IL
MEGAFONO
On line dall'11 febbraio 2006
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ARCHIVIO AMBIENTE
riceviamo e pubblichiamo: comunicato stampa dei Verdi di Siracusa
L’ ENNESIMO MISFATTO SULLA COSTA SIRACUSANA
Dopo Asparano luogo del misfatto è la Penisola Maddalena, un'area tra le più pregiate del territorio che con Decreto Ministeriale del 3 apr. 2000, è stata definita Sito d'Importanza Comunitaria (SIC n°cod. ITA090008).Ebbene l'esistenza del Sic è stata ignorata, il consiglio comunale di Siracusa ha approvato il piano di lottizzazione per la realizzazione del villaggio della Maddalena ignorando, inoltre, il vincolo paesaggistico e archeologico.Ha del paradossale istituire l’Area Marina Protetta del Plemmirio, proprio con la finalità di tutelare e valorizzare l'ecosistema e la biodiversità marina e costiera, e nello stesso tempo cementificare la costa che ne dovrebbe essere la naturale fascia di protezione, infatti, da più parti viene chiesta l'istituzione di una riserva terrestre. Questa logica paranoica dei fondamentalisti dogmatici dello sviluppo selvaggio ed ad ogni costo sta massacrando la vera risorsa del futuro che è il territorio. L’ aberrazione antieconomica di assoggettare tutto alla crescita senza limiti non è indice di progresso, ma di barbarie, di mancanza di rispetto e di diniego dell’identità. E’ la stessa logica che ci ha regalato il cosiddetto triangolo industriale, che vuole trivellare per lo sfruttamento petrolifero il Val di Noto (patrimonio dell’Umanità) e che vuole distruggere 91 ettari di agrumeto per l’ allargamento della Base di Sigonella. Il paradigma più crescita- più lavoro- più consumo ci ha portato finora conseguenze nefaste e disoccupazione. A quest’infausto paradigma, proponiamo ed opponiamo il paradigma della vera modernità, del progresso-civiltà costruito su uno sviluppo equilibrato, durevole, compatibile, non schiavo della speculazione, non invasivo, fondato su una visione biocentrica e non antropocentrica.
Paolo Pantano (Coord. prov. Verdi)
FERMARE I PETROLIERI PER SALVARE VAL DI NOTO
Il territorio del Val di Noto, con le sue straordinarie bellezze paesaggistiche e culturali è sempre sotto minaccia. L’aggressione dei petrolieri texani della Panther Eureka continua senza sosta. Forti della concessione che l’ex assessore all’industria Marina Noè autorizzò nel marzo del 2004, si fanno beffe del pronunciamento contrario alle ricerche di gas e petrolio espresso ripetutamente dalle istituzioni locali, con l’eccezione del comune di Ragusa, e proseguono nella individuazione dei campi da perforare e sfruttare. Dai pozzi di contrada Maltempo, nel ragusano, si sono spostati ora in territorio di Noto, dove hanno cominciato a trovare proprietari di terreni, molto interessati alle offerte economiche della Panther e per nulla preoccupati della difesa del territorio, disposti ad ospitare torri e tralicci e a vivere la voluttà del “profumo dei dollari”. La strenua resistenza del comitato per le energie rinnovabili e contro le trivellazioni gas petrolifere non è quindi riuscita ad evitare il peggio. Non possono bastare le grida di allarme e il richiamo alle gravi responsabilità del governo Cuffaro, quello precedente e l’attuale, né sono decisive le scelte pur apprezzabili del sindaco di Noto e del presidente della provincia di Siracusa, di contrastare l’azione pervicace della società petrolifera con nuove azioni legali o ricorsi al Tar. Né è sufficiente dare vita ad una nuova stagione di interrogazioni parlamentari all’Ars per cambiare il corso dell’azione devastatrice dei petrolieri. Ciò che non viene sufficientemente valutato è che la Panther opera in regime di concessione e che, questo strumento, garantito dalla legge regionale 14/2000, espletata la fase preliminare della conferenza dei servizi con gli enti locali, consente alle società concessionarie di operare sul territorio in deroga agli stessi strumenti urbanistici dei comuni. In pratica l’ente locale viene limitato a concedere solo le autorizzazioni amministrative. Così, la resistenza pur lodevole dei comuni verrà dissolta in forza delle norme della legge regionale. L’opposizione dei comuni potrà forse ritardare l’inizio delle perforazioni ma non potrà impedirla. Allora occorre un’altra strategia in grado di mettere sotto accusa i vecchi e nuovi assessori regionali all’industria, il presidente della regione e il governo regionale, e di sbarrare la strada alla famelica aggressività dei petrolieri Innanzitutto occorre una mobilitazione reale del territorio e non solo delle avanguardie consapevoli, chiedendo aiuto anche al mondo della chiesa, che nel novembre del 2005, con le dichiarazioni pubbliche del vescovo di Noto, si schierò contro la follia delle ricerche di gas e petrolio in Val di Noto. Operare per chiamare a raccolta in una battaglia visibile il mondo della cultura, i cittadini che a migliaia hanno sottoscritto le petizioni e i documenti per la revoca della concessione, per affermare il diritto delle comunità dell’area del sud est a preservare e valorizzare il proprio patrimonio storico, culturale, paesaggistico. E’ l’interesse legittimo e collettivo delle comunità che va contrapposto all’arbitrio di scelte economiche e industriali di un governo regionale cieco e condizionato dalle lobby del petrolio. Occorre coinvolgere il governo nazionale e il ministero dell’Ambiente per un’inchiesta sulle procedure adottate dall’assessorato regionale al Territorio e Ambiente nel 2002 per l’approvazione della valutazione di impatto ambientale, fatta redigere alla stessa società petrolifera. Occorre fare luce sui processi di formazione delle decisioni regionali, che precedettero l’atto di concessione del 2004, investendo anche se necessario la magistratura. Non è escluso che esistano possibili aspetti di conflitto costituzionale tra la legge 14 del 2000 che introdusse il sistema delle concessioni in Sicilia e le leggi nazionali in materia, oltre che un palese contrasto con le norme e direttive comunitarie, considerato che le aree destinate alla ricerca petrolifera sono all’interno di siti di interesse comunitario (SIC). Sono queste alcune delle scelte necessarie da compiere per sconfiggere il partito trasversale del saccheggio del territorio che, nell’agosto del 2005, diede buona prova di sé, respingendo l’approvazione di una norma che escludeva i territori nell’Unesco, come il Val di Noto, da ogni attività di ricerca di idrocarburi.
Salvatore Perna
UNA VIOLENZA SENZA FINE SUL TERRITORIO
Il territorio dell’intera provincia è stato ridotto ad una malsana suburra. Decine di discariche abusive punteggiano come le pustole di un’infezione le campagne siracusane, dalla zona costiera ai costoni degli iblei. Un connubio ignobile tra inefficienza delle pubbliche istituzioni, incapaci di controllare il territorio, e spregiudicati operatori, protetti da avidi proprietari dei terreni trasformati in discariche, e da frange di cittadini, acefali e dissennati, che continuano ad insozzare l’ambiente. Mancano azioni adeguate per superare l’emergenza rifiuti. Il monitoraggio dello stato delle città rivela un generalizzato fallimento delle politiche di gestione delle attività di smaltimento. Tranne pochi comuni, che si avvalgono di discariche autorizzate a norma, gli altri ormai da tempo trasferiscono i rifiuti nella grande discarica di Motta S. Anastasia (Catania). Solo da pochi giorni grandi centri come Siracusa o Augusta possono avvalersi di una discarica più vicina (quella di contrada Ogliastro, riavviata alla fine di agosto). Soluzioni tampone che possono reggere solo per un breve periodo. Emerge, dunque, il totale fallimento del piano regionale dei rifiuti, avviato nel dicembre 2002 dal commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, Cuffaro. La legge 22/97 (decreto Ronchi) è stata vanificata dall’insipienza della regione e delle amministrazioni locali. La raccolta differenziata, vero elemento di svolta per ridurre la quantità dei rifiuti prodotti, è a livelli ridicoli. Il dato medio della provincia di Siracusa è al 4,7% (dato 2005) rispetto all’obiettivo del 35% entro il 2003, previsto dalla legge,. Solo 4 comuni su 21 sono tra il 10 e il 15%. Altri 6 sono tra il 5 e il 9%. Tutti gli altri sotto la media, tra cui il capoluogo con il 3%. Non basta: i pochi centri comunali per la raccolta differenziata, sono o chiusi o quasi inutilizzati. Le due società (SR1 e SR2) degli Ato, costituite nel dicembre 2004, per la gestione integrata dei rifiuti non hanno ancora praticamente svolto alcuna funzione; tranne che garantire le indennità ai componenti dei consigli di amministrazione. Altro che razionalizzazione del sistema, programmazione delle scelte, riduzione dei costi! Un primato negativo, non esclusivo solo della provincia di Siracusa, ma presente in tutta l’isola, che ha il sapore di una beffa in una provincia che vanta tre grandi siti Unesco (Val di Noto, Pantalica e Siracusa). Un’emergenza ambientale che si assomma a quella dell’inquinamento industriale e ai gravi ritardi sulla realizzazione dei depuratori, con effetti disastrosi su corsi d’acqua e zone marine. Ben 11 comuni sono sprovvisti di impianti di depurazione e scaricano i reflui nei fiumi (San Leonardo, Tellaro, Anapo nel suo tratto finale, Marcellino ed altri). Dei depuratori esistenti due sono insufficienti o mal funzionanti (Pachino e Noto), uno (Lentini), è fermo per riparazioni da oltre un anno. Unica cosa certa nella politica regionale dei rifiuti è stata la scelta di Cuffaro, incentrata sul business dei termovalorizzatori o meglio dei mega inceneritori, che brucerebbero la quasi totalità dei rifiuti, con conseguenze terribili per le popolazioni, tra cui le più esposte quelle di Augusta e di Paternò. La sospensione dei lavori di costruzione dei quattro inceneritori siciliani, decisa dal Ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, per irregolarità riscontrate nella concessione delle autorizzazioni, forse potranno determinare una revisione del piano, rilanciando una seria programmazione che, in sintonia con le direttive comunitarie, riduca i rifiuti senza ulteriori guasti ambientali, e accentuando, attraverso una cultura ambientale più diffusa, la partecipazione dei cittadini alla gestione di un territorio più vivibile. Un obiettivo di revisione che dovrà isolare, anche posizioni come quella del Ministro della Salute, Livia Turco, che sottovalutano le gravi preoccupazioni delle comunità siciliane. Termovalorizzare i rifiuti può essere una scelta utile, se vengono bruciate solo le parti residuali, a valle di un processo virtuoso che in Sicilia non è mai partito.
Salvatore Perna
riceviamo e pubblichiamo: comunicato stampa Lav Sicilia
PALIO DI BELPASSO (CT): FERMARE LE STRAGI DEI CAVALLI
L'on.
Gianni Mancuso (AN) dopo aver appreso che, nei
giorni 22, 23 e 24 settembre, presso Belpasso
(CT), si sarebbe svolto il Palio della Città, ha raccolto l'invito della LAV
Sicilia ed ha inviato un fax al Prefetto di Catania nel quale ha espresso tutta
la propria contrarietà allo svolgimento della manifestazione in oggetto. Tale
richiesta è nata dal fatto che già precedentemente
il Prefetto di Siracusa, avendo accolto le rimostranze di moltissimi cittadini,
parlamentari di tutti gli schieramenti politici ed istituzioni, ha sospeso il
Palio di Avola (Sr) per sospette infiltrazioni di
carattere mafioso e per la estrema insicurezza nella quale gli animali
concorrevano nella competizione. L'On.
Mancuso, membro dell’Intergruppo Parlamentare
Animali, ha voluto sottolineare, con questo atto, come il rispetto verso gli
animali debba sempre essere un punto fermo quando si organizzano eventi similari
e soprattutto non devono diventare il pretesto per atti illeciti che, troppo
spesso, accadono attorno ai Palii ed a manifestazioni simili. Dichiara
Ciro Troiano, responsabile dell’Osservatorio Nazionale Zoomafia
della Lav: “Ci attiveremo in ogni modo per fermare il palio di Belpasso
e qualsiasi altra corsa pericolosa per l’incolumità dei cavalli. Ogni anno
nel nostro Paese sono centinaia gli equidi morti o feriti in corse paesane;
spesso la destinazione degli animali così morti rimane
ignota, ma in alcuni casi è stato accertato dalla Lav che i cavalli abbattuti
sono stati destinati al consumo alimentare umano! Da anni la Lav ha
ripetutamente chiesto ai Prefetti siciliani di vietare tutti i palii; speriamo
che, anche a seguito dell’attenzione parlamentare che si sta sviluppando, le
Autorità di pubblica sicurezza di Catania si adeguino all’opportuno bando già
coraggiosamente disposto dai Prefetti di Agrigento,
Palermo, Caltanissetta, Siracusa e Trapani, anche per contrastare i noti e
riscontrati problemi di infiltrazioni ed interessi illeciti”. Nei prossimi
giorni la Lav comunicherà nuovi e rilevanti sviluppi della battaglia contro le
gare di cavalli a Belpasso.
Ennio Bonfanti- Lav Sicilia
riceviamo e pubblichiamo: comunicato stampa Lav Sicilia
ALLARME
BRACCONAGGIO A PALERMO: AIRONI IN MIGRAZIONE SUL FIUME ORETO UCCISI DALLE
FUCILATE
FUORI
CONTROLLO, SI SPARA ALLE SPECIE PROTETTE DAI BALCONI
DELLE CASE. CHIESTO L’INTERVENTO DEL PREFETTO
Erano all’incirca le 18.30 di ieri. Alle prime avvisaglie del temporale che stava per abbattersi su Palermo, un gruppo di ben otto aironi cinerini (specie protetta dalla legge) cerca un punto di sosta nel tratto del fiume Oreto nei pressi della circonvallazione cittadina. Subito inizia la sparatoria: prima tre colpi di fucile che abbattono un primo airone mentre un altro, anch’esso ferito ma ancora in grado di volare, viene “inseguito” da almeno sette fucilate. Mentre gli uccelli venivano così costretti a riprendere il loro volo, un gruppo di cacciatori di frodo provenienti da una casa di Villagrazia, iniziavano a percorrere i ripidi pendii che portano al letto del fiume. Il primo airone ferito viene così malamente afferrato e finito con un colpo ravvicinato di fucile. Questo il resoconto del far west svoltosi ieri pomeriggio nel tratto urbano del fiume Oreto a Palermo. In tutto almeno una decina di colpi di fucile sparati tra le case. Un airone sicuramente ucciso ed un altro ferito. “Appena avvisati di quanto stava accadendo, abbiamo chiamato subito i Carabinieri e ci siamo diretti in zona – ha dichiarato Giovanni Guadagna della Lav Sicilia - Ancora era in corso la ricerca, da parte dei cacciatori, del primo airone ferito, ma la cosa più grave doveva ancora capitare. All’arrivo dei Carabinieri, infatti, molte delle persone che ci avevano chiamato sono scappate. Gli stessi che ci avevano raccontato in maniera concitata la mattanza dei bracconieri e dei pallini da caccia che piovono sulle case, hanno preferito allontanarsi per non avere problemi con i vicini cacciatori. In questa maniera, chi evidentemente ritiene normale partecipare a questo vero e proprio far west urbano, è come se fosse legittimato dalla paura di chi non vuole denunciare… Ad ogni modo alcuni testimoni hanno scelto di non scappare – ha aggiunto Guadagna – contando sulla loro testimonianza oggi presenteremo una denuncia alla magistratura indicando pure le probabili abitazioni di provenienza dei bracconieri”. “Quanto successo a Villagrazia – ha dichiarato Guadagna - richiede ormai un intervento deciso sia del Comune, tramite l’imposizione del divieto di caccia su tutto il territorio (i bracconieri approfittano, in periodo di caccia aperta, della sicura copertura loro offerta dalla confusione creata dall’attività legale di centinaia di cacciatori), ma anche del Prefetto. I cacciatori, infatti, sono liberi di sparare tra i residuali giardini della piana di Palermo oramai frammisti alle abitazioni. Si tratta pertanto anche di un problema di sicurezza pubblica: poco tempo addietro alcuni cacciatori furono bloccati nella spiaggia cittadina di Acqua dei Corsari, mentre altri erano appostati negli agrumeti ormai circondati dai palazzi di Bonagia. Nel territorio comunale di Palermo non esistono più aree veramente libere da adibire alla nefasta attività venatoria e considerato il livello di drammatica ‘tranquillità’ con cui alcune persone si sono permesse ieri di sparare a otto bellissimi aironi tra le case di Villagrazia, tale decisione deve essere presa con assoluta urgenza”.
Ennio Bonfanti per Lav Sicilia
riceviamo e pubblichiamo:
comunicato
stampa Lipu e Lav Sicilia
CACCIA
DI FRODO IN SICILIA: LE ZPS NON ESISTONO!
LIPU
E LAV DENUNCIANO LA GRAVISSIMA SITUAZIONE
DEI PANTANI DEL SIRACUSANO: CACCIA INDISCRIMINATA A SPECIE PROTETTE
NELL'IMPUNITA' GENERALE
In
Sicilia le ZPS - Zone di protezione speciale dove la caccia dovrebbe essere più
controllata e limitata - esistono solo sulla carta e sono in balia dei
bracconieri. Lo denunciano la LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) e la LAV
(Lega Anti Vivisezione) dopo il decreto-legge del Governo n. 251 del 16 agosto
scorso, tardivamente recepito dall'Assessorato regionale all’Agricoltura con
decreto pubblicato l’8 settembre, che posticipa l’apertura della caccia in
tale aree alla terza domenica del mese.Tra le ZPS e SIC (Siti di Importanza
Comunitaria) di maggiore rilievo in Sicilia troviamo le zone umide di Cuba e
Longarini, nell’estremo lembo sud-orientale dell’isola, a cavallo tra le
province di Siracusa e Ragusa. Qui decine di migliaia di migratori sostano e si
alimentano (fenicotteri, limicoli, aironi, gabbiani e sterne, cicogne, anatre
ecc.), decine anche le specie nidificanti con alcune coppie di due delle anatre
più rare e minacciate del globo: la moretta tabaccata e l’anatra
marmorizzata. Ma qui il massacro della fauna è una vera emergenza: durante le
visite effettuate dai volontari di EBN Italia, LIPU e LAV è stato riscontrato,
già dai primi giorni di settembre, un totale non rispetto del divieto. Così
all’imbrunire, tra discariche abusive e spazzatura ovunque, decine di
cacciatori di frodo si recano sul posto, principalmente nelle notti di luna
piena, e attuano una vera mattanza, soprattutto di specie protette o non
cacciabili in questo periodo, uccidendo animali indifesi al buio (tra l’altro
la caccia dopo il tramonto e prima dell’alba non è mai consentita dalla
legge). Inoltre, sono state rinvenute reti per l’uccellagione, usate per la
cattura dei limicoli e di altri uccelli acquatici, probabilmente per il mercato
illegale del collezionismo (imbalsamazione, detenzione in cattività, ecc.). La
scorsa settimana, sono state rinvenute garzette ferite, gambecchi e piovanelli
morti che giacevano sul fango e lungo gli argini, fenicotteri con zampe spezzate
dalle fucilate, anatre moribonde perché ferite gravemente, rarissimi gabbiani
rosei usati come tiro al bersaglio, e così via. Sembra che alcuni uccellatori
siano arrivati persino da Roma per la cattura di specie protette. LIPU e LAV
denunciano anche la grave assenza di controlli delle forze di polizia, visto che
si tratta di reati ambientali di competenza di tutti i corpi: “eppure sarebbe
veramente facile prevenire o reprimere queste attività illegali - sottolineano
le due Associazioni - recandosi nei pantani di Cuba e Longarini di notte,
specialmente con la luna piena, e fermare tutte le auto parcheggiate in zona,
tutti i cacciatori che si appostano lungo l’argine e nei capanni (già di per
se illegali essendo abusivi) e che si aggirano dopo il tramonto o prima
dell’alba. La biodiversità non è un concetto astratto inventato dagli ‘ambientalisti’,
non è un’idea avulsa dalla vita di tutti i giorni di noi umani - concludono
LIPU e LAV - ma indica la base essenziale sulla quale la nostra stessa vita,
come quella del globo, poggia, indica la condizione necessaria per la
sopravvivenza anche del genere umano e del nostro martoriato pianeta. Ecco che
la distruzione gratuita e incontrollata delle specie viventi, porta ad
un’irreversibile impoverimento della biodiversità, e dunque, della qualità e
longevità della nostra esistenza su questo pianeta”.
LIPUe LAV Sicilia
Massimiliano Perna
La polemica sulla gestione dei rifiuti a Siracusa è finalmente arrivata all’apice, speriamo solo non si concluda miseramente con un nulla di fatto come sempre. Dopo il periodo di difficoltà vissuto dalla cittadinanza per la saturazione della discarica comunale, cosa che ha determinato, alcune settimane fa, il non ritiro dei rifiuti per qualche giorno fino al nuovo accordo con la discarica di Motta S.Anastasia (Ct), il problema si è nuovamente ripresentato in città con maggiore gravità ed urgenza. Da giovedì 22 luglio fino a sabato 24, l’Igm, l’azienda che svolge il servizio di raccolta dei rifiuti non ha operato in molte zone della città, specie quelle periferiche, determinando un’emergenza igienica terribile, a causa del caldo afoso che si è abbattuto, come di norma, sulla nostra città. La puzza nauseabonda dei rifiuti liquefatti dal sole cocente si è propagata nelle zone interessate dal problema, senza che il Comune abbia fatto nulla per far fronte a questa situazione di inaudita inciviltà. Solo dopo gli attacchi e le lamentele, la ditta, probabilmente sollecitata dalle istituzioni messe sotto accusa, ha provveduto a recuperare l’immondizia ripristinando un minimo di normalità. Ma la ferita è ormai aperta ed in città proliferano le accuse dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione e dell’Igm, rei di tenere in pessime condizioni igieniche e di decoro urbano una città turistica e bella come Siracusa, appena entrata nel programma Unesco come patrimonio dell’umanità. Così, messi finalmente sotto pressione, il sindaco di Siracusa e l’assessore all’ambiente, hanno deciso di prendere provvedimenti nei confronti della ditta in questione, affermando di far scattare le penali per i disservizi creati e minacciando la rescissione del lunghissimo contratto che lega comune ed Igm da decenni. Una presa di posizione che dovrebbe incontrare il parere favorevole di tutti, al di là dei colori politici, sempre che non si tratti di mere dichiarazioni di facciata o di pure intenzioni e che poi, come sempre, non si riesca ad andare fino in fondo. C’è bisogno di coraggio, di scelte drastiche, innanzitutto nei confronti dell’Igm, che non è mai riuscita a prestare un servizio adeguato a questa città, donandoci sempre carenze, disservizi, incompetenza, ecc. Basti pensare che, qualche mese fa, dovendo smaltire un rifiuto di mole pesante (un lavandino), ho chiamato la sopra citata ditta e ho chiesto a che ora dovevo buttare tale rifiuto, in modo da lasciarlo a ridosso dei cassonetti per pochi minuti. Bene, l’addetto dell’azienda, al telefono, non sapeva cosa fare, nemmeno a che ora passava il mezzo adibito a tale trasporto. Solo dopo una serie di consultazioni è riuscito a mettersi d’accordo con me per il ritiro del rifiuto. E questo è nulla. Sulla raccolta differenziata siamo a livelli primitivi: raccoglitori insufficienti e difficilmente utilizzabili, carenza di informazione, nessuna trasparenza sull’effettiva differenziazione dei rifiuti (un unico camion raccoglie carta, vetro e plastica, tutto insieme...), nessuna innovazione nei sistemi di raccolta, carenza di personale. Insomma, c’è proprio di tutto. Ad onore del vero, però, bisogna anche dire che le responsabilità non sono esclusivamente dell’Igm, visto che le giunte comunali succedutesi negli anni non sono mai state in grado di assicurare a Siracusa un servizio di igiene adeguato, non hanno mai fatto pressioni sull’azienda (sempre la stessa), non hanno mai messo al primo posto il decoro urbano, hanno dimenticato totalmente le periferie, che si trovano in condizioni di degrado incredibile.. E d’altra parte la politica rispecchia la realtà di chi la nutre e la legittima, cioè i cittadini. Ed ecco le altre responsabilità, quelle di una cittadinanza incivile, che non rispetta nessuna regola, buttando rifiuti dove capita, non si conforma agli orari prestabiliti per il deposito della spazzatura nei contenitori, non si preoccupa di contribuire alla pulizia della città, piuttosto la oltraggia, la offende, la violenta come se niente fosse e poi si lamenta con le istituzioni, che dal canto loro, con la loro inerzia, favoriscono questo atteggiamento. La provincia di Siracusa pullula di discariche abusive, di gente senza scrupoli e di ditte (specie edili) fuorilegge che per risparmiare si accordano con il farabutto di turno per scaricare inerti e roba di ogni genere sul suo terreno. Quali prospettive per una città ed una provincia di questo tipo? Poche, tutte negative e nere come i sacchi di immondizia che la circondano, come i musi dei ratti che ci sguazzano. Non è solo un problema di biglietto da visita turistico, è innanzitutto una questione di vivibilità dei cittadini, specie di quella parte civile che rispetta le regole e l’ambiente e poi si trova costretta a subire le conseguenze dell’incuria e dell’insolenza altrui. Speriamo davvero che la polemica appena insorta non termini e porti a qualcosa di positivo: non un aggiustamento o un rattoppamento, ma un cambiamento drastico, un miglioramento più che sensibile. Siracusa ne ha davvero bisogno.
Massimiliano
Perna
Dopo alcuni giorni di fuoco, con le proteste dei cittadini, sembra essersi attenuata l’emergenza rifiuti a Siracusa. L’Igm, la ditta che si occupa della raccolta e dello smaltimento, sta procedendo piano piano (e questo ci inquieta) a riprendere il servizio di raccolta ed a portare l’immondizia presso la discarica di Motta S.Anastasia (provincia di Catania), dopo l’accordo firmato dal Comune aretuseo, per far fronte ai problemi derivanti dalla saturazione della discarica comunale e dall’insufficienza delle discariche di Palazzolo e Rosolini, che non possono fungere da centro di appoggio. Nei prossimi giorni, dunque, la situazione dovrebbe normalizzarsi, i cassonetti dovrebbero nuovamente ricevere la visita serale quotidiana da parte degli operatori ecologici. Ma il problema di fondo, ad ogni modo, rimane aperto, con lunghi strascichi che, a quanto pare, si ripercuoteranno totalmente sui cittadini. Come sempre, chi gestisce la cosa pubblica se ne lava le mani, adottando le soluzioni più facili: scarichiamo ogni cosa sui cittadini. Mi spiego. Il rinnovo dell’accordo con la discarica di Motta S.Anastasia accentua il problema dei costi, visto che il trasporto e l’uso del centro catanese comporta e comporterà un dispendio maggiore di risorse. Si parla di milioni di euro (circa dieci) che Comune e cittadini devono sborsare (e sborsano già) per il servizio. E come si pagano questi milioni? Il sindaco Bufardeci ha avuto un’illuminazione: aumentiamo la Tarsu del 25%. Geniale! La Tarsu è la tassa sulla spazzatura, che prevede il calcolo dell’imposta in base ai metri quadrati dell’abitazione e dei componenti del nucleo familiare, a cui si aggiunge un contributo del Comune. A chi si opponeva a questa idea del sindaco, lo stesso primo cittadino ha risposto stizzito che l’aumento è fondamentale, e che tra l’altro ormai per legge il servizio deve essere totalmente a carico del cittadino. Bene, il nostro sindaco dice una cosa vera, da un lato, ma finge dall’altro. E la certezza che finge è data dal fatto che egli è un ottimo avvocato e quindi conosce troppo bene lo stato delle cose per poter essere convinto di quello che sostiene. Partiamo dalla parte vera, cioè il problema principale: l’assenza di una discarica sufficiente ad ospitare i rifiuti della città. In attesa del completamento della discarica di Augusta, Siracusa non può fare altro che usufruire di quella di Motta S.Anastasia, la più vicina tra quelle di grande capienza; per fare ciò bisogna affrontare dei costi e quindi bisogna trovare il modo di coprirli. E’vero che la legge prevede ormai che il servizio sia a carico dei cittadini, ma è altrettanto vero che la legge, vale a dire il decreto Ronchi del 1997, prevede l’eliminazione della Tarsu e l’applicazione della tariffa Tia, che elimina il contributo comunale ed aggiunge al normale sistema di calcolo un importo proporzionale alla quantità di rifiuti indifferenziati prodotta dall’utente. Cioè, come già spiegato in un precedente articolo della nostra redazione, meno produci meno paghi. Ecco dove sta la finzione. Esiste un metodo per gravare meno sui cittadini, ed il sindaco lo sa, ma è il metodo più arduo e richiede impegno. Per prima cosa bisogna incentivare la raccolta differenziata, personalizzare il sistema di differenziazione, cioè creare sistemi di quantificazione individuale del rifiuto prodotto dal cittadino e far pagare in base alla quantità precisa. Ci vuole un’opera di informazione continua, depliant, assemblee pubbliche, ecc. Bisogna formare e controllare chi svolge il servizio, coinvolgere il cittadino, spingerlo ad essere più civile, offrendo dall’altra parte un sistema funzionante e sperimentato, che riduca i disservizi e sanzioni chi non rispetta le regole. Non serve aumentare la Tarsu, né si può andare avanti spendendo milioni di euro perché si è privi di discariche. Se si riduce al minimo il rifiuto indifferenziato e si massimizza la differenziazione, esiste anche la possibilità di installare un sistema di termovalorizzazione a basso grado di inquinamento, cosa che, fatta ora, a queste condizioni, diventerebbe invece una bomba ecologica di portata tremenda. Cosa vuole fare il Comune di Siracusa? E cosa ha in mente il sindaco? Mi auguro non dia seguito alle sue intenzioni e si impegni innanzitutto, per una volta, ad ascoltare i cittadini, che forse hanno le idee un po’ più chiare. E spesso sono più sinceri.
Massimiliano Perna
COME DIFFERENZIARSI NELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA
Quanti di noi hanno dimestichezza o, almeno, tentano di fare una differenziazione dei rifiuti? Di raccolta differenziata se ne sente parlare ormai da anni, ma è ancora un’entità rarefatta nelle nostre città. In Italia, infatti, la quantità di rifiuti riciclati è molto inferiore, sia rispetto alla media europea, sia rispetto a quel 35% previsto, per il 2005, dal decreto Ronchi del ’97. Eppure i vantaggi della raccolta differenziata e del riciclaggio dei rifiuti sono ben noti. Vantaggi in termini di pulizia dell’ambiente e salvaguardia della salute (grazie al recupero di materiali non deperibili, ed alla diminuzione di rifiuti da incenerire), ed in termini economici (non solo i materiali raccolti possono avere una seconda vita, ma si determina anche un risparmio nei costi di gestione dello smaltimento). Funge da spunto per questa mia riflessione la puntata del programma televisivo di Rai tre, Report, del 28/05/2006. Quale stratagemma si potrebbe utilizzare per convincere i cittadini a differenziare la spazzatura? Nell’alternativa tra coazione ed incentivo, i pochi comuni italiani, in cui la raccolta differenziata si pratica con successo, propendono per la seconda. La parola chiave, allora, è “incentivare”. Un sistema decisamente efficiente ed improntato all’incentivo è quello adottato dal comune campano di Mercato San Severino. Per curiosità, mi sono collegata al sito del comune ed ho trovato spiegate, per filo e per segno, le modalità da loro adottate. Non si tratta di un atto di “spionaggio”, ma di conoscenza delle idee buone, quando ci sono, per poterle proporre, promuovere e diffondere. Non è disonorevole, a mio parere, percorrere le buone strade già battute con successo da altri. Orbene, il comune di Mercato San Severino non ha fatto altro che adeguarsi alle disposizioni di legge: il decreto legislativo n. 22/97 (decreto Ronchi) ed il decreto del Presidente della Repubblica n. 158/99 fanno obbligo di trasformare la tassa sui rifiuti solidi urbani (TARSU) in una tariffa di igiene ambientale (TIA) dal 1 gennaio 2005. Nel trasformare la tassa in tariffa, il decreto ha previsto, da un lato, che questa andasse a carico dei soli cittadini (eliminando il contributo del comune), dall’altro, ha previsto una tariffa costituita, oltre che da una parte fissa, da una parte variabile, suscettibile di aumentare o diminuire a seconda della quantità di rifiuto prodotto. Tradotto in parole semplici, la norma prevede la possibilità di pagare di meno se si produce una minor quantità di rifiuti. E questo l’ha recepito bene il comune di Mercato San Severino, che per farlo recepire bene anche ai suoi cittadini ha coniato l’efficace slogan “più ricicli, più risparmi”, ed ha elaborato un sistema che incentiva la differenziazione del rifiuto attribuendo dei bonus, cioè sconti sulla tariffa, calcolati proprio sulla quantità di rifiuti differenziati. Ecco come funziona nel dettaglio: per prima cosa, è stato creato un Centro per l’Ambiente, come previsto dal decreto Ronchi, consistente in un’area attrezzata in cui portare i rifiuti. Per il ritiro dei rifiuti è prevista la raccolta a domicilio da parte del personale, o in alternativa la possibilità, per i cittadini, di portare direttamente i rifiuti al Centro stesso. In questo secondo caso avranno diritto ad un ulteriore bonus, che sarà registrato attraverso un’apposita tessera recante il codice a barre identificativo del nucleo familiare. Questo ulteriore bonus si spiega con il fatto che, con il conferimento diretto del rifiuto al Centro da parte del cittadino, si evita il costo del personale che avrebbe dovuto raccoglierlo. Come prima accennato, la tariffa è composta da due parti: una fissa, legata alla superficie dell’abitazione, ed una variabile, legata al numero dei componenti del nucleo familiare, e, soprattutto, alla quantità di rifiuto indifferenziato prodotto. E’ quest’ultimo infatti che, dovendo essere smaltito, determina i costi del servizio di smaltimento e discarica; quindi meno rifiuti indifferenziati ci sono da smaltire, meno costosi sono i servizi, meno cara è la tariffa che devono pagare i cittadini. Un ulteriore aiuto che fornisce il comune consiste nella distribuzione di sacchi, con un colore diverso a seconda del materiale contenuto (ad esempio: nero per il rifiuto indifferenziato, azzurro per la plastica, trasparente per la carta ecc..) e degli adesivi con il codice a barre identificativo, da apporre sui sacchi, in modo da poter attribuire i bonus a ciascun nucleo familiare. E’ chiaro che, la raccolta differenziata, se fatta in questo modo, o con altri criteri, purché efficienti, non è un’impresa ciclopica. Tutto sta nella capacità di un comune di organizzare in modo snello l’attività, di dare dei riferimenti certi (ad esempio i giorni e gli orari di ritiro domiciliare dei sacchi, o le ore di apertura del Centro per l’Ambiente), e stimolare la costanza dei cittadini con qualche incentivo. Il risultato è: la riduzione dei costi di servizio (cosa sempre gradita sia all’amministrazione comunale sia ai cittadini), la riduzione delle tariffe gravanti sui cittadini, e soprattutto la salvaguardia dell’ambiente e del decoro comunale. Giusto a titolo informativo: Mercato San Severino ricicla il 50% dei suoi rifiuti e l’amministrazione comunale prevede di poter fare ancora meglio. Allora, perché i signori sindaci non si mettono in contatto col comune campano, e non chiedono informazioni su questo piccolo miracolo? Perché, ad esempio, non possiamo provare ad adottare questo sistema a Siracusa, città che, ahimé, non è tra i comuni più famosi per pulizia? Chiedo una sola buona ragione per non seguire questo esempio. E dico subito che l’inerzia non mi basta.
UNO SPIETATO SERIAL KILLER A DUE PASSI DALLA RISERVA
Una fine atroce, piena di sofferenze strazianti, qualcosa che stona enormemente con la loro dolcezza e con la loro fiducia in chi, invece, si diverte a vederli morire. Ormai sono oltre cinquanta i cani che, al Plemmiro, zona balneare di Siracusa, in cui tra l’altro si trova una suggestiva riserva naturale e marina, sono stati avvelenati mortalmente negli ultimi mesi. C’è qualcuno che ha deciso di fare piazza pulita, nel modo peggiore e senza alcun motivo. Perché non esistono motivi validi per giustificare un atto di questo tipo, di questa efferatezza. Sabato 13 maggio, anche gli ultimi sopravvissuti sono caduti sotto i colpi devastanti del veleno e del vetro, nascosti vigliaccamente dentro il cibo offerto alle bestiole. Una vera ecatombe, una strage di cani dolcissimi e docilissimi, sempre pronti a farsi coccolare ed accarezzare, fiduciosi nell’uomo, mai diffidenti, purtroppo, e mai aggressivi. Era come se tutti i cani di indole buona si fossero dati appuntamento in quella zona. Cuccioli, cagnette incinte, cani domestici che stavano sereni dentro ville private, questo maledetto serial killer non ha risparmiato nessuno. Questo vigliacco, infame, truce individuo ha ottenuto quel che voleva: eliminare qualsiasi presenza canina nella zona balneare. Perché? Forse perché i randagi stonavano con il lusso delle ville abusive a strapiombo sul mare? O perché davano fastidio quando si adagiavano al sole ai bordi della strada? Quale motivazione si nasconde dietro questo scempio? Non riesco a darmi una spiegazione, ho solo sospetti, ma nessuna certezza, per ora…Anzi una ce l’ho. Nonostante le denunce fatte negli scorsi mesi, nessuno si è mosso per scoprire l’autore delle stragi, nessuno ha provveduto a controllare il territorio, nessuno ha fatto niente, perché si tratta di cani. Ci dicono che la magistratura sta indagando, che il Comune sta vigilando. Ma dove? La magistratura, se per questo, starebbe indagando da tre anni sulla gestione dei tre canili privati convenzionati che, nel luglio 2003, furono posti sotto sequestro (e i gestori inquisiti) per maltrattamenti e frode. E da allora la magistratura non ha fatto più nulla, se non riconsegnare, in attesa di giudizio, le strutture ai gestori inquisiti. E il Comune? Figuriamoci, il Comune tutela quelle strutture rifocillandole di denaro, difendendole dagli attacchi e permettendo ai gestori di far parte dell’osservatorio comunale che dovrebbe vigilare su violazioni da essi commesse. Gli osservati che osservano se stessi. Geniale. E intanto i malvagi continuano ad agire indisturbati, a produrre orrore. Il serial killer continua ad uccidere, mentre le associazioni animaliste litigano tra loro e vanno a caccia di convenzioni. Poveri cani. Chi darà loro giustizia? Forse saranno i residenti del Plemmirio, quelli stessi che prestavano cura agli amici a 4 zampe, li cibavano, li coccolavano. Qualcuno indagherà, qualcuno riuscirà a sapere qualcosa. Qualcuno lo prenderà questo uomo da niente. Spero solo che le forze dell’ordine sappiano poi intervenire, perché la rabbia e la voglia di farsi giustizia da sé sono davvero fortissime.
Massimiliano Perna
riceviamo e pubblichiamo:
I FORTI DI AUGUSTA, PATRIMONIO DA VALORIZZARE


Foto: Fabio Sillato
All'interno del porto di Augusta, verso nord, nelle vicinanze dell'area dell'idroscalo e del Parco dell'Hangar, affiorano due isolette su cui sono stati edificati i Forti "Garcia" e "Vittoria", che prendono i nomi della consorte e del Vicerè spagnolo Don F. Garcia de Toledo, che li fece costruire nel 1567 a completamento delle opere di fortificazione per la difesa del porto. In seguito, furono utilizzati come galere e, nel 1700, durante un'epidemia di peste, furono adibiti a lazzaretto. L'epidemia di colera del 1836 li rivide utilizzati come ospedale per il ricovero degli ammalati, tenuti insieme agli ergastolani presenti nelle carceri. Nel 1848 cessò definitivamente l'utilizzo dei forti come carceri, e nel 1850 il Vittoria fu trasformato in ospedale. Con il Regno d'Italia, essi furono affidati all'amministrazione militare della Regia Marina e furono adibiti a magazzini e polveriera..... Dal 1950 sono stati lasciati in un pietoso stato di abbandono pur facendo parte del demanio marittimo ed essendo testimonianza della grandezza e dell'importanza strategica di Augusta. Prima di essere lasciati al loro attuale stato di degrado, vi si organizzarono delle rappresentazioni teatrali, tra cui "L'Amleto" di Shakespeare che fu un successo anche per l'ambientazione naturale della fortezza, dove la scenografia ha avuto un'importanza primaria per la realizzazione di una tragedia che si svolge appunto in un castello .Questi due esempi di architettura militare, se restaurati, potrebbero essere un'attrazione di indubbio valore turistico e, inoltre, potrebbero essere utilizzati come museo o centro studi e serviti di un servizio di motobarche che li colleghi alla terraferma.
Fabio Sillato
riceviamo e pubblichiamo:
UN’ASSOCIAZIONE
PER I BENI CULTURALI: GLI OBIETTIVI
Rispondendo
all’ultima domanda, posta nella terz’ultima parte di questo lungo
intervento, si interverrà costituendo cooperative, volontariato, associazionismo culturale con lo scopo di costruire, con la
partecipazione responsabile di tutti, una comunità realmente rispettosa della
propria memoria storica, ponendosi degli obiettivi che, elencandoli, sono:
1)
Luogo di confronto, di dibattito, di elaborazione, al fine di educare al valore
della partecipazione e della solidarietà e ai fondamentali valori della persona
e della comunità;
2)
Promuovere la conoscenza, la tutela, la valorizzazione e la fruizione del bene
culturale, favorendo il rispetto e l’attuazione delle leggi per la
salvaguardia e il recupero del bene;
3)
Coinvolgere l’opinione pubblica, affinché si sviluppi la consapevolezza che
la difesa del patrimonio culturale è sinonimo di difesa della memoria storica
dell’uomo, da valorizzare e conservare per le future generazioni;
4)
Battersi per l’uso appropriato delle risorse umane e naturali, affinché il
territorio ritorni vivibile, per la tutela dell’ambiente, per ricreare un
nuovo equilibrio nel rapporto cittadino-natura;
5)
Progettare e proporre recuperi di antichi edifici e la costituzione di “oasi
culturali”, segnalando agli uffici competenti gli interventi urgenti sul
territorio;
6)
Fare una promozione turistica finalizzata
al turismo culturale cioè a quei flussi di turisti cui interessano mete
culturali. Siracusa non attrae turisti. Non è nel circuito delle grandi città
d’arte. Perché? Vi
sono due aspetti fondamentali: a) la visione, l’esteriorità,
l’aspetto, b) la sostanza, il contenuto, l’interno. Siracusa, culturalmente,
è bella, ma esteticamente è vuota. Strade, uffici, musei, zone archeologiche,
servizi offerti, mezzi di trasporto non sono adeguati a questo flusso turistico.
L’Associazione dovrebbe aiutare a promuovere (in casi estremi, intervenendo
personalmente) quello che attiene alla manutenzione ordinaria dei beni culturali
e al decoro delle aree dove questi beni sono ubicati. Si dovrebbe aiutare a
promuovere un intervento culturale “a fisarmonica”, cioè che va dai grandi
progetti ai piccoli problemi, tipo le cartoline. Sintetizzando, sono 4 le parole
chiave che si dovrebbero usare: a) conoscere (inventare), b) curare
(salvaguardia, restauro, riordino, decoro), c) promuovere (eventi, informazioni,
schede informative, attivare i media e gli opinions makers, pubblicità
informatica), d) economizzare (incassare direttamente dagli ingressi, visite,
convegnistica, etc. e indirettamente con la permanenza in città del turista);
7) Organizzare
campi di lavoro e di studio, specialmente
per i ragazzi delle elementari e delle medie, interessandoli ed
entusiasmandoli con visite a opere, strade, monumenti, stimolandoli a formulare
un giudizio critico sullo stato delle cose, perciò, queste visite
dovrebbero eludere le segnate vie di fruizione turistica e dovrebbero
dirigere i loro interessi a quartieri più antichi, narrando eventi, illustrando
o evidenziando lo stato delle strade e dei vicoli, facendo rilevare che ciò
che giunge a noi è costituito per strati successivi ed in epoche
diverse, spiegando le motivazioni strategiche signorili che hanno portato ad un
ampliamento o alla sua decadenza e, quindi, spiegare le parti che via via sono
state aggiunte dai signori succedutisi nel suo possesso, il tutto, poi, si
potrebbe riportare su lucidi che sarebbero proiettati a scuola. Ciò significa
contribuire a formare una “cultura
della tutela” e possedere ciò vuol dire comprendere che le nostre risorse
sono limitate, le modifiche apportate al territorio sono irreversibili e che non
è più possibile uno sfruttamento incondizionato delle risorse, dei beni
culturali “testimonianza
materiale di una civiltà “. Io credo che il ruolo di un’Associazione
che sceglie di operare nel settore dei beni culturali e ambientali non deve
perdere di vista i valori ideali
per cui sta lavorando:
1)
Creare una sensibilità diversa;
2)
Costruire quella cultura di amore per il passato;
3)
Rispetto dei segni lasciati da chi ha abitato, prima di noi, quei luoghi;
4)
Contribuire a far crescere
la passione per la propria terra;
5)
Proporre iniziative, guardanti il passato e rivolte al futuro;
6)
Contribuire al rispetto
per la memoria per il territorio;
7)
Costruire spazi di civiltà.
Senza
inventiva e progettualità, la materia dei BB.CC. è sterile. Significa che, se
in Sicilia si punta al Distretto del Barocco, si deve sapere, il turista deve
sapere, cosa c’è di bello all’interno di questi otto contenitori
culturali mentre, attualmente, sembra più
un bel fiocco di una scatola di cioccolatini. Sono buoni e gustosi i
cioccolatini? I Beni Culturali sono prede di facili mode effimere, che passano.
riceviamo e pubblichiamo:
I BENI CULTURALI A
SIRACUSA ED IN SICILIA, UNA REALTA’ PARADOSSALE
Ad
oggi ho mandato tramite e-mail due parti di un discorso: una riflessione sul
“Paesaggio” ed uno sguardo, diciamo, “critico” sulla città di
Siracusa, la mia città. Ho cercato di proporre soluzioni, discussioni, parole
scritte, pensieri che frullano in testa, da anni (sono molti, sia gli anni che i
pensieri, speriamo che durino). Ora vi vado a proporre qualcosa di più ,
pensieri che possono essere anche non accettati, critiche feroci alla nostra “sicilianità”.
Se leggendo c’è qualche mia riflessione che non piace, parliamone. Comunque,
in una quarta parte che sto scrivendo, cerco di dare suggerimenti, pensieri,
proposte per lavorarci su. Ora, non voglio fare la figura di chi sputa nel
piatto in cui mangia, ma, per quello che vado a dire, accetto a testa alta,
l’accusa di lesa sicilianità. Il problema dei beni culturali, a Siracusa e in
Sicilia, è legato ad una realtà paradossale: una straordinaria concentrazione
di testimonianze di storia, arte e cultura in un’area sottosviluppata
economicamente, socialmente, culturalmente e umanamente. La distanza fra il
passato e il presente è, a mio parere, immensa e incolmabile. E’ un problema
d’identità, o meglio, mancata
identità.
In che cosa si
riconoscono i siciliani ?
In che cosa si
riconosce la Sicilia ?
In che cosa fonda la
sua identità?
La risposta è difficile, forse non esiste e, in ogni caso, si tratta di un’identità debole, tanto debole da necessitare dell’appoggio continuo del mito. La Sicilia e i siciliani si riconoscono, soprattutto, unicamente in miti che per alimentarsi o autoalimentarsi hanno bisogno più di parole che di fatti, di sogni più che di segni, di profezie più che di una loro parziale, e sia pure imperfetta, realizzazione. Ne consegue una sostanziale estraneità del presente nei confronti del passato e delle sue testimonianze, se non elaborate come proiezioni mitiche. Un esempio?
La Sicilia attuale si
riconosce, almeno parzialmente, nella “grecità” ?
Sentiamo, in qualche modo, di essere discendenti, seppure lontanissimi, di un mondo che raggiunse le sue conquiste trasformando ogni attività in gara, in competizione ?
E che della bellezza
fece uno dei fattori fondanti della vita umana ?
Risposta. Solo a livello mitologico e poetico, nei sogni e nei depliant delle agenzie di viaggio. Nella realtà, scusatemi, i siciliani siamo tra i peggiori nemici della competizione “culturale” e fra i più metodici negatori e distruttori di bellezze, Ne consegue che, per i siciliani, con l’esclusione di addetti ai lavori o anime belle, la Valle dei Templi di Agrigento o l’area archeologica di Siracusa sono significanti più o meno come le città greche ellenistiche dell’Asia Minore per i turchi del 18° secolo. La Sicilia greca esiste ancora, soprattutto, nella coscienza di un certo pubblico colto straniero discendente dai viaggiatori del Grand Tour nel 18° secolo. Penso che è ben diverso l’atteggiamento che hanno i toscani, ad esempio, nei confronti del loro medioevo comunale e dei suoi monumenti. Parlando di Medioevo:
Si
riconosce, la Sicilia attuale, in qualche modo, nella Sicilia del 12° secolo o,
peggio, nella Sicilia statalista e legalista di Federico II ?
Il pubblico siciliano
si riconosce, ha interesse per i castelli da lui eretti ?
Risposta. Ancora una volta soltanto a livello mitologico, coltivando il mito di una società aperta e tollerante (chiederlo, se fosse possibile, ai musulmani di quel periodo. Nessuno sa o vuole sapere cosa fece Federico II ai musulmani), multietnica, mediterranea, primo stato moderno e altre amenità del genere. L’Imperatore va bene solo se sta zitto e svolge il suo ruolo di muta icona sacra. Riguardo la seconda domanda, alcune settimane fa, ho fatto una visita al Castello Maniace di Siracusa. La metà, se non più, del pubblico pagante (alcuni, gratis, erano amici degli amici) non era siciliano. In Catalogna, regione a vera, fortissima ed esagerata identità nazionale, culturale e storica, i monumenti della storia patria, esempio i monasteri di Poblet e Santes Creus, sono oggetto di una sorta di culto e di un’oculata gestione turistica, pur trovandosi in una collocazione geografica decentrata ed esterna ai circuiti turistici obbligatori. I primi fruitori, i primi visitatori dei monumenti catalani, sono proprio gli stessi catalani. Ancora, a Barcellona, sugli autobus del comune c’è scritto: proprietà del Comune di Barcellona. Da noi c’era scritto, non più di alcuni anni fa, “vietato sputare”. Non stupisce, quindi, che nei luoghi della cultura e delle aree protette, in genere, siano prevalenti, in Sicilia, le indicazioni relative a ciò che non si può fare, piuttosto a ciò che si può fare, vedere, fruire. D’altra parte, non si possono comprare pubblicazioni o riproduzioni d’arte (esclusa la paccottiglia venduta dagli abusivi), non si può andare in un ristorante o in un bar decente della zona archeologica, oppure se va bene (almeno l’acqua dello sciacquone) si può andare a fare pipì o “pupù”, a patto di portarsi la carta igienica e il sapone da casa o dall’hotel. Insomma, continuare ad affermare che i beni culturali sono il petrolio della Sicilia è, purtroppo, soltanto uno slogan, se non supportato da azioni valide (che nella quarta parte specificherò). Il settore è privo di una qualsiasi strategia, nonostante gli sforzi di eroici singoli funzionari, di singoli uffici, di singoli uomini politici, di singole amministrazioni. Sì, c’è, in questi anni una nuova sensibilità, forse distante dai nostri sogni e dalle nostre aspettative, troppo lenta per essere valutata positivamente, ma è, comunque, segno di una cultura che si muove, che si apre spiragli per il futuro e le generazioni attuali dovrebbero rendersi consapevoli di questo movimento “lento e positivo”.
Antonino
Bellomo
UN ASSURDO MASSACRO PER
LA MODA
E PER LA VANITA’.
Negli ultimi anni l'allevamento di animali da pelliccia è stato oggetto di interventi legislativi da parte di diversi governi europei, grazie alla pressione delle associazioni animaliste che da sempre ne denunciano la crudeltà (anche scientificamente: non mancano infatti studi di etologi atti a dimostrare, se ce ne fosse bisogno, la sofferenza degli animali in allevamento). La presenza di regole in Europa (in alcuni paesi sono addirittura banditi) ha reso gli allevamenti antieconomici, e la Cina, purtroppo, ha saputo fornire concrete risposte ad una domanda di assenza di regole e vincoli all'allevamento di esseri viventi. Oggi, infatti, la Cina, con migliaia di allevamenti sorti soprattutto negli ultimi dieci anni, rappresenta il principale produttore al mondo di pelli da pelliccia. Un primato che nasconde orrori inimmaginabili, documentati per la prima volta dal WSPA, un'associazione svizzera, a cavallo tra 2004 e 2005. Gli animali (volpi, procioni e visoni) vengono uccisi vicino ai mercati all'ingrosso, ove vengono trasportati percorrendo lunghe distanze ammassati in minuscole gabbie. Vengono tenuti per le zampe posteriori e percossi ripetutamente sulla testa con una barra metallica; spesso gli operai salgono con i piedi sulla testa o sul collo per strangolarli. Immobilizzato l'animale, inizia lo scuoiamento: la pelle viene strappata via partendo dalle zampe posteriori fino alla testa e la carcassa raccolta per essere poi lavorata per il consumo umano. Durante lo scuoiamento, le immagini registrate dal WSPA documentano che molti animali rimangono coscienti: il respiro, il battito cardiaco, il movimento del bulbo oculare e del corpo, straziato da atroci dolori, continuano anche per 5 - 10 minuti. Spesso gli animali, inizialmente storditi, riprendono coscienza mentre vengono scuoiati e iniziano ad agitarsi per il dolore. Le pelli così ottenute serviranno non tanto per le classiche pellicce, che incontrano ormai uno scarso apprezzamento, quanto per gli inserti di pelliccia che sono diventati una mania della moda: sui cappucci ad esempio o come sciarpa. Il video che documenta i fatti può essere visto, in una versione censurata e meno cruenta, sul sito www.nonlosapevo.com, curato dalla LAV (Lega Antivivisezione, www.infolav.org) ed un dossier è presente sulla rivista della LAV "Impronte" di Dicembre.
Christian Lao
riceviamo e pubblichiamo:
Molte volte sono andato al Teatro Greco di Siracusa e, mettendomi in alto, seduto, ho guardato con amore e “fantasia ottica” il Porto Grande di Siracusa, l’isola di Ortigia e la periferia ovest della città. “Fantasia Ottica” è l’immaginare come doveva essere, e sembrare, bellissima quest’isoletta, là in mezzo al mare, racchiudendo col Plemmirio il porto, ai primi colonizzatori greci. La “vedo” senza case agglomerate, senza strade asfaltate, senza templi religiosi imponenti, senza “segni” della civiltà moderna e la “penso” con le piccole capanne, con i piccoli altari sacrificali, con le piccole barche greche, con i “segni” della civiltà antica.
Mettendo da parte ( come?) quello che ho davanti ai miei occhi, mi sono posto delle questioni:
1) Come sarebbe stata Siracusa senza l’”accerchiamento” della periferia?
2) Chi e che cosa ha consentito la realizzazione di questo “modo” di costruire?
Basta avere un minimo di conoscenza dell’ampiezza del Centro Storico di Siracusa, e del livello di degrado raggiunto, per immaginare facilmente quanto sia difficile ed inevitabilmente lungo intervenire per il suo recupero e operare per una sua rinascita completa e non a “pezzettini”. Ci sono processi di decadimento urbano che si trascinano da anni, crolli che si sommano nel tempo ed una totale mancanza di volontà politica, che si è manifestata ampiamente nel passato, di intervenire per la sua tutela. L’opera di recupero, certamente, non è così semplice e immediata e la sua attuazione rende evidente la difficoltà ad operare in un organismo così vasto e complesso, vittima di decenni di malgoverno ed incuria. Attualmente, vi è un costante, lento, recupero di edifici di gran rilievo storico-artistico, come anche di piccoli edifici, ma ci sono problemi: di lentezza di lavori, per le destinazioni d’uso, di interventi strutturali più impegnativi, senza dimenticare che gli interventi di politica culturale, negli ultimi due decenni, hanno avuto per oggetto i singoli beni immobili, quindi un singolo bene culturale nel suo contesto, posto in un area che non ha costituito oggetto di intervento, rimanendo immersa in pessime condizioni, non riqualificando l’area circostante. Cosa ci vuole? Servirebbe una “oasi culturale”. Che cosa è? Una zona, un’area da “isolare”, rispetto al contesto, che diventerebbe riconoscibile rispetto al contesto esterno, tenendo conto, comunque, di due aspetti chiave: 1)l’estensione territoriale dell’oasi e 2)posizione dell’intero contesto nel quadro topografico-edilizio. Servono per dare una perimetrazione all’area scelta. Inoltre, ci sono: “OBIETTIVI ESTETICI” che riguardano molti punti: 1) Restauro oggetti fissi siti nell’oasi, sia privati sia pubblici, 2) Pedonalizzazione dell’area, 3) Rifacimento del manto stradale, 4) Rimozione oggetti disturbanti, 5) Realizzazione punti di informazione e punti ristoro, della cartellonistica direzionale e informativa, 6) Ripulitura e restauro dei beni archeologici e realizzazione di recinti, ove occorra, 7) Sistema illuminante l’area, sistemato occultando le fonti-luce, 8) Programmazione eventi culturali confacenti all’area, 9) Salvaguardia stratificazioni storiche sotto il profilo paesaggistico, architettonico e urbanistico, 10) Nuovo arredo urbano. Cercare di avere Ariosità e Quiete. “OBIETTIVI FUNZIONALI” che sono: 1) studiare un nuovo assetto socio economico dell’area, 2) Analizzare gli aspetti attinenti alla mobilità e cioè, analisi dei percorsi, realizzazione parcheggi adiacenti, percorsi alternativi, 3) recinzione invalicabile, esteticamente compatibile, 4) eventualità di un pagamento per l’ingresso, 5) coinvolgimento dei residenti all’interno, 6) tutela dei beni restaurati e loro manutenzione ordinaria e straordinaria, 7) microrete informatica per programmare e gestire la vita culturale dell’oasi, 8) priorità d’interventi nelle aree verdi. Per fare ciò occorrerebbero atti straordinari, finanziamenti speciali, forme reali di incoraggiamento economico dell’iniziativa privata, il massimo coinvolgimento dei diversi soggetti, istituzionali o no, e la consapevolezza di stare lavorando per conservare un tipo di città e la sua stessa cultura. Ritornando a Siracusa, un centro storico come Ortigia, non è un insieme di case e palazzi antichi, è un’opera d’arte nel suo complesso, è, soprattutto, “il luogo della memoria”, il concentrato della storia della città, del suo lento formarsi nel corso dei secoli. Ad esempio: il Duomo è stato, nella stratificazione storica, tempio greco, tempio romano, basilica bizantina, luogo di culto principale per gli arabi, basilica cristiana. E’ la memoria culturale del territorio, cioè la stratificazione storica con le fasi che si sono susseguite nell’edificazione, con i materiali usati (pietra calcare e cemento), con le tecniche usate, avendo attenzione anche alle relazioni sociali e a ciò che la modifica ha creato nella comunità, oppure all’evoluzione a simbolo di quel bene culturale, cioè al ruolo ed al significato che ha come segno sul territorio. Ecco, perciò, non si può pensare di intervenire cercando e credendo di ristrutturare un normale agglomerato edilizio. Il recupero è la vera scommessa, il tentativo di riappropriarsi dell’identità di un’isola come Ortigia, di un passato simbolo evidente di una storia che sa rinascere. E’ una sfida per la politica e per la sua capacità di saper pensare di fare, creare, città a misura d’uomo. Non dimentichiamo che, nel centro storico di Ortigia, s’identifica una collettività stanziata da secoli sul territorio e, ridare vita alla città antica “dovrebbe” essere un obiettivo irrinunciabile per una comunità urbana. Dovrebbe? Un’identità culturale, estetica e sociale da recuperare e salvaguardare e, in cui, una società civile, che “voglia” ancora ritenersi tale, è chiamata a svolgere un significativo ruolo di presenza critica nel processo di restauro/restituzione della storia della città, dopo anni d’ingiustificata e colpevole disattenzione. Una città non rinasce certo tra l’indifferenza e il silenzio, e qua faccio riferimento alle “noti dolenti” per ciò che riguarda l’identità siracusana, in particolare, e siciliana, in generale.
riceviamo e pubblichiamo:
UNA
PRIMA RIFLESSIONE GENERALE SUL “PAESAGGIO”.
Cominciando
a parlare di Paesaggio, mi sono posto delle questioni.
1)
Nel paesaggio, cosa ci deve essere per vederlo “bello” ?
2)
Da che cosa o da chi è condizionata l’interpretazione, che ciascuno di noi
si fa, del paesaggio ?
3)
Che cosa intendo per Paesaggio ?
Penso che sia un luogo
popolato da figure, da forme, da materiale, da colori e miti che stimolano
l’immaginazione. Quindi, io seguo un mio sistema di segni, influenzato dal
sistema storico-culturale e socio-economico, cui io appartengo. La mia, la
nostra consapevolezza del mondo, le nostre conoscenze, la nostra stessa vita
quotidiana, prendono forma dal quotidiano rapporto con tutto l’ambiente
che mi circonda, che ci circonda, più da vicino. Questo spazio creato è
limitato ma molto complesso, regolato da leggi naturali e organizzato da altri
uomini, a noi simili per lingua, gusti e costumi. Noi viviamo, in questo spazio,
le nostre prime esperienze e da esso riceviamo impressioni e conoscenze,
sentimenti e idee che rimarranno indelebili per tutta la vita nella nostra
memoria e impronteranno la nostra personalità di una precisa “cultura”,
condizionando il nostro modo d’essere e i nostri comportamenti individuali e
sociali. Da ciò prenderà forma la progressiva conoscenza, la curiosità
di conoscere cose, uomini, fatti più lontani nello spazio e nel tempo e avremo
sempre, in noi, questa curiosità per ciò che esiste, al di là
dell’orizzonte delle nostre prime conoscenze. Se seduto, in alto, al Teatro
Greco di Siracusa, mi soffermo a guardare il mare del Porto Grande, lo vedrò
muoversi, seguendo una sua traiettoria, ma in realtà è il mare a muoversi
insieme con me, intorno all’asse della Terra. Se guardo le case costruite
sull’isola di Ortigia e il Castello Maniace, invece, rilevo la presenza di un
paesaggio “lavorato” dall’uomo, presenza che un lontano lettore, di queste
mie riflessioni, potrebbe individuare subito. Ma, cosa voglio dire? Voglio
affermare che, la geografia, lo spazio geografico, il Paesaggio
prende vita dalla storia degli uomini, dal tumulto di vicende umane, dal
movimento continuo degli uomini, degli animali e delle cose, cambiando nelle sue
fattezze fisiche, nelle sue componenti di ordine naturale (fiumi, coste, etc.) e
di ordine umano (case, strade, etc.). Quindi, 3 sono gli elementi importanti: 1)
morfologia fisica del territorio; 2) il perché quegli edifici sono stati
costruiti, sono stati localizzati in un area piuttosto che in un'altra, tenendo
conto della difesa, in antico, della città, oppure per orientamento per i
pellegrini; 3) le forme spaziali (del Prof.Lago), cioè la forma che lo
spazio assume, quindi, uno spazio materiale che l’osservazione di ognuno di
noi farà interpretare, in base al personale sistema storico-culturale e
socio-economico, con due dimensioni: sincronica (immagine in un determinato
momento) e diacronica (cioè come quella porzione di territorio muterà il suo
aspetto, la sua fisionomia, l’immagine con il passare del tempo e con
l’intervento dell’uomo). Questo spazio prodotto dall’agire dell’uomo è geografia
urbana, le differenziazioni indotte e prodotte dalla comunità e dalla sua
cultura sono geografia culturale. Le trasformazioni più vistose,
dei paesaggi odierni, sono proprio quelle indotte dall’uomo. Negli ultimi due
secoli si è assistito ad un crescendo demografico che ha assunto ritmi
impressionanti ai nostri giorni. Noi, attualmente, abbiamo la ventura di
assistere alle più rapide e spesso radicali trasformazioni dei modi di
vita, dei comportamenti sociali, delle tecnologie. Basta che ci spostiamo di
poco dall’ambito della nostra vita quotidiana, già sull’uscio di casa,
cadono, sotto ai nostri occhi, infiniti segnali dell’evoluzione
storico-geografica e delle cause che determinano il paesaggio, nel quale viviamo
ed operiamo. Segni sono le case del quartiere urbano, il loro stile, la
loro disposizione, la loro destinazione e in quale settore della topografia
urbana esse sono localizzate, risalendo alla loro storia cittadina. Anche
un’animata strada cittadina come corso Matteotti, anche una piazza come piazza
Archimede entrano nel “mio” quadro familiare, indicandomi le funzioni
economiche, le caratteristiche sociali degli abitanti e la loro stratificazione
o fusione culturale, le quali, inoltre, se confrontate con le condizioni
morfologiche del loro sito, mi danno valide ipotesi sulla loro funzione
originaria di difesa, di transito, di commercio, di pesca, sempre e comunque integrando
il tutto con la lettura di carte e documenti, orali o scritti, di biblioteca o
d’archivio.
LA PARABOLA...DI RADIO VATICANA
Papa Benedetto XVI, in occasione del 75° anniversario della fondazione di Radio Vaticana, si è recato in visita alla sede della radio. Hanno colpito le sue parole:”Questa radio dà voce non solo alla Santa Sede ed al Signore, ma a tutti”.Tutti? Ma tutti chi? Tutti coloro che però si astengono dal criticare la presenza di antenne vicino ad un centro abitato e che non pongono in dubbio che l’elettrosmog provocato dalle enormi antenne “sante” possa causare la leucemia. Infatti, nel 2001, è stata immediatamente zittita la voce di chi ha cercato di porre in primo piano questo problema, cioè l’allora ministro dell’Ambiente Willer Bordon, e soprattutto i cittadini di Cesano, piccolo centro in provincia di Roma, attaccato al quale sorgono le mastodontiche antenne di Radio Vaticana. In questo paese, infatti, si riscontra un tasso di mortalità infantile per leucemia 6 volte superiore alla media. Sono stati fatti studi e rilevamenti da enti quali l’Anpa e l’Enea, i quali hanno accertato nel comune una elevatissima presenza di onde elettromagnetiche (più del doppio consentito dalla legge 381/98); rilevamenti resi quasi superflui dall’evidenza dei fatti, visto che in paese tutto ciò che presenti materiali metallici canta l’Alleluja: citofoni, lavatrici , tostapane sono tutti sintonizzati su Radio Vaticana. La cosa più grave, però, è stato il muro di gomma creato non solo dalla Santa Sede, ma dallo stesso governo italiano allora in carica. Nessuno, a parte l’ex ministro alle Politiche Agricole Alfonso Pecoraro Scanio, si è schierato con il ministro Bordon ed i cittadini di Cesano. Persino il ministro della Salute, Umberto Veronesi, che, in quanto oncologo avrebbe dovuto meglio di altri comprendere la delicatezza della situazione, adottando tutte le cautele, e ponendo quantomeno il dubbio sull’esistenza del nesso causale tra l’elettrosmog creato dalle antenne e le leucemie, ha categoricamente escluso questa possibilità, ed ha parlato di eccessivo allarmismo delle popolazioni locali. Viene spontaneo chiedersi: non sarebbe stato doveroso concedere almeno il beneficio del dubbio ai cittadini di Cesano? Non sarebbe stato necessario eseguire ogni più piccolo e scrupoloso accertamento? Certo che si! Ed invece si è fatto di tutto per liquidare rapidamente la questione. E’ incomprensibile ed intollerabile questo atteggiamento di sottomissione dello Stato italiano nei confronti del Vaticano. Un conto è il rispetto ed il riconoscimento di diritti, così come previsto dalla Costituzione, un altro conto è la concessione di privilegi che vadano a discapito del diritto alla salute ed alla vita delle persone. E’ davvero un interesse così preponderante, rispetto alla vita di un bambino, quello di evangelizzare ogni angolo sperduto del mondo? Non so se è capitato anche a voi di trovarvi in macchina con la radio accesa e di non riuscire a sintonizzarvi su nient’altro che Radio Vaticana. Immaginate che potenza e che onde possano emettere quelle antenne per riuscire a mandare il segnale in tutto il globo! Sembra palese che in questo conflitto di interessi dovrebbe avere netta prevalenza il diritto alla salute, ma gli abilissimi avvocati dell’emittente, nel 2001, sono riusciti ad aggirare l’ostacolo sostenendo che la salute non è messa a rischio dalle onde radio: un modo elegante per dire “i cittadini vadano a piangersi i loro problemi da un’altra parte perché tanto le antenne non si spostano di un millimetro”. Questo delle “sacre antenne” è purtroppo un problema snobbato, ed anche quando si prova a sollevarlo viene immediatamente insabbiato. Forse per risolverlo, visto che lo stato non può (o non vuole?) farlo, dovremmo sperare in un miracolo…
Giusy Montoneri
CAMPI DA GOLF IN SICILIA? UNO SVILUPPO CON...TROPPE BUCHE
Non c’è mai stato politico, negli anni, che non abbia parlato della necessità di crescita economica ed occupazionale nel Mezzogiorno, particolarmente in Sicilia. E questa usanza, specie in campagna elettorale, diventa un ritornello che invade ripetutamente le nostre menti. Ne sentiamo tante di bestialità sul conto della nostra terra, ascoltiamo o leggiamo di progetti di sviluppo che serviranno alla nostra rinascita, ma in fondo sono tutte (o quasi tutte) balle elettorali, idee malsane che provengono da chi della Sicilia non ha la minima conoscenza o da chi la vuole mettere al servizio di qualche potente lobby economica (mafia compresa). Tutti sappiamo “dell’acuta idea” del governo Berlusconi sul Ponte di Messina, che non serve, che non creerà occupazione, ne crescita economica. Tutti sappiamo che ci sarebbe piuttosto bisogno di infrastrutture realmente utili, come le strade, le autostrade, le linee ferroviarie, ecc. Per non parlare della valorizzazione dei beni ambientali e culturali e del potenziamento della portualità, specie commerciale, nel contesto di una posizione strategica sull’area del Mediterraneo. Si parla, si straparla, si inaugurano autostrade completate, che in realtà non lo sono ancora, ma di concreto cosa si fa? A questo può rispondere anche la Regione, con il suo fiero paladino Cuffaro, che ha già deciso cosa fare di questa terra. Il governo presieduto dal prode Totò, per mezzo dei suoi provvedimenti in questi ultimi anni, ha stabilito di: costruire sette villaggi turistici sulle coste delle Eolie (approvati nel corso di una straordinaria seduta notturna); avviare le trivellazioni petrolifere nella splendida area del Val di Noto, proclamata patrimonio Unesco in virtù delle sue ricchezze archeologiche e naturalistiche; piazzare alcuni termovalorizzatori in diverse aree della Sicilia, compreso ad Augusta, città in cui tantissimi bambini ogni anno nascono malformati ed in cui si registra un’elevata mortalità per tumore, a seguito dei danni ambientali prodotti dalla presenza dell’industria. Oltre a ciò, Totò e i suoi hanno pensato di appoggiare l’appello del ministro (e noto esponente del movimento golfista italico) Stanca, il quale vuole realizzare cento campi da golf in Sicilia, come modo per promuovere sviluppo e posti di lavoro. “Geniale!”, hanno pensato in tanti (non solo nel governo regionale purtroppo), e subito la Regione ha stanziato i fondi necessari all’attuazione dei progetti esistenti o presentati. Facciamo alcuni esempi: a Castiglione di Sicilia (Messina) esiste già un campo da golf, un altro è in fase di realizzazione nell’Agrigentino, e la costruzione di un altro campo è stata approvata ed avviata tra Lentini e Carlentini, grazie all’azione decisiva di esponenti del centro sinistra. Quale sviluppo con i campi da golf? Uno sviluppo pieno di buche. Perché? Innanzitutto perché l’impatto ambientale di una struttura del genere, contrariamente a quanto si pensa, è notevole, richiedendo l’abbattimento di alberi e flora, in zone attraversate da specie rare e protette. In secondo luogo, un campo da golf, il più piccolo, quello da 9 buche, consumerebbe oltre 2.000 mc di acqua, pari al fabbisogno giornaliero di un paese di 9.000 abitanti. E di fronte alla penuria d’acqua esistente in Sicilia, soprattutto nell’entroterra, questa scelta è quantomeno offensiva, anche perché i campi da realizzare sarebbero da 9, 18 e 27 buche, con relativo aumento della quantità d’acqua necessaria. Infine, si richiamerebbe solo un turismo di élite, che pochi vantaggi porterebbe alla maggior parte degli operatori commerciali locali, così come pochi sarebbero i lavoratori locali impiegati nella gestione delle strutture. E allora di che sviluppo stiamo parlando? Di nessuno. E’ solo un mezzo per favorire operazioni di speculazione immobiliare, finanziate dal denaro pubblico, che produrrebbero un business enorme, attraverso la creazione di strutture adiacenti al campo da golf, come alberghi, ristoranti di lusso, villette a schiera, in barba ai contribuenti ed all’impatto ambientale. E lo si capisce dal fatto che, contemporaneamente a questa idea, ne è stata sponsorizzata un’altra: costruire 100 casinò! Povera Sicilia. Chi la governa non l’ama, chi dovrebbe difenderla nemmeno, e la sua gente non l’ama abbastanza per saperla difendere.
Massimiliano Perna
IL FANTASMA DELLA FERROVIA

Foto: Sara Montoneri
Quanti di noi giovani possono dire di conoscere e saper vivere le bellezze del nostro territorio?Pensavo io stessa di essere tra quei pochi, invece, come molti di voi dovranno fare, ho dovuto ricredermi!Vengo subito al dunque: chi sa che esisteva fino agli anni ’70 un tratto ferroviario che collegava Siracusa a Vizzini proseguendo verso Caltagirone per terminare a Dittaino?Attiva dal 1910 era ben conosciuta dagli abitanti di Siracusa, Floridia, Solarino, Sortino, Ferla, Cassaro, Buscemi, Palazzolo Acreide, Buccheri, Vizzini, Grammichele, Caltagirone, S.Michele di Ganzaria, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Valguarnera, Dittaino.Usata durante la seconda guerra mondiale per scopi militari, distogliendola temporaneamente dalla sua funzione primaria di trasporto merci e passeggeri, rappresentava un vanto tecnologico per l’entroterra siciliano. La piccola locomotiva a vapore richiese una complicata opera di insediamento, dovendo adattarsi, con le sue rigide regole di pendenza minima e minimo raggio di curvatura, ad un terreno tutt’altro che uniforme ed ospitale. Se questa divenne gradualmente la pecca che indusse a preferire via via i mezzi motorizzati e la strada asfaltata alla via ferrata, questa stessa caratteristica diventa oggi il principale motivo per cui valga la pena di ricordarla!A causa delle forti pendenze, la ferrovia fu infatti costretta a passare spesso lontano dai centri abitati, percorrendo le sottostanti valli che, si dà il caso, sono non solo incredibilmente belle e suggestive per le loro proprie caratteristiche, ma, anche per la presenza dell’Anapo, il vero valore aggiunto. Per un lungo tratto, la “piccola locomotiva verde procedeva a piccoli passi”(come scritto da E.Vittorini in Conversazione in Sicilia) incrociando il suo percorso con quello del fiume e attraversando meravigliose aree come Pantalica; il panorama doveva essere senz’altro mirabile e la voce doveva essersi di molto diffusa se nel 1933 il Re Vittorio Emanuele III volle anche lui compiere il suo giro panoramico!Cosa rimane oggi?La ferrovia è stata del tutto smantellata, resta uno stretto sentiero bianco, per lunghi tratti chiaramente riconoscibile, che si immerge in proprietà private per poi riemergere, diventare strada asfaltata, o riserva naturale. Le opere connesse, quali stazioni, caselli, gallerie e ponti, sono state inghiottite dalla forza di quella natura che, tuttavia, pare quasi voler rimanere “amica”, lasciando ancora i segni dell’ opera dell’uomo e donandole un fascino romantico, quasi fosse un fantasma nascosto tra i monti Iblei. Ne risulta un itinerario naturalistico fantastico che, attraverso la valle dell’Anapo, conduce all’incontaminata valle ai piedi di Palazzolo, nella quale è possibile fermare il tempo e imbattersi in pastori che sembran reduci da un romanzo di inizio secolo!Proseguire fino a Caltagirone è un obbligo per gli amanti delle passeggiate: andate a visitare il Parco Lineare progettato dall’architetto M.Navarra. Adesso che lo sapete, se volete godervi la nostra natura a piedi o in bicicletta, non avete scuse!
Sara Montoneri
TREGUA OLIMPICA? NO...TAV.
Le olimpiadi di Torino 2006 hanno finalmente preso il via, così ora tutti per un po’ di giorni dobbiamo dimenticarci di ogni cosa, di ogni lamentela, di ogni problema...Se un tuo amico è disoccupato, digli subito di non lagnarsi, anzi incoraggialo a sorridere, a gioire, perché? Ma è ovvio! Ci sono le Olimpiadi, una grande occasione per l’Italia..Quindi, shhht!, silenzio, non disturbate. Sembra che io stia facendo ironia, ma non è proprio così. Ricordate qualche giorno fa, quando un gruppo di manifestanti No Tav hanno esposto striscioni e cercato di bloccare il passaggio della fiaccola olimpica? Bene. Dopo quel semplice, pacifico atto di protesta, si è sentito di tutto. Berlusconi ha parlato di “usare il pugno di ferro” contro gli “eversivi”, Ciampi ha detto alla nazione che non bisogna fermare per nessun motivo le olimpiadi, perché sono fondamentali per l’immagine dell’Italia, Prodi ha detto che non approverà nessun boicottaggio, ecc. Ma io dico: ma siamo diventati davvero tutti così stupidi? Le olimpiadi sono davvero più importanti della protesta di migliaia di cittadini che, legittimamente, si battono per vedere riconosciuto il proprio diritto di decidere da sé il futuro del proprio territorio e il diritto alla salute? Il movimento No Tav ha poco a che vedere con gli eversivi o con le frange più esagitate dei No Global. Il movimento No Tav rappresenta un esempio di risposta popolare all’arroganza del potere. E poi, parliamoci chiaro, le olimpiadi vanno sì rispettate, ma le semplici e civili proteste quale danno possono arrecare? Io piuttosto me la prenderei con chi ha reso questa splendida manifestazione sportiva un evento aperto solo a chi può spendere, fissando prezzi altissimi per le principali competizioni (fino ad 800 euro per un biglietto!) ed escludendo tutti coloro che non hanno in tasca molti euro, specialmente i giovani. Speriamo che tutto si possa svolgere con la massima serenità, ma che non vengano a dirci che un evento ristretto, in termini di immagine e di guadagni, a quella fascia di territorio che lo ospita, debba richiedere il silenzio dei diritti quotidiani dei cittadini.
Massimiliano Perna
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