IL MEGAFONO

On line dall'11 febbraio 2006


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ARCHIVIO IN ITALIA  


 

La satira, il papa e i suoi tenaci difensori.

E ci risiamo. Sembra che in Italia si voglia tornare indietro piuttosto che cercare di andare avanti. Il nostro paese è destinato a rimanere intrappolato nelle acque stagnanti della sottocultura, o meglio, della cultura orientata, quella che deriva da dogmi e diktat oltre cui non si può andare avanti. Le ultime vicende relative alla satira sul papa e su altri personaggi della chiesa cattolica, hanno portato nuovamente alla ribalta l’anomalia italiana, se usiamo come riferimento i paesi più sviluppati, sia economicamente che culturalmente. Se, dal canto suo, la chiesa cattolica, quella del papato Ratzinger soprattutto, “fa il suo mestiere” nel difendere la sua posizione di intoccabile, lanciando proclami sul relativismo e sui mali del mondo moderno che la satira, vero demone scatenato, aiuterebbe grazie alle bocche sconce dei suoi folletti impazziti, la cosa che più irrita, oggi, è l’atteggiamento della politica e di tutti i personaggi che vi ruotano attorno. E’incomprensibile, in un paese moderno che dovrebbe essere laico, che il mondo politico si scateni contro le imitazioni e le caricature di alti vertici di un’istituzione religiosa, da parte di alcuni comici (su tutti Fiorello e Crozza), i quali hanno semplicemente esercitato la loro sacrosanta libertà di espressione e il loro diritto alla satira. Una levata di scudi di moderati e di ex libertini ora divenuti acerrimi difensori della morale (quale non si capisce...), subito scesi in difesa del papato e dei suoi fidi scudieri, immediatamente pronti a scagliarsi contro la satira, contro questa totale mancanza di rispetto verso il potere ecclesiastico. E’ proprio vero, ancora oggi, in Italia, non si può fare satira su chi occupa cariche istituzionali o, ancora peggio, su chi porta la tonaca, specie se bianca... La nostra democrazia è un’eterna incompiuta, perché priva di radici veramente illuministe, priva di grandi mutamenti sociali, di drastiche rivoluzioni nelle sue radici storiche. Le istituzioni religiose sono intoccabili, ma non tutte. Questa linea di difesa contro la satira nostrana (tra l’altro quella di Fiorello e Crozza è anche piuttosto leggera) può contare anche sull’apporto di quei personaggi politici che, in occasione di vignette satiriche che offendevano non le istituzioni, bensì le figure sacre di un’altra religione, l’Islam, si sono improvvisati stilisti e hanno mostrato le loro magliette in diretta tv, ufficialmente per difendere la libertà di espressione occidentale. Vorrei vedere se la stessa cosa avvenisse in questo caso. Sarebbe rivoluzionario. E’chiaro che le reazioni assurde di una minoranza del mondo arabo, guidate strumentalmente da governi astuti anche nell’utilizzo della comunicazione mediatica, hanno rappresentato qualcosa di più grave, ma il principio è identico: impedire ad un baluardo storico della libertà di parola e della democrazia, di toccare una casta di privilegiati, capace di comandare le coscienze e di indirizzare la politica delle nazioni culturalmente più arretrate, tra cui, a questo punto, si inserisce anche l’Italia. La religione, o meglio le istituzioni religiose, possono mettere il naso su ogni aspetto della vita quotidiana di una nazione e su quella privata delle persone, mentre noi poveri mortali (lo siamo tutti...) dobbiamo solo inchinarci, accettare e stare zitti. C’è in atto una pericolosa regressione che si riflette su tanti aspetti della società, un’arretratezza che è alimentata dalla debolezza di questa classe politica, dalla complicità dei mass media e dalla fragilità della classe intellettuale italiana. Ma ciò che più colpisce è lo spirito terribilmente conservatore dei giovani, di tanti coetanei che non hanno il coraggio di rimettere in discussione certi equilibri di potere, certi privilegi insensati. Anche a sinistra, non esiste più una spinta laicizzante, si cerca sempre la mediazione, che poi finisce con l’asservimento a logiche di convenienza inaccettabili. Tutto ciò, mentre in altri Stati, oltre alla Francia (da sempre laica), si stanno realizzando enormi cambiamenti culturali. Per concludere, negli ultimi anni si assiste ad una sempre maggiore influenza del mondo ecclesiastico nei confronti della politica e della società italiana, influenza che produce enormi ritardi culturali, i quali si trasformano poi in ritardi legislativi e in impossibilità di creare nuovi diritti, oggi fondamentali, come nel caso dei Pacs. Riusciremo a uscire da questa situazione? Credo che, guardando una parte del mondo giovanile di oggi, ciò costituisca un’utopia, ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire...

Massimiliano Perna

 

Napoli come le altre, solo retorica infinita 

Ancora una volta è emergenza camorra a Napoli, ancora una volta lo Stato e l’opinione pubblica si accorgono che nel capoluogo campano si spara e si muore ogni giorno. La retorica del momento si è nuovamente impossessata dei dibattiti, dei telegiornali, dei media in genere. Ma davvero il fenomeno sta esplodendo solo ora? Oppure a Napoli, ormai da anni, si assiste ad una recrudescenza del fenomeno criminale senza soluzione di continuità? La visita di Prodi, le parole di Napolitano, quelle di Bassolino e del sindaco Iervolino, quelle degli esponenti di centro-destra, le solite affermazioni razziste e farneticanti della solita faccia da ubriaco stordito di un esponente leghista (in questo caso Calderoli): assistiamo alle solite cose, al solito teatro che non impressiona più chi contro l’illegalità combatte ogni giorno, chi al problema mafioso pensa 365 giorni all’anno. La questione è seria e merita attenzione costante, concreta, propositiva. L’idea di inviare l’esercito può essere una parte di una strategia, ma non la soluzione principale. Su una cosa ha ragione Prodi: la criminalità organizzata non va battuta solo con l’intelligence e con la repressione militare, ma soprattutto con le misure sociali a favore della crescita, non solo a Napoli bensì in tutto il meridione. Giusto, anche se troppe volte ripetuto solo oralmente, in questi anni. Solo che, caro presidente Prodi, lei dimentica di dire un’altra cosa importante: non si aiuta la lotta contro il crimine attraverso l’indulto generalizzato, attraverso la liberazione di personaggi detenuti per reati che hanno a che fare con la mafia, la droga, la prostituzione, gli stupri, il favoreggiamento. Non è utile né intelligente, di sicuro, attribuire ogni responsabilità all’indulto, perché si farebbe il gioco di chi pensa che a Napoli la criminalità abbia intensificato la sua azione solo nell’ultimo periodo, ma non si può nemmeno negare che la scelta del governo Prodi di applicare questa misura sia stata un fallimento. Non è assolutamente condivisibile risolvere la questione “carceri affollate” con l’indulto, è più condivisibile quanto sostenuto dall’on.D’Ambrosio, ex magistrato del pool di Milano, il quale aveva proposto di applicarlo solo a quei detenuti che si trovavano in carcere per motivi futili, in particolare gli immigrati clandestini tenuti in galera solo per il fatto di non possedere documenti (35.000 circa), senza aver dunque commesso alcun reato effettivo. A questi si sarebbero potuti aggiungere i detenuti per piccole truffe, per piccoli furti, anche i tossicodipendenti, ma solo se con l’obbligo sorvegliato di soggiornare in comunità di recupero, perché un drogato in circolazione è spesso più pericoloso di un delinquente. Le cifre dicono che, quasi il 4% di coloro che hanno beneficiato dell’indulto, sono ritornati nelle patrie galere per aver commesso nuovamente reati, compresi omicidi, mentre qualcuno è stato ucciso. Oggi a Napoli si piange, si ha paura, la gente assiste ad agguati in zone centralissime, come avviene da anni, specialmente gli ultimi tre, a causa della guerra tra clan, della spartizione del territorio. Ma sulle soluzioni la politica è impreparata, confusa in maniera disarmante. Gli intrecci esistenti tra politica e camorra, tra imprenditoria sporca e potere politico, ha fatto sì che Napoli e la Campania rimanessero in mano ai boss. La stessa cosa avviene da 50 anni in Sicilia e in Calabria, così come in Puglia ed in altre zone d’Italia che credono di essere vergini davanti a queste cose, permettendosi di definire fogna una parte d’Italia che, almeno a livello di società civile e di magistratura, ha cercato di combattere una guerra solitaria, quasi sempre conclusasi con il sacrificio dei suoi uomini migliori. Non è cambiato mai nulla sul piano dei rapporti politici, ci sono gli stessi uomini di sempre a tirare le fila della politica, non c’è spazio per chi ha idee pulite, nuove, oneste. E quando si dice questo, quando si denuncia, si viene presi per “rompico...”, per allarmisti d’abitudine, per vecchi tromboni che ripetono sempre le stesse cose, oppure per personaggi in cerca di protagonismo. Si sminuisce ogni cosa, non si parla mai di criminalità, di mafia, di ‘ndrangheta, di camorra, tranne quando accade il misfatto. In Calabria, un anno dopo l’omicidio Fortugno, non si conoscono ancora i mandanti politici dell’assassinio, la politica non ha preso nessuna posizione netta, non dà segnali di cambiamento. Niente. Ma davanti a questa tragedia civile e istituzionale, c’è qualcosa che comincia a muoversi veramente, con forza, contro lo scetticismo dei benpensanti, dei politici, anche di una parte dei media: sono i ragazzi, tutti quelli che vogliono un futuro in cui le mafie siano solo un bruttissimo ricordo, quelli che non hanno paura, che sfidano il crimine con i lenzuoli e le gambe, quelli che gridano che per fermarli bisogna ammazzarli tutti, quelli che non incriminerebbero mai per favoreggiamento un uomo dello Stato, un uomo che ha catturato una belva sanguinaria, che ha ricevuto la condanna a morte da un tizio che si chiama Provenzano, mentre assassini spietati godono dei permessi premio. Sono i ragazzi di Locri, di Palermo, e tutti quegli altri che vivono nelle altre regioni, che manifestano, che protestano, che hanno sostenuto la rivoluzione culturale siciliana, accompagnando, in migliaia, la splendida avventura di Rita Borsellino, un’avventura che non è finita, che prosegue, perché alle spalle ha un progetto fatto soprattutto da giovani. E forse, invece di lasciarsi andare alle retoriche sdegnanti e inutili che imperano in questi giorni, bisognerebbe partire dal concreto, dai ragazzi, dalle loro idee che camminano con le gambe della memoria.

Massimiliano Perna

 

Le nostre domande a Fabrizio Gatti, il giornalista infiltrato

Il 14 settembre scorso, ho avuto la possibilità di partecipare alla chat on-line del settimanale “L’espresso”, e di porre alcune domande a Fabrizio Gatti, il giornalista che ha smascherato, infiltrandosi, lo sfruttamento della manodopera immigrata nelle campagne del foggiano, in Puglia. Ho avuto, ovviamente, anche la possibilità di leggere le domande che altre persone hanno posto e le relative risposte fornite da Gatti, con riferimento al suo reportage. Il Tg1, in questi giorni, ha parlato nuovamente, dopo poco più di un mese, delle campagne di Foggia, rendendo noto il prossimo impegno di un’apposita commissione ministeriale a svolgere un’inchiesta sulla vicenda e, in generale, sullo sfruttamento esistente in quasi tutte le zone agricole italiane. Mi è sembrato giusto, quindi, pubblicare per intero queste poche domande (la chat era affollatissima) da me rivolte a Gatti, con le relative risposte, ed alcune fra le risposte più interessanti del giornalista de “L’espresso” alle questioni poste dagli altri utenti della chat. Mi sarebbe piaciuto offrirvi il contenuto integrale della discussione, ma non posso per due motivi: è troppo ampia e, soprattutto, non so se ciò comporti la lesione di qualche diritto d’esclusiva o d’autore nei confronti del mitico settimanale per cui Gatti scrive. Riporto qui di seguito quanto promesso.

Non pensi che in realtà dei clandestini la politica non si interessi solo perché essi non portano voti?  

Purtroppo è possibile. L'espresso in edicola domani (15 settembre scorso n.d.r.) racconta come quanto avviene, non solo nella provincia di Foggia, sia possibile grazie ad un'ampia rete di favori tra imprenditori e politica locale”.  

Secondo te quanto conta sinceramente per i politici italiani la vita di un clandestino?
Non possiamo parlare di politici in generale. Sicuramente, l'equazione tra clandestini e criminali fatta da alcuni partiti per raccogliere consenso ha distorto la realtà e diffuso una grave disinformazione”.
 

C’è un colpevole disinteresse politico-istituzionale per tutto ciò che riguarda soprusi o tragedie, in cui le vittime sono gli immigrati. Oltre al caso di Foggia, esistono altri casi come Cassibile, oppure le sciagure in mare, come quella del 96 a Portopalo. Insomma, se fossero stati italiani non credi che tutti avrebbero preso posizione, chiesto giustizia, iniziato le ricerche in mare?

Sì, se i morti in mare o gli schiavi fossero italiani, sicuramente nessun ministro avrebbe proposto di sparare alle barche in arrivo dalla Libia o di arrestare, come avviene, chi denuncia i suoi sfruttatori”.  

Quanta consapevolezza pensi ci sia, in chi ci governa, del fenomeno di cui ti sei occupato? Hai fiducia nel fatto che il governo Prodi cambi la Bossi-Fini oppure pensi che non si farà niente nemmeno stavolta?   

La Bossi-Fini ha avuto la presunzione di poter fermare l'immigrazione al di là delle frontiere. La sua applicazione, dopo il finto accordo con la Libia, ha provocato la morte di almeno 106 persone: le hanno espulse nel deserto senza preoccuparsi di come e con chi avrebbero fatto il viaggio. (L'espresso lo ha scoperto nel marzo 2004). Ma la Bossi-Fini non si è mai occupata di cosa accade dentro i confini dell'Italia: code di settimane per poter rinnovare il permesso di soggiorno, questure intasate, attese che durano oltre un anno e territorio in cui gli imprenditori possono permettersi di ricattare i loro dipendenti e ridurli in schiavitù. Tutto questo, se lo confrontiamo con la nostra Costituzione o la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, è un clamoroso fallimento. Credo che il governo Prodi non abbia alternative”. 

Avendo avuto modo di parlare con molti immigrati, cosa hai percepito in loro? Voglio dire, è possibile, in mezzo a uno sfruttamento così atroce, che ci sia ancora spazio per realizzare i propri sogni, le proprie aspirazioni?

In Puglia ho visto molti sogni infrangersi. Uno stato d'animo simile l'ho trovato nel deserto del Sahara, quando i militari facevano scendere tutti gli immigrati dal camion e li bastonavano per rapinar loro qualche soldo. Li ho visti nei volti di chi temeva di non farcela a superare la fatica e la sete nel Sahara e in Puglia”. 

Queste sono le domande che ho potuto porre a Gatti, il quale, nel rispondere alle questioni poste da altri utenti ha detto molte cose interessanti tra cui la seguente:

Non è vero che non si fa più giornalismo d'inchiesta. Il problema è che troppo spesso le inchieste cadono nel vuoto. Una battuta: se lo scandalo Watergate fosse avvenuto in Italia, probabilmente Nixon sarebbe ancora presidente.
Purtroppo una ricerca sanitaria di Medici senza frontiere pubblicata nel 2005 sullo sfruttamento dell'agricoltura italiana è caduta nel vuoto. E nel 2006 la situazione non è cambiata..[….] E' importante non dimenticare. Su quanto avviene in Puglia o, secondo le stagioni, in Calabria, Campania, Sicilia e nei cantieri edili del Nord, è fondamentale sviluppare una memoria del presente da parte di tutti noi. Altrimenti il prossimo anno dovremo riparlare di questa vergogna […]Non mi considero un eroe. Alla fine dell'inchiesta ho sempre avuto un passaporto o un mezzo che mi ha riportato a casa. Ritengo che i veri eroi moderni siano le migliaia di persone che, per un ideale o per migliorare la loro vita, attraversano a piedi o su un camion il deserto, attraversano il mare e alla fine si ritrovano a raccogliere i pomodori per noi. Certo che a forza di sentirci dire che gli immigrati sono una minaccia, a gran parte dell'Italia tutto questo è sfuggito
”. 

Infine, una denuncia su un’altra situazione molto simile a quella delle campagne:

 “Molti cantieri del Nord sono un'altra vergogna. L'espresso se n'è occupato nel novembre 2004. Fingendomi muratore in cerca di lavoro e, una volta, ingegnere in cerca di operai, venne fuori che persino nelle grandi opere (ferrovie, centrali elettriche) gli stranieri sono sfruttati (e spesso anche gli italiani). Anche gli immigrati in regola. Un esempio: molti egiziani che hanno costruito la nuova linea ferroviaria Milano-Torino lavoravano 12 ore al giorno dal lunedì al sabato e 8 ore la domenica. Ma in busta paga trovavano sempre l'ordinario: poco più di sette ore al giorno. Praticamente erano pagati dal primo al 20 del mese. Dal 21 al 31 lavoravano gratis. Le imprese si rivolgevano a caporali e chi rifiutava, semplicemente, perdeva il lavoro e quindi anche il permesso di soggiorno. Il ricatto purtroppo funzionava sempre”.

Massimiliano Perna

 

La fiction su Falcone finalmente in onda!

Il 1 ottobre, su Rai 1, andrà in onda la fiction su Giovanni Falcone. Ci si potrebbe chiedere: “e allora? che notizia è?” E’ una grande notizia, visto che per mesi si è stati incerti sulla sorte di questo film. Tutto comincia nel maggio di quest’anno: noi siciliani ricordiamo bene che è stato il mese in cui siamo andati a votare per le elezioni regionali. Ma, vi domanderete, tutto questo cosa c’entra con la fiction e la Rai? A rigor di logica, le due cose non dovrebbero avere nulla a che fare, se non fosse che, secondo i vertici Rai (all’epoca guidati da Del Noce) e non solo, mandare in onda il film avrebbe violato la par condicio! Anche questo punto pare oscuro, visto che i candidati, Salvatore Cuffaro, Rita Borsellino e Nello Musumeci, non sembrano avere alcun legame sconveniente col giudice Falcone. In realtà, la decisione di non trasmettere la fiction su Falcone, non è altro che la manifestazione di un modo sbagliato di considerare la persona del giudice palermitano, e cioè di considerarlo simbolo di una sola parte politica. Parlare di Falcone, quindi, rimanderebbe alla sua appartenenza alla sinistra, e non alle innumerevoli battaglie per la legalità, portate avanti con coraggio, passione e competenza, fino all’estremo sacrificio. Parlare di Falcone, secondo i “tutori” della par condicio in Rai, avrebbe aiutato Rita Borsellino a vincere le elezioni, piuttosto che spingere tutti i giovani, siciliani e non, a cercare nel magistrato palermitano un punto di riferimento, un vero un modello cui potersi ispirare e da cui prendere esempio. Chi ha formulato queste idee, cercando di inculcarle nel comune sentire, ha compiuto un vile sacrilegio, ha cercato di rendere di una sola parte quello che è un orgoglio di tutti, di rendere le sue opere ed i suoi pensieri eredità di una sola parte d’Italia, cercando di ridurne, così, il valore. Falcone è stato un uomo dello Stato ed ora è, deve essere, un ricordo ed un monito per tutti. Purtroppo lo sdegno e le critiche verso tale decisione, venute da gran parte del mondo politico e dalla società, non hanno impedito il rinvio della messa in onda in autunno. Perché sto parlando ora di una cosa avvenuta a maggio? Perché la vicenda non si esaurisce. E come tutti i mali peggiori, c’è sempre il rischio di una pericolosa ricaduta. Giunto l’autunno, infatti, arriva puntualmente l’ennesimo intoppo, il nuovo stop alla proiezione televisiva della fiction: il giudice Vincenzo Geraci, collega di Falcone, chiede la sospensione della messa in onda del film, in quanto si ritiene diffamato da un personaggio, in cui si riconosce, poiché colluso con la criminalità. L’ennesimo tentativo di bloccare il film. Ecco allora che sorge spontanea un’altra domanda: cosa ha questo film di così scomodo? Come mai a dieci anni dalla morte, il personaggio di Falcone dà ancora così fastidio? Forse perché il ricordo del suo operato contrasta in modo stridente con l’agire di chi ha voluto fare diversamente da Falcone, di chi lo ha ostacolato ed isolato. Un uomo integerrimo, che ha sempre svolto il suo lavoro senza scendere a compromessi, che ha sempre agito nell’interesse della comunità e dello Stato, consapevole della propria tragica fine. Giovanni Falcone ha scosso la mafia, facendola tremare, perché aveva capito in che modo andava combattuta: cercando di mozzare le sue propaggini nel mondo politico ed economico. Non temeva di aprire quell’enorme vaso di Pandora che conteneva i rapporti tra criminalità e politica. Tutto questo era scomodo e continua ad esserlo anche oggi, visto che molti di quei legami sono ancora esistenti. Falcone fa ancora paura perché è stato un uomo che da solo è quasi riuscito a smantellare Cosa Nostra. Questi sono solo alcuni motivi per cui è consigliabile non perdere la fiction su di lui, visto che alla fine sarà trasmessa, essendo stato rigettato l’assurdo ricorso del giudice Geraci, di sicuro non un amico di quel magnifico pool antimafia di Palermo. E vedendo questo film, potremo ancora una volta ricordare e, viste le reazioni scomposte, capire sempre più il perché di tutto questo ostruzionismo.

Giusy Montoneri

 

La marcia su Roma, il nuovo spot di Lombardo

Pensavamo che fosse solo uno spiacevole ricordo nella storia del nostro paese e, invece, la triste usanza si è ripetuta, grazie all’intrepido comandante Raffaele Lombardo ed al suo esercito di Beoti. La marcia su Roma, questa volta, l’hanno fatta in tremila, che si sono arrogati il diritto di rappresentare gli assenti, vale a dire quei quasi cinque milioni di siciliani che, in grande maggioranza, il ponte non lo vogliono. Già, perché l’esercito del comandante Lombardo, vecchio luogotenente democristiano e vecchio alleato dei riluttanti mostri verdi del nord, è andato nella capitale per chiedere al governo di non fermare la costruzione del ponte sullo Stretto, che il noto capopopolo catanese ritiene una manna per lo sviluppo della Sicilia. E in questo remake della famosa bravata mussoliniana, c’erano tanti attori, anche alcuni di quelli che discendono da quella marcia delle camice nere, i “camerati” Fini ed Alemanno, oltre ai fidi seguaci della più nobile tradizione democristiana, come l’esimio Buttiglione e lo zio Totò Cuffaro, e ad alcuni personaggi che “tanto lustro” danno alla nostra isola, come gli acutissimi esponenti di Fi, Schifani, Musotto e La Loggia. Una bella compagnia che reclamava ad alta voce, che urlava sul palco e protestava contro il governo. Per molti l’occasione di vedere all’opera il meglio della politica italiana e sicula, di scoprire che senza il ponte è inutile qualsiasi altra opera, come strade ed autostrade, e che senza il ponte non si può percorrere la Palermo-Messina in poche ore. Ed è stata anche l’occasione di chiedersi: ”Per la miseria, ma allora il ponte arriva fino a Palermo? O forse percorre tutta la Sicilia? Aaah, ecco perché la Palermo-Messina è stata inaugurata solo per finta e poi lasciata incompiuta…Certo, a che ci serve se tanto poi c’è il ponte che collega tutte le città e le ferrovie?”. Credetemi, non è fantasia, nell’esercito dei Beoti capeggiato da Lombardo ci sarà stato di sicuro qualcuno che queste cose le ha pensate sul serio e che ha le idee sempre più confuse. D’altra parte, al comandante non importa nulla della capacità di comprensione dei sui fidi soldati, a lui importa solo continuare questo suo grande spot e nascondere fin che può gli interessi che guidano lui e la maggioranza del suo esercito. E per portare avanti questa sua campagna pubblicitaria, è riuscito perfino a trasformare i suoi adepti e i suoi amici del centro-destra in ciò che più odiano, cioè in un gruppo di “cobas, no global e fanatici dei centri sociali”, come spesso usano definire quelli di sinistra che scendono in piazza. Questa enorme marcia (4000 partecipanti secondo gli organizzatori, 3000 secondo la questura) ha avuto un epilogo che, per degli appartenenti alla “democratica” Casa delle libertà, quantomeno ci stupisce. L’esercito di don Lombardo, infatti, ha cercato di avvicinarsi troppo a Palazzo Chigi e, davanti allo stop delle forze dell’ordine, non ha desistito e, anzi, ha cercato lo scontro per poter sfondare la difesa. Incredibile! La polizia ha dovuto respingerli usando anche la forza, anche se, diversamente da quanto avviene quando a manifestare sono pacifisti o giovani, non ci sono state cariche violente o legnate alla cieca. Ad ogni modo, come il tgr di rai3 ha più volte sottolineato (con tanto di immagini), è stato il duce Lombardo a frenare gli impeti delle sue fedeli legioni. Così, stavolta, la marcia su Roma ha visto perdere i marciatori, anche se il giornalista del tgr e lo stesso Lombardo (ovviamente) hanno parlato di un grande successo, di una manifestazione immensa (ci tengo a ricordare che 3000 persone sono poco più degli abitanti di un noto grosso condominio di Siracusa), di una Sicilia che reclama il ponte. Mah, a volte penso che forse ho capito male io, che forse parlavano di qualcos’altro, chissà magari reclamavano la concessione di un ponte festivo più lungo per la commemorazione dei defunti o per la festa dell’Immacolata, oppure protestavano contro il dentista di Lombardo, reo di rifiutarsi d’eseguire un’operazione: in questi casi sì che sarebbe stata una grande e riuscita manifestazione.

Massimiliano Perna

L’inerzia politica davanti al dramma dei migranti

Ancora uno sbarco, l’ennesimo di questa funesta estate, ancora un viaggio della speranza che si porta dietro un pesante carico di disperazione, di attimi terribili, di morte. Sabato 2 settembre, al largo di Portopalo, una piccola imbarcazione con a bordo 19 africani, in prevalenza somali ed eritrei, viene soccorsa dalle motovedette della Guardia Costiera. I naufraghi vengono caricati a bordo e condotti a Portopalo, dove è emersa una realtà agghiacciante, come sempre: i 19 migranti, tutti in condizioni fisiche precarie, disidratati e stremati per la mancanza di cibo ed acqua, sono i superstiti di un viaggio tremendo, durato dieci giorni e cominciato dalla Libia, una traversata agghiacciante in cui otto uomini, otto loro compagni, sono morti e sono stati gettati in mare per fare spazio nell’imbarcazione stipata all’inverosimile. La morte ha di nuovo presentato il suo conto, un’altra tragedia di disperati, di uomini che cercano di fuggire dalla fame, dalla guerra, dalla miseria, per raggiungere l’Europa, per sperare in qualcosa di meglio, innanzitutto nella possibilità di vivere in pace, di non morire. Ed invece il mare spezza i loro sogni, li inghiotte, li annega, li spinge in basso, sempre più in basso, nascondendoli al mondo intero. Già, perché non sempre si viene a sapere che nel corso della traversata ci siano state vittime, spesso non veniamo a sapere nemmeno che ci sia stata una traversata. Così, il numero di morti che giacciono sotto le onde del Mediterraneo, senza nome e senza sepoltura, è sconosciuto, inimmaginabile. Questo dramma sembra non finire più, è gigantesco, urla in maniera assordante, eppure in pochi sentono, in pochi se ne accorgono. Già, solo le associazioni di volontariato o le persone più sensibili, quelle che hanno conosciuto direttamente le loro storie o alcune di quelle che hanno impressi dentro l’anima quegli occhi e quei volti stremati, quando se li sono visti sbarcare sulle spiagge mentre loro prendevano il sole o facevano il bagno. E le istituzioni? La politica? Il governo? Nulla. Non cambia niente. Silenzio assoluto. O meglio, poche parole di circostanza, dichiarazioni di intenti, propositi, soluzioni vecchie. Ed intanto i negrieri fanno affari, col placet del governo Gheddafi, e la gente muore come se fosse uno sciame di mosche, e questa morte è silenziosa, suscita poco clamore, qualche servizio al telegiornale, qualche battuta, qualche dichiarazione, stop. Il governo di centro sinistra, fino ad ora, si è limitato a dire: “cambieremo la Bossi-Fini, chiuderemo i Cpt, anzi no, li renderemo più vivibili, parleremo con la Libia per collaborare, pattuglieremo le coste, ecc. ecc.”. Non è possibile. Non si può essere fatui e non si può tergiversare quando in gioco c’è la disperazione, quella vera, di milioni di uomini, quando la dignità e la vita di esseri umani viene schiacciata. Il ministro Ferrero è andato a visitare i Cpt, ci sono andati anche i membri della Commissione parlamentare, gli ispettori dell’Ue, ed hanno trovato tutto a posto. Certo, è ovvio che non si possa trovare nulla di negativo in un posto, se si avvisa una settimana prima che, ad una certa data, si sarebbe effettuato il controllo. Ma quanta astuzia… Ma davvero queste sono le persone che dovranno affrontare il problema? Si può andare a Lampedusa, dove vengono costantemente violati i diritti dell’uomo, telefonando prima per avvertire? Sappiamo per certo che il centro sinistra è di gran lunga più solidale ed è privo di volgari razzisti rispetto al centro destra, ma ciò non vuol dire che questa differenza basti. E’ necessario affrontare il problema, dando vita ad una vera azione, innanzitutto, di solidarietà ed assistenza internazionale, eliminando le schifezze vomitate dal precedente governo Berlusconi. Bisogna abrogare la Bossi-Fini, evitando di tornare a leggi pessime come la Turco-Napolitano, da cui derivano i Cpt (che sono anti-costituzionali e vanno chiusi e radicalmente ripensati) e da cui il centro destra ha preso spunto per costruire il suo impianto legislativo, ovviamente in termini peggiorativi e razzisti. Non si può pensare di continuare sulla strada degli accordi con la Libia: le autorità libiche, in questi anni di accordi con l’Italia del ministro Pisanu, hanno accolto gli immigrati irregolari provenienti dal nostro Paese (grazie ad un bel viaggio in aereo con delle graziose manette ai polsi offerte dalla Cdl) in strutture detentive prive di ogni sistema minimo di tutela dei diritti umani, e li hanno poi espulsi ricacciandoli indietro attraverso il deserto libico, divenuto ormai un cimitero a cielo aperto. Abbiamo riposto tante speranze nel cambio di governo, ancora oggi crediamo che ci siano i presupposti per intervenire sulla questione in modo più umano e solidale, ma abbiamo concreto timore che questo centro sinistra commetta gli errori del passato, quando si istituivano i Cpt e si rispondeva con annoiata indifferenza alle denunce ed alle segnalazioni sul naufragio, al largo di Portopalo, nella notte di Natale del 1996, di una nave con 293 persone a bordo (presentate dall’on. De Zulueta e dal giornalista di Repubblica, Giovanni Maria Bellu). Le speranze, oggi, sono flebili e la fiducia non è illimitata. Attendiamo. Ma non si perda tempo, perché ogni giorno che passa sono vite che si spezzano.

Massimiliano Perna

Il sì a Kabul, una sensata scelta di governo

A due mesi dalla nomina del governo Prodi, sono già tanti i temi su cui è possibile fare una riflessione, a cominciare dalla politica estera, specialmente la questione del rifinanziamento della missione in Afghanistan, che ha creato, ed ancora crea, non poche preoccupazioni all’interno della maggioranza e dell’elettorato che la ha espressa. E’ notizia di ieri che i senatori dissidenti hanno deciso di votare sì alla missione, nel caso in cui il governo dovesse porre la fiducia. Si chiude così, almeno si spera, una querelle durata quasi un mese, che ha indebolito molto l’equilibrio già precario di questo governo. Il ministro per i rapporti con il parlamento, Vannino Chiti, è riuscito a trovare l’accordo con questi dissidenti, evitando così situazioni imbarazzanti come quelle verificatesi alla Camera, dove il decreto è passato con ampio margine, ma è stato attorniato da atteggiamenti controproducenti ed inutili di qualche deputato, come Paolo Cacciari, il quale si è dimesso per protesta contro la scelta fatta da Prodi di proseguire l’impegno italiano a Kabul. Una manifestazione di pacifismo ad oltranza che non giova a nessuno e che evidenzia l’assenza di responsabilità di una parte dell’Unione, che preferisce dire no a prescindere, senza discutere e senza proporre le eventuali alternative. Dire no alla missione in Afghanistan è inspiegabile ed assurdo, così come è profondamente sbagliato paragonare questa missione a quella in Iraq. Le due guerre hanno avuto genesi diverse: quello di Kabul è stato un conflitto autorizzato dall’Onu, per liberare il popolo afgano dal regime sanguinario dei talebani, quello di Baghdad è stato un conflitto unilaterale, deciso solo dagli Stati Uniti, in collaborazione con qualche stretto alleato, senza una motivazione reale e con la falsa ragione di scompaginare un arsenale nucleare inesistente. E allora, se Prodi ha deciso il ritiro dall’Iraq, ma ha stabilito il proseguimento dell’impegno italiano in Afghanistan, nell’ambito della legittimità dell’Onu, perché fare tutto questo rumore? Perché continuare a rifiutare questa scelta? Forse perché oggi è più facile fare i pacifisti estremi, quelli che dicono sempre e solo no, senza assumersi alcuna responsabilità. Mi sta bene se a farlo sono semplici cittadini, me compreso, o associazioni, ma quando si arriva in parlamento o al governo si entra in uno scenario diverso, si rappresenta lo Stato, si rispettano le leggi, gli accordi internazionali legittimi, i doveri, e quindi ci si deve assumere anche la responsabilità di partecipare agli impegni ed alle azioni in politica estera. L’Afghanistan è ancora infettato dai talebani, un regime di vermi, di stupratori e terroristi, che hanno terrorizzato la società civile afgana per decenni, che hanno costretto le donne ad una vita che non è vita. Andare via di lì, lasciare a se stesso il popolo, significherebbe riconsegnare il paese nelle mani di quel regime. Altra cosa è l’Iraq, dove, nonostante la retorica buonista, propagandista e neopatriottica del centro-destra, le nostre truppe hanno combattuto, hanno sparato, abbattuto i ponti, sono state complici di un’occupazione militare, laddove c’era ancora spazio per la diplomazia. E, infatti, dall’Iraq andremo via tra breve. Quindi, chi agisce come Cacciari, o come quei pochi che hanno votato contro alla Camera, avrebbe fatto meglio a non candidarsi, perché quando ci si siede in parlamento non bisogna dire solo no, ma è necessario proporre soluzioni alternative, misurandosi con le mille sfaccettature della realtà, non immergendo il capo sotto quintali di sabbia. E speriamo davvero che, al Senato, dove la maggioranza è risicata, non ci siano franchi tiratori, perché questo vorrebbe dire davvero costringere Prodi alle dimissioni e riconsegnare l’Italia nelle mani di Berlusconi e della sua cricca di giullareschi manigoldi. A rincuorare un po’ gli elettori dell’Unione, per fortuna, ci pensano le parole di Bertinotti che ha avvisato che è necessario votare compatti per il sì al rifinanziamento, altrimenti verrà messa la parola fine a questa legislatura di centro-sinistra, con enorme anticipo rispetto alla sua scadenza naturale. Sono parole rivolte specialmente ai parlamentari di Rifondazione, i più accesi sulla questione afgana, ed a tutti quei componenti della sinistra radicale che rappresentano, in politica estera, il nodo più delicato per Prodi e i suoi, tanto da costringere il Professore a porre la fiducia, così da misurare politicamente la compattezza della sua maggioranza. Scelta saggia, dato che in questo modo ognuno si assumerà la responsabilità delle proprie azioni, decidendo autonomamente, in caso di colpi a sorpresa, di suicidarsi politicamente, polverizzando, eventualmente, non solo il governo ma anche il proprio partito e aprendo la strada, come afferma a ragione lo stesso Prodi, ad almeno 30 anni di governo del centro-destra. Gli scongiuri sono d’obbligo...

Massimiliano Perna

                                                    

Il  25 e 26 giugno votiamo NO alla riforma costituzionale degli inganni

Il centrodestra ha costruito, in cinque anni di malgoverno, una riforma che stravolge la carta costituzionale della nostra repubblica, nata dal grande dibattito tra le componenti storiche del nostro paese (cattolica, liberale, socialista) e dal contributo dei migliori uomini della storia e della cultura. Lo sforzo politico dei loro mediocri esponenti (Calderoli, Nania, Pastore, D’Onofrio) è stato proteso a smantellare il principio dell’equilibrio dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), che ha garantito fino ad oggi un esercizio pieno della democrazia. Dietro le scelte di questa riforma si cela il disegno di piegare le istituzioni e il sistema delle regole costituzionali alle logiche di dominio di Berlusconi e agli interessi egoistici, ai ricatti e al provincialismo secessionista e xenofobo della lega. La quasi totalità dei costituzionalisti italiani la considera abnorme e devastante. Quei pochi esperti, che, per solo spirito di fazione, appoggiano la riforma del centrodestra, ammettono che molte parti dei 53 articoli (su 138) modificati devono essere rivisti, essendo confusi e farraginosi. Basta una rapida sintesi per capire l’assurdità e la pericolosità di una riforma sciagurata. Uno dei punti più gravi è la modifica dei poteri del capo del governo. Con la riforma diventa premier il leader della coalizione di maggioranza, che vince le elezioni: non ha bisogno del voto di fiducia, ma solo dell’approvazione del programma ( solo da parte della camera dei deputati), nomina e revoca i ministri  e può sciogliere le camere. Il Presidente della Repubblica viene così privato di prerogative fondamentali: è escluso dalla nomina del capo del governo e gli viene sottratto il potere, come garante dell’unità nazionale, dello scioglimento delle camere. La sua funzione viene relegata a semplice notaio delle decisioni del premier e della maggioranza. In altri termini un garante di pura facciata. Questo meccanismo, potenzialmente autoritario, mortifica inoltre la funzione del parlamento: la camera dei deputati, organo fondamentale della rappresentanza popolare, non può sfiduciare il capo del governo,  delegittimata dal potere del premier-padrone di deciderne lo scioglimento. In sostanza una deriva quasi peronista. Altro aspetto incredibile è l’eliminazione del bicameralismo perfetto, previsto dalla costituzione vigente, in base al quale tutte le leggi e i decreti devono essere approvati da entrambe le camere (camera dei deputati e senato). Con la riforma invece la camera dei deputati si occupa solo di leggi di esclusiva competenza dello stato e il senato (solo nominalmente definito federale, ma non nei meccanismi e nella composizione) di leggi di competenza regionale. Questo nella logica dei “riformatori” dovrebbe servire a snellire i tempi di approvazione delle leggi. In realtà su molte materie che possono determinare un conflitto sarà necessario l’approvazione dei due rami del parlamento. Ma la cosa più incredibile, nel caso dell’impossibilità di una sintesi comune è la previsione della nomina di una commissione di 40 saggi, nominati solo dalla maggioranza, che esautorando il parlamento saranno chiamati a porre fine alle diatribe. Un vero e proprio pasticcio, come da più parti è stato definito, che rischierebbe di paralizzare il funzionamento delle istituzioni. E non basta. L’azione di smantellamento del sistema  costituzionale vigente  colpisce anche il Csm, organismo di autogoverno della magistratura, che fino ad oggi ha garantito il fondamentale principio di indipendenza dal potere esecutivo,  e la corte costituzionale, organo supremo di controllo della legittimità costituzionale delle leggi. La modifica dei criteri di formazione della loro composizione punta a porre questi importanti organi istituzionali sotto il controllo dell’esecutivo e quindi del capo del governo,  che di esso, come ha sostenuto il professor Sartori, è il dominus. Una forsennata azione distruttiva,  completata dall’avvio della devolution, tanto cara a Bossi e ai fedelissimi della “razza padana”. Con il trasferimento della competenza esclusiva di sanità, scuola e sicurezza alle regioni, si da il via ad una realtà nazionale non più fondata sulla solidarietà, sulla unità culturale e su uguali garanzie per tutti i cittadini, ma su un futuro di divisioni, di conflitti di identità sociale e storica, di sistemi di polizia non ben definiti. In sostanza le regioni più ricche potranno organizzare l’assistenza e l’organizzazione sanitaria secondo i loro specifici interessi (ad esempio crescita delle convenzioni con i privati, modifica delle tabelle dei farmaci gratuiti, tetti di spesa, budget delle prestazioni ospedaliere, ecc.), determinando condizioni non sostenibili per chi, proveniente da regioni più svantaggiate, abbia bisogno di avvalersi di alcune prestazioni sanitarie. La scuola rischia di diventare in alcune regioni (ad esempio nelle aree dove è presente la lega) luogo di culture integraliste e antistoriche (Chi impedirà a Borghezio o a Calderoli di promuovere programmi culturali reazionari e intolleranti verso culture diverse?). Quali compiti assumerà la polizia regionale in zone dove si sono esaltati logiche aberranti come le taglie sui criminali, l’uso delle armi per difesa personale, la castrazione chimica, e in alcuni casi la pena di morte? Serviranno ad organizzare  ronde legalizzate contro gli immigrati? C’è solo un misero tentativo propagandistico del berlusconismo e dei suoi “yes man”: la riduzione del numero dei  parlamentari. E’ un fatto auspicabile e molti italiani sono d’accordo. Ma anche qui il centrodestra mente sapendo di mentire: la loro riforma prevede questa riduzione a partire dal 2016 e tace fra l’altro sul costo enorme che l’intera operazione della modifica costituzionale avrebbe, se andasse in porto (circa 250 miliardi di euro). Il tentativo del centrodestra di imporre al nostro paese una revisione costituzionale così vergognosa non può passare. Il senso di nausea e di rivolta che le affermazioni degli esponenti della casa delle libertà suscitano non possono che avere dagli italiani una risposta univoca e forte: la cancellazione con il NO il 25 e il 26 giugno di un progetto delirante. 

Salvatore Perna (L'Isola Possibile)

 

Quei volgari e raccapriccianti fischi alla democrazia

Che il centro-destra non sappia perdere lo sappiamo bene, lo abbiamo visto tutti, abbiamo osservato i teatrini indegni dei suoi esponenti principali, a partire da Berlusconi, il quale ha gridato subito ai brogli e continua a chiedere verifiche dei voti, a non legittimare un governo che ha già ottenuto la fiducia al Senato. Ma che si arrivasse a fischiare i senatori a vita, personaggi illustri, di indiscutibile spessore politico, indipendentemente dalle idee politiche o dalle simpatie di parte, non lo avremmo mai potuto prevedere. Quello che è accaduto al Senato è una vergogna, uno spettacolo indecoroso per un paese civile, moderno e democratico come l’Italia. Vedere tanti esponenti del centro-destra dalle facce e dai modi rozzi e volgari, trasformare il parlamento italiano, che per 50 anni ha ospitato uomini di livello eccelso che hanno fatto la storia dell’Italia, in un mercato di paese, ci fa inorridire e ci fa ringraziare il cielo che questi ignoranti siano tornati all’opposizione, abbiano perso la possibilità di disporre del nostro Paese a loro terribile piacimento. Dopo le dichiarazioni arroganti, populiste e false del sen. Schifani, dopo il raccapricciante show di ignoranza offerto dal sen. Castelli, dopo le mendaci parole dei sen. Matteoli e Buttiglione, è arrivata la ciliegina sulla torta: i sette senatori a vita, eccezion fatta per la Montalcini (risparmiata grazie all’intervento del Presidente Marini), sono stati selvaggiamente fischiati mentre votavano la loro fiducia al governo Prodi. Hanno fischiato anche Ciampi, che fino a ieri, con squallida retorica, osannavano come un Dio in terra, che addirittura avevano proposto per un secondo mandato. E oggi Berlusconi ha rincarato la dose, stigmatizzando pesantemente la scelta di Ciampi di votare sì a Prodi. Ma cosa vogliono? Non capisco perché parlano di scorrettezza, di lottizzazione, ecc. Hanno vomitato di tutto: lamentele per l’occupazione, da parte della sinistra, di tutte le più alte cariche dello Stato, utilizzo dei senatori a vita per potere governare, scarsa qualità del governo, presenza di “delinquenti come Caruso” nella maggioranza parlamentare, ecc. Una carrellata di menzogne che merita risposta. Le cose da dire sono molto semplici: non c’è stata nessuna lottizzazione, è una prassi consueta, visto che la Cdl, sia nel 1994 che nel 2001, ha occupato tutte le poltrone istituzionali (alla Camera, prima la Pivetti poi Casini, al Senato prima Scognamiglio poi Pera) e visto che è stata la Cdl a non voler convergere su Napolitano; nel 1994, tra l’altro, il governo Berlusconi fu proprio il primo governo nella storia repubblicana ad interrompere la prassi di dare la presidenza di una delle due Camere all’opposizione; sempre nel 1994, i senatori a vita di allora, Agnelli e Cossiga, votarono la fiducia al governo Berlusconi, mentre Andreotti e De Martino votarono no; in ogni caso, se qualcuno nella Cdl sapesse far di conto, saprebbe che anche con l’astensione dei senatori a vita, la maggioranza (e la fiducia) ci sarebbe lo stesso;  sulla scarsa qualità del governo, chi ha avuto dentro la propria squadra gente come Calderoli, Bossi, Castelli, Tremonti, Sacconi, Gasparri, ecc. non può parlare di qualità, a meno che non si voglia paragonare questa gente a uomini di alto livello come Amato, Padoa Schioppa, Bianchi, D’Alema, Parisi, Bindi; infine, chi fa sedere tra i suoi scranni gente come Cuffaro e Berlusconi non può certo dare del delinquente a qualcun altro. Non c’è un argomento del centro-destra che possa considerarsi valido. Forse perché si tratta di semplici rigurgiti di veleno che servono per coprire la mancanza di argomenti e soprattutto di spunti programmatici. Con questa gente, mio caro Romano, dovremo fare i conti, altro che collaborare. Speriamo bene. Per il bene dell’Italia.

Massimiliano Perna   

 

 

Il Presidente Napolitano, l'uomo autorevole che ha spaccato la Cdl. 

Finalmente Giorgio Napolitano è stato eletto Presidente della Repubblica italiana. Finisce così il periodo di stagnazione istituzionale derivante dalla scelta di eleggere il nuovo capo dello Stato prima di incaricare il governo Prodi. Una decisione, quella di Ciampi, di rispettare le regole formali, privilegiando l'aspetto burocratico a quello della necessità politica di assicurare, il più presto possibile, un governo all'Italia. Adesso, con l'elezione di Napolitano, in pochi giorni finalmente avremo anche il nuovo governo. Ma concentriamoci sulla notizia del giorno, cioè la salita al "colle" del nuovo presidente. Negli ultimi giorni, quando si cercava una convergenza tra maggioranza ed opposizione, abbiamo assistito ad alcuni eventi e ad alcune prese di posizione che meritano di essere sottolineate. Anche oggi, nell'immediatezza della proclamazione, abbiamo ascoltato reazioni che offrono spunti molto interessanti di riflessione. Partiamo dal centro-sinistra: l'indicazione iniziale di D'Alema è stata un grande errore, perché non si può proporre un uomo come "baffino", attivamente impegnato nell'agone politico ed elettorale, per un posto di rilievo e di garanzia come quello di Presidente della Repubblica. Ci siamo trovati di fronte al rischio di un nuovo grave errore dei Ds e del suo gruppo dirigente. Per fortuna, poi, si è deciso di indicare Giorgio Napolitano, da molti ritenuto tra i papabili già ad Aprile. Un uomo super partes, un grande personaggio della storia politica italiana, un uomo di immensa cultura e con uno spiccato senso delle istituzioni. Napolitano ha già svolto, infatti, ruoli prestigiosi (presidente della Camera, ministro dell'Interno) con la massima imparzialità e correttezza. Se c'era qualcosa che gli veniva "rimproverata", durante la sua militanza nel Pci, era proprio la sua moderazione e la sua connotazione ampiamente riformista. Proprio per queste sue caratteristiche, Napolitano è stato sempre apprezzato da tutti, anche all'esterno del Pci e, in questi giorni, ha ottenuto l'approvazione anche dell'Udc che, oggi, dopo l'elezione, attraverso Casini ha espresso enorme soddisfazione per il successo dell'ormai ex senatore a vita. Arriviamo così al comportamento del centro-destra: l'Udc, come detto, ha contestato la candidatura di D'Alema e ha poi applaudito quella di Napolitano; An, con la sua ormai proverbiale ambiguità, si è detta favorevole al nome del senatore a vita, ma ha contestato il metodo, chinando poi la schiena, insieme agli altri, al volere di Fi; la Lega ha rifiutato sia il nome sia il metodo, votando poi compatta per Umberto Bossi; Forza Italia, con il suo consueto atteggiamento privo di rispetto per le istituzioni, ha contestato tutto, nome e metodo, pretendendo la nomina di Gianni Letta, un uomo di Berlusconi, facilmente controllabile, e imponendo la scheda bianca a tutti gli alleati, minacciando, nel caso, la rottura della Cdl, così come ha fatto anche la Lega. Nessun margine di trattativa con i "comunisti", e l'accusa di una completa occupazione delle poltrone istituzionali della Repubblica. Schifani ha parlato di attentato alla democrazia, Berlusconi continua oggi a rifiutare l'esito delle urne, dicendo che saranno effettuati ancora i conteggi e parlando ancora di brogli. Siamo davanti alla follia, ad un comportamento gravissimo ed anti-democratico. Inutile ricordare che è stato proprio Berlusconi, nel 1994, ad interrompere la prassi di dare la presidenza di una camera all'opposizione, inutile ricordare che la presidenza della Repubblica è stata sempre assegnata attraverso un'indicazione della maggioranza ed una convergenza dell'opposizione, convergenza che con D'Alema sarebbe stata legittimamente impossibile, ma con Napolitano sembrava essere più che possibile, visto che nessuno, tranne la Lega, ha mai messo in dubbio la figura di garanzia del nuovo presidente. La Cdl ha rischiato di sfaldarsi e ha evidenziato pericolosi segnali di tensione e di disgregazione interna, perdendo l'occasione di mostrare, almeno per una volta, un minimo di maturità. Ora che non c'è più il potere a fare da collante, si prospetta una legislatura tribolata all'opposizione, con Fini (forse) e soprattutto Casini ad alzare il prezzo del sostegno a Berlusconi, che manterrà la propria leadership per poco e che difficilmente sarà il prossimo candidato premier del centro-destra. Ne vedremo delle belle. Intanto, però, godiamoci l'elezione di Giorgio Napolitano, che ha tutte le carte in regola per essere un grande presidente, il primo ex comunista al Quirinale. La democrazia trionfa.

Massimiliano Perna  

                                                 

Il caimano che vuol sbranare la democrazia

E così siamo arrivati anche a questo, a delegittimare la vittoria legittima di una coalizione, a chiedere prima la conta dei voti, paventando fantomatici brogli, e poi, una volta che essa non ha rivelato alcun imbroglio, ad inventarsi un’improvvisa interpretazione della legge elettorale, tutto per non riconoscere l’esito democratico del voto degli elettori. E’ vergognoso quello che sta accadendo, è un’assurda strategia della tensione che mira a creare divisioni profonde in un’Italia che, più che spaccata, è stanca della non politica, è bisognosa di essere governata da chi è stato scelto nell’urna elettorale. E’ inutile appellarsi allo scarto minimo del Senato, ci sono numerosi esempi in occidente di governi che sono durati un’intera legislatura, pur avendo un solo parlamentare in più dell’opposizione. E poi, sbaglio o nelle democrazie compiute, come ancora l’Italia è, nonostante la Cdl e Berlusconi, vince le elezioni chi ha avuto un voto in più? Ma è inutile parlare di princìpi democratici con chi non rispetta le normali regole di rispetto politico e di correttezza istituzionale. Siamo davanti ad un manipolo di delinquenti politici, come li ha giustamente definiti Prodi, che agiscono agitando la bandiera della menzogna, che hanno umiliato la Costituzione, distrutto gli strumenti di tutela dello stato sociale, governato solo per procurare vantaggi di ogni sorta al loro duce, al loro capo indiscusso, rispetto a cui sono sempre pronti a chinare la schiena. Una cosa però va sottolineata. All’indomani del voto, all’indomani di quel grande momento di partecipazione democratica reale, quando tutti i veleni della campagna elettorale, le cifre, le parole, cessano di circolare per lasciar spazio al popolo, nessuno poteva immaginare che si sarebbe giunti a tanto, che si sarebbe arrivati ad un teatro degli orrori, ad una squallida dimostrazione di attaccamento al potere che non conosce pari nella storia repubblicana. Come fanno, questi manigoldi, a richiamarsi a De Gasperi o alla Dc, loro non sono nemmeno le brutte copie della peggiore Dc. Nella storia democratica italiana, mai si era assistito ad un tale disconoscimento del risultato del voto e della democrazia. Lo spettacolo indegno offerto da Berlusconi e dai suoi è un elemento di enorme gravità, un pericoloso segnale di ciò di cui sono capaci. Non oso immaginare cosa potrebbe accadere in Italia se, attraverso qualsiasi mezzo illegittimo, l’esito del voto venisse ribaltato. La tensione sociale, le nuove divisioni di classe, chirurgicamente create e stimolate da Berlusconi, porterebbero ad uno scontro sociale enorme, ad una destabilizzazione del sistema che potrebbe favorire le soluzioni più autoritarie. Il tentativo è serio, lo percepiamo in molti, ma lo percepiscono anche quegli elettori di centro-destra, specie di An, che mi capita di incontrare, i quali si vergognano per l’atteggiamento post-voto dei loro referenti politici. Tutti i cittadini vorrebbero che venisse riconosciuta la vittoria dell’Unione, che gli venga data la possibilità di governare, bene ed a lungo secondo i suoi sostenitori o male e per poco secondo i detrattori. La Cdl perde la faccia e la fa perdere al paese, che appare, agli occhi degli osservatori internazionali, come uno di quegli stati di recente formazione, che ancora fanno fatica a realizzare una piena democrazia. Quello che è certo, è che l’Italia ha bisogno del governo legittimo, quello di Prodi, che permetta di rispettare le scadenze di cui c’è assoluta necessità, di guidare la nazione in questa fase di difficoltà, di ricomporre un clima fin troppo esasperato. Non si possono attendere i capricci del centro-destra e le smanie di formalismo burocratico di Ciampi. Bisogna incaricare al più presto Prodi di formare il governo. Altrimenti potrebbe essere il popolo, quello veramente stanco di questo squallido teatro, a costringere, nelle piazze e nelle vie, la politica a tornare nella direzione appropriata. E se nelle piazze l’atmosfera sarà infuocata, qualcuno dovrà risponderne, senza piangere lacrime di coccodrillo, anzi di “caimano”.

Massimiliano Perna

 

Se la matematica non è un’opinione…

Davanti alle mille parole lette ed ascoltate in questa settimana post-elettorale ho scelto il silenzio, ho deciso di sedermi ad aspettare le varie reazioni, i commenti, i comportamenti di vincitori e vinti perché, come in ogni elezione democratica nel nostro paese, anche stavolta ci sono dei vincitori e dei vinti, sebbene i telegiornali ed i programmi di dibattito politico stiano tentando di mistificare la realtà. Adesso, sento la necessità di utilizzare questo megafono per far emergere e conoscere anche un punto di vista che ho trovato raramente nel guazzabuglio informativo di questi giorni. Le elezioni, seppur sudando, le ha vinte il centro-sinistra, che ha ottenuto la maggioranza netta alla Camera ed una maggioranza risicata ma legittima al Senato; questo permetterebbe, in ogni democrazia sana, di formare un governo e provare a governare. In Italia no. Qui accade che gli sconfitti, coincidenti con chi si trova al governo da cinque anni, siano talmente attaccati al potere da non volersi rassegnare alle leggi della democrazia. Qui gli sconfitti contestano, gettano ombre sulla regolarità di un voto così semplice da esprimere (per di più sotto la gestione del ministero di centro-destra) da non lasciare spazio a favole circa presunti brogli o irregolarità. Quello che avviene in questo nostro paese è assurdo. Ma voglio concentrarmi principalmente su un aspetto particolare che mi ha spinto a scrivere questo articolo. Si tratta di una mia personale interpretazione del voto. Da destra, sponda Forza Italia, ci si rallegra perché si sostiene che Berlusconi è il vero vincitore di queste elezioni, che il 50% degli italiani lo ha votato, che il suo partito è il primo partito d’Italia, che la Cdl ha preso più voti dell’Unione al Senato, ecc. Nessuno (o quasi) ha saputo ribattere a quelle che sono solo uscite di copertura di ciò che, per il Caimano e per il suo partito, rimane un fallimento. Già, un vero fallimento. Forza Italia ha ottenuto circa il 24% dei consensi, rimanendo, è vero, il partito italiano più votato (solo perché l’Ulivo purtroppo è un’alleanza tra due partiti), ma è altrettanto vero che rispetto al 2001, quando aveva ottenuto circa il 30%, ha perso ben il 6% dei voti. Una vera e propria sconfitta politica, a fronte di un incremento delle preferenze registrato dagli altri due partiti di governo, soprattutto dall’Udc (salito di ben 3 punti percentuale alla Camera). Inoltre, anche il fatto di dire che Berlusconi è stato votato dal 50% del paese è una balla colossale, visto che i voti della Cdl si sono divisi in tre parti, a sostegno delle famose “tre punte” che hanno condotto separatamente la propria campagna elettorale. Quindi è corretto dire che il cavaliere è stato scelto da poco più di un quarto del paese, molto meno rispetto alle proporzioni della lista dell’Ulivo (Ds più Margherita), che se si fosse presentata anche alla Camera avrebbe raccolto ancora più consenso. Ed il fallimento di Fi c’è stato nonostante la campagna denigratoria, populista e mediatica, sprezzante di tutte le norme della par condicio, condotta dal suo leader. Il fatto che la Cdl abbia avuto più voti al Senato e non abbia ugualmente ottenuto la vittoria, è dovuto alla legge elettorale che lo stesso centro-destra ha voluto; in ogni caso, anche nel 2001 accadde che la Cdl, pur avendo preso meno voti del centro-sinistra, riuscì ad ottenere la maggioranza in Senato, grazie anche ad una sfacciata campagna acquisti di senatori condotta da Berlusconi. Insomma, è davvero assurdo che questi attentatori della democrazia continuino a mistificare la realtà, spacciando per un grande successo quello che è invece un enorme fallimento, che porterà ad una riconsiderazione dei ruoli di leadership in quella che, a meno di improvvisate manovre autoritarie ed illiberali, sarà l’opposizione al governo Prodi. Non so quanti hanno fatto le mie stesse riflessioni, certo è che quasi nessuno, nell’Unione, le ha espresse, mentre l’unico che lo ha fatto è stato, incredibilmente, l’esponente An, Alemanno. Pensiamoci su.…. 

Massimiliano Perna

   

Le ultime volgarità e paranoie di un leader finito

Avete visto tutti, ieri sera, il “faccia a faccia” tra Prodi e Berlusconi? O appartenete a quei quattro milioni di cittadini che si sono stufati di sedersi davanti alla tv e preferiscono magari andare ai comizi? Io ieri sera ho deciso di seguire questo ultimo confronto. Ho dovuto sorbirmi le follie paranoiche di Berlusconi, che ieri sera davvero ha battuto sé stesso, concludendo con una balla colossale il suo appello finale, quando nessuno poi poteva ribattere. Il Professore, ieri, ha invece dimostrato di essere in netta crescita ed in gran forma, snobbando gli attacchi volgari e le provocazioni penose del premier e mantenendo una invidiabile calma, quando l’avversario lo ha interrotto di continuo, violando le regole stabilite, senza che Vespa riuscisse a fermarlo. Prodi si è concentrato sulle domande poste dai giornalisti e solo in un’occasione ha attaccato il premier, quando, con una citazione, gli ha dato dell’ubriaco, alludendo al fatto che Berlusconi, per coprire la sua inettitudine e la sua carenza di contenuti, come gli ubriachi si attacca ai lampioni non per essere illuminato, ma per farsi sostenere. A quel punto, il leader della Cdl si è infuriato, non capendo che si trattasse di una citazione, dicendo che Prodi non dovrebbe permettersi di offendere e, poi, ricambiando con un più diretto “utile idiota”, costellato da tutta una serie di farneticanti affermazioni sui comunisti, sulla storia del movimento contadino e sul numero dei deputati a sostegno di Prodi. Ignorato dal Professore, Berlusconi si è sempre più innervosito, eludendo tutte le domande fatte dai giornalisti, scegliendo di usare il tempo per attaccare o riprendere argomenti già esauriti in precedenza. Forse Vespa avrebbe dovuto intervenire e pregare il suo amico Silvio di mantenersi sul tema delle domande rivolte. Ma ve lo sareste mai aspettato voi un richiamo di Vespa? Dai, non viviamo nel mondo dei sogni, basta vedere il Tg1 di oggi, in cui il numero di minuti di presenza degli esponenti della Cdl (sia sul faccia a faccia, sia sugli altri temi) è di gran lunga maggiore rispetto a quelli dell’Unione. Ma la ciliegina sulla torta è stata la promessa finale del premier (ormai completamente bollito e alla frutta), che ha annunciato di tagliare l’Ici, dopo aver snobbato la richiesta di Prodi di dire dove la Cdl prenderà i soldi per abbassare la pressione fiscale. Una promessa da marinaio, tipicamente elettorale, dato che se la destra volesse davvero tagliare l’Ici, ci deve spiegare perché non lo ha fatto prima, magari risparmiando sulle spese militari o sulle spese di rappresentanza. Ma gli italiani non gli credono più e, per la verità, nemmeno alcuni rappresentanti della sua maggioranza, alcuni dei quali, ieri, a caldo, hanno preso le distanze dalle affermazioni assurde di Berlusconi, per poi ritrattare tutto stamani. Motivi di opportunità elettorale... Ad ogni modo, pensavamo che con questa promessa così populista e paranoica avesse toccato il fondo, ma evidentemente non siamo così furbi da capire che all’autolesionismo ed alla paranoia non c’è mai fine. Oggi, lo avete forse già sentito, l’”elegante” capo della Cdl ha detto di aver troppa stima per gli italiani per credere che siano “così coglioni da votare a sinistra”! E lo ha detto in diretta tv, al convegno di Confcommercio. Incredibile! Poi, si è affrettato a smentire, ribadendo di averlo detto con ironia e con il sorriso in faccia. Ri-incredibile! Non so voi, ma io ci vedo bene, e non mi pare che stesse ridendo, a meno che non abbia avuto qualche problema con i tiranti della sua faccia di plastica, impedendogli di sorridere. La verità è che Berlusconi ha perso la bussola, sente che il potere, nonostante le abbia provate tutte, gli stia sfuggendo di mano. E così si lascia andare al peggio di sé, agli insulti, alle volgarità, offendendosi poi per affermazioni molto meno pesanti pronunciate dai suoi avversari. Già, perché la tanto criticata frase di Prodi sulla delinquenza politica della Cdl, era un attacco alle bugie pronunciate dal centro-destra sulla politica fiscale dell’Unione, mentre la volgare affermazione odierna di Berlusconi è un’offesa al paese, agli italiani, a chi sceglie di votare (ricordiamo che è un diritto) per una parte politica avversa alla sua. Non può uscirsene con la storia dell’ironia, non quando si parla di cose serie, in un momento difficile del paese, in un momento in cui anche Ciampi ha invitato ad abbassare i toni. Ma, d’altra parte, se la Cdl abbassasse i toni metterebbe a nudo l’assenza di un proprio programma. E poi, per fare ironia, ci vorrebbe intelligenza. Ma non si può trovare intelligenza in Berlusconi. Sapete con che fa rima Berlusconi......?

Massimiliano Perna

 

Un altro caso di assurdo “sciacallaggio” mediatico.

Abbiamo appreso della morte di Tommaso, avvenuta venti minuti dopo il sequestro. La vicenda, come è ovvio , si commenta da sola! Non voglio addentrarmi nel merito, ma spero solo che l'ergastolo sia garantito, considerati i reati di rapina, sequestro, omicidio etc. etc. Ciò che invece vorrei commentare, è l'atteggiamento dei media: avverto che su questo argomento mi scaldo molto facilmente e, quindi, non risparmierò nulla. Il succo della questione è che è veramente ignobile, deprecabile, quello che hanno fatto i giornalisti, e cioè il fatto che non si siano minimamente degnati di avvertire prima la famiglia che la maledetta notizia era quella che tutti speravamo di non sentire. Ma vi rendete conto??? Il papà e la mamma di Tommaso hanno saputo della morte di loro figlio per mezzo della televisione. Nessuno di quegli “ominicchi” (in siciliano uomini piccoli) si è preoccupato di fermarsi un secondo e di, forse, avvertire prima le persone “direttissimamente” interessate! E tutto per cosa? Per l'Auditel? Per paura che qualcun altro gli sgraffignasse il primato della notizia? L'avidità è veramente un veleno potentissimo. Non hanno avuto un atomo di sensibilità quegli sciacalli insensibili, quei "proci" di omeriana memoria chiamati giornalisti. Adesso non voglio assolutamente fare retorica da quattro soldi, ma questo è sintomo della nostra società "usa e getta". Per loro, questa era una notizia "usa e getta" che serviva solo per "profitto". La cosa più triste, è che non ci hanno nemmeno pensato che quei 2 poveri genitori, probabilmente, non erano neanche stati avvertiti da fonti ufficiali...già le fonti ufficiali!? Chi avrebbe dovuto avvertirli prima: le fonti ufficiali, i giornalisti, la televisione o cosa??? No! Non c'è il minimo rispetto per la vita altrui, per il dolore altrui. Dico una cosa ai giovani, a quelli della mia generazione: pensiamo bene a quello che vogliamo diventare e al mezzo per farlo, e cerchiamo di non alimentare quello stato d'animo gretto intriso di avidità che oggi è la vera divinità di questo mondo; potrebbe succedere ad ognuno di noi e certamente non vorremmo essere strumentalizzati così, solo per arricchire qualche “sciacalletto” che cerca di sbarcare il lunario.

Sheila Gervasi

Un atto vile passato troppo in sordina.

E’ di oggi la notizia della vile e volgare aggressione subita dal candidato di Rifondazione Comunista, Vladimir Luxuria. Ieri sera, a Guidonia, un gruppo di vigliacchi, coperti da caschi integrali, hanno inveito pesantemente contro l’esponente del Prc, colpendolo con un fitto lancio di ortaggi, probabilmente a scopo allusivo. Tra i protagonisti di questa assurda vicenda, spiccano il presidente di un circolo di Alleanza Nazionale e un consigliere circoscrizionale sempre di An. Per onestà, va detto che i vertici del partito di Fini hanno espulso i due esponenti, diffidandoli dal presentarsi come rappresentanti dello stesso partito in qualunque occasione. Un provvedimento giusto e doveroso, così come quello che Fausto Bertinotti adottò in occasione delle dichiarazioni assurde di un suo iscritto, Ferrando; ci sono, però, due differenze sostanziali nel modo in cui i media e la politica hanno trattato questa vicenda rispetto a quella di Ferrando. In questo ultimo caso, come molti ricorderete, si fece un gran parlare, da destra arrivavano urla allo scandalo, accuse di sovversivismo, per quelle che, seppure farneticanti ed inaccettabili, erano comunque delle dichiarazioni. Nel caso dell’aggressione a Luxuria, invece, stiamo parlando di un atto fisico, violento, con connotazioni molto più gravi, che meriterebbe molto di più di un semplice allontanamento o di poche righe lette ad un telegiornale. Ci vorrebbe un atto di sentita condanna, che ancora non è arrivato. Ma non mi stupisce. Ce lo vedete Calderoli che condanna un atto di violenza in cui l’aggressore è italiano e la vittima non è un padano e per di più è un trans? Luxuria, da quando è iniziata la campagna elettorale, è stata oggetto di aggressioni verbali continue, di discriminazioni assurde, basate solo sulla sua “diversità” sessuale, senza considerare che si tratta di una persona che ha le sue idee, che ha il diritto di portarle avanti, visto che, forse questo il centro-destra non lo sa, siamo ancora in un democrazia. Sinceramente, pur non appartenendo al partito di Luxuria, credo che egli abbia tutte le carte in regola per sedere nel Parlamento italiano, perché è una persona intelligente, che non ha mai perso la calma nemmeno quando, la “signora” Mussolini, si è permessa di dire, con la sua proverbiale eleganza: “Meglio fascista che fr...”. E’ proprio questo il punto. In questo centro-destra, si ritorna a parlare di fascismo, ad allearsi con i neofascisti piuttosto che prenderne le distanze, a non condannare la negazione dell’Olocausto che l’on.Romagnoli si è permesso di esprimere. Luxuria viene sempre chiamata in causa dai suoi avversari, specie Casini, che non fanno altro che nominarla come simbolo di negatività, di vergogna. Certo, per l’Italia politica bacchettona e moralista, per il centro-destra razzista e asservito ai diktat delle gerarchie ecclesiastiche più ottuse, un omosessuale va combattuto, non difeso. La solidarietà sociale è stata dimenticata anche dalla Chiesa, perché va tutto bene, ma quando in camera da letto si trasgredisce non si è più figli di Dio e si può anche morire. Quello che è avvenuto a Luxuria è un attacco alla democrazia, una gravissima lesione dei principi inderogabili del rispetto e della tutela di quelle che, ipocritamente, vengono chiamate “diversità”. Di fronte a questo atto, che è concreto e non paventato, mi sarei aspettato un’insurrezione della sinistra, una campagna di protesta, una specie di Aventino a difesa della giustizia, ma, invece, niente. La solidarietà verbale e qualche espressione di condanna. Niente più. E’ vero che bisogna stemperare il clima, ma bisogna anche far capire alla gente che la strategia della tensione messa in atto da Berlusconi e dai suoi alleati sta alimentando pericolosi mostri. C’è ancora una settimana di campagna elettorale, infuocata, terribile. L’aggressione di ieri è un segnale di quello che può accadere. E i bersagli potrebbero essere soprattutto a sinistra. Perché, infatti, dopo i fatti di Milano, commessi da facinorosi che odiano la sinistra, che odiano tutta la politica indifferentemente, che si autodefiniscono anarchici, si è fatto tutto quel rumore contro Prodi e l’Unione, che erano gli unici ad essere svantaggiati da quella folle mattinata milanese? E perché, il giorno dopo la vile aggressione a Luxuria, in cui protagonisti sono stati esponenti di un partito importante del centro-destra, si cerca invece di far passare tutto in sordina? E meno male che poi, qualcuno ha il coraggio di dire che i “comunisti mangiabambini” hanno in mano l’intera informazione di questa povera Italia... 

Massimiliano Perna

 

 

La destra italiana che commemora ma poi sta con i fascisti

Il 23 marzo di sessantadue anni fa, alle Fosse Ardeatine, i nazisti trucidarono 335 persone, 335 innocenti, come vile rappresaglia per l’uccisione, nel corso di un’azione di guerra, di 33 soldati tedeschi, caduti sotto i colpi dei partigiani, in via Rasella, a Roma. Il calcolo freddo, spietato, ignobile, prevedeva infatti la morte di dieci italiani per ogni soldato nazista ucciso. Un crimine assurdo, come tanti altri commessi nel corso della seconda guerra mondiale. Oggi, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, si è recato alle Fosse Ardeatine, per celebrare la memoria di quelle centinaia di italiani, vittime della violenza efferata e lucida dei tedeschi. Una ricorrenza importante, un momento di riflessione sui mostri prodotti dalla storia, sul significato fondamentale della memoria, sulla necessità di non dimenticare, di non cancellare, di non sminuire. Guardando le immagini in tv, ho potuto scorgere qualche volto noto del centro-destra, come Pisanu e La Russa. La presenza degli esponenti del centro-destra, specialmente quella degli eredi del fascismo, mi ha indotto a riflettere su un aspetto politico che, forse, viene fatto pesare troppo poco a Fini e ad i suoi alleati, tutti impegnati ad accusare la sinistra di essere violenta ed antidemocratica o ad avvertire il paese del pericolo comunista in Italia. A questi signori, bisognerebbe forse ricordare che la nascita della democrazia in Italia si deve al sacrificio di chi ha combattuto contro gli assassini delle Fosse Ardeatine, di chi si è opposto al fascismo ed all’alleato nazista. Centinaia di socialisti, comunisti, liberali, cattolici, hanno dato la vita per permettere a noi di conoscere l’enorme tesoro della democrazia, mentre i fascisti davano man forte ai tedeschi, partecipando a stragi atroci, costituendo con essi la Repubblica di Salò, combattendo a fianco degli invasori e contro i propri connazionali. Oggi provano a purificarsi, a farci capire che sono cambiati, che c’è stata la svolta di Fiuggi, ecc. Ma quale svolta? La destra italiana da una parte commemora, cerca di fare imbarazzati passi avanti verso il mondo ebraico, ma dall’altra parte si allea con i neofascisti, con quelli che manifestano inneggiando ad Hitler, mostrando svastiche e croci celtiche, cantando slogan antisemiti. Sono residuati del marciume fascista, guidati dalla nipote “non pentita” del duce e da un certo Luca Romagnoli, noto agli onori della cronaca solo per aver espresso la sua convinzione che l’Olocausto e le camere a gas non siano mai esistiti. E la destra non si indigna ne si preoccupa, ma parla dei no global per nascondere le manifestazioni degli estremisti di destra. Non basta che Fini dica che i neofascisti intonano cori contro di lui, anche perché questo dimostra come, a maggior ragione, non vi si dovrebbe alleare. Agli italiani, ai figli di chi ha scritto la Costituzione (che loro vogliono oltraggiare), a chi ha consentito, con grande senso di democrazia, che la Repubblica nascesse in un clima di pacificazione, la destra ha ancora l’obbligo di spiegare perché i leader di An e degli altri partiti ad essa vicini non partecipano alle celebrazioni del 25 Aprile? E perché un parlamentare di An ha presentato un disegno di legge per equiparare giuridicamente i reduci di Salò (coloro che hanno combattuto a fianco dei nazisti), ai partigiani, coloro che hanno combattuto per la libertà? Semplice, perché il centro-destra italiano non ha cultura storica, ha solo pericolose velleità revisionistiche, continua ad accusare la sinistra di ammiccare ai violenti, cercando di non parlare delle mele marce che esistono al loro interno. E’ vero che una parte del movimento no global ed una parte dei centri sociali usano la violenza come mezzo di espressione, ma quelli non sono di sinistra, non votano, non sono rappresentati da nessun partito, sono anarchici folli e sono i primi nemici della sinistra. D’altra parte, il caso Ferrando-Rifondazione ha dimostrato che, nel centro-sinistra, chi si permette di esprimere posizioni folli viene espulso dai partiti, mentre, nel centro-destra, non mi pare che qualcuno sia mai insorto per una dichiarazione razzista di un leghista o per la dichiarazione “negazionista” di Romagnoli. Nemmeno le forze che si richiamano alla vecchia Dc lo hanno fatto. Nessun provvedimento, niente di niente. Che fine ha fatto la svolta democratica di Fini? A questo punto sorge il concreto dubbio che si sia trattato solo di una scelta di facciata, anche se ha prodotto nei giovani di An un generale spostamento verso la destra moderata e moderna. Il fatto è che, i vertici di An, mortificano ogni loro tentativo di passare avanti, se poi propongono determinate leggi e se si legano e non prendono le distanze, nei fatti, da forze e movimenti che, nel loro animo, conservano quel tetro mantello nero che si chiama fascismo. Non si ha il diritto di commemorare, fin quando, nei fatti, si prosegue a non distaccarsi in modo netto da un passato che non ha nulla di positivo, nemmeno nel nostro paese.

Massimiliano Perna

 

Quando la gretta ignoranza dei “nati comodi” oltraggia il sacrificio dei dignitosi.

Chi di voi ha visto un servizio delle “Iene”, andato in onda lunedì 20 marzo, che riguardava l'estenuante attesa degli immigrati davanti agli uffici postali, per i tanto agognati, sospirati e desiderati permessi di soggiorno? Spero in molti! Ma ciò di cui vorrei disquisire, non è tanto l'impreparazione all'evento che a tutti è ben nota quanto, piuttosto, quello che è successo dopo. Cosa? Quando “la Iena”,di cui ahimè non rimembro il nome (forse Enrico Lucci?), ha finito di interloquire con le povere vittime del calvario, cioè gli immigrati, si è visto piombare davanti un gruppetto “de pischelletti” che volevano a tutti i costi un’intervista! “La Iena”, a quel punto, ha chiesto cosa ne pensassero degli immigrati e di commentare la situazione che in quel momento si svolgeva davanti ai loro occhi: “beautiful mother" (bedda mattrri per chi è delle mie parti), cosa non hanno sentito le mie orecchie. In una parola: razzismo puro.”Che se ne tornassero a casa loro” affermava l’uno; “che andassero a lavorare a casa loro” chiosava l'altra. Così, “La Iena” animale “ghignante” in quanto tale, avvezzo alla comunicazione e alle domande irritanti (altrimenti farebbe un’altro mestiere), ha fatto alla “pischelletta” più impettita e che più “si sentiva sto c.....”, la seguente testuale domanda: ”ma te ce andresti a pulì er culo a li vecchi?”. Risposta: “Mai nella vita!”. Il disagio dei “pischelletti” si avvertiva, in virtù anche dello sguardo “mooolto” perplesso dell'intervistatore, ma erano talmente presi dalla telecamera che andavano a parare su altri argomenti. Dopo tutta una serie di domande e di risposte di tal fatta, la questione mi ha creato tutta una serie di scompensi. Mi chiedo cosa insegnino in certe famiglie. Sicuramente non il rispetto dell'altro. Ho visto la vanità, la superbia, l'arroganza, la pretesa superiorità della società italiana che sta generando veramente dei mostri.Tra gli immigrati c’era gente laureata, che si è fatta un mazzo tanto per studiare e poi per necessità è andata a “pulire il culo ai vecchi”, proprio in virtù del fatto che a casa loro non c’era nemmeno questo benedetto lavoro. Il problema, secondo me, è un altro: c'è una tendenza totale a confondere le acque e quindi a far sì che le persone si creino una opinione un po’ distorta. Si tende a far credere che immigrato sia uguale a criminale o terrorista. Il criminale può anche essere immigrato, ma l'esperienza ci dimostra che esistono anche i criminali nostrani e che non tutti gli immigrati sono criminali o terroristi. In più, a mio avviso, le categorie del criminale e del terrorista vanno ulteriormente scisse e non sovrapposte o identificate. Il ministro Castelli parla tanto (un ingegnere che si occupa di diritto, mah!) insieme a tutti gli altri leghisti, ma una cosa la vorrei tanto sapere e cioè chi si occupa della pulizia delle loro case o della cura dei parenti anziani! Morirò con questo dubbio. La cosa che un po’ mi rincuora è che quell'idiota (la pischelletta) ha fatto una figura di m.....con mezza Italia e sicuramente (ma non volontariamente..) avrà fatto riflettere, quindi, un grazie all'idiota. Come dico sempre, anche il marcio ha i suoi vantaggi.

Sheila Gervasi

 

Adesso hanno proprio esagerato!

Adesso basta. Il limite è stato superato davvero di troppo. Abbiamo assistito esterrefatti alla follia straboccante di un uomo completamente divorato dalla sua megalomania e dalla paura di perdere. Di chi parlo? Lo sapete tutti. Di quel mancato dittatore che ancora qualche italiano continua a venerare (ma nell’Italia del ‘900 esiste qualche precedente di questa attitudine...) Parlo del presidente del Consiglio, Berlusconi, il quale, recatosi a sorpresa al convegno di Confindustria, ha davvero travalicato ogni confine di decenza, di responsabilità politica e di rispetto dell’intelligenza degli italiani. Il premier ha, come sempre, centrato tutto il suo intervento sull’attacco frontale ai “comunisti” della sinistra, a Prodi, alla leadership di Confindustria (cioè Montezemolo), agli imprenditori di “sinistra” come Della Valle, ai giornali, all’informazione intera. Nessun accenno al programma della Cdl per il rilancio di un’economia che, stando ai dati ed alle nostre tasche, è a crescita zero. Siamo agli ultimi posti in Europa per crescita economica, ma il Cavaliere continua a dire che tutto va bene. E continua a non dire nulla sulle proposte politiche sue e della sua coalizione. Viene il dubbio che non ce ne siano. Berlusconi, saltellando sul palco (alla faccia della sciatalgia), ha inasprito il suo già arrogante tono, ha urlato, ha ricevuto tonnellate di “buuh” e fischi, ha accusato Prodi di ammiccare contemporaneamente ad industriali e sindacati, ha battuto ogni record dando del venduto ad un numero incredibile di editori e direttori di quotidiani (esclusi quelli di famiglia o di alleanza). Insomma, uno show da circo degli orrori. Sono imprecazioni inaccettabili. E mostrano una cosa ben chiara. Riflettiamo. Montezemolo, alcuni anni fa, era indicato come possibile ministro del centro-destra, oggi è considerato il nemico numero uno della Cdl. Ci sarà un motivo? Certo, gli industriali da sempre fanno il loro interesse. Ed oggi, dopo cinque anni di politica economica fatta col pallottoliere taroccato, è ovvio che gran parte delle categorie produttive tengano un atteggiamento contrario a chi è stato responsabile di tutto ciò. Gli attacchi a Della Valle, poi, non meritano nemmeno commento. Berlusconi vorrebbe attorno a sé solo consenso, le voci dissonanti lo irritano. Sull’ossessione dei “comunisti” e della sinistra mortifera, è inutile approfondire, perché è chiaro che siamo davanti ad una ossessione paranoica. Sul fatto che Prodi sia stato a Confindustria ad una settimana dall’incontro con la Cgil, credo che chiunque abbia una reale volontà di governare debba necessariamente porsi come mediatore degli interessi delle due parti, perché lo sviluppo non si realizza né solo dialogando con gli industriali (come fece Berlusconi cinque anni fa, con gravissimi danni sui lavoratori, vedi il caso dell’articolo 18) né dialogando solo con i sindacati. Lo si ripete da tempo, lo ha detto anche qualche esponente del centro-destra: il segreto della crescita è la concertazione. Beh, non mi pare che nelle parole del capo della coalizione ci sia la volontà di favorire la concertazione. Riguardo alla stampa, ci vuole faccia tosta per muovere accuse, quando i giornali del Cavaliere (o dei suoi alleati) e le reti Mediaset si comportano in modo assolutamente antidemocratico. I quotidiani di “centro-destra” hanno montato due casi assurdi, basati sul nulla (come poi si sono rivelati), al solo scopo di creare un clima di linciaggio politico nei confronti degli avversari. Tutti ricordano il caso Telekom Serbia, in cui l’elemento chiave era un millantatore ed imbroglione prezzolato, o il caso Fassino-Unipol, in cui non c’era nemmeno un’ipotesi di reato, nonostante gli annunci falsamente rivelatori del premier, il quale ha fatto pure una gita poco proficua in Procura. E le tv? Lasciando perdere Vespa e parlando esclusivamente delle reti Mediaset, oltre alla patetica amorevolezza di Fede per il suo padrone, in questi giorni sono accadute diverse cose imperdonabili. La sera del “faccia a faccia”, ad esempio, la trasmissione di Giordano, “speciale Studio Aperto”, ha ospitato la telefonata lunghissima di Berlusconi, annunciando poi la volontà di contattare Prodi per permettere anche a lui, come richiede la legge, di intervenire per la stessa quantità di minuti. Il conduttore e direttore di testata, Giordano, ha chiuso dopo pochi minuti la trasmissione dicendo che Prodi non era rintracciabile. Nessuno è intervenuto. L’autorità garante è rimasta in silenzio. Alla faccia delle regole. E così ci hanno riprovato. Oggi pomeriggio, non so se addirittura in replica, ancora in onda “speciale Studio Aperto”, per commentare l’intervento del premier alla convention di Confindustria. In studio gli stessi ospiti di martedì sera. La morale della trasmissione? Una continua esaltazione dell’intervento di Berlusconi, a loro avviso acclamato dagli industriali, i quali “non fischiavano lui, ma Della Valle e Montezemolo”!!! Ma si può accettare questo in un paese democratico? E si può accettare che Forza Italia parli di grande successo del Cavaliere dagli industriali? E Fini, non si vergogna a dire che Berlusconi ha regalato un grande momento di verità? Ma dove li sta portando questa loro incredibile paura di perdere? Già, perché è chiaro che è questo il motivo per cui stiamo assistendo a questo sdegnante teatrino. Berlusconi attacca tutti coloro che non si inchinano al suo cospetto, perché lui non tollera il dissenso. Non vuole lasciare il governo, perché lui non tollera l’alternanza. Idem per gli altri suoi alleati. In poche parole, disprezzano la democrazia. Anzi, non sanno nemmeno che significa. Di più, la democrazia è qualcosa che li irrita, qualcosa di cui farebbero a meno. Per governare senza avversari. E sentirsi forti. Adesso basta!

  Massimiliano Perna

 

riceviamo e pubblichiamo:

Donne in politica, specie protetta?

Donne e politica: binomio tanto discusso quanto studiato sempre con maggiore interesse sia dal mondo politico, sia da quelle donne che, dopo essere state mamme, mogli, aver consolidato la loro presenza nel mondo del lavoro, essersi spese in organizzazioni educative e di volontariato, auspicano ad una politica che sia più “rosa”. Sicuramente le cifre di cui disponiamo non sono incoraggianti: secondo i dati del 2002 che ci fornisce l’IPO (Organizzazione Internazionale Parlamentare) riguardanti la presenza femminile in Parlamento, l’Italia occupa solo la settantaduesima posizione, con una percentuale del 9.84%, immediatamente preceduta da Panama (9.9%), Burkina Faso (9.9%), Zimbawbe (10%) e  Kyrgyzstan (10%). Sono dati che fanno riflettere. Tante, soprattutto negli ultimi anni, sono state le proposte avanzate dai vari schieramenti politici per risolvere un “problema,”che sempre più è sentito come tale, tra cui l’ipotesi di istituire una quota obbligatoria di presenza femminile all’interno delle liste elettorali, o addirittura di stilare delle liste elettorali interamente formate da donne. L’intento è sicuramente lodevole, ma probabilmente tali mezzi si rivelerebbero ben presto poco efficaci ed incisivi per raggiungere il risultato più importante, in quanto il numero di donne elette non è direttamente proporzionale al numero di donne candidate. Secoli di storia ci hanno relegato nel gineceo di una vita “protetta” dal lavoro, dalla partecipazione sociale e politica tramite una vera e propria discriminazione, e questo è stato più volte condannato unanimemente. Historia magistra vitae, non solo perché ci permette di individuare gli errori commessi, ma anche perché ci offre la facoltà di imparare a riconoscerli, e quindi a respingerli, anche quando si ripresentano camuffati di buoni propositi. Riservare una determinata percentuale alle donne nelle liste elettorali vuol dire fare questo solamente in virtù del nostro essere “donna”. Questo, oltre ad essere una nuova discriminazione, è soprattutto anche un avvilimento di tutte le brillanti virtù che il mondo femminile ha già dimostrato di possedere, in quanto in tal modo questi meriti non sono riconosciuti ed evidenziati, ma sottaciuti in virtù di un “essere donna”, svuotato di ogni significato. Il problema va quindi risolto alla radice, affrontando ed eliminando le cause della scarsa partecipazione femminile alla politica. I principali problemi che rendono difficile l’approccio con il mondo politico, indicati dalle stesse interessate, sono il carico di responsabilità che ben spesso si accumula sulla donna (famiglia, lavoro, casa), la diffidenza nutrita verso lo stereotipo di un mondo politico fatto di compromessi, la voglia di una politica che sia meno “parole” e più “fatti”. Risulta, ad esempio, che la percentuale di partecipazione femminile salga nelle amministrazioni comunali e locali, segno che la donna preferisce fare una politica che sia più “pragmatica”. Per riequilibrare la rappresentanza e dare un nuovo impulso alla partecipazione politica femminile, occorre innanzi tutto abbandonare lo scetticismo ed agevolare la donna con una maggiore diffusione di strutture che la aiutino nella gestione familiare (ad esempio gli asili nido). Tuttavia, prima di ogni provvedimento legislativo sarebbe opportuno procedere ad una capillare ed intensa campagna di sensibilizzazione nei confronti di tutta la collettività. Oggi, la politica femminile va esaminata e sostenuta nell’ambito del contesto storico contemporaneo. Non si tratta più di rivendicare, dunque, diritti negati, come negli anni ’70, ma di sensibilizzare l’opinione pubblica, di creare un nuovo status mentis che non veda nell’uomo, come spesso ancora succede, il legittimo amministratore dello Stato.

Santina Giannone

Resp. donne zona sud e giovani Sdi-Rnp Rosolini (Sr)   

                                                                                     

                                                                                                   

Nel “faccia a faccia” il cavalier perse la faccia

Sedici milioni di italiani hanno seguito, martedì sera, l’atteso “duello” tra il Cavaliere Silvio Berlusconi ed il Professore Romano Prodi. Un’enorme quantità di italiani, se si considera che la stessa sera si giocava un’importante partita di calcio. E magari il Cavaliere avrebbe preferito essere lì, travestito da interista, piuttosto che affrontare un dibattito per lui frustrante, con troppe regole (che parola brutta per Silvio) e senza nemmeno poter leggere il suo intervento (ma il Silviaccio i fogli se li è portati lo stesso, tanto chi lo controllava…). E c’è di più, il vero motivo per cui Berlusconi era incavolato consisteva nel fatto che aveva due minuti e mezzo a volta per parlare e uno per replicare, oltre a dover star zitto mentre il rivale interveniva. Che atrocità! Come avrà sofferto! Ed effettivamente, all’inizio il Cavaliere non riusciva mai a stare dentro i tempi previsti, sforando sempre di almeno trenta secondi, mentre Prodi ci rientrava perfettamente o addirittura consumava meno del tempo disponibile. Nervoso, occhi bassi, il Cavaliere si accaniva, sin da principio, con una penna che stringeva in mano e che utilizzava per scarabocchiare i fogli mentre rispondeva alle domande. A proposito, come rispondeva alle domande dei giornalisti? Mentre Prodi parlava dei problemi del Paese, delle prospettive, del programma della sua coalizione, della necessità di non distruggere tutto, ma anzi di coadiuvarsi inizialmente, in caso di vittoria, con i predecessori, Berlusconi spendeva tutto il suo tempo per sciorinare valanghe di dati, molti dei quali inesatti o incompleti, parlare delle grandi cose fatte, esaltare se stesso ed il suo operato, negare la situazione difficile dell’Italia e, soprattutto, criminalizzare la sinistra, attaccando con la solita tiritera dei comunisti, del buco lasciato dai governi passati (“tra un po’ tira in ballo pure Garibaldi” ha poi efficacemente replicato il leader dell’Unione), dell’atmosfera tragica che ci sarebbe in caso di elezione di Prodi, ecc. Ma nel suo tentativo di auto-celebrarsi, il presidente del Consiglio è caduto in un lapsus più che freudiano, quando, commentando positivamente la legge Moratti, prima di affermare che si è trattato di una legge apprezzata da tutti, si è lasciato scappare la parola più giusta: “criticata”! Immagino quanto abbiano riso docenti e studenti a quel lapsus. Il Professore, dal canto suo, ha avuto buon gioco nel minimizzare le polemiche e nel concentrarsi sui programmi e sulle sue ricette per lo sviluppo e la ripresa dell’economia, rivolgendosi direttamente ai giovani in quasi ogni suo discorso, compreso quello finale, ed esigendo semplicemente rispetto, con la massima calma, quando l’arrogante rivale gli ha dato del “pupazzo”, alludendo alla sua convinzione che Prodi sia uomo di facciata con numerosi “danti causa”. Una lezione di stile e di serietà politica, quella del Professore, che ha trovato il suo culmine nell’intervento finale, due minuti e trenta secondi (poi diventati tre a causa della logorrea del Berlusconi), in cui Prodi ha parlato degli ingredienti necessari per ridare slancio all’Italia e Berlusconi ha, invece, sparato una sterile, trita e ritrita invettiva contro la sinistra, per poi chiosare con un infantile lamento contro le regole del dibattito, troppo rigide. Che spudoratezza! Dimentica forse, come gli ha ricordato bene Prodi, che queste regole valgono per entrambi e sono valide in ogni democrazia? Democrazia? A sentir quel termine credo avrà pensato: “E in che squadra gioca?”. Insomma, nel “faccia a faccia”, come sempre del resto, il Cavalier perse la faccia. Ecco perché, poi, nervosissimo, ha dovuto fare la sua comparsa libera e sfrenata, via telefono, di oltre dieci minuti, nella trasmissione speciale di “Studio Aperto”, condotta dal direttore Giordano, il giornalista dalla voce virile. Giordano, dopo aver fatto sfogare il suo superiore, che ha dovuto però rispondere alle “terribili” domande di Bel Pietro (direttore del giornale della famiglia Berlusconi) e Paragone (direttore dell’alleata Padania), è stato costretto a prendere atto della solerte avvertenza espressa dal direttore di Liberazione (Aiuto! Un comunista! A Mediaset! Salvate i bambini!), il quale ha giustamente fatto notare che si stava violando la par condicio e consentendo solo al premier di commentare il dibattito appena concluso. Così è stato annunciato che lo staff di Studio Aperto stava cercando di contattare Prodi (a mezzanotte passata), ma che non riusciva a rintracciarlo. Dopo una decina di minuti la trasmissione è finita. Ora, a parte sollecitare l’intervento dell’autorità di vigilanza sulla par condicio, tutti ci chiediamo, da martedì sera, una sola cosa: non è che, allo staff di Studio Aperto, il numero di telefono di Prodi lo ha dato Paolo Bonaiuti o Emilio Fede? Anche Mediaset martedì sera perse la faccia.

Massimiliano Perna

 

riceviamo e pubblichiamo:

Rispettare i contratti? Sì, grazie.

 Manca poco più di un mese alle elezioni politiche, e il balletto delle cifre, tra bilanci e previsioni, è cominciato già da tempo. La faccia sorridente e abbronzantissima di “El Presidente” incorniciata dal folto toupet corvino riempie gli schermi televisivi, e lui, sicurissimo della vittoria e della rielezione, si dà alle barzellette (apprezzate solo da Emilio Fede) e agli aneddoti di famiglia, convinto di conquistare l’elettorato; inneggia poi alla sua innocenza, parla di complotti orditi contro di lui dalla magistratura comunista, e sottolinea l’importanza di separare politica e affari (secondo il suo esempio, ovvio). Forse non sa che sono proprio le cifre a mostrare lo sfacelo dell’Italia dopo cinque anni di governo Berlusconi, o forse le sue mosse servono proprio a mascherare una tremenda insicurezza dovuta a tutti i  macelli combinati insieme ai suoi amici a partire dal 2001. Ma andiamo con ordine. Nel corso della campagna elettorale di cinque anni fa, durante il programma di Bruno Vespa Porta a Porta, il candidato presidente firma l’ormai celeberrimo “contratto con gli italiani”(eh sì, da solo, mica i contratti vengono firmati da entrambe la parti…), cinque obiettivi da raggiungere in cinque anni, altrimenti niente ricandidatura. Come ben sappiamo, il Cavaliere ha già da tempo ripresentato la sua candidatura, ma avrà davvero rispettato i cinque obiettivi?

1.     Abbattimento della pressione fiscale. Secondo Berlusconi ormai sarebbe stata abbattuta, ma un’autorevole fonte come Forbes ci dice che, al contrario, essa è aumentata.

2.     Attuazione del “Piano per la difesa dei cittadini e la prevenzione dei crimini”. La previsione era di una forte riduzione del numero dei reati, ma i dati del ministero dell’Interno ci mostrano come i delitti siano sensibilmente aumentati nel periodo tra il 2001 e il 2004.

3.     Innalzamento delle pensioni minime ad almeno un milione di lire al mese. Chissà come mai, però, gli anziani che hanno i requisiti per questa pensione sono così pochi… Per quanto mi riguarda, i miei nonni hanno tutti una pensione molto più bassa, e non sono certo stati a spasso per quarant’anni…

4.     Dimezzamento dell’attuale tasso di disoccupazione. Le cifre reali mostrano tutt’altro: diminuzione vertiginosa dell’occupazione, in particolare al Sud. Dove sono allora quei posti di lavoro (“almeno un milione e mezzo”) tanto promessi?

5.     Apertura dei cantieri per almeno il 40 per cento degli investimenti previsti dal “Piano decennale per le Grandi Opere” considerate di emergenza. Benissimo, saranno anche stati aperti i cantieri per la tanto discussa (e chissà quanto davvero utile) Tav, ma il resto? Provate a viaggiare sulla Salerno – Reggio Calabria (tanto per fare un esempio, ce ne sarebbero tanti che non basterebbe un libro) d’estate, con quaranta gradi all’ombra, chiusi in una scatola di lamiera magari senza aria condizionata (eh sì, grazie allo sviluppo economico portato dal governo Berlusconi non tutti possono permettersela l’auto con climatizzatore), e poi vi renderete benissimo conto di quanto la promessa sia stata vana.

Ebbene sì, “El Presidente” tenta, di nuovo, di beffarci. Aveva promesso di non ripresentarsi se non avesse raggiunto almeno quattro dei suoi cinque obiettivi. Ne ha raggiunto forse mezzo, ma è di nuovo candidato alla presidenza del Consiglio. Ha ingannato l’Italia per cinque anni con le sue menzogne, i suoi intrallazzi, le sue leggi ad personam. Non lasciarti ingannare di nuovo, Italia, non te lo meriti. Gira pagina una volta per tutte, e lasciati guidare da persone serie, e non da individui specchio della società in cui viviamo, tutta lifting e capelli trapiantati. E tu, caro Cavaliere, riconosci il tuo evidente fallimento, e vai ad affrontare i tuoi guai, senza appositi provvedimenti o leggi, così potranno tutti capire finalmente che forse non sei l’uomo che hai voluto far credere.                 

 Giulia Lamelza

liceo linguistico "C. De Titta" Lanciano (CH)

 

Quella irritante retorica…

E ci risiamo. Ancora una volta possiamo osservare le raccapriccianti immagini di militari che pestano a sangue una persona inerme. Solo che, in questo caso, non si tratta di soldati occidentali all’opera in uno scenario di guerra. Si tratta di due carabinieri italiani, durante la loro quotidiana attività di controllo del territorio, a Sassuolo, in provincia di Modena. I due agenti sono intervenuti su richiesta di un poliziotto, il quale aveva cercato di far recedere la vittima dal suo comportamento negativo. L’uomo, infatti, un immigrato clandestino che già in precedenza si era macchiato di episodi di vandalismo, mostrando un atteggiamento aggressivo e violento, si trovava in evidente stato di ebbrezza ed avrebbe reagito malamente ai richiami del poliziotto, il quale aveva pensato bene di rivolgersi ai colleghi dell’Arma. I due carabinieri, nel tentativo di arrestare l’uomo, incontrandone la resistenza all’arresto, hanno reagito a loro volta con una violenza inaudita, malmenando l’immigrato, con calci, pugni ed un atroce salto a piedi uniti sullo stomaco della vittima, la quale si trovava già a terra a causa della violenza dei colpi ricevuti. Il filmato, girato con un telefono cellulare, era stato diffuso sul web e poi consegnato alla Procura, che ha aperto un’inchiesta. Anche l’Arma dei Carabinieri ha provveduto ad aprire un’indagine interna, sospendendo, nel frattempo, quindi trasferendo, i due protagonisti di questo increscioso atto di abuso e di razzismo. Sì, razzismo. Perché un gruppo di leghisti locali ha avviato una raccolta firme per esprimere solidarietà ai carabinieri, chiedendone il reintegro. Un atto ignobile, vergognoso, che nemmeno il sindaco si sente di condannare. Ma la cosa più grave è che il ministro Giovanardi, uno di quelli che parla di valori cristiani, si è schierato a fianco dei militari coinvolti e dell’iniziativa promossa dalla Lega, perché in fondo “si trattava di un ubriaco, violento e recidivo”. Certo, perché questo governo (che, nonostante le facciate di moderazione, segue una logica estremista e neofascista) considera normale abusare di un delinquente, ritiene più democratico pestarlo a sangue che leggergli i suoi diritti. La cosa più squallida è il tentativo di generalizzare, di difendere l’operato delle forze dell’ordine, comunque ed ovunque, di escludere qualsiasi diritto di critica e di condanna verso comportamenti inauditi. E questo clima di idolatria dei militari è cercato fortemente dalla politica, principalmente per motivi elettorali. Il quadro di patriottismo che il centro-destra sta dipingendo da cinque anni, li ha portati a strumentalizzare persino la tragedia di Nassirya, in cui degli uomini, prima di tutto, sono morti mentre lavoravano onestamente, in silenzio, senza voler diventare eroi. E questo dovrebbe capirlo anche qualcuno a sinistra. Non bisogna cadere nella trappola costruita, non bisogna usare le forze dell’ordine come mezzo di battaglia politica. Da destra si sta diffondendo una retorica irritante che va fermata, ma senza anteporre altrettanta retorica o, peggio, squallida imbecillità. Nessuno mette in dubbio il lavoro enorme e mal retribuito che migliaia di uomini e donne svolgono per la tutela della legalità in Italia, ma nessuno può negare che, in questo lavoro, come in ogni altro settore o istituzione, esistano anche delle mele marce, nei confronti di cui non bisogna raccogliere firme, ma solo chiedere la giusta punizione. Almeno così dovrebbe essere in un paese democratico. Ma di dubbi sulle reali caratteristiche del nostro sistema, dopo cinque anni di “governo-inferno”, ne abbiamo tutti davvero troppi.

Massimiliano Perna

 

Cresce l’occupazione? C’è sempre un motivo… E intanto si fanno di nuovo le valigie

 Ormai lo sanno tutti, ce lo ripetono incessantemente, soprattutto da quando questa campagna elettorale ha avuto inizio. Il presidente del Consiglio e i suoi fieri alleati continuano a sostenere che l’occupazione, in questi ultimi cinque anni, è aumentata di circa due punti percentuali, a dimostrazione della “perfetta” politica del lavoro svolta da questo instancabile governo. Bene, i dati Istat, effettivamente, parlano di aumento dei posti di lavoro, ma quello che molti non sanno e che “il Berlusconi fan club” non vuole dire, è che l’Istat ha fornito anche altri dati relativi al tema occupazione, che approfondiscono la questione, spiegandone le ragioni, le quali non sono molto incoraggianti. Nel suo rapporto sull’ultimo decennio, pubblicato nel 2005, il noto istituto di ricerca mostra come, la tanto acclamata crescita dell’occupazione (1.500.000 nuovi occupati), sia il frutto di precisi fattori intervenuti nel mondo del lavoro in questi ultimi anni. Innanzitutto (è questo l’unico aspetto positivo) sono stati regolarizzati circa 800.000 immigrati che lavoravano nel nostro paese, senza però godere di una precisa posizione contrattuale (vedi le badanti). Poi, sono da considerare i tremendi effetti della legge 30 (la legge Biagi), che ha prodotto un incredibile aumento del lavoro precario; con questo sistema di flessibilità selvaggia, le aziende assumono con contratti a tempo determinato, della durata di pochi mesi, ma le nuove assunzioni vengono annoverate nel calcolo dell’indice di occupazione, il quale non considera che molti di quei lavoratori, il mese successivo (o al massimo dopo tre mesi), vengono licenziati. Per terza cosa, specie al Sud, moltissime persone, soprattutto giovani, sfiduciati, rinunciano alle possibilità di impiego e si fanno cancellare dalle liste di collocamento, facendo così diminuire, nelle stime, il tasso di disoccupazione. La cancellazione dalle liste di collocamento, inoltre, mette a nudo un altro terribile problema che, qui al Sud, stiamo vivendo con sempre maggiore drammaticità: la nuova migrazione verso il Nord. Sempre i dati Istat ci dicono che, rispetto al 1993, si registra un incredibile aumento della migrazione interna, in specie dal Mezzogiorno, verso le zone più ricche della nazione, in particolare il Nord-Ovest. Se nel 1993, ogni anno, il saldo netto di emigrazione dal Sud al Nord era di 97.000, oggi il saldo ha raggiunto cifra 137.000. Intere popolazioni hanno nuovamente preso in mano la valigia e sono costrette a ripercorrere le tappe attraversate, in passato, da milioni di meridionali, che risalivano lo stivale per trovare impiego nella grande industria settentrionale, ma anche negli ospedali, nei tribunali e nelle scuole. Ed oggi c’è anche la fuga dei laureati a caratterizzare particolarmente il fenomeno. Insomma, l’occupazione cresce, ma con un bluff di fondo, ed intanto le valigie tornano ad accompagnare gli aspiranti lavoratori. C’è poco da essere ottimisti. E poco da sorridere quando si discute davanti alle telecamere ed alla popolazione reale.  

Massimiliano Perna

 

Il reato più grave: uccidere la memoria

 In questi giorni convulsi ne stiamo sentendo e vedendo davvero tante, forse troppe, anzi, di sicuro troppe: ministri che improvvisano blasfemi spogliarelli, fanatici che reagiscono in maniera sconsiderata per ordine di chi li guida, minacce al mondo intero, nuove ondate xenofobe, politici che parlano di guerre di religione e anziane scrittrici che escono dal torpore della loro inattesa follia per farneticare nuovamente. Alcune cose ci spaventano, ci inquietano, altre ci stupiscono o ci lasciano indifferenti, altre ancora ci fanno persino sorridere (per esempio scoprire che Napoleone è ancora vivo o che Gesù Cristo è tornato in terra solo per guidare l’Italia…). Ma in questo marasma di voci, di notizie, di elucubrazioni più o meno originali, c’è qualcosa che si impone, urla troppo forte ed urla frasi che travalicano quelle barriere di cui ci siamo dotati per poter filtrare il caos che ci assale ogni giorno. Il riferimento è alle parole pronunciate, nel corso di un programma andato in onda su Sky, da Romagnoli, esponente della “Fiamma tricolore”, una delle ultime patetiche espressioni del fanatismo di destra. Romagnoli ha detto che l’utilizzo delle camere a gas da parte dei nazisti, durante la seconda guerra mondiale, è ancora tutto da verificare. Ora, che all’imbecillità non c’è mai fine è un dato di fatto, ma davvero non credevo che qualcuno potesse arrivare a tanto, per di più se questo qualcuno si è alleato con una coalizione per concorrere alle elezioni politiche. Cosa dirà adesso Berlusconi? Forse che Romagnoli scherzava? E Fini? Come farà adesso a basare la sua campagna elettorale sull’attacco all’estremista Caruso, se in casa ha un pazzo che fra qualche mese arriverà a negare l’Olocausto? Nel frattempo, “il camerata” Romagnoli si è già affrettato a smentire, nonostante ci siano le immagini registrate della sua affermazione. Ma quello che resta è un episodio gravissimo, accaduto a meno di un mese dal giorno della memoria, da quel giorno che è stato dedicato alla necessità di non dimenticare, di raccontare quello che milioni di persone hanno subìto, la barbarie umana che il nazismo ha funestamente estremizzato. Una sparata del genere, che non può essere ridimensionata in alcun modo, è un tentato omicidio nei confronti di chi, ogni giorno, si impegna affinché il mondo, specie i più giovani, sappia trarre insegnamento dal sacrificio di milioni di donne, uomini, bambini, colpevoli solo di essere la vittima sacrificale di un preciso, spietato, barbaro, lucido disegno. Romagnoli ha commesso un reato grave, il più grave, tentare di uccidere la memoria, quella con la emme maiuscola, quella che non andrebbe nemmeno graffiata. Mi auguro che possa pagare per quello che ha tentato di fare, mi aspetto, quanto meno, che venga espulso dalla coalizione di centro-destra, visto che tanto rumore ha fatto per le dichiarazioni, farneticanti, ma meno gravi di Ferrando, poi giustamente espulso da Rifondazione Comunista. Se esiste ancora una coerenza…

Massimiliano Perna

 

 

Parlamentari a chiamata

Tra la moltitudine di canali tematici offerti dalla televisione satellitare ve ne sono due dedicati, rispettivamente, alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica. Se vi dovesse capitare di imbattervi in uno di tali canali, potreste notare l’attenzione prestata dai parlamentari all’intervento dell’onorevole collega di turno, dimostrata, in maniera inequivocabile, dal religioso silenzio che regna nell’aula. Questo clima di silente rispetto evidenzia lo stato di maturità acquisito dai nostri rappresentanti, mostrando quanto siano lontani i tempi in cui si assisteva a furiose zuffe, che non avevano nulla da invidiare agli scontri tra hooligans durante uno Scozia-Italia di fantozziana memoria. Ma, solo quando il malcapitato cameraman, destatosi dalla pennichella pomeridiana, agevolata da un coinvolgente discorso dell’on. Rocco Buttiglione, allarga l’inquadratura, l’arcano è svelato: l’aula è quasi deserta. A questo punto si potrebbe pensare ad una straordinaria ipotesi di contemporanea degenza influenzale o ad una generalizzata serie di improrogabili impegni. Ed invece, conducendo una breve ricerca, si scopre come il fenomeno dell’assenteismo dei parlamentari non sia così inconsueto. Premettendo che il fenomeno è trasversale, endemicamente presente sia a destra che a sinistra, irrimediabilmente l’attenzione è calamitata dalle assenze tra i banchi dell’opposizione, dal momento che le leggerezze e gli errori commessi da coloro in cui si è riposta la fiducia provocano un fastidio superiore rispetto ai sotterfugi realizzati da coloro ai quali non affideresti neanche la gestione di un’assemblea condominiale. Per rendersi conto dell’importanza che può assumere tale fenomeno si possono citare alcuni dati. Alla Camera, il centrosinistra parte da 263 deputati (ultimamente saliti di una trentina per le numerose transumanze). Nel 2001, sul ddl Sirchia, la Cdl ha solo 247 voti favorevoli, ma l’opposizione può contare solo su 185 voti contrari. Nel 2002, sulla controriforma del Csm, finisce 220 a 151 e sullo scudo fiscale (rientro dei capitali sporchi) 223 a 149. Nel 2003, per la legge Moratti, 232 a 170 e per la Frattini sul conflitto d’interessi 241 a 215. Nel 2004, dopo uno scontro acceso e la bocciatura da parte del Quirinale, si vota sulla costituzionalità della Gasparri (ennesima legge ad personam): 40 franchi tiratori della maggioranza tentano di far fuori la legge. Fortunatamente per il premier a salvare la Gasparri ci pensano i parlamentari dell’opposizione, con ben 30 assenti, tra cui spiccano addirittura 5 segretari di partito (Boselli, Mastella, Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio). Sarebbe bastata la presenza in aula anche solo di tre parlamentari (fra i 30 assenti tra le fila dell’opposizione) e la Gasparri non avrebbe mai visto la luce. In realtà, l’art. 67 della nostra Costituzione sancisce che: “Ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione” e non contempla forme flessibili di rappresentanza parlamentare. Oltre all’assenteismo v’è, tuttavia, un’altra pratica invalsa nel parlamento italiano e segnatamente nell’alveo di centrodestra, specie per far fronte ad impellenze del Presidente del Consiglio: la precettazione del parlamentare tramite sms. In buona sostanza, la prova provata che l’assenza, qualora si fosse “perpetrata”, sarebbe stata priva di valida giustificazione. Ma forse, in quest’ultimo caso, i parlamentari della maggioranza hanno pensato di provare la trepidante attesa dei tanti lavoratori a chiamata creati dalla c.d. legge Biagi. Se si fossero ricordati anche di adeguare la loro busta paga a quella del precario, l’immedesimazione sarebbe stata perfetta e l’attesa davvero trepidante.

Vincenzo Calamaro

 

La flessibilità nel lavoro: più svantaggi che vantaggi

 Il lavoratore precario tipo, in Italia, ha un età di 31 anni, è celibe, ha un contratto “a progetto” (il fantomatico co.co.pro.), ha maturato un’esperienza lavorativa di 5-10 anni e percepisce uno stipendio mensile di 800 euro netti, che non lo soddisfa per nulla. Analizzando queste informazioni, possiamo fare certe utili considerazioni per ottenere un quadro generale non molto edificante sulla situazione di quel 33% dei lavoratori in Italia, che hanno come sogno quello di avere un contratto a tempo indeterminato. La precarietà porta all’impossibilità di fare progetti a lungo termine, come quello di crearsi una famiglia, del matrimonio, dell’acquisto di una casa o di una macchina, anche a rate. Sono migliaia i giovani che si trovano ad affrontare questi problemi: non potendo avere una certezza per il proprio futuro lavorativo sono in qualche modo costretti a vivere coi genitori, vista l’impossibilità di pagare un affitto troppo caro e bollette troppo salate. Anche la diminuzione delle nascite può essere in parte ricondotta al fenomeno del precariato: molte coppie, trovandosi infatti ad affrontare difficoltà economiche, non sono in grado di far fronte all’onere derivante dall’aumento dei membri della famiglia. È facile quindi dire che, se un ragazzo si trova ancora a vivere coi genitori, a 30 anni, è un “mammone”, pigro, con la sindrome di Peter Pan, senza pensare invece che la situazione è un po’ più complessa.  Spesso i lavoratori precari lamentano la mancanza di tutele sociali e sindacali. È consigliato, infatti, ad un lavoratore che abbia un contratto a termine, di non scioperare per non mettersi in cattiva luce davanti al direttore del personale. È una “buonissima motivazione”, per non confermare il lavoratore, quella di tirare in ballo la mancanza di spirito aziendale da parte di quest’ultimo o la poca fiducia che può aver dimostrato durante il suo breve periodo lavorativo. Al momento dell’assunzione, ai lavoratori viene più o meno promesso o un eventuale prolungamento del contratto o un contratto a tempo indeterminato da sottoscrivere a fine rapporto; questo stratagemma in molti casi viene utilizzato per invogliare il lavoratore nelle sue mansioni, per convincerlo che fare 9/10 ore di straordinario alla settimana possa servire a mettersi in buona luce, sperando che il “sogno proibito” si avveri. Salvo poi svegliarsi pochi giorni prima o addirittura l’ultimo giorno di lavoro (alla faccia delle regole sindacali) nell’ufficio di un “capoccia” che, dispiaciuto, gli comunica che l’azienda ha deciso di rinnovarsi, di attuare un piano di ristrutturazione (?!) e che non si è più interessati alla sua figura. Quindi diritto di sciopero e di antilicenziamento negato come un qualunque lavoro in nero. L’attuale legge Biagi non avrebbe dovuto in qualche modo debellarlo il lavoro in nero? Non avrebbe dovuto garantire ai lavoratori precari più diritti e sicurezza sul luogo del lavoro? Perché una donna deve aver paura che il contratto non le venga prolungato se rimane incinta? La legge Biagi avrebbe dovuto fare chiarezza sui contratti a tempo determinato, invece per quello che si sente in giro, ha solamente permesso a certe aziende di legalizzare licenziamenti senza giusta causa, “snaturando” certe figure professionali, diminuendo il numero di lavoratori specializzati. Chi crede che, cambiare lavoro ogni due/tre mesi, permetta di accumulare un esperienza maggiore che lavorare tre anni nello stesso ambiente lavorativo… non ha mai lavorato realmente! Chi crede che, presentarsi ad un colloquio con  un curriculum vitae il cui paragrafo esperienze lavorative precedenti è lungo all’incirca una cartella di word, fa il “lavoratore esperto e qualificato”, non sa che i direttori del personale chiedono anche la durata delle esperienze e il motivo per cui si è cambiato cosi spesso posto di lavoro.. e le conclusioni a cui arrivano sono scontatissime. Fare diverse esperienze può servire ai più giovani, che a volte devono ancora inquadrarsi nel mondo del lavoro, in alcuni casi può essere di certo un arricchimento professionale, ma in certi settori troppa flessibilità è un ostacolo per un costante e reale apprendimento e dunque ostacola la crescita professionale. E’ chiaro che l’espediente della mobilità non è finalizzato ad una reale specializzazione delle figure professionali. In questi lavoratori precari le aziende vedono infatti una fonte di risparmio più che una risorsa per migliorare la qualità delle proprie attività, poiché i contributi da pagare per la loro assunzione sono più bassi. Queste possono permettersi di cambiare periodicamente il proprio personale senza investire realmente nei lavoratori che sono la loro forza motrice. Alla luce di tutto questo, non credo che il precariato, ora come ora, abusato da molte aziende, possa dare a lungo termine i vantaggi sperati da molti. Spero di sbagliarmi e di conoscere tanti sognatori per cui il “sogno” è diventato realtà..

 Andrea Volpi     

 

riceviamo e pubblichiamo:

Niente più droghe leggere o pesanti: la legge Fini.

Eccoci giunti ad uno dei capitoli finali di un governo inconcludente (che del programma promosso nella campagna elettorale del 2001 ha rispettato pochissime promesse) e insicuro: la legge Fini. Per chi non lo sapesse, il 26/01/2006 è stato approvato dalla Camera e dal Senato un maxi-emendamento a tale legge (decreto legge Giovanardi), centrato in prevalenza sui punti seguenti:

-Le droghe leggere o pesanti non esistono più; infatti, il vicepremier ha riunito tutte le sostanze stupefacenti in un’unica categoria che va dall’hashish all’eroina, dalla cocaina all’Lsd e all’ecstasy;

-sono previste pene molto dure come ad esempio dai 6 ai 20 anni di reclusione più una multa da 26mila a 260mila Euro per chi “coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa, consegna” sostanze dannose. Anche chi farà uso di sostanze stupefacenti o psicotrope sarà punito con la detenzione da 6 a 20 anni;

-pene più misurate toccheranno al consumatore: chiunque detenesse una piccola quantità di droghe per uso personale potrà essere sottoposto a sanzioni amministrative come il ritiro della patente di guida, del porto d’armi, del passaporto, del permesso di soggiorno ai turisti o, se si tratta invece di un cittadino extracomunitario, non riuscirà mai a riceverlo;

-nuove norme sulla funzione riabilitativa e sul recupero di tossicodipendenti indagati, imputati o condannati.

In Italia siamo arrivati ormai ad un punto dove le droghe sono considerate uguali. Non ci saranno più gli appellativi “leggere” o “pesanti” ma solo il sostantivo Droghe. Fino a che punto è giusto considerare le droghe tutte uguali? E’ ormai risaputo che uno spinello è meno nocivo di una pasticca di ecstasy, ma è stato fatto ugualmente un disegno di legge nel quale sembra che ogni droga sia nociva allo stesso modo. Questa non è altro che una legge contro la libertà e i giovani, e chiunque pensi di combattere la droga con azioni repressive è soltanto un illuso. Ormai viviamo in un Paese nel quale la morsa repressiva ha già da tempo soppiantato un sistema sociale più giusto ed equilibrato, proprio per questo tutti i giovani dovrebbero essere tutti uniti per un solo obiettivo e non, come oggi, pensare unicamente al rendimento scolastico. Dobbiamo aderire numerosi ad atti di protesta contro questo sistema e soprattutto non dobbiamo aver paura delle minacce perché dobbiamo aver fiducia in noi e nei nostri ideali se vogliamo veramente cambiare questa situazione.  

 Jacopo Salvadori          

liceo scientifico "Cattaneo" Follonica (GR)

 

Foibe...un olocausto italiano 

 Il 10 Febbraio è stata celebrata la “Giornata del ricordo” istituita dal Parlamento nel  2004 per ricordare le vittime delle foibe. Strano destino quello di questa parola, per molto tempo dimenticata e salita prepotentemente alla ribalta negli ultimi anni. Il termine deriva dal latino “fovea”, che significa fossa, vere e proprie voragini a forma di imbuto rovesciato che possono raggiungere  anche i 200 metri di profondità. Questi luoghi, dall’8 Settembre ’43  fino a tutto il ’46 furono il teatro di una delle più grandi tragedie della storia italiana. In Istria e in gran parte del Friuli Venezia Giulia i partigiani “titini” utilizzarono le foibe per eliminare i “fascisti italiani”. Nella maggior parte dei casi, prima di essere gettati nelle fosse, gli uomini e le donne rastrellati erano oggetto delle più agghiaccianti torture e non di rado molti venivano gettati vivi nei crepacci dopo essere stati legati con fil di ferro ad altri cadaveri. Ma quante furono le vittime delle foibe? Nessuno lo saprà mai! D’altra parte è pensabile che in quel clima di furore omicida ben poco ci si curasse di tenere la contabilità delle esecuzioni. Tuttavia, secondo lo studioso triestino Raoul Pupo il numero degli infoibati può essere calcolato tra i 4 mila e 5 mila sulla base dei dati in possesso delle truppe anglo-americane. Ma cosa spinse le truppe guidate dal maresciallo Tito ad agire con tanta crudeltà ed efferatezza? Sarebbe sciocco, oltre che fazioso  prescindere dagli avvenimenti che precedettero l’8 Settembre ’43. Le truppe dell’Asse  in quegli anni, infatti, si macchiarono delle più gravi atrocità nei confronti delle popolazioni slave (incendi,sevizie,deportazioni), ma tutto questo non riesce tuttavia a diradare molte delle zone d’ombra che ancora avvolgono questa tragedia che da molti è stata definita “olocausto italiano”. Nelle foibe, infatti, persero la vita non solo fascisti ma anche civili di ogni credo e colore politico, colpevoli esclusivamente di una cosa: essere italiani e vivere in una terra di vitale importanza nelle mire espansionistiche del blocco sovietico ed in particolare del maresciallo Tito. Per questi crimini nessuno ha mai pagato. La ragione risiede nel delicato equilibrio geopolitico creatosi in Europa nel dopoguerra; ragioni di opportunità politica hanno spinto i governi italiani a tacere su quei fatti e il P.C.I. a portare avanti per molti anni tesi “negazioniste”. Oggi a più di 50 anni da quegli strazianti avvenimenti il velo di silenzio è stato squarciato e resta la fiera testimonianza di chi ha dovuto abbandonare i propri beni e le proprie case. Migliaia di sopravvissuti che, sfuggiti all’orrore di una morte raccapricciante, sono andati incontro alla triste sensazione di sentirsi…stranieri in patria, con bollato addosso l’infamante marchio di “fascisti” e con una vita completamente da ricostruire.

 Francesco Marino

 

 

Un Pecorella per amico

 

Il 14 febbraio 2006 abbiamo assistito all’approvazione( in Senato) dell’ennesima legge-vergogna di questa legislatura. La nuova “legge ad imputatum” prevede che, in caso di assoluzione dell’imputato, il Pubblico Ministero non possa più ricorrere in appello, ma solo in Cassazione; mentre l’imputato condannato potrà continuare ad impugnare con l’appello la sentenza di condanna e, se ancora insoddisfatto, potrà rivolgersi alla Cassazione. Tale provvedimento (la qualifica altisonante di “legge” appare impropria per un simile atto) era stato rinviato alle Camere dal Capo dello Stato con rilievi riguardanti diversi profili di palese incostituzionalità. Ed infatti la c.d. legge Pecorella (dal nome dell’estensore, presidente della commissione giustizia-fai-da-te del Senato, ma soprattutto difensore del premier) provoca un’evidente trasfigurazione della Cassazione da giudice di legittimità, come previsto dalla Costituzione, a giudice di merito, in uno stridente contrasto con l’art.111 Cost. Ancora, la legge Pecorella viola gravemente il principio della parità delle armi tra accusa e difesa (consentendo all’imputato un’impugnazione negata al P.M.). Anche i presunti effetti defatiganti sulla mole di lavoro della giustizia penale, addotti dagli “avvocaticchi” del “Casino delle Libertà”, sono una penosa bugia. Come ha rilevato il Quirinale: “La funzione compensativa attribuita all’ampliamento dei casi di ricorso per Cassazione, ha sul carico della giustizia penale un effetto inflattivo  superiore di gran lunga  a  quello deflattivo,  derivante dalla soppressione dell’appello delle sentenze di proscioglimento”. Se ora ci volessimo chiedere quale sia la ratio di tale profondo scempio dei principi del processo penale, ebbene, la risposta l’ha fornita il nostro capelluto premier che, rispondendo ad una precisa domanda di un giornalista della Stampa, ha ammesso: “La legge interessa il caso Sme”. Per coloro che non le ricordassero, breve riassunto delle ultime puntate del  processo Sme, un processo che vedeva imputati (tra gli altri) Berlusconi e gli avvocati Previti  e Pacifico per la corruzione del giudice Renato Squillante, nell’ambito della compravendita della  Sme. Un processo, non fondato su teoremi delle toghe rosse o sulla testimonianza della Ariosto (rilevante ma non determinante), ma su una prova documentale e inoppugnabile. Un  triplice bonifico bancario (434.404 dollari) del 6 marzo 1991 dal conto Ferrido (Fininvest) al conto Mercier (Previti) al conto Rowena (del giudice Squillante). Per la stessa vicenda, con le stesse prove, Previti è stato condannato a cinque anni, Pacifico a quattro anni, il giudice Squillante a sette. Mentre al Presidente del Consiglio sono state gentilmente concesse le attenuanti generiche, che hanno fatto scattare la prescrizione abbreviata (dunque, come è stato accertato, il reato ci fu, ma  non è più punibile). Adesso per Berlusconi dovrebbe partire l’appello, ma, per fortuna, a togliere le castagne dal fuoco al premier-imputato ci ha pensato un provvidenziale ovino.

Veronica Papa

 

 La Cassazione della vergogna

 

In che modo si può commentare una decisione di questo tipo? Solo con un’esclamazione: Vergogna! Sto cercando di restare calmo, ma mi riesce davvero difficile. La decisione a cui faccio riferimento è quella presa dalla Corte di Cassazione che, con una trovata degna del più diabolico criminale, ha riconosciuto ad uno stupratore, un uomo di 40 anni che, 6 anni fa, aveva abusato della figlia quattordicenne della sua convivente, un’attenuante incredibile. I giudici della Cassazione, infatti, hanno stabilito che, poiché la ragazza aveva perso la verginità un anno prima, lo stupro ha avuto un impatto meno dannoso, in termini fisici o psichici, su di essa. E’stato così accolto il ricorso presentato dai legali dell’imputato. Questo significa che, se una minorenne non più vergine viene violentata, il reato di violenza sessuale viene considerato di minore entità, ed il colpevole può usufruire di uno sconto di pena. Una scelta assurda, che discrimina pesantemente chi ha già scelto di avere una propria vita sessuale, mortifica la dignità della donna e abbassa sempre più il livello di percezione della gravità di un reato che, per una donna, illibata o no, ha ripercussioni tremende e lascia tracce indelebili, soprattutto psicologicamente. La vicenda in questione si è svolta in uno scenario di assoluto degrado morale, all’interno di una famiglia disagiata (il patrigno stupratore è un ex tossicodipendente). Le motivazioni della Corte fanno riferimento al fatto che la ragazza, nonostante la giovane età, avesse già avuto rapporti con diversi uomini, e che avesse “acconsentito” (in realtà dopo essere stata ripetutamente minacciata) ad un rapporto orale con il patrigno, il quale ha poi preteso ed ottenuto il resto con la violenza. Tutti questi aspetti hanno portato la Corte a riconoscere l’attenuante al reato di abuso su minorenne. Assurdo! Come si fa ad interpretare in questo modo i fatti? Perché questi luminari del diritto non hanno preso in considerazione, nemmeno per un attimo, la situazione di degrado in cui la minorenne era costretta a vivere? Perché non si sono chiesti se i rapporti che la ragazza aveva già avuto in passato, non fossero il risultato di una condizione di costrizione? E, in ogni caso, che cosa c’entra l’essere vergine o il non esserlo? Lo stupro uccide, non solo il corpo, ma soprattutto l’anima di una donna, quindi poco c’entra la sua condizione fisica. Siamo di fronte ad un atto incivile, vergognoso e inquietante, perché crea un precedente pericoloso. E’ l’ennesima pronuncia choc (ricordate quella secondo cui se la donna ha i jeans non c’è violenza, altrimenti si?) di un organo che mostra di voler giocare con la dignità e la sensibilità delle persone. Io mi chiedo: ma quale logica può esserci in una legislazione che, da un lato, punisce severamente il mobbing o le molestie verbali, e dall’altro riduce l’impatto della violenza sessuale su un minore, sulla base della sua esperienza sessuale? Spero che qualcuno intervenga, soprattutto politicamente, per fermare questo scempio del diritto. E’ ora di aprire un serio dibattito sulla condizione della donna in questo paese e sulla scarsa protezione di cui gode, anche a causa delle pronunce incivili e maschiliste di questa Cassazione della vergogna.

Massimiliano Perna

 

 

Le vedette del centro-destra reazionario 

Meno male che ci sono loro che custodiscono la morale di questa Italia scostumata, che si abbandona alla “Luxuria” ed all’inciviltà dei “Carusi” proletari! Per fortuna che abbiamo Casini, un uomo talmente intelligente da capire che, per rompere con la sua convivente, deve fermare i Pacs. Meno male che abbiamo l’artiglieria del  centro-destra tutta schierata a difesa della nostra sensibilità. Nell’attesa di preparare un programma (stanno aspettando l’uscita della versione Bignami di quello dell’Unione, così scopiazzano qualcosa...), sono sempre messi lì, davanti alla finestra di Prodi e dei suoi, a fare le smorfie e a cantare sempre la stessa canzone: “Voi candidate i trans, gli eversivi, i professori, gli uomini di cultura, i magistrati, noi no...”. Nulla di più vero, a meno che non si consideri Borghezio un luminare o un umanista, la Mussolini, Fiore e Tilgher tre pacifici amanti della democrazia, Calderoli un uomo di cultura ecc. A proposito, lo immaginate Calderoli che urla queste cose in canottiera e mutande da un balcone? Io ho appena mangiato, quindi non ci provo nemmeno. Riesco solo a pensare che, vista l’ormai fratellanza col nostro popolo terrone, gli scappi l’esclamazione “Minchiaaa”, un paio di volte almeno. E la sinistra? Fatta eccezione per Bertinotti, tutti che corrono come matti a giustificarsi, a prendere le distanze dalle candidature, a chiederne la revoca. Ma è possibile che siamo diventati così confusi da perdere le nostre caratteristiche di sempre? Se un atteggiamento del genere è sacrosanto con gente come Ferrando, che non doveva nemmeno essere candidato, cosa c’entra con Caruso e, soprattutto, Luxuria? Parlando del primo, sarà pure un po’ estremista nell’atteggiamento, ma Caruso rappresenta una realtà sociale, i cui interessi sono stati dimenticati dalla politica. Una realtà che vive nei sobborghi di Napoli e delle grandi metropoli, che non può sempre rispettare le leggi statali (vedi la questione alloggi), quando queste umiliano la dignità del cittadino. E’ una logica che appartiene al patrimonio storico della sinistra, che non va sbattuto fuori, per difendere un moderatismo estremo. Per carità, io non lo voterò, perché non mi rappresenta, ma Caruso non ha mai ucciso nessuno e non ha mai inneggiato ai kamikaze. Lui ha detto (nel programma “ L’incudine”di Martelli) che i kamikaze fanno male prima di tutto a sé stessi ed alla causa del loro popolo, condannando espressamente questa forma di lotta. Cosa c’é di così assurdo? Per non parlare del comportamento razzista e discriminatorio nei confronti di Vladimir Luxuria, persona intelligente, colta, in grado di portare avanti le proprie idee (valide e moderne) con la massima compostezza e fermezza. Luxuria è stimato da molti, almeno da quelli che non fanno della politica una questione di sesso. Oh Dio! Che parola ho nominato! Ora l’armata benpensante capeggiata “dall’Onorevole” Ruini verrà a moralizzarmi! Vladimir, aiutaci tu! Aiuta tutti noi che chiediamo una rivisitazione di ciò che è davvero morale! Per concludere.  Al centro-sinistra chiedo di difendere queste scelte, almeno quest’ultima, che è ineccepibile da ogni punto di vista. E al centro-destra? Che a fare sempre le vedette reazionarie, prima o poi, si rischia di cadere sotto i colpi di un Paese che è inaspettatamente più avanti di loro.

Massimiliano Perna

 

La lunga attesa

 Siamo vicini ad un momento importante, oserei dire storico, inteso nell’accezione di fatto degno di essere ricordato: le elezioni politiche del 2006. Potrebbe apparire una esagerazione considerare uno dei più alti, ma allo stesso tempo ordinari, momenti della democrazia un fatto memorabile, ma credo che questa volta lo sia veramente. Mai i fatti contemporanei sono stati così chiaramente interpretabili, mai è stata così evidente nel nostro paese la mercificazione della democrazia. E non a caso ho usato il termine mercificazione, perché se in passato gli orrori della democrazia in Italia hanno seguito altri percorsi, altre strategie, altre modalità di sopruso, oggi il paese, i suoi valori, le sue istituzioni, le sue risorse sono asservite alla logica del profitto economico di pochissimi impettiti uomini d’affari. Oligarchia poveraccia, che abile imbonitrice si è nutrita della fiducia dei tanti i quali, alla promessa del sogno di una Milano da bere al cubo, hanno creduto che l’Italia si potesse gestire come un’azienda privata. Fa niente, è andata male, ed è andata così spudoratamente male perché la prepotenza del potere stavolta è stata pure priva dell’abilità di compiere misfatti al buio, di quei misfatti all’italiana, furbi e nascondibili. No, stavolta no, ci hanno ferito l’intelligenza con l’evidenza.Sprovveduti, ma non lo sapevano che l’italiano medio si sveglia dal torpore e si sente cittadino della propria nazione quando è ferito nel suo orgoglio? Creduloni e romantici sì, ma essere presi in giro no, questo non lo perdoniamo mai. Chi è l’arbitro Moreno di turno? Così, da tempo non si avvertiva “in giro” un fermento tanto diffuso di consapevolezza dell’urgenza di riportare tutto da qualche parte, indietro o avanti, ma comunque di liberare il paese da questo insopportabile “fondamentalismo aziendale”. Aspettiamo. L’attesa sembra lunga, lunga come i giorni prima della festa che sembrano non passare mai. Eppure Aprile, mese di primavera e di grandi speranze, è alle porte. Aspettiamo. Nel frattempo ritengo opportuno segnalare la pubblicazione di un documento molto importante. Risale al primo gennaio 1948. Si chiama Costituzione e non è difficilmente reperibile. Provate a digitare su un qualsiasi motore di ricerca questa parola seguita dalla parola “italiana”. Fatto? Bene. Provate dalla prima sera utile, prima di andare a dormire, a leggerla, da qui al 9 aprile. Vedrete che sarà più facile per tutti comprendere il peso e la responsabilità di disegnare una X a matita su un foglio colorato dentro una cabinetta di legno in quel lontanissimo giorno di aprile. La lunga attesa sta per finire. 

Giuseppe Calamaro

 

Legittima difesa o giustizia “fai da te”?

                                                                                                                                                                         

 Lo scorso 24 gennaio la Camera ha approvato definitivamente, con 244 voti favorevoli e 175 contrari, la modifica all’art. 52 del codice penale relativo alla legittima difesa. Nei giorni immediatamente successivi si è fatto un gran parlare: chi era favorevole, chi era contrario, chi ha tentato, peraltro non riuscendovi a pieno, di illustrare i cambiamenti; ma esattamente in cosa consisteva la legittima difesa? Ed in cosa consiste adesso?L’ art. 52 c.p. ,prima del 24 gennaio, disponeva:”non è punibile chi ha commesso il fatto(penalmente rilevante) per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta”. Inoltre  condizione fondamentale perché potesse aversi legittima difesa, era la sussistenza della così detta “proporzione” tra la difesa del soggetto e l’offesa dell’aggressore; mancando questo essenziale requisito, si andava incontro all’eccesso colposo (art. 55 c.p.) che non permetteva al soggetto di sottrarsi alla sanzione.  Per esemplificare supponiamo che un malvivente ci entri in casa o in negozio e rubi qualcosa: secondo la vecchia normativa, se avessimo sparato, saremmo stati incolpati di omicidio o tentato omicidio proprio perché vi sarebbe stata una sproporzione tra l’aggressione (es. il furto del ladro) e la difesa (es.  l’uccisione del ladro), mentre ora, poiché il bene che è permesso tutelare ad ogni costo non è solo l’incolumità personale, ma anche le cose, si considera uno strumento proporzionato di difesa pure l’uccisione del malvivente. All’ art. 52 c.p. è stato aggiunto infatti un articolo che ha modificato radicalmente la sostanza e la stessa logica alla base della legittima difesa. L’articolo recita che, in caso di violazione di domicilio (1° e 2° comma dell’art. 614 c.p.) o nel caso in cui ci si trovi in un luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale, il rapporto di proporzionalità, di cui ho parlato prima, è presunto, quindi si considera sempre esistente, quando si reagisce ad un’aggressione alla persona o ad un bene, utilizzando un’arma (legalmente tenuta) o un altro mezzo idoneo (vorrei sapere esattamente cosa intende chi ha proposto la legge). Diverse sono le osservazioni che si possono muovere. Prima di tutto, considerando sempre esistente il rapporto di proporzione si va incontro al rischio di un abuso della figura della legittima difesa (cosa alquanto sconveniente visto il bene sacrificato). In secondo luogo, appare rischiosa, accanto alla previsione dell’utilizzo di armi legittimamente tenute, quella di qualsiasi “altro mezzo idoneo”, in quanto estende (all’infinito se si considera la fantasia delle persone) il catalogo delle armi. Ancora, si può osservare che porre in mano ai cittadini un simile strumento di autotutela non sembra la giusta soluzione per far fronte all’emergenza che stiamo vivendo ed all’esigenza di sicurezza. Sarebbe preferibile che fosse lo Stato ad occuparsene, intensificando i controlli o magari monitorando con telecamere i luoghi più a rischio. Anche perché altrimenti potrebbe innescarsi un circolo vizioso in cui tutti, aggressori e possibili aggrediti, correrebbero ad armarsi sempre più; per il malvivente sapere di poter andare incontro ad un “grilletto facile” non sarà un deterrente, ma uno stimolo ad armarsi più di lui. E sappiamo chi dei due saprebbe sparare meglio! Paradossalmente questa riforma più che aumentare la sicurezza, rischia al contrario di aumentare i pericoli per i cittadini. Si spera che l’Italia non si trasformi in una sorta di “far west”, che le persone  non comincino a farsi giustizia da sé e che chi salirà il 9 aprile al Parlamento possa porre rimedio a questa riforma scellerata. Un’ultima contraddizione che sembra il caso di far notare è che chi attualmente ci guida, da una parte, con questa riforma, accettando la morte dell’aggressore per difendere le proprie cose, attribuisce più valore ad un bene materiale rispetto al bene “vita”, mentre dall’altra, con leggi come la 40 del 2004 sulla procreazione assistita, tutela il bene “vita” addirittura in uno stadio ancora embrionale, quando ancora vita a tutti gli effetti non è.

Giusy Montoneri

 

Tutte le leggi ad personam del Cavaliere

                                                   

Molte delle linee tracciate in questa legislatura non possono che far piacere al presidente del Consiglio. Si pensi al record di durata del governo, all’incredibile trend d’incremento di pubblicità sulle reti Mediaset, al condono fiscale capace di far risparmiare alle stesse centinaia di milioni di euro. Ma partendo dall’idea che milioni di italiani si fecero(“così ricco non si servirà del potere per sistemare i suoi affari”), come ha agito Berlusconi? L’idea degli elettori venne seccamente smentita nel luglio del 2003 quando a Strasburgo il premier stesso si lasciò scappare che “solo in tre casi” si poteva parlare di leggi ad personam. Ma è stato davvero così? Non proprio: la legge sulle rogatorie internazionali, quella sulla depenalizzazione del falso in bilancio, quella sull’abolizione della tassa su successioni e donazioni, la Gasparri “arricchita” dalla appendice “salva Retequattro”, la Cirami, il lodo Schifani, non sono solo “tre casi”.


La legge sulle rogatorie internazionali. Le rogatorie sono uno strumento che consente ad un giudice di chiedere ad un collega straniero di compiere atti processuali che esulano dalla sua giurisdizione. Nel passaggio al Senato la legge ha subito due modifiche molto particolari: si può applicare ai processi in corso e annulla le rogatorie macchiate da vizi formali. Cosa c’entra il premier? Grazie a questa legge sono divenute inutili le dichiarazioni sui movimenti nei conti correnti esteri fatte da Previti, Squillante e dal responsabile dei servizi finanziari di Mediaset.

La legge sulla depenalizzazione del falso in bilancio. Mossa con la quale si è reso non più perseguibile dalla legge il falso in bilancio. Questa legge, oltre ad allontanare investitori esteri, allarmati da uno Stato che non punisce il falso in bilancio, ha reso del tutto vane le indagini in corso da anni, che vedevano tra i principali attori Silvio Berlusconi nell’affare “All Iberian”.


La legge Cirami sul legittimo sospetto. Il legittimo sospetto è essenzialmente il dubbio che l'organo di legge chiamato a giudicare non sia imparziale. Il giudice può essere ricusato se ha espresso il proprio orientamento sul processo pubblicamente oppure se ha rapporti con l’imputato. Ovviamente sulla fondatezza delle ragioni deve pronunciarsi la Corte di Cassazione: se la Corte riconosce che il giudice non garantisce imparzialità, trasferisce il processo in un'altra città, dove dovrà ricominciare da zero. L'effetto è quello di bloccare le conclusioni del processo. Questa legge è stata applicata anche ai processi già in corso al momento della sua entrata in vigore. Dato che la legge Cirami consentiva di ottenere, spostandosi di città in città, soltanto un po’ di tempo in più, Berlusconi, in quel momento imputato nel processo Sme, ha avuto un’altra bella pensata: il lodo Schifani, la legge blocca processi per le cinque più alte cariche dello Stato. La Corte Costituzionale l’ha giudicato incompatibile con la nostra Costituzione (art.24 Cost e art.3 Cost.) proprio perché andava contro le basi democratiche del nostro ‘sistema’.


Il condono fiscale. Il condono si è rivelato una beffa per i cittadini che hanno sempre regolarmente pagato le loro tasse, ma allo stesso tempo uno strumento interessante per le aziende del premier. Alle iniziali dichiarazioni di Berlusconi (“Mediaset non si servirà del condono”) è seguita una adesione ed un risparmio di centinaia di milioni di euro.


La legge sulla tassa sulle successioni e sulle donazioni. Il precedente governo dell’Ulivo aveva lavorato su questa legge stabilendo una franchigia di 350 milioni di lire per successioni e donazioni. L’attuale governo Berlusconi ha eliminato totalmente la suddetta tassa, anche per cifre da capogiro. Ovviamente un interesse di pochi che dà adito a legittimi sospetti su passaggi di tanto denaro di tasca in tasca.


La legge Gasparri e il decreto salva Rete 4. La proroga di poter trasmettere in analogico per Retequattro ha sollevato in maniera clamorosa l’interrogativo su come un premier possa decidere sul destino di una sua proprietà. Ma nella nuova legge c’era molto di più. L’abolizione delle norme che vietavano incroci di proprietà tra Tv e carta stampata, ad esempio, ha cancellato i limiti sulla possibilità di possedere media. Realmente consentirà di ufficializzare ciò che già accadeva. Se fino ad oggi Berlusconi non poteva essere diretto proprietario di mezzi di informazione, delegando al fratello, alla moglie e ad altri cari amici, con la nuova normativa potrà liberarsi di queste maschere. Inoltre, non si è posto freno alla possibilità di acquistare giornali, tv e cinema a patto che venga garantita concorrenza. E’stato, però, inserito anche un limite, ma solo per gli altri. Il blocco è per chi già si occupa di un settore delle telecomunicazioni (es. Telecom, che ha La7, Mtv ed una partecipazione in Sky) che non potrà espandersi senza limiti in quello delle televisioni.

Che dire? Due cose soltanto. Queste vicende possono compiersi solo in un Paese pronto a tutto, dove una vera e propria complicità intellettuale permette che il reato criminale riduca la politica a servaggio, per cambiare in Parlamento la sua natura. Un processo alchemico scellerato, che deforma lo Stato di diritto e dimostra la falsità del teorema che voleva Berlusconi "costretto" alle leggi ad personam. Ora che ha risolto gran parte dei suoi “problemi” le leggi ad personam continuano, per quei soci-padroni capaci di tenere in ostaggio il lato più oscuro di un uomo che dovrebbe governare l'Italia, e la umilia con un Parlamento asservito.

Francesco Marino

Con  buona "pacs" di tutti

                

 Che il nostro paese sia molto particolare lo dimostrano tante cose, e tra queste vi è la guerra contro i Pacs, i patti per l’unione civile delle coppie di fatto (sia eterosessuali che omosessuali). Su questo tema, che interessa tutti coloro che intendono unire le proprie vite indipendentemente dal matrimonio cattolico, si è acceso lo scontro politico, non solo fra le diverse coalizioni, ma anche all’interno delle stesse. Nel centro-sinistra, ad esempio, proprio in questi ultimi giorni, su questo punto non si è trovato l’accordo con la Rosa nel Pugno, che sostiene l’importanza di essere chiari al riguardo. Ma perché si contestano così tanto i Pacs? E soprattutto, perché i partiti più moderati, quelli filo-cattolici, li considerano uno strumento contro la famiglia? In realtà, è tutta una montatura. Quello che Ruini e i suoi discepoli politici sostengono, è che regolarizzare le coppie di fatto significherebbe mettere in pericolo la famiglia tradizionale, fondata sul matrimonio. Ora, innanzitutto, che ciò lo dica Ruini o il Papa, che sono rappresentanti della gerarchia ecclesiastica e, quindi, cercano di difendere la loro dottrina, è un conto. Ma che il mondo politico si comporti allo stesso modo non può essere comprensibile. Come dimostrano i dati forniti dall’Eurispes, la maggioranza dei fedeli cattolici (che, ricordiamolo, sono molto spesso laici) è d’accordo con i Pacs. Perché? Di certo, perché il matrimonio come istituzione, oggi, è crollato, come dimostra l’altissimo numero di divorzi. Molte persone che intendono rifarsi una vita e abitare con il proprio partner, senza necessariamente convolare a nozze (anche perché la Chiesa impedisce le seconde nozze), si trovano, così, nella spiacevole condizione di precari dell’amore. Non hanno nessun diritto reciproco. Ad esempio, se uno dei due conviventi finisce in ospedale, ammettiamo per subire un’operazione, l’altro (o altra) non può ricevere alcuna informazione sullo stato di salute di chi, molto spesso, è la madre  (o il padre) dei suoi figli. Inoltre, come si può accusare questo strumento di essere antifamiglia se, tra il 2002 e il 2005, in assenza dei Pacs, il 50% dei matrimoni è finito in divorzio? E poi, per finire, come possono l’Udc ed il suo leader, Casini, scagliarsi contro le unioni di fatto, quando lo stesso Casini, così come gli altri militanti del suo e di tutti gli altri partiti, non sono sposati ma convivono?Che bella ipocrisia! E allora, diciamo, smettetela di sostenere ipocritamente la posizione della Chiesa per accattivarvene le potenti simpatie. Fate qualcosa, piuttosto, per rendere l’Italia più moderna e regolarizzate queste unioni di fatto (riconosciute, tra l’altro, in tutta l’Ue, ad eccezione proprio di Grecia, Irlanda ed appunto Italia). Con buona Pacs di tutti...

Massimiliano Perna

Riposseduto!

"Sono il Gesù Cristo della politica, una vittima paziente, sopporto tutto, mi sacrifico con tutti. Così dovete fare anche voi imprenditori". No, non sono le parole del capo di una setta fanatica, poche ore prima di un suicidio di massa. Sono parole pronunciate, durante l’incontro ad Ancona con gli imprenditori, dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, appena dopo aver precisato che una sua precedente affermazione ("Sono come Napoleone") era solo uno scherzo. Certo che questo premier è proprio simpatico, e quante storielle e barzellette conosce; proprio ieri ne ha raccontata un’altra delle sue. Durante un convegno di Forza Italia, mentre parlava alla folla, ha annunciato, improvvisamente, con un urlo spaventoso: "Siamo in testaaa!", riferendosi ad un sondaggio svolto da un’agenzia americana. Stavolta, però, Silvio si è dimenticato di dirci che stava scherzando. Forse, preso come è dalla sua frenetica auto-esaltazione, ha creduto davvero agli americani (che ultimamente in fatto di verità non sono proprio una garanzia…)? O forse ci vuole prendere in giro? Nooo, quando mai! Sinceramente, ve la sentireste di affermare che il Silvio nazionale, l’uomo dal sorriso fisso e dalla chioma folta, vi ha preso in giro qualche volta? Se ve la sentite, allora siete di sicuro i soliti comunisti, quelli che hanno stampa, tv, magistratura, università, l’Istat, i sondaggisti (tranne quelli americani, ovviamente), il mondo intero… Irriconoscenti, dopo che il Cavaliere vi ha fatto tutte le leggi più utili, quelle che servivano realmente al paese. Non potete negare, infatti, che milioni di disoccupati hanno usufruito della legge sul falso in bilancio, con cui hanno risolto tutti i loro problemi! Scherzi a parte (anche se c’è davvero poco da scherzare!), ormai è chiaro che qualcosa o qualcuno si sia impossessato di lui (d’altra parte mi pare che la sua squadra di calcio la chiamano "il diavolo"…). Lasciamolo sfogare, nel suo delirio, tanto ci perde solo lui. E ci guadagniamo noi.

Massimiliano Perna

 

 

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