IL
MEGAFONO
On line dall'11 febbraio 2006
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ARCHIVIO NEL MONDO
FERMIAMO IL BOIA OVUNQUE, ANCHE IN IRAQ!
Il 30 novembre 2006 è la giornata internazionale “Città per la vita- Città contro la pena di morte”. Lo scopo è celebrare la prima abolizione della pena capitale in uno stato europeo, il Granducato di Toscana, nel 1784, grazie soprattutto all’opera di un grande illuminista italiano, Cesare Beccaria, il quale, nel 1764, pubblicò l’opuscolo “Dei delitti e delle pene”, in cui si condannava il principio dell’utilizzo, da parte di uno stato moderno, dello strumento della pena di morte. Oltre 500 città in tutto il mondo, la sera del 30 novembre, illumineranno i propri monumenti per testimoniare la contrarietà del mondo nei confronti di un mezzo barbaro che decine di stati, tra cui gli Stati Uniti, la Russia e la Cina, ancora utilizzano, vanamente, come deterrente al crimine. Oltre all’illuminazione dei monumenti, nelle città aderenti all’iniziativa si terranno diverse iniziative, anche con la presenza di persone che hanno vissuto nel braccio della morte e che, fortunatamente, sono state assolte prima di essere sottoposte all’esecuzione. Un’iniziativa utile ed importante, che coinvolgerà milioni di persone, per non far cessare l’attenzione su uno dei drammi peggiori del nostro tempo. I condannati a morte sono vittime silenziose, sono spesso dei singoli numeri, come se dietro le loro esecuzioni non ci fosse la tragedia di un omicidio premeditato, non da un altro criminale, ma da uno Stato. Un assassinio legalizzato, freddo, terribile, spesso culmine di un processo fasullo, spesso privo di un processo alle spalle, troppe volte causa della morte di innocenti (anche se il fatto di essere colpevole non giustifica ugualmente la pena). Le associazioni per i diritti umani, che da anni si battono contro la pena capitale, non hanno mai mollato la presa, ovunque, in ogni parte del mondo, denunciando, protestando, alzando la voce. E la loro azione è servita, perché il numero dei paesi che di fatto applicano la pena è diminuito sensibilmente negli ultimi venti anni, così come è invece aumentato quello dei paesi che la hanno abolita del tutto. Ma il cammino ancora è lungo. Ed allora, ben venga ogni iniziativa che ricordi al mondo che non è possibile mantenere uno strumento di morte ragionata, stabilita a tavolino, indotta con i soldi dei contribuenti, anche di coloro che sono contrari. Milioni di persone non vogliono pagare allo Stato il veleno o l’elettricità necessari per porre fine ad una vita. In questo periodo, il dibattito sulla pena di morte è balzato nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, dopo la condanna dell’ex dittatore iracheno, Saddam Hussein. In tanti si battono per fermare l’esecuzione prevista entro la fine dell’anno, molti capi di Stato, chiedono la non attuazione della condanna, mentre altri, con l’ex boia del Texas, George Bush, in prima fila, gridano alla morte dell’ex rais. Così, le associazioni umanitarie (Amnesty, Nessuno tocchi Caino, ecc.) hanno cominciato a raccogliere firme, a sviluppare iniziative per fermare, anche in questo caso, la mano del boia. E’ chiaro che, questa volta, esiste un limite molto sottile, poiché difendere quello che è un diritto sacrosanto di tutti, indipendentemente dalle malvagità commesse, viene purtroppo scambiato per sostegno alla crudeltà del condannato. E’ un film già visto, anche in altre occasioni, ma questa volta l’attenzione dei media, per la notorietà del personaggio, è decuplicata. Come fare? Esattamente come stanno facendo le associazioni sopra citate: far capire che la contrarietà alla pena capitale si esprime in qualsiasi momento, sia davanti al dittatore pluri-omicida che davanti al singolo omicida. La difesa di un principio ha poco a che vedere con la valutazione politica e morale del comportamento del condannato. Saddam era e rimarrà uno schifoso assassino, l’autore del massacro di migliaia di persone, di curdi, il terrificante dittatore che ha oppresso per anni il popolo iracheno. La sua esecuzione, però, è un errore duplice: primo, perché il neonato governo iracheno, in mano agli Usa, si metterebbe sullo stesso piano di un criminale; secondo, perché, come ha insegnato Falcone, anche dal più efferato assassino si può trarre una preziosa utilità. Ad esempio, si potrebbe cercare di sapere da Saddam quali sono stati in questi decenni i suoi rapporti precisi con gli Usa, in particolare con l’entourage di Bush, con le multinazionali americane, ma anche con gli affaristi europei e con la politica internazionale in genere. Quello che viene da pensare, osservando l’atteggiamento degli Usa in particolare, è che forse Saddam deve morire per un motivo diverso, più importante della sua sanguinaria dittatura: vale a dire, per evitare di far emergere certi “contatti”, certi affari e complicità che, Stati Uniti e Russia (l’allora Urss), hanno avuto con il potente rais iracheno. Ecco perché, di fronte alle urla di protesta delle associazioni e del mondo civile ed intellettuale, Bush ed i suoi fingono di non provare imbarazzo, ma non ci riescono appieno, così come Blair, il quale ha condannato solo in un secondo momento l’applicazione della pena capitale. D’altra parte, Bush e Blair hanno dichiarato guerra all’Iraq di Saddam Hussein utilizzando un falso rapporto sulla presenza di armi di distruzioni di massa. Un altro lato oscuro della democrazia, quella democrazia che gli Usa hanno esportato, nelle sua forma peggiore (pena di morte in primis) nella bolgia irachena.
Massimiliano Perna
LA GUERRA FREDDA E'
VERAMENTE FINITA?
Forse la guerra fredda non è mai finita, forse si è trattato solo di una tregua, che potesse permettere la sostituzione dell’ex Urss con altri attori, in uno scenario internazionale completamente cambiato, dilaniato dalla politica aggressiva ed arrogante dell’America di Bush, dall’efferatezza e dalla crudeltà del terrorismo e del fondamentalismo di ogni sorta, dalla recrudescenza dei conflitti bellici in tante, troppe zone del mondo. L’11 settembre ha cambiato la storia della terra, dicono in tanti, ma ciò che è certo è che si è trattato di un terribile e funesto invito a riesaminare e contrattare gli equilibri di potere esistenti. Abbiamo assistito alla nefasta attività di Bin Laden e dei suoi fanatici seguaci, la risposta fuori bersaglio di Bush e dei suoi marines, le minacce ai paesi circostanti, le azioni israeliane in Libano, le ininterrotte violenze tra Israele e Palestina. Un equilibrio sempre più precario, sempre più sottile, pronto a rompersi in ogni momento. In questo scenario di precarietà, torna ad inserirsi, in questo inizio di millennio, la questione del nucleare. Per qualche anno, in virtù dei conflitti scatenati dall’assalto alle Twin Towers, noi comuni mortali ci siamo distratti a guardare quello che la guerra stava provocando: il suo carico di morte quotidiana, la vicenda vergognosa dei falsi rapporti sulla presenza, in Iraq, di armi di distruzione di massa, ecc. E, per un po’, abbiamo dimenticato il vero motore degli equilibri mondiali. Non solo il petrolio, ma anche, soprattutto, il nucleare. A farci tornare alla memoria la questione è stato, l’anno scorso, il presidente iraniano Amadinejad, con le sue rivendicazioni, le sue minacce, le sue farneticanti parole sull’Olocausto e sulla distruzione di Israele. E da allora, la diplomazia si è messa all’opera, per scongiurare il peggio, per evitare lo sviluppo di un pericoloso armamento in mano al dittatore di un paese, l’Iran, che, a differenza dell’Iraq di Saddam, gode del rispetto e della vicinanza di gran parte dei paesi arabi e non solo. E mentre la diplomazia faceva il suo corso, ecco che la situazione precipita: ecco che entra, anzi rientra, in scena la Corea del Nord, altro stato guidato da un dittatore folle e pericoloso, Kim Yong Il. Il 9 ottobre, la Corea del Nord, che da anni, proprio a causa del nucleare, duella aspramente (per fortuna, finora solo a livello politico) con gli Stati Uniti, effettua il test nucleare annunciato giorni prima. Una prova della potenza militare che il regime di Pyongyang ha costruito in questi anni, ed una grossa intimidazione per la stabilità di una regione, quella asiatica, già attraversata da gravi tensioni. Giappone e Corea del Sud hanno subito protestato e annunciato sanzioni nei confronti della vicina nazione, mentre il presidente Kim Yong Il ha dapprima lodato l’effettuazione del test, spacciandolo come un importante risultato per costruire la pace nella regione, e poi si è lasciato andare ad una minaccia di attacco nucleare nei confronti di Giappone, Corea del Sud, Occidente e Stati Uniti, in caso di sanzioni. Ed in tutto questo, risalta l’atteggiamento silenzioso, schivo di Pechino. La Cina, che ovviamente sta dietro alla crescita nucleare di Iran e Corea Nord, finge un atteggiamento distaccato, si esclude dalla bagarre che essa stessa ha contribuito a creare. Insomma, quella che è ormai una potenza commerciale, una realtà economica capitalista e globale, all’interno di un sistema politico non democratico, tira le fila della politica asiatica e mediorientale. Pechino sta costruendo la sua potenza, giorno per giorno, sta acquisendo sempre più zone d’influenza, sta creando un blocco granitico che, di fronte ad un Occidente così debole e al declino economico americano, diventa un interlocutore pericoloso con cui bisogna fare i conti. Siamo dunque ad una seconda fase di una guerra fredda mai finita? Probabilmente, siamo ad una nuova fase, diversa dal famoso “equilibrio del terrore”, più simile ad uno “squilibrio del terrore”, in cui esistono molti dubbi su chi sia la parte meno forte della bilancia.
Massimiliano Perna
IL
RISCATTO DELL’ITALIA IN POLITICA ESTERA
Il mese di agosto è stato, per Libano ed Israele, un mese di guerra, di guerra vera. Le bombe israeliane ed i missili degli Hezbollah hanno mietuto migliaia di vittime, hanno devastato intere regioni. E’ fuor di dubbio, però, che in questa vicenda è Israele ad aver commesso gli errori maggiori, ad essersi macchiato di crimini assurdi, ad essere accusato dal premier libanese Siniora di aver commesso crimini contro l’umanità. L’esercito israeliano ha attuato una violenza inaudita, sotto gli ordini del premier Olmert, che da Sharon ha ereditato la parte peggiore. La situazione è arrivata sull’orlo di un precipizio profondo e senza uscita, non solo per il Libano e per il Medio Oriente nel suo complesso, ma anche per l’intero occidente. Sappiamo benissimo quanto sia nevralgica l’area mediorientale per la pace nel mondo. Di fronte all’inerzia ed all’impotenza delle Nazioni Unite ed all’immobilità degli Stati Uniti, è stato il governo italiano, nelle persone di Prodi e, soprattutto, del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, a prendere in mano la situazione ed a spingere verso una soluzione meno cruenta della vicenda. Il governo italiano è stato capace di alzare la voce e di richiamare alle proprie responsabilità Israele, oltre a costringere gli Usa ad intervenire con i propri diplomatici per cercare di far ragionare l’establishment israeliano. La conferenza internazionale promossa a Roma da D’Alema è stata un momento fondamentale nel percorso che ha portato al tanto atteso cessate il fuoco. D’Alema è stato abilissimo nel ristabilire quei rapporti con il mondo arabo che il governo Berlusconi aveva indegnamente distrutto. Il dialogo e la mediazione con gli Hezbollah, la bacchettata e, allo stesso tempo, la vicinanza ad Israele, la solidarietà al Libano ed al suo premier Siniora, hanno costituito qualcosa di più di una semplice mossa diplomatica. Questo governo, che gli avversari hanno sempre accusato di essere spaccato specialmente sulla politica estera, ha appena dimostrato di essere compatto e preparato proprio sul terreno dei rapporti con il resto del mondo. Provate solo ad immaginare cosa sarebbe accaduto se, in questo preciso momento storico, a guidare il governo e la Farnesina ci fossero stati rispettivamente Berlusconi e Fini…Una tragedia! Sicuramente, come avvenuto durante l’azione diplomatica di D’Alema, la Cdl avrebbe giustificato l’aggressione attuata da Israele, testimoniando tutta la sua vicinanza a Tel Aviv, ed avrebbe chiesto a Bush di intervenire sul Libano e sugli Hezbollah, magari etichettando Siniora come un pericoloso terrorista, in possesso di pericolose armi di distruzione di massa…E magari, l’amico Blair, sarebbe riuscito a fabbricare qualche altro falso rapporto sulla presenza in Libano di tali armi…Fantasie a parte, in questa vicenda l’atteggiamento rissoso del centro destra, che ha accusato il governo Prodi di essere amico dei terroristi e nemico di Israele, è quantomeno censurabile, perché strumentale ed in contrasto con i vivi apprezzamenti, per l’eccellente operato italiano, provenienti da tutto il mondo, dal Libano ad Israele, dall’Onu agli Usa. E questa è una novità importantissima, visto che durante il quinquennio Berlusconi l’Italia aveva collezionato solo pessime figure, ottenendo solo il favore interessato di quegli alleati, come Usa e Gran Bretagna, che erano riusciti a coinvolgerla in una guerra illegale e dalle conseguenze gigantesche, quale è stato ed è tuttora il conflitto in Iraq. Dopo anni di foto con le corna, aneddoti imbarazzanti, barzellette agghiaccianti, l’Italia, relegata ad una posizione di secondo piano e di zerbino del clan Bush, è tornata a recitare il ruolo di grande paese, di grande mediatore di pace, che le spetta. All’Italia è stata affidata la guida della missione Onu (e questo Onu andrebbe sottolineato mille volte…) proprio per la sua perfetta azione diplomatica e per la capacità di dialogare con tutti e di attuare una politica di altissimo livello. Un bel segno di discontinuità con un recente passato che, per fortuna, oggi sembra sempre più lontano. La strada del governo Prodi è ancora lunga, ma, fino ad oggi, la tanto paventata incapacità di attuare una politica estera decisa e matura è stata totalmente smentita. E finalmente l’Italia torna a lavorare veramente per la pace e, soprattutto, ritorna a tenere la schiena dritta davanti a tutti.
Massimiliano Perna
LA
QUESTIONE MEDIORIENTALE: UN CONFLITTO AL DI SOPRA DEL POPOLO
Ancora morte, ancora tensione, la questione mediorientale in queste ultime settimane è divenuta sempre più centrale. Mentre il mondo si drogava di mondiali e perdeva il sonno per capire cosa avrà mai veramente detto Materazzi a Zidane, la vita del globo andava avanti, insieme alle sue vicende, alle sue assurdità ed alle sue contraddizioni. E, come sempre, la vicenda palestino-israeliana è al centro dello scenario politico internazionale. Solo che stavolta la crisi è davvero molto grave e, dopo decenni, coinvolge di nuovo una buona parte della regione asiatica, tirando in ballo anche il Libano e, di riflesso, l’Iran. Israele, dopo il sequestro di alcuni soldati, ha perso la pazienza e, probabilmente, la testa. Il premier Olmert ha deciso di usare la forza, senza margini di trattativa, e con questa sua scelta ha scatenato una violenza inaccettabile, troppo sottovalutata, inizialmente, dalla comunità internazionale, che ha scelto di far intervenire la diplomazia con un pericoloso ritardo. Dopo le prime schermaglie tra esercito israeliano e combattenti palestinesi, con i bombardamenti e le incursioni da un lato ed i razzi dall’altro, Israele ha deciso di estendere la sua offensiva al Libano, colpevole, secondo il governo di Tel Aviv, di aver contribuito al sequestro dei soldati. Una serie violenta di bombardamenti si è scatenata anche sullo stato libanese, colpendo soprattutto civili, tra cui molti bambini, vittime senza colpa di una crisi politica che grava sull’area mediorientale e sul mondo intero da troppo tempo. I richiami ad Israele ad interrompere l’azione di guerra non hanno sortito effetto, Olmert ha risposto che non intende cessare il fuoco fino a quando i soldati israeliani sequestrati non verranno liberati. Dal canto loro, gli hezbollah libanesi rispondono a questo atto di forza lanciando missili su Israele, causando anch’essi morte tra la popolazione civile. E proprio la popolazione, infatti, è quella che ci sta rimettendo davvero. Solo in Libano, questa improvvisa guerra ha causato oltre 200 morti e 500 feriti; inoltre, secondo la Croce Rossa, sono circa 700 mila gli sfollati costretti a scappare dalla guerra. Un’altra ondata di profughi, di gente comune che è obbligata ad abbandonare tutto, da un giorno all’altro, per un conflitto che non ha una motivazione reale, comprensibile e che può avere risvolti tragici e proporzioni gigantesche. Già, perché di comprensibile, o meglio, di accettabile, nella questione mediorientale, non c’è nulla. Siamo davanti ad una divisione che coinvolge principalmente due parti, il governo israeliano e l’autorità palestinese, oggi governata da Hamas, gruppo militante fondamentalista. Da decenni i due contendenti si combattono per una motivazione che è ufficialmente religiosa e riguarda la legittimità dell’occupazione del territorio tra ebrei e musulmani. In realtà, si tratta di una questione che assume connotazioni differenti per le due parti, ma la matrice comune è politica e strategica. Israele vuole imporsi come Stato filo-occidentale ed anti-fondamentalista in quella terra circondata da paesi a maggioranza musulmana, per rivestire così un ruolo strategico specie in virtù del rapporto diretto con gli Stati Uniti; i palestinesi, che non costituiscono nazione, vorrebbero invece essere considerati come Stato, in modo da diventare una comunità politica alternativa ad Israele e vedersi riconosciuti tutta una serie di diritti che, specie alla popolazione, vengono tuttora negati. Chiaramente ci sarebbero tanti altri aspetti da considerare che rendono la vicenda più complessa, ma il punto è un altro. Le popolazioni, la società civile di Israele e Palestina, hanno poco a che vedere con questa guerra. Spesso si trovano insieme a manifestare dissenso per questo atavico conflitto, partecipando uniti ad associazioni pacifiste, chiedendo l’inizio di un concreto percorso di pace e di sviluppo di una rispettosa convivenza. In Israele c’è un’opinione pubblica matura che vuole vivere serena, tranquilla, che non appoggia le scelte guerrafondaie che, prima Sharon (che poi aveva corretto il tiro) ed ora Olmert, hanno messo in atto. In Palestina, ci sono tanti intellettuali, lavoratori, persone comuni, che vogliono pace, sviluppo economico, rispetto dei diritti. La gente d’Israele vive nella paura degli attentati sugli autobus, nelle discoteche, messi in atto da fanatici palestinesi, spesso giovanissimi, pescati dalla miseria e drogati da falsi ideali religiosi usati astutamente dagli ayatollah e dai gruppi estremisti. La gente di Palestina vuole che finisca la miseria in cui è costretta a vivere, gli stenti, la mancanza di acqua, luce, libertà di movimento, desidera che non ci siano più soldati israeliani che entrano nei villaggi per fare giustizia sommaria o abbattere le case di gente inerme, incolpevole. Ed invece di accontentare questi desideri, queste legittime aspettative, Israele concede sfogo a linee politiche che accontentano il fanatismo ebraico di estrema destra, mentre la Palestina, nonostante gli sforzi di Abu Mazen, non riesce ad isolare il terrorismo che, con il suo carico di morte, diventa il primo nemico della causa palestinese. Una situazione bloccata che, però, sembra avere svoltato negativamente verso un ottuso inasprimento della situazione, che rischia di precipitare ulteriormente a causa dell’eccesso di forza del governo Olmert. La cosa che preoccupa di più sono le accuse all’Iran, acerrimo nemico di Israele, guidato da un presidente fanatico che ha negato l’Olocausto, ha disconosciuto l’esistenza dello Stato d’Israele e che ha avviato una pericolosa politica nucleare. Per la diplomazia occidentale, soprattutto europea, una vera sfida, un percorso lungo e difficile che si snoda lungo le via di una terribile polveriera. Ed intanto la gente continua a soffrire, morire e scappare.
Massimiliano Perna
HADITHA,
GLI OCCHI DI EMAN E L'ARROGANZA DEI MARINES
Nell’ultimo numero del settimanale “L’espresso”, mi è capitato di leggere un reportage sulla strage di Haditha, in Iraq, compiuta dai marines americani, il 19 novembre 2005: 19 morti, tra cui cinque donne e quattro bambini. Erano tutti civili, tutti disarmati. Fino ad ora avevo letto la notizia, uscita qualche settimana fa, avevo visto le tremende immagini nei vari tg, avevo visto le imbarazzate dichiarazioni dei vertici politici e militari americani, mi ero stupito per il poco sconcerto, il poco sdegno da parte dell’opinione pubblica italiana, per non parlare della classe politica. Forse, mi son detto, la grettezza della guerra, l’abitudine al rumore del sangue, l’assuefazione alla violenza ed alla morte che, quotidianamente, prorompono dal marasma iracheno ed irrompono sui media, non indigna più. La settimana scorsa, apprendo dai mezzi di informazione che è stato diffuso un video, in cui un marine americano canta una canzonetta idiota e squallida che racconta della morte di una ragazza del luogo e del sorriso di felicità del soldato mentre spara a dei civili. Continuo ad indignarmi, leggo su un blog di appassionati di tecniche militari, riportato (perché?) su libero.it, che la canzone non è poi così offensiva, che il Corriere della Sera (il primo a diffondere notizia e traduzione relativa del testo) ha esagerato, che i soldati sono stremati ed hanno anche il diritto di scherzarci su, che la traduzione è sbagliata e che non c’è niente di male. Insomma, la ventata filo bellica che sta attraversando il nostro paese vomita tutta la sua arte di minimizzare, di giustificare. Tornando all’articolo de “L’espresso”, in quelle righe scritte da Franco Pagetti ho trovato qualcosa che, seppur immaginando, non avevo ancora sentito, letto, visto. Sono riportate alcune dichiarazioni di soldati statunitensi, di vari gradi e reggimenti, sulla questione Haditha. Scioccante. Quasi tutti dicono che la colpa è della stampa, del Time (che ha aperto l’inchiesta, portando a conoscenza del mondo il video girato da uno studente, membro di una associazione umanitaria irachena). C’è l’accusa alla Cnn, a tutti i media che usano il sentimento anti-americano per fare notizia. Che danno credito a notizie false e tendenziose e le spacciano per vere. E poi c’è la solita retorica, troppa, del senso di appartenenza al proprio corpo militare, della fratellanza tra i commilitoni, della reazione all’orrore subìto in altre circostanze. Non si cerca di giustificare, ma, ancor peggio, di negare, cancellare, normalizzare. In realtà, non c’è niente di normale, di falso. L’unica cosa falsa è l’invenzione americana della notizia di una strage di civili dovuta allo scoppio di una mina. La smentita risiede nei corpi dei bambini crivellati da proiettili di mitragliatore, negli occhi di Eman Walid, una bimba di quasi nove anni sopravvissuta alla strage, protetta dai corpi dei propri familiari, tutti trucidati, in casa, dopo l’irruzione dei militari. La foto pubblicata da “L’espresso” ti fa sentire il suo sguardo, triste, ferito, non rabbioso, ma rassegnato, stanco, lo sguardo di una bimba che ha visto solo orrore, violenza, che ha conosciuto la rappresaglia vigliacca dei marines americani, vogliosi di scaricare la frustrazione per un commilitone morto su civili inermi, quegli stessi marines che hanno il compito di esportare la democrazia, quelli che infangano la parte d’America che ripudia questa guerra, quelli che, come ha dichiarato un tenente del North Carolina, difficilmente potranno dire: “Ero in Iraq, ho combattuto per proteggere il mio paese e contro il terrorismo”. C’è chi parla di una nuova My Lai, un villaggio del Vietnam in cui gli americani uccisero centinaia di contadini indifesi. Una cosa è certa, l’Iraq nasce in condizioni internazionali probabilmente diverse, ma va sempre assumendo i connotati di un nuovo Vietnam. E un nuovo Vietnam rischia di rendere sempre più forte l’odio nei confronti dell’Occidente, di rendere sempre più ampia e violenta la spirale del terrore. Mi sarebbe piaciuto che, nella sua visita in Usa, D’Alema avesse ricordato alla Rice, oltre a Guantanamo, anche Haditha, Abu Graib, le bombe intelligenti al fosforo bianco e le canzoni deficienti. E soprattutto, che l’America è un grande paese solo quando usa gli strumenti democratici e solidali come il New Deal di Roosevelt, non quando imbraccia le armi. E, infine, che l’Italia a questo tipo di politica non si piegherà mai più come nel recente triste passato.
IL
CONSIGLIO D’EUROPA BOCCIA L’ITALIA RAZZISTA
Il Consiglio d’Europa, pochi giorni fa, ha espresso un pesantissimo giudizio sull’Italia, in materia di immigrazione e di tutela dei diritti umani, spingendosi anche a giudicare il livello di razzismo presente nel nostro Paese. Un’opinione dura, precisa, che investe soprattutto le istituzioni italiane, con riferimento, ovviamente, all’ormai precedente governo ed in particolare alla sua legge (la Bossi-Fini) in materia di immigrazione. Una legge che viene definita dal Consiglio come ingiusta, iniqua, eccessivamente severa, gravemente generalizzante, che diventa causa (sarebbe meglio dire complice) di violazioni ripetute dei diritti umani e delle convenzioni internazionali a loro tutela. Il Consiglio dipinge l’Italia come una realtà in cui ancora esistono troppi pregiudizi e troppo razzismo, in cui si avverte una pesante discriminazione nei confronti di chi viene a cercare fortuna o scappa da situazioni di guerra e miseria. E questo razzismo, secondo il prestigioso organismo comunitario, trova la sua manifestazione peggiore in molte forze politiche del centro-destra (oltre ad i neofascisti, io direi la Lega ed An su tutte, ma anche Fi non scherza), ed in molti loro esponenti politici. Il quadro dipinto dagli europei è triste e mostra una situazione molto grave, anche perché veritiera. I cinque anni di governo Berlusconi, la presenza della Lega, i cui parlamentari europei, con in testa il ripugnante Borghezio, sono stati espulsi dal parlamento per i loro comportamenti razzisti e discriminatori, il carattere autoritario ed anticostituzionale dell’azione politica di An (il fascio è sempre pronto a venir fuori, altro che svolta), la dura repressione di Pisanu, la vergogna dei Cpt: tutto questo rende vana ogni altra parola. Il Consiglio ha pienamente ragione: l’Italia di Berlusconi è stata un’Italia razzista, populista, anti-solidale, portatrice di una regressione culturale pericolosa. Bisogna cambiare volto, è necessario riportare il Paese in carreggiata, ridare all’Italia il volto umano che ha sempre avuto. Bisogna cancellare la Bossi-Fini, bisogna eliminare il principio della detenzione nei Cpt, soprattutto è necessario ristabilire il primato della Costituzione (vedere l’art.10) e delle convenzioni internazionali. Chi viene in Italia per fuggire a guerra, miseria, persecuzioni, non può essere sottoposto a valutazione arbitraria, perché la legge garantisce il diritto d’asilo. E’ un obbligo che le nostre istituzioni devono rispettare, altrimenti finiscono per commettere un atto illegale e di violazione dei diritti umani. Quegli stessi diritti che non possono essere ignorati quando un immigrato entra in una struttura di permanenza. La permanenza deve essere accoglienza ed aiuto, non detenzione e umiliazione. Il governo Prodi ha un grande compito, quello di far dimenticare all’Italia intera, e a chi osserva da fuori confine, gli orrori commessi dalla politica razzista del centro-destra. Ma un grande compito spetta anche al popolo italiano: quello di compiere un salto di qualità culturale, magari partendo dalla storia della nostra immigrazione, per cancellare quei pregiudizi che oggi ci valgono la definizione di essere un popolo razzista.
Massimiliano Perna
PIZZA,
SPAGHETTI, MANDOLINO E…UNIONE
Dalla mattina dell’11 aprile, non faccio altro che cercare di immaginare la faccia dell’On. Tremaglia, storico rappresentante di Alleanza Nazionale, particolarmente dedito a tenere vivi i rapporti tra gli italiani residenti all’estero e la madrepatria. Nonostante gli sforzi, non sono capace di farmi un’idea di quale espressione abbia assunto il suo volto. Basito, catalettico, glaciale, nervoso o isterico? Mah, l’unica cosa che posso immaginare è un ometto di una certa età che passa le ore a sputare in aria ed a rincorrere con il suo faccione le gocce umide che, per una strana legge fisica che magari ignora, ridiscendono verso il basso. Proprio così, il povero Tremaglia tradito da sé stesso, dagli stereotipi e dalle pericolose generalizzazioni che egli stesso ha costruito nella sua mente. A dire il vero, anche qualcuno a sinistra c’era cascato e, in quella famosa notte fiume dell’11 aprile, tremava e si scoraggiava, dando per scontato che il voto dei nostri emigrati fosse tutto a destra. Si sentiva dire: “Sicuramente quelli hanno votato tutti per Tremaglia, che gli ha permesso di votare” oppure “Quelli, specie in America, sono tutti fermi al fascismo e avranno votato a destra”. Mai sottovalutare l’evoluzione e la complessità di composizione di un popolo, o di una sua parte importante. Lo ha fatto, con toni pessimistici, la sinistra, lo ha fatto soprattutto il centro-destra, che si è battuto per dare il diritto di voto agli emigrati italiani, solo per un maldestro calcolo politico che suggeriva una composizione quasi interamente “destroide” di questi nuovi elettori. Tremaglia era sicuro, gli italiani all’estero avrebbero scelto lui e la sua coalizione, non poteva essere altrimenti. Il nostro fine genio politico avrà pensato: “questi sono sempre gli stessi, tutti pizza, spaghetti e mandolino, sono conservatori, fortemente cattolici, hanno il mito del repubblicano Rudolph Giuliani, sono innamorati del concetto di patria, sono nostalgici, insomma hanno tutte le caratteristiche per votare noi”. E così, sfregando le mani per la geniale trovata, ecco pronto il diritto di voto all’estero. Che però si è rivelato, all’opposto di quanto pensava Tremaglia, tutto sbilanciato a sinistra: quattro seggi su sei sono andati all’Unione, uno ad una lista indipendente che aveva già annunciato di appoggiare qualsiasi coalizione avesse vinto, ed uno solo alla Cdl. Quindi cinque ad uno. Ancora una volta, la politica ha fatto i propri conti avendo in testa un’idea della gente che non corrisponde alla realtà. E soprattutto con un livello culturale reale che va al di là degli stereotipi e delle pittoresche descrizioni su migliaia di persone che vivono fuori dalla bagarre politica del paese, che conoscono un’educazione alla politica che in Italia è sempre più ignota, che scelgono sulla base dei programmi e degli esponenti che meglio ci possono rappresentare all’estero. E gli italiani d’America, d’Europa, di ogni parte del mondo, hanno la grande fortuna di rimanere fuori dai canali mediatici italiani, dalle tv controllate, dall’informazione drogata, dalle manipolazioni della verità. Loro possono scegliere liberamente, senza condizionamenti, avulsi da un sistema che rischia di implodere da un momento all’altro, estranei ad una campagna elettorale anomala, deprimente, scadente, a causa di un personaggio come Berlusconi che, all’estero, da tutti i giornali liberi, dai politologi obiettivi, dai semplici cittadini, è percepito, a ragione, come una gravissima anomalia per la democrazia italiana, come un uomo arrogante, autoritario e profondamente ignorante, inopportuno nelle uscite pubbliche. In poche parole, la gente che vive al di fuori dei nostri confini, le migliaia di cittadini, lavoratori, professionisti, ricercatori e scienziati in fuga da una patria ingrata, tutti loro hanno il merito di aver contribuito a salvare una democrazia che si è trovata (ed ancora forse si trova) sull’orlo di una crisi tremenda nelle proporzioni e nelle conseguenze. Ed hanno definitivamente fatto intendere a tutti, che i nostri emigranti non sono rimasti indietro, ma guardano più avanti di noi, con fiducia, smentendo quella odiosa idea stereotipata a cui, ancora oggi, qualcuno si ostina a credere.
Massimiliano Perna
CONTRASTARE L'IRAN CON LA DEMOCRAZIA
Mentre in Iraq si continua a morire, mentre la guerra ed il terrorismo, con il loro carico di orrore, impinguano ogni giorno la cifra delle vite spezzate, l’interesse della comunità internazionale si è spostato nettamente verso l’Iran. Come tutti sanno, la questione del nucleare in Iran rappresenta la vera sfida per la diplomazia mondiale. Già nei primi mesi del conflitto iracheno, così come all’indomani dell’11 settembre, Bush ed il suo entourage avevano iniziato a costruire un’ipotesi di attacco ai paesi che, nell’ottica statunitense, potevano favorire ed alimentare il terrorismo islamico. Probabilmente si stabilì una priorità, legata alla necessità di catturare i responsabili dell’eccidio delle torri gemelle, innanzitutto Bin Laden, il quale si nascondeva in Afganistan. Così, fu proprio il paese dei talebani ad essere attaccato per primo. Poi, stavolta con motivazioni assolutamente infondate, si decise di attaccare l’Iraq, con i disastrosi risultati che ben conosciamo. Nella strategia totale di Bush, il terzo della lista era proprio l’Iran, nazione che rappresenta, a differenza di quella irachena, un fondamentale punto di riferimento per il mondo islamico. La strategia americana, però, si è dovuta drasticamente arrestare, dopo il fallimentare andamento delle operazioni a Baghdad e dopo i durissimi contraccolpi interni, in termini di popolarità, per il governo Bush. Nel frattempo, è emersa con forza la questione del nucleare. Il paese guidato dal presidente Ahmadinejad, il nemico numero uno di Israele, colui che ha elogiato l’Olocausto, ha deciso di riprendere le sperimentazioni sull’energia atomica e di dotarsi di armamenti nucleari. In poche parole, Ahmadinejad ha voluto alzare la posta, ha scelto di sfidare l’Occidente, usando anche parole assurde, invettive terribili contro Israele, minacce precise alla comunità internazionale. L’Aiea, l’agenzia internazionale sull’atomica, ha cercato di dissuadere l’Iran dai propri intendimenti, lanciando l’allarme sulla possibilità che il paese persiano sia in possesso dei mezzi necessari per costruire la bomba atomica. Questa volta non si tratta di un bluff. L’Iran, grazie anche alla Russia (e probabilmente alla Cina), ha acquistato tutti gli elementi necessari a costruire l’atomica, e questo diventa pericolosissimo in uno stato con un governo dittatoriale e fondamentalista, che è in grado di ricattare l’Occidente, minacciando, in caso di interferenza esterna sulla propria volontà di proseguire il programma sul nucleare, la sospensione della fornitura di petrolio (l’Iran è uno dei maggiori fornitori). La Russia sta provando a rimediare, offrendo sostegno e garanzie in cambio della promessa che l’Iran limiti la sua azione all’utilizzo di energia nucleare a fini civili. Il governo di Teheran, però, non ne vuole sapere e rivendica la propria sovranità, disconoscendo l’Aiea come organismo internazionale di controllo in materia. Si apre così uno scenario davvero difficile, che lascia intravedere una nuova guerra fredda, ma con altri protagonisti e con equilibri geopolitici davvero più fragili. L’Iran è uno snodo fondamentale nei futuri rapporti tra Occidente e mondo arabo. Il pericolo di una bomba atomica in mano al peggiore nemico di Israele, una potenza di questo tipo nascosta nello stomaco del Medio Oriente, non possono essere sottovalutate e meritano una riflessione ed un’azione politica chirurgica. La diplomazia deve mettersi in moto e deve tentare tutte le possibili vie di dialogo, con estrema calma e razionalità, senza esasperare la situazione, ma usando anche fermezza nel rifiutare i ricatti e le minacce folli di Ahmadinejad. Una fase terribilmente delicata, rispetto a cui è necessario scongiurare qualsiasi ipotesi di conflitto armato, non solo perché nel mondo non abbiamo bisogno (e mai ne abbiamo avuto in realtà) di altre guerre, ma soprattutto perché si tratterebbe di un conflitto pericoloso, che potrebbe avere conseguenze devastanti e potrebbe innescare un meccanismo a catena in grado di espandersi in più della metà del globo. La posizione politica e geografica dell’Iran, la connotazione fondamentalista del suo governo, sono bombe ad orologeria pronte ad esplodere e che, invece, bisogna disinnescare. Come? Intanto con il dialogo, nella speranza, poi, che quella parte di giovani intellettuali, che alcuni anni fa diede vita ad una rivolta repressa nel sangue, possa trovare la forza per riprendersi l’Iran e partorire una nuova e moderna democrazia.
Slobodan Milosevic, l’ex presidente jugoslavo, il “Macellaio dei Balcani”, è morto in Olanda qualche giorno fa. Mentre ancora si discute se si sia trattato di morte naturale o di suicidio, la salma del criminale serbo è stata riportata in patria, accolta da un risicato (per fortuna) numero di parenti ed amici. Il governo jugoslavo ha negato il funerale di Stato, è c’è anche chi si è indignato per questo. Già, perché le reazioni a questa morte sono state diverse e contrastanti. La maggior parte degli slavi, specie chi ha subìto la ferocia di Milosevic e dei suoi complici, non ha esultato per la sua morte per il semplice motivo che sperava che prima venisse condannato per i crimini commessi; una parte del popolo serbo, alcuni inqualificabili nostalgici e qualche esaltato, hanno invece pianto, gridato al complotto, all’assassinio, rivendicando giustizia per il loro ex duce, chiedendo che la Serbia gli rendesse onore. Ed è a causa di questi ultimi che la Serbia ha perso l’occasione di rimediare, di recuperare agli orrori razziali che il suo precedente governatore ha pianificato ed attuato, grazie alle spietate mani di alcuni sanguinosi comandanti. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di ricordare cosa accadde e chi è stato Slobodan Milosevic. Milosevic, sin dagli anni 80, quando si intensifica la tensione tra serbi e kossovari, si pone come il difensore del popolo serbo, i cui diritti “nessuno può violare”, e promuove l’idea di una grande Serbia, di uno stato guida dell’area balcanica. Il popolo è con lui e lo elegge per due volte presidente della repubblica serba, nel 1990 e nel 1992. Il suo primo mandato coincide con l’indipendenza delle repubbliche balcaniche (1991). E così il sogno della grande Serbia appare sempre più realizzabile e Milosevic viene considerato dal suo popolo l’uomo che guiderà il paese verso questo grande obiettivo. Obiettivo che, però, prevede la “purificazione” della Serbia, caratterizzata dalla coesistenza di diverse etnie di diversa religione. Il 6 aprile del 1992, con l’attacco a Sarajevo, iniziò una guerra sanguinosa che durò più di tre anni e che fece oltre 200 mila vittime. Durante questo conflitto, si registra una delle più atroci operazioni di pulizia etnica perpetrate dagli eserciti dell’ex presidente serbo-bosniaco Karadzic (ancora latitante) e del presidente serbo Milosevic: luglio 1995, Srebrenica, città in cui vivevano 40 mila bosniaci di religione musulmana. Dopo due giorni di bombardamento e dopo aver disarmato i caschi blu (che avevano chiesto, invano, l’intervento della Nato), l’esercito serbo-bosniaco guidato dallo spietato comandante Ratko Mladic (anch’egli latitante) entra in città, l’11 luglio 1995, alla guida di mezzi blindati dell’Onu. Il popolo locale è ingannato e forse non immagina quale atroce destino lo attenda. Migliaia di stupri, torture, 10 mila tra uomini e bambini vengono deportati in città vicine, uccisi barbaramente e gettati in fosse comuni. Le stesse cose erano avvenute a Sarajevo e avverranno, nel 1999, anche in Kosovo, in cui i serbi di Milosevic, Karadzic, Mladic, Krstic e Arkan, hanno “pianificato ed attuato il genocidio dei kossovari”, come si legge in un rapporto d’accusa del Tribunale penale internazionale dell’Onu, con sede all’Aja, in Olanda, dove Milosevic si trovava incarcerato dal primo aprile 2001, data del suo arresto. Non c’è bisogno di aggiungere altro per capire perché Milosevic veniva definito “Il Macellaio dei Balcani”: la scia di sangue e di efferatezza che questo grigio criminale ha lasciato, e che ancora grida giustizia, non può essere in alcun modo messa da parte o dimenticata, solo con la sua morte. E’aberrante ascoltare cittadini serbi che ancora guardano a Milosevic come ad un grande condottiero dei loro sogni di grandezza. E’assurdo anche, a mio parere, che a questo atroce personaggio venga consentita la sepoltura in patria, o che la Russia si sia precedentemente offerta di ospitarne la tomba. Come si può dimenticare o ignorare quello che questo “Macellaio” ed i suoi macabri garzoni hanno fatto? Ci sono ancora migliaia di corpi sepolti in fosse comuni che non sono state scoperte, ci sono migliaia di corpi di bambini, donne, anziani, uomini, che devono ancora essere identificati. Ci sono ancora le tracce degli stupri commessi su migliaia di donne, di suore, di ragazzine. Ed il popolo serbo questo non lo può ignorare, così come i tedeschi non potranno mai ignorare il nazismo. Il popolo serbo deve riparare a quanto commesso, deve prendere le distanze da Milosevic, deve reprimere i suoi sostenitori e collaborare con la Corte internazionale dell’Aja, affinché gli altri criminali latitanti vengano arrestati e processati. Perché i crimini di guerra e contro l’umanità non possono essere risarciti con la morte di uno dei protagonisti. C’è ancora poca terra sopra i morti innocenti, c’è ancora troppo dolore, troppa rabbia, troppe cose da chiarire. Senza giustizia non ci sarà mai riposo per gli innocenti. Mai pace.
Massimiliano Perna
DAVVERO GLI ORRORI DELLA GUERRA RIESCONO ANCORA A SORPRENDERE?
Pochi giorni fa è stata, finalmente, proposta la chiusura del purtroppo ben noto carcere di Abu Graib, in Iraq, che è stato teatro di violenze talmente indicibili, che per lungo tempo sono state taciute. Ne siamo venuti poi violentemente a conoscenza attraverso delle foto: soldati e soldatesse americani che umiliano, maltrattano, calpestano la dignità dei prigionieri iracheni. Ma tutto questo è, davvero, così scandaloso? Forse è stato scioccante vedere tutto con i propri occhi attraverso quelle foto crudissime, ma non certo venire a conoscenza che quei soprusi avevano luogo. Per quanto può essere terribile dirlo, in un contesto di guerra (perché per quanto ne dicano i nostri “cari” governanti, sempre di guerra si tratta) e di violenza giornaliera (gli orrori e le morti ormai non si contano più), quale è il contesto iracheno, non stupisce che si possa essere verificata una cosa del genere. E’ riprovevole, disgustosa, e va condannata senza scusanti, ma non si può dire che sia una sorpresa. La chiusura di Abu Graib sarà la chiusura di un simbolo, ma non determinerà di certo la fine delle violenze e degli abusi (questi si sono verificati, infatti, anche nei “civili ed occidentali” carceri americani come quello vergognoso di Guantanamo). Purtroppo, anche se può sembrare retorico dirlo, la guerra è brutta, da un lato e dall’altro: da parte di chi la porta e deve sostenerla, di chi è li e deve obbedire agli ordini, e da parte di chi ci si trova in mezzo senza volerlo, la subisce come un’imposizione e, portato alla frustrazione ed all’esasperazione, diventa a sua volta autore e fautore di violenza. La civiltà si annulla quando si spara, o si fa ricorso ad armi non convenzionali (ad esempio il fosforo bianco) contro i civili, quando si picchiano dei ragazzini per semplice divertimento, o per scaricare su qualcuno la rabbia per il fatto di trovarsi in quell’ inferno. Ne sa qualcosa un soldato inglese delle truppe speciali britanniche, Ben Griffin, che, per sottrarsi a tutto questo, ha di recente deciso di dimettersi dall’esercito. E’ tornato a casa, ed al giornale Sunday Telegraph ha affermato che non poteva più sopportare di combattere accanto ai soldati americani, che tenevano comportamenti illegali e consideravano il popolo iracheno “subumano”. Ma, allora, è la guerra che rende “belve”, o sono, piuttosto, le “belve” a volere la guerra? Questo è il circolo vizioso in cui si è caduti in Vietnam, ed in cui si cade in tutte le guerre lunghe e logoranti, guerre che scavano dentro, annullano l’essere uomini, esasperano e generano condizioni, al di qua e al di là delle barricate, che difficilmente possono chiamarsi umane.
Giusy Montoneri
L' ENNESIMO FALLIMENTO NEI RAPPORTI ITALIA-LIBIA
Le ultime vicende internazionali hanno fatto emergere nuovamente il problema dei rapporti tra Italia e Libia. Lo sciagurato atto commesso dall’ex ministro Calderoli (la famosa maglietta anti-musulmana), le successive violente proteste del popolo libico, la sanguinosa repressione della polizia libica, costata una decina di morti, la devastazione del consolato italiano, hanno riacceso una miccia che sembrava magicamente spenta. E così, si ricomincia a parlare di colonialismo, di risarcimenti, di tensione tra i due paesi. Già, perché il colonnello Gheddafi ha chiesto che l’Italia ripari i danni apportati alla Libia attraverso anni di occupazione coloniale, aggiungendo che solo in questo modo i libici potranno dimenticare l’incidente delle vignette e mantenere la calma nei confronti degli italiani presenti nel paese africano. A seguito della richiesta-minaccia di Gheddafi, il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, modificando il suo atteggiamento iniziale, si è impegnato a dialogare con il governo libico ed a studiare la realizzazione, in Libia, di alcuni interventi, sovvenzionati dall’Italia, nel campo delle infrastrutture (strade e autostrade, in particolare). In Italia, ovviamente, l’opinione pubblica e politica è divisa. Lasciando perdere il punto di vista dei leghisti (che vi lascio immaginare), credo che sulla vicenda bisognerebbe ragionare, anche alla luce di quello che è il rapporto storico tra i due paesi del Mediterraneo. La Libia nasce nel 1934, quando Tripolitania e Cirenaica, conquistate nel corso della guerra coloniale del 1911, vennero riunificate per formare appunto la colonia di Libia. Per riuscire in questa opera, il fascismo utilizzò tutti i mezzi possibili, con preferenza per le deportazioni e i gas asfissianti. Si stima che almeno 100 mila libici siano morti nel periodo dell’occupazione italiana, a cui si aggiungono migliaia di mutilati e deportati. Nel 1956, l’Italia firmò con il re Idris un trattato per il risarcimento. A quanto pare, però, molti degli investimenti riparatori previsti dal trattato non furono mai effettuati, così, nel 1970, la rivoluzione di Gheddafi portò all’espulsione di circa 20 mila nostri connazionali ed all’espropriazione di tutti i loro beni, in quanto considerati sfruttatori delle risorse umane e materiali libiche. La situazione divenne tesa, ma nessuno ebbe il coraggio, politicamente, di affrontarla, attraverso il dialogo con il colonnello libico. Una inversione di tendenza si ebbe solo nel 1998, quando il governo di centro-sinistra chiese ufficialmente scusa alla Libia per il passato coloniale dell’Italia, contribuendo in questo modo a migliorare i rapporti tra i due paesi. Ora cosa accade? Beh, per capirlo è necessaria una riflessione. Al di là delle minacce, che non sono mai accettabili, è indubbio che Gheddafi abbia ragione, poiché il mancato risarcimento da parte dell’Italia è una carenza gravissima, visto che si tratta di riparare al massacro ed allo sfruttamento perpetrato dagli italiani e che il prezzo di ciò, in termini di vite libiche, è stato altissimo. Sul piano della politica italiana, è chiaro che siamo di fronte ad un altro fallimento di Berlusconi e del suo governo. Il premier italiano, quando, qualche anno fa, incontrò Gheddafi, promise l’avvio di investimenti economici e strutturali in Libia, ostentando propositi di collaborazioni imprenditoriali e finanziarie. Ed invece? Ed invece l’unica collaborazione tra Italia e Libia è stata quella relativa all’accordo bilaterale sull’immigrazione, un testo che impegna i due paesi a cooperare per fermare gli immigrati che partono dalle coste libiche. Un accordo macabro, terribile, tra uno Stato che dovrebbe essere democratico (l’Italia) ed uno Stato in cui i diritti umani vengono pesantemente violati, con l’aggravante di una forte presenza (non particolarmente repressa) di organizzazioni dedite allo sfruttamento internazionale dell’immigrazione clandestina. Già, perché il paese guidato da Gheddafi, invece di punire queste organizzazioni, si accanisce sulle migliaia di persone che arrivano attraverso il deserto per raggiungere le coste libiche, da cui partire verso l’Italia e l’Europa. Il nostro governo, con questo accordo, si è reso complice della tragica fine di centinaia di immigrati, i quali, ammanettati, sono stati “deportati” dai centri di accoglienza italiani verso la Libia, quindi espulsi dal paese africano attraverso il deserto. Poco importa che il deserto libico, come hanno denunciato e mostrato numerose associazioni umanitarie, si sia trasformato in un cimitero all’aperto, fatto di corpi senza nome e senza croci, accomunati tutti dall’orrore grigio di una speranza dilaniata. Berlusconi, Pisanu, Fini, Calderoli e Bossi, ma anche il colpevole silenzio dell’Udc, sono la causa dell’aggravarsi dei rapporti internazionali con la Libia. Si aggiunga a questo, la dichiarazione dell’On.Mussolini, la quale si è permessa di dire che senza l’azione emancipatrice di suo nonno i libici “andrebbero ancora con il cammello”. Come dire: per portare progresso bisogna usare gas, mutilazioni e deportazioni...Incredibile! All’Onorevole (?) Mussolini ricordo solo che l’Italia è un paese democratico che è nato dalle ceneri dell’orrore prodotto dal suo nonnino dittatore! Per concludere, mi auguro che prevalga il buon senso, magari con un altro governo in carica, e che si cerchi il dialogo con la Libia, non solo riparando al danno compiuto in passato, ma anche ponendo la condizione seria ed irrinunciabile che Gheddafi si impegni ad una svolta sul piano del rispetto dei diritti umani e che rinunci alle minacce nei confronti del nostro paese, che non può pagare per l’inettitudine di chi lo governa.
Massimiliano Perna
riceviamo e pubblichiamo:
Dalla televisione escono le risate divertite del cameraman insieme alle immagini dei soldati che picchiano degli adolescenti. Siamo a qualche decina di chilometri da Baghdad, nel 2004. Alcuni militari dell’esercito di Sua Maestà la Regina di Inghilterra rifilano calci, manganellate, pugni sui corpi inermi di adolescenti iracheni che nel frattempo sono tenuti fermi da altri nerboruti personaggi. Dopo 40 secondi di botte un iracheno rimane a terra, esanime. Dopo Abu Ghraib, dopo il fosforo bianco nei bombardamenti aerei, dopo l’uranio impoverito nelle strade di Sarajevo e, tornando indietro, il napalm in Vietnam e le torture in America Latina i Giusti colpiscono ancora. Colpiscono con l’abitudinaria ferocia cinica ed arrogante. Sembra di tornare indietro di qualche anno, anzi di qualche decina di anni, scavando nell’oblio. Gli anni tra il sessanta e l’ottanta, quando i giovani diventavano desaparecidos, gli aerei statunitensi a stelle e strisce bombardavano la moneda, i rangers colombiani erano addestrati dai marines per stupri ed eccidi. In quel periodo in Sud America si spariva facilmente, a colpi di machete, a forza di pallottole o portati in un campo di concentramento. Se vi andava bene potevate uscire senza unghie, senza denti e con più di un arto rotto. Se vi andava male morivate dopo estenuanti torture e i vostri genitori conoscevano quello che vi era accaduto solo dopo qualche lustro. Anni dopo, a migliaia di chilometri di distanza le immagini sono le stesse: i soliti in divisa mimetica che pestano in dieci uno solo, un ragazzino indifeso. Ma ciò che è più agghiacciante sono le risate del cameraman e le incitazioni alla barbarie dei commilitoni “spaccagli la testa, spaccagli la testa”, quasi fosse un animale, non un Uomo. Il tutto nella praticamente consueta indifferenza. Politici troppo impegnati a racimolare i voti perdono un poco soltanto del loro fiato per “condannare” il gesto, a bassa voce però, perché se ti sente il grande padre di Washington si arrabbia... Alla fine arresteranno i soldati autori materiali dei gesti e se ne torneranno a starnazzare nei talk show gli autori morali e i mandanti di tanta crudeltà, quelli che hanno voluto la guerra e promuovono, dietro le quinte, torture, pestaggi, omicidi. Come dice un vecchio saggio:” Ancora non è contento di sangue la bestia umana”.
Alberto Agostini
liceo classico "Lotti" Massa Marittima (GR)
La commissione indipendente dell’Onu ha emesso il suo verdetto: il centro di detenzione di Guantanamo deve essere chiuso immediatamente e i detenuti devono essere processati o, altrimenti, rilasciati. Sembra così volgere al termine una delle pagine più nefaste dell’enorme (purtroppo) libro nero sulla violazione dei diritti umani. Per quei pochi che lo avessero dimenticato, l’istituto di detenzione all’interno della base americana di Guantanamo, a Cuba, “ospita” numerosissimi sospettati di terrorismo, finiti in regime di detenzione a seguito delle operazioni americane in Afghanistan ed in Iraq. Il comando americano si occupa direttamente della gestione di questi prigionieri, messi in gabbia senza essere mai stati processati. Ci si chiede? Ma non è un principio irrinunciabile di ogni sano sistema democratico, quello di garantire a tutti un equo processo ed una sentenza, prima di essere imprigionati? Senza dubbio, chi ha un minimo di ragionevolezza, risponderebbe di sì. Ma per l’attuale governo americano le eccezioni sono costanti. Di sicuro, il sistema giudiziario americano conosce falle mastodontiche, basti pensare alla pena di morte, ma in questo caso siamo davanti alla violazione di tutte le convenzioni internazionali in tema di diritti umani. L’amministrazione Bush ha già saputo dimostrare con quanta violenza si possono gestire le carceri per i prigionieri di guerra o per i presunti (quindi chissà quanti sono innocenti) terroristi. Abu Graib è solo un esempio, Guantanamo è una conferma ed un allarme, di cui il mondo ha parlato per poco tempo, per poi dimenticarsene. E dire che le associazioni umanitarie hanno alzato la voce, hanno protestato, hanno chiesto un intervento. Bene. L’Onu, anche se con notevole ritardo, è finalmente intervenuta. Ed è emerso quello che già sapevamo. Il rapporto della commissione parla di situazione gravissima, di trattamenti punitivi e disumani, chiedendo, oltre alla chiusura del centro, allo svolgimento dei processi o al rilascio, l’abbandono delle “tecniche specializzate di interrogatorio” (cioè torture!), autorizzate dal Dipartimento di Stato. Secondo voi, adesso, come risponderà Bush? Accetterà o dichiarerà guerra all’Onu? Si accettano scommesse...
Massimiliano Perna
ANCORA “WESTERN”-VIOLENZA NELL’INFERNO IRACHENO.

Soldati inglesi pestano alcuni ragazzini iracheni (Fonte foto: News of the world)
E ci risiamo. Dopo la vergogna di Abu Graib, il carcere iracheno in cui i detenuti venivano torturati, umiliati e perfino uccisi da alcuni soldati americani, un altro caso di violenza “western”, cioè occidentale, viene reso noto alla comunità internazionale. Proprio oggi, infatti, il giornale britannico “News of the World, ha pubblicato alcune foto, tratte dal video girato da un caporale inglese, che mostrano alcuni militari britannici picchiare selvaggiamente alcuni ragazzini iracheni. La notizia è stata diffusa anche on line dalla Bbc, e le immagini hanno fatto il giro del mondo. In questo video si vedono alcuni soldati inglesi che rincorrono dei ragazzini che stavano dando vita ad una piccola protesta. Dopo averli raggiunti, i militari della Corona hanno condotto i malcapitati al loro comando e hanno iniziato a percuoterli con calci e bastoni in tutto il corpo, fino a fargli perdere i sensi. Il ministero della Difesa inglese ha aperto un’inchiesta urgente per fare luce sulla vicenda. Un nuovo episodio che dimostra come la tanto proclamata democraticità e civiltà occidentale conosce delle pecche ignobili e inquietanti, che poco hanno a che vedere con Voltaire o Beccaria e che, invece, molto c’entrano con la meschinità dell’uomo, indipendentemente dalla sua etnia o dalla sua razza. Non sarebbe il caso di cominciare a parlare semplicemente di uomini, sfuggendo alla popolare tentazione di attaccare a qualsiasi loro comportamento (sia esso negativo o positivo) una precisa etichetta? La risposta per me è ovviamente affermativa, ma non basta. Bisogna smetterla di elevarsi a veri depositari della civiltà, bisogna soprattutto punire severamente, con processi non fittizi, coloro che si macchiano di queste atrocità. E per questo, ci aspettiamo che la giustizia britannica si pronunci in modo esemplare. La democrazia non è solo una parola, ma un modo concreto di vivere e di governare.
Le gravissime condizioni di salute del premier israeliano Ariel Sharon, in questi giorni, rendono ancora più incalzante l’interrogativo su cosa accadrà in Medio Oriente una volta che Sharon concluderà la sua vicenda umana. E seguendo gli sviluppi della situazione in questi ultimi mesi, da pensare come a volte il destino crei degli intrecci e delle convergenze davvero pericolose. Oltre alla difficilissima fase internazionale, dovuta al dilagare del terrorismo e del fanatismo e ad una politica estera, specie americana, arrogante e distruttiva, a cui si somma la follia farneticante del governo iraniano, ad aggiungere un macigno enorme sul cristallo fragile della vicenda mediorientale, ci si mette pure la casualità, il fato. Il riferimento è al fatto che il fisico di Ariel Sharon ha ceduto proprio quando il premier israeliano aveva deciso, finalmente, di cambiare rotta, di “ammorbidire” la sua politica nei confronti della Palestina, aprendo così una profonda lacerazione all’interno del Likud, il suo partito, che avrebbe poi portato ad una scissione ed alla formazione di un nuovo soggetto politico, il Kadima (Avanti), guidato dallo stesso premier. Sembrava potesse essere la strada giusta, tra l’altro seguita anche dal vice di Sharon, Olmert, a cui sono state delegate le funzioni di primo ministro. Nonostante le proteste dei coloni e dell’estrema destra, l’apertura al dialogo verso una soluzione della questione palestinese sembrava, ed ancora sembra, la linea da seguire. Nel frattempo, però, le elezioni in Palestina sanciscono la vittoria di Hamas, l’ala armata del movimento palestinese, che pur essendosi dichiarata pronta al dialogo con l’Occidente, continua a rifiutarsi di riconoscere Israele. Una mancanza, giustamente, inaccettabile, anche da chi si pone con maggiore convinzione a sostegno del dialogo, del negoziato. Una nuova fase di disequilibrio, una nuova frustrazione delle speranze di risoluzione pacifica, che appare come una sorta di miraggio: sorge in fondo alla vallata, ma poi di colpo tramonta di nuovo. Cosa accadrà? Hamas sarà in grado di lavorare per un compromesso senza ulteriori spargimenti di sangue? E gli eredi di Sharon, saranno capaci di non dimenticare la svolta compiuta e di portarla avanti con lo stesso carisma del premier? Vediamo cosa accadrà nei prossimi giorni, sperando che il destino mediorientale smetta di costruire questi terribili incroci.
Massimiliano Perna
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