IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
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ARCHIVIO AMBIENTE
NUMERO SPECIALE 2007
29/12/2007
SPECIALE 2007
A segnare il 2007sul piano
ambientale sono state le conferenze ed i vertici internazionali finalizzati alla
stipulazione di accordi per la riduzione dell’inquinamento- In Italia, è
stato l’anno nero dei rifiuti, soprattutto in Campania
L’ANNO
DELL’ENERGIA E DELLE CONFERENZE
L’anno che volge al termine è stato davvero ricco di eventi e circostanze dal punto di vista ambientale, sia in Italia che nel mondo. Noi li abbiamo percorsi gradualmente, cercando di raccontarli e di darne un’interpretazione che potesse fungere da spunto di riflessione. Il 2007 è stato, prima di tutto, l’anno dei vertici Onu ed europei, finalizzati al raggiungimento di accordi internazionali che vincolassero gli stati industrializzati a ridurre l’inquinamento ed in particolare l’immissione di gas serra nell’aria. Decisivi, per gli esiti, sono stati i vertici di New York, svoltosi a settembre, e di Bali, svoltosi a dicembre. La conquista maggiore è stato l’impegno preso da Usa, Cina ed India, paesi ancora fuori dal protocollo di Kyoto, ad aderire ai prossimi protocolli internazionali. In un clima in cui a livello internazionale si comincia a remare con forza in direzione di una seria svolta verde, in Italia, fanalino di coda nel riciclaggio e nella produzione di energia pulita, si è riaffacciata la proposta del nucleare, già bocciato da un referendum negli anni settanta.
Fortunatamente la proposta non ha riscosso numerosi consensi ed è ancora possibile sperare nella produzione di energia pulita e sicura senza il problema della collocazione delle scorie radioattive. Alternative più che allettanti vengono fornite, in primis, dal solare (centrali come la Archimede di Priolo Gargallo, nel siracusano, ne sono l’esempio) e l’eolico, anche se a riguardo il mondo delle associazioni ambientaliste si è spaccato. C’è chi si schiera apertamente con l’eolico, c’è chi invece lo abbraccia ma chiede garanzie di tutela delle aree di interesse comunitario dal rischio più che possibile di una palificazione selvaggia ed indiscriminata. Se da una parte quest’anno ha vissuto un grande fermento ed una presa di coscienza ambientale a livello internazionale, dall’altra ha visto ristagnare situazioni stantie e marcescenti in regioni, quali la Campania, stritolate dall’emergenza rifiuti, emergenza esplosa ripetutamente per tutto il 2007 e che ritorna anche in questo finale d’anno. Sebbene l’emergenza rifiuti in Sicilia non abbia queste portate, si è comunque ad un passo dai cugini campani.
La scelta fatta dal governo per risolvere il problema non sembra comunque la più adeguata: scavalcando l’opinione delle popolazioni locali, ha deciso di collocare per tutto il territorio siciliano inceneritori e termovalorizzatori. Per rispondere a questo e ad altri atti di imposizione, che si risolverebbero in violenze al territorio e in rischi terribili per la salute della popolazione (in una regione in cui siamo a livelli infimi per quel che concerne la raccolta differenziata), i cittadini si sono organizzati ed hanno dato vita a comitati spontanei per la tutela del proprio territorio e del proprio futuro. Non solo nel caso del problema rifiuti, ma anche rispetto al pericolo di vedere una zona come il Val di Noto, patrimonio dell’umanità certificato dall’Unesco, consegnata alle avide e distruttive trivelle dei petrolieri americani della Panther Oil. E ancora, mobilitazione spontanea anche rispetto alla scelta di creare un’altra base militare americana a Lentini, a pochi passi da Sigonella, per di più in un’area verde, attraversata da agrumeti e particolarmente preziosa sul piano paesaggistico.
Se in
Sicilia troviamo comitati a Noto (contro le trivellazioni gas-petrolifere), ad
Augusta e non solo (contro il termovalorizzatore), a Lentini (contro la
militarizzazione del territorio), in tutto il resto d’Italia nascono
altrettanti movimenti quanti sono i siti da salvaguardare. Ecco quindi che
troviamo il comitato No tav in Val di Susa o Altra Vicenza o Dal Molin a
Vicenza, contro la militarizzazione americana della città. La possibilità,
offerta da internet, di costituire una rete tra questi movimenti rappresenta la
vera novità. La democrazia adesso corre sul filo della rete.
Il 2007 ha un altro triste primato: una delle estati più calde da
decenni, che purtroppo, a causa della follia dei piromani, ha causato numerose
vittime in Puglia, nel Gargano ed in Sicilia. E non sono mancate, come sempre,
le tragedie ambientali, i disastri determinati dalle petroliere, le violenze
indicibili sugli animali (molte hanno girato su Internet), ecc. In conclusione,
un 2007 che, sul piano della politica ambientale mondiale, ci lascia tante note
positive, regalandoci eventi importantissimi che hanno costituito delle vere
svolte, mentre sul piano generale, ci ricorda che c’è ancora tanto da fare e
ci sono tante lotte da continuare e cominciare e, soprattutto, da vincere.
LA REDAZIONE de ilmegafono.org
NUMERI DI DICEMBRE 2007
22/12/2007
Dalla
Conferenza mondiale sul clima, svoltasi a Bali, arrivano due importanti notizie:
gli Usa hanno accettato di aderire al nuovo accordo sulla riduzione dei gas
serra, mentre l’Australia ha ratificato il Protocollo di Kyoto
UN
GRANDE BALZO VERSO IL FUTURO
Dal 3 al 14 dicembre si è svolta a Bali, in Indonesia, la sessione ministeriale della tredicesima Conferenza mondiale sul clima, a cui ha partecipato, in rappresentanza dell’Italia, il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio. La necessità di un simile incontro è stata dettata prima di tutto dall’allarme lanciato dagli scienziati circa l’urgenza di raggiungere al più presto un “accordo globale” tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, dato che il cambiamento climatico è già in atto e l’impatto è reale. A Bali sono stati chiamati, quindi, 130 ministri, rappresentanti di altrettanti Stati, affinché si potesse dare un seguito all’accordo di Kyoto sulle limitazioni di emissioni di gas serra, che scadrà nel 2012. Il segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, ha voluto incoraggiare nei negoziati progressi concreti, limiti più restrittivi e target vincolanti, sottolineando l’importanza di lavorare sul rafforzamento dell’adattamento al cambiamento climatico, della lotta alla deforestazione e dell’utilizzo delle tecnologie pulite. Tutto questo non solo in vista del “dopo 2012”, quando finirà Kyoto, ma a partire “da subito”.
Da qui,
un compito per i paesi industrializzati: continuare a ridurre le emissioni ed
incentivare i paesi ad economie emergenti a fare altrettanto. Proprio questo è
stato il tema caldo dell’incontro, cui hanno partecipato anche India, Cina ed
Usa. Come riferito dal ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, “dopo aver
lavorato duramente per raggiungere un accordo di massima sui limiti da porre ai
gas che causano l’effetto serra, elaborando una road-map per i prossimi
due anni e avviando i negoziati per avere un nuovo accordo contro i gas serra
dopo la scadenza del Protocollo di Kyoto, India e Cina hanno chiesto un maggior
impegno delle nazioni occidentali per il trasferimento di finanziamenti per
tecnologie utili a limitare i danni ambientali”. Davanti a queste obiezioni la
delegazione Usa ha minacciato il suo ritiro dalla conferenza; successivamente,
grazie ad un faticoso lavoro diplomatico, gli Usa hanno deciso di firmare
l’accordo chiedendo che prevedesse un maggior impegno per la riduzione delle
emissioni anche dai paesi in via di sviluppo.
Il
Kyoto 2 sarà, quindi, negoziato nei prossimi due anni e sarà firmato a
Copenaghen nel 2009. Con il raggiungimento di questo accordo sono stati
sconfitti gli scettici ed anche quelli che volevano boicottare Kyoto e Bali.
L’ennesima nota positiva è stata la ratifica del protocollo di Kyoto da parte
dell’Australia. E’ stato il neo primo ministro australiano, Kevin Rudd, a
presentare la storica documentazione al segretario delle Nazioni Unite, Ban
Ki-moon. In tale circostanza, Rudd ha affermato: “Se la terra diventa
invivibile a causa del riscaldamento globale non esiste un altro pianeta dove
scappare”. Ora per l’entrata in vigore ufficiale della ratifica australiana
di Kyoto serviranno 90 giorni. Un atto che ha fatto scalpore soprattutto perché
ha lasciato soli gli Stati Uniti, adesso rimasti gli unici, tra i paesi
industrializzati, a non avere ratificato Kyoto.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
In
occasione del Consiglio direttivo dell’Unesco, svoltosi il 14 dicembre scorso,
il sindaco di Noto, Corrado Valvo, impegnato in prima linea contro le
trivellazioni, è stato nominato all’unanimità componente dell’Ufficio di
presidenza
TRIVELLAZIONI:
L’UNESCO PREMIA IL FRONTE DEL NO
Mentre si continua ad attendere la predisposizione ed approvazione, da parte dell’Ars e della Giunta Regionale, di una legge che fermi definitivamente il progetto e le attività di trivellazione in Val di Noto, un importante riconoscimento è stato conferito al sindaco di Noto, Corrado Valvo. Il primo cittadino della città barocca, infatti, in occasione del Consiglio direttivo dell’associazione Unesco, tenutosi a Firenze il 14 dicembre scorso, è stato indicato “all’unanimità – come afferma in un comunicato il Servizio per l’informazione e la comunicazione istituzionale del Comune di Noto- quale componente dell’ufficio di presidenza della medesima associazione (composto dal Presidente, da due vice presidenti e due componenti del direttivo nazionale)”. Si tratta di un incarico che ha origine dall’impegno profuso da Valvo, sin dal suo insediamento, nella battaglia contro le trivellazioni gas-petrolifere che la Panther Oil intende eseguire nell’area del Val di Noto, già dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Un’area stracolma di ricchezze ambientali, culturali, archeologiche, storiche, architettoniche, naturalistiche e biologiche, che un vasto movimento di cittadini e associazioni, con in testa il Sindaco, sta cercando di difendere da uno scempio di dimensioni abnormi, da un “sacco barbarico” dettato da preoccupanti e squallide logiche di profitto.
Il riconoscimento dato a Corrado Valvo ha anche un altro significato, legato ad una situazione particolare che si è venuta a creare a Noto negli ultimi tempi. Accanto al Comitato per il No, che da tre anni si mobilita quotidianamente per respingere l’assalto dei petrolieri, di recente è sorto anche un Comitato per il Sì, di cui uno degli esponenti maggiori (ma il numero di aderenti è davvero più che esiguo) è Raffaele Leone, ex sindaco della capitale del barocco. Dopo il flop imbarazzante vissuto in occasione della conferenza del Sì (andata praticamente deserta), in cui i sostenitori delle trivellazioni e la Panther dovevano spiegare alla cittadinanza le proprie ragioni, Leone non ha smesso di esprimere il proprio consenso appassionato nei confronti del progetto dei petrolieri americani, attaccando duramente i rappresentanti del No-triv e cercando di smentire il fatto che, in caso di realizzazione delle attività di prospezione, l’Unesco priverebbe Noto dello status di patrimonio dell’umanità, decretandone l’uscita dal suo programma di tutela speciale. Smentita impossibile, poiché il fatto esiste davvero. L’Unesco, infatti, ha già affermato più volte, pubblicamente, che le trivelle per Noto significherebbero uscita dal prestigioso programma di tutela.
Una prospettiva che manderebbe in frantumi le grandi opportunità che la città, forte anche della riapertura della sua Cattedrale e della scelta di molti operatori economici locali di puntare sul turismo e sull’agricoltura biologica di qualità, potrà cogliere nei prossimi anni. Essere patrimonio dell’umanità significa rilanciare Noto sul piano internazionale, creare un indotto che, se sapientemente sfruttato, porterebbe occupazione e ricchezza, mantenendo immutato il suo meraviglioso patrimonio ambientale e culturale. Il riconoscimento conferito all’attuale sindaco, Corrado Valvo, rappresenta dunque la migliore risposta a Leone ed alle sue superficiali affermazioni (“E’ perciò una balla che questo organismo internazionale (l’Unesco, ndr) abbia mai preso in considerazione l’idea di escludere Noto nel caso in cui venissero fatte trivellazioni di idrocarburi”). Molto importante è anche l’annuncio fatto il 15 dicembre dal direttore generale dell’Unesco, Francesco Bandarin, relativamente al protocollo d’intesa che la stessa Unesco ha firmato con la Shell, la quale ha rinunciato “ad eseguire trivellazioni ed ispezioni nei territori dei siti unesco, auspicando che tale impegno venga seguito da tutte le altre aziende”.
Sempre
il sindaco di Noto, Valvo -come si evince dal comunicato diffuso dal Comune- ha
poi invitato il governo e, in particolare, il ministero dell’Ambiente, ad
assumersi l’impegno di valorizzare il territorio per renderlo compatibile con
il tipo di sviluppo culturale scelto dal Val di Noto. A tal proposito, il
sottosegretario con delega all’Unesco, Mazzonis, ha garantito l’impegno del
governo alla valorizzazione di Noto e del suo territorio, ricordando
l’istituzione “del treno barocco che vede proprio Noto al
centro del percorso dei luoghi del barocco siciliano”. Più di una risposta,
quindi, a chi sostiene un comitato, quello per il Sì, che rappresenta
l’opinione di poche sparute persone e che contrasta con la consapevolezza,
sempre più diffusa nella città del barocco e non solo, della necessità di
costruire un futuro pulito ed eco-sostenibile, esigenza che la gente
dell’intera provincia siracusana, dilaniata da un modello industriale
fallimentare, sente come primaria ed irrinunciabile.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
15/12/2007
Incredibile ma vero:
Legambiente ha scoperto che il Piano regionale contro l’inquinamento
atmosferico della Regione Sicilia è interamente copiato da quello del Veneto-
Un atto che rivela gravissime responsabilità penali e politiche
L’EROE DEI DUE MONDI
Evviva! Mai come oggi noi abitanti delle due regioni più distanti d’Italia siamo stati così vicini: i “siculo-veneti”. Un solo popolo, una sola etnia, identiche esigenze climatico-ambientali. Che beffa per Peppino Garibaldi, proprio nell’anno del suo bicentenario! Chi l’avrebbe detto che Totò vasa-vasa avrebbe completato l’opera, incompiuta secondo i più, iniziata dal Generale? Unire gli italiani dopo l’Italia? Eppure, scherzi a parte, qualcuno sa dirci cosa c’entra il Piano regionale di coordinamento per la tutela della qualità dell’aria della Sicilia con quello del Veneto? Le due Regioni stanno nello stesso Stato. E fin qui, siamo tutti d’accordo. E’ vero che qualche pezzo montano del Veneto -da Lamon a Cortina e tra poco a Sappada- corre a frotte alle urne referendarie per fare il proprio bagaglio e spostarsi in Trentino o in Friuli. E’ vero anche che in Sicilia sembra vigano altri ordinamenti oltre a quello statale e c’è pure qualche burlone provocatore statunitense che rivendica nella regione il suo 51° Stato. Ma che sino ad oggi, salvo cambiamenti dell’ultima ora, Veneto e Sicilia appartengano allo Stato italiano non c’è motivo di dubitarne. Ma le emissioni atmosferiche delle due regioni sono identiche? E il Piano per programmare e pianificare gli interventi di risanamento contro l’inquinamento atmosferico e per la tutela della qualità dell’aria è frutto della stessa mente? Sembrerebbe di sì. Solo che la cialtroneria ha avuto il sopravvento sulla furbizia truffaldina. E il piano, quello vero, è stato scoperto.
Qualche giorno fa, quasi in sordina, passa la notizia che il Piano della Regione Sicilia, approvato lo scorso mese di agosto con decreto dell’assessore regionale per il territorio e per l’ambiente Rossana Interlandi ed entrato in vigore il 14 settembre, somiglia un po’ troppo a quello della Regione Veneto, a suo tempo bocciato dall’Unione Europea perché non prevedeva tutte le emissioni atmosferiche nel territorio. Ne è anzi una fedelissima fotocopia. Vi si legge la parola “bacino aerologico padano”, si parla di Consiglio regionale, si sottolinea che la quota maggiore di inquinamento proviene dal riscaldamento domestico, a causa del “rigido clima dell’isola”, individua piste ciclabili inesistenti nell’isola. E via dicendo. Qualcuno di Legambiente ha un sospetto, si collega al sito della Regione Veneto e, messi di fronte i due testi, si accorge che sono identici. Copia e incolla è il nuovo sistema degli anni duemila all’insegna di internet. Così succede che il Piano del Veneto -di per sé insufficiente secondo il giudizio della UE- venga trasferito alla bisogna per diventare il Piano della Sicilia. Ma in Sicilia, obiettivamente, non c’è una fetta del territorio che possa chiamarsi “padana”; in Sicilia non esiste il Consiglio regionale ma l’Assemblea Regionale Siciliana; in Sicilia, fino a prova contraria, il “rigido clima” non ha ancora intaccato gli aranceti né ha fatto partire al massimo regime i termosifoni delle famiglie.
Ci chiediamo in che cosa sia consistito il lavoro di due dirigenti dell’ARPA regionale, tre dirigenti dell’assessorato e quattro docenti universitari per stendere un Piano che è stato trasferito di peso dal sito della Regione Veneto a quello della Regione Sicilia. Avessero almeno eliminato qualche locuzione fuorviante, nessuno, forse, se ne sarebbe accorto. Macché: con sommo sprezzo del pericolo informatico e informativo hanno persino indicato il link originale da cui hanno attinto (http://serviziregionali.org/prtra/files/33/prtra/PRTRA-04.htmil). Era appunto il sito della Regione Veneto. Una sfida all’affidamento collettivo. Alla cialtroneria non c’è mai fine. Alla cialtroneria e alla sciatta provocazione. Ma che dire della falsità in atto pubblico? Perché è di questo che, in soldoni, pensiamo si tratti. L’assessore regionale -messo allo scoperto- promette un’inchiesta interna. Per stabilire cosa? Punizioni, riduzioni di stipendi, sanzioni economiche, sospensioni dall’esercizio delle funzioni? E nel frattempo cosa dovrebbe limitarsi a dire la comunità siciliana, considerando che i propri rappresentanti istituzionali stavano per appiopparle un Piano falso e magari progettando sulle falsità studi strategici o interventi di un certo valore economico? E chi ha avuto l’incarico istituzionale di trasfondere in un decreto quel Piano falso -cioè lo stesso assessore che promette inchieste interne- cosa dovrebbe fare nel frattempo?
Restare a scaldare la poltrona in attesa che la buriana si plachi e si dimentichi il fatto? Perché un fatto c’è. La notizia del fatto è stata trasmessa e si è diffusa nella stampa nazionale. Si potrebbe fare un passo avanti e accertare delle responsabilità precise? Cosa dice di tutto questo, per esempio, il presidente Cuffaro? Perché è evidente che sulla questione, essendo il presidente della Giunta, ha voce in capitolo. Stiamo parlando di responsabilità politiche e istituzionali, a pensare bene. Ma visto che a pensar male qualche volta ci si azzecca, anche di possibili responsabilità penali. Per quel Piano sono stati programmati o addirittura investiti denari pubblici? Se sì, a quale titolo, visti i risultati? E quel Piano, una volta divenuto decreto con tanto di pubblicazione sulla Gazzetta siciliana, a cosa dovrebbe servire? A dire che i siciliani stiano tranquilli, il bacino aerologico padano della Sicilia non crea preoccupazioni o che le piste ciclabili non ci sono ma ci saranno? Ma, soprattutto, che se bisogna prendersela con qualcuno per l’inquinamento dell’aria, facciano addirittura mea culpa gli stessi cittadini siciliani, che usano senza limiti e remore i termosifoni delle loro case a causa del clima rigido dell’isola mediterranea, mentre nulla da eccepire, per esempio, sull’inquinamento industriale delle fabbriche chimiche del triangolo Priolo-Melilli-Augusta?
Ci
piacerebbe sapere se non possa ravvisarsi, nella circostanza, un comportamento
non proprio in sintonia con le norme penali dello Stato italiano (queste sì,
uguali per ogni regione) e che ne fossero individuati, con nomi e cognomi, i
responsabili. Ma anche ammesso (e niente affatto concesso) che nulla di
penalmente rilevante possa nel caso configurarsi, chi risarcirà i siciliani per
bene dell’ennesimo danno morale e d’immagine perpetrato ai loro danni? Non
è forse questo uno sfregio alla Sicilia di gravità per certi versi pari alle
ruberie e alla corruttela? Non era bastato il Governatore con la coppola che
irride ai morti ammazzati per mafia o che invade i muri dell’Isola con i
manifesti 6 x 3 “La mafia fa schifo” per giunta a spese dei contribuenti?
Non è più accettabile che comportamenti fatti passare come istituzionali
possano passare indenni, mentre tutto il danno che è loro conseguente debba
essere scaricato sulla cittadinanza. Ci piacerebbe avere una risposta.
Citto Leotta e Silvia Manderino –Liberacittadinanza Acireale e Venezia
Qualcuno,
come Casini, prova nostalgia per il nucleare, abolito in Italia dal referendum
del 1987- Oltre al problema delle scorie, visto lo stato dei controlli e del
rispetto delle norme in Italia, cosa accadrebbe in caso di incidente?
PERICOLOSE,
IMMOTIVATE NOSTALGIE PER
IL NUCLEARE
La terribile strage dell’acciaieria di Torino ha fatto nuovamente emergere il problema della sicurezza nei luoghi di lavoro. Ogni giorno si verificano incidenti mortali dovuti al mancato rispetto delle norme sulla sicurezza negli impianti. La famigerata linea 5 dello stabilimento della TyssenKrupp ha prodotto morte e orrore, dolore e tragedia. Immaginate cosa sarebbe accaduto se si fosse trattato di un impianto nucleare. Già, perché in questi ultimi tempi si parla tanto della necessità di “modernizzare l’Italia”, sviluppando fonti energetiche alternative che possano ridurre l’utilizzo di combustibili fossili. Si parla dell’importanza di scegliere, si afferma con stizza che non è possibile sottomettere un Paese ai no continui di un ambientalismo definito “radicale”. E così, oltre a rigassificatori, inceneritori, ecc. qualcuno comincia a vivere pericolose nostalgie, rispolverando l’idea del nucleare, della modifica della linea sancita dai cittadini italiani, esattamente 20 anni fa, quando dissero no all’atomo, attraverso il referendum dell’8 e 9 novembre 1987. Un no nettissimo con percentuali che raggiunsero l’80%.
Il politico che più di tutti si presenta come l’alfiere del ritorno al passato è, senza dubbio, l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, il quale, in occasione del ventennale del referendum, ha affermato di essere “un nuclearista convinto” e di voler rilanciare, anche attraverso un percorso parlamentare, l’idea nucleare in Italia, puntando su un nucleare pulito e sicuro, che sia in grado di far uscire il Paese dal rischio di trasformarsi in un’area di sottosviluppo industriale. Per Casini il ricorso all’atomo è l’unico modo per far fronte al fabbisogno energetico dell’Italia, riducendo i costi elevati per l’energia che le imprese devono affrontare quotidianamente. Peccato, però, che Casini finga di non sapere che il nucleare sicuro e pulito non esiste. Il leader dell’Udc ha sostenuto pubblicamente che il referendum fu vinto dal No sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl e che per fare andare avanti una nazione bisogna avere il coraggio di fare scelte impopolari. Già, ben detto. Impopolari come il decreto Marzano, fatto dal governo Berlusconi, di cui l’Udc era parte attiva, che stabiliva che le scorie radioattive (250 tonnellate) esistenti tuttora in Italia, in quanto eredità della passata attività nucleare, dovevano essere destinate e depositate a Scanzano, in Basilicata, dove i cittadini diedero vita ad una grande protesta che fermò la malsana idea dell’esecutivo berlusconiano.
Una scelta assurda che intendeva condannare un paesino ed una regione ad un futuro di malattia e morte. Perché è risaputo che le scorie nucleari hanno un impatto radioattivo sull’ambiente che dura per mille anni, contaminando tutto quello che c’è intorno. Eppure c’è chi ha fretta, c’è chi ha interessi economici enormi, c’è chi vuole ripristinare le centrali, spacciandole per sicure, nonostante il numero di incidenti ed esplosioni, nelle aree che hanno sviluppato il nucleare, negli anni siano stati tantissimi. Non solo Chernobyl, anche se basterebbe a far capire quanto devastanti e infinitamente durevoli possano essere per l’ambiente e, soprattutto, per gli esseri umani i danni prodotti da un incidente in una centrale di questo tipo. Per non parlare del fatto che, oltre all’Italia, uscita per prima dal programma nucleare, numerosi Stati europei hanno già predisposto la strategia di uscita: la Germania, ad esempio, ha già iniziato il programma di dismissione delle centrali, decidendo di investire enormi risorse nel fotovoltaico (energia solare), che rappresenta, oggi, la fonte energetica destinata a dominare il futuro, con un impatto praticamente nullo sull’ambiente. Le strategie di uscita sono dovute al fatto che, oggi, l’energia nucleare copre appena il 15% del fabbisogno energetico mondiale, una percentuale destinata a scendere ancora nei prossimi anni.
Inoltre, non diminuiscono (anzi aumentano) i problemi relativi alla gestione delle scorie e al rischio di attacchi terroristici alle centrali, oltre al proliferare di Paesi impegnati ad utilizzare l’energia atomica per costruire armi dal potenziale distruttivo immenso. Insomma, in Italia c’è chi propone il nucleare, proprio mentre si sta avviando al suo declino. Anche il mondo scientifico si è spaccato. Veronesi è per il ritorno al passato, mentre il premio Nobel, Rubbia, è per lo sviluppo delle fonti energetiche pulite, prima fra tutti l’energia solare. In conclusione, visti i drammi di questi giorni, al di là del dibattito sulla sicurezza teorica di un impianto, che sia una centrale nucleare o un rigassificatore, vanno fatte alcune brevi considerazioni. E’ evidente che l’Italia ha bisogno di creare un sistema energetico che prediliga le fonti rinnovabili a basso o nullo impatto ambientale e che riduca le emissioni di CO2. L’energia nucleare è una fonte pulita, che non ha emissioni nell’atmosfera, ma presenta un fattore di inquinamento insopportabile, che è rappresentato dalla gestione delle scorie. In Italia, ci sono ancora numerose ex centrali (Trino Vercellese, Latina, Caorso, Garigliano) e impianti per il trattamento del combustibile (Saluggia, Rotondella, Roma, Bosco Marengo), al cui interno si trovano ancora rifiuti radioattivi che non si sa dove collocare.
In più, c’è un altro fattore insostenibile: il rischio incidenti. La sicurezza fisica della gente e dei lavoratori non può più essere messa, come avveniva in passato, in secondo piano. Anche l’impianto ritenuto più sicuro al mondo può subire un incidente, specialmente considerando la carenza di controlli e il mancato rispetto delle norme di sicurezza in Italia, e se ciò avvenisse con una centrale nucleare o con un rigassificatore i danni sarebbero incalcolabili ed irreparabili. Nel caso del nucleare, poi, a ciò si aggiunga il rischio dell’illegalità diffusa nell’ambito di certi gruppi economici e finanziari, che potrebbe portare ad uno smaltimento clandestino dei rifiuti radioattivi, con effetti terribili per l’ambiente e per le persone. La gente è stanca di morire di cancro e di leucemia in nome di uno sviluppo che porta vantaggi solo ai grandi manovratori dell’industria e della finanza, gli stessi che, quando avviene un incidente, tacciono o si sottraggono immediatamente alle proprie responsabilità. I tanti no urlati dalle associazioni ambientaliste spesso sono l’unica salvezza del popolo dalle aggressioni violente di ricchi affaristi senza scrupoli.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
08/12/2007
L’intera isola è
attraversata da una grave situazione di emergenza, con crescenti quantità
d’immondizia che non si sa come smaltire- Livelli infimi di differenziata,
cattiva gestione degli Ato e discariche abusive sono i mali da combattere
RIFIUTI
IN SICILIA: E’ALLARME ROSSO
Il crollo rovinoso dell’intera intelaiatura del piano regionale per l’emergenza rifiuti sta travolgendo il sistema ambientale dell’intera isola, soffocando i territori urbani con enormi e crescenti quantità di immondizia che non si sa più come smaltire. L’allarme rosso è scattato nella quasi totalità dei comuni siciliani dove la situazione è più grave di quella esistente nel 2002, quando Cuffaro, nella qualità di commissario straordinario, adottò e diede avvio al piano. A distanza di cinque anni i rifiuti solidi urbani smaltiti in discarica sono ancora oltre il 90%, mentre la raccolta differenziata, che avrebbe dovuto attenuare il volume dello smaltimento, favorendo il riutilizzo, la trasformazione e il riciclaggio della parte recuperabile (plastica, carta, vetro, parte umida per il compost per uso agricolo, ecc.), ha raggiunto il livello infimo del 6,7% a livello regionale; la percentuale più bassa tra le regioni italiane, lontanissima dall’obiettivo fissato per il 2008 del 35% e anni luce dal 60% fissato dall’Europa entro il 2011. La principale ragione del fallimento risiede nella scelta, fortemente voluta da Cuffaro, di privilegiare la logica dell’incenerimento dei rifiuti, dando via libera alla costruzione di 4 grandi termovalorizzatori, sovradimensionati e, quindi, destinati a bruciare in modo indiscriminato la quasi totalità dei rifiuti solidi urbani, con buona pace degli obiettivi della raccolta differenziata.
Un vero affare solo per il trust imprenditoriale della termovalorizzazione (Falck in testa); un danno intollerabile alla salute dei cittadini e all’ambiente. Solo così si possono spiegare le inadempienze gravissime nell’avvio del ciclo integrato dei rifiuti, previsto dal decreto Ronchi (D.Lgs. 22/97): quasi inesistenti i centri comunali di raccolta, per selezionare e smistare la differenziata; appena due gli impianti di compostaggio per la parte umida sui circa 35 previsti. La stessa drastica riduzione del numero delle discariche abusive (da circa 300 a poche decine), in assenza del mancato decollo del ciclo integrato dei rifiuti, non ha prodotto effetti positivi. Una situazione di totale inefficienza, rispecchiata nel quasi totale immobilismo dei 27 Ato, le società che a livello territoriale dovevano gestire, come strumenti di pianificazione, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Organismi che hanno realizzato solo un obiettivo: bruciare enormi risorse pubbliche per garantire i compensi a qualche centinaio di consiglieri dei Cda e ai Presidenti. Un quadro di riferimento che grava sulla realtà dei territori provinciali e rende parossistica la situazione. Così, in provincia di Siracusa, che ha il misero primato di una differenziata attorno al 5%, con il capoluogo, città d’arte, attorno al 2,8%, la situazione nei 21 comuni è quasi insostenibile.
Le discariche a norma sono quasi tutte esaurite o in via di esaurimento. I comuni della zona montana solo in extremis hanno trovato un momentaneo sbocco nella discarica quasi colma del comune di Solarino. La patria del ciliegino, Pachino, solo da qualche settimana sta potendo usufruire di un parziale allargamento della propria discarica, mentre il resto dei comuni, compresa la città di Siracusa, che fino al luglio scorso hanno dovuto conferire i rifiuti nella discarica di Motta S. Anastasia, oggi si avvalgono del nuovo impianto di Costa Gigia, in territorio di Augusta, gestito da un’ATI privata, la Greenambiente (costituita dalla nordica Cogema e dalla locale Ekotrans), che dovrebbe garantire una situazione stabile per i prossimi tre anni. Ma l’utilizzo di Costa Gigia, per gli alti costi di conferimento imposti dalla società Greenambiente (92 euro per tonn., contro gli 80 di Motta S. Anastasia, già elevati), costituisce un pesante incremento dell’esposizione finanziaria, che si scarica sui cittadini con l’aumento delle tasse sui rifiuti. Il comune di Siracusa ha già provveduto ad aumentare del 30% le bollette della TARSU.
Solo
ora, su iniziativa dei sindaci pressati dal malcontento popolare, i
“carrozzoni” dell’Ato rifiuti (due per Siracusa: SR1, per i comuni
dell’area di sud-est, e SR2, per Siracusa e gli altri comuni della provincia),
stanno tentando di avviare una pianificazione comprensoriale per individuare
aree idonee per discariche consortili, e, dopo anni di inerzia, scelte di
comunicazione che incentivino lo sviluppo della raccolta differenziata.
Utopistico appare però immaginare uno sviluppo di una razionale raccolta dei
rifiuti che renda partecipi i cittadini e che, attraverso l’incremento della
selezione differenziata dei rifiuti, favorisca bollette meno esose. Rimangono
aperti problemi di efficienza e di un controllo dal basso anche dei contratti
d’appalto con le società private che gestiscono la raccolta e lo smaltimento
dei rifiuti (spesso, come avviene da decenni a Siracusa, affidate in regime
permanente di proroga alle stesse aziende, nonostante disfunzioni e
inefficienze).
Salvatore Perna –ilmegafono.org
Nel
processo che mira ad accertare le violazioni delle norme ambientali nella
costruzione del “Rocco Forte Golf Resort” di Sciacca (Agrigento),
Legambiente Sicilia e Wwf sono state ammesse come parte civile
PROCESSO
AL GOLF: AMBIENTALISTI PARTE CIVILE
Pochi giorni fa, Legambiente Sicilia e Wwf sono state ammesse come parte civile al processo finalizzato ad accertare la violazione delle norme paesaggistiche ed ambientali nella costruzione del “Rocco Forte Golf Resort” di Sciacca (Agrigento), un lussuoso complesso golfistico comprendente tre campi a 18 buche, un centro congressi, un centro benessere e un albergo di lusso con centinaia di posti letto. La struttura è parte di un progetto globale, predisposto dal precedente governo Berlusconi, che mira alla realizzazione di centinaia di complessi golfistici in tutta Italia. E’ stato l’allora ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Lucio Stanca, amante del golf, presidente del golf club di Porto Cervo, a partorire questa idea, spacciandola per una forma di sviluppo turistico di qualità, capace di portare valanghe di soldi e di turisti nei luoghi del golf. In realtà, si tratta di un grande affare che nasconde gli interessi rilevanti di società immobiliari che usano il golf per realizzare operazioni nell’ambito edilizio, aggirando le norme ambientali e i vincoli urbanistici.
Nella sua strategia, Stanca è stato spalleggiato dall’ex viceministro e attuale deputato regionale di Fi, Gianfranco Micciché. Fu proprio Micciché a presentare, insieme a Sviluppo Italia, un progetto di sviluppo per il Meridione, che portò allo stanziamento per la Sicilia di oltre 200 milioni di euro, di cui una parte consistente (oltre 120 milioni di euro) venne destinata proprio alla costruzione del “Golf Resort” di Sciacca. Secondo i progetti di Stanca, infatti, in Sicilia sarebbero dovuti sorgere cento impianti. E la Regione Sicilia, con il suo presidente della Regione, Totò Cuffaro, appoggiò con entusiasmo questo progetto e vi contribuì economicamente, stanziando oltre 15 milioni di euro per la costruzione dell’impianto di Sciacca. Soldi pubblici destinati ad alimentare un tipo di turismo ristretto solo ad una certa fascia di utenti, con una scarsissima capacità di creare indotto, anche per la carenza di infrastrutture, e con un impatto ambientale notevole.
Già, perché nonostante l’immagine del campo da golf sia quella di un percorso “verde” immerso nella natura, in realtà esso richiede l’abbattimento di alberi per fare spazio al “green” e soprattutto una incredibile quantità giornaliera di acqua. Un campo a 18 buche, infatti, necessita di ben 50-60 ettari di terreno e di circa 2000 metri cubi di acqua al giorno (pari al fabbisogno quotidiano di un comune di 9000 abitanti), in una terra come la Sicilia, in cui la disponibilità di risorse idriche è scarsissima ed intere province, soprattutto nell’entroterra, ricevono l’acqua tre giorni a settimana. Gli impianti, tra l’altro, vengono inseriti in contesti naturalistici e paesaggistici importanti, modificandone irreparabilmente la morfologia ed il naturale sistema idrogeologico. Una scelta, dunque, che definire folle è atto di gentilezza. Siamo davanti ad un attentato all’ambiente, in zone di elevato prestigio ecologico.
L’area in cui è prevista la nascita del “Golf Resort” di Sciacca, oltre ad essere molto vicina alla splendida fascia costiera del centro agrigentino (cosa che richiede la verifica delle obbligatorie distanze dal mare), è un’area Sic (Siti di interesse comunitario), vale a dire una zona che dovrebbe essere protetta, perché ritenuta eccellente sul piano delle ricchezze ambientali. E per far ciò, esistono degli strumenti di legge. Innanzitutto la Via (valutazione d’impatto ambientale), quindi la valutazione d’incidenza (necessaria per i Sic) e le autorizzazioni: tutti passaggi di legge che l’impresa di costruzione avrebbe dovuto effettuare. Invece, si scopre che il “Golf Resort” di Sciacca è assolutamente fuorilegge. Questo grazie alla formula del silenzio-assenso della Commissione Regionale per l’Ambiente, che, come altre volte avvenuto negli ultimi anni, non ha manifestato alcuna opposizione o anche parere rispetto ad uno scempio tremendo nel cuore della Sicilia.
Per fortuna, Legambiente Sicilia e il Club Alpino Italiano, nel settembre del 2006, smascherarono il fattaccio, denunciandolo alla Procura di Sciacca, che dispose immediatamente il fermo dei lavori. Quindi, nel luglio scorso, dopo le proteste degli operai finiti in cassa integrazione a causa della sospensione delle attività, il dipartimento regionale Territorio e Ambiente ha emanato il provvedimento di verifica di compatibilità ambientale e di incidenza, che ha portato alla revoca della sospensione, permettendo al gruppo Rocco Forte di riprendere i lavori e scatenando l’entusiasmo di Cuffaro e dell’assessore all’Ambiente, Rossana Interlandi. L’attività della Procura, però, non si è fermata: così, negli ultimi due mesi, i vertici della società Rocco Forte sono stati chiamati in giudizio (previsto in questi giorni) a rispondere di violazione in materia di tutela dei beni artistici e culturali e violazione del codice della navigazione.
A
novembre, poi, la Procura di Sciacca ha disposto il sequestro di
tutti gli atti e i documenti riguardanti le autorizzazioni rilasciate alla
società Rocco Forte, relativamente alla costruzione del “Golf Resort”. Una
misura necessaria per meglio verificare l’iter irregolare seguito dalla società
di costruzione ed avallato silenziosamente dagli interlocutori istituzionali
competenti. La recente notizia dell’ammissione di Legambiente Sicilia e Wwf al
procedimento in corso rappresenta un primo importante passo verso
l’accertamento delle responsabilità, nella speranza che si possa arrivare
alla sospensione definitiva di un progetto insensato che, già in questa prima
fase di realizzazione, ha prodotto la distruzione di ettari di terreno,
stravolgendo il patrimonio naturale di un’area splendida e piena di importanti
risorse ambientali.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
01/12/2007
Decine di
fenicotteri sono morti, lungo il delta del Po, per saturnismo, vale a dire
avvelenamento da piombo- Questi bellissimi volatili hanno ingerito i pallini di
piombo contenuti nelle cartucce sparate dai cacciatori
UNA
MORTE ATROCE AL GUSTO DI PIOMBO
Decine di carcasse di fenicotteri sono state rinvenute lungo il delta del Po. Dalle autopsie i veterinari hanno stabilito che la causa della morte è il saturnismo, cioè l’ingestione di piombo. I fenicotteri immergendo il becco nel fango aspirano acqua e plancton che poi filtrano in bocca. I pallini di piombo delle cartucce da caccia vengono ingeriti insieme al plancton e stanno causando decine di decessi. Il problema dell’utilizzo di piombo nei bossoli era già arrivato a Palazzo Chigi. Infatti, il ministro Pecoraro Scanio ha vietato l’uso del piombo nelle cartucce, nelle aree umide italiane, a partire dalla stagione venatoria 2008-2009. Ma nel frattempo, prima che il decreto entri in vigore, gli animali continuano a morire. Ci si potrebbe chiedere come è possibile che nel fango ci sia una concentrazione di pallini tanto alta da causare la morte dei fenicotteri. La spiegazione è semplice. Per attirare le anatre o gli altri uccelli di passo in quelle zone, i cacciatori mettono del cibo per far avvicinare gli animali ai capanni.
Intorno a questi ultimi, come è facile immaginare, si concentra la maggior parte del piombo, soprattutto in un raggio di circa cento metri. Anche a distanza di giorni, se un fenicottero filtra il fango in quella zona si intossica. Quello che fino a qualche anno fa era un paradiso per questi splendidi uccelli si sta rivelando un inferno. Si comincia a chiedere la sospensione della caccia nelle aree umide o, almeno, l’utilizzo di bossoli senza piombo. Questo fenomeno desta non poche preoccupazioni. È un ulteriore conferma dei disastri che l’uomo sta compiendo nei confronti di Madre Natura. Più che l’unico essere vivente dotato di intelletto, pare un essere goffo e impacciato. Un animale che agisce senza pensare alle conseguenze delle sue azioni. Se ne va a caccia seminando piombo ovunque spari, senza pensare allo squilibrio che sta creando in quella zona. La natura continua a comportarsi come ha sempre fatto, ma l’uomo modifica le condizioni, deturpa il paesaggio e le conseguenze si manifestano subito. È il caso per esempio dei piccioni che vanno ad impattare contro le vetrate dei grattacieli.
Tali edifici, infatti, specie quelli di ultima generazione, sono stati dotati di particolari tecnologie che colorano di verde le vetrate. L’ignaro animale vi va ad impattare convinto magari che si tratti di un albero o di un bosco. Ma il caso della moria di fenicotteri deve far riflettere soprattutto sulla caccia. Prendiamo in considerazione la caccia nelle aree umide, come nel caso del delta del Po. I cacciatori attirano praticamente sotto il tiro delle loro armi gli uccelli con becchime e cibo di vario genere. Ci chiediamo allora che cosa ci sia di sportivo nel tirare ad un bersaglio, se così vogliamo chiamare un animale, che si trova a cinquanta metri. Capisco la caccia di chi in una giornata gira molti chilometri, a volte anche senza sparare. Ma la caccia dei capanni e del passo, degli appostamenti, mi pare francamente inutile e incomprensibile. Lì sì che parlerei di sterminio gratuito, non è più una sorta di competizione tra uomo, cacciatore e preda. In quel caso vince solo la tecnologia, viene meno cioè quello spirito di lotta che dovrebbe animare i veri appassionati.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Dopo il fallimento
dell’incontro del 15 novembre, organizzato dai sostenitori del Sì alle
trivelle, il fronte del No non deve fermarsi- Ora bisogna pretendere che la
Regione approvi la promessa legge
per fermare le trivellazioni
E
ADESSO CHE PARLINO LE LEGGI
Ripartiamo da Noto, precisamente dall’incontro organizzato dal Comitato del Sì alle trivellazioni petrolifere e gassose in Val di Noto, svoltosi il 15 novembre scorso davanti a circa venti persone, tra cui qualche giornalista, pochi cittadini e qualche consigliere comunale. Una platea minuscola, ancor più se si considera che otto delle venti persone accorse ad assistere all’incontro erano membri del Comitato del No, il famoso No-triv, i quali hanno voluto ascoltare la conferenza, resistendo stoicamente alle provocazioni continue sciorinate dai relatori, quasi tutti di Ragusa, con l’eccezione di un “prestigioso” rappresentante della comunità netina. Si tratta dell’ex sindaco di Noto, Raffaele Leone, il quale ha parlato a lungo senza mai toccare gli argomenti che lo hanno spinto a creare, insieme al fido Corrado Salemi ed a pochi altri, il Comitato per il Si, preferendo caratterizzare il suo discorso con interminabili attacchi denigratori e provocatori nei confronti del movimento Notriv, davanti ad una sala semideserta.
Un fallimento assoluto, una sconfitta pesantissima, soprattutto perché alla conferenza era presente anche Jim Smithermann, il presidente della Panther Oil, la società texana che ha ottenuto dalla Regione Sicilia, nel 2004, l’autorizzazione all’attività di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi e alla conseguente perforazione del territorio. A dare sostegno alla Panther ed al Comitato per il Sì sono rimasti, a parte qualche curioso personaggio netino, soltanto le istituzioni ragusane (Comune, Provincia, Confindustria, Asi) e, incredibile ma vero, i sindacati confederali del capoluogo ibleo, sin dall’inizio schierati a fianco dei petrolieri, in nome di uno sviluppo che va contro il territorio, la gente ed il loro futuro. Una scelta incomprensibile di un mondo, quello sindacale, che nella storia è sempre stato dalla parte del territorio e dei cittadini, del loro diritto a scegliere da sé il tipo di progresso da realizzare. Evidentemente, gli interessi in gioco sono talmente elevati che i sindacati iblei hanno deciso la via più facile, quella del sostegno ai poteri forti.
E hanno sbagliato i loro calcoli, perché l’assenza totale della cittadinanza all’incontro organizzato dai sostenitori del Sì è il segnale importante dell’avvenuta presa di coscienza dei cittadini, sempre più decisi a difendere il proprio territorio ed a scegliere da soli il futuro proprio e dei propri figli. Un risultato straordinario, difficile da immaginare all’inizio di questa battaglia. Un traguardo che è stato raggiunto grazie alle lotte e alle iniziative che, da tre anni, il Comitato No-triv ha portato avanti, con sacrificio, con pochi mezzi e tanti impegni. Un contributo fondamentale, però, lo ha dato anche l’attuale sindaco di Noto, Corrado Valvo, il quale si è intestato la battaglia, non piegandosi davanti alle pressioni della Panther o alle sentenze, coagulando attorno a sé le forze del No-triv e di tutte quelle persone che, pian piano, si sono avvicinate alle loro posizioni. Questa doppia azione ha permesso di far comprendere alla città il disegno malsano che i petrolieri, appoggiati da una Giunta regionale eccessivamente disponibile, vogliono mettere in atto. Ripartiamo da Noto, dunque.
Non
ci fermiamo. Ripartiamo dal fallimento di quella che doveva essere una grande
operazione mediatica per catturare il consenso della gente. Adesso bisogna
insistere, bisogna cominciare a pretendere dalla Regione Sicilia, dalla Giunta e
dall’Assemblea, l’approvazione di quella legge regionale, promessa persino
da Cuffaro, che metta fine definitivamente alle trivellazioni in Val di Noto,
sia quelle già iniziate (a Ragusa) che quelle previste. E’ necessario che il
disegno di legge attualmente in Commissione venga al più presto votato
dall’Assemblea e tramutato in legge, così da formalizzare, in un atto scritto
e avente effetti giuridici, la volontà concreta e manifesta dei siciliani e, in
particolare, degli abitanti del Val di Noto, desiderosi di continuare a guardare
e difendere le proprie bellezze artistiche, archeologiche, paesaggistiche e
ambientali, piuttosto che respirare inquinamento e osservare tralicci e trivelle
che violentano la propria terra, il proprio passato e il proprio futuro. La
Panther farebbe bene a rassegnarsi.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
NUMERI DI NOVEMBRE 2007
24/11/2007
Sulle coste della
Galizia, in Spagna, una petroliera è affondata disperdendo in mare un’enorme
quantità di greggio- I danni all’ambiente sono enormi, ma anche l’economia
della regione risentirà a lungo degli effetti di questo disastro
GALIZIA:
UN DISASTRO DAL DANNO INCALCOLABILE
Nei giorni scorsi, sulle coste della Galizia, nella Spagna nord-occidentale, la petroliera di grossa portata “Prestige” è affondata e la fuoriuscita di greggio ha provocato danni difficilmente sanabili (almeno nel giro dei prossimi mesi) all’ecosistema marino nel quale è appunto avvenuta questa strage ambientale. Il bilancio riporta dati davvero sconcertanti: 300 km di costa inquinati, 90 spiagge ormai invase dal petrolio, un milione e mezzo di mq da sottoporre ad attività di recupero o quanto meno di salvaguardia, ed ora si teme che la “macchia nera” possa estendersi anche alle coste di Portogallo e Francia, adiacenti al luogo dell’impatto. Il danno, oltre che ambientale, è ovviamente anche economico: non solo una gran quantità di greggio è andata perduta, ma le misure di sicurezza ed i provvedimenti materiali da prendere verranno a gravare molto sulle casse del governo spagnolo, che dovrà sborsare circa 42 milioni di euro per poter recuperare il tutto. Riferendoci a fattori ambientali, bisogna dire che il disastro non si è abbattuto soltanto sulle coste e sulle spiagge, causando tra l’altro la morte di molti animali, ma in mare aperto si è diffusa una macchia di petrolio pari a 6000 tonnellate che, ampliandosi, provocherà danni irreversibili ai molluschi delle Rias Baixas, dove si concentrano allevamenti e vivai; a livello ecologico sarà durissimo l’impatto subito dalle isole Cies, patrimonio ecologico nazionale, in cui vivono uccelli e molluschi in via d’estinzione, che ritrovano in queste isole il proprio habitat ideale.
Gli aerei mandati dal governo, in perlustrazione delle zone interessate alla macchia di petrolio, registrano una progressiva estensione di quest’ultima verso nord; vi sono poi macchie disperse, che a causa delle correnti marittime si avvicinano ad importanti riserve naturali come il Finisterrae galiziano e, infine, verso l’isola di Salvoram, nelle isole Atlantiche. Il rappresentante del governo centrale in Galizia, Fernandez de Mesa, ha invitato le popolazioni locali, costituite prevalentemente da pescatori, a mantenere la calma ed aspettare gli esiti della vicenda che, secondo gli esperti, porteranno alla formazione nelle profondità atlantiche di rocce viscose derivanti dalla solidificazione dei combustibili. In tutta risposta i pescatori, sostenuti dalle organizzazioni ambientaliste, hanno costituito un ponte con le loro imbarcazioni affinché si eviti anche il minimo passaggio di sostanze tossiche provenienti dal greggio. Non soltanto i pescatori locali, ma anche l’intera popolazione spagnola è scesa in piazza contro l’impassibilità del governo dinanzi alla disastrosa catastrofe. Ai vari cortei hanno partecipato anche leader politici: emblematico è stato il corteo a Santiago de Campostela, capoluogo della stessa Galizia, dove migliaia di persone hanno manifestato nonostante il temporale.
Le
condizioni metereologiche molto critiche rendono inoltre difficile il lavoro
delle sei navi inviate dal governo spagnolo ad aspirare il petrolio che
galleggia a largo della costa galiziana, per cui si prevedono ulteriori
estensioni della macchia nel corso dei prossimi giorni. E’ evidente che un
disastro ambientale provoca pesanti ripercussioni anche negli altri ambiti della
vita dell’uomo, basti pensare alle polemiche tra i vari partiti sorte in
seguito al naufragio della “Prestige”: esponenti di sinistra che
contestavano il disinteressamento dei politici di destra, a capo della Galizia,
accusati di non aver espresso solidarietà necessaria alle popolazioni colpite
dalla strage. Il problema fondamentale dei paesi mediterranei, o comunque
dell’Europa meridionale, in relazione alle politiche ambientali e alle misure
a salvaguardia dell’ecosistema, persevera nel corso degli anni, con il
risultato che ci si trova sempre ai posti più bassi nelle classifiche europee
per la salvaguardia dell’ambiente. I governi dovrebbero quindi rendersi conto
della gravità enorme di un dissesto ambientale, dal momento che i suoi effetti,
che si protraggono nel tempo, parlando in termini egoistici, vengono a colpire
fondamentalmente gli interessi politici ed economici dell’uomo stesso.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Tre Stati (Giappone,
Norvegia e Islanda) hanno votato no alla moratoria dell’IWC contro la caccia
alle balene- Questi mitici mammiferi grandi ma docili, da sempre massacrati
dall’uomo, rischiano di scomparire per sempre
BALENE:
GIGANTI FRAGILI VERSO L’ESTINZIONE
Megattere, balenottere azzurre, capodogli, balenottere grigie: sono animali affascinanti che da sempre catturano l’attenzione dell’uomo. Davanti alla loro enorme mole, davanti alle evoluzioni che questi animali sono in grado di compiere, l’uomo si è sentito rapito, emozionato e talvolta intimorito, tanto da trasformarli in mostri marini della peggior specie, oppure intenerito dai loro canti che sembrano imitare voci umane. Le balene sono animali assai docili e spettacolari; ogni anno i turisti si riversano a centinaia nei luoghi dove è possibile vederle compiere veri e propri salti, oppure osservarle nel periodo della migrazione. Purtroppo, c’è anche qualcuno che pensa a questi cetacei soltanto come enormi depositi di carne da commerciare: è il caso di Norvegia, Giappone e Islanda, che, al momento della decisione sulla moratoria internazionale da parte dell’IWC (Commissione Baleniera Internazionale) contro la caccia alle balene, si sono dichiarati contrari.
Sono,
infatti, 2000 le balene che vengono uccise da questi paesi ogni anno. Proprio in
questi giorni il Giappone ha spedito alla volta dell’Antartide 8 baleniere per
catturare 50 balene per “scopi scientifici”. La giustificazione si rivela
assolutamente senza fondamento, dal momento che una sola balena di 70-80
tonnellate sarebbe più che sufficiente per molto tempo, per molti esami da
parte di innumerevoli laboratori scientifici. In secondo luogo, lo scopo
scientifico maschera un grande e grave massacro di questa specie di mammiferi
per scopi puramente commerciali, per rispondere alla richiesta che viene da quei
paesi solo per motivi culturali e di conservazione delle tradizioni.
Infatti,
solo l’1% della popolazione mangia attualmente carne di balena (questo sembra
averlo capito l’Islanda, che ha deciso di dire stop alla caccia alle balene
proprio per questo motivo), proprio perché l’abitudine di mangiarla è
completamente decaduta, eccezion fatta per le popolazioni Inuit dell’Alaska e
del Canada del Nord, per i quali la carne di balena è, per necessità, alla
base della loro dieta. Così, l’ormai rara carne di balena finisce inscatolata
come cibo per cani e gatti. A questi stupendi animali è stata riservata una
sorte terribile e incredibile: catturati, macellati e sterminati principalmente
per soldi. Non ci resta che sperare nei tempestivi interventi di Greenpeace e
del WWF e forse nel buonsenso delle nazioni che partecipano alle conferenze
dell’IWC per dire stop alle mattanze dei grandi cetacei: speriamo davvero che
impediscano la scomparsa di questi abitanti del nostro pianeta tanto grandi
quanto preziosi e fragili.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
17/11/2007
Si è tenuto giovedì
15, a Noto, l’incontro organizzato dal Comitato per il Si alle trivellazioni
in Val di Noto,
un incontro che è andato praticamente deserto- Pubblichiamo il comunicato del
Comune di Noto, inviatoci dal No-Triv
CONFERENZA
PER IL SI: UN AUTENTICO FLOP
Giovedì 15 ottobre siamo andati alla Sala Gagliardi consapevoli che i promotori del Comitato per il Si a Noto avessero organizzato tale conferenza con l’obiettivo di dimostrare ai media e alla cittadinanza la bontà ed opportunità del progetto di perforazione della Panther Eureka a Noto, approfittando della presenza in loco del presidente della società Jim Smithermann e del suo staff ragusano al completo. Abbiamo voluto assistere all’incontro per un profondo senso di democrazia, al di là delle divergenti posizioni, con la consapevolezza che in tale circostanza il fronte Notriv sarebbe stato sicuramente oggetto di affermazioni provocatorie e menzognere (come di fatto è successo), ma, sempre per un profondo senso di civiltà ed eticità, avevamo fatto la premeditata scelta di non intervenire né rispondere alle provocazioni, onde evitare di proporre al pubblico il solito spettacolo “indecente” a cui il Comitato del Si cerca da mesi di trascinarci nei vari blog e media locali. Siamo andati con la quasi certezza che gli organizzatori avrebbero fatto di tutto per riempire la sala Gagliardi per dimostrare che il Comitato del Si non è composto solo da tre o quattro persone locali, che hanno sposato la causa dei “legittimi” interessi economici di una società privata, ma che invece ha una grossa fetta della popolazione dalla propria parte.
Ed invece? Ci siamo trovati di fronte ad una Sala Gagliardi semideserta, con qualche consigliere comunale e pochissimi cittadini, se si fa eccezione per i Notriv presenti in congruo numero. La cittadinanza non c’era, così come non c’era un Comitato Sì triv rappresentativo di una qualunque categoria sociale della città! Ed è con grande sdegno civico che abbiamo assistito ad una sorta di comizio elettorale tardivo di Raffaele Leone, che invece di portare il discorso sulle questioni di fondo del problema trivellazioni, ha occupato una scena deserta per un tempo esagerato, la maggior parte dedicato ad attaccare e denigrare il fronte Notriv, dimostrando finalmente alla luce del sole che il Comitato Sitriv a cui ha dato vita insieme a Corrado Salemi e pochi altri, è solo ad uso e consumo di un modo di intendere la politica personalistico e strumentale, dando uno spettacolo triste e desolante della politica locale, non tanto ai cittadini che non c’erano, ma soprattutto al presidente della Panther Eureka, Jim Smithermann, il quale per riuscire ad avere momenti di interlocuzione interessante si è dovuto più volte allontanare e chiamare a parte gli esponenti del fronte Notriv con cui finalmente ha potuto parlare del suo progetto.
Ribadiamo
per l’ennesima volta che il problema non è legato alla Panther Eureka in
quanto tale, ma si tratta di fare una scelta coraggiosa per un diverso
futuro per questa terra. Pertanto rivolgiamo un appello ai rappresentati
politici e sindacali, ai deputati all’Ars, a tutti gli uomini di cultura,
siciliani e non, affinché venga
approvata al più presto una legge regionale che ponga fine alla questione
scongiurando l’inizio di un progetto di ricerca e perforazioni, di cui forse
si intravede un inizio ma non certo un futuro!
Comune di Noto: Gruppo di Monitoraggio sulle Trivellazioni Gas-Petrolifere
La carneficina di animali continua
silenziosa in tutto il mondo: se sulle necessità alimentari si può discutere,
non è possibile accettare massacri terribili per scopi estetici o di lucro- Il caso
limite del cane lasciato morire per “arte”
VITTIME
INCOLPEVOLI DI MASSACRI SENZA FINE
Torturati, seviziati, uccisi. Gli animali subiscono ogni tipo di torto da parte dell’uomo e i motivi sono tanto atroci quanto inspiegabili, talvolta sono frutto dell’insano divertimento di poche persone che purtroppo lasciano segni profondi. L’uomo ha sempre cercato di soggiogare gli animali in tutti i modi possibili, risultando il più delle volte crudele nel vero senso della parola: si parla tanto di etica, di morale e di correttezza, ma non ci si rende conto che maltrattare gli animali è sintomo di contravvenzione alle regole di quella tanto predicata morale sopra citata. Troppe volte, infatti, si ritengono gli animali privi di qualsiasi senso di dolore, di sensibilità ai maltrattamenti, e per questo l’uomo sembra, a volte, non rendersi neanche conto di tutto il male che provoca.
Il problema è venuto a galla in modo evidente nelle ultime settimane, grazie ad alcune petizioni che circolano su internet tramite posta elettronica: la Peta Tv ha diffuso in rete un video shock, in cui vengono filmate le atrocità che gli animali subiscono quotidianamente: alcuni vengono scuoiati vivi per la produzione di pellicce ed abiti in pelle, altri sono costretti ad ingerire sostanze tossiche o veleni per i cosiddetti “test tossicologici”, altri ancora sono oggetto di esperimenti senza scrupoli a servizio degli uomini (video disponibile a questo link: http://www.petatv.com/tvpopup/video.asp?video=fur_farm&Player=wm&speed=med). La cosa che tuttavia ha lasciato sconvolta l’opinione pubblica è una presunta opera d’arte di un tal Guillermo Habacuc Vargas: l’“artista” in questione ha organizzato una mostra esponendo un cane che muore di fame legato ad una corda, dinanzi ai curiosi.
Opera atroce, ma non secondo gli organizzatori della “Biennale Centroamericana 2008” che l’hanno invitato come rappresentante del suo Paese. La decisione ha subito suscitato scalpore ed indignazione non solo tra gli animalisti, ma anche tra la gente comune che, immediatamente, si è mobilitata attraverso una petizione per impedire la partecipazione di Vargas a tale mostra d’arte (per chi volesse firmare, il link da cliccare è: http://www.petitiononline.com/13031953/); l’iniziativa è stata appoggiata da più di duecentomila persone ed il numero è destinato a crescere proprio per la tragica assurdità del motivo per cui essa è nata. Sarebbe necessario, tuttavia, proporre petizioni ed azioni collettive di questo tipo, anche per impedire la caccia ai cuccioli di foche polari, che, per la loro pelliccia pregiata, sono vittime di veri e propri massacri, che hanno messo la specie a rischio estinzione: i cacciatori, dopo aver individuato le prede, fanno in modo di allontanarle dal branco per poi colpirle alla testa; intontite, vengono scuoiate vive e lasciate a morire nell’agonia.
Quel
che manca nella maggior parte delle persone è il rispetto nei confronti degli
animali, considerati in tutto e per tutto a servizio dell’uomo. Pensiamo ad
esempio alle lotte tra pit-bull finalizzate a guadagni lucrosi: cosa ci
guadagnano gli animali, se non ferite e morte? Certo, siamo i primi a servircene
come alimento e fonte di nutrimento, per cui il discorso è molto più complesso
di quanto si possa immaginare, perché entrano in gioco molti fattori e
contraddizioni. Non possiamo pretendere un mondo fatto di vegetariani, né
tuttavia impedire il naturale andamento della catena alimentare; servirebbe, però,
evitare le crudeltà inutili, quelle non guidate da un principio alimentare.
Occorrerebbe, soprattutto, una più accurata ed attenta diffusione di una
cultura dell’amore e del rispetto nei confronti degli animali. Bisognerebbe
lottare con più forza, facendo aumentare le adesioni ad associazioni come Wwf o
Greenpeace e contribuire alla salvaguardia di specie protette, oltre che
impedire il loro sterminio per cause dolose e non naturali.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
10/11/2007
Con il caso delle
Marche, il dibattito sull’energia eolica continua a dividere profondamente il
movimento ambientalista- Sul modello di sviluppo eco-sostenibile, Greenpeace e
Legambiente contro Wwf e Italia
Nostra
SOFFIA
VENTO DI GUERRA TRA GLI AMBIENTALISTI
E’ una vera e propria battaglia intestina, quella che si sta combattendo all’interno del movimento ambientalista. Oggetto dello scontro: la diversità di posizioni sulla questione dell’eolico. Ormai da tempo, le differenti associazioni ambientaliste si schierano su posizioni opposte per quel che riguarda la realizzazione di centrali eoliche sul territorio nazionale. L’ultima fase dello scontro ha preso il via nelle Marche, dove è in programma la realizzazione di otto grandi centrali, previste dal Pear (Piano energetico ambientale regionale). Sette di queste centrali sono concentrate nell’alto maceratese e comprendono zone dell’Appennino e dei monti Sibillini che sono sottoposte a vincoli paesaggistici. In particolare, il dibattito è stato innescato dalla prevista costruzione di due impianti nella valle della Comunità montana di Camerino, su cui insistono diversi Comuni. Nelle Marche si è aperto un altro fronte di una contrapposizione che vede, da un lato, Legambiente e Greenpeace, favorevoli all’eolico, dall’altro, Wwf, Lipu, Italia Nostra ed altre associazioni, contrarie quantomeno a questo tipo di eolico.
Una diatriba che ha conosciuto toni aspri nel momento in cui il ministero dell’Ambiente ha stabilito, con due decreti, una sorta di moratoria nei confronti della costruzione di impianti eolici. Con il decreto legge 251 dell’agosto 2006, il ministero ha infatti vietato la costruzione di qualsiasi tipo di impianto nelle zone SIC (siti di interesse comunitario) e ZPS (zone di protezione speciale). Con il decreto legislativo approvato nel settembre scorso, il ministero ha stabilito l’obbligo della VIA (valutazione d’impatto ambientale) a livello nazionale per gli impianti eolici che superano i 20 Mw, i quali, fino ad allora, erano sottoposti alla VIA a livello regionale, mentre la valutazione da parte dello Stato era prevista solo per gli impianti di potenza superiore ai 300 Mw. La scelta fatta da Pecoraro Scanio aveva trovato il favore del Wwf e di Italia Nostra, mentre aveva scatenato la reazione contraria di Legambiente e Greenpeace. Ed è la stessa situazione che si sta verificando nelle Marche. E’ evidente che si tratta di due visioni opposte del modo di promuovere l’energia pulita. Le argomentazioni non mancano. Legambiente e Greenpeace sostengono che la moratoria fatta dal ministero dell’Ambiente è un gravissimo ostacolo allo sviluppo delle energie rinnovabili ed alla limitazione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera.
Le due associazioni sostengono che l’eolico è la fonte rinnovabile più competitiva e segue già procedure speciali ed adeguate che si basano sulla verifica dell’impatto sulla fauna e sul patrimonio ambientale. Motivo per cui non si comprende la scelta fatta da Pecoraro Scanio, così come non si comprendono le resistenze delle altre associazioni in quel di Macerata. In quest’ultimo caso, poi, lo scontro di questi giorni contrasta con l’accordo che, nel 2005, tutte le associazioni avevano trovato in occasione della prevista realizzazione della centrale eolica di Fiuminata, al confine tra Marche ed Umbria. In quell’occasione, infatti, tutte le parti avevano trovato un accordo, basato su delle regole di eco-sostenibilità dell’eolico marchigiano, uno dei pochi che rientra nell’ambito di una attenta pianificazione regionale. L’accordo prevedeva il rispetto rigoroso dei vincoli ambientali, sulla base di studi condotti da esperti, compresa la valutazione delle rotte migratorie degli uccelli. Le Marche così sembravano una sorta di paradiso e di modello da seguire, con una scelta di politica energetica fatta con il consenso di tutte le associazioni.
Oggi, invece, si scopre che non è così e che la frattura è profonda. Italia Nostra, la Lipu ed il Wwf, pur essendo totalmente a favore delle energie rinnovabili, ritengono che il territorio in questione non possa essere violentato dall’installazione di pali alti oltre cento metri in zone sottoposte a vincolo ambientale ed estremamente ricche sul piano paesaggistico, culturale, vegetale e faunistico. Le associazioni in questione, tra l’altro, denunciano come dietro l’eolico si nasconda un enorme business facilitato dall’assenza di norme e di regole certe, in grado di disciplinare sul piano nazionale una volta per tutte la questione. Accogliendo favorevolmente la moratoria presentata dal ministero dell’Ambiente, dunque, esse ritengono che il progetto del parco eolico nelle Marche debba essere riconsiderato sulla base dei nuovi strumenti normativi in materia approntati dal Governo. Inoltre, si sostiene la possibilità di ricorrere ad altre fonti di energia pulita a minore impatto ambientale, come il cosiddetto “mini-eolico” (cioè impianti non più alti di 20-30 metri che sono particolarmente adatti a zone con velocità media del vento di 6 metri al secondo, come appunto nell’Appennino) o il fotovoltaico (impianto che sfrutta l’energia solare per produrre energia elettrica), oltre a tutti gli strumenti e le azioni che permettono il risparmio energetico, ancora troppo deboli anche nelle Marche.
Ciò
che Wwf, Italia Nostra e le associazioni schierate su tale posizione temono è
la nascita di impianti in zone in cui non vi è alcuna ragione di esistenza di
una centrale eolica, per scarsa presenza di ventosità o per collocazione
geografica, ed in cui la realizzazione avverrebbe soltanto per potersi
accaparrare le royalties pagate dalle imprese. In effetti, solo nel
maceratese sono numerosi i progetti per la realizzazione di impianti. Quello che
si teme, in poche parole, è il fenomeno della “palificazione selvaggia”,
vale a dire la proliferazione incontrollata di centrali eoliche, con impianti
altissimi, che producono un impatto ambientale notevole e dannoso, come peraltro
già avvenuto in diverse regioni italiane, soprattutto in Puglia e, in
particolare, nel foggiano. D’altra parte, è proprio da questa situazione
incontrollata che nasce la moratoria voluta da Pecoraro Scanio che cerca di
rendere meno “permissiva” l’installazione di centrali eoliche. Ancora una
volta, in Italia, le possibilità di incontro e di dialogo tra due diverse
concezioni di sviluppo sembrano nulle.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Attraverso un
comunicato del presidente provinciale e consigliere nazionale, i Verdi di
Siracusa prendono posizione contro l’ingerenza del diplomatico americano,
Moore, sulla scelta di sviluppo della Sicilia che dice no alle trivelle
ACCIDENTE O INCIDENTE DIPLOMATICO?
“E’ legittimo che dicano la loro, non è legittimo che dicano la nostra”. In riferimento alla perforazioni gas/petrolifere in Sicilia, il consulente dell’ambasciata USA, Thomas Moore, interviene in una questione che deve essere affrontata nel dibattito in corso tra le forze politiche siciliane per il “Piano regionale dell’energia” che sta per avere la luce. Vi è un dibattito molto acceso anche per il “Piano energetico nazionale”. La questione non è “il diritto di una impresa a lavorare” (la questione è la stessa anche per l’italiana Eni, o per la Sarcis, la Edison, ecc.), ma il fatto che l’Italia deve rientrare nei parametri per le emissioni di CO2 in biosfera. Se alcune nazioni non hanno voluto firmare il protocollo di Kyoto, né altri protocolli di conferenze successivamente svoltesi, si prenderanno la responsabilità di fronte alle attuali ed alle future generazioni.
L’Italia ha firmato e deve onorare l’impegno preso internazionalmente, anche per evitare sanzioni pesanti che le costerebbero molto più dei presunti guadagni. In Sicilia si produce già molta energia con pochi benefici e molti danni. Qui viene raffinato il 42% della benzina consumata in Italia e da qui transita il 44% del metano utilizzato nel Paese. Ma i ricavi industriali della produzione d’energia non restano in Sicilia; la quota di gran lunga più consistente del gettito d’imposta (6 miliardi di euro all’anno) viene incassata dallo Stato, alla Sicilia viene lasciato ......l’ inquinamento ambientale. La Sicilia “contribuisce” eruttando nella biosfera 30 milioni di Co2 l’anno. La Rete elettrica ad altissima tensione è incompleta; la rete di media e bassa tensione è paradossalmente eccessivamente diffusa nel territorio.
La
corsa pazza della crescita ad oltranza deve essere arrestata poiché, come hanno
detto 2600 scienziati ed economisti (a Rio, Kyoto e Johannesburg), non
è socialmente ed economicamente conveniente. Il paradigma “più
produzione-più lavoro-più consumo danneggia l’economia e l’occupazione
finale. I parametri sistemici dei maggiori e più prestigiosi istituti
(come l’IPPC, premio Nobel assieme ad Al Gore, ed il Rapporto Stern)
dimostrano ormai in maniera inconfutabile quello che sembrava un paradosso degli
ambientalisti: i costi sociali ed ambientali indotti debbono essere considerati
come componente di un intervento sul territorio; la
perdita dei fattori esogeni,
in economia di scala, è
maggiore dei
benefici quando
gli interventi non sono in armonia col territorio.
Paolo Pantano (Consigl. nazion. dei Verdi)
03/11/2007
In alcuni comuni
vesuviani diversi guasti all’acquedotto hanno provocato disagi terribili alle
popolazioni- Ma la cosa più grave è che per un errore tecnico le acque
contaminate si sono mischiate all’acqua potabile
ACQUE
TOSSICHE NEI RUBINETTI DELLE CASE
Nelle scorse settimane, alcuni comuni vesuviani hanno subito evidenti problemi e disagi a causa di alcuni guasti all’acquedotto protrattisi per diversi giorni. Tutto è iniziato, si può dire, già nel mese di settembre, quando nei comuni di San Giorgio a Cremano e Portici la rottura di un condotto importante ha causato la mancanza d’acqua per due giorni; si è ritornati alla normalità in seguito all’intervento dei tecnici che hanno rimesso “a nuovo” la conduttura in questione. La situazione si è mostrata tranquilla nelle settimane successive, salvo alcuni cali di pressione che hanno determinato una più lenta erogazione, senza però causare troppi disagi. Un nuovo grave problema è però insorto intorno al periodo tra il 18 ed il 21 ottobre: i comuni sopraccitati ed i comuni di Ercolano e Torre del Greco diffondono rapidamente la notizia che non sarà possibile per due o più giorni servirsi di acqua se non per scopi igienico-sanitari; dunque, l’acqua non è potabile. Il motivo è stato reso noto successivamente: in seguito ai lavori di riparazione delle condutture, sono venuti a convergere due flussi d’acqua diversi, uno nel quale appunto vi era l’acqua destinata alle abitazioni, l’altro, invece, portava con sé acque non potabili, con sostanze tossiche disciolte (alta componente di fosforo, fluoro e nitrato di calcio). Errori tecnici hanno fatto in modo che questi due flussi si miscelassero, mandando in tilt l’erogazione comunale.
Se comunque il problema ha avuto origine nell’errata disposizione delle tubature, allora vuol dire che esso persiste già da qualche settimana e che, dunque, parte dell’acqua contaminata è stata già bevuta; perché allora la popolazione è stata avvisata soltanto in un secondo momento? Forse gli interessi in gioco erano troppo alti o forse era necessaria una manutenzione più attenta e scrupolosa, d’altra parte l’acquedotto è una componente importantissima nella comunità urbana: la diffusione di sostanze tossiche, infatti, avviene in modo capillare ed esteso, causando danni ancor più gravi di quanto si possa pensare. Probabilmente, la concentrazione di tali sostanze si è manifestata in modo più palese proprio nei giorni in cui sono stati diffusi gli avvisi alla cittadinanza, con conseguente sospensione delle attività scolastiche e lavorative; i violenti temporali, poi, hanno reso ancor più difficile la situazione, provocando allagamenti ed ulteriori guasti alle condutture. Il monito lanciato da tali dissesti idrici è allarmante sotto molti punti di vista: tutto questo fa desumere una mancanza di controllo e manutenzione nel corso degli anni, un utilizzo non sempre “onesto” del denaro stanziato dallo Stato per la salvaguardia degli acquedotti ed uno scarso interesse nei confronti del benessere di tutti i cittadini.
Da notare anche l’avviso inviato dai Comuni ai vari istituti scolastici del territorio: “Le attività didattiche saranno sospese dal 18 fino a nuovo ordine”. Se ne deduce che non si era neanche in grado di conoscere né la gravità del danno né la sua durata. Per ovviare alla difficile situazione, alcune organizzazioni comunali hanno provveduto subito alla distribuzione di bottiglie d’acqua nelle scuole e negli ospedali, i Comuni colpiti hanno messo a disposizione autocisterne presso le quali recarsi per prelevare acqua utile all’uso domestico, mentre alcuni comuni limitrofi, non interessati dal guasto, si sono offerti di “prestare” parte delle loro acque. La non potabilità dell’acqua in comunità urbane piuttosto avanzate denuncia problemi di fondo sempre più profondi, che, andando avanti, diventano ancor più difficili da risolvere. In molti è sorto il pensiero: “Siamo nel terzo mondo”, dal momento che anche adesso l’acqua, che dovrebbe essere una risorsa a disposizione di tutti, non ci sarà fornita con la sicurezza di prima.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Mentre aumentano le
adesioni alla lotta contro i rischi del cambiamento climatico, a Londra, il
sindaco Livingstone ha avviato una serie di iniziative volte a ridurre
drasticamente la percentuale di inquinamento presente nella capitale
IL
FUMO DI LONDRA DOVRA’ SPARIRE
Da qualche anno a questa parte, sentiamo parlare sempre più dell’emergenza climatica: molte persone, anche nel mondo dello spettacolo e della musica (da ricordare il concerto “Live Earth 2007”) stanno cercando in tutti i modi di comunicare al resto del mondo questo gravissimo problema, non rinunciando certo a farsi un po’ di pubblicità mettendosi continuamente in mostra nei concerti, alla televisione, eccetera. Tralasciando che i concerti, i film e quant’altro prodotti da queste persone sono forse solo frutto di ambizioni personali e di tentativi di ottenere una buona fama o di sentirsi la coscienza a posto, questi rappresentano comunque piccolissimi passi verso la risoluzione del problema. Passi più grandi si riusciranno a fare solamente quando i Vip, che si credono facendo così di essere tanto ambientalisti, si accorgeranno che il buco dell’ozono certo non si restringerà se continueranno ad utilizzare il loro jet privato per andare a lavoro, invece di qualsiasi altro mezzo pubblico, e se continueranno ad avere quaranta case con piscina annessa sparse in tutto il mondo. Il buco dell’ozono non si richiude con il pensiero e con un concerto, mi sembra che sia un concetto molto semplice.
C’è qualcuno invece che, pur muovendosi quasi nell’ombra (anzi, sugli autobus), si è dato una mossa e ha preso decisioni drastiche, piuttosto che continuare a lamentarsi. È Ken Livingstone, sindaco di Londra, in carica dal 2000. Prendendo veramente a cuore la questione dell’inquinamento e dichiarandola come sua priorità in quanto sindaco della capitale della Gran Bretagna, ha dato avvio ad un’iniziativa, chiamata “Green Homes Programme”. L’obiettivo dell’iniziativa consiste nel ridurre del 60% le emissioni di anidride carbonica entro il 2050. Per arrivare a questo, i cittadini dovranno cambiare i loro modi di vivere e non necessariamente riducendo la qualità della propria vita. Utilizzando, per esempio, invece di automobili ad alto consumo, gli autobus o la metropolitana per spostarsi all’interno della città, come Livingstone stesso fa, fornendo anche un buon esempio per i cittadini londinesi. Altre iniziative attuate consistono nel riciclare i rifiuti urbani ed utilizzarli come fonte energetica o nel ridurre il consumo energetico nelle case. Recenti studi, infatti, dimostrano che il 40% delle emissioni nocive proviene proprio dalle abitazioni.
Da questi cambiamenti la popolazione non ne uscirebbe certo impoverita: si calcola che, modificando le proprie abitudini di vita in favore di un mondo più verde, la gente risparmierebbe, per esempio, sul carburante delle proprie automobili o sulla corrente elettrica delle proprie case. Per “costringere” i londinesi all’utilizzo di trasporti pubblici al posto di automobili private, il sindaco ha imposto un ticket per l’ingresso delle auto nel centro cittadino, scelta che ha assicurato un taglio pari al 16% delle emissioni nella zona. Grazie a quest’iniziativa, Londra ha già raggiunto record invidiabili. Negli ultimi sei anni è stata l’unica metropoli mondiale dove l’utilizzo di macchine private è diminuito in favore del trasporto pubblico. Così, Livingstone conclude: “Nei prossimi cinque anni Londra deve divenire il primo centro al mondo specializzato nella ricerca e nello sviluppo finanziario sui cambiamenti climatici. Ogni generazione affronta almeno una grande sfida. La sfida del ventunesimo secolo è legata ai cambiamenti climatici. Si tratta di una sfida in cui ognuno può giocare la sua parte e che dobbiamo vincere a tutti i costi. Il mio obiettivo è lavorare con i londinesi per raggiungere questo scopo”. Un sindaco decisamente invidiabile.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
NUMERI DI OTTOBRE 2007
27/10/2007
Con un comunicato a noi inviato, i Verdi di Siracusa annunciano l’approvazione di un emendamento alla “Finanziaria” che istituisce il Parco degli Iblei- Una scelta che permetterebbe di salvare un importante patrimonio
UN
PRIMO DECISIVO PASSO VERSO IL PARCO
Su proposta della sen. Loredana De Petris (Verdi), con cui siamo stati continuamente in contatto, è stato approvato un emendamento nella “Finanziaria” per istituire il Parco degli Iblei come Parco Nazionale. L’emendamento ha la copertura finanziaria del ministero dell’Ambiente. E’ un primo passo, aspettiamo ora che sia approvata definitivamente la “Finanziaria”. Per il movimento dei Verdi questa è una notizia che, intanto, ci inorgoglisce, ma soprattutto è importante per salvaguardare un inestimabile patrimonio di biodiversità e culturale, per le opportunità e vantaggi che ne deriveranno e le occasioni di uno sviluppo in armonia con la natura. L’incuria e l’abbandono delle campagne hanno fatto mancare quella manutenzione e quei rifacimenti che si richiedono, ora si può sperare in un recupero e di salvaguardare e tutelare, da un canto, il preziosissimo patrimonio naturalistico ed antropico ed in particolare la biodiversità e le peculiarità culturali dell’area iblea, ma anche, di puntare sulle particolarità, suggestioni e potenzialità compatibili del territorio, a partire dalla ricchezza ecologica (di quella che è stata definita “Università della Natura”: sorgenti, cave, grotte, boschi, sentieri) e dalla ricchezza etno-antropologica, dalla “storia dei siti”, dai “saperi”, dai “prodotti”, dalle preesistenze e stratificazioni e, quindi, dai grandi patrimoni paesaggistici, storico-archeologici, architettonici.
Dopo
gli anni dello sviluppo caotico e privo d’identità, basato sullo sfruttamento
delle risorse ambientali o sull’abbandono, è ora finalmente di voltare
pagina e puntare con decisione verso un modello economico e sociale che sappia
ricucire il territorio alla propria storia. I tempi sono ormai maturi per
promuovere quello straordinario intreccio tra natura, identità sociale, valenza
artistica, che costituisce il vero valore aggiunto del nostro territorio che è
la creazione di un unico sistema ad elevata naturalità, dove integrare le più
innovative strategie di conservazione dell’ambiente (nella moderna concezione
di rete ecologica di corridoi naturali) con le politiche di sviluppo
territoriale col metodo economico della manutenzione. Il Parco degli Iblei
potrebbe così diventare un vero e proprio laboratorio dello sviluppo
sostenibile, all’interno del quale si potranno promuovere le culture che hanno
permeato l’ambiente e il paesaggio della Sicilia sud-orientale, in modo da
rappresentare e raccordare l’evoluzione della natura e l’attività umana.
L’istituzione del Parco degli Iblei costituisce una formidabile occasione per
ricostruire un’identità culturale nuova, orgogliosa delle proprie radici, ed
è una risposta moderna e innovativa al pericolo dello stupro del territorio per
le paventate perforazioni gas/petrolifere. Istituire un Parco offre innumerevoli
opportunità di sviluppo equilibrato e durevole. Esse sono:
-
Gli strumenti economici (europei, statali e regionali) che ne
certificano la convenienza oggettiva poiché la protezione e
la tutela sono, di per sé, già valore aggiunto, oltre alla
fruizione ecosostenibile delle risorse endogene.
- L’inserimento nei circuiti turistici come è avvenuto per gli altri parchi
nazionali che, da territori pressoché sconosciuti, oggi sono noti in gran parte
del mondo.
-
Le possibilità di usufruire di fondi pubblici (vi sono risorse
finanziarie in via prioritaria per i parchi); le aziende agricole ricadenti
all’interno di parchi, inoltre, con i regolamenti n° 2078 e 2080 del ’92,
godono di una riserva del 30% dei finanziamenti concessi dall’U.E. per
produzioni agricole ecocompatibili e così con i regolamenti n° 1259 del ‘99,
1782, 1783 del 2003 ed il n° 817 del 2004; così anche con i cospicui
finanziamenti del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2007-2013 (circa 3000
miliardi di Euro).
Paolino Uccello e Paolo Pantano (Fed. Prov. Verdi Siracusa)
Il comitato No-triv, nel ribadire la diffusa volontà della gente di procedere verso uno sviluppo“pulito”, rivolge un appello all’Assemblea Regionale siciliana: troverete il testo completo dell'appello sulla nostra pagina “Spaziobianco”
UN
FUTURO ECOSOSTENIBILE PER TUTTA LA SICILIA
E
le trivelle in Val di Noto? “Il
Governatore Cuffaro ha i poteri per intervenire subito e bloccare tutto per
sempre. Meglio un atto preciso e rapido, ora, che imbarcarsi nel varo di una
legge regionale che porterebbe via del tempo. La Sicilia deve decidere. Una
revoca immediata della concessione ad effettuare trivellazioni petrolifere, cui
la recente sentenza del Tar lascia aperta la porta, è un atto indispensabile
per dare un segnale forte e chiaro anche su altre questioni importanti ancora
aperte nell’isola”.
Ora, come si sa, il problema non sono solo i siti Unesco patrimonio dell’Umanità, comunque a rischio, ma è un po’ tutto l’indirizzo di politica del territorio e di politica energetica che è in ballo in Sicilia.Tutto il mondo sta guardando ciò che succede in Val di Noto e aspetta un segnale forte di speranza verso un futuro sostenibile. La smettano di dire che “l’obiettivo è il gas metano da ricercare nelle aree agricole incolte, lontane dai centri abitati...”: in Sicilia tutto ciò che è stato preservato dall’abusivismo edilizio, dalle zone industriali e dalle discariche abusive è diventato prezioso, da non alterare, perché anche il paesaggio culturale è una ricchezza da mettere a valore.
In
Sicilia non ci sono “campagne desolate”, come affermava, impudicamente, l’ex
assessore regionale ai Beni Culturali e Ambientali, Pagano, “dove si può
perforare”. La Sicilia è stata già ampiamente perforata ...anche
nell’anima, e Gela, Milazzo, Augusta sono ferite legate agli idrocarburi e a
quel modello di sviluppo vecchio. La nuova Sicilia può far a meno di pozzi
di gas e petrolio poiché, se vuole, ha già i suoi giacimenti di
risorse che stanno dando i loro frutti. Eccoli:
1)
L’Agricoltura Biologica: La Sicilia ha la leadership dell’offerta di
prodotti biologici con oltre 8.000 produttori (15,7% delle aziende Italiane) sui
51.000 nazionali, seguita dalla Calabria con 6.300 Produttori e dalla Puglia con
5.600 aziende. Il biologico è un settore in forte crescita con un fatturato
complessivo nazionale di 1,5 miliardi di euro, di cui solo in Sicilia
si registrano 200 milioni di euro. E il settore, secondo gli analisti economici, crescerà
ancora.
2)
Il Turismo: Secondo E.N.I.T, così come emerge dalla “Indagine
sul Turismo Organizzato verso l’Italia” dell’estate 2006 viene fuori
che le
“Regioni preferite dai turisti stranieri sono Lazio, Toscana,
Veneto, Lombardia, Campania e Sicilia” e
nel 2005 la Sicilia è stata la Regione con il maggior incremento di attrattività
turistica. Inoltre, il
Mediterraneo è in cima alla classifica mondiale delle mete turistiche con 250
milioni di arrivi all’anno su un totale di circa 800 milioni di spostamenti
nel mondo. La notizia viene dalla “Mediterranean travel association” che ha
stimato un movimento di 400 milioni di arrivi entro il 2025. Non solo.
Attualmente il turismo produce circa il 15% del Pil nei Paesi della sponda sud
del Mediterraneo contro il 5-7% di quelli della sponda nord. Segnali positivi
anche dal Centro internazionale dell’economia del turismo dell’Università
“Cà Foscari” di Venezia, il cui direttore, Mara Manente, fa sapere che
l’economia del turismo rappresenta per tutta l’area del Mediterraneo il
settore con la maggiore capacità di generare occupazione ed entrate fiscali.
3)
L’Agroenergia è il nuovo settore strategico su cui la
Sicilia sta puntando. Dopo i grandi risultati del progetto sperimentale
Fi.sic.a. (Filiera Siciliana Agroenergia) la Sicilia è pronta a passare
alla produzione di energia rinnovabile derivata dallo sfruttamento di materie
vegetali o zootecniche (semi, residui o reflui) e diventare leader in
Europa nella produzione di biodiesel e bioetanolo grazie al sole. D’altronde,
le politiche europee puntano con decisione allo sviluppo delle energie
rinnovabili. Il Protocollo di Kyoto ha fatto impegnare l’Italia a ridurre i
gas serra da combustibili fossili (come il metano) del 6,5 % . La
Sicilia in questo campo, come nel settore dell’agricoltura biologica
e del turismo, può diventare una delle regioni all’avanguardia in Italia.
La Sicilia non può permettersi di sprecare ancora il suo territorio verso
attività che non rappresentano la sua vocazione naturale! Le
attività estrattive checché se ne dica alterano la vivibilità di un
territorio e non a caso. E’ tempo di puntare su ciò che
resta di bello e che si può mettere a frutto per rilanciare l’economia. Anche
per noi Cuffaro, se vuole, può revocare tutto e subito.... ne ha i poteri, ma
ha preferito rimandare all’Assemblea Regionale il varo di una legge
sulla questione ed è per questo che inviamo un appello ai deputati regionali.
Comitato NO-TRIV
20/10/2007
I sostenitori del
rigassificatore che la Ionio Gas intende realizzare nel triangolo industriale
siracusano (Priolo-Melilli-Augusta) passano all’offensiva- Una scelta in
contrasto con l’esito del referendum di Priolo
RIGASSIFICATORE:
TROPPE INCOGNITE SULLA SICUREZZA
Dopo il referendum consultivo (non vincolante) del comune di Priolo Gargallo, che con il 97% dei no degli elettori ha bocciato l’insediamento di un terminale di rigassificazione nel cuore dell’area industriale, e dopo l’annuncio di un possibile nuovo referendum nel comune di Melilli (sul cui spazio territoriale sorgerebbe l’impianto) si intensifica l’offensiva dei fautori del sì. Oltre alla Ionio Gas (la società industriale titolare del progetto), che a due anni di distanza dall’avvio della procedura autorizzativa, pressata dagli eventi, ha deciso di attivare una campagna informativa sul progetto (creazione di un sito internet, depliant, spot televisivi, ecc.), alla realizzazione del rigassificatore danno sostegno i sindacati, minimizzando i problemi di sicurezza posti dall’impianto e enfatizzando gli effetti positivi per l’economia e lo sviluppo della provincia e per il fabbisogno energetico nazionale. Più cauti e timorosi i politici del centrosinistra che, di fronte ad un diffuso orientamento popolare contrario all’impianto, evitano di esporsi; variegata invece l’area del centrodestra, divisa tra chi vuole cavalcare la protesta e chi sostiene baldanzosamente il progetto industriale.
E in contrapposizione ai cittadini e ai comitati che pretendono scelte industriali in grado di garantire sicurezza e compatibilità ambientale, in un territorio ad alto rischio ambientale (come quello dei comuni di Priolo, Melilli, Augusta), devastato dall’inquinamento e largamente contaminato, è nato a Melilli un comitato pro-rigassificatore. Una scelta legittima, che lascia però perplessi per le motivazioni che la sorreggono. Basta scorrere il testo del loro documento per rendersene conto. Si sostiene che senza metano non ci sarà sviluppo, né aria pulita, né risparmio energetico e mancherà il benessere. Costoro liquidano i problemi della sicurezza dell’immanente presenza di tre grandi serbatoi di 450.000 metri cubi di GNL (Gas naturale liquefatto) da riportare allo stato gassoso (12 miliardi di m.c. l’anno) ipotizzando superficialmente garanzie di indistruttibilità dell’impianto (qualunque sia l’evento: naturale, calamitoso o terroristico). Si attribuiscono infine al rigassificatore la proprietà taumaturgica di eliminazione dei problemi occupazionali dell’intero territorio industriale e la previsione accattivante di potere ottenere con la sua realizzazione l’erogazione gratuita del gas metano.
In sostanza le posizioni a favore dell’impianto, comprese quella della Ionio Gas, sfuggono ad un obbligo fondamentale: entrare nel merito del progetto industriale e del rapporto tra questo e la realtà del territorio industriale. Sono infatti queste le obiezioni sollevate dai cittadini di Priolo con il referendum. E’ indubbio che il rigassificatore è un impianto classificato dalla legge 334/1999 a rischio di incidente rilevante; e su questo versante le risposte fino ad oggi fornite sono state insufficienti o reticenti. Le istituzioni hanno glissato sulla corretta applicazione delle norme e sul mancato coinvolgimento del territorio. Quando il progetto della Ionio Gas fu avviato (all’inizio del 2005) era infatti già in vigore la Convenzione di Aarhus (Danimarca) del giugno 2001, recepita dalla legge n. 108 del 2001, che obbligava tutti i soggetti pubblici e privati a coinvolgere le popolazioni e le associazioni ambientaliste nella decisione di realizzare la costruzione di nuovi impianti pericolosi. Un principio che è diventato parte integrante del D.Lgs 238 del 2005 (che ha recepito la Direttiva comunitaria 105 del 2003, la cosiddetta Seveso Ter). Procedure quindi aggirate, negazione del confronto democratico.
Molti e non chiariti dubbi permangono sulla stessa utilità della realizzazione di questo impianto ai fini del consolidamento e del rilancio dello sviluppo industriale della nostra provincia. Non bastano le dichiarazioni di principio o generiche, come da molte parti (politico-sindacali-imprenditoriali) si è fatto. Occorre dimostrare l’essenzialità di questo investimento; chi si oppone ha portato fino ad oggi sufficienti argomenti per confutare questa affermazione. Rimane tutto aperto il problema più scottante su cui non bastano affermazioni tranquillizzanti: la sicurezza di un impianto come un rigassificatore con serbatoi di stoccaggio di 450.000 metri cubi, inserito a ridosso di numerosi altri impianti pericolosi (etilene, idrocarburi, ecc.). E’ un problema che tocca un nervo sensibile della popolazione, più volte minacciata da gravi incidenti di impianti industriali pericolosi, ma di gran lunga inferiori al potere distruttivo potenziale di un terminale di rigassificazione. E rimangono altre questioni non secondarie.
Esistono,
come è dimostrato dalle stesse previsioni di progetto del rigassificatore,
problemi di impatto ambientale per le acque del mare e per l’atmosfera: le
basse temperature con cui verranno reimmesse in mare le acque utilizzate per la
trasformazione del Gnl allo stato gassoso,
l’uso di cloro per il trattamento antivegetativo delle stesse,
l’eliminazione dei vapori di metano che tendono a formarsi negli impianti
criogenici, attraverso una torcia di scarico, che immette una parte anche se
minima di inquinanti. E’ auspicabile che la richiesta che viene dal basso, che
qualcuno si ostina a considerare come frutto di disinformazione e non di
maggiore consapevolezza dei cittadini sui problemi delle scelte che riguardano
la loro vita e il loro futuro, riesca ad avviare un confronto reale, a più
voci. Un confronto che non può fondarsi su pregiudizi ma sul valore primario
dell’interesse reale del territorio. Lo sviluppo industriale deve essere
garantito e promosso se i nuovi insediamenti sono compatibili con la sicurezza,
l’ambiente e le risorse del territorio; in caso contrario, bisogna essere
capaci di cambiare rotta e di promuovere altre opportunità di crescita.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
E’ stato pubblicato il rapporto annuale sull’eco-sostenibilità dei centri urbani italiani, redatto da Legambiente in collaborazione con “Il Sole 24 ore” e con il ministero dell’Ambiente- Sicilia maglia nera, Napoli a pezzi
ECOSISTEMA
URBANO: IL DECLINO CAMPANO
L’annuale indagine statistica sull’ecosistema urbano in Italia, chiamata appunto “Ecosistema urbano 2008”, ha premiato come città eco-sostenibile Belluno, relegando invece Napoli e le altre città campane in fondo alla classifica. L’indagine è stata eseguita come ogni anno da Legambiente, in collaborazione con il Sole 24 ore ed il ministero dell’Ambiente, e prende in considerazione vari fattori ambientali, come lo smog, i rifiuti, l’organizzazione dell’ambiente nei centri urbani. La Sicilia, con 8 città su 9 agli ultimi 20 posti è detiene la maglia nera, ma il risultato è stato tutt’altro che positivo anche per la Campania, specie per Napoli e Benevento. Forse a causa dell’emergenza rifiuti, che mai come quest’anno si è fatta sentire in tutta la sua gravità, o anche per lo smog cittadino che causa non pochi problemi, fatto sta che la regione intera ha subito un netto crollo all’interno della classifica. I dati testimoniano che Napoli ha la peggiore qualità della vita tra le metropoli italiane, perde circa il 40% delle acque messe in circolazione dagli acquedotti, depura soltanto il 60% degli scarichi fognari, e ricicla solo il 6% dei rifiuti, e le conseguenze sono purtroppo tangibili.
Guadagna invece trenta posizioni Caserta che, in quanto a depurazione delle acqu