IL
MEGAFONO
On line dall'11 febbraio 2006
| Home | Foto | Politica e Società | Ambiente | Legalità | Musica | Spazio Bianco | Links | Scrivici | Megafono | Archivi |
ARCHIVIO IN SICILIA
Prosegue il piano di
espansione e di rafforzamento delle basi militari Usa in Italia: da Vicenza, già
sede di una delle più grandi basi militari statunitensi in Italia, dove a
ridosso della città si punta a crearne un’altra, a Sigonella, ormai da anni
al centro di un’incessante attività di ampliamento e ristrutturazione delle
infrastrutture, dei sistemi logistici, delle unità abitative e di servizio.
Come ampiamente documentato in recenti inchieste, tra cui quelle di Antonio
Mazzeo, la base siciliana di Sigonella, è diventata il centro strategico di
attività di intelligence, di sorveglianza e di sostegno agli interventi nella
complessa realtà mediorientale. Dopo i gravi fatti dell’11 settembre 2001, si
è accentuato la sua funzione di centro antiterrorista, e dall’inizio degli
anni ’90, Sigonella è stata centro di tutte le operazioni militari, dalla
guerra nel golfo Persico del 1991, ai Balcani, all’invasione dell’Iraq. Un
ruolo che solo formalmente rientra negli accordi Nato, ma che in realtà è
funzionale soprattutto alla tutela degli interessi americani, non solo di
sicurezza, ma soprattutto di controllo delle risorse petrolifere. La struttura
americana di Sigonella, con il reticolo dei comandi militari che la compongono
(navale, aereo, terrestre) e degli armamenti (anche nucleari), costituisce
quindi un rischio permanente per le popolazioni della Sicilia sud orientale, in
relazione alle crisi esistenti o in divenire nell’area (sviluppo della
questione iraniana) e appare in contrasto con gli obiettivi di pace e di
cooperazione con i paesi del mediterraneo della Sicilia e del nostro Paese. Il
ruolo extraterritoriale della base Usa di Sigonella si accresce nel silenzio dei
governi nazionali che si succedono. L’uso del territorio per fini esclusivi è
costantemente esercitato con l’avallo delle istituzioni locali, che anzi
compartecipano quasi sempre alle spese di adeguamento dei servizi e delle
infrastrutture necessari alla base di Sigonella. E’ quanto sta avvenendo a
Lentini. Nelle scorse settimane il consiglio comunale ha riconfermato
l’approvazione della variante al piano regolatore, rigettando il ricorso dei
verdi e delle associazioni
ambientaliste, assegnando un’area di circa 100 ettari alla società Scirumi
srl di Catania per la costruzione di un complesso insediativo (circa 3000/6000
abitanti) ad uso esclusivo dei militari americani della base di Sigonella U.S.
Navy e delle loro famiglie. Dopo il parere della commissione regionale
urbanistica (se sarà favorevole) un’ampia zona agricola (1.000.000 di metri
quadrati), con produzioni e colture specializzate, sottoposta a vincolo
paesaggistico, verrà spianata per costruire una città chiusa per gli
americani; un territorio militare inaccessibile. Così il patrimonio rupestre
del colle San Basilio, che risale alla civiltà castellucciana della
seconda metà del II millennio a.c., verrà
“modernizzata” da palazzine a quattro piani, da depositi, mensa, fast
food, centri sportivi, megastore, ed altro, che funzioneranno in regime di
autarchia e senza contatti con il territorio circostante. La maggioranza di
centrosinistra a Lentini, ha riconfermato la scelta della precedente
amministrazione di centrodestra. Un voto trasversale: il ricorso è stato
rigettato con 12 voti favorevoli e 8 astenuti, tutti della maggioranza (Lista
civica, Ds, Margherita, Sdi). L’allarme sui danni ambientali e sulla
violazione delle norme della L.R.71 del 1979 (legge urbanistica), sollevato da
verdi e movimenti, è stato
ignorato. Le forze politiche lentinesi hanno scelto la “nuova città
americana” come un’occasione importante per l’entità dell’investimento
previsto (300 milioni di dollari), per le contropartite promesse
dalla Scirumi (titolare dell’istanza di variante): importanti ricadute
occupazionali, due milioni di euro per le opere di urbanizzazione di un
quartiere della città, opere per
la fruibilità del lago di Lentini. Senza il ricorso di verdi ed ambientalisti,
tutto sarebbe stato perfezionato già nell’aprile di quest’anno, quando il
precedente consiglio comunale (con maggioranza di centrodestra), pur in scadenza
per il rinnovo, approvò la variante. I Ds locali si opposero alla delibera per
l’assenza di un dibattito preventivo che avrebbe dovuto coinvolgere la comunità
locale. Il segretario della dei Ds, Lidia Costanzo, promotrice di una pubblica
assemblea, che ha preceduto il nuovo voto favorevole alla variante del 16
ottobre scorso, ha precisato che è stata colmata una lacuna nell’informazione
dei cittadini, e che ora si punta,
dopo il parere del CRU di Palermo, ad una convenzione con la Scirumi per
rendere più certi e accrescere i vantaggi economici e occupazionali per
la città. Una delle più grandi operazioni edilizie per la storia di Lentini la
definisce il segretario provinciale della Cgil, Paolo Censabella. L’esponente
sindacale non nasconde l’anomalia iniziale della rapidità del procedimento di
approvazione dell’istanza. Anche per Censabella il problema centrale rimane la
rivisitazione della convenzione per avere garanzie sull’assorbimento delle
forze locali (si presumono tra 400 e 800 addetti nelle fasi di picco, per un
periodo di 36 mesi), sul rispetto dei contratti e sull’affidabilità delle
imprese. Insomma, come è avvenuto in altre zone (Belpasso in particolare), la
società apripista (in questo caso la Scirumi) sembra avere convinto la
stragrande maggioranza delle forze istituzionali e sociali della bontà
dell’operazione. Sarebbe importante però capire, allargando l’indagine,
come mai la Società Scirumi Srl, costituita nel dicembre 2004 con un capitale
sociale di 50.000 euro, che ha come oggetto sociale l’acquisto e la vendita di
terreni agricoli e/o l’esecuzione di opere di bonifica e di trasformazione
agraria, sia promotrice per conto del comando americano di Sigonella, della
istanza per una tale operazione edilizia. Lascia perplessi inoltre la
circostanza che nel dicembre 2005 sia stata costituita una nuova società, la
Nuova Scirumi Srl (unipersonale), con lo stesso oggetto sociale, che fa capo
alla società di riferimento Sater srl
(Società agricola turistica Etna Riviera), il cui indirizzo e mail è sater@lasicilia.it.
Che collegamento c’è tra le società? E’ assente in generale una
valutazione critica sulle finalità dell’operazione del nuovo insediamento e
sorprende che, mentre a Vicenza, nascano comitati dei no per chiedere al governo
chiarimenti sui programmi degli Usa in Italia, a Lentini, funzionari comunali,
componenti della commissione urbanistica e forze politiche abbiano senza troppi
indugi sottovalutato le conseguenze dell’alterazione del territorio e non
abbiano ritenuto necessario neanche un
parere legale sulla conformità della scelta di variante con le norme
urbanistiche vigenti.
Due tragiche morti svelate dal mare
In queste prime tre settimane di ottobre, il mare di Siracusa ha restituito alla terraferma le spoglie di due poveri ragazzi immigrati, che sono morti, insieme al loro carico di speranze, in una delle tante traversate che ogni giorno si compiono tra la Sicilia e l’Africa. Una triste coincidenza: due giovani, entrambi portati dalle correnti verso le coste di questa città, una città che sembra non accorgersi di loro, che ha accolto la notizia senza sconvolgersi più di tanto. Ed è proprio una coincidenza, poiché i due ragazzi sono morti durante due viaggi differenti: il primo, ritrovato la settimana scorsa (chi scrive lo sta facendo in data 20 ottobre), era in acqua da fine agosto, cosa che ne ha reso impossibile, fino ad ora, l’identificazione, il secondo, ritrovato ieri, era in acqua da una quindicina di giorni. Due morti in due periodi diversi, due vittime di una tragedia comune. Siracusa scopre in questi giorni una realtà che tanti suoi cittadini fingono di non vedere. Una realtà che mostra la sua faccia crudele, che svela la sorte triste di migliaia di persone, di ragazzi come noi, fatti di sogni e di paure, di incertezze e di pensieri, ma costretti a vivere circostanze più grandi di loro, senza nessuna colpa. Chissà cosa avranno pensato quei gruppetti di persone, tra cui molti giovani, quando dal lungomare del Forte Vigliena hanno visto un cadavere galleggiare, i soccorritori prenderlo e portarlo su, e condurlo dentro ad una bara grigia, verso l’obitorio. Chissà se qualcuno ha pianto o ha sentito un senso profondo di rabbia, di amarezza. Chissà quanti di loro avranno la rabbia necessaria a reagire, quando qualche loro coetaneo, con i soldi in tasca e gli abiti firmati, si lascerà andare a battute razziste, a frasi xenofobe, o ad ignobili barzellette o battute che per tema hanno i gommoni o i viaggi della speranza. Perché bisogna fare i conti anche con questo, anche con l’idiozia di chi pensa che si possa scherzare con la disperazione della gente, con la sua fame, con la sua vita. Non si sa come si procederà nei confronti di questa vicenda, se si farà il possibile per capire se i nostri due sfortunati fratelli siano stati vittime di uno degli affondamenti registrati dalla cronaca, o se invece siano vittime di una delle tante altre (chissà quante) sciagure sul mare che rimangono ignote, affondando nei meandri marini, inghiottite dal silenzio, dall’oblio, dall’indifferenza. A Siracusa, padre Carlo D’Antoni e la sua comunità hanno il grande merito di lottare per far riconoscere i diritti degli immigrati, per dargli accoglienza e amicizia, per farli integrare al meglio, per difendere la loro dignità; ma padre Carlo ha avuto anche il grande merito di difendere la dignità della morte, quando nell’agosto del 2004 celebrò, con la chiesa colma di gente, il funerale di Benson Sakei, un ragazzo giovanissimo deceduto durante il viaggio e giunto già privo di vita a Siracusa insieme ad altri sfortunati compagni, anche loro ormai allo stremo delle forze. E a Benson Sakei, ogni anno, è dedicata una manifestazione multiculturale, che ha per scopo quello di promuovere l’integrazione. Nel corso di una delle tante manifestazioni promosse dalla comunità, è stato compiuto un gesto simbolico dal grande significato: una corona di fiori è stata lanciata in mare, proprio lì dove la barca che trasportava Benson e i suoi compagni di viaggio approdò nel 2004. Quella è stata l’occasione per ricordare tutti, anche quei tanti che giacciono in fondo al mare. Si dice sempre che non bisogna dimenticare, che bisogna non rendere vani i sacrifici. Quei due poveri ragazzi che il mare ha spinto verso le coste della nostra città, non avranno nulla, né lacrime, né funerali. E’ un appello quello che faccio: comprate un fiore, anche uno solo, andate al Forte Vigliena e lanciate in mare quel fiore, e mentre lo fate, spendete un pensiero per questi poveri ragazzi. Vi sembrerà inutile, banale, ma non lo è. Sarà solo un modo per farli sentire meno soli nel momento più tragico della loro esistenza.
Massimiliano Perna
La periferia dimenticata di Siracusa
Quando Siracusa, all’inizio del 2006, è entrata nel programma Unesco, come patrimonio dell’umanità, in tanti, soprattutto sindaco e giunta, hanno festeggiato con orgoglio il traguardo raggiunto, definendolo il giusto premio ad una gestione ineccepibile della città. Il discorso sulla splendida doppia legislatura Bufardeci, sulla capacità di rilanciare Siracusa e la sua immagine, è stato spesso ripetuto da illustri esponenti della Cdl locale, come l’attuale vicesindaco Fabio Granata, che ha esaltato lo sforzo del comune per eliminare il degrado, specie nel centro-storico di Ortigia. Ammettendo che per Ortigia qualcosa si è fatto (ma bisognerebbe fare il triplo), esiste un problema periferie che, da sempre, le istituzioni locali non riescono e non vogliono affrontare. Di fronte a chi gongola per il riconoscimento Unesco, esiste un immenso mare di degrado ed emarginazione, originata dalla scellerata gestione del territorio, attuata negli anni dai vari governi comunali. Lo sviluppo urbanistico della periferia siracusana, è stato irrazionale e sconsiderato, senza un piano regolatore, senza un ordine. La politica del ghetto e dell’emarginazione ha sempre sopraffatto quella dell’integrazione. Ma l’elite istituzionale e politica aretusea non ha mai dimenticato gli sfortunati residenti delle aree periferiche, prodigandosi ad organizzare comizi e iniziative, in cui promettere, assicurare, dispensare favori più o meno leciti. Giunto al potere, però, ogni governo comunale ha assolutamente dimenticato promesse ed impegni. Manca tutto: servizi primari, centri ricreativi, strutture sportive, educative e di volontariato. E la giunta Bufardeci, cosa ha fatto? A parte qualche aiuola o palma, lasciate poi alla totale incuria, o l’apertura di un parco in periodo pre-elettorale (dopo le proteste dei cittadini), poi chiuso dopo pochi mesi, a parte la proliferazione di rotonde spartitraffico in ogni dove, per il resto Bufardeci ed i suoi hanno regalato alla periferia una splendida roulottopoli per gli abusivi sgomberati dopo un anno e mezzo da alcune case popolari in costruzione, con un’emergenza igienico sanitaria cha ancora non trova interventi: fogne a cielo aperto che “profumano” le strade, una gestione dei rifiuti più che pessima, il totale abbandono dei rioni popolari. In periferia, oggi, il degrado è aumentato, sicurezza e tutela dei cittadini sono a livelli infimi. Questo ha prodotto una recrudescenza nel fenomeno della microcriminalità, tornato a far parlare di sé: scippi, pestaggi, rapine, vandalismo, schiere di ragazzini di periferia che si precipitano nel centro-storico a sfogare tutta la loro aggressività, a vomitare un degrado, di cui non hanno colpa, sul salotto buono della città, laddove hanno sede le istituzioni centrali, come comune e prefettura, quelle che non intervengono, preferendo fermarsi alle parole o all’autocompiacimento. Siracusa non conosce, ovviamente, un fenomeno grave come quello della banlieue parigina, ma conserva un sottobosco di rabbia ed emarginazione che, in assenza di adeguate misure sociali (la scuola e le strutture innanzitutto), può produrre pericolose reazioni. Ecco perché, spesso, alle parole di compiacimento (totalmente ingiustificate) bisognerebbe preferire la concreta azione di governo. Ma quella sarebbe vera politica…
Massimiliano Perna
E a Palermo scoppia il caso “tombinopoli”…
State tranquilli, non si tratta di uno scherzo o del titolo di un improbabile fumetto di Walt Disney, bensì di un clamoroso scandalo che ha investito il Comune di Palermo. Proprio così, dopo “tangetopoli” e “calciopoli” è scoppiato anche il caso “tombinopoli”. La procura di Palermo, infatti, nell’ambito di un’inchiesta relativa all’assunzione diretta (cioè senza alcun concorso), da parte di sei aziende municipali, di oltre 400 dipendenti, ha scoperto che il Comune di Palermo paga 71 ispettori dei tombini, un ruolo che frutta a questi curiosi dipendenti comunali circa 800 euro al mese. Un bello stipendio, non c’è che dire, se si considera la tipologia delle mansioni che questi ispettori devono svolgere. Vi spiego in cosa consiste il lavoro di ispettore dei tombini, nel caso non ci arrivaste da soli (può accadere, viste le tante cose che si possono fare con un tombino…): gli addetti a tale servizio devono semplicemente controllare lo stato dei tombini di Palermo, anche se la mansione non è per tutti la stessa, poiché c’è chi lavora “sul campo”, andando a monitorare fisicamente i tombini e c’è chi ha il compito, invece, di controllare che gli ispettori facciano il loro dovere. Insomma, le aziende municipali pagano 800 euro per fare passeggiare 71 persone in giro per Palermo, con il solo obbligo di buttare l’occhio, ogni tanto, sulle coperture dei pozzetti oppure (per chi ha il grado di ispettore degli ispettori) sul livello di operosità dei propri colleghi. Facciamoci un po’ di conti: 800 euro mensili per 71 persone, in un mese significano 56800 euro al mese, vale a dire 681600 euro l’anno. Una parte considerevole di denaro pubblico viene sprecata annualmente per retribuire figure professionali che, secondo logica, non hanno alcuna utilità, soprattutto in numero così ampio. Chi conserva un minimo di razionalità, comprende benissimo che l’ispezione dei tombini la può fare anche una sola persona e con una retribuzione molto più bassa, oppure un qualsiasi dipendente già in organico alle aziende municipali e magari poco utilizzato o troppo affezionato alla pausa caffè. Ci risiamo. Ancora una volta la magistratura scoperchia il malcostume della politica, il nervo infiammato degli sprechi, dei favori, degli scambi illeciti. E la cosa che ancor sorprende solo gli ingenui è che, i riferimenti politici dei vari dipendenti (non solo i 71 dei tombini), sono bipartisan. Uno straordinario, consueto esempio di collaborazione e accordo tra maggioranza ed opposizione. Ciò non toglie, però, che a rispondere dovranno essere innanzitutto i presidenti delle aziende municipali, insieme ai massimi rappresentanti dell’ente palermitano, vale a dire il sindaco di Fi Cammarata, il quale ha da poco annunciato la sua intenzione di ricandidarsi, ed i componenti della sua giunta. Questo, però, non deve divenire un paravento per quanti, nell’opposizione, si sono resi complici di questo irritante malcostume. Non basta chiedere le dimissioni dei presidenti delle aziende o attaccare il sindaco e la giunta, bisogna avere il coraggio di isolare chi, nel proprio schieramento, si è macchiato delle stesse colpe. E’ chiaro che, nelle realtà siciliane, quello del lavoro è un vero dramma che spesso porta la gente a raccomandarsi al politico o all’autorità di turno, ma ciò non può diventare un mezzo per sprecare denaro pubblico, specie in una città come Palermo in cui i problemi e le lacune sono tante, ed in cui si avverte sempre il rumore viscido dei sonagli mafiosi, che sulla paura e sul ricatto del lavoro hanno costruito la loro forza. L’augurio è che la magistratura chiarisca la situazione, andando a fondo e chiarendo le responsabilità politiche ed altre eventuali sfaccettature, di modo che anche nelle altre province siciliane, in cui avvengono cose simili, qualcuno inizi a riflettere prima di votarsi allo sperpero di denaro dei contribuenti. Anche perché è risaputo che, negli organici degli enti locali, troppo spesso ci sguazzano persone incompetenti, prive di titolo e, per giunta, arroganti, forti di protezioni politiche nemmeno tanto inconfessabili.
Massimiliano Perna
Stasera si recita: “Le infrastrutture in Sicilia”
Quando si parla, ogni tanto, di sviluppo del mezzogiorno, si fa riferimento sempre al nodo delle infrastrutture. Tutti i rappresentanti politici del nostro paese e della nostra isola, gli esperti, gli economisti, sono d’accordo sul fatto che il meridione, particolarmente la Sicilia, abbia bisogno di vie di collegamento e trasporto. Il precedente governo nazionale, quello presieduto da Berlusconi, l’uomo delle grandi inaugurazioni, colui che scarabocchiava sulla cartina delle infrastrutture italiane, saggiamente assistito dal fido Vespa, ha fatto delle grandi opere, o meglio delle promesse grandi opere, il suo cavallo di battaglia. Chi non ricorda la pubblicità, patrocinata dal consiglio dei ministri, andata in onda durante il periodo elettorale, in cui si presentavano tutte le immense opere pubbliche (compreso il Mose e la Salerno Reggio Calabria) avviate dal governo di centro destra durante il suo quinquennio? E chi non ricorda la propagandistica esaltazione del cavaliere, di Schifani, Fini, Cuffaro, Casini, per l’apertura, dopo 30 anni, dell’autostrada Palermo-Messina? Spero la ricordiate tutti, perché proprio da questo punto bisogna partire per rendersi conto di quanto sia teatrale il campo delle infrastrutture in Sicilia. E’ notizia di pochi giorni fa che otto dirigenti della ditta incaricata di eseguire i lavori sulla Palermo-Messina sono stati arrestati. Il motivo? Perché l’autostrada in questione, o meglio, il piccolo tratto aperto a seguito della pomposa e spettacolare inaugurazione, una decina di chilometri circa, è privo di ogni minima garanzia di sicurezza e presenta ingenti rischi di gravi incidenti. La minaccia di catastrofici eventi ha spinto la magistratura ad intervenire per cercare di stabilire un criterio di legalità. Direte voi: ma come? Ma non avevano inaugurato l’intera autostrada, presentandola come una grande opera compiuta, moderna e finalmente ultimata, dopo 30 anni di inerzia e stallo, dovuti a quei fannulloni del regime comunista che ha governato l’Italia per mezzo secolo? Chiaramente, si è trattato del solito colpo di teatro, organizzato dal cavalier Biscione, con la collaborazione dei suoi replicanti e dello “zio” Totò, gran potestà della Sicilia. Una commedia triste, perché gioca con i reali bisogni di una terra dimenticata da troppi anni, lasciata in mano ad amministratori corrotti e potenti. Ed è emblematico il silenzio dei protagonisti politici della commedia, che si sono guardati bene dal commentare la decisione della magistratura, confidando nella consueta scarsa memoria dei siciliani e degli italiani. Ma il teatro si sa, non smette mai di sfornare talenti: andato male uno spettacolo, ci si prova con un altro. Il titolo? Ponte sullo Stretto. Dopo la scelta operata sempre dal cavalier Biscione, dopo l’ok dell’Ue, dopo le indagini e gli arresti per infiltrazione mafiosa, avvenuti prima della concessione dell’appalto, il governo Prodi ha frenato tutto, dicendo che il ponte non costituisce una priorità né per i siciliani né per il Paese. E il no al ponte, per fortuna, con tutte le conseguenze che eventualmente ne deriverebbero (per niente pesanti come qualcuno strumentalmente sostiene), è stato ribadito anche dal ministro Pecoraro Scanio. Tutto sembra chiaro ma…Ma a questo punto entra in scena il grande attore siciliano, uno dei più grandi talenti della scena “teatrale” isolana, l’euro deputato Raffaele Lombardo, leader del movimento autonomista, fervido sostenitore del ponte (o degli interessi miliardari che ci stanno dietro), pronto a manifestare insieme ai suoi sostenitori per far sì che il progetto vada avanti. Non per lui o per chi ha interessi (economici ed imprenditoriali) a che il ponte si faccia, ma per i siciliani. Certo, vuoi mettere come è chic avere un ponte grande grande, bello bello, tutto in ferro e pieno di macchine? E’ l’ideale per dimenticarsi delle strade gruviera, della autostrade che non esistono, delle ore che ci si impiega per arrivare da Siracusa a Palermo, della ferrovia in gran parte senza elettrificazione che, per coprire la tratta che collega una parte della Sicilia all’altra, ci impiega lo stesso tempo che ci si impiega per arrivare a Roma, traghetto compreso. E poi magari facciamo felici anche gli amici di Lombardo, quelli con i fazzoletti verdi e i dialetti barbari che, in una trasmissione televisiva, a telecamere nascoste, si auspicavano che i bulloni del ponte fossero avvitati male, così un po’ di terroni cascano in acqua e si levano dai “maroni” (non quelli che hanno fatto due volte i ministri, sarebbe troppo volgare scriverlo…). Costruire il ponte sullo Stretto sarebbe come mettere una porta d’oro massiccio su una baracca di legna e canne. E l’oro massiccio c’è anche nel progetto ponte, ma non riguarda il popolo siciliano. Il ponte è affare dei soliti eletti, quelli che si battono assiduamente per la sua costruzione, coloro che hanno organizzato una spedizione a Roma, con tanto di treni speciali e di paragoni azzardati coi mille garibaldini, per manifestare sotto il governo, per chiedere a Prodi di non frenare il progetto. Saranno poche migliaia di siciliani, forse poco più di mille, su milioni di siciliani, saranno la voce stonata di una terra che chiede trasparenza, legalità ed infrastrutture serie e seriamente utili, saranno e sono le pericolose mine da evitare nel cammino futuro della nostra crescita e del nostro sviluppo.
Massimiliano Perna
A Cassibile meno parole, più giustizia e verità
Sono passate due settimane dal rogo che ha distrutto, in una campagna di Cassibile (Sr), le capanne in cui si riparavano numerosi immigrati, impegnati nella raccolta stagionale delle patate. L’episodio ha fatto emergere una questione che si trascina da anni, avvolta da un silenzio colpevole, un’ipocrisia irritante, un’abulia generalizzata, fatta eccezione per poche persone o associazioni, che hanno denunciato l’emergenza, senza trovare ascolto in chi di dovere. Cassibile è una piccola frazione di Siracusa, chiusa su se stessa, desiderosa di divenire un comune vero e proprio. E’ una realtà che vive di agricoltura, che affronta il problema della manodopera, della scarsità di lavoratori locali, sempre meno attirati dal duro lavoro dei campi. Così, i proprietari terrieri, le aziende, hanno deciso di servirsi degli unici soggetti che oggi accettano di far fatica, vale a dire i lavoratori immigrati, i quali vivono condizioni sempre più simili ai nostri antenati, sbarcati in varie parti del mondo per poter lavorare e sopravvivere. Cassibile si popola ogni anno, durante i raccolti stagionali, di centinaia di lavoratori, marocchini, sudanesi, liberiani, ecc. E la situazione si infiamma: xenofobia, sfruttamento, negazione di ogni diritto e assistenza, vere e proprie forme di schiavismo moderno. Solo oggi qualcuno se ne è accorto, sembra che fino a ieri tutti vivessero in un altro mondo, in un sonno del diritto che non presagiva risveglio. Quante parole in questi giorni, quante dichiarazioni di indignazione, quanti tavoli tecnici per la soluzione, quanti buoni propositi. Ma al campo, dai ragazzi, dai lavoratori, c’erano solo giovani e associazioni, qualche politico più sensibile, nient’altro. E se non fosse stato per Medici senza Frontiere e per padre Carlo D’Antoni, la città non avrebbe saputo nulla, i tanti protagonisti dell’ultima ora sarebbero rimasti avviluppati nel loro torbido sonno. Cosa c’è a monte del problema? Cosa sta dietro questa situazione? Due parole: criminalità e inettitudine. La criminalità sta dietro questo business, sfrutta i lavoratori, li fa lavorare per pochi euro (30 al giorno per una giornata di 12-14 ore), spesso accade che dopo una settimana di lavoro, al momento del saldo (rigorosamente settimanale) non li paga e, se sono irregolari, li denuncia proprio il giorno in cui dovrebbe pagarli, così le forze dell’ordine intervengono e chi ci rimette, chissà come mai, è sempre l’immigrato, mai il datore di lavoro. La criminalità ha restaurato il caporalato nella sua forma peggiore, assoldando i caporali tra gli stessi extracomunitari, così come avveniva con i siciliani negli anni passati, ma con l’aggravante che oggi gli immigrati, in gran parte irregolari, non hanno la minima possibilità di tutela e rivolta. O meglio, una ci sarebbe, ma qui entra in gioco l’inettitudine. A parte le istituzioni politiche e giudiziarie, carenti, ciò che pesa di più è l’assenza dei sindacati. Quei sindacati che, negli anni ‘60 e ’70, in questa provincia, concentravano il loro sforzo sul movimento bracciantile, sulla lotta per i diritti nelle campagne. Dove sono stati in questi anni? Hanno saputo solo fare un comunicato stampa congiunto, l’unico sistema di lotta che a Siracusa conoscono, mentre nel passato rispondevano alle rare domande su Cassibile e sul disimpegno del sindacato, che non possono intervenire se il lavoratore immigrato non denuncia (dichiarazione del segretario provinciale della Flai-Cgil, Coppa, rilasciata l’anno scorso). Incredibile! Per non parlare poi delle associazioni di categoria, che continuano a dire che il problema è limitato a poche aziende ed a pochi periodi. Come dire, non è il caso di fare un dramma, i diritti vanno pesati a tempo ed a numero. Questa è la situazione, queste sono le verità che nessun soggetto istituzionale pronuncia, preferendo aggirare l’ostacolo e usare il solito atteggiamento di facciata: farò, bisognerebbe, si dovrà, forse, non dipende da me, da noi, ecc. Basta. Non si può, non è più possibile continuare ad agire così, quando davanti hai il dramma di centinaia di persone, che poi è il dramma di milioni di persone, di uomini pieni di dignità, di lavoratori, di vittime indifese di un sistema di ricatti e di umiliazioni. Bisogna avere il coraggio di guardarli negli occhi, bisogna parlar loro, bisogna imparare che non sono un problema da risolvere, ma uomini da tutelare. Senza bugie, senza ipocrisie, perché in questa situazione c’è un obbligo, un dovere: il senso della giustizia e della verità.
Massimiliano Perna
Padre Carlo, la solidarietà che unisce
Il 4 giugno 2006, nelle campagne attorno Cassibile (Sr), si è sviluppato un incendio. Niente di nuovo, visto che le sterpaglie secche in questo periodo cominciano ad essere incendiate, se non fosse che, però a poca distanza da li ci sono accampati alcune centinaia di immigrati lavoratori stagionali. Ma che disgraziata coincidenza che l’incendio sia scoppiato li, e poi giusto ora che si sta concludendo la raccolta delle patate, cioè dell’attività in cui questi immigrati sono impiegati. Quando si dice “ gli scherzi del destino”. Ha però poca voglia di scherzare padre Carlo D’Antoni, uno dei pochi, anzi pochissimi, che, qui a Siracusa, si dà da fare per queste persone. Volevo, già da tempo, scrivere qualcosa su di lui, e purtroppo adesso ne ho avuto l’occasione. La sua chiesa di Bosco Minniti è un’isola felice nel mare di indifferenza che c’è a Siracusa. Nei locali adiacenti la chiesa ospita alcune decine di ragazzi, ma il sostegno che gli fornisce non è solamente economico e legale: tutta la comunità è stretta attorno a Carlo, amichevolmente chiamato, ed a quei ragazzi, come una grande famiglia. Nella sfortuna, questi ragazzi si possono dire fortunati. Hanno la possibilità di inserirsi gradualmente nella nostra società, ottenendo un permesso di soggiorno (cosa non sempre facile), cercando un lavoro, infine integrandosi nell’ambiente circostante. Alcuni di loro riescono anche a prender casa da soli, a farsi degli amici e creare rapporti stabili e duraturi; chi, invece, resta in parrocchia si dà da fare perché la convivenza possa andare avanti al meglio. Questo percorso di integrazione, purtroppo, è lungo, faticoso e pieno di sacrifici, e padre Carlo, anche se costantemente aiutato da alcune persone della comunità, non può pensare a tutti coloro che sbarcano in Sicilia. Non può sostituirsi lui alle istituzioni assenti. Anche ieri, dopo l’incendio, Carlo era a Cassibile; in verità si trovava già accampato li da una settimana, perché indipendentemente dal fuoco, la situazione era già di emergenza. Sabato c’è stata una festa a Bosco Minniti, una bella festa, con musica e mangiare arabo; si respirava tutti la stessa fresca aria primaverile, si gustavano tutti le stesse pietanze e si ascoltava e ballava insieme la stessa musica: musulmani e cristiani. Era tutto così naturale e spontaneo, e allora mi chiedevo: basta così poco per unire? Probabilmente sì! C’era, comunque, un assente alla festa: padre Carlo, il quale, al ballo ed alle risate, ha preferito stare accanto a chi ha più bisogno di lui, per fornire la sua assistenza ed il suo conforto. Lui un tetto sulla testa ce l’ha, ma ha preferito dormire sotto le stelle con quegli uomini, non per romanticismo, ma per condividere la loro stessa sorte; per star loro più vicino, per assisterli e farli sentire meno soli. E’ proprio di questo che necessitano di più: comprensione e condivisione del peso che portano sulle spalle doloranti ma fiere. A darsi da fare, nell’accampamento, con padre Carlo, ci sono anche i volontari di Medici senza frontiere. Nonostante le ostilità, anche loro sono ancora li. Ma continua a mancare qualcuno: le istituzioni. Pensano di aver assolto il loro compito donando 50 coperte. Ma d'altronde che ruolo possono avere loro in una vicenda di autocombustione? E’ stata solo una fatalità.
La
rivoluzione è iniziata. Grazie Rita
Come da pronostico, Totò Cuffaro è stato
riconfermato, ma i numeri elettorali mostrano molte novità importanti. Cuffaro
ha perso il 6% rispetto al 2001 e, con il 53% dei consensi alla sua persona, ha
ottenuto l’8% in meno dei voti complessivi della Cdl (61%), poiché
in tanti a destra hanno votato la propria lista, ma hanno disgiunto il
proprio voto, indicando a presidente la Borsellino o Musumeci. C’è stato il
crollo di Forza Italia, che ha perso 6 punti rispetto alle scorse regionali e
ben 9 punti rispetto alle politiche dello scorso aprile. In alcune città, Fi ha
visto addirittura dimezzati i suoi voti (Trapani e Siracusa su tutti). Il
Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo è stato il vero cavallo
trainante del centro-destra: se consideriamo che l’Mpa è nato dalla scissione
con l’Udc siciliano e con la linea politica di Cuffaro, possiamo pensare che
il nuovo governo regionale non dormirà sonni molto tranquilli. A tutto ciò,
infine, aggiungiamo: il pessimo risultato di An, che in alcune province, come
Siracusa, dopo anni, non ha ottenuto alcun seggio e si è vista bocciare
l’uscente assessore al Turismo Fabio Granata, e l’apertura di un confronto
che si prospetta durissimo sia all’interno di An, a causa del risultato
negativo, che di Forza Italia, dove tra Micciché (ex ministro e fondatore di Fi
in Sicilia) e Misuraca (appoggiato da Schifani), a vincere a sorpresa è stato
Scoma con oltre 20 mila voti. Ci sono molti aspetti, dunque, su cui il
centro-destra siciliano e nazionale dovranno riflettere, anche perché il
tentativo di spacciare l’esito del voto in Sicilia come una vittoria netta è
davvero goffo e va a sbattere sulle facce e sulle voci nervosissime di molti
suoi esponenti. Perché non si può esultare troppo? Perché in una Sicilia che
nel 2001 consegnò a Cuffaro una netta maggioranza, una Sicilia che in
quell’anno si regalò il sinistro record del 61 a 0 alle politiche, è
cambiato qualcosa. Già alle elezioni del 10 aprile scorso c’era stato un
segnale, grazie al pareggio di deputati eletti alla Camera e al risicato margine
di vantaggio al Senato (più 2 per la Cdl). Oggi, però, c’è qualcosa in più.
C’è Rita Borsellino, che da sola ha ottenuto un risultato strepitoso, che ha
permesso al centro-sinistra di crescere notevolmente, di accorciare le distanze,
di passare dal 30,2% al 36,1%, che ha preso 5 punti e mezzo in più (41,6%) del
totale delle liste che la sostenevano. Rita ha raccolto voti anche nell’area
di centro-destra, quella che crede nella giustizia e nella trasparenza, ha
calamitato il voto disgiunto, ha consolidato il primo mattone di un cambiamento
che potrà costruirsi. Tutto dipenderà da cosa faranno i partiti, se
continueranno a seguirla, se non si allontaneranno sconfitti dalla paura di
dover rinunciare al comodo costume del compromesso e del clientelismo. Rita è
una garanzia, una certezza di legalità e trasparenza, un modello che tutti
dovranno imparare a seguire. Rita ha dato un grande apporto al centro-sinistra,
ma soprattutto ha fatto emergere una Sicilia che era viva, forte, decisa, ma
isolata, messa ai margini dalla politica: la Sicilia della società civile,
degli intellettuali, delle donne e dei giovani, delle migliaia di ragazzi e
ragazze che vogliono cambiare il colore di questa terra, che vogliono cancellare
il sangue, il disagio, gli stereotipi insopportabili. Quei giovani che Rita,
dopo il voto, ha definito i suoi ragazzi, quelli con cui e per cui bisogna
continuare a lottare, quelli che l’hanno sostenuta ed accompagnata sin dalle
primarie, cancellando lo scetticismo dei partiti, stendendo lenzuola sui
balconi, nelle scuole, nelle università, allestendo comitati in tutta Italia,
organizzando un treno speciale per venire ad esercitare il proprio diritto di
contribuire alla rivoluzione, una rivoluzione che era già in corso, che ormai
ha piantato il suo seme e che, se sapremo continuare, urlando sempre più forte
il nome di Rita, il suo cognome, quello dei tantissimi siciliani onesti, saprà
sbocciare, magari tra cinque anni o magari prima, regalandoci quella libertà
per cui vale la pena di lottare. Non lasciamoci prendere da uno sconforto
spropositato, il risultato è positivo, rappresenta un inizio, esalta e non
cancella il risveglio di coscienze di cui siamo protagonisti. Continuiamo,
crediamoci ancora di più, portiamo a compimento questa primavera
rivoluzionaria. Grazie Rita, con tutto il cuore, per quello che hai fatto, per
quello che fai, e per ciò che di sicuro farai. Insieme alla nostra fiducia.
Insieme a noi.
Massimiliano Perna
Cassibile, un paradosso…senza frontiere
In mezzo alle sterpaglie
ed alla terra arida spuntano, qua e là, delle specie di capanne, di 1-2 metri
quadrati, fatte con canne, legni, stracci; alcune non hanno neanche la
copertura. Non sono favelas brasiliane, non sono gli accampamenti intorno a
Buenos Aires, non sono campi profughi africani e nemmeno le baracche delle
periferie di Nuova Delhi, ma si tratta degli alloggi di un centinaio di
immigrati, nelle campagne di Cassibile, una frazione di Siracusa, nella tanto civile e progredita
Italia del G8.
Giusy Montoneri
Tutti
con Rita per liberare la Sicilia
Ormai manca davvero poco, esattamente otto giorni, alle elezioni regionali in Sicilia. Siamo al termine di una campagna elettorale che, per Rita Borsellino, è durata tanto, a partire dalle primarie splendidamente vinte. Rita ha girato l’intera Sicilia, centinaia di paesi, piazze, scuole, portando ovunque il suo messaggio di legalità, di sviluppo, di modernità. Ha parlato a tutti, ha parlato soprattutto a noi giovani, ci ha chiesto di rimanere qui, di non abbandonare la nostra terra, promettendoci di cambiarla insieme a noi, di metterla concretamente al centro del Mediterraneo, di liberarla dalla mafia e soprattutto di regalarci una politica pulita, priva di compromessi sporchi, di connivenze vergognose, di intrecci pericolosi. Lo ha fatto con grande semplicità, come una madre che parla ai suoi figli, che si mette in gioco, in prima persona, per dargli un futuro, un domani nuovo, migliore, libero. Lo ha fatto con tutta la sua autorevole storia di donna antimafia, di sorella di un uomo che mai nessuno potrà dimenticare, nessuno di quelli che appartiene alla Sicilia dei giusti e degli onesti. La candidatura di Rita Borsellino è una candidatura forte, dal grande significato, dallo straordinario valore, in netta contrapposizione alla figura ambigua, gretta, rozza del suo avversario, Cuffaro, un politico sotto processo per mafia, per favoreggiamento, per alcuni presunti contatti con esponenti vicini al boss Provenzano. Proprio l’arresto di Provenzano, di quello spietato criminale, è sembrato un segno del destino, un destino di libertà e di cambiamento. La mafia dovrà finire, per forza, lo dicevano anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma bisogna lavorare in tal senso e soprattutto cambiare mentalità, approccio, politica. Rita ci sta provando con tutta se stessa, viaggiando in maniera instancabile, incontrando tutti i siciliani, anche quelli che sono costretti a lavorare o studiare al nord. E loro stanno rispondendo con forza, organizzando comitati “pro Rita” in tutta Italia, nelle università, allestendo un treno speciale, il Rita Express, che li porterà giù per votare, per partecipare a questa grande rivoluzione della legalità. Il loro motto è: “non tornare per votare, ma votare per tornare”. In Sicilia, invece, come sempre, in molti c’è grande sfiducia, c’è la convinzione che alla fine, purtroppo, Cuffaro ce la farà e che non cambierà nulla. La colpa è soprattutto dei partiti, che stanno pensando troppo ai propri candidati e poco a Rita, che non hanno capito per niente l’importanza della fase che stiamo vivendo. Siamo al cospetto di un momento storico, una grande opportunità che dobbiamo sfruttare. Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che tutto è già deciso e che quindi il nostro sforzo è inutile. C’è qualcuno che sta incutendo appositamente sfiducia per indebolire il nostro impegno, per farci sentire meno spinti ad andare a votare, per farci pensare che tanto è inutile. Non è così. Dobbiamo spremerci, parlare alla gente, ai colleghi, agli amici, ai parenti, fare capire che possiamo vincere e con noi l’intera Sicilia. Dobbiamo convincere la gente ad andare a votare, a mettere una crocetta sul nome di Rita, con entusiasmo, con speranza. Abbiamo l’ultima settimana, cerchiamo di impiegarla al meglio per far sì che sia l’ultima settimana di inverno prima della primavera, il grande risveglio della Sicilia e della sua gente migliore.
C’era solo una notizia che poteva mettere in secondo piano i commenti sulla vittoria elettorale del centro-sinistra, ed è stata proprio una gran bella notizia. Bernardo Provenzano, detto “binnu u tratturi”, il capo di Cosa Nostra, la primula rossa della mafia, un efferato criminale latitante da quasi 43 anni, è finalmente finito nelle mani della giustizia. Lo hanno preso, lo hanno acciuffato gli uomini della Polizia di Stato di Palermo, questa mattina, alle ore 11.15, a pochi chilometri da Corleone. E’un grande giorno per la legalità, per l’antimafia, per Corleone (come ha già dichiarato il sindaco del paese siciliano), per la Sicilia e per l’Italia intera. La cupola è stata mozzata, privata del suo boss più importante, adesso probabilmente scalzato dall’altro latitante Matteo Messina Denaro. E c’è da commuoversi a vedere quelle immagini, a vedere l’esultanza della Mobile di Palermo, le urla della gente, dei ragazzi del movimento antipizzo, tutti radunati davanti alla sede della Mobile, a guardare l’arrivo del boss, del criminale, finalmente ingabbiato dentro le auto della legge, finalmente debole, finalmente piegato alla volontà ed alla forza dello Stato. Quanti ricordi, quanta malinconia, quanta rabbia: quelle immagini ricordano l’arrivo notturno della polizia a Palermo, qualche anno fa, con gli uomini dei reparti speciali che si sporgevano incappucciati dai finestrini, con i pugni alzati, festanti per aver fermato la “Belva”, Giovanni Brusca, stanato dal suo covo, dopo anni di indagini. Suscitano anche malinconia, perché, in questi momenti, è inevitabile pensare a Falcone, Borsellino, Chinnici e gli altri grandi magistrati del pool antimafia di Palermo, che oggi sarebbero qui, con gli occhi lucidi e con lo sguardo fiero e sereno di chi è consapevole di fare il proprio dovere; invece no, ce li hanno tolti fisicamente, ma tutti noi, credenti o meno, sappiamo che in noi sono vivi, le loro idee, i loro sforzi, il loro lavoro, hanno determinato un metodo, un metodo vincente, che oggi va celebrato, ricordato, così come in ogni occasione in cui la legalità e lo Stato vincono. Poi, c’è anche la rabbia di aver permesso ad un uomo di m.... come Provenzano, di vivere libero nella sua terra per 40 anni, di starsene tranquillo, di viaggiare, di andarsi ad operare in Francia a spese della Regione Sicilia, con i soldi della gente onesta. Un oltraggio, un’onta terribile, la cui responsabilità è della politica di questa regione in questi 50 anni. La politica vera non c’è mai stata, non ha mai trovato spazio al palazzo regionale, lasciando campo aperto al clientelismo oscuro e connivente. Una rete fitta di protezioni, di muri invalicabili, di talpe, di appalti truccati, di uomini di fiducia che curavano gli interessi delle famiglie, di omertà. La mafia ha sempre avuto i suoi rappresentanti alla Regione. E bisogna dire una cosa: l’attuale governatore Cuffaro è attualmente sotto processo per favoreggiamento e per mafia, è accusato di essere il riferimento politico di Porvenzano, attraverso il tramite di Aiello, il gigante della sanità privata. Ora, sebbene nessun uomo è colpevole fino al giudizio definitivo, è indubbio che Cuffaro non è un semplice indagato, bensì rinviato a giudizio con un’accusa tremenda, gravissima, specie per chi punta nuovamente alla guida della Regione. E colpisce il fatto (anche se ormai è un’usanza della politica italiana) che, di fronte a tale gravità, Cuffaro si sia ostinato a non dimettersi, come sarebbe stato logico se fosse esistita in lui qualche dignità politica. Tocca a noi togliere l’inghippo, non dimenticare questa giornata, parlare di legalità, non abbandonare il dibattito sulla mafia, e soprattutto votare contro il centro-destra, che ha preferito candidare Cuffaro anche alle politiche di domenica, snobbando invece Grillo, un esponente dell’Udc locale che si batte per cacciar via le mele marce esistenti nel suo partito. E Casini ha avallato, anzi ha sostenuto, questa decisione. Abbiamo un grande compito, ci aspetta una nuova primavera, possiamo svegliare e cambiare questa terra per la prima volta. E possiamo farlo, partendo dalla grande notizia di oggi, e scegliendo, il 28 maggio, una donna capace, che ha sempre combattuto per la legalità, che porta il cognome di chi rappresenta l’orgoglio della Sicilia vera: questa donna si chiama Rita Borsellino.
riceviamo e pubblichiamo:
L’hangar di Augusta, un edificio storico finito nell’oblio
Foto: Fabio Sillato
Fabio Sillato
La
“Lega-Lombardo” contro la dignità dei siciliani.
Mi rivolgo ai siciliani. A quelli che ogni giorno vivono e lavorano in Sicilia, a quelli che hanno avuto il coraggio di restare, di lottare in questa terra, per cambiarla. Mi rivolgo a chi ogni giorno, percorrendo le strade delle nostre città o guardando le tv private locali, si imbatte nei manifesti o negli spot elettorali che mostrano, in primo piano, il bel faccione tosto di Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l’autonomia, neonata formazione politica che, con grande disinvoltura, si è alleata con la Lega Nord, partito da sempre noto per i suoi toni razzisti ed antimeridionali. In molti già sapete, ma io non riesco a capacitarmene. Non ce la faccio a vedere manifesti in cui troneggia l’enorme simbolo del “Carroccio leghista”, spot in cui Lombardo afferma che la Lega è un partito amico, l’unico con principi che collimano con quelli del movimento autonomista. Vi rendete conto? Ma vi ricordate le frasi razziste, offensive, pronunciate dai vari Calderoli, Borghezio, Bossi, contro il sud, contro la Sicilia? Vi ricordate quando Bossi disse che le “maestrine” del sud dovevano essere cacciate via dalle scuole padane? E ancora, rimembrate tutte le carrettate di offese, insulti ai meridionali, i proclami di indipendenza, di secessione per separare il nord dal sud e dai “terroni”? Va bene che il popolo italiano e siciliano ha dimostrato spesso di avere memoria corta, ma non si può rinunciare ad uno dei beni più preziosi della nostra terra e della nostra gente sicula: la dignità. I siciliani hanno sempre avuto un’enorme dignità, adesso non possiamo svenderla e metterla nelle mani di chi ha affermato, nel corso di un raduno padano, che spera che i bulloni del famigerato ponte sullo Stretto vengano avvitati male, cosicché “tutti quei terroni finiscano in mare, così ce ne sbarazziamo una volta per tutte”. Lombardo ha fatto una scelta folle, incomprensibile, che probabilmente gli costerà parecchio in termini di preferenze. Credo, infatti, che perderà molti dei consensi che aveva ottenuto di recente, quando era riuscito ad incantare una buona percentuale di siciliani, con la favola di un’autonomia a cui egli stesso non crede. Lombardo ha scelto di mettersi con le cravatte verdi di Calderoli, l’uomo dallo strip mortifero e blasfemo, colui che ha fatto dell’aggressività, dell’insulto e della volgarità un modus operandi. Il leader di Mpa dice che si tratta di un’alleanza che mira ad unire e non a dividere. Ma chi vuole fregare? Unire con chi? Con la Lega che ha voluto la devolution, che non riconosce la repubblica italiana, che vorrebbe la cancellazione di mezza Italia, che odia il sud e che ha oltraggiato più volte il tricolore, cantando e saltando “chi non salta italiano è” davanti al Parlamento? Bel modo di unire... E bell’autonomia. Ma quale? Non c’è nessun progetto del genere, né nell’area di Lombardo né in quella dell’altro neo-autonomista Nello Musumeci. C’è solo un autonomismo di facciata, una falsa promessa mirata a distanziarsi dal marasma dei partiti tradizionali e non, cercando, attraverso un’esca a cui qualche nostalgico e qualche ingenuo ancora abbocca, di strappare il voto degli indecisi o quello (anche di protesta) di chi è rimasto deluso dai vari schieramenti coinvolti nell’agone politico. Forse ci sarebbe riuscito, Lombardo, se avesse deciso di schierarsi solo o con qualche altro partito, ma la Lega razzista e la Sicilia non sono compatibili, e i siciliani, quelli veri, quelli che hanno dignità, lo sanno bene. Il voto di Aprile servirà da lezione a Lombardo ed ai suoi, perché nessuno può vendere la Sicilia ed i siciliani a chi li odia, per un pugno di voti ed una briciola di potere.
Scuola di via Algeri: da contenitore culturale a contenitore di spazzatura.
Un vecchio articolo pubblicato, il 2 luglio 2005, dal settimanale siracusano, “Il Ponte", riportava delle foto a dir poco incredibili, che mostravano lo stato di assoluto degrado di alcune aule della scuola di Via Algeri di Siracusa. Qualcuno si è subito scaldato, dicendo che quelle aule non erano utilizzate. Benissimo. Ma non è una giustificazione, non può esserlo, visto che poi, tra le altre cose, fino al mese scorso, di aule ridotte male e utilizzate non ce ne erano comunque poche: strutture fatiscenti, fili scoperti, polvere ovunque, cicche di sigarette ad ogni angolo delle classi e dei corridoi, gomme da masticare appiccicate qua e là e, poi, il colmo, assistere ad una lezione di igiene in quelle condizioni! L'istituto ospita bambini che provengono da realtà già abbastanza difficili da "rimodellare", e, in un ambiente del genere, non si fa certo un passo avanti: il passo avanti occorre che lo faccia chi di dovere! Insomma, come si fa ad insegnare ad un bambino a lavarsi la mani prima di mangiare un panino, se nei bagni spesso non c'è neanche l' acqua? Come si fa ad insegnare le regole base dell'igiene se di tutto si può parlare lì dentro tranne che di igiene e pulizia? La scuola, così, invece di cercare di correggere le abitudini di vita di questi bambini sfortunati, finisce per peggiorarle. Mi chiedo: dove mai troveranno un sano (e a questo punto salubre!) punto di riferimento questi bambini se anche quello che doveva essere un contenitore culturale è diventato un contenitore per la spazzatura? ...Alle istituzioni l'ardua sentenza!..
Lentini e la leucemia: un altro mistero a “Stelle e strisce”?
Di recente, mi è capitato di leggere un articolo sull’allarme leucemia a Lentini, nella nostra provincia di Siracusa, ed avendo io vissuto lì per molto tempo, mi sono tornate in mente le tante morti di bambini. Alcuni li conoscevo pure, ma quando si è piccoli non ci si fanno tante domande. Domande che adesso sono doverose, così come dovrebbero esserlo ancor di più le risposte. Non soltanto i miei ricordi di bambina, ma anche l’atlante dell’Asl 8, sulla mortalità per tumori, ha riscontrato che nella zona di Lentini e Carlentini, negli otto anni che vanno dal 1995 al 2002, il tasso di mortalità, a causa di questa malattia, è di gran lunga superiore alla media nazionale. Quindi? Una volta fatta questa constatazione tutto finisce qui? Non si dovrebbe investigare sulle possibili cause? Una cosa è certa: gli abitanti si interrogano, eccome, su queste cause, anche perché sembra impossibile che una frequenza tanto elevata del fenomeno sia solo un caso. Ricordo, anche se ero molto piccola, un fatto, che si verificò nel 1984: un aereo americano, un quadrigetto dell’Usa Air Force, precipitò vicino Lentini, in una zona chiamata dai locali “Scursuni” (serpente), perché si tratta di un avvallamento che si snoda a forma di serpente. Il fatto creò molto clamore, non tanto per l’accaduto in sé, ma per il gran riservo con cui gli americani di Sigonella gestirono la cosa. Ricordo che, quando passavamo di la, si vedevano persone con tute bianche, tipo quelle antiradiazione, perlustrare la zona. Nulla si è saputo, anche se si sparse la voce che l’aereo, diretto in Kenya, avesse un carico di materiale radioattivo, che quindi aveva contaminato il terreno. Un altro evento sospetto si è verificato nel 1988: i carabinieri di Lentini ritrovarono, a più riprese, ed in diverse zone, dei contenitori con rifiuti ospedalieri, provenienti da reparti di radiologia del nord Italia; forse un segnale che, all’insaputa della popolazione, rifiuti speciali erano smaltiti nel territorio? Addirittura, su fatti di estrema gravità riguardanti questo territorio, sembra essere più al corrente degli stessi abitanti, il biologo americano John Gofman, il quale, in un suo libro del 1981 (Radiation and human health), si chiede quali effetti potrà provocare sulla salute e, più precisamente, sul sistema immunitario della popolazione lentinese, la “radioattività delle scorie nucleari nascoste dagli americani nel sottosuolo”. Anche in questo caso tutto è un mistero: a quali scorie si riferisca il professor Gofman, di che tipo siano e, soprattutto, da dove provengano. Tanti elementi, la cui commistione sembra escludere che si tratti di un caso, se a Lentini si muore più che altrove di leucemia. Scoprire la causa esatta può essere importante in funzione di un’ eventuale azione di prevenzione alla malattia e di bonifica dell’area, qualora sia necessario e possibile. Informare l’opinione pubblica può servire affinché si affinino degli strumenti di tutela, e si trovino, se ci sono, le responsabilità. Constatare una situazione del genere, e non provvedervi, è un comportamento altrettanto grave e criminoso del causarla.
Giusy Montoneri
Ma dove vai se la paletta non ce l’hai?
Siracusa-Come sono carini tutti questi cagnolini con guinzaglio a spasso con il fiero e amoroso padrone! Camminano al trotto al passo dell’amato che sembrano essere gli esseri più felici del mondo.. e non ci viene che pensare “che bravo quel cane che porta fuori il suo padrone”! Ebbene si! E’ chiaro ormai, infatti, chi dei due è l’animale.. Scusatemi la frase preconfezionata, ma miei cari, avete dato un’occhiata a quello che c’è per le strade? Nei passeggi? È un vero slalom! Una pista disseminata di escrementi e.. giù bene gli occhi a non pestarne alcuna, perché di questa fortuna qui non ha bisogno nessuno! L’unica cosa buona, nel pestarne una, è che il tanfo può fungere da deterrente ad avvicinarsi per qualcuno che proprio ci sta antipatico! Però, accidenti, ci si mette una vita a levar via i resti dalla scarpa… Allora dove sta l’utilità di tutti questi “segni canini” per la strada? Uhm..caspita, non riesco a trovarne la ragione…potranno forse illuminarmi i tanti “civili padroni” che non si curano di rimuovere l’escremento dalla strada, accendendo l’ira di chi incappandovi, attribuisce immediatamente la colpa a quel povero esserino (ovviamente intendo il cane), che dovendo pur fare i suoi bisogni da qualche parte, ha la colpa di avere un padrone che:1) non lo porta in una zona più consona, come, ad esempio, un’aiuola; 2) non si cura di rimuovere il “misfatto” con qualsivoglia strumento. Vi invito a prestare attenzione, quando beccate un tale soggetto a spasso, a scrutare attentamente le mosse… Lui fiero cammina, si prende pure i complimenti per il bel pelo del cane.. e tutto “priato”ringrazia come se il complimento fosse diretto a lui personalmente.. poi passeggia un altro po’…ancora un po’.. e poi, finalmente ci siamo! Il piccolo FUFFY ha trovato il punto che lo “ispira”, il punto pieno di odori di altri cani che, prima di lui, erano stati portati li, a trovare ispirazione, dal loro padrone, ed ecco che scatta il “collegamento logico”: odore di tanti escrementi..allora questo è il defecatoio comunale! La posso fare qui! … E voilà ! Il padrone può finalmente tornare a casa e dato che non raccoglie il “corpo del reato” avrà anche lui fatto il suddetto “collegamento logico” del cane (anche se il padrone, in quanto “essere razionale” dovrebbe farne ben altri di collegamenti)! E svelto torna a casa senza nessun pudore! Tanto la colpa se la becca il cane, e per tutti è facile prendersela con lui, visto che non si può difendere! Eccovi spiegato come tutta Ortigia e in particolare i neo-restrutturati Bastioni sono diventati campo minato di feci di cani domestici, per colpa di uomini “selvaggi”.
Sara Montoneri
Il "cartello" delle mimose
Siracusa- “Un ramoscello di mimosa 7 euro” …non è una barzelletta (anche perché non fa per niente ridere), ma quello che c’è scritto in tutti i negozi di fiori l’8 marzo, festa della donna. Questa constatazione spinge a due considerazioni: 1) quanto è squallido che una ricorrenza seria come questa diventi una delle tante occasioni per speculare, e rastrellare qualche soldo in più, sfruttando l’uso ormai consolidato di rendere ogni evento un fenomeno consumistico; 2) è interessante notare la strategia grazie alla quale si riesce ad imporre un prezzo infinitamente superiore al valore reale delle cose vendute, cosa che avviene non soltanto nel mercato delle mimose. Ormai, i commercianti non praticano più, come accadeva ai tempi della lira, una concorrenza al ribasso, per fare il prezzo conveniente e riuscire ad accaparrarsi più clientela, ma, una concorrenza al rialzo, innescando un circolo vizioso, in cui ognuno alza sempre più il prezzo e tira il più possibile la corda, forte del fatto che anche gli altri praticano prezzi ugualmente “usurari”, e che la gente, drogata dalla foga dell’acquisto, ed ancora non del tutto abituata all’euro, continua imperterrita a comprare, comprare, comprare… Si vengono, così, a creare sorte di “cartelli”: tutti i commercianti tacitamente si allineano su dei valori (che oscillano poco più in basso, o poco più in alto), e se il consumatore vuole comprare quel prodotto, deve essere disposto a pagare quanto richiesto. Quindi, se a Siracusa si vuole comprare una mimosa alla mamma, si devono pagare come minimo 7 euro, perché a meno non si trovano (al massimo si possono trovare a 10 euro, se sono mimose “francesi” , perché alcuni fiorai dicono che quelle nostrane sono state tutte bruciate dal freddo). Ecco come funziona il “cartello” delle mimose, agevolmente applicabile a qualsiasi altro prodotto!
Giusy Montoneri

Foto: Massimiliano Perna
Se un giorno dovesse capitarvi di passare per Palermo, vi consiglio di fare un giro per la città, di vedere le sue bellissime architetture, e poi di recarvi nella rinomata località marittima di Mondello, in cui il mare, la spiaggia ed i colori, specie in una bella giornata di sole, vi daranno la percezione di quanto calda e viva sia la Sicilia. Purtroppo, però, vi basterà spostare lo sguardo verso le colline di Mondello per accorgervi di un’altra caratteristica della nostra bella regione: la speculazione edilizia. Centinaia di ville ed alberghi che discendono verso il mare, ammassati sui dorsi delle rocce, molto spesso posti sotto minacciosi costoni di pietra che, a guardarli, sembra siano lì a dominare il destino di chi si trova proprio là sotto. Se poi solleverete lo sguardo verso l’imponente collina che sorge in direzione opposta alla spiaggia, allora potrete ammirare la famosa “collina del disonore”, lo scempio di Mondello, un eco-mostro creato, negli anni ottanta, dalla speculazione edilizia e dalla terribile connivenza tra mafia ed amministrazioni comunali che, a Palermo, tante devastazioni ha prodotto nel passato. Pizzo Sella (come si vede dalla foto) è interamente ricoperta da circa centocinquanta tra ville lussuose, casermoni e scheletri di cemento (costruzioni incomplete), che hanno un forte significato simbolico, se si pensa che questa grande massa di costruzioni fu voluta dalla mafia, precisamente dalle famiglie Greco e Buscemi, che poi la cedettero ad un’impresa edile capeggiata da Raul Gardini. A ciò si aggiunga l’aspetto ambientale, l’enorme danno che l’edificazione del sito ha prodotto, non solo a livello paesistico ma anche strutturale. Proprio per questo, qualche anno addietro, la Corte di Cassazione ha disposto l’abbattimento delle costruzioni (la cui proprietà è passata al Comune), le quali, tra le altre cose, non sono nemmeno previste dal piano regolatore e, quindi, totalmente abusive. Così, su Pizzo Sella si è scatenata una vera e propria battaglia tra chi (ambientalisti e associazioni antimafia) vuole la demolizione delle case, sancita dalla Cassazione, e chi (il comitato dei residenti e qualche associazione) vuole che “i mostri” siano mantenuti, mostrando disponibilità, al limite, solo per un eventuale abbattimento delle strutture incompiute. Le motivazioni dei primi riguardano la necessità di applicare la legge e di punire uno dei simboli più arroganti e visibili dello strapotere mafioso a Palermo, quelle dei secondi concernono la buona fede dei residenti che, spesso, hanno investito tutti i loro risparmi per andare a vivere in quello che, come ho letto da qualche parte, “è un paradiso in terra proprio per la coesistenza di verde, ville lussuose e strade di cemento”. Leggendo queste motivazioni, mi viene naturalmente di schierarmi con i primi e spiego il perché. Innanzitutto, credo che guardando Pizzo Sella non si abbia la sensazione, almeno per me che non sono palermitano, che si tratti di un paradiso. Sono personalmente rimasto sconvolto dall’atmosfera di mafia e di illegalità emanata da quegli scempi. Seconda cosa, si può anche pensare che qualche residente fosse all’oscuro del carattere abusivo di quelle strutture, ma che non ci vengano a raccontare che, a Palermo, ci fosse qualcuno non a conoscenza della paternità mafiosa di quelle case. Basti pensare che, in quella collina, si trova la villa mega-lussuosa di Michele Greco, uno dei boss più spietati della cupola, oltre a quella della moglie di uno dei componenti della commissione edilizia che autorizzò lo scempio, ed a quella di qualche personaggio condannato per mafia. A parte questo, mi domando come mai, anche le famiglie oneste che hanno scelto Pizzo Sella, non si siano nemmeno chieste se fosse logico, giusto ed onesto abitare tra le pareti edificate con le mani ed i soldi insanguinati di Cosa Nostra. Palermo ha bisogno di cambiare, di spazzare via quell’aria che, anche chi la visita saltuariamente, è costretto a respirare; Palermo deve ancora fare i conti con un passato che pesa, che fa male a molti palermitani, che puzzava di fogna alle narici di grandi uomini come Falcone e Borsellino, che lacera la bellezza impareggiabile di una splendida città. Pizzo Sella va liberato, purificato. Bisogna trovare un’altra soluzione per le famiglie, certo, ma non si può mantenere in vita un simbolo così forte e negativo, per non infierire sulle colpe, più o meno in buonafede, commesse da altri. I residenti non erano obbligati a comprare casa a Pizzo Sella, anche se lo ritenevano un paradiso in terra, poiché un paradiso artificiale non potrà mai concedere il perdono alla putrida e nauseabonda aria di un inferno reale. Pizzo Sella, la collina della mafia e del disonore, merita di guardare il mare di Mondello con gli occhi aperti e la schiena dritta, libera dal peso di un passato mafioso che, ancora oggi, guarda con soddisfazione i suoi orrendi figli di cemento, mentre l’amministrazione comunale continua ad oscillare su posizioni di equilibrio tra le parti in contesa, laddove l’unica scelta equilibrata dovrebbe essere quella di rompere le catene che tengono imprigionata la legalità dietro le sbarre di cemento di Pizzo Sella.
Massimiliano Perna
Una scelta onesta verso i cittadini
Ah, quante lamentele di cittadini infuriati abbiamo sentito, al momento dell’introduzione del nuovo fenomeno comunale di inizio millennio: le strisce blu per il parcheggio! Nella nostra città, ma non solo, ci sono state urla, bestemmie, oltraggi ai Vigili urbani, liti furenti con il nuovo esercito dei controllori, i cosiddetti “Ausiliari”, sempre pronti ad appoggiare sul parabrezza la fatidica “cartuzza” bianca, che faceva (e fa ancora) rabbrividire i malcapitati automobilisti. Beh, le ragioni delle proteste c’erano e ci sono. Sapete, infatti, perché, al ritorno da una breve passeggiata o da pesanti ore di lavoro, si rabbrividisce e ci si infuria? Semplice. Perché l’importo contenuto in quella “cartuzza”, in quella cara multa, è praticamente simile a quello di una multa per divieto di sosta. La sanzione, infatti, oltre a prevedere il recupero della somma non versata, va da un minimo di 16,01 euro ad un massimo di 31,50! Un vero e proprio salasso, per un’eccessiva e “libera” sosta. In altri Comuni siciliani, come Catania, la situazione è molto simile. Allora, starete pensando, se ciò avviene anche altrove, di cosa ci lamentiamo? Ve lo dico subito. In questa nostra cara Sicilia, esiste qualche Comune che ha compiuto una scelta più onesta verso i propri cittadini. Recentemente, mi sono recato a Ragusa e, dovendo posteggiare al centro della città, in un’ora di punta, ho scelto la soluzione strisce blu. Ho pagato il mio caro ticket, sono andato a sbrigare quello che dovevo, ma un imprevisto mi ha costretto a ritornare alla mia macchina con mezz’ora di ritardo. Ho cominciato a sudare freddo, ho pensato che mi stavo avvicinando sempre più a quella “cartuzza”, ho sperato di non trovarla, ma lei, immancabile, era lì! Prima di svenire ho letto l’importo di quella che, a Ragusa, come mi era stato detto, viene detta “la multina”. E arrivo al dunque. L’importo era di soli 2 euro, vale a dire la somma di una sosta piena (nel mio caso, le quattro ore del pomeriggio), 50 centesimi l’ora. Dopo aver ringraziato tutte le divinità del mondo, ho pagato l’ausiliaria del traffico, con una felicità assolutamente fuori luogo, senza curarmi di passare per uno squilibrato. Morale della storiella. Perché il Comune di Siracusa non prende il buon esempio, smettendola di applicare una sanzione sproporzionata rispetto al tipo di violazione, che non può essere in alcun modo paragonata alla sosta vietata? Lancio questo segnale dal nostro megafono, chiedendo alla nostra amministrazione, se mai leggerà, di non rivalersi sui cittadini per ogni minima cosa. Eliminate gli sprechi e le spese inutili ed effettuate scelte più eque ed oneste nei nostri confronti.
Massimiliano Perna
Un "capolavoro" inopportuno
Invito l’autore di questo “capolavoro” a spiegarne il significato e a indicare un solo motivo per cui era necessario collocarlo proprio in questa piazzetta, dove, tra l’altro,si trova anche lo “Stomachion”di Archimede, illustre scienziato a cui la nostra città ha dato i natali. Per quanto mi riguarda, credo che anche questa sia una libera forma di espressione, ma il mio appunto è: può la nostra città crescere, se invece di valorizzarla (e basterebbe veramente poco!) , siamo noi stessi a deturparla così?
Giovanna Ruffino

Foto: Francesco Marino & Giovanna Ruffino
C'é l'arte quando non si uccide l'arte
Già, è proprio così, non si può deturpare, per nessun motivo, un angolo molto bello di Ortigia, come quello antistante il Palazzo del museo Bellomo, un angolo che è stato sistemato pochi anni fa, e che ha consegnato alla nostra città un grazioso salottino nel cuore del centro storico, arricchito dallo Stomachion di Archimede, un’opera che rende omaggio al “nostro” scienziato. Quasi da subito, quella piazzetta è stata presa d’assalto da comitive di ragazzini che contribuivano a renderla viva, gioiosa. Era un piacere, il pomeriggio, passeggiare per le suggestive vie dell’isola e vedere tanti giovani godersi quello spazio così tranquillo. Peccato, però, che questa frequentazione ha cominciato a cambiare i suoi connotati. Come dimostrano le foto, scattate dalla nostra redazione, una tribù di improvvisati artisti ha scambiato i muri della piazza per una tela da riempire con “leggeri” colori a spray... Un delicato e sapiente tocco “di nero!” ha completamente rabbuiato il povero salottino, per non parlare delle innumerevoli scritte poste sul muro sopra la panchina e sopra lo Stomachion, scritte che non hanno nessuna valenza artistica e quindi sono assolutamente idiote! Oltre a ciò, se si fa un giro il venerdì o il sabato sera, si può assistere ad una vera e propria invasione anche nello spiazzetto retrostante lo Stomachion, dove masse di ragazzi si nascondono per fumare o bersi in pace (da che cosa?) una birra, lasciando poi tutto in giro o pensando bene di lanciare qualsiasi cosa o bottiglia (intera o frantumata) nel limoneto che vi insiste. Ora io dico: per quanto riguarda i murales, personalmente, è una forma d’arte che mi piace parecchio (quando è fatta bene), e capisco che per i ragazzi sono forme di espressione in una società che non ne offre molte. E’anche vero, però, che in alcun modo si può accettare che l’arte distrugga altra arte! Allora, in questo caso, entrano in gioco le istituzioni di questa città e di questa provincia. Queste dovrebbero sempre controllare il centro storico e punire chi si permette di deturparlo. Dopodiché, bisognerebbe andare a fondo al problema, creando degli spazi o delle iniziative anche per queste forme d’arte moderna, così come per qualsiasi altra forma d’espressione che non sia nociva. E dire che, davanti alla piazzetta, da mesi, sosta un vigilantes posto a custodia del museo adiacente... Riguardo al problema dell’inciviltà, lì credo che il problema sia dovuto, come sempre, all’assoluta mancanza di sorveglianza. In attesa di informare le “distratte” istituzioni, preghiamo gli utenti del megafono di far capire, qualora conoscessero questi artisti, che c’è arte quando non si uccide l’arte, e che i veri custodi della civiltà e del nostro territorio sono, prima di tutto, i cittadini!
Massimiliano Perna

Foto: Francesco Marino & Giovanna Ruffino
La Lega è una vergogna...Lombardo pure
Avvenimento di attualità politica siciliana degno di nota per la sua incongruenza è il “concordato”dell’ex presidente della provincia di Catania, Lombardo, rappresentante del nuovo movimento “Autonomia Siciliana”(si noti il nome!) e la Lega Nord, fatto appositamente per concorrere alle elezioni politiche di Aprile. Penso che questa presentazione del caso abbia fatto capire la gravità dell’accaduto e possa dare luogo ad almeno due interrogativi di facile risposta: Dov’è finita la coerenza di intenti e di programma? E nonostante questa parvenza di intenti, come si può stare accanto ad un partito che non solo vuole distruggere l’unità nazionale ma assume anche comportamenti razzisti nei confronti sia del Sud che degli extra-comunitari?Bene, la risposta al primo interrogativo è da ricercare intrinsecamente nel modo di fare politica in Sicilia dove si pensa, nella maggior parte dei casi, a concorrere da soli ed accaparrarsi in tutti i modi possibili quella gestione della “cosa” pubblica tanto ambita. Spesso però bisognerebbe ricordare a queste persone che, oltre a questa corsa alla poltrona, occorrerebbe anche una coerenza di programma che non è solamente il nascondersi dietro ad un nome: Autonomia Siciliana. Alla seconda domanda si può rispondere esprimendo, da Siciliano prima che da credente politico, un disappunto di ordine pratico e concettuale a queste pseudo-ideologie; e soprattutto combattendo ed impegnandoci affinché questi avvenimenti non abbiano più luogo.
Vincenzo Silluzio
Copyright © 2008 ilmegafono.org. Tutti i diritti riservati.