IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ARCHIVIO MUSICA
NUMERI DI LUGLIO
10/07/2010
Scopriamo “Malelieve”, l’ultimo album dei JudA, tra i gruppi migliori del panorama indie rock italiano, un disco con undici tracce caratterizzate da una forza profonda, dalla capacità di farci scoprire gli uomini e le donne del nostro tempo
DATEVI LA CARICA CON I JUDA
I judA hanno dato alla luce “Malelieve”. Per farlo si sono avvalsi di qualche collaborazione ben riuscita, come quella con Laura Spadaro in 3c, e hanno mostrato tutto un universo di sonorità viscerali, a cavallo tra l’indie-rock e l’elettronica. Padroneggiano bene ritmiche complesse, edificate su piacevoli e ricchi passaggi di batteria, come in Lontano dagli occhi, dove le stesse rafforzano la carica espressiva della chitarra effettata ad arte. Partono da un riff ripetuto come un mantra o un rosario, quasi onnipresente in tutto il pezzo, per dare una forma a Lame di sabbia, un cosmo di idee al margine, sulla linea del confine. Inevitabile percepire i riferimenti al suicidio, all’alienazione cui costringe la vita moderna. “Non ho bisogno di motivi per morire/ solo mi basta una ragione per vivere”, sembrano parole capaci di racchiudere tutto il senso di questo amaro e consapevole slancio artistico: la necessità di un’evasione, di una liberazione dalle gabbie insostenibili della realtà opprimente. Ed è proprio questa emarginazione che rende più consapevole il testo, maggiormente capace di essere testimone della propria condizione e di quella degli altri, ossia quella comunicata da un’atmosfera da notte dei tempi, di titanismo, di distruzione e creazione.
L’impasto degli effetti e la forza del basso si riversano in un assolo che sa di follia. Un tocco antico e ancestrale si può leggere anche nell’incipit di Il tuo male, dove atmosfere psichedeliche, date forse dal deelay, sorgono dal profondo, danzano sulla cavalcata delle chitarre distorte, per poi fermarsi. Il raccoglimento che ne segue, ondeggiando su un riff, porta verso un canto tristemente dolce. Poi l’onda morbida e feroce che avevamo conosciuto prima ritorna, si unisce alla linea vocale, per raggiungere una sorta di lirismo della disperazione nell’urlo finale. Ne L’invenzione della Verità passeggia mestamente, accompagnata da effetti che potrebbero essere benissimo scambiati per il verso delle civette che si possono, talvolta, ascoltare nei parchi. Trema, emotivamente toccante, fluttua su un tappeto di deelaay, si fa vitalizzare dalla batteria, per farsi poi abbandonare dalla stessa, finché non s’apre come un fiore primaverile, in un trionfo di effetti e voci. “Io sono io/ io e nessun altro” dice il testo, come a significare “io mi riapproprio di me stesso”: sotto questa luce si potrebbe leggere l’intera traccia come un percorso di liberazione di sé dall’alienazione. 3c, dal gusto suburbano, decorato da sirene lontane, è costruito sull’alternarsi delle urla di chitarra e sezione ritmica insieme, da una parte, e riff ossessivo sotto la voce di Laura Spadaro, dall’altra.
Questo accade, finché entrambe queste dimensioni si sovrappongono, conducendoci a un piano ulteriore, dove la voce trova spazio per giungere all’amara conclusione che “non ci troveremo mai”, per poi ripetere quest’ultima parola, quasi sparasse un colpo di pistola ogni volta, o piantasse un chiodo nel cuore di qualcuno. Invasa da umori a distanza è un viaggio nel profondo. Dura ben 10 minuti e 20 secondi, i primi spesi nella costruzione di un’architettura sonora minimale, ancora una volta ossessiva, antica. La voce, come quella di un sacerdote dionisiaco, accompagna questo rito tribale, dove si possono riconoscere sonorità accostabili a quelle di strumenti indios o aborigeni. Sul finire la traccia si mostra in tutto il suo splendore, rabbiosa e libera. L’assolo, come un filo d’oro, mette insieme tutte le perle disperse nel rito, ci conduce verso il mantra finale. In Molestie l’atmosfera è angosciante e schiacciante, soffocante. A metà del pezzo viene fuori una voce lamentosa, che urla, inappagata. Ancora una volta la parola-chiave, “molestami”, viene sbattuta crudamente contro il cielo, quasi fosse il feticcio di tutti i mali del mondo. L’uomo di palcia è un’interessante brano sperimentale, incarnatosi nei rumori della città.
Il giorno più lungo, per l’appunto, è urbano come il pezzo precedente; ne è una traduzione musicale, o uno sviluppo. Le sirene della chitarra, questo eco di rumori industriali, la batteria che scarica le casse dalla nave alle cinque del mattino e che ticchetta sull’orologio si tingono dell’aurea del primo mattino. Le parole cadenzate, voci di riflessione, l’idea d’essere complice della propria distruzione si distendono sul tappeto sonoro. Arrivano le detonazioni emozionali, la chitarra che costruisce un muro sonoro, la sezione ritmica che regge il tutto. Ci si rifugia in sorrisi e mani, in dettagli, per sfuggire l’invitabile lunghezza del tempo amaro, se non in ipotesi assurde, in buoni propositi: il giorno è più lungo che mai. Plasmata sul deelay e l’incedere della batteria, è il brano La+Ma, che, colorato da tinte chiaroscurali, tende a un che di positivo, specie quando ci mostra il suo cuore, fatto di voci di bambini, frammento rubato alla vita quotidiana. Stavolta, più che in detonazioni, sembra che ci si apra in grandi e forti abbracci. “Malelieve” è un album dionisiaco, dalla forza profonda, che mette in luce diversi aspetti dell’umanità odierna, delle sue condizioni, quasi facendo un ritratto emotivo degli uomini e delle donne di questi tempi, delle loro città, delle loro radici ancestrali. Chi lo ascolterà, troverà in esso una grande carica.
Giulio Pitroso –ilmegafono.org
Conosciamo i Noriko, gruppo crossover nato a Ragusa nel 2007, che hanno appena sfornato il loro primo demo, carico di rabbia e di lucida follia, originata dall’amarezza consapevolezza di una generazione che vorrebbe urlare
LA RABBIA DEI NORIKO
Sono nati nel 2007, nel profondo meridione, a Ragusa. Sono i Noriko, gruppo crossover dal nome curioso e vagamente manga. Hanno partorito il loro primo demo e già sembrano una buona promessa. La cosa che risalta immediatamente è la loro capacità di rappresentare la rabbia profonda di chi è cosciente di rimanere musicalmente escluso dai canali principali, rabbia fiorita dall’emarginazione programmata e feroce che domina nei media. Una forma di emarginazione che si allarga a tutto campo a intere generazioni, che rimangono al di fuori dei meccanismi decisionali, della rappresentanza, che non esistono o sono invisibili. “Non mi manterrò certo cantando, rappando” esordisce la voce di Valerio: il pezzo si chiama Annotano e le notifiche cadenzate e crude risaltano poderosamente su un classico approccio crossover agli strumenti, con distorsione, ritmica ansimante, gustosi ricami chitarristici. Nel demo emergono anche tratti sentimentali, misti a malinconia e ad una sorta di lucida follia, come in Azioni incontrollabili, una sorta di sincera vulgata della condizione giovanile.
Su questo s’incidono le ombre dell’emigrazione, della fuga, dei sogni da inseguire, come unica valida alternativa al degrado: “Credimi un giorno me ne andrò”. Amari e consapevoli, i Noriko sanno vomitare parole cianotiche contro l’esercito di zombie che li circonda; musicalmente, riescono a sviare dal canone. Si avvertono influenze noise e molto Rage against the machine in Come voi, denso e carico inno all’odio contro l’ipocrisia e la falsità, dove si avverte un certo gusto autopunitivo, quasi a non voler assolvere nessuno. Sono una sorta di menestrelli, di cantori dei propri tempi, i Noriko, seppure la loro attenzione si soffermi principalmente sulla condizione dei musicisti o degli artisti in genere, quasi a volersi fare un autoritratto verace, come in Gelida, dove tra l’altro si può ammirare un alternarsi molto efficace tra chitarra e basso, sotto la linea vocale incalzante. Coinvolgenti i cambi di velocità in Kharma e gli aromi alienanti sprigionati dalle serie corde effettate.
Il feedback sul finale, librato nell’etere e accompagnato dal solo tintinnare della batteria, per poi far ritornare come un treno tutta l’aggressività spontanea del gruppo è un tocco squisito. Ph è un acceso attacco al mondo della televisione, delle ragazzine annichilite e complici del sistema della donna-oggetto, dei Dari che vogliono sembrare un gruppo: la voglia di spaccare a calci tutto, di riprendersi la dignità negata, una vendetta urlata e cosciente dominano e si espandono voracemente, divorando l’attenzione dell’ascoltatore, spingendolo nell’animo del testo. La voce della verità, il cantautorato della strada, il rap ben fatto dei Noriko sono una promessa interessante, specie per gli appassionati del genere. Si candidano ad essere uno specchio pulito della nostra società, intinti in quello che potrebbe sembrare, a volte, cinismo ed è, invece, realismo. Tesi verso un’onda positiva, ben nascosta nel buio generale dei nostri tempi e del disco, si potrebbe dire, adattando al caso l’espressione latina castigare mores ridendo, che i Noriko castigano i cattivi costumi, ma urlando: sono un po’ una nemesi, un po’ dei testimoni delle ingiustizie. Attendiamo sviluppi.
Giulio Pitroso –ilmegafono.org
3/07/2010
“E’ltica – sermon your nihilism” è l’album dei The Please, band emergente del panorama indie milanese, che con estrema bravura e accuratezza hanno confezionato dieci tracce ricche di contaminazioni e di suggestioni contrastanti
METTETEVI ALL’ASCOLTO (DEI) PLEASE!
I The Please vengono da Milano e sono in tre. Il loro è un suono molto spesso, pieno, ricco. “E’ltica - sermon your nihilism”, recente elaborazione del loro genio sotto forma di album, si presenta con Proposals, un breve e rasserenato scorcio di archi e piano, introduzione perfetta e strettamente legata a Human fakes. La voce cupa, che ricorda molto Johnny Cash dell’ultimo periodo, si distende bene sul tappeto sonoro, in un’atmosfera vagamente pensosa, mentre la batteria trascina lievemente l’ascoltatore; la sorpresa sono i fiati, che sembrano arrivare da lontano, per poi rinforzarsi e ravvivare il pezzo. Sublime il momento in cui la malinconica linea vocale viene lasciata quasi completamente sola. Fools! è veramente profonda, trivella nel cuore. Ha una parte di piano veloce, inquieta, quasi commentata dalle parole cantilenate, che ricordano quelle delle canzoni popolari. Così succede che il pezzo si evolva, si arricchisca della sezione ritmica, fino a condurci al ritornello: “We’re fools!”. Gli archi costruiscono corde tese, su cui disegnare le trame di un’angoscia esorcizzata. In Brand new form, momenti di convulsiva ansia si rigettano in una conquistata serenità.
Basso e batteria costruiscono un’architettura ritmica espressiva, che sprigiona un’atmosfera contemplativa e interrogativa, interrotta, dopo uno stacco, verso il secondo minuto, da quello che sembra un proiettarsi verso la suddetta serenità. Questa altalena sembra risolversi in un’esplosione di colori nel finale, cui concorrono fiati ed archi. May you come inizia come una vecchia canzone di Elvis, ma più lamentosa ed evocativa, come un canto antico. La voce domina la scena. Verso la metà prende lo slancio nei cori, cavalcando la sezione ritmica. Assolutamente strumentale è Frin frin, che rispecchia il canone semi-malinconico del disco, inciampando e rialzandosi, per poi ripartire come prima. Clementine cresce, sulla chitarra in levare prima, sul riff effettato dopo, mentre l’acustica e la sezione ritmica fanno da sfondo, ricordando vecchie cartoline parigine e sonorità più pop, più anni ’60. La voce femminile ci introduce a una nuova stanza di questa architettura: il reverse e quello che sembra l’audio di una giornata al parco finiscono per portarci al suono dei fiati, scanzonato prima, più evocativo e solenne dopo, di nuovo scanzonato e allegro dopo ancora.
Heart carthquake ricomincia dagli alberi, dagli uccelli, dal suono di uno di quei pedali da cui puoi tirare fuori di tutto, tipo flanger. La voce è stata molto curata, un po’ vecchio vinile, un po’ megafono; su di essa, in alcuni punti, aderisce perfettamente la linea melodica del pezzo. L’atmosfera è decisamente la meno oscura del disco. Ritorniamo all’interiorità riflessiva con Hello you. Sembra inciso in uno di quei tronchi d’albero, come i cuori degli innamorati, e gioca sull’alternarsi di atmosfere tra verso e ritornello. “No mercy for us, no mercy for us”, ripete la voce, come fosse una filastrocca. E quando il pezzo sembra essere finito, fiorisce nuovamente nel suono puro.
In Recitative:time torna la voce femminile e, in generale, le voci sono come lasciate libere, sguinzagliate, dopo le cadenzate frasi che dominano su tutto il resto di “E’ltica-sermon your nihilism”. Mentre il piano disegna gocce di pioggia, sembra liberarsi un inno alla vita, un che di festoso e rassicurante. Interessante anche la traccia fantasma, quasi solamente synth e voce. Si potrebbe dire che quella dei The Please sia musica chiaroscurale, ma non è abbastanza. Ci si può rivedere un po’ dappertutto un sentimento che unifica l’espressione artistica di questo ultimo album: l’allegria di naufraghi, la certezza d’aver perso qualcosa, ma di esserci ancora.
Giulio Pitroso –ilmegafono.org
Alla fine dell’estate 2007 cominciò a girare sulle tv musicali la canzone “L’ego”, singolo estratto dall’album “In perenne riserva” del cantautore Carlo Fath, in arte “Io, Carlo”, un anticonformista di successo
VI RICORDATE DI IO, CARLO?
Doveva essere proprio un periodo di caldo afoso tre anni fa, verso settembre. Tra una hit e l’altra, sulle tv musicali cominciò a girare una canzone, una meteora di fine estate forse, ma vale la pena parlarne. Il ritornello faceva così: “Non mi interessano i consigli per gli acquisti, io mi diverto ad ascoltare i miei dischi, non mi interessano i bollini della spesa, saranno anni che non vado più in chiesa”. La canzone era L’ego e l’autore era Carlo Fath, produttore e cantautore tedesco. Nel 2006 decide di produrre e cantare i propri pezzi con lo pseudonimo di Io, Carlo. Così, l’anno successivo, esce il disco “In perenne riserva”, lanciato appunto dal singolo L’ego. Ha scelto lo pseudonimo Io, Carlo “perché simpatico anticonformista e ‘citofonista’. Della serie: ‘Chi è? Io! Io chi? ‘Io, Carlo’” (come rivela lo stesso artista in un’intervista di Valentino de Col).
Da sempre appassionato di musica, di qualsiasi musica, ha lavorato con la casa discografica indie “Motivo”, producendo anche singoli dei Simply Red. Il suo stile risente della sua esperienza musicale, volando tra dance, house, elettronica. Molto interessanti i brani del cd a partire proprio dal primo singolo L’ego. Un sound orecchiabile, caldo, molto ben pensato e suonato. E interessante è anche la parola giusta per definire il secondo singolo, Danziamo, tratto dallo stesso LP. Un valzer “nazional popolare”, come lo definisce egli stesso, che è insieme dichiarazione d’amore e voglia di anticonformismo, forse la cifra che distingue Io, Carlo nonostante non eviti di certo il successo con ipocrisia.
Da segnalare, per i nostalgici dei fantastici (per certi versi) anni ’80, l’ultimo singolo Figlio dei Manga: “Se fossi stato Ataru con Lamù sicuro ci stavo, se fossi stato Jigen sparavo la tv; invece sono qui seduto davanti ad uno schermo piatto e il mondo mi scorre accanto e nemmeno lo guardo più”. Purtroppo non si danno notizie di eventuali altre uscite, ma non ci dispiacerebbero. A volte anche le hit vanno sapute apprezzare. Se tante persone le ascoltano significa che quella musica regala loro emozioni, e allora ben venga! Se poi dietro ci sono lavoro paziente, impegno, talento, e tanta passione e il risultato merita, come nel caso di Io, Carlo, allora tanto meglio!
Alberto Agostini –ilmegafono.org
NUMERI DI GIUGNO
26/06/2010
Scopriamo la musica dei Thee Jones Bones, band lombarda il cui ultimo prodotto, “Babyland”, può essere considerato come una sorta di variopinto ritratto di un viaggio che scorre tra generi musicali, ambientazioni e stati d’animo
L’EMOZIONANTE VIAGGIO DEI THEE JONES BONES
Il blues
non è morto, perlomeno non del tutto. Ciondola e urla nella musica spettinata
dei Thee Jones Bones, un po’ vintage, un po’ punk, un po’ rivisitazione del
classico, un po’ evoluzione dello stile. “Babyland”, loro ultimo prodotto, è un
album complesso, assolutamente non monocromatico. I brani riescono a
sorprenderci, uscendo improvvisamente dal canone prestabilito, per poi ritornare
all’ossessivo ripetersi di ritmi allegri e scanzonati; nel complesso sembra una
specie di variopinto ritratto di un viaggio. È una musica da viaggio, appunto,
una di quelle che ricorda molto le motociclette e il rombo dei motori, i vecchi
film e la strada.
Holly holly è decisamente pulp, ossessiva sul basso, spedita verso
l’orizzonte. Caratterizzata dalla sua spensieratezza e da quegli stacchi
tipicamente blues e rockabilly, rivela vestigia indie verso il secondo minuto,
quando, come per fare benzina, il viaggio rallenta, per poi ritornare a pulsare
e sprigionare energia, sotto la carica della sezione ritmica. Say hey, say
oh! è praticamente costruita sugli stacchi, che la voce, quasi nuda,
sostenuta dalla chitarra elettrica, affronta di volta in volta, ricongiungendosi
successivamente con i cori, in un’atmosfera che ricorda i Clash.
La seconda chitarra fa ogni tanto il verso di quegli strumenti accarezzati dallo slide, come nel vecchio blues del delta, quasi a zoomare su qualcosa. Ci si ferma, si riparte; ci si ferma, si riparte. Decisamente da ballare. La voce sembra uscire da un megafono o da una vecchia radio, più che mai in Alright!. I toni sono più cupi, il viaggio è quasi in notturna, crepuscolare. La batteria picchia decisamente, le distorsioni si fanno strada sul basso. Si urla, si colpisce: la chitarra solista la fa da padrona su un quadro musicale prorompente. Ha un che di girone dantesco, di discesa all’Inferno: quando le voci si mischiano, sembrano grida di dannati. Cadenzate all’unisono con tutti gli strumenti, le parole della linea vocale sembrano voler dare adito a una distensione, rallentarsi, allora l’illusione viene tradita, si ritorna più fortemente nelle fiamme. Decisamente toccata dalla malinconia è Hangin around, che va, appunto, in giro, un po’ dappertutto, vaga. Va sul rock’n’roll, plana sugli anni migliori del punk. The mud’head sembra uno di quei classici pezzi blues con l’armonica, se non fosse per quelle chitarre in battere, molto indie, che turbano il viaggio sull’asfalto, come quando si passa sui binari del treno.
Questo senso di sospensione, di pausa dal flusso continuo, si manifesta con forza verso il secondo minuto, facendo da preludio a un lungo tratto di discesa. Arricchito dal commento dell’armonica, il racconto del peregrinare si fa ancora più vagabondo, della serie treni merce e America profonda, come si fosse in fuga verso il nulla. Wrong way comincia come un pezzo rockabilly qualsiasi. Momento di battiti cardiaci esclusivamente musicale. Poi, la voce si fa suadente e strisciante e riparte, vigorosamente. Di nuovo momento di minore intensità. E qui viene il meglio. Più che la distorsione, sembra che a partire sia il motore di una due ruote poderosa: è un’esplosione. Cowbaby è un country-rock, molto rock. La seconda chitarra, sporca e forte, riempie bene il pezzo, fino a quando, verso la sua metà, s’accoppia alla voce e, prima solamente insieme a quella, poi anche a una seconda forza vocale, tiene banco come una valida erede delle sonorità del vecchio Johnson. E poi il pezzo ritorna di nuovo country, velocissimo, sui paesaggi bucolici. Fa molto campagna anche Teachin’nurse, ma molto più genuinamente, lentamente: sarebbe quasi simile a un canto tradizionale, se non fosse per gli stacchi, che a questo punto per l’ascoltatore appaiono un marchio di fabbrica dei Thee Jones Bones.
Nico’s banana è molto più metropolitana, del tipo luci della città anonime nel buio e fumo di sigaretta: i cori sono l’epifania di voci consolatorie, che tirano su il viaggiatore, come angeli. E qua siamo un po’ nella terra di Lou Reed, nel deserto metropolitano, con la voce narrante di questo percorso, giunto alla fine, che gronda una certa amarezza. Sono lamentele di dolce malinconia, di preludio a partenze infinite, a viaggi in cui si perdono e si acquisiscono conoscenze e amicizie. E alla fine, quando sembra che nessuno dirà più nulla, ecco che sbuca fuori la domanda dei Thee Jones Bones: “How do you feel today?”. Forse è questo il succo di tutto il discorso che si sviluppa in questo album: come ci sentiamo? Dopo un viaggio così lungo, laddove il viaggio simboleggia anche la vita, come ci possiamo sentire? Chiudere con una domanda è come non chiudere mai, come fosse tutto un viaggio continuo.
Il disco dei Thee Jones Bones potrebbe risultare cementificato su ossessionanti ritmi o riff di basso, ma questo serve principalmente, per quanto assurdo, a dare un senso di movimento; gli stacchi sono pure onnipresenti e potrebbero seccare un ascoltatore che li trovi asfissianti. Ma questo è il viaggio e non si può dire che non sia stata resa l’idea di un flusso continuo, di una colata di cemento emozionale variegato che si espande. Poi, non ci si può lamentare a livello musicale, perché il gruppo dà prova di sé, dimostra anche un certo spessore, esce dagli schemi, attualizza e fonde generi diversi. L’uso della seconda chitarra, poi, è azzeccatissimo; nel complesso tutto è armonizzato abbastanza bene. Le voci, poi, fanno sia da commento per la narrazione, sia da strumento ottimale. Vale davvero la pena di ascoltare il disco, anche se non si è appassionati del genere.
Giulio Pitroso –ilmegafono.org
La leggenda- Continuiamo questa settimana con la seconda parte del nostro breve racconto della storia di Elvis Presley: dai primi passi dell’Hayride fino al passaggio alla “RCA Records” e al grande successo mondiale
IL RE DEL ROCK (PARTE II)
Il 1995 è l’anno della svolta. Elvis firma un contratto con Bob Neal, che diviene suo manager. Elvis, Scooty e Bill continuano a viaggiare e capita loro di esibirsi in show con altri cantanti, inclusi quelli facenti parte dell’Hayride, nel quale il Colonnello Parker è implicato. Sul finire dell’estate dello stesso anno, Elvis cede i diritti di manager alla “Hank Snow Attraction”, che è posseduta equamente da Snow e dal Colonnello Parker. Bob Neal resta in funzione di consigliere. Molto presto il Colonnello riesce a diventare il manager in esclusiva di Elvis e resterà tale fino alla morte del cantante. Alla fine del 1955, Elvis firma il suo primo contratto con la “RCA Records”. È Tom Parker a negoziare la vendita del contratto tra la “Sun” e la “RCA”, che include i primi cinque singoli incisi e tanto altro materiale.
Il prezzo della transazione è senza precedenti: 40.000 $, con un bonus di 5.000$ per Elvis!!! La “RCA” riproduce anche i cinque singoli incisi con l’etichetta “Sun”. Nello stesso momento Elvis firma un contratto con la “Hill and Range Publishing Company”, che dà vita alla “Elvis Presley Music inc”. Elvis Presley, diviene così la più grande star del rock mai esistita fin’ora! Un mito, una leggenda che ha ispirato intere generazioni, facendo esplodere una vera mania mondiale, con milioni di fan, con cantanti di ogni area del globo che, nella voce, nelle movenze, perfino nel look, hanno cercato di riprodurre l’immagine del Re del Rock, il suo particolare modo di cantare, di muoversi sul palco.
Elvis ha rotto ogni schema, ha segnato il passaggio dalla vecchia musica alla modernità. Difficile ripetere ciò che Elvis Presley ha fatto, anzi possiamo sbilanciarci: è impossibile. Se oggi si pensa ad una leggenda della musica internazionale, state certi, che al 99,99%, il nome che vi verrà per primo in mente è di sicuro il suo. Quello di Elvis “The Pelvis” Presley. Continuate ad ascoltarlo, a seguirlo, ad esplorarlo, perché Elvis non è mai vecchio e, soprattutto, non è mai morto.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
19/06/2010
“La sindrome di Stoccolma” è il titolo dell’Ep che segna l’esordio discografico di Vincenzo Fasano, cantautore di origini siciliane: un disco minimal (con arrangiamenti scarni e testi a tratti ermetici) ma molto coinvolgente
UN CANTAUTORE “RAPITO” DALLA VITA
“La sindrome di Stoccolma”: si chiama così l’Ep d’esordio di Vincenzo Fasano. Lui è un cantautore mantovano di origini siciliane, che ha iniziato a comporre nella sua stanza e, poi, tramite amici, ha iniziato ad esibirsi, a muoversi. Ed ha inciso questo lavoro, che ha destato una certa sorpresa nell’ambito dell’underground. È un Ep prevalentemente acustico, di cinque pezzi, abbastanza scarno, sotto il profilo musicale, a dire il vero. Concettualmente ruota attorno all’idea che l’amore per la vita si possa tradurre in una sorta di sindrome di Stoccolma, quella per la quale, appunto, il rapito manifesta sentimenti positivi, anche amore, per il rapitore: la fenomenologia della vita come nemico/amante è la figura fulcro dei pezzi. La sindrome di Stoccolma, singolo che dà il nome all’album, ha un testo potente. Le plettrate di chitarra in battere sottolineano l’incedere iniziale: con espressioni come “vivere di briciole d’oro, beati loro”, Fasano sembra fotografare una realtà assurda. Particolarmente interessante la figura di un bambino che ha avuto tutto, quasi a ricordare la mancanza degli altri: è il ritornello, decisamente evocativo, durante il quale la sezione ritmica emerge angosciosamente. Usa metafore realistiche (vedi “come un hostess senza trucco”), mentre continua con la sua mostra di fotografie.
Il tutto per ritornare a “il tempo, un passato di vetro, il futuro, il futuro ad un metro”, bridge che precede sempre il ritornello: a livello concettuale, sembra presagire l’imminente catastrofe del vivere, dell’impossibile vittoria sul tempo, il che è decisamente esistenziale. Il Mal d’Africa, espressione che si potrebbe, per esser semplici, assimilare alla nostalgia, è il titolo della seconda traccia. Con un’impostazione vocale decisamente lamentevole, triste e rabbiosa, Fasano ci si offre struggente: ed è la voce che regge il pezzo, incartato nella sola chitarra acustica e nell’effetto dei cori. L’impossibilità di vincere la malinconia e la sua capacità di unire due persone, quasi dannando chi le vuole sfuggire, ha un che di teatro greco, d’imposizione d’un limite all’uomo, ma anche di consapevolezza di sé. La malinconia è, sì, una malattia, ma è anche ciò che suggerisce come comportarsi contro il male di vivere. Silenzio. Una plettrata, un verso, sempre lo stesso: “E c’è chi per l’onore non si è ucciso”, quasi un’onta, o un retaggio del passato, cui guardare con stupore.
Come se chi sopravvivesse fosse “schiavo nella luce”, per dirla come Ecuba, nell’omonima opera di Euripide. Se fossi in me ha tonalità surreali, metafisiche. Decisamente criptici i versi, ispirati probabilmente all’appropriazione di se stessi, alla tensione verso la liberazione. La chitarra elettrica che imita il suono di un mandolino ricorda atmosfere mediterranee e il tempo dona atmosfere da tango. Non ritiro quel che ho detto, testo pieno di contraddizioni, testimonianza dei dubbi e della decisione, musicalmente incalzato da un ritmo coinvolgente nelle strofe e intimo nelle parti maggiormente riflessive, è caratterizzato da una maggiore presenza di parti strumentali. I dubbi pirandelliani che tormentano, correre per non fermarsi, voglia di esser creduti, essere solo ciò che è rimasto di sé: sono visioni rapide e incisive, quelle del pezzo, molto forti, seriali, frammentate, come la confusa realtà che sembrano voler comunicare.
Abbassare il cielo agli occhi è una sorta di agglomerato di memorie oniriche, un po’ elettroniche, un po’ lontane dal resto dell’Ep. Melodie gitane con tanto di fisarmonica e voci ancestrali e ectoplasmatiche. In sostanza Fasano fa musica minimal, arrangiamenti scarni e testi evocativi, ermetici a tratti, ma molto coinvolgenti. È capace di trasmettere potentemente angoscia e ansia, il che lo pone come interlocutore della generazione che rappresenta. Riflessivo e rabbioso, trova una certa forma di armonia sorprendente e colpisce, probabilmente, perché sembra portatore di qualcosa di nuovo. Ricco di stacchi, di cambi di ritmo, accompagnato principalmente dalla sua acustica, il repertorio musicale di Fasano riesce a non stancare, a non divenire noioso, che quasi non ci si crede.
Giulio Pitroso –ilmegafono.org
La leggenda- Dedichiamo spazio, in due puntate, alla storia della leggenda del rock mondiale, al suo indimenticabile Re, colui che ha cambiato la storia della musica mondiale: viaggio nel tempo agli albori del fenomeno Elvis
IL RE DEL ROCK
Nell’estate del 1954, dietro suggerimento di Marion Keisker, Sam Phillips decide di chiamare Elvis al Sun Studios per provare ad incidere una canzone, che Sam spera di poter far uscire su un disco. La canzone è Without you, ma il giovane Elvis non soddisfa le aspettative di Sam con la sua interpretazione. Sam Phillips non si arrende e chiede ad Elvis cosa sa cantare. Elvis elenca una serie di canzoni popolari e si unisce ad altri due musicisti locali: Scooty Moore, chitarrista, e Bill Black, bassista, per vedere se insieme possono ottenere un sound nuovo, che catalizzi di più l’attenzione.
Elvis e i suoi intonano un’accelerata versione di That’s all right e Blue moon of Kentucky, che diviene il primo di cinque singoli che Elvis realizzerà con l’etichetta. Il gruppo inizia ad esibirsi in vari luoghi, come piccoli club e attraverso tutto il sud, raggiungendo un discreto successo. A novembre Elvis firma un contratto per un anno con il Louisiana Hayride, ossia cinquantadue esibizioni al locale. È una grande occasione, ma mentre la popolarità del futuro re del rock cresce, il suo impegno con l’Hayride lo porta a viaggiare moltissimo per potersi far conoscere.
È proprio in questo periodo che il Nostro incontra Tom Parker, manager di artisti vari e in rapporti proprio con il Louisiana Hayride. Il batterista D.J. Fontana si unisce al gruppo di Elvis e nella primavera del 1955 the King viene accettato dall’Arthur Godfrey’s Talent (uno show televisivo). Come sempre le esibizioni di “The Pelvis” hanno grande successo tra i teenagers, soprattutto tra le ragazze, ed il fenomeno ELVIS inizia a ricevere l’attenzione nazionale, mentre il Colonnello Parker s’insinua sempre più nella sua carriera…
Alberto Minnella –ilmegafono.org
12/06/2010
Vi presentiamo un eccellente musicista siciliano, Davide Iacono, in arte VeiveCura, che, dopo aver condiviso il palco e collaborato con prestigiosi artisti, registra il suo primo disco, “Sic volvere parcas”, un lavoro raffinato ed intenso
UN ALBUM CHE ARRICCHISCE CHI LO ASCOLTA
È un’altra stella del cielo del Sud, Davide Iacono, in arte VeiveCura. La sua musica è una di quelle che potrebbe apprezzare, come avrebbero detto i Romantici, qualsiasi anima sensibile. Quindi, è portatrice di un messaggio universale. Ma è anche figlia degli Iblei e ad essi si lega strettamente: non è un caso che le sue esibizioni siano accompagnate dalle proiezioni del documentario “Terra bagnata”, dove si manifesta l’epifania della natura intima di queste terre. Disperatamente malinconica e consapevolmente struggente, l’armonia si trascina come attraverso paesaggi introversi. Denominatori comuni sono la forza evocativa del piano e la combinazione che essa trova con gli archi. È un disco suonato bene, “Sic volvere parcas”, ma anche pensato bene. Suonato bene, perché la tecnica, veramente buona, non è soffocante, ingombrante, ma passa attraverso i pezzi, senza bisogno di mettersi in mostra. D’altronde ci hanno messo la firma musicisti giovani, ma esperti e già abbastanza conosciuti nella Sicilia orientale, primo fra tutti Salvo Scucces, che non manca di far sentire il suo tocco.
I giorni a ritroso è interamente strumentale: scava a fondo, sembra quasi risalire la china di un passato irrecuperabile; gli archi si mescolano sapientemente con la melodia del piano, elaborata e fine, roba che dista anni luce dalla musica pop che si manda in radio di solito. Piccola musa potrebbe sembrare troppo vicina al brano precedente; ma, fidatevi, è una questione d’orecchio. È un pezzo che incede, sotto il tocco lieve della sezione ritmica, e che cresce, si libera nei fiati. I capelli raccolti di Annes rotea fortemente attorno al tormento del piano, il che s’evidenzia particolarmente nei due momenti in cui viene lasciato solo: sembra un po’ una persona abbandonata e riaccolta, lasciata sola e, di nuovo, in mezzo alla gente. Oltre alla malinconia, emerge l’alienazione in Volpe, che, generata pressappoco alla metà della traccia, sembra dissolversi in uno slancio verso la luce. VeiveCura è, di per sé, uno dei pochi siciliani che ha, artisticamente, una fenomenologia palesemente ottimistica, tesa verso l’Altro, verso la fiducia. Eri ieri è zucchero puro: traccia romantica, che sembra avere un retrogusto inquieto, esorcizzato e ben nascosto.
Ballerine ha due metà: una senza e l’altra con i fiati; la formula anche qui è quella del cammino verso la luce. I bassi si fanno più corposi in Voli Notturni; il pezzo intero sembra quasi ciondolare nel buio: ciò lo rende l’unico dei paesaggi descritti ad essere tanto oscuro. Molto interessante l’unico pezzo cantato, quello frutto della collaborazione con i Froben: I capelli raccolti di Annes si arricchisce di una voce che narra le sensazioni, che le testimonia in una poesia scritta, portandola a dimensioni altre. Quelli di VeiveCura sono quadri d’autore. Ben fatti, ben pensati. A volte possono sembrare stancanti o stucchevoli, soprattutto, se non si è abituati a questo tipo di musica. Ma l’album intero ha un suo stile, ha un suo percorso. E la capacità espressiva di Davide è indubbia, così come la sua creatività musicale nel senso stretto. Le sensazioni che riesce a trasmettere rimangono: arricchisce chi lo ascolta.
Giulio Pitroso –ilmegafono.org
Vengono spesso definiti il periodo del riflusso, ma in realtà gli anni ’80 ci hanno regalato tanto in termini musicali, facendo emergere leggende come Queen, U2, Madonna, Jacko, che hanno davvero reso la musica fenomeno di massa
GLI ’80 IN MUSICA, ANNI DA RICORDARE
Di solito lo si chiama il periodo del riflusso. Eppure gli anni ’80 ci hanno dato tanto in termini culturali e musicali. Togliamoci quindi barbe incolte, eskimi e quant’altro ci portiamo dietro dai favolosi seventies e consideriamo senza fare gli snob gli eighties. Mentre Maradona segnava il goal più bello della storia del calcio, i Queen cantavano e proprio in quel momento nascevano alcuni miti delle generazioni di oggi. Si assaggiava per la prima volta il cambiamento vero dello stile di vita. L’Italia aveva digerito il boom economico e iniziava un periodo barocco, spensierato per certi punti di vista, dopo aver messo in soffitta le contestazioni di un lustro prima. I tempi della trasgressione più forte, perché ormai stava entrando nelle nostre coscienze. I tempi di Madonna, il gusto kitsch di Sua Maestà Michael Jackson, i primi albori del grunge, il punk cattivo, rude, vero di inizio anni ’80 e il rock dei Cure, per non parlare dell’ascesa inarrestabile degli U2.
I tempi dei Blondie e della loro Call me. I tempi delle giacche larghe, di Miami Vice, dello stile colorato. Sono anni da riscoprire rispolverando per esempio alcuni pezzi simbolo. Stevie Wonder con la sua I just called to say I love you (1984) oppure l’immortale Under Pressure (1982) dei Queen con l’eccentrico David Bowie. I tempi del rock duro e del rock più melodico che si sintetizzavano in gruppi simbolo del periodo come i Guns’n’Roses (il loro album “Appetite for destruction” del 1987 conteneva Welcome to the Jungle, Paradise City e Sweet Child O’ Mine”). Ma anche i tempi dei Pearl Jam o degli ultimi influssi di rock puritano dai seventies dei Led Zeppelin, decimati ma ancora attivi. Come dimenticare album come “London Calling” (1979), “War” (1983), album e pezzi che hanno scritto la nostra storia.
Sarebbe bello in questi momenti di superficialità estrema fare un salto diretto agli anni ’70, ma il nostro gusto consumista affonda le radici in quel periodo chiaro scuro degli anni ’80. Dal punto di vista musicale ci hanno regalato tanto in termini di musica commerciale, e forse proprio in quel momento la musica è diventata un fenomeno di massa così come la conosciamo oggi. Aiutata dalle nuove tecnologie, dalla caduta dei pregiudizi, si iniziava a sentire il walk-man con le immancabili cassette duplicate nello stereo di casa. Anni su cui dobbiamo far luce perché tra i mondiali di Spagna nel 1982 prima e i cartoni animati giapponesi poi, ci sono passati davanti forse senza accorgercene.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
NUMERI DI MAGGIO
29/05/2010
In occasione dell’“Italia Wave Live festival” di Grosseto, il nostro abbiamo incontrato gli Abiku, band emergente che prende il nome da una tradizione nigeriana e che suona cercando di “creare un’atmosfera che si adatti alla situazione”
I PETER PAN CRESCONO, ANZI NO
Incontriamo gli Abiku, gruppo indie grossetano, a lato del palco dell’“Italia Wave Live festival”. Nel capoluogo maremmano si tengono infatti le selezioni per suonare il 21 luglio sul palco del festival a Livorno. Suonano cinque band per la selezione finale e tra questi gli Abiku, che raccolgono il favore del pubblico presente e il nostro. Tre EP per loro all’attivo: “999” (il primo demo), “Deriva” e “Lontana da qui”. Intervistiamo i membri del gruppo nella stanza degli strumenti, tra chitarre bassi e piatti di batterie. Per tutti parla Giacomo Amaddii Barbagli, leader del gruppo.
Perché il nome Abiku?
Il nome nasce da una tradizione nigeriana (che abbiamo trovato ne “La via della fame” di Ben Okri) secondo la quali gli Abiku sono gli spiriti dei bambini morti prima di raggiungere la pubertà destinati a reincarnarsi all’infinito senza mai raggiungere appunto la pubertà. Ci è piaciuto perché è breve e non è né italiano né inglese.
Un richiamo all’infanzia?
No, diciamo l’eterna sindrome di Peter Pan.
Ma chi sono e come nascono gli Abiku?
Nascono dall’incontro tra me (già attivo nel panorama musicale grossetano) e Alessandro, che già formava un gruppo con Alessio e Stefano. Tramite internet e vari contest musicali siamo entrati in contatto scoprendoci in qualche modo vicini ed è nata l’idea di formare un gruppo. Sin da subito abbiamo deciso di scrivere pezzi nostri senza metterci a fare cover. Da gennaio di quest’anno è arrivato Edoardo con la tastiera facendoci compiere un salto di qualità.
C’è un sound al quale vi ispirate?
È difficile rispondere a questa domanda. Cerchiamo soluzioni diverse a seconda del pezzo. Vogliamo creare un’atmosfera che si adatti alla situazione, ovvero scegliere tra le varie idee quella che ci piace di più, senza preconcetti.
Nasce prima il testo o la musica?
Dipende, non abbiamo standard. Ci incontriamo portando una piccola idea, una melodia ed io parto scrivendo il testo che calzi con la melodia.
C’è qualcosa che ispira in particolare il testo?
È un processo random. Molto spesso faccio delle rapine, ovvero “rubo” versi tra gli autori che mi piacciono (poesia) ma cerco sempre di parlare in maniera semplice. Nel nostro panorama musicale è raro, perché di solito si tende a voler dare importanza ai testi con arcaismi, aulicismi, che, a parer mio, non servono.
Quindi ascoltandovi mettiamo da parte i testi alla Baustelle o alla Marlene Kuntz?
Mah, noi mettiamo da parte un po’ tutti, eccezion fatta per i Radiohead.
Gli Abiku sono: Giacomo Amaddii Barbagli (Chitarra & Voce) Alessio Busonero (Basso), Alessandro Carli (Chitarra), Edoardo Lenzi (Tastiere), Stefano Campagna (Batteria). I loro pezzi li trovate su youtube oppure sul loro myspace, all’indirizzo www.myspace.com/abiku4. Potete scaricare il loro “Lontana da Qui” in versione integrale a questo link http://www.mediafire.com/?4zl5utkthji#1. Non resta che augurarvi un buon ascolto!
Alberto Agostini –ilmegafono.org
I classici- “Kind of blue”, l’album jazz più venduto della storia, è il capolavoro di Miles Davis, genio del jazz mondiale, capace di concepire un disco leggendario in cui la libertà d’espressione artistica rompe ogni schema rigido
KIND OF … GENIUS!
Siamo nel marzo del 1959. In studio c’erano Coltrane, Chambers, Cobb (alla batteria) e Bill Evans al piano. Bill e Miles Davis iniziarono a buttare giù qualche appunto e, insieme alla band, iniziarono a registrare delle jam session. Di lì a poco sarebbe nato “Kind of Blue”, considerato il capolavoro assoluto del trombettista statunitense. Un album che rivoluzionerà il jazz, da lì in poi, registrato in pochissime sessioni (probabilmente solo due) e basato su scheletriche strutture armoniche, che successivamente influenzeranno anche il disco dello stesso Bill Evans, “Waltz for Debby”.
Evans basò l’imprinting del disco sugli scritti di George Russel, musicologo e compositore, a quel tempo già familiari al pianista. Nel disco, ogni voce di ogni strumento è lasciato libero nella sua espressione, rifiutando schemi eccessivamente rigidi presenti nella natura del jazz dell’epoca, creando cosi un sound d’insieme fenomenale.
“Kind of Blue” è, tutt’oggi, il disco jazz più venduto della storia, e rappresenta il punto di partenza che ha ispirato moltissimi musicisti jazz e non. Lo stesso Cobb affermò: “Questo disco deve essere stato fatto in paradiso”. Inutile aggiungere altro. A voi l’ascolto.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
22/05/2010
Gli Amour Fou sono una promettente band italiana formata da tre musicisti e guidata dal poliedrico Alessandro Raina, raffinato e colto giramondo che incanta con la sua incantevole voce e con i suoi testi mai banali
UN AMORE FOLLE PER LA PROFONDITÀ DELLA MUSICA
Questa settimana parliamo degli Amour Fou, promettente gruppo della nostra scena musicale. Il nome è francese ma loro sono italianissimi o quasi. La formazione si presenta così: Alessandro Raina (voce e chitarre), Leziero Rescigno (batteria, percussioni, piano, organi, cori), Giuliano Dottori (chitarre, basso, cori, organo). Il loro leader, la voce Alessandro Raina, ex giornalista musicale ed ex collaboratore della casa di moda “Etro”, è l’esempio perfetto di cittadino del mondo. Nato nelle Isole Falklands, ha girato tutta Europa vivendo tra Parigi, Londra, Voghera, Rapallo, Amburgo, Caen. Personaggio veramente caleidoscopico, vivace e attivissimo in campo musicale, sia come solista sia nelle collaborazioni. Ma parliamo delle canzoni. Uno stile profondamente cantautorale connota il lavoro di questo gruppo culturalmente profondo. Molto pulite e curate le parti strumentali con particolari attenzioni per le assonanze e le melodie. Si consideri, per esempio, il brano Se un ragazzino appicca il fuoco. Splendida l’introduzione al pianoforte, che ci porta dolcemente verso un rock-pop melodico dolcissimo e piacevole.
Ma c’è anche tanta cultura e profondità nei testi scritti da Raina. Sempre nel brano citato si racconta la storia di un ragazzino che, con ingenuità ed inconsapevolezza, ma allo stesso tempo grande senso della realtà, attua il suo piccolo ma fondamentale gesto di ribellione appiccando il fuoco “alle cose più preziose”. Un gesto che, fuor di metafora, può essere il sentimento che più o meno tutti provano nel momento dell’adolescenza: quella voglia viscerale di rompere col presente, con quello che ti circonda, quando l’unico modo per sentirti vivo è fare qualcosa di concreto, manifestare che ci sei. Canta Raina: “E se anche non pianse, l’inversione di rotta fu completa, era così banale amarsi e poi sparire, ora è molto facile andare via, chiamarsi fuori, tenetela per voi la società che non si muove”. Riferimenti mitologici, cinematografici. Anche questo sono i testi profondi, concreti, intelligenti, ma non pedanti, degli Amour Fou. Consideriamo un’altra gran bella traccia, Filemone e Bauci, ispirata dal mito (“Metamorfosi di Ovidio”) dei due coniugi casti che decisero di vivere e morire insieme trasformati poi in tiglio e quercia da Zeus.
Ci introduce il solo pezzo alla pianola e ci trasporta lento e inesorabile verso una chitarra alla Battisti. “Non resta molto a parte le perdute occasioni, ma non vederlo come il frutto naturale di un banalissimo amore”. Tutto finisce nonostante le illusioni che colpiscono ciascuno di noi in ogni situazione, visto che “la nostra grande fede nei tramonti della ragione non mi ha saputo rendere migliore in tante piccole cose”. Una cultura che, forse grazie anche all’esperienza accumulata in tantissime attività e in tantissimi viaggi, rende le canzoni uniche e molto particolari. Solo due album per loro in carriera: “La stagione del Cannibale” e “I Moralisti”. Di sicuro hanno delle buone chances di riuscire a piacervi. Anche per la voce incantevole e affascinante di Raina. Assolutamente da ascoltare se vi piacciono artisti come De Gregori, Tenco e Tiromancino.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Vi presentiamo Davidormi, artista siciliano emergente che, in attesa di pubblicare il suo primo album, si fa conoscere con un EP composto da quattro canzoni ricche di emozioni intense e di paesaggi lunari, tra sogno e poesia
DALL’ESTREMO SUD ALLA LUNA
Davide Dormiente è un ragazzo di Modica, una città dell’estremo sud, una città di periferia, la provincia della provincia. Il suo progetto è Davidormi e la sua è una musica di confine anche sul piano artistico, costruita su atmosfere lunari. Ad ascoltare i quattro brani dell’EP di Davidormi si percepisce prima di tutto il gusto della sospensione, di spazi interiori e di nauseanti realtà interiorizzate ed esorcizzate con la poesia. Nell’attesa dell’album “Della Luna e altre virtù”, di cui questo EP è il fratello minore e l’antesignano, possiamo saggiare l’arte di Davide: caratterizzati da un particolare legame con le Cosmicomiche di Calvino, i testi si sviluppano su ossessionanti visioni poetiche, quasi mistiche. Paesaggi lunari, canzone costruita su un tappeto di pianoforte e suoni dal sapore elettronico, assomiglia alla lettera che un amante visionario scriverebbe per la donna che non può vedere oltre i limiti del reale. Il che è una condizione di sofferenza, ma non di sofferenza atroce; anzi, sembra che il tutto sia addolcito dallo stare in una dimensione onirica e che si venga trasportati altrove. È quasi una condizione di dimenticanza, in cui si sprofonda, come lotofagi moderni.
Quando l’amata parla dell’amica Rita, che si trasforma in una zanzara in un sogno, sembriamo incorrere in toni più cupi, amari: la donna è una farfalla che non sa fare altro che morire. L’inutilità della Bellezza? Forse il senso di inutilità di una generazione. La ripetitività, quasi da mantra, di certe frasi potrebbe stancare, così come quella musicale; ma il tutto è armonizzato abbastanza bene da rendere il brano interessante. Sulla Luna è complementare al brano precedente. Quasi una cartolina dal mondo lunare del poeta visionario: stavolta non è solo, anche se ci tiene a precisare che le sue percezioni sono maggiori rispetto al suo interlocutore/trice, che sembra accompagnarlo nel suo viaggio. Il brano, dopo poco, si sviluppa in una tensione dinamica e maggiormente elettronica, quasi a testimonianza di una partenza per un viaggio alienante. Fuori dal tempo, privo di necessità, il vivere sulla Luna è utopico, senza gabbie e padroni, ma cosciente di una realtà lontana, da cui resta separato. E fin qui Davidormi ricorda molto Battiato, anche se la poetica è molto più vicina all’assurdità del quotidiano, alla lettura che se ne può dare da uno spazio altro e alternativo.
I momenti migliori è decisamente più terreno. È una raccolta di emozioni, molto tendente al malinconico, di una relazione interpersonale. Molto Marlene Kuntz o Afterhours. Decisamente molto più acustico che elettronico, anche se gli effetti della seconda chitarra costruiscono un legame forte con le sonorità dei pezzi precedenti. Assente giustificata la batteria, il suono è riempito da un violino. Ho contato fino a tre, infine, è vicinissima al pezzo precedente. Stesse sonorità, anche se si avverte la comparsa tempestosa del flanger. Concettualmente vicino al dramma della incolmabile diversità tra i due amanti, con venature malinconiche anche stavolta, sembra un inno a un’intesa che resiste alle insidie, che supera le costrizioni. Una canzone d’amore. Davidormi è una promessa interessante del filone che sorge oggi nell’underground, quello dell’acustico mischiato all’elettronico e allo sperimentale, un cantautorato attuale, che passa per metafore lunari, un po’ come Le Luci della Centrale Elettrica e come certi brani dei Baustelle. Sta sorgendo e, se daremo tempo al tempo, potremmo avere delle liete sorprese.
Giulio Pitroso –ilmegafono.org
16/05/2010
La settimana scorsa vi avevamo fornito qualche anticipazione sul nuovo album di Luciano Ligabue, uscito l’11 maggio: adesso, dopo averlo ascoltato, ci rimane la sensazione di un album maturo con qualche piacevole novità e pochi difetti
LA RABBIA INTIMA DEL ROCKER DI CORREGGIO
La scorsa settimana, pochi giorni prima della sua uscita, vi avevamo presentato il nuovo cd di Ligabue, “Arrivederci, mostro!”. Contenuti, attese, più le parole dello stesso autore. Adesso, dopo averlo finalmente ascoltato, entriamo più nel dettaglio, fornendovi sensazioni, impressioni, ciò che ci è piaciuto e ciò che ci ha convinto meno. Partendo da una considerazione generale, possiamo dire che quest’album è forse quello della piena maturità del rocker di Correggio, non tanto sul piano artistico quanto su quello dei temi affrontati e del modo scelto per affrontarli. Un lavoro fatto con attenzione, con cura dei particolari, ma con una certa libertà di parola e di pensiero che, pur essendo sempre stata una caratteristica della carriera di Ligabue, in “Arrivederci, mostro!” assume contorni più netti, più marcati. L’atmosfera generale del disco è soffusa, “interiore”, ricca di intimità, con una partenza più accesa, più rock, che poi va a interrompersi per lasciare spazio alla malinconia, al personale, alla rabbia lasciata scivolare un po’ sui propri anni, sulla capacità di trattenersi, di sopportare ma fino ad un certo punto. C’è dentro un miscuglio di emozioni, c’è il mondo confuso e frenetico di oggi, l’ipocrisia, la violenza, la follia, la tristezza e la gioia.
È la vita che scorre, l’incrocio tra ciò che c’è fuori e ciò che si muove dentro di te. Da fine autore, capace con il suo stile dolcemente rude di catturare le immagini e le sfumature di quel che lo circonda, Ligabue riesce a imprimere ai testi quell’armonia magica che se ne frega della rima o del vocabolario, per mettere al centro la realtà, per liberare la propria sensibilità e offrirne quanta più possibile a chi è in grado di ascoltare e di leggere tra le righe. Poi, ovviamente, ognuno dia la propria interpretazione, si faccia la propria idea, le proprie riflessioni; ciò che conta è che il proprio “Io” sia emerso dai grovigli dell’esperienza quotidiana. L’apertura del disco è affidata a due pezzi decisamente rock, Quando canterai la tua canzone e La linea sottile (quest’ultima musicalmente è una delle più belle). Due canzoni su ciò che significa vivere. Poi troviamo Nel tempo, brano che attraversa, su due linee parallele che viaggiano insieme, la vita personale del cantautore e quella dell’Italia e dei suoi momenti o uomini più importanti (Berlinguer e Moro, Falcone e Borsellino). Dal rock si passa poi ad una ballata più romantica e malinconica, Ci sei sempre stata, che si chiude con un minuto e venti secondi di assolo di chitarra.
Dopo arriva il turno de La verità è una scelta, una canzone con accenni di elettronica, in cui il Liga sembra dedicare le sue parole a chi lotta e rischia per fare trionfare la verità: “Quante cose spegne la prudenza. Ogni passo è in avanti e ti porti tutto quanto, che lì dietro non rimane niente. È dura non essere al sicuro e vedere sempre un po’ più piccolo il futuro. E conosci tutti i santi, tutti i nomi dei potenti e sai che fine fanno gli innocenti”. Appare, a chi scrive, un elogio a uomini come Saviano che hanno scelto di denunciare e raccontare, senza fare calcoli di prudenza. Chissà che Ligabue non pensasse proprio al giornalista napoletano quando ha scritto questo brano. A seguire troviamo Caro il mio Francesco, lettera cantata all’amico Guccini; uno sfogo duro, un atto di accusa al sistema che circonda la musica, ai colleghi musicisti, a chi giudica, scredita, critica, infama sentendosi puro. Dopo Atto di fede e l’ormai nota Un colpo all’anima, è il momento della poesia: Il peso della valigia è una canzone armoniosa, con un testo molto dolce ed un arrangiamento semplice e minimale.
Tacabanda, invece, è forse la più grande novità dell’album: per la prima volta il cantautore emiliano si cimenta con un divertente swing ed è davvero gustoso ascoltarlo in questa veste musicale inedita, in cui trova spazio anche l’esibizione alla batteria del figlio undicenne Lenny. Dopo l’allegria dello swing, però, arriva un pezzo molto duro, che taglia il cuore, con una melodia lenta e cupa: Quando mi vieni a prendere (Dendermonde 23/01/09) è un brano lunghissimo (dura ben 7 minuti) dedicato alla tragedia di Dendermonde, città belga in cui uno squilibrato entrò in un asilo uccidendo una maestra e due bambini. Un testo delicato e struggente, che punta non tanto alla pietà ma alla questione del rapporto tra bimbi e genitori, con le parole affidate ad un bambino, alle sue richieste d’aiuto, d’ascolto, di considerazione. Siamo chiaramente dinnanzi a qualcosa che ha scosso notevolmente la sensibilità dell’artista, il quale ha voluto inserire nell’album questa canzone, anche se il testo non è armonico e la melodia è eccessivamente lenta. Difficile riuscire a resistere tutti e sette i minuti. Ti angoscia troppo. Non è certo una canzone facile da ascoltare e digerire, ma capiamo comunque la scelta di Ligabue.
Infine, l’album si chiude con Il meglio deve ancora venire il cui sound e le cui parole sembrano fatte apposta per costituire i titoli di coda di questo “Arrivederci, mostro!”, nono album di inediti del cantautore emiliano, uscito esattamente 20 anni dopo dal suo disco d’esordio (“Ligabue”). Un ottimo lavoro, molto più intimo e maturo come detto, sicuramente meno gradito a chi preferisce il vecchio Liga, quello di Balliamo sul mondo, Libera nos a malo, A che ora è la fine del mondo o Urlando contro il cielo. Il difetto sta sicuramente nella somiglianza di alcuni pezzi ad altri brani del rocker di Correggio, con quella sensazione del “somiglia a quell’altra…” che non è proprio il massimo, ma che non è nemmeno eccessiva e che certo nulla toglie alla riuscita finale del disco. Tra l’altro, ci sono i testi sempre splendidi e, in più, le novità assolute dello swing e dell’elettronica. E poi si ha l’impressione che questa volta il buon Luciano se ne sia fregato del pubblico e dei suoi gusti, scegliendo di prendersi il suo spazio per dire quello che ha dentro, piaccia o non piaccia. Insomma, il Liga seduce anche stavolta e attrae anche quegli estimatori che, negli ultimi anni, a seguito di alcune scelte commerciali (tour in due sole città, biglietti cari, album a “tre tempi e tre uscite” e dunque più costosi), avevano storto un po’ il naso. D’altra parte, quando canta e suona, Luciano Ligabue… è sempre lui!
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Classici- Alla fine del 1996, vogliosi di dare una svolta al proprio sound, i Radiohead si mettono al lavoro e partoriscono “Ok computer”, l’ album che li consacrerà ed imprimerà il loro nome nella storia del rock mondiale
LA SUBLIME STERZATA DEI RADIOHEAD
Siamo nella seconda metà degli anni novanta. I Radiohead vivono ancora del successo dei primi due album, ma sentono che qualcosa, all’interno della band, deve cambiare. Nel ‘96 decidono di dare una vertiginosa sterzata al proprio sound, sfruttando al meglio, con i propri strumenti, quello che diverrà, in futuro, il marchio di fabbrica della band inglese. Arriva, così, Nigel Godrich, un ingegnere del suono davvero strano e poco conformista. Le riprese iniziano nel luglio dello stesso anno, ai Fruit Farm (un deposito di mele) in cui l’ingegnere del suono costruì il Canned Applause Mobile Studio. Prima di completare il disco, i Radiohead affrontarono una piccola tournee come band d’apertura ai concerti di Alanis Morrisette. Ritornata in studio, la band completò l’album sul finire dello stesso anno, ascoltando, durante le registrazioni, dischi dei Beatles, le colonne sonore di Ennio Morricone e anche il jazz di Miles Davis. Quello che ne venne fuori, fu “Ok Computer”.
Un album incredibile, pieno zeppo di hit, che cambiarono per sempre l’immagine, la musica e la filosofia di composizione delle band future. Brani come No Surprises, Karma Police e Paranoid Android diventarono le pietre miliari del rock, entrando non solo nelle classifiche di tutto il mondo, ma anche nelle compilation amatoriali che ogni fruitore di musica che si rispetti abbia fatto per gli ascolti nella propria macchina o, perché no, per la propria ragazza. L’inserimento dell’elettronica e la fuoriuscita dagli schemi convenzionali, precedentemente usati, fanno sì che quest’album (nonostante le numerose critiche che ricevette subito dopo l’uscita) rappresenti il punto di partenza per chi, oggi, vuole sprofondare malinconicamente (e anche con un po’ di rabbia) in una di quelle fasi musicali che accompagneranno la nostra formazione musicale.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
8/05/2010
Brunori S.a.s. è un cantautore cosentino che con il suo primo album, “Brunori S.a.s. – Vol. 1”, ha già vinto il prestigioso premio Ciampi 2009: un cantautore raffinato che guarda e canta il mondo con semplicità e poesia
UN GARBATO URLATORE
Dario Brunori, cantautore cosentino, a suo stesso dire “mancato imprenditore”, ha ben pensato di dar vita ad un originale progetto musicale come solista: Brunori S.a.s.. Il suo primo album, “Brunori Sas - Vol.1”, si è aggiudicato il prestigioso Premio Ciampi 2009 come “Miglior disco d’esordio”. Un album composto da nove tracce: Il pugile, Italian dandy, Nanà, Paolo, Come stai, Guardia ’82, L’imprenditore, Di così, Stella d’argento. Quello che contraddistingue Dario Brunori è il suo stile garbato, nonostante sia già stato, a ragione, ricondotto nell’alveo di quella tradizione di urlatori italiani, tra i cui massimi esponenti ricordiamo l’indimenticabile Rino Gaetano e Adriano Celentano. Con questi autori e con gli altri appartenenti alla tradizione cantautorale italiana, quella della musica popolare, Brunori condivide l’estrema semplicità e la naturalezza con cui si approccia a tematiche quotidiane. Nelle sue canzoni si trovano spaccati di vita in cui chiunque può riconoscersi, i drammi e le preoccupazioni sono quelli con cui tutti combattiamo giornalmente: il mutuo, la ricerca di un partner, della stabilità economica e sentimentale. Spesso nei suoi brani si assiste a malinconici salti a ritroso nel passato, nell’infanzia spensierata e nell’adolescenza felice.
Eppure, anche in mezzo a tutta questa “normalità”, vi sono dei picchi poetici, dei momenti di riflessione in cui viene fuori la sua marcata sensibilità: in Come stai sembra, in un primo momento, che gli unici argomenti di discussione possano essere l’economia ed il calcio, ma in realtà parlare di ciò è solo un modo per evitare di parlare di “come è facile andare quando non sai guidare e di quanto è triste Natale senza mio padre”. Tra i ricordi estivi di Guardia ’82 (un po’ in stile Sapore di sale) e gli spaccati di vita di L’imprenditore, con gli oggetti metallici che in banca fanno scoppiare il finimondo, troviamo la disarmante semplicità di Paolo, che non vuole rappresentare tanto una critica all’uomo medio italiano, quanto un inno alla genuinità dei sentimenti: “Paolo non lo sa chi governerà, sa soltanto che vuole un amore che gli scaldi l’anima ed il cuore, che gli dia la mano in riva al mare”.
Paolo non vuole una vita eccezionale e sopra le righe come quella dell’Italian dandy; vuole una vita normale, desidera solo la propria serenità affettiva e “prega Dio e padre Pio che prima o poi lo ascolterà”. La “normalità” è uno dei temi più cari a Brunori, dato che, come egli stesso ha affermato, la sua non è stata una vita particolarmente eccezionale e non ha mai vissuto da maledetto. Il brano Nanà diventa quasi un elogio al vivere semplice. Il cantautore sembra perdersi nei ricordi, ce li racconta con estrema delicatezza ed alla fine ci urla in faccia, quasi con fare liberatorio: “La mia non è una vita speciale, ed è per questo la voglio cantare”. Pensando a Brunori è facile l’accostamento con la poetica delle “cose semplici” di Giovanni Pascoli: il garbo e la delicatezza nella descrizione delle cose e delle situazioni non necessariamente va a discapito della poeticità.
Ed è così che ci stupiamo a trovare versi come questo: “Mentre gli asini volano in cielo e fanno debiti per stare a terra io resto fermo e attendo fermo qui”. Tra il sogno e la disillusione troviamo, infine, il brano Di così. Soffocati dai problemi quotidiani, quale quello di non avere un conto in banca, ci si scorda di vivere, di vivere meglio e di viversi meglio, e si resta con i sogni rinchiusi nell’armadio, perché nel cassetto non ce ne stavano più. Si può e si deve vivere meglio di così. Il titolo di questa traccia, allora, potrebbe anche leggersi “dico sì”, quasi a volersi auspicare un atteggiamento diverso nei confronti del mondo, più proteso e pronto a cogliere ciò che capita.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Esce l’11 maggio il nuovo album di Luciano Ligabue, “Arrivederci, mostro!”, di cui fa parte il singolo “Un colpo all’anima”, in rotazione nelle radio da aprile e subito balzato al primo posto nella classifica dei singoli italiani
IL LIGA LIBERA IL SUO “MOSTRO”
Si regala il suo nono album l’artista di Correggio per il suo cinquantesimo compleanno. Sulla cresta dell’onda da ormai vent’anni Ligabue continua sempre a scrivere e sembra ancora divertirsi. Sono 12 le tracce del suo “Arrivederci, mostro!” con le quali il Liga si conferma ancora una volta uno degli artisti più prolifici della scena musicale italiana. L’uscita dell’album è prevista per martedì 11 maggio e per ora sono solo disponibili i titoli delle tracce e il singolo, a rotazione nelle radio dal 16 aprile. L’album pubblicato dalla “Warner Bros records” vedrà la seguente scaletta: Quando canterai la tua canzone, La linea sottile, Nel tempo, Ci sei sempre stata, La verità è una scelta, Caro il mio Francesco, Atto di fede, Un colpo all’anima, Il peso della valigia, Taca banda, Quando mi vieni a prendere (Dendermonde 23/01/09), Il meglio deve ancora venire. Non avendo a disposizione né cd né testi abbiamo spulciato riviste e web in cerca di interviste e indiscrezioni. Intanto perché “mostro”? In un’intervista a corrieretv (disponibile su youtube) l’artista dichiara: “Il mostro è una galleria in realtà di mostri che conosco bene. Mi sono reso conto che sono più libero da loro, dal filtro che mi impongono sulla realtà. Ho voluto essere ironico col titolo e la copertina dell’album”.
Alla faccia di chi lo contesta per una presunta superficialità. Un’accusa che viene smentita (informazione tratta dalla stessa fonte) anche dai testi. Caro il mio Francesco è una canzone incazzata nata da un momento di “incazzatura generale e non specifica – dice il rocker di Correggio - che mi ha permesso di liberarmi del veleno accumulato contro una parte del panorama musicale che giudico ironica. In quella notte insonne mi misi ad ascoltare L’avvelenata di Francesco Guccini e mi resi conto della sua grande attualità dopo 35 anni. Ho voluto semplicemente scrivergli una lettera che diventa il pretesto per rinnovargli la mia stima e partire con una mia Avvelenata”. In Quando mi vieni a prendere (Dendermonde 23/01/09), Ligabue racconta dal punto di vista di un bambino, ma con la sensibilità da padre, la tragica vicenda di cronaca che in Belgio vide una maestra d’asilo e due bambini uccisi nell’asilo il 23 gennaio 2009.
Su XL di Repubblica si legge una recensione entusiasta che enfatizza l’atteggiamento da artigiano musicale del Liga. Scrive infatti su quelle colonne Riccardo Bertoncelli: “Il Liga è un vecchio artigiano che ha fatto fortuna ma conserva ancora gli attrezzi di quando aveva una piccola bottega per cultori, e non vuole lasciarli, non vuole traslocare”. Perché in effetti l’artista di Correggio non se l’è mai tirata, non ha mai preteso di fare l’intellettualoide presuntuoso, si è lasciato coinvolgere dal pubblico, amare, adorare per quello che faceva. E ancora non si vergogna degli stadi, della folla che canta le sue canzoni. Non si vergogna dei suoi successi e ci mancherebbe. Per quello che ci riguarda ci sono le migliori aspettative perché, dopo vent’anni dal primo cd, “Ligabue”, il rocker reggiano continui ancora a stupirci, a regalarci canzoni da stadio, canzoni da spiaggia, canzoni d’amore come Un colpo all’anima. Con la grinta ma soprattutto la genuinità dell’artigiano.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
2/05/2010
Anche quest’anno piazza San Giovanni, a Roma, è stata gremita da un popolo per lo più composto da giovani, per vivere insieme quella che, specialmente di questi tempi, non è una semplice giornata di festa, ma un momento di riflessione
PRIMO MAGGIO: MUSICA PER PENSARE
E per la ventunesima volta Primo Maggio vuol dire Roma, Piazza San Giovanni. Ancora una volta si è riunito il popolo del concertone per celebrare insieme la festa dei lavoratori con la grande maratona musicale organizzata dai sindacati confederali. Un’edizione all’insegna delle novità: a condurla una donna, Sabrina Impacciatore, popolare attrice italiana con la compresenza di Carmen Consoli (dopo la rinuncia di Irene Grandi), a cui si è aggiunto, per un esclusivo set, Vinicio Capossela. Il cast di artisti che si sono esibiti è stato di elevatissima qualità: Bud Spencer Blues Explosion, Simone Cristicchi, Nina Zilli, Roy Paci & Aretuska, Beautiful - Gianni Maroccolo, Cristiano Godano e Howie B, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Paolo Nutini, Baustelle (come sappiamo freschi del loro nuovo album) ed appunto Vinicio Capossela.
Ancora una volta essere a Roma il Primo maggio vuol dire vivere in maniera intensa e vera una festa che viene messa spesso in soffitta o a repentaglio, mentre da più parti si tenta di piegarla al bieco consumismo. Firenze e Torino, infatti, hanno concesso ai commercianti di restare aperti, mentre Milano, così leggiamo su Repubblica, ha detto no a causa delle troppe tensioni. Proprio sullo stesso quotidiano osserva Adriano Sofri: “Dopo che anche il sabato e la domenica sono diventati giorni lavorativi a tutti gli effetti adesso vogliono togliere anche il Primo Maggio”. Purtroppo il vecchio vizio congenito di dare un prezzo a tutto passa anche per la mercificazione delle feste, che non devono essere intese solo come vacanza ma soprattutto come momento di riflessione. E non stiamo parlando di feste religiose (di tutte le confessioni) che occupano tutto il calendario (ma restano comunque, anche solo tradizionalmente, un momento comune e condiviso di riunione familiare e sociale) ma del Primo Maggio.
La festa, o meglio, quel giorno in cui ognuno di noi dovrebbe fermarsi un secondo, guardare ciò che è stato fatto e cosa c’è da fare. Un momento di riflessione profonda e non un semplice, cinico alleggerimento dei portafogli. E proprio la piazza San Giovanni di Roma, strapiena, festante e colorata, diventa un punto di riferimento per tanti giovani. Una generazione cui forse non è stato insegnato il valore del lavoro, della lotta, della sofferenza, ma che si auto-istruisce unendosi sotto il sole o la pioggia, esprimendo la propria passione, i propri sentimenti più profondi nel modo a lei più consono: la musica. Quello del Primo Maggio è un evento fondamentale, nel quale girano e si rincorrono molti temi, tutti egualmente fondamentali. Anche quando non ci si va fisicamente, bisognerebbe esserci con lo spirito.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Classici- “Who’s next” è il disco più importante degli Who, la mitica band inglese che ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock: un album che identifica pienamente lo spirito duro e rivoluzionario di Townshend&co.
CHI È IL PROSSIMO?
Nel 1969, Pete Townshend, chitarrista e autore di quasi tutti i brani degli Who, pubblica, insieme alla band, la sua prima opera musicale: “Tommy”. Il disco ottiene un successo inaspettato e Pete, galvanizzato dalla sperimentazione, scrive “Lifehouse”, un’opera a metà fra il rock ed il teatro. Purtroppo il progetto non funziona, anzi, si rivela un totale fallimento. Così nel 1971, Townshend, racimola quel che di buono era rimasto di “Lifehouse” e, in poco tempo, scrive i nove brani che comporranno il disco più importante per la band: “Who’s next”. Baba O’riley e Won’t get fooled again rappresentano i due singoli che, nei 40 anni successivi, imprimeranno il nome Who nelle generazioni rock. Un disco intriso di argomentazioni amorose, riff di synth primordiali, chitarroni, e dominato dalla splendida voce di Roger Daltrey.
Ovviamente non dimentichiamo il “rullo compressore” Keith Moon. una vera macchina iperattiva che dal seggiolino della sua batteria, molto spesso, oscura gli altri tre componenti della band, i quali, di certo, non mancavano di luce propria. “Who’s next” identifica in pieno lo spirito della band. Un vortice violento che distrugge, fa a pugni con il mondo, pur non disdegnando mai ciò che è classe e tecnica. Un album che rappresenta una via di fuga dal perbenismo imperante di allora, dal grigiore delle vite borghesi e fondamentalmente tristi, e una forte rabbia nei confronti di tutto il sistema economico-comportamentale contemporaneo. Una musica per soli giovani, che non ammette personaggi sbiaditi, dai vestiti pregni di “puzza d’ufficio”.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
NUMERI DI APRILE
24/04/2010
La musica è sicuramente la forma d’arte che, più di ogni altra, pervade la nostra quotidianità, grazie anche ai tanti strumenti che la tecnologia ci offre, permettendoci di stare a contatto con la musica in ogni luogo
MUSICA, ETERNA COMPAGNA
Se ci chiedessero cosa intendiamo per musica, probabilmente tutti risponderemmo: è una forma d’arte. Su questo, effettivamente, non ci piove affatto. Anzi potremmo dire che è la forma d’arte più pervasiva della nostra dimensione di uomini. Mentre un quadro, una statua, se vogliamo anche un prelibato piatto o bevanda, trovano dinanzi a sé insormontabili barriere che consistono nel bisogno di contatto con esse per apprezzarle, la musica è insidiosa. Si infila dalle rampe delle scale nella camera dell’adolescente del terzo piano, sgattaiola via dai locali in centro invadendo la città, arriva persino in macchina attraverso la radio del vicino. Non ci si stupisce più quando una persona dice “senza musica” non vivo. “E te credo!”, risponderebbe un romano verace, non ne possiamo più fare a meno. La vera cifra dell’arte nelle nuove tecnologie consiste nella loro trasportabilità praticamente ovunque, persino sott’acqua, al mare, col risultato che la musica ce la ritroviamo ovunque. A Milano, per esempio, la scala della metropolitana su piazza Duomo era stata dotata di particolari sensori che riproducevano ciascuno una particolare nota, trasformando le suddette scalette in una grande pianola calpestabile.
Nel nostro mondo in continuo movimento non possiamo non considerare anche l’impatto che le nostre nuove abitudini hanno avuto sul nostro modo di “ascoltare”. Se prima c’era il grammofono gigante in casa, poi siamo passati alla grossa scatola ma tremendamente affascinante della radio, passando pian piano verso i riproduttori musicali mini. Un appassionato di musica nato intorno agli anni ’30 parlerebbe di rivoluzione. Una rivoluzione che i born digital non immaginano neanche, abituati come sono (siamo) a ritrovarci sempre e comunque circondati, come dicevo, da tecnologie che permettono di ascoltare. Non bisogna poi sottovalutare il potenziale di aggregazione dei grandi classici della musica. Qualsiasi persona si incontri, anche per la prima volta, troverà un terreno di contatto musicale sul quale cominciare a conoscersi. Per fare qualche nome: chi non ha mai sentito Bruce Springsteen, gli U2, i Led Zeppelin o, in Italia, Ligabue, Vasco o gli 883? La musica è conoscersi, anche amarsi, ricordare.
Tutto legato a quella canzone, a quel motivetto. La rivoluzione di cui parliamo è probabilmente inarrestabile. La tecnologia ci offre ormai così tante opportunità di condivisione che qualsiasi tentativo di limitarle viene vanificato irrimediabilmente. Il cambiamento che si osserva nel pubblico, nei suoi gusti e nelle sue abitudini, non deve essere etichettato semplicemente come “criminale” o lesivo dei diritti d’autore. Certo, lo è. Però alzi la mano chi può farci qualcosa. Chi dovrebbe controllare lo fa poco e male e i colpevoli non sono incentivati a smettere. Come scrivevamo su questo colonne tempo fa, una soluzione potrebbe essere quella di aumentare i concerti, portare la musica suonata e live per strada, affezionando il pubblico agli artisti e viceversa. Oppure trovare altre alternative, perché il mercato musicale deve cambiare se non vuole essere stracciato dal futuro e nel futuro.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Classici- “Face Value” è il primo album della carriera da solista di Phil Collins, uscito nel 1981 in concomitanza con “Duke” dei Genesis, gruppo di cui il cantante britannico era batterista: un disco originale che ottenne un enorme successo
IL PRIMO GRANDE ACUTO DI PHIL
Gli anni ottanta per Phil Collins furono la svolta definitiva. Da impacciato batterista diciottenne quale era nei primi anni settanta, da poco immerso nel mondo della discografia grazie ai Genesis, egli diventò una vera pop-star. Nel 1981 uscì il suo primo lavoro (“Face Value”), in concomitanza con l’ennesimo disco dei Genesis (“Duke”). L’album, dapprima realizzato come demo-tape e registrato con pochi mezzi nella sua villa in Inghilterra, divenne un vero e proprio capolavoro, sia per vendite che per la sua natura compositiva. “Face Value” è un incontro ben riuscito tra elettronica, dance, rock e pop. Un album pieno di chicche, con risvolti arrangiativi davvero originali. La parola d’ordine, per Collins, è stata “divertiamoci”, e così fu.
In the air tonight è il primo singolo estratto dal disco. Un testo, a detta dello stesso cantante, buttato giù in una sola notte; un loop di drum machine sotto e un’esplosione percussiva nel finale, merito della suo riconoscibilissimo sound e della sua enorme bravura espressa, soprattutto quando si siede sul seggiolino della sua batteria. Altri i singoli di notevole successo, come Behind the lines, singolo presente anche nell’album “Duke” dei Genesis, totalmente riarrangiato e velocizzato, con una caratura carismatica ben lontana dal prog rock al quale era abituato sino ad allora.
Molte le partecipazioni illustri come Eric Clapton, in If leaving me is easy, e molto gradevole l’omaggio ai Beatles (lui ne è un grandissimo fan) e soprattutto a John Lennon con la cover, per alcuni opinabile, Tomorrow never knows. Un brano davvero ipnotico, ideato da Lennon, che si distende per tutta la durata sulla sola nota del Do. Un album che ha di certo cambiato le classifiche e riempito le tasche di Phil Collins e che, probabilmente, ha segnato, per sempre, la discesa in picchiata dei Genesis che ormai, orfani di Peter Gabriel, avranno da lì in poi poca vita.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
17/04/2010
Classici- Nel 1969 la leggendaria band inglese pubblicò il suo primo album (“Led Zeppelin”), che stravolse e rivoluzionò il rock-blues mondiale segnando enormemente il destino artistico di musicisti oggi divenuti celebri
I SUONI INFIAMMATI DEI LED ZEPPELIN
Era il 1969 e i New Yardbirds decisero di entrare in studio e registrare alcuni brani ispirati al rock e al blues. Cambiarono il nome in Led Zeppelin e l’album che ne venne fuori cambiò per sempre le future generazioni. L’album omonimo rappresenta tutt’oggi una pietra miliare del blues degli anni settanta. La tracklist scelta dal gruppo varia da brani inediti di notevole fattura a cover (appartenenti al genere Chicago Blues) già molto conosciute, come You Shook Me di Willie Dixon, stravolgendone totalmente il sound. Come spesso succedeva in quegli anni alle band fresche di contratto discografico e ancora inedite nel panorama editoriale/musicale, l’album è stato registrato in fretta e furia, dividendo le sessioni in numerosi studi di registrazione, entrando così a far parte di quella gamma di dischi “registrati in poche ore”.
Le dinamiche espressive del disco giocano tutto sui potenti riff di Page e sul “groove da locomotiva” creato dal batterista Bonham e dal bassista John Paul Jones; un su e giù emozionale continuo, pieno di pathos e rabbia compulsiva, che non stanca mai l’ascoltatore, lasciandolo assorto e incollato alle casse dello stereo. Anche la copertina è un vero e proprio capolavoro, rimasta anch’essa impressa nella storia del rock, che ritrae un fotogramma del disastro dello Zeppelin LZ 129 Hindenburg avvenuto nel 1937. Un’immagine che identificherà per sempre la band con il fuoco e le fiamme del velivolo, metaforizzando il loro sound passionale ed incendiario.
L’album trasforma due perfetti sconosciuti, come Robert Plant e John Bonham, in miti del rock, modificando l’immaginario della rock-band (basti pensare all’esplosione del fenomeno groupies, di cui oggi qualcuno sente la mancanza), e consacrando Jimmy Page come “dio della chitarra”. I quattro capelloni inglesi, da qui in poi, con Babe I’m Gonna Leave You, piuttosto che Comunication Breakdown, segneranno per sempre i destini di molti musicisti (e anche il sound e le tecniche di registrazione) oggi famosissimi, lasciando in eredità veri e propri capolavori. Dopo il primo ascolto, nessuno è rimasto più lo stesso.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Cristian Bugatti, meglio noto con il nome di Bugo, è un cantautore italiano molto particolare, estroso ed eclettico che, avvalendosi di sonorità indie votate all’elettronica, con i propri testi mette in ridicolo la nostra società
IL SARCASMO TRASFORMATO IN MUSICA
Bugo, nome d’arte di Cristian Bugatti, è un cantautore italiano in attività dal 1996. Egli ha all’attivo 7 album. Personaggio strano, eclettico, particolare, Bugo riesce con la sua musica a ripercorrere la tradizione nordica di Gaber e dell’ironia trasferita nelle canzoni. Parlando, anzi cantando di quelle che potrebbero essere semplicemente idiozie, riesce ad offrirci uno spaccato originale e sicuramente non convenzionale della vita nel nostro Paese. Riprendendo stereotipi e luoghi comuni, con la sua musica li trasforma, li ridicolizza e li considera per quello che sono: stupidi. Egli stesso si disegna come un personaggio. Tra le canzoni da ascoltare assolutamente: Ggeell, Io mi sono rotto i coglioni, Love boat, C’è crisi, Coda d’Italia.
Immaginate di andare a fare la spesa e di parlare con il vostro fruttivendolo; di sicuro sentirete dire: “C’è crisi! Dappertutto si dice così e lo leggo sui visi non è colpa solo del lunedì (...) Niente più come prima. E menomale, e menomale… È una nuova strategia”. Oppure in Coda d’Italia, l’autore scrive e canta: “Proviamo a essere ‘malitici’, chi controlla la mia mente? Mi sembra un complotto e sto perdendo colpi. Se sbaglio forse ho ragione, elicotteri nelle mie orecchie”. O ancora prendiamo Ggeell: “Nell’alfa gli altri quattro giù dal basso aspettano me. Ma dov’è il mio gel? Dov’è il mio gel? Io non esco se non ho il mio gel”.
Per quanto siano all’apparenza insignificanti, quasi vuoti, questi testi in realtà nascondono una constatazione triste, sarcastica del mondo che ci circonda. Nell’ambiente indie-pop, Bugo è sicuramente uno degli artisti più attivi e promettenti anche se è sulla scena da ormai 14 anni. Merita sicuramente la nostra e la vostra attenzione. Da notare anche la musica dalle forti connotazioni elettroniche, un po’ in stile Battiato, anche se molto, molto, molto meno melodico e ricercato o raffinato.
Un’arte, insomma, all’insegna dell’ironia e della particolarità volutamente esasperata. Un atteggiamento che ritroviamo anche nel modo di vestire, di atteggiarsi, nel suo fisico scheletrico. Un profeta e una bandiera della generazione indie che vediamo camminare per le nostre città con i ciuffi ribelli, i pantaloni skinny. Sicuramente ne risentiremo parlare, anche perché la sua fecondità e le sue idee arricchiscono la scena musicale italiana, alternandosi alle ormai tradizionali voci, chitarre, batterie.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
3/04/2010
Ultimamente si parla molto del ritorno pericoloso della censura sui mezzi di comunicazione, soprattutto nel servizio pubblico: fino a 30 anni fa anche la musica dovette subire il controllo rigido e ridicolo di un’apposita commissione
GLI ANNI DELLA CENSURA SULLE CANZONI
Negli ultimi tempi, in Italia stiamo assistendo ad un riacutizzarsi del fenomeno della censura nei programmi televisivi: sebbene la parola “censura” sia un tabù, nelle reti private (specie quelle appartenenti al presidente del Consiglio) ed in quelle pubbliche si sta insinuando una subdola forma di controllo, così come accadeva in passato. Anche la musica è stata spesso vittima di una censura cieca e bigotta. Al tempo della radiotelevisione monopolista, quando l’unica tv era quella di Stato, all’interno della Rai esisteva una commissione di controllo sui programmi, che vagliava anche quali canzoni si potessero trasmettere in tv e radio e quali no. Naturalmente non si chiamava “commissione di censura” (uscivamo da poco dal regime fascista e il ricordo della censura vera e propria era ancora troppo vivo), ma “commissione di ascolto” preventivo. Tale organismo si occupava di controllare i testi che dovevano essere adatti al pubblico eterogeneo della radio. Proprio il fatto che tra il pubblico vi potessero essere dei bambini è sempre stato argomento a supporto della bocciatura, da parte della commissione, di brani aventi attinenza con il sesso.
A parte i temi che avevano a che fare con la sfera sessuale, la commissione teneva sotto osservazione canzoni che parlavano di politica o che potevano infrangere le molte leggi di vilipendio (allora in vigore ed osservate, oggi semplicemente disattese), quindi testi che parlavano in modo non rispettoso della patria, della religione e della chiesa ufficiale (era ancora in vigore il concordato del 1929) e dell’ordine costituito in genere. Addirittura si teneva conto anche del presunto valore artistico, nel senso della conformità del testo e del modo di cantare alla tradizione italiana del bel canto. Tecnicamente parlando, le canzoni venivano classificate come “da non trasmettere”, se bocciate subito dalla commissione di ascolto, o “non idonee”, se la decisione era successiva all’arrivo in Rai dei dischi. Sui dischi veniva proprio attaccato materialmente un bollino con le suddette diciture. Di fatto, erano al bando tutte le canzoni politiche e di protesta, sia nuove sia tradizionali, del patrimonio folk italiano.
La commissione interveniva controllando la scaletta proposta per le trasmissioni, ma soprattutto, all’origine, interveniva sulle canzoni nuove registrate alla SIAE e, in questo caso, cercava di agire alla fonte, concordando preventivamente con gli autori modifiche che potevano consentire la radiodiffusione. In mancanza di accordo, la canzone si sarebbe potuta sentire solo su disco. Dai criteri visti prima si capisce subito che praticamente tutto il canzoniere di Fabrizio de Andrè sembrava fatto apposta per incappare nelle maglie della censura, dal tema del sesso, con annessa terminologia esplicita (come in Via del Campo o Bocca di rosa), agli sberleffi all’ordine costituito (per esempio risalta l’anti-militarismo de La Guerra di Piero), alla storia riscritta e sbeffeggiata di Carlo Martello, ai temi “inadatti”, forse perché troppo realistici, trattati nel Cantico dei drogati o nella Ballata del Michè. Persino il classico tra i classici di De Andrè, La Canzone di Marinella, venne oscurata perché parlava in modo troppo chiaro del rapporto tra Marinella e il “Re senza corona e senza scorta” e di come fremeva la pelle di Marinella tra le sue braccia: la commissione bocciava tutto e senza possibilità di accordo.
E così, per tale ragione, De Andrè divenne un autore proibito, ma, forse anche per questo, di culto per la generazione del ‘68. Anche autori della musica leggera, come ad esempio Domenico Modugno, sono stati puniti dalla censura. Modugno aveva scritto una canzone, pare per dedicarla alla moglie, e l’aveva intitolata Nuda. Il testo, che rappresentava un omaggio alla sua bellezza, era in origine il retro del brano presentato al Festival di Sanremo del 1960 (Libero). Il lato B venne sostituito con un altro pezzo e Nuda venne messa al bando. Modugno anche nel 1957 era incappato nella commissione della Rai, con Resta cu’ mme, per l’evidente contrasto con la corrente morale di stampo cattolico che attribuiva grande valore ed importanza alla verginità della donna. Per sospetta pubblicità occulta, invece, venne sospesa la trasmissione del brano Tu vuo’ fa’ l’americano di Renato Carosone. Il verso “ma i soldi pe’ Camel chi te li dà?” venne modificato con “ma i soldi pe’ campà, chi te li dà?”, in modo da poter essere riammesso nella scaletta delle canzoni trasmesse dalla radio.
Anche Mina ebbe la sua canzone proibita: L’importante è finire. Il testo finale era allusivo, non diretto, ma non abbastanza mascherato da ingannare la commissione, che infatti aveva colto esattamente il senso del brano. Negli anni ’60, Gino Paoli venne censurato per la canzone Albergo ad ore. Il pezzo, adattamento in italiano della canzone degli anni ‘50 Les amants d’un jour interpretata da Edith Piaf, trattava un tema di amore e morte dal punto di vista di un cameriere di un albergo ad ore, quindi su uno sfondo squallido e realistico, lontano dai tipici scenari delle canzoni d’amore. Dio mio, no è invece il titolo del brano vietato di Lucio Battisti. Nessuno ha mai capito il perché. Forse è stata considerata non adatta la esclamazione/implorazione del titolo, anche se in effetti c’era il precedente della canzone Dio come ti amo, con la quale Gigliola Cinquetti e Domenico Modugno vinsero il Festival di Sanremo del 1966. Un altro caso di censura famoso è Dio è morto di Guccini. Il caso è emblematico: i censori della Rai evidentemente si fermarono al titolo ed alla prima strofa (“ai bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell’estate Dio è morto”) e decisero l’inevitabile oscuramento.
La Radio Vaticana invece continuò a trasmetterla perché evidentemente lì le canzoni le ascoltavano interamente e i versi successivi (“se muore è per tre giorni, e poi risorge, in ciò che noi crediamo, Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto”) non vennero considerati blasfemi. Nel 1971 venne poi censurata la canzone di Lucio Dalla 4 marzo 1943, il cui titolo originale era Gesù Bambino. Il 4 marzo 1943 è proprio la vera data di nascita di Lucio Dalla, ma la canzone non è autobiografica, racconta invece con grande poesia uno squarcio di storia italiana. Il testo originale nell’epilogo della storia diceva: “E anche adesso che bestemmio e bevo vino, per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino”. Dopo una breve trattativa, il verso divenne: “E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”.
Naturalmente molte altre sono state le canzoni delle quali la commissione di ascolto si è occupata, da uno dei primi brani dei Pooh, a molta parte della produzione di Luigi Tenco, altro “fuorilegge” della musica dell’epoca. Numerosi sono stati i casi di versi cambiati per depotenziarli e adattarli alla presunta morale corrente: da Piccolo grande amore di Baglioni a brani sparsi di Venditti, De Gregori, al Cocciante di Bella senz’anima. Con l’arrivo delle radio libere, fortunatamente, c’è stato ben poco da censurare e si sono aperte le porte anche per canzoni esplicite come Pensiero stupendo, scritta da Ivano Fossati per Patty Pravo, la quale è passata tranquillamente in Rai nella seconda metà degli anni ‘70, come già Pazza idea qualche anno prima. Persino un esplicito inno agli spinelli come Una storia disonesta di Stefano Rosso, vietata in Rai, si sentiva tranquillamente sulle radio private. Insomma fine dei controlli pedagogici dall’alto, che si spera non debbano più tornare. Visti i tempi…
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Tante volte accade di sentir definire “pop” buona parte della musica diffusa nel mercato discografico, come se fosse un vero e proprio genere musicale: in realtà, si tratta di una definizione legata alla “popolarità” delle canzoni
“SIAMO IL POPOLO DEL POP”
Chi di voi non ha mai sentito definire “pop” una larga parte dei brani in commercio? Sicuramente pochissimi. E non è del tutto strano che dalla bocca scappi la frase: “questo brano è troppo pop”. Nell’uso più comune del termine, con pop indichiamo un particolare genere musicale dalle poche pretese e dal facile ascolto, inglobando, psicologicamente, un razzismo musicale che senza dubbio taccia l’opera compositiva come di scarsa qualità. L’accezione originale (popular music), in realtà, indica tutta la musica che, grazie al mainstream, diventa di uso e consumo comune. Dunque, può sembrar legittimo associare la musica leggera al pop, anche se l’uno non è affatto sinonimo dell’altro. Il pop non è assolutamente un “genere musicale”. Non ne ha le fattezze, né, tantomeno, possiede quelle caratteristiche tecniche musicali, i limiti o le sonorità. La musica pop, in sostanza, è associabile a tutti quei brani che nel corso della storia musicale, grazie ad un’efficace divulgazione attraverso radio, tv e concerti, sono entrati a far parte della cultura di massa, meglio definita come “cultura generale musicale”.
Quindi non è sbagliato che si possa “tacciare” come pop un brano metal (come Master of Puppets dei Metallica), piuttosto che un brano jazz (vedi Autumn Leaves di Joseph Kosma, che dal 1945 rappresenta il brano più inciso della storia). La trasformazione di un brano di un qualsiasi genere in pop è molto semplice. I discografici usano una tattica ben precisa chiamata “plugging” (successivamente adottata dalla propaganda politica). In sostanza, basta diffondere e ripetere fino alla nausea lo stesso brano finché esso non diventi “accettato” dalle masse; il cosiddetto “tormentone”. Sicuramente possiamo sostenere che una canzone, per essere una probabile hit pop, deve avere un’unica caratteristica, comune a tutte le arti: il linguaggio naturale. Questo impone, sia a chi compone che a chi arrangia, di far rientrare qualsiasi stravaganza (o originalità) musicale, qualsiasi fraseggio fuori dagli ascolti comuni, all’interno di un codice di linguaggio che appartenga a tutti, senza creare enormi scompensi nell’ascoltatore.
Tutto ciò, nella società contemporanea, è favorito dall’ormai largo consumo e abuso di musica, istigato dalle compagnie telefoniche, dalla televisione e da internet (ovvero il mainstream). Questo fenomeno ha fatto sì che il livello culturale generale si sia alzato negli ultimi 50 anni, pur non raggiungendo uno standard minimo di “qualità culturale”. Dunque, se da oggi qualcuno etichetta il vostro brano come “pop”, non rammaricatevi, ma anzi dovreste essere orgogliosi di aver prodotto in proprio una piccola miniera d’oro, pur mantenendo il vostro stile e il genere musicale che più vi si addice. L’arte appartiene al popolo, sosteneva qualcuno. Di certo è che, come sempre, la musica non smette mai di stupire.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
NUMERI DI MARZO
27/03/2010
Dopo due anni dal loro ultimo cd, è uscito “I mistici dell’Occidente”, il nuovo album dei Baustelle, gruppo senese che mette in musica testi in tipico stile decadente, in cui la poesia e l’amore si alternano alla religione e alla morte
BAUSTELLE, I DECADENTI ITALIANI
Dopo due anni dal loro ultimo cd, “Amen”, tornano i Baustelle con il loro “I mistici dell’Occidente”, uscito proprio ieri. Dodici tracks (L’indaco, San Francesco, I mistici dell’Occidente, Le rane, Gli spietati, Follonica, La canzone della Rivoluzione, Groupies, La bambolina, Il sottoscritto, L’estate enigmistica, L’ultima notte felice del mondo) che rimarcano il continuo evolversi e il continuo lavoro di una parte della musica italiana dietro le quinte. Quello che più colpisce di questo gruppo e di questo lavoro è la poetica che sottende i testi. Affascinati sempre dal lato noir-intellettuale del mondo, presi e colti da poesia di fronte alle ordinarie amministrazioni delle nostre vite. Basta una spiaggia deserta, un corvo, il colore indaco dell’arcobaleno, la condizione finto benestante di quest’epoca (La canzone della rivoluzione), perché vengano ispirati dalle canzoni. Quasi come la poetica delle piccole cose del Pascoli non occorrono salti metafisici in realtà perfette e inesistenti per creare degli ottimi testi.
Ci regalano anche versi molto belli e profondi come in San francesco: “Soffio dentro al maestrale, San Francesco tra i maiali”. Per la parte musicale restano gli intervalli rock più puri a testi rock-pop e new wave. Non a caso è stato prodotto da Pat McCarthy. Immancabili intro e intermezzi musicali più classici con organi e archi a disposizione dei tre senesi. La voce di Bianconi non poteva trovare migliore applicazione e quella di Rachele Bastreghi si conferma tra le più particolari, intonate, sensuali, emozionanti del nostro panorama musicale italiano: un misto tra Gianna Nannini e Irene Grandi. Un album in pieno stile Baustelle che non potrà non piacere ai loro fans. In particolare il loro tipico stile rock-decadente che già ce li ha fatti conoscere e riconoscere in pezzi come La Malavita, Revolver, Il Nulla (nel loro album “La malavita”) e Baudelaire o La vita va (in “Amen”).
Un continuo susseguirsi di temi funebri (il carro funebre, i crisantemi), religiosi (San Francesco e i salmi che troviamo in L’ultima notte felice del mondo) accostati a temi amorosi, naturali, per un effetto kitsch particolarissimo. Come L’ultima notte felice del mondo che ricalca molto quasi un requiem. Ci piace proprio questo gruppo così particolare, senza simili almeno nel nostro Paese, con il grande pregio di mostrare sempre the dark side of the earth, in particolare of the Italy. Ci sentiamo di assegnare un otto e mezzo ai nostri Baustelle, sperando che il loro “cantiere in costruzione” (questo il significato del verbo stelle in tedesco) non arrivi a lavoro concluso.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Un popolo colto è un popolo libero e un pubblico colto è un pubblico libero, libero di scegliere e di contestare: in molte città, in primis Siracusa, l’offerta musicale e culturale è povera, ma a parte lamentarsi nessuno si mette in movimento
PRETENDIAMO CULTURA E MUSICA!
Un popolo colto è un popolo libero. Così come un pubblico colto è un pubblico libero: libero di scegliere, di pretendere, di contestare con cognizione di causa. Non vi piace la musica che passano i pub nostrani? Non vi piacciono le band che suonano nei live pub perché “fanno troppo chiasso”, suonano sempre lo stesso brano o qualcosa loro assolutamente indecente? Bene. Allora è logico pensare che voi protestiate per questo, vogliate più qualità e una cultura che si attenga ad uno standard di decenza. E invece no. Noi, se qualcosa non ci va, scegliamo di rimanere in casa, lanciandoci in critiche pindariche, con triplo carpiato (quelli fanno schifo, questa città è un mortorio, ecc…), prive di senso, di una giustificazione veritiera, prive di un’argomentazione valida. Nulla in contrario, se non fosse che lo facciamo in modo reiterato per anni e anni. L’unica occasione per vedere un po’ di facce, in giro per la città, è esclusivamente circoscritta all’apertura di un nuovo pub, che poi, miseramente, dopo qualche mese, rientrerà nell’anonimato.
Magari grazie al fatto di voler proporre nuova musica…soprattutto dal vivo. L’antidoto a tutto questo è la cultura. Sì, proprio quella. Perché un interesse musicale approfondito fa sì che si crei un’utenza decisamente pretenziosa, mobilitando ed incentivando i direttori artistici alla “consumazione” di arte e musica degna d’esser chiamata così. Questo non vuol dire che a tutti debba piacere la stessa musica. Colto non significa ascoltare Beethoven, Mozart, Beatles e Doors, altrimenti la cultura diventerebbe assolutamente bigotta e snob (qualcuno chiamerebbe tutto questo “indie”). Non fermiamoci alla nostra cultura sicula (e ancor di più siracusana) che ci vincola moltissimo.
Una cultura che ha imposto, nel tempo, un’immobilità ed un autolesionismo tale d’aver portato, oggi, la nostra città e la nostra isola ad un ciarpame pieno zeppo di rassegnazione e “falso egoismo”. No. Noi non la vogliamo così la nostra città, il nostro paese e se ognuno di voi pretendesse che si esibiscano musicisti, attori, poeti e cabarettisti, questa città, per più di un giorno a settimana, diverrebbe più vivibile e nessuno impronterebbe una fuga repentina verso mete che allettano il palato dei più. Un popolo colto è un popolo libero di scegliere, di ridere, di alzare la voce e di ascoltare. La musica è importante; è l’unico modo per trasmettere un messaggio forte, sia che tu sia africano, asiatico, americano o europeo. La musica ha bisogno di noi. Liberiamoci dallo scempio. Liberiamoci da noi stessi.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
20/03/2010
Il fenomeno delle cover invade il contesto musicale italiano, partendo dai live pub e da tutti quei luoghi in cui si fa musica dal vivo: un fenomeno di per sé innocuo, ma che in realtà mortifica la cultura musicale, scoraggiando gli “inediti”
E ADESSO VI SUONO…IL SOLITO PEZZO!
Una sera sei in casa. Ti chiama un amico e ti dice che in città, in un locale, fanno musica dal vivo. Allora, preso dall’euforia, ti vesti di corsa ed esci. Prendi la macchina, sprechi dieci euro di benzina solo per trovare un parcheggio, alla fine trovi una fessurina, fai due calcoli alla mano, e provi con successo il parcheggio. Di corsa verso il locale - “si, si sto arrivando” - e finalmente entri, ti siedi ed ordini qualcosa da bere. Due chiacchiere con un amico. Il batterista impugna le bacchette - “dai, dai, sta iniziando, ne parliamo dopo” - il cantante è lì, in piedi, occhio sornione, sigaretta in mano e si parte. Iniziano con una cover dei Creedence, sempre la stessa, ma va bene, bisogna riscaldare un po’ le orecchie degli astanti. Grande applauso e subito un altro pezzo: Changes di Bowie. Tu pensi, va bene, un’altra cover può starci, forse quelli lì in fondo non hanno ancora disteso gli stomaci. Dopo un’ora e mezza, sono arrivati alla trentaseiesima cover (risuonandola identica) e tu sei lì che aspetti ancora che il gruppo ti dia l’emozione di un pezzo inedito.
Le cover-band, quando da fenomeno sporadico, utile a chi è agli inizi ed ai locali che nella loro programmazione settimanale, anziché far suonare un cd “varie” dalle casse, decidono di far suonare lo stesso dal vivo, diventano l’unica offerta di musica dal vivo, non possono che danneggiare l’intero circuito di musica live. Il fenomeno “covering” (che nella sua accezione originale prende il significato di reinterpretazione) nasce negli anni venti del secolo scorso, quando ancora l’industria discografica era agli albori e l’aspetto promozionale non era ancora ben sviluppato. Le case discografiche, dunque, dovevano “coprire” o includere canzoni già conosciute per allettare il palato degli acquirenti, spesso colti ed esigenti. Da lì in poi sono nati gli interpreti, basti pensare a Glen Miller o Frank Sinatra, che mettendo del proprio, reinterpretavano ad arte i grandi successi. Oggi è cambiato tutto. Il problema delle “cover” è molto grave. Al di là dell’estinzione di musica inedita, quindi di arte (e questo riguarda chi suona), il pubblico pian piano si diseduca alla cultura musicale.
Sì, perché la musica non è semplice intrattenimento, ma è soprattutto cultura, molto spesso reazionaria. Pochi “direttori artistici” dei live pub sanno che la seconda lingua che ogni popolo nel mondo parla è proprio la musica. L’atto in sé di proporre cover su cover non è del tutto dannoso. Molto spesso, anzi, è un buon modo per educare i neofiti ad apprezzare sia la musica dal vivo, sia i grandi capolavori. Ma saturare l’intera programmazione con una monotona selezione musicale trita e ritrita è davvero troppo. È un colpo di pistola alla tempia della musica e di chi, per essa, sacrifica la propria vita e, alle volte, la propria reputazione. Questo metodo barbaro di propinare arte uccide musicisti e spettatori.
Chi mette su una band pensa già che nella propria città non avrà la possibilità di esibirsi, perche “deve suonare assolutamente un pezzo conosciuto” impostando la scaletta con 20 cover e un inedito, buttando via la propria arte (perle ai porci direbbe qualcuno), e chi va per sentire musica, urla, balla e si bacia se sente With or without you. Se suoni un pezzo tuo ti guarda infastidito, come se volesse intimidirti ad abbassare il volume e a finire presto con queste note che non conoscono e non vogliono conoscere. Beethoven diceva che “la musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia. Chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi dalle miserie in cui si trascinano gli altri uomini”. Una verità assoluta, un atto d’orgoglio che molti dovrebbero avere.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Ai musicisti, italiani e stranieri, non è mai dispiaciuto dipingersi come delle persone un po’ sfortunate e maledette e su questo spesso ci hanno giocato un tantino: prendiamo allora un po’ in giro le “sfighe artistiche” divenute canzoni
IL CARO VECCHIO STEREOTIPO DELLO SFIGATO
In questa settimana pre-primaverile facciamo le pulizie di Pasqua e, rispolverando i vecchi cd, proponiamo una compilation. Una collezione di canzoni collegate tutte da un leitmotiv: il prototipo dello sfigato. Ai nostri musicisti e a quelli stranieri è sempre piaciuto dipingersi come delle persone sfortunate, persone povere materialmente, cui la vita e la fortuna hanno girato le spalle. Più un vezzo da artista e da bohemien che una reale condizione di vita, s’intende. Iniziamo con Guccini e con la sua L’avvelenata: “Mia madre in fondo aveva anche ragione a dir che un laureato conta più d’un cantante”. Prima come si può notare c’era anche la necessità o l’intenzione, da parte di quei giovani che nel periodo piccolo-rivoluzionario italiano emergevano, di farsi comunque portavoce di una generazione che si sentiva emarginata socialmente e culturalmente da quel vecchiume che ricopriva come polvere malefica ogni tipo di istituzione.
Le canzoni che proponiamo d’ora in poi sembrano piuttosto arrendevoli dinanzi alla realtà. Per esempio, gli Articolo31 con la loro Nato sbagliato: “Da piccolino ero complicato, considerato uno sfigato, tu ben inserito, il favorito, a ginnastica ero un impedito, tu un mito, io sgualcito, tu ben vestito, io tentavo di copiare, tu: ‘maestra ho finito’, io solo canzoni nelle orecchie, suo figlio non s’impegna, ma potrebbe e l’unico sette è nella condotta!”. Ma dei veri maestri nel campo della musica pseudo sfigata sono gli 883. Un gruppo attraverso il quale sono passati quasi tutti i nati dagli anni ‘80 in poi. Prendiamo per esempio la loro Come deve andare, in cui Max Pezzali canta: “Erano le vacanze di Natale, nell’anno di quel freddo micidiale, il mio Peugeot col gelo arrancava, tossiva un po’, partiva e si fermava, mi superò uno col fifty nero, lo vidi che rideva, son sicuro, dall’alto del suo fifty sia di me che del Peugeot”.
Come dimenticare poi la celeberrima La dura legge del goal: ”È la dura legge del gol, fai un gran bel gioco però se non hai difesa gli altri segnano e poi vincono. Loro stanno chiusi, ma alla prima opportunità salgon subito e la buttan dentro a noi”. Beh, non c’è che dire come filosofia di vita, un po’ come la “regola dell’amico”. Ricordiamo anche il re degli stadi e delle piazze italiane, sir Luciano Ligabue con le sue Questa è la mia vita (in cui fa lo scontroso e il disinteressato) e Tutti vogliono viaggiare in prima…ma il fascino del bohemièn e dei nostri cari artisti squattrinati neanche. Ma chiudiamo in bellezza, buttandoci dall’altra parte della cancellata. Infatti, per fortuna che ci sono i Verve, con Lucky man. In fondo siamo tutti degli uomini fortunati e il mondo, come diceva Modugno, è meraviglioso.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
13/03/2010
Classici- Rispolveriamo un gruppo leggendario della musica internazionale, i Dire Straits, rock band britannica che al loro primo album (l’omonimo “Dire Straits”) ottenne già un successo mondiale grazie a capolavori come “Sultans of swing”
IL PRIMO CAPOLAVORO DI KNOPFLER & CO.
Siamo nel 1978. Un anno molto importante per la musica rock. Un anno intriso di sperimentazioni, con un netto cambio nel modo di comporre, di affrontare la promozione discografica (quasi tre anni dopo andava in onda MTV) e di comunicare. Una comunicazione che vedeva cambiati anche i codici interpretativi durante i live (pensiamo al fenomeno del punk e all’avvento successivo dell’hard rock targato anni ‘80), caratterizzati da un’esasperazione fisica e strumentale, tanto da portare poi alla nascita di nuovi e duraturi generi. Londra ne è la capitale e, come capita spesso nel Regno Unito, esistono pochissime eccezioni che escano fuori dalla moda del periodo. Una di queste si chiama Dire Straits. Il nome, tradotto in italiano, significa “gravi difficoltà”, ma in realtà, sin da subito, con il primo album omonimo, sembrano non averne avute.
Anzi, l’album è un vero e proprio capolavoro del periodo, con un’originalissima spinta al ritmo e al groove, più che alla cattiveria strumentale, siglata dai solo unici e riconoscibilissimi (grazie anche alla tecnica del “fingerpicking”, letteralmente “pizzicare con le dita”) di Mark Knopfler, cantante, chitarrista e leader della band. Un uomo schivo e lontano dallo showbitz, il quale, forse proprio per questo, inserisce, insieme alla sua band, tre fra i più grandi capolavori della musica: Sultans of swing, Down to the waterline e Six blade knife. Il disco è caratterizzato dal suono country-rock, dal sapore inglese, pieno zeppo di intramezzi strumentali che caratterizzano il sound, il modus componendi ed il virtuosismo della band londinese. A far da traino a tutto l’album è il singolo Sultans of swing, canzone che diventerà la bandiera della band, con i suoi mitici due soli di chitarra da capogiro.
Fu accolta bene dalla critica e dal pubblico tanto da piazzarsi molto in alto nelle classifiche. Il brano incarna in sé la filosofia di vita della band e del suo leader, raccontando la storia di un gruppo jazz composto da impiegati londinesi, che inizia a suonare pensando solo alla propria musica, tralasciando del tutto business e successo. L’album è un’anomalia per quegli anni dominati da sesso droga e rock’n roll, allo stato puro, registrato sotto la regia di Muff Winwood (il quale lavorerà molti anni dopo con i Nirvana). Un classico che non dovrebbe mancare mai nelle macchine dei più vecchi. Un disco che dovrebbe essere in random perenne dentro quegli aggeggi infernali degli Ipod dei più giovani (soprattutto per i musicisti in erba). A voi, popolo della musica, l’ardua sentenza.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
“Onda Libera” è l’ultimo album in studio dei Modena City Ramblers, la band emiliana che racconta la storia, mescolando le tante sonorità folk a testi che esplorano dal basso la società e i problemi che la attraversano
COME L’ONDA LIBERA
Se c’è qualcuno che non si tira mai indietro di fronte all’attualità, questi sono i Modena City Ramblers. Gruppo camaleontico (si legga la lista di ex componenti) e spontaneo, orchestra vivente di musici polivalenti e un po’ nomadi, la band emiliana vive nella nostra Italia, vive nella storia contaminando la propria musica con le consuete sonorità internazionali. Gruppo più metastorico, come avrebbe detto il vecchio Karl Marx, non esiste forse sulle scene italiane. “Onda libera”, il loro ultimo album in studio del 2009, ne è un esempio. Onda libera: un omaggio al movimento studentesco dell’onda al quale il gruppo modenese tentò di dare una scossa e forse anche un’identità forte attraverso la musica. E inizia proprio con una canzone intitolata Onda libera questo ultimo album, con il consueto sound profondamente e genuinamente folk. E poi si porta avanti con punte di folk e pezzi più lenti senza mai dimenticare l’impronta artistica che ce li fa riconoscere da sempre.
Sempre impegnati nel sociale, come dicevamo prima, ma con uno spirito che sa ascoltare le persone. Testi e idee che rivelano il contatto più profondo con il popolo vero, quello dei bar, dei supermercati, degli studenti, dei precari, dei lavoratori a termine, delle nostre vite a tempo determinato. Poco intellettualoidi e molto concreti, poco borghesi spocchiosi e molto proletari. Non hanno bisogno di tv, sanremi, pubblicità, soltanto di concerti e contatto con il loro pubblico con cui instaurano un rapporto speciale e alla pari, senza la pretesa di sentirsi superiori. Ci trascinano attraverso 13 tracce ben costruite e piene di energia. Una band che sembra finalmente aver ritrovato una sua identità, un proprio stile forte, dopo l’uscita di scena di Stefano “Cisco” Bellotti e le entrate e le uscite di Cavazzuti (produttore prima e strumentista poi) e Betty Vezzani. Un cd in pieno stile M.C.R.
Lo stile che li caratterizza da quando li abbiamo conosciuti, negli anni ‘90. Fatta eccezione per “Appunti partigiani”, album di cover, non disprezzabile ma non il massimo per i Modena. Sicuramente restano uno dei gruppi più influenti della musica impegnata e popolare. Contraddistinti da uno stile inconfondibile che sa smuovere dentro, ci fa muovere, ci fa emozionare, ci fa arrabbiare: viene voglia di scendere in piazza ascoltandoli. Per la sezione curiosità, osserviamo sulla copertina una bandiera a strisce sulle cui righe sono scritti i primi articoli della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo. Unico difetto per chi non apprezza molto il genere è quello di trovarlo ripetitivo. Ma basta andare a un concerto per ricredersi e scatenarsi. Questi ragazzi si meritano la nostra fiducia.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
6/03/2010
“Ancora Barabba”, il nuovo album di Fabrizio Moro, uscito il 19 febbraio scorso, è un disco in cui emerge con forza la maturità musicale e artistica del cantautore laziale: nuove sonorità affidate ai soliti testi graffianti e intelligenti
FABRIZO MORO: RABBIA, MALINCONIA, EVOLUZIONE
Il Festival di Sanremo è per molti artisti un’importante vetrina mediatica per lanciare nuovi progetti discografici, così come ha fatto Fabrizio Moro, cantautore della borgata romana divenuto celebre grazie all’inno antimafia Pensa, brano vincitore della categoria “Giovani” nel 2007. Dopo aver ottenuto anche l’anno successivo il podio (terzo posto nella categoria “Big” con Eppure mi hai cambiato la vita), Moro ha intrapreso con successo un tour estivo in seguito all’uscita del suo quarto album, “Domani”. Dopo un anno di stop dal Festival, si è ripresentato quest’anno con il brano Non è una canzone, ingiustamente escluso dalla finale. Il singolo è contenuto nel nuovo album di Moro, dal titolo “Ancora Barabba”, (l’ep “Barabba” è uscito l’anno scorso), disponibile nei negozi dal 19 febbraio. Già dal brano sanremese si evidenzia una crescita artistica notevole per il cantautore romano, che, nel nuovo album, sperimenta sonorità e ritmi diversi rispetto ai dischi precedenti. Come ha più volte ribadito proprio Moro, quest’album è stato realizzato con un budget maggiore ed in tempi più lunghi, e risulta essere un lavoro accurato in ogni particolare ed ogni brano. Il cd contiene 14 pezzi (di cui 6 già pubblicati nell’ep “Barabba”), 7 inediti ed un brano live (Il senso di ogni cosa).
Partiamo proprio dal brano presentato al Festival, Non è una canzone: si tratta di un brano decisamente controcorrente rispetto alla tradizione sanremese, con sonorità reggae, scratches e fiati a volontà; una sorta di protesta contro la società, che spesso impone catene a chi vuole esprimersi liberamente, a livello artistico, culturale, lavorativo. Ognuno cerca invano di adeguarsi, di trovare sostegno, magari nelle istituzioni, ricevendo in cambio soltanto la delusione di vivere, appunto, in catene. Il brano si avvale della collaborazione di Dj Jad, ex componente degli Articolo31 (con il quale Moro ha duettato anche a Sanremo, insieme a Jarabe de Palo): suoi infatti sono gli scratches all’inizio e nell’intermezzo della canzone. Suoni alternativi rispetto al passato musicale di Moro si riscontrano anche nel brano Un pezzettino, introdotto da una sorta di filastrocca cantata da un bambino, seguita successivamente da un ritmo incalzante, quasi ballabile. Ascoltando l’introduzione/filastrocca (“Viva la felicità, viva pure chi non ce l’ha, chi la prende e chi la dà, chi è cattivo te ne ruba un pezzettino”), non si può fare a meno di pensare a Gianna di Rino Gaetano, che è da sempre uno dei maggiori punti di riferimento musicali di Moro.
Il brano parla della vita di provincia, delle origini di Moro stesso, che appunto afferma: “Sono nato in un quartiere e me ne vanto, un quartiere malfamato col nome di un santo”, quartiere nel quale ha imparato sostanzialmente a vivere. Una canzone nel quale è possibile ascoltare le idee differenti e contrastanti di chi vive pienamente la dimensione della borgata. Suoni dolci ed un po’ malinconici li ritroviamo in Sei andata via, che racconta, attraverso metafore semplici e dirette, la fine di un amore che ha comunque lasciato un segno profondo nella vita del cantautore, il quale infatti conclude il brano con una frase quasi enigmatica: “Sei andata via (…) come quei particolari che non ricordiamo più, come la tristezza quando ritorni tu”. La delicatezza di alcuni suoni del brano fa quasi pensare alla risacca del mare, a sonorità latine che sanno d’estate. Ironia e polemica si incontrano nella canzone Non gradisco: qui Moro urla al mondo il suo disappunto contro tutto ciò che la tv, la politica e la società ci propinano oggi, tra luoghi comuni ed imbrogli burocratici. L’artista laziale esprime il desiderio di poter parlare del futuro senza preoccupazioni oppure quello di poter essere nato negli anni cinquanta, per non doversene preoccupare troppo.
Parla di insoddisfazione e desideri, invece, il brano Desiderare, uno dei più rock dell’intero disco, in cui Moro elenca una serie di desideri ed aspettative che per forza di cose, nella maggior parte dei casi, sono destinati a rimanere insoddisfatti. Tra i pezzi più orecchiabili del disco, ritroviamo Ottobre, che sembra offrire una parte di vita quotidiana del cantautore: è qui infatti che Moro parla un po’ di suo figlio, della sua compagna e della sua casa, approfittando dell’inizio di ottobre, inizio di un nuovo periodo dell’anno e forse di una nuova vita, tanto da esclamare: “A ottobre mi sembra che inizi un nuovo anno, ma perché non è a ottobre il capodanno”. All’interno dell’album vi è inoltre un brano per il quale Moro si rende per la prima volta solo interprete e non autore dei propri pezzi: si tratta di Quel fischio sopra la pianura, in cui egli canta con il solo accompagnamento del pianoforte (suonato dal produttore Marco Falagiani). Si tratta di un brano scritto da Roberto Roversi e Gaetano Curreri, recitato nello spettacolo “Il pane loro”, atto unico di “Incidente del lavoro” di Stefano Mencherini.
Il brano racconta, infatti, in modo struggente, il dramma degli operai vittime di ingiustizie politiche e sociali, oltre che di gravi incidenti sul lavoro: sembrano lontanissimi i tempi in cui le proteste facevano paura ai potenti, proprio quelle proteste che sembravano aver aggiustato le cose. Con questo album Moro dimostra di essere un artista maturo, capace di rinnovarsi ma di rimanere sempre coerente con sé stesso: idee concrete, linguaggio sempre molto semplice e diretto, sonorità nuove, ma che riescono sempre ad arrivare dritte al punto, una botta di adrenalina quando serve, ma anche un’occasione di riflessione e di abbandono alla malinconia se necessario. L’unica pecca del cd è l’inserimento dei 6 brani già pubblicati nel precedente disco, uscito l’anno scorso per giustificare il tour estivo ed autunnale del cantautore romano. Ma anche questa è musica, o meglio discografia. Nel complesso si tratta di un lavoro artisticamente valido, adatto ad un pubblico abbastanza vasto proprio per l’efficace semplicità che da sempre contraddistingue Fabrizio Moro. Ascoltatelo.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Si conclude con un dvd, allegato al mensile XL, il progetto portato avanti dagli Afterhours e da Repubblica per promuovere gli artisti emergenti e la musica indipendente italiana: una vera opera di democratizzazione del mondo musicale
“ADESSO FAI QUALCOSA CHE SERVA!”
Si conclude in bellezza, con un dvd allegato al mensile XL il progetto tra il mensile di Repubblica e gli Afterhours. Un cammino lungo un anno che ha portato una serie di eventi, momenti di discussione, confronti e concerti volti a promuovere gli artisti emergenti e la musica indipendente italiana. Nel Dvd alcuni brani degli Afterhours (Ballata per la mia piccola iena, Ci sono molti modi, Non è per sempre, ecc.) e di molti artisti emergenti (Calibro 35, Dente, Mariposa, Paolo Benvegnù). Una compilation di più di due ore che invita a riflettere sulla situazione della musica italiana. Una riflessione molto ampia che tocca il senso più profondo che ascoltatori e addetti ai lavori attribuiscono ad una delle forme artistiche più diffuse e sentite dal mainstream, da noi. Non a caso il dvd si intitola proprio “Il paese è reale” come il brano che gli Afterhours hanno pubblicato nell’omonima compilation. E proprio il ritornello di questa splendida canzone invita a “far qualcosa che serva, anche se il tuo paese è una merda(..) fa qualcosa che serva prima che il paese si perda”.
Proprio loro si sono dati da fare insieme ai Marlene Kuntz e ai Subsonica, mettendosi in prima linea, prestando la loro immagine come garanzia di affidabilità. Quello che è stato fatto è davvero importante per la musica nostrana e può essere uno stimolo importante all’estero. Una vera e propria opera di democratizzazione e, economicamente, liberalizzazione del mercato musicale. Un processo che quest’anno ha visto una serie di live come quello degli Afterhours alla stazione centrale di Milano: improvvisi, schietti striscianti, nudi e crudi (alcuni stralci sono contenuti nel dvd). In pieno accordo con le più pure idee liberiste (un fatto interessante) è giusto e necessario ampliare il più possibile l’offerta artistica in qualità e quantità e soprattutto sponsorizzarla. Perché è già accessibile, è sotto i nostri occhi, o meglio, di fronte allo schermo del pc. Youtube, myspace, facebook, i giornali di musica, i giornali indipendenti come il nostro, migliaia di siti dedicati e non solo.
Anche, perché no, gli annunci per strada, sulle vetrine dei locali. C’è un intero sottobosco musicale che vive, pulsa, nasce, muore, sostiene tutta la società. Perché la società (cioè noi) si regge sulla musica. Il web soprattutto diventa un gigantesco catalogo multimediale, una vetrina importante per chi vuole farsi sentire. Spetta solo a noi ascoltare. Troppe volte, nostra culpa, storciamo il naso di fronte a certi generi. Battiato, a tal proposito, dice in un’intervista che “se un artista riesce a trasmettere qualcosa, se anche una sola persona si emoziona ascoltandolo, merita il mio rispetto”. Questo è fondamentale. Chi ama la musica oggi deve mettersi il fanale sull’elmetto ed esplorare le cavità nascoste del mondo virtuale per trovare la genuinità degli strumenti e delle voci. I nostri artisti hanno fatto la loro parte. Facciamo anche noi qualcosa che serva, prima che il paese si perda.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
NUMERI DI FEBBRAIO
27/02/2010
Non c’entra nulla “Twilight” e nemmeno “New Moon”, perché questa volta i vampiri li troviamo in una band di Boston, che si chiama Vampire Weekend: un gruppo indie-rock che ha appena pubblicato il suo secondo disco, “Contra”
ANCORA VAMPIRI? SÌ MA SOLO NEL “WEEKEND”
Dopo “Twilight” e “New Moon” questo è davvero l’anno dei vampiri. Vi presentiamo infatti questa settimana i Vampire Weekend, nella persona, o meglio, nell’incarnazione del loro ultimo album, “Contra”. Dieci canzoni da gustarsi per un indie-rock veramente particolare che rende i Vampire Weekend unici. Grande attenzione per le percussioni e la batteria, visto che i ragazzi bostoniani si ispirano alla musica africana per i loro lavori. Iniziamo con un pezzo stupendo, Horchata, il più melodico dell’album, particolare che ricorda i Management (o MGMT). Si scivola poi verso l’indie più classico di White sky, Holiday e California English. Si passa poi a Taxi cab, molto morbida con la sua pianola e i suoi archi di sottofondo, quasi sinfonica. E da Run in poi è un continuo crescere con Cousins, Giving up the gun, Diplomat’s son, e I think Ur a Contra (che contiene la frase “complete control”, citazione da un brano dei Clash).
Per la sezione curiosità ne abbiamo qualcuna in serbo. Interessante la scelta artistica di mettere sulla copertina dell’album una ragazza bionda con una polo “Ralph Lauren”. Come rivelano gli stessi Vampire, “molti impazzirebbero per una ragazza bionda con una polo Ralph Lauren”. L’intento è quello di scatenare molteplici riflessioni nella mente del pubblico, come nel test di Rorschach (per i comuni mortali quello della macchia nera da interpretare). Dobbiamo sottolineare il collegamento che lega a doppio filo questo album e i Clash, famosa band inglese capitanata da Joe Strummer. In particolare, il titolo farebbe riferimento a “Sandinista!” degli stessi Clash, che si opposero alla guerra degli squadroni della morte “Contras” contro i sandinisti in Nicaragua.
Lo straordinario successo del cd è testimoniato dal fatto che, dopo 19 anni, quest’album è stato il primo prodotto da un’etichetta indipendente a raggiungere le vette della rivista americana Billboard (il dodicesimo nella storia). Da sottolineare la grandissima voce del cantante Ezra Koenig che riesce a tenere note altissime con maestria e intonazione. Assolutamente da ascoltare perché originali e pressoché inimitabili. Da sentire se vi piace in generale l’indie rock più ritmato, in particolare Bloc Party e MGMT. Dal canto nostro ci sentiamo di dare a questi giovani al loro secondo album un bell’otto, del tutto meritato.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Il lancio degli spartiti da parte degli orchestrali di Sanremo, nel corso del Festival, ha trasformato la serata finale in un “No Sanremo Day”, sancendo il fallimento di un sistema basato su un televoto che fa acqua e fabbrica incassi
LA MUSICA È FINITA, GLI AMICI SE NE VANNO
Quando un musicista appallottola gli spartiti e con rabbia li lancia in aria può voler significare una sola cosa: la musica ha fallito. Queste le conseguenze dell’ultima edizione del Festival di Sanremo. La mancanza di sobrietà e di qualità all’interno di rassegne musicali, e quindi d’arte, come il nostro festival della canzone italiana portano inevitabilmente a traguardi eccessivamente bassi, scadenti e che puntano a guadagnare soltanto scandali e soldi dal televoto. Ad ogni telefonata, dunque, ad ogni voto espresso dalla giuria demoscopica il festival guadagnava 0,75 centesimi di euro. Se in più aggiungiamo le “cartelle” (tassa d’iscrizione che la casa discografica paga per ogni artista), i finanziamenti da parte dello Stato, della Regione, della Provincia, del Comune e di noi abbonati Rai, capiamo benissimo che la musica è l’ultima ruota del carro. A dar più fastidio è che i nostri voti, cioè i nostri soldi, vengono d’improvviso etichettati come “potere del popolo sovrano”, quando si sa benissimo che il sistema del televoto non solo è insufficiente e incompleto ai fini della vittoria di un artista in gara, ma fa anche acqua da tutte le parti.
Come spiegò Lele Mora dopo la vincita dell’Isola dei Famosi di Walter Nudo, basta che uno ricco (come lui ad esempio) compri cinque o diecimila euro di schede telefoniche, per intasare di sms i centralini, scavalcando da “guappi” il “popolo sovrano”. Come se non bastasse, oltre alla truffa c’è anche la beffa. Morgan fuori dalla gara per un eventuale cattivo esempio e per incongruenza con il regolamento del Festival, Lippi straparla prima dell’esibizione dei “tre dell’Ave Maria”, fregandosene altamente del regolamento. Non solo: viene fatto presente al ct della nazionale che è fuori norma qualsiasi tipo di aiuto, spiegazione o commento sui brani in gara, ma questo solo dopo l’excursus “De rerum Savoia”, quando ormai la frittata era già fatta. La musica ha perso.
La giuria di qualità si trasforma in “giuria di vacuità” e gli orchestrali, che hanno suonato per più di un mese quei brani, hanno conosciuto gli artisti sin dalle prime prove ed hanno in più una visione tecnica della melodia, della composizione e dell’esecuzione, lanciano in aria spartiti, note e strumenti, trasformando la finale in un “No Sanremo Day”. Insomma una vera catastrofe. Anche la Guardia di Finanza si è accorta che qualcosa, forse, non è andata proprio secondo norma e secondo una logica di trasparenza etico-professionale. A breve, pertanto, scandaglieranno voti su voti, certificandone la regolarità. Ornella Vanoni cantava: “La musica è finita, gli amici se ne vanno”; e forse dovremmo, tutti in coro, intonare questi versi agli organizzatori, responsabili e conduttori, dimostrando che non è questo il festival che vogliamo. Noi non siamo affatto degli ignoranti e pertanto pretendiamo qualità, trasparenza e soprattutto arte.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
21/02/2010
La 60° edizione del Festival si conclude tra fischi e contestazioni, per la vittoria di Valerio Scanu e il secondo posto del trio imbarazzante guidato da Pupo: a salvare la faccia il terzo posto di Marco Mengoni e le proteste di orchestra e del pubblico
A SANREMO VINCONO I FISCHI
Si è concluso ieri notte, in mezzo ad assordanti fischi e proteste, il 60° Festival di Sanremo. I primi tre artisti classificati, infatti, non hanno riscosso il gradimento dell’orchestra e del pubblico in teatro, e noi ci associamo a queste proteste. Il vincitore del festival della canzone italiana è Valerio Scanu, proveniente dal talent show di Maria De Filippi, con il brano Per tutte le volte che, mentre secondo è arrivato l’improbabile ed improponibile trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici. Sul terzo gradino del podio il giovane Marco Mengoni, anch’egli proveniente dal talent show (“X Factor”), il quale ha tutta la nostra simpatia visto che con la sua bellissima voce salva, per quanto possibile, l’orrore e lo scempio della musica messo in opera dai primi due classificati. Mai avremmo pensato un simile esito (già dalla prima serata avevamo eletto quali canzoni più brutte del festival proprio quella di Scanu e del trio populista). L’esito del voto ha fatto letteralmente infuriare l’orchestra che accompagnava tutti gli artisti. Il maestro Marco Sabiu, prima della eliminazione di Noemi, infatti, ha annunciato che gli orchestrali avrebbero reso pubblico il loro voto, qualche orchestrale ha stracciato o lanciato gli spartiti e, quando, infine, si è capito quali sarebbero stati i tre finalisti, dalla platea sono partiti cori al grido di “venduti, venduti”.
Anche in sala stampa la protesta è stata sonoramente appoggiata con applausi e fischi. Al di là di questo, siamo d’accordo, come sempre, con l’assegnazione del premio della Critica intitolato a Mia Martini, alla giovane Malika Ayane, la quale ha proposto una delle canzoni più belle di questo festival (Ricomincio da qui). Non c’è dubbio che la nota più stonata del festival di quest’anno sia proprio il podio dei vincitori (escluso Mengoni) che sancisce definitivamente il trionfo del populismo, ma noi vogliamo comunque sottolineare ciò che di bello è emerso a livello musicale e di spettacolo. Senza voler fare le femministe di turno, riteniamo che proprio dalle donne siano arrivate le performance più significative, sia tra i “big” che tra i giovani. Stupendo il brano di Irene Grandi, La cometa di Halley, scritto da lei con il cantante dei Baustelle. Altrettanto bello il pezzo di Noemi, Per tutta la vita, la cui intensa interpretazione è indiscutibile, come indiscutibile è l’esibizione di Malika Ayane. Tra le giovani proposte, abbiamo particolarmente apprezzato Nina Zilli e la sua L’uomo che amava le donne. Nina, la cui qualità canora è evidente, ha già un ottimo curriculum dato che già ha cantato con Giuliano Palma il brano 50 mila scelto da Ozpetek per il film “Mine Vaganti”.
Nel seguirsi delle serate, si sono vissuti diversi momenti in cui la musica ha dato forti emozioni, sia nella serata dedicata alla tradizione del festival (ricordiamo che questa è stata l’edizione del sessantesimo anniversario), sia nella serata dei duetti. Il festival del sessantesimo anniversario ha visto, così, tornare a calcare il suo palco nomi come Elisa, Carmen Consoli, Fiorella Mannoia, Riccardo Cocciante ed, addirittura, Nilla Pizzi. Un momento di musica eccelso ce lo hanno regalato proprio Carmen Consoli e Nilla Pizzi che hanno cantato rispettivamente Grazie dei fiori e Vola Colomba. Altro duetto emozionante quello di Elisa e Fiorella Mannoia che hanno riproposto il brano storico di Mia Martini, Almeno tu nell’universo. Tra i duetti, ci sono piaciuti quelli di Irene Grandi e Marco Cocci, Enrico Ruggeri con i suoi, un po’ invecchiati, Decibel, e Fabrizio Moro con Jarabe De Palo. Proprio Moro, con il suo pezzo tra il reggae ed il rock, ha portato una ventata di novità (il brano, infatti, non è propriamente nella tradizione sanremese).
Altrettanto carina, la canzone dell’eclettico Simone Cristicchi; il motivo del suo pezzo ed il ritornello “Meno male che c’è Carla Bruni”, ci hanno fatto sorridere e ci sono entrati subito in testa. Vogliamo, infine, parlare della tanto discussa canzone di Povia, dedicata ad Eluana Englaro. Dopo averla sentita la prima sera, abbiamo tirato un sospiro di sollievo: dopo il testo di pessimo gusto di Luca era gay dello scorso anno, si temeva un altro brano intriso di bigottismo. Nonostante riteniamo vergognosa la scelta di presentare una canzone sul caso della Englaro a distanza di neanche un anno dalla sua morte, siamo sollevati dal fatto che il testo dia un’immagine corretta della vicenda e del dramma di due genitori che perdono la cosa più importante al mondo. Dovendo tirare le somme, possiamo dire che, musicalmente, il festival di quest’anno non è eccelso, ma in fondo da un festival della canzone italiana che premia soggetti come Scanu o Pupo-Filiberto non possiamo aspettarci altro. Possiamo consolarci e vedere il bicchiere mezzo pieno soltanto se siamo consapevoli del fatto che quegli obbrobri passeranno immediatamente nel dimenticatoio.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Il Festival di Sanremo 2010 è una rassegna di pura propaganda discografica, che ben si sposa con un senso critico appannato da una tv in cui la musica viene troppo banalizzata e svenduta, e in cui l’ipocrisia diventa legge
UN IRRITANTE PERBENISMO
Se dovessimo parlare di Sanremo come Festival della musica italiana dovremmo fermare i nostri commenti all’ultima edizione degli anni Settanta. Quello di oggi, più che un festival della musica italiana, è un festival della “musica da classifica italiana”. Se è vero che ciò che si ascolta durante la settimana è frutto della scelta di commissari e direttori artistici che assecondano qualità e musica di consumo, quello che ci propinano quest’anno è pura propaganda discografica. Fino a qualche decennio fa, il livello critico della gente (non quello falso di chi ama Povia e poi denigra il Festival) era decisamente più netto, veritiero e brillante. Ciò non è dovuto, com’è ovvio pensare, al livello, basso o alto che sia, di cultura e di estrema attenzione dell’opinione pubblica sull’informazione in generale. L’ubriachezza indotta dalla televisione, con conseguente appiattimento dell’ars critica individuale, fa sì che a partecipare al Festival, senza puntare il dito sui cantanti e tanto meno sugli esecutori, siano canzoni che quasi per il 95% spiccano per “banalità scadente”.
Quasi fosse un messaggio forzato, dai potenti del settore musicale e non, per intontire ancora di più chi si strafoga di “talent” show, “amici di Maria”, amici dei potenti e amici degli amici. Ma la musica, in tutto questo, non ha nessuna colpa. Vittima e strumento di messaggi subliminali, ma mica tanto poi, di concetti tronfi e laccati, che, nella loro funzione più infima, dovrebbero rivoltare l’opinione pubblica su fatti come la probabile, esponenziale, corruzione politico-amministrativa e l’uso di sostanze stupefacenti, (parliamo di Morgan, non del Tg1). È curioso, inoltre, assistere all’apologia in diretta, da parte del capitano della nave, Antonella Clerici, a favore di Morgan, declamando una piccola parte del testo di una canzone, che, per altezzosa e nobile ipocrisia, non sentiremo mai durante il Festival, abbuffandosi di applausi e sostenendo che “la mia droga è la mia famiglia”, chiudendo l’arringa finale con un “spero che quelli come te si possano ritrovare”. Ma la beffa non finisce qui.
Dopo aver sopportato per intere settimane commenti ed opinioni sulla sporca faccenda scatenata dal’ex Bluvertigo, si assiste, durante la prima serata al balletto bourlesque di Dita Von Teese, con fattezze al vento, liberamente offerte al consumo di adulti e piccini. Il paradosso viene da sé. Morgan dichiara di essere uscito dal tunnel della droga più di dieci anni fa, grazie all’aiuto di una clinica privata in Inghilterra, e viene estromesso dal concorso al fine di “evitare un immediato messaggio negativo” per “non offendere un pubblico minorenne o comunque assoggettabile”, e poi, di colpo, la stessa dirigenza Rai e i responsabili del Festival, offrono uno spettacolo da “red-light club”, indecente ed offensivo.
La musica e i talenti presenti a Sanremo dovrebbero in primis indignarsi della politica affarista e bigotta che scardina completamente la “nobile arte”, trascinando con sé in fondo artisti, melodie e testi. La nostra speranza è che tutto questo venga recepito nella giusta misura e che la distanza perbenista, imposta da chi di dovere, non condizioni affatto il vostro gusto, la vostra memoria storica e critica e la vostra incondizionata voglia di usufruire di musica come fosse il vostro ossigeno. Dunque, a voi il potere del telecomando, del voto e dell’onestà intellettuale.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
13/02/2010
Classici- Questa settimana parliamo di “Automatic for the people”, un disco che ha fatto storia, uno dei capolavori assoluti dei Rem: un album estremamente intimo, pieno di sofferenza ma anche di irrinunciabile libertà
COME NUOTARE IN UNA NOTTE D’ESTATE
Siamo nel 1992. I Rem, dopo il discreto successo avuto appena un anno prima con “Out of time”, pubblicano un album destinato a fare storia. “Automatic for the people” esplode in un contesto musicale molto duro, come il movimento grunge a cui gli stessi Rem erano molto vicini, grazie all’amicizia da poco consolidatasi con Kurt Cobain, leader dei Nirvana. L’album rappresenta, probabilmente, un punto molto alto di riflessione da parte di Michael Stipe e i suoi. Tematiche come l’abbandono e la crisi personale accompagnano l’ascoltatore verso un viaggio che sembra aver come meta la morte stessa. Dunque, i Rem non si nascondono nel mostrare il lato più intimo della band. Un senso di rivalsa rispetto alla spensieratezza degli anni ‘80. Un modo decisamente più moderano e malinconico, per abbracciare le tematiche urlate da Cobain & co. La forza di tutta l’opera è, senza dubbio, una geniale stesura dei testi.
Lo stesso Stipe affermò in più di un’intervista che fu sorpreso da cosa fosse riuscito a scrivere, non rendendosi conto, allora, della permeata sofferenza che evidentemente la band stava subendo. “Automatic for the people” è paragonabile a quelle opere teatrali, minimaliste ed intimiste, in cui sulla scena si vedono solo un albero finto e un uomo con indosso un dolcevita nero. Ecco, per capire bene l’album, senza “suicidarsi” dopo averlo ascoltato tutto d’un fiato, bisogna immaginarsi lì, sul palco. Si è soli. La vita si svuota di senso fisico e visivo, niente sfondi esagerati, nessuno in platea che ti batte le mani. È quello il momento in cui senti il dolore, ti senti tradito, forse proprio da te stesso.
È quello l’attimo in cui preferiresti che il tuo migliore amico capisse, quando soffri per la tua libertà. Quella che gli altri falsamente ti offrono. “Automatic”, come lo chiamano in America, offre una chance a chi vuole sconfiggere quella sofferenza, propria della razza umana, di non accettare nessun tipo di gerarchia, neanche quella dei sentimenti. Neanche quella fra gli amici. E così è meglio tuffarsi nudi, in una notte d’estate. Nuotare e ricordare. Non importa quanto siamo stati male, se almeno per una volta ce ne siamo fregati. L’album è un’opera, divisa in dodici atti, da capire pian piano, senza lasciarsi entusiasmare troppo dalla fama del disco e dei suoi singoli. Ora tocca a voi sedervi e riflettere.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
“L’esercizio delle distanze” è l’ultimo album (uscito nel 2009) dei Minnie’s, gruppo indie-punk milanese, che ha già all’attivo cinque dischi (compreso quest’ultimo): un’abile miscela di rock melodico e aggressivo in una cornice punk
TORNA IL PUNK MADE IN ITALY
“Won’t get fooled again!”, non saremmo
fregati di nuovo. Così cantavano i celeberrimi Who nell’Inghilterra anni ’70:
forse con questo spirito nasce “L’esercizio delle distanze” ultimo cd (2009) dei
Minnie’s, gruppo del sottobosco underground indie milanese. Il gruppo risente
fortissimo dell’influenza del suo habitat e nonostante qualcuno tenti
di chiamare punk anche Finley e Dary, i Minnie’s vengono da un altro pianeta. Un
pianeta dove non si parla solo di amore finito e profondo o di vite monotone o
di adrenalina. Un album che nasce dall’epoca post punk nella quale ci troviamo,
quella della “fine dell’utopia”, per riprendere l’azzeccato titolo di un saggio
di Marcuse. Un’abile miscela di rock melodico e rock aggressivo con schitarrate
tipiche del punk e pressoché assenza di soli. È la quinta fatica della band che
a “Yournoise”, programma di Mtv, diceva di voler finalmente realizzare un disco
più “curato”. Infatti se dobbiamo trovare un difetto a questo lavoro è proprio
quello di essere “tagliato grosso”.
Eppure, come Michelangelo vedeva già nel marmo la statua finita, anche noi, piccoli baccellieri, possiamo già sentire le promesse per un futuro florido. Intanto, un sound viscerale che passa con rabbia dal melodico all’aggressivo ed una serie di contenuti e idee nei testi interessanti. Citiamo per esempio “fingo di esser alto stando sulle punte, stando sulle spine” e “gambe forti ci vogliono per l’esercizio delle distanze”, frasi tratte dal singolo L’esercizio delle distanze. e poi ancora da Milano è peggio: “Ho gettato in terra i sogni così forte che son cocci”.
E poi un’altra bellissima frase da Mai più fiori scuri: “Si vince a caso ma si perde con puntualità, dovremmo essere altrove alla nostra età”. Sono in tutto dieci canzoni da ascoltarsi tutte d’un fiato, anche perché, nella migliore tradizione punk, sono brevi, brevissime. Probabilmente ne risentiremo parlare ed è già successo con “La fame di Camilla” che ora sono approdati a Sanremo. Speriamo soltanto che la volontà di suonare per un pubblico di nicchia non diventi un limite ma un punto di forza per farsi conoscere senza vendersi al commerciale. Piccole annotazioni. Da ascoltare specialmente se amate Tre allegri ragazzi morti, Afterhours (quelli del primo periodo), Belle and Sebastian, Clash. Visitate il loro myspace.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
6/02/2010
Il caso Morgan, con le polemiche e l’esclusione dal Festival di Sanremo a causa delle rivelazioni sul suo consumo di droga rilasciate ad un giornalista, è l’emblema di un’ipocrisia irritante e moralista che domina la Rai e non solo
NOSTRA SIGNORA DELL’IPOCRISIA
E noi che ci eravamo ripromessi di non criticare il Festival di Sanremo quest’anno. Si vede che nel male e non nel bene se ne debba sempre parlare. A fare scalpore questa volta è lo scandalo Morgan. Come ci hanno detto in tutti i telegiornali, il cantante ex Bluvertigo e conduttore televisivo ha ammesso in un’intervista a Max di fare uso di cocaina per combattere la depressione. Già due giorni prima dell’uscita del mensile partiva il tam tam mediatico dell’annientamento. Ma a far clamore è stata la messa in discussione della partecipazione di Morgan a Sanremo. Ci pare giusto. Come permettere l’ingresso di un pericoloso tossicodipendente (e ci dicono anche alternativo e di sinistra) nella reggia di Nostra Signora dell’Ipocrisia, ossia la Rai? “Un artigiano di scoop forzati scrisse che Weimar già si scorgeva e fra biscotti sponsorizzati vidi un anchorman che piangeva e poi la nebbia discese a banchi ed il barometro segnò tempesta, ci svegliammo più vecchi e stanchi, amaro in bocca, cerchio alla testa”.
Mai parole di Guccini furono più adatte. Forse alla Rai pensavano di accalappiare un grande artista e plasmarlo alla Simona Ventura, esibendolo poi negli show come scimmia ammaestrata. Ma Morgan non c’è stato, e la sincerità si paga. Cerbero ha graffiato implacabile togliendo il proprio supporto e costringendo l’artista a una ritirata ovvia per quanto vergognosa. Vergognosa per la solita tiritera di smentite e miserere che ne è seguita. Noi vogliamo puntare invece il dito verso la Rai che ormai è costretta a provvedimenti ridicoli e di facciata, doverosi per quanto ipocriti. A chi alzasse la mano per obiettare che è una televisione pubblica e che deve essere un esempio si può rispondere con un famoso titolo di Popper: “Cattiva maestra televisione”. Le nuove generazioni escono drogate di televisione e se proprio si deve mantenere un certo contegno lo si faccia, per favore, mandando al confino i cani rabbiosi che si abbaiano addosso nei talk-shows.
Lo stesso circo di Sanremo, tra l’altro, invita Tyson che non è certo un esempio di lealtà sportiva e di vita proba (ha una condanna per stupro sul groppone). Da segnalare anche la singolare iniziativa di Povia che per stupire ogni anno deve far finta di parlare di un tema sociale. Somiglia tanto a un giullare che di fronte all’imperatrice si cala le braghe tra i risolini di Sua Maestà e delle ancelle. Si può affermare con una certa sicurezza che tra qualche anno a Saxarubra dovranno inventarsi qualcosa di terribilmente noioso sulle altre due reti perché si guardi ancora il festival. Nostra signora dell’ipocrisia, prima o poi perderai. “Poi tutto tacque, vinse ragione, si placò il cielo, si posò il mare, solo qualcuno in resurrezione, piano, in silenzio, tornò a pensare...”.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Nel 2009 è uscito “Battle for the sun”, ultimo lavoro dei Placebo, rock band britannica, affacciatasi sulla scena musicale europea nel 1996: un disco carico di aggressività e di suoni molto potenti che vale la pena di ascoltare
EFFETTO PLACEBO
Era il 1996, quando sulla scenda musicale europea si affacciò un gruppo fresco, innovativo e stranamente androgino. Erano i Placebo con il loro primo album omonimo. Successivamente, esattamente due anni dopo, il loro secondo album cambiò totalmente la concezione del glam-rock moderno. Un album con indosso vestiti dark ed atmosfere molto cupe e malinconiche. Da lì in poi, grazie al sodalizio fra Brian Molko e David Bowie, i Placebo diventarono una band dal successo mondiale, se pur la loro vena creativa ed innovativa colò a picco, sedendosi su uno standard ormai vecchio e superato. Nel 2009, con “Battle for the sun”, il loro ultimo lavoro, la line-up della band cambia.
Un biondino californiano, un iperattivo, sostituisce Steve Hewitt, batterista precedente della band, il quale, per motivi di incomprensioni economiche, si sospetta abbia lasciato definitivamente la formazione londinese. L’album è carico di aggressività e di suoni molto potenti. La linea armonica e compositiva sembra richiamare il loro primo lavoro, con risultati spesso eccessivi ed un po’ goffi nella stesura. Lodevole senza dubbio è la sperimentazione di alcuni suoni, già presenti in brani come Summer’s gone, capolavoro del 1998. Questo disco vede una spinta primordiale di rinascita dall’eccessiva formula strofa-ritornello-strofa usata ed abusata fino ad ora.
In “Battle for the sun” muta non solo il modus operandi della band, ma anche lo studio in cui sono avvenute le riprese, gli strumenti stessi e il produttore artistico, votato al “wall of sound”, una tecnica di missaggio inventata e perfezionata da Phil Spector, noto produttore di album come “Let it Be” dei Beatles e tanti altri dello stesso John Lennon. Consigliamo, infine, l’ascolto privo di pregiudizi e canoni musicali ai “non fan” della band, sottolineando la loro comunque propensione all’alternativa musicale commerciale, che inonda oggi classifiche, ipod e programmi televisivi di tutto il mondo. A voi un buon ascolto.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
NUMERI DI GENNAIO
30/01/2010
“Adesso è facile” è il singolo scritto da Manuel Agnelli (leader degli Afterhours) e cantato dallo stesso Agnelli in coppia con Mina: un brano intenso che ci suscita una riflessione sui sentimenti e sulle parole del nostro tempo
ADESSO È FACILE, O FORSE NO
“Facile” è l'ultimo cd di inediti dell’inimitabile tigre della musica italiana, Mina. al suo interno troviamo il singolo Adesso è facile, triste ballata amorosa scritta da Manuel Agnelli e cantata dagli Afterhours e da Mina. Una canzone intrigante che ben rappresenta uno spaccato della vita di coppia. Si guardi il video: Manuel Agnelli e Benedetta Mazzini (figlia di Mina e di Virgilio Crocco) si incrociano in una stanza cantando che “adesso è facile”. Benedetta Mazzini, che presta solo il corpo e il viso (bellissimi) alla voce della madre, è una figura diametralmente opposta a quella di Agnelli. I due si attraversano senza mai toccarsi, impalpabili l’uno per l’altra. Entrano tra quattro mura che sembrano conoscere da sempre, come fosse casa loro, la cosa di due persone che l’hanno forse condivisa. Ma non si toccano, non si sfiorano. Indossano vestiti dai colori opposti, nero e bianco, due non-colori. Forse c’è in loro la volontà di ricominciare adesso che “lui/lei non c’è”, ma non ci riescono. Un muro intangibile si erge tra le due figure.
Ed anche il chitarrista degli Afterhours e il batterista sembrano due personaggi estranei che potrebbero essere lì come da qualunque altra parte: gli amici che ci sono ma non si vedono. Ognuno preso dalla propria vita, dai propri pensieri, solo le parole del testo a unirli. Le parole appunto. Formule ripetitive, come in un rituale magico, cantate dai due protagonisti per auto-convincersi che “adesso è facile”. Quest’espressione diventa, più che un ritornello, una vera e propria litania della vita di coppia. Nel testo si legge arrendevolezza senza convinzione. “Dici che mi vuoi, perciò mi avrai”, canta Agnelli, e poco più avanti Mina risponde: “Ma ti ho aspettato e scopro che sei già passato dentro me. So che tu mi vuoi, prendimi se puoi e dici che mi sai, e poi mi va”. Anche l’amore passionale che si può leggere nel delicato accenno, sembra essere qualcosa di puramente meccanico, qualcosa da fare perché, considerando tutto, “mi va”.
Ma cosa resta? “Io ti ho aspettato e scopro che sei già passato dentro me”. Questa interpretazione che ne abbiamo appena dato (ce ne sono mille dentro ogni opera d’arte) getta nuova luce sulle relazioni interpersonali nel nostro tempo. Come abbiamo già scritto spesso, il rischio è la virtualizzazione del sentimento e delle emozioni che rischiano di diventare degli ectoplasmi intangibili senza possibilità di contatto (come le due figure nel videoclip). E forse il rischio più grande che corrono le nostre parole è di non venire mai in contatto, fosse anche uno scontro. Forse è proprio lo scontro che manca. Non lo scontro armi in pugno e cattiveria in cuore, ma semplice, sacrosanta discussione e incazzatura che possa poi dare origine a nuovi frutti. È troppo facile dire “adesso è facile” ed arrendersi.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- La luce ci illumina, ci scalda, ci mostra ciò che ci circonda e riempie spesso di significati intensi la nostra vita: la troviamo spesso anche nelle canzoni, celebrata da molti artisti, da Elisa e Battiato fino ai Muse
L’INTENSO SUONO DELLA LUCE
Naturale o artificiale, intensa o fioca, solare o metafisica, la luce ci illumina, ci scalda, ci indica la strada, permette il proliferare della vita anche dove sembra più arduo. Anche nelle canzoni la luce assume le più varie sfumature, illuminando ciò su cui si posa e mostrandone diverse forme. Nel 2001, al festival di Sanremo, Elisa celebra proprio la luce, per la prima volta in italiano. In Luce, tramonti a nord est Elisa canta: “Siamo nella stessa lacrima, come un sole e una stella. Luce che cade dagli occhi, sui tramonti della mia terra, su nuovi giorni”. Andando indietro con la memoria, nel 1967, sulle splendide note della canzone dei Procolarum, White shade of pale, i Dik Dik cantano un testo scritto da Mogol. La cover Senza luce racconta una storia di solitudine, che può essere di tutti noi, e nella notte, senza luce, il buio si fa immensità perché nasconde forme e confini. Solo lei è presente e la sua presenza è data da una mano stretta. Nel brano di Vecchioni, Luci a San Siro, le luci artificiali dello stadio di Milano fanno da sfondo surreale di una storia d’amore: “Luci a San Siro di quella sera, che c’è di strano siamo stati tutti là, ricordi il gioco dentro la nebbia? Tu ti nascondi e se ti trovo ti amo là. Ma stai barando, tu stai gridando, così non vale, è troppo facile così trovarti, amarti, giocare il tempo sull’erba morta con il freddo che fa qui”.
Anche il maestro Franco Battiato in L’ombra della luce ci ha dato una sua originale visione di due entità che sembrano opposte, ma in realtà sono complementari ed esistono l’una grazie all’altra: “E non mi abbandonare mai, non mi abbandonare mai! Perché, le gioie del più profondo affetto o dei più lievi aneliti del cuore sono solo l’ombra della luce”. In un altro bellissimo brano del 1972, cantato da Lucio Battisti, la luce assume le vesti di un’alba, del sole che sale dall’est e che in realtà non è altro che un ricordo lontano che occupa di tanto in tanto la mente: “La nebbia che respiro ormai si dirada, perché davanti a me un sole quasi bianco sale ad est. La luce si diffonde ed io questo odore di funghi faccio mio seguendo il mio ricordo verso est”.
Poiché la luce è vita, Meg nella sua delicatissima Succhio luce, sembra nutrirsi di tutta la luce che c’è nell’universo per poter vivere in eterno: “Colgo le stelle, le colgo ad una ad una, le metto in bocca mentre non mi vedi, succhio luce con avidità, vorrei vivere e morire mille volte questa vita... punto e accapo, un, due e tre, chiudo gli occhi e tutto è più chiaro”. Infine, i Muse, nel brano Guiding light, personificano la luce guida. Si tratta di una canzone d’amore in cui la solitudine ed il distacco dalla persona amata rendono tutto oscuro ed incerto: “You were my guiding light. When comfort and warmth can’t be found I still reach for you, but I’m lost, crushed, cold and confused with no guiding light left inside. You’re my guiding light. You’re my guiding light”. (trad. “Tu eri la mia luce guida. Quando non riesco a trovare il conforto e il calore, continuo a cercare te, ma io sono perso, represso, freddo e confuso senza alcuna luce guida dentro. Tu sei la mia luce guida. Tu sei la mia luce guida”).
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
23/01/2010
Il duo inglese composto da Tom Rowlands e Ed Simons è capace di creare un’atmosfera speciale attraverso l’uso magistrale di numerosi effetti sonori:”We are the night”, loro ultimo disco, è un album ricco di suggestioni e contenuti
L’EMOZIONANTE TECHNO DEI CHEMICAL BROTHERS
Parrà strano ai nostri lettori leggere su queste pagine qualcosa che riguarda la musica techno elettronica, ma nella migliore delle ottiche capitalistico-imprenditoriali occorre differenziare l’offerta, soprattutto se si tratta dei Chemical Brothers. Un gruppo veramente storico della musica elettronica, che sa piacere anche a chi storce il naso di fronte a nomi come David Guetta, Rio, Akon, Yves la Rock, Christian Marchi. Il duo composto dagli inglesi Tom Rowlands e Ed Simons sa infatti creare un’atmosfera e una sorta di mondo parallelo attraverso una serie infinita di effetti sonori di tutti i tipi, mixati con arte e sapienza. Il classico ritmo house cadenzato e ripetitivo è veramente troppo riduttivo per la varietà della loro musica. Un insieme di sonorità in evoluzione, sempre in studio, quasi degli animali che escono spontaneamente dal sintetizzatore. Per rendercene conto prendiamo “We are the night” (2007), ultimo cd dei Brothers, che già dalla copertina evoca atmosfere psichedeliche e sognanti. Si passa da ambientazioni più hip-hop, come Do it again (una delle più famose e affermate del disco), a quelle più evocative e sognanti come We are the night e Burst Generator, un’esplosione colorata di musica.
Ma c’è spazio anche per i testi, come in All right reversed (“Tutti i diritti rovesciati”, un gioco di parole rispetto al tradizionale “All right reserved”), in cui cantano: “Heaven’s down and hell is up, all rights reversed, proven by the planets and their movements” (“Il paradiso è in basso e l’inferno è in alto, tutti i diritti rovesciati, il che è provato dai pianeti e dai loro movimenti”). Da segnalare anche un pezzo di notevole bravura canora, The pills won’t help you now. Interessante e profondo anche il testo: “Robbed of your fortune, you get disappointments in life you’re probably poisoning your body, i hope you’re al right. In a moment of fear you dig in your heels the pills won’t help you now” (“Derubato/a della tua fortuna, sei deluso/a dalla vita e stai probabilmente avvelenando il tuo corpo, io spero tu stia bene. In un momento di paura ti butti giù e le pillole non ti aiuteranno”).
Nel complesso è un cd eccezionale sia per quanto riguarda la storia di questo genere, sia per le emozioni che sa dare. Il punto debole di questo tipo di musica è che spesso non cerca le assonanze ma le dissonanze. Risulta difficile poter ascoltare questi brani tutti di filato senza riportare un po’ di mal di testa. Sarà anche questione di abitudine, visto che nel Bel Paese l’armonia e la serenità sono valori forti che ci portiamo dietro sin dagli anni ‘50. Invitiamo però a non disprezzare il genere techno (anche se i Chemical Brothers sono molto di più, come ventaglio di generi) soltanto perchè lo si accosta a mancanza di contenuti. Non è sempre così. Cominciamo spezzando una lancia a favore di questi due Brothers inglesi.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Nel 2009 è uscito “The Cosmos Rock”, l’album realizzato dai due ex Queen, Brian May e Roger Taylor, insieme all’ex leader dei Free, Paul Rodgers: un disco nuovo e assolutamente hard “glam” rock da ascoltare senza snobismi
IL RITORNO DELLA “REGINA”
L’anno appena trascorso ha visto molti re della musica togliersi la polvere dalle spalle, riportando all’attenzione mondiale album di notevole fattura artistica, anche se, secondo alcuni, si è trattato di una semplice ripetizione. Ma non ci sono solo i re. Come tutte le signorili donne di potere, emergono due reginette sotto il comando di un’unica “regina”: Brian May e Roger Taylor. Avvalendosi dell’aiuto dell’ex leader dei Free, ovvero Paul Rodgers, i due superstiti dei Queen hanno “regalato” ai fan più accaniti un album veramente hard “glam” rock. “The Cosmos Rock” rappresenta in effetti lo stacco netto fra le innumerevoli pubblicazioni, notevolmente datate ed esplicitamente in favore di guadagni economici, e la creazione di un qualcosa di “nuovo”.
Il primo singolo dell’album è stato Say it’s not true, brano edito tempo prima della stessa uscita dell’album ed eseguito pubblicamente durante le celebrazioni in onore di Nelson Mandela. L’intera opera è composta da 14 tracce. Un lavoro sicuramente interessante che, secondo molti critici del settore, rappresenta la giusta via di mezzo tra una palese operazione di rilancio del marchio Queen e una riabilitazione artistica con tanto di medaglia al valore. Orfani, non solo di Freddie Mercury, ma anche del pilastro portante del groove, John Deacon, i due geni indiscussi del rock spingono con forza la loro presenza intellettuale sia in classifica che sui palchi di tutto il mondo. Infatti, ed è una dote che la band da sempre ostenta positivamente, il progetto Queen + Paul Rodgers ha visto una tournée fra le più lunghe degli ultimi 20 anni.
Come potete ben immaginare, incassando cifre da capogiro. Dunque, un ritorno sotto i riflettori che li ha visti impegnati con la formazione attuale, prima e dopo la pubblicazione dell’album, rilasciando sul mercato dvd con interi concerti e bonus track in abbondanza, dal 2005 al 2009. In Italia il disco non ha avuto molta risonanza, subendo, per di più, una notevole dose di snobismo soprattutto dai fan più datati. Com’è di nostra abitudine, noi lasciamo a voi il giudizio sull’opera, ricordando che ogni artista ha il diritto, nonostante e non malgrado l’età, di poter comunicare ed esprimere la propria arte senza essere tacciato di sete di denaro. A tutti voi un buon ascolto.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
16/01/2010
I classici- Rispolveriamo uno dei più grandi capolavori di Santana, “Abraxas”, il suo secondo disco (pubblicato nel 1970), quello che la rivista “Rolling Stone” ha inserito nell’illustre classifica dei 500 migliori album di sempre
IL MARCHIO PREGIATO DI CARLOS SANTANA
Il “fenomeno” Santana è davvero strano. Nell’ultimo ventennio i suoi produttori si sono impegnati nell’affiancarlo a nomi di basso rango musicale, realizzando a volte dei dischi veramente pessimi (secondo il punto di vista di chi scrive) come “Supernatural”. Eppure nei suoi primi dieci anni di carriera, quando il suo rock latino era ancora in forma embrionale, Santana riuscì a realizzare con budget davvero bassi, dischi di fattura eccellente. Dei veri e propri capolavori. “Abraxas” è uno di questi. È il suo secondo lavoro e, grazie a canzoni come Samba pa ti, s’impose al fianco di Jimi Hendrix, sia sul palco, sia in classifica. Nel 2003, la rivista Rolling Stone ha inserito l’album al 205º posto della sua lista dei 500 migliori album di sempre. Il titolo dell’album deriva da una citazione del libro Demian di Herman Hesse.
La copertina, invece, rappresenta un particolare del dipinto di Klarwein del 1961, “L’annunciazione”. I brani più lineari e universali, Oye como va, Black magic woman e Samba pa ti (conosciuti anche dai sassi), sono sapientemente intercalati da episodi più atmosferici. L’apertura Singin wind, evocativa sin dal titolo, è assolutamente psichedelica, seguita dalla più “jazz” e rarefatta Incident at Neshabur. Hope you’re feeling better è pervasa dal rock blues col migliore assolo di Carlos. Si susseguono Gipsy queen, messa in medley dopo la “Maga Nera”, e la stupenda e sulfurea Mother’s doughter. Ma “Abraxas” è anche un disco molto messicano. Santana e i suoi non si dimenticano affatto delle loro radici. Se a cabo ed El nicoja riportano gli animi verso terre sudamericane, intrise di polvere e vento, dove la passione intesa come sofferenza impera fra distorsioni di chitarra e magici ritmi percussivi.
Su tutti e su tutto il lavoro incessante, appunto, dei due percussionisti. Infaticabili nel fornire insieme al batterista (sostituito a ridosso di Woodstock con un diciannovenne fuori classe) un groove poderoso, trascinante e “indiavolato”. Pur con metà del personale del sestetto dei Santana impegnato esclusivamente a picchiare pelli, il disco conserva altresì un sorprendente contenuto melodico ed armonico. Un disco eguagliato solamente da “Lotus”, un doppio live da far venire i brividi, che con malinconia conferma “I Santana” e “Carlos” come non plus ultra della musica rock latina di tutti i tempi.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Le Luci della centrale elettrica, o meglio Vasco Brondi, uno dei cantautori emergenti più interessanti degli ultimi anni, ha pubblicato un libro sui giovani dei nostri tempi, mettendo dentro anche i testi delle sue canzoni
L’URLO DI UNA GENERAZIONE
Prendendo il libro in mano viene subito in mente la strofa di La lotta armata al bar. Sì, perché l’ultima fatica de Le luci della centrale elettrica, al secolo Vasco Brondi, è proprio un libro, edito da Baldini Dalai Castoldi. Si intitola come il ritornello della suddetta canzone Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero. Un titolo che è un urlo disperato di consapevole declino del futuro. Sfogliarne le pagine significa respirare un’aria tesa, da rabbia repressa, come se una bomba stesse esplodendo nello spazio e nessuno se ne accorgesse. Si entra in una condizione di disagio, di angoscia. Brondi ci trascina in un calvario di esperienze umane contorte e immediate come le frasi, a lampi, a sprazzi. Lo stile non è né scorrevole né chiaro. Sembra di essere di fronte a un quadro enorme pieno di schizzi e si prova a decifrarlo. Quello che ne esce è una mezza storia d’amore rozza e svuotata di qualsiasi romanticismo (un po’ come Julia e Winston in 1984 di Orwell).
Un amore che vive sullo sfondo di due vite separate e inconciliabili, con i protagonisti che seguono due strade diverse: lui cantautore da piccoli pub e teatri, lei ragazza “a tempo determinato”. Ma è un romanzo, se così lo vogliamo chiamare, che sembra più un saggio sulla condizione delle generazioni post anni ’80. O meglio: una raccolta di pensieri e considerazioni da leggere come poesie, quando se ne ha bisogno. Insicurezza, delusioni, mancanza di determinazione e speranze. L’urlo dei giovani che non sanno cosa racconteranno di questi anni “persi” dietro un banco o sui libri, nella speranza che qualcuno dei vecchi se ne vada e lasci loro le briciole di un Paese sull’orlo della catastrofe. Il libro è da accompagnarsi, per la filosofia che lo sottende, al cd. Sono frequentissime le citazioni prese dai testi e proprio per la loro ripetitività sembrano suggerire anche la povertà del linguaggio che caratterizza i nostri tempi. Vasco Brondi è il cantante-scrittore di una nuova Italia e forse di un nuovo mondo.
Ci racconta e ci canta quello che non vediamo. È un libro da giovane per giovani, perché soltanto chi è coetaneo e condivide le stesse esperienze può capire. Le vere rivoluzioni hanno sempre visto una netta separazione tra le generazioni, un distacco culturale tra genitori e figli, con i secondi destinati a spodestare i primi del loro ruolo in un circuito infinito. Da quello che si legge in Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero si capisce che è successo qualcosa. Che i figli sono stati “rincoglioniti” da una miriade di fattori esterni, gambizzati psicologicamente e moralmente da una classe dirigente che li vorrebbe semplicemente “zitti e buoni” e dedicati alle “produzioni seriali di cieli stellati” (dall’omonima canzone di Brondi).
Alberto Agostini –ilmegafono.org
09/01/2010
Pubblichiamo un’intervista inedita ad Enrico Pieranunzi, celebre musicista romano, tra i più apprezzati jazzisti a livello mondiale, rilasciata l’estate scorsa al giovane Riccardo Muolo, il quale ha deciso di “donarla” in esclusiva al Megafono
“INTERNET STA AIUTANDO IL JAZZ A DIFFONDERSI”
Enrico Pieranunzi, pianista, compositore e jazzista italiano, è considerato uno dei più grandi musicisti a livello mondiale. Ha fatto studi classici e dal 1973 insegna al Conservatorio. La sua discografia conta più di 60 Cd ed egli ha suonato con tutti i più grandi musicisti del mondo, fra i quali Chet Baker, Mark Johnson, Lee Konits, Joey Baron e Paul Motian. Abbiamo incontrato il maestro Pieranunzi l’estate scorsa a Follonica (provincia di Grosseto), in occasione del suo concerto per il “Gray Cat”, un importante Festival Jazz diretto da Stefano “Cocco” Cantini, che da moltissimi anni coinvolge ogni estate diversi luoghi della Maremma e diversi musicisti noti a livello internazionale. Pieranunzi suonava in trio con Luca Bulgarelli al contrabbasso e Mauro Beggio alla batteria. In quel momento il maestro era molto impegnato per il sound check, ma molto gentilmente ci ha concesso un po’ del suo tempo per rilasciarci l’intervista che vi proponiamo. Con quest’uomo dai modi gentili, una vera e propria leggenda del jazz mondiale, parliamo un po’ dei suoi inizi e della sua splendida carriera musicale.
Maestro, è noto che suo padre era un chitarrista jazz. È stato forse questo il suo impulso per cominciare a suonare?
Ho cominciato a suonare a cinque anni e mezzo. Credo sia stato per via di un impulso quasi inconsapevole, forse proprio per il rapporto misterioso con mio padre. Quando ero piccolo, ero come immerso in una nuvola di dischi.
Nella sua carriera Lei ha sempre portato avanti insieme jazz e musica classica. Qual è il genere che la fa sentire più sé stesso?
Tutti e due. Ho sempre portato avanti i due stili parallelamente. La differenza è tra testo scritto (classica) e improvvisazione (jazz). Improvvisare fa sentire liberi ed è esaltante. Quando ero piccolo era quasi un gioco.
C’è un pianista al quale si è ispirato quando ha iniziato?
Errol Garner. Mio padre aveva un suo disco, la copertina era verde e aveva il disegno di una mano. Essendo bambino, ero molto attratto da questo strano disegno colorato. Così mi divertivo a rifare al pianoforte quello che sentivo dal disco.
Lei ha suonato con diverse formazioni: piano solo, duo, trio, quartetto e così via. In quale formazione il suo pianoforte si esprime meglio?
Nel duo e nel trio, ma forse più che altro nel duo. Ho sperimentato il duo piano-contrabbasso con Marc Johnson e il duo piano-sassofono con Rosario Giuliani: forse è questa la formazione che mi piace di più. Per quanto riguarda il trio, la batteria limita un po’ per il volume. Nel trio bisogna essere molto bravi a non suonarsi addosso e a rispettare il volume. Per esempio nel trio di Bill Evans (con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria) c’è molto “interplay”, cioè dialogo tra i musicisti, e le spazzole di Motian sembrano quasi arricchire il piano di Evans.
Lei che suona in tutto il mondo, nota la presenza di giovani ai concerti jazz? E inoltre, secondo Lei ci sono differenze tra un Paese e l’altro?
Non ci sono tantissimi giovani ai concerti jazz, ma direi che ce ne sono di più in Francia, Germania e Danimarca. Secondo me però internet sta aiutando il jazz, perché, ad esempio, i giovani possono trovare informazioni o video su jazzisti o su date di concerti.
Mi sembra che oggi i ragazzi ascoltino soprattutto musica commerciale e meno impegnata, mentre il jazz non è quasi per niente seguito. Secondo Lei, cosa si può fare per avvicinare i giovani al jazz? Ci sono stati periodi in cui questo genere era più popolare tra i giovani?
Non sono d’accordo che il jazz sia poco popolare e poco ascoltato dai giovani; a mio avviso ci sono giovani che ascoltano jazz più di quanto si pensi. Ad ogni modo, il jazz era molto più popolare quando era praticamente l’unica buona musica da ascoltare. Credo che la scissione tra musica popolare e jazz è avvenuta con i Beatles, che hanno fatto cambiare gusti musicali alle nuove generazioni. Penso che in Italia la non alta popolarità di questo genere musicale derivi dalla lontananza tra la musica leggera e il jazz, mentre negli Stati Uniti la musica che si può chiamare “leggera” è jazz: come la tradizione degli “standards”, cioè canzoni degli anni venti che sono state reinterpretate da numerosi musicisti e sono ormai conosciute da tutti, o i grandi cantanti come Frank Sinatra, Bing Crosby, Ella Fitzgerald, che sono cantanti jazz. Penso che Miles Davis, col suo mescolare jazz e rock, abbia comunque permesso al jazz di essere ascoltato da un pubblico più vasto. Sicuramente però si può fare qualcosa di più per avvicinare i giovani non solo a questo tipo di musica, ma alla musica in generale. Io sono ottimista riguardo ai giovani.
Dopo l`intervista il maestro ci concede un autografo sul suo cd “Transnoche”, dove suona il pianoforte accompagnato da Marc Johnson al contrabbasso. Qualche ora dopo finalmente comincia il concerto, in cui egli propone brani dal suo numeroso repertorio. Vederli e sentirli suonare è un piacere per la vista, per le orecchie, ma soprattutto per la mente.
Riccardo Muolo –ilmegafono.org
Il grande compositore e pianista polacco, Frédéric Chopin, fu tra i rappresentanti principali del Romanticismo e venne soprannominato “il poeta del pianoforte”: le sue opere più note sono senza dubbio i meravigliosi Notturni
IL TOCCO ROMANTICO DEL POETA DEL PIANOFORTE
Quando pensiamo al pianoforte la mente crea in molti di noi l’immagine di una soave sonata, in cui tasti neri e bianchi dialogano soli all’interno di cinque righi. Altrettanto frequentemente accostiamo il sinuoso e ammaliante profilo del piano ad un ricurvo uomo nella sua fase più acuta di romanticismo, fra cuori spezzati e desideri amorosi irraggiungibili. Forse non tutti sanno che queste due immagini raffigurano la musica, l’opera e la vita di Fryderyk Franciszek Chopin, più comunemente noto come Frédéric Chopin. Uno dei più grandi compositori e pianisti polacchi. Fu tra i rappresentanti principali del Romanticismo e venne chiamato “il poeta del pianoforte”. Nella sua musica convergono elementi di derivazione piuttosto classica: l’equilibrio tra le parti, l’estrema precisione della scrittura, la perfezione stilistica. Le sue melodie traspongono sul pianoforte l’ampio respiro e il morbido fraseggio del melodramma italiano contemporaneo (in particolare di Vincenzo Bellini) e l’evidentissimo dialetto musicale polacco.
Le sue composizioni più note sono i Notturni, che presentano la particolarità di melodie molto cantabili, adornate e confezionate, con abbellimenti e sostenute, da arpeggi veramente geniali. In un primo momento egli trasse la sua ispirazione dalle opere di John Field; ciò nonostante, diversamente da questi, componeva per esprimere le sue più intime sensazioni, piuttosto che per assecondare il pubblico. I Notturni di Chopin sono il trionfo del bel suono e dell’espressione; esse sono per lo più opere in un’unica sezione monotematica, in forma di una monodia accompagnata. I tre notturni op. 9 sono fra i più conosciuti. Generalmente sono i Notturni con cui si aprono le incisioni: essi sono infatti i primi di cui Chopin stesso curò la pubblicazione nel 1832. Dedicati a Maria Pleyel, ebbero un grande successo presso il pubblico, ma non tra i critici.
Op. 9 n. 1 in Sib Minore: Costruita su uno schema A/B/A ed avente struttura irlandese (e dunque fieldiana), presenta importanti novità come la tonalità e altri accorgimenti melodici. Il tema iniziale è semplicemente una scala discendente e l’accompagnamento si limita a sostenerlo senza emergere troppo. L’armonia principale, molto intima, viene riproposta varie volte e spesso è variata con delle graziose fioriture che ne esaltano la delicatezza. La sezione “B” (in modo maggiore) è più lunga della prima, ma non ha un carattere totalmente diverso rispetto a questa; differisce per il semplice fatto che la melodia è raddoppiata con l’ottava. Il momento è di sospensione, quasi fuori dal tempo, e raggiunge il suo culmine nell’interludio che precede la riproposizione del tema (parte “A”). A chiusura vi è una Coda con chiusura in maggiore.
Op. 9 n. 2 in Mib Maggiore: Opera di evidente carattere salottiero, probabilmente la più conosciuta fra i notturni. Fu molto apprezzata sia dalla critica che dagli amatori e dal compositore stesso. In essa è ravvisabile più che in altre l’influsso di Field, anzi sembra proprio che si sia ispirato direttamente a lui. Chopin era solito suonarlo variandone il tema; inoltre lo insegnava ai suoi allievi raccomandandosi di ispirarsi al belcanto italiano per ottenere il giusto effetto sonoro. In quattro sottosezioni non contrastanti tra di loro, il Notturno si può considerare in un’unica sezione (A) secondo uno schema tipico del Rondò. Presenta un’esposizione iniziale del tema, una variazione dello stesso seguita da una seconda, poi una nuova modulazione ed infine una Coda finale.
Op. 9 n. 3 in Si Maggiore: Quest’opera presenta lo stesso schema (A/B/A) della numero uno e, per la prima volta, c’è un forte contrasto tra la parte centrale, ovvero B, e le altre due. Non solo cambia la tonalità, ma la scrittura diventa più densa. Alla prima parte dolce e sentimentale, se ne aggiunge una tormentata e inquietante. Nella ripresa del tema ricompare il motivo d’apertura introdotto da quella che era stata la sua conclusione la prima volta. L’opera termina con una piccola Coda costituita da un arpeggio per moto contrario.
Non rimane che sedervi su di un comodo divano e godervi con enorme serenità il tocco dell’anima del “poeta del pianoforte”.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
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