IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ARCHIVIO AMBIENTE
NUMERO SPECIALE 2007
29/12/2007
SPECIALE 2007
A segnare il 2007sul piano
ambientale sono state le conferenze ed i vertici internazionali finalizzati alla
stipulazione di accordi per la riduzione dell’inquinamento- In Italia, è
stato l’anno nero dei rifiuti, soprattutto in Campania
L’ANNO
DELL’ENERGIA E DELLE CONFERENZE
L’anno che volge al termine è stato davvero ricco di eventi e circostanze dal punto di vista ambientale, sia in Italia che nel mondo. Noi li abbiamo percorsi gradualmente, cercando di raccontarli e di darne un’interpretazione che potesse fungere da spunto di riflessione. Il 2007 è stato, prima di tutto, l’anno dei vertici Onu ed europei, finalizzati al raggiungimento di accordi internazionali che vincolassero gli stati industrializzati a ridurre l’inquinamento ed in particolare l’immissione di gas serra nell’aria. Decisivi, per gli esiti, sono stati i vertici di New York, svoltosi a settembre, e di Bali, svoltosi a dicembre. La conquista maggiore è stato l’impegno preso da Usa, Cina ed India, paesi ancora fuori dal protocollo di Kyoto, ad aderire ai prossimi protocolli internazionali. In un clima in cui a livello internazionale si comincia a remare con forza in direzione di una seria svolta verde, in Italia, fanalino di coda nel riciclaggio e nella produzione di energia pulita, si è riaffacciata la proposta del nucleare, già bocciato da un referendum negli anni settanta.
Fortunatamente la proposta non ha riscosso numerosi consensi ed è ancora possibile sperare nella produzione di energia pulita e sicura senza il problema della collocazione delle scorie radioattive. Alternative più che allettanti vengono fornite, in primis, dal solare (centrali come la Archimede di Priolo Gargallo, nel siracusano, ne sono l’esempio) e l’eolico, anche se a riguardo il mondo delle associazioni ambientaliste si è spaccato. C’è chi si schiera apertamente con l’eolico, c’è chi invece lo abbraccia ma chiede garanzie di tutela delle aree di interesse comunitario dal rischio più che possibile di una palificazione selvaggia ed indiscriminata. Se da una parte quest’anno ha vissuto un grande fermento ed una presa di coscienza ambientale a livello internazionale, dall’altra ha visto ristagnare situazioni stantie e marcescenti in regioni, quali la Campania, stritolate dall’emergenza rifiuti, emergenza esplosa ripetutamente per tutto il 2007 e che ritorna anche in questo finale d’anno. Sebbene l’emergenza rifiuti in Sicilia non abbia queste portate, si è comunque ad un passo dai cugini campani.
La scelta fatta dal governo per risolvere il problema non sembra comunque la più adeguata: scavalcando l’opinione delle popolazioni locali, ha deciso di collocare per tutto il territorio siciliano inceneritori e termovalorizzatori. Per rispondere a questo e ad altri atti di imposizione, che si risolverebbero in violenze al territorio e in rischi terribili per la salute della popolazione (in una regione in cui siamo a livelli infimi per quel che concerne la raccolta differenziata), i cittadini si sono organizzati ed hanno dato vita a comitati spontanei per la tutela del proprio territorio e del proprio futuro. Non solo nel caso del problema rifiuti, ma anche rispetto al pericolo di vedere una zona come il Val di Noto, patrimonio dell’umanità certificato dall’Unesco, consegnata alle avide e distruttive trivelle dei petrolieri americani della Panther Oil. E ancora, mobilitazione spontanea anche rispetto alla scelta di creare un’altra base militare americana a Lentini, a pochi passi da Sigonella, per di più in un’area verde, attraversata da agrumeti e particolarmente preziosa sul piano paesaggistico.
Se in
Sicilia troviamo comitati a Noto (contro le trivellazioni gas-petrolifere), ad
Augusta e non solo (contro il termovalorizzatore), a Lentini (contro la
militarizzazione del territorio), in tutto il resto d’Italia nascono
altrettanti movimenti quanti sono i siti da salvaguardare. Ecco quindi che
troviamo il comitato No tav in Val di Susa o Altra Vicenza o Dal Molin a
Vicenza, contro la militarizzazione americana della città. La possibilità,
offerta da internet, di costituire una rete tra questi movimenti rappresenta la
vera novità. La democrazia adesso corre sul filo della rete.
Il 2007 ha un altro triste primato: una delle estati più calde da
decenni, che purtroppo, a causa della follia dei piromani, ha causato numerose
vittime in Puglia, nel Gargano ed in Sicilia. E non sono mancate, come sempre,
le tragedie ambientali, i disastri determinati dalle petroliere, le violenze
indicibili sugli animali (molte hanno girato su Internet), ecc. In conclusione,
un 2007 che, sul piano della politica ambientale mondiale, ci lascia tante note
positive, regalandoci eventi importantissimi che hanno costituito delle vere
svolte, mentre sul piano generale, ci ricorda che c’è ancora tanto da fare e
ci sono tante lotte da continuare e cominciare e, soprattutto, da vincere.
LA REDAZIONE de ilmegafono.org
NUMERI DI DICEMBRE 2007
22/12/2007
Dalla
Conferenza mondiale sul clima, svoltasi a Bali, arrivano due importanti notizie:
gli Usa hanno accettato di aderire al nuovo accordo sulla riduzione dei gas
serra, mentre l’Australia ha ratificato il Protocollo di Kyoto
UN
GRANDE BALZO VERSO IL FUTURO
Dal 3 al 14 dicembre si è svolta a Bali, in Indonesia, la sessione ministeriale della tredicesima Conferenza mondiale sul clima, a cui ha partecipato, in rappresentanza dell’Italia, il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. La necessità di un simile incontro è stata dettata prima di tutto dall’allarme lanciato dagli scienziati circa l’urgenza di raggiungere al più presto un “accordo globale” tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, dato che il cambiamento climatico è già in atto e l’impatto è reale. A Bali sono stati chiamati, quindi, 130 ministri, rappresentanti di altrettanti Stati, affinché si potesse dare un seguito all’accordo di Kyoto sulle limitazioni di emissioni di gas serra, che scadrà nel 2012. Il segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, ha voluto incoraggiare nei negoziati progressi concreti, limiti più restrittivi e target vincolanti, sottolineando l’importanza di lavorare sul rafforzamento dell’adattamento al cambiamento climatico, della lotta alla deforestazione e dell’utilizzo delle tecnologie pulite. Tutto questo non solo in vista del “dopo 2012”, quando finirà Kyoto, ma a partire “da subito”.
Da qui,
un compito per i paesi industrializzati: continuare a ridurre le emissioni ed
incentivare i paesi ad economie emergenti a fare altrettanto. Proprio questo è
stato il tema caldo dell’incontro, cui hanno partecipato anche India, Cina ed
Usa. Come riferito dal ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, “dopo aver
lavorato duramente per raggiungere un accordo di massima sui limiti da porre ai
gas che causano l’effetto serra, elaborando una road-map per i prossimi
due anni e avviando i negoziati per avere un nuovo accordo contro i gas serra
dopo la scadenza del Protocollo di Kyoto, India e Cina hanno chiesto un maggior
impegno delle nazioni occidentali per il trasferimento di finanziamenti per
tecnologie utili a limitare i danni ambientali”. Davanti a queste obiezioni la
delegazione Usa ha minacciato il suo ritiro dalla conferenza; successivamente,
grazie ad un faticoso lavoro diplomatico, gli Usa hanno deciso di firmare
l’accordo chiedendo che prevedesse un maggior impegno per la riduzione delle
emissioni anche dai paesi in via di sviluppo.
Il
Kyoto 2 sarà, quindi, negoziato nei prossimi due anni e sarà firmato a
Copenaghen nel 2009. Con il raggiungimento di questo accordo sono stati
sconfitti gli scettici ed anche quelli che volevano boicottare Kyoto e Bali.
L’ennesima nota positiva è stata la ratifica del protocollo di Kyoto da parte
dell’Australia. E’ stato il neo primo ministro australiano, Kevin Rudd, a
presentare la storica documentazione al segretario delle Nazioni Unite, Ban
Ki-moon. In tale circostanza, Rudd ha affermato: “Se la terra diventa
invivibile a causa del riscaldamento globale non esiste un altro pianeta dove
scappare”. Ora per l’entrata in vigore ufficiale della ratifica australiana
di Kyoto serviranno 90 giorni. Un atto che ha fatto scalpore soprattutto perché
ha lasciato soli gli Stati Uniti, adesso rimasti gli unici, tra i paesi
industrializzati, a non avere ratificato Kyoto.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
In
occasione del Consiglio direttivo dell’Unesco, svoltosi il 14 dicembre scorso,
il sindaco di Noto, Corrado Valvo, impegnato in prima linea contro le
trivellazioni, è stato nominato all’unanimità componente dell’Ufficio di
presidenza
TRIVELLAZIONI:
L’UNESCO PREMIA IL FRONTE DEL NO
Mentre si continua ad attendere la predisposizione ed approvazione, da parte dell’Ars e della Giunta Regionale, di una legge che fermi definitivamente il progetto e le attività di trivellazione in Val di Noto, un importante riconoscimento è stato conferito al sindaco di Noto, Corrado Valvo. Il primo cittadino della città barocca, infatti, in occasione del Consiglio direttivo dell’associazione Unesco, tenutosi a Firenze il 14 dicembre scorso, è stato indicato “all’unanimità – come afferma in un comunicato il Servizio per l’informazione e la comunicazione istituzionale del Comune di Noto- quale componente dell’ufficio di presidenza della medesima associazione (composto dal Presidente, da due vice presidenti e due componenti del direttivo nazionale)”. Si tratta di un incarico che ha origine dall’impegno profuso da Valvo, sin dal suo insediamento, nella battaglia contro le trivellazioni gas-petrolifere che la Panther Oil intende eseguire nell’area del Val di Noto, già dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Un’area stracolma di ricchezze ambientali, culturali, archeologiche, storiche, architettoniche, naturalistiche e biologiche, che un vasto movimento di cittadini e associazioni, con in testa il Sindaco, sta cercando di difendere da uno scempio di dimensioni abnormi, da un “sacco barbarico” dettato da preoccupanti e squallide logiche di profitto.
Il riconoscimento dato a Corrado Valvo ha anche un altro significato, legato ad una situazione particolare che si è venuta a creare a Noto negli ultimi tempi. Accanto al Comitato per il No, che da tre anni si mobilita quotidianamente per respingere l’assalto dei petrolieri, di recente è sorto anche un Comitato per il Sì, di cui uno degli esponenti maggiori (ma il numero di aderenti è davvero più che esiguo) è Raffaele Leone, ex sindaco della capitale del barocco. Dopo il flop imbarazzante vissuto in occasione della conferenza del Sì (andata praticamente deserta), in cui i sostenitori delle trivellazioni e la Panther dovevano spiegare alla cittadinanza le proprie ragioni, Leone non ha smesso di esprimere il proprio consenso appassionato nei confronti del progetto dei petrolieri americani, attaccando duramente i rappresentanti del No-triv e cercando di smentire il fatto che, in caso di realizzazione delle attività di prospezione, l’Unesco priverebbe Noto dello status di patrimonio dell’umanità, decretandone l’uscita dal suo programma di tutela speciale. Smentita impossibile, poiché il fatto esiste davvero. L’Unesco, infatti, ha già affermato più volte, pubblicamente, che le trivelle per Noto significherebbero uscita dal prestigioso programma di tutela.
Una prospettiva che manderebbe in frantumi le grandi opportunità che la città, forte anche della riapertura della sua Cattedrale e della scelta di molti operatori economici locali di puntare sul turismo e sull’agricoltura biologica di qualità, potrà cogliere nei prossimi anni. Essere patrimonio dell’umanità significa rilanciare Noto sul piano internazionale, creare un indotto che, se sapientemente sfruttato, porterebbe occupazione e ricchezza, mantenendo immutato il suo meraviglioso patrimonio ambientale e culturale. Il riconoscimento conferito all’attuale sindaco, Corrado Valvo, rappresenta dunque la migliore risposta a Leone ed alle sue superficiali affermazioni (“E’ perciò una balla che questo organismo internazionale (l’Unesco, ndr) abbia mai preso in considerazione l’idea di escludere Noto nel caso in cui venissero fatte trivellazioni di idrocarburi”). Molto importante è anche l’annuncio fatto il 15 dicembre dal direttore generale dell’Unesco, Francesco Bandarin, relativamente al protocollo d’intesa che la stessa Unesco ha firmato con la Shell, la quale ha rinunciato “ad eseguire trivellazioni ed ispezioni nei territori dei siti unesco, auspicando che tale impegno venga seguito da tutte le altre aziende”.
Sempre
il sindaco di Noto, Valvo -come si evince dal comunicato diffuso dal Comune- ha
poi invitato il governo e, in particolare, il ministero dell’Ambiente, ad
assumersi l’impegno di valorizzare il territorio per renderlo compatibile con
il tipo di sviluppo culturale scelto dal Val di Noto. A tal proposito, il
sottosegretario con delega all’Unesco, Mazzonis, ha garantito l’impegno del
governo alla valorizzazione di Noto e del suo territorio, ricordando
l’istituzione “del treno barocco che vede proprio Noto al
centro del percorso dei luoghi del barocco siciliano”. Più di una risposta,
quindi, a chi sostiene un comitato, quello per il Sì, che rappresenta
l’opinione di poche sparute persone e che contrasta con la consapevolezza,
sempre più diffusa nella città del barocco e non solo, della necessità di
costruire un futuro pulito ed eco-sostenibile, esigenza che la gente
dell’intera provincia siracusana, dilaniata da un modello industriale
fallimentare, sente come primaria ed irrinunciabile.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
15/12/2007
Incredibile ma vero:
Legambiente ha scoperto che il Piano regionale contro l’inquinamento
atmosferico della Regione Sicilia è interamente copiato da quello del Veneto-
Un atto che rivela gravissime responsabilità penali e politiche
L’EROE DEI DUE MONDI
Evviva! Mai come oggi noi abitanti delle due regioni più distanti d’Italia siamo stati così vicini: i “siculo-veneti”. Un solo popolo, una sola etnia, identiche esigenze climatico-ambientali. Che beffa per Peppino Garibaldi, proprio nell’anno del suo bicentenario! Chi l’avrebbe detto che Totò vasa-vasa avrebbe completato l’opera, incompiuta secondo i più, iniziata dal Generale? Unire gli italiani dopo l’Italia? Eppure, scherzi a parte, qualcuno sa dirci cosa c’entra il Piano regionale di coordinamento per la tutela della qualità dell’aria della Sicilia con quello del Veneto? Le due Regioni stanno nello stesso Stato. E fin qui, siamo tutti d’accordo. E’ vero che qualche pezzo montano del Veneto -da Lamon a Cortina e tra poco a Sappada- corre a frotte alle urne referendarie per fare il proprio bagaglio e spostarsi in Trentino o in Friuli. E’ vero anche che in Sicilia sembra vigano altri ordinamenti oltre a quello statale e c’è pure qualche burlone provocatore statunitense che rivendica nella regione il suo 51° Stato. Ma che sino ad oggi, salvo cambiamenti dell’ultima ora, Veneto e Sicilia appartengano allo Stato italiano non c’è motivo di dubitarne. Ma le emissioni atmosferiche delle due regioni sono identiche? E il Piano per programmare e pianificare gli interventi di risanamento contro l’inquinamento atmosferico e per la tutela della qualità dell’aria è frutto della stessa mente? Sembrerebbe di sì. Solo che la cialtroneria ha avuto il sopravvento sulla furbizia truffaldina. E il piano, quello vero, è stato scoperto.
Qualche giorno fa, quasi in sordina, passa la notizia che il Piano della Regione Sicilia, approvato lo scorso mese di agosto con decreto dell’assessore regionale per il territorio e per l’ambiente Rossana Interlandi ed entrato in vigore il 14 settembre, somiglia un po’ troppo a quello della Regione Veneto, a suo tempo bocciato dall’Unione Europea perché non prevedeva tutte le emissioni atmosferiche nel territorio. Ne è anzi una fedelissima fotocopia. Vi si legge la parola “bacino aerologico padano”, si parla di Consiglio regionale, si sottolinea che la quota maggiore di inquinamento proviene dal riscaldamento domestico, a causa del “rigido clima dell’isola”, individua piste ciclabili inesistenti nell’isola. E via dicendo. Qualcuno di Legambiente ha un sospetto, si collega al sito della Regione Veneto e, messi di fronte i due testi, si accorge che sono identici. Copia e incolla è il nuovo sistema degli anni duemila all’insegna di internet. Così succede che il Piano del Veneto -di per sé insufficiente secondo il giudizio della UE- venga trasferito alla bisogna per diventare il Piano della Sicilia. Ma in Sicilia, obiettivamente, non c’è una fetta del territorio che possa chiamarsi “padana”; in Sicilia non esiste il Consiglio regionale ma l’Assemblea Regionale Siciliana; in Sicilia, fino a prova contraria, il “rigido clima” non ha ancora intaccato gli aranceti né ha fatto partire al massimo regime i termosifoni delle famiglie.
Ci chiediamo in che cosa sia consistito il lavoro di due dirigenti dell’ARPA regionale, tre dirigenti dell’assessorato e quattro docenti universitari per stendere un Piano che è stato trasferito di peso dal sito della Regione Veneto a quello della Regione Sicilia. Avessero almeno eliminato qualche locuzione fuorviante, nessuno, forse, se ne sarebbe accorto. Macché: con sommo sprezzo del pericolo informatico e informativo hanno persino indicato il link originale da cui hanno attinto (http://serviziregionali.org/prtra/files/33/prtra/PRTRA-04.htmil). Era appunto il sito della Regione Veneto. Una sfida all’affidamento collettivo. Alla cialtroneria non c’è mai fine. Alla cialtroneria e alla sciatta provocazione. Ma che dire della falsità in atto pubblico? Perché è di questo che, in soldoni, pensiamo si tratti. L’assessore regionale -messo allo scoperto- promette un’inchiesta interna. Per stabilire cosa? Punizioni, riduzioni di stipendi, sanzioni economiche, sospensioni dall’esercizio delle funzioni? E nel frattempo cosa dovrebbe limitarsi a dire la comunità siciliana, considerando che i propri rappresentanti istituzionali stavano per appiopparle un Piano falso e magari progettando sulle falsità studi strategici o interventi di un certo valore economico? E chi ha avuto l’incarico istituzionale di trasfondere in un decreto quel Piano falso -cioè lo stesso assessore che promette inchieste interne- cosa dovrebbe fare nel frattempo?
Restare a scaldare la poltrona in attesa che la buriana si plachi e si dimentichi il fatto? Perché un fatto c’è. La notizia del fatto è stata trasmessa e si è diffusa nella stampa nazionale. Si potrebbe fare un passo avanti e accertare delle responsabilità precise? Cosa dice di tutto questo, per esempio, il presidente Cuffaro? Perché è evidente che sulla questione, essendo il presidente della Giunta, ha voce in capitolo. Stiamo parlando di responsabilità politiche e istituzionali, a pensare bene. Ma visto che a pensar male qualche volta ci si azzecca, anche di possibili responsabilità penali. Per quel Piano sono stati programmati o addirittura investiti denari pubblici? Se sì, a quale titolo, visti i risultati? E quel Piano, una volta divenuto decreto con tanto di pubblicazione sulla Gazzetta siciliana, a cosa dovrebbe servire? A dire che i siciliani stiano tranquilli, il bacino aerologico padano della Sicilia non crea preoccupazioni o che le piste ciclabili non ci sono ma ci saranno? Ma, soprattutto, che se bisogna prendersela con qualcuno per l’inquinamento dell’aria, facciano addirittura mea culpa gli stessi cittadini siciliani, che usano senza limiti e remore i termosifoni delle loro case a causa del clima rigido dell’isola mediterranea, mentre nulla da eccepire, per esempio, sull’inquinamento industriale delle fabbriche chimiche del triangolo Priolo-Melilli-Augusta?
Ci
piacerebbe sapere se non possa ravvisarsi, nella circostanza, un comportamento
non proprio in sintonia con le norme penali dello Stato italiano (queste sì,
uguali per ogni regione) e che ne fossero individuati, con nomi e cognomi, i
responsabili. Ma anche ammesso (e niente affatto concesso) che nulla di
penalmente rilevante possa nel caso configurarsi, chi risarcirà i siciliani per
bene dell’ennesimo danno morale e d’immagine perpetrato ai loro danni? Non
è forse questo uno sfregio alla Sicilia di gravità per certi versi pari alle
ruberie e alla corruttela? Non era bastato il Governatore con la coppola che
irride ai morti ammazzati per mafia o che invade i muri dell’Isola con i
manifesti 6 x 3 “La mafia fa schifo” per giunta a spese dei contribuenti?
Non è più accettabile che comportamenti fatti passare come istituzionali
possano passare indenni, mentre tutto il danno che è loro conseguente debba
essere scaricato sulla cittadinanza. Ci piacerebbe avere una risposta.
Citto Leotta e Silvia Manderino –Liberacittadinanza Acireale e Venezia
Qualcuno,
come Casini, prova nostalgia per il nucleare, abolito in Italia dal referendum
del 1987- Oltre al problema delle scorie, visto lo stato dei controlli e del
rispetto delle norme in Italia, cosa accadrebbe in caso di incidente?
PERICOLOSE,
IMMOTIVATE NOSTALGIE PER
IL NUCLEARE
La terribile strage dell’acciaieria di Torino ha fatto nuovamente emergere il problema della sicurezza nei luoghi di lavoro. Ogni giorno si verificano incidenti mortali dovuti al mancato rispetto delle norme sulla sicurezza negli impianti. La famigerata linea 5 dello stabilimento della TyssenKrupp ha prodotto morte e orrore, dolore e tragedia. Immaginate cosa sarebbe accaduto se si fosse trattato di un impianto nucleare. Già, perché in questi ultimi tempi si parla tanto della necessità di “modernizzare l’Italia”, sviluppando fonti energetiche alternative che possano ridurre l’utilizzo di combustibili fossili. Si parla dell’importanza di scegliere, si afferma con stizza che non è possibile sottomettere un Paese ai no continui di un ambientalismo definito “radicale”. E così, oltre a rigassificatori, inceneritori, ecc. qualcuno comincia a vivere pericolose nostalgie, rispolverando l’idea del nucleare, della modifica della linea sancita dai cittadini italiani, esattamente 20 anni fa, quando dissero no all’atomo, attraverso il referendum dell’8 e 9 novembre 1987. Un no nettissimo con percentuali che raggiunsero l’80%.
Il politico che più di tutti si presenta come l’alfiere del ritorno al passato è, senza dubbio, l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, il quale, in occasione del ventennale del referendum, ha affermato di essere “un nuclearista convinto” e di voler rilanciare, anche attraverso un percorso parlamentare, l’idea nucleare in Italia, puntando su un nucleare pulito e sicuro, che sia in grado di far uscire il Paese dal rischio di trasformarsi in un’area di sottosviluppo industriale. Per Casini il ricorso all’atomo è l’unico modo per far fronte al fabbisogno energetico dell’Italia, riducendo i costi elevati per l’energia che le imprese devono affrontare quotidianamente. Peccato, però, che Casini finga di non sapere che il nucleare sicuro e pulito non esiste. Il leader dell’Udc ha sostenuto pubblicamente che il referendum fu vinto dal No sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl e che per fare andare avanti una nazione bisogna avere il coraggio di fare scelte impopolari. Già, ben detto. Impopolari come il decreto Marzano, fatto dal governo Berlusconi, di cui l’Udc era parte attiva, che stabiliva che le scorie radioattive (250 tonnellate) esistenti tuttora in Italia, in quanto eredità della passata attività nucleare, dovevano essere destinate e depositate a Scanzano, in Basilicata, dove i cittadini diedero vita ad una grande protesta che fermò la malsana idea dell’esecutivo berlusconiano.
Una scelta assurda che intendeva condannare un paesino ed una regione ad un futuro di malattia e morte. Perché è risaputo che le scorie nucleari hanno un impatto radioattivo sull’ambiente che dura per mille anni, contaminando tutto quello che c’è intorno. Eppure c’è chi ha fretta, c’è chi ha interessi economici enormi, c’è chi vuole ripristinare le centrali, spacciandole per sicure, nonostante il numero di incidenti ed esplosioni, nelle aree che hanno sviluppato il nucleare, negli anni siano stati tantissimi. Non solo Chernobyl, anche se basterebbe a far capire quanto devastanti e infinitamente durevoli possano essere per l’ambiente e, soprattutto, per gli esseri umani i danni prodotti da un incidente in una centrale di questo tipo. Per non parlare del fatto che, oltre all’Italia, uscita per prima dal programma nucleare, numerosi Stati europei hanno già predisposto la strategia di uscita: la Germania, ad esempio, ha già iniziato il programma di dismissione delle centrali, decidendo di investire enormi risorse nel fotovoltaico (energia solare), che rappresenta, oggi, la fonte energetica destinata a dominare il futuro, con un impatto praticamente nullo sull’ambiente. Le strategie di uscita sono dovute al fatto che, oggi, l’energia nucleare copre appena il 15% del fabbisogno energetico mondiale, una percentuale destinata a scendere ancora nei prossimi anni.
Inoltre, non diminuiscono (anzi aumentano) i problemi relativi alla gestione delle scorie e al rischio di attacchi terroristici alle centrali, oltre al proliferare di Paesi impegnati ad utilizzare l’energia atomica per costruire armi dal potenziale distruttivo immenso. Insomma, in Italia c’è chi propone il nucleare, proprio mentre si sta avviando al suo declino. Anche il mondo scientifico si è spaccato. Veronesi è per il ritorno al passato, mentre il premio Nobel, Rubbia, è per lo sviluppo delle fonti energetiche pulite, prima fra tutti l’energia solare. In conclusione, visti i drammi di questi giorni, al di là del dibattito sulla sicurezza teorica di un impianto, che sia una centrale nucleare o un rigassificatore, vanno fatte alcune brevi considerazioni. E’ evidente che l’Italia ha bisogno di creare un sistema energetico che prediliga le fonti rinnovabili a basso o nullo impatto ambientale e che riduca le emissioni di CO2. L’energia nucleare è una fonte pulita, che non ha emissioni nell’atmosfera, ma presenta un fattore di inquinamento insopportabile, che è rappresentato dalla gestione delle scorie. In Italia, ci sono ancora numerose ex centrali (Trino Vercellese, Latina, Caorso, Garigliano) e impianti per il trattamento del combustibile (Saluggia, Rotondella, Roma, Bosco Marengo), al cui interno si trovano ancora rifiuti radioattivi che non si sa dove collocare.
In più, c’è un altro fattore insostenibile: il rischio incidenti. La sicurezza fisica della gente e dei lavoratori non può più essere messa, come avveniva in passato, in secondo piano. Anche l’impianto ritenuto più sicuro al mondo può subire un incidente, specialmente considerando la carenza di controlli e il mancato rispetto delle norme di sicurezza in Italia, e se ciò avvenisse con una centrale nucleare o con un rigassificatore i danni sarebbero incalcolabili ed irreparabili. Nel caso del nucleare, poi, a ciò si aggiunga il rischio dell’illegalità diffusa nell’ambito di certi gruppi economici e finanziari, che potrebbe portare ad uno smaltimento clandestino dei rifiuti radioattivi, con effetti terribili per l’ambiente e per le persone. La gente è stanca di morire di cancro e di leucemia in nome di uno sviluppo che porta vantaggi solo ai grandi manovratori dell’industria e della finanza, gli stessi che, quando avviene un incidente, tacciono o si sottraggono immediatamente alle proprie responsabilità. I tanti no urlati dalle associazioni ambientaliste spesso sono l’unica salvezza del popolo dalle aggressioni violente di ricchi affaristi senza scrupoli.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
08/12/2007
L’intera isola è
attraversata da una grave situazione di emergenza, con crescenti quantità
d’immondizia che non si sa come smaltire- Livelli infimi di differenziata,
cattiva gestione degli Ato e discariche abusive sono i mali da combattere
RIFIUTI
IN SICILIA: E’ALLARME ROSSO
Il crollo rovinoso dell’intera intelaiatura del piano regionale per l’emergenza rifiuti sta travolgendo il sistema ambientale dell’intera isola, soffocando i territori urbani con enormi e crescenti quantità di immondizia che non si sa più come smaltire. L’allarme rosso è scattato nella quasi totalità dei comuni siciliani dove la situazione è più grave di quella esistente nel 2002, quando Cuffaro, nella qualità di commissario straordinario, adottò e diede avvio al piano. A distanza di cinque anni i rifiuti solidi urbani smaltiti in discarica sono ancora oltre il 90%, mentre la raccolta differenziata, che avrebbe dovuto attenuare il volume dello smaltimento, favorendo il riutilizzo, la trasformazione e il riciclaggio della parte recuperabile (plastica, carta, vetro, parte umida per il compost per uso agricolo, ecc.), ha raggiunto il livello infimo del 6,7% a livello regionale; la percentuale più bassa tra le regioni italiane, lontanissima dall’obiettivo fissato per il 2008 del 35% e anni luce dal 60% fissato dall’Europa entro il 2011. La principale ragione del fallimento risiede nella scelta, fortemente voluta da Cuffaro, di privilegiare la logica dell’incenerimento dei rifiuti, dando via libera alla costruzione di 4 grandi termovalorizzatori, sovradimensionati e, quindi, destinati a bruciare in modo indiscriminato la quasi totalità dei rifiuti solidi urbani, con buona pace degli obiettivi della raccolta differenziata.
Un vero affare solo per il trust imprenditoriale della termovalorizzazione (Falck in testa); un danno intollerabile alla salute dei cittadini e all’ambiente. Solo così si possono spiegare le inadempienze gravissime nell’avvio del ciclo integrato dei rifiuti, previsto dal decreto Ronchi (D.Lgs. 22/97): quasi inesistenti i centri comunali di raccolta, per selezionare e smistare la differenziata; appena due gli impianti di compostaggio per la parte umida sui circa 35 previsti. La stessa drastica riduzione del numero delle discariche abusive (da circa 300 a poche decine), in assenza del mancato decollo del ciclo integrato dei rifiuti, non ha prodotto effetti positivi. Una situazione di totale inefficienza, rispecchiata nel quasi totale immobilismo dei 27 Ato, le società che a livello territoriale dovevano gestire, come strumenti di pianificazione, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Organismi che hanno realizzato solo un obiettivo: bruciare enormi risorse pubbliche per garantire i compensi a qualche centinaio di consiglieri dei Cda e ai Presidenti. Un quadro di riferimento che grava sulla realtà dei territori provinciali e rende parossistica la situazione. Così, in provincia di Siracusa, che ha il misero primato di una differenziata attorno al 5%, con il capoluogo, città d’arte, attorno al 2,8%, la situazione nei 21 comuni è quasi insostenibile.
Le discariche a norma sono quasi tutte esaurite o in via di esaurimento. I comuni della zona montana solo in extremis hanno trovato un momentaneo sbocco nella discarica quasi colma del comune di Solarino. La patria del ciliegino, Pachino, solo da qualche settimana sta potendo usufruire di un parziale allargamento della propria discarica, mentre il resto dei comuni, compresa la città di Siracusa, che fino al luglio scorso hanno dovuto conferire i rifiuti nella discarica di Motta S. Anastasia, oggi si avvalgono del nuovo impianto di Costa Gigia, in territorio di Augusta, gestito da un’ATI privata, la Greenambiente (costituita dalla nordica Cogema e dalla locale Ekotrans), che dovrebbe garantire una situazione stabile per i prossimi tre anni. Ma l’utilizzo di Costa Gigia, per gli alti costi di conferimento imposti dalla società Greenambiente (92 euro per tonn., contro gli 80 di Motta S. Anastasia, già elevati), costituisce un pesante incremento dell’esposizione finanziaria, che si scarica sui cittadini con l’aumento delle tasse sui rifiuti. Il comune di Siracusa ha già provveduto ad aumentare del 30% le bollette della TARSU.
Solo
ora, su iniziativa dei sindaci pressati dal malcontento popolare, i
“carrozzoni” dell’Ato rifiuti (due per Siracusa: SR1, per i comuni
dell’area di sud-est, e SR2, per Siracusa e gli altri comuni della provincia),
stanno tentando di avviare una pianificazione comprensoriale per individuare
aree idonee per discariche consortili, e, dopo anni di inerzia, scelte di
comunicazione che incentivino lo sviluppo della raccolta differenziata.
Utopistico appare però immaginare uno sviluppo di una razionale raccolta dei
rifiuti che renda partecipi i cittadini e che, attraverso l’incremento della
selezione differenziata dei rifiuti, favorisca bollette meno esose. Rimangono
aperti problemi di efficienza e di un controllo dal basso anche dei contratti
d’appalto con le società private che gestiscono la raccolta e lo smaltimento
dei rifiuti (spesso, come avviene da decenni a Siracusa, affidate in regime
permanente di proroga alle stesse aziende, nonostante disfunzioni e
inefficienze).
Salvatore Perna –ilmegafono.org
Nel
processo che mira ad accertare le violazioni delle norme ambientali nella
costruzione del “Rocco Forte Golf Resort” di Sciacca (Agrigento),
Legambiente Sicilia e Wwf sono state ammesse come parte civile
PROCESSO
AL GOLF: AMBIENTALISTI PARTE CIVILE
Pochi giorni fa, Legambiente Sicilia e Wwf sono state ammesse come parte civile al processo finalizzato ad accertare la violazione delle norme paesaggistiche ed ambientali nella costruzione del “Rocco Forte Golf Resort” di Sciacca (Agrigento), un lussuoso complesso golfistico comprendente tre campi a 18 buche, un centro congressi, un centro benessere e un albergo di lusso con centinaia di posti letto. La struttura è parte di un progetto globale, predisposto dal precedente governo Berlusconi, che mira alla realizzazione di centinaia di complessi golfistici in tutta Italia. E’ stato l’allora ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Lucio Stanca, amante del golf, presidente del golf club di Porto Cervo, a partorire questa idea, spacciandola per una forma di sviluppo turistico di qualità, capace di portare valanghe di soldi e di turisti nei luoghi del golf. In realtà, si tratta di un grande affare che nasconde gli interessi rilevanti di società immobiliari che usano il golf per realizzare operazioni nell’ambito edilizio, aggirando le norme ambientali e i vincoli urbanistici.
Nella sua strategia, Stanca è stato spalleggiato dall’ex viceministro e attuale deputato regionale di Fi, Gianfranco Micciché. Fu proprio Micciché a presentare, insieme a Sviluppo Italia, un progetto di sviluppo per il Meridione, che portò allo stanziamento per la Sicilia di oltre 200 milioni di euro, di cui una parte consistente (oltre 120 milioni di euro) venne destinata proprio alla costruzione del “Golf Resort” di Sciacca. Secondo i progetti di Stanca, infatti, in Sicilia sarebbero dovuti sorgere cento impianti. E la Regione Sicilia, con il suo presidente della Regione, Totò Cuffaro, appoggiò con entusiasmo questo progetto e vi contribuì economicamente, stanziando oltre 15 milioni di euro per la costruzione dell’impianto di Sciacca. Soldi pubblici destinati ad alimentare un tipo di turismo ristretto solo ad una certa fascia di utenti, con una scarsissima capacità di creare indotto, anche per la carenza di infrastrutture, e con un impatto ambientale notevole.
Già, perché nonostante l’immagine del campo da golf sia quella di un percorso “verde” immerso nella natura, in realtà esso richiede l’abbattimento di alberi per fare spazio al “green” e soprattutto una incredibile quantità giornaliera di acqua. Un campo a 18 buche, infatti, necessita di ben 50-60 ettari di terreno e di circa 2000 metri cubi di acqua al giorno (pari al fabbisogno quotidiano di un comune di 9000 abitanti), in una terra come la Sicilia, in cui la disponibilità di risorse idriche è scarsissima ed intere province, soprattutto nell’entroterra, ricevono l’acqua tre giorni a settimana. Gli impianti, tra l’altro, vengono inseriti in contesti naturalistici e paesaggistici importanti, modificandone irreparabilmente la morfologia ed il naturale sistema idrogeologico. Una scelta, dunque, che definire folle è atto di gentilezza. Siamo davanti ad un attentato all’ambiente, in zone di elevato prestigio ecologico.
L’area in cui è prevista la nascita del “Golf Resort” di Sciacca, oltre ad essere molto vicina alla splendida fascia costiera del centro agrigentino (cosa che richiede la verifica delle obbligatorie distanze dal mare), è un’area Sic (Siti di interesse comunitario), vale a dire una zona che dovrebbe essere protetta, perché ritenuta eccellente sul piano delle ricchezze ambientali. E per far ciò, esistono degli strumenti di legge. Innanzitutto la Via (valutazione d’impatto ambientale), quindi la valutazione d’incidenza (necessaria per i Sic) e le autorizzazioni: tutti passaggi di legge che l’impresa di costruzione avrebbe dovuto effettuare. Invece, si scopre che il “Golf Resort” di Sciacca è assolutamente fuorilegge. Questo grazie alla formula del silenzio-assenso della Commissione Regionale per l’Ambiente, che, come altre volte avvenuto negli ultimi anni, non ha manifestato alcuna opposizione o anche parere rispetto ad uno scempio tremendo nel cuore della Sicilia.
Per fortuna, Legambiente Sicilia e il Club Alpino Italiano, nel settembre del 2006, smascherarono il fattaccio, denunciandolo alla Procura di Sciacca, che dispose immediatamente il fermo dei lavori. Quindi, nel luglio scorso, dopo le proteste degli operai finiti in cassa integrazione a causa della sospensione delle attività, il dipartimento regionale Territorio e Ambiente ha emanato il provvedimento di verifica di compatibilità ambientale e di incidenza, che ha portato alla revoca della sospensione, permettendo al gruppo Rocco Forte di riprendere i lavori e scatenando l’entusiasmo di Cuffaro e dell’assessore all’Ambiente, Rossana Interlandi. L’attività della Procura, però, non si è fermata: così, negli ultimi due mesi, i vertici della società Rocco Forte sono stati chiamati in giudizio (previsto in questi giorni) a rispondere di violazione in materia di tutela dei beni artistici e culturali e violazione del codice della navigazione.
A
novembre, poi, la Procura di Sciacca ha disposto il sequestro di
tutti gli atti e i documenti riguardanti le autorizzazioni rilasciate alla
società Rocco Forte, relativamente alla costruzione del “Golf Resort”. Una
misura necessaria per meglio verificare l’iter irregolare seguito dalla società
di costruzione ed avallato silenziosamente dagli interlocutori istituzionali
competenti. La recente notizia dell’ammissione di Legambiente Sicilia e Wwf al
procedimento in corso rappresenta un primo importante passo verso
l’accertamento delle responsabilità, nella speranza che si possa arrivare
alla sospensione definitiva di un progetto insensato che, già in questa prima
fase di realizzazione, ha prodotto la distruzione di ettari di terreno,
stravolgendo il patrimonio naturale di un’area splendida e piena di importanti
risorse ambientali.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
01/12/2007
Decine di
fenicotteri sono morti, lungo il delta del Po, per saturnismo, vale a dire
avvelenamento da piombo- Questi bellissimi volatili hanno ingerito i pallini di
piombo contenuti nelle cartucce sparate dai cacciatori
UNA
MORTE ATROCE AL GUSTO DI PIOMBO
Decine di carcasse di fenicotteri sono state rinvenute lungo il delta del Po. Dalle autopsie i veterinari hanno stabilito che la causa della morte è il saturnismo, cioè l’ingestione di piombo. I fenicotteri immergendo il becco nel fango aspirano acqua e plancton che poi filtrano in bocca. I pallini di piombo delle cartucce da caccia vengono ingeriti insieme al plancton e stanno causando decine di decessi. Il problema dell’utilizzo di piombo nei bossoli era già arrivato a Palazzo Chigi. Infatti, il ministro Pecoraro Scanio ha vietato l’uso del piombo nelle cartucce, nelle aree umide italiane, a partire dalla stagione venatoria 2008-2009. Ma nel frattempo, prima che il decreto entri in vigore, gli animali continuano a morire. Ci si potrebbe chiedere come è possibile che nel fango ci sia una concentrazione di pallini tanto alta da causare la morte dei fenicotteri. La spiegazione è semplice. Per attirare le anatre o gli altri uccelli di passo in quelle zone, i cacciatori mettono del cibo per far avvicinare gli animali ai capanni.
Intorno a questi ultimi, come è facile immaginare, si concentra la maggior parte del piombo, soprattutto in un raggio di circa cento metri. Anche a distanza di giorni, se un fenicottero filtra il fango in quella zona si intossica. Quello che fino a qualche anno fa era un paradiso per questi splendidi uccelli si sta rivelando un inferno. Si comincia a chiedere la sospensione della caccia nelle aree umide o, almeno, l’utilizzo di bossoli senza piombo. Questo fenomeno desta non poche preoccupazioni. È un ulteriore conferma dei disastri che l’uomo sta compiendo nei confronti di Madre Natura. Più che l’unico essere vivente dotato di intelletto, pare un essere goffo e impacciato. Un animale che agisce senza pensare alle conseguenze delle sue azioni. Se ne va a caccia seminando piombo ovunque spari, senza pensare allo squilibrio che sta creando in quella zona. La natura continua a comportarsi come ha sempre fatto, ma l’uomo modifica le condizioni, deturpa il paesaggio e le conseguenze si manifestano subito. È il caso per esempio dei piccioni che vanno ad impattare contro le vetrate dei grattacieli.
Tali edifici, infatti, specie quelli di ultima generazione, sono stati dotati di particolari tecnologie che colorano di verde le vetrate. L’ignaro animale vi va ad impattare convinto magari che si tratti di un albero o di un bosco. Ma il caso della moria di fenicotteri deve far riflettere soprattutto sulla caccia. Prendiamo in considerazione la caccia nelle aree umide, come nel caso del delta del Po. I cacciatori attirano praticamente sotto il tiro delle loro armi gli uccelli con becchime e cibo di vario genere. Ci chiediamo allora che cosa ci sia di sportivo nel tirare ad un bersaglio, se così vogliamo chiamare un animale, che si trova a cinquanta metri. Capisco la caccia di chi in una giornata gira molti chilometri, a volte anche senza sparare. Ma la caccia dei capanni e del passo, degli appostamenti, mi pare francamente inutile e incomprensibile. Lì sì che parlerei di sterminio gratuito, non è più una sorta di competizione tra uomo, cacciatore e preda. In quel caso vince solo la tecnologia, viene meno cioè quello spirito di lotta che dovrebbe animare i veri appassionati.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Dopo il fallimento
dell’incontro del 15 novembre, organizzato dai sostenitori del Sì alle
trivelle, il fronte del No non deve fermarsi- Ora bisogna pretendere che la
Regione approvi la promessa legge
per fermare le trivellazioni
E
ADESSO CHE PARLINO LE LEGGI
Ripartiamo da Noto, precisamente dall’incontro organizzato dal Comitato del Sì alle trivellazioni petrolifere e gassose in Val di Noto, svoltosi il 15 novembre scorso davanti a circa venti persone, tra cui qualche giornalista, pochi cittadini e qualche consigliere comunale. Una platea minuscola, ancor più se si considera che otto delle venti persone accorse ad assistere all’incontro erano membri del Comitato del No, il famoso No-triv, i quali hanno voluto ascoltare la conferenza, resistendo stoicamente alle provocazioni continue sciorinate dai relatori, quasi tutti di Ragusa, con l’eccezione di un “prestigioso” rappresentante della comunità netina. Si tratta dell’ex sindaco di Noto, Raffaele Leone, il quale ha parlato a lungo senza mai toccare gli argomenti che lo hanno spinto a creare, insieme al fido Corrado Salemi ed a pochi altri, il Comitato per il Si, preferendo caratterizzare il suo discorso con interminabili attacchi denigratori e provocatori nei confronti del movimento Notriv, davanti ad una sala semideserta.
Un fallimento assoluto, una sconfitta pesantissima, soprattutto perché alla conferenza era presente anche Jim Smithermann, il presidente della Panther Oil, la società texana che ha ottenuto dalla Regione Sicilia, nel 2004, l’autorizzazione all’attività di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi e alla conseguente perforazione del territorio. A dare sostegno alla Panther ed al Comitato per il Sì sono rimasti, a parte qualche curioso personaggio netino, soltanto le istituzioni ragusane (Comune, Provincia, Confindustria, Asi) e, incredibile ma vero, i sindacati confederali del capoluogo ibleo, sin dall’inizio schierati a fianco dei petrolieri, in nome di uno sviluppo che va contro il territorio, la gente ed il loro futuro. Una scelta incomprensibile di un mondo, quello sindacale, che nella storia è sempre stato dalla parte del territorio e dei cittadini, del loro diritto a scegliere da sé il tipo di progresso da realizzare. Evidentemente, gli interessi in gioco sono talmente elevati che i sindacati iblei hanno deciso la via più facile, quella del sostegno ai poteri forti.
E hanno sbagliato i loro calcoli, perché l’assenza totale della cittadinanza all’incontro organizzato dai sostenitori del Sì è il segnale importante dell’avvenuta presa di coscienza dei cittadini, sempre più decisi a difendere il proprio territorio ed a scegliere da soli il futuro proprio e dei propri figli. Un risultato straordinario, difficile da immaginare all’inizio di questa battaglia. Un traguardo che è stato raggiunto grazie alle lotte e alle iniziative che, da tre anni, il Comitato No-triv ha portato avanti, con sacrificio, con pochi mezzi e tanti impegni. Un contributo fondamentale, però, lo ha dato anche l’attuale sindaco di Noto, Corrado Valvo, il quale si è intestato la battaglia, non piegandosi davanti alle pressioni della Panther o alle sentenze, coagulando attorno a sé le forze del No-triv e di tutte quelle persone che, pian piano, si sono avvicinate alle loro posizioni. Questa doppia azione ha permesso di far comprendere alla città il disegno malsano che i petrolieri, appoggiati da una Giunta regionale eccessivamente disponibile, vogliono mettere in atto. Ripartiamo da Noto, dunque.
Non
ci fermiamo. Ripartiamo dal fallimento di quella che doveva essere una grande
operazione mediatica per catturare il consenso della gente. Adesso bisogna
insistere, bisogna cominciare a pretendere dalla Regione Sicilia, dalla Giunta e
dall’Assemblea, l’approvazione di quella legge regionale, promessa persino
da Cuffaro, che metta fine definitivamente alle trivellazioni in Val di Noto,
sia quelle già iniziate (a Ragusa) che quelle previste. E’ necessario che il
disegno di legge attualmente in Commissione venga al più presto votato
dall’Assemblea e tramutato in legge, così da formalizzare, in un atto scritto
e avente effetti giuridici, la volontà concreta e manifesta dei siciliani e, in
particolare, degli abitanti del Val di Noto, desiderosi di continuare a guardare
e difendere le proprie bellezze artistiche, archeologiche, paesaggistiche e
ambientali, piuttosto che respirare inquinamento e osservare tralicci e trivelle
che violentano la propria terra, il proprio passato e il proprio futuro. La
Panther farebbe bene a rassegnarsi.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
NUMERI DI NOVEMBRE 2007
24/11/2007
Sulle coste della
Galizia, in Spagna, una petroliera è affondata disperdendo in mare un’enorme
quantità di greggio- I danni all’ambiente sono enormi, ma anche l’economia
della regione risentirà a lungo degli effetti di questo disastro
GALIZIA:
UN DISASTRO DAL DANNO INCALCOLABILE
Nei giorni scorsi, sulle coste della Galizia, nella Spagna nord-occidentale, la petroliera di grossa portata “Prestige” è affondata e la fuoriuscita di greggio ha provocato danni difficilmente sanabili (almeno nel giro dei prossimi mesi) all’ecosistema marino nel quale è appunto avvenuta questa strage ambientale. Il bilancio riporta dati davvero sconcertanti: 300 km di costa inquinati, 90 spiagge ormai invase dal petrolio, un milione e mezzo di mq da sottoporre ad attività di recupero o quanto meno di salvaguardia, ed ora si teme che la “macchia nera” possa estendersi anche alle coste di Portogallo e Francia, adiacenti al luogo dell’impatto. Il danno, oltre che ambientale, è ovviamente anche economico: non solo una gran quantità di greggio è andata perduta, ma le misure di sicurezza ed i provvedimenti materiali da prendere verranno a gravare molto sulle casse del governo spagnolo, che dovrà sborsare circa 42 milioni di euro per poter recuperare il tutto. Riferendoci a fattori ambientali, bisogna dire che il disastro non si è abbattuto soltanto sulle coste e sulle spiagge, causando tra l’altro la morte di molti animali, ma in mare aperto si è diffusa una macchia di petrolio pari a 6000 tonnellate che, ampliandosi, provocherà danni irreversibili ai molluschi delle Rias Baixas, dove si concentrano allevamenti e vivai; a livello ecologico sarà durissimo l’impatto subito dalle isole Cies, patrimonio ecologico nazionale, in cui vivono uccelli e molluschi in via d’estinzione, che ritrovano in queste isole il proprio habitat ideale.
Gli aerei mandati dal governo, in perlustrazione delle zone interessate alla macchia di petrolio, registrano una progressiva estensione di quest’ultima verso nord; vi sono poi macchie disperse, che a causa delle correnti marittime si avvicinano ad importanti riserve naturali come il Finisterrae galiziano e, infine, verso l’isola di Salvoram, nelle isole Atlantiche. Il rappresentante del governo centrale in Galizia, Fernandez de Mesa, ha invitato le popolazioni locali, costituite prevalentemente da pescatori, a mantenere la calma ed aspettare gli esiti della vicenda che, secondo gli esperti, porteranno alla formazione nelle profondità atlantiche di rocce viscose derivanti dalla solidificazione dei combustibili. In tutta risposta i pescatori, sostenuti dalle organizzazioni ambientaliste, hanno costituito un ponte con le loro imbarcazioni affinché si eviti anche il minimo passaggio di sostanze tossiche provenienti dal greggio. Non soltanto i pescatori locali, ma anche l’intera popolazione spagnola è scesa in piazza contro l’impassibilità del governo dinanzi alla disastrosa catastrofe. Ai vari cortei hanno partecipato anche leader politici: emblematico è stato il corteo a Santiago de Campostela, capoluogo della stessa Galizia, dove migliaia di persone hanno manifestato nonostante il temporale.
Le
condizioni metereologiche molto critiche rendono inoltre difficile il lavoro
delle sei navi inviate dal governo spagnolo ad aspirare il petrolio che
galleggia a largo della costa galiziana, per cui si prevedono ulteriori
estensioni della macchia nel corso dei prossimi giorni. E’ evidente che un
disastro ambientale provoca pesanti ripercussioni anche negli altri ambiti della
vita dell’uomo, basti pensare alle polemiche tra i vari partiti sorte in
seguito al naufragio della “Prestige”: esponenti di sinistra che
contestavano il disinteressamento dei politici di destra, a capo della Galizia,
accusati di non aver espresso solidarietà necessaria alle popolazioni colpite
dalla strage. Il problema fondamentale dei paesi mediterranei, o comunque
dell’Europa meridionale, in relazione alle politiche ambientali e alle misure
a salvaguardia dell’ecosistema, persevera nel corso degli anni, con il
risultato che ci si trova sempre ai posti più bassi nelle classifiche europee
per la salvaguardia dell’ambiente. I governi dovrebbero quindi rendersi conto
della gravità enorme di un dissesto ambientale, dal momento che i suoi effetti,
che si protraggono nel tempo, parlando in termini egoistici, vengono a colpire
fondamentalmente gli interessi politici ed economici dell’uomo stesso.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Tre Stati (Giappone,
Norvegia e Islanda) hanno votato no alla moratoria dell’IWC contro la caccia
alle balene- Questi mitici mammiferi grandi ma docili, da sempre massacrati
dall’uomo, rischiano di scomparire per sempre
BALENE:
GIGANTI FRAGILI VERSO L’ESTINZIONE
Megattere, balenottere azzurre, capodogli, balenottere grigie: sono animali affascinanti che da sempre catturano l’attenzione dell’uomo. Davanti alla loro enorme mole, davanti alle evoluzioni che questi animali sono in grado di compiere, l’uomo si è sentito rapito, emozionato e talvolta intimorito, tanto da trasformarli in mostri marini della peggior specie, oppure intenerito dai loro canti che sembrano imitare voci umane. Le balene sono animali assai docili e spettacolari; ogni anno i turisti si riversano a centinaia nei luoghi dove è possibile vederle compiere veri e propri salti, oppure osservarle nel periodo della migrazione. Purtroppo, c’è anche qualcuno che pensa a questi cetacei soltanto come enormi depositi di carne da commerciare: è il caso di Norvegia, Giappone e Islanda, che, al momento della decisione sulla moratoria internazionale da parte dell’IWC (Commissione Baleniera Internazionale) contro la caccia alle balene, si sono dichiarati contrari.
Sono,
infatti, 2000 le balene che vengono uccise da questi paesi ogni anno. Proprio in
questi giorni il Giappone ha spedito alla volta dell’Antartide 8 baleniere per
catturare 50 balene per “scopi scientifici”. La giustificazione si rivela
assolutamente senza fondamento, dal momento che una sola balena di 70-80
tonnellate sarebbe più che sufficiente per molto tempo, per molti esami da
parte di innumerevoli laboratori scientifici. In secondo luogo, lo scopo
scientifico maschera un grande e grave massacro di questa specie di mammiferi
per scopi puramente commerciali, per rispondere alla richiesta che viene da quei
paesi solo per motivi culturali e di conservazione delle tradizioni.
Infatti,
solo l’1% della popolazione mangia attualmente carne di balena (questo sembra
averlo capito l’Islanda, che ha deciso di dire stop alla caccia alle balene
proprio per questo motivo), proprio perché l’abitudine di mangiarla è
completamente decaduta, eccezion fatta per le popolazioni Inuit dell’Alaska e
del Canada del Nord, per i quali la carne di balena è, per necessità, alla
base della loro dieta. Così, l’ormai rara carne di balena finisce inscatolata
come cibo per cani e gatti. A questi stupendi animali è stata riservata una
sorte terribile e incredibile: catturati, macellati e sterminati principalmente
per soldi. Non ci resta che sperare nei tempestivi interventi di Greenpeace e
del WWF e forse nel buonsenso delle nazioni che partecipano alle conferenze
dell’IWC per dire stop alle mattanze dei grandi cetacei: speriamo davvero che
impediscano la scomparsa di questi abitanti del nostro pianeta tanto grandi
quanto preziosi e fragili.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
17/11/2007
Si è tenuto giovedì
15, a Noto, l’incontro organizzato dal Comitato per il Si alle trivellazioni
in Val di Noto,
un incontro che è andato praticamente deserto- Pubblichiamo il comunicato del
Comune di Noto, inviatoci dal No-Triv
CONFERENZA
PER IL SI: UN AUTENTICO FLOP
Giovedì 15 ottobre siamo andati alla Sala Gagliardi consapevoli che i promotori del Comitato per il Si a Noto avessero organizzato tale conferenza con l’obiettivo di dimostrare ai media e alla cittadinanza la bontà ed opportunità del progetto di perforazione della Panther Eureka a Noto, approfittando della presenza in loco del presidente della società Jim Smithermann e del suo staff ragusano al completo. Abbiamo voluto assistere all’incontro per un profondo senso di democrazia, al di là delle divergenti posizioni, con la consapevolezza che in tale circostanza il fronte Notriv sarebbe stato sicuramente oggetto di affermazioni provocatorie e menzognere (come di fatto è successo), ma, sempre per un profondo senso di civiltà ed eticità, avevamo fatto la premeditata scelta di non intervenire né rispondere alle provocazioni, onde evitare di proporre al pubblico il solito spettacolo “indecente” a cui il Comitato del Si cerca da mesi di trascinarci nei vari blog e media locali. Siamo andati con la quasi certezza che gli organizzatori avrebbero fatto di tutto per riempire la sala Gagliardi per dimostrare che il Comitato del Si non è composto solo da tre o quattro persone locali, che hanno sposato la causa dei “legittimi” interessi economici di una società privata, ma che invece ha una grossa fetta della popolazione dalla propria parte.
Ed invece? Ci siamo trovati di fronte ad una Sala Gagliardi semideserta, con qualche consigliere comunale e pochissimi cittadini, se si fa eccezione per i Notriv presenti in congruo numero. La cittadinanza non c’era, così come non c’era un Comitato Sì triv rappresentativo di una qualunque categoria sociale della città! Ed è con grande sdegno civico che abbiamo assistito ad una sorta di comizio elettorale tardivo di Raffaele Leone, che invece di portare il discorso sulle questioni di fondo del problema trivellazioni, ha occupato una scena deserta per un tempo esagerato, la maggior parte dedicato ad attaccare e denigrare il fronte Notriv, dimostrando finalmente alla luce del sole che il Comitato Sitriv a cui ha dato vita insieme a Corrado Salemi e pochi altri, è solo ad uso e consumo di un modo di intendere la politica personalistico e strumentale, dando uno spettacolo triste e desolante della politica locale, non tanto ai cittadini che non c’erano, ma soprattutto al presidente della Panther Eureka, Jim Smithermann, il quale per riuscire ad avere momenti di interlocuzione interessante si è dovuto più volte allontanare e chiamare a parte gli esponenti del fronte Notriv con cui finalmente ha potuto parlare del suo progetto.
Ribadiamo
per l’ennesima volta che il problema non è legato alla Panther Eureka in
quanto tale, ma si tratta di fare una scelta coraggiosa per un diverso
futuro per questa terra. Pertanto rivolgiamo un appello ai rappresentati
politici e sindacali, ai deputati all’Ars, a tutti gli uomini di cultura,
siciliani e non, affinché venga
approvata al più presto una legge regionale che ponga fine alla questione
scongiurando l’inizio di un progetto di ricerca e perforazioni, di cui forse
si intravede un inizio ma non certo un futuro!
Comune di Noto: Gruppo di Monitoraggio sulle Trivellazioni Gas-Petrolifere
La carneficina di animali continua
silenziosa in tutto il mondo: se sulle necessità alimentari si può discutere,
non è possibile accettare massacri terribili per scopi estetici o di lucro- Il caso
limite del cane lasciato morire per “arte”
VITTIME
INCOLPEVOLI DI MASSACRI SENZA FINE
Torturati, seviziati, uccisi. Gli animali subiscono ogni tipo di torto da parte dell’uomo e i motivi sono tanto atroci quanto inspiegabili, talvolta sono frutto dell’insano divertimento di poche persone che purtroppo lasciano segni profondi. L’uomo ha sempre cercato di soggiogare gli animali in tutti i modi possibili, risultando il più delle volte crudele nel vero senso della parola: si parla tanto di etica, di morale e di correttezza, ma non ci si rende conto che maltrattare gli animali è sintomo di contravvenzione alle regole di quella tanto predicata morale sopra citata. Troppe volte, infatti, si ritengono gli animali privi di qualsiasi senso di dolore, di sensibilità ai maltrattamenti, e per questo l’uomo sembra, a volte, non rendersi neanche conto di tutto il male che provoca.
Il problema è venuto a galla in modo evidente nelle ultime settimane, grazie ad alcune petizioni che circolano su internet tramite posta elettronica: la Peta Tv ha diffuso in rete un video shock, in cui vengono filmate le atrocità che gli animali subiscono quotidianamente: alcuni vengono scuoiati vivi per la produzione di pellicce ed abiti in pelle, altri sono costretti ad ingerire sostanze tossiche o veleni per i cosiddetti “test tossicologici”, altri ancora sono oggetto di esperimenti senza scrupoli a servizio degli uomini (video disponibile a questo link: http://www.petatv.com/tvpopup/video.asp?video=fur_farm&Player=wm&speed=med). La cosa che tuttavia ha lasciato sconvolta l’opinione pubblica è una presunta opera d’arte di un tal Guillermo Habacuc Vargas: l’“artista” in questione ha organizzato una mostra esponendo un cane che muore di fame legato ad una corda, dinanzi ai curiosi.
Opera atroce, ma non secondo gli organizzatori della “Biennale Centroamericana 2008” che l’hanno invitato come rappresentante del suo Paese. La decisione ha subito suscitato scalpore ed indignazione non solo tra gli animalisti, ma anche tra la gente comune che, immediatamente, si è mobilitata attraverso una petizione per impedire la partecipazione di Vargas a tale mostra d’arte (per chi volesse firmare, il link da cliccare è: http://www.petitiononline.com/13031953/); l’iniziativa è stata appoggiata da più di duecentomila persone ed il numero è destinato a crescere proprio per la tragica assurdità del motivo per cui essa è nata. Sarebbe necessario, tuttavia, proporre petizioni ed azioni collettive di questo tipo, anche per impedire la caccia ai cuccioli di foche polari, che, per la loro pelliccia pregiata, sono vittime di veri e propri massacri, che hanno messo la specie a rischio estinzione: i cacciatori, dopo aver individuato le prede, fanno in modo di allontanarle dal branco per poi colpirle alla testa; intontite, vengono scuoiate vive e lasciate a morire nell’agonia.
Quel
che manca nella maggior parte delle persone è il rispetto nei confronti degli
animali, considerati in tutto e per tutto a servizio dell’uomo. Pensiamo ad
esempio alle lotte tra pit-bull finalizzate a guadagni lucrosi: cosa ci
guadagnano gli animali, se non ferite e morte? Certo, siamo i primi a servircene
come alimento e fonte di nutrimento, per cui il discorso è molto più complesso
di quanto si possa immaginare, perché entrano in gioco molti fattori e
contraddizioni. Non possiamo pretendere un mondo fatto di vegetariani, né
tuttavia impedire il naturale andamento della catena alimentare; servirebbe, però,
evitare le crudeltà inutili, quelle non guidate da un principio alimentare.
Occorrerebbe, soprattutto, una più accurata ed attenta diffusione di una
cultura dell’amore e del rispetto nei confronti degli animali. Bisognerebbe
lottare con più forza, facendo aumentare le adesioni ad associazioni come Wwf o
Greenpeace e contribuire alla salvaguardia di specie protette, oltre che
impedire il loro sterminio per cause dolose e non naturali.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
10/11/2007
Con il caso delle
Marche, il dibattito sull’energia eolica continua a dividere profondamente il
movimento ambientalista- Sul modello di sviluppo eco-sostenibile, Greenpeace e
Legambiente contro Wwf e Italia
Nostra
SOFFIA
VENTO DI GUERRA TRA GLI AMBIENTALISTI
E’ una vera e propria battaglia intestina, quella che si sta combattendo all’interno del movimento ambientalista. Oggetto dello scontro: la diversità di posizioni sulla questione dell’eolico. Ormai da tempo, le differenti associazioni ambientaliste si schierano su posizioni opposte per quel che riguarda la realizzazione di centrali eoliche sul territorio nazionale. L’ultima fase dello scontro ha preso il via nelle Marche, dove è in programma la realizzazione di otto grandi centrali, previste dal Pear (Piano energetico ambientale regionale). Sette di queste centrali sono concentrate nell’alto maceratese e comprendono zone dell’Appennino e dei monti Sibillini che sono sottoposte a vincoli paesaggistici. In particolare, il dibattito è stato innescato dalla prevista costruzione di due impianti nella valle della Comunità montana di Camerino, su cui insistono diversi Comuni. Nelle Marche si è aperto un altro fronte di una contrapposizione che vede, da un lato, Legambiente e Greenpeace, favorevoli all’eolico, dall’altro, Wwf, Lipu, Italia Nostra ed altre associazioni, contrarie quantomeno a questo tipo di eolico.
Una diatriba che ha conosciuto toni aspri nel momento in cui il ministero dell’Ambiente ha stabilito, con due decreti, una sorta di moratoria nei confronti della costruzione di impianti eolici. Con il decreto legge 251 dell’agosto 2006, il ministero ha infatti vietato la costruzione di qualsiasi tipo di impianto nelle zone SIC (siti di interesse comunitario) e ZPS (zone di protezione speciale). Con il decreto legislativo approvato nel settembre scorso, il ministero ha stabilito l’obbligo della VIA (valutazione d’impatto ambientale) a livello nazionale per gli impianti eolici che superano i 20 Mw, i quali, fino ad allora, erano sottoposti alla VIA a livello regionale, mentre la valutazione da parte dello Stato era prevista solo per gli impianti di potenza superiore ai 300 Mw. La scelta fatta da Pecoraro Scanio aveva trovato il favore del Wwf e di Italia Nostra, mentre aveva scatenato la reazione contraria di Legambiente e Greenpeace. Ed è la stessa situazione che si sta verificando nelle Marche. E’ evidente che si tratta di due visioni opposte del modo di promuovere l’energia pulita. Le argomentazioni non mancano. Legambiente e Greenpeace sostengono che la moratoria fatta dal ministero dell’Ambiente è un gravissimo ostacolo allo sviluppo delle energie rinnovabili ed alla limitazione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera.
Le due associazioni sostengono che l’eolico è la fonte rinnovabile più competitiva e segue già procedure speciali ed adeguate che si basano sulla verifica dell’impatto sulla fauna e sul patrimonio ambientale. Motivo per cui non si comprende la scelta fatta da Pecoraro Scanio, così come non si comprendono le resistenze delle altre associazioni in quel di Macerata. In quest’ultimo caso, poi, lo scontro di questi giorni contrasta con l’accordo che, nel 2005, tutte le associazioni avevano trovato in occasione della prevista realizzazione della centrale eolica di Fiuminata, al confine tra Marche ed Umbria. In quell’occasione, infatti, tutte le parti avevano trovato un accordo, basato su delle regole di eco-sostenibilità dell’eolico marchigiano, uno dei pochi che rientra nell’ambito di una attenta pianificazione regionale. L’accordo prevedeva il rispetto rigoroso dei vincoli ambientali, sulla base di studi condotti da esperti, compresa la valutazione delle rotte migratorie degli uccelli. Le Marche così sembravano una sorta di paradiso e di modello da seguire, con una scelta di politica energetica fatta con il consenso di tutte le associazioni.
Oggi, invece, si scopre che non è così e che la frattura è profonda. Italia Nostra, la Lipu ed il Wwf, pur essendo totalmente a favore delle energie rinnovabili, ritengono che il territorio in questione non possa essere violentato dall’installazione di pali alti oltre cento metri in zone sottoposte a vincolo ambientale ed estremamente ricche sul piano paesaggistico, culturale, vegetale e faunistico. Le associazioni in questione, tra l’altro, denunciano come dietro l’eolico si nasconda un enorme business facilitato dall’assenza di norme e di regole certe, in grado di disciplinare sul piano nazionale una volta per tutte la questione. Accogliendo favorevolmente la moratoria presentata dal ministero dell’Ambiente, dunque, esse ritengono che il progetto del parco eolico nelle Marche debba essere riconsiderato sulla base dei nuovi strumenti normativi in materia approntati dal Governo. Inoltre, si sostiene la possibilità di ricorrere ad altre fonti di energia pulita a minore impatto ambientale, come il cosiddetto “mini-eolico” (cioè impianti non più alti di 20-30 metri che sono particolarmente adatti a zone con velocità media del vento di 6 metri al secondo, come appunto nell’Appennino) o il fotovoltaico (impianto che sfrutta l’energia solare per produrre energia elettrica), oltre a tutti gli strumenti e le azioni che permettono il risparmio energetico, ancora troppo deboli anche nelle Marche.
Ciò
che Wwf, Italia Nostra e le associazioni schierate su tale posizione temono è
la nascita di impianti in zone in cui non vi è alcuna ragione di esistenza di
una centrale eolica, per scarsa presenza di ventosità o per collocazione
geografica, ed in cui la realizzazione avverrebbe soltanto per potersi
accaparrare le royalties pagate dalle imprese. In effetti, solo nel
maceratese sono numerosi i progetti per la realizzazione di impianti. Quello che
si teme, in poche parole, è il fenomeno della “palificazione selvaggia”,
vale a dire la proliferazione incontrollata di centrali eoliche, con impianti
altissimi, che producono un impatto ambientale notevole e dannoso, come peraltro
già avvenuto in diverse regioni italiane, soprattutto in Puglia e, in
particolare, nel foggiano. D’altra parte, è proprio da questa situazione
incontrollata che nasce la moratoria voluta da Pecoraro Scanio che cerca di
rendere meno “permissiva” l’installazione di centrali eoliche. Ancora una
volta, in Italia, le possibilità di incontro e di dialogo tra due diverse
concezioni di sviluppo sembrano nulle.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Attraverso un
comunicato del presidente provinciale e consigliere nazionale, i Verdi di
Siracusa prendono posizione contro l’ingerenza del diplomatico americano,
Moore, sulla scelta di sviluppo della Sicilia che dice no alle trivelle
ACCIDENTE O INCIDENTE DIPLOMATICO?
“E’ legittimo che dicano la loro, non è legittimo che dicano la nostra”. In riferimento alla perforazioni gas/petrolifere in Sicilia, il consulente dell’ambasciata USA, Thomas Moore, interviene in una questione che deve essere affrontata nel dibattito in corso tra le forze politiche siciliane per il “Piano regionale dell’energia” che sta per avere la luce. Vi è un dibattito molto acceso anche per il “Piano energetico nazionale”. La questione non è “il diritto di una impresa a lavorare” (la questione è la stessa anche per l’italiana Eni, o per la Sarcis, la Edison, ecc.), ma il fatto che l’Italia deve rientrare nei parametri per le emissioni di CO2 in biosfera. Se alcune nazioni non hanno voluto firmare il protocollo di Kyoto, né altri protocolli di conferenze successivamente svoltesi, si prenderanno la responsabilità di fronte alle attuali ed alle future generazioni.
L’Italia ha firmato e deve onorare l’impegno preso internazionalmente, anche per evitare sanzioni pesanti che le costerebbero molto più dei presunti guadagni. In Sicilia si produce già molta energia con pochi benefici e molti danni. Qui viene raffinato il 42% della benzina consumata in Italia e da qui transita il 44% del metano utilizzato nel Paese. Ma i ricavi industriali della produzione d’energia non restano in Sicilia; la quota di gran lunga più consistente del gettito d’imposta (6 miliardi di euro all’anno) viene incassata dallo Stato, alla Sicilia viene lasciato ......l’ inquinamento ambientale. La Sicilia “contribuisce” eruttando nella biosfera 30 milioni di Co2 l’anno. La Rete elettrica ad altissima tensione è incompleta; la rete di media e bassa tensione è paradossalmente eccessivamente diffusa nel territorio.
La
corsa pazza della crescita ad oltranza deve essere arrestata poiché, come hanno
detto 2600 scienziati ed economisti (a Rio, Kyoto e Johannesburg), non
è socialmente ed economicamente conveniente. Il paradigma “più
produzione-più lavoro-più consumo danneggia l’economia e l’occupazione
finale. I parametri sistemici dei maggiori e più prestigiosi istituti
(come l’IPPC, premio Nobel assieme ad Al Gore, ed il Rapporto Stern)
dimostrano ormai in maniera inconfutabile quello che sembrava un paradosso degli
ambientalisti: i costi sociali ed ambientali indotti debbono essere considerati
come componente di un intervento sul territorio; la
perdita dei fattori esogeni,
in economia di scala, è
maggiore dei
benefici quando
gli interventi non sono in armonia col territorio.
Paolo Pantano (Consigl. nazion. dei Verdi)
03/11/2007
In alcuni comuni
vesuviani diversi guasti all’acquedotto hanno provocato disagi terribili alle
popolazioni- Ma la cosa più grave è che per un errore tecnico le acque
contaminate si sono mischiate all’acqua potabile
ACQUE
TOSSICHE NEI RUBINETTI DELLE CASE
Nelle scorse settimane, alcuni comuni vesuviani hanno subito evidenti problemi e disagi a causa di alcuni guasti all’acquedotto protrattisi per diversi giorni. Tutto è iniziato, si può dire, già nel mese di settembre, quando nei comuni di San Giorgio a Cremano e Portici la rottura di un condotto importante ha causato la mancanza d’acqua per due giorni; si è ritornati alla normalità in seguito all’intervento dei tecnici che hanno rimesso “a nuovo” la conduttura in questione. La situazione si è mostrata tranquilla nelle settimane successive, salvo alcuni cali di pressione che hanno determinato una più lenta erogazione, senza però causare troppi disagi. Un nuovo grave problema è però insorto intorno al periodo tra il 18 ed il 21 ottobre: i comuni sopraccitati ed i comuni di Ercolano e Torre del Greco diffondono rapidamente la notizia che non sarà possibile per due o più giorni servirsi di acqua se non per scopi igienico-sanitari; dunque, l’acqua non è potabile. Il motivo è stato reso noto successivamente: in seguito ai lavori di riparazione delle condutture, sono venuti a convergere due flussi d’acqua diversi, uno nel quale appunto vi era l’acqua destinata alle abitazioni, l’altro, invece, portava con sé acque non potabili, con sostanze tossiche disciolte (alta componente di fosforo, fluoro e nitrato di calcio). Errori tecnici hanno fatto in modo che questi due flussi si miscelassero, mandando in tilt l’erogazione comunale.
Se comunque il problema ha avuto origine nell’errata disposizione delle tubature, allora vuol dire che esso persiste già da qualche settimana e che, dunque, parte dell’acqua contaminata è stata già bevuta; perché allora la popolazione è stata avvisata soltanto in un secondo momento? Forse gli interessi in gioco erano troppo alti o forse era necessaria una manutenzione più attenta e scrupolosa, d’altra parte l’acquedotto è una componente importantissima nella comunità urbana: la diffusione di sostanze tossiche, infatti, avviene in modo capillare ed esteso, causando danni ancor più gravi di quanto si possa pensare. Probabilmente, la concentrazione di tali sostanze si è manifestata in modo più palese proprio nei giorni in cui sono stati diffusi gli avvisi alla cittadinanza, con conseguente sospensione delle attività scolastiche e lavorative; i violenti temporali, poi, hanno reso ancor più difficile la situazione, provocando allagamenti ed ulteriori guasti alle condutture. Il monito lanciato da tali dissesti idrici è allarmante sotto molti punti di vista: tutto questo fa desumere una mancanza di controllo e manutenzione nel corso degli anni, un utilizzo non sempre “onesto” del denaro stanziato dallo Stato per la salvaguardia degli acquedotti ed uno scarso interesse nei confronti del benessere di tutti i cittadini.
Da notare anche l’avviso inviato dai Comuni ai vari istituti scolastici del territorio: “Le attività didattiche saranno sospese dal 18 fino a nuovo ordine”. Se ne deduce che non si era neanche in grado di conoscere né la gravità del danno né la sua durata. Per ovviare alla difficile situazione, alcune organizzazioni comunali hanno provveduto subito alla distribuzione di bottiglie d’acqua nelle scuole e negli ospedali, i Comuni colpiti hanno messo a disposizione autocisterne presso le quali recarsi per prelevare acqua utile all’uso domestico, mentre alcuni comuni limitrofi, non interessati dal guasto, si sono offerti di “prestare” parte delle loro acque. La non potabilità dell’acqua in comunità urbane piuttosto avanzate denuncia problemi di fondo sempre più profondi, che, andando avanti, diventano ancor più difficili da risolvere. In molti è sorto il pensiero: “Siamo nel terzo mondo”, dal momento che anche adesso l’acqua, che dovrebbe essere una risorsa a disposizione di tutti, non ci sarà fornita con la sicurezza di prima.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Mentre aumentano le
adesioni alla lotta contro i rischi del cambiamento climatico, a Londra, il
sindaco Livingstone ha avviato una serie di iniziative volte a ridurre
drasticamente la percentuale di inquinamento presente nella capitale
IL
FUMO DI LONDRA DOVRA’ SPARIRE
Da qualche anno a questa parte, sentiamo parlare sempre più dell’emergenza climatica: molte persone, anche nel mondo dello spettacolo e della musica (da ricordare il concerto “Live Earth 2007”) stanno cercando in tutti i modi di comunicare al resto del mondo questo gravissimo problema, non rinunciando certo a farsi un po’ di pubblicità mettendosi continuamente in mostra nei concerti, alla televisione, eccetera. Tralasciando che i concerti, i film e quant’altro prodotti da queste persone sono forse solo frutto di ambizioni personali e di tentativi di ottenere una buona fama o di sentirsi la coscienza a posto, questi rappresentano comunque piccolissimi passi verso la risoluzione del problema. Passi più grandi si riusciranno a fare solamente quando i Vip, che si credono facendo così di essere tanto ambientalisti, si accorgeranno che il buco dell’ozono certo non si restringerà se continueranno ad utilizzare il loro jet privato per andare a lavoro, invece di qualsiasi altro mezzo pubblico, e se continueranno ad avere quaranta case con piscina annessa sparse in tutto il mondo. Il buco dell’ozono non si richiude con il pensiero e con un concerto, mi sembra che sia un concetto molto semplice.
C’è qualcuno invece che, pur muovendosi quasi nell’ombra (anzi, sugli autobus), si è dato una mossa e ha preso decisioni drastiche, piuttosto che continuare a lamentarsi. È Ken Livingstone, sindaco di Londra, in carica dal 2000. Prendendo veramente a cuore la questione dell’inquinamento e dichiarandola come sua priorità in quanto sindaco della capitale della Gran Bretagna, ha dato avvio ad un’iniziativa, chiamata “Green Homes Programme”. L’obiettivo dell’iniziativa consiste nel ridurre del 60% le emissioni di anidride carbonica entro il 2050. Per arrivare a questo, i cittadini dovranno cambiare i loro modi di vivere e non necessariamente riducendo la qualità della propria vita. Utilizzando, per esempio, invece di automobili ad alto consumo, gli autobus o la metropolitana per spostarsi all’interno della città, come Livingstone stesso fa, fornendo anche un buon esempio per i cittadini londinesi. Altre iniziative attuate consistono nel riciclare i rifiuti urbani ed utilizzarli come fonte energetica o nel ridurre il consumo energetico nelle case. Recenti studi, infatti, dimostrano che il 40% delle emissioni nocive proviene proprio dalle abitazioni.
Da questi cambiamenti la popolazione non ne uscirebbe certo impoverita: si calcola che, modificando le proprie abitudini di vita in favore di un mondo più verde, la gente risparmierebbe, per esempio, sul carburante delle proprie automobili o sulla corrente elettrica delle proprie case. Per “costringere” i londinesi all’utilizzo di trasporti pubblici al posto di automobili private, il sindaco ha imposto un ticket per l’ingresso delle auto nel centro cittadino, scelta che ha assicurato un taglio pari al 16% delle emissioni nella zona. Grazie a quest’iniziativa, Londra ha già raggiunto record invidiabili. Negli ultimi sei anni è stata l’unica metropoli mondiale dove l’utilizzo di macchine private è diminuito in favore del trasporto pubblico. Così, Livingstone conclude: “Nei prossimi cinque anni Londra deve divenire il primo centro al mondo specializzato nella ricerca e nello sviluppo finanziario sui cambiamenti climatici. Ogni generazione affronta almeno una grande sfida. La sfida del ventunesimo secolo è legata ai cambiamenti climatici. Si tratta di una sfida in cui ognuno può giocare la sua parte e che dobbiamo vincere a tutti i costi. Il mio obiettivo è lavorare con i londinesi per raggiungere questo scopo”. Un sindaco decisamente invidiabile.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
NUMERI DI OTTOBRE 2007
27/10/2007
Con un comunicato a noi inviato, i Verdi di Siracusa annunciano l’approvazione di un emendamento alla “Finanziaria” che istituisce il Parco degli Iblei- Una scelta che permetterebbe di salvare un importante patrimonio
UN
PRIMO DECISIVO PASSO VERSO IL PARCO
Su proposta della sen. Loredana De Petris (Verdi), con cui siamo stati continuamente in contatto, è stato approvato un emendamento nella “Finanziaria” per istituire il Parco degli Iblei come Parco Nazionale. L’emendamento ha la copertura finanziaria del ministero dell’Ambiente. E’ un primo passo, aspettiamo ora che sia approvata definitivamente la “Finanziaria”. Per il movimento dei Verdi questa è una notizia che, intanto, ci inorgoglisce, ma soprattutto è importante per salvaguardare un inestimabile patrimonio di biodiversità e culturale, per le opportunità e vantaggi che ne deriveranno e le occasioni di uno sviluppo in armonia con la natura. L’incuria e l’abbandono delle campagne hanno fatto mancare quella manutenzione e quei rifacimenti che si richiedono, ora si può sperare in un recupero e di salvaguardare e tutelare, da un canto, il preziosissimo patrimonio naturalistico ed antropico ed in particolare la biodiversità e le peculiarità culturali dell’area iblea, ma anche, di puntare sulle particolarità, suggestioni e potenzialità compatibili del territorio, a partire dalla ricchezza ecologica (di quella che è stata definita “Università della Natura”: sorgenti, cave, grotte, boschi, sentieri) e dalla ricchezza etno-antropologica, dalla “storia dei siti”, dai “saperi”, dai “prodotti”, dalle preesistenze e stratificazioni e, quindi, dai grandi patrimoni paesaggistici, storico-archeologici, architettonici.
Dopo
gli anni dello sviluppo caotico e privo d’identità, basato sullo sfruttamento
delle risorse ambientali o sull’abbandono, è ora finalmente di voltare
pagina e puntare con decisione verso un modello economico e sociale che sappia
ricucire il territorio alla propria storia. I tempi sono ormai maturi per
promuovere quello straordinario intreccio tra natura, identità sociale, valenza
artistica, che costituisce il vero valore aggiunto del nostro territorio che è
la creazione di un unico sistema ad elevata naturalità, dove integrare le più
innovative strategie di conservazione dell’ambiente (nella moderna concezione
di rete ecologica di corridoi naturali) con le politiche di sviluppo
territoriale col metodo economico della manutenzione. Il Parco degli Iblei
potrebbe così diventare un vero e proprio laboratorio dello sviluppo
sostenibile, all’interno del quale si potranno promuovere le culture che hanno
permeato l’ambiente e il paesaggio della Sicilia sud-orientale, in modo da
rappresentare e raccordare l’evoluzione della natura e l’attività umana.
L’istituzione del Parco degli Iblei costituisce una formidabile occasione per
ricostruire un’identità culturale nuova, orgogliosa delle proprie radici, ed
è una risposta moderna e innovativa al pericolo dello stupro del territorio per
le paventate perforazioni gas/petrolifere. Istituire un Parco offre innumerevoli
opportunità di sviluppo equilibrato e durevole. Esse sono:
-
Gli strumenti economici (europei, statali e regionali) che ne
certificano la convenienza oggettiva poiché la protezione e
la tutela sono, di per sé, già valore aggiunto, oltre alla
fruizione ecosostenibile delle risorse endogene.
- L’inserimento nei circuiti turistici come è avvenuto per gli altri parchi
nazionali che, da territori pressoché sconosciuti, oggi sono noti in gran parte
del mondo.
-
Le possibilità di usufruire di fondi pubblici (vi sono risorse
finanziarie in via prioritaria per i parchi); le aziende agricole ricadenti
all’interno di parchi, inoltre, con i regolamenti n° 2078 e 2080 del ’92,
godono di una riserva del 30% dei finanziamenti concessi dall’U.E. per
produzioni agricole ecocompatibili e così con i regolamenti n° 1259 del ‘99,
1782, 1783 del 2003 ed il n° 817 del 2004; così anche con i cospicui
finanziamenti del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2007-2013 (circa 3000
miliardi di Euro).
Paolino Uccello e Paolo Pantano (Fed. Prov. Verdi Siracusa)
Il comitato No-triv, nel ribadire la diffusa volontà della gente di procedere verso uno sviluppo“pulito”, rivolge un appello all’Assemblea Regionale siciliana: troverete il testo completo dell'appello sulla nostra pagina “Spaziobianco”
UN
FUTURO ECOSOSTENIBILE PER TUTTA LA SICILIA
E
le trivelle in Val di Noto? “Il
Governatore Cuffaro ha i poteri per intervenire subito e bloccare tutto per
sempre. Meglio un atto preciso e rapido, ora, che imbarcarsi nel varo di una
legge regionale che porterebbe via del tempo. La Sicilia deve decidere. Una
revoca immediata della concessione ad effettuare trivellazioni petrolifere, cui
la recente sentenza del Tar lascia aperta la porta, è un atto indispensabile
per dare un segnale forte e chiaro anche su altre questioni importanti ancora
aperte nell’isola”.
Ora, come si sa, il problema non sono solo i siti Unesco patrimonio dell’Umanità, comunque a rischio, ma è un po’ tutto l’indirizzo di politica del territorio e di politica energetica che è in ballo in Sicilia.Tutto il mondo sta guardando ciò che succede in Val di Noto e aspetta un segnale forte di speranza verso un futuro sostenibile. La smettano di dire che “l’obiettivo è il gas metano da ricercare nelle aree agricole incolte, lontane dai centri abitati...”: in Sicilia tutto ciò che è stato preservato dall’abusivismo edilizio, dalle zone industriali e dalle discariche abusive è diventato prezioso, da non alterare, perché anche il paesaggio culturale è una ricchezza da mettere a valore.
In
Sicilia non ci sono “campagne desolate”, come affermava, impudicamente, l’ex
assessore regionale ai Beni Culturali e Ambientali, Pagano, “dove si può
perforare”. La Sicilia è stata già ampiamente perforata ...anche
nell’anima, e Gela, Milazzo, Augusta sono ferite legate agli idrocarburi e a
quel modello di sviluppo vecchio. La nuova Sicilia può far a meno di pozzi
di gas e petrolio poiché, se vuole, ha già i suoi giacimenti di
risorse che stanno dando i loro frutti. Eccoli:
1)
L’Agricoltura Biologica: La Sicilia ha la leadership dell’offerta di
prodotti biologici con oltre 8.000 produttori (15,7% delle aziende Italiane) sui
51.000 nazionali, seguita dalla Calabria con 6.300 Produttori e dalla Puglia con
5.600 aziende. Il biologico è un settore in forte crescita con un fatturato
complessivo nazionale di 1,5 miliardi di euro, di cui solo in Sicilia
si registrano 200 milioni di euro. E il settore, secondo gli analisti economici, crescerà
ancora.
2)
Il Turismo: Secondo E.N.I.T, così come emerge dalla “Indagine
sul Turismo Organizzato verso l’Italia” dell’estate 2006 viene fuori
che le
“Regioni preferite dai turisti stranieri sono Lazio, Toscana,
Veneto, Lombardia, Campania e Sicilia” e
nel 2005 la Sicilia è stata la Regione con il maggior incremento di attrattività
turistica. Inoltre, il
Mediterraneo è in cima alla classifica mondiale delle mete turistiche con 250
milioni di arrivi all’anno su un totale di circa 800 milioni di spostamenti
nel mondo. La notizia viene dalla “Mediterranean travel association” che ha
stimato un movimento di 400 milioni di arrivi entro il 2025. Non solo.
Attualmente il turismo produce circa il 15% del Pil nei Paesi della sponda sud
del Mediterraneo contro il 5-7% di quelli della sponda nord. Segnali positivi
anche dal Centro internazionale dell’economia del turismo dell’Università
“Cà Foscari” di Venezia, il cui direttore, Mara Manente, fa sapere che
l’economia del turismo rappresenta per tutta l’area del Mediterraneo il
settore con la maggiore capacità di generare occupazione ed entrate fiscali.
3)
L’Agroenergia è il nuovo settore strategico su cui la
Sicilia sta puntando. Dopo i grandi risultati del progetto sperimentale
Fi.sic.a. (Filiera Siciliana Agroenergia) la Sicilia è pronta a passare
alla produzione di energia rinnovabile derivata dallo sfruttamento di materie
vegetali o zootecniche (semi, residui o reflui) e diventare leader in
Europa nella produzione di biodiesel e bioetanolo grazie al sole. D’altronde,
le politiche europee puntano con decisione allo sviluppo delle energie
rinnovabili. Il Protocollo di Kyoto ha fatto impegnare l’Italia a ridurre i
gas serra da combustibili fossili (come il metano) del 6,5 % . La
Sicilia in questo campo, come nel settore dell’agricoltura biologica
e del turismo, può diventare una delle regioni all’avanguardia in Italia.
La Sicilia non può permettersi di sprecare ancora il suo territorio verso
attività che non rappresentano la sua vocazione naturale! Le
attività estrattive checché se ne dica alterano la vivibilità di un
territorio e non a caso. E’ tempo di puntare su ciò che
resta di bello e che si può mettere a frutto per rilanciare l’economia. Anche
per noi Cuffaro, se vuole, può revocare tutto e subito.... ne ha i poteri, ma
ha preferito rimandare all’Assemblea Regionale il varo di una legge
sulla questione ed è per questo che inviamo un appello ai deputati regionali.
Comitato NO-TRIV
20/10/2007
I sostenitori del
rigassificatore che la Ionio Gas intende realizzare nel triangolo industriale
siracusano (Priolo-Melilli-Augusta) passano all’offensiva- Una scelta in
contrasto con l’esito del referendum di Priolo
RIGASSIFICATORE:
TROPPE INCOGNITE SULLA SICUREZZA
Dopo il referendum consultivo (non vincolante) del comune di Priolo Gargallo, che con il 97% dei no degli elettori ha bocciato l’insediamento di un terminale di rigassificazione nel cuore dell’area industriale, e dopo l’annuncio di un possibile nuovo referendum nel comune di Melilli (sul cui spazio territoriale sorgerebbe l’impianto) si intensifica l’offensiva dei fautori del sì. Oltre alla Ionio Gas (la società industriale titolare del progetto), che a due anni di distanza dall’avvio della procedura autorizzativa, pressata dagli eventi, ha deciso di attivare una campagna informativa sul progetto (creazione di un sito internet, depliant, spot televisivi, ecc.), alla realizzazione del rigassificatore danno sostegno i sindacati, minimizzando i problemi di sicurezza posti dall’impianto e enfatizzando gli effetti positivi per l’economia e lo sviluppo della provincia e per il fabbisogno energetico nazionale. Più cauti e timorosi i politici del centrosinistra che, di fronte ad un diffuso orientamento popolare contrario all’impianto, evitano di esporsi; variegata invece l’area del centrodestra, divisa tra chi vuole cavalcare la protesta e chi sostiene baldanzosamente il progetto industriale.
E in contrapposizione ai cittadini e ai comitati che pretendono scelte industriali in grado di garantire sicurezza e compatibilità ambientale, in un territorio ad alto rischio ambientale (come quello dei comuni di Priolo, Melilli, Augusta), devastato dall’inquinamento e largamente contaminato, è nato a Melilli un comitato pro-rigassificatore. Una scelta legittima, che lascia però perplessi per le motivazioni che la sorreggono. Basta scorrere il testo del loro documento per rendersene conto. Si sostiene che senza metano non ci sarà sviluppo, né aria pulita, né risparmio energetico e mancherà il benessere. Costoro liquidano i problemi della sicurezza dell’immanente presenza di tre grandi serbatoi di 450.000 metri cubi di GNL (Gas naturale liquefatto) da riportare allo stato gassoso (12 miliardi di m.c. l’anno) ipotizzando superficialmente garanzie di indistruttibilità dell’impianto (qualunque sia l’evento: naturale, calamitoso o terroristico). Si attribuiscono infine al rigassificatore la proprietà taumaturgica di eliminazione dei problemi occupazionali dell’intero territorio industriale e la previsione accattivante di potere ottenere con la sua realizzazione l’erogazione gratuita del gas metano.
In sostanza le posizioni a favore dell’impianto, comprese quella della Ionio Gas, sfuggono ad un obbligo fondamentale: entrare nel merito del progetto industriale e del rapporto tra questo e la realtà del territorio industriale. Sono infatti queste le obiezioni sollevate dai cittadini di Priolo con il referendum. E’ indubbio che il rigassificatore è un impianto classificato dalla legge 334/1999 a rischio di incidente rilevante; e su questo versante le risposte fino ad oggi fornite sono state insufficienti o reticenti. Le istituzioni hanno glissato sulla corretta applicazione delle norme e sul mancato coinvolgimento del territorio. Quando il progetto della Ionio Gas fu avviato (all’inizio del 2005) era infatti già in vigore la Convenzione di Aarhus (Danimarca) del giugno 2001, recepita dalla legge n. 108 del 2001, che obbligava tutti i soggetti pubblici e privati a coinvolgere le popolazioni e le associazioni ambientaliste nella decisione di realizzare la costruzione di nuovi impianti pericolosi. Un principio che è diventato parte integrante del D.Lgs 238 del 2005 (che ha recepito la Direttiva comunitaria 105 del 2003, la cosiddetta Seveso Ter). Procedure quindi aggirate, negazione del confronto democratico.
Molti e non chiariti dubbi permangono sulla stessa utilità della realizzazione di questo impianto ai fini del consolidamento e del rilancio dello sviluppo industriale della nostra provincia. Non bastano le dichiarazioni di principio o generiche, come da molte parti (politico-sindacali-imprenditoriali) si è fatto. Occorre dimostrare l’essenzialità di questo investimento; chi si oppone ha portato fino ad oggi sufficienti argomenti per confutare questa affermazione. Rimane tutto aperto il problema più scottante su cui non bastano affermazioni tranquillizzanti: la sicurezza di un impianto come un rigassificatore con serbatoi di stoccaggio di 450.000 metri cubi, inserito a ridosso di numerosi altri impianti pericolosi (etilene, idrocarburi, ecc.). E’ un problema che tocca un nervo sensibile della popolazione, più volte minacciata da gravi incidenti di impianti industriali pericolosi, ma di gran lunga inferiori al potere distruttivo potenziale di un terminale di rigassificazione. E rimangono altre questioni non secondarie.
Esistono,
come è dimostrato dalle stesse previsioni di progetto del rigassificatore,
problemi di impatto ambientale per le acque del mare e per l’atmosfera: le
basse temperature con cui verranno reimmesse in mare le acque utilizzate per la
trasformazione del Gnl allo stato gassoso,
l’uso di cloro per il trattamento antivegetativo delle stesse,
l’eliminazione dei vapori di metano che tendono a formarsi negli impianti
criogenici, attraverso una torcia di scarico, che immette una parte anche se
minima di inquinanti. E’ auspicabile che la richiesta che viene dal basso, che
qualcuno si ostina a considerare come frutto di disinformazione e non di
maggiore consapevolezza dei cittadini sui problemi delle scelte che riguardano
la loro vita e il loro futuro, riesca ad avviare un confronto reale, a più
voci. Un confronto che non può fondarsi su pregiudizi ma sul valore primario
dell’interesse reale del territorio. Lo sviluppo industriale deve essere
garantito e promosso se i nuovi insediamenti sono compatibili con la sicurezza,
l’ambiente e le risorse del territorio; in caso contrario, bisogna essere
capaci di cambiare rotta e di promuovere altre opportunità di crescita.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
E’ stato pubblicato il rapporto annuale sull’eco-sostenibilità dei centri urbani italiani, redatto da Legambiente in collaborazione con “Il Sole 24 ore” e con il ministero dell’Ambiente- Sicilia maglia nera, Napoli a pezzi
ECOSISTEMA
URBANO: IL DECLINO CAMPANO
L’annuale indagine statistica sull’ecosistema urbano in Italia, chiamata appunto “Ecosistema urbano 2008”, ha premiato come città eco-sostenibile Belluno, relegando invece Napoli e le altre città campane in fondo alla classifica. L’indagine è stata eseguita come ogni anno da Legambiente, in collaborazione con il Sole 24 ore ed il ministero dell’Ambiente, e prende in considerazione vari fattori ambientali, come lo smog, i rifiuti, l’organizzazione dell’ambiente nei centri urbani. La Sicilia, con 8 città su 9 agli ultimi 20 posti è detiene la maglia nera, ma il risultato è stato tutt’altro che positivo anche per la Campania, specie per Napoli e Benevento. Forse a causa dell’emergenza rifiuti, che mai come quest’anno si è fatta sentire in tutta la sua gravità, o anche per lo smog cittadino che causa non pochi problemi, fatto sta che la regione intera ha subito un netto crollo all’interno della classifica. I dati testimoniano che Napoli ha la peggiore qualità della vita tra le metropoli italiane, perde circa il 40% delle acque messe in circolazione dagli acquedotti, depura soltanto il 60% degli scarichi fognari, e ricicla solo il 6% dei rifiuti, e le conseguenze sono purtroppo tangibili.
Guadagna invece trenta posizioni Caserta che, in quanto a depurazione delle acque, supera di gran lunga Napoli (91% degli scarichi fognari). Per quanto riguarda le altre città campane, Avellino perde qualche posizione, a causa della quasi totale mancanza di raccolta differenziata (solo il 4,8%), Salerno ne perde 43 a causa dell’aumento di sostanze tossiche nell’aria, mentre Benevento è fanalino di coda in virtù del peggioramento della motorizzazione e del grado di inquinamento atmosferico, dovuto ai carburanti delle automobili. Il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonuomo, ha affermato che la Campania sta diventando sempre più inquinata e caotica e che i sindaci dei vari comuni non si preoccupano affatto dello sviluppo sostenibile delle singole città né di attuare scelte mirate a migliorare l’ambiente circostante. Un esempio potrebbe essere il miglioramento dei trasporti pubblici, sempre meno utilizzati e sempre più danneggiati e bistrattati: è frequentissimo, infatti, trovare persone che viaggiano senza biglietto, senza comprendere che è anche da queste cose, cioè dall’acquisto del tagliando che si contribuisce a finanziare quelli che potrebbero essere eventuali interventi di riparazione e rimodernamento.
Un’altra operazione da compiere potrebbe essere, ad esempio, l’ampliamento delle zone verdi in città, sfruttando quelle aree abbandonate e disagiate, lasciate in balia di se stesse, senza che nessuno si occupi di recuperarle. Certo, parlare di progetti e di idee è sempre molto facile (a parole, appunto); piuttosto bisognerebbe andare a scovare i motivi effettivi che inducono a non applicare misure di miglioramento alle città piccole o grandi della Campania. Innanzitutto, sindaci e giunte comunali tendono più che altro a migliorare le infrastrutture e le zone produttive, a scapito dell’ambiente, dal momento che l’afflusso di proventi e denaro proviene fondamentalmente dalle attività commerciali ed industriali; poi, c’è da migliorare l’amministrazione in sé dei comuni e le strutture adibite ad attività burocratico-amministrative; di conseguenza, la vivibilità delle città passa in secondo piano.
Soltanto pochi comuni campani, ad esempio, hanno messo a disposizione dei cittadini centri di stoccaggio per il riciclaggio dei rifiuti, ma nella maggior parte dei casi tali centri sono stati chiusi, per la mancanza di appoggio da parte degli stessi cittadini: il motivo è da ricercare nella scarsa cultura ed informazione sull’importanza della raccolta differenziata, che in Italia registra una evidente crescita, ma solo, per cosi dire, a macchia di leopardo, e prevalentemente nel nord Italia. E’ davvero un peccato lasciare inutilizzate determinate zone delle città, favorendo lo sviluppo di disagi sociali ed ambientali. Di questo dovrebbero rendersi conto i sindaci e le istituzioni regionali. Piccoli passi sono stati compiuti, ma sono ancora troppo pochi per poter registrare un effettivo miglioramento. Questa classifica deve essere dunque il monito per le città campane e non solo a migliorare le proprie condizioni ed a far si che anche i cittadini vivano in un ambiente consono alle proprie esigenze.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
13/10/2007
A Castelbuono (Palermo) il Comune
utilizzava gli asini per la raccolta dei rifiuti ordinari e differenziati- Tre
degli esemplari impiegati sono morti a distanza di poche ore: si indaga sulla
causa e si teme l’avvelenamento
LA MISTERIOSA MORTE DEGLI ASINI “NETTURBINI”
E’ notizia proprio di questi giorni la morte di tre dei nove asinelli di Castelbuono (Palermo) impiegati nella raccolta porta a porta dei rifiuti. Tutto è iniziato nel febbraio di un anno fa quando il Sindaco di Castelbuono ha pensato di assumere una nuova figura per il servizio di raccolta dei rifiuti: gli asini. L’iniziativa è nata con l’intento dichiarato di “salvaguardare l’ambiente dall’inquinamento” ed appoggiare la campagna di raccolta differenziata dei rifiuti. Gli asini, infatti, sono diventati netturbini, venendo incaricati di provvedere al recupero del “frutto” della raccolta differenziata che i cittadini del paese madonita già da tempo svolgono coscienziosamente. L’intento era quello di fare girare degli asini per le strade del centro della cittadina, con una soma del tutto particolare: due contenitori per i rifiuti, ordinari e differenziati.
I vantaggi di questo tipo di iniziativa erano prima di tutto economici, in quanto, a detta dello stesso sindaco “utilizzando gli asini al posto dei furgoni si ha un risparmio economico diretto (un furgone costa € 30.000,00); un asino di 3/5 anni costa da 700 a 1.500 € e si deve sostituire solo quando diventa anziano e non può più lavorare, poi un furgone ogni anno ha un costo di € 7.000/8.000, tra assicurazione, bollo, manutenzione e gasolio mentre un asino tra alimentazione e ricovero in stalla, più pulizia e attrezzatura, costa € 2000”. Secondariamente, eliminando la circolazione di mezzi a gasolio si otteneva una diminuzione dell’inquinamento atmosferico del centro. D’altronde, l’impegno a difesa dell’ambiente è una delle azioni di cui si fregia l’amministrazione del sindaco, Mario Cicero, avendo intrapreso ormai da tempo un percorso virtuoso (ricordiamo l’installazione di diversi impianti fotovoltaici, del depuratore delle acque ed il buon funzionamento della raccolta differenziata).
Anche se la scelta di ricorrere agli asini come “operai del Comune” è arrivata dopo attente verifiche e consultazioni, che hanno soprattutto tenuto in considerazione la “dignità” degli animali, l’iniziativa ha avuto diverse critiche, specialmente da parte delle associazioni ambientaliste. Ad esempio, aveva subito provocato la reazione della Lav che, considerata l’attuale normativa a tutela della salute e del benessere degli animali (legge 189/2004), aveva chiesto al sindaco di revocare tale iniziativa e di provvedere ad utilizzare metodi alternativi agli animali nella raccolta di rifiuti, poiché riteneva che tale provvedimento era incompatibile con la tutela ed il benessere degli asini coinvolti, che sarebbero stati sottoposti a fatiche quotidiane. Probabilmente, aldilà della sofferenza fisica, ciò che prevedibilmente poteva essere più preoccupante era la circostanza di esporre questi animali alle attenzioni, positive o negative, della cittadinanza. Anche se gran parte della cittadinanza si era affezionata a queste creature docili e grandi lavoratrici, non si può escludere che esse abbiano suscitato il fastidio di qualcuno.
Tre
delle nove bestie sono state ritrovate morte ed ancora è mistero su quale sia
la causa. Si dovrà aspettare la prossima settimana per saperne di più;
l’istituto zoo-profilattico di Palermo sta, infatti, eseguendo gli esami sui
liquidi organici prelevati dalle carcasse dei tre equini e rilievi verranno
effettuati anche su alcuni campioni di mangime e sulla paglia utilizzata per
foraggiare gli animali. Non si esclude la morte naturale, ma il fatto che tre
asini siano deceduti contemporaneamente fa sospettare che ci sia la mano
dell’uomo. La Lav attende ora di
conoscere i risultati delle autopsie per valutare eventuali azioni legali in
relazione all’ art. 544-bis del Codice Penale, che punisce con la reclusione
da tre a diciotto mesi chiunque cagiona la morte di un animale.
Indipendentemente dal risultato dell’autopsia, speriamo che il buon senso
prevalga e che i rimanenti “asini netturbini” vengano congedati, quanto meno
per evitare che diventino oggetto di polemiche e soprattutto di ritorsioni da
parte di chi non ha rispetto della vita di queste innocenti creature che non
hanno inteso rubare il lavoro a nessuno ed a cui, anzi, è stato rubato il
diritto a vivere da “animali”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
La strage al veleno
di orsi e lupi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, segna un grave
passo indietro nel percorso di tutela e ripopolamento della fauna e conferma la
crudeltà dell’uomo nei confronti degli animali selvatici
L’UOMO
CHE NON SA CONVIVERE CON LA NATURA
Ancora una volta un attacco a madre natura. Nei giorni scorsi, è stata data la notizia del ritrovamento di alcuni orsi uccisi in Abruzzo, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Cinque animali in tutto, tra cui due cuccioli, sono stati ritrovati senza vita, probabilmente avvelenati, presso la località di Pescasseroli. Ma non solo orsi. Anche le carcasse di due lupi e tre cinghiali sono state rinvenute nello stesso parco. Cresce la polemica con il ministero e con la dirigenza dell’area protetta per il ritardo con cui la notizia è stata diffusa. Si vocifera, infatti, che i cadaveri siano stati in realtà recuperati circa venti-venticinque giorni fa. La notizia, anche se probabilmente tardiva, ha acceso le polemiche. Il ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, ha stigmatizzato le accuse sul volontario ritardo nel diffondere la notizia della strage. Ma al di là delle sterili diatribe tra politici, deve far riflettere il caso in sé. Negli ultimi venti anni si è provveduto al ripopolamento degli orsi nelle zone in cui il bracconaggio li aveva cacciati.
Anche i lupi sono tornati e la situazione stava volgendo al meglio. Ma i fatti degli ultimi giorni hanno purtroppo gettato di nuovo ombra sulla speranza di un ritorno alla normalità. Ma chi è stato ad uccidere i cinque orsi (in realtà tre, in quanto due è stato accertato siano morti per cause imputabili alla natura, in quanto sono stati uccisi da altri orsi adulti) e i due lupi con la stricnina? Si parla di cacciatori e di contadini o allevatori. Purtroppo sarà difficile risalire ai colpevoli. Gli orsi hanno molti difetti. Essendo dei cacciatori hanno bisogno di prede, e anche una popolazione ridotta ha bisogno di una certa quantità di cibo. Se tale nutrimento viene a mancare, causa magari la caccia al capriolo e agli erbivori in generale, il predatore si cerca altre prede. E allora quale vittima migliore di una pecora o una capra? Se mancano animali selvatici da cacciare, l’orso cattura gli ovini. Non è un delitto se un animale ne cattura un altro. È sempre stato così. Soltanto l’uomo ha sconvolto la natura. I boschi sono diventati pascoli o campi.
Lo spazio vitale del predatore si restringe e il contatto uomo-animale è inevitabile. Quando gli animali rappresentano un guadagno, come nel caso dell’orsetto Knut dello zoo di Berlino, tutti osserviamo le loro immagini in gabbia con ammirazione e tenerezza. Ma quando l’orso vive libero e difende il suo diritto alla vita, con metodi non umani, viene colpevolizzato. Occorre un’attenta salvaguardia del territorio accompagnata da un occhio di riguardo per la fauna. La convivenza tra uomo e animale non è impossibile. Basta che la bestia politica voglia farlo. Le nostre montagne sono la patria dell’orso morsicano, del lupo. Possiamo scegliere di lasciarli là, liberi e selvatici, come devono vivere. Oppure possiamo scegliere di cacciarli, di mettere altri confini e guardarceli con tenerezza dentro una gabbia, facendo loro qualche foto mentre mangiano dalla nostra mano.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
06/10/2007
La
Regione approva un disegno di legge che annulla le concessioni, mentre il CGA di
Palermo sconfessa il Tar che aveva dato ragione alla Panther- Due atti
istituzionali che fanno esultare il fronte del No alle trivelle in Val di Noto
NO
ALLE TRIVELLAZIONI: DOPPIO PASSO IN AVANTI
E’ stata una settimana molto importante, anche se non ancora decisiva, per il Val di Noto e per le sue possibilità di salvezza dallo scempio che i petrolieri americani vorrebbero affidare alle loro violente trivelle. Dopo mesi di battaglie, discussioni, pronunciamenti, promesse, finalmente due decisioni istituzionali, due segnali concreti, hanno ridato vigore a chi lotta per salvaguardare uno dei territori più belli della Sicilia e dell’intero meridione, già inserito nel programma Unesco in quanto considerato “Patrimonio dell’umanità”. Il primo atto è stato l’approvazione, da parte della Giunta regionale, del disegno di legge teso a bloccare le attività di perforazione per l’estrazione di idrocarburi petroliferi e gassosi, nonché ad annullare tutte le concessioni relative, rilasciate in passato dalla stessa Regione, per mano dell’ex assessore all’Industria, Marina Noé, dimessasi poche settimane dopo la firma.
Ci sono voluti anni di battaglia per arrivare ad un atto che, se approvato dal Consiglio regionale, determinerà di fatto la revoca dei permessi e, dunque, l’impossibilità per la Panther Oil, la società texana che ha ottenuto le autorizzazioni (senza che venisse prima fatta la V.I.A., Valutazione d’Impatto Ambientale), di continuare la sua attività di ricerca ed estrazione, fatta eccezione per le attività già avviate (le trivelle sono già in funzione a Ragusa, in contrada Maltempo). Una novità importante a cui si somma la sentenza del CGA (Consiglio di Giustizia Amministrativa) di Palermo, che ha annullato la precedente sentenza del Tar di Catania (pronunciata meno di un mese fa), con cui si riteneva legittimo il non ricorso, da parte della Panther, alla V.I.A. relativamente all’attività di trivellazione del suolo, autorizzando di fatto la stessa società americana ad avviare le operazioni. Le proteste delle comunità locali e dei rappresentati istituzionali, tra cui i sindaci, hanno spinto la Regione, in particolare l’assessore al territorio e ambiente, Rossana Interlandi, a presentare ricorso al CGA contro la sentenza del Tar.
Ricorso che è stato accolto. Adesso, la Panther potrà ricorrere al Consiglio di Stato, anche se lo farà con la consapevolezza di essere in una condizione meno tranquilla che in passato. La scorsa settimana, i texani hanno provato a spiegare pubblicamente, attraverso i propri rappresentanti sul territorio, le ragioni del Sì alle trivelle, confortati da un’assurda scelta di schieramento a loro favore da parte non solo del sindaco di Ragusa e di quelli di pochi altri comuni della provincia, ma anche della Cgil. Questa è la grande anomalia delle ultime fasi di questa vicenda. La Cgil di Ragusa appoggia la Panther nel suo progetto di distruzione delle risorse territoriali, agricole, biologiche, paesaggistiche e culturali della Sicilia orientale, proprio mentre la Flai-Cgil regionale, insieme alle sezioni Cgil di mezza Sicilia, si schierano contro, indicendo perfino manifestazioni di piazza per ribadire la propria adesione ad un progetto di sviluppo eco-sostenibile.
Ad ogni modo, in questo momento la bilancia pende dalla parte di chi combatte da ormai tre anni contro il tentativo di sporcare nuovamente la Sicilia con produzioni inquinanti e devastanti, sotto il ricatto di un’occupazione che non ci sarà mai. La strada certo è ancora lunga, perché la Panther non mollerà e perché bisogna evitare di sprecare tutto. Il disegno di legge, infatti, presentato ufficialmente sabato scorso, a Noto, e voluto da An, per iniziativa del vicesindaco di Siracusa, Fabio Granata, e del deputato regionale, Salvo Pogliese, ha ricevuto sin dall’inizio l’appoggio dei sindaci No-Triv, come Piero Torchi (sindaco di Modica) e Corrado Valvo (sindaco di Noto), del comitato No Triv e del presidente della Provincia di Siracusa, Bruno Marziano. Forte del sostegno trasversale e delle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Regione, Cuffaro, circa la sua netta opposizione alle trivellazioni in Sicilia, il disegno di legge è stato approvato lunedì 1° ottobre dalla Giunta presieduta dallo stesso Cuffaro.
Adesso deve seguire l’iter di approvazione in Consiglio per poter divenire legge effettiva. E qui sorge un piccolo problema: poiché il testo revoca le concessioni e ferma le trivellazioni, ad eccezione di quelle già in esercizio, alcuni temono che, nel frattempo che il disegno di legge segue il suo iter obbligato, la Panther possa avviare le proprie operazioni in Val di Noto. Per tale ragione, il Comitato No-Triv, attraverso un comunicato stampa inviatoci, a proposito del neonato disegno di legge, sostiene che esso “debba ritenersi immediatamente esecutivo senza lasciare più spazio a trivellazioni che si potrebbero effettuare nell’intertempo necessario per l’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Regionale, poiché altrimenti sarebbero vanificati lo spirito e la ratio del disegno di legge stesso che riconosce come preminente sull’intero territorio la salvaguardia della pubblica utilità e delle risorse ambientali, paesaggistiche e culturali”.
“Non
possiamo accettare- prosegue il comunicato- interpretazioni o messaggi
ambigui o equivoci; siamo convinti, infatti, che gli atti istituzionali
debbano essere sempre improntati a grande trasparenza e
correttezza”. E alla trasparenza si rivolge anche il
vicesindaco di Siracusa ed ex assessore regionale ai beni culturali,
Fabio Granata: “All’Ars
bisognerà evitare il barbaro meccanismo del voto segreto”. Ovviamente, tutto
questo è avvenuto prima che il CGA pronunziasse la sua sentenza, che, intanto,
sospende le concessioni in possesso della Panther, per quel che riguarda il
territorio del Val di Noto, protetto dall’Unesco. Un atto in più che rende più
morbide le preoccupazioni di chi si batte per il No, anche se è necessario non
abbassare la guardia e mantenere sempre al livello massimo l’attenzione.
Concludiamo, al riguardo, con una frase illuminante dell’illustre sociologo,
Popper, riportata nell’ultima riga del comunicato diffuso dal Comitato No Triv:
“Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Zerorelativo.it è il nome di un sito internet in cui il denaro è bandito a vantaggio di quell’antica forma di scambio chiamata baratto- Un’iniziativa anti-consumismo molto interessante anche da un punto di vista ecologico
COMPRARE
SENZA DENARO GRAZIE AD INTERNET
La più antica forma di scambio caratterizzata dall’assenza di denaro è il baratto. Questo consiste, infatti, nello scambio di due beni in condizione di assoluta gratuità. Non a caso era la prevalente forma di approvvigionamento di beni quando non vi era ancora una larga diffusione della moneta. Col subentrare dell’uso del denaro, invece, è cambiata totalmente l’ottica dello scambio: non vi sono più due parti che hanno ciascuna un bene e lo scambiano tra di loro per reciproco vantaggio, bensì una parte produce una determinata cosa e l’altra ne entra in possesso pagando una somma di denaro. Ci si è così avviati verso un progressivo sistema consumistico: col denaro ognuno acquista di volta in volta dei prodotti nuovi con cui sostituire quelli che non usa più, i quali inevitabilmente vanno ad accrescere la massa dei rifiuti. Non per niente il baratto persiste ancora in quelle società povere in cui il denaro scarseggia: gran parte dell’economia di Paesi come l’India è ancora basata, infatti, sul baratto.
Sebbene si tratti di un metodo un po’ arcaico, non bisogna sottovalutarne gli enormi pregi: nel 2006, in Italia, è nato su internet il primo sito dedicato proprio al baratto gratuito. Il progetto della prima community italiana dedicata a questa forma di scambio nasce dall’esperienza personale dell’ideatore, Paolo Severi. Come lui stesso ci ha raccontato, la molla che ha concretizzato l’idea è stata proprio uno scambio: “Avevo un divano che non volevo buttare e quindi l’ho messo in vendita “online” al prezzo di un euro. Il valore economico di quell’oggetto era irrisorio e se al posto di quell’euro mi avessero proposto un libro o un cd avrei sicuramente accettato. Ma in quel sito non era previsto e cosi ho deciso di farlo io”. Così è nato “ZeroRelativo”. Lo scopo è quello di “allenare” ad un consumo critico e di “sdoganare” una forma di commercio che può essere concretamente applicata alla vita quotidiana.
Per
fare questo si adotta un metodo di scambio diretto, esattamente come se si
trattasse di scambiare figurine con gli amici, ma facendo una trattativa “online”,
rigorosamente senza denaro, che può essere accettata o rifiutata. Su
ZeroRelativo si può barattare, donare o riciclare ed ogni transazione monetaria
è considerata “illegale”. Oltre ad essere, quindi, un buon modo per
reperire oggetti utili gratuitamente è anche un sistema interessante sotto un
profilo “ecologico”. Infatti, nel momento in cui gli oggetti ancora
utilizzabili, piuttosto che venire gettati, divengono oggetto di baratto, vivono
una seconda vita. Si evitano, così, inutili e dannosi sprechi e si riduce,
inoltre, la corsa frenetica all’accaparramento di oggetti sempre nuovi. Una
lotta al consumismo che si concretizza con il semplice gesto di dare un bene
inutilizzato a qualcuno in cambio di qualcos’altro che, diversamente,
finirebbe nell’immondizia. Per queste ragioni supportiamo questo pregevole
progetto e segnaliamo a voi tutti il sito di Paolo Severi, www.zerorelativo.it.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI SETTEMBRE 2007
08/09/2007
Pubblichiamo un
articolo inviatoci dal movimento Noinc di Borgonuovo (Palermo) che si batte
contro la realizzazione di un mega inceneritore- Dal 6 all’8 Settembre,
incontro tra coloro che hanno scelto di difendere il proprio territorio
UN
INCONTRO PER PREPARARE LA MOBILITAZIONE
Ancora una volta gli interessi dei potenti calpestano i diritti fondamentali dei cittadini, e poco importa se a farne le spese è la loro salute e la qualità del loro futuro in un territorio vivibile! Anche a Palermo vogliono imporre la presenza di un mega-inceneritore, nella zona di Bellolampo, dagli scarichi del quale uscirà, da un lato, profitto per chi vi ha messo le mani in pasta e, dall’altro, inquinamento per i cittadini che accanto al mostro dovranno viverci, con chissà quali conseguenze. Dopo il contenzioso fra il Ministero dell'Ambiente e la Regione Sicilia, in cui molti cittadini palermitani avevano visto buone speranze di riuscire a bloccare la costruzione del mega-inceneritore, è arrivata la gelata dell’accordo fatto tra il governo Prodi e il governatore della Sicilia Cuffaro, oltre ad un concreto lascia passare politico all’inizio dei lavori.
Tutti coloro che, in buona fede, avevano pensato che si potesse bloccare un così facilmente grande processo speculativo che vede entrambi gli schieramenti politici interessati, delegando esclusivamente alle procedure istituzionali, si dovranno ora ricredere. Nel frattempo i cittadini Palermitani sono costretti a subire un ulteriore affronto dall’amministrazione comunale di Cammarata: infatti, la T.A.R.S.U. (Tassa sullo smaltimento dei rifiuti) ha visto aumenti del 70%, un ennesimo grave affronto in una città, come Palermo, da sempre in cima alle liste della disoccupazione, della precarietà, degli sfratti e degli sgomberi, e da sempre ultima nelle liste quando si tratta di raccolta differenziata, riuso e riciclo. I cittadini hanno ricevuto così un bel regalo estivo da parte del “caro” sindaco Cammarata!
Non solo le amministrazioni comunale e regionale hanno gravi responsabilità nella costruzione degli inceneritori e nella inesistenza di un trattamento articolato dei rifiuti basato sul riutilizzo, ma si permettono di tagliare le spese sociali ed aumentare le tasse! In tutta Italia ormai le comunità locali, dalla Val di Susa a Vicenza passando per la Campania, che hanno subito attacchi al proprio territorio, dalla militarizzazione alla distruzione dell’ambiente, si stanno organizzando dal basso in comitati popolari per la difesa del proprio territorio al di fuori dei partiti e dei sindacati, scegliendo di decidere direttamente del proprio futuro e di non affidarsi più a nessuno tranne che alla lotta che loro stessi conducono. Anche a Palermo i cittadini dei quartieri più direttamente colpiti dalla presenza dell’inceneritore si stanno organizzando per impedire la realizzazione di questa opera, figlia di un modello di sviluppo basato sui profitti e sulla devastazione del territorio sulla pelle delle popolazioni locali.
Sulle
montagne di Bellolampo (Palermo), dal 7 al 9 settembre 2007, sulla statale 101,
a pochi passi da dove dovrebbe sorgere l'inceneritore, si svolgerà il primo
campeggio NOINC. Assemblee e dibattiti, banchetti informativi, musica, concerti,
spettacoli, bar, cucina. Tutto questo per creare un primo vero momento di
incontro sul territorio e per confrontarci su questa importante questione che ci
tocca direttamente. Sarà anche un importante momento per prepararci alla grande
manifestazione regionale NOINC del 22 settembre 2007, giornata in cui si
svolgerà un corteo che attraverserà le vie di Borgonuovo e di Bellolampo e che
ribadirà la nostra determinazione ad impedire che questo disastro si compia.
Spegniamo l'inceneritore prima che bruci il nostro futuro: Blocchiamo i lavori!
Comitato
di lotta “NOINC” Borgonuovo (Palermo)
Finita la stagione estiva, è
tempo di bilanci dopo i tragici roghi che hanno devastato l’Italia,
soprattutto il meridione, e l’Europa- Forze dell’ordine, Vigili del fuoco e
istituzioni al lavoro per sensibilizzare e prevenire
UNA
TRAGICA ESTATE SCALDATA DALLE FIAMME
Estate 2007: un’estate calda sotto ogni punto di vista, temperature al di sopra di ogni media, scandali, fatti di cronaca nera e soprattutto incendi. Quest’estate migliaia di ettari, tra boschi, foreste ed aree protette, sono andati in fiamme, causando la morte di persone ed animali, danneggiando le abitazioni vicine, costringendo ad evacuare interi paesi. Le zone più colpite sono state la Sicilia, la Puglia, parte della Campania, la Calabria e, in generale, il Sud Italia. Raramente si è trattato di incendi dovuti al caldo e alle alte temperature: nella maggior parte dei casi gli incendi erano dolosi, causati cioè da piromani e delinquenti sulle cui tracce si sono subito mobilitate le forze dell’ordine. Non era infatti insolito veder passare in alto elicotteri e Canadair dei pompieri intenti a domare le fiamme nelle zone più colpite.
L’epilogo dei roghi talvolta è stato tragico: in Sicilia, a Patti (Me), nel rogo di un agriturismo le vittime sono state cinque; in una località del Salento, due turisti sono morti carbonizzati, mentre altri hanno riportato danni più o meno gravi; due giovani pompieri hanno perso la vita nei pressi di Palinuro (Sa), nel tentativo di deviare la rotta del proprio elicottero che stava per precipitare; un ragazzo è morto carbonizzato nel tentativo di spegnere le fiamme che distruggevano l’azienda di famiglia. Con l’aumentare dell’emergenza incendi, sono aumentati anche i messaggi di sensibilizzazione alla cura e salvaguardia dell’ambiente da parte delle forze dell’ordine: numeri telefonici per le emergenze, siti internet specifici ed opuscoli informativi.
Importante è anche il tentativo del ministro dell’ambiente Pecoraro Scanio il quale, durante la conferenza europea tra i ministri europei dell’ambiente, ha proposto la formazione di una linea operativa dei vigili del fuoco a livello europeo, dal momento che quest’estate l’emergenza non ha interessato soltanto l’Italia, ma anche Grecia, Spagna, Portogallo e, in generale, i paesi mediterranei. Per comprendere la gravità della situazione, basti pensare che le vittime del fuoco in Grecia sono state più di 50, una cifra spaventosa e preoccupante. Per quanto riguarda l’Italia, danni ingenti sono stati causati anche al turismo. Molte, infatti, sono state le strutture alberghiere rese inagibili dal fuoco.
Spesso, inoltre, le forze dell’ordine hanno parlato ed esposto il problema delle “mafie del fuoco”: si pensa, infatti, che dietro lo scoppio di roghi nel Sud Italia, si nasconda anche l’azione della malavita organizzata, ed è per questo che sono raddoppiati i controlli nelle zone boschive. Anche in questo caso convergono interessi economici e politici, che sfociano poi nell’interessamento verso determinate zone che fanno gola ai grandi clan mafiosi. La Campania, per prevenire tali azioni lucrose, ha predisposto una mappa regionale, chiamata “Catasto degli incendi”, con la quale è possibile tenere sotto controllo l’intero territorio: essendo la mappa a disposizione degli utenti, non ci potranno essere speculazioni sui dati e le stime dei danni, dal momenti che è possibile consultarla sempre; gli utenti hanno l’opportunità di verificare i danni, le soluzioni possibili, i territori colpiti.
Accusare
soltanto i clan mafiosi è comunque una scelta azzardata e riduttiva: spesso,
infatti, sono proprio azioni “piccole” ed inconsapevoli a causare i maggiori
danni: automobilisti che gettano dalla propria vettura sigarette ancora accese
nei boschi adiacenti la strada, oggetti di vetro che lasciati al sole riflettono
la luce, provocando fiamme, e cosi via. Le campagne di sensibilizzazione fatte
dai vigili del fuoco servono anche a questo: impedire ai cittadini di causare
danni ingenti. L’invito fondamentale è quello di non prendere troppo alla
leggera queste istruzioni, poiché l’ambiente è una delle risorse più
preziose: una volta danneggiato, impiega molto tempo a rigenerarsi.
Laura
Olivazzi –ilmegafono.org
15/09/2007
In questo articolo mandato alla nostra redazione, il Comitato contro le trivellazioni in Val di Noto denuncia la vergognosa sceneggiata messa in atto dal presidente della Regione, Totò Cuffaro, e da due suoi assessori
TRIVELLAZIONI:
DA UN BLUFF ALL’ALTRO
Le dichiarazioni di Cuffaro, dopo la sentenza del Tar che dà torto alla Regione stessa per non aver prodotto entro i tempi previsti la Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.), lasciano tutti a dir poco sbigottiti: le affermazioni del Presidente smentiscono sé stesso e sono la “prova provata” di un enorme bluff. Nella lettera che, il giorno prima dell’inaugurazione della cattedrale di Noto, egli sbandierò al mondo intero annunciando il “miracolo della cattedrale ricostruita” (il ritiro della Panther Oil dal Val di Noto), in realtà, la società texana titolare delle concessioni non rinunciava a niente. Tant’è vero che, dopo quest’ultima sentenza (ma ce ne sono almeno altre 2 in attesa di definizione), che vede ancora una volta la Regione sconfitta per dei pasticci combinati da sé stessa, si è affrettato a dichiarare che se la Panther non cede ci penserà lui a fare una legge per fermare tutto. Possibile che non si rendesse già allora conto che aveva in mano della cartastraccia insignificante e che la ditta texana non aveva ceduto niente? Possibile che non abbia saputo leggere nemmeno le carte che aveva in mano? Ci rifiutiamo di crederlo, sarebbe un’offesa alla sua stessa intelligenza oltre che alla nostra. E poi?
L’assessore ai Beni Culturali ed Ambientali, Leanza, si sperticava a dire che, entro giugno, avrebbero fatto una legge apposita. Se la mente e il tempo non ci tradiscono siamo a settembre. E di legge neanche l’ombra. E che dire dell’assessore al Territorio, Interlandi, che in una trasmissione del 12 giugno 2007 su Rai Utile spiazza tutti, dicendo che le trivellazioni sono incompatibili con lo sviluppo della Sicilia, che fu un errore dare quei permessi e che “se non vengono ritirati è pronto a fare iniziative clamorose?”. Bene. Ma allora siamo tutti d’accordo? Dunque, perché mai tutti (tranne noi e la magistratura – guarda caso...) sono fermi? Perché non viene ancora fuori questa legge per annullare le concessioni e preservarci da questa sciagura? Il rappresentante Unesco in Italia, il prof. Giovanni Puglisi, su “il sole 24 ore” del 31 agosto 2007, addirittura arriva a dire che “Cuffaro ha i poteri per intervenire subito e bloccare tutto per sempre. Meglio un atto preciso e rapido, ora, che imbarcarsi nel varo di una legge regionale che porterebbe via del tempo”.
Dov’è il problema? Se siamo tutti dello stesso parere – Cuffaro compreso – perché non si trova subito una soluzione? Oppure vengano qui a Noto, a sedersi con noi e col Sindaco, senza tutti gli scarmazzi mediatici che hanno accompagnato fino ad oggi gli strombazzanti e vuoti proclami (come chiamare quello di Cuffaro del 16 giugno, che ha preso in giro lo stesso Camilleri?) E si trovi subito una soluzione chiara e definitiva. Noi li invitiamo e li sfidiamo a venire qui. Siamo alle battute finali. A giorni convocheremo il mondo intero per venire a salvare il Val di Noto. Saremo noi a fare quelle “iniziative clamorose” che stiamo aspettando dall’assessore Interlandi. E ci sentiamo forti delle proteste, delle centinaia di migliaia di firme raccolte dall’appello dello scrittore Camilleri su Repubblica e delle altre migliaia di manifestazioni di solidarietà e di sdegno che ci giungono ormai quotidianamente da tutto il mondo.
Non esiteremo qualora fosse necessario a chiedere l’intervento del ministro per l’Ambiente, Pecoraro Scanio, con poteri sostitutivi, come anche al responsabile dell’Unesco per l’Italia, prof. Puglisi, di togliere al Val di Noto i vari riconoscimenti di “Patrimonio dell’Umanità”. Perché ne va di Noi, del futuro Nostro e dei Nostri ragazzi, dei Nostri e dei Loro figli, del fascino struggente di questi posti che tutti ci invidiano, degli investimenti già fatti da tanti cittadini in agriturismo, bed & breakfast, alberghi, in tour operators e in aziende agricole biologiche e di prodotti tipici e in mille e mille altre risorse economiche, culturali e sociali che sono state messe in campo (cosa e per chi sarebbero, al confronto, le poche migliaia di euro delle royalties?). Investimenti che nulla, NULLA hanno a che vedere con uno sviluppo che violenta le viscere e l’incanto di questa Nostra terra, così bella e così fragile... Non ci fermeremo!
Comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni
gas petrolifere
L’Enel lancia
l’allarme energetico: la scarsa disponibilità di gas e combustibili accende
il rischio black out- Ma il Wwf non ci sta e punta il dito sull’inefficienza
delle infrastrutture e su una scellerata politica dei consumi
E’ANCORA
CRISI: SI RISCHIA UN INVERNO GELIDO?
Nuovo allarme energetico lanciato dall’Enel: l’inverno 2007 potrebbe essere ancor più freddo e buio dei precedenti. E’ infatti aumentato il rischio di blackout, sia per quanto riguarda l’energia elettrica sia per le forniture di gas e combustibili che iniziano a scarseggiare. L’allarme è stato lanciato in primis da Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, il quale ha affermato che la situazione per l’Italia è ancor più fragile e grigia di due anni fa, quando cioè si rischiò di rimanere al freddo e al buio a causa della crisi russo-ucraina che ostacolò l’importazione ed il trasporto di gas. L’Italia, per le sue forniture di gas, si affida ad enti instabili e “precari”, senza garanzia di sicurezza e puntualità nel trasporto, dal momento che essi hanno sede in paesi in continua crisi (Algeria ed Ucraina). Altre istituzioni denunciano il fatto che il nostro paese, da anni, fa affidamento a due soli produttori e/o fornitori, e nulla è stato fatto per cercarne di altri, o diversificare gli acquisti e le importazioni.
Il ministro dell’ambiente Pecoraro Scanio, insieme alle altre autorità, invita gli italiani a ridurre i consumi, un consiglio di certo utile e da seguire, ma prevenire in passato non sarebbe stato meglio? Il Comitato Italiano Gas segnala una notizia utile: dal 1° ottobre entrerà in vigore una nuova assicurazione sulle fughe di gas, che dovrebbe garantire un risparmio energetico superiore al milione di euro, e questo può essere considerato un passo in avanti. Tuttavia, anche sulla questione della crisi energetica, le istituzioni e le autorità nazionali sembrano lanciarsi “la palla avvelenata”: visto che i telegiornali nazionali hanno riportato la notizia con diversi gradi di gravità, Legambiente ha subito attaccato l’Enel per la presunta imparzialità nel comunicare la notizia. L’Enel, a sua volta, accusa il ministro Pecoraro Scanio di aver bloccato un progetto proprio dell’Enel (lo stoccaggio di un’enorme quantità di gas da conservare nei depositi italiani), poiché non c’era ancora la procedura d’impatto ambientale; il ministro tuttavia respinge ogni addebito.
Anche il ministro Bersani si è mostrato preoccupato per la situazione, ed afferma che la colpa di tale rischio energetico è tutta delle organizzazioni locali che ostacolano la nascita e la costruzione di infrastrutture moderne, necessarie per avere più gas a basso costo. Il Wwf propone di cercare una soluzione nell’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, il cui impiego però, corrisponde ad un ingente dispendio di denaro (sono comunque in corso lavori e progetti per rendere più disponibile ai consumatori questo tipo di fonti energetiche). Non utilizzare fonti rinnovabili, significa per il Wwf giustificare lo smodato utilizzo di combustibili fossili, tossici e dannosi, già utilizzati in passato. Se in Italia ci sono stati black out anche negli scorsi anni, stando sempre a quel che affermano i responsabili del Wwf, non bisogna pensare che sia successo a causa della mancanza di gas naturale, al contrario: la colpa è da dare all’inefficienza delle infrastrutture e ad una politica dei consumi poco accorta, che ovviamente sono alla base di tutti gli sprechi che aggravano la situazione.
Un’ulteriore deficienza dello stato italiano, dal punto di vista energetico, è poi la mancanza di un “Piano nazionale energetico” che serva a mettere l’Italia in equilibrio con gli altri stati, a prevenire ogni inutile dispendio di energia, a limitare l’utilizzo di gas inquinanti che aumentano l’effetto serra, e ad utilizzare maggiormente fonti di energia pulite. Come per molte altre emergenze, l’Italia arriva qualche anno in ritardo rispetto agli altri stati europei, già dotati di efficienti politiche energetiche ed ambientali. La causa è comunque da ricercare in altri avvenimenti, sia a livello politico che economico, alle basi quindi dell’apparato energetico nazionale. Bisognerebbe prima “fortificare” le basi, e farlo piuttosto in fretta. Abituati ai comfort derivanti dalle fonti energetiche, non sarebbe facile vivere inverni freddi e bui nei prossimi anni.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
22/09/2007
Tonnellate di carta,
in Italia, vengono utilizzate ogni giorno negli uffici, nelle istituzioni, nei
pesanti meccanismi della burocrazia- La Confederazione Italiana Agricoltori
denuncia lo spreco e si mobilita per combatterlo
UNA
BUROCRAZIA DI CARTA POCO SOSTENIBILE
Una realtà con cui la maggior parte di noi si scontra giornalmente è quella degli innumerevoli adempimenti burocratici ed amministrativi. Qualunque cosa si voglia fare c’è bisogno di tempo, fatica e tante, troppe, carte. Se ci si vuole iscrivere ad un’associazione, se si vuole partecipare ad un concorso, se si vuole presentare qualsiasi tipo di domanda, se si vuole esercitare un diritto si è sottoposti alla condizione di “sbrigare montagne di carte”, pratiche, certificazioni, documentazioni varie ed eventuali. Tutti gli uffici di qualsiasi amministrazione, da quella sanitaria, a quella degli enti locali a quella della giustizia o della previdenza sono invasi da carte, cartelline e scartoffie. A questo punto i problemi che si pongono sono due: da un lato, l’enorme impiego di tempo e denaro, che comporta questo farraginoso funzionamento della cosa pubblica, e non solo; dall’altro, lo sproporzionato impiego di carta che viene effettuato giornalmente.
Proprio di recente, la Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, ha sollevato il problema a Roma, davanti alla Camera dei Deputati, rendendo noto che ogni anno, in Italia, la burocrazia divora oltre 50 milioni di alberi (l’equivalente degli alberi d'ulivo di tutta la Puglia) e costa ad ogni cittadino oltre 5.500 euro. Il quadro della burocrazia italiana che viene fuori da questa indagine ci mostra che siamo di fronte ad una macchina, non solo scarsamente efficiente e per niente economica, ma anche per nulla eco-compatibile. In proposito, sempre la Cia, ha proposto l'avvio della raccolta di firme per una petizione popolare dallo slogan “Dacci un taglio. E semplicemente un tuo diritto”. Semplificare la macchina amministrativa, riducendone in maniera significativa gli adempimenti, con un grande risparmio economico e una maggiore attenzione per l’ambiente, a parere della Cia, si può.
Basterebbero poche misure, secondo il presidente della Cia, Giuseppe Politi, per garantire un effettivo risparmio economico, e non solo. Una strada che si potrebbe imboccare per sveltire, semplificare i vari adempimenti ed economizzare i consumi potrebbe essere quella dell’informatizzazione. In questo modo si potrebbero, non del tutto eliminare, ma quanto meno ridurre le tonnellate di carta utilizzate e gli interminabili giri burocratici da un ufficio all’altro, con tutte le lentezze che ne derivano. La Cia fornisce un ulteriore dato che fa molto pensare: una riduzione del 25 per cento del carico dell’apparato burocratico, che nel nostro Paese pesa per il 4,5 per cento sul Prodotto interno lordo (contro il 3,5 per cento dell'Unione Europea), determinerebbe un taglio di oltre 5 miliardi di euro.
Questa cosa non stupisce affatto se si considera che, solo in relazione al consumo di carta, un dossier stilato dalla Confesercenti della provincia di Milano, nel 2006, riferisce che sono 350 mila i metri cubi di carta che lo Stato e gli enti locali si trovano ogni anno a dover gestire per le pratiche, con un costo stimato intorno ai 3 milioni di euro. Sebbene l’informatizzazione ci pare uno strumento ancora troppo impraticabile, a causa della lentezza endemica del nostro apparato, che difficilmente vi si adeguerebbe, ci si augura almeno che le amministrazioni abbiamo cura, il prima possibile, di improntare la propria attività ad un maggiore rispetto dell’ambiente, facendo uso di materiali riciclati e riciclabili e sensibilizzando i cittadini a fare lo stesso. Una burocrazia eco-compatibile è possibile.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Rilevazioni sulla
presenza di arsenico nel sottosuolo della piana di Scarlino, nel grossetano,
mostrano il rischio di avvelenamento delle acque, mentre la prevista riapertura
dell’inceneritore fa scattare l’allarme diossina
EMERGENZA
AMBIENTE NELLA PIANA DI SCARLINO
Nell’aprile 2007 sono stati presentati i risultati di uno studio finalizzato a verificare la mobilità dell’arsenico dal suolo, dalle acque e dai vegetali nella zona della Piana di Scarlino, dell’alto Bruna e del Pecora, nella provincia di Grosseto. Lo studio ha evidenziato che la presenza di arsenico nella piana di Scarlino è dovuta soprattutto a motivazioni di tipo antropico e industriale. Le falde rilevate nel territorio rischiano di avvelenare i pozzi Bicocchi, ovvero le fonti dalle quali i cittadini di Follonica attingono l’acqua potabile. Un altro grave problema che riguarda la nostra zona è l’inceneritore di Scarlino. Nel 1997, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro pubblicava i risultati sulla valutazione della tossicità della tetraclorodibenzoparadiossina (TCDD), ovvero la più pericolosa tra le circa 30 molecole appartenenti alla classe chimica denominata Diossina.
Le diossine sono altamente cancerogene per l’uomo e l’esposizione a questo componente aumenta il rischio di leucemie e sarcomi dei tessuti molli (è statisticamente dimostrato che, nelle zone vicine agli inceneritori, l’incidenza di questo tipo di tumori aumenta del 7-8%). In base ad uno studio sulle emissioni di diossine, le maggiori fonti industriali di diossine in Europa, sono: inceneritori per rifiuti urbani (40%), fonderie (18%), attività metallurgiche diverse dal ferro (4%). Il restante 38% è attribuito a impianti di riscaldamento domestico a legna, incendi, traffico. La Comunità Europea ha fissato per le diossine un limite all’emissione degli inceneritori: 0,1 nanogrammo per metro cubo (un nanogrammo è pari a un milionesimo di mg).
Questi
valori, però, non sono sinonimo di sicurezza, ma si limitano a riconoscere la
quantità di diossina minima prodotta da inceneritori e fonderie. Quello che i
cittadini di Follonica, Scarlino e zone limitrofe stanno cercando di fare, è
bloccare il progetto di riapertura dell’inceneritore di Scarlino. Si potrà
far ciò solo con una mobilitazione che coinvolga il maggior numero di persone
possibile. I membri del comitato “No all’inceneritore” stanno lottando
quotidianamente per opporsi ad un progetto che porterebbe all’inevitabile
aumento della produzione di diossina e, quindi, di conseguenza, carcinomi e
altri tumori maligni.
Sara Martellacci -ilmegafono.org
29/09/2007
Dal vertice Onu
sull’effetto serra, a cui hanno partecipato numerosi capi di Stato e di
governo, giunge una speranza: gli Usa, rappresentati dalla Rice, hanno
finalmente mostrato la volontà di ridurre le proprie emissioni inquinanti
FORSE
UNA SVOLTA POSITIVA SULL’INQUINAMENTO
Il 23 di questo mese si è tenuto a New York il “Vertice sull’effetto serra”, convocato dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon. Questo vertice, con al centro il tema “caldo” dell’ambiente, è stato voluto da Ban Ki-moon principalmente per gettare le basi del futuro accordo internazionale sul riscaldamento del pianeta, che dovrà sostituire il protocollo di Kyoto, il quale scadrà nel 2012. In realtà, ciò che si spera è di superare l’ampiezza dell’accordo di Kyoto, cui non avevano aderito i paesi maggiori produttori di gas serra, come Stati Uniti, Cina ed India. A New York sono intervenuti, come vere e proprie superstars, il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, e l’ex vicepresidente degli Usa, il democratico Al Gore, accanto a circa ottanta capi di Stato e di governo, tra cui, per l’Italia, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, accompagnato dal ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio.
Proprio per la prestigiosa partecipazione si può parlare di successo (almeno simbolico) del vertice, anche se nessuno ha preso, per il momento, impegni concreti. L’unico punto oscuro è stato forse l’assenza parziale degli Usa al più alto livello, in quanto in assemblea ha parlato, non il presidente Bush, bensì il segretario di Stato, Condoleezza Rice. Sono, comunque, importanti le parole pronunciate da quest’ultima, poiché ella ha mostrato la volontà degli Stati Uniti di volersi finalmente impegnare a diminuire il suo enorme apporto di agenti inquinanti nell’ambiente. Si potrebbe trattare di una svolta, ma è più indicato, ad ogni modo, tenere un atteggiamento prudente ed attendere l’assunzione di atti concreti. Non è la prima volta che gli Usa parlano di volersi impegnare a produrre meno inquinamento, subordinando però il tutto all’assunzione dello stesso impegno da parte di paesi ancora sordi quali la Cina e l’India.
Purtroppo il muro a muro, in questo caso, non porta a niente e se si vuole davvero porre un argine al fenomeno del surriscaldamento globale bisogna agire immediatamente, senza indugiare. Confortante è in proposito l’intervento del governatore della California, Arnold Schwarzenegger, il quale ha annunciato di voler ridurre del 20% entro il 2025 l'inquinamento atmosferico californiano. Sempre Schwarzenegger, chiedendo ai leader mondiali se il mondo è pronto a cambiare atteggiamento sulla questione climatica, ha affermato che “occorrono azioni, azioni ed azioni”, facendo lavorare insieme ricchi e poveri, al di là dalle divergenze. Al Gore, invece, ha detto che quello dell’Onu è il “più grande vertice mai organizzato sull’ambiente”, ringraziando i leader ed incitandoli ad agire senza indugi, organizzando incontri trimestrali al più alto livello, fino al nuovo Trattato. L'ex vicepresidente Usa, attivamente impegnato in materia di tutela dell’ambiente, ha poi lanciato una serie di campanelli di allarme, legati soprattutto alla questione idrica e, tra questi, ha citato “il Po in Italia, un fiume in pericolo”.
Una
nota stonata, invece, si registra con l’intervento del presidente francese,
Nicolas Sarkozy: questi si è detto pronto a vendere, a chi lo vuole, il
nucleare civile francese, probabilmente facendo storcere il naso ai partecipanti
più ecologisti. Archiviata New York, gli occhi sono adesso puntati su
Washington, dove Bush ha convocato una “due giorni” sull’ambiente, per
gettare le basi di accordi volontari e coinvolgere India e Cina. In proposito,
il ministro italiano, Alfonso Pecoraro Scanio, ha espresso la speranza che la
riunione di Washington sia l’occasione, per gli Usa, che non hanno mai
ratificato il protocollo di Kyoto, “di rimettersi in pista, e non di eludere
la questione” ancora una volta, giustificando la propria condotta deplorevole
con la circostanza che altri paesi inquinatori si rifiutano di adeguarsi agli
accordi internazionali in materia di inquinamento. Chiudiamo con una buona
notizia che fa ben sperare: grazie all’attività del presidente brasiliano,
Lula, il diboscamento della foresta amazzonica è stato diminuito di un quarto.
L’ennesimo passo avanti che manifesta una progressiva presa di coscienza ed un
crescente impegno dei governi per salvare la Terra.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Pubblichiamo
un comunicato stampa inviatoci dal Comitato No Triv di Noto, il giorno dopo la
manifestazione di sabato scorso a Noto, organizzata insieme alla Flai-Cgil per
ribadire il no alle trivellazioni
DALLA
MANIFESTAZIONE DI NOTO UN NUOVO NO
Se un sindacato regionale si mobilita per dare solidarietà e sostegno alla lotta intrapresa già da diverso tempo dal nostro Comitato, ci deve pur essere un buon motivo. Se questo sindacato si chiama Flai-Cgil e scendono in piazza anche i trattori con la bandiera della Coldiretti, 5 sindaci con la fascia tricolore e persino i ragazzi del “Vaffanculo Day” di Peppe Grillo, con le loro magliette nuove di zecca, freschi del successo ottenuto in questi giorni dal loro movimento, c’è sicuramente più di una buona ragione, più di un grave motivo. Noi del Comitato No Triv, pur continuando la nostra lotta a tutti i livelli, non avevamo chiesto niente, poiché, gia sull’onda del successo di quella del 17 marzo, avevamo indotto prima due assessori regionali e poi lo stesso Cuffaro a prendere chiara posizione contro le trivellazioni gas petrolifere in tutta la Sicilia. Purtroppo, alle parole non erano né sono seguiti i fatti, anzi ne era scaturito un colossale inciucio che aveva tratto in inganno persino Camilleri, il quale, a fronte della raccolta di firme, per sua iniziativa, su Repubblica (sono arrivate a circa 200.000!), si era visto sventolare nelle mani dello stesso Cuffaro, alla vigilia dell’apertura della Cattedrale, una chiarissima lettera di rinuncia della Panther a….nulla e meno di nulla.
E’
per questo che la Flai regionale, forte dei numeri esposti dal suo segretario
nel comizio di sabato, e che noi stessi non conoscevamo, si è sentita in dovere
di intervenire in prima persona al nostro fianco, chiamando a raccolta altre
forze, poiché, come da noi sempre sostenuto, questa battaglia è trasversale e
coinvolge tutti: ad essa è legato il nostro destino, quello dei nostri giovani
e anche di tutta la gente che non è ancora scesa in piazza con noi. 10.000
addetti, nelle nostre zone, nell’agricoltura generica e di qualità (ciliegino,
mandorla, melone cantalupo ecc.), singole aziende con 600/800 addetti: uno
sviluppo eccezionale mai visto fino ad oggi nel comparto agricolo,
che supera anche proprio il comparto industriale petrolchimico (Priolo…).
Questi sono i numeri e le scelte operate dalla gente stessa nel corso di
questi ultimi anni nel nostro territorio. Che dicono chiaramente in che
direzione andare! Se a questi numeri fiorentissimi aggiungiamo quelli del
turismo (80 Bed & Breackfast, 25 agriturismi e svariati negozi nella sola
Noto…) si capisce che non si va né si può andare nella direzione del
petrolio:
-
pericolosissima, per le inevitabili né smentibili implicazioni di inquinamento
ambientale e delle falde acquifere;
-
senza produzione né di ricchezza né di futuro…Chi arricchirebbero i profitti
del petrolio? Quanti andrebbero a finire nelle tasche dei cittadini del Val di
Noto? Zero! Quanti dei nostri ragazzi non emigrerebbero perché troverebbero
occupazione nel gas o nel petrolio? Zero! Cosa sono e cosa sarebbero le royalties
di fronte alla enorme massa di denaro già investita nel nostro territorio in
agricoltura e in turismo e che sta cominciando a mostrare i frutti economici?
Solo
gli stupidi possono credere alle illusioni della ricchezza proveniente dal
petrolio o dal gas! E’ inutile che la Panther si compri pezzi di spazi
pubblicitari di NBTV e lanci inchieste discutibili per raccattare consensi. E’
già perdente nei fatti! Non c’è bisogno di fare sondaggi… Le risposte
sono già negli investimenti fatti in agricoltura e in turismo dai netini,
dalla gente di Modica, di Avola, di Rosolini e Pachino e di tutte le altre città
e sono scritte nel senso di questa importante manifestazione, alla quale
potrebbe seguirne, come anticipato dal Segretario Regionale della stessa FLAI,
anche una nazionale. Cuffaro sbrigati con gli atti normativi!
IL COMITATO NO-TRIV
NUMERI DI LUGLIO 2007
07/07/2007
La Heritage
Petroleum ha chiesto alla Regione Toscana la concessione per indagini nel
sottosuolo- Il governatore Martini esclude attività di trivellazione, ma gli
ambientalisti rimangono vigili e pronti a dare battaglia
PERICOLO
TRIVELLE ANCHE IN TOSCANA?
Allarme trivellazioni anche in Toscana. Dopo la Val di Noto, anche il Monticchiello e il Chiantigiano, nonché l’interno della provincia di Grosseto, parte di quella pisana e di quella senese, sembrano a rischio. Tutto nasce dalla richiesta di concessione di permessi per indagini nel sottosuolo mossa alla Regione Toscana. La notizia apparsa sui giornali ha ovviamente sollevato numerose polemiche. Tra i più accesi dissensi quelli manifestati da Legambiente. “E’ una decisione incredibile”. L’area del Chianti, infatti, è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco ed è tra le più pregiate località della regione di Dante. Vi si coltivano tra i migliori vitigni italiani e comprende zone molto apprezzate dai turisti (tra cui l’ex premier inglese Tony Blair). Il presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, getta acqua sul fuoco.
In un’intervista rilasciata al Tg3 dichiara: “La concessione dei permessi non è ancora scontata, si attende l’esito della conferenza dei servizi. Non permetteremo delle trivellazioni in quelle zone- continua Martini- dopo gli studi non ci saranno scavi nel sottosuolo”. L’azienda che ha richiesto i permessi, insieme al Ministero per lo Sviluppo economico, è la Heritage Petroleum. Secondo la Regione è una possibilità per un’attenta mappatura del sottosuolo della regione stessa. Purtroppo, è necessario prestare molto attenzione quando si concedono permessi di tal genere. Certe zone del nostro paese, tra cui le sopraccitate Val di Noto e Chiantigiano, devono essere preservate in ogni modo da qualsiasi intervento. Come ha ribadito anche il presidente Martini, la Toscana ha altre vocazioni.
Le
colline del Chianti producono i vini che poi vengono esportati e contribuiscono
(da tempo immemore), insieme agli altri del nostro Paese, a fare dell’Italia
una delle potenze del mercato in quel settore. Turismo e viticoltura
specializzata. A questo devono essere adibite quelle zone. Nessuna logica di
profitto può in alcun modo legittimare lo scempio di un paesaggio splendido.
Inoltre, la questione rispolvera un problema vecchio di decenni. La dipendenza
dal petrolio. Se ci si ostina a investire nella ricerca dell’oro nero e non
nelle fonti rinnovabili rimarremo sempre nel solito circolo vizioso. Occorre
dire basta e dobbiamo tutti cercare alternative, il petrolio non deve e non può
essere l’unica soluzione. Probabilmente avrà ragione Martini, quelle zone non
saranno oggetto di scempio. Ma è bene stare attenti. L’ambiente non deve
essere messo in secondo piano. Esso è fondamentale per tutti, specialmente in
questi casi, quando è fonte di reddito e di ricchezza per le popolazioni che vi
abitano.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
A Siracusa, nel cuore dell’antica borgata, numerose famiglie continuano a vivere in un’area investita da problemi ambientali e priva di vie di fughe necessarie in caso di emergenza- Il Comune volta le spalle ai cittadini
CENTINAIA
DI FAMIGLIE IN PERENNE EMERGENZA
Nel
centro di Siracusa, alle spalle della trafficata via Politi Laudien, dove sorge
il Grand Hotel Villa Politi, troviamo sorprendentemente un ampio slargo incolto.
Anche quest’anno, in una giornata di caldo intenso e vento, le sterpaglie sono partite (se da sole o con l’intervento di qualcuno non si sa) a fuoco andando a lambire i muri di diverse abitazioni. Si sono visti, così, degli abitanti improvvisarsi vigili del fuoco per evitare che le proprie abitazioni potessero incendiarsi. La domanda che sorge spontanea è “perché non si evita il problema ripulendo tutta l’area?”. La risposta è molto semplice: appartenendo il terreno a privati, dovrebbero essere questi a premurarsi perché le sterpaglie vengano rimosse regolarmente. Il problema è che questi proprietari, rintracciati con estrema difficoltà, in quanto non risiedono a Siracusa, non hanno il minimo interesse a prodigarsi per assolvere i loro doveri, portando a supporto del loro atteggiamento noncurante il fatto che il Comune dovrebbe espropriare l’area per attrezzarla a verde pubblico. Da parte sua, il Comune, che dovrebbe comunque agire, in mancanza dell’intervento dei proprietari, per garantire la pubblica igiene, si scrolla ogni responsabilità affermando che l’area non è stata ancora espropriata e, essendo privata, non ha alcun tipo di competenza.
In
questo rimpallo di responsabilità tra proprietari e Comune, che ormai dura da
anni, quelli che ci vanno di mezzo sono tutti gli incolpevoli abitanti della via
Napoli, che, come se non bastasse, sono esposti anche a rischi di pubblica
sicurezza.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
14/07/2007
Il
Wwf ha presentato una mappa delle dieci spiagge italiane da salvare, tra cui
anche quelle di Vendicari e Capo Passero- Intanto la distruzione continua: a
Fontane Bianche proteste contro la costruzione dell’ennesimo solarium
IL
WWF SELEZIONA LE COSTE SANE
Alcuni giorni fa, in occasione della presentazione della nuova Oasi affiliata alla rete di aree tutelate dal Wwf (quella di San Felice, di proprietà del gruppo Allianz e con il patrocinio del Comune di Grosseto), l’associazione ambientalista ha presentato anche una mappa con dieci spiagge selvagge da salvare in Italia. Si tratta di “gioielli della natura” che rappresentano il meglio di ciò che rimane ancora intatto lungo le coste italiane. Se fino a qualche decina di anni fa era possibile vedere un po’ ovunque le dune e la vegetazione tipica di questo ambiente, ora si tratta di una rarità: una rarità che per di più va preservata perché rischia di scomparire. Questo fornisce un dato eloquente sullo stato delle nostre coste, martoriate dall’attività, quando legale e quando no, dell’uomo, ma sempre distruttrice. Tra i tratti di costa selvaggia che il Wwf ha selezionato sulla base di sviluppo, importanza e valore, caratterizzati da dune selvagge, ci sono anche dei piccoli angoli di paradiso della nostra Sicilia.
A farci compagnia regioni come la Sardegna, la Toscana, l’Emilia Romagna. I siti siciliani sono ricompresi nel territorio di Noto e Pachino (in provincia di Siracusa) e sono esattamente le coste di Vendicari e le coste di Capo Passero: morbide dune dorate con la tipica vegetazione mediterranea, tra cui i profumatissimi gigli di mare. Grazie all’attenzione ed alla sorveglianza del Wwf, si spera che questi incantevoli posti possano avere uno strumento di tutela in più. Il Wwf si prefigge, infatti, di salvaguardare queste preziose aree, a rischio di estinzione, anche attraverso il coinvolgimento dei privati. Solo attraverso questo coinvolgimento, infatti, si può scampare al rischio che su tali aree confluiscano interessi, soprattutto economici, di segno opposto. Già sono state “vittime” di questi interessi chilometri e chilometri di coste siracusane: a causa dell’abusivismo e a causa della speculazione, anche turistica, non solo si è man mano perso l’accesso al mare, ma si è soprattutto dovuto dire addio a piccoli habitat naturali ormai andati persi per sempre.
C’è
poi un fenomeno che ad ogni estate ricompare puntualmente: quello di creare
enormi solarium, indistintamente su scogli e spiagge, creando non solo un
bruttissimo impatto visivo, ma spesso determinando anche danni geo-morfologici.
L’ultimo, in ordine di tempo, la costruzione di un solarium nella località
Fontane Bianche. Nonostante le proteste degli abitanti di via Vega, il solarium
sta venendo su inesorabilmente, ovviamente contribuendo a deturpare il paesaggio
già sufficientemente compromesso dalla mano pesante dell’uomo. L’unica cosa
che si può sperare è che quei pochi paradisi vergini che ci rimangono riescano
a resistere agli assalti distruttori, e che quello che ormai è già compromesso
non debba subire un’offesa peggiore di quella attuale. Forse Comuni e
Capitanerie di Porto (competenti a rilasciare le autorizzazioni) dovrebbero
passarsi un attimo la mano sul cuore e soprattutto sulla coscienza.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Il grande concerto per
l’ambiente, che il 7 luglio ha riempito di musica alcune metropoli mondiali,
pur essendo utile a sensibilizzare, presenta alcune incoerenze che vanno
corrette- Partire da noi stessi per salvare il pianeta
LIVE
EARTH: LA COERENZA PRIMA DI TUTTO
Sabato 7 luglio, si è tenuto il “Live Earth”, un concerto finalizzato a sensibilizzare l’opinione pubblica ai problemi climatici che negli ultimi anni hanno aggravato la condizione ambientale della Terra. Il concerto, durato 24 ore, si è dislocato in tutto il mondo, a latitudini diverse, in modo tale che la maratona musicale durasse tutto il giorno. Tra le città coinvolte vi erano Londra, Sidney, Shanghai, Johannesburg, Tokyo e Rio de Janeiro, nelle quali si sono esibiti alcuni tra gli esponenti più importanti del panorama musicale internazionale.Da ricordare è anche l’esibizione di alcuni artisti “alternativi” su una piattaforma dell’Antartide, giusto per rendere tutti i continenti partecipi dell’evento. La manifestazione è stata patrocinata da Al Gore, relatore di un rapporto sul surriscaldamento del clima terrestre. Egli stesso aveva proposto come sede americana del concerto la capitale degli U.S.A., Washington, ma le resistenze dei repubblicani hanno indotto gli organizzatori a scegliere una località nei pressi di New York.
La manifestazione è stata seguita da più di due miliardi di persone ed è andata in onda via satellite e via internet, grazie al portale Msn. Il ricavato dei biglietti è stato devoluto a varie organizzazioni ambientaliste, le quali avranno il compito di promuovere campagne di lotta contro l’inquinamento ed agire in favore di politiche ambientali più equilibrate a livello mondiale. I presupposti della manifestazione sono di certo positivi: è infatti importante coinvolgere il maggior numero di persone in occasione di eventi che possano aiutare a migliorare le condizioni di vita sul pianeta, ma è stata proprio la portata “internazionale” dell’evento a suscitare non poche polemiche. Un concerto di cosi lunga durata, sebbene sia stato organizzato da città distanti tra loro, ha richiesto un ingente dispendio di energia (ai danni dell’ambiente), cosa contro la quale combattono da anni gli ambientalisti di tutto il mondo, per non parlare poi del cosiddetto “pubblico a casa” che, volendo seguire il concerto per tutte le 24 ore della giornata, ha impiegato ugualmente tanta energia.
Presi singolarmente, gli apparecchi televisivi ed i computer non impiegano tante risorse, ma considerando i due miliardi di spettatori, la percentuale sale vertiginosamente…e l’ambiente ne risente. L’ideale sarebbe stato di organizzare un unico grande concerto in mondo visone, sebbene sarebbe stato difficoltoso parteciparvi per le persone più lontane. La verità è che non basta un solo concerto per fare in modo di migliorare le condizioni del pianeta. Certo, la mobilitazione è importante, ma solo se finalizzata all’ambiente! Essendoci star internazionali, il concerto ha attratto l’attenzione soprattutto grazie a loro ed inevitabilmente le persone si sono avvicinate all’iniziativa nella speranza di sentire dal vivo i propri idoli, più che per la condivisione di idee ambientaliste. Non sono accorsi solo giovani, dato che la scelta dei cantanti è stata indirizzata ad ogni generazione, così da ampliare il pubblico. L’obiettivo di 2 miliardi di spettatori, infatti, è stato raggiunto, il numero era necessario per inviare il messaggio a quante più autorità possibili.
La
mobilitazione doveva comunque essere accompagnata da una certa coerenza con
l’obiettivo da raggiungere, ovvero, una manifestazione “pulita” per un
pianeta altrettanto “pulito”. Non solo la manifestazione, ma anche i
cantanti sono stati accusati di incoerenza ed ipocrisia; le star sono famose
anche per i loro vizi ed i loro sprechi energetici: che senso ha per loro e per
il pubblico partecipare per poi continuare ad assumere comportamenti scorretti
nei confronti dell’ambiente? Parte del pubblico europeo sembra aver capito
questo aspetto, tanto che, sia per la pioggia, sia per il caldo, gli stadi di
Amburgo e Wembley erano in parte vuoti. Nella speranza che il messaggio di Gore,
“SOS” (save ourselves=salviamo noi stessi), sia afferrato da tutti, autorità
e non, iniziamo a rispettare in maniera corretta i messaggi positivi lanciati
dal Live Earth, poiché quello di cui il pianeta ha veramente bisogno è,
innanzitutto, la nostra buona “condotta ambientale”.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
21/07/2007
Con
un vero e proprio plebiscito, i cittadini di Priolo dicono No al rigassificatore
e scelgono di difendere il proprio diritto alla salute- I Verdi:”Battuti i
fautori della paranoia energetica”, ma la battaglia rimane aperta
A
PRIOLO IL NO STRAVINCE, MA NON BASTA
Un vero e proprio plebiscito, un risultato che la dice lunga sulla distanza enorme tra il mondo produttivo e la gente, tra la politica sensibile alle scelte industrialiste e le persone che vivono nel territorio. La consapevolezza ambientale dei cittadini è cresciuta notevolmente nel corso degli anni, soprattutto in quelle realtà già dilaniate dall’inquinamento e dalle sue drammatiche conseguenze. Priolo Gargallo, comune a pochi chilometri da Siracusa e situato nel cuore della zona industriale, ha detto No ai rigassificatori, con il 99% delle preferenze. La città intera ha deciso di respingere l’assalto violento di un’industria aggressiva, pronta a tutto pur di saziare la fame di affari e di denaro.
La scelta di realizzare un rigassificatore nell’area del triangolo industriale Priolo-Augusta-Melilli, già costretta a convivere con i fumi degli impianti, con le emissioni nocive, con la puzza degli scarichi industriali, con un tasso elevatissimo di mortalità per tumori e di malformazioni neonatali, si inscrive in un contesto, quale è quello attuale, di arroganza da parte del mondo imprenditoriale che ha deciso di sferrare l’assalto al territorio siciliano (e siracusano in particolare), grazie alla connivenza di una parte consistente del mondo politico, che spinge per l’installazione di impianti “innovativi” e utili. Si cerca, da più parti, attraverso bugie veicolate per mezzo stampa, di spacciare per fondamentali strategie industriali che non hanno alcuna logica, che non servono al territorio.
Si cerca di utilizzare metodi vecchi, tutti improntati sul solito slogan “Meglio morire di fumo che di fame”, optando per fonti energetiche che di innovativo non hanno nulla e che, inoltre, rappresentano elementi di ulteriore aggravamento della situazione ambientale e sanitaria dell’intera zona, non solo il noto triangolo industriale della nostra provincia ma anche altre città, a partire da Siracusa. Attraverso l’azione del sindaco e della maggioranza dei cittadini, Priolo, dopo aver ottenuto il referendum consultivo e dopo aver votato No in massa, ha fatto capire con chiarezza a chi vuole realizzare il rigassificatore che la gente è contraria e che la protesta sarà fortissima. Non c’è spazio per slogan vecchi o per trattative: i cittadini hanno scelto la salute, hanno votato per la sopravivenza propria e dei propri figli, già minacciati dalla contiguità con il polo petrolchimico.
Grande soddisfazione per questo risultato è stata espressa, tra gli altri, anche dai Verdi di Siracusa, per voce di Paolo Pantano, il quale, in un comunicato inviatoci, ha affermato: “Sono stati battuti i fautori della paranoia energetica da combustibili fossili che non si curano dei costi sociali e sanitari delle popolazioni. Sono state sconfitte le società gas-petrolifere che, fra l’altro, accusano un ritardo imprenditoriale e culturale ancorandosi ancora ad una nostalgica visione di industrializzazione degli anni ’50. Anziché investire nell’ innovazione tecnologica offerta dalla ricerca di nuove fonti e dalle nuove opportunità, non si accorgono dell’esaurimento ormai conclamato (Picco di Hubbert) delle fonti tradizionali d’ energia. Le popolazioni, se consultate, dichiarano apertamente la loro scelta per la salute, la sicurezza e per un futuro sostenibile”.
Il
rappresentante dei Verdi ritiene che la vittoria del No, a Priolo, è
l’occasione per una svolta verso le energie rinnovabili, pulite; una svolta in
direzione della previsione e dell’attuazione di un piano energetico regionale,
ritenuto necessario in quanto “rappresenta anche la possibilità di lavoro e
di uno sviluppo armonico, democratico e compatibile, ma conveniente anche dal
punto di vista economico”. Il problema più grosso, però, al di là delle
buone intenzioni e del buon risultato, è che la battaglia resta più che
aperta, in quanto il referendum non è vincolante ma ha solo valore consultivo.
Inoltre, finora solo Priolo Gargallo ha utilizzato tale strumento, mentre gli
altri comuni coinvolti sono rimasti timidi. In poche parole, il No è un passo
importante, ma non definitivo.
Massimiliano Perna -ilmegafono.org
La
stagione calda, ancora una volta, coincide con l’esplosione dell’emergenza
incendi, che ha già causato la distruzione di intere aree del territorio- La
Provincia di Siracusa affitta un elicottero per affrontare il problema
L’ESTATE
ENTRA NEL VIVO E...NEL FUOCO
La stagione estiva è iniziata da qualche settimana, il primo caldo ha già messo alla prova la resistenza fisica di moltissime persone, le quali hanno cominciato a trasferire il proprio tempo libero sulla sabbia e sull’acqua dei litorali italiani, affiancati dai tanti turisti che affollano le nostre città. In questo scenario solare tipicamente estivo, purtroppo, non manca, nemmeno quest’anno, l’emergenza incendi, che riguarda l’intero territorio nazionale e che ha un impatto distruttivo sul nostro patrimonio naturale. Ad un mese dall’avvio ufficiale della stagione “calda”, i boschi, le campagne, le riserve hanno già conosciuto le fiamme e la loro potenza devastante. In Sicilia, ad esempio, nelle giornate del record, con città che hanno visto il termometro salire a 47 gradi, i Vigili del fuoco e la Protezione Civile hanno dovuto lavorare ininterrottamente per domare gli incendi propagatisi in ogni parte. Siracusa è stata tra le province più colpite dal fenomeno, richiedendo interventi continuativi in diverse zone, dentro la città, nei paesi del circondario (specie Augusta), nelle campagne.
Le fiamme hanno addirittura investito la vegetazione che insiste nella zona di Capo Murro di Porco, all’interno dell’area marina protetta del Plemmirio, distruggendo prestigiosi esemplari di macchia mediterranea. Girando in auto, non è difficile imbattersi in piccoli focolai oppure in veri e propri incendi, ai bordi delle strade e delle autostrade, nelle zone boschive, nelle località di campagna, in particolare nelle giornate in cui il clima torrido è accompagnato dal vento. Non solo il caldo la causa, ma soprattutto, ancora una volta, l’uomo, il quale è il principale colpevole di questa piaga che divora, ogni anno, pezzi consistenti di ambiente. I piromani sono l’elemento principale di questo fenomeno, caratterizzati da una follia patologica, da una mente criminale. Non appena arriva il caldo ed il vento soffia, si dirigono nelle zone più sensibili ed esposte e appiccano il fuoco, aspettando che il vento ne consenta la massiccia propagazione. Poco importa se nella zona si trovano specie vegetali rare, terreni coltivati, abitazioni rurali, poco importa se qualcuno può rimanere vittima di tale azione sconsiderata: i piromani vogliono solo il fuoco, tutto il resto non conta.
Ed è difficile poi rintracciarli per poterli punire attraverso la legge, perché appena compiuto il misfatto vanno a cercare un luogo nascosto da cui godersi lo spettacolo. Accanto all’opera malsana dei piromani, come si sa, c’è un altro livello di responsabilità, più diffusa perché riguarda tutti e chiama in causa il grado di civiltà dei cittadini e delle istituzioni. La presenza di rifiuti di ogni genere nelle aree incolte, la loro trasformazione in discariche improvvisate, in cui sterpaglie e immondizia si mischiano, costituiscono il braciere ideale per una giornata di caldo intenso. Plastica, vetro, carta, vari materiali infiammabili: tutto ciò forma una miscela esplosiva che ha bisogno di poco per partorire tutto il suo carico di fuoco e di distruzione. Il numero notevole di discariche abusive esistenti nella nostra provincia, è uno dei motivi per cui Siracusa è stata investita in pieno dall’emergenza incendi, rispetto a cui adesso gli enti locali sono costretti a predisporre interventi specifici di contrasto. Il “grande rogo” verificatosi nei giorni del picco ha obbligato le istituzioni a fare qualcosa, a mettere in campo le proprie forze e risorse, per evitare che l’intero patrimonio naturale vada distrutto.
La
Provincia Regionale è apparsa subito pronta ad intervenire: è di una decina di
giorni fa, la notizia che l’ente provinciale si è dotato, per il periodo
estivo, di un elicottero che si occuperà di gestire l’emergenza. Il mezzo,
infatti, affittato fino a settembre con una spesa totale di 36.000 euro, svolgerà
le seguenti funzioni: avvistare gli incendi, coordinare dall’alto le
operazioni di spegnimento, segnalare le zone di approvvigionamento idrico,
allertare la Protezione Civile attraverso la Prefettura, monitorare e segnalare
le discariche abusive e controllare la viabilità. Un impegno concreto, dunque,
per cercare di prevenire le emergenze o, quantomeno, di contrastarle in tempo,
prima che le loro tragiche e devastanti conseguenze possano realizzarsi in
pieno. Uno strumento utile, non sappiamo ancora se sufficiente, ma di sicuro
importante almeno per sperare in un’estate diversa, con più verde e meno
cenere. Ovviamente, accanto agli interventi degli organi preposti, è necessario
che ognuno di noi faccia il proprio dovere di cittadino civile, rispettando
l’ambiente (evitando, quindi, di disperdervi rifiuti di ogni genere) e
segnalando immediatamente eventuali incendi al numero gratuito 1515.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
28/07/2007
Negli ultimi tempi,
i mass media stanno attuando un vero e proprio bombardamento a proposito del
buco dell’ozono e dei conseguenti cambiamenti climatici. E’ giusto tutto ciò?
O è soltanto puro terrorismo mediatico?
CHE
CALDO CHE FA...LO DICE ANCHE LA TV
Per questa settimana di fine luglio, colgo l’occasione di farvi notare che fa caldo. Ebbene sì: luglio, mese che nel calendario figura come quello in cui si dovrebbero registrare le temperature più alte dell’anno (e non agosto, come molti potrebbero pensare), è stranamente afoso. Trovo giusto, quindi, che i telegiornali continuino ad allarmare le persone con scenari apocalittici, previsioni di stragi per l’umidità e la conseguente aria pesante e irrespirabile. Naturalmente, abbiamo avuto previsioni di questo tipo per tutto maggio, per ritrovarci davanti un giugno da felpa e giacca. D’altra parte, la stessa cosa è successa anche l’inverno scorso. È noto che l’inverno sia la stagione più fredda e che quindi sia normale che le temperature, pur trovandoci in un territorio come l’Italia, cioè prevalentemente esposto a sud, qualche volta scendano anche sotto lo zero. Per tutto l’inverno, in effetti, ci sono stati parecchi sbalzi di temperatura.
Un caldo quasi autunnale, intervallato da qualche puntata di freddo: non ho mai percepito, come voi credo, quel freddo letale proveniente direttamente dal circolo polare artico più volte annunciato dai telegiornali. Se si fossero raccolte tutte le previsioni del tempo della tv, senza badare alle vere sensazioni di caldo e freddo, ne sarebbe venuto fuori un anno catastrofico e si sarebbe dedotto che nel giro di tre mesi il buco dell’ozono si sarebbe allargato a dismisura e si fosse morti tutti. Non dico di non credere ai cambiamenti climatici che stanno avvenendo, dico solamente di non sopportare ormai più l’allarmismo dei telegiornali, quando sanno benissimo che le persone, nel loro piccolo, anche se terrorizzate, non possono fare più di tanto se non acquistare condizionatori d’aria. Sarebbe invece necessario comunicare queste notizie ai governi, che sono gli unici che possono cambiare qualcosa, mettendo in atto nuove leggi che per esempio vietino di utilizzare quegli oggetti che maggiormente inquinano.
Per non parlare poi dell’allarmismo sui canali di Mtv. In concomitanza con il concerto “Live Earth” del 7 luglio 2007, tenutosi in nove città dei sette continenti, è iniziato un vero e proprio bombardamento sull’inquinamento terrestre. Peccato che queste pubblicità (di fortissimo impatto emotivo, peraltro) siano state trasmesse soltanto sui canali di Mtv e per qualche settimana prima del concerto. Eseguito il concerto, richiuso il buco dell’ozono. Non se ne parla più. Forse il concerto sarebbe servito anche a qualcosa, solo che moltissima gente non ha potuto vederlo perché si poteva seguire unicamente da due canali di Mtv. Quest’anno, le bands e i cantanti sembrano tutti enormemente presi da questo problema. Da giorni, infatti, i canali musicali trasmettono video di Linkin Park, Madonna e altri che mostrano un mondo distrutto dalle guerre e dall’inquinamento. Significativo che ce ne siamo accorti nel 2007 e che il buco dell’ozono esiste da almeno dieci anni.
Non tutti però mostrano di essersene accorti e invece di firmare per il protocollo di Kyoto, preferiscono continuare la guerra per il petrolio, mascherata da lotta contro il terrorismo. Il problema è che i politici e i potenti sono troppo occupati a tenersi stretta la loro poltrona per alzarsi e dire basta allo sviluppo che inquina. Sono troppo impegnati a deforestare, a commerciare armi e a produrre rifiuti da inviare poi a chi non ne produce affatto. L’allarmismo dei telegiornali e della televisione in generale è inutile. In certi casi è addirittura sbagliato, come nel caso di Mtv, che dei problemi del mondo ne fa solo una trovata pubblicitaria e solo per dire “quanto è bravo quel cantante che fa i video con gli orsi che muoiono di caldo”. È un controsenso: spendono milioni per video monumentali “per sensibilizzare le persone”, mentre invece potrebbero donare in silenzio quei soldi alle associazioni ambientaliste e umanitarie.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
A
Caresana (Vercelli), la nascita di una nuova centrale a biomasse per la
produzione di energia elettrica preoccupa Legambiente, che esprime perplessità
sul fatto che possano essere bruciati anche rifiuti prodotti dall’uomo
COSA
BRUCERA’ NELLA NUOVA CENTRALE?
Sorgerà a Caresana (Vercelli) una centrale a biomasse che produrrà 162.400 megawatt ore all’ anno di energia elettrica e 49.540 megawatt ore all’anno di energia termica, per un investimento di 63 milioni di euro. E’ un’opportunità di autonomia energetica per il territorio della Bassa Vercellese, se si considera che, sia di combustibili che d'energia elettrica importata, l’Italia tutt’oggi dipende dall'estero per quasi l’84% delle proprie energie. Da alcuni anni stanno crescendo l’attenzione e la valorizzazione delle energie rinnovabili proprie di ogni territorio, con centrali termiche a biomasse, impianti fotovoltaici, la centrale a gas naturale a ciclo continuo di Trino, ecc.
Le fonti biogeniche utili alla biomassa sono colture oleaginose, foreste e legna, biogas originati da discariche e zootecnia, residui agricoli e agro-industriali. Le biomasse, invece, bruciate dalla centrale di Caresana, essendo di origine vegetale, esclusivamente paglia e lolla del riso, produrranno energia pulita, tanto da meritare alcune sovvenzioni. Si è aperto, inoltre, un successivo dibattito pubblico tra membri regionali di Legambiente, in cui sono emerse perplessità sul fatto che venissero bruciati anche rifiuti di attività umane, e non solo biomasse.
La
preoccupazione è stata quella relativa alla valutazione di potenziali rischi
per la salute della popolazione interessata. Si ipotizzano tuttavia un
rendimento elettrico di oltre il 40% e un fabbisogno complessivo di 86.100
tonnellate all'anno per produrre 162.460 Megawatt ora elettrici annui.
Legambiente ritiene che questo impianto sia enormemente sovradimensionato: “se
nella realtà poi non ci saranno biomasse disponibili a sufficienza, chi ci
assicura che non verranno utilizzati rifiuti al loro posto?”.
Gigliola Vendramini -ilmegafono.org
NUMERI DI GIUGNO 2007
02/06/2007
La
questione energetica in Italia ha fatto rinascere con forza il dibattito sul
nucleare, considerato come unica possibilità di produzione di energia pulita-
Nessun accenno al problema della gestione delle scorie radioattive
E QUALCUNO TORNA A INSISTERE SUL NUCLEARE
Una delle questioni più spinose per il governo italiano è quella relativa all’approvvigionamento di energia. Ricordiamo tutti il blackout di alcuni anni fa, causato da un ramo che troncò il cavo dell’alta tensione che faceva giungere l’energia in Italia dalla Francia. Per far fronte al rischio dell’interruzione della fornitura di energia, che paralizzerebbe la nazione, si è nuovamente avanzata l’ipotesi di produrne attraverso la creazione di centrali nucleari. La produzione di energia nucleare, in fondo, è già praticata da diversi stati europei, come per l’appunto la Francia, ed ha il pregio di creare energia pulita. Allora quale sarebbe il problema? Perché opporsi? E perché nel 1987 gli italiani votarono in massa per il “si” nel referendum abrogativo sul nucleare? La risposta sta prima di tutto nella pericolosità delle centrali, pericolosità che si era eloquentemente manifestata pochi mesi prima del referendum, esattamente nel 1986, a Chernobyl, cittadina dell’Ucraina dove era esploso un reattore della centrale nucleare, causando la contaminazione di una vastissima area e l’insorgere di gravissime forme di malattie a causa delle radiazioni a cui era stata sottoposta la popolazione.
L’indesiderabilità del nucleare, per quello che ci riguarda, sta anche nella produzione di scarti difficilmente gestibili: il processo di scissione degli atomi, infatti, produce delle scorie nucleari altamente inquinanti e pericolose per la salute a causa della elevata radioattività. Proviamo solo per un attimo ad immaginare delle centrali in Italia: queste richiedono, intanto, una precisione ed una serietà nella gestione e nella manutenzione che dubitiamo le imprese italiane siano in grado di garantire. Si potrebbe rispondere che tanto il rischio di incidenti lo corriamo lo stesso visto che le centrali nucleari si trovano comunque nella vicina Francia, ma questa non pare una replica convincente. In secondo luogo proviamo ad immaginare la gestione delle scorie radioattive: sappiamo che in Italia l’ambito della gestione dei rifiuti non è proprio quello che risalta per l’eccellenza, anzi. Non considerando i vari casi di emergenza che periodicamente esplodono in regioni quali la Campania, riusciamo ad avere idea di come verrebbero smaltite le scorie radioattive? Non è certo una rarità scoprire discariche abusive, sparse per tutta l’Italia, magari gestite dalle organizzazioni criminali.
Quello dello smaltimento dei rifiuti, specialmente speciali e pericolosi, è un terreno in cui le mafie hanno costruito un enorme business, e la possibilità di mettere le mani sullo smaltimento di rifiuti tossici quali le scorie radioattive gli risulterebbe di certo appetibile. Inoltre, anche se si riuscisse a tener lontana la mano mafiosa dal giro dello smaltimento degli scarti, non si risolverebbe comunque il problema di dove mettere queste scorie; perché da qualche parte andrebbero pur messe e l’impatto negativo sulla salute delle persone sarebbe difficilmente arginabile. Stupisce, dunque, che un oncologo come Umberto Veronesi, particolarmente impegnato nella lotta a favore della salute pubblica, si sia espresso in senso positivo verso una politica energetica nucleare. Come, infatti, affermato dal premio Nobel, Rubbia, la vera politica verde perseguibile in Italia, e nel resto del mondo, è quella che si basa sulla produzione di energia pulita partendo da fonti pulite e rinnovabili quale il sole ed il vento. L’alternativa alle centrali nucleari la forniscono le centrali solari con i pannelli a ciclo combinato, sperimentati ad esempio nella centrale Archimede di Priolo (SR). Energia pulita, rinnovabile, la cui produzione non determina alcun tipo di inquinamento o di rischio di contaminazione dell’ambiente.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
La
foresta della Papua Nuova Guinea è uno dei polmoni verdi del pianeta, ricca di
fauna, flora e della cultura delle tante tribù che vi abitano- Ma i mercanti
del legno hanno distrutto più della metà di questo splendido patrimonio
Come ben sappiamo le foreste sono il polmone della Terra, in quanto assorbono l’anidride carbonica dell’atmosfera e rilasciano il preziosissimo ossigeno, e inoltre costituiscono l’habitat di flora, fauna e non solo. In particolare, vogliamo parlare di una delle foreste più rigogliose e ricche del mondo, cioè quella della Papua Nuova Guinea. Si tratta di una delle foreste più estese che offre l’ottimale collocazione per un numero elevatissimo di piante e animali: fino all’ultima spedizione, nel dicembre scorso, gli scienziati hanno scoperto almeno venti nuove specie di animali e insetti. Un immenso ecosistema che funge da serbatoio non solo di una flora ed una fauna ancora non del tutto esplorata, ma anche di una ricca varietà culturale visto le diverse tribù indigene che vi abitano: si sono contate la bellezza di mille lingue parlate, ben un sesto del patrimonio linguistico mondiale. Il problema, però, che affligge questi stupendi luoghi, dimora di un’incredibile biodiversità, è l’assoluta mancanza di tutela nei confronti di quegli imprenditori privi di scrupoli che hanno interesse a prelevare i pregiati legni.
Si tratta soprattutto, a quanto riferisce Greenpeace, di un gigante malese, il quale ha fatto terra bruciata ovunque, mettendo in serio pericolo la sussistenza delle popolazioni del posto, le quali vivono di ciò che fornisce loro la foresta, nella più totale armonia con la natura. Per proteggersi da questa aggressione sarebbe necessaria una legge precisa che ponesse dei limiti, legge che in realtà non esiste: è solo riconosciuto alle tribù un generico diritto alla terra, senza però precisarne i limiti, il che rende ogni angolo dell’isola preda delle motoseghe. Ad incrementare, poi, questo mercato illegale del legno vi è la mancanza di leggi restrittive nei vari paesi acquirenti come l’Italia. Sebbene l’Italia si sia impegnata nelle politiche europee contro l’importazione di legno illegale, è la prima a rifornirsi indistintamente, senza alcuna cautela, dai paesi del bacino del Congo dove vengono abbattuti illegalmente, spesso sotto il controllo dei fautori delle guerre, ettari ed ettari di foreste.
Per
ridurre la distruzione scellerata di tutti i patrimoni verdi della Terra sarebbe
necessario, oltre ad una politica verde a livello comunitario e globale, la
previsione in tutte le legislazioni statali di norme precise e puntuali che
limitino l’acquisto di legno e che richiedano un accertamento della
provenienza di questo, evitando di incrementare il mercato illegale, che fa
arricchire imprenditori ed amministrazioni che fanno della violenza e della
sopraffazione la loro arma di convincimento. Intanto, anche se si tratta di un
piccolo passo, un centinaio di comuni italiani, tra cui Roma, Genova e Firenze,
si sono impegnati insieme a Greenpeace a dare la preferenza a prodotti
certificati FSC (Forest Stewardship Council), certificato che assicura, appunto,
che il legno proviene da foreste gestite in modo responsabile. Solo così si
potrà salvare il paradiso della Papua Nuova Guinea (che è già andato
distrutto per più della metà) e tutte le altre foreste del mondo.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
09/06/2007
Dopo
le battaglie e le denunce pubbliche, da circa due anni la battaglia contro i
canili lager di Siracusa sembra essere svanita- Gli enti pubblici e le
associazioni tacciono, i gestori guadagnano e i cani, intanto, continuano a
soffrire
UN
MURO DI GOMMA SUI CANILI DI SIRACUSA
Da molto tempo il nostro sito pensava di dedicare spazio alla questione del maltrattamento degli animali nei canili italiani. Il compito era stato affidato a me, in quanto ho personalmente combattuto, nella provincia di Siracusa, contro la gestione criminale delle strutture di “ricovero” per cani. Strutture che sono totalmente affidate ai gestori privati e che portano nelle loro tasche migliaia di euro, soldi pubblici, versati dai contribuenti, in cambio di un servizio inadeguato che ha per denominatore principale la violenza sugli animali, in barba ad ogni legge e ad ogni minimo requisito di civiltà. La battaglia condotta a Siracusa insieme ad alcune associazioni e alcuni cittadini ha avuto un prezzo, vale a dire l’isolamento e l’irrigidimento del muro di gomma issato dal Comune di Siracusa, dai suoi funzionari addetti all’Ecologia ed all’Ambiente, e ovviamente dai gestori. La vicenda ha conosciuto un momento importante, storico, nel luglio del 2003, quando la magistratura e i Carabinieri, attraverso un blitz, hanno disposto il sequestro dei tre canili privati che operano a Siracusa.
La notizia finì sui tg e sui quotidiani nazionali, che raccontavano l’orrore, le condizioni terribili degli animali, l’affollamento incredibile (specie nella struttura più grande, il “Piccolo Panda”), le carcasse bruciate sepolte sotto terra dentro sacchetti di plastica, le morti non denunciate, ecc. Per inciso, va detto, a chi non lo sapesse, che tali strutture percepiscono una diaria giornaliera per ogni cane, che dovrebbe servire a sfamare ed accudire l’animale. Chiaramente, alla morte del cane, la struttura deve denunciare il decesso, in modo da interrompere la diaria relativa al cane defunto. Nelle strutture siracusane, invece, i cani scomparivano, o semplicemente morivano, ma non veniva fatta alcuna denuncia. Questo è emerso dalle indagini svolte dalla Procura e dai Carabinieri del reparto ambientale. A Siracusa, i quotidiani locali tacquero la notizia, fingendo che nulla fosse avvenuto. Perché? Perché a Siracusa tutti contribuiscono a questo orribile muro di omertà sulla pelle degli animali, che non hanno voce per difendersi. Ci sono interessi economici troppo grossi in gioco e tanti soldi.
Uno dei proprietari di una di queste strutture, all’epoca, era un famoso e potente notaio della città, un membro di prima classe della “Siracusa bene”, vale a dire un appartenente a quella casta clientelare e ferrea che si esercita quotidianamente nello sport del “non toccare, non disturbare, sosteniamoci a vicenda”. E molti giornalisti o direttori fanno parte a pieno titolo di questa bella compagnia. Quindi, il silenzio è stato voluto. Per loro sfortuna, però, un piccolo gruppo di persone, l’anno successivo, nel 2004, dopo l’uccisione ignobile di una cagnetta inoffensiva da parte del “gentile” accalappiatore del Comune, proprietario di un’altra delle tre strutture e privo dei requisiti minimi per svolgere il servizio di accalappiamento, una protesta forte comincia ad animarsi e culmina in una manifestazione che, a due giorni dalle elezioni, innervosisce non poco il sindaco, il quale si vede costretto ad intervenire. Risultato?
Venne creato un osservatorio sui canili (che io avevo proposto e da cui sono stato lasciato fuori in quanto non appartenente ad alcuna associazione animalista), che aveva il compito di monitorare la situazione delle strutture, in cui tra l’altro è difficile entrare se non si è amici dei gestori, ancor meno se si è giornalisti liberi e onesti. L’osservatorio, dopo la prima seduta, viene aperto anche ai gestori delle strutture di “ricovero”, ufficialmente con il pretesto di una maggiore collaborazione e una maggiore facilità di controllo (come mi disse, forse onestamente, l’allora assessore all’Ambiente, Liuzzo); in realtà, il Comune e, soprattutto, i suoi funzionari del settore Ecologia, non intendevano dare fastidio ai loro cari gestori, anzi hanno deciso di inserirli nell’organismo che doveva controllarli. Un classico all’italiana: i controllori e i controllati coincidono alla perfezione, altro che conflitto d’interesse... Da allora, si è proceduto ad un lento percorso di scivolamento nel comodo uscio del silenzio, dove tutto è più facile.
Le associazioni animaliste, tranne qualche iniziativa di adozione, non hanno fatto nulla, anzi si sono avvicinate lentamente alle strutture, consapevoli forse che la vicinanza permette un maggiore controllo, abbandonando la lotta e adagiandosi su un silenzio pericoloso, come quello che ha accompagnato la strage “al veleno”, avvenuta lo scorso anno nei dintorni della città, specie nelle zone di mare, in cui decine di cani sono stati avvelenati barbaramente da ignoti. Abbiamo denunciato insieme ad alcuni cittadini e ad alcuni giornalisti, ma nessuno ha indagato a fondo. Inoltre, la magistratura ha chiuso il processo contro i gestori dei canili (nel frattempo il famoso notaio è morto), per scadenza dei termini. E intanto, nei canili centinaia di animali vivono ancora in condizioni proibitive, senza che nessuno effettivamente controlli, senza che ci sia la possibilità di accedere in un qualunque momento nelle strutture. E il silenzio concordato continua a coprire l’orrore e ad uccidere la civiltà.
In una relazione di un consulente dell’Onu per la
valutazione delle risorse idriche, si esprime ufficialmente
tutta la preoccupazione per i gravi danni ambientali prodotti dalle
trivellazioni, specie in Val di Noto
UN’IMPORTANTE RELAZIONE
SUI DANNI
La Regione Sicilia ha dato concessioni per trivellazioni
gas-petrolifere in Sicilia, in particolare alla società texana Panther s.r.l.
in Val di Noto (dichiarata dall' Unesco Patrimonio Mondiale dell' Umanità
), in una zona di 740 km. quadrati.
- si evidenziano rischi non
trascurabili, anche proiettati nel tempo, ben al di là della mera
prospettazione degli interventi (nella relazione scientifica sono
citati numerosi casi nel mondo). “La vita produttiva di un pozzo
non è molto lunga e rapidamente la produzione diminuisce e necessita
la trivellazione di un altro pozzo per mantenere la produzione stabile, ed
allora l’ analisi dei rischi va dunque vista non soltanto come un esame
dei rischi legati alla perforazione di un solo pozzo”;
- la tecnica che la Panther descrive di usare è il
Ground Penetrating Radar, ma tale tecnica non appare fattibile poiché (da
esperimenti fatti in Egitto) non è in grado di penetrare oltre gli strati
argillosi. E’ molto probabile che verrà utilizzata la sismica riflessione
con uso di esplosivi in pozzi superficiali oppure grossi vibratori che provocano
mini-terremoti. Queste scosse possono avere un impatto negativo sulla
circolazione delle acque sotterranee nelle fessure e faglie dei calcari;
- la perforazione progettata può
diventare una fonte di inquinamento (numerosi casi di inquinamento sono
avvenuti e l’ Environmental Protection Agency ha pubblicato migliaia di pagine
sui problemi di inquinamento e di rischi ambientali legati alla ricerca ed allo
sfruttamento).
In particolare per
il
Val di
Noto:
1) Il Val di Noto è classificato come
territorio ad alto rischio sismico e non è trascurabile la possibilità che in
quella zona si verifichino terremoti di magnitudo pari al sesto/settimo della
scala Richter con effetti devastanti delle strutture presenti.
2) vi sono rischi ambientali legati alla
prossimità di Riserve Naturali.
Dr. Paolo Pantano (Rappresentante del Comitato NO-TRIV)
16/06/2007
Lo
stato di salute dei fiumi italiani è pessimo, a causa dell’elevato
inquinamento derivante da scarichi di ogni genere e da illeciti diffusi- Ma un
altro grave pericolo proviene dal depauperamento delle falde acquifere
Può facilmente accadere, quando si osserva un fiume, che i nostri pensieri assumano l’instancabile ritmo delle sue acque, cominciando a scorrere sulle suggestioni che si muovono lungo il suo percorso, riflettendo sulla grande ricchezza paesaggistica, storica, culturale, che esso è in grado di offrire. I fiumi ed i loro dintorni hanno costituito lo scenario di vita di villaggi e gloriose civiltà, il teatro funesto di battaglie storiche e di terribili tragedie, la fonte di deliziosa ispirazione di illustri poeti, come Ungaretti. Da sempre, dunque, essi sono al centro della storia e della vita dell’uomo, con cui si è creato un inscindibile legame. Eppure, ciò non ha sottratto le loro acque dall’opera devastatrice della modernità che, come è noto, non può fermarsi romanticamente a riflettere sul senso storico, culturale ed ambientale, di un “semplice corso d’acqua”.
I fiumi e gli esseri viventi che li popolano, così, sono oggi tra le vittime preferite dell’inquinamento in qualsiasi parte d’Italia; da diversi luoghi, infatti, giungono denunce di avvelenamento delle acque e dei pesci, determinato da diverse cause: discarico di sostanze nocive come il cianuro, l’eccessiva presenza, in molti fiumi italiani, di fosforo, sostanza contenuta nei detersivi per i piatti e per le lavatrici; gli scarichi derivanti da diverse attività (industriali, agro-alimentari, vinicole, olearie, ecc.). Metalli, oli, fertilizzanti, pesticidi, residui dell’agricoltura, delle aziende vitivinicole, liquami provenienti dagli allevamenti di bestiame, acque reflue civili non depurate e scaricate direttamente nei corsi d’acqua, ecc. A ciò si aggiungano il depauperamento delle falde acquifere, dovuto ad un avido sfruttamento e prelievo delle acque, e gli illeciti commessi a danno dei fiumi e che sono stati denunciati in un rapporto di Legambiente. Tali illeciti sono di vario tipo e vanno dal furto di acqua e di ghiaia all’abusivismo edilizio, agli scarichi illegali.
Fiumi come il Po o il Tevere si trovano in una situazione gravissima, con un livello di inquinamento elevatissimo. In tutta Italia lo stato di salute dei fiumi è penoso e da più parti si denuncia la presenza di veleni nelle acque che producono morie di pesci e la distruzione del microcosmo che popola le rive e i fondali dei nostri corsi d’acqua. A Siracusa, per esempio, abbiamo 5 fiumi significativi: Anapo, Tellaro, San Leonardo, Cassibile e Ciane. Questi fiumi soffrono principalmente l’inquinamento derivante da scarichi civili non depurati che deturpano la ricchezza naturale e paesaggistica dei fiumi. Il Ciane, ad esempio, è un antico fiume popolato da anatre e da altri tipi di uccelli, ricoperto da una flora incantevole, che comprende persino il papiro. Ma l’inquinamento non dà scampo. Se si ha la fortuna di andare in giro per il Ciane, magari per mezzo di una canoa, ci si può imbattere, in alcuni tratti, in tutta la bellezza di un paesaggio splendido, si può anche ammirare la natura, ma presto accade di risvegliarsi di fronte ad una feccia maleodorante, ad una forte puzza di sostanze nocive, di fogna, oppure di fronte a qualche misera carcassa.
L’Anapo, invece, è il punto di incontro delle acque fognarie di diversi comuni della provincia. Altri elementi di contaminazione sono gli scarichi derivanti dalle attività agricole, che insistono sui terreni che costeggiano il percorso dei fiumi. Ma il pericolo numero uno, oltre all’immissione di sostanze nocive nell’acqua, è rappresentato dal depauperamento delle falde sotterranee, vale a dire dal prelievo eccessivo di acqua, che riduce le capacità di difesa dei fiumi. Nella nostra provincia, il San Leonardo, che attraversa la zona nord, in particolare Lentini, è quello più colpito da tale problema, con un abbassamento negli ultimi due secoli, come sembra, di oltre 100 metri. Basti pensare che tale corso d’acqua nel primo ‘800 era navigabile. Nessuno dei comuni interessati interviene, lasciando il San Leonardo in mano a chi lo sta condannando ad una condizione di terribile agonia. Oltre all’impoverimento della falda sotterraneo, tale fiume conosce anche una situazione di elevato inquinamento, derivante da scarichi civili e agricoli, in una zona fortemente caratterizzata dalla produzione agrumicola.
L’A.R.P.A.(Azienda Regionale Protezione Ambientale) monitora costantemente lo stato dei fiumi e sollecita, spesso, interventi istituzionali atti a far fronte alla gravità della situazione e a far rispettare le leggi esistenti in materia di tutela. La risposta delle istituzioni? I comuni di Lentini e Carlentini hanno pensato bene di far approvare il progetto di realizzazione di un campo da golf a 18 buche proprio nell’area del San Leonardo. Ciò significa che la falda acquifera di questo fiume verrà depauperata senza pietà, visto che per mantenere un campo da golf di tale ampiezza (circa 50-60 ettari, con la distruzione di buona parte del patrimonio naturale) sono necessari 2000 metri cubi di acqua al giorno, una quantità pari al fabbisogno di una città di 8000/9000 abitanti. Per non parlare poi dell’utilizzo di diserbanti e pesticidi che, ovviamente, finirebbero nel fiume, attraverso i liquami di scarico. Una risposta davvero saggia e lungimirante...
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Le
saline di Priolo Gargallo, nonostante si trovino nel mezzo del polo industriale
siracusano, sono in grado di offrire un respiro verde ai visitatori- L’opera
paziente e positiva dell’uomo ha permesso alla natura di ricrearsi uno spazio
UN’OASI
NATURALE IN MEZZO ALLE CIMINIERE
Nel
polo petrolchimico di Priolo Gargallo, in mezzo ai comignoli fumosi delle
industrie fa sorprendentemente capolino uno specchio d’acqua. Precisamente,
chiuso tra la centrale Enel ed il depuratore IAS, si trova quello che resta
delle saline di Priolo. Fino agli anni ’60, questa zona umida occupava una
superficie di ottanta ettari circa, mentre adesso ne occupa appena la metà, a
causa dei progressivi interventi di bonifica per scopi industriali.
Ebbene,
la ricchezza che si è individuata è stata proprio la fauna avicola: si notò,
infatti, che diverse specie di uccelli, trovando sulle loro rotte quel piccolo
specchio di acqua dolce, cominciarono sempre più a fermarsi nelle saline per
rifocillarsi. Si trattava di specie che da tempo mancavano da queste zone e ci
si pose così l’obiettivo di sfruttare questa coincidenza favorevole per farne
aumentare la presenza e favorirne la permanenza.
Il risultato si stenta a credere: si tratta di una piccola oasi immersa tra le ciminiere, un piccolo paradiso, con una leggera vena surreale, in cui è possibile ritrovare suoni e odori che poco hanno a che fare con l’industria. Il prepotente verso dei Cavalieri d’Italia copre il rumore delle turbine della centrale Enel, che, se non fosse per la sua dimensione, talmente imponente da crear un certo impatto visivo, sembrerebbe lontana anni luce. Anche gli interventi sconsiderati dell’uomo hanno ritrovato, all’interno della riserva, una loro funzionalità: i piloni su cui poggiava l’oleodotto rimosso, sono stati utilizzati per far poggiare una passerella di legno che cammina per cento metri sopra l’acqua ed arriva in una palafitta di legno da cui è possibile fare bird-watching. Sono oltre 200 le specie di uccelli presenti nella riserva, a seconda dei periodi, ed alcune di queste sono particolarmente rare da avvistarsi dalle nostre parti.
Ovviamente,
trattandosi di un’area non comunicante col mare, la quantità di acqua
presente è dovuta interamente all’apporto delle piogge: questo determina, nel
periodo estivo, l’essiccamento totale della salina che diventa invivibile per
gli animali ed inidonea alla nidificazione (tutti gli esemplari che si avvistano
sono solo di passaggio, in quanto vengono solo a svernare).
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
23/06/2007
Il
colpo di teatro di Cuffaro alla vigilia della riapertura della cattedrale di
Noto è un vero e proprio attentato alla realtà dei fatti- La Panther di fatto
non rinuncia a nulla: il Val di Noto è sempre più in pericolo
TOTO’
CUFFARO TRIVELLA ANCHE LA VERITA’
Un bluff vergognoso, una bugia sfacciata, arrogante, strategica. La dichiarazione sulla rinuncia della Panther Oil alla totalità dei diritti di trivellazione in Sicilia e nel Val di Noto, rilasciata dal presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, nel corso della conferenza stampa di presentazione delle celebrazioni per la riapertura, dopo 11 anni, della cattedrale barocca di Noto, è un chiaro attentato alla verità e al diritto di difesa del territorio che una parte della popolazione sta cercando di esercitare. La menzogna pronunziata da Cuffaro risponde ad una precisa strategia che sta già producendo i suoi effetti. E’ chiaro che dichiarare che la società petrolifera texana ha rinunziato alle trivellazioni nei siti Unesco, proprio alla vigilia di un momento importante e ad alta visibilità, come la riconsegna della cattedrale ai cittadini di Noto e dell’intera Sicilia, giova principalmente a chi quelle trivellazioni le vuole, vale a dire alla stessa Panther ed a tutti quei rappresentanti politici che giocano sul ricatto dello sviluppo e dell’occupazione. Molti esponenti politici, con il governatore siciliano in testa, stanno usando, infatti, questa falsa notizia per disinformare e per esibire fittizi trionfalismi personali o di partito, proprio a poco tempo dall’esplosione del caso “trivelle in Val di Noto” sui media nazionali e, addirittura, internazionali.
Purtroppo, dopo le parole di Cuffaro, i mezzi di informazione italiani, La Repubblica su tutti, sono cascati appieno nella trappola di qualche abile comunicatore che ha suggerito a Cuffaro tale strategia. Non appena le agenzie hanno battuto la clamorosa dichiarazione, alcuni giornali hanno subito abboccato all’esca, chi consapevolmente chi, ce lo auguriamo, inconsapevolmente. Il quotidiano La Repubblica, che aveva raccolto oltre 70.000 firme contro le trivellazioni, a seguito di un appello dello scrittore Camilleri, continua ancora a ritenere chiusa la vicenda, o quantomeno a considerare l’annuncio di Cuffaro un passo avanti importante. Lo stesso scrittore agrigentino, cui manca però una visione globale e puntuale del problema, non ha perso tempo nel festeggiare (pensiamo ingenuamente) una vittoria che non esiste. In realtà, a smentire Cuffaro e le sue parole trionfali, è stata proprio la Panther Oil, la quale attraverso un comunicato firmato dal suo presidente, Jim Smitherman, afferma di non aver rinunciato affatto a tutti i diritti derivanti dalle concessioni ottenute nella precedente legislatura Cuffaro (che ha la faccia tosta di dire di esser stato sempre contrario alle trivellazioni!), bensì soltanto ad una parte rientrante nel programma Unesco, in cui, peraltro, si era già scelto di non trivellare.
La rinuncia, infatti, riguarda esclusivamente 86 dei 746,54 chilometri quadrati dell’area compresa nella concessione e non l’intera area, come ha millantato Cuffaro ed una buona parte della politica siciliana, compresi quei rappresentanti che si erano ufficialmente schierati dalla parte del movimento No-triv, senza mai rinunciare, però, alla propria esclusiva visibilità personale. In poche parole, ad essere risparmiate dalle pesanti punte di ferro delle trivelle saranno soltanto le cosiddette “buffer zone”, cioè quelle zone limitate che sono sottoposte a vincoli particolarmente rigidi, l’abitato della città di Noto (che, per ovvi motivi, era già impossibile che venisse sottoposto a trivellazioni), l’area di Noto antica (su cui vi sono i vincoli archeologici) e la zona costiera su cui insiste la riserva naturale orientata di Vendicari. Insomma, non c’è alcun segnale di resa da parte della Panther, ma solo l’ovvia esclusione di aree che già, per diversi motivi, erano fatte salve. Ci si trova dinanzi al tentativo di buttare fumo negli occhi della popolazione, spacciando una rinuncia scontata e parziale per un elemento di resa che non esiste.
La strategia di comunicazione finalizzata alla disinformazione costituisce un attacco violento, un colpo basso nei riguardi di chi conduce da ormai tre anni una battaglia dura e ininterrotta, fatta di sacrifici, di sorveglianza, di denuncia, di iniziative culturali, di sforzi immensi per far conoscere a tutta Italia quanto sta accadendo alla Sicilia orientale ed al suo patrimonio culturale, archeologico, storico e paesaggistico. Se Cuffaro, la Panther e qualche altro volevano creare confusione e scollamento all’interno del movimento, si può tranquillamente affermare che non ci sono riusciti; purtroppo, però, sono riusciti a convincere gli organi di informazione a veicolare e diffondere notizie false che hanno avuto l’effetto di drogare moltissimi cittadini, di indebolire la presa e la pressione che il movimento No-triv sta esercitando da tempo sui cittadini di Noto e dell’Italia intera. Il trionfalismo falso di Cuffaro e degli altri politici locali e regionali, anche del centrosinistra, la diffusione di un ottimismo artificiale e strategico, hanno trovato spazio sulle pagine e sulle bocche del mondo dell’informazione, troppo spesso impreparato e privo delle conoscenze approfondite della vicenda, sin dal suo inizio.
Adesso,
oltre a chiedere le rettifiche necessarie (come stanno già facendo i
rappresentanti del comitato e come sta facendo anche la nostra redazione), è
fondamentale alzare la protesta e intensificare la pressione soprattutto su
quella parte del mondo politico che si è schierata con il movimento e che ora,
lasciandosi cullare dalle derive del trionfalismo, sembra cercare la fuga e il
distacco. L’opera teatrale messa in atto da Cuffaro (che appare un po’
“pupo” un po’ “puparo”) mira a conseguire l’obiettivo di svuotare il
comitato e di privarlo di ogni forza e resistenza. I fischi ricevuti
all’ingresso e all’uscita della cattedrale sono un buon segno che la lotta
non ha cambiato intensità, ma ora bisogna alzare la qualità della protesta,
perché purtroppo a Noto, da parte di alcuni cittadini, si è sentito anche
qualche applauso.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Il movimento No-triv di Noto,
attraverso un comunicato inviatoci, contesta le bugie che sono state scritte sui
giornali il giorno dopo l’uscita menzognera del presidente Cuffaro sul
presunto stop alle trivellazioni
UN
COMUNICATO PER CHIARIRE LE COSE
È bastato poco per fare credere all’Italia intera che il pericolo delle trivellazioni nel Val di Noto fosse finito. Circa dieci giorni prima della riapertura della cattedrale di Noto, un articolo-appello del famoso scrittore siciliano Camilleri, rilancia il problema della ricerca del petrolio in ambito nazionale. Contemporaneamente, il noto quotidiano La Repubblica riesce in pochi giorni a raccogliere più di 80 mila firme, consegnate, in seguito, al primo cittadino di Noto. In occasione della Conferenza stampa che anticipa la riapertura della cattedrale, Totò Cuffaro, sorridente, annuncia che la Panther Oil ha deciso di rinunciare alle concessioni nei siti Unesco e nelle zone di interesse naturalistico-archeologico: abitato di Noto, zona Vendicari e Noto Antica.
Il giorno seguente su tutti i giornali nazionali appaiono titoli del tipo “Camilleri salva il Val di Noto”. In realtà la “rinuncia” riguarda il 10 per cento delle concessioni, corrispondenti a zone in cui, anche prima, non sarebbero potuti intervenire. E’ evidente come questa sia una manovra demagogica e fuorviante. Da questa vicenda, in cui politici, scrittori e giornalisti assumono apparentemente un ruolo di assoluti protagonisti e risolutori di un problema, che con grandi difficoltà è venuto a galla a livello nazionale, chi ne esce sconfitto e indebolito è sicuramente il comitato Notriv e le popolazioni locali. Il primo, che dopo aver fatto troppo affidamento sulle istituzioni e sui loro rappresentanti si è visto venduto dai suoi stessi “alleati”. Le seconde, per essere state ancora una volta truffate dai soliti giochi di potere politici ed economici.
Il 18 Giugno 2007, in occasione della cerimonia di riapertura della Cattedrale di Noto, una parte del comitato ha dato vita ad un’azione autonoma, contestando vivamente Cuffaro, presidente della Regione anche ai tempi del rilascio dei permessi di ricerca, Granata (ex assessore ai Beni culturali della Giunta Cuffaro e attuale vice-sindaco di Siracusa) e Valvo (sindaco di Noto); questi ultimi due, annunciando in conferenza stampa la “vittoria” ottenuta, hanno poi dichiarato superate le istanze del comitato No-triv, definendo “rompipalle” (Valvo), chi ha ancora il coraggio di dire le cose come in realtà stanno. Siamo convinti che per contrastare i signori del petrolio servano la mobilitazione dal basso e il coinvolgimento sociale; abbiamo così costituito un nuovo gruppo, aperto a tutti quelli che vogliono lottare con noi per questa causa e che non vogliono sentirsi presi in giro dai politici e dai media.
Movimento di base “Notriv”-
30/06/2007
Sempre più probabile l’istituzione di un’area marina protetta all’interno della riserva naturale di Vendicari- Un risultato importante verso il consolidamento dell’inviolabilità dell’oasi, che però va accompagnato con altre azioni
LA
PRIMA TAPPA DI UNA BATTAGLIA LUNGA
La notizia relativa alla possibile istituzione di una riserva marina all’interno della riserva naturale orientata di Vendicari, splendida oasi ambientale tra Noto e Pachino, offre l’opportunità di una riflessione sui benefici di un provvedimento di tal genere e su questo nuovo strumento di politica ambientale. Abbiamo già parlato delle difficoltà vissute dall’oasi di Vendicari, martoriata dalla presenza di villette abusive a ridosso dell’area della Cittadella, offesa dall’inciviltà di residenti, turisti, “camperisti”, che due anni fa hanno determinato un’emergenza rifiuti a ridosso dell’ingresso posto nella zona finale di San Lorenzo, penalizzata dall’annosa carenza di organico degli uomini del Corpo forestale, i quali sono costretti ad un lavoro straordinario che, spesso, li porta a scontrarsi con l’insolenza di numerosi bagnanti poco propensi ad accettare e rispettare le regole della riserva. L’istituzione dell’area marina protetta, dunque, costituisce una buona soluzione capace di consentire una maggiore tutela di una delle aree più belle e preziose dell’intera Sicilia, non solo quella orientale.
Le ricchezze naturali (sono presenti specie vegetali e animali rare, tra l’altro Vendicari è zona di approdo di numerosi migratori) e archeologiche (con resti bizantini ed ellenistici), il colore splendido dei fondali marini, tutto ciò rende l’oasi un territorio incantevole che resiste da secoli, nonostante le periodiche minacce dell’uomo. Oltre all’attuale pericolo di vedersi circondare da trivelle per l’estrazione di idrocarburi petroliferi e gassosi, la riserva ha rischiato, già negli anni settanta, di diventare sede dell’industria petrolchimica che, oggi, devasta la costa dell’area nord di Siracusa. Una minaccia che nemmeno lo status di oasi naturale sembra allontanare definitivamente. Di sicuro, l’istituzione dell’area marina sarebbe un passo avanti verso il rafforzamento del regime di inviolabilità del sito, anche se in tal senso fondamentale rimane l’opera di sorveglianza e controllo che le istituzioni dovrebbero garantire costantemente, innanzitutto rafforzando e rimpinguando gli organici di coloro che sono preposti a garantire la tutela dell’oasi.
Il modello da cui si intende partire è l’area marina protetta del Plemmirio, dove con competenza e con un controllo continuo si è riusciti a salvaguardare uno specchio di mare tra i più belli del meridione, oltre alle specie animali e vegetali che ne abitano i fondali. Il diffondersi dello strumento di istituzione delle riserve marine è un buon mezzo per salvare le nostre acque dalla mano pesante dell’uomo, dall’inquinamento che sta deturpando meravigliosi tratti di costa. E’ un buon punto d’inizio, ma non è di per sé sufficiente, visto che bisogna intervenire seriamente anche sul piano degli accessi a mare, troppo spesso negati da costruzioni abusive e arbitrarie di residenti illegittimi, su quello delle concessioni edilizie (soprattutto per alberghi e villaggi), che continuano ad essere rilasciate in zone limitrofe alle riserve e ad una distanza dal mare minore rispetto a quanto sancito dalla legge, e su quello delle concessioni date agli stabilimenti balneari per la realizzazione di lidi o di solarium che non rispettano nemmeno i requisiti minimi del diritto. La prima tappa, dunque, di una battaglia lunga e difficile.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Il comitato di Base “Notriv” prende posizione, attraverso questo articolo inviatoci, contro le esternazioni del segretario dei Ds di Modica, Poidomani, il quale ha sminuito l’impatto ambientale delle trivelle in Val di Noto
COSA
NON SI FA PER ESSERE “CONTRO”
Che la politica “dei palazzi” si riduca al continuo tentativo di andare contro chi ha una tessera di partito diversa dalla propria non è una novità. E solo così si spiegano le dichiarazioni del diessino modicano Poidomani e di Salvo Vernuccio (Sinistra Giovanile) apparse sul quotidiano “Il Giornale di Sicilia” di qualche giorno fa. Gli argomenti usati sono sempre gli stessi: la presenza in Sicilia di pozzi già “operativi” da anni, il basso impatto ambientale (buchi di meno di 50 cm di diametro), l’assenza di pericolo riguardo i nostri “gioielli barocchi”. Argomenti che per la loro inconsistenza possono avere solo lo scopo di andare contro la posizione assunta dal Sindaco di Modica, di centro-destra, che si è invece da sempre espresso contro le trivellazioni (perdendo così, a detta del segretario diessino, l’occasione di un ottimo affare!).
Se comunque non è bastato confutare dichiarazioni simili centinaia di volte, in 3 anni di lotta, lo rifacciamo adesso: il fatto che in Sicilia esistano già dei pozzi che estraggono gas e petrolio sembra una motivazione parecchio debole per giustificare la presenza di altri 21 pozzi nel solo Val di Noto. Proprio perché questi errori sono già stati commessi sarebbe stupido commetterli di nuovo, proprio perché è già in atto un saccheggio del nostro territorio appare inconcepibile incrementarlo! Inoltre: non sarebbe meglio cominciare a discutere di progetti che diano realmente lavoro ai tanti disoccupati siciliani, invece di accontentarsi dei soliti contentini che le solite multinazionali ci danno a fronte dei loro immensi guadagni? Sarebbe più utile pensare, vista la qualità dei dibattiti politici, che i siciliani comincino ad organizzarsi con i propri mezzi per creare occupazione e difendere il proprio territorio, scavalcando quegli ambienti politici esclusivamente interessati alla polemica strumentale o alla spartizione clientelare delle risorse.
Per quanto riguarda il basso impatto ambientale: è il diametro dei buchi a spaventarci? Questi buchi sono solo “larghi” o sono anche “profondi”? E quali sono le conseguenze della profondita’ di questi buchi? Tecnici più competenti di noi e del signor Poidomani si sono espressi sui rischi di tali perforazioni. Come l’ingegnere Philippe Pallas (consulente Onu per la valutazione delle risorse idriche), che nella sua ultima relazione, tra l’altro riguardante l’estrazione di gas, parla di pericoli per le falde acquifere, di inquinamento delle stesse, con particolare riferimento alle tecniche di perforazione e all’elevato rischio sismico della zona. E apprendiamo dalle parole del segretario Ds, Poidomani, che l’estrazione di gas è meno invasiva di quella del petrolio. Ma quello che più ci sconvolge è che stando alle dichiarazioni di Poidomani dovremmo stare tranquilli perché le trivellazioni non interesserebbero i “nostri gioielli barocchi”.
E
grazie! Nessuno trivellerebbe mai dentro una chiesa. Anche l’Unesco parla di
salvaguardia dell’intero territorio in cui si trovano i siti dichiarati
patrimonio dell’umanità. Ma anche senza che lo dica Ray Bondin, ci si
dovrebbe arrivare per logica: che patrimonio sarebbe un bellissimo monumento
barocco in mezzo ad un territorio devastato? Anche una “Cattedrale nel
deserto” ha senso solo se il deserto non è scempiato! Che poi il segretario
dei DS di Modica voglia aprire un tavolo di confronto sulle energie
alternative...beh, se avrà l’accortezza di invitare a discutere gente davvero
competente si renderà conto che la scelta di estrazione di gas e petrolio è
ormai anacronistica, e forse la prossima volta sarà in grado di rilasciare
dichiarazioni sulla base di conoscenze più approfondite.
Movimento di base Notriv
http://movnotriv.splinder.com/
NUMERI DI MAGGIO 2007
05/05/2007
In Italia l’allarme siccità, specie al centro-nord, ha spinto il governo a proclamare lo stato di emergenza- Oltre al problema climatico, la causa principale è da ricercarsi negli sprechi e nella cattiva gestione del bene acqua
ALLARME
SICCITA’ IN UN SISTEMA CHE FA...ACQUA
L’allarme
idrico di cui tanto si parla sembrerebbe giunto al dunque: non si tratterebbe più
di un rischio ma di una realtà, tanto che la Presidenza del Consiglio ha
approvato l'ordinanza d'emergenza per il centro nord, come misura cautelare. Lo
ha detto il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, al termine del
Consiglio dei Ministri del 3 maggio. Lo stato d'emergenza per il centro nord,
approvato in via cautelare, dovrebbe dare, infatti, alla Presidenza del
Consiglio, gli strumenti per affrontare le eventuali necessità della crisi
idrica, in quanto le piogge di questi giorni non basteranno a supplire alla
mancanza di piogge invernali.
A
quanto si è appreso sarà possibile anche un black-out legato alla crisi
idrica: infatti, gli esperti stanno già studiando le misure necessarie per
impedire che un eccessivo utilizzo di energia faccia saltare l'intera rete.
Questo
a causa della fatiscenza e della irrazionalità della rete, fatta di condotte
vecchie e realizzate per pezzi nel corso dei decenni: non un circuito chiuso
come sarebbe normale, ma serbatoi completamente isolati.
Purtroppo
l’allarme idrico, così come si prospetta per l’Italia, riguarda anche
tutto il bacino del Mediterraneo. Questo vuol dire che ondate di siccità
investiranno anche l’Africa, andando a peggiorare ulteriormente situazioni che
sono già di perenne emergenza.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
La Campania è una
delle regioni più colpite dall’emergenza rifiuti, soprattutto per la pesante
presenza della camorra nei sistemi di gestione e smaltimento- In alcuni comuni,
però, qualcosa comincia a muoversi
LEGALITA’
ED AMBIENTE PER UN FUTURO MIGLIORE
Da qualche anno in tutta la Campania, in particolare nelle province di Napoli e Caserta, persiste un problema che ha ancora una volta attratto (in negativo) l’attenzione su questa terra: l’emergenza rifiuti. Ci sono periodi dell’anno in cui le strade sono invase da sacchetti di ogni tipo che fuoriescono dai cassonetti, rendendo invivibile ed impraticabile l’ambiente urbano. I problemi di certo non sono legati solo alla vivibilità, infatti è l’aspetto igienico quello più preoccupante: con l’arrivo dell’estate aumenta vertiginosamente il rischio di contrarre infezioni e malattie varie derivanti dalla decomposizione dei rifiuti, per non parlare di “animali” che talvolta sono stati ritrovati ai margini delle strade.
Si è pensato più volte di costruire un inceneritore ad Acerra, ma giustamente i cittadini temono le eventuali ripercussioni ambientali, così sono spuntate dal nulla discariche su discariche (abusive) che a loro volta provocano di continuo lamentele da parte dei cittadini a causa dell’ambiente malsano nel quale vengono a ritrovarsi: ai confini tra Napoli ed Avellino è stata aperta da qualche anno una discarica tra le montagne, la cui presenza si può avvertire anche a centinaia di metri di distanza. Alla base dell’inefficienza per lo stoccaggio dei rifiuti c’è comunque, nella maggior parte dei casi, la camorra, che, con uno spaventoso circolo di denaro, deposita rifiuti anche tossici, nel primo luogo sotto tiro.
Le interferenze della
camorra ostacolano in modo evidente gli interventi delle autorità e dei
funzionari addetti (Bertolaso ad esempio), i quali si ritrovano continuamente in
situazioni di disagio, anche in virtù del fatto che la popolazione tende ad
accusare chi si trova più esposto. Le accuse tuttavia non devono essere rivolte
interamente alle autorità: molte volte gli stessi abitanti di determinate zone
hanno taciuto dinanzi al prelievo “sospetto” dei rifiuti nella loro città…Per
vivere in un ambiente più pulito si farebbe di tutto, anche fare finta di nulla
se i propri rifiuti vengono semplicemente depositati in altre città. Un’altra
singolare abitudine è quella di rubare cassonetti da altri paesi, in modo da
avere strade sempre “pulite” nel proprio comune: capita spesso di veder
scomparire nel giro di una notte cassonetti presenti in una determinata strada.
Attualmente vi sono
alcune cittadine che inviano i propri rifiuti ad altre regioni dotate di
inceneritori, o talvolta all’estero (Germania, Belgio, Olanda), ma i trasporti
richiedono comunque ingenti somme di denaro, che non è sempre disponibile in
una regione come la Campania, afflitta già da tanti problemi. Buon esito sta
avendo la raccolta differenziata: alcuni comuni hanno messo a disposizione dei
siti di stoccaggio nei quali, ogni settimana, i cittadini possono recarsi e
depositare plastica, carta o alluminio, in cambio di una piccola somma di
denaro. La cosa sta andando a buon fine, e molto probabilmente presto sarà
applicata anche a tutti gli altri comuni della regione.
Il problema è che fondamentalmente non esiste una “cultura” sul deposito e sul riutilizzo dei rifiuti: la società, ma anche la malavita, hanno abituato le persone ad ottenere tutto e subito, per cui le proteste sono sempre molto accese quando si tratta di costruire strutture “dispendiose” o di prendere provvedimenti a lungo termine. I processi di miglioramento sono lunghi e non sempre facili, ma bisogna pur iniziare da qualcosa di piccolo per poter rendere il proprio ambiente più sano. Scuole ed istituti universitari si impegnano costantemente nel promuovere progetti sull’educazione ambientale, che ovviamente comprende anche la sezione “rifiuti”. Uniti all’educazione alla legalità questi progetti possono portare la società del futuro molto lontano…basta volerlo, ed impegnarsi.
Laura
Olivazzi –ilmegafono.org
12/05/2007
La riserva naturale di Vendicari, in provincia di Siracusa, è uno dei posti più belli per la sua ricchezza naturale, culturale, archeologica- Purtroppo istituzioni, cittadini e turisti non sanno apprezzarne il valore
UN’OASI
MAGNIFICA IN MEZZO ALL’INCURIA
Nella
Sicilia orientale, tra Noto e Pachino, si estende la riserva naturale di
Vendicari.
Tanto
per cominciare a ridosso dell’oasi sorge un consistente agglomerato di ville
(alcune delle quali se si trovano a 50 metri dal mare è pure tanto), ed il
limite di confine è segnato da una specie di steccato con tanto di gabbiotto.
Ovviamente in inverno non c’è nessuno a sorvegliare, mentre in estate, quando
flotte di persone si recano in quella spiaggia per fare il bagno (stiamo
parlando di migliaia di persone), viene incaricato qualche povero Cristo (come
gli operatori della guardia forestale), che per svolgere il suo dovere deve
passarsi tutto il giorno a litigare. Non parliamo poi delle montagne di
immondizia che si accumulano proprio davanti all’ingresso: ebbene sì, i
cassonetti (impiegati per raccogliere i rifiuti di villeggianti e bagnanti) sono
posti proprio lì, in omaggio al decoro della riserva.
Si
tratta di una necropoli bizantina del V-VI secolo e di una chiesa ( la
cosiddetta “Trigona”), anch’essa bizantina. Non esiste un percorso con
delle indicazioni chiare e non vi sono guide che possano condurre i visitatori
sui siti in modo da renderli fruibili. La legge che vige è quella del “fai da
te”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
La
stagione estiva si avvicina e tanti bagnanti si troveranno davanti la solita
costellazione di stabilimenti, cancelli, blocchi di cemento e
cartelli di “proprietà privata”- Chi vuole godere del buon mare deve
pagare
UN’ESTATE
AL MARE...NEGATO
L’oasi di Vendicari rappresenta una delle zone di punta del patrimonio storico, naturale e culturale della fascia meridionale della provincia di Siracusa: un’area naturale che unisce la presenza di prestigiose specie animali alle splendide testimonianze archeologiche ed artistiche, il tutto nella cornice incantevole di un paesaggio suggestivo, completato dal mare azzurro di Sicilia e da spiagge sconfinate. E proprio il mare sta diventando il simbolo di un mondo che sottomette tutto alle logiche del denaro e del commercio. In provincia di Siracusa è in atto un concreto tentativo di chiudere o privatizzare gli accessi al mare, impedendo alla gente comune di usufruire di un bene che dovrebbe essere intangibile. Se si fa una comparazione tra la situazione di meno di dieci anni fa e quella attuale, ci si può rendere conto di come le vie di ingresso alle rive si stanno sempre più restringendo per opera di imprenditori senza scrupoli e di gruppi che lavorano nel settore del turismo alberghiero, i quali, spesso (per non dire sempre), ottengono in maniera stranamente facile le concessioni necessarie per l’installazione di uno stabilimento o per la costruzione di edifici per la ricezione turistica (alberghi, ma soprattutto villaggi, solarium, ecc.).
Nella zona di Pachino, ad esempio, la spiaggia di San Lorenzo, che fino a pochi anni fa era riservata al Lido soltanto in minima parte, sta conoscendo un progressivo restringimento della zona libera. Da premettere, che fino a due anni fa, lo stabilimento adibito a Lido esercitava privo di concessione (quella della Capitaneria di porto), quindi nell’abusivismo più totale, ed il tutto in assoluta assenza di controlli da parte degli organi competenti (la Capitaneria stessa). Oggi, onestamente, non è noto se questa anomalia sia stata risolta. Sempre a Pachino, nella zona finale della riserva di Vendicari, al confine proprio con San Lorenzo, poi, ci si può imbattere in strade d’accesso sbarrate da blocchi di cemento o costeggiate da “pallettoni” di plastica posti ai lati dai residenti, infastiditi dal continuo via vai di bagnanti. Un fastidio illegittimo, visto che la maggior parte di questi abitanti sono in possesso di splendide ville abusive, a ridosso della riserva ed a molto meno di 300 metri dal mare.
“Abbiamo sanato” ti rispondono (come se ciò servisse ad alleggerir loro la coscienza), con il tono arrogante del padrone del mondo, che se cerchi di farlo ragionare ti aggiunge: “Io qui la strada la faccio chiudere”. E a completare l’opera ci pensa la costruzione, in fase di conclusione, di numerose villette che si estendono fino ad una distanza dal mare inferiore ai limiti previsti dalla legge, sempre a ridosso della riserva. In tutto questo i controlli dove stanno? E le autorizzazioni illegali come si spiegano? All’isola delle Correnti, splendida spiaggia all’estrema punta della Sicilia, laddove si incontrano il mare Ionio ed il mar di Sicilia, la riva è disseminata di cartelli in cui si legge, dallo scorso anno, una cosa nuova ed incomprensibile: “Proprietà privata”. Spostandoci a Siracusa, la situazione non migliora. L’Arenella, che fino a dieci anni fa era quasi tutta libera, con la presenza (anche se ingombrante e fastidiosa) solo del Lido, adesso è ricoperta di zone riservate (Lido Polizia), solarium, villaggi turistici. Così per la gente comune rimangono solo due parti piccole ed affollatissime.
Ancor peggio l’Asparano, dove un villaggio turistico ha chiuso l’accesso ad una delle zone scogliere più belle della provincia; mentre all’Isola, dove sorgerà un altro villaggio turistico, è stato chiuso l’accesso ad una scogliera incantevole, dove si potevano ammirare anche delle antiche vasche di lavorazione. Non parliamo poi di Fontane Bianche, che, oltre alla limitazione record degli accessi alla riva (esiste solo una piccola striscia di spiaggia libera, affollatissima e sporca), è stata oltraggiata negli anni passati dall’abusivismo edilizio selvaggio messo in atto dalla notabilità siracusana. Una situazione terribile, alleggerita per adesso solo dall’oasi marina del Plemmirio, dove, nonostante la consueta presenza di villette a ridosso dell’acqua di mare, vi è la possibilità (anche se non totale) di accedere e di godere dei benefici di una riserva marina protetta. Una piccola oasi in mezzo ad un mare negato e riservato solo a chi può permettersi i salatissimi servizi dei lidi. Chissà che anche tale oasi, in futuro, non venga sacrificata al cospetto di qualche subdolo interesse economico...
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
19/05/2007
Il
riscaldamento del globo potrebbe determinare un numero enorme di eco profughi,
cioè di coloro che scappano dalle zone più investite da siccità e
desertificazione- La situazione è grave, ma c’è uno spiraglio di speranza:
gli alberi
CLIMA E RISCHI, UNO SPIRAGLIO VERDE
Un
rapporto intitolato "Human Tide: The Real Migration Crisis",
commissionato dalla Christian Aid, prospetta un quadro apocalittico della Terra
nel 2050: il riscaldamento globale causerà un miliardo di rifugiati. Per
sopravvivere alla siccità centinaia di milioni di persone lasceranno le loro
case e scoppieranno nuovi conflitti per il controllo dell'acqua e di altre
risorse naturali. Secondo l'organizzazione, i Paesi più industrializzati sono i
principali responsabili del cambiamento climatico, quindi spetterà a loro
pagare i costi necessari per aiutare le persone che saranno colpite dal
riscaldamento globale.
Gli
scienziati prevedono che nei prossimi 100 anni le temperature aumenteranno di un
massimo di 3 gradi a causa dei gas ad effetto serra, provocando carestie e
inondazioni; sempre le previsioni dicono che, nel 2080, oltre 3,2 miliardi di
persone, un terzo della popolazione mondiale, non avrà acqua a sufficienza, 600
milioni non disporranno di abbastanza cibo e almeno 7 milioni dovranno
affrontare costanti inondazioni.
In
mezzo a tante cattive notizie, ne arriva però una buona: secondo un altro
studio condotto stavolta dall’istituto australiano Csiro Marine and
Atmospheric Research, gli alberi potrebbero
salvare il mondo dai cambiamenti climatici.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
La
protesta dei cittadini di Serre contro l’installazione, decisa dall’alto, di
una discarica a ridosso di un’oasi del Wwf, ha costretto il governo a
ripiegare su un altro sito già destinato a tale uso- Ma esiste una preoccupante
clausola
SERRE,
UN TIPICO CASO ALL’ITALIANA?
Un
problema che da sempre attanaglia la Campania è quello dell’emergenza
rifiuti. Puntualmente, non essendo stata prevista alcuna strategia risolutiva,
l’emergenza è riesplosa: le strade di Napoli e di molti centri napoletani e
salernitani sono da settimane invasi dall’immondizia, cagionando le ire dei
cittadini.
Il
fenomeno dell’opposizione popolare alle decisioni prese dall’alto dai
governi ha sempre un maggior peso e purtroppo anche una maggiore area d’azione
a causa dei continui tentativi di aggressione al territorio. In particolare,
poi, a Serre, la protesta non ha assunto colori, tutto il paese, con a capo il
sindaco, Palmiro Cornetta, ha alzato la voce contro chi voleva buttare al vento
le fatiche sostenute per valorizzare un’area verde come Valle della Masseria.
Come
non sempre succede, la vicenda sembra essersi risolta in senso positivo: con
l’intervento mediatore del ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, che fin
dall’inizio si era detto contrario alla discarica di Valle della Masseria, il
governo, dopo aver verificato le caratteristiche dei siti, ha accettato di
realizzare un’unica discarica nel sito di Macchia Soprana.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
26/05/2007
Mentre nelle vie di Napoli sono iniziate
le operazioni di pulizia e il deposito dell’immondizia nelle strutture di
stoccaggio, i cittadini continuano a dar fuoco ai rifiuti- Una situazione
delicata che si trascina da troppo tempo
A
NAPOLI BRUCIA IL FUOCO DELL’INSOFFERENZA
L’emergenza rifiuti in Campania non accenna a placarsi. Nonostante l’attenzione e le rassicurazioni del governo, Napoli continua a bruciare, trasformandosi in un inceneritore a cielo aperto, con conseguenze ambientali gravissime, con decine di ricoveri per intossicazione derivante dall’inalazione dei fumi alla diossina sprigionati dal rogo dell’immondizia. La situazione è fuori controllo ed è l’ennesima crisi riguardante la gestione del problema spazzatura nella città campana. Il capo della Protezione Civile, Bertolaso, a cui è stato affidato l’incarico di gestire il problema dei rifiuti, ha assicurato ieri che le operazioni di pulizia stanno andando avanti. In effetti, specie nelle periferie di Napoli, che sono le più investite dal fenomeno, si è già provveduto alla rimozione di una buona quantità di rifiuti, che sono stati portati nei siti di stoccaggio provvisorio, in particolare quello di Acerra. Le rassicurazioni di Bertolaso non hanno però fermato i roghi, che continuano in diverse zone del capoluogo partenopeo. La gente è esasperata, stanca di vivere in mezzo all’immondizia, ai ratti, agli scarafaggi che si cibano ai bordi delle strade.
Una condizione assurda in un paese che dovrebbe essere civile. E’ pur vero, però, che un tipo di protesta basato sull’incendio dei rifiuti è altrettanto inaccettabile, oltre che autolesionista, perché determina l’immissione nell’aria di un carico pesante di veleni, di diossina, con conseguenze ancor più dannose per la salute degli stessi cittadini. L’intervento che si sta attuando non risolverà una questione che si trascina da anni e che riguarda anche altre zone d’Italia, perché è pur sempre finalizzato a risolvere l’emergenza. Il vero problema è che manca una programmazione seria che metta fine, in breve tempo, all’inferno dei rifiuti. Ed in questo, il governo ed il mondo politico in generale dovrebbero impegnarsi concretamente, non attraverso la promozione dei termovalorizzatori, che sono dannosi e inutili, ma attraverso la creazione di strutture di stoccaggio, separazione ed eliminazione dei rifiuti, come punto terminale di una politica di differenziazione rigorosa e capillare.
Perché il nodo centrale è proprio questo: proporre gli inceneritori in una realtà in cui non si realizza la differenziazione, significa solo condannare intere popolazioni ad un futuro di veleni e tumori. Non si può nemmeno pensare di creare discariche in zone verdi, perché si avrebbe solo il risultato di estendere lo scempio della gestione dei rifiuti, respirando solo temporaneamente, fino a quando i nuovi siti non si riempiono e l’emergenza si ripropone. L’unica possibilità, dunque, è quella di seguire l’esempio di realtà, esistenti anche in Campania (si pensi al Comune di Mercato S. Severino), che hanno creato strutture in cui i diversi tipi di rifiuti vengono separati, riciclandone la maggior parte e destinandone all’eliminazione una quantità notevolmente ridotta. Perché sono soprattutto la plastica e la carta a costituire l’elemento più presente dentro i sacchetti d’immondizia degli italiani. Occupano spazio e inquinano.
E’
inutile girarci attorno, l’unica possibilità di salvezza è questa. Tocca
alle istituzioni impegnarsi attivamente, abbandonando la logica dell’emergenza
e degli oltraggi ambientali, mettendo da parte parole e proclami, e dando spazio
ai fatti concreti. Non si può accettare che in molte città non vi siano le
strutture per la differenziazione, oppure che i rifiuti differenziati vengano
raccolti, come avviene a Siracusa, in un unico camion, senza che sia ben chiaro
se l’opera di separazione avviene poi effettivamente. Sappiamo che, purtroppo,
sulla questione spazzatura bisogna far fronte anche all’ingerenza pesante
della criminalità organizzata, che controlla la gran parte della gestione e
dello smaltimento dei rifiuti. Questa situazione è soprattutto una loro
responsabilità. E’ anche vero che nemmeno la gente è immune da colpe, in
quanto non riesce ad assumere un comportamento civile, rifiutandosi per cultura
di attuare la raccolta differenziata, e accettando in silenzio il controllo
malsano della camorra sulla gestione dell’immondizia. Se si vuole risolvere il
problema, dunque, bisogna innanzitutto bruciare a fiamme alte i resti
dell’inciviltà, della criminalità e dell’inettitudine politica.
Massimiliano
Perna –ilmegafono.org
La prospettiva dello sviluppo eco-sostenibile passa anche dall’adozione, in settori come l’edilizia, di misure capaci di permettere risparmi in termini di energia e inquinamento- Nasce così la frontiera della bioedilizia
LA BIOEDILIZIA, NUOVA PROVA DI SVILUPPO VERDE
E’ ormai una realtà
tangibile il progetto di perseguire uno sviluppo di qualsiasi attività che sia
eco-sostenibile, cioè che non abbia un impatto negativo sull’ambiente e sulle
sue risorse, in modo tale da utilizzarle lasciandole comunque intatte per le
generazioni future. L’eco-sostenibilità dello sviluppo è, ovviamente,
conseguenza di una progressiva presa di coscienza ambientalista.
Non solo, gli edifici
sono come esseri viventi che consumano energia ed in più sono l’involucro
degli esseri umani per il 90% del tempo totale della loro vita.
Sono state elaborate,
infatti, tutto un insieme di
tecniche costruttive che permettono di creare edifici “verdi”: si tratta, in
particolare, della realizzazione di strutture ben coibentate e isolate in cui vi
sia una minima dispersione termica (in modo da ridurre l’utilizzo di
condizionatori o stufe, altamente inquinanti) e dell'utilizzo di condotti d'aria
sotterranei, in cui la gestione delle ventilazioni naturali o dei movimenti
d'aria permette di rendere mite in ogni stagione la temperatura. Si tratta,
dunque, di riutilizzare piccoli stratagemmi del nostro passato, in modo
scientifico.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI APRILE 2007
07/04/2007
Dopo i richiami fatti dalla Comunità Europea all’incremento dell’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, l’Italia si prepara ad una sfida decisiva: niente più sprechi, costi ridotti e uno sviluppo ecosostenibile
La disponibilità di energia è fondamentale per garantire i bisogni civili e le possibilità di sviluppo dei settori produttivi. La condizione però è che ciò avvenga a costi contenuti e sopportabili. Il costo dell’energia elettrica nel nostro paese è tra i più elevati d’Europa, circa il 30-40% in più. Certamente incidono i costi di produzione, per un parco centrali prevalentemente termoelettriche (circa il 70% degli impianti esistenti), che, utilizzando prevalentemente olio combustibile, è condizionato dai prezzi crescenti del petrolio; ma incidono anche il carico fiscale e il costo dell’energia trasportata, che impone a tutti gli stessi costi di sistema indipendentemente se la fruizione deriva dalla rete di distribuzione nazionale o locale. Questo vuol dire che in provincia di Siracusa, pur producendo una rilevante quantità di energia, il sistema produttivo locale non ne ricava alcun beneficio in termini di riduzione dei costi.
Le accise che gravano sul costo dell’energia costituiscono un onere fisso indipendentemente dalle quantità utilizzate, non distinguendo cioè tra piccole e grandi utenze industriali. E’ un sistema che così penalizza tutte le attività che hanno un notevole bisogno di energia, come quelle industriali, e rende meno sopportabili i costi per le piccole e medie imprese. Nel sud e in Sicilia in particolare, quindi anche a Siracusa, scontiamo le disfunzioni della rete di distribuzione, il cui mancato potenziamento rende più elevati i disservizi rispetto al Nord (ad esempio, da dati confindustriali, risultava nel 2003, nelle aree ad alta concentrazione, una media annuale delle interruzioni al sud di 89 minuti contro 39 del Nord; in quelle a bassa concentrazione di 216 contro 100). Il problema di rendere attrattivo il nostro territorio per nuovi insediamenti produttivi, per un sistema di piccole e medie industrie anche innovative, passa anche da una riduzione dei costi dell’energia.
Da varie parti si sostiene che l’uscita dal nucleare ha penalizzato il nostro paese, dimenticando le implicazioni che, dal punto di vista umano e ambientale, l’uso di quella energia poteva comportare (basta ricordare il gravissimo problema dello smaltimento delle scorie radioattive) Sostenere che siamo circondati, oltre le Alpi, da paesi che producono energia nucleare e che un eventuale fallout, per eventuali incidenti in quell’area, non ci risparmierebbe, è una logica cinica di chi ha rinunciato a perseguire modelli di sviluppo compatibili con la vita e con l’ambiente. Il problema è quali scelte si sono fatte e si fanno per sviluppare le energie alternative (fotovoltaico, bio-masse, eolico, ecc). In Sicilia manca ancora un piano per l’energia, nonostante le grandi opportunità di produrre energia pulita e rinnovabile a costi decrescenti.
Per ridurre i costi generali dell’elettricità serve ancora realizzare nuove centrali puntando sui turbogas a ciclo combinato, con rese più elevate, ma sopratutto, per contrastare il costante effetto serra determinato dall’utilizzo del metano, occorre potenziare ed estendere la ricerca e la sperimentazione di sistemi energetici alternativi: utilizzo delle biomasse, che consentirebbero di produrre energia pulita dai rifiuti (scarti agricoli, forestali, dell’industria agroalimentare, reflui degli allevamenti); uso razionale degli impianti eolici, nel rispetto dei vincoli paesaggistici, privilegiando il mini-eolico, che elimina i problemi di impatto ambientale delle grandi pale a vento tradizionali; estensione in ambiente civile ed industriale dei pannelli solari fotovoltaici e termici, per trasformare il sole in energia elettrica e termica, eliminando l’immissione nell’atmosfera di enormi quantità di emissioni inquinanti derivanti dall’uso di combustibili fossili.
E dal sole, dalla sua utilizzazione sempre più efficace, che nasce l’idea del premio nobel Carlo Rubbia: gli impianti solari termodinamici. Si tratta di una tecnologia semplice ma profondamente innovativa, che attraverso un sistema di campi di specchi concavi concentra i raggi solari per riscaldare a 550 gradi un fluido di sali; il calore prodotto genera vapore ad alta pressione che muove le turbine degli impianti di una centrale elettrica a ciclo combinato (turbogas), accrescendo la produzione di energia elettrica e riducendo drasticamente l’uso di combustibili fossili. Il famoso progetto Archimede grazie all’azione del ministro dell’ambiente Pecoraro Scanio sarà riavviato nell’area della centrale a turbogas dell’Enel di Marina di Melilli, con la realizzazione di un impianto pilota da 5 Mw.
Il
merito del ministro dell’ambiente è stato di rilanciare un progetto, che
rappresenta uno dei segmenti più importanti del futuro delle fonti rinnovabili,
richiamando il genio del professor Rubbia al servizio dell’economia del nostro
paese, dopo che nell’era Berlusconi il progetto era stato abbandonato e Rubbia
aveva lasciato l’Italia, aderendo ad una richiesta della comunità scientifica
spagnola. La comunità europea ha proprio recentemente richiamato gli stati
membri a perseguire l’obiettivo di sviluppo delle fonti rinnovabili, che
dovranno raggiungere nei prossimi anni la percentuale del 20% del totale delle
fonti stesse. Ciò in considerazione dei gravi rischi che l’effetto serra,
prodotto dall’attuale sistema di sfruttamento intensivo dei combustibili
fossili, sta determinando per il clima e per la stessa salvaguardia della
biosfera.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
Mai come in questo periodo il tema ambientale è alla ribalta: il fatto è che, oltre ad essere chiaro agli occhi di tutti che qualcosa nel mondo sta cambiando, anche i governanti e gli scienziati si mostrano ogni giorno più allarmati. Si dice da anni che ci vuole un impegno serio ed il coordinamento dell’azione di tutti i paesi industrializzati, ma solo adesso sembra sbloccarsi qualcosa. Nel mese di marzo, a Bruxelles, c’è stato un vertice dell’unione europea in cui si sono ribaditi gli impegni presi col Protocollo di Kyoto, e se ne sono aggiunti degli altri. Ci si è impegnati a ridurre fortemente le emissioni di co2 facendo sempre più ricorso a fonti rinnovabili quali il sole, il vento o le biomasse. Ed ecco che a Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa, nel profondo sud, nasce vicino al mare il primo impianto al mondo a ciclo combinato. Una distesa di specchi, che ricordano un po’ gli specchi dell’inventore aretuseo Archimede, il quale riuscì ad incendiare le navi romane che assediavano Siracusa, convogliando il calore del sole.
Possiamo dire che l’idea è la stessa, solo che in questo caso il sole viene utilizzato per produrre energia pulita e l’inventore non è Archimede da Siracusa, ma il premio Nobel Carlo Rubbia. Frutto della collaborazione tra Enel ed Enea, il “Progetto Archimede” (così è stato simbolicamente chiamato) consente di applicare l'integrazione tra un ciclo combinato a gas e un impianto solare termodinamico. Utilizzando una tecnologia innovativa ed esclusiva, elaborata dall’ Enea, “Archimede” produce energia elettrica dal sole in maniera costante in quanto gli specchi di nuova progettazione si muovono lungo l'arco della giornata seguendo il sole e, al posto del vecchio olio infiammabile, viene utilizzata una miscela di sali fusi che non causa problemi e consente di accumulare l'energia in modo da renderla disponibile in ogni momento, anche quando non c'è il sole.
Il prof. Rubbia ha
affermato che questo salto tecnologico permetterà, se utilizzato in scala
adeguata, di contribuire in modo determinante ad una maggiore indipendenza
energetica e alla riduzione dei gas serra, in particolare per le aree ad alta
insolazione come le regioni del Sud del nostro Paese. Enormi sono i tagli alle
immissioni di gas, azzerati i rifiuti e, in più, questi impianti sono molto
meno costosi di quelli a petrolio. Ulteriori vantaggi sono: l’estrema
flessibilità del sistema che, infatti, si presta ad essere usato con impianti
di piccola taglia anche in località isolate, e i ridotti tempi di costruzione,
che sono di circa tre anni. Tirando le somme, si tratta di un modo efficiente
per sfruttare una risorsa pulita, perfettamente competitiva, abbondante e
sicura. Sembrerebbe la svolta nella produzione di energia, che se adoperata in
larga scala potrebbe permettere all’Italia, addirittura, di risolvere anche
l’enorme problema delle forniture energetiche, diventando autonoma. Allora
l’unico difetto è che ancora esiste una sola centrale pilota.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
14/04/2007
Dopo varie polemiche e discussioni, è stato finalmente dato il via
ufficiale ai lavori di restauro dei mosaici e della Villa del Casale di Piazza
Armerina, patrimonio Unesco dal 1997- La fine lavori prevista per dicembre 2008
Il 21 febbraio 2007 sono stati formalmente consegnati i lavori per il restauro dei mosaici e della Villa del Casale di Piazza Armerina (inserita nel 1997 nella World Heritage List dell’Unesco) al “Consorzio Stabile Operatore Beni Culturali” di Firenze, assegnatario dell’appalto, il quale ha promesso che l’iter di realizzazione delle opere e la relativa consegna avverranno nei tempi previsti dall’Unione Europea, cioè entro il 31 dicembre del 2008. Il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, il 5 aprile 2007 ha simbolicamente dato il via ai lavori di restauro della Villa Romana con la posa della prima tessera di mosaico all’interno del cantiere. Si sono dovuti compiere enormi sforzi per superare le divergenze di opinioni tra i numerosi enti coinvolti (Regione Siciliana, Sovrintendenza dei Beni Culturali di Enna, Museo della Villa, Comune, Provincia, Genio Civile), la lunga polemica sulla nomina di Sgarbi ad Alto Commissario avvenuta nel 2005, l’infinita discussione sui criteri e modi da adottare per realizzare la copertura del complesso (cupolone alla Fuller, recupero della struttura di Minissi, ripristino in materiali tradizionali).
Grande era la preoccupazione di perdere il finanziamento, considerato il passare del tempo, ma alla fine per il progetto d’intervento sui mosaici della Villa romana del Casale, è stato deliberato un consistente finanziamento europeo (POR 2000/2006 ) di 18 milioni e 277 mila euro. Il vero problema della Villa romana, scavata nel 1929 da Paolo Orsi, è costituito dalla mancata manutenzione programmata (ordinaria e straordinaria) del complesso. Negli anni 60 l’architetto Minissi si pose il problema di creare le condizioni idonee per la migliore visibilità possibile dei pavimenti musivi e pensò di consentire la visita dell’intero complesso eliminando il passaggio sui mosaici con delle passerelle; per isolare i mosaici dall’azione degli agenti atmosferici senza togliere ad essi l’illuminazione, decise di sovrapporre alle preesistenze materiali nuovi che non creassero disarmonia nella struttura e ideò così una struttura metallica che sorregge la copertura plastica in laminato perpex di fabbricazione inglese, dello spessore di 3,2 mm e di colorazione fumo trasparente.
Un incendio doloso, le successive sostituzioni di alcuni elementi di perspex con altri e l’aggiunta di fari di grandi dimensioni per l’illuminazione serale troppo a contatto con il perspex, hanno avviato il progressivo degrado del complesso. A questo si devono aggiungere: il progressivo deterioramento delle strutture metalliche per corrosione, la rottura di alcuni elementi plastici, il diffuso fenomeno della vegetazione infestante, le infiltrazioni d’acqua e il viraggio di colore del perspex per foto-ossidazione. All’interno della Villa, infine, si ha un eccessivo surriscaldamento specialmente nei mesi estivi ed i fattori microclimatici (chiarore diffuso, aumento della temperatura, picchi di umidità relativa, condensa, ecc), oltre ad ostacolare l’adeguato apprezzamento dell’edificio storico e del pavimento musivo, hanno costituito un grave problema per la conservazione dei mosaici, in quanto, con una copertura trasparente, i parametri microclimatici non possono essere controllati in modo efficace.
Vittorio Sgarbi ha steso le linee guida del progetto di restauro e Guido Meli (Direttore del Centro Regionale Progettazione e Restauro) ha firmato il progetto, che prevede la realizzazione di un tetto ventilato con manto di copertura in rame e la chiusura verticale, utilizzando pannelli verticali alveolari intonacati, per avvolgere il perimetro esterno e proteggerlo dall’effetto serra, garantendo ai visitatori un clima ideale per una migliore fruizione. Il volume che emergerà dall’incontro di queste superfici, alluderà a quello originario, in modo dichiaratamente contemporaneo e senza equivoci: l’assenza di ornamento all’esterno e la presenza della struttura reticolare all’interno, sveleranno sempre la natura protettiva e funzionalmente museale dell’intervento. Verranno restaurati i mosaici, l’area del calidarium, mentre un restauro completo interesserà il Frigidario e piscine annesse, il porticato del grande peristilio, il Triclinio e i pavimenti in opus sectile della Basilica.
Le
passerelle verranno rialzate rispetto alla quota attuale, e verrà realizzato un
nuovo impianto di illuminazione sottostante alle passerelle. La Villa del Casale
rimarrà comunque fruibile in questi 2 anni, in quanto, i restauri si
svolgeranno a cantiere aperto. Il Presidente Cuffaro commenta: “Il restauro
riporterà agli antichi splendori la Villa Romana del Casale grazie anche ad una
scelta forte voluta dal Governo regionale; siamo convinti che potrà così
tornare ai suoi antichi fasti un pezzo importante della storia della Sicilia, un
monumento che è indubitabilmente patrimonio dell’umanità”. È triste
constatare che in una regione a statuto speciale, qual è la Sicilia, con
possibilità di finanziamenti speciali, anziché spendere molto meno per una
tempestiva manutenzione si preferisca attendere imponenti finanziamenti per
grandi opere, rischiando di perdere o intaccare in maniera irreversibile il
nostro patrimonio artistico e culturale.
Marilù Bruschi –ilmegafono.org
Una
moria di proporzioni mai viste sta decimando la popolazione mondiale delle api,
mettendo a rischio l’intero ecosistema- Si indaga sulle cause di questa
ecatombe e si punta il dito soprattutto sull’uso
di pesticidi
ANCHE
LE API A RISCHIO ESTINZIONE
Un fenomeno allarmante sta attraversando il mondo dell’agricoltura e l’ambiente in genere: la moria della api. Nonostante gli organi di informazione tradizionale stiano dedicando poco spazio alla vicenda, si tratta di un problema gravissimo a cui numerosi scienziati stanno cercando di far fronte. Questa incredibile ecatombe interessa in misura notevole gli Stati Uniti, dove la mortalità ha toccato la percentuale del 60-70%, con punte che superano l’80%, ma sono tanti i paesi interessati dalla moria, come Australia, Spagna, Inghilterra, Germania, Svizzera e perfino Italia, anche se le dimensioni del fenomeno sono decisamente più contenute, ma non per questo meno gravi. E’ancora mistero sulle cause. Gli scienziati stanno indagando per cercare di trovare una spiegazione, in modo da intervenire drasticamente per arginare il problema.
Si pensa a misure insufficienti contro il virus determinato dalla Varroa, un acaro parassita capace di decimare rapidamente intere famiglie di api, oppure alla diffusione incontrollata (per mancanza di nemici naturali) della Vespa velutina, insetto predatore di api proveniente dalla Cina, qualcuno ha parlato di conseguenza del cambiamento climatico, che disorienta le api e produce uno stress tale da portarle alla morte. Alcune associazioni di apicoltura italiane, però, si sono fatte un’idea precisa, sulla base di ricerche condotte da università e istituti specializzati: le api muoiono a causa dell’utilizzo in agricoltura di pesticidi contenenti un principio attivo chiamato “imidacloprid”, usato specie in determinate colture (mais e colza). Lo dimostrano alcune ricerche che hanno rivelato lo spopolamento nelle zone sottoposte a coltura di mais, in cui tale pesticida è utilizzato massicciamente.
Questa sostanza agirebbe sul sistema nervoso delle api, facendo smarrire loro il senso di orientamento necessario per tornare all’alveare, esponendole al freddo fino a morire. Il problema è che l’imidacloprid è difficile da rintracciare nel corpo delle api, in quanto si tratta di un principio attivo che ha una velocissima degradazione. Non è la prima volta, comunque, che ci si trova davanti ad un caso del genere, ma l’emergenza stavolta ha assunto una portata considerevole. Anche in passato, ad esempio nel 2002, erano i pesticidi e le sostanze chimiche usate in agricoltura (prima fra tutti il discusso “Gaucho” della Bayer per le sementi di girasole) ad essere additate come responsabili primarie. E’ quello che viene sostenuto oggi da molte associazioni di apicoltori, che reclamano un maggior intervento del governo e che protestano contro gli agricoltori, rei di utilizzare sostanze nocive e non naturali, e contro chi vuole liquidare il problema come semplice effetto del cambiamento climatico.
Al
di là delle polemiche e delle ipotesi, resta il fatto che la moria delle api è
una vera emergenza ambientale: attraverso il processo dell’impollinazione,
infatti, le api svolgono un ruolo determinante per l’esistenza di moltissime
colture, caratterizzate da una forte dipendenza dalla presenza e dal lavoro di
questi preziosi insetti. Se scomparissero le api, potrebbero scomparire numerose
piante da frutta (ciliegi, meli, albicocchi, peri, ecc.) ortaggi e fiori
(cipolle, cavoli, mais, colza, rape, fave, girasoli, ecc.). Una situazione
drammatica che potrebbe avere ripercussioni enormi sull’agricoltura e
sull’ambiente. Un rischio estinzione a cui è necessario porre un freno, anche
con l’intervento decisivo delle istituzioni e con una maggiore attenzione da
parte dei media. Ancora un tragico esempio della violenza distruttiva
dell’uomo sulla natura ed i suoi millenari equilibri.
Massimiliano Perna -ilmegafono.org
21/04/2007
UNA
DEVASTAZIONE CHE NESSUNO FERMA
Negli anni sessanta, le migliaia di ex contadini, di lavoranti delle officine artigianali, di lavoratori delle campagne, di giovani dei paesi della nostra provincia e di altre zone della Sicilia, che si spostarono nel territorio industriale di Priolo-Augusta, con la speranza di costruirsi un futuro più certo, non immaginavano, con la nascita di quegli stabilimenti, il prezzo che avrebbero pagato sulla loro pelle e le ferite che senza colpa avrebbero inferto alla vita delle popolazioni di quell’area, alle generazioni future, all’ambiente. Come un alien nascosto dentro il corpo di un apparente benessere economico che cresceva, l’industria chimica, petrolchimica e del petrolio espandeva le sue colonne, i suoi impianti, i suoi camini, i grandi serbatoi su un immenso territorio, sventrandolo, modificandolo, accaparrandosi le coste e il mare. I grandi gruppi industriali (italiani e stranieri) chimici, petroliferi e dell’energia (dalla Rasiom di Moratti, alla Edison, alla Montedison e poi alla Esso, all’Enel, alla Liquichimica dello spregiudicato Ursini, all’Eni, fino alla Sasol, alla Syndial, alla Polimeri, alla Erg), per oltre vent’anni, hanno costruito il loro grande potere economico contaminando il suolo e il sottosuolo, utilizzando tutte le risorse naturali disponibili, compresa l’acqua delle falde, sconvolgendo lo stesso assetto idrogeologico del territorio, riversando nel mare e nei fiumi impunemente milioni di tonnellate di residui industriali.
Dagli anni ‘50 fino alla prima metà degli anni ‘80, lo hanno fatto sapendo che, per la carenza di efficaci leggi di tutela dell’ambiente e della salute, non avrebbero dovuto rispondere a nessuno del loro operato. L’azione della politica e delle istituzioni o era debole o compromissoria, offuscata dagli effetti del “miracolo” economico. E’ innegabile che lo sviluppo industriale di un territorio così ampio, che trasformò l’area Priolo-Melilli-Augusta in uno dei poli più grandi d’Europa, abbia prodotto un mutamento straordinario sotto il profilo economico e creato occupazione e attivato una serie di attività indotte, favorendo la nascita di un tessuto imprenditoriale locale. Ma i conti si fanno soprattutto con i guasti profondi che si sono verificati. Il progresso economico per essere reale fattore di avanzamento dei livelli di civiltà e della qualità della vita deve riuscire a valorizzare senza stravolgerle tutte le risorse di un territorio e soprattutto non può fondarsi sull’accettazione ineluttabile di un maligno tributo di sofferenze, di malattie e di morte dei lavoratori e delle popolazioni. Per lungo tempo troppe sono state le scelte ciniche e farisaiche delle imprese, troppe le omissioni e le complicità delle istituzioni, le carenze degli organi di controllo. Un groviglio di mistificazioni, di inadempienze, di corporativismi, che hanno favorito la devastazione dell’ambiente e la propagazione delle spore velenose dell’inquinamento nelle città, nella flora e nella fauna, nel suolo, nell’aria, nelle acque.
Il ricatto del posto di lavoro ha reso più cauti, spesso deboli, gli stessi lavoratori delle fabbriche, e le stesse lotte sindacali per la tutela della salute nelle fabbriche non sono mai riuscite ad andare oltre a compromessi distanti da effettive conquiste di tutela e di reale contrasto alle produzioni inquinanti. Basta una rapida sintesi di quanto avvenuto per comprendere le terribili alterazioni alla vita e all’eco-sistema prodotte da un meccanismo di sviluppo aberrante. Già alla fine degli anni ’70 le continue morie dei pesci nel mare di Augusta misero sotto accusa i vertici della raffineria Esso. L’azione del coraggioso pretore Condorelli, dopo qualche anno trasferito in altra sede, in applicazione di una prima legge sulla tutela delle acque superficiali e marine (legge Merli), portò clamorosamente per la prima volta al blocco degli impianti. Le analisi accertarono la presenza nelle acque marine di bifenoli, di clorofenoli, sostanze tossiche e teratogene. All’inizio degli anni ’80 esplose il drammatico problema dei bambini nati con malformazione e dei casi di ipospadia (malformazioni neonatali ai genitali). La battaglia di alcuni medici coraggiosi, come il dottor Giacinto Franco dell’ospedale Muscatello di Augusta, portò alla creazione di un registro delle malformazioni per la Sicilia sud orientale, ma nella quasi totale indifferenza delle autorità sanitarie e delle istituzioni. Si arrivò addirittura ad accusare di allarmismo e di strumentalizzazione un gruppo di ricercatori dell’università di Venezia, che in un pubblico convegno ad Augusta denunciarono il nesso di causalità tra malformazioni e inquinamento industriale.
I dati degli anni successivi hanno poi dimostrato che tali patologie hanno subito una crescita esponenziale, che colloca Augusta e i comuni industriali della provincia di Siracusa, al doppio della media nazionale non solo per i casi di malformazioni congenite, ma anche per altre tipologie tumorali (mesiotelomi, leucemie, tumori alla pleura, ecc). Li colloca nella stessa situazione di Gela, che ha subito dallo stabilimento dell’Enichem la stessa violenza, lo stesso oltraggio e le stesse piaghe. Non solo la Esso, ma tutti gli altri complessi industriali che sorgono sulla rada di Augusta hanno inondato i fondali di un cocktail di micidiali veleni, come ha dimostrato l’indagine dell’Icram (Istituto centrale di ricerca sull’ambiente marino), realizzata appena due anni fa. Mercurio, arsenico, idrocarburi, metalli pesanti, diossina, clorofenoli, cadmio sono alcuni degli ingredienti che ricoprono il fondo del mare, che entrano nella catena alimentare, trasferendo prima sugli animali e poi sull’uomo i loro effetti mutageni. Ma l’intera fascia marina, da Capo Santa Panagia a Siracusa fino all’estremo promontorio di Augusta, ha subito l’offesa del mostro dell’inquinamento prodotto da un’industrializzazione selvaggia. L’amianto sulle scogliere e il mare di Targia, scaricato dalle produzioni ormai cessate del gruppo Eternit, fa da pendant ai residui delle polveri di pirite, immesse nel passato nelle acque della penisola di Magnisi dalla Espesi, ai composti organici e inorganici del cloro scaricato negli anni ’60 dalla defunta cartiera Savas, alle migliaia di tonnellate di mercurio finite in mare dell’impianto clorosoda della Montedison prima e dell’Eni dopo (fino al 2002).
E ancora la presenza di benzene nelle falde acquifere di Priolo, di diossine e di metalli pesanti su tutto il suolo, le decine di discariche illegali di prodotti tossici scoperte in aree interne ed esterne agli stabilimenti, le periodiche nubi tossiche che hanno investito le popolazioni che vivono in quell’area, senza dimenticare i paurosi incendi che hanno interessato pericolosissimi impianti, più volte nel corso del tempo, e che hanno fatto scattare (come avvenne nel 1985 con il pauroso incendio nell’impianto Icam dell’Enichem) i piani di evacuazione delle popolazioni, poi rientrati per una serie di fortunate circostanze (il regime dei venti che spinse in mare aperto la nube tossica). Tutto ciò è avvenuto senza soluzione di continuità, con i pubblici poteri paralizzati dalla mancanza di leggi, aggiornate e rese più rigorose nell’arco di troppi anni. Solo nel 1990 il governo nazionale prese atto della grave situazione ambientale del territorio industriale siracusano, dichiarandolo ad alto rischio ambientale. Bisognerà aspettare però il 1995 per definire un piano di risanamento ambientale, che prevedeva interventi per 1000 miliardi di lire, ma di cui sono stati utilizzati fino ad oggi non più di 40 miliardi. Solo negli ultimi anni una più diffusa consapevolezza della gravità della situazione, frutto della nascita di movimenti di cittadini, ha reso più attente le istituzioni locali e ha favorito un movimento di pressione sulla latitanza dei governi regionale e nazionale per interventi urgenti. Sono così state avviate nel territorio industriale e nelle acque superficiali marine indagini e verifiche che hanno messo ancora in luce solo una parte delle contaminazioni esistenti. E’ stato così deciso, dopo le indagini dell’Icram, di procedere alla bonifica di 610.000 metri quadrati dei fondali della rada di Augusta.
Ma contro questa scelta di riparazione minima per la tutela della salute delle popolazioni si sono immediatamente schierate tutte le industrie, chiamate a concorrere con 270 milioni di euro alle operazioni di bonifica. E con loro si sono schierati molti operatori commerciali del porto di Augusta, accampando il pretesto che l’asportazione dei sedimenti inquinati dai fondali della rada avrebbe paralizzato le attività portuali. Cosa più grave, con questo schieramento che tenta di eludere le gravissime responsabilità delle aziende nel disastro ambientale consumato, alcuni politici di Forza Italia, come il medico Confalone, hanno tentato addirittura di negare i danni sulla salute dei rifiuti tossici presenti nell’ambiente, utilizzando per le loro tesi disgustose studi commissionati dalle stesse industrie. Ma il tentativo di bloccare l’avvio della bonifica, prima fallito per il rigetto del ricorso delle industrie da parte del CGA di Palermo, ora ha trovato nuova linfa per la incredibile decisione del TAR di Catania, che accogliendo un nuovo ricorso delle imprese ha sospeso gli interventi di bonifica nella rada. Ciò che lascia perplessi e indignati è la motivazione del TAR di Catania, che sposa totalmente le argomentazioni degli inquinatori, affermando che la rimozione dei sedimenti tossici potrebbe aggravare la situazione e che comunque produrrebbe danni alla navigazione. E, infine, che le società non sono da considerarsi responsabili solo perché nel corso degli anni è cambiata la loro proprietà azionaria. Un Tar che si assume la responsabilità, senza avere la competenza, di un rapporto scientifico di un istituto pubblico specializzato come l’Icram e che antepone le giustificazioni di comodo delle imprese agli interessi prioritari della salute delle popolazioni.
La stessa logica che
appartiene al governo Cuffaro, che ha imposto da commissario straordinario per i
rifiuti nel 2003 la realizzazione di un mega-termovalorizzatore nell’area
dell’Enel Tifeo, alle porte di Augusta, oltre ad altri tre in tutta la
Sicilia. Ha fatto questa scelta sapendo che Augusta è in un’area ad elevato
inquinamento ambientale e che l’impianto concepito per l’incenerimento di
circa 600.000 tonnellate di rifiuti, immetterebbe in atmosfera quantità di
nanoparticelle e di diossina, che nessun sistema di filtraggio può trattenere e
che condannerebbero ulteriormente l’intera area. Il progetto di Cuffaro, che
sta molto a cuore al gruppo Falck per l’entità dell’investimento (due
milioni di euro per i quattro impianti) e per il fatto che
la mancata attuazione della raccolta differenziata in Sicilia (appena il
5% rispetto al 50% previsto dalle legge Ronchi del !997, alla data attuale) gli
consentirebbe di bruciare tutto guadagnando di più, bloccato a febbraio da un
decreto del ministro per l’Ambiente, Pecoraro Scanio, è stato nuovamente
sbloccato dal Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso della Falck. Anche qui un
tribunale amministrativo si assume la responsabilità di non tener conto non
solo dell’opposizione delle comunità e delle istituzioni locali, ma
addirittura di ignorare la particolare situazione ambientale dell’area. Come
dire che ancora oggi i delitti ambientali non sono perseguibili e che le vittime
devono subirli. Ma è un disegno che si scontrerà con una nuova coscienza delle
popolazioni che non vogliono cedere alla logica manichea di burocrati e di
lobbies mosse solo dal profumo degli affari.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
Mentre in Europa si va avanti nello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, l’Italia procede con un passo molto lento- Non sì comprende ancora a fondo l’importanza delle energie pulite e della riduzione dei consumi
ITALIA LUMACA NELL’ENERGIA PULITA
Firmato nel dicembre del 1997, il protocollo di Kyoto indica gli obiettivi internazionali per la riduzione di gas ad effetto serra, ritenuti responsabili del riscaldamento globale del pianeta che potrebbe portare a gravissime modifiche del clima. L'obiettivo fissato è una riduzione media del 5,2 per cento dei livelli di emissione del 1990, nel quadriennio 2008-2012. La percentuale varia da nazione a nazione: 8 per cento l'Unione europea, 7 per cento gli Stati Uniti, 6 per cento il Giappone. Per i paesi in via di sviluppo, sono stati fissati obiettivi minori.Entro il 2010, l'Italia dovrà investire più di 20 miliardi di euro per rispettare gli impegni sottoscritti; essi prevedono una riduzione del 6.5 % delle emissioni di gas-serra nell'atmosfera imponendo di investire sullo sviluppo delle fonti rinnovabili.
Un aumento sensibile della produzione di energia da esse darebbe infatti un contributo quantificabile nella misura del 15-20 %. In Italia, attualmente, queste forniscono un contributo di circa 12.73 milioni di tonnellate equivalenti alla produzione di petrolio (Mtep), l'equivalente del 7.37 % del fabbisogno energetico nazionale. L'Italia sta faticando a seguire il passo dello sviluppo mondiale che riguarda proprio le fonti rinnovabili innovative (come il solare e l'eolico), quelle per le quali le prospettive di crescita sono più consistenti e il cui ruolo è oggi più significativo nella direzione di ridurre la dipendenza dal petrolio e le emissioni come stabilito dal Protocollo di Kyoto. In assenza di una chiara direzione e seguendo questo trend negativo sarà impossibile raggiungere gli obiettivi stabiliti dall'Unione Europea per il 2010: il 12% di energia prodotta da fonti non rinnovabili e il 22% di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili (per l'Italia il 25%). Le fonti energetiche rinnovabili stanno vivendo una stagione di grande sviluppo a livello mondiale.
L'Europa, in particolare, sta svolgendo un ruolo di primo piano in questo processo, con obiettivi chiari e ambiziosi, ma anche risultati straordinari nei paesi che con più forza hanno creduto e investito nelle nuove fonti energetiche pulite, che hanno visto anche la creazione di decine di migliaia di nuovi posti di lavoro all'interno di un sistema industriale all'avanguardia. In Germania negli ultimi dieci anni, grazie agli incentivi alle aziende e alle famiglie, si è sviluppata sensibilmente la creazione di impianti solari fotovoltaici. A tal punto che molte aziende sono diventate autonome dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico: oltre a produrre energia elettrica per il funzionamento degli impianti sono in grado anche di venderla ai privati, realizzando un sistema di liberalizzazione energetico. In Olanda sono molto diffusi invece gli impianti eolici che negli ultimi anni grazie alla ricerca hanno incrementato la loro potenza e il loro rendimento.
In Spagna una politica dedicata allo sviluppo di energie pulite che sapessero garantire anche un reale vantaggio per i cittadini ha portato alla realizzazione, ad esempio, del più grande complesso di centrali solari termodinamiche d’Europa, in Andalusia. Al completamento dei lavori, questo centro sarà capace di fornire energia a 180 mila utenti. In base alle proiezioni della International Energy Agency le fonti rinnovabili possono arrivare a soddisfare il 20% della domanda di elettricità mondiale al 2020, e il 50% di energia primaria nel 2050. Solamente la ricerca abbinata allo sviluppo, la forte spinta industriale e la diffusione hanno consentito di realizzare questi notevoli progressi, rendendo le tecnologie sempre più competitive e aprendo una nuova strada nella produzione energetica mondiale che porti a sostituire le fonti fossili esauribili. L'Italia è rimasta ai margini di questo scenario. Considerando la produzione energetica complessiva, le rinnovabili in Italia tra il 1990 e il 2002 sono passate dal 7,7% all'8,7%.
Ma
in realtà la quota di rinnovabili vere e proprie (escludendo il grande
idroelettrico e i rifiuti) è ferma al 4,6%.
Le risorse energetiche pulite hanno ancora, in larga parte del mondo
imprenditoriale e politico italiano, poca considerazione, quasi un ruolo
marginale rispetto alle reali esigenze del Paese. In compenso sono state
previste 31 nuove grandi centrali per 19.000 MW a carbone e altre sono in fase
di approvazione.
Andrea Volpi –ilmegafono.org
28/04/2007
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge voluto da Pecoraro Scanio per inserire il reato di delitto ambientale nel codice penale- Uno strumento indispensabile per contrastare le attività illecite contro l’ambiente
Il
23 di questo mese è stato approvato dal Consiglio dei ministri un disegno di
legge riguardante i reati ambientali.
Tra i reati previsti, tra l'altro, ci sono quelli di associazione a delinquere finalizzata al crimine ambientale, di disastro ambientale, di traffico di rifiuti e inquinamento. In particolare è punito per traffico di materiale radioattivo o nucleare ''chiunque illegittimamente cede, acquista, trasferisce, importa o esporta sorgenti radioattive o materiale nucleare''; la stessa pena è prevista per il detentore che si disfa illegittimamente di una sorgente radioattiva. In più nel caso di pericolo concreto di compromissione rilevante di acqua, suolo, aria, flora e fauna, la pena sale a 8 anni mentre se ci sono rischi concreti per la vita o l'incolumità delle persone la reclusione arriva fino a dieci anni. Questo progetto di legge, fortemente voluto dal ministro Pecoraro Scanio, determinerebbe un’enorme svolta nella concezione del bene “ambiente”, che per la sua astrattezza è sempre stato considerato oggetto di un diritto impalpabile e per questo non tutelabile.
Questo
l’ha reso facile preda di chi “sguazza” laddove mancano controlli e
regole.
La
Cina si conferma la meta privilegiata dei traffici illeciti provenienti dai
paesi industrializzati: è un vero affare per le imprese in quanto lo
smaltimento legale di un container di 15 tonnellate di rifiuti pericolosi, in
Italia, costa circa 60mila euro, mentre per la stessa quantità il mercato
illegale d’Oriente ne chiede solo 5mila. Più del 90% dei rifiuti esportati in
Cina finisce nei villaggi della costa, dove, senza alcuna precauzione, viene
recuperato il possibile.
Una
situazione gravissima che richiede la tempestiva traduzione in legge del ddl: si
è espresso in proposito anche il Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano il quale, in un messaggio, ha sottolineato la necessità di “uno
sforzo sempre più mirato nella lotta al devastante fenomeno dell’ecomafia”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Un terribile insetto
proveniente dal Sud-Est asiatico sta decimando numerosi esemplari di palma
presenti sul territorio siciliano – Preoccupazione per le palme nane, specie
protetta, che però non sono ancora state colpite
PER
LE PALME SICILIANE UNA NUOVA EMERGENZA
Un pericoloso insetto (Rhyncophorus ferrugineus), un coleottero “curculionide” conosciuto comunemente come punteruolo rosso della palma, è il responsabile dell’infestazione che sta decimando esemplari di palme soprattutto in Sicilia. La specie è originaria del Sud-Est Asiatico. Negli anni ‘80 questo insetto è stato segnalato nella penisola araba, poi a partire dal 1990 si è diffuso in Iran, Egitto, Giordania, Israele, Palestina, Algeria e Marocco. Nel 1994 è stato segnalato nel Sud della Spagna e questo passaggio in Europa si è avuto probabilmente a causa di importazioni di palme ornamentali infette. In Italia, la sua presenza viene segnalata soprattutto nella Sicilia orientale ma anche in Toscana, Campania e Lazio dove sono stati diffusi bollettini per riconoscerlo e decreti legislativi con le procedure da applicare già a partire dal 2005. Per questi insetti arrivare in Sicilia è stato come trovare il paradiso terrestre, visto che la palma è molto diffusa sull’isola e che le nostre piante, non avendo mai dovuto fare i conti con questo tipo di minaccia, non hanno sviluppato nessun tipo di difesa.
Inoltre, non esistono nemici naturali per questo insetto nei nostri habitat. Nei paesi dove si è acclimatato, le sue infestazioni assumono i connotati di una vera e propria emergenza fitosanitaria. Questo parassita (di un colore che va dal ruggine al marrone-rossastro con striature nere variabili in forma e numero) è lungo 3-4 cm e largo poco più di uno. La femmina deposita circa 300 uova in varie parti della pianta, soprattutto dove la corteccia è danneggiata. Le larve completano lo sviluppo in circa 2 mesi. Le infestazioni interessano principalmente la corona, le ascelle fogliari e le diverse parti del tronco. I sintomi più evidenti consistono nell’avvizzimento e ingiallimento della chioma. Quando le larve penetrano nelle ascelle di foglie ancora verdi queste possono facilmente cadere, poiché la parte basale viene erosa dal “curculionide”. Una volta attaccata, la palma può morire in 6-8 mesi. Il pericolo di questo parassita è rappresentato dalla velocità di movimento a causa del suo breve ciclo vitale che gli consente, una volta uccisa la pianta attaccata, di passare subito a quella più vicina.
Il
coleottero attacca le palme coltivate e ornamentali appartenenti a diverse
specie, tra cui Phoenix canariensis, P. dactylifera, P. silvestris, Sabal
umbraculifera, Trachycarpus fortunei, nonché Agave americana, una pianta
sistematicamente molto diversa. Il Rhynchophorus ferrugineus è già inserito
nella Alert List dell’Organizzazione europea e mediterranea per la protezione
delle piante (EPPO) e ne è stato proposto l’inserimento nella lista per gli
organismi da quarantena. Pubblicato nella GURS (Gazzetta Ufficiale della
Regione siciliana) n.13, venerdì 23 marzo 2007, il Decreto assessoriale
“Misure fitosanitarie per il controllo e l'eradicazione del Rhyncophorus
ferrugineus - punteruolo rosso della palma”. È grave il pericolo
derivante dalla diffusione di tale insetto per il ragguardevole patrimonio
regionale di palme, spesso costituito da esemplari monumentali e da collezione
(l’orto botanico di Catania contiene 200 specie di palme, di cui alcune molto
rare). Si teme, soprattutto, che il coleottero possa passare anche all’attacco
della Palma nana (Chamaerops humilis), specie protetta, in cui però
fortunatamente non sono ancora stati segnalati casi del genere.
Il
territorio identificato come focolaio è stato definito area a sorveglianza
rinforzata. Ad oggi i Comuni focolaio sono: Acireale, Acicatena, Aci S. Antonio,
Acicastello, S.G. La Punta, Trecastagni, Viagrande, Piedimonte, Gravina di
Catania, Riposto, Catania, Palermo, Marsala, Petrosino, Trapani, Favignana,
Marina di Ragusa.
Le
più efficaci misure di lotta sono quelle preventive, mentre risulta
problematico l’intervento curativo su piante già attaccate, in quanto è
quasi impossibile eliminare questi insetti, a causa della scarsissima
disponibilità di prodotti fitosanitari insetticidi e fungicidi autorizzati ad
essere utilizzati in verde urbano e giardini domestici. Le piante che presentano
sintomi iniziali di infestazione vanno ripulite da bozzoli e gallerie larvali,
al fine di proteggere gli apici vegetativi, quindi drasticamente potate; la
parte apicale va trattata con insetticidi e fungicidi e quindi racchiusa in rete
antinsetto. Le piante ormai compromesse, con sintomi gravi, vanno invece
immediatamente estirpate e incenerite.
Marilù Bruschi –ilmegafono.org
NUMERI DI MARZO 2007
10/03/2007
Il
17 Marzo grande giornata di mobilitazione per liberare il Val di Noto-Siti
Unesco- dal pericolo delle trivellazioni gas-petrolifere.Una manifestazione di
civiltà e democrazia.
La protesta contro le trivellazioni nel Val di Noto non si ferma, anzi aumenta d’intensità nell’imminenza dell’inizio dei lavori di perforazione nel territorio di Noto da parte della società texana Panther Oil. Una grande manifestazione, a cui anche il nostro sito aderisce pienamente, è prevista giorno 17 marzo, con la partecipazione di cittadini, associazioni, ambientalisti, formazioni politiche, per ribadire il No di Noto e della Sicilia ad un’aggressione violenta ed ingiustificata da parte della multinazionale del petrolio, che ha ottenuto il benestare dal precedente governo Cuffaro, senza che sia mai stato ascoltato il parere della cittadinanza o, almeno, della Soprintendenza ai Beni Culturali. Dopo due anni di battaglie, proteste, forum, articoli di giornale, documentari, adesso siamo alla resa dei conti.
La politica non ha saputo o voluto fermare lo scempio, e così un intero territorio, i suoi beni naturali, i monumenti, le biodiversità, rischiano di essere travolti da una vera invasione di impianti, camion, trivelle. Una scelta assurda, una violenza inaudita. La manifestazione del 17 marzo prossimo (a seguire il manifesto relativo) rappresenta solo una tappa di un percorso che si preannuncia lungo e che, finalmente, dovrebbe portare ad un’altra manifestazione, a Palermo, davanti il palazzo della Regione, per far sentire ai diretti responsabili il dissenso del popolo siciliano. Il governo Cuffaro ha deciso di violentare la Sicilia, con trivelle, inceneritori, impianti eolici, campi da golf, senza dare ai siciliani alcuna possibilità di decidere, anche se, onestamente, non mi pare che, in generale, ci sia la speranza di vedere una grande opposizione sul modello Tav in Val di Susa.
A Noto, però, così come ad Augusta nella protesta contro i
termovalorizzatori (con migliaia di persone in piazza), c’è stato chi non ha
mollato la presa, ha controllato la situazione, ha tenuto informato il resto del
movimento che sostiene questa causa, e oggi chiama a raccolta tutti coloro che
tengono alla salvaguardia del territorio e delle sue inestimabili ricchezze. Ed
è un obbligo, per chiunque confidi in un futuro pulito, fatto di salubrità e
ricchezza, e non di inquinamento e povertà, partecipare alla protesta, per far
vincere la democrazia, per far vincere il futuro nostro e dei nostri figli. Ecco
perché invitiamo tutti i nostri utenti a unirsi alla manifestazione del 17
marzo, con bandiere, striscioni, colori, fantasia, per far risaltare la bellezza
della natura e la sua ricchezza di energie e di positività, contro il grigiore
della politica, dell'illegalità, del sopruso e della prevaricazione.
|
Giorno
17 Marzo il Val di Noto si mobilita per difendere il proprio patrimonio
storico-architettonico-naturalistico, per proteggere il proprio futuro,
per quello dei suoi figli. Il
Val di Noto dice no alle trivellazioni perché: Oggi
come trent’anni fa vogliamo scegliere noi il nostro futuro, vogliamo
essere noi ad autodeterminarci. Il
Val di Noto dice NO: Alle
trivellazioni oggi perché ha investito nel turismo, nella difesa della
natura e nell’agricoltura di qualità. Il
Val di Noto dice NO: Alla
Panther e a tutti quei modelli di sviluppo che non sono in sintonia con ciò
che nel corso degli anni ha faticosamente costruito e che si chiama
sviluppo sostenibile. Per tutto questo, per il nostro futuro, chiediamo che dalla Val di Susa al Val di Noto cittadini, associazioni, partiti, sindacati, mondo cattolico, partecipino alla manifestazione che giorno 17 Marzo a Noto (Sr) partirà dalla contrada Zupparda (presso il campo sportivo) alle ore 10.00 per raggiungere la zona delle prime perforazioni in contrada Zisola. Inoltre
dalla villa comunale, dalle ore 9.00, sarà messo a disposizione un
servizio di Bus Navetta che accompagnerà i partecipanti in contrada
Zupparda. Portate
striscioni, bandiere,fischietti e tutto ciò che serva a rendere
indimenticabile questa giornata. Partecipare
a questa manifestazione è un dovere, la nostra Terra è anche la tua
Terra!! |
ilmegafono.org
riceviamo e pubblichiamo: dal Comitato del NO alle trivellazioni
CON LA PANTHER NON ABBIAMO NULLA DA DIRCI. VOGLIAMO QUI CUFFARO!
Alla luce dei
recenti sviluppi della problematica scaturita dalla decisione della Regione
Sicilia del 22 marzo 2004 con la quale si autorizzava la Panther Research ad
effettuare ricerche di idrocarburi liquidi e gassosi nel territorio del Val di
Noto,
E’ UTILE ED OPPORTUNO PUNTUALIZZARE:
1) Per le modalità con cui si è manifestato, riteniamo l'atto
della Regione Sicilia, costituisca un atto ostile verso le comunità
amministrate: pertanto, chi volesse ridurre – per ignoranza, malafede o
complicità – questo atto ostile a mera faccenda tecnica, da discutere fra
tecnici e da risolvere fra tecnici, deve essere ripreso: questo non è un
problema tecnico, da discutere fra tecnici e da risolvere tra tecnici, ma un
problema politico, di politica sociale, di politica economica, di politica
ambientale, di politica energetica: è di questo, che con tali
spregiudicati provvedimenti, ci è stato impedito di parlare, è di questo
che vogliamo parlare, è di questo che parleremo: non certo con la Panther R.
che non è il nostro interlocutore né tanto meno nell’incontro promosso dalla
giornalista Amenta, per il 10 marzo c.a., che non è il luogo deputato, ma con
le Istituzioni regionali responsabili, presso le quali porteremo la nostra
civile e ferma protesta, insieme alle Istituzioni locali ed a tutti i Cittadini
indignati.
2) a vantaggio di chi ne avesse un’idea imprecisa od
approssimativa, giornalisti compresi, questo “affaire” (simile
alla questione dei megaParchi Eolici nella piana di Noto). viene espresso
in spregio dei più elementari diritti delle comunità del Val di
Noto, primo fra tutti quello all’autodeterminazione. Con la decisione in
oggetto le comunità locali interessate dalle ricerche gas-petrolifere, ma anche
dalla eventuale coltivazione dei giacimenti individuati, vedono affievolito sino
alla totale estinzione il diritto di contrapporre le loro ragioni ed i loro
interessi all’interesse non collettivo – si badi bene – ma privato,
di un’impresa straniera privata, per fini di lucro privato, ancorché
legittimo in quanto sostenuto da favorevole legislazione.
3) Durante il periodo intercorso dall’emanazione dell’atto
autorizzativo sino ad oggi il Comitato per le energie rinnovabile e contro le
trivellazioni gas-petrolifere in Sicilia (NO-TRIV), ha esercitato una intensa ed
efficace opera di sensibilizzazione e di informazione su tale problematica,
adoperando a tal fine tutti gli strumenti che la moderna tecnica comunicativa
mette oggi a disposizione, ricevendo attenzione da parte dei cittadini e delle
forze politiche ed istituzionali: a tal fine è utile ricordare a chi lo avesse
dimenticato, giornalisti compresi, che l’elettorato netino ha premiato, in
occasione delle recenti elezioni amministrative, l’avv. Corrado Valvo, che ha
fatto – difformemente dal suo competitore al ballottaggio - del contrasto alle
trivellazioni gas-petrolifere il primo qualificante punto del
proprio programma elettorale.
4) La posizione dei petrolieri ha sempre avuto ampia ospitalità sul
quotidiano LA SICILIA, ( quotidiano, quindi PRO-TRIV) a differenza di quanto,
detta testata, ne abbia dato, a livello regionale, alle posizione avverse.
Ribadiamo pertanto che la nostra posizione di assoluta contrapposizione e
di netta avversione alle operazioni in oggetto risulta non essere la posizione
di un gruppo di facinorosi, ma quella di una comunità locale lesa nei propri
diritti e nelle proprie prerogative, di una comunità locale che applica al
problema la propria storica dignità e fierezza, che rivendica il diritto di
decidere sul proprio destino e che rifiuta anacronistiche logiche
neo-coloniali dovunque esse vengano espresse.
E’ spiacevole constatare che, se la stessa fierezza e dignità di siciliani
veri fosse stata nella disponibilità dei nostri rappresentanti presso le
istituzioni regionali, oggi, la Panther Research potrebbe venire sul nostro
territorio, chiedendocelo, solamente per piantar margherite. Ma tant’è.
Noto lì 5-3-2007
COMITATO NO-TRIV
www.notriv.it
17/03/2007
La
manifestazione del comitato No-triv chiede con forza uno sviluppo
eco-sostenibile e sollecita la revoca delle concessioni petrolifere date alla
Panther Oil dalla Regione- Sotto accusa Totò Cuffaro e la sua giunta
TRIVELLAZIONI:
UNA SCELTA INACCETTABILE
La scelta del comitato no triv del Val di Noto di promuovere una grande mobilitazione contro l’avvio di ricerca di idrocarburi nel territorio del comune di Noto, con una manifestazione che raggiungerà l’area di contrada Zisola, dove la società petrolifera texana Panther Eureka si sta preparando all’attività di perforazione, rappresenta una prima importante risposta per bloccare una scelta distruttiva di uno straordinario patrimonio economico, ambientale, culturale e paesaggistico. Vengono al pettine le gravissime responsabilità del governo Cuffaro, il precedente e l’attuale, che attraverso l’irresponsabile decisione dell’assessore all’industria Marina Noè, concesse l’autorizzazione alle ricerche di gas e petrolio in tutta l’area del Val di Noto (per un’estensione di 742 km quadrati) alla texana Panther in dispregio della vocazione del territorio, che faticosamente ha costruito le condizioni per uno sviluppo sostenibile fondato sul turismo, l’agricoltura specializzata e la valorizzazione delle immense risorse naturalistiche e paesaggistiche. La grande identità storica e culturale che accomuna, dalle aree marine ai rilievi degli iblei, i 15 comuni del Val di Noto è stata data in pasto alla famelica avidità di una società petrolifera texana, il cui unico scopo è trarre i più larghi profitti dalla sua attività, lasciando qualche mancia alle comunità locali per le irreversibili alterazioni ambientali che produrrà.
Il governo regionale e il presidente Cuffaro hanno scelto con pervicacia di violentare il territorio di tre province, oltre ad altre aree della Sicilia, rimanendo sordi alle proteste delle istituzioni locali, delle associazioni, dei cittadini che da due anni contestano questa decisione e che a partire dall’inizio del 2005 hanno chiesto ripetutamente la revoca della concessione. I responsabili dell’amministrazione regionale sono rimasti sordi ad ogni richiesta, alle interrogazioni di parlamentari che chiedevano l’annullamento delle autorizzazioni, ultima in ordine di tempo quella dell’on. Rita Borsellino. Alla tutela delle ragioni economiche e sociali di decine di migliaia di cittadini che rivendicano il diritto di uno sviluppo sostenibile, in grado di valorizzare le risorse esistenti, la lobbie politico-industriale, che ha partorito questa scelta, ha preferito anteporre gli interessi dei petrolieri, la realizzazione di un “affaire”, che prescinde dalle esigenze dei cittadini, degli operatori economici, del futuro dei siciliani. Che di “affaire” si tratti e non di necessità di sviluppo lo dimostrano alcuni fatti. La nostra regione non ha bisogno che il suo territorio venga sventrato e sconvolto dalle attività di ricerca di fonti energetiche fossili, perché i danni che produrrebbero nel tessuto urbanistico, ambientale e naturalistico sarebbero più rilevanti dei benefici derivanti dalla scoperta di qualche giacimento.
Non esiste una penuria di energia, se si tiene conto che solo il polo industriale di Siracusa ha una potenza installata di elettricità di oltre 1600 MW e che l’intero fabbisogno siciliano e di circa 2200 MW. In realtà la nostra regione con gli oltre 2600 MW installati cede alla rete distributiva nazionale parte del surplus prodotto. E ancora, la nostra isola è punto di passaggio di due metanodotti (quello libico e quello algerino), dei quali utilizziamo solo in parte le quote disponibili (circa 30 miliardi di mc). Non solo. La comunità europea ha fissato al 20% la quota di energia da fonti rinnovabili (per diminuire l’uso di combustibili fossili che alterano l’ambiente e minacciano il futuro dell’ecosistema) da raggiungere nei prossimi anni; e in Sicilia il governo Cuffaro è fermo al palo, incapace di varare un piano energetico regionale. E allora perché la scelta di dare via libera alla ricerca di idrocarburi? L’iter delle concessioni lascia aperti molti interrogativi. La valutazione di impatto ambientale è stata delegata alle stesse società petrolifere e non è stata oggetto di un adeguato controllo pubblico; per due anni l’assessore Noè, ha condotto trattative per definire l’ampiezza delle concessioni da assegnare ai diversi gruppi petroliferi, senza avviare alcuna verifica o valutazione con i territori che ne dovevano subire gli effetti.
Il decreto di autorizzazione delle concessioni del 22 marzo 2004 è stato emanato senza avere espletato la necessaria conferenza preliminare dei servizi con le istituzioni locali. Si sostiene da parti interessate o disinformate che la revoca della concessione alla Panther determinerebbe il rischio del pagamento di un oneroso risarcimento danni, per rescissione del contratto, alla società texana. Considerando le anomalie della vicenda, in realtà è strano che la magistratura non abbia ancora avvertito la necessità di indagare sui percorsi e sui meccanismi che hanno portato nel 2004 alla firma del provvedimento dell’assessore regionale all’industria. L’iniziativa del comitato contro le trivellazioni e lo sviluppo sostenibile del Val di Noto costituisce dunque una prima azione di rivolta democratica contro la prevaricazione di una politica antisociale del governo regionale. Il sistema delle concessioni nelle attività di ricerca di idrocarburi, avviato con la legge regionale 14 del 2000, è stato forzato da scelte precostituite del governo Cuffaro, che ha trascurato, oltre alle anomalie presenti nell’iter del provvedimento, che nel testo della legge si fa riferimento alla facoltà di revoca delle autorizzazioni quando viene leso l’interesse pubblico.
In Val di Noto l’interesse collettivo delle popolazioni, delle istituzioni, delle associazioni produttive, degli operatori economici, delle leggi di tutela del patrimonio naturalistico (aree di interesse comunitario, aree di protezione delle specie, le riserve), etnologico, è stato calpestato, e spetterebbe a cultori del diritto pubblico sollevare precise obiezioni, che si aggiungerebbero alla protesta corale che viene dalle comunità. L’iniziativa instancabile e permanente dei cittadini che si riconoscono nel comitato Notriv, oltre alle numerose associazioni presenti in tutta l’area, alla quasi totalità dei sindaci e dei presidenti delle province regionali del Val di Noto, con pochissime eccezioni, può far crescere una generale coscienza del diritto anche nelle aree più disattente della comunità locale. Ciò che stona sono le stucchevoli iniziative di alcuni club locali, come il Kiwanis di Noto, che pretenziosamente, dimenticando le ragioni del territorio, si dilettano in confronti tecnici con i rappresentanti della Panther, dando prova che per motivi conviviali hanno perso il filo della storia.
Esponenti come Salmè, addetto stampa della Panther, o come il professor Vagliasindi, docente universitario, incaricato dalla Panther di predisporre una relazione tecnica sull’inesistenza di pericoli dall’attività di trivellazioni, rispondono a sollecitazioni dell’azienda e sono uomini di parte, talmente di parte da non riuscire a concepire che il territorio del Val di Noto, dichiarato per i due terzi patrimonio dell’umanità dall’Unesco, anche nelle aree esterne al perimetro indicato nel piano di gestione, è parte integrante di un’unità storica e ambientale, che verrebbe stravolta da attività traumatiche come la trivellazione o peggio la coltivazione di giacimenti di idrocarburi. Senza dimenticare il probabile dissesto idrogeologico che tali operazioni produrrebbero, come ampiamente dimostrato in letteratura, soprattutto in un’area che ha particolari caratteristiche geomorfologiche, un delicato equilibrio ambientale ed è collocata sulla dorsale della faglia ibleo-maltese, ad alto rischio sismico. Ciò che invece serve, se si vuole essere artefici di un futuro produttivo, è isolare tutti i tentativi di manipolare le coscienze con miraggi di benefici economici (e i petrolieri e i loro referenti sono molto abili ad agitare questi desideri).
Salvatore Perna -ilmegafono.org
Il
vertice europeo di Bruxelles, del 9 marzo scorso, è il segno di un impegno
concreto verso un utilizzo più responsabile ed ecologico delle risorse
energetiche ed ambientali- Pecoraro Scanio avvisa sullo spreco d'acqua
Il
9 di questo mese si è svolto a Bruxelles un vertice europeo, per concertare un
piano d’azione in materia climatica. E’ ormai avvertito come urgente un
intervento, non solo a livello nazionale, ma a livello globale. La gravità
della situazione climatica mondiale è sotto gli occhi di tutti, e questo
vertice sembra un segnale della volontà comune a tutti gli stati membri
dell’Unione di cambiare rotta, ed impegnarsi seriamente per una svolta
“verde”. Il vertice è stato presieduto dal cancelliere tedesco Angela
Merkel, la quale ha fin da subito mostrato di voler raggiungere un accordo
ambizioso ma realistico e realizzabile.
L’obiettivo
concordato più ambizioso è quello di vincolare tutti gli stati membri a
portare entro il 2020 il consumo energetico della Ue proveniente da fonti
rinnovabili ad un quinto del totale, facendo ricorso al sole, al vento o alle
biomasse.
Proprio
relativamente ai biocarburanti, l’ex vicepresidente statunitense Al Gore,
impegnato in prima linea nella causa ambientale, afferma che essi rappresentano
l'unica soluzione possibile per ridurre le emissioni causate dal trasporto.
Un
cambiamento del clima, che per noi è sempre più caldo-arido, deve portarci a
cambiare, ad esempio, in materia di risparmio di acqua. Bisogna evitare
interventi contro la deforestazione e la desertificazione modificando lo stile
di vita e di produzione. Sul cosiddetto “oro
blu” il ministro dell’Ambiente ha sottolineato che l’Italia è uno
dei Paesi con il maggior consumo, per non dire spreco, di acqua e i settori su
cui occorre puntare l’ attenzione sono l’agricoltura, l’industria e la
depurazione, che devono far parte di un piano nazionale immediato per le risorse
idriche.
ilmegafono.org
Gi. Mo.
24/03/2007
La grande manifestazione di sabato
scorso contro le trivellazioni in Val di Noto ha ribadito la volontà dei
cittadini di esercitare il diritto di scegliere autonomamente le strategie di
sviluppo del proprio territorio
La manifestazione contro le trivellazioni, promossa dal comitato No Triv del Val di Noto, nella mattinata di sabato 17 scorso, ha dato un altro civile ma duro monito alla irresponsabilità del governo Cuffaro, che ha consegnato una grande area della Sicilia (752 km2), ricca di risorse produttive, ambientali e storiche, alle scorribande dei cacciatori di fonti fossili (gas e petrolio). Alcune migliaia di persone si sono mosse in corteo dalle porte della città di Noto, lungo l’argine del fiume Asinaro, dove, secondo Tucidide, nel 413 a.c. si svolsero gli aspri e sanguinosi combattimenti di terraferma tra il resto della spedizione ateniese guidata da Nicia e le truppe siracusane e dei loro alleati, fino al fondo agricolo, in contrada Zisola, a meno di tre chilometri di distanza, dove i petrolieri della Panther Eureka si preparano ad avviare le ricerche di idrocarburi e a dare inizio al saccheggio dell’ambiente e del territorio.
Una protesta colorata, composta, ma ricca di intensità. Accanto ai numerosi sindaci dei comuni dell’area del Tellaro, che si oppongono con le loro comunità al disegno delirante del governo regionale e dei petrolieri, molti amministratori delle città di Siracusa, Piazza Armerina, deputati regionali dei Verdi, dei DS, della Margherita, rappresentanti delle province regionali di Siracusa e Ragusa, il capogruppo dei Verdi alla Camera, sindacalisti, esponenti e aderenti delle categorie produttive, come l’Aiab, la Coldiretti, operatori turistici, proprietari di terreni che non hanno ceduto alle pressioni della Panther. Ma soprattutto tante associazioni non solo della zona, ma di altri comuni, come il comitato spontaneo delle mamme di Augusta, che vive nel triangolo industriale di Siracusa la spaventosa realtà dell’inquinamento industriale e delle gravissime patologie prodotte (patologie tumorali e malformazioni neonatali, con incidenze circa tre volte superiori alle percentuali medie).
E ancora i gruppi del WWF, di Greenpeace, il comitato Xirumi libera, che si batte contro un nuovo insediamento americano in territorio di Lentini, la delegazione di Cittadinanza Libera di Acireale e di Mestre. E poi, studenti, anche giovanissimi, con i loro cartelli, fatti artigianalmente, contro le trivellazioni per un futuro ecosostenibile, l’inviata di radio base popolare di Venezia, Silvia Manderino, che ha trasmesso in diretta lo svolgersi della manifestazione, e un testimonial appassionato e impegnato nella battaglia come il musicista Roy Paci. Tanti cittadini presenti che non accettano di essere sudditi e di vedere compromesso, per le logiche affaristiche di una consorteria politico-imprenditoriale, uno sviluppo sostenibile costruito faticosamente, fondato su produzioni agricole di qualità e sulla espansione e la valorizzazione turistica qualificata dell’immenso patrimonio paesaggistico, archeologico, delle oasi incontaminate ancora esistenti (come Cava Prainito, Cavagrande) o degli scenari degli iblei, con gli antichi carrubbi, gli ulivi, i muri a secco, le tracce delle civiltà rupestri.
Un territorio di tre province (Siracusa, Ragusa, e i comuni iblei della provincia di Catania) che ha una forte identità ambientale e storica. Cinque comuni dell’area del Tellaro, (Noto, Modica, Ragusa, Caltagirone, Palazzolo), sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco, per la straordinaria ricchezza di esempi di arte e architettura tardo barocca e il loro territorio, con le sue numerose bellezze e peculiarità, è parte integrante di un patrimonio indivisibile. E’ una richiesta unica, indomabile, che proviene dalla manifestazione di sabato scorso: la revoca immediata della concessione alla Panther. Ed è anche la consapevolezza di una democrazia violata dalle scelte sbagliate e prevaricatorie del governo regionale. E’ il diritto dei territori di essere artefici del loro destino, di essere parte attiva e non soccombente delle decisioni del potere politico ed economico.
E’
il rifiuto di una logica volgare e autoritaria che antepone interessi
illegittimi di lobbies all’interesse collettivo diffuso di intere comunità.
E’ una battaglia che si collega, come elemento dinamico di una nuova
democrazia, con le lotte di Val di Susa e
di Vicenza. La presenza dei No Tav alla manifestazione crea un legame ideale tra
la società civile delle diverse aree geografiche del paese, con un tratto
comune: l’esercizio dei diritti dei cittadini e delle comunità locali di
confrontarsi e di decidere sulle scelte di sviluppo. E’ un legame da estendere
per costringere il potere politico, i governi a ristabilire un rapporto corretto
con le istanze del territorio. E sono le parole espresse dal Vescovo di Noto,
mons. Giuseppe Malandrino, a conclusione della manifestazione, che danno il
senso del valore di questa protesta: “Fino a quando ci saranno persone così
serie e responsabili, la speranza di far prevalere uno sviluppo globale e
ambientale sostenibile non verrà mortificata”.
Salvatore Perna -ilmegafono.org
Di fronte all’arroganza della politica
e alle sue decisioni unilaterali sul futuro di interi territori, i cittadini
sperimentano forme sempre più mature di democrazia dal basso con una nuova
prospettiva: la rete
La manifestazione, del 17 marzo, contro le trivellazioni in Val di Noto funge da spunto per una riflessione sul fiorire di movimenti locali, che hanno il preciso scopo di tutelare l’ambiente: a partire dai comitati No Tav, costituitisi in Val di Susa per opporsi alla realizzazione irrazionale dell’alta velocità, per continuare con i movimenti No Ponte, contro la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, ed ancora i comitati contro il Mose, il comitato No Triv in Sicilia e tanti altri. Come mai questo moltiplicarsi di comitati a tutela del territorio?
La
motivazione consiste nell’incontro tra la noncuranza delle amministrazioni
statali e locali, le quali, ignorando le esigenze delle popolazioni, gli
impongono scelte scellerate a livello ambientale, e la presa di coscienza della
società civile che, non sentendosi tutelata, ma anzi, sentendosi scavalcata
relativamente a scelte che la riguardano da vicino, decide di organizzasi
autonomamente, senza alcuna colorazione politica. In fondo i “nemici” si
trovano sia a destra che a sinistra. Allora che fare? Ci si rimbocca le maniche,
ci si riunisce e si cerca, alzando la voce, civilmente (come consentito dalla
Costituzione), di farsi sentire.
Non si tratta di dire sempre “no” a qualunque intervento, come accusa qualcuno, ma di pretendere che vengano prese decisioni sensate, ponderate e, quantomeno, discusse e approvate di comune accordo. Quando le istituzioni si allontanano e dimenticano la loro funzione di rappresentanza degli interessi generali, l’unica via percorribile è la mobilitazione; la protesta pacifica, ma decisa. Questo sembrano averlo capito in Val di Susa, a Noto, a Lentini, Augusta, Vicenza; e quello che deve costituire un ulteriore elemento costruttivo è la solidarietà reciproca tra queste realtà, tutte accomunate dalla stessa situazione di prevaricazione da parte del potere politico.
Proprio questa comunanza di condizione deve essere trasformata in qualcosa di positivo: come si direbbe nel linguaggio “internettiano”, bisogna fare rete, stabilire rapporti e sostenersi a vicenda, a difesa di quel territorio che non è “solo mio” o “solo tuo”, ma è di tutti. Se i problemi diventano globali, occorre rispondere “globalizzando” anche le forze. Solo quando si capirà questo, senza chiudersi in inutili provincialismi, i movimenti avranno più forza e più voce per essere ascoltati. Quando si prenderà coscienza che il problema ambientale e le aggressioni legalizzate riguardano tutti, non ci si stupirà più nel vedere delle bandiere No Tav sventolare per le campagne netine.
Giusy Montoneri -ilmegafono.org
31/03/2007
A
Lentini (Sr), comitati ed associazioni in corteo per dire no al previsto
insediamento militare Usa- Una operazione speculativa che mette a
rischio il futuro produttivo, ambientale ed archeologico del territorio
CRESCE
LA LOTTA CONTRO LA MILITARIZZAZIONE
Un vento nuovo nei giorni scorsi ha cercato di spazzare via la cappa di scirocco che sembra gravare sulla “città di Gorgia”, la bella e cupa Lentini, con il suo centro storico assediato dai quartieri abusivi, sorti negli anni ’60, sotto la spinta disordinata del bisogno di alloggi per “necessità”. La manifestazione contro il previsto insediamento nel territorio lentinese di un villaggio per i militari Usa di Sigonella (circa 670.000 mc di costruzioni in un’area di 91 ettari), realizzata il 24 marzo scorso da associazioni e comitati locali e di tante parti della Sicilia, del centro e del Nord Italia, che si battono contro la militarizzazione del territorio e per uno sviluppo sostenibile, contro ogni scempio ed uso speculativo dell’ambiente, ha forse gettato un seme di riflessione tra i cittadini che hanno vissuto quella giornata.
Ma il muro di indifferenza è ancora forte, perché grave è la posizione assunta, con un’intesa trasversale dalle principali forze del centrosinistra e del centrodestra, che hanno consegnato al disegno di una società (la Scirumi Srl), capofila di gruppi di potere economici e speculativi, un’area sottoposta a vincoli paesaggistici, archeologici e produttivi (agrumeti) di grande rilievo. La classe politica lentinese, con pochissime eccezioni, ha modificato la destinazione di due contrade (Xirumi, e Tirirò), attraverso una variante del piano regolatore, sulla base di un programma di massima di costruzione un complesso abitativo per l’US Navy di Sigonella, presentata dai responsabili dell’intermediaria.
Le smentite del comando americano su programmi di nuovi alloggi nel territorio di Lentini sono quasi certamente un espediente per allontanare la pressione mediatica dall’operazione, ma non eliminano due conseguenze chiarissime: innanzitutto la Scirumi srl, in un primo momento (tra il 2004 e il 2005), è riuscita ad acquistare terreni per fini agricoli, avvalendosi anche di sgravi tributari previsti dalla legge regionale n 2 del 2002; in un secondo momento, attraverso contatti e incontri informali con diversi amministratori di centro destra (la precedente amministrazione) e di centrosinistra (l’attuale), ha presentato richiesta di variante al PRG per il cambio della destinazione d’uso, ottenendo con solerzia il risultato sperato. Così con l’avallo delle istituzioni locali è riuscita a far crescere il valore dei terreni che da agricoli sono diventati lotti edilizi.
Un incremento di valore che tornerà utile quando il comando Usa chiederà l’area o un ottima condizione di vantaggio per eventuali speculazioni edilizie future del gruppo economico, di cui fanno parte l’editore del quotidiano la Sicilia e la Maltauro di Vicenza. Tutto ciò è il segno di una logica che, oltre a perpetrare una subordinazione del governo italiano alle scelte dell’alleato americano, sulla base di un trattato del 1954 ( Bia agreement), calpesta il diritto delle popolazioni di far valere le ragioni e le scelte del proprio territorio, disprezza i principi della partecipazione dei cittadini, nega ogni confronto sulle scelte di sviluppo. E’ una logica autoritaria e vergognosa, che mette sullo stesso piano i governi di centrodestra e di centrosinistra, che non fa chiarezza dopo 50 anni del regime di vera e propria sudditanza verso gli Usa, che non chiarisce i gravi rischi per le popolazioni (quella di Vicenza e quella dell’area Catania – Augusta, in Sicilia), dove sembrano essere alloggiati ordigni nucleari.
L’opinione
pubblica di Lentini è ancora sonnolenta, intorpidita
probabilmente per l’assenza di una informazione adeguata, non
consapevole delle conseguenze di un insediamento come quello previsto, drogata
da chi tenta di spacciare per sviluppo un investimento che servirebbe a creare
solo un nuovo bunker inaccessibile ad uso e consumo dei militari statunitensi.
Propagandare benefici miracolosi per la città, nascondendo la devastazione di
un’area ricca di grandi potenzialità economiche e turistiche e di preziosi
beni ambientali, vuol dire consegnarsi a una nuova invasione coloniale,
considerare i cittadini come destinatari acefali di decisioni cariche di
sospetti. Questa è la grave responsabilità che il
sindaco e le forze politiche di Lentini si sono assunte. C’è solo una
possibilità che la rete di opposizione che, su problemi simili, sta crescendo
in tutto il paese, possa costituire un argine democratico contro chi ha perso il
contatto con la realtà e con i cittadini.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
La nuova mobilitazione
a difesa del territorio è una prima risposta a sei anni di assalto selvaggio
alle risorse dell’isola da parte di Cuffaro e della sua giunta- La società
civile risponde e ha il compito di resistere
CUFFARO
HA MESSO LA SICILIA SOTTO ASSEDIO
In tante occasioni capita di sentire associare la Sicilia, la mia terra, alle sue bellezze naturali, artistiche ed archeologiche, al suo clima, alla dolce lentezza della vita. Sono queste associazioni che permettono, a noi siciliani, di dimenticare per un istante gli aspetti negativi di questa terra. E sono sempre queste associazioni che rendono difficile il distacco da questa isola, a cui sono costretti tanti giovani in cerca di lavoro o di opportunità migliori. In nessuno di essi è assente la voglia di tornare. Negli ultimi sei anni, tutte le ricchezze della Sicilia, i lasciti della sua antica storia, gli incantevoli tesori ambientali e paesaggistici, molti dei quali divenuti patrimonio dell’umanità grazie all’inserimento nel programma dell’Unesco, sono stati messi sotto assedio costante (e lo sono tuttora) da una politica di sviluppo del territorio mirante a cancellare tutto, in nome di un ventilato progresso economico ed occupazionale, che in realtà assume la fisionomia di uno spregevole ricatto.
La giunta Cuffaro ha deciso di assaltare il territorio isolano, il suo ambiente, attaccando da più punti. Le trivellazioni nel Val di Noto, la prevista realizzazione di quattro inceneritori, la creazione di villaggi turistici in zone dall’alto valore paesaggistico, la diffusione selvaggia degli impianti eolici, la creazione di campi da golf, sono tutti esempi dell’idea di sviluppo selvaggio portata avanti dal governo regionale. Un’attività frenetica, che ha pochi (e poco edificanti) precedenti e che si gioca tutta sulla logica squallida del ricatto occupazionale, discendente del vecchio slogan dell’industria d’assalto “meglio morire di fumo che di fame”. A ciò si aggiunge l’accordo tra il precedente governo Berlusconi e gli Usa, autorizzato dalla Regione, per la realizzazione del complesso abitativo americano a Lentini, in una zona molto ricca dal punto di vista ambientale e culturale.
Sull’asse Palermo-Usa si gioca anche la partita delle trivellazioni petrolifere e gassose nel Val di Noto, autorizzate dall’assessore all’Industria del primo governo Cuffaro, Marina Noè, in maniera illegale, senza chiedere il parere né alle popolazioni né alle Sovrintendenze interessate, visto che l’intera area è sottoposta a vincolo Unesco, in virtù della sua importanza storica, naturale e archeologica. Una battaglia, come si sa, ancora aperta, anche se già in alcune zone, come Contrada Maltempo (Ragusa), la Panther Oil, società texana, ha già iniziato le attività di perforazione. Sugli inceneritori, il ministro Pecoraro Scanio ha revocato le autorizzazioni, anche se negli ultimi giorni il Tar del Lazio ha dichiarato il provvedimento illegittimo. La battaglia è ancora lunga. In ogni caso, è davvero assurdo pensare di istallare gli inceneritori in zone (come Augusta) già investite da una grave situazione di inquinamento, con danni sulla salute pubblica prodotti dalle industrie, per di più in un’isola che è agli ultimi posti nella percentuale di differenziazione dei rifiuti.
Ma il progetto Cuffaro ha partorito anche altre idee “illuminate”: due anni fa, riunendosi di notte, era stata approvata la costruzione di sette villaggi turistici nelle isole Eolie, nelle poche parti di quel territorio lasciate ancora intatte, che rappresentano uno dei luoghi più belli e visitati di Sicilia. Poi, è stato il turno dei campi da golf, fortemente sollecitati anche dal precedente governo Berlusconi, che dovrebbero dare all’isola un forte scossone turistico, permettendo ai “ricconi” di tutto il pianeta di venire in Sicilia tutto l’anno per giocare a golf e portare denaro. Nulla di più inconcepibile. In una terra devastata, da decenni, dal problema idrico, dove province intere, non hanno acqua per tre giorni a settimana, si è pensato di costruire campi da golf che richiedono una quantità d’acqua spropositata (un campo a 17 buche richiede quotidianamente circa 2000 metri cubi di acqua, pari al fabbisogno di un paese di circa 8000 abitanti).
E ancora, Cuffaro e i suoi hanno deciso di “palificare” l’intero territorio con impianti per la produzione di energia eolica, installando decine e decine di pali altissimi in zone naturali splendide e progettandone altri vicino ai luoghi di passaggio di migliaia di uccelli migratori, che vanno poi a riposarsi nelle riserve più importanti dell’isola. L’ultimo caso è quello della prevista installazione di impianti eolici nell’area di Pachino, vicino alle paludi, proprio dove passano gli uccelli migratori, che poi si fermano a Vendicari, una delle oasi naturali più belle e frequentate annualmente da numerosissimi turisti. Per fortuna, la Provincia di Siracusa, con un ordine del giorno, ha bloccato questo progetto (comprendente anche la realizzazione di altri impianti nelle zone di Palazzolo, Buccheri, Rosolini e Portopalo) negando l’autorizzazione.
La mobilitazione della parte sana della società civile, l’impegno di tante associazioni, giornalisti, cittadini, seppur non numerosi come ci si aspetterebbe, sono riusciti a fermare o almeno a rallentare l’opera di distruzione che Cuffaro, guidato da lobbies economiche senza scrupoli, vuole attuare. Questa terra è un grande palcoscenico, dove c’è chi fa spot con la coppola per rivendicare poteri autoritari e lanciare messaggi sbagliati, chi risponde con la mobilitazione, con l’impegno tenace a difesa del proprio futuro e delle proprie radici, e c’è chi guarda, osserva, giudica visionari coloro che reagiscono, tende ad isolarli. Oggi, in Sicilia, si respira un’aria nuova, che ha sospinto Rita Borsellino a sfidare Cuffaro, che ha spinto migliaia di persone a manifestare contro le speculazioni di ogni tipo, a favore di uno sviluppo vero, corretto. Ma non bisogna mollare e si deve continuare a combattere, perché i predatori e gli usurpatori di ricchezza sono sempre in agguato.
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