dove fermano i treni”. Proprio quest’ultima canzone rappresenta uno dei rammarichi più grandi di Ligabue, con riferimento a questo disco. 

In effetti, il testo di questa canzone è davvero incantevole, in grado di offrire un ritratto reale e tangibile del popolo che abita le stazioni, ogni giorno e ogni notte, e di richiamare le suggestioni letterarie che Tondelli aveva reso immortali nel suo libro “Altri libertini”. L’arrangiamento è troppo nevrotico, il ritmo troppo veloce fa scorrere rapidamente un testo che meriterebbe un ascolto più lento e profondo. Lo stesso ascolto che è possibile, grazie ad un rock intimo e dolce, nella già citata “Ho messo via”, un vero capolavoro, in “La ballerina del carillon”, ballata romantica dalle atmosfere notturne, e in “Walter il mago”, racconto malinconico e affettuoso di un personaggio del borgo fatto di glorie, di ricordi e di debolezze. “Quando tocca a te”, che chiude il cd, ha la struttura di un inno ed è un invito a lottare, a stare nel mezzo, sudando e faticando per poter vivere e provare a vincere; una sorta di anteprima di quella concezione di vita che sarà riproposta, anni dopo, con più successo, in “Una vita da mediano”. 

A mio parere, la canzone più bella è, però, “I duri hanno due cuori”, in cui il rock e il parlato, attraverso un’azzeccata sequenza di alti e bassi, accompagnano la vicenda di un altro uomo del borgo, un duro indurito dalla vita e dalle delusioni, ma in fondo debole e stanco di amare come saprebbe. Un atmosfera da film felliniano, di cui tra l’altro il Liga è grande estimatore. Insomma, un album che non ha avuto un grande successo, ma che in realtà conserva una ricchezza immensa, per qualità dei testi, per suggestione e per sound, con l’unica pecca riguardante l’arrangiamento di “Dove fermano i treni”, che, comunque, vale la pena di essere ascoltata anche in questa versione, al limite alternando stop e play o leggendo il testo, perché è davvero splendido. Un disco da ascoltare assolutamente, preferibilmente di notte, visto che in molte sue canzoni è proprio il buio della notte a far da sfondo ai protagonisti.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

23/06/2007

Parole in musica- Continuiamo il nostro viaggio nella musica attraverso le parole: questa settimana abbiamo scelto “sole”- Usata molto nelle canzoni d’amore, l’immagine del sole ricorre anche per parlare di carcere e guerra

IL SOLE CHE DA’ LUCE ALLE CANZONI

Sarà perché è cominciata ufficialmente l’estate, sarà perché a causa di tutto questo uggioso inverno ne abbiamo avuto enorme nostalgia, la parola che abbiamo scelto questa settimana per viaggiare nella musica è proprio “sole”. Fonte di vita, che permette la fotosintesi delle piante, il sole (in greco elios) è sempre stato anche fonte di ispirazione, per cantanti e poeti, in contrapposizione alla romantica e pallida luna. Simbolo di sfarzo, potere e ricchezza, col suo colore che richiama quello dell’oro, al sole, nella musica, sono stati attribuiti i significati più diversi. Si potrebbe cominciare questo percorso partendo dalla prima canzone che ci è venuta in mente con un titolo contenente la parola “sole”: “‘O sole mio”. Canzone della tradizione canora, non solo napoletana, ma italiana, “‘O sole mio” è una dolce poesia dedicata alla donna amata. E’ noto a tutti il ritornello “n’atu sole cchiu’ bello oi ne’, ‘o sole mio sta n’fronte a te”. 

Non meno famosa è “La canzone del sole” di Lucio Battisti, conosciuta da tutti come “Mare nero” visto che sono queste le parole ripetute continuamente nel ritornello. “La canzone del sole” al pari di “‘O sole mio” ha fatto la storia: melodia semplice, con pochi elementari accordi, solitamente viene utilizzata per imparare a suonare la chitarra e viene cantata a tutte le scampagnate o nelle serate estive in spiaggia. La parola da noi scelta vi fa capolino solo sul finire: “Il sole quando sorge, sorge piano e poi, la luce si diffonde tutta intorno a noi”. Un’altra canzone che canta l’amore, stavolta finito, attraverso la metafora del sole è “Si è spento il sole” di Celentano, ricantata anche dall’eclettico Vinicio Capossela che l’ha riportata alla ribalta. L’amante sofferente dice “si é spento il sole chi l'ha spento sei tu, da quando un altro dal mio cuor ti rubò. Innamorare non mi voglio mai più e nessun'altra cercherò”. “Muore nell’ombra la vita”, senza la luce dell’amore. 

Se nelle canzoni romantiche il sole è solitamente metafora dell’amore, in “Soleluna” di Jovanotti l’accostamento alla luna, suo opposto e complementare, sembra voler far riferimento all’universo, al tutto che ci circonda. E questo universo, fatto del suo opposto e del suo complementare, Jovanotti afferma di averlo dentro di sé: “C’è soleluna dentro di me, c’è l'acqua e c’è il fuoco, c’è notte, giorno, terra e mare, c’è troppo e c’è poco”. Infine, in armonia con l’universo dice “e sono albero e poi sasso, sono un gabbiano che diventa cielo e sono pioggia e lampadina e sono un asino che prende il volo e sono un pesce che diventa cane sono un cavallo che diventa sedia una matita che disegna case e queste case che diventan pane e questo pane che diventa vino e sono un vecchio che torna bambino”. 

Ci piace, infine, ricordare due canzoni: “Sole spento” dei Timoria e “Sole silenzioso” dei Subsonica, in cui vengono affrontati temi sociali quali la realtà delle carceri e la guerra. “Sole spento”, ispirata ad una lettera scritta dal carcere, dice: “Quando sei condannato al pentimento, stanco di sentir dire “non ho tempo” come in un sole in cui sentire freddo. Sono qui, aspetterò. Sole spento io ti sento con me”. Vogliamo concludere con queste parole di “Sole silenzioso”: “Picchiano le armi nella domenica ipocrita delle morti intelligenti, nel sangue della legalità. Batte il cuore, batte a fondo. Batte quando non è spento dentro di te il sole silenzioso di chi disubbidirà. Lungo la terra di chi sempre disubbidirà. Nella giustizia di chi, di chi disubbidirà. Sole silenzioso”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

H.r.t. “Città delle Comunicazioni & delle Arti Metropolitane”  è un grande progetto musicale, una fabbrica della musica nel cuore di Palermo, ma anche un mezzo per creare aggregazione, cultura e lavoro

A PALERMO UN GRANDE PROGETTO MUSICALE

Il progetto “Hard Rock Theatre”, ideato dal musicista Mauro Kid Immordino, continua a riscuotere consensi. L’Hard Rock Theatre prevede la realizzazione di una struttura pubblica e internazionale al servizio dell’intera cittadinanza di Palermo.  La struttura dovrebbe sorgere in via Regione Siciliana e sarà composta da un anfiteatro, un rock pub, una videoteca, una sala per la musica dal vivo, sale prove, sale incisione e uffici direzionali, proponendosi come una vera e propria fabbrica della musica, nulla di mai visto nell'intero meridione. Data l'importanza del progetto, l’Hrt significherà per la città: 

Dopo la presentazione alla cittadinanza, avvenuta giorno 4 Maggio 2007 in occasione di un incontro sulle politiche giovanili a cui era presente fra gli altri anche il Ministro per le Politiche Giovanili Giovanna Melandri, l’Hrt ha registrato l’appoggio di numerosissimi palermitani. Il progetto in realtà (come illustrato sul sito www.geocities.com/hrtweb) risale al ‘93, anno in cui fu inserito nel programma dell’Amministrazione Comunale al punto 5.5 “gli spazi per la cultura”, pur senza aver visto mai la luce. Negli anni ’90, però, se ne parlò a lungo di questo progetto anche su riviste del settore musicale. Dopo molti anni di silenzio, però, il movimento a favore dell’Hrt sta riprendendo vigore perché i palermitani desiderano qualcosa di nuovo in questa città che offre ben poco ai giovani.  La petizione cartacea ha raggiunto già la quota di 1200 firme ( si spera di raggiungere quota 5.000-10.000). Da pochi giorni (15 giugno) è stata inoltre lanciata la petizione on line pro Hard Rock Theatre: www.ipetitions.com/petition/HardRockTheatre. Tutto ciò grazie alla collaborazione e adesione di:

L' Hrt è un progetto trasversale, una struttura pubblica.

Natale Quartuccio

 

 

30/06/2007

“Era Vulgaris” è l’ultimo lavoro dei Queens Of the Stone Age, uno tra i gruppi più influenti del panorama rock mondiale- Una potente esplosione di energia di fronte a cui non si riesce davvero a star fermi

LASCIATEVI TRASCINARE DAL ROCK DEI QOTSA

Se vi siete stufati di ascoltare tutta la spazzatura che quotidianamente le radio o i canali musicali vi propongono e volete ripulirvi le vene, dissociarvi dal resto del mondo per un oretta, farvi trasportare come Dorothy del mago di Oz da un vortice, ma di rock duro e sporco in questo caso, alzare il volume a manetta dello stereo della vostra camera o della vostra autoradio, tanto da svegliare il vostro vicino ma non tanto da fargli chiamare la polizia, allora vi consiglio vivamente di ascoltarvi “Era Vulgaris”, l’ultima pietra miliare dei Queens Of the Stone Age. Nati da una costola dei leggendari Kyuss (vedi il frontman e leader Joshua Homme), pubblicano il loro primo album omonimo nel 1998, poi ne seguiranno altri quattro, tra cui il capolavoro hard rock-stoner: “Songs for the Deaf”. La loro popolarità è aumentata vertiginosamente, tanto da diventare uno se non il gruppo più influente e di spicco della scena alternative rock mondiale. 

Lungo gli anni non sono mancate neppure le defezioni e gli allontanamenti; l’ultimo, e forse anche il più sentito, è quello del carismatico e talentuoso bassista Nick Oliveri, che rappresentava con Homme la vera anima del gruppo. Un gruppo in continua evoluzione che assomiglia sempre di più ad un progetto, visto che il cast cambia periodicamente ad ogni disco, supportato da importanti collaborazioni sia durante le registrazioni in studio sia dal vivo sui palchi di mezzo mondo. Attualmente, la line up è composta (oltre che dal già citato Homme) dal muscolare batterista Joey Castello e dal chitarrista Troy Van Leeuwen; per il tour mondiale si sono aggiunti inoltre il bassista Michael Shuman e il chitarrista-tastierista Dean Fertita. Chi già conosce e apprezza i “QOTSA” non potrà che innamorarsi al primo ascolto del nuovo album; difficile da paragonare ai precedenti, visto che per loro stessa ammissione hanno voluto scrollarsi di dosso la nomea di gruppo stoner (hard rock con influenze punk e hardcore), l’album mantiene però la stilistica, il suono e la forza che ci si aspetta da una delle rock band più alternative e di punta del panorama: una vera perla. 

Il brano introduttivo (Turning on the screw) è  solamente un assaggio ma rende già bene l’idea del sound che contraddistingue l’intero disco: chitarre distorte soprattutto nell’apoteosi finale, riff ricercati e bassi che si fanno sentire anche quando sono più melodici. Si prosegue con il singolo Sick Sick Sick, con la partecipazione di Julian, “figlio di papà” Casablancas degli Strokes, come voce nel ritornello. Un pezzo che non dà respiro, veloce e tagliente con gli echi in sottofondo che danno un senso di oppressione; particolare anche il video in cui una modella affamata, non soddisfatta delle pietanze che voracemente si divora, decide di assaggiare uno per volta tutti i componenti del gruppo, che risulteranno un po’ indigesti. Homme canta di una generazione in vendita (I’m a designer) in cui la realtà è solo fama e fortuna e tutto il resto sembra solo lavoro, in cui non ci si fida di nessuno e tutto ha un valore, un importanza basta che sia d’autore. Tira fuori tutta la sua voce profonda alla Lanegan in In to the hollow, brano più calmo rispetto ai precedenti ma suonato egregiamente, tremendamente ammaliante. 

Le chitarre tornano a bruciare in Misfit love, che ha un intro acido e cupo ma che poi diventa un orgasmo di riff e batteria come in Battery acid. Questi due pezzi riescono maledettamente a ricreare una sensazione psichedelica, grazie anche alle pause melodiche, anche se non sono presenti i classici suoni psichedelici alla Kyuss. Make it wit chu (voglio farlo con te), composta per l’ultima delle compilation Desert Session, riporta la calma con un bell’assolo di chitarra, questa volta non distorta, un coro quasi in falsetto e un testo che stavolta parla di profonde passioni amorose. Se si vuole proprio ricercare il sound dei primi album bisogna arrivare alla traccia numero 8 (3'S & 7'S), che sarebbe stata benissimo anche nella track list di “Songs for the deaf”. Altro ottimo singolo, molto orecchiabile e melodico, che ti si ficca subito in testa con quell’inizio molto “Smell like teen spirit” dei Nirvana, ritmo incalzante, la solita voce da “sturbo” di Homme e gli stupendi cambi repentini di ritmo, marchi di fabbrica dei QOTSA vecchio stampo. 

Inizio sottovoce per Suture up your future, per poi diventare quasi straziante e depressivo come il testo. Il vero Lanegan compare in River in the road, la sua voce inconfondibile è accompagnata dallo sfogo frenetico senza freni di Castillo alla batteria, che dà il suo meglio e si dimostra un vero portento con le bacchette in mano. Atmosfere molto sperimentali, noise e stoner, accompagnate da qualche urletto in Run Pig Run, dove qualche maligno ha individuato il maiale in Nick Oliveri (sigh). Come tutti i precedenti, anche quest’album dei QOTSA riesce a trasmettere un energia tale da farti venire voglia di saltare come un pazzo, muovere la testa su e giù, alzando le corna al cielo come ad un concerto rock metal che si rispetti, un trasporto totale che si ripete ogni volta che lo si riascolta. E dopo averli visti e ascoltati dal vivo di recente, a Milano, nella loro unica data italiana (che peccato!!), non si può che aggiungere: God save Queens Of the Stone Age!

Andrea Volpi -ilmegafono.org

 

Nel suo nuovo cd, “We shall overcome: The seeger session”, l’intramontabile Bruce Springsteen celebra i suoni folk di Pete Seeger e regala a chi ascolta un album pieno di ideali, poesia, storia e tradizione   

THE BOSS NON SMETTE MAI DI INCANTARE

“We shall overcome: The seeger session” è il nuovo cd di Bruce Springsteen. Il vecchio boss non si decide ad andare in pensione e sceglie di collaborare insieme ad altri musicisti per rispolverare i sound folk di Pete Seeger e incidere un cd. Un album che nasce per gioco ad una festa per musicisti. Viene registrato dal vivo, senza prove, e sin dalla prima session. La band è numerosa, molti gli strumenti, e quel che ne risulta è un suono completo, naturale. Il repertorio è ampio e abbraccia le varie sfumature del folk-country. Dal festaiolo folk rock che ricorda i Pogues in “My Oklahoma Home” e “Buffalo Gals” fino a tracce melodiche e un po’ malinconiche come  “Shenandoah”, “Erie Canal” e “We shall overcome”. Ed è curiosa la storia di quest’ultima canzone. Il titolo e il testo hanno attraversato  numerosi cambiamenti nel corso del tempo. 

Si dice che in origine si chiamasse “I’ll overcome some day” (“vincerò un giorno” ) e che, durante gli scioperi del 1946, una donna afroamericana lo trasformò in “We’ll overcome” e, alla fine, forse per opera di Seeger, divenne “We shall overcome”. Quello di Springsteen è un grande omaggio ai movimenti di lotta che vissero negli Stati Uniti fin dagli anni del secondo dopoguerra. E il vecchio Seeger, insieme a Woody Guthrie, rappresenta bene quel periodo in cui si scatenarono i loro banjo contro le guerre e in difesa dell’ambiente. Il cd rievoca quei momenti e vengono in mente le sequenze di Bloody Sunday (Paul Greengrass, 2002) e tutte le immagini delle marce per i diritti civili. Il boss ci mette la verve, il suo accento spiccatamente americano e sa emozionare. Un vero omaggio al vecchio Pete, che sicuramente ha apprezzato il lavoro. Tra le canzoni sono da sottolineare le già citate “Shenandoah”, veramente commovente,  “We shall overcome”, un inno intramontabile, e ancora “Pay my money down” e “My Oklahoma home”. 

Trascendendo il messaggio del disco, con tutto ciò che in esso è contenuto (storia, tradizione, ideologia), ci si augura che il filone poetico di Springsteen non si sia esaurito. Spesso i cantanti, sull’onda di un affermato (magari anche meritato) successo, continuano la loro attività nonostante voce, tecnica, invettiva si siano esaurite. E il cd o la canzone che ne deriva sono pessimi o soltanto una brutta copia delle canzoni (o degli album) degli esordi. Per adesso Bruce continua e, a giudicare dal risultato, possiamo aspettarci molto da lui. Tornando al disco, un po’ di ricordi non fanno di certo male e servono a guardare con occhi un po’ nostalgici quell’attivismo politico e ideologico che oggi viene sempre più a mancare. Certo, il genere può piacere o non piacere. Il folk è strano, si adatta benissimo alle atmosfere dei pub, delle feste, forse un po’ meno alle spoglie membra di un lettore cd. Ma i testi sono splendidi e vale la pena cercarne la traduzione. 

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI MAGGIO 2007

 

05/05/2007

“Until death comes” è l’album di Frida Hyvonen, cantante svedese senza fissa dimora, che a New York ha conosciuto il successo- Il pianoforte e la voce gelida e suadente regalano all’ascoltatore un’ intima profondità

UNA GIRAMONDO CHE TI SCUOTE L’ANIMA

Esordio internazionale per la trentenne Frida Hyvonen che, dopo mille peripezie, riesce finalmente ad uscire dai confini della sua Svezia, dove è da anni una delle cantautrici/pianiste più apprezzate. L’album è stato dapprima pubblicato da un etichetta svedese nel 2005 e ora ristampato da una casa di produzione a stelle e strisce e distribuito in Nord America e in Europa. Padre finlandese e madre svedese, temprata dal freddo nordico della periferia sud di Stoccolma, decide, trovandosi ad un certo punto senza casa, di intraprendere un lungo viaggio per il mondo, che durerà quasi un anno; scroccando vitto e alloggio da amici e scrivendo canzoni arriva negli Stati Uniti, a New York, musa ispiratrice per migliaia di artisti. La Grande Mela stavolta più che ispirare musicalmente la platinata Frida, le permette di farsi notare nei tanti locali in cui i buoni musicisti sono sempre ben voluti e dove le “jam session” la fanno da padrone.

Fra i tanti che la notano, un talent scout della Secretly Canadian, etichetta indipendente che l’adotta e che la scrittura per aprire i concerti della punta di diamante Jens Lekman nel suo tour mondiale. Di nuovo in giro per il globo, prima attraverso gli stati del nord est degli Usa, poi oltre confine, in Canada e finalmente il ritorno in Europa, stavolta però con un ruolo ben definito e con la possibilità di dimostrare il proprio talento su un grande palcoscenico. Durante i concerti la svedese non passa inosservata: con il suo portamento sfuggente e distaccato da regina dei ghiacci, sfacciatamente lunatica e struggente mentre suona il piano, dotata di un talento cosi cristallino e di una voce cosi tagliente, capace anche di addolcirsi, non può che essere apprezzata dal pubblico presente.   Riesce finalmente a convincere pure i Concretes,  altri protagonisti del tour, nonché proprietari dell’etichetta, i quali rimasterizzano il suo album e lo distribuiscono sul mercato internazionale.  

L’album, per la  durata (40 minuti scarsi), assomiglia vagamente più ad un demo, ma in realtà è una perla, una bellissima scoperta nel vasto mare del sottobosco musicale o underground, come si suol dire. Dieci brani dieci che infondono all’ascoltatore stati d’animo che passano rapidamente e con naturalezza dalla gioia alla malinconia più cupa, contraddistinti da testi che potrebbero essere stati presi benissimo da un diario di una ragazza con tutti i suoi problemi sentimentali, esistenziali, con gli ostacoli che alla vita spesso piace mettere lungo il suo percorso. Accanto a testi frivoli come I drive my friend che apre le danze, si possono trovare testi più impegnati e intimisti come Today, Tuesday, dove Frida analizza il suo continuo e frenetico girovagare che porta a segnarle profondamente la sua vita, i suoi pensieri e i suoi desideri; Straight thin line, in cui viene raccontato il dramma dell’anoressia;  Once I was a serene teenage child, in cui la perdità della verginità, dell’innocenza, viene vissuta in modo traumatico, sempre con un tono distaccato ma con parole crude per arrivare più in profondità nell’animo dell’ascoltatore.  

Ci sono poi racconti di vita quotidiana legati alle passioni amorose (Valerie, Come Another Night), alle delusioni (You Never Got Me Right), ai sogni di un mondo nuovo (The Modern) e alle promesse di matrimonio (Djuna!) che contiene il titolo dell’album (finchè morte non vi separi, tradotto in italiano). La traccia numero otto è invece dedicata alla sua città d’adozione: New York. Una città che l’ha ammaliata con il suo fascino, la sua magia e il suo romanticismo. Tutti i brani sono accompagnati dalle suadenti note del piano suonato magistralmente da Frida, anche se a volte fa capolino una tromba “jazzata”. Un crescere e decrescere di volumi, sussurri, toni minimali e fiabeschi che contraddistinguono l’intero lavoro; una sensazione di nostalgia, di enigma, ma soprattutto di malinconia avvolge tutto. Sensazioni profonde ed evocative che una voce gelida e tagliente rende ancora più marcate e suggestive. Un ottimo esordio per Frida, apprezzata da molti e acclamata da chi ha potuto vederla da vicino e ascoltarla dal vivo nel suo recente tour in Italia. Quasi una favola la storia di questa svedese senza fissa dimora che ora può finalmente esprimere al meglio tutta la sua interiorità.

Andrea Volpi –ilmegafono.org

 

“Respiri e sospiri”, album dei Juda, gruppo di musicisti milanesi, è un riuscito, raffinato e malinconico contenitore di emozioni e di profonde riflessioni- Una musica suggestiva e libera che permette di “viaggiare” con l’anima

UN ROCK INTRIGANTE ED EVOCATIVO

La musica dei Juda nasce dal fondo e dal profondo: dal buio di un box, dalle interiori vibrazioni di molte emozioni. Il loro lavoro,”Respiri e sospiri”, è impregnato di  passione e vita, traspare amore per la musica e necessità di comunicare le proprie sensazioni; ascoltandolo si rimane incerti, non è ben chiaro se è più una sensazione di pace e relax, o un’angoscia cupa a scuoterci. E’ probabilmente proprio questo l’effetto che i tre musicisti dell’hinterland milanese speravano di ottenere, perché ogni brano non è composto in modo casuale nel suo tentativo di  destabilizzarci, ma ogni suono, i leggeri echi di voci, le poche grida non disperate ma musicali, assecondano e stimolano la seconda riflessione, quella più approfondita, a volte nascosta e oscura. 

E’ come se questi ragazzi, suonando mesi senza una meta precisa, avessero capito, senza troppo scervellarsi, che il loro stile musicale dovesse essere un invito alla riflessione finalizzata alla propria affermazione ed alla propria conoscenza. Stimolante e, direi quasi, intrigante il loro cd, per l’impossibilità di cogliere subito a fondo il vero senso dell’intero lavoro e per la libertà che lascia a ciascuno di evocare qualsiasi cosa in base alla propria sensibilità. Abbiamo conosciuto anche loro all’Etnasoundfestival di Linguaglossa e, prima di ascoltarli, chiedendogli che genere di musica facessero, ci hanno risposto: “E’ musica che fa viaggiare”. 

Mi immaginavo, per questo, qualcosa di marcatamente psichedelico; invece è un rock pulito, con distorsioni eleganti, malinconico, che potrebbe ricordare i nostri Marlene Kuntz e Afterhours, oppure  Nirvana o Radiohead,  e i riferimenti ai  Pink Floyd e ai Deftones sono meno marcati di quanto mi aspettassi;  d’altronde, come dicono loro stessi, “la componente psichedelica sta soprattutto nella fase compositiva, poi sfuma”. Insomma bravi Marco, Sergio e Andrea, nel saper poggiare la loro musica su solide basi senza sacrificare l’originalità che, a mio parere, è la componente più caratteristica del loro album. In ultimo, è proprio vero che la loro musica fa viaggiare, per questo vi consiglio di non ascoltarla mai distrattamente perché si perderebbe metà del suo valore.

Sara Montoneri –ilmegafono.org  

 

 

12/05/2007

“Voices from the island”, ultimo cd di Claudio Giglio e dei Tributama, è un perfetto mix di sonorità calde e coinvolgenti che permettono a chi ascolta di sentire i profumi speziati e solidali della cultura mediterranea

SUONI CHE PROFUMANO DI MEDITERRANEO

Claudio Giglio e i Tributama hanno prodotto un sound nuovo rielaborando e reinterpretando elementi musicali tutt’altro che “giovani”: jazz e musica tribale creano una koinè armonica ed altamente culturale che si stenta a credere. L’unione tra il sax, il contrabbasso, il piano e mille percussioni diverse porta alle nostre orecchie ed alla nostra mente una gran quantità di stimoli profumati di spezie arabe, sabbia africana e mare Mediterraneo, ricorda a noi siciliani quale è la nostra posizione e tutte le mescolanze etniche di cui ancora oggi portiamo il segno nelle sembianze, nelle tradizioni, nella cultura e nel sangue. Cosa è “Voices from the island”? E’ il cd da ascoltare quando si ha bisogno di relax, in sottofondo con gli amici, e per ballare liberamente.

Si apre con “Gula gula”, che per la sua bellezza e la sua composizione potrebbe essere considerata il manifesto del lavoro, non a caso è suonata in apertura dei concerti e non a caso è proprio quella che si ricorda e si canticchia a fine esibizione. Le danze si scatenano con “Sciacchitana” che, per la forza del sax e il ritmo incalzante, tipico della world music, ricorda Goran Bregovic. Un tango languido e malinconico la canzone dedicata a Emiliano Zapata, e subito dopo “Time one” che, come “Oasi”, è una canzone più spiccatamente jazz per l’assenza di jambé, un jazz dolce e pacato, rilassante come certi tramonti sul mare d’estate. Dopo la calma si torna a ballare con la più che mai etnica “Radio Tunisi”, per noi un autentico piacere per l’udito: ritmata, elegante, suggestiva, con sonagli, tamburi in sottofondo e un sax che la fa da padrone con assoli da pelle d’oca.

A chiudere il disco, alla numero dieci, “Sciakarà”, da cui si potrebbe capire perché in discoteca sia apparsa e si balli tanto la house tribal. Da ascoltare in un solo respiro, insomma, un album con cui si dimostra la potenza comunicativa della musica; un’ora di ascolto al termine del quale non si sente assolutamente la mancanza di parole e testi, perché, come scrive Claudio Giglio, “la musica, come tutte le arti, può contenere già di per sé elementi culturalmente rivoluzionari…è linfa vitale…mantiene giovani, affina la ricerca interiore, sprona la fantasia…alimenta la comunicazione…ci fa credere nel mondo, nei giovani, nella solidarietà umana, suscita amore, irrequietudine, speranza”. E noi siamo pienamente d’accordo.

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

Mettiamo a confronto il primo storico cd dei Modena City Ramblers, “Riportando tutto a casa” e l’ultimo, “Dopo un lungo inverno”, realizzato dopo le novità nella composizione della band, con l’uscita del leggendario Cisco 

DUE VERSIONI DEI MODENA A CONFRONTO 

Parliamo un po’ dei Modena City Ramblers. La band si è rinnovata nell’ultimo anno, quando il cantante Cisco ha lasciato il gruppo in accordo con gli altri componenti. Al suo posto sono arrivati un vecchio amico della band, Davide “Dudu” Moranti (già cantante dei Macongo Rovers), ed Elisabetta “Betty” Vezzani. Questa settimana andiamo a ripescare un cd degli inizi, “Riportando tutto a casa”, e l’ultimo, “Dopo il lungo inverno”, uscito lo scorso anno. Per quanto riguarda il primo cd, troverete un sound folk profondamente intriso di ideali e politica (“I funerali di Berlinguer” e “Quarant’anni”- la denuncia alla prima repubblica). Canzoni che si rifanno al folk irlandese di Shane McGowan e dei suoi Pogues. 

Indimenticabile “In un giorno di pioggia”, un vero e proprio inno d’amore all’isola di Dublino e alle sue verdi brughiere. In più, qualche testo allegro da pub, ballabile e spensierato. Ricordiamo la partecipazione nella canzone “Il bicchiere dell’addio” dell’irlandese Bob Geldof, il cantante noto anche per essere il padre dell’iniziativa “Live Aid”).  “Riportando tutto a casa” è il cd che di più secondo me rappresenta la musica dei Modena City Ramblers degli inizi. All’interno le canzoni sopra citate ma anche “Ahmed l’ambulante” e soprattutto “Ninnananna”, romanticissima canzone che per un periodo ha chiuso i numerosi concerti del gruppo. Per quanto riguarda l’ultimo cd, “Dopo il lungo inverno”, vengono rispolverati i ritmi aggressivi e indiavolati dei primi tempi (“Quel giorno a primavera”) ma non solo. 

Le voci stupende e armoniose di Elisabetta Mezzani e di Dudu ha permesso di riprendere anche sound più lenti, tendenti quasi al reggae. Il gruppo non viene meno alla sua vocazione per la riscoperta del dialetto e così qua e là gli ascoltatori dei dintorni di Modena potranno riscoprire alcune parole a loro familiari. Una sorta di mix di quello che è stato il gruppo emiliano. Da canzoni come “Etnica Danza” fino a “Remedios la bella”. Nel corso della storia un gruppo cambia molto nel bene o nel male. Si usa spesso dire che nel corso del tempo un gruppo perde la sua verve, il suo entusiasmo e le canzoni finiscono per ripetersi.  Per questa volta prendiamoci il gusto di ballare sul folk indiavolato del violino di Francesco Moneti (ex Casa del Vento) e delle percussioni di Roberto Zeno. Sta a voi decidere se anche i Modena hanno perso la loro voglia di scatenarsi.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

19/05/2007

Daniele Sepe, musicista campano, è un’artista che sensibilizza ed emoziona con i suoi ritmi e i suoi mille personaggi- Un suo album, “Conosci Victor Jara?”, è dedicato al compositore cileno ucciso dai militari di Pinochet

SUONI COINVOLGENTI E STORIE DI DENUNCIA

Questa settimana mi sono finalmente decisa a parlare di un musicista, per me, sopraffino. Avete presente un personaggio che sappia trattare la parte più gioiosa del folklore campano e mondiale senza per questo togliersi la possibilità di musicare temi tristi e delicati? Bene, tutto quello che state pensando non è abbastanza vario, colorato, poetico, semplice e serio come  Daniele Sepe. Mi sono imbattuta in una sua canzone per caso, anni fa, e me ne  innamorai, cercai il sito web di quello che mi avevano detto fosse l’autore della canzone..Daniele Sepe..chi sarà mai? Trovai un sito piuttosto divertente, colorato, con scritte in napoletano e tra “fietocrafie”e “o blog” trovai “scrivetemi”, accolsi l’invito e convinta che i miei complimenti si sarebbero “appilati” in una casella di posta elettronica ormai stracolma di buste non aperte, inviai poche parole semplicemente dicendo che “Luchin” era in grado di suscitarmi incredibili emozioni. 

Con sorpresa pochi giorni dopo arrivò una e-mail di risposta da Daniele in persona, il quale diceva che pure lui provava le stesse emozioni nel sentirla e per questo aveva deciso di riarrangiarla e inserirla in un cd dedicato a Victor Jara, compositore della canzone “Luchin”, dal titolo: “Conosci Victor Jara?”. No, appunto non lo conoscevo! Recuperai con gran difficoltà il cd e mi informai... Un musicista, ma non solo, un combattente cileno che con le sue canzoni denunciava la miseria del suo popolo dopo la caduta della democrazia in seguito al colpo di stato militare del 1973. A causa del suo attivismo e della giustizia in cui largamente credeva fu catturato e, dopo violente torture, spezzategli le dita una ad una, pestato, accoltellato, venne ucciso e i suoi dischi proibiti, distrutti, affinché si perdesse di lui ogni traccia. Per fortuna non fu così e qualche sua canzone è rimasta insieme al ricordo che di lui hanno musicisti come Sepe, i quali hanno il piacere e il merito di farcelo conoscere. 

Pensate di aver capito che tipo sia il flautista-sassofonista campano? Non penso fino in fondo! Almeno fino a quando non vi sarete immersi in una sua “Tarantella del Gargano”e subito in uno di quelli che sembrerebbe un canto popolare francese “Le Grand Coureur” o nella latina “Tempus est iocundum”, o ancora nel ritornello composto dai nomi di “Anita e Pepin” ripetuti a mo’ di suoni giocosi. La musica è coinvolgente, perché Daniele Sepe si accerchia di musicisti validi, di cantanti eccezionali per raggiungere picchi di qualità sopraffini, impareggiabili, da teatro, da opera, da film, disegnando scenette da commedia dell’arte, da drammi satireschi, da tragedie di Euripide o di Alfieri. Un mondo complicato e strepitoso il suo, capace di lazzi e sollazzi, ma anche e soprattutto di sensibilizzare e far conoscere ciò che non sempre è scontato. E’ un personaggio che stimo non solo perché sembra  fuggire dalla pubblicità e dall’auto-esaltazione, ma soprattutto perché crea un apparato fatto di mille personaggi e soggetti diversi in grado di suscitare emozioni.

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

Qualche mese fa Bono Vox, mitica voce degli U2, ha ricevuto un titolo importante in Gran Bretagna, per il suo impegno contro la guerra e la povertà- Vi offriamo un viaggio nella storia della musica che scuote la coscienza

QUANDO LA MUSICA DIVENTA IMPEGNO CIVILE

Il riconoscimento dato, qualche mese fa, a Bono Vox (Cavaliere dell’Impero Britannico) per il suo impegno nella lotta contro la povertà ed a sostegno della pace, porta a riflettere su un argomento che, anche su questa pagina, è già stato dibattuto: il valore educativo della musica. E così, andando a memoria, è possibile ritrovare nel passato, più o meno recente, e nel presente, canzoni ed artisti che hanno sposato, attraverso la loro musica, importanti battaglie civili e sociali. Ci sono state canzoni che hanno davvero lasciato il segno nelle coscienze di milioni di persone, specie giovani, i quali, spesso, in mancanza di un riferimento sociale o familiare, sono stati “educati” dai messaggi contenuti in certi testi, accompagnati dal significato profondo di melodie indimenticabili. E la musica ha fatto da elemento propulsore per molti, stimolando poi l’approfondimento, attraverso libri e scritti, di certe tematiche “diffuse” dalle voci di cantautori e cantanti visti come dei veri e propri leader d’opinione.

 Qualcuno al potere o tra i critici storceva il naso, come avviene ora, commentava con distacco, affermando che le canzoni non possono cambiare nulla, che i cantanti devono fare il loro mestiere, oppure che certe volte si tratta più di operazioni commerciali che di vere e proprie convinzioni. E la cosa ancor più grave è che, oggi che si conosce l’impatto che la musica ha avuto nel sensibilizzare su certi temi, si continua a disconoscere, a minimizzare. Ma come si fa a minimizzare? Sul piano dell’opposizione alle guerre, ad esempio, esistono molte canzoni-mito: in primis, Imagine, capolavoro di John Lennon, nata nel contesto del drammatico conflitto in Vietnam, oppure “Give peace a chance” sempre di Lennon, ma anche “Blowing in the wind” o “Masters of war” di Bob Dylan, o ancora i pezzi di denuncia  e di lotta degli Inti Illimani, “The unkown soldier” dei Doors, solo per citarne alcune di quelle che hanno segnato un’intera generazione che viveva la prima grande ondata di pacifismo mondiale, nell’epoca della grande contestazione e della difesa del principio della non violenza. 

Anche in Italia abbiamo esempi illustri, capolavori inimitabili che, poi, sono finiti anche nei libri di letteratura, come “La guerra di Piero” di De Andrè, “Generale” di De Gregori o “Dio è morto” di Guccini. E la musica di pace è proseguita fino ai giorni nostri, ci ha lanciato il suo messaggio universale, ha influenzato decine di artisti, che hanno unito all’impegno contro la guerra quello contro la povertà, mettendo in atto iniziative importanti, ultima delle quali il Live Aid, in grado di mobilitare e sensibilizzare, grazie ai potenti mezzi della comunicazione, milioni di ragazzi in tutto il mondo. E la parte finale del secolo scorso ha continuato a partorire canzoni straordinarie, “educative”o di denuncia, come “Brothers in Arms” dei Dire Straits, “The wall” dei Pink Floyd, “Born in the Usa” di Springsteen, “Sunday bloody sunday” e “Where the streets have no name” degli U2, “Zoombie” dei Cranberries, o “We are the world”, cantata da un insieme di celebri cantanti americani per un’iniziativa a sostegno dei bambini del Terzo Mondo. 

In Italia, particolare attenzione meritano alcune canzoni di Jovanotti (impegnato con Bono nella battaglia per la cancellazione del debito) come “Salvami”, “L’ombelico del mondo”, “Cuore” (una canzone parlata contro la mafia), oltre alla stupenda “Il mio nome è mai più” interpretata da un trio di eccezione, costituito dallo stesso Jovanotti, da Ligabue e Piero Pelù, i cui ricavati sono serviti alla costruzione di un ospedale di Emergency in territorio di guerra. Ma ci sono anche altre testimonianze, come Desaparecido dei Litfiba, altri pezzi di De Gregori, come la meravigliosa “La storia siamo noi”, la fugace ma significativa “Signor tenente” del poliedrico Giorgio Faletti, per arrivare nell’ultimo periodo alle splendide canzoni di Cristicchi (“Ti regalerò una rosa”) e Moro (“Pensa”), che hanno regalato a Sanremo due splendidi esempi di canzone “educativa”. 

E tante altre se ne potrebbero citare, a dimostrazione che il valore della musica va ben oltre lo svago o l’ascolto distratto. Chi parla di musica impegnata, cerca di creare una nicchia da emarginare, da consegnare solo ad un certo segmento di pubblico. In realtà, la storia della canzone ha mostrato come una canzone, anche complessa, dura, può arrivare, può raggiungere milioni di orecchie e penetrare le menti, sollecitare i pensieri. E non è un caso che la musica “impegnata” ed “educativa”, assediata dalla facilità del consumo commerciale, riesce sempre a resistere e a “restare”, travalicando barriere sociali, economiche e, soprattutto, generazionali.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

26/05/2007

Vi facciamo conoscere un gruppo rock siracusano formato da quattro grandi musicisti e da un cantante, Paolo Mei, che nella vita ha anche il merito di essere un deejay raffinato e “controtendenza”   

MATILDAMAY, UNA MUSICA CHE CATTURA

Paolo Mei è un personaggio ben noto tra i giovani della nostra città, il suo gusto per la musica è evidente almeno a tutti quanti abbiano giusto un po’ d’orecchio. Questo sabato recensiamo la musica dei Matildamay, il gruppo in cui egli canta appunto, ma io non posso e non voglio prescindere dal raccontare a tutti quelli che abitano lontano da qui il nostro Paolo così come lo vediamo noi! Si perché lui è un artista di fama nazionale, almeno nel panorama underground, ma per Siracusa e per diverse leve è stato punto di riferimento del sabato sera. Immaginatevi una città “provinciale”, come era ed è ancora Siracusa, con 2 discoteche che propinano anno dopo anno un repertorio musicale commerciale e standard, una città in cui la discoteca più grande ha si e no 3 sale e in cui, se hai la sfortuna di andarci, assisti alla scena di un vocalist che si fa il giro delle consolle per dire in ognuna la stessa cosa. 

In questo panorama, piatto tipico di molti centri anche piuttosto grandi in tutta Italia, un ometto elegante con gli occhiali ha cominciato ad accumulare i suoi bei cd rock, ska, reggae, e tutto quello che di più bello c’è nel mondo musicale moderno e non, fino a che un giorno pensò che c’era bisogno di far ballare al suon di quei ritmi diversi. Subito, come si può immaginare, intorno all’omino elegante si creò un seguito piuttosto ampio, e da allora il suo pubblico è aumentato a dismisura, composto da fedelissimi sparsi per l’Italia tra lavori e università, che per le vacanze scendono in quel di Siracusa e si mischiano ai più e meno giovani assidui. Così Paolo Mei ha il merito di aver salvato i sabati sera di tantissimi ragazzi che, come me, storcono il naso alla solita musica commerciale.  

Oltre ad essere un apprezzatissimo e bravissimo omino da consolle, Paolo è il componente di un gruppo musicale “made in Siracusa”, precisamente l’omino dietro il microfono, con intorno a lui altri quattro virtuosi musicisti: Peppe Sindona (basso e voce), Andrea Romano (chitarra), Valerio Vittoria (chitarra) e Marco Caruso (batteria). Insieme hanno composto un rock melodico che cattura già al primo ascolto, accattivante e coinvolgente, che pare voglia riallacciarsi da un lato al rock dei Cure, dall’altro al rock italiano sul filone dei  Marlene Kuntz e dei Baustelle. La loro musica ha il gran pregio di entrare subito in testa senza martellare e stancare e dopo qualche ascolto, in più si ha una forte impressione di familiarità, data dalla linearità dei suoni accostati l’uno all’altro con intelligenza e semplicità. Dal vivo non puoi stare fermo, verrebbe voglia di saltare alto un metro come fa Paolo Mei dietro l’asta. Lungo la scaletta, arrivati a “Nero”, si vedono teste muoversi a tempo e piedi battere da tutte le parti, anche tra la gente adulta che si trova ad ascoltarli per caso al concerto del Primo maggio in piazza Santa Lucia a Siracusa.  

Bella anche “Ogni istante”, con la collaborazione di Cesare Basile: bello il testo e belli i giri di basso e chitarra che fanno molto rock anni settanta, per poi sciogliersi in un ritornello musicale e dolce come una di quelle canzoni dolci dei Marlene Kuntz. Spiritosa e circense la tastiera di “Nella scatola” che, un po’ malinconica, fa da sfondo all’immagine di una serie di oggetti, canzoni e ricordi lasciati sul fondo di una scatola, come le cose mai fatte e mai dette, o semplicemente quei ricordi che non si è in grado di abbandonare e restano chiusi da qualche parte nella nostra memoria. “Ci sei” è trasmessa da radio2 Rai, e la band sta lavorando al cd; per ora dobbiamo accontentarci delle 6 canzoni contenute nell’ Ep autoprodotto, che per la verità non ci bastano e ci lasciano, come dire, ancora un po’ di fame. Nell’attesa di un bel cd completo da proporvi vi basti visitare il loro my space per capire di cosa parlo, buon ascolto!

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

Noti al grande pubblico per aver interpretato, in versione moderna, grandi successi di Mina, Califano e Lauzi, i Delta V sono un gruppo rock originale e preparato- Un sound elettro-rock arricchito da una splendida voce

IL SOUND ORIGINALE DEI DELTA V

Sono noti al grande pubblico per aver interpretato in chiave moderna “Se telefonando” di Mina, “Un estate fa” di Franco Califano  e “Ritornerai” di Bruno Lauzi. La conoscenza che il grande pubblico ha di questo gruppo è estremamente parziale e non rende loro assolutamente giustizia, prescinde ed ignora tutta l’originalità, la complessità del loro sound. Quello dei Delta V è un rock leggermente elettronico che stupisce di sicuro tutti quelli che si sono fermati ad ascoltare i singoli passati in radio; per esempio, la voce, conosciuta benissimo ed apprezzata da tutti, in queste canzoni mostra solo in potenza la sua bellezza. 

Si scopre, ascoltando un cd, una voce che benissimo si adatta ad effetti sintetici e campionati. Ma ciò che sconvolgerà i distratti ascoltatori dei Delta V è che, per esempio, in “Pioggia rosso acciaio” la voce di Francesca Tourè lascia posto, ed a volte si mescola, ad una calda voce maschile, e che dalla quarta canzone in poi i ritmi leggermente elettro-rock si fanno più marcatamente elettronici e più marcatamente rock con passaggi di schitarrate quasi metal come in “L’assedio”.  “Falso movimento”, così come ”In fuga” , è una canzone da ballare furiosamente scotendo il capo, “Il tempo necessario” ci porta invece in lontananza echi lounge tipo Lamb, mentre “Pioggia” è una canzone che si potrebbe  benissimo immaginare cantata da Samuel dei Subsonica. E’ la più bella a mio parere, forse quella in cui la voce e la musica sono meglio amalgamate, alterna a ritmi concitati altri più blandi d’attesa.  

“Cose che so di noi” e “Compagni dell’85” riportano i motivi più noti dei Delta V, ma solo per poco, dato che il piano sintetico di “Maelstrom”, i bassi e gli effetti campionati riaffermano la forza delle contaminazioni elettroniche, confermata ed accentuata soprattutto dall’assenza di parole; sembrerebbe uno sfogo dei musicisti che chiaramente attratti da questo genere di suoni si moderano, in tutto il lavoro, a favore di una melodica voce che rende il tutto delizioso. Il cd termina con una sequenza di frasi, note e non, sulla nostra Italia e sulle nostre brutture, le elenca una voce robotizzata; e poi parole di Francesco Cossiga, quando era ministro degli Interni, in merito all’assassinio di due giovani in piazza San Babila  per mano dei “neri”, tutto questo dentro una canzone tecno.

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI APRILE 2007

 

07/04/2007

Partendo da Catania, i Ueickap si stanno affermando sulla scena nazionale con la loro musica complessa e capace di mescolare più generi- Cinque bravi musicisti, un gran feeling ed una splendida voce femminile

  UEICKAP, UN METAL RICERCATO E COINVOLGENTE 

Dalla prolifica Catania emergono e si fanno spazio con coraggio e forza i Ueickap, un gruppo sulla strada del successo nazionale e non solo. Si definiscono “cinque persone distinte, cinque musicisti, cinque menti che lavorano come una unica”, sarà proprio questo il loro segreto: un gran feeling, ma soprattutto la volontà di contaminare, influenzarsi, collaborare. La loro fortunata unione dal 2003 ad oggi ha partorito un mini-cd auto-prodotto  The picture of Mr. Armchair” e un cd, anch’esso auto-prodotto, “Stereotyped”.  Scelti dal concorso “Jack Ti Ascolta” aprono la tappa di Scordia (CT) del Jack Daniel’s Tour, vincono il premio come “migliore performance band” nella rassegna “Rock contro la droga” a Caltanissetta; i loro pezzi girano sulle radio nazionali, per esempio su “Viva radio 2” o “Rock Wave”, e sono distribuiti in Italia, ma anche in Inghilterra e Germania. 

Si iscrivono in quel filone metal chiamato crossover, ma strizzano l’occhio al ghotic metal dei Lacuna Coil e degli Evanescence, per intenderci; ma la loro musica non è tutta qui: i componenti di questo gruppo hanno saputo unire e shakerare un sofisticato cocktail di generi; una voce molto decisa che potrebbe ricordare Elisa, come per esempio alla fine del brano “You against yourself”, o la scatenata Sandra Nasic, cantante dei Guano Apes. Veramente una bella voce, quella di Irene Fraccavento, una voce che è il filo rosso che collega e unisce tutti i brani del cd, perfettamente adattabile ad atmosfere elettriche e pulsanti, quanto a più dolci e malinconiche composizioni acustiche. 

Intorno a questa notevole voce sono: Marco Garro (tastierista), Francesco D’Aleo (batterista), Graziano Manuele (chitarrista) e Davide Santo (bassista); autori di una musica complessa e coinvolgente, piena di risvolti che stupiscono l’ascoltatore: effetti sintetici e violente accelerazioni. A primo impatto tutto sembra scorrere liscio perché questi “colpi di scena” sono così ben uniti da rendere ogni suono conseguenza di un altro come ad esempio in “T.O.Y” o in “Every day torn”; ma a un secondo ascolto si nota quanto sia elaborato e studiato l’assetto di ogni brano, composto con cura e bravura, il tutto suonato con passione ed eseguito con una professionalità che fa di questi ragazzi degli autentici musicisti. Molto piacevole è quindi l’ascolto del loro duro lavoro “Stereotyped”, rigorosamente in lingua inglese. Tra le tracce del cd vi segnaliamo particolarmente: “Sometimes” e “My condition”.

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

The Libertines è stato l’ultimo album dell’omonima ex band di Pete Doherty, marito di Kate Moss, personaggio controverso che con i suoi eccessi da prima pagina ha oscurato la buona musica prodotta dal suo gruppo

UN’ OTTIMA BAND, NONOSTANTE L’OMBRA DI PETE

The Libertines (I libertini). Così si intitola il secondo e ultimo cd (uscito nel 2004) dell’omonima ex band di Pete Doherty (marito di Kate Moss), scioltasi definitivamente nel 2005. I Libertines sono una band per lo più sconosciuta al pubblico italiano, venuta agli onori delle cronache nei paesi anglosassoni più per gli eccessi da rockstar del leader che per la loro effettiva abilità. Ed è un vero peccato. I testi, scritti proprio da Pete Doherty, sono fantastici anche se cantati nei momenti di minima lucidità del cantante. La musica ha un ritmo che prende e viene voglia di ballarla o comunque di tenere il tempo. E’ tranquilla, senza urli hard rock stile Ozzy Osbourne, anche se non mancano assoli di chitarra e batteria. Alcuni pezzi per esempio, “What katie did”, richiamano gli anni 30 e il jazz che impazzava nei club. 

Non a caso i componenti della band vestono eleganti (vestito nero, cravatta nera, camicia bianca, cappello) anche se poi, nella vita reale, si distruggono con le droghe e con l’alcool. Tra le tracce da segnalare inserirei sicuramente “Can’t stand me now” cantata magistralmente in coppia e dotata di un ritornello che entra e non vuole più uscirsene. Meritano attenzione anche “The man who would be a king” (uomo al quale Pete vuole dire soltanto “la la la la la”)  e “Don’t be shy”. “The Libertines” è appunto il secondo e ultimo cd inciso dalla band dopo il primo, uscito nel 2002, “Up the bracket”. I Libertines sono stati una chimera, sicuramente non hanno fatto la storia del rock ma almeno non rischieremo di vederceli sessantenni alcolizzati a strimpellare la chitarra come i Deep Purple. Sono passati, ci hanno regalato un po’ di bella musica, se ne sono andati. Ciao. Grazie.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

14/04/2007

Questo il motto del progetto Rezophonic, realizzato dal batterista rock Mario Riso per costruire, con i proventi di un cd, dei pozzi d’acqua in una delle zone più aride d’Africa- Al progetto collaborano altri importanti artisti

“OFFRI DA BERE A CHI HA VERAMENTE SETE”

Il progetto Rezophonic nasce nel 2006 da un’idea di Mario Riso, noto batterista dello scenario rock italiano. Il progetto si basa sulla realizzazione di un album, intitolato, appunto, “Rezophonic”, i cui proventi della vendita vengono devoluti all’associazione umanitaria Amref, per costruire dei pozzi d’acqua nel Kajiado, una delle regioni più aride dell’Africa, e del mondo,  ai confini fra Kenya e Tanzania. L’album è nato per celebrare i vent’anni di carriera artistica di Mario Riso, ed ha avuto un valore aggiunto grazie alla partecipazione di tantissimi talentuosi cantanti e musicisti: da Roy Paci, a Pau dei Negrita, da Morgan a Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, e ancora Francesco Sarcina delle Vibrazioni, Olly dei The Fire, Saturnino e tantissimi altri. Più di 50 artisti hanno aderito, non solo per l’amicizia che li lega a Mario Riso, ma soprattutto per il fine filantropico di questo progetto, permettendo così di raggiungere un’altissima qualità del prodotto (il cd è composto da 15 tracce davvero belle) e di dargli un’enorme visibilità. 

E’ significativo il motto del progetto: “Offri da bere a chi ha veramente sete”. Nel video del primo singolo estratto, “L’uomo di plastica”, girato da Saverio Luzzo, vengono sovrapposti alle immagini i dati relativi al consumo di acqua pro capite al giorno: in Italia consumiamo, per non dire sprechiamo, in media 300 litri a testa al giorno, negli Usa ne utilizzano il doppio, nella vergognosa Las Vegas 2.500 litri, in Africa, se va bene 20, se va male 5. Ci rendiamo conto di cosa voglia dire avere solo 5 litri di acqua nella torrida Africa sub-sahariana, dove si sfiorano i 50 gradi? Cinque litri di acqua per bere, cucinare e lavarsi. Chissà come saranno sporchi! Eppure rincuorano le parole di Riso: “All’indomani del ritorno dal mio primo viaggio in Kenya, ho sentito subito la necessità di fare qualcosa per rendere grazie alla fortuna che da sempre ha contraddistinto la mia vita.

 Niente avrebbe potuto darmi una così forte scossa come la “fortuna” di avere vissuto, anche se per pochi giorni, il disagio e soprattutto la dignità delle persone che elargiscono sorrisi nonostante tutto e tutti”. Saranno stati proprio quei “sorrisi nonostante tutto” a spingere Riso ad incamminarsi in questa piccola avventura. Ad oggi, grazie a questo progetto è stato già realizzato un pozzo: nel sito www.rezophonic.com si possono vedere le foto di Mario, Roy Paci e Pau insieme agli abitanti del villaggio in cui è stato realizzato il pozzo. Il tour Rezophonic è tuttora in giro per l’Italia e il 12 maggio toccherà anche la Sicilia (al Krossover di Scordia). Un consiglio, se potete andate: ascolterete bella musica e farete qualcosa anche per gli altri. Sarebbe bello se anche in Africa, magari grazie anche ad un nostro piccolo contributo, si potesse cominciare a dire che “tutto è facile come bere un bicchier d’acqua”.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

Il grande successo di “My space”, gigantesca comunità virtuale, segna una svolta epocale nel mondo della musica “affrancandola” dai discografici- Mika ed Arctic Monkeys i pionieri del successo on line fatto in casa  

LA MUSICA LIBERA NASCE NELLA RETE

Anni fa gli artisti emergenti avrebbero fatto carte false, oggi è una realtà. Se fino a qualche anno addietro, perlomeno in Italia, il modo più veloce e più utile per farsi conoscere era girare per  pubs e locali a suonare, oggi non è più così, o almeno non è più solo così: una enorme comunità virtuale è la soluzione. Basta iscriversi e caricare i propri files musicali, qualche filmato, anche amatoriale, preso magari dall’altro mostro della rete, You tube, ed è fatta: abbiamo appena costruito la nostra vetrina che centinaia e centinaia di persone in tutto il mondo potranno vedere.

 E’ così che si evolve il mondo delle comunicazioni e della musica: se, da un lato, avere una casa discografica, una distribuzione e pubblicità internazionale è diventata cosa di pochi, dall’altro lato, insieme al fenomeno sempre più diffuso dell’auto-produzione, si fa strada il fenomeno de ”la pubblicità me la faccio da solo su My space”; è questo infatti il geniale sito di cui parliamo: www.myspace.com, che ha dato visibilità ai gruppi di provincia, ha accorciato le distanze e permette di far ascoltare in ogni angolo della terra qualsiasi tipo di canzone, di qualsiasi artista. 

Il gran potere di questo mezzo di comunicazione è evidente per il caso degli Arctic Monkeys, in grado di fare tutto esaurito ai concerti senza nemmeno aver pubblicato un cd, o ancora Mika che, prima che i discografici si accorgessero di lui, aveva  nella sua comunità virtuale di myspace 30mila amici da tutto il mondo. Non è da sottovalutare questo fenomeno che rischia veramente di, non dico far saltare, ma almeno intaccare la schiavitù dei musicisti alle case discografiche, di produzione e distribuzione, dato che ci sono dei precedenti notevoli, ed è stato provato che il successo si può raggiungere anche solo con una pagina internet ed entrando in un giro ampio di “amicizie virtuali”, riaffermando che la musica è principalmente un rapporto di “uno su milione”, cioè diretto tra chi compone, canta, suona e chi ascolta, apprezza, diffonde. 

Quella di Tom Anderson, fondatore del sito nel 2003, è una bella risposta al bisogno di internazionalizzare, oltre che le amicizie, la musica, confermata dalle iscrizioni al sito che oggi sono centinaia e centinaia di migliaia in tutto il mondo nelle 14 versioni del sito, che è stato pubblicato in  Canada (in inglese e in francese),Usa, Australia, Messico, Nuova Zelanda, Giappone, Spagna, Francia, Germania, Irlanda, Inghilterra e in Italia, oltre che in una versione Global. Un grande risultato per un progetto ambizioso che è diventato un fenomeno di massa positivo e costruttivo, destinato, a parer nostro, a cambiare in maniera epocale e definitiva il modo di intendere e vivere la musica.

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

 

21/04/2007

Il 25 aprile, a Linguaglossa (Ct), si celebrerà la festa della Liberazione, all’interno della quale si svolgerà l’Etna Sound Festival, kermesse musicale che vedrà esibirsi ben 21 gruppi- Un bel mix di folklore ed avanguardia

  LA FESTA DELLA LIBERAZIONE E DELLA MUSICA

Ai piedi dell’Etna, il 25 aprile, avremo il modo di godere della solarità, dei gusti, dell’amicizia, della spensieratezza di quelle belle scampagnate tra amici, giocolieri, musicisti che vogliono ricordare e festeggiare insieme la Liberazione d’Italia. A Linguaglossa, per il secondo anno di fila, l’Arcistress di Catania organizza l’Etnasoundfestival che potremmo simpaticamente spiegare a partire dal suo stesso nome. 

Etna: ufficialmente indica la collocazione della manifestazione, ma la radice “etn” potrebbe voler dire anche “etnico” ovvero un miscuglio di etnie e colori: nessuno è escluso! 

Sound: “suono”, sì perché la musica è sfondo e filo conduttore di tutta la giornata. 

Festival: che potrebbe stare per “festa” perché quello che ne risulta è una grande festa. 

Il proposito ufficiale degli organizzatori e ideatori dell’iniziativa è quello di “diffondere e valorizzare l’innovazione artistica, con particolare attenzione alla sperimentazione musicale”; un’idea, quella di dedicare un festival ai giovani emergenti e più in generale alla musica, che come ci si può immaginare ha riscosso subito un enorme successo che quest’anno è destinato a ripetersi probabilmente in misura maggiore. Il cast di questa edizione è composto da ben 21 gruppi provenienti non solo dalla Sicilia, che si esibiranno in una maratona che durerà un’intera giornata al termine della quale saliranno sul palco i Vallanzaska in qualità di ospiti dell’edizione 2007. 

Si avrà modo così di ascoltare: rock, ska, reggae in tutte le forme originalmente composte e ricercate dai giovani musicisti invitati ad esibirsi; ma non solo, dato che saranno più di 14 i diversi sound system che faranno ballare a suon di dischi. Un bel mix di folklore ed avanguardia, che risponde in pieno alla richiesta dei giovani siciliani di star insieme in attività culturali ma comunque spensierate, che apprezza e spinge l’incremento della produzione indipendente che è l’anima delle innovazioni, senza mai scordare il tradizionale modo di vivere la campagna e la socialità. Ci saremo anche noi. Vale la pena di venirci a trovare.

Sara Montoneri –ilmegafono.org 

 

La Resistenza ci ha lasciato in eredità libertà e democrazia, ma anche un vasto patrimonio di canzoni di lotta, che hanno accompagnato i partigiani nei lunghi e bui giorni di guerra- “Bella Ciao” e “Fischia il vento” le più note 

LA RESISTENZA NEI CANTI DI LOTTA PARTIGIANI

Da sempre la musica è la prima forma di espressione e manifestazione dei propri sentimenti, delle proprie passioni, delle esperienze del vissuto e non fanno di certo eccezione le cosiddette “canzoni della Resistenza”. Chi non conosce o non ha mai intonato le note di “Bella ciao” o “Fischia il vento”? Queste sono solo due, e forse le più famose, canzoni della Resistenza italiana, create e cantate dai nostri partigiani nei lunghi e bui giorni di guerra contro il nazi-fascismo. Canzoni che nascevano tra le brigate, che accompagnavano e incoraggiavano quegli uomini che lottavano per la libertà loro e delle generazioni a venire. A queste generazioni non hanno lasciato solo (“solo” si fa per dire) la democrazia e la possibilità di vivere in un paese libero, ma hanno anche lasciato la loro eredità musicale. Il repertorio musicale che ha visto la luce in quegli anni si riallaccia alla tradizione italiana precedente; si rifà ai canti risorgimentali e a quelli della Grande Guerra del ’15-‘18.

Sono canzoni con testi che per immagini genuine, a volte ingenue a volte forti, ricostruiscono il clima popolare di quella lotta partigiana cui si deve la salvezza dell'onore del nostro Paese. La Resistenza è stata soprattutto nel nord Italia, sugli Appennini e sulle Alpi, ed ecco allora che le immagini più ricorrenti sono le montagne, fredde ma amiche: da quella in cui viene seppellito il partigiano di “Bella ciao”, a quelle “aride” dove i partigiani fuggiti “Dalle belle città” (questo il titolo di una celebre canzone) cercavano “la  libertà tra rupe e rupe”. Come si può immaginare i canti sono tutti canti di guerra, intrisi di eroico coraggio, di odio per il nemico fascista, ma sono anche canti d’ amore per le generazioni che verranno, cui i partigiani sperano di donare un futuro di pace. C’è spazio anche per l’ironia nella canzone “Festa d’aprile”, in cui fascisti e tedeschi vengono sbeffeggiati a suon di rime: “Nera camicia nera che noi t'abbiam lavata, non sei di marca buona, ti sei ritirata!”. 

Per concludere non si può non parlare della stupenda “Fischia il vento”, la canzone per eccellenza della lotta partigiana, ricantata, tra l’altro, anche nei nostri giorni da cantanti come Milva e i Modena City Ramblers: è sempre emozionante nel suo salire fino a “vittoriosi e alfin liberi siam!”. “Fischia il vento” è spesso stata  considerata alla stregua di un "inno" dei movimenti comunisti: è innegabile che la matrice sia quella dei partigiani comunisti che hanno fatto parte della Resistenza, ma essendo una ballata che inneggia alla libertà in senso generale, è giusto che non si parli di appartenenza esclusiva ad una sola parte e si garantisca a chiunque la libertà di considerarla un patrimonio appartenente alla comune tradizione nazionale. La libertà, la pace e la condivisione devono essere il senso della nostra liberazione.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

 

28/04/2007

Tre ragazzi siciliani che hanno deciso di raccontare la Sicilia, i suoi problemi, i sogni e gli eroi, attraverso un hip hop particolare, impegnato, forte- “I giorni della faida” è un album pieno di rabbia e di speranza

L’HIP HOP SOCIALE DEI MALA MANERA

Amanti della musica hip hop, Fast Assedio, Dj Demolizione e Play One, ovvero i Mala Manera, scelgono proprio questo tipo di musica come proprio mezzo di comunicazione. Sono tre ragazzi cordiali ed amichevoli; positivi sul palco, lontani dall’esagerazione e dalle caricature buffe che ogni tanto in Italia compaiono spacciandosi per cantanti hip hop, riescono ad essere coinvolgenti, anche per chi non è amante del genere, grazie alla loro semplicità ed  al loro messaggio diretto e forte. E’ stata una piacevole scoperta quella fatta all’Etna Sound Festival, il giorno della Liberazione: non sapevamo che già da diversi anni, nell’agrigentino, loro operassero e si muovessero tra i centri sociali ed in varie manifestazioni, arrivando al Sonica di Catania per essere scelti tra i gruppi che avrebbero suonato per il “Best” fatto in occasione dei 10 anni del concorso.  

La loro sensibilità di siciliani li ha portati a denunciare e raccontare le varie problematiche sociali della nostra isola, da quelle che accomunano tutte le città, a quelle più specifiche di Aragona ed Agrigento. Ascoltando il loro sudato lavoro, intitolato “I giorni della faida”, si può assistere a scene di vita quotidiana, alla noia immensa di un paesino da cui tutti sono scappati per via della mancanza di lavoro e di possibilità per la pesante presenza della mafia e per una gestione ingiusta del territorio; si sente cantare dell’assenza dei promessi, e mai realizzati, luoghi di ritrovo, di strade tutte da rifare, di ragazzi che, non avendo nulla da fare, se hanno da fumare è un evento che rompe il tedio, di litigi per chi deve prendere la macchina perché la benzina costa. Dall’altro lato, in risposta a tutto questo disagio, la voglia di non arrendersi di quelli che, come i Mala Manera e come noi, non scappano dalla propria terra, ma vogliono combattere seguendo le orme di chi in passato, ha combattuto, opponendosi all’omertà ed alla violenza. 

Così nella bella canzone che dà il nome al cd, ispirata al libro “Cosa muta” di Alfonso Bugea, si ricorda Peppino Impastato e chi come lui è stato “martire”. Ma il loro messaggio non si ferma qui: sopra un sound “Vecchia maniera”, un “cantastorie, un alchimista e uno stregone” (come si definiscono in “Buffoni di Corte”) ci ricordano che ci vorrebbe in questo mondo “Qualcosa per cui lottare”, che l’immensa corruzione e l’orrenda ingiustizia a cui assistiamo tutti i giorni ci fanno sperare in un luogo, forse ideale, in cui possa esistere davvero una giustizia per cui lottare. Un cd pieno di orgoglio e di rabbia con spiragli di speranzoso riscatto per “questa terra di fuoco” che vanta la collaborazione di importanti artisti come Maia, S. Nocera e G. Mossuto. Acquistabile alla modica cifra di 5 euro, il cd, interamente autoprodotto, contiene persino il numero da contattare per live, info e anche per insulti; coraggiosi e simpatici, ve li consigliamo vivamente.

Sara Montoneri –ilmegafono.org

 

Come ogni anno, a Roma, le confederazioni sindacali organizzano il famoso “concertone” a cui parteciperanno importanti artisti, per ricordare attraverso la musica oltre cento anni di lotte e rivendicazioni

UN CONCERTO CON RADICI CENTENARIE

Ancora festa per il 1° maggio. CGIL CISL e UIL replicano la consolidata iniziativa del celebre “concertone” in Piazza del Popolo a Roma.  Quest’anno, saranno mattatori sul palco (calcato in passato, tra gli altri, da Claudio Bisio e Claudio Amendola) Paolo Rossi, Claudia Gerini e Andrea Rivera. Tra gli artisti che saliranno sul palco: Africa Unite, Afterhours, Bandabardò, Avion Travel, Irene Grandi, Le Vibrazioni, Modena City Ramblers, Daniele Silvestri, PFM e Verdena (per la lista completa http://www.primomaggio.com/2007/programma/). Giusto per ricordare, andiamo a ripescare un po’ di storia.  

Questa festa affonda le sue radici oltre 100 anni fa (nel 1886), quando la "Federation Trade and Labor Unions", negli Usa, aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere l'orario lavorativo di otto ore. Le agitazioni riguardarono circa 400 mila lavoratori  e scatenarono violenti scontri con la polizia. La decisione di organizzare una manifestazione fu presa però solo tre anni più tardi, il 14 luglio 1889, approvando all'unanimità una mozione presentata dai delegati francese e statunitense al Congresso della Seconda Internazionale. 

Da quel momento il primo maggio è diventato un simbolo (curiosa la concomitanza con la festa del 25 aprile), un punto di riferimento annuale, l’occasione che si ripete e che permette ai lavoratori di tutto il mondo di ricordare e di riaffermare i propri diritti. Quest’anno la festa cade proprio dopo l’aprile nero delle morti bianche, durante il quale moltissimi operai sono caduti sul luogo di lavoro. A Roma arriveranno anche per dire Basta! Quella a Piazza del Popolo sarà una manifestazione bellissima, colorata, affascinante. 

Con decine di migliaia di giovani, giovanissimi e non più giovani a ricordare tutti i lavoratori come quelli che nel secolo scorso hanno lottato per i diritti sindacali, per le ferie pagate, la maternità e tutte le altre conquiste raggiunte. Non dobbiamo dimenticarci di coloro che ancora sono schiacciati in tutto il mondo dalla grande macchina della globalizzazione, dagli abusi delle grandi multinazionali, come i campesinos sudamericani. Roma e il “Concertone” saranno un interessante spunto di riflessione sull’importanza di un diritto fondamentale di ogni uomo.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI MARZO 2007

 

10/03/2007

Il Megafono.org lancia un’iniziativa per promuovere gratuitamente, attraverso questa pagina, artisti emergenti o conosciuti sul piano locale e regionale- Leggete e fatevi avanti

  UN’INIZIATIVA A FAVORE DI CHI FA MUSICA

La nostra redazione informa tutti gli utenti del nostro sito che la scelta di inserire una pagina dedicata esclusivamente alla musica risponde ad un’idea precisa. Oltre all’amore per la musica, in tutte le sue forme, e all’attenzione riservata a diversi generi, ci ha guidato la convinzione di dover fare qualcosa per permettere agli artisti emergenti, siano essi cantanti, cantautori, gruppi, musicisti o autori, di farsi conoscere in tutta Italia attraverso il nostro sito. Vogliamo dare la possibilità a chiunque faccia musica, nel caso in cui lo desideri, di pubblicizzarsi gratuitamente, di segnalarsi. Tra l’altro, abbiamo in cantiere un interessante progetto di cui vi parleremo non appena avremo in mano qualcosa di concreto. 

La nostra idea di base deriva dall’esperienza avuta l’anno scorso, quando gli Aioresis, un ottimo gruppo pugliese, che si cimenta con ottimi risultati nella pizzica e nella taranta, ci ha contattato via mail, inviandoci poi per posta il loro ultimo lavoro musicale, in modo da ottenere una recensione sul nostro sito. La nostra redazione ha ascoltato, con immenso piacere, il loro Cd, e ha pubblicato la relativa recensione, permettendo loro di farsi conoscere anche al di fuori del loro contesto abituale. Tante persone, attirate dalla curiosità o dall’amore per il loro genere, non solo in provincia di Siracusa, ci hanno chiesto informazioni su questo gruppo, di cui fino ad allora sconoscevano l’esistenza.

Insomma, crediamo che sia un bel veicolo di promozione gratuita, che noi vogliamo utilizzare per contribuire  alla scoperta di artisti nuovi o conosciuti soltanto a livello regionale. Un’idea semplice che potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto utile per chi ama la musica. Per concludere, dunque, invitiamo chiunque voglia segnalare i propri lavori musicali, o quelli di artisti o gruppi amici, a contattarci all’indirizzo redazione@ilmegafono.org

ilmegafono.org

 

Nonostante qualche polemica (che fa sempre comodo) il festival di Sanremo, per la prima volta, ha offerto canzoni dai contenuti importanti e lasciato spazio a giovani validi e ad  interessanti sperimentazioni

UN FESTIVAL DI CONTENUTI E DI TALENTI

E’ da poco giunto al termine il Festival di Sanremo, il festival della canzone italiana, conosciuto in tutto il mondo e che in passato ha dato notorietà ad artisti come Eros Ramazzotti, Andrea Bocelli, Giorgia, Irene Grandi ecc. Anche quest’anno l’apertura dell’evento è stata seguita con curiosità ed attenzione: il ritorno di Pippo Baudo alla conduzione e l’affermazione di quest’ ultimo di volere un festival con al centro la musica, ha creato una grande attesa. Attesa che, a nostro parere (e non solo visto i dati auditel di tutte le sere), è stata pienamente premiata.  

La manifestazione, che si è svolta in cinque serate, senza alcuna pausa, ha offerto uno spettacolo gradevolissimo, con al centro la Musica, protagonista principale. A rendere questo Festival il migliore degli ultimi anni non solo partecipazioni di particolare prestigio, quali quelle di Milva, Fabio Concato e Jhonny Dorelli, ma soprattutto una qualità media delle canzoni in gara decisamente elevata; qualità che si è potuta apprezzare, per i così detti  “big”, nelle esibizioni con gli ospiti. 

Sarà che si era ormai rotto il ghiaccio, sarà la possibilità di presentare la propria canzone in una veste diversa, ma, mai come in questa serata, si è potuto “sentire” la Musica: il duetto tra Piero Mazzocchetti ed Amy Stewart, Sergio Cammariere e Simone Cristicchi, Amalia Grè e Mario Biondi sono solo degli esempi dei bei momenti di musica offerti. Ha fatto, inoltre, piacere trovare una così alta qualità tra i “giovani”: a parte la splendida canzone “Pensa” del vincitore Fabrizio Moro, hanno sfilato tanti altri giovani talentuosi, con canzoni originali, ed alcuni dotati di capacità vocali invidiabili (Romina Falconi sembra la nuova Giorgia).  

Il bilancio finale è, a nostro parere, davvero positivo: lo spettacolo è stato piacevolissimo in tutte le sere; la formula rinnovata, di alternare campioni e giovani, ha permesso di apprezzare meglio questi ultimi; la varietà di generi presentati (un bel calderone volutamente realizzato dalla commissione che ha selezionato i brani concorrenti) ha permesso di soddisfare i gusti di tutti. Sanremo, oltre che essere una pietra miliare della tradizione musicale italiana, è un’importante vetrina, che può anche diventare contenitore di ottima musica, meritevole dunque di essere seguito, e di non essere snobbato a priori.

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17/03/2007

Vi raccontiamo  il  primo cd dei The Fire, rock band milanese, nata dalla fusione di esperienze ska e punk, che sta già incontrando un grande successo in alcune parti d’Europa

  THE FIRE, UN IRRESISTIBILE ROCK MADE IN ITALY

Il gruppo di cui intendiamo parlare questa volta sono i The Fire, gruppo milanese, nato dalla fusione dei Madbones (un gruppo che ha prodotto buona musica rock-punk) ed Olly (alias Oliviero Riva) ex voce, chitarrista, nonché produttore degli Shandon. Per chi non è del tutto estraneo allo scenario rock, punk e ska italiano (come direbbero alcuni “alternativo”), sa bene di chi si parla, ma poiché, quando la musica è buona musica, è giusto che arrivi a tutti, vi parleremo di loro per farvi sorgere almeno un pizzico di curiosità. Se dopo aver letto questo articolo cercherete di ascoltare le loro canzoni, o almeno avrete la voglia di farlo, saremo riusciti nell’intento. I Fire nascono nel 2005, dall’idea di Olly e di Andre, voce e chitarrista dei Madbones.

Conclusasi, infatti, per Olly l’esperienza ska-core con gli Shandon, iniziano diverse collaborazioni e progetti tra cui quelli con i Good Fellas, con Rezophonic, con i Furious Party e, appunto, con il nuovo gruppo dei Fire. Le sonorità non sono più quelle ska-core, che comunque gli Shandon avevano già messo da parte nell’ultimo lavoro (Sixtynine), né quelle punk dei Madbones; si accentua una spiccata vena rock, che, d'altronde, si sposa benissimo con la voce graffiante di Olly, la cui impronta è fortemente impressa in tutti i pezzi. Il risultato è un ottimo rock ‘n’ roll, orecchiabile, con belle melodie, ma a tratti anche duro, urlato, energico, rigorosamente cantato in inglese.

Il primo lavoro, “Loverdrive”, contiene dodici tracce; il primo singolo estratto, “Emily”, il cui video è in questo periodo in rotazione sul canale satellitare Rock Tv, è trascinante e coinvolgente, con un ritornello che entra subito in testa. Gli altri pezzi si alternano tra  più melodici (come “Remedy” o “Unwish”) e più martellanti (come “Loverdrive”, “Waitin’” o “Big brother”); ce n’è, insomma, per tutti i gusti e gli umori. Irrefrenabile l’istinto di ritmarli almeno col piede. Per ora il gruppo è in tour, un tour che dura già da un anno e che ha toccato diverse parti, non solo d’Italia, ma anche d’Europa; i Fire, infatti, riscuotono enormi successi in Belgio e Germania, dove torneranno questa primavera, prima di richiudersi in sala di registrazione per dare la luce al secondo lavoro, che, almeno noi, attendiamo con impazienza. Buon ascolto.

ilmegafono.org

Gi.Mo.

 

Vi proponiamo l’album di un cantautore siciliano, Salvatore Azzaro, “Ciùscia-Il Satiro danzante”, un insieme di sonorità e contenuti culturali e sociali, che ha per sfondo la Sicilia e le sue vicende di vita e di morte

MUSICA E IMMAGINI TRA STORIA E LEGALITA’

Salvatore Azzaro è un cantautore pop-folk siciliano che ama la cultura della sua terra e i buoni esempi, soprattutto quando sono rappresentati da coloro che combattono o che hanno combattuto contro la mafia. Il suo ultimo lavoro, autoprodotto, “Ciùscia- Il satiro danzante”, è un insieme di sonorità diverse, che accompagnano i differenti scenari descritti dalle canzoni. E’ possibile rinvenirvi le melodie tipicamente pop di “Mia principessa”, più vicine allo stile del suo primo album, “Io non sono Adriano”; le atmosfere caratteristiche della musica folk siciliana, nella sua versione più intimista e riflessiva, come nella ballata “Figlio Impastato d’amore”, dedicata alla memoria di Peppino Impastato, il giovane ucciso dalla mafia a Cinisi, ricordato dal celebre film “I cento passi”; i ritmi mediterranei e le tarantelle de “Il satiro danzante”, la canzone che ha ispirato l’album; e, infine, i motivi blues della canzone “Nino, tu che dormi con il cane”, dedicata ai senza tetto.

Un album non facile, che richiede un ascolto attento, un lavoro che, partendo dall’ispirazione della danza del satiro, affronta importanti tematiche sociali, dalla mafia ai viaggi della speranza degli immigrati alla situazione dei barboni nelle grandi metropoli. Azzaro dimostra una grande sensibilità, testimoniata dal fatto di aver dedicato il suo album al maresciallo Giuliano Guazzelli, vittima della mafia, ex collaboratore di altri importanti personaggi dell’antimafia, tragicamente stroncati dai colpi della barbarie di “cosa nostra”, come il generale Dalla Chiesa, il colonnello Russo e il giudice Livatino, il cosiddetto “giudice ragazzino”. L’album, come detto, è stato ispirato dal fascino di un’opera d’arte, il satiro danzante, trovata dai pescatori di Mazara del Vallo, in fondo al mare. Il cantautore siciliano ha immaginato il satiro addormentato negli abissi marini, poi il vento capace di svegliarlo e dunque spingerlo a risalire verso la superficie e a poggiare il suo piede nudo sulla terra di Mazara.

Il vento è centrale nella canzone che guida l’album, un vento che si confonde con lo stesso satiro e che soffia sulla Sicilia il suo carico di cultura, pace e libertà. E il vento si sente, all’interno di questa canzone, che parte lentamente e poi prende vigore, energia, suscitando, attraverso il coro dei pescatori, la sensazione di vedere il loro lavoro, la loro millenaria fatica, la storia della Sicilia, le sue radici classiche (marcate da una doppia voce che pronuncia alcune frasi di Euripide). Particolarmente apprezzabile la canzone su Peppino Impastato, anch’essa capace di fornire immagini, di disegnare uno scenario. Si può, dunque, dire che si tratti di un disco “visivo”, di una musica fatta di immagini. 

Un opera particolare e degna di interesse, realizzata da un cantautore emergente che usa la musica per testimoniare il suo impegno o semplicemente per comunicare quello che sente: l’amore per la sua terra unito alla speranza di un futuro migliore, fatto di libertà e di fratellanza. Un buon lavoro, con ottimi contenuti, che abbiamo voluto promuovere con grande piacere. Inoltre, Azzaro ha un altro merito: offre la possibilità di ascoltare gratuitamente le sue canzoni direttamente sul suo sito http://www.salvatoreazzaro.it/. Vi invitiamo a visitarlo. Buon ascolto.

ilmegafono.org

Ma.Pe.

 

 

24/03/2007

Matisyahu, americano di origine ebrea, canta il Vecchio Testamento per redimersi da un passato di eccessi e lo mischia ad un reggae di ottima qualità-La sua musica divide e c’è chi parla di “personaggio costruito”

  UN INSOLITO INCONTRO TRA REGGAE E RELIGIONE

Musica reggae e testi del Vecchio Testamento: cosa potranno mai avere in comune? La risposta la fornisce Matisyahu, un giovane cantante americano di origine ebrea. E’ il nuovo fenomeno della musica reggae, colui che ha avuto il merito di tornare a far parlare di reggae e di farlo di nuovo passare nelle radio dopo anni di silenzio. Newyorkese, bianco, con genitori ebrei, questo ragazzo ha venduto 500 mila copie col suo primo lavoro “Live at Stubb’s”, ed ha ripetuto il successo col secondo, “Youth”. La singolare commistione di reggae e versetti della Torà deriva dalle vicende personali di questo cantante; infatti, Matthew Miller, in arte Matisyahu, ha avuto un’adolescenza che non si può certo dire modello. Come lui stesso, candidamente, confessa, era un hippy, uno sballato, si drogava e andava male a scuola. La sua unica passione era la musica reggae: artisti come Sizzla, Buju Banton, gli Israel Vibration e, su tutti, Bob Marley. 

Poi, ad un certo punto della sua vita, dopo un viaggio in Israele, “la fede lo ha salvato”. Si converte nel 2001 ed entra a far parte di un gruppo ultraortodosso. Il suo look, infatti, è quello tipico degli ortodossi: cappello nero, barba lunga e vestito nero, ma questo non sembra dar fastidio alle migliaia di ragazzi che ascoltano la sua musica ed affollano i suoi concerti. Concerti in cui, vi assicuro, non si sta certo seduti. La musica di Matisyahu affonda le sue radici nel reggae più classico; ascoltare, per credere, la bellissima “King without a crown”. Matisyahu afferma che la musica è neutrale e può, quindi, essere utilizzata, come fa lui, anche per scopi religiosi, per lanciare messaggi positivi, di speranza. Ha anche affermato che, in osservanza di uno stile di vita sobrio e rigoroso, non sarà mai visto alla guida di una Ferrari, e che continuerà a fare beneficenza. 

Peccato che a smentirlo vi siano i suoi ex-manager, scaricati dopo che l’album “Youth” ha cominciato a scalare le hit parade. Matisyahu è senza dubbio una figura controversa, che ha fatto sorgere molti dubbi tra gli stessi ortodossi circa la sua sincerità, ed ha fatto infuriare le comunità afroamericane, che lo hanno accusato di essere un bianco furbo, che si è arricchito rubando un genere caraibico, appunto il reggae, nato dalla povertà e dalla disperazione. In poche parole è scoppiato un vero e proprio caso: si sono riaccesi sopiti contrasti tra comunità afroamericane ed ebree. Queste due minoranze, infatti, avevano condiviso, negli anni sessanta, le battaglie per la rivendicazione di diritti civili, ma poi si erano divise sui temi politici. Ora questi contrasti sembrano riaccendersi, ed il centro della contesa sarebbe la paternità del movimento Rastafari, a cui la tradizione reggae è associata. 

Gli afroamericani ne collocano l’origine nel centro America, mentre gli ebrei affermano che il movimento avrebbe origini ebraiche visti i richiami alla tradizione ebraica; nel linguaggio dello stesso Bob Marley vi sarebbero citazioni prese dalla Torà. Nel tentativo di placare gli animi è sceso in campo anche Murray Forman, un docente universitario, autore di numerosi studi sulla musica reggae, il quale ha affermato che “ognuno arriva al reggae portando la propria cultura”. E’ davvero singolare come la musica, che di solito ha l’effetto di unire, sia in questo caso diventata mezzo per veicolare divisioni e tensioni evidentemente ancora non sopite. Aldilà delle critiche, aldilà dei dubbi sulla sincerità e sulla buona fede di Matisyahu, quello che resta è la buona musica.

Giusy Montoneri -ilmegafono.org

 

Gli Amici di Roland, band torinese, allietano il loro pubblico suonando e cantando le loro versioni delle sigle dei cartoon anni ottanta. Tre album di malinconica e spensierata allegria e di illustri collaborazioni  

LA RIBALTA DEI CARTOON A SUON DI MUSICA

Ci mettono tutti d’accordo con una forte dose di allegria ed una spruzzata di malinconia per i tempi che furono…Di cosa parlo? Ovviamente dei nostri compagni di gioco, di avventure, i nostri maestri di vita, idoli e, perché no, compagni di lunghe gite in auto: Jeeg robot d’acciaio, I Puffi, L’uomo tigre, Lupin e tutti i simpatici cartoni animati che hanno fatto la storia. Nella Torino underground dei primi anni novanta un gruppo di amici al pub decise di mettere su una band di cover per girare a suonare nei locali; tra questi Samuel Romano, cantante dei Subsonica. L’idea era quella di suonare Beatles e Rolling Stones, ma poi la vera vocazione degli Amici di Roland divenne quella di far saltare e pogare sulle note di Mazinga in versione ska o Conan stile reggae. 

Formula che, come si può immaginare, funzionò alla grande; come ricorda Davide Di Leo (alias Boosta dei Subsonica), componente del gruppo,  “potevamo suonare anche quattro sere di seguito e riempire, in ciascuna occasione, la sala di gente”. Oggi gli Amici di Roland hanno in attivo tre album a cui hanno collaborato Samuel, Boosta, e pure Roy Paci; si definiscono “il gruppo rock più vergognoso del panorama universale”, ma a noi piacciono tanto proprio per l’auto-ironia, per il loro modo di fare della musica un gioco, per l’effetto altamente catartico dei loro concerti, perché loro, come noi, sono ragazzi con sogni, passioni, che lavorano duro, afflitti da tutti gli sbattimenti del caso...ma la sera, con la musica, si torna tutti bambini, a cantare stonati a squarciagola, a ridere senza pensieri. 

Un invito ad immergervi nel ritmo fortemente rock di “Ken il guerriero”, a saltare sui giri ska della sigla de “I puffi” con tanto di grido riadattato di Gargamella “maledetti puffi di merda”. Immancabile “Goldrake”, eccezionale “Jeeg robot d’acciaio”, che sembra uscire da un disco anni settanta, con schitarrate elettriche e batteria incalzante; robotizzata ed elettronica la voce sulla famosissima sigla di “Pollon”, arrangiamento brillante, scelto in bilico tra reggae ed hip hop. Speriamo di aver reso bene l’idea ed avervi incuriositi; e allora presto! Immergetevi anche voi nel magico mondo degli Amici di Roland!

Sara Montoneri -ilmegafono.org

 

 

31/03/2007

I Posh, giovane band siracusana, messasi in luce al Midem di Cannes, ha presentato il suo primo lavoro: un percorso originale e raffinato nell’universo del brit-pop- Sonorità un po’ malinconiche ma mai banali

“BIANCOLILLA”, GARBATO ROCK D’ATMOSFERA

Questa settimana vogliamo proporvi “Biancolilla”, il primo album della band siracusana, Posh. I Posh sono un interessantissimo gruppo composto da tre musicisti: i fratelli Salvo e Alberto Minnella, rispettivamente chitarra-voce e batteria, e Federico Salemi, basso. Già la composizione della band (chitarra, basso e batteria), oltre alle sonorità, fa venire in mente i Verdena, questa, almeno, l’impressione al primo ascolto. Come si può capire da questa suggestione, i Posh fanno un rock-pop che guarda molto all’Inghilterra. Il primo cd “Biancolilla” arriva dopo anni di lavoro e di ricerca di sonorità che soddisfacessero i gusti dei componenti. Nel 2001 arriva il primo demo con tre brani in lingua inglese, seguito subito dopo da un secondo, composto da nove canzoni, alcune delle quali in italiano, ed infine un terzo. 

Nel corso del tempo matura la decisione di abbandonare la lingua inglese per cantare solo in italiano; scelta che, almeno noi, condividiamo pienamente in quanto permette una maggiore fruibilità dei brani…per dirla con Rock Tv “Italians do it better”! Nel 2004 i Posh vincono il concorso Sound’arte e si aggiudicano di diritto l’accesso al MEI di Faenza, il rinomato Meeting delle etichette indipendenti, un’ottima vetrina per una band emergente. L’ultimo riconoscimento, in ordine di tempo, arriva proprio a inizio 2007 con la possibilità di partecipare al Midem di Cannes dopo essere stati scelti dall’AudiCoop tra più di cinquecento artisti. “Biancolilla” contiene cinque brani, uno dei quali è, appunto, stato scelto per la fiera francese del mercato discografico. 

Si tratta di “Gocce di luce”; ascoltandola ci si rende subito conto che tra tutte le tracce è quella meglio strutturata. E’ infatti tra le nostre favorite; con un ritornello molto orecchiabile, ed una melodia rilassata, ma ben ritmata. Queste atmosfere rilassate, un po’ malinconiche, ma mai banali, si ripetono in tutto il lavoro, da “Contro” a “Fuochi accesi tiepidi” ad “Oceano”. I testi sono sobriamente ricercati e si accostano benissimo ad una voce che, senza pretendere troppo e senza mai strafare, è perfettamente armonizzata nel contesto musicale. Il rock dei Posh si potrebbe dire un rock di atmosfera, soft, che non si presenta mai noioso o monotono, scandito da un ritmo garbato ma energico. 

Dal vivo sono davvero un piacere per l’udito: tra i brani proposti, oltre a quelli di “Biancolilla”, ci hanno colpito particolarmente “Mira” e “Un’altra idea”. In una nostra ipotetica scala di gradimento i Posh si attestano sicuramente intorno all’otto, e non perché sono siracusani come noi, ma perché hanno trovato una loro via originale all’interno di un genere che negli ultimi anni si è un po’ inflazionato (cioè il brit-pop). Nel caso vi avessimo suscitato un po’ di curiosità, per ulteriori informazioni o per contattare di persona i Posh il loro sito è www.poshmusic.it. Noi ve li consigliamo. Buon ascolto.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

“Pocket Symphony”, la nuova opera degli Air, offre all’ascoltatore un senso di dolce rilassatezza, grazie anche all’impiego di due tipici strumenti a corda  giapponesi- Melodie armoniose per disintossicarsi dalla realtà

UN VIAGGIO IN MUSICA GUIDATO DALLE EMOZIONI

Era il 1998 quando il video del singolo “Sexy boy”, tratto dall’album Moon Safari, faceva la sua prima apparizione sui canali musicali italiani: un gorilla di peluche che passeggiava con la sua espressione beata nello spazio assieme al duo francese. In quasi dieci anni Jean Benoît Dunckel e il suo socio Nicolas Godin ne hanno fatte di cotte e di crude: hanno prodotto altri tre dischi (“Premiers Symptômes”, “10000 Hz Legend”, “Talkie Walkie”) con concept diversi e ambiziosi, minimali, elettronici, al confine con l’electropop addirittura a volte psichedelici ma sempre melodici, raffinati, mai banali. Hanno collaborato con lo scrittore italiano Alessandro Baricco, creando le basi per City Reading (Tre storie western)

Si sono cimentati,ottenendo buonissimi risultati, nella realizzazione delle colonne sonore di due film di Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide e Lost in translation). Ed è proprio dall’ultima traccia (Alone in Kyoto) del loro precedente album, impiegata nel film ambientato in Giappone, che inizia la nuova opera degli Air: “Pocket Symphony”. La loro passione per il mondo orientale è il motore di tutto il disco: sono stati impiegati due strumenti a corda  tipici giapponesi (il koto e lo shamisen) che hanno addolcito i suoni dando un senso di calma e di rilassatezza agli ascoltatori. Il singolo “Once Upon a Time”, è una chiara sintesi dell’album: modernità e tradizione si uniscono; i suoni prodotti dai synth non mancano, come non mancano le tastiere elettroniche e la drum machine che si confondono e si fondono con un pianoforte classico o una chitarra acustica, creando una mix unico per la sua particolarità ma soprattutto per la sua qualità. 

Nel complesso tutte le tracce offrono melodie armoniose, suoni vibranti e strumentali che si diversificano per la diversa composizione e per la diversa intensità e che viaggiano sull’onda delle emozioni: tutto assume la valenza di un sogno, una metafisica Un album sicuramente sperimentale di qualità, nell’approccio di certo, capace di ricreare sensazioni e atmosfere intime, morbide e calde. Da ascoltare quando si vuole realmente disconnettersi dalla realtà frenetica, abbandonandosi unicamente allo spirito e al nostro spazio interiore; non a quello del gorilla di peluche si intende.

Andrea Volpi -ilmegafono.org

 

 

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