IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006


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 ARCHIVIO AMBIENTE

 

NUMERI DI LUGLIO

10/07/2010

I tempi duri dell’economia mondiale, con la relativa crisi dei consumi, hanno determinato un calo notevole nella produzione dei rifiuti e una crescita della differenziazione: in Italia buoni segnali dal Sud, con Campania e Sardegna in prima fila

UNA CRISI CON QUALCHE LATO POSITIVO

Per l’economia mondiale sono stati tempi bui, e continuano ad esserlo, come testimoniano le cronache dell’ultimo periodo. Stiamo infatti cercando di risollevarci da una delle peggiori crisi economiche di tutti i tempi, ma qualche spiraglio di luce è stato rilevato, almeno per quanto riguarda il rapporto tra uomo ed ambiente. Il calo dei consumi in tempi di crisi a quanto pare, equivale ad un calo effettivo di immondizia ed a un notevole incremento del materiale riciclato, in particolare carta e cartone: nel 2009 ne sono state infatti raccolte circa 3milioni di tonnellate, pari a 52kg a testa, consentendo cosi il riuso di circa l’80% della carta cestinata. Le regioni più sensibili alla raccolta differenziata sono state Sardegna e, con grande (ma soprattutto piacevole) sorpresa, la Campania, che, dopo il disastroso 2008 segnato dall’emergenza rifiuti, sta forse iniziando a percorrere la giusta direzione per quel che riguarda lo smaltimento, almeno questo è ciò che avviene tra i cittadini. La regione in cui invece si evidenzia ancora una scarsa diffusione della raccolta differenziata è la Sicilia, mentre Roma ed il Lazio sono in fase di perenne stasi.  

I dati del Comieco (Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi di carta) affermano che nell’ambito del packaging, a causa della crisi, si registra un calo del 9% dell’immesso, mentre, secondo indagini generali, la diffusione della raccolta differenziata di carta e cartone è cresciuta nello scorso anno del 5,4% circa, mentre dal 1999 al 2009, grazie al riciclaggio, sono state evitate ben 196 discariche, fattore che ha determinato anche notevoli benefici economici per la popolazione: tra risparmio sui costi di smaltimento, nuovi posti di lavoro sorti grazie alle nuove imprese di riciclaggio, si stima un fatturato di circa 3miliardi di euro in 10 anni, di cui 300milioni solo nel 2009. Il Comieco si propone per i prossimi anni un ulteriore obiettivo: potenziare la qualità e la quantità della raccolta differenziata, in modo da rendere più fluida la lavorazione del materiale raccolto, evitando cosi eventuali impurità. Le statistiche confermano un ruolo da leader nel settore della differenziata da parte del Nord Italia, che ha registrato un incremento pari a più del 4,3%, sommato alla costante attività di raccolta dell’ultimo decennio; ma è al Sud che si registra l’aumento più evidente (pari a più dell’11,8%, 60mila tonnellate circa).

Al centro, l’incremento è stato più basso, 2,6% circa. Come evidenziano anche le statistiche, dunque, è il Sud a registrare la crescita più importante dell’ultimo anno. Lo si può notare anche dalle statistiche specifiche di ciascuna regione: la Campania registra un incremento della raccolta di carta e cartone pari al 20,3%, con aumento di 30037 tonnellate; la Puglia cresce del 13%; il Molise addirittura del 30,9%; la Sardegna mostra invece un incremento pari al 28,5%. Tra le città spicca Bari, con una raccolta pro capite pari a 70 kg di materiale riciclabile.  L’incremento del riciclaggio è dunque un ottimo segno nell’estremo caos provocato dalla crisi economica; tuttavia, bisogna far sì che anche dopo la rinascita finanziaria del nostro paese e non solo, si continui a mantenere questa lodevole condotta ambientale. Del resto, è nei periodi di difficoltà maggiori che si scoprono le proprie qualità. Speriamo che sia la stessa cosa anche in questo caso.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Una ricerca sull’impatto ambientale delle nazioni, condotta dalle Università americane di Yale e della Columbia, misura, attraverso un indicatore (Epi), la qualità della vita: ne risulta che la ricchezza non sempre indica migliore qualità

DI PIÙ È DAVVERO MEGLIO?

In Il quinto mondo Jovanotti cantava: “Il PIL: la ricchezza misurata in consumo”. Una frase che fa pensare e ci fa chiedere: di più è davvero meglio? Cioè la ricchezza di una persona, di un popolo è misurabile soltanto come “valore dei beni e servizi prodotti in un’economia in un dato periodo di tempo”? Evidentemente no. Evidentemente, perché la nostra vita non si basa soltanto sul vile denaro. Come recitava un antico adagio “i soldi non fanno la felicità”. Un’evidenza, continuando col gioco di parole che è diventata tale con i sempre più numerosi studi sulla qualità della vita. Ricerche che dimostrano come accanto al tenore di vita si debba anche considerare la qualità della stessa. A tal proposito è interessante osservare i risultati di una ricerca condotta dalle università americane di Yale e della Columbia sull’impatto ambientale delle nazioni. Essa si basa su un indice, l’Enviromental Performance Index, che riassume le informazioni relative a 16 categorie espressive della qualità della vita umana.

Tra queste troviamo quelle concernenti la salute collegata all’ambiente (misura la mortalità infantile, la qualità dell’aria, acqua potabile e condizioni igieniche), la qualità dell’aria, la salvaguardia della biodiversità dell’habitat, la produzione di risorse naturali (il ritmo di taglio dei boschi, i sussidi per l’agricoltura, l’impoverimento delle risorse ittiche). L’ultimo accerta la sostenibilità energetica. Sulla base di questo indice è stata pubblicata una classifica di tutti i Paesi del globo. I risultati sono appunto interessanti. In testa alla classifiche non troviamo i Paesi del G8. Nelle prime cinque posizioni troviamo nell’ordine Svizzera, Norvegia, Svezia, Finlandia, Costa Rica. La grande potenza USA, sesta al mondo per Pil pro-capite si piazza solo alla 39° posizione ben dietro a Italia (24°) e Russia (28°). Dati che sicuramente fanno riflettere perché offrono una prospettiva diversa.

Una prospettiva che tiene conto anche della necessità umana che la cultura del superfluo ha messo ormai da parte. Al di là delle sempliciotte filosofie da bar su buchi dell’ozono, assenza di mezze stagioni, etc., l’EPI è sicuramente uno strumento del quale tener conto. O meglio così dovrebbe essere. Siamo sin troppo scoraggiati per poter sperare che i governi miopi d’Occidente riescano a gettare lo sguardo oltre le prossime elezioni. Ma l’opinione pubblica dovrebbe rendersi conto, almeno per onestà intellettuale e intelligenza, che di più non è poi sempre meglio. Se per raggiungere il lavoro che ci garantisce una remunerazione più che sufficiente prenderemo le peggiori malattie, che ce ne faremo delle nostre migliaia di euro? Che se ne faranno figli ammalati di abbondanti conti bancari?

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

3/07/2010

La Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi presentati da 11 Regioni contro il decreto legislativo che consente al governo di scegliere i siti in cui costruire le centrali: per il governo un ostacolo in meno verso il temuto ritorno all’ atomica

 NUCLEARE: LA CONSULTA BOCCIA I RICORSI

La Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi presentati da 11 Regioni contro il decreto legislativo che attribuisce al governo la scelta dei siti dove costruire le future centrali nucleari, dichiarandoli in parte infondati e in parte inammissibili. La decisione della Consulta semplifica quindi il cammino verso il ritorno al nucleare del governo, che ha più volte annunciato l’avvio dei lavori per le prime nuove centrali nel 2013. Insomma, sembra che il governo possa portare avanti il suo progetto nucleare quasi indisturbato. A impugnare la legge che ha conferito al governo la delega per la riapertura degli impianti nucleari in Italia erano state Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Basilicata, Lazio, Calabria, Marche, Emilia Romagna e Molise, oltre al Piemonte che però ha ritirato il ricorso nei giorni scorsi. La nuova giunta piemontese guidata dal leghista Roberto Cota ha infatti deciso di recedere subito dopo le ultime elezioni regionali.  Le motivazioni che hanno spinto i giudici a rigettare i ricorsi delle Regioni si conosceranno solo nelle prossime settimane, ma sin da ora è stato precisato che i principi e i criteri direttivi della delega non ledono il riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni.

Ci vorrà ancora il parere positivo della Conferenza unificata Stato-Regioni e del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (Cipe) per la scelta degli impianti, ma l’autorizzazione dovrà essere “unica” a livello nazionale e non a livello locale. Ma i cittadini, che già hanno detto “no” al nucleare nel referendum del 1986, che possono fare ora? Devono rassegnarsi ai rischi e ai costi esosi di un’energia che, per altro, sarà disponibile solo tra dieci anni, nel migliore dei casi? Devono assistere impotenti allo scempio dei loro territori per un obiettivo quanto mai lontano e poco promettente, mentre resta irrisolto il problema di smaltimento delle scorie delle vecchie centrali? C’è sicuramente la via del referendum, prospettata dal presidente dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, e che potrebbe portare ad un arresto definitivo di tutti i progetti, data l’opposizione della stragrande maggioranza degli italiani al nucleare. Prima di ricorrere a misure drastiche e comunque difficilmente percorribili in breve tempo, dobbiamo però riflettere su un aspetto: la Consulta ha bocciato sì i ricorsi delle Regioni, ma ha stabilito recentemente un altro criterio, fondamentale per il proseguimento dell’avventura nucleare in cui dovremmo essere affiancati da una compagnia francese (Edf).

La Corte ha stabilito che “trattandosi di iniziative di rilievo strategico, ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime”, il che significa che è lo Stato a dover decidere i siti, i tempi, i modi e le tecnologie da utilizzare nella costruzione dei reattori di nuova generazione. Si tratta di un ostacolo non da poco se consideriamo che il governo intende appaltare a privati, tramite affidamenti diretti, la realizzazione delle centrali atomiche. Lo scenario più probabile è quindi quello di una lunga attesa per un’energia che forse non sarà realizzabile, ma che nel frattempo soppianterà, nell’agenda del governo e nel budget messo a disposizione dal ministero del Tesoro, quelle più economiche e pulite provenienti dal sole, dal vento e dal mare. In tempi di crisi, è difficile infatti che un esecutivo votato al nucleare possa investire cospicuamente nelle fonti rinnovabili, malgrado esse abbiano già provato, in altri paesi, grande efficienza, affidabilità ed efficacia.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Il bioetanolo è un carburante simile alla benzina che viene ricavato dai vegetali, principalmente mais e canna da zucchero: in Brasile è già una realtà avviata, in Italia prova a sfondare, ma restano ancora molti dubbi da risolvere

PRO E CONTRO DEL CARBURANTE VEGETALE

Il bioetanolo è un carburante combustibile molto simile alla benzina, ricavato da vegetali come la canna da zucchero o il mais, o semplicemente da vari scarti sempre di natura vegetale. La caratteristica principale del bioetanolo è che esso fornisce circa il 30% in più di energia rispetto a quella necessaria per produrlo, mentre l’emissione di gas nell’aria, nel momento in cui il bioetanolo viene sfruttato in tutte le sue funzioni, è di circa il 30% inferiore rispetto a quella che normalmente viene immessa da un carburante normale. Negli scorsi anni si è parlato di costruire un impianto del genere nei pressi di Alessandria, per essere più precisi sul territorio di Rivalta Scrivia, frazione di Tortona. L’impianto, che doveva essere realizzato entro la fine del 2009, ha però incontrato la ferma opposizione dei cittadini locali, che da subito si sono mobilitati sul proprio territorio protestando per il forte impatto ambientale che l’impianto poteva avere.

Alla fine del 2009, molti erano i giornali che riportavano titoli come questo: “Davide ha sconfitto Golia: la comunità locale ha vinto sul bioetanolo”, dato che in seguito alle proteste molti imprenditori avevano rinunciato al progetto. Pochi giorni fa, però, alcune emittenti radiofoniche nazionali hanno trasmesso la notizia di un’imminente apertura di impianti a bioetanolo in Piemonte. Dunque è ancora tutto da decidere. Prima che si scatenasse il malcontento della popolazione, erano a dir poco rosee le aspettative degli imprenditori che avevano investito sul progetto; in particolare, Guido Ghisolfi, vice presidente del gruppo M&G, azienda multinazionale chimica, annunciò con orgoglio la costruzione del primo impianto in grado di produrre fino a 200 tonnellate l’anno di bioetanolo, pari a circa il 20% del fabbisogno nazionale imposto dalla Commissione Europea.

Sempre il dott. Ghisolfi afferma che il bioetanolo costituisce la soluzione ideale per far fronte sia all’enorme richiesta di energia da parte dei paesi in via di sviluppo e di quelli già industrializzati, che per la riduzione dei gas serra nell’atmosfera. Sarebbe dunque un’ottimale “via di mezzo” secondo i responsabili del progetto. Il carburante di origine vegetale è inoltre molto diffuso in Brasile, tra i primi produttori al mondo di questo particolare combustibile. La produzione di bioetanolo dipende anche dall’agricoltura: è infatti da cereali e varie radici che si produce questo particolare carburante, e dunque, se l’imprenditore agricolo comprende l’effetto fortemente remunerativo di questo nuovo modo di produrre energia, ne consegue che gran parte delle sue produzioni vengano vendute a chi realizza il bioetanolo.

E dopo, cosa succederebbe? Meno frutta e verdura sul mercato e prezzi alle stelle, data la scarsità del prodotto. Allora ci si chiede se il bioetanolo sia davvero la soluzione giusta per far fronte ad una crisi sempre più imminente. È tuttavia rincuorante sapere che, sempre ad Alessandria, è stato da poco inaugurato un Centro Politecnico per la ricerca e produzione di energia rinnovabile, in primis energia solare. È grazie ad iniziative come questa che il Piemonte, insieme alla Toscana, si distingue in Europa per il suo impegno a favore dell’Ambiente, portando un po’ di luce alla tanto oscura ribalta italiana. Ed è di questa fama che abbiamo decisamente bisogno, e non parliamo solo del nostro Paese.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI GIUGNO

26/06/2010

In Algeria, il governo della regione dell’Adrar e l’Istituto per le conoscenze tradizionali hanno finanziato un progetto per la rinascita di 80 oasi nel Sahara: un metodo a impatto zero contro la piaga della desertificazione

“FOGGARA”: TRADIZIONE CHE SALVA L’AMBIENTE

Il governo regionale dell’Adrar, in Algeria, e l’Itki (International Traditional Knowledge Institute), con sede a Firenze voluta dall’Unesco, hanno fortemente voluto e finanziato la rinascita di ottanta oasi nel deserto del Sahara, grazie ad un’antica tecnica riportata in auge. A rinascere non saranno soltanto le oasi, ma anche i graffiti risalenti al Paleolitico, importante testimonianza del fatto che l’area non era desertica. Il governo algerino ha stanziato circa cinque milioni di euro per il recupero delle cosiddette “foggara”, gallerie sotterranee in grado di trasformare l’umidità notturna in acqua: si tratta di un reticolato di gallerie sotto il suolo desertico, che cattura la condensazione dovuta all’umidità direttamente dalle pietre. Il metodo delle “foggara” è indispensabile anche per non intaccare le falde d’acqua fossile, quelle cioè che non si rigenerano né con le piogge né con l’umidità; inoltre, i lavori per la costruzione di queste gallerie saranno condotti da aziende ed associazioni locali con materiali tradizionali. Le stesse aziende provvederanno anche in futuro alla lavorazione ed all’eventuale restauro delle “foggara”.

Da sottolineare è anche l’enorme risparmio energetico (in termini di gas serra) che la lavorazione tradizionale consente. Le “foggara” potrebbero anche sostituire i pozzi profondi diffusi in tutto il Sahara per ottenere acqua, pozzi che richiedono lavori di scavo dispendiosi, lunghi e non sempre redditizi per il fabbisogno delle popolazioni locali. Per ora si parla di circa ottanta “foggara” recuperate, per altrettante oasi verdi; si tratta di oasi disposte a nastro lungo tutto il Sahara, ma anche di oasi, per cosi dire, “isolate”. Quella più importante si trova in un’area priva di centri abitati, su una superficie di circa 150 kmq. Essa è abitata da 50 famiglie, che non si sono volute trasferire in città, dal momento che il restauro della “foggara” consentirà al palmeto dell’oasi di sopravvivere e di approvvigionare tutto il villaggio. È proprio in quest’area che è stato ritrovato un graffito raffigurante elefanti, a testimonianza del fatto che circa 15 millenni fa il Sahara era un’enorme area verde.

Il dramma della desertificazione colpisce ormai vaste zone della terra: ben 100 paesi, per un totale di un miliardo di abitanti, sono colpiti dalle conseguenze catastrofiche di questo fenomeno. Il continente che soffre maggiormente dei danni della desertificazione è ovviamente l’Africa, in cui circa il 73% delle terre coltivate è a rischio. Il recupero delle “foggara”, dunque, non solo è un’occasione di rinascita per il continente africano, ma rappresenta anche un tipico esempio di sviluppo sostenibile, in quanto non implica alcun dispendio energetico od economico dannoso per l’ambiente. Ancora una volta è la tradizione ad irrompere nella modernità per salvare il salvabile, dimostrandoci che non sempre la tecnologia avanzata e le risorse energetiche non rinnovabili portano al progresso. La rivoluzione deve forse partire proprio da qui.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Dopo l’inaugurazione simbolica, avvenuta a dicembre scorso, del cantiere per i lavori del ponte sullo Stretto, ed il silenzio che ne seguì, il premier Berlusconi ribadisce che il ponte si farà: ma il fronte del No non demorde

IL MOSTRO DI CEMENTO SI È RIDESTATO

Se ne parla da anni, da decenni, la possibilità di unire l’Italia tramite un ponte tra la Sicilia e la Calabria è stata più volte palesata dai politici italiani che si sono susseguiti nel tempo, per essere poi sempre accantonata per le innegabili complicazioni che un simile progetto porta con sé. Complicazioni dovute per lo più alla peculiarità della zona in cui il ponte dovrebbe sorgere. Lo Stretto di Messina ha infatti un fondale fortemente instabile, a causa di una faglia sottomarina, e correnti marine molto forti generate dall’incontro del Mar Ionio con il Mar Tirreno. A voler andare ancor più indietro nel tempo e volendo essere più precisi, i primi tentativi di congiungere la Sicilia al resto dell’Italia sembrerebbero risalire a molti secoli fa: Plinio il Vecchio racconta infatti, in una sua opera, di un ponte di barche e botti costruito, per volontà del console Metello, al fine di consentire il transito dalla Sicilia di 140 elefanti tolti ai cartaginesi. Negli ultimi anni la possibilità di unire fisicamente l’Italia è andata sempre più concretizzandosi. Lo scorso gennaio, in occasione di un convegno organizzato dal comune di Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Altero Matteoli, ha presentato il titanico progetto.

Una campata centrale di 3.300 metri sospesa su due piloni alti oltre 382 metri posti sulle due sponde da congiungere: Cannitello, in Calabria, e Ganzirri, in Sicilia. Un progetto che, se da un lato sembra incontrare il favore e l’entusiasmo di una parte della classe politica italiana, di certo ha scatenato il malcontento di tantissimi cittadini, per lo più siciliani e calabresi. Il fronte del No è notevolmente variegato ed adduce moltissime motivazioni diverse tra loro. Ci sono messinesi “nostalgici” per lo più preoccupati di doversi privare di uno scorcio di mare indubbiamente molto bello e senza dubbio tra i più frequentati nelle estati messinesi. Ci sono gli ambientalisti che, oltre ad addurre le succitate problematiche ambientali della zona, fanno presente quanto potrebbero essere gravi le conseguenze di un’effettiva realizzazione del ponte. I lavori necessari infatti potrebbero comportare un aggravarsi del dissesto idrogeologico del territorio messinese e calabrese, due territori che, già nel corso dello scorso inverno, sono stati afflitti da notevoli problematiche di questa natura. Inoltre le emissioni di gas di scarico tenderebbero inevitabilmente a salire laddove, anziché un traghetto ogni mezz’ora, ci sarebbe un flusso più o meno continuo di autovetture.

Sempre sotto il profilo ambientale non va dimenticato poi che l’installazione del ponte finirebbe con il compromettere l’equilibrio dell’ecosistema marino. Sempre a sostegno del No intervengono motivazioni più prettamente sociali. Dalla considerazione che una simile opera è in definitiva inutile, dal momento che il transito dello Stretto è negli ultimi anni in calata, alla ben più pressante considerazione che sono altre le opere davvero necessarie in Sicilia ed in Calabria. Oltre all’inaccettabile situazione in cui versa la Salerno-Reggio Calabria ed ai già citati problemi idrogeologici di ambedue le regioni interessate, sarebbero molti altri gli interventi da portare avanti in quella parte d’Italia sempre più spesso dimenticata. Si tende per esempio ad ignorare che in alcune zone della Sicilia a tutt’oggi, nel  2010, ci sono ancora problemi idrici o che la linea ferroviaria siciliana versa in condizioni a dir poco fatiscenti. Eppure, nonostante le varie manifestazioni portate avanti dal “fronte del no”, lo scorso dicembre il cantiere è stato inaugurato con la simbolica posa della prima pietra a Cannitello, dopodiché è calato il silenzio. Improvvisamente non si è più sentito parlare del mostro di cemento che sino a quel momento era sulla bocca di tutti.

Un silenzio interrotto lo scorso 21 giugno dall’ennesima manifestazione No ponte. I manifestanti si sono recati presso la trivella per contrastare le indagini geognostiche necessarie alla redazione del progetto definitivo del ponte. Appena due giorni dopo il più grande sostenitore del ponte, Silvio Berlusconi, destatosi dal suo mutismo in argomento, è tornato a parlarne sottolineando la sua ferma intenzione di realizzarlo ed attribuendo la lentezza con cui progrediscono i lavori all’ormai consueta crisi. Un intervento che, giungendo così troppo a ridosso della manifestazione, sembra quasi voler spegnere le speranze di chi crede ancora che in Italia la volontà popolare abbia un qualche peso; “manifestate pure, tanto alla fine decido io”, sembra quasi il messaggio che il premier ha voluto diramare. Intanto i “nemici del ponte” non si fanno intimorire e hanno già programmato un’altra manifestazione per il mese di luglio, per contestare la scelta di assegnare ad Eurolink uno stabile dell’area di Papardo. Forse l’unico modo di riassegnare valore alla volontà popolare è quella di aderire davvero in numerosi a questo genere di iniziative. Il mare, le coste, la sicurezza e persino i soldi che nel ponte sarebbero investiti sono di tutti noi.

Anna Serrapelle –ilmegafono.org

 

 

19/06/2010

I rifiuti derivanti da prodotti tecnologici (cellulari, computer, ettrodomestici, ecc.) sono altamente inquinanti e richiedono procedure e sistemi di smaltimento appropriati: un decreto legge, appena entrato in vigore, stabilisce nuove regole

SCARTI TECNOLOGICI: QUALCOSA SI MUOVE

Lo smaltimento di rifiuti, per cosi dire, “tecnologici”, non è sempre trattato con la dovuta attenzione, eppure, sono proprio gli scarti di tecnologia (cellulari ormai fuori uso, vecchi processori, web cam e mouse superati) a rappresentare uno dei maggiori rischi ambientali dovuti ad uno smaltimento poco attento dei rifiuti. Se, fino a poco tempo fa, gli scarti di tecnologia erano destinati ad essere compresi tra i rifiuti non riciclabili, oggi dovranno essere depositati presso un apposito “ecocentro” comunale, almeno questo è ciò che succede a Milano. Tuttavia, a partire dal 18 giugno, un decreto legge, soprannominato dagli addetti ai lavori “Uno contro uno”, cambia le carte in tavola. Il decreto in questione non riguarda soltanto i consumatori, ma anche le attività commerciali che hanno venduto determinati prodotti elettronici: il cliente non sarà più obbligato a portare il congegno elettronico fuori uso presso l’isola ecologica a proprie spese, perché esso sarà ritirato gratuitamente dal negozio in cui sarà acquistato un nuovo prodotto. Fino all’anno scorso, questo era un servizio offerto soltanto da alcuni negozi, ma con la nuova legge diventa obbligatorio per tutti gli esercizi commerciali specializzati.

Dopo il ritiro del congegno da riciclare, la spazzatura elettronica sarà consegnata ai Consorzi di Riciclo, che lo scorso anno hanno raccolto circa 193 milioni di rifiuti elettrici ed elettronici, di cui solo 30 milioni circa erano congegni di dimensioni ridotte, poiché i microchip ed altri piccoli apparecchi, spesso sono sfuggiti ai Consorzi, o comunque a chi decideva di riciclarli, venivano gettati tra i rifiuti comuni. Con il decreto “Uno contro Uno” saranno riciclati anche i piccoli congegni. La maggioranza dei rifiuti elettrici ed elettronici sono televisori, frigoriferi e lavatrici, molto poche invece le lampadine ad alto rendimento, che dovrebbero essere riciclate con maggior frequenza data la cospicua presenza di mercurio, materiale dannosissimo per l’ambiente e per la salute dell’uomo. Il riciclaggio di vecchi televisori ha permesso, inoltre, ad un’azienda di Bologna (il “Gruppo Concorde”) di realizzare una linea di piastrelle utilizzando il vetro degli schermi, senza dover estrarre il feldspato. L’ingegnosa scoperta ha fatto sì che l’azienda bolognese abbia ottenuto finanziamenti dall’Unione Europea, che segnala l’Italia tra i principali stati membri impegnati nel riciclaggio di tv e simili; forse perché ne siamo anche tra i maggiori consumatori.

Sorprendente è anche il riutilizzo dei vecchi cellulari: all’interno, infatti, contengono metalli preziosi come l’oro, l’argento ed il palladio, che in passato venivano puntualmente eliminati per la mancanza di siti di riciclaggio idonei, oppure, come rivela uno studio condotto a Berlino, nella fase di riciclaggio, venivano spesso buttati via perché i congegni magnetici che separano i metalli, non riuscivano a riconoscere quelli preziosi. Un eventuale recupero di tali metalli consentirebbe un guadagno non indifferente per ogni tonnellata di rifiuti riciclata. Anche le lampadine ad alto rendimento saranno interessate da nuovi sistemi di riciclo, data la massiccia produzione: la presenza di mercurio implica un diverso trattamento di riciclaggio, poiché il vetro viene riutilizzato in modo tradizionale, mentre il mercurio, pericoloso per la salute, viene trattato in modi diversi, ma non per produrre nuove lampadine.  Il nuovo decreto legge, se da un lato incentiva il riciclaggio dei congegni elettronici, dall’altro porta anche ad un maggiore consumo dei suddetti, ma almeno possiamo contare su un efficace riutilizzo dei nostri scarti elettronici. È già un importante passo verso il futuro.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Pubblichiamo l’articolo di Greenpeace Italia sulla sigla dell’Accordo, tra Italia e Francia, per proteggere le Bocche di Bonifacio dal transito di navi con carichi pericolosi: ora si attende la realizzazione concreta di un piano di tutela

UN’ALTRA VITTORIA DI GREENPEACE!

Il 15 giugno il Ministro dell’Ambiente italiano, Prestigiacomo, e quello francese, Borloo, hanno firmato l’Accordo per richiedere il divieto di transito per le navi che trasportano carichi pericolosi nelle Bocche di Bonifacio. È una vittoria per il mare e per la nostra campagna!  La cerimonia per la firma è avvenuta nel porto di Palau, alla presenza di autorità locali e rappresentanti di Greenpeace. Proprio in questa zona di mare quasi un anno fa, infatti, sulla nostra “Rainbow Warrior” con i sindaci della sponda sarda e corsa, avevamo lanciato un appello ai Ministri per proteggere questo tratto di mare.

All’accordo adesso deve seguire un piano preciso per presentare nel più breve tempo possibile all’Organizzazione Marittima Internazionale (OMI) una proposta per tutelare le Bocche dai traffici navali a rischio e avviare i meccanismi necessari per la creazione di un Parco Marino Internazionale sardo-corso delle Bocche di Bonifacio. Purtroppo, la storia insegna che non sempre la firma di un accordo è sufficiente. L’accordo firmato da Francia e Italia nel 1999 per la creazione del Santuario dei Cetacei “Pelagos”, all’interno del quale si trovano le Bocche di Bonifacio, è tristemente famoso per non aver portato a nessuna reale protezione dell’area.

Da anni denunciamo lo stato di degrado della zona, dove i cetacei stanno sparendo. Ora ci aspettiamo che l’Italia faccia un salto di qualità nelle politiche di tutela del mare sia a livello nazionale che nell’ambito di processi internazionali come la Convenzione di Barcellona. Per salvare il nostro mare non servono parchi di carta, ma una rete di riserve marine che protegga veramente aree chiave come le Bocche, il Santuario dei Cetacei o il Canale di Sicilia.

Greenpeace Italia

 

 

12/06/2010

Breve inchiesta sulla gestione dei rifiuti nella città del ministro dell’Ambiente, da cui emerge una situazione disastrosa che rischia di esplodere, tra Ato che non funzionano e sprecano denaro, discariche abusive e centri di raccolta chiusi 

RIFIUTI A SIRACUSA: UNA BOMBA AD OROLOGERIA

La situazione rifiuti a Siracusa è disastrosa. Eppure la città di Archimede vanta un record considerevole: è la città dove si paga la TARSU più cara d’Italia,. I due Ato (Siracusa 1, che include il capoluogo e i 15 comuni dell’area nord, e Siracusa 2, comprendente i 5 comuni della zona sud) sono solo fonte di sprechi e non funzionano come dovrebbero. La città siracusana spende ben 6 milioni di euro per conferire i rifiuti nella discarica privata di Costa Gigia-Augusta. Per far fronte all’emergenza rifiuti, è stato predisposto un programma di raccolta differenziata porta a porta, che però è stato avviato di recente, con buoni risultati, solo in alcuni comuni, cosicché le percentuali della differenziata nell’intera provincia rimangono bassissime, fatta eccezione per Noto e Pachino, che in pochi mesi hanno raggiunto rispettivamente il 30% e il 15%, grazie ad una buona informazione e all’efficienza del servizio. Siracusa, invece, è ferma al 5%, una percentuale davvero ridicola. D’altra parte le istituzioni sono immobili, rinviano di continuo interventi di comunicazione e di organizzazione per l’avvio di un serio programma di raccolta differenziata.

La gestione attuale è pessima, con cassonetti che scarseggiano, spesso pieni zeppi ed inutilizzabili, perché magari per giorni nessuno passa a svuotarli. Nel capoluogo, inoltre, l’anno scorso, sono anche state acquistate 500 compostiere per il riciclaggio dell’umido (a Siracusa non si ha la minima idea di cosa sia la differenziazione dell’umido, dato che non ci sono nemmeno appositi contenitori per questa tipologia di scarto): di queste compostiere oggi si sono perse le tracce. Ennesimo spreco di soldi pubblici. I centri di raccolta, poi, sono un’altra questione spinosa. Quello di Siracusa, sito sulla strada provinciale che porta a Cassibile, è chiuso da mesi per alcune carenze strutturali, quelli di Francofonte (realizzato due anni fa) e Floridia (tre anni fa) non hanno mai aperto. La scarsa percentuale di differenziazione dei rifiuti produce, come è ovvio, un intasamento delle discariche che rischia di far esplodere la situazione.

Già due anni fa, quando la vecchia discarica comunale era piena (quella di Costa Gigia, che è privata, non era ancora aperta), per giorni Siracusa è rimasta in mezzo ai cumuli di rifiuti, perché i mezzi della nettezza urbana erano bloccati, non avendo un luogo in cui trasportare la spazzatura. Si optò allora per il trasferimento temporaneo nella discarica di Motta S. Anastasia (Catania), con costi ovviamente più elevati per i cittadini. In questo quadro desolante, si aggiunga anche la piaga delle discariche abusive, che proliferano su tutto il territorio e contro cui è nata una task-force su iniziativa della Procura di Siracusa. Si registra anche una presenza copiosa di amianto nelle città e nelle campagne, la cui rimozione è scoraggiata dagli alti costi di smaltimento che indirettamente favoriscono l’incivile soluzione “fai-da-te”.

Un altro aspetto irritante è quello degli inerti edilizi, con molte ditte che ricevono dal cliente i soldi per lo smaltimento degli inerti e poi se ne liberano in maniera abusiva ed illegale, traendo così un guadagno aggiuntivo. Infine, c’è il problema della bonifica, prevista dall’accordo di programma e non ancora realizzata, di oltre 200 ettari di territorio contaminati da anni di sversamento di rifiuti industriali altamente tossici. Insomma, la situazione è critica e rischia di esplodere nuovamente come due anni fa e di raggiungere i livelli di Palermo, dove il momento è critico. E dire che in questa città abbiamo addirittura un ministro dell’Ambiente…

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

Il comune di Gela è una tra le aree più inquinate al mondo, secondo uno studio del CNR che spiega gli elevati tassi di mortalità per tumori e malformazioni: tracce di metalli pesanti superano del 1600 per cento i valori limite

GELA: SCATTA L’ALLARME ARSENICO!

Allarmante e semplicemente inaccettabile. Ecco come si delinea la situazione che emerge dall’ultima ricerca promossa dall’Oms, dal Cnr e dalla Regione Sicilia riguardo gli effetti dell’inquinamento monitorati nei comuni di Niscemi, Gela e Butera. Sebiomag, questo il nome del rapporto, coordinato da Fabrizio Bianchi, epidemiologo del Cnr di Pisa, dal quale affiora non soltanto che il comune di Gela è una tra le aree più inquinate al mondo ma anche che, nel sangue dei campioni oggetto della ricerca, ci sono veleni dai valori elevatissimi. Importanti quanto impressionanti i dati che spiegherebbero in maniera chiara le cause di una percentuale così elevata di tumori e malformazioni, nonché l’alto tasso di mortalità. Dall’arsenico al piombo, dal rame al mercurio: questi i metalli pesanti rilevati dal biomonitoraggio e trovati nel sangue del 20% del campione, composto da 262 persone dai 20 ai 44 anni. “La stima prudenziale è quella di alcune migliaia, 10-13 mila persone”, deduce Bianchi. Per la prima volta, i ricercatori, attraverso un approccio multidisciplinare, hanno in mano un indiscutibile nesso tra inquinamento del territorio e mortalità in eccesso.

La gravità della situazione sta nel fatto che sono stati superati di diversi ordini di grandezza i limiti previsti nelle specifiche normative ambientali: si pensi che nelle urine il livello di arsenico supera del 1.600 per cento il tasso limite. Il d.lgs.152/2006 rappresenta attualmente il più importante testo normativo in materia di danno ambientale. Gli inquinanti migrano da un comparto ambientale all’altro (dall’aria, al suolo, alle acque) e la popolazione può essere esposta ad una combinazione di inquinanti che interagiscono nell’ambiente e nel corpo umano. L’assorbimento dell’arsenico inorganico avviene per inalazioni di polveri, per ingestione di acqua e di alimenti. I valori alterati si spiegano conoscendo la vita e le esposizioni particolari delle persone (lavoro in agricoltura o industria, abitudini alimentari). Rilevante il fatto che i territori formalmente perimetrati dal ministero dell’Ambiente nel SIN (Sito di Interesse Nazionale) per le bonifiche, riguardano non soltanto il sito industriale ma anche diverse aree pubbliche. Le bonifiche già partite sono poche e la stragrande maggioranza dei veleni resta a terra.

“Siamo ancora alle conferenze istruttorie. Bisognerebbe accelerare l’iter, anche perché l’arsenico è un composto che non rimane a lungo nel corpo. Le grandi quantità che abbiamo trovato dimostrano che l’esposizione è tuttora in corso”, dice Bianchi, che con i suoi collaboratori ha dato la disponibilità ad iniziare subito una seconda fase di indagine, Sebiomag2, sollecitando le autorità competenti ad incentivare, stavolta, un protocollo mirato ad identificare la natura organica o inorganica dell’arsenico, tossica o quindi cancerogena. Nel frattempo dal mese di febbraio è partita l’attività del Registro tumori della provincia di Caltanissetta, un progetto finanziato per 540 mila euro in tre anni dall’amministrazione nissena. Il comitato scientifico studierà le cause di morte o la tipologia della malattia, se in corso, cercando di unificare le politiche in campo sanitario anche attraverso lo svolgimento di workshop per elaborare modelli specifici di intervento. Verranno organizzate attività d’informazione e formazione per medici, operatori sanitari, sociali e sociosanitari della provincia.

A questo punto accedere all’utilizzo di strutture sanitarie territoriali per esami preventivi, diagnosi e cure dovrebbe forse considerarsi un po’ più semplice ed efficace. Ma ciò che va sottolineato in tutto questo è che la condizione di pericolo e danno alla salute della popolazione, evocato in circa 40 anni d’industrializzazione nel territorio di Gela e paesi limitrofi, non è per niente un’emergenza nuova, tanto che sarebbe inopportuno oggi nascondere dietro critiche velate la mancanza di risposte adeguate da parte di politiche nazionali e regionali al riguardo. Per non parlare poi delle Direttive comunitarie che non vengono attuate o tardano ad attuarsi e delle Convenzioni internazionali per la protezione dei diritti dell’uomo che restano ancora un miraggio lontano. Solo una cosa allora resta da fare alla luce dei risultati degli ultimi studi e delle mancanze inaccettabili della politica: pretendere.

Sara Spartà –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI MAGGIO

29/05/2010

In occasione del “Salone del libro” di Torino, Greenpeace ha scoperto che il 55% degli editori italiani non conosce l’origine della carta dei loro libri, acquistata da un’azienda responsabile della deforestazione in Indonesia

PAGINE CHE PROFUMANO DI SCEMPIO

Il recente “Salone del libro”, tenutosi a Torino, non è stato soltanto occasione per promuovere al pubblico le novità editoriali di autori famosi e non, ma è stato anche importante palcoscenico di denuncia, per cosi dire, dell’associazione ambientalista Greenpeace, conosciuta in tutto il mondo. Greenpeace, infatti, ha condotto un’indagine per chiedere agli editori presenti a Torino se sanno da dove proviene la carta utilizzata per i propri libri e se rispettano le norme mondiali per la salvaguardia delle foreste. Dopodiché è stata stilata una classifica relativa all’indagine in questione. Da tale ricerca è emerso che la maggior parte degli editori ignora la provenienza della propria carta e, di conseguenza, anche gli eventuali danni arrecati all’ambiente. Molti editori, infatti, non sanno se l’acquisto di carta da stampare incrementi i commerci dell’Asian Pulp and Paper, azienda con sede in Indonesia, seconda produttrice di carta al mondo.

Ebbene, l’azienda indonesiana è tra le maggiori responsabili della deforestazione sul territorio di Sumatra, causa per la quale oggi l’Indonesia è tra i maggiori produttori di anidride carbonica (non solo carta, dunque): per ogni tonnellata di cellulosa prodotta si liberano nell’atmosfera circa 34 tonnellate di anidride carbonica, proporzione assai poco vantaggiosa per l’ambiente! L’Asian Pulp and Paper ha dato il meglio di sé nel corso degli anni Ottanta, mentre oggi, la maggiore sensibilizzazione nel mondo all’utilizzo di materiali riciclati e la diffusione sempre più cospicua di materiale digitale hanno allentato la distruzione delle foreste e dunque la produzione di CO2, anche se la situazione resta comunque preoccupante. L’Italia risulta essere il maggior cliente dell’Asian Pulp and Paper: produciamo tanti libri e cerchiamo di promuovere la lettura. Un’azione onorevole, senza dubbio, ma come al solito dev’esserci sempre un’altra spiacevole faccia della medaglia, che aggrava la nostra situazione agli occhi degli ambientalisti e non solo.

Soltanto il 6% degli editori italiani (tra cui spiccano Bompiani, Fandango, Hacca e Gaffi) utilizza carta ecologicamente sostenibile, aderendo infatti al progetto di Greenpeace “Editori amici delle foreste”. Il 55% degli editori, dunque la stragrande maggioranza, ha risposto di non conoscere con precisione la provenienza della carta utilizzata, ed in questo 55% sono compresi i maggiori editori italiani, come Rcs Libri, Mondadori, Gruppo Giunti, Gruppo Mauri Spagnol, che da soli valgono più della metà del mercato. La restante parte degli editori ha dimostrato di non essere poi così interessata al problema, tanto da non rispondere nemmeno all’intervista di Greenpeace; tra questi nomi, spicca, con grande sorpresa, il nome della famosissima Feltrinelli. Anche la cultura, o comunque, ciò che noi pensiamo debba istruire e sensibilizzare alle questioni più importanti i cittadini, non sempre dimostra di essere all’altezza del proprio ruolo, e ci si stupisce se a macchiarsi di tale disattenzione sono proprio quelle case editrici da sempre al centro dell’attenzione (ma anche della fiducia) del pubblico.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Pubblichiamo la nota di Greenpeace con cui si annuncia un importante risultato che premia le numerose battaglie ed iniziative di protesta condotte negli ultimi 30 anni dagli attivisti: i russi bloccano le importazioni di scorie francesi

STOP ALL’ESPORTAZIONE DI SCORIE DALLA FRANCIA ALLA RUSSIA

Abbiamo scoperto che la multinazionale francese del nucleare Areva sta per bloccare l’esportazione delle sue scorie in Russia. I russi, nonostante il contratto con Areva scadrà solo nel 2014, hanno deciso di sospendere la collaborazione che dura dal 1972. Una vittoria della nostra campagna anti-nucleare. Dagli anni ‘80 a oggi abbiamo portato avanti numerose azioni di protesta per chiedere l’immediato blocco delle esportazioni di scorie nucleari in Russia. Queste denunce hanno avuto finalmente effetti reali. Areva oggi cerca di far credere che lo stop era già stato deciso da molto tempo. Né Areva né la società nucleare russa Rosatom hanno, però, chiarito le ragioni della cessazione anticipata di questo traffico ingiustificabile di scorie che si è svolto tranquillamente per anni.

Secondo i dati del governo russo, tra il 2006 e il 2009, sono state inviate in Russia 32.000 tonnellate di materiali radioattivi e ne sono state rispedite solo 3.090 dalla Russia alla Francia. L’esportazione di rifiuti nucleari in Russia è illegale: non solo viola la legge russa di protezione dell’ambiente del 1989, che proibisce l’importazione di scorie nucleari, ma anche la direttiva europea del 2006, che regola la sorveglianza e il controllo dei trasporti di rifiuti radioattivi e di combustibile nucleare irraggiato.

La direttiva europea prevede che chi spedisce all’estero i rifiuti nucleari debba assicurarsi delle condizioni in cui i rifiuti vengono gestiti nei Paesi destinatari. Al momento né Areva né l'azienda elettrica EDF e neanche le stesse autorità di sicurezza nucleare francesi (ASN) sono in condizioni di misurare le condizioni di sicurezza in Russia, come confermato dalla stessa ASN. Per questo abbiamo denunciato alla Commissione europea che queste esportazioni violano una direttiva europea.

Greenpeace

 

 

22/05/2010

Uno dei sogni dell’uomo, nel suo rapporto con l’ambiente, è stato sempre quello di poter controllare a proprio vantaggio i fenomeni atmosferici, primo fra tutti la pioggia: un team di studiosi sta provando a realizzarlo

DOMINARE LE NUVOLE PER COMBATTERE LA SICCITÀ

Combattere siccità, uragani e regolare le precipitazioni di pioggia è sempre stato uno dei grandi “sogni” della scienza: oggi sembra possibile, grazie agli studi ed ai successivi esperimenti effettuati da un team di studiosi presso l’Università di Ginevra. L’intrigante novità è stata diffusa dalla rivista Nature Photonics. Il sistema progettato dagli studiosi di Ginevra prevede una sorta di “bombardamento” a laser sulle nuvole, partendo da ogni direzione, dall’alto e dal basso, grazie ad appositi aerei. L’esperimento è stato dapprima condotto in laboratorio, utilizzando una stanza ad altissima umidità (condizione tipo di una nuvola) vicina al livello di saturazione; successivamente, è stato utilizzato un “cannone laser” in questa atmosfera, tanto che l’energia liberata dal laser ha eccitato le molecole di gas, che a loro volta hanno dato forma ad una sorta di nucleo di condensazione intorno ad esse; su questi nuclei di condensazione si sono venute a formare minuscole gocce d’acqua.

L’esperimento, poi, è stato ripetuto nei cieli sopra Berlino, senza ottenere risultati visibili; tuttavia, gli esperti affermano che le dimensioni e la densità delle molecole d’acqua sono variate in modo positivo, per cui si può ben sperare per la riuscita dell’esperimento. Per conseguire fini pratici evidenti, dunque, c’è ancora molta strada da fare: come ricorda il dott. Sandro Fuzzi, membro di un team di scienziati con sede a Bologna (Isac Cnr), “il laser agisce su un solo punto della nuvola, per ottenere risultati effettivamente visibili ci sarebbe bisogno di un bombardamento a vasto raggio di chilometri su tutta la nuvola”. Dunque, l’utilizzo e l’espansione dei raggi laser dipendono dagli effetti che si desidera ottenere. Lo stesso dott. Fuzzi ha dichiarato che si tratta comunque di un notevole passo in avanti per la scienza in ambito climatico-ambientale. L’esperimento condotto dal team di Ginevra ha origini piuttosto “antiche” in termini di scienza: esso, infatti, risale ad una prova compiuta nel 1924, le cui tecniche sono andate via via affinandosi nel corso dei decenni.

Oggi per il bombardamento laser si utilizza lo ioduro d’argento, in grado di formare cristalli di ghiaccio, utili per la formazione di nuclei di condensazione che producono poi pioggia e neve abbondanti. La manipolazione dell’uomo sul clima può, ad ogni modo, assumere funzioni sbagliate, come è già successo nel corso della Guerra Fredda: scienziati americani tentarono, infatti, attraverso l’“Operazione Popeye”, di controllare il clima del Vietnam del Nord, rendendo così impraticabile la zona nei pressi della capitale Ho Chi Min City, che sarebbe stata colpita da violenti monsoni. L’operazione, fortunatamente, non ebbe molto successo, per cui gli esperimenti per la manipolazione del clima presero direzioni differenti e più sensate. L’uomo non è ancora riuscito a soggiogare del tutto le nuvole, ma l’esperimento di Ginevra porta a ben sperare. Chissà se in futuro sarà definitivamente debellato il problema della siccità. Come sempre riponiamo massima fiducia nella scienza.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

La Fee (Fondazione per l’Educazione Ambientale) ha reso nota la lista delle località costiere premiate con le Bandiere Blu: per la Sicilia appena 4 Bandiere, nessuna a Siracusa, stretta nella morsa dell’incuria  e delle chiusure abusive

BANDIERE BLU: SIRACUSA NON PERVENUTA

Si avvicina l’estate e, come ogni anno, cominciano ad essere diffuse le classifiche sulla qualità delle coste. Una qualità certificata attraverso riconoscimenti vari, tra cui le ormai note Bandiere Blu, che vengono assegnate dalla Fee (Foundation for Environmental Education) alle località costiere europee, sulla base di criteri che tengono conto di diversi parametri relativi sia alle acque di balneazione che ai servizi offerti. Esistono due categorie di Bandiere Blu: una relativa alle spiagge, che premia la pulizia dei lidi e delle acque di balneazione, ed una relativa agli approdi turistici, che premia la pulizia delle acque adiacenti ai porti e l’assenza di scarichi fognari.  In Italia, una decina di giorni fa, la Fee (che in italiano prende il nome di Fondazione per l’Educazione Ambientale), in collaborazione con il Cobat (Consorzio nazionale batterie esauste), ha reso nota la lista delle località italiane premiate con le Bandiere Blu. Scorrendo la lista, si scopre che la Liguria trionfa con ben 17 Bandiere, seguita da Toscana e Marche con 16 e dall’Abruzzo con 13, appena una lunghezza sopra la Campania (12), mentre più staccate sono l’Emilia-Romagna e la Puglia (8). Ciò che maggiormente colpisce, però, è vedere regioni “marittime” come Sicilia, Calabria e Sardegna agli ultimi posti, insieme a Friuli, Molise e Basilicata. Andando poi a guardare nello specifico la Sicilia, ci si accorge rapidamente che delle 4 Bandiere Blu assegnate nessuna riguarda la provincia di Siracusa, nonostante i numerosi chilometri di costa compresi nel nostro territorio.

I riconoscimenti del Fee, infatti, sono andati a Pozzallo ed a Marina di Ragusa (Ragusa), a Fiumefreddo di Sicilia - Marina di Cottone (Catania), ed a Menfi (Agrigento). Per molti, queste classifiche contano poco, però è indubbio che si tratta di un indicatore importante del livello di qualità delle nostre spiagge e dell’offerta turistica. Ed è evidente che, da questo punto di vista, la nostra provincia è davvero messa male. A differenza di zone come quelle dell’area ragusana, dove esiste una quantità enorme di spiagge libere e ben pulite, dotate di servizi, l’area siracusana invece è dominata dalla restrizione progressiva degli spazi liberi, fagocitati da strutture invasive affidate con troppa facilità ai privati. Nella nostra provincia è sempre più facile trovarsi di fronte a sorprese imbarazzanti: nel giro di pochi mesi o di un anno, infatti, può capitare di non trovare più quella fetta di spiaggia libera frequentata da sempre, perché magari un lido nuovo se ne è appropriato o magari ci ha piantato sopra un bel solarium, oppure perché un lido già esistente ha deciso di estendere il proprio spazio divorando metri di spiaggia libera. Ovviamente tutto con la lieta concessione delle autorità. Ma è anche vero che le nostre zone balneari sono figlie dell’abusivismo dei decenni scorsi, quando due località bellissime come l’Arenella e Fontane Bianche sono state saccheggiate dal cemento, con la conseguente diminuzione della superficie rivierasca.

Ne è prova l’assoluta inesistenza di un lungomare, della cosiddetta passeggiata sul mare, che caratterizza, ad esempio, le costiere del ragusano, come Marina di Ragusa e Pozzallo, proprio le due località premiate dal Fee. Se si vuole andare a fare un bagno all’Arenella o a Fontane Bianche, inoltre, ci si deve accontentare di piccole strisce di sabbia, spesso sporche e totalmente prive di servizi. Altrimenti si deve optare per i lidi, ma solo se puoi mettere mano al tuo portafoglio. E se poi dovessimo parlare delle scogliere, la situazione non migliora tanto, perché anche in zone come il Plemmirio (che è riserva naturale marina) e Ognina bisogna fare i conti con la presenza ingombrante delle case a ridosso degli scogli, sebbene la libera fruizione del mare sia abbastanza garantita. Tornando alle spiagge, la situazione migliora sicuramente spostandosi a sud della provincia, verso la punta estrema della Sicilia orientale. A Noto, Avola e Pachino esiste una maggiore qualità, soprattutto ci sono molte più possibilità di accesso libero. I lidi sono pochi in proporzione all’estensione del litorale, così si trovano maggiori opportunità di fruire di spiagge libere e incontaminate, dove però l’aspetto della pulizia non è sempre ben considerato, anche se tutto sommato, rispetto a Siracusa, la situazione è più accettabile.

Nell’area tra Noto e Pachino troviamo infatti spiagge grandi, fruibili gratuitamente ed incantevoli come Calamosche, Vendicari, e tutto quel tratto di costa che dall’Isola delle Correnti si estende fino alla Marza. San Lorenzo, invece, è il tasto dolente, il luogo che negli anni ha conosciuto una triste trasformazione. La spiaggia libera, una delle più belle della zona, è ormai ridotta a uno stretto fazzoletto di sabbia e si è assottigliata sempre di più per far spazio al lido, ai parcheggi, alle case, alle strutture di ricezione turistica, con il risultato di un calo notevole nella qualità delle acque di balneazione nonché delle presenze di turisti. Ma i problemi esistono anche laddove non dovrebbero, come nel caso delle aree protette. In questo caso a giocare un ruolo determinante è principalmente la scarsa azione delle istituzioni, soprattutto la carenza dei controlli, spesso dovuta alla mancanza di servizi e di personale. Un esempio per tutti: sempre nel territorio di Noto, a ridosso di San Lorenzo, all’ingresso sud della riserva naturale di Vendicari, nella località denominata Cittadella, si trova una bellissima baia naturale, con la spiaggia bianca che dà al mare un colore cristallino dai toni caraibici. Un’area protetta entro cui bisognerebbe rispettare certe regole.

Regole che, invece, vengono sistematicamente violate dal lassismo e dalla maleducazione dei bagnanti, nonostante la vigilanza e i richiami dei membri della Guardia Forestale. Il fatto è che la loro attività di controllo richiede una maggiore forza e presenza, sia in termini numerici che in termini di tempo. Purtroppo, però, per carenza di fondi, l’organico è striminzito ed i turni durano spesso solo mezza giornata. Inoltre, anche la segnaletica in cui si evidenziano doveri e modalità di fruizione del sito ormai è illeggibile e così, ogni volta, bisogna fare i conti con la gente che protesta dinnanzi alle sanzioni o alle minacce di sanzione, asserendo di non essere stata informata adeguatamente. Nei giorni in cui mancano i sorveglianti, poi, può capitare anche di vedere sub armati di fucile che girano nelle acque di quella che ormai è anche una riserva marina! Questa è l’amara situazione delle spiagge siracusane, a cui si aggiunge l’annoso problema degli accessi al mare, di quell’universo scandaloso di cancelli, cancelletti, recinzioni, sbarre, blocchi di cemento (come quelli della nona strada di San Lorenzo a ridosso della suddetta riserva) che impediscono ciò che spetta di diritto a tutti gli esseri umani.

Perché, anche se nelle istituzioni e nella testa di molti privati, non lo si vuole accettare, è innegabile il principio per cui il mare appartiene a tutti noi. E di fronte al mare non esistono padroni. Si è parlato molto e ci si è fatta molta pubblicità sulla questione degli accessi al mare, sulla lotta alle cancellate abusive. Ci sono state demolizioni raccontate dai mass media locali, c’è stata l’azione della Procura e il presunto impegno del Comune, ma la situazione, ad un anno di distanza, non è mutata. Ci vogliono troppo coraggio, impegno e decisione per far sentire a questa città il profumo rigenerante del mare libero, dei diritti e della buona politica. D’altra parte la Giunta comunale trova più remunerativo e logico appoggiare la creazione di mega villaggi turistici ad elevato impatto ambientale a due passi da una riserva marina piuttosto che ridare ai propri cittadini il mare, liberandolo dagli obbrobri di decenni di cattiva politica. Intanto mentre aspettiamo, il mare libero assume sempre di più i contorni di una chimera. E liste come quella della Fee, ce lo ricordano impietosamente.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

16/05/2010

Molti grandi colossi del mercato internazionale hanno deciso di svoltare verso l’energia rinnovabile, investendo in particolare sulla realizzazione di impianti fotovoltaici: in Italia l’attenzione è puntata sulla Puglia

QUALCHE GIGANTE COMINCIA A SVOLTARE

Anche le grandi industrie internazionali decidono di svoltare verso l’energia rinnovabile: è delle ultime settimane, infatti, la notizia che alcuni colossi internazionali (non soltanto industrie leader nel settore energetico) abbiano deciso di investire ingenti somme di denaro nello sviluppo e sfruttamento di fonti energetiche rinnovabili e, dunque, pulite. Tutti conosciamo Google, il motore di ricerca informatico più famoso al mondo: ebbene, proprio Google ha deciso di acquistare due parchi eolici in North Dakota (U.S.A.), che producono poco meno di 170 Mw e che sono in grado di rifornire d’energia circa 55mila abitazioni. Oltre ad iniziative dirette, ricordiamo che Google finanzia i progetti di due nuove aziende del settore energetico, la eSolar e la Altarock, che, rispettivamente, si occupano di energia solare ed energia geotermica. Dalla Francia, invece, giunge notizia che l’Areva, azienda leader del paese nel settore energetico, ha annunciato l’imminente costruzione in Sudafrica di una centrale d’energia solare, notizia trapelata anche dal notiziario locale “Business Day”. Si parla di una capacità energetica pari a 100Mw, sono pronti finanziamenti e mezzi, ma resta ancora un’incognita il sito adibito a tale costruzione.

Per quanto riguarda l’Italia, possiamo notare che le aziende straniere hanno puntato la propria attenzione sulla Puglia: la rivoluzione inizia proprio dal Sud, e non solo dal punto di vista energetico. Il gruppo Allianz (società finanziaria ed assicurativa tedesca) ha infatti acquistato in Puglia ben sei impianti fotovoltaici (ad energia solare) dalla potenza energetica di circa 1Mw ciascuno e progettati dall’azienda italiana Bp Solar Italia. Gli impianti, già perfettamente funzionanti dalla fine dello scorso anno, sono stati installati nei comuni di Mesagne e Brindisi e sono in attesa di essere collegati tra loro per una copertura più efficiente. David Jones, responsabile degli investimenti in ambito fotovoltaico ed eolico dell’Allianz group, si dichiara “molto soddisfatto” e pronto a finanziare ed incoraggiare altri progetti come questo sia in Italia che nel resto del Mediterraneo, mercati chiave per lo sviluppo di energia solare ed eolica. Sempre in Puglia ritroviamo gli investimenti dell’azienda statunitense Sunedison, che, seguendo l’esempio dell’impianto fotovoltaico installato a Rovigo, realizzerà dodici impianti fotovoltaici nei pressi di Lecce, per un fabbisogno di circa 3300 famiglie.

Anche a Ragusa sono pronti importanti investimenti per la costruzione di impianti fotovoltaici grazie alla collaborazione con l’azienda tedesca Q-Cells. Presso gli impianti della “Cappella Alluminio”, inizierà entro maggio la produzione di pannelli fotovoltaici di ultima generazione, costituiti cioè da celle in silicio monocristallino, chiuse in vetri solari ad alta captazione. Questi pannelli di ultima generazione, a parità di superficie, producono circa il 10-15% di energia in più, per ottenere una sorta di “risparmio nel risparmio”. Siamo giunti ad un punto di svolta importante per la salvaguardia del nostro territorio: anche le grandi industrie si sono accorte delle esigenze del nostro pianeta, che da anni ormai lancia evidenti segnali d’allarme. Ci si aspetta, dunque, che anche i governi decidano di finanziare ed appoggiare concretamente le aziende leader dell’economia mondiale, dimostrando di essere all’altezza di quanto accade nei laboratori di studiosi ed ambientalisti.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

La Grotta delle Trabacche è un sito archeologico molto antico, inserito nello scenario incantevole del Val di Noto (patrimonio UNESCO): tra mille parole e progetti di tutela e riqualificazione, ciò che rimane  è soltanto l’incuria 

IN QUELLA ANTICA GROTTA REGNA L’INCURIA

Avete presente la famosa crisi? Circa 18000 siciliani under 30 che emigrano dalla Sicilia, la disoccupazione degli stessi quasi al 40%? Vi darebbe fastidio sapere che ci sono delle risorse non sfruttate e che queste risorse si trovano in una città che si crede progredita e ricca? Sicilia anno zero. Ragusa anno zero. Una volta in più i siciliani si dimostrano insensibili agli scempi che si stanno compiendo sul loro territorio, o quantomeno disinformati. Ragusa è una di quelle città del Val di Noto celebre per essere l’ambientazione della famosa serie di fiction del “Commissario Montalbano”. È anche patrimonio dell’UNESCO ed è un’oasi di prosperità economica, per via della storica floridezza dell’allevamento e per la mancanza di latifondi. Un fiore all’occhiello, si potrebbe dire. Da quando i riflettori sono puntati sulla città, tutti si sono spesi perché il turismo potesse portare ricchezza nella zona. I politici si sono riempiti la bocca di ingorghi di parole: “Sviluppo e promozione del barocco ibleo”, “sinergia tra gli organismi per creare occupazione”, etc. Ma la realtà è un po’ diversa. Succedono delle cose che fanno indignare. La Grotta delle Trabacche è in contrada Buttino, poco fuori città. Immaginate di recarvi là e che io vi faccia da guida, visto che sul posto non ne troverete nemmeno una. Siamo poco fuori città e abbiamo svoltato ad un incrocio. Bisogna attraversare un tratto di strada non asfaltato e ci si ritrova al parcheggio.

C’è un cartello con una decina di righe, dove si legge che la grotta è stata scoperta a inizio ‘700, si spiega come è composta sotto il profilo architettonico e che è una catacomba, o, forse, un cimitero pagano del IV sec. d.C.. Poi, il buio: le indicazioni finiscono qua. Possiamo vedere una stradina, lasciata all’incuria e invasa dall’erba: ci incamminiamo. A metà della suddetta stradina un gruppo di mucche ci sbarra il passo e ci costringe a fantasiosi giri per le ciuse, durante i quali prendiamo anche qualche spina. Si arriva a un cancello aperto e si entra nel campo dove dovremmo trovare la grotta. Una pedana di legno con dei gradini ci dovrebbe aiutare nel nostro percorso, anche se in questo momento ci sembrerà una beffa vederla lì. Ovviamente se qualcuno di noi era invalido, faceva meglio a starsene a casa. Le mucche pascolano qui indisturbate: poco più lontano qualcuno si è impegnato a delimitare un foro nel terreno, che dà sulla grotta e la illumina. Quel foro è infatti fondamentale. Prevedendo che nessuno si sarebbe speso per installare delle lampadine all’interno del sito, probabilmente i Romani, o i Bizantini, avevano già pensato a come far entrare i raggi del sole nelle loro catacombe. Scherzi a parte, arriviamo davanti all’ingresso della grotta, sorvegliato diligentemente da un paio di bovini. Il cancello, o ciò che somiglia ad un cancello, è messo di lato.

Uno sciocco direbbe che sia colpa di qualcuno, che è una brutta cosa, ma è invece un chiaro atto simbolico della volontà delle istituzioni di rendere la Cultura accessibile a tutti. All’interno notiamo che quello che ci sembra uno schifo, ossia dei fazzoletti sporchi nei loculi, è una bazzecola. Qualche genio ha fatto cadere dal foro per l’illuminazione dei massi e per terra ci sono della plastica e del vetro e anche un oggetto, simile ad un pezzo d’un vaso da giardino. Sarà l’ultimo grido in fatto di divertimento deturpare un sito archeologico? I sorveglianti non sembrano interessati alla cosa; il loro compito principale, per il momento, è mangiare l’erba e ripulire così la zona. Il resto della grotta è avvolto nell’oscurità e, per questo, incolperei sicuramente i Romani, che non hanno progettato altri fori per la luce. Appena usciti, un ragazzo ci dice che non avremmo dovuto lasciare il cancello del campo aperto, facendoci intuire che le mucche sono scappate nella stradina e che di solito restano vicino alla grotta. Infatti, poco dopo le raccoglie e le riporta indietro per la via, costringendoci di nuovo a trovarci degli itinerari alternativi tra le spine. Il progetto di miglioramento dell’accesso alla Grotta delle Trabacche risale al 2007.

Dal comunicato stampa n. 438 del 18 luglio 2007 del Comune di Ragusa si apprende che: “È stato approvato il cottimo-appalto per l’affidamento dei lavori relativi alle opere di miglioramento dell’accesso del sito archeologico della Grotta delle Trabacche. I lavori sono stati aggiudicati alla Ditta Straedil di Leone Antonio che ha offerto un ribasso del 21,637 %, su importo a base d’asta di € 31.243,81 IVA esclusa Senza contare tutto il lavoro fatto dalla Soprintendenza dei BB.CC.AA. di Ragusa per restaurare il sito, il valore culturale e tutta una serie di doveri morali: la collettività di Ragusa è stata innanzitutto danneggiata economicamente. Ha perso la possibilità di dare lavoro a molti siciliani e di arricchire il territorio a livello turistico. Nel  comunicato stampa n. 27 si legge che quello della rivalutazione della grotta è un processo che trova la sua origine in un progetto, denominato “Cultexechange”, co-finanziato dall’Unione Europea.

Il tutto s’innesta in un altro progetto, denominato Interrogazione IIIA, che ha fini ultimi nel migliorare le relazioni tra Malta e Ragusa: “La Soprintendente ai Beni Culturali, dott.ssa Cilia Platamone, al fine di verificare con maggiore attenzione come lo stesso ufficio regionale potrà intervenire per fare in modo che la Grotta delle Trabacche, all’interno di una proprietà privata, possa essere valorizzata e resa fruibile, ha chiesto un aggiornamento della riunione per verificare assieme al responsabile della Sezione beni archeologici della Soprintendenza, dott. Giovanni Di Stefano, quali misure potranno essere attuate”.  Quindi il terreno su cui è costruito la grotta è privato; eppure dubitiamo che si possa lasciare che l’accesso sia così arduo e difficile. Oppure bisogna chiedere il permesso per entrare e ci sono delle restrizioni, per far sì che il privato non sia danneggiato? Ma non c’erano sorveglianti, né guide davanti all’ingresso. Andiamo sul sito del progetto; la notizia (in tutto sono cinque) più recente che leggiamo è del 16-5-2008: una delegazione italo-maltese visita la grotta perché gli si mostrino i risultati del programma di recupero. Ma le parole volano e l’incuria resta.

Giulio Pitroso –ilmegafono.org

 

 

8/05/2010

L’incidente della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico ha provocato danni incalcolabili alle comunità e all’ambiente: pubblichiamo un illuminante documento diffuso da Greenpeace per fare chiarezza

SEI DOMANDE E RISPOSTE SULLA MAREA NERA

Oggi diffondiamo “Orizzonte nero”, un documento che spiega con sei domande e sei risposte cosa sta realmente accadendo in Louisiana, dopo l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon. Occorre fare chiarezza sulle molte falsità che in questi giorni vengono diffuse. Decenni di maree nere non ci hanno insegnato niente. Dopo tante promesse di “rivoluzione verde” e Green Economy, agli inizi di aprile 2010, Barak Obama ha ridato il via alle esplorazioni petrolifere offshore negli Usa, dopo una lunga moratoria. Un pedaggio pagato alle lobby petrolifere per far passare un “Climate Bill” (la legislazione per la riduzione delle emissioni di gas serra) che riduce le emissioni degli Usa solo del 4% rispetto al 1990 (anno di riferimento del Protocollo di Kyoto). Obama è stato subito ripagato da BP, proprietaria della Deepwater Horizon, con una marea nera che lascerà il segno. Le nostre sei domande, con le loro risposte, ci fanno capire perché questo era un disastro annunciato:

 

1. Un incidente senza precedenti?

Falso! La moratoria alle estrazioni petrolifere offshore negli Usa non è cominciata per caso. Nel 1969 esplodeva infatti la piattaforma Santa Barbara (California): in dieci giorni, furono rilasciate in mare 12-13.000 tonnellate di petrolio. Almeno 10.000 uccelli furono uccisi. Dieci anni dopo era la volta della Ixtoc 1, della compagnia di Stato messicana PeMex: 450-480.000 tonnellate di petrolio furono rilasciate in mare nell’arco di oltre 9 mesi, nel Golfo del Messico. È il maggior rilascio di petrolio in mare mai registrato, con danni anche negli Usa che la PeMex non volle mai pagare. Migliaia di tartarughe marine furono sgomberate con gli aerei dalle spiagge messicane, pesantemente contaminate. Altri pesanti rilasci di petrolio furono causati dalle 30 piattaforme danneggiate o affondate dall’uragano Katrina, nel 2005: proprio in Louisiana.

 

2. Una tecnologia all’avanguardia?

Falso! La piattaforma Depwater Horizon non è della BP, che l’ha affittata dalla Transocean, alla modica cifra di 500,000 US$ al giorno. Con quella stessa cifra, la BP avrebbe potuto acquistare, e utilizzare, un sistema di bloccaggio del pozzo “a distanza” (azionabile con un sistema acustico, dalla superficie). Perché questo utile congegno, obbligatorio in Norvegia e in Brasile, non è stato utilizzato in una piattaforma assolutamente all’avanguardia (come sostiene la stessa BP)? L’uso di questo congegno è stato a lungo dibattuto negli Usa, almeno dal 2000. Ma, dopo forti pressioni della lobby petrolifera, nel 2003 lo US Mineral Management Service concludeva che “questi sistemi non sono raccomandati perché tendono a essere troppo costosi”. Certo, mezzo milione di dollari sono una bella cifra: ma sono appena il costo dell’affitto giornaliero di una piattaforma. E nel primo quadrimestre 2010 la stessa BP, che ha fatto profitti per quasi 6 miliardi di dollari, per attività di lobby al Congresso USA ha speso non meno di 3,5 milioni di dollari.

 

3. Mille barili al giorno di petrolio in mare?

Falso! Non sappiamo ancora quanto petrolio stia rilasciando in mare la Deepwater Horizon. Sappiamo che BP ha mentito quando ha dichiarato una stima di circa 1.000 barili al giorno (c.a. 135 tonnellare). Già dopo i primi sopralluoghi la NOAA (National Oceanographic and Atmospheric Administration) ha portato la stima a 5.000 barili/giorno (c.a. 675 tonnellate) e i media riferiscono di stime assai maggiori: il 2 maggio il Wall Street Journal parlava di 25.000 barili al giorno (ovvero 3.375 tonnellate!) e la stessa BP ha dichiarato per la Deepwater Horizon una produzione potenziale di 150.000 barili al giorno (20.250 tonnellate). Queste cifre devono essere moltiplicate per la durata dello sversamento. Dopo il fallito tentativo di chiudere le valvole della testa di pozzo con un robot filoguidato (ROV, remote operated vehicle) adesso BP cerca di intrappolare la perdita sotto una cupola di cemento. In ogni caso ci vorrà tempo, bisognerà tagliare la condotta (che sta perdendo petrolio in almeno tre punti) e le perdite di petrolio, che fuoriesce anche da fessurazioni nel fondo marino, saranno bloccate solo scavando un altro pozzo (a mezzo miglio di distanza) per “togliere pressione” al pozzo in perdita. Ci vorranno mesi: Ixtoc 1 è esploso nel giugno 1979 ed è stato chiuso solo nel marzo 1980.

 

4. BP pagherà tutti i danni?

Falso! Sui media si legge che BP avrebbe già dichiarato che si assume tutte le responsabilità e che pagherà tutti i danni. Non è vero: BP ha dichiarato che pagherà tutte le perdite economiche accertate e quantificabili. Probabilmente non è poca cosa: già i pescatori (soprattutto ostriche e gamberi) si stanno attrezzando per organizzare una “class action” (azione legale collettiva) per chiedere a BP almeno 5 miliardi di dollari. Altri danni economici potrebbero essere richiesti dal settore turistico: già solo la pesca sportiva in mare, da quelle parti è un business da oltre 700.000.000 di dollari l’anno (oltre 7.700 posti di lavoro). Tuttavia, i precedenti ci dicono che difficilmente BP pagherà i danni ambientali che sta causando. Dopo il disastro della Exxon Valdes (Prince William Sound, Alaska 1989) la Exxon Mobil era stata inizialmente condannata a pagare 287 milioni di dollari di danni e 5 miliardi di dollari come ammenda (anche per risarcire i danni ambientali). Dopo anni di appelli e perizie in tribunale, il 25 giugno 2008, la Corte d’Appello ha deciso che Exxon doveva pagare solo 507,5 milioni di dollari di danni. In altre parole, le compagnie petrolifere (e le loro assicurazioni) difficilmente pagano per tutti i danni ambientali collegati alle “maree nere”, danni che, d’altra parte, sono spesso difficili da quantificare.

 

5. Gli ecosistemi torneranno presto alla normalità?

Falso! Gli effetti di disastri petroliferi come questo sono difficili sia da valutare che da monitorare. In particolare, gli effetti sull’ecosistema pelagico sono particolarmente complessi. Le sostanze tossiche rilasciate dalle migliaia di tonnellate di petrolio potrebbero avere effetti notevoli sia sulle comunità del plancton (organismi che vivono nella colonna d’acqua) che su altre specie. A ciò bisogna aggiungere gli effetti tossici dei disperdenti (ne sono stati usati almeno 400.000 litri) tra cui è confermato l’uso del Corexit (2- butossietanolo), vietato in California perché causa infertilità e malformazioni (o morte) dei feti. L’uso di disperdenti può ridurre l’impatto sugli uccelli (che vengono “soffocati” dal catrame) ma aumenta quello sulla fauna e flora marina. Spesso è una decisione che si prende per motivi di “pubbliche relazioni” (gli uccelli incatramati fanno sensazione) che è come nascondere l’immondizia sotto il tappeto visto che l’effetto sui pesci è poco visibile. Ad esempio, da metà aprile a metà giugno nell’area è in corso la riproduzione del tonno rosso, una specie già decimata dalla pesca eccessiva di cui è stato anche proposto (col sostegno degli Usa…) il bando del commercio internazionale.

 

Nella stessa area sono presenti tartarughe marine e cetacei (come le focene, varie specie di delfini, balenottere, capodoglio e capodoglio pigmeo o cogia). Lungo la fascia costiera del Golfo del Messico, negli Usa ci sono oltre 2 milioni di ettari di zone umide, con oltre 400 specie a rischio. Il Governatore della Louisiana ha dichiarato che la marea nera minaccia almeno 14 Aree Protette. Tra le specie in pericolo ci sono varie specie di rettili (tartarughe e alligatori), lontre, pellicano bruno (il simbolo della Louisiana) e decine di specie di uccelli migratori, canori e limicoli. È difficile stimare in quanto tempo gli ecosistemi si riprenderanno: tra l’altro, l’evento è purtroppo in corso e non abbiamo una stima precisa né dell’area colpita né dei quantitativi di petrolio sversato. Tuttavia, il caso della Exxon Valdez ci ricorda che dopo oltre vent’anni gli effetti sono ancora evidenti e le sostanze tossiche rilasciate con le 37.000 tonnellate di petrolio allora sversate sono ancora in circolazione. Se la Deepwater Horizon sta davvero rilasciando oltre 3.000 tonnellate di petrolio al giorno, già adesso (6 maggio) lo sversamento potrebbe essere di circa 48.000 tonnellate. Particolare importanza ha anche il periodo della stagione in cui avviene lo sversamento: quello della Exxon Valdez avvenne durante la stagione di riproduzione delle aringhe del Pacifico e lo stock non si è ancora ripreso.

 

6. Basta usare le migliori tecnologie per evitare questi disastri?

Falso! L’idea che incidenti come questo siano causati dall’incuria e dalla cupidigia delle lobby petrolifere non è errata, ma affronta solo parte della realtà. Questi incidenti, che sono più frequenti di quanto non riferiscono i media (lo scorso gennaio, a Port Hartur (USA) c’è stato un “major oilspill” di cui non abbiamo mai sentito parlare…) dipendono da “fattori” come uragani, errore umano, malfunzionamento delle tecnologie e altri imprevisti. Ce ne saranno sempre. Le statistiche poi ci dicono che, per quanto appariscenti, le maree nere sono un contributo minoritario all’inquinamento da petrolio in mare: i lavaggi delle cisterne e le fonti terrestri sono un problema ben maggiore anche se “localmente” meno acuto. Per eliminare questi pericoli, e per combattere il cambiamento climatico e l’acidificazione degli oceani (entrambi conseguenza dell’aumento atmosferico della CO2 causato dai combustibili fossili), l’unica soluzione è smettere di cercare, trasportare e usare questi prodotti. Settori sempre più ampi dell’industria si sono ormai appropriati degli scenari della “Rivoluzione Energetica”, descrivendo percorsi realistici che in un futuro prossimo ci permetteranno di lasciar perdere lo sporco petrolio (e fonti non meno pericolose come carbone e nucleare) passando alle energie rinnovabili (solare ed eolico) e all’efficienza energetica. Yes, We can.

Greenpeace Italia – www.greenpeace.org

 

In tutto il continente europeo (e non solo) aumenta la produzione di energia eolica, con la realizzazione di impianti e di parchi off-shore: Germania e Gran Bretagna all’avanguardia, mentre l’Italia è ancora in fase di stallo

L’EUROPA VIAGGIA CON IL VENTO IN POPPA

La corsa all’energia rinnovabile sembra essere ormai una realtà consolidata in Europa: oltre al grande sviluppo dell’energia solare, si può dire che anche l’energia eolica sta assumendo una piega positiva. È infatti di questi giorni la notizia che in Germania è stato inaugurato il più grande parco eolico off-shore, mentre statistiche provenienti dalla Gran Bretagna affermano che gli impianti eolici installati riescono a produrre quantità d’energia elettrica pari a mille MW, per non parlare del Canada, che, secondo le stime, grazie agli impianti eolici potrebbe ricoprire il 20% del fabbisogno energetico nazionale entro il 2025. L’energia eolica, come testimoniano studiosi ed ambientalisti, costituisce un’enorme risorsa poiché può essere sfruttata ovunque, non implica dipendenza da paesi esteri per gli Stati che, appunto, vogliano dotarsi di impianti del genere, produce grossi quantitativi di energia elettrica, che viene cosi fornita a basso costo, e diminuisce nettamente le emissioni di anidride carbonica. In Italia, la situazione è un tantino critica per l’eolico: uno dei siti più indicati per lo sfruttamento di questo tipo di energia è la Sardegna.

Ed è proprio nei pressi del golfo di Oristano che un deputato del Pdl vuole bloccare l’installazione di un impianto eolico, poiché, si teme, attraverso la costruzione di una struttura decisamente imponente (circa 20 torri alte 180 metri su una superficie marina di 6,65 kmq), che la Sardegna diventi colonia energetica di tutta Italia. Dalla Germania, invece, provengono notizie incoraggianti e sorprendenti: il parco eolico “Alpha Ventus” sta acquisendo sempre più riconoscimenti ambientali dagli esperti di tutto il mondo. Si tratta di un parco eolico off-shore (lontano dalla costa), distante dal mare circa 45km e situato sull’isola di Borkum. È stato inaugurato lo scorso aprile, è costituito da dodici torri alte tra i 148 ed i 155 metri che forniscono circa 5MW ciascuna, tutte ancorate al fondo marino ad una profondità di 30metri. L’operazione “Alpha Ventus” ha visto impegnati circa 350 specialisti del settore, facenti capo alle aziende nazionali E.on e Vattnefall; le maggiori difficoltà durante la costruzione dell’impianto sono state riscontrate nel 2008 a causa dei forti venti e delle tempeste marine, ma anche il rincaro dell’acciaio ha provocato aumenti dei costi di costruzione non indifferenti.

Tuttavia, il governo tedesco ha stanziato altri fondi per la costruzione di impianti off-shore in tutto il paese, anche se alcune frange di ambientalisti sostengono che i parchi eolici off-shore possano essere d’intralcio agli uccelli migratori e ad alcune specie animali notturne. Anche la Gran Bretagna si mostra uno Stato all’avanguardia per lo sviluppo dell’eolico: la produzione energetica in tal senso ha raggiunto la soglia di 1000Watt di potenza grazie all’apertura di due nuovi impianti, il Robin Rigg e il Gunfleet Sands. Il direttore esecutivo dell’associazione britannica “Renowable Uk”, Maria McCaffery, afferma che nei prossimi anni saranno installati impianti per un totale di circa 40Mw di capacità energetica, affinché siano garantiti non solo la produzione di energia pulita, ma anche nuovi posti di lavoro. Produrre energia eolica è, dunque, un vantaggio non solo per l’ambiente, ma anche per le tasche dei cittadini: il rapporto “Wind Energy and Electricity Prices”, commissionato dall’Associazione europea energia eolica (Ewea), testimonia che lo sfruttamento di energia eolica comporta anche meno spese per il consumo di elettricità; si va dai 3 ai 23 euro di risparmio per MW a seconda dell’utilizzo e del contesto in cui, appunto, si sfrutta questo tipo di energia.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

2/05/2010

La “Archimede Solar Energy” ha progettato e realizzato un moderno sistema di tubi a sali fusi che permette di produrre maggiore energia: il progetto, nato dall’ingegno di Carlo Rubbia, ha suscitato l’interesse del colosso “Siemens”

ENERGIA SOLARE: UN FUTURO TUTTO ITALIANO?

Il futuro dell’energia solare potrebbe essere targato Italia: la “Archimede Solar Energy”, infatti, ha progettato e realizzato tubi ricettori a sali fusi, brevettati dall’Enea, ai quali è interessata anche la famosa azienda “Siemens”. Molto probabilmente la nuova tecnologia, tutta italiana, sarà attiva ed operativa a tempo pieno in Spagna, precisamente a Siviglia, città all’avanguardia nello sviluppo di nuove tecnologie per la produzione di energia pulita. Gli studiosi del Politecnico di Milano, tuttavia, sottolineano che in linea generale, il 2009 è stato un anno particolarmente produttivo per l’energia da fonti rinnovabili, soprattutto per quella solare, il cui consumo (ed ovviamente i progetti ad essa correlati) è incrementato di circa il 23% rispetto al 2008, percentuale assai positiva se confrontata con lo stato non proprio avanzato in cui versano le politiche ambientali del nostro Paese. Le stime per il futuro sono ancora più incoraggianti, se si pensa ai tanti progetti messi in cantiere, soprattutto negli Stati Uniti, dove entro il 2020 sono previste molte altre centrali di energia solare di oltre 10,3 Gw di potenza.

La corsa alla produzione di energia vede protagonista, dunque, anche l’azienda italiana “Archimede Solar Energy”, che spera di guadagnare quote di mercato consistenti. Quote di mercato già conquistate all’interno del colosso “Siemens”, che ha investito il 28% circa delle sue quote nei progetti dell’azienda italiana; Rene Umflaut, capo della divisione “energie rinnovabili” del grande gruppo tedesco, in occasione dell’inaugurazione della centrale a Siviglia, ha affermato che i progetti messi a punto dall’azienda “Archimede” costituiscono un importante asso nella manica ed un grosso passo in avanti verso l’energia del futuro, trattandosi di un impianto (quello di Siviglia) capace di produrre circa 50Mw d’energia per soddisfare il fabbisogno di circa 11mila famiglie. La struttura ed il funzionamento degli impianti della “Archimede” sono basati sul funzionamento dei ricettori, che mostrano innovazioni rispetto a quelli tradizionali.

I tubi del “passato”, per così dire, hanno la forma di lunghi tubi dal diametro di pochi centimetri, all’interno dei quali scorre un olio sintetico che con il calore del sole raggiunge temperature tali (circa 400 gradi) da produrre il vapore necessario ad attivare le turbine che mettono in moto tutta la centrale, con un procedimento non lontano da quello utilizzato per le turbine a gas. Ora, i tubi progettati dall’azienda italiana, grazie ad un’ingegnosa intuizione di Carlo Rubbia, coordinatore del progetto, contengono all’interno una speciale miscela di sali fusi, che raggiungono temperature pari a circa 550 gradi, che si conservano anche durante la notte. Questa particolare innovazione ha spinto Rene Umflaut ad acquistare le quote del progetto italiano, puntando alla realizzazione di nuove centrali entro il 2020 e a diventare punto di riferimento del settore entro il 2015. Ben presto il progetto di “Archimede” sarà lanciato concretamente presso la centrale di Priolo e le aspettative su di esso sono assai ottimistiche.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

A Siracusa un importante parco nel cuore della periferia resta chiuso e in totale abbandono, subendo inoltre lo sfregio di essere invaso dagli scarti delle bancarelle del mercato rionale che si svolge nel piazzale antistante

UN’AREA VERDE SFREGIATA DAL CONSUMISMO  

“Ma cosa devono buttare quelli che vendono vestiti? Anche perché la zona alimentare è da un’altra parte, poiché l’area è divisa in due: i non alimentari in piazzale Sgarlata e gli alimentari in piazza San Metodio. Il problema è di controllo e di comportamento degli ambulanti. Poi la questione della pulizia spetta a noi che opereremo come abbiamo sempre fatto e già facciamo”. Così parlò, a novembre del 2009, il sindaco di Siracusa, Roberto Visentin, nel corso di un’intervista sullo stato delle periferie e sull’opportunità di piazzare la fiera del mercoledì a ridosso del parco di via Madre Teresa di Calcutta. Il primo cittadino aveva parlato della “prossima riapertura” di quello che per il quartiere era un luogo vivo e da vivere e che, oggi, è divenuto un teatro deserto e triste, abbandonato e totalmente incustodito, con la porta d’accesso semiaperta. Egli aveva rassicurato tutti anche sul fatto che non vi sarebbero stati rischi di vedere questo polmone verde sfregiato da carte, plastica, sporcizia. A cinque mesi di distanza, la realtà è esattamente quella temuta: il parco è invaso dalle carte di imballaggio, dal cellophane e dalla plastica delle confezioni che ricoprono i vestiti. Rifiuti che invadono il piazzale, le ringhiere di recinzione, l’erba e la stradina all’interno del parco, ma anche l’aiuola esterna, quella che circonda il muro di cinta, dove a far compagnia agli scarti della fiera vi sono innumerevoli bottiglie e perfino inerti edilizi.

Anche i cortili di alcuni condomini della zona Etrollo promesso evidentemente funziona poco e male. Le operazioni di pulizia, il mercoledì, dovrebbero durare fino alle 18 circa, come recitano i cartelli di divieto di sosta posti attorno all’area. Ma alle 17 non si vedono già più né mezzi né operatori, mentre tutto intorno fanno bella mostra i rifiuti. Inizialmente, c’era meno sporcizia, ma con il passare del tempo, come spesso accade, probabilmente si è cominciato a prestare meno attenzione, a diminuire l’intensità dei controlli. Così facendo si determina il degrado di una zona che stava cercando di fiorire, di rinascere, anche attraverso il parco, che, a partire soprattutto dalla stagione primaverile, si riempiva di gente, famiglie con bambini, ragazzi, sportivi. Oggi c’è un vuoto desolante e non si vedono spiragli positivi a breve termine. Si sono spesi troppi soldi per interventi di sistemazione che non sono serviti a nulla e che, soprattutto, non hanno portato alla riapertura del sito. Non c’era bisogno di sperperare denaro pubblico per unire le ringhiere con il fil di ferro piuttosto che saldarle, o per  aggiungere al terreno ulteriori strati di terra.

Qualche esponente del centrodestra siracusano, Visentin compreso, in passato ha cercato di scaricare su altri responsabilità che sono piuttosto da ricercare all’interno delle ultime amministrazioni comunali, parlando di “cattive gestioni precedenti”, con riferimento alla parrocchia di Bosco Minniti, cui venne affidata per circa sette mesi la pulizia, la manutenzione e la custodia diurna del sito. In realtà, con la precedente gestione, a bassissimo costo e in gran parte volontaria, il parco viveva, era fruito, ordinato e pulito. L’unico problema era la mancanza di un custode notturno, cui il Comune avrebbe dovuto provvedere. Gli atti vandalici che hanno devastato il pallone tensostatico posto all’interno della struttura sono proprio il frutto dell’assenza di un controllo e di una vigilanza notturna. Continuare a ripetere che il parco non funzionava bene e che, dunque, bisognava interrompere la gestione volontaristica della chiesa e dei suoi fedeli, significa non essere mai passati da quelle parti. E ciò denota l’assoluta distanza tra chi governa questa città e le periferie. In troppi pensano di conoscere le esigenze di un quartiere solo in base al numero di voti presi, senza capire che il voto nasconde tante altre ragioni e che non è un esatto indicatore del livello di soddisfazione riguardo al modo di governare la città.

Ci si è concentrati troppo su Ortigia (con risultati alterni, come dimostra la vergognosa vicenda della marina, distrutta e violentata) e pochissimo sulle periferie. D’altra parte, a Siracusa resiste il vizio di puntare molto sull’apparenza e poco sulla sostanza: si addobba il salotto e si lasciano le altre stanze chiuse e impolverate. Il parco è un bene della cittadinanza, un bene di cui in passato in tanti hanno potuto godere, eleggendolo a luogo in cui trascorrere il proprio tempo libero, in cui respirare la bellezza di vivere a fondo la propria città e il proprio quartiere. Vederlo così, oggi, abbandonato, umiliato, ferito, sporcato dagli scarti del mercato, suscita un senso di rabbia e frustrazione nei confronti di chi dovrebbe intervenire (respingendo anche ipotesi di gestioni private, cioè a pagamento) e non lo fa. Il parco, da simbolo di rinascita è divenuto, suo malgrado, testimone di una società che sacrifica le possibilità di progresso e di coesione sociale sull’altare avido delle logiche di consumo. Non aveva senso realizzare una fiera così affollata proprio a ridosso di un’area verde, soprattutto se poi non si ha la capacità politica e amministrativa di garantirne la tutela, il rispetto e il decoro. Ma forse le periferie, per l’amministrazione comunale, non meritano tutto ciò, essendo solo comodi serbatoi elettorali da riempire, ogni volta, di promesse che vengono sistematicamente disattese. Senza che qualcuno se ne vergogni.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI APRILE

24/04/2010

La conferenza dei Servizi svoltasi presso l’assessorato regionale all’Energia ha dato parere favorevole alla realizzazione del rigassificatore di Priolo-Melilli: il fronte del Sì esulta, fingendo di ignorare le tante prescrizioni allegate al parere

UN’EMBLEMATICA ILLOGICITÀ

La vicenda del rigassificatore della Ionio Gas è diventato l’emblema dell’illogicità e dell’ipocrisia, con una non insignificante farcitura di esempi di subalternità e di mediocrità progettuale. Quale diversa lettura si può dare alle sfacciate, frettolose dichiarazioni di soddisfazione di politici di centrodestra e centrosinistra, dei sindacati, di associazioni imprenditoriali, verso la decisione favorevole della conferenza dei servizi - svoltasi lo scorso 12 aprile all’assessorato all’Energia - sul progetto del rigassificatore, ignorando la portata delle prescrizioni, in materia di sicurezza del sito e degli impianti in esso presenti, a cui la Ionio Gas dovrà adeguarsi? Senza entrare nel merito dei colpi di scena susseguitisi negli ultimi mesi (conflitti di pareri sull’idoneità del sito per l’insediamento di un altro impianto a rischio di incidente rilevante), basta ricordare e valutare quali sono le condizioni poste dalla conferenza dei servizi per il via libera al rigassificatore per comprendere l’anomalia della situazione: impianti da mettere in sicurezza o da rammodernare; adeguamento degli stessi e dell’intera area alle norme antisismiche; bonifica della parte della rada di competenza della Erg; barriera in cemento armato tra l’area del rigassificatore e la rete ferroviaria; ipotesi di interramento dei grandi serbatoi di Gnl. Questi sarebbero gli obblighi da assolvere per la Ionio Gas.

È facile innanzitutto comprendere che la piena attuazione di questi interventi non potrebbe avvenire in tempi brevi e che il parere positivo sul progetto del rigassificatore, solidalmente espresso dagli organi tecnici e politici regionali, sottintenda la volontà di autorizzare la costruzione dell’impianto non appena acquisito il programma tecnico degli adeguamenti predisposto dalla Ionio Gas. In altri termini, le prescrizioni verrebbero adempiute in corso d’opera. Ma tutto ciò sarebbe sufficiente ad eliminare i rischi determinati da questo insediamento? Neanche la tardiva accettazione da parte degli organi istituzionali dell’obbligo delle imprese e degli enti pubblici di informare in modo trasparente le popolazioni di tutti i rischi collegati a questo tipo di attività industriali, come prevede la convenzione europea di Aarhus, può fugare le gravi preoccupazioni di una siffatta scelta in un sito industriale come quello di Priolo-Augusta-Melilli. Che senso ha, sotto il profilo della sicurezza, circoscrivere l’adeguamento antisismico degli impianti solo all’area Erg, senza coinvolgere in un analogo programma gli altri impianti pericolosi circostanti? Non è forse noto agli organi tecnici regionali che l’area compresa tra il graben Scordia-Lentini, i monti Climiti e la zona costiera, attraversata dalla faglia ibleo-maltese, è tra le aree a rischio di terremoti catastrofici (tra magnitudo 6,5 e 7,7: IX-XI grado della scala Mercalli, come risulta dalla mappa sismica elaborata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia)?

E non si ha consapevolezza che gli impianti industriali, anche quelli più recenti, hanno un livello di protezione sismica non adeguato a tali gradi di intensità? Gli stessi grandi serbatoi di Gnl progettati dalla Ionio Gas hanno livelli di protezione adeguata? Sono dotati di sistemi di isolamento, cioè di dispositivi deformabili orizzontalmente (tale è il senso assunto dall’onda sismica) tra la struttura e il terreno, o di sistemi di dissipazione di energia? Non è evidente che la deformazione dei serbatoi prodotta da un sisma ad alta intensità potrebbe innescare eventi sconvolgenti? Sono innumerevoli i punti non risolti sul problema rigassificatore. Sono questioni oggettive che solo chi soffre di miopia non può rilevare. Che vantaggio ci sarebbe a bonificare solo l’area marina di competenza Erg, senza la bonifica dell’intera rada? O a cosa servirebbe realizzare un muro di protezione della rete ferroviaria se esistono cause di rischi non immaginabili? Fin qui l’analisi di una decisione che lascia la questione interamente aperta. Ma valgono altre considerazioni per mettere a nudo le gravi contraddizioni che questa tormentata vicenda ha svelato. Si è forse in questi giorni dimenticato che ci sono alcune forze, come il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che già alla fine del 2008 avrebbero voluto dare il via libera alla costruzione del rigassificatore?

In questa provincia, uomini del sindacato, della politica, delle istituzioni tuonavano contro chi esprimeva dubbi, dissenso, contrarietà ad un investimento che appariva insensato. Neanche i referendum di Priolo nel 2007 e di Melilli nella primavera del 2009, nei quali una larga maggioranza di cittadini espresse un no fermo ad un insediamento gravido di insidie, indussero i sostenitori di un industrialismo calato dall’alto a riflettere seriamente sulla validità o meno della costruzione del terminal di rigassificazione. Non si è esitato a giocare sulle cifre, gonfiando i vantaggi occupazionali (in realtà molto modesti), facendo dipendere il futuro dell’industria siracusana dalla realizzazione di questo impianto. Si è fatto ricorso a immagini suggestive come la creazione di un polo energetico, volano di sviluppo  di una nuova fase dell’economia e del lavoro, creatore di nuovi affascinanti traguardi produttivi, come l’industria del freddo, o di mirabolanti risparmi per i cittadini; qualcuno addirittura senza arrossire ipotizzò il metano gratis per i cittadini di Melilli o comunque un forte risparmio delle utenze energetiche. La verità è un’altra. Solo la strenua azione dei movimenti spontanei, nati nei comuni industriali per contrastare un futuro che appariva oscuro e inquietante, solo il coinvolgimento dei cittadini, solo la presa di coscienza del mondo giovanile, come è avvenuto a Priolo, ha permesso che si affrontassero i problemi reali posti dal progetto rigassificatore.

Se gli organi tecnici e l’istituzione regionale sono stati costretti all’approfondimento, al confronto, a scelte non unilaterali, questo è il frutto di una coscienza democratica, gelosa dei suoi diritti e delle sue prerogative, che si è sviluppata dal basso. La conferenza dei servizi  del 12 aprile scorso ha accolto il progetto, pur ponendo dei vincoli per la sua realizzazione, non dimostrando di tenere conto di tutte le condizioni ostative che esistono nell’area. Questo significa che l’azione del territorio non può esaurirsi e che il presidente della Regione dovrà riflettere a lungo se esistono le condizioni per consentire la realizzazione dell’impianto. Il presidente della Erg, dottor Edoardo Garrone, presente nei giorni scorsi a Siracusa, ha sostenuto che non si aspettava che l’iter per l’autorizzazione del rigassificatore accusasse tali ritardi e che in una fase di crisi come l’attuale sarebbe invece auspicabile l’accelerazione di tutti gli iter autorizzativi. Ha dimenticato però di valutare che la società Ionio Gas, di cui la Erg  è parte, non ha mai tenuto conto delle obiezioni e dei rilievi fatti dai cittadini e che si è invece limitata a ribadire l’affidabilità del terminal di rigassificazione, sotto il profilo della sicurezza e della eco compatibilità, per poi dover rendere conto invece delle gravi situazioni di inaffidabilità del sito.

La Ionio Gas, quindi, non ha tenuto mai in nessun conto che il dissenso e la protesta delle popolazioni ha sempre e principalmente riguardato il contesto in cui questo impianto veniva a collocarsi. Va anche aggiunto, a differenza di chi sostiene il contrario, che l’investimento della Erg non è stato mai funzionale al territorio, ma che è stato concepito per incastonarlo nella nuova strategia del gruppo. Il rigassificatore serve alla Erg per l’ingresso nel mercato nazionale ed europeo del gas, affiancando questo nuovo settore agli altri già avviati, come quello delle energie rinnovabili con la Erg Renew, quello elettrico con la cogenerazione, quello della grande distribuzione dei carburanti con la nascita di TotalErg; settori sicuramente più stabili del comparto petrolifero, molto volatili per le caratteristiche del mercato del petrolio. Nessuno mette in discussione la scelta del gruppo Erg di puntare legittimamente ad una espansione e ad una crescita ulteriore, ma che non può pensare di piegare ai suoi obiettivi di sviluppo un’intera realtà territoriale che pretende sicurezza e scelte condivisibili.

                                            Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Uno studio condotto da climatologi e ricercatori britannici ha cercato di spiegare le ragioni dell’inverno rigido appena trascorso: non si tratta di una nuova “era glaciale” ma di un fenomeno strettamente connesso all’attività solare

UNA GELIDA CORRELAZIONE?

Uno studio condotto da climatologi e ricercatori britannici ha fornito importanti spiegazioni sull’eccessivo calo delle temperature avvenuto quest’inverno. I più catastrofici hanno parlato di un’imminente nuova “era glaciale”, ma secondo lo studio britannico si tratterebbe piuttosto di un fenomeno dovuto alla correlazione tra macchie solari e temperature terrestri. Il freddo inverno appena trascorso e le sue temperature rigide potrebbero essere dovuti alla diminuzione dell’attività solare, con la conseguente scomparsa delle macchie solari, come avvenne circa 300 anni fa, quando si parlò di una “piccola era glaciale”. Il fenomeno in questione riguarda soltanto alcune regioni europee, come è riportato dall’articolo pubblicato sull’Enviromental Researches Letters, i cui autori hanno utilizzato i dati forniti dal Cet (Central England Temperature), partendo dalle statistiche risalenti al lasso di tempo tra il 1645 ed il 1751, in cui si registrò il periodo più freddo della “Piccola era glaciale”, periodo del cosiddetto Minimo di Maunder (temperatura minima).

All’epoca, si verificarono inverni piuttosto rigidi in Gran Bretagna ed America Settentrionale, mentre in questo caso, si tratterebbe di un fenomeno circoscritto all’Europa. Lo scienziato a capo della ricerca, Mark Lockwood, ha spiegato in cosa consista realmente l’attività solare: essa tende ad aumentare lentamente per un periodo di trecento anni, per poi diminuire nel corso di un secolo. La diminuzione dell’attività attuale risale al 1985 e gli studi dimostrano che siamo a metà dal raggiungimento del Minimo di Maunder. I ricercatori britannici sostengono che la scarsa attività solare possa causare una sorta di blocco delle “correnti a getto”, particolari venti che soffiano a 7-12 km al di sopra della superficie terrestre. Ogni emisfero ha due correnti a getto: le più forti alle alte latitudini, mentre le più deboli vanno scemando verso l’equatore; quando una di queste correnti viene bloccata, specialmente all’emisfero Nord (il nostro emisfero) giungono correnti d’aria gelida provenienti da Est, cosi come testimoniano alcune notizie risalenti al periodo del Minimo di Maunder.

Ciò che determina il blocco delle correnti a getto è la quantità di radiazioni ultraviolette emanate dal sole: esse riscaldano la stratosfera, in particolare quella equatoriale, determinando cosi la nascita di venti d’alta quota. Altri studi dimostrano ancora che i raggi ultravioletti riscaldano la troposfera, lo strato in cui “agiscono” le correnti a getto. Pochi sono i nessi tra questo fenomeno ed il surriscaldamento globale: come infatti hanno più volte sottolineato gli scienziati, si tratta di un processo piuttosto circoscritto alle isole britanniche, in cui questo inverno è stato il quattordicesimo più freddo degli ultimi 160 anni, ma a livello globale è stato il quinto più caldo di sempre. Anche le statistiche registrate dal Cet dimostrano che non sempre la tendenza determinata dal ciclo delle macchie solari è regolare: l’inverno del 1864 fu registrato come uno dei più rigidi, ma l’inverno successivo, al contrario, fu uno dei più caldi, sebbene l’attività solare fosse scarsa.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

17/04/2010

Berlusconi conclude un accordo di partnership con la Francia per la realizzazione di 4 centrali nucleari in Italia, insistendo su una tecnologia sempre più costosa e pericolosa, mentre altri Paesi puntano sulle energie rinnovabili

NUCLEARE: NUOVE CENTRALI E VECCHI RISCHI

Francia e Italia saranno partner nucleari. Lo hanno annunciato, nell’incontro dello scorso fine settimana in Francia, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il presidente francese, Nicolas Sarkozy. L’Italia comprerà la tecnologia nucleare francese per costruire quattro centrali sul nostro territorio, nonostante l’opposizione della maggior parte delle regioni e un referendum che nel 1987 ha bandito il nucleare dal Bel Paese. Berlusconi e la maggioranza ritengono che il nucleare sia l’unica scelta energetica possibile per l’Italia, un Paese che spende il 30 per cento in più dei suoi vicini europei per l’approvvigionamento di energia elettrica. Il costo delle centrali atomiche di nuova generazione (Epr) che l’Enel costruirà in collaborazione con la francese Edf  si aggira però intorno ai 3 miliardi di euro a impianto e ci vorranno anni prima che entrino in funzione. La data limite è il 2030, anno in cui probabilmente l’innovativa tecnologia decantata dal Cavaliere e dal suo entourage sarà ormai superata e ci troveremo a fare i conti con impianti vecchi e quasi sicuramente  troppo costosi.

Se poi consideriamo che in Italia la maggior parte dei cittadini è assolutamente contraria alla realizzazione di nuovi impianti, allora ci chiediamo quali siano le reali motivazioni di questa scelta. Anche alla luce del fatto che le scorie delle vecchie centrali, ormai dismesse, in Italia, non sono state ancora eliminate del tutto. Recentemente poi è emerso che i siti presumibilmente individuati dal governo come “adatti” per ospitare i nuovi reattori sono per la maggior parte nel Sud, in regioni dove la presenza della criminalità organizzata è piuttosto forte ed è spesso legata all’ecomafia (vedi Campania e Sicilia). Come farà il governo, in luoghi in cui lo Stato è pressoché assente e in cui le mafie non mostrano remore o rimorsi nell’inquinare lo stesso territorio in cui vivono, a controllare l’affidabilità e la sicurezza degli impianti? Il piano dell’esecutivo per il nucleare (su cui vige il segreto di Stato grazie a un provvedimento legislativo del maggio 2008) prevede inoltre il recupero delle vecchie centrali di Trino (in Piemonte), Caorso (in Emilia Romagna), Latina (nel Lazio) e Garigliano (in Campania).

Quest’ultimo impianto, in cui potrebbe essere realizzata una nuova centrale o un nuovo deposito di scorie radioattive, fu chiuso nel 1978 e mai più riattivato, per via di un guasto e, secondo un’indagine della trasmissione “Report”, nella zona si contano già circa 2.200 mc di rifiuti tossici di combustibile irraggiato abbandonati nei depositi. Sembra inoltre che nello stesso territorio una morte su due sia per tumore. La stessa centrale, come rilevato in quattro campagne radioecologiche dell’Enea, ha contaminato oltre 1.700 chilometri quadrati di mare con metalli pesanti, soprattutto cesio 137 e cobalto 60, che probabilmente sono entrati nella catena alimentare; il sito del Garigliano è idrogeologicamente inidoneo per localizzarvi impianti e depositi nucleari perché rientra in zona sismica di 2° categoria. E se ciò non bastasse, il terreno è di natura alluvionale e a rischio esondazione.

Di fronte a dati così allarmanti e alle scelte “diverse” fatte da altri Stati, come la Germania che ha deciso di abbandonare il nucleare per puntare sulle fonti rinnovabili, bisogna impegnarsi quindi perché l’obiettivo di Berlusconi (che intende “vincere le paure” dei suoi concittadini e le resistenze al nucleare “con la televisione”) non si realizzi e perché gli italiani conoscano quali sono i veri rischi di questo progetto, soprattutto per le generazioni future. 

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Gli scienziati del Mit (Massachusetts Institute of Technology) sono riusciti a trovare il modo di produrre energia imitando il processo di fotosintesi clorofilliana: un’impresa importante a cui il mondo scientifico ambiva da sempre

ENERGIA PULITA IMITANDO LE PIANTE

Una delle più grandi ambizioni degli scienziati e dei ricercatori nel settore dell’energia alternativa è quella di produrre, appunto, energia, imitando il processo di fotosintesi clorofilliana attuato dalle piante. La scienza conosce ogni dettaglio del processo in sé, ma fino a qualche tempo fa si era ben lontani dal riprodurre in modo artificiale tutti i passaggi della fotosintesi. I ricercatori del Mit (Massachusetts Institute of Technology), facenti capo all’Università di Boston, sono riusciti a portare a termine quest’ardua impresa, così come viene riportato dalla rivista scientifica Nature Nanotechnology. Sappiamo che il processo di fotosintesi consiste nel produrre nutrimento dalla scomposizione chimica dell’acqua, combinandone gli elementi con l’anidride carbonica in presenza di luce che fornisce l’energia necessaria per compiere tale processo. Gli scienziati del Mit hanno utilizzato diverse componenti per riprodurre questo processo: virus M13, virus innocui per l’uomo, che infettano alcuni batteri, ossido di iridio, e porfirina di zinco.

I Virus M13 sono stati disposti ed organizzati sottoforma di rete, legati successivamente all’ossido di iridio che svolge in tal caso la funzione di catalizzatore chimico; per quanto riguarda la porfirina di zinco, essa è servita come pigmento naturale per attivare il processo (per imitare il pigmento verde caratteristico delle piante). La porfirina di zinco, infatti, si comporta come una sorta di antenna necessaria a catturare la luce, per poi trasferirla alla rete di virus, che, grazie al catalizzatore chimico (ossido di iridio), la raccoglie ed inizia così il processo in questione. Lo scopo fondamentale degli studiosi e ricercatori impegnati a sviluppare il progetto è quello di scomporre l’acqua in idrogeno ed ossigeno, in modo da produrre quantità illimitate di energia pulita e dunque rinnovabile, che può essere trasformata in energia elettrica, carburante per qualsiasi tipo di veicolo e riscaldamento domestico. Per il momento la scomposizione dell’acqua presenta ancora qualche difficoltà.

Idrogeno ed ossigeno, infatti, si separano, ma mentre l’ossigeno riesce a mantenersi, per così dire, intero (la qual cosa a detta degli scienziati rappresentava il traguardo primario), l’idrogeno tende a scomporsi ulteriormente in protoni ed elettroni, intralciando il cammino della ricerca, che si presenta ancora abbastanza lungo. La dott.ssa Angela Belcher, direttrice del progetto, si mostra però molto ottimista e afferma che la scomposizione dell’idrogeno senza l’intralcio di protoni ed elettroni avverrà nel giro di due anni, e sarà allora che potranno iniziare i primi progetti concreti per trasferire l’energia prodotta in laboratorio in azioni effettive. In periodi così critici per l’ambiente, progetti del genere non fanno altro che infondere fiducia. Si spera di continuare su questa strada. Del resto, considerato il forte incoraggiamento dato allo sviluppo dell’energia rinnovabile da parte del presidente degli Stati Uniti, Obama, siamo sicuri che nel giro di pochi anni verranno fuori molti altri progetti a vantaggio dell’ambiente.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

3/04/2010

Nella rada di Augusta e nell’area di Priolo-Melilli, continua a crescere il potenziale della Nato, in una zona già devastata dall’inquinamento e in cui industriali e autorità vorrebbero installare altri impianti ad elevato rischio incidente

L’OMBRA GIGANTE DELLA NATO E DELL’INQUINAMENTO

Come in una terra di nessuno, nella quale non si deve rendere conto di nulla, continua a crescere il potenziale militare della Nato nella rada di Augusta. Il nuovo assetto strategico delle forze aereo navali dell’alleanza e degli Usa per il controllo del Mediterraneo centrale ha ampliato il ruolo di supporto della base Nato di Augusta alla VI flotta statunitense e della marina alleata che operano nel Mediterraneo. Il nuovo ruolo assunto dalla base di Sigonella (centro di comando da cui dipende la base megarese), come il maggiore centro logistico e di intervento per le operazioni di controllo, di interdizione e di attacco nello scacchiere mediorientale e del Golfo Persico, fa assumere alle installazioni presenti nel territorio siracusano compiti sempre più di primo piano. Così il pontile della Nato, che si protende nelle acque della rada in mezzo ai pontili di servizio della industria chimica Polimeri Europa e della raffineria della Erg, a non più di 200 metri dagli impianti di produzione dell’etilene, vedrà aumentare l’attracco di unità da guerra e di sommergibili a propulsione nucleare, per i rifornimenti anche di munizioni, accentuando i rischi già elevati presenti in un’area densa di impianti a rischio di incidente rilevante.

La militarizzazione del territorio dei comuni industriali costituisce già da tempo un pesante vincolo per il territorio dei comuni industriali della provincia di Siracusa. Va ricordato che nell’entroterra, alle pendici del comune di Melilli e poco distante dal comune di Priolo Gargallo, in località Cava Sorciaro, è ubicato un deposito di stoccaggio di munizioni che sarebbero destinate alle forze navali della Nato e della VI flotta. A poca distanza da Cava Sorciaro, in contrada Palombara, sui fianchi della collina sovrastata dalle abitazioni del piccolo centro di Melilli, è insediato il centro operativo di comando della Marina Militare italiana, alla quale spettano anche i compiti di sorveglianza continua dei depositi d’armi e del pontile. Non si esclude, nonostante le smentite delle autorità militari, che una rete di cunicoli per la movimentazione segreta degli armamenti colleghi tutti i poli dei siti militari, compreso quello a mare.

Se a tutto ciò si aggiunge l’esistenza di un’altra polveriera in contrada Piano Tavola ad Augusta, non lontana dalla popolosa frazione marina di Brucoli, oltre ai grandi depositi di carburanti nelle località di San Cusmano (Priolo) e di Punta Cugno (Augusta) e all’oleodotto che rifornisce di carburanti l’aeroporto della base di Sigonella, si avverte il grave condizionamento posto dalla logiche militari  alla stessa vita civile delle comunità. Non è solo l’abnorme estensione delle servitù militari, che ad Augusta (sede anche di una delle più importanti basi navali italiane) rappresentano il 25% del territorio, a creare strozzature per una corretta gestione del territorio, ma è soprattutto la crescita esponenziale dei rischi per i cittadini dei comuni industriali. L’attracco di unità da guerra dotate di armamenti micidiali, la presenza e la movimentazione di materiale bellico, la presenza di unità navali o sottomarine a propulsione nucleare, che non escludono rischi di dispersioni radioattive, costituiscono un pericolo immanente per le popolazioni.

È un ulteriore, inaccettabile anello di una spirale da incubo che si continua a scaricare sulle persone e sulla loro vita. Il territorio industriale siracusano vive già drammaticamente in uno stato di insicurezza per i continui incidenti che coinvolgono gli impianti chimici e petrolchimici. L’inquinamento atmosferico si somma alla contaminazione del suolo, dei corsi d’acqua e del mare. Tutto ciò nel silenzio delle autorità e delle istituzioni. Le popolazioni non conoscono neanche quale sia il piano di emergenza predisposto in caso di incidenti rilevanti. Nessuna notizia e nessun cenno ai rischi di una dispersione radioattiva che potrebbe derivare dalla sosta di un mezzo navale a propulsione nucleare.

Nel silenzio colpevole delle classi dirigenti, si sente solo la voce delle associazioni che svolgono da anni una dura azione di denuncia, come Augustambiente e Decontaminazione Sicilia ad Augusta e i movimenti no rigassificatore di Priolo e Melilli. Un’azione forte, incessante per il disinquinamento, per eliminare le fonti devastanti di contaminazione ambientale che fanno crescere patologie e malformazioni, contro le logiche militariste, contro la logica aberrante di industriali, del ministro dell’Ambiente e di esponenti politici locali di centrodestra e di centrosinistra, i quali sostengono nuovi insediamenti ad alto rischio, come il terminal di rigassificazione della Ionio Gas, che trasformerebbe in angoscia il futuro delle comunità.

                                                                                             Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Da alcuni recenti sondaggi condotti dall’Ipsos, per conto di Wwf, Legambiente, Lipu ed Enpa, emerge la contrarietà degli italiani alla caccia e alla deregulation voluta dal governo, nonostante sia contraria ai dettami dell’UE

SETTE ITALIANI SU DIECI CONTRARI ALLA CACCIA

L’Italia è da sempre fanalino di coda per le politiche ambientali, come dimostrano le varie polemiche con l’Unione Europea in seguito al mancato rispetto di determinate direttive. Tuttavia, recenti sondaggi condotti dall’Ipsos, per conto di Wwf, Legambiente, Lipu ed Enpa (Ente nazionale protezione uccelli), dimostrano che, nonostante le disastrose leggi varate dal governo, 7 Italiani su 10 sono contrari alla caccia e la parte restante non può essere di certo considerata totalmente a favore dell’attività venatoria, dato che 2 su 10 non prendono una posizione certa, mentre soltanto 1 è favorevole. L’indagine è stata condotta su un campione di 980 persone aventi diritto di voto, nelle 13 regioni in cui sono state svolte le elezioni nei giorni scorsi. La domanda loro rivolta è stata: “Il testo di legge approvato dal Senato dovrà ora essere discusso alla Camera dei deputati. Secondo lei cosa dovrebbe fare il Parlamento?”, in riferimento ovviamente alla deregulation sulla caccia. Ebbene, il sondaggio ha fornito un risultato non proprio favorevole alle leggi in discussione.

Il campione intervistato mostra tuttavia idee diverse a seconda del tipo di caccia da contrastare: il 37% risponde che, se non del tutto vietata, la caccia dovrebbe essere radicalmente ristretta, soprattutto nei confronti degli uccelli migratori; il 14% chiede di tornare alla legge originaria, quella cioè vigente prima della proposta di deregulation; il 9% si astiene dal giudizio, mentre soltanto il 10% si dichiara favorevole alle nuove e preoccupanti leggi.  Una delle strategie che il governo vuole mettere in atto è quella di convincere gli incerti all’approvazione della liberalizzazione della caccia, poiché anche all’interno della maggioranza vi sono molti pareri contrastanti. Ma le percentuali, al di fuori del sondaggio condotto recentemente, parlano chiaro: più dell’80% dei cittadini si dichiara contrario alla caccia nei parchi, alla caccia contro le specie protette od in via d’estinzione; altri ancora chiedono di limitare la caccia all’interno di parchi e boschi nei giorni festivi, quando cioè questi territori sono più frequentati da turisti o comunque sono più affollati, in modo da ridurre i rischi notevoli apportati dalla caccia.

La legge attuale, infatti, prevede che un cacciatore possa entrare senza permesso su un territorio privato ed i cittadini chiedono non solo di aumentare le distanze di sicurezza tra territori destinati alla caccia e territori abitati, ma anche di salvaguardare i terreni privati dalla selvaggia attività venatoria. Ricordiamo poi che circa l’87% degli italiani si dichiara contrario a ridurre le sanzioni penali per chi pratica caccia in modo illegale. Curioso è anche il rapporto sfalsato tra orientamento politico degli elettori e scelte della maggioranza: le proposte di deregulation provengono prevalentemente da centrodestra, ma il 66% degli elettori (orientati verso Pdl e Lega) si dichiarano apertamente contrari alla caccia e a tali proposte di legge.

Solo l’11% degli elettori di destra si dichiara totalmente favorevole. Il senatore del Pd Roberto Della Seta dichiara che le intenzioni del governo sulla caccia avranno ben presto un effetto “boomerang”, perché rischieranno di porre l’Italia ancora una volta in una posizione non proprio favorevole nei confronti dell’Unione Europea. Prima dunque di vantare riprese economiche da record ed apparente integrità politica, il governo italiano dovrebbe pensare a salvaguardare l’ambiente e le specie animali del nostro territorio: del resto, questa è una delle principali linee seguite dall’Unione Europea e solo rispettandole l’Italia potrà considerarsi in linea con il resto degli Stati membri.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI MARZO

27/03/2010

Un rapporto di Legambiente mostra segnali incoraggianti riguardo ad una svolta verde dell’Italia, almeno sul piano delle realtà locali: quasi 7000 comuni sono dotati di impianti di energia da fonti rinnovabili e quindi ad impatto zero

COMUNI SOSTENIBILI: L’ITALIA RIDE

Una recente indagine di Legambiente ha rivelato che l’Italia sotto un certo punto di vista può ritenersi soddisfatta: i dati suggeriscono infatti che il nostro Paese è sulla buona strada per una definitiva svolta verde. Sono aumentate le installazioni di impianti per la produzione di energia rinnovabile, favoriti anche dalla posizione geografica favorevole. Nel rapporto “Comuni rinnovabili 2010” si legge che sono 6993 i comuni in Italia dotati di impianti energetici ad impatto zero, mentre nel 2009 erano 5580 e nel 2008 se ne calcolavano 3190: queste cifre suggeriscono un notevole incremento della produzione di energia pulita. Gli impianti installati sono per lo più quelli che sfruttano l’energia solare, dunque impianti fotovoltaici, impianti geotermici, già utilizzati da qualche decennio in Toscana, il tutto integrato dallo sfruttamento di energia proveniente da biomassa e biogas, coordinati con un sistema di pompe di calore e teleriscaldamento. Il dato sorprendente è che la maggior parte dei comuni “sostenibili” producono più energia di quanta ne consumino, la qual cosa ha come diretta conseguenza l’aumento di posti di lavoro, forte spinta verso la ricerca di nuove tecnologie al servizio dell’ambiente ed ovviamente un netto aumento della qualità della vita.

La maggioranza dei comuni sostenibili si serve di pannelli fotovoltaici per l’energia solare: se ne contano infatti 6801; il caso più emblematico è quello di Craco, comune in provincia di Matera, dove per ogni abitante è stato installato un impianto di circa mezzo Kw, mentre il fabbisogno di ciascuna famiglia si calcola intorno ai 3Kw. I comuni a servirsi dell’eolico sono 297, quelli alimentati anche ad energia idroelettrica sono 799, mentre 788 sono i comuni con impianti alimentati da biomassa e 985 si servono anche di energia termica. Legambiente ha deciso anche di premiare il merito dei comuni rinnovabili, primo fra tutti, il comune di Sluderno, in provincia di Bolzano, sulle cui abitazioni ed aziende sono installati pannelli fotovoltaici ad alta produzione energetica, coadiuvati da due impianti ad energia idroelettrica. Sluderno non rappresenta una cosiddetta “isola felice” nel panorama ecosostenibile italiano, ma ne rappresenta l’apice, circondato da tanti altri comuni che stanno adottando sempre più impianti ad energia alternativa.

I comuni sostenibili al 100% sono quindici: essi producono tramite fonti alternative, non solo energia elettrica, ma anche energia per il riscaldamento delle abitazioni. L’esempio di tutti questi comuni dovrebbe indurre il governo a rivedere le sue posizioni rispetto al nucleare, verso il quale sembra esserci negli ultimi tempi una vera e propria ossessione; la produzione di energia pulita non sempre implica costi eccessivi, soprattutto in determinate zone del nostro Paese, che godono di notevole esposizione al sole, oltre ad essere sempre ventilate. L’impatto ambientale delle fonti d’energia rinnovabile è di sicuro nettamente inferiore (se non nullo) rispetto a quello degli impianti nucleari. Non è dunque un’impresa impossibile convertire la produzione energetica italiana ad un utilizzo più proficuo delle proprie risorse ambientali. Lo hanno fatto più di 6000 comuni, perché non provarci anche con le grandi città?

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Il fronte del sì al rigassificatore di Priolo Gargallo ha esultato di fronte alla comunicazione della Direzione regionale dei Vigili del Fuoco, che parlavano della sicurezza dell’impianto: ma non hanno letto bene la premessa…

IRRAGIONEVOLI ENTUSIASMI

Qualcuno ha pensato di avere finalmente trovato il passepartout per la realizzazione del rigassificatore nella comunicazione della Direzione regionale dei Vigili del Fuoco, trasmessa il 12 marzo scorso agli assessorati regionali all’Industria, Territorio e Ambiente, e alla Ionio Gas, nella quale si considerano superate le prescrizioni poste dalla delibera n°111 del 23/10/2008, che riguardavano la inadeguatezza dello stato dei luoghi e la non adeguata efficienza dei sistemi di sicurezza. Nel documento del Dipartimento regionale dei Vigili del Fuoco viene infatti attestato che sono in parte realizzati e in parte in fase di completamento gli interventi di risanamento e di adeguamento previsti dalla delibera del 2008. Si aggiunge anche che il rigassificatore sarà dotato di un impianto antincendio di classe A1 (cioè di massima sicurezza) e di sistemi di sicurezza di massima ridondanza (cioè di più mezzi per migliorare la funzionalità del sistema). Si precisa che tali sistemi e tali impianti saranno indipendenti da quelli delle società limitrofe (ci mancherebbe altro!) e che non sarebbero prevedibili effetti incidentali con effetto domino.

Insomma una serie di garanzie che avrà certamente mandato in brodo di giuggiole i sostenitori dell’impianto. Solo che né gli organi d’informazione che hanno dato la notizia, né i commentatori, che hanno considerato il documento come il superamento di tutte le questioni tecniche e di sicurezza poste dal progettato impianto, hanno fatto caso alla premessa del documento. In questa parte propedeutica è chiaramente sottolineato che le prescrizioni del CTR facevano riferimento solo alle condizioni necessarie per “la messa in esercizio” dell’impianto. Ciò significa che il documento del dipartimento non prende in considerazione tutti gli altri elementi che sono ostativi all’insediamento e che sono contenuti nel documento che i dirigenti dell’assessorato Ambiente e Territorio presentarono (con parere negativo sull’impianto) nella conferenza dei servizi del 26 novembre 2009. Nessuno, di coloro i quali considerano erronea e potenzialmente di grave pericolosità la costruzione di un rigassificatore nel cuore della zona industriale, ha mai negato che un tale impianto costruito in un’area non ad alta densità di altri impianti a rischio di incidenti rilevanti, come quella di Priolo-Melilli, potrebbe offrire sufficienti garanzie di sicurezza.

Si continua imperterriti a dimenticare l’elevata sismicità dell’area in cui il terminal dovrebbe sorgere, il rischio militare, l’effetto domino che altri impianti potrebbero innescare, il contrasto con le direttive Seveso per la vicinanza di centri abitati e di vie di comunicazione, la complessità del traffico delle gasiere in un’area portuale come quella di Augusta, oltre ai problemi posti dallo stato dei fondali della rada e dal mancato disinquinamento. Ciò che poi appare veramente incredibile è la quasi cecità dei sostenitori del rigassificatore che non hanno neanche per un momento considerato le risultanze della recente relazione del Dipartimento regionale della Protezione civile che ha lanciato un serio allarme sull’estrema “fragilità” degli impianti industriali già esistenti nella nostra zona, sul continuo verificarsi di incidenti anche gravi e sugli effetti catastrofici che potrebbero derivare da un evento sismico di elevata intensità. Non appare possibile che si possa continuare ad affrontare con superficialità e con iattanza il problema di un insediamento come il rigassificatore che in questo contesto diventerebbe una terribile incognita per il futuro del nostro territorio.

                                               Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

 

20/03/2010

In Africa, gli elefanti sono a serio rischio di estinzione, a causa dell’intensa attività di bracconaggio legata al commercio internazionale di avorio: in Tanzania dal 2006 al 2009 sono “scomparsi” oltre 30000 esemplari

GLI ELEFANTI SCOMPARIRANNO PER SEMPRE

La caccia agli elefanti rappresenta da sempre una fonte di ricchezza non indifferente per i bracconieri africani: le zanne dei famosi pachidermi valgono oro, o meglio, avorio, materiale assai richiesto dal mercato internazionale. Se la caccia dovesse continuare in modo cosi selvaggio, tuttavia, tra 15 anni si rischia la completa estinzione della specie; le statistiche più drammatiche parlano invece di tempi molto più brevi, che vanno dai 7 agli 8 anni di tempo massimo di sopravvivenza. Ma neanche questo sembra scoraggiare i bracconieri, che ricevono anche il supporto delle istituzioni. In Tanzania, infatti, dopo 15 anni di pausa, in molti chiedono di rendere nuovamente legale il commercio di avorio. La proposta sarà esaminata a Doha, nel Qatar, dal Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate), ma è quasi certo che la consultazione sia soltanto una farsa, un modo “legale” per riattivare il commercio d’avorio, assai redditizio per gli stati produttori, oltre che per i bracconieri: mettendo all’asta 90 tonnellate di avorio, si potrebbero ricavare tra i 14 e i 15 milioni di dollari.

La proposta in discussione prevede che non sarà fatta ulteriore richiesta per vendere avorio nel corso di 6 anni, per cui, 15 milioni di dollari, ripartiti in 6 anni, danno come risultato circa 2,5 milioni di dollari, che il governo della Tanzania metterebbe a disposizione per la salvaguardia di parchi e riserve naturali, ponendo al sicuro un’altra risorsa economica assai redditizia, il turismo, che incrementa il 17% circa delle entrate annuali. In base alle statistiche relative al turismo, si comprende che il commercio d’avorio rappresenta una fonte di reddito molto più redditizia di quanto si voglia far credere ed è per questo che il governo insiste insieme ai bracconieri per la riapertura dei commerci. Le autorità hanno voluto tuttavia fornire una spiegazione dei loro comportamenti, rilasciando dichiarazioni sul quotidiano nazionale Majira: in Tanzania esiste, con o senza divieto, il commercio d’avorio, dato che la polizia è corrotta dai bracconieri che cosi passano molto liberamente la frontiera; il governo garantisce inoltre che il prossimo passo sarà quello di combattere in modo concreto il bracconaggio.

La discutibile scelta dell’esecutivo ha scatenato accese proteste tra gli addetti all’attività alberghiera (o comunque turistica) in Tanzania: un’eventuale (ma in realtà ormai sicura) riapertura del mercato dell’avorio danneggerebbe l’immagine del paese all’estero, e a risentirne sarebbe soprattutto il settore del turismo, con ricadute evidenti sull’intera economia del paese. E sono proprio volontari delle strutture alberghiere a fornire dati raccapriccianti sulla caccia agli elefanti. Bisogna partire dal presupposto che ogni elefante produce circa 7kg d’avorio ed ogni anno in media vengono uccisi circa 40000 esemplari. L’avorio viene poi venduto ai principali porti di Vietnam, Filippine ed altri esigenti consumatori asiatici. Altra indagine significativa è stata compiuta nella regione del Selous, una delle riserve più belle della Tanzania, cosi chiamata dal nome di un cacciatore bianco: nel 2006 vi si stimavano circa 74000 esemplari di elefante, che nel 2009 sono diventati “magicamente” 40000.

Considerando anche l’esempio lampante del Salous, ci si rende conto che, al contrario di quanto afferma il governo, cioè che la crescita annua di pachidermi è incrementata di circa il 5% (stima inviata anche in veste ufficiale al Cites), non solo non ci sarebbe stato alcun tipo di incremento, ma gli esemplari sarebbero diminuiti di circa 30000 unità. La questione del commercio d’avorio non è accesa soltanto in Tanzania: vi sono anche altri stati africani che hanno assunto posizioni diverse in merito. Tanzania, Bostwana, Namibia, Zimbawe, Zambia e Sudafrica chiedono la riapertura dei mercati, mentre altri sedici paesi, tra cui spiccano Kenya ed Etiopia, chiedono di frenare il bracconaggio almeno per 20 anni, in modo da consentire un ripopolamento della specie. A complicare la situazione ci si mette, come d’abitudine, la Cina, ormai legittimata dal Cites all’acquisto di avorio e di altri preziosi materiali provenienti dal Continente Nero. Guadagni sicuri, uniti a mancanza di rispetto e cura per il proprio patrimonio naturale, hanno segnato la repentina decadenza di una regione già di per sé martoriata. Ormai neanche più l’Africa sembra essere legata ai suoi simboli e alle sue tradizioni. Che sia l’inizio di una definitiva fine?

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

La Scozia sta per diventare “l’Arabia Saudita dell’energia marina”, grazie ad un sistema di produzione di energia pulita che sfrutta le onde, le correnti e le maree- Anche in Italia è stato perfezionato un impianto ad energia marina

IL MARE COME FONTE DI ENERGIA

La Gran Bretagna investe ancora nell’energia pulita. Ben quattro miliardi di sterline (4,5 miliardi di euro) sono lo stanziamento programmato dal governo di Londra per sfruttare le onde, le correnti e le maree come fonte d’energia. I mari della Scozia settentrionale sono pronti ad ospitare il nuovo “sea snake” (serpente marino, ndr), un tubo di 180 metri che sarà installato in primavera presso l’European Marine Energy Center nelle isole Orcadi, in Scozia, e il “SeaGen”, una turbina sottomarina già sperimentata in Irlanda del Nord. I due straordinari prototipi, secondo quanto riferisce il quotidiano britannico The Guardian, saranno in grado di produrre a regime fino a 1,2 GW di energia verde, più di una centrale nucleare come quella di Dungeness B nel Kent. La Scozia si appresta quindi a diventare “l’Arabia Saudita dell’energia marina”, come ha osservato il governatore della regione, Alex Salmond, ma non è l’unico sito europeo a puntare sulle potenzialità energetiche del mare.

In Portogallo, l’impianto Pelamis (serpente di mare), costruito dalla società scozzese Ocean Power Delivery, permette di illuminare 1500 case sulla costa, sfruttando l’ampiezza delle onde, mentre il Consorzio Hydrohelix Energie francese ha scommesso sul progetto Sabella (dal nome di un genere animale di anellidi), situato al largo delle coste bretoni, per generare, nel giro di qualche anno, il 50% del fabbisogno totale di elettricità del paese d’oltralpe. E anche da noi in Italia, mentre il governo si appresta ad avviare il suo controverso programma per la costruzione di centrali atomiche di nuova generazione, è stato perfezionato un impianto marino, il Kobold (folletto buono della mitologia nordeuropea, ndr), per la produzione di energia dal mare.

La turbina del sistema Enemar, ideato dall’armatore Elio Matacena della società Ponte di Archimede International, estrae energia utile per 22 mila kilowattora l’anno, sfruttando le acque dello stretto di Messina, con un impatto ambientale “trascurabile”. Dal 2006, l’energia elettrica prodotta da Kobold viene immessa nella rete di distribuzione nazionale e porta elettricità in migliaia di case. E non è finita qui. La società Ponte di Archimede ha realizzato diversi progetti in altri paesi europei e anche oltreoceano, a dimostrazione che gli italiani, “popolo di naviganti e inventori”, sanno investire nello sviluppo sostenibile e nell’energia pulita se lo vogliono veramente.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

 

13/03/2010

Il governo, nonostante le proteste di cittadini e ambientalisti, progetta di costruire una delle nuove centrali nucleari a Montalto di Castro (in provincia di Viterbo), proprio dove sorge anche il più vasto impianto fotovoltaico d’Italia

MONTALTO DI CASTRO: UN ESEMPIO CONTRO IL NUCLEARE

Il governo sta andando avanti con il suo progetto per il nucleare di nuova generazione, nonostante il rifiuto di molte regioni e l’opposizione di cittadini e attivisti per la tutela dell’ambiente. Secondo alcune indiscrezioni, tra i siti individuati per la localizzazione dei reattori, cui dovrebbe collaborare la società francese Edf, ci sarebbe quello di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, dove Greenpeace nei giorni scorsi ha realizzato un’azione dimostrativa per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi della costruzione di altre centrali atomiche. Attivisti dell’organizzazione ambientalista hanno occupato il sito della vecchia centrale di Montalto e lanciato il loro “urlo nucleare”, uno striscione di 150 metri quadrati che ora ricopre il tetto dell’edificio, mentre più tardi sul mar Tirreno l’ammiraglia di Greenpeace, la “Rainbow Warriors”, diventava il palco di un concerto contro il nucleare.  

L’associazione si è sempre opposta alla riapertura delle centrali nucleari e contro la costruzione di nuovi impianti, ritenendoli il simbolo di un ritorno ad un regime energetico pericoloso: “Tornare al nucleare - afferma Greenpeace in un comunicato - significa perdere oltre dieci anni per ritrovarsi poi con centrali nucleari obsolete e pericolose e sprecare l’opportunità di investire nelle vere soluzioni per l’indipendenza energetica italiana e per il clima: rinnovabili ed efficienza energetica”. E  proprio a Montalto di Castro, nel dicembre scorso, è stata ultimata la più grande centrale fotovoltaica d’Italia. SunRay Renewable Energy, uno dei principali produttori indipendenti di energia solare, e SunPower Corp, produttore di celle, moduli e sistemi fotovoltaici ad alta efficienza, hanno lavorato alla realizzazione dell’impianto che già fornisce energia alla rete elettrica nazionale. Secondo SunRay, l’impianto produce attualmente energia sufficiente per 13.000 abitazioni ed evita l’emissione di 22.000 tonnellate di biossido di carbonio l’anno.

In tutto ci sono voluti solo otto mesi per costruire l’impianto fotovoltaico, con il coinvolgimento di 250 operai e dieci aziende locali. Più di 200 operai sono stati inoltre formati con le competenze specifiche della tecnologia fotovoltaica e, non solo, è in programma un centro didattico per sensibilizzare la comunità locale e i visitatori sull’importanza dell’energia solare e di altre fonti rinnovabili. Tutto questo a conferma che “le centrali fotovoltaiche sono oggi finanziariamente sostenibili e allo stesso tempo interessanti dal punto di vista commerciale”, come ha dichiarato Howard Wenger, presidente della Global Business Unit di SunPower. Ma mentre la SunRay si prepara ad avviare un programma di educazione sull’energia rinnovabile per gli alunni delle scuole elementari di Montalto, il nostro governo continua per la sua strada, insistendo su progetti che già in alcuni paesi sono considerati obsoleti e pericolosi. 

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

La Corte di Giustizia Europea ha accusato l’Italia di non aver adottato le necessarie misure per la lo smaltimento dei rifiuti durante l’emergenza e di aver anzi messo a rischio la salute dei cittadini: adesso si rischiano pesanti sanzioni

EMERGENZA RIFIUTI: L’EUROPA AVVERTE L’ITALIA

Anche a distanza di mesi, l’emergenza rifiuti che ha investito la Campania continua a far parlare di sé: la Corte di Giustizia Europea ha infatti bocciato l’Italia, colpevole di non aver adottato tutte le misure necessarie per lo smaltimento dei rifiuti durante il periodo di emergenza. L’accusa più grave è tuttavia quella di aver messo in serio pericolo la vita e la salute dei cittadini, venendo meno alla direttiva del 2006 relativa proprio all’ambito dello smaltimento e riciclaggio dei rifiuti. Il messaggio inviato dalla Corte di Giustizia è stato soltanto un avvertimento; ben presto, infatti, il nostro Paese, nel caso in cui non dovesse dotarsi di strutture adeguate allo smaltimento dei rifiuti, sarà sottoposto ad ingenti sanzioni pecuniarie. Le autorità dell’Unione Europea affermano che da Roma stessa provengono ammissioni di mea culpa: il governo era infatti consapevole della scarsità di mezzi e risorse per prevenire o quanto meno arginare l’emergenza rifiuti in Campania, nonostante il supporto di altre regioni, e le sporadiche strutture pensate appositamente per lo smaltimento dei rifiuti erano del tutto inadeguate (come lo sono attualmente gli inceneritori, che in alcuni casi giacciono inutilizzati).

Nel pieno dell’emergenza, l’Unione Europea aveva prefissato alle autorità italiane una sorta di limite temporale entro cui correre definitivamente ai ripari. Anche a tempo nettamente scaduto, però, le strade di alcune città della Campania versavano in condizioni pietose: si calcola che, dopo il limite prefissato, circa 55000 tonnellate di rifiuti venivano riversate per le strade, mentre una quantità stimata tra le 110000 e le 120000 tonnellate erano in vana attesa di essere smaltite presso gli appositi siti di stoccaggio, attesa che ha provocato malcontento generale, dato che immensi cumuli di immondizia sono stati incendiati dalla popolazione, con gravi conseguenze sulla salute comune, e non solo: a pagare le conseguenze di tale scempio è stata anche una delle principali risorse economiche della regione Campania, ovvero l’attività turistica, che ha subito un fortissimo decremento durante il suddetto periodo d’emergenza.

La Protezione Civile, in seguito alle accuse provenienti dalla Corte di Giustizia, ha sottolineato che i fatti contestati dalle autorità europee sono relativi al periodo precedente la nomina di Guido Bertolaso come sottosegretario all’emergenza rifiuti in Campania e, a loro avviso, sarebbero dunque imputabili alla “disastrosa” gestione Prodi-Bassolino, colpevoli di aver reso Napoli e dintorni una vera e propria discarica. Come dire: “Meno male che Silvio (o Guido, in questo caso) c’è”. Il problema è che nessun tipo di amministrazione o intervento dall’alto è stato in grado di eliminare totalmente il problema, che si ripresenta anche in forme diverse: basti guardare il sottosuolo, le strade devastate, gli inceneritori inattivi, la mancanza di organizzazione nella raccolta differenziata in vaste zone della regione per rendersi conto che il problema è tutt’altro che risolto. La popolazione campana dovrà dunque sperare in una svolta decisiva per le prossime elezioni regionali, che, tuttavia, non promettono nulla di positivo, dando uno sguardo alle liste elettorali ed ai candidati stessi. I risultati vantati dal governo Berlusconi, ad ogni modo, inducono a pensare ad una calma apparente, ma basterà poco per ripiombare in piena emergenza.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

6/03/2010

Dal rapporto annuale di Legambiente sullo stato del Paese emerge un’Italia ferma, rimasta indietro, con gravi problemi in tema di legalità e rifiuti e un sempre più profondo divario tra Nord e Sud. Ci sono però motivi di speranza.

ITALIA: UN PAESE BLOCCATO

L’Italia è un Paese bloccato, con gravi problemi in tema di mobilità, legalità e rifiuti, con sprazzi di eccellenze e buone pratiche sparse che, pur aprendo la strada a momenti di ottimismo, non riescono a fare sistema e a caratterizzare lo sforzo unitario della comunità. Lo afferma Legambiente nel comunicato del 22 febbraio scorso in cui ha presentato il suo nuovo rapporto annuale sullo stato di salute del Paese.  Dallo studio dell’organizzazione ambientalista emerge ancora una volta un profondo divario tra le regioni del Nord e del Sud, anche se in alcune politiche di settore aumentano le eccezioni virtuose. Il Pil pro-capite è sempre molto più alto nelle regioni settentrionali con la Val d’Aosta in testa (33683 euro), mentre in Campania, in Calabria, in Sicilia e in Puglia non supera i 17600 euro. In tema di rifiuti la raccolta differenziata è piuttosto alta in Trentino Alto Adige, dove arriva al 53,4%, in Veneto (51,4%), Piemonte e Lombardia (44%), ma diminuisce spaventosamente al Sud: ultime della classifica sono Molise (4,8%), Basilicata (8,1%), Sicilia (8,6%) e Puglia (8,9%).

Se poi guardiamo all’illegalità ambientale, Calabria, Puglia, Campania e Sicilia salgono ai primi posti, mentre quelle più “rispettose degli standard ambientali” sono le regioni dell’Alto Adige, della Val d’Aosta, del Molise e del Friuli. Particolarmente preoccupante è il problema delle emissioni inquinanti: con 550 milioni di tonnellate di Co2, il nostro è il terzo paese europeo a produrre la maggiore quantità di gas serra. Rispetto al 1990, anno di riferimento del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici per una riduzione delle emissioni di anidride carbonica, l’Italia ha registrato un aumento lordo del 7,1 per cento delle emissioni, a causa dell’aumento dei consumi per trasporti, energia elettrica e riscaldamento. Nessuna riduzione quindi nella Penisola, al contrario di altri Stati dell’Ue, come la Germania, la Gran Bretagna e la Francia, che hanno superato gli obiettivi del Protocollo di Kyoto (-6,5%), seguiti dall’Olanda che li sta raggiungendo.

Ancora una volta è il settore delle energie rinnovabili a rimanere indietro in un paese in cui il solare potrebbe soddisfare gran parte del fabbisogno energetico delle abitazioni. “L’Italia – continua Legambiente nel comunicato - deve arrivare al 17% di produzione da fonti rinnovabili (dall’attuale 5,2%) rispetto ai propri consumi entro il 2020, agendo sulle principali voci dei consumi energetici: elettricità, calore, biocarburanti, raffrescamento”. Questo, infatti, è l’obiettivo fissato dall’Unione europea e vincolante per tutti i Paesi membri che va raggiunto con il contributo imprescindibile delle regioni. La sfida è quella di “trasformare l’obbligo in un’opportunità di cambiamento in positivo, spingendo solare fotovoltaico e termico, eolico e biomasse, mini-idroelettrico e geotermia”. E in tale contesto, le Regioni hanno una grande responsabilità: l’Ue aspetta il piano nazionale per l’energia entro giugno prossimo con un’articolazione degli impegni divisi per regione “e - conclude Legambiente -  questo sarà il primo banco di prova dei nuovi Governatori nei loro rapporti di cooperazione con il governo. Diversamente pagheremo altre multe”.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Dati forniti dalla Protezione Civile siciliana confermano l’incredibile numero di incidenti industriali nell’area in cui è previsto il rigassificatore di Priolo-Melilli, ma il fronte del Sì non si arrende e azzarda paragoni insensati

PREOCCUPANTI RETICENZE CONTRO LA SICUREZZA

Pericolosità del sito, in contrasto con la priorità della sicurezza e con l’obbligo di contenere e ridurre i rischi di incidenti rilevanti: è l’elemento cardine che ha determinato il  parere negativo del Dipartimento Territorio e Ambiente della regione siciliana alla realizzazione del rigassificatore della Ionio Gas all’interno del polo petrolchimico. A questo imperativo categorico non possono sfuggire i tanti fautori dell’impianto nonostante il forsennato pressing prodotto sui media da sindacalisti, esponenti delle istituzioni locali e della grande imprenditoria, per strappare al presidente della Regione, Lombardo, un parere favorevole all’autorizzazione. Si sta tentando di tutto per fare apparire la volontà contraria della popolazione e dei movimenti popolari alla realizzazione del terminal di rigassificazione come frutto di pulsioni irrazionali e immotivate. La carota e il bastone vengono utilizzati senza pudore. Così si cita l’esempio del progetto di costruzione di un rigassificatore (progetto Techint) nell’area del porto di Rotterdam, per dimostrare che nella nostra provincia prevarrebbe un orientamento pregiudiziale ed ideologico. Hanno dimenticato però di chiarire che l’area portuale di Rotterdam, il più grande scalo d’Europa, si estende per oltre 32 chilometri, che la zona dove è previsto il terminal (a Maasvlakte) è nell’area del Mare del nord, lontano dalla città (ad oltre 40 minuti), in un punto terminale di un canale artificiale, lungo il quale è vero che sono insediati impianti industriali, ma dove i serbatoi di Gnl sorgeranno in spazi non conglobati tra gli impianti chimici, senza i rischi di effetto domino esistenti nel sito di Priolo-Melilli.

Alle comparazioni inattendibili si accostano lamenti da cassandre per prefigurare senza il rigassificatore scenari di declino o addirittura di crollo industriale. Anche in questo caso viene accantonata ogni corretta lettura della realtà dell’industria del polo petrolchimico, dove il problema da risolvere rimane la diversificazione delle produzioni esistenti, la nascita di un polo tecnologico, la realizzazione o il potenziamento delle infrastrutture per uno sviluppo della piccola e media impresa in settori innovativi o in grado di utilizzare il patrimonio di professionalità del settore metalmeccanico. Cosa c’entra il rigassificatore con questi obiettivi, in una regione e in una provincia dove è sovrabbondante la disponibilità d’energia? A prescindere dalle violazioni sistematiche delle leggi Seveso II e III, sulla scelta del sito e sulla mancata partecipazione delle popolazioni, ciò che pervicacemente viene eluso da chi si ostina a sostenere un investimento non necessario e preoccupante è che movimenti, associazioni, popolazioni non si sono schierati contro l’impianto per posizione preconcetta o oscurantista, ma per impedire, in una realtà industriale come quella del polo petrolchimico siracusano, di vivere nel tempo presente e nel prossimo futuro in un clima da incubo di un non escludibile evento catastrofico.

Per avviare una riflessione scevra da logiche precostituite i vecchi e i nuovi sostenitori dell’impianto di rigassificazione farebbero bene a tenere conto non solo delle obiezioni sollevate dal Dipartimento regionale Territorio e Ambiente, ma anche del documento del Dipartimento di protezione civile, Servizi rischi ambientali e  industriali di Siracusa. Da uno stralcio della relazione dell’ex dirigente generale del dipartimento regionale, Salvatore Cocina, pubblicato dal Quotidiano di Sicilia, emerge nel polo petrolchimico Priolo-Melilli (con l’esclusione degli impianti attivi presenti nel territorio di Siracusa e Augusta) una situazione preoccupante, contrassegnata  da un elevato numero di incidenti. Dai dati riportati in una tabella, relativa al periodo gennaio 2007-dicembre 2009, sono circa 193 quelli accaduti, dei quali 96 nella raffineria Isab Impianti Nord, 30 all’Isab Impianti Sud e 30 alla Isab Energy. Insomma circa l’80% degli incidenti (sfiaccolamenti, rilascio sostanze, emissioni fumose, blocco impianti, e ben 6 incendi, tra i quali non è compreso il pauroso rogo del 30 aprile 2006) investono gli impianti del gruppo Erg, mentre circa 14 incidenti hanno interessato l’area Polimeri e 6 l’Air Liquide.

La prima valutazione che i dati producono è l’esistenza di una qualche “fragilità” nel sistema impiantistico delle aree di raffineria dell’Isab, soprattutto nel sito Nord,  e indicano anche l’esistenza di pericoli negli impianti Polimeri e Air Liquide, sicuramente non meno trascurabili, se si pensa alle produzioni ad alta pericolosità di questi stabilimenti (etilene, idrogeno, ossigeno, ecc.). La situazione appare più allarmante se si tiene conto degli altri rilievi contenuti nella relazione. Nel documento, infatti, si sottolinea che il rischio incidenti dipenderebbe dall’avanzata età di molti impianti, alcuni addirittura entrati in servizio negli anni ’50 e ancora in funzione, e che l’esistenza di strutture impiantistiche, realizzate prima del 1981-1982, non sono antisismiche e costituiscono un pericolo immanente in un’area che è classificata ad alto rischio sismico. Sono risultanze e valutazioni, provenienti da una fonte autorevole, che devono essere approfondite e che comportano, da parte delle istituzioni e delle autorità pubbliche, precise scelte d’intervento. Proprio in queste settimane, dopo il susseguirsi di incidenti negli impianti Isab (con un principio d’incendio nell’area sud), il sindacato dei lavoratori metalmeccanici ha chiesto l’istituzione di un tavolo sui problemi della sicurezza degli impianti e dell’adeguamento delle attività manutentive.

In presenza di un tale contesto, della densità di impianti a rischio di incidenti rilevanti presenti nel polo petrolchimico, della estrema vicinanza dei centri abitati e delle vie di comunicazione dagli stabilimenti industriali, dell’elevata sismicità dell’area in cui sorgono, si continua senza demordere a perseguire l’obiettivo della costruzione di due grandi serbatoi di Gnl. Sorprende la proposta avanzata da Legambiente, che l’informazione ha valutato come un’apertura al rigassificatore, di realizzazione di un impianto per la produzione e raffinazione di metano a zero contenuto di zolfo. Si tratterebbe cioè della trasformazione del metano in gasolio liquido (Gas To Liquid o GTL) e in altri prodotti (virgin nafta, kerosene, Gpl, ecc), attraverso l’additivazione con quote di idrogeno o ossido di carbonio.

In realtà l’ipotesi di Legambiente, avanzata dai suoi esponenti alla Ionio Gas, riguarda una trasformazione del metano in idrocarburi puliti nel quadro di una forte innovazione tecnologica, ma appare sganciata dai problemi posti dalle condizioni del sito dove dovrebbe sorgere il rigassificatore e non tiene conto dei rischi concatenati. Agganciare la proposta all’obbligo di sottoporre il progetto alla valutazione ambientale strategica o alla circostanza della riduzione dei rischi degli altri impianti esistenti nel sito, appare più come una proposizione teorica e non circostanziata. Soprattutto si rimane perplessi rispetto a quanto Legambiente ha sempre sostenuto sulla non idoneità dell’area prescelta. Se considerassimo il rigassificatore in astratto, fuori dal contesto in cui lo si vuole collocare, quindi in un sito non compromesso o dalle condizioni geologiche stabili, l’ipotesi di Legambiente avrebbe sicuramente fondatezza.

                                                         Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI FEBBRAIO

27/02/2010

A Giampilieri si rimane ancora in attesa di una rapida ricostruzione, mentre Sicilia e Calabria franano e si frantumano per la loro fragilità idrogeologica e lo Stato risponde con l’ostinata e intenzione di costruire il Ponte sullo Stretto

UN PONTE PER UNIRE L’ITALIA O AFFONDARE LA SICILIA?

Sono strani i meccanismi di difesa della mente umana, in grado di allontanare rapidamente i ricordi drammatici per renderli meno dolorosi. Sembrano passati secoli dall’alluvione di Giampilieri e della fascia ionica del messinese e, invece, da quei tristissimi giorni di inizio ottobre sono passati solo pochi mesi. Dopo le dolorose immagini di quell’evento tutti si auguravano che simili catastrofi, indegne di uno Stato che rientra tra le maggiori forze mondiali, non si sarebbero più verificate. Una speranza destinata a durare poco, appena 4 mesi. Sono bastate le forti piogge delle scorse settimane a riportare tutta l’Italia alla triste realtà, a riacutizzare un dolore anestetizzato. Mentre a Giampilieri la ricostruzione non è ancora nemmeno iniziata, sono ricominciate le frane. A venire giù sotto il peso (che dovrebbe essere sopportabilissimo) della pioggia, stavolta sono state San Fratello, sempre nel messinese, e Maierato, in provincia di Vibo Valentia. Le spaventose immagini che ci sono giunte da entrambi i comuni raccontano di montagne che rapidamente scendono inghiottendo tutto ciò che trovano sul loro cammino, raccontano di paesi ormai abbandonati. Sono 2000 le persone evacuate da San Fratello, alle pendici dei Nebrodi, e oltre 200 quelle che hanno dovuto lasciare Maierato.

Una vera e propria tragedia per chi in quei paesi abitava da sempre, per chi, nelle zone travolte dal fango, aveva la propria casa o il proprio campo. Delle catastrofi annunciate e che sottolineano, una volta di più, l’incapacità tutta italiana di imparare dal passato. Non parliamo solo dei recentissimi avvenimenti franosi a Giampilieri, né dei segnali che, anche in quel caso, avrebbero dovuto mettere chi di dovere in allarme; si parla dell’irrazionale indifferenza verso importanti episodi passati e del continuo ignorare i messaggi d’allarme lanciati da organizzazioni a tutela dell’ambiente. San Fratello era già stata interessata da un gravissimo episodio di dissesto idrogeologico nel 1922, quando una frana provocò lo “scivolamento a mare” della zona a nord del paese. Eppure, malgrado un simile precedente, San Fratello, così come i paesi ad esso vicini, non è mai stato messo in sicurezza. Ignorate sono state anche le dichiarazioni rese, lo scorso 26 settembre, da “Rete no Ponte”, l’organizzazione che, nel tentativo di difendere il territorio, si è schierata contro la realizzazione del Ponte sullo Stretto.

In una nota i responsabili dell’organizzazione avevano annunciato il forte rischio di frane nell’intero territorio messinese, dovuto, oltre che alla giovinezza geologica delle montagne, che le rende sostanzialmente meno solide, alla politica di cementificazione selvaggia adottata nell’intera provincia. Lo stesso Wwf ha redatto una mappa delle zone del messinese a più elevato rischio idrogeologico, una mappa piuttosto sconvolgente dal momento che include gran parte dei quartieri cittadini, incluse importanti zone centrali. Il Dipartimento Territorio e Ambiente della Regione Sicilia ha altresì stilato una lista di zone a rischio, 12 zone che potrebbero essere interessate da fenomeni franosi uguali o peggiori di quello verificatosi a Giampilieri. Nella lista figura ovviamente Messina e gran parte della sua provincia, ma in cima alla medesima lista c’è la città di Palermo, il capoluogo siciliano, che vanta ben 6 zone rosse. Inoltre, non può essere dimenticato lo studio “Ecosistema rischio 2009”, realizzato lo scorso dicembre da Legambiente e dalla Protezione Civile, dal quale emerge l’elevatissima fragilità del suolo italiano, nel quale 7 comuni su 10 sono a rischio frana.

L’allarme riguarda in modo particolare 3 regioni: la Calabria, l’Umbria e la Valle D’Aosta, che “vantano” la percentuale di rischio più alta (il 100% dei comuni in queste regioni è a rischio frana). Una situazione indubbiamente sconcertante, meritevole di opportune riflessioni e di approfonditi studi geologici finalizzati alla messa in sicurezza delle intere aree a rischio. Eppure sembra essere ben diverso l’orientamento dello Stato sull’intera questione. Non solo perché la solidarietà o l’attenzione nei riguardi di queste zone devastate non è stata (ad ottobre) e non è (oggi) minimamente paragonabile a quella riservata a L’Aquila, così da rendere le vittime siciliane e calabresi “vittime di serie b”, né perché a questa incredibile tragedia è stata ulteriormente tolta dignità dalle infelici parole di Guido Bertolaso che, nel difendersi dalle accuse che lo stanno investendo, ha dichiarato di sentirsi un alluvionato e che il fango che gli si sta riversando addosso è peggio di quello che si è abbattuto sugli alluvionati. Parole decisamente di cattivo gusto, specie se proferite da chi a quegli alluvionati dovrebbe o avrebbe dovuto portare aiuto. Il dato più sconcertante dell’orientamento politico resta comunque un altro: il fermo convincimento di non bloccare il progetto del Ponte sullo Stretto.

Un’opera faraonica che, oltre a comportare ingenti esborsi monetari, che potrebbero essere molto più utilmente investiti nella messa in sicurezza delle tantissime zone a rischio idrogeologico, potrebbe essere pericolosissima ed aggravare questa situazione già tanto instabile. La struttura del ponte, infatti, non sarebbe solo quella aerea, ma verrebbe affiancata anche da tutta una serie di opere connesse, una per tutte l’attività di stoccaggio dei materiali di scavo che comporterà la formazione di vere e proprie “montagne” in aree di impluvio, laddove dovrebbero liberamente scorrere le acque meteoriche. Il rischio è che l’ostinazione dei politici italiani comporti effettivamente la realizzazione del tanto proclamato Ponte, ma che tale opera, piuttosto che aiutare i cittadini, migliorandone i movimenti, li metta in serio pericolo, causando nuovi smottamenti nel messinese ed in Calabria. Non servirebbe a nessuno un Ponte tra due regioni fantasma.

Anna Serrapelle –ilmegafono.org

 

Un rapporto dell’Onu fornisce una mappa dettagliata delle zone maggiormente interessate dall’inquinamento derivante dai rifiuti elettronici, sempre in aumento a seguito del rapido e irrefrenabile sviluppo tecnologico

“E-WASTE”: LA SPAZZATURA “ELETTRONICA”

Lo smaltimento dei rifiuti è da sempre una delle questioni più spinose relative all’inquinamento e lo diventa ancor di più se i rifiuti in questione fanno parte della cosiddetta e-waste, meglio nota come “spazzatura informatica”, quella cioè derivante da congegni elettronici (computer, cellulari, videogiochi e quant’altro) ormai fuori uso. Si tratta di rifiuti altamente dannosi sia per l’ambiente che per la salute dell’uomo, poiché contengono componenti chimici nocivi. Le Nazioni Unite hanno recentemente fornito un rapporto dettagliato sulle zone maggiormente interessate e colpite da questo tipo di inquinamento e non stupisce la presenza di paesi come la Cina e l’India, già agli onori della cronaca per le continue reticenze verso misure di sicurezza climatica ed ambientale, a causa della corsa sfrenata verso l’industrializzazione e lo sviluppo economico. Il rapporto, infatti, sostiene che entro il 2020 i rifiuti informatici derivanti dai soli telefoni cellulari non più utilizzabili crescerà di circa diciotto volte in India, mentre in Cina si parla di un incremento pari a sette volte quello attuale.

Ancor più preoccupanti sono le stime relative allo smaltimento di vecchi pc, partendo dalle previsioni fornite dai dati risalenti al 2007: nel 2020, in Cina e Sudafrica, la spazzatura elettronica proveniente da vecchi computer sarà destinata ad aumentare di circa il 400 per cento, mentre in India si parla addirittura di un aumento pari al 500 per cento. Oltre ai paesi citati, sulla mappa riportata dalle Nazioni Unite figurano tra i poli più colpiti dall’invasione dell’e-waste anche Stati Uniti, Messico e Brasile. La produzione sempre più ossessiva di nuovi congegni elettronici non corrisponde alla possibilità che hanno i paesi produttori (e consumatori) di tali congegni di smaltire in modo adeguato i materiali di scarto, che ogni anno ammontano a circa 40 milioni di tonnellate, di cui 3 milioni derivano dagli Stati Uniti e 4 milioni dalla Cina. Vi sono però alcuni paesi di recente industrializzazione (come appunto l’India e la Cina) che trovano addirittura vantaggioso questo loro ruolo di “discariche di congegni elettronici”, poiché è proprio da questi congegni che è possibile ricavare materiali pregiati e di difficile (oltre che costosa) estrazione; i materiali in questione sono il cobalto, il palladio, il titanio e, addirittura, l’oro e l’argento.

L’impatto che questo tipo di estrazione poco ortodossa (e soprattutto poco costosa) ha sull’ambiente è a dir poco disastroso. In Cina sono state predisposte delle vere e proprie griglie a cielo aperto, in cui vengono bruciati i congegni senza alcuna cura per l’ambiente, e talvolta vengono proprio utilizzati come materiale di combustione per appositi inceneritori. Si è parlato anche dell’India come uno dei paesi “colpevoli” di aver sottoposto il pianeta ad emissioni nocive a causa dell’e-waste; tuttavia, non tutte le città indiane sono annoverate nella lista nera dell’Onu: ve ne sono alcune, come Bangalore, che sono citate come “buoni esempi da seguire” per lo smaltimento di tali rifiuti. Bangalore rappresenta però soltanto un raro esempio di correttezza nei confronti dell’ambiente, dato che la maggior parte dei paesi di recente industrializzazione non si sono ancora dotati di politiche ambientali adeguate, come del resto succede anche nel cosiddetto Nord del mondo. È necessario dunque aprire un’enorme parentesi su questa problematica ambientale nata e sviluppatasi in modo repentino soltanto negli ultimi decenni: la velocità con cui si è sviluppata e con cui ha arrecato danni potrebbe aumentare vertiginosamente insieme alla crescita economica ed industriale di tutto il pianeta.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

21/02/2010

Dagli studi più recenti sulla crisi climatica emerge la certezza che i cambiamenti climatici sono inevitabili e che gli Stati mondiali devono intervenire per ridurre i danni: l’Italia ancora indietro nonostante i suoi eccellenti studiosi

POSSIAMO SOLO SALVARE IL SALVABILE

Che il mondo fosse in preda ad una crisi climatica e che ben presto tutti gli equilibri del nostro pianeta saranno sconvolti, non è una novità, ne siamo consapevoli ormai da un bel pezzo. Fino ad ora si è parlato soltanto di probabili soluzioni per evitare cambiamenti troppo radicali, ma gli studi più recenti e le indagini degli esperti nel settore possono, purtroppo, fornire una certezza: i cambiamenti climatici sono inevitabili e dovrà essere necessariamente l’uomo ad adattarsi. Insomma, detto in termini brutali, il guaio è stato fatto, ora bisogna soltanto cercare di salvare il salvabile ed evitare catastrofi peggiori. Per questo, i governi di alcuni stati, tra cui Olanda e Gran Bretagna, si sono attivati per la risistemazione degli argini di laghi e fiumi, per impedirne le esondazioni e, nello specifico, l’Olanda si è attivata con gli stessi sistemi anche per evitare di essere sommersa dal mare; in Buthan ed altri piccoli e grandi stati della catena Hymalayana, sono in corso progetti (con relative realizzazioni) di vere e proprie vasche per la raccolta delle acque provenienti dai ghiacciai in fase di progressivo scioglimento, mentre in Africa è in corso una riconversione dell’agricoltura verso piantagioni più resistenti alla siccità. Significativo è anche l’impegno della Cina che si sta dotando di barriere forestali al fine di ostacolare l’avanzare della desertificazione.

L’attivarsi a favore dell’ambiente è stato dunque riscontrato in diverse parti del mondo, come testimonia un’apposita mappa elaborata in seguito alle statistiche. Ancora una volta, però, non compare il nome dell’Italia tra i paesi che stanno appunto cercando di arginare il problema clima; per ogni passo in avanti che compie il nostro Paese, c’è sempre qualche piaga da risanare. Il Commissario per le Politiche ambientali dell’Ue, Stavros Dimas, afferma che i cambiamenti climatici sono ormai inevitabili ed è proprio per questo che i governi di ogni singolo Stato dell’Unione (e non solo) dovranno ben presto adottare misure politiche, economiche, sociali ed ovviamente ambientali, per far fronte ad eventuali cambiamenti nella vita quotidiana: ricadute importanti dovute al mutamento del clima, si verificheranno infatti anche nella vita socio-economica di tutto il mondo, ed è dunque necessario, oltre che adattarsi, correre ai ripari per evitare una crisi ancor più disastrosa di quella che attualmente stiamo vivendo. I cambiamenti climatici, inoltre, si abbatteranno in misure e modi differenti a seconda delle regioni geografiche.

Le zone che risentiranno maggiormente dei mutamenti ambientali saranno le regioni costiere, che dovranno combattere contro il repentino avanzamento dei mari, le regioni montuose, che saranno sempre più soggette allo scioglimento dei ghiacciai e al distacco di blocchi di neve e ghiaccio dalle pendici dei monti (il cosiddetto fenomeno di valanghe e slavine), infine le fasce tropicali e subtropicali che, dato il clima già normalmente caldo, saranno ampiamente esposte all’avanzare della desertificazione. Sarà compito di ciascun governo gestire le proprie risorse e trovare un sistema idoneo alle esigenze territoriali del proprio paese. Nell’Unione Europea, gli stati membri sono stati invitati dalla Commissione a fornire un documento, o meglio, una sorta di reportage, sugli eventuali danni che i cambiamenti climatici potrebbero arrecare su ogni territorio; fino ad ora hanno fornito una valida documentazione: Germania, Spagna, Francia, Regno Unito, Danimarca, Ungheria, Svezia, Finlandia e Olanda. Alcuni di essi stanno adottando anche sistemi concreti contro le future crisi ambientali, attraverso politiche ambientali all’avanguardia.

L’Ipcc, l’organismo Onu per lo studio dei cambiamenti climatici, chiede ai governi locali di restringere il proprio raggio d’azione a zone più limitate, suddividendo, se necessario, il proprio stato in regioni di circa 30 km quadrati ciascuna, in modo da intervenire nel dettaglio per ogni singolo problema riscontrato. Carlo Carraro, unico italiano nel team dell’Ipcc, afferma che, restringendo le regioni sulle quali agire per salvare il clima, si riuscirà a rispondere meglio alle esigenze delle comunità locali, conciliando le attività umane con la salvaguardia del clima stesso. Quanto all’Italia, come afferma Francesco Bosello, ricercatore del Centro euro mediterraneo per i cambiamenti climatici, ci troviamo in una sorta di gap organizzativo, cosa che spiegherebbe la mancanza di aggiornamenti sulla nostra mappa delle emergenze. Tuttavia, le eccellenze nella ricerca per la salvaguardia di clima ed ambiente sono proprio rappresentate da studiosi italiani, i quali nel nostro Paese non godono di grossa considerazione e, per questo, vengono spediti all’estero. Si spera che almeno nel pieno dell’emergenza climatica, qualcuno dei nostri studiosi faccia un eroico ritorno in patria e ci salvi tutti dalla catastrofe.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

A due anni dall’incidente in un impianto di smaltimento dei rifiuti in Toscana, in cui perse la vita un operaio rumeno, l’inchiesta ha svelato un sistema criminale di gestione dei rifiuti: adesso si attende giustizia nei confronti dei responsabili

QUANDO I BUOI SONO GIÀ SCAPPATI

A due anni dall’esplosione di un impianto di smaltimento rifiuti a Scarlino (Gr) nel quale perse la vita un operaio rumeno di 42 anni, comincia a farsi luce sulla vicenda. La sciagura provocò la morte di Martin Dacu e il ferimento grave di un altro operaio, nonché una densa nube tossica che sorvolò le campagne del maremmano per più di mezza giornata. I carabinieri hanno individuato una fitta rete di collegamento tra l’azienda Agrideco (il cui Cda è stato pressoché smantellato durante l’inchiesta) e numerose imprese del nord Italia. I rifiuti (come le bombolette che venivano smaltite a Scarlino nonostante non ci fossero né autorizzazione né misure di sicurezza adeguate) venivano spediti nel centro Italia, per essere poi smaltiti ovviamente a prezzi più bassi. Il bilancio dell’operazione “Golden Rubbish”, nata proprio dopo l’incidente di Scarlino, ha portato alla denuncia di ben 61 persone, con 20 aziende coinvolte, 17 provvedimenti cautelari e 3 sequestri preventivi. Una vera e propria associazione a delinquere che, se verranno confermate le accuse dei pm, sembra molto simile alle tante storie di mafia ecologica che feriscono l’Italia.

Si possono trarre due significativi spunti di riflessione dalla questione. Il primo è che la delinquenza verso il nostro ambiente non è solo appannaggio di campi, bufale e mozzarelle alla diossina del Sud, ma anche delle aree del centro e del nord Italia. Il secondo e più importante ci spinge a chiedere: dove sono finiti i controlli? Come fanno ad arrivare tonnellate di bombolette contenenti gas propano liquido altamente esplosivo in impianti assolutamente inadatti a smaltirle? Chi controlla che un settore sempre più sensibile e critico sia seriamente “in regola”? L’operazione “Golden Rubbish” ha portato infatti all’individuazione di un laboratorio di Mantova nel quale venivano, così si ipotizza, falsificati i certificati di analisi e si dava una bella mano di bianco sulla sporcizia che intanto andava ad inquinare il territorio.

Il vecchio detto del “chiudere i cancelli quando i buoi sono scappati” è sempre valido. Si spera che questa volta però i buoi non scappino del tutto. Nel frattempo ci ha rimesso la vita un operaio, che nella contabilità delle morti bianche non è che una piccola, infima percentuale, ma che nel contesto di una società civile pesa quanto un macigno. Fatto ancor più grave se si pensa che proprio in quella zona dovrà essere installato un inceneritore. È giunta l’ora del pugno di ferro contro chi mette a repentaglio la vita di tutti noi attraverso procedure illecite dettate solo dalla riduzione dei costi. Non ci stancheremo mai di ripetere che la nostra vita e il nostro pianeta non hanno prezzo.

Alberto Agostini –ilmegafono.org

 

 

13/02/2010

L’Enel e le autorità portuali di Roma, Venezia e La Spezia hanno siglato un protocollo d’intesa per la riduzione delle emissioni inquinanti e dei rumori nelle aree portuali: saranno installate banchine e strutture a impatto zero

UN FUTURO VERDE PER I PORTI DEL MEDITERRANEO

Roma, Venezia e La Spezia compiono passi importanti verso un futuro a favore dell’ambiente: pochi giorni fa, è stato firmato dai presidenti delle due autorità portuali delle città un protocollo d’intesa con il presidente dell’Enel, Fulvio Conti, per ridurre le emissioni di sostanze inquinanti e di rumori che producono inquinamento acustico nelle zone portuali. La prima banchina ad impatto zero sarà installata a Civitavecchia, le altre saranno poi installate a La Spezia e Venezia. Si tratta di banchine elettrificate con il sistema “cold ironing”, che consente di trasmettere energia alle navi durante la sosta al porto attraverso la connessione con il sistema da terra; inoltre, sempre durante le soste, sarà previsto lo spegnimento dei motori ausiliari di bordo. Considerando che i porti italiani sono tra i più trafficati del Mediterraneo, sia per quanto riguarda le navi da crociera, sia per le navi mercantili (il porto di Venezia è stato nel 2009, con i suoi 1,9 milioni di passeggeri, il primo “Home port” per traffico di croceristi), si tratta di un’iniziativa che potrebbe portare finalmente l’Italia ad un livello d’avanguardia sul piano ambientale, almeno nell’Unione Europea.

L’idea dei “porti verdi” non è del tutto nuova: porti elettrificati con questo sistema sono attivi ed operativi nei porti di Seattle, Vancouver, Juneau, Goteborg, Lubecca, Zeebrugge ed altri tre porti finlandesi. Nello specifico, il “cold ironing” consentirà una riduzione delle emissioni di CO2 pari al 30%, una riduzione degli ossidi di azoto e perticolato pari al 95%, oltre che un azzeramento totale di inquinamento acustico; tradotto in termini quantitativi, le riduzioni equivarrebbero a circa 20 tonnellate in meno di anidride carbonica, una tonnellata in meno di ossido d’azoto ed una tonnellata di ossido di zolfo. Il protocollo d’intesa con l’Enel tuttavia prevede, oltre alla riduzione delle emissioni a bordo, anche miglioramenti (e conversioni all’energia pulita) negli spostamenti interni ai porti: il sistema di mobilità interno sarà infatti completamente “elettrico”, saranno installati pannelli ad energia solare, eolica o comunque energia rinnovabile, il sistema d’illuminazione sarà al led a basso consumo energetico. Il porto di Civitavecchia si è già dotato di impianti fotovoltaici e ben presto un sistema simile sarà adottato anche a La Spezia e Venezia.

Agli armatori sarà inoltre imposto un consumo di combustibili a bassissima percentuale di zolfo (circa lo 0,1%); in caso contrario saranno “multati” per i consumi e per la necessità di predisporre doppia cisterna per il consumo energetico, che dunque diventerebbe assai più dispendioso e dannoso. L’iniziativa dei tre porti italiani è stata ben accolta anche dalle autorità britanniche, in particolare dall’ambasciatore Chaplin, il quale, durante il summit di Venezia “Energy for Green Ports”, iniziato il 4 Febbraio, ha esposto anche le novità riguardanti i porti del Regno Unito, da sempre punto nevralgico dei commerci marittimi del Nord Europa. L’interazione tra Italia e Gran Bretagna porterà di certo ad un dialogo molto più costruttivo e fruttuoso con le autorità dell’Unione Europea, che, come purtroppo sappiamo, aspettano da mesi una mossa dell’Italia in relazione ai protocolli e alle leggi promulgate per la salvaguardia dell’Ambiente. Frose Stavros Dimas, commissario europeo per le politiche ambientali, potrà ritenersi soddisfatto dopo queste notizie incoraggianti…e si spera che sia solo l’inizio.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Il Governo ha approvato il decreto per la scelta dei siti dove sorgeranno le nuove centrali,  nonostante l’opposizione dei cittadini e nonostante molte regioni abbiano protestato ricorrendo alla Corte Costituzionale

LO SPETTRO DEL NUCLEARE

Mentre a Palermo, il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, inaugurava la nuova microcar elettrica “Maranello 4 cycle”, ideata per la mobilità cittadina, a zero emissioni, questa settimana il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il decreto che contiene i criteri per scegliere i siti dove sorgeranno le nuove centrali. Ancora non si sa con precisione quali saranno i siti utilizzabili, essendo vicine le elezioni amministrative, ma è certo lo scontro con le amministrazioni locali. Più di sette regioni, nei mesi scorsi, si sono rivolte alla Corte Costituzionale per bloccare l’iter di scelta dei siti e non sembrano affatto intenzionate ad ospitare sul loro territorio nuovi impianti, seppure alcune di esse possono aver agito sotto l’impulso della sfida elettorale di marzo.  Ma perché il governo ha voluto intraprendere una strada, quella del nucleare, che i cittadini italiani hanno chiuso nell’87 con un referendum popolare? Dietro alla scelta dell’energia atomica ci sono poteri forti di grandi gruppi industriali, italiani e stranieri, che beneficeranno ampiamente dei miliardi investiti dallo Stato nella costruzione dei nuovi reattori.

Il beneficio per i cittadini invece sarà ridotto e soprattutto lontano nel tempo. Il nucleare, infatti, oltre a essere costoso e obsoleto, non va d’accordo con la sostenibilità ambientale, perché non costringe le persone a risparmiare energia, né ad adottare abitudini più ecologicamente sostenibili. Come afferma l’associazione “Fare Verde”, il nucleare è “il modo più vecchio e inefficace per affrontare problemi nuovi: quelli legati all’emergenza ambientale, alla crisi economica e alla progressiva diminuzione dei combustibili fossili”.  Esiste poi un problema contingente, con cui bisogna fare i conti. Ancora l’Italia non è riuscita a risolvere la questione dello smaltimento delle scorie e dei reattori ancora presenti sul territorio. Nel Paese ci sono decine di migliaia di metri cubi di rifiuti radioattivi stoccati, in molti casi in condizioni di scarsa sicurezza, in depositi e nelle centrali dimesse.

Tra pochi anni sarà necessario trovare una sistemazione a questo materiale pericolosissimo. E allora perché non investire nello smaltimento dei rifiuti, piuttosto che crearne di nuovi? È stato ampiamente dimostrato che le energie rinnovabili possono dare un enorme contributo al fabbisogno energetico italiano. L’Enel stessa recentemente ha inaugurato un nuovo parco eolico in Sardegna che, “a regime”, dice la società elettrica, “sarà in grado di coprire le esigenze di 46 mila famiglie nella provincia di Sassari”. Per non parlare dei pannelli fotovoltaici, la cui produzione, oltre a essere meno costosa del nucleare, troverebbe un mercato prospero in uno Stato come il nostro. Nel frattempo, però, il Governo procede sulla sua strada e il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, ha appena annunciato la creazione di un organo ad hoc, l’“Agenzia del nucleare”, che, a suo dire, dovrebbe garantire “la trasparenza e il rispetto della sicurezza delle persone e dell’ambiente”.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

 

6/02/2010

Il Senato ha approvato un emendamento (scatenando polemiche bipartisan) che prevede di estendere la stagione venatoria per un periodo indefinito, mettendo a rischio l’esistenza degli animali, che non avranno il tempo di riprodursi

CACCIA NO STOP: UN RISCHIO DA EVITARE

“Via libera alla caccia sfrenata!”: sembrerebbe proprio questo il motto che meglio rispecchia la politica italiana degli ultimi giorni. Nonostante l’attenzione, infatti, sia completamente rivolta ai problemi del presidente del Consiglio e alle leggi che favorirebbero l’eliminazione degli stessi, la settimana scorsa il Senato ha approvato l’emendamento del relatore Santini (Pdl), passato al giudizio della Camera con ben 139 voti favorevoli e già fonte di rumorosissime polemiche. Il suddetto emendamento consiste nella modifica sostanziale dell’articolo 38 della legge Comunitaria, ovvero di quell’articolo costituzionale che limita e regolarizza il periodo di caccia, allo scopo di salvaguardare tutte le specie animali esistenti. L’articolo, nella sua forma originaria, prevedeva che il periodo venatorio si estendesse dal primo settembre al 31 gennaio e che, oltre tale periodo, ogni forma di caccia fosse assolutamente bandita. Nonostante in molti abbiano trasgredito volutamente e costantemente tale legge (l’Italia, infatti, è stata multata più volte dall’Unione Europea), le associazioni dei cacciatori e quelle ambientaliste sembravano, finalmente, aver trovato un punto d’incontro importantissimo: il periodo scelto, infatti, non comportava alcun disturbo nella riproduzione delle specie e i cacciatori potevano godere di un arco temporale piuttosto ampio.

Tutto ciò, adesso, rischia di scomparire, compromettendo pesantemente gli sforzi compiuti negli anni passati. Uno dei punti che più hanno scandalizzato le associazioni ambientaliste è quello che prevede la cancellazione dei limiti della stagione venatoria per tutte le specie cacciabili (ad eccezione di sei specie di mammiferi), affidando alle Regioni il compito di stabilire il periodo di caccia a seconda delle condizioni ecologiche, economiche, scientifiche delle stesse aree geografiche di competenza. Ed è proprio questo il punto su cui divergono cacciatori ed ambientalisti: i primi, infatti, plaudono a tale iniziativa, sostenendo che essa porterebbe la caccia italiana al livello di quella europea, secondo una normativa già esistente. Gli altri, invece, ritengono non vera quest’ultima affermazione, denunciando un pericolo per gli animali che potrebbe ben presto avverarsi. Se l’emendamento verrà approvato, infatti, la caccia sarà aperta per l’intero anno (previo parere positivo della Regione competente), compresi quei mesi di migrazione (febbraio e agosto in particolare) che sono importantissimi per la sopravvivenza delle diverse specie esistenti.

In capo al coro di protesta che si è alzato subito dopo l’approvazione al Senato, vi sono le associazioni ambientaliste più importanti quali Wwf, Greenpeace e Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli). Quest’ultima, in un comunicato stampa, precisa: “Il 31 gennaio è un limite invalicabile per la caccia italiana. Basti leggere in proposito il documento formalmente trasmesso dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) alla Commissione Ambiente del Senato, non più di pochi mesi fa, secondo cui ‘ragioni biologiche e gestionali rendono inopportuna e sostanzialmente inapplicabile, nel caso di migratori, l’ipotesi di date di chiusura della caccia differenziate per specie e/o per aree geografiche durante il mese di febbraio’”. Trattasi dunque di “un parere già di per sé sufficiente a chiudere la questione, considerato che l’ISPRA è l’autorità scientifica e tecnica nazionale sulla materia”. Inoltre, anche la stessa Unione Europea ha emanato una direttiva con la quale intende vietare la caccia “durante il periodo di riproduzione degli uccelli, nonché in quello della migrazione verso i luoghi riproduttivi”.

Intanto, più di 150 associazioni ambientaliste hanno inviato una lettera al premier Berlusconi, affinché il governo interrompa questo orribile scempio. Un governo che, dopo una “disattenzione” disastrosa come quella avvenuta la settimana scorsa, sembra aver corretto il tiro, tanto che alla protesta ambientalista e dell’opposizione hanno preso parte anche il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e il ministro del Turismo, Michela Brambilla. “È intenzione del governo - ha affermato la Prestigiacomo - rimediare al ‘colpo di mano’ avvenuto in Senato, evitando una deregulation in un delicatissimo settore come quello della caccia, che deve obbedire ad esigenze di tutela ambientale ed è rigidamente disciplinato da normative europee”. Per la Brambilla, invece, non si tratta di “buona politica incidere su leggi di sistema con emendamenti estemporanei, senza una preventiva ed approfondita discussione nel governo e nella maggioranza”. Forse, per la prima volta, opposizione e governo, assieme ai cittadini, riusciranno a collaborare serenamente e con serietà, giungendo ad un risultato definitivo che eviti di mettere in pericolo l’esistenza di numerose specie animali.

Giovambattista Dato –ilmegafono.org

 

La “Amudsen-Nobile Climate Change Tower”è una torre di controllo climatico, collaudata da studiosi italiani nell’ambito di un progetto italo-norvegese, e consente di registrare ogni cambiamento relativo al clima e all’inquinamento

AL POLO NORD, ITALIA PROTAGONISTA DELLE RICERCHE SUL CLIMA

Le ricerche in corso sui cambiamenti climatici dovuti all’incremento dell’effetto serra potranno avvalersi anche degli studi e delle tecnologie provenienti dal nostro Paese: è infatti operativa, da qualche settimana, una torre di controllo climatico collaudata da studiosi italiani e posizionata nei pressi di Ny Ausden, cittadina al 78° parallelo Nord, sull’isola di Spitzbergen. Si tratta dell’avamposto italiano di ricerca sul clima posizionato più a Nord, costituito da una struttura in alluminio che fa da supporto ad una fitta rete di sensori per il rilevamento di parametri fisico-chimici nell’atmosfera, trasmessi poi alle centrali di controllo attraverso la trasmissione di segnali radio. La “Amudsen-Nobile Climate Change Tower” (così ribattezzata dagli studiosi, prendendo spunto dal nome dei due esploratori scomparsi durante una missione nel 1928), passa allo stato operativo dopo mesi di collaudo e di fitte interazioni tra Ny Ausden, sede fisica del progetto, e Bologna, dove invece vengono registrati i rilievi della torre. La ricerca che ha portato alla realizzazione del progetto ha visto la collaborazione non solo del team operativo di Bologna, ma anche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), insieme ad altri numerosi enti nazionali ed internazionali.

Questo è quanto afferma il dr. Giuseppe Cavarretta, responsabile del settore Terra e Ambiente del Cnr, dopo il seminario italo-norvegese sulla cooperazione scientifica nei laboratori dell’Artico, svoltosi a Roma nelle scorse settimane. Importante è la posizione in cui è stata installata la torre: si tratta di uno dei punti più sensibili del pianeta per quanto riguarda i cambiamenti climatici. Per usare un termine tecnico, si tratterebbe di una zona “spia”, in grado cioè di dare l’allarme al mondo intero nel caso di ulteriori incrementi delle temperature globali. Il dr. Cavarretta, ha illustrato chiaramente la situazione: nell’ultimo secolo le temperature sono aumentate di circa 0,7°C in media, mentre al Polo Nord si è rilevato un aumento della temperatura  pari a più del doppio, questo per il fatto che i due Poli sono le regioni più fragili dal punto di vista climatico. La Climate Change Tower avrà dunque lo scopo di registrare nei minimi particolari ogni cambiamento dell’atmosfera, dei ghiacci, del permafrost (strato di ghiaccio permanente), della pressione, del suolo e delle precipitazioni nevose.

Il tutto si sommerà alle ricerche della Base Dirigibile “Italia”, gestita dal Cnr, in corso già da diversi anni. Uno dei compiti fondamentali della Torre sarà quello di rilevare sostanze inquinanti presenti al Polo: è lì infatti che si concentrano molte delle sostanze nocive disperse nell’atmosfera del pianeta, a causa della circolazione atmosferica; dall’atmosfera poi si depositano nei ghiacci e nel suolo, causando tutta una serie di altri problemi come lo scioglimento dei ghiacci, l’alterazione del Ph in determinati suoli, e l’estinzione di flora e fauna polare. Non secondari poi, sono i dati relativi alla diffusione di anidride carbonica proveniente dalla combustione di biomassa (vale a dire dagli incendi di boschi, foreste, savane) che, incrementando l’effetto serra, costituisce una sorta di scudo per i raggi solari, che vengono irrimediabilmente riflessi nell’atmosfera causando il global warming. I risultati delle ricerche italiane saranno poi sommati alle ricerche norvegesi, che a loro volta riceveranno informazioni dai laboratori di Bologna. Il progetto in questione rappresenta un valido esempio di cooperazione internazionale per la salvaguardia del clima, nel quale è l’Italia ad essere sorprendentemente protagonista. Con la dimostrazione che anche qui da noi c’è volontà di agire in difesa dell’ambiente.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI GENNAIO

30/01/2010

Mentre il ministro Prestigiacomo si lascia andare a previsioni fantasiose e mentre si ritarda la bonifica della rada di Augusta, il porto megarese rimane impigliato nella rete di inefficienze e ritardi di autorità portuali ed istituzioni

AUGUSTA: IL PORTO DELLE NEBBIE

Nelle acque della rada di Augusta si naviga a vista, non a causa di proibitive condizioni meteo, ma per l’assenza di una visione complessiva dei problemi da affrontare e risolvere. Disinquinamento e sviluppo del sistema portuale di Augusta sono il nodo gordiano da sciogliere. La realtà impone due scelte fondamentali: innanzitutto la rimozione dai fondali di tonnellate di immonde secrezioni velenose, prodotte da un selvaggio industrialismo coloniale (novello e impunito untore che ha propagato contaminazione e gravissime patologie tra la popolazione), per ripristinare condizioni accettabili per la vita delle persone e per l’ambiente; in secondo luogo il risanamento della rada è strettamente connesso alla possibilità di sfruttare le favorevoli caratteristiche fisiche e logistiche del porto di Augusta, che, attraverso l’adeguamento della profondità dei fondali (con operazioni di dragaggio rese possibili dalla bonifica) e il completamento delle opere infrastrutturali (realizzazione del terminal container attrezzato, delle banchine, dei piazzali), potrebbe aspirare per la sua collocazione baricentrica sulle più importanti rotte dei traffici commerciali del mediterraneo a diventare il fulcro commerciale di un grande flusso di navi container e di trans-shipment (trasbordo merci da grandi vettori a piccoli e medi). Ma esiste la consapevolezza della complessità della realizzazione di queste scelte? È stata predisposta una pianificazione degli interventi necessari a raggiungere in tempi rapidi questi obiettivi, per sincronizzare la realtà di un hub portuale con una efficiente ed evoluta rete di interconnessioni infrastrutturali (sistema viario, ferroviario, centri intermodali) e con la modernizzazione e la ristrutturazione dei servizi (pubblici e privati)?

L’impressione che si ricava dal modo di agire delle istituzioni e degli enti sull’insieme di queste materie è sconfortante. Basta ripercorrere alcune vicende. Dal 2005 è aperta la grande questione della bonifica della rada di Augusta, osteggiata dalle grandi industrie (poiché sono chiamate a compartecipare ai costi del risanamento del disastro ambientale da esse stesse prodotto), contrastata a più riprese anche da esponenti del mondo politico e delle categorie sociali e, solo alla fine del 2008, inserita nell’accordo di programma per le bonifiche del sito Priolo. Un accordo per interventi che prevedevano, su un totale di 776 milioni di euro, una quota pari a 500 milioni di euro (di cui 190 a carico delle imprese) per il disinquinamento dei fondali della rada e per opere infrastrutturali per l’hub portuale di Augusta. Un accordo, con sconti e benefici per le imprese che avessero aderito alle operazioni di risanamento (con costi ricaricati dunque sulla collettività), che avrebbe dovuto mettere in moto con incalzante rapidità le azioni per passare alla fase operativa. In realtà nulla di tutto ciò è avvenuto. Anzi, le risultanze della perizia (depositata nei primi mesi del 2009) dei consulenti incaricati dalla Procura di Siracusa sullo stato di inquinamento della rada (nel quadro dell’indagine giudiziaria avviata per accertare le responsabilità delle industrie), che hanno sollevato obiezioni sulla rischiosità delle operazioni di dragaggio dei sedimenti più pericolosi, hanno costituito quasi un alibi per tutti; cioè hanno avuto l’effetto di ritardare ulteriormente l’avvio di un programma di bonifiche.

Nessuno ha sentito il dovere di richiedere l’esame del documento della Procura per richiedere l’individuazione di soluzioni alternative alle ipotesi di dragaggio formulate dagli organi tecnici del ministero dell’ambiente; neanche i sindaci dei comuni, che avrebbero avuto il diritto di farlo nella qualità di rappresentanti di un interesse collettivo. Tantomeno si è preoccupata di promuovere una tempestiva iniziativa il ministro Stefania Prestigiacomo che, in una recente intervista, si è limitata, circa un anno dopo, ad assumere un impegno per trovare con la Procura soluzioni idonee per la rimozione dei fanghi. Quella che è da anni una priorità, è ancora un problema senza soluzioni: quali sono le tecnologie da utilizzare (dragaggio no, aspirazione dei sedimenti sì)? Quali i tempi? Quando la disponibilità dei finanziamenti? Qual è il programma esecutivo? Insomma, la bonifica della rada  continua a rimanere solo un obiettivo virtuale. Ed è certamente stupefacente che mentre nulla trapela su questo versante, il ministro, parlando di Augusta come porto hub, parli della disponibilità di 200 milioni per il dragaggio dei fondali che dai 12-14 metri attuali dovrebbero essere portati a 18-22 metri per consentire l’ingresso delle grandi navi mercantili, dimenticando nello stesso tempo che questa operazione è possibile solo risanando la rada.

Ma se le istituzioni non brillano per capacità risolutiva dei problemi della bonifica della rada, non meno fumoso appare il problema della concreta trasformazione del porto di Augusta in un polo logistico per il grande flusso dei trasporti commerciali, che l’avvio della nuova fase dell’area del libero scambio determinerà. Siamo già entrati nella fase di avvio di questa nuova grande dimensione di un mercato che coinvolgerà i paesi del Mediterraneo e l’Europa e che porterà lungo le rotte della Sicilia i grandi vettori navali delle nuove potenze economiche asiatiche (Cina e India in particolare), ma anche le flotte commerciali di molti paesi rivieraschi che puntano ai grandi mercati di consumo europei. Se può lasciare basiti la digressione quasi arcadica del ministro Prestigiacomo sulla utilizzazione dell’area portuale di Augusta per approdi di navi passeggeri (per la verità, pur successivamente smentendo, aveva anche parlato di navi da crociera), ciò che non torna in ogni caso è l’assoluta mancata realizzazione degli interventi infrastrutturali per completare il porto commerciale. Va ricordato che occorrono circa 75 milioni di euro per realizzare il primo e il secondo stralcio del terminal attrezzato; altri 90 milioni di euro per l’ampliamento delle banchine e circa 29 milioni di euro per il loro consolidamento. Allo stato attuale le somme stanziate sono di appena 25 milioni di euro (utili solo per il primo stralcio del terminal), ma non si sa ancora quando il progetto diventerà esecutivo.

Il nuovo presidente dell’Autorità portuale, il dr. Aldo Garozzo, ha affermato di recente che a breve saranno avviate le attività per le ristrutturazioni di aree dell’area portuale, oltre alla realizzazione del terminale attrezzato e all’adeguamento delle banchine commerciali, e che dovrebbe essere finalmente completato il nuovo piano regolatore del porto che renderebbe possibile la realizzazione dell’hub di Augusta. In realtà, il nuovo strumento urbanistico del porto dovrebbe individuare le varianti indispensabili per una più adeguata dislocazione delle infrastrutture portuali e delle opere di ampliamento e di potenziamento. Tutto ciò appare però riduttivo rispetto alla richieste sollevate da più parti sulla necessità di fare chiarezza sulle scelte che si vogliono realizzare. La necessità di prevedere una banchina idonea per il traffico container da realizzare nella zona sud del porto, è stata avanzata dall’associazione di volontariato “Hangar team di Augusta” per evitare che l’ampliamento delle banchine e dell’entroterra impedisca la creazione del Parco Mediterraneo e la valorizzazione dell’area idroscalo e dell’“Hangar”, come area espositiva e come sito di archeologia industriale.

Il progetto, come ulteriore variante al piano regolatore del 1963, approvato dall’Asi nel 2008, dovrebbe essere rivisto legando la realizzazione di adeguate banchine container nella zona sud del porto alla creazione di un’area artificiale (vasca di colmata) con i sedimenti “inertizzati”  provenienti dalla bonifica dei fondali. Ma dubbi e critiche sul metodo avviato dal nuovo presidente dell’autorità portuale sono state sollevate dal sindaco di Melilli, Pippo Sorbello, il quale ha contestato a Garozzo di operare con gli stessi metodi di un commissario, senza avviare un confronto collegiale con tutti gli organi interessati. Al di là dei rilievi critici o delle richieste che vengono avanzate, il problema dello sviluppo del porto rimane fortemente condizionato, fino ad oggi, da una incredibile serie di ritardi e di inefficienze istituzionali e degli stessi organi di gestione delle politiche portuali. C’è qualche voce, non infondata, che sostiene che realizzare un porto hub nei tempi, sicuramente insufficienti, indicati dal ministro Prestigiacomo (2 anni), è pura demagogia e che, in ogni caso, il treno dei nuovi assetti commerciali nell’area del Mediterraneo non saremo probabilmente in grado di prenderlo. Quanto è avvenuto fino ad oggi, suona come un sinistro presagio.

 Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Proprio mentre la Cina attende l’inizio dell’anno della Tigre (14 febbraio), il Wwf cinese lancia l’allarme sul concreto rischio di estinzione dell’antico felino che, nel giro di circa trent’anni, rischia di scomparire definitivamente

LA CINA PRONTA ALL’ANNO DELLA TIGRE: FESTA O FUNERALE?

Mentre l’intera Cina aspetta con trepidazione l’inizio dell’anno della Tigre (tra i simboli più venerati dell’oroscopo cinese), il Wwf lancia un allarme estinzione proprio relativo alla tigre: nel giro di trent’anni, infatti, come afferma Zhu Chunquan, direttore per la tutela della biodiversità per il Wwf cinese, potrebbero scomparire tutte le tigri del gigante asiatico, ed allora il noto felino si potrà considerare davvero soltanto come un simbolo zodiacale. Se non verranno prese al più presto misure immediate per la salvaguardia delle tigri, l’ultimo esemplare potrebbe scomparire prima del 2040, dato che, negli ultimi decenni, si è registrato che in Cina non riescono a sopravvivere più di 50 esemplari selvatici, tenuti sotto stretto controllo dal dott. Wang Weisheng, direttore dell’amministrazione statale delle foreste. Gli avvistamenti più recenti sul territorio cinese registrano circa una ventina di tigri siberiane al confine con la Russia, nelle regioni al di sotto del Tibet, verso il centro-nord, dove vivono circa venti esemplari di tigri del Bengala, provenienti dall’India, mentre nella regione dello Yunnan vi sono circa dieci esemplari di tigri indocinesi, ormai però isolate e quasi incapaci di riprodursi.

Definitivamente scomparsi sono invece gli esemplari di razza pura cinese, il cui ultimo discendente è stato avvistato 25 anni fa sull’isola di Hainan, nel sud della Cina, regione che un tempo vantava il più alto numero di esemplari. Negli anni sessanta, infatti, il Sud della Cina ospitava circa 4000 esemplari di tigre, mentre al Nord se ne contavano circa 300. L’allarme tuttavia non resta relegato alla sola Cina: anche in India l’elegante felino è stato inserito nell’elenco delle 10 specie a rischio di estinzione, e in tutto il mondo restano in libertà soltanto 3200 esemplari. La situazione sembra essere rassicurante soltanto in Siberia, dove il numero è calato da 500 a 300, ma le possibilità di riproduzione restano comunque alte. Gli studiosi osservano che il numero di tigri nate ed allevate in cattività supera di gran lunga il numero di tigri selvatiche; le cause vanno imputate non solo alla deforestazione, che ha distrutto circa il 45% del loro habitat naturale, ma anche all’ossessivo bracconaggio: le ossa e gli organi delle tigri, infatti, costituiscono l’ingrediente di base per la preparazione di unguenti ed amuleti esportati dalla Cina in tutto l’Oriente.

Anche questo tipo di commercio ha subìto tuttavia, l’influenza dell’estinzione, tanto che è scoppiato il boom degli allevamenti clandestini, dai quali provengono anche pregiate pellicce esportate in tutto il mondo, Europa compresa. L’estinzione della tigre costituirebbe una gravissima perdita per l’intera catena alimentare e per il controllo sulle altre specie animali: le tigri, infatti, sono i predatori più importanti e contribuiscono in modo determinante al mantenimento degli equilibri all’interno di vasti ecosistemi come le praterie e le foreste. Perdere questi animali sarebbe una vera e propria “sciagura”, per utilizzare un termine usato dai maggiori osservatori del fenomeno. Nelle foreste cinesi in cui la tigre è ormai scomparsa si riscontrano forti cali anche nella qualità della flora e della fauna presenti.

Xie Yan, direttrice della “Wildlife Conservation Society”, afferma che, se nel giro di pochi anni non saranno istituite aree protette dallo Stato, le tigri potranno definitivamente essere considerate alla stregua di “dinosauri moderni”.  Ancora una volta, la Cina dimostra di essere il gigante dai mille paradossi: grande sviluppo industriale ed economico in pochi anni, alla cui base però si mantengono saldi problemi di diversa natura, che difficilmente trovano spazio per una probabile risoluzione. Stavolta si spera che lo Stato agisca almeno in virtù della millenaria tradizione zodiacale cinese: è necessario salvare uno dei simboli del potere imperiale sopravvissuto all’avvento della Repubblica popolare, un simbolo che insieme all’unicorno e al dragone costituisce anche l’emblema dell’esercito. Bisogna dunque fare in modo che la tigre non diventi una leggenda come i suoi “colleghi” astrali.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

23/01/2010

Il Comune di Mantova ha avviato un piano di ripristino delle aree boschive lungo le sponde del Po, innestando alberi di diverse specie: un intervento ecologico che consente anche la riduzione delle emissioni di CO2 nel territorio

A MANTOVA RIFIORISCONO LE RIVE DEL PO

Spesso e volentieri quando si parla di degrado ambientale e speculazione edilizia, il riferimento scatta in automatico verso le grandi città del Sud, da decenni protagoniste indiscusse della cronaca nera, per così dire, “ambientale”. Tuttavia, anche il Nord può annoverare molti scheletri nell’armadio, soprattutto lungo il corso del Po: il fiume più importante d’Italia, da quando imperversa lo sviluppo industriale, è contaminato da scarichi nocivi, veleni e speculazioni ambientali. È difficile porre freni alle industrie, ma c’è chi vuole salvare il proprio territorio: la città di Mantova ha infatti avviato un piano di ripristino delle aree boschive lungo le sponde del Po, e sugli isolotti di sabbia e limo che sorgono al suo interno. Il capoluogo lombardo, l’unico a svilupparsi su entrambe le sponde del Po, grazie alle iniziative proposte dalle istituzioni, ha ricostituito un’ampia zona boschiva (circa mille ettari) innestando alberi di diverse specie, ossia frassini, olmi, querce e salici, che circondano un isolotto chiamato Rodi che sorge al centro del fiume ed è sede del laboratorio verde dal quale nascono i vari progetti “salva-Po”, oltre a costituire la meta autunnale di flussi migratori di uccelli ed altre specie animali.

I neonati fusti, piantati lungo le sponde e sull’isolotto di Rodi, sono protetti alla base da un cilindretto di plastica e da una stuoia in fibra di cocco per evitare shock termici, mentre un tubicino di plastica provvede all’alimentazione goccia a goccia. Il tutto sarà tolto tra cinque anni, in modo che il bosco possa ricostituirsi da solo: questo è  quanto spiega il coordinatore dei lavori del Consorzio forestale padano di Casalmaggiore, Marco Goldoni, orgoglioso di questa iniziativa molto simile ad una crescita in asilo nido. Oltre ad essere un validissimo esempio di educazione e rispetto per l’ambiente, l’iniziativa verde di Mantova costituisce anche un momento di cooperazione tra diverse parti politiche: Mantova, infatti, è una delle poche realtà di sinistra della Lombardia, ma sembra essere l’unica ad aver preso sul serio le direttive ambientali proposte dalla Giunta regionale, schierata a destra.

Per questo, l’assessore all’ambiente, Giorgio Rebuschi (Pd), ha ricevuto dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno (Pdl), un riconoscimento per il lavoro svolto, ovvero il premio “Un bosco per Kyoto”: gli alberi appena piantati, infatti, ridurranno di circa mille tonnellate l’anno le emissioni di CO2 sul territorio interessato. Considerando però il totale degli ettari sottratti al fiume, il territorio appena ricostituito equivarrebbe soltanto ad un sesto del territorio danneggiato: sono infatti circa seimila gli ettari danneggiati dalle cave, dagli scarichi abusivi e dal dragaggio di sabbia, legale e non. Per questo motivo, da qualche anno a questa parte, si è messa in moto la macchina della giustizia, affinché siano sventati tutti i tentativi di speculazione ambientale lungo le sponde del Po.

Il problema inquinamento, tuttavia, non interessa soltanto il ripristino di boschi e foreste, ma anche il Po stesso ed i suoi argini: negli ultimi anni è stato sempre alto il rischio di alluvioni ed inondazioni, anche a causa delle leggi sulle “cartolarizzazioni” (vendita e svendita dei beni demaniali) promosse dal ministro Tremonti, che privavano le autorità locali di qualsiasi responsabilità sul territorio, a beneficio delle società private. Nonostante ciò è stato possibile rivedere nei pressi del fiume, nel corso degli ultimi cinque anni, alcune specie animali che l’inquinamento aveva inesorabilmente allontanato. Se tutte le città che sorgono lungo il Po adottassero le stesse misure di prevenzione e bonifica promosse dal Comune di Mantova, probabilmente una delle più importanti aree boschive del nostro Paese potrebbe facilmente ricostituirsi, a vantaggio dell’intera nazione. E chissà se in futuro assisteremo alla cooperazione tra regioni del Nord e del Sud in soccorso delle proprie riserve naturali.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

In Italia, da circa 10 anni, è attivo il “car sharing”, un servizio adottato già da 24 comuni e 4 province, che prevede la possibilità di utilizzare automobili in condivisione, riducendo l’inquinamento e risparmiando denaro

 CONDIVIDERE DI PIÙ, INQUINARE DI MENO

Anche quest’anno è aumentato il bollo della vostra automobile? Siete stufi di dover dissanguare il portafogli per un pieno di benzina? L’assicurazione della vostra vettura ritarda il pagamento per un sinistro in cui avete ragione da vendere? Il sindaco ha dovuto istituire le targhe alterne nel vostro comune e siete costretti ad andare a lavoro a piedi sotto la pioggia? Non abbiate timore, da oggi esiste la soluzione a tutti i vostri problemi: il “car sharing”. Molti avranno sentito parlare negli ultimi anni di “bike sharing”, il servizio di biciclette in condivisione; il “car sharing” è una sorta di fratello maggiore che mette in condivisione non più mezzi a due ruote, bensì a quattro. Questo servizio, poco conosciuto al grande pubblico, non è affatto una novità in Italia. Tra qualche mese compirà ben 10 anni di vita. Nel 2000, infatti, il ministero dell’Ambiente aveva redatto un protocollo d’intesa per l’avvio del servizio con alcuni comuni italiani. Ad oggi, sono 24 i comuni che hanno aderito al circuito di ICS (Iniziativa Car Sharing) del ministero, tra i quali: Roma, Milano, Firenze, Torino, Venezia, Palermo, Padova, Genova, Brescia. A livello provinciale hanno invece aderito le province di Bologna, Milano, Napoli e Rimini. Ma cos’è esattamente il “car sharing”?

La traduzione italiana è “auto condivisa”, volgarmente detto “passa vettura”: è un servizio che permette di utilizzare un automobile in condivisione con altri utenti, prenotandola, prelevandola e riportandola al parcheggio più vicino al proprio domicilio dopo aver pagato a seconda dell’utilizzo effettuato. Nella nostra società consumistica, bombardata dagli spot pubblicitari, il possesso di un’automobile è diventato ormai uno status symbol. Così è sempre più difficile rinunciare alla proprietà di una bella autovettura. Nel luglio del 2009, l’Osservatorio Autoprometec ha conferito all’Italia il triste primato di nazione con il più alto tasso di densità automobilistica in Europa, con ben 60 automobili ogni 100 abitanti. Nel mondo, solo gli Usa ci battono. A determinare questa situazione concorre sicuramente una mancanza di valida alternativa al mezzo di trasporto privato, data la carente condizione del sistema di trasporto pubblico in molte realtà urbane e non. Il risultato di questa politica di mobilità “insostenibile” è sintetizzato in modo crudo dai dati conclusivi di uno studio condotto dall’Organizzazione mondiale della Sanità per conto dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Apat): quasi 9.000 morti l’anno in Italia per l’inquinamento atmosferico da PM10 e ozono.

In un quadro allarmante come questo, si inserisce perfettamente il progetto “car sharing”, con i suoi pro e contro. Partiamo dai vantaggi. Il possesso di un’auto privata prevede una serie di costi fissi, indipendenti dall’utilizzo del mezzo stesso: prezzo d’acquisto, manutenzione negli anni, assicurazione, tasse. A questi si aggiungono ovviamente i costi legati all’uso del mezzo, come benzina e parcheggi. Con il “car sharing” potreste dire addio a tutte queste spese. Per prendere un’auto in condivisione basta iscriversi al servizio, prenotare telefonicamente o via web la vettura presso il parcheggio più vicino a casa, utilizzarla e riconsegnarla nuovamente a fine utilizzo. I costi? Il costo dell’abbonamento al servizio è 120 € l’anno più una tessera aggiuntiva con 30 € di ricarica da spendere. Per l’utilizzo del mezzo esiste una doppia tariffa: oraria, legata al tempo di utilizzo (€ 2,20 l’ora dalle 7 alle 22 e € 1,00 l’ora dalle 22 alle 7), e chilometrica, legata ai km segnati dal tachimetro (€ 0,45 al km fino al 100° km e € 0,35 al km tra i 101° e i 300° km). Basta quindi recarsi nel parcheggio più vicino, appoggiare la tessera al lettore posto sul parabrezza dell’automobile prenotata, prelevare le chiavi del cruscotto e utilizzare il mezzo con un’assicurazione kasko, assistenza 24 ore e benzina compresi nel servizio.

Ma esistono altri vantaggi per i clienti “car sharing”: uso delle corsie preferenziali e accesso gratuito alle ZTL, sosta gratuita in centro, possibilità di circolare anche in regime di targhe alterne. Da non trascurare, inoltre, la ricaduta positiva e i vantaggi per l’intera collettività: meno auto parcheggiate su strada, automobili sempre nuove e sicure sia dal punto di vista tecnologico che ambientale. Inoltre, in città l’utente “car sharing” utilizzerà l’autovettura solo se strettamente necessario, riscoprendo l’utilizzo del trasporto pubblico, della bicicletta o anche di una sana e salutare passeggiata. Sul sito http://www.carsharingitalia.com si legge: “Car Sharing vuol dire meno auto, meno emissioni, più qualità della vita”. Naturalmente esistono anche degli svantaggi: distanza dei parcheggi da casa, obbligo di prenotazione preventiva del mezzo, rigidità negli orari, impossibilità di personalizzazione del mezzo, essendo l’auto in condivisione con altri utenti. Negli anni, per migliorare sempre di più il servizio, le agenzie di “car sharing” stanno puntando su nuovi modelli di utilizzo, basati sull’uso di vetture elettriche senza più il vincolo fastidioso del parcheggio fisso per partenza e arrivo. A Parigi, a fine 2010 partirà il progetto “Autolib”, che ha tutte le carte in regola per rivoluzionare le politiche di mobilità sostenibile in Europa.

Circa 4000 auto elettriche verranno messe a disposizione self-service (24 ore su 24) dal comune parigino, senza previa prenotazione e con libertà di parcheggio nelle 700 stazioni disseminate per la città. Il servizio dovrebbe essere erogato con un costo di abbonamento di circa 15-20 euro al mese, a cui bisogna aggiungere un costo di circa 4-5 euro per ogni mezz’ora di utilizzo. Può bastare il “car sharing” per risolvere il problema della mobilità nelle nostre città inquinate dal traffico e dallo smog? Forse, ma sicuramente da solo non basta. Una città moderna che punta ad un miglioramento della qualità di vita per i suoi cittadini deve offrire un modello di mobilità su più livelli, basato sull’integrazione efficiente del trasporto pubblico e privato: autobus elettrici e tram capillari sul territorio, piste ciclabili sicure nelle principali strade, servizi di “bike e car sharing”. Solo in questo modo il tema della “mobilità urbana” può essere affrontato a 360°, evitando di trascurare qualsiasi dettaglio. Nei prossimi anni il tema della “mobilità sostenibile” diventerà sempre più prioritario nelle agende delle principali città italiane, ma non solo. L’emergenza PM 10 è la spia di un disagio ambientale che non potrà più essere ignorato. Intervenire adottando nuove politiche di trasporti e mobilità oggi diventa un dovere per chi amministra la res publica. Domani potrebbe essere troppo tardi.

Fabio Guarnaccia –ilmegafono.org

 

 

16/01/2010

La Francia, pochi giorni fa, ha inaugurato, nella regione francese dei Pirenei, il primo sito di stoccaggio dell’anidride carbonica “pulita” che, secondo gli ambientalisti, comporta seri rischi per la salute della popolazione

STOCCAGGIO DELLA CO2: QUALI RISCHI PER L’AMBIENTE?

L’11 gennaio scorso a Lacq, nella regione francese dei Pirenei, è stato inaugurato, alla presenza del segretario di Stato per le tecnologie verdi, Valerie Letard, il primo sito integrato per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, realizzato dal gruppo petrolifero Total. All’apparenza si tratta di una buona notizia, visto che si tratta del primo stabilimento al mondo per la conservazione della CO2 che dovrebbe stoccare a 4500 metri di profondità, in un giacimento di gas esaurito, circa 150.000 tonnellate del gas nocivo per la nostra atmosfera. Tuttavia diversi gruppi ambientalisti francesi e internazionali hanno protestato contro l’inaugurazione del nuovo sito. Si ritiene infatti che lo stoccaggio della C02 nel sottosuolo abbia gravi “controindicazioni”, come al solito, per chi vi vive vicino.

La cittadina olandese di Barendrecht si sta fieramente ribellando al “sequestro dell’anidride carbonica nel sottosuolo” previsto nelle vicinanze dell’abitato, per diverse ragioni: primo, la tecnologia non è ancora collaudata; secondo, l’anidride carbonica potrebbe “evadere” dal sottosuolo ed entrare ugualmente nell’atmosfera con danni irreversibili; terzo, la cattura dell’anidride carbonica assorbe il 30 per cento dell’energia prodotta dalla centrale a carbone di Barendrecht, con evidenti ripercussioni sul costo dell’energia disponibile per altri usi. Anche in Italia dovrebbe nascere presto un sito per la conservazione della C02, a Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, in un pozzo di metano esaurito di proprietà dell’Eni. L’iniziativa risponde ad una decisione dell’Unione Europea che ha lanciato un programma per investire 10 miliardi di euro in siti di stoccaggio del cosiddetto “carbone pulito” in 12 impianti europei.

Ma, secondo molti esperti, il carbone pulito non esiste e sembra piuttosto che i nuovi impianti, per ora sperimentali, servano solo per tenere in piedi le centrali a carbone ancora esistenti. Ancora una volta, invece di investire estesamente nelle energie veramente pulite e rinnovabili, le istituzioni nazionali e, in questo caso, anche quelle comunitarie, fanno gli interessi di lobbies economiche. Eppure basterebbe poco per incentivare il risparmio energetico, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili. Non serve ripetere qui quali siano i vantaggi sociali ed economici, soprattutto nel lungo periodo, dello sfruttamento del solare, così come di altre forme di energia “naturali”, nel nostro paese e nel mondo. Ma forse è proprio il “lungo periodo” a spaventare le imprese: il mercato potenziale di un impianto come quello francese di Lacq, invece, secondo quanto affermato dalla Letard, garantirebbe circa 600 miliardi di euro di entrate da qui al 2030, nonostante sia necessario completare gli studi di “fattibilità, sicurezza e accettabilità” per la popolazione.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Masse sempre più ingenti di persone si spostano dai paesi più poveri per cercare altrove una vita migliore: tra le cause dell’esodo non solo le guerre, ma anche il dissesto ecologico, contro cui la comunità mondiale fa davvero poco

PROFUGHI AMBIENTALI: EMERGENZA INTERNAZIONALE

Fino ad oggi, quando sentivamo parlare di “profughi” pensavamo agli immigrati, alle persone vittime di persecuzioni religiose o politiche, rifugiati in terra straniera; il corso del tempo e, insieme ad esso, i cambiamenti climatici hanno dato vita ad una nuova sfumatura da attribuire alla parola “profughi”: si parla infatti di “profughi ambientali”.  La desertificazione, le alluvioni, la siccità, lo scioglimento dei ghiacciai hanno causato serissimi problemi a tutti coloro che vivono negli ambienti maggiormente sottoposti alle calamità naturali, e le stime in continua crescita fanno pensare ad una vera e propria emergenza: oggi infatti si contano circa 50 milioni di profughi ambientali, senza considerare i 192 milioni che vivono in terra straniera.  Secondo le stime, nel 2050 si potrebbe addirittura arrivare a 200 milioni di profughi. Già nel 1990, l’Iom (International Organization for Migration) contava circa 25 milioni di profughi ambientali, le cui migrazioni erano causate principalmente da desertificazione, siccità e vari disastri ambientali.

Secondo l’Ipcc (Intergovernmental Plane of Climate Change), un team di scienziati incaricati dall’Onu per studiare i cambiamenti climatici, una delle conseguenze più evidenti e pericolose dell’inquinamento è proprio quella delle migrazioni di massa, dal momento che la maggioranza degli attuali immigrati si allontana dal proprio paese d’origine, non solo per motivi politico-sociali, ma anche e soprattutto per mancanza di risorse ambientali, mancanza causata dall’inquinamento. Sempre secondo le stime dell’Iom, un cittadino su 45 nel mondo potrebbe rimanere sfollato in seguito a disastri ambientali, come dimostrano i dati raccolti negli ultimi 20 anni. Le condizioni di degrado ecologico in alcuni paesi del mondo provocano una sorta di circolo vizioso anche a livello economico, fattore che porta poi alle migrazioni illegali nei paesi ritenuti più sviluppati.

Un esempio tangibile è quello dei flussi dal Messico verso gli Stati Uniti: ogni anno circa un milione di messicani attraversa illegalmente la frontiera americana, poiché circa il 60% del territorio è classificato come zona in forte degrado ecologico. Di conseguenza, diviene pressoché impossibile far progredire in modo efficace l’attività economica, dato che anche la forza lavoro viene progressivamente a mancare.  Sul New York Times si legge che, tra i paesi più colpiti dal fenomeno delle migrazioni ambientali, c’è il Bangladesh, la cui capitale, Dacca, risulta essere la megalopoli asiatica più a rischio dopo Giacarta (capitale dell’Indonesia) e Manila (capitale delle Filippine), poiché ogni anno subisce flussi migratori pari a circa 400.000 rifugiati, che incrementano in modo vertiginoso una popolazione già di per sé numerosissima (12 milioni di abitanti).

La Conferenza di Copenaghen ha stanziato per il Bangladesh fondi pari a 100 milioni di dollari l’anno, che saranno però disponibili soltanto a partire dal 2020.  Rabab Fatima, rappresentante dell’Iom per il Sud-Est asiatico, afferma che i rifugiati ambientali “hanno perso tutto”, rientrano cioè nella categoria di rifugiati quasi senza speranza. I modi per poter risollevare questi esseri umani sono fondamentalmente quattro: bisogna riconoscere il problema a livello internazionale, sviluppare politiche contro la vulnerabilità ambientale, incrementare la ricerca a favore del clima ed aiutare concretamente i cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Del resto, è da sempre che la specie umana deve combattere contro le calamità ambientali, ma se qualche secolo fa erano dovute a cause prettamente naturali, oggi non possiamo purtroppo dire altrettanto.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

09/01/2010

Incredibilmente finita nel silenzio l’incresciosa vicenda del progetto MUOS, che prevede l’istallazione di un sistema di telecomunicazioni, composto da cinque parabole: un impianto ad emissioni nocive approvato aggirando la legge

IL MUOS(TRO) DI NISCEMI

In una regione come la Sicilia, in cui è consuetudine considerare i beni pubblici come non appartenenti alla collettività, ma bensì oggetto di conquista selvaggia dei migliori offerenti, non stupisce affatto che il governo regionale abbia autorizzato la realizzazione del mostruoso progetto MUOS, nel territorio di Niscemi (Cl). MUOS è un acronimo che sta per Mobile User Objective System: si tratta di un sistema satellitare di telecomunicazioni, composto da cinque parabole satellitari, di cui tre basculanti con un diametro di circa 20 metri, che gli americani dovrebbero istallare nel territorio di Niscemi. Originariamente, il governo statunitense ha chiesto all’Italia ed al governo regionale l’autorizzazione a realizzare tale struttura satellitare nella base di Sigonella. In seguito ad accertamenti è, però, emerso il pericolo che le fortissime emissioni elettromagnetiche potessero innescare la detonazione degli ordigni presenti nella base militare. L’allarme è stato confermato dal responsabile della Gmspazio. È verosimile che, se le emissioni elettromagnetiche sono talmente forti da disturbare il traffico aereo di Sigonella e poter addirittura innescare la detonazione di ordigni esplosivi, esse possono comunque essere pericolose per la salute della popolazione residente nella zona limitrofa. Sebbene gli americani abbiano assicurato che le nuove antenne non mettono a rischio la salute delle persone, non vi è alcuna certezza sulla nocività di tali impianti che, è bene precisare, si andranno ad unire ad altre 41 antenne poste nello stesso sito dove dovrebbe sorgere il MUOS.

In tale area prescelta, infatti, già nel 1991 è entrato in funzione il centro trasmissioni radio navali Usa, dipendente dalla Navcomtelsta Sicily, la stazione navale Usa di computer e telecomunicazioni, situata a Sigonella. Come noto agli abitanti di Niscemi, già la presenza di queste antenne causa il mal funzionamento di cellulari ed altri apparecchi elettronici. La domanda che inevitabilmente ci si pone è come sia possibile che sia il governo nazionale, sia quello regionale abbiano potuto acconsentire, senza batter ciglio e soprattutto senza consultare le amministrazioni locali e la popolazione, alla realizzazione di un sistema con un così grande impatto, in un’area che è già ad alto rischio ambientale e oggetto di uno studio epidemiologico da parte dell’OMS per la verifica di eventuali connessioni tra stato di salute della popolazione e situazione ambientale. Come sempre avviene nella nostra isola, sembra che la concessione delle autorizzazioni sia frutto di incomprensioni, intermittenza nelle comunicazioni istituzionali e confusione a causa del succedersi di governi nel tempo. Quando per la prima volta gli americani chiesero di poter realizzare il MUOS in Sicilia, e precisamente a Sigonella, alla guida del Paese c’era il governo Berlusconi (2001-2006), mentre in Sicilia vi era l’esecutivo di Totò Cuffaro, con assessore all’Ambiente e Territorio la niscemese avv. Rossana Interlandi.

Come confermato dal bilancio presentato dalla US Navy al Congresso nel febbraio 2006, è prevista l’installazione di tre antenne MUOS a Sigonella, ma, nel bilancio 2008/2009, presentato nel febbraio 2007 (quando in Italia c’era il governo Prodi, con Arturo Parisi ministro della Difesa), comparve invece Niscemi. Di fatto, né il presidente del Consiglio, né il ministro della Difesa ritennero necessario mettere il Parlamento al corrente circa l’accordo sottoscritto con Washington per ospitare in Italia il nuovo sistema e lo spostamento del sito da Sigonella a Niscemi. Di tale cambiamento era ovviamente al corrente il governo regionale, il quale, però, ha preferito, non solo non opporsi, ma perfino tacere e tenere segreta tale circostanza. I consiglieri comunali del Partito Democratico di Niscemi hanno, infatti, denunciato che l’assessorato Territorio ed Ambiente era a conoscenza del progetto d’installazione del MUOS nella base di Niscemi sin dal 24 gennaio 2007, solo che la relativa documentazione è rimasta in mano dell’allora assessore Interlandi fino al 10 aprile 2008 e per tutto questo tempo è stata avvolta nel silenzio. L’assessore si è macchiato di un operato assolutamente irresponsabile, omettendo di promuovere misure di monitoraggio preventivo nella zona, già interessata da emissioni elettromagnetiche per le antenne già esistenti e, tra l’altro, ricompresa in una Riserva naturale orientata, protetta dalla stessa Regione siciliana, almeno in teoria.

Non può ignorarsi, inoltre, che l’assessore Interlandi, esponente dell’Mpa di Lombardo, è di origine niscemese. Proprio Lombardo, una volta diventato governatore della Sicilia, si è espresso circa l’istallazione delle antenne, cambiando orientamento rispetto a quello espresso dalla Interlandi. Nel marzo dello scorso anno, infatti, rispondendo alle inesattezze in cui è incorso il ministro della Difesa, La Russa, in sede di interrogazione parlamentare, Lombardo si è detto contrario alla realizzazione del progetto MUOS a Niscemi, temendo per la salute della popolazione. L’esponente Mpa ha dichiarato infatti che non è una sufficiente garanzia la relazione, allegata al progetto e richiamata dal ministro, nella quale viene minimizzato il rischio dell’esposizione del personale installando una recinzione di sicurezza. Non è, inoltre, accettabile che, come affermato dal ministro, la misurazione dell’inquinamento da radiofrequenze verrà eseguita appena i sistemi saranno installati e pronti ad operare.

Solitamente tale tipo di studio, avente ad oggetto l’eventuale impatto nocivo delle onde elettromagnetiche sulla salute delle persone,  va effettuato prima e non dopo l’esecuzione dei lavori, a cose fatte. Infine, Lombardo bacchetta La Russa, in quanto, contrariamente a quanto affermato da questo, i lavori per la posa delle parabole sono stati già iniziati. Il fatto che  il MUOS causi un enorme rischio per la salute di tutta la popolazione, non solo di Niscemi, ma anche di centri relativamente vicini come Gela o Caltagirone, è sotto gli occhi di tutti e tale consapevolezza ha spinto all’organizzazione di una manifestazione popolare, nella quale si sono viste sfilare ben 15.000 persone per le vie di Niscemi, il 28 febbraio scorso. Poi più nulla. Sulla vicenda sembra essere calato il silenzio, mentre i lavori proseguono.

Quello che allora viene da chiedersi è se sia giusto dover sempre subire le decisioni dissennate dei governanti, i quali bypassando la volontà popolare (la stessa che li ha portati nel posto che occupano) si arrogano il diritto di disporre liberamente dei beni di tutti, svendendoli al primo approfittatore senza scrupoli. Lungi dal voler gridare ciecamente “Yankees go home”, ci troviamo di fronte ad una questione di civiltà. Si tratta di una lotta che non è solo dei niscemesi, ma deve essere una lotta di tutti, per la tutela di un patrimonio che è di tutti e non solo di chi lo occupa. Non si otterrà mai nulla se non iniziamo a pensare che il mondo non lo abbiamo preso in eredità dai nostri genitori, ma in prestito dai nostri figli. È proprio per questo che tutti dobbiamo mantenere un alto livello di attenzione sulla questione e, in caso, essere pronti a protestare per rivendicare il nostro diritto alla salute e ad un futuro possibile per i nostri figli, vigilando, infine, affinché il presidente Lombardo mantenga le sue promesse e blocchi la realizzazione di questo mostro ecologico.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

La Giunta regionale campana, nell’ambito della manovra finanziaria votata a fine anno, ha sancito il proprio No alla installazione di impianti per la produzione di energia nucleare, scatenando la reazione polemica del centrodestra

LA CAMPANIA STOPPA IL NUCLEARE

Il 2010 inizia all’insegna delle polemiche per la Campania: la regione governata da Antonio Bassolino si è infatti categoricamente opposta al programma sul nucleare promosso dal ministro Claudio Scajola, intenzionato a far diventare l’Italia un vero e proprio stato “atomico”. Il No della Campania è stato inserito in una manovra finanziaria di bilancio votata a fine anno, nella quale si leggono a chiare lettere le intenzioni della Regione: in assenza di accordi con lo Stato per la localizzazione degli impianti per la produzione di energia nucleare e per i siti di stoccaggio di scorie ed altri combustibili nucleari, il territorio campano viene precluso a qualsiasi tipo di produzione energetica di tal genere. La Campania si sta muovendo dunque sulla stessa linea adottata qualche tempo fa da Nichi Vendola, governatore della Puglia, insieme ai programmi di tante altre regioni contrarie alla diffusione del nucleare sul proprio territorio, come Umbria, Marche, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Basilicata e Liguria. Tuttavia, non era ancora certo un coinvolgimento diretto della Campania nelle attività nucleari promosse dal governo, fatta eccezione per l’ipotesi di installare un sito nell’impianto dismesso a Sessa Aurunca, sul Garigliano.

Subito dopo il Capodanno è così scoppiata la polemica tra maggioranza ed opposizione all’Assemblea regionale campana: gli esponenti del Pdl, in particolare Fulvio Martusciello, consigliere regionale, e Franco D’Ercole, leader dell’opposizione, affermano che le questioni relative alla diffusione di energia nucleare non competono alle regioni. L’opposizione muove dirette accuse alla Giunta regionale, affermando che la maggioranza vorrebbe fermare il progresso e segnare il ritorno della Campania agli anni ’50: secondo il Pdl, la giunta Bassolino, muovendosi in modo così netto e polemico contro il governo nazionale in fatto di risorse e produzione di energia, rischia di far rimanere la regione a secco. Verrebbe da rispondere che sono altre le risorse energetiche da incoraggiare, come ad esempio le fonti di energia pulita. Ad ogni modo, i maggiori esponenti della maggioranza campana, dal canto loro, si mostrano invece soddisfatti di questa azione condotta da parte della giunta regionale: Nicola Marrazzo (Italia dei Valori) afferma che la Campania è stata appena salvata da un piano energetico “scellerato”, mentre Tonino Scala (Sinistra e Libertà) ribadisce che il piano Scajola è “inapplicabile”.

Soddisfatto è anche Alfiero Grandi, presidente del “Comitato per le energie rinnovabili- no al nucleare”, il quale evidenzia l’importanza della questione nucleare: sarà necessario, infatti, in occasione delle imminenti elezioni regionali, concentrare l’attenzione sulla politica nucleare e sugli sforzi da compiere per ovviare ad un provvedimento “impositivo ed autoritario” del governo nazionale. Le regioni che si sono rivolte alla Corte Costituzionale per evitare l’installazione di impianti nucleari sul proprio territorio sono 13, ma la strada da percorrere è ancora lunga, dal momento che si rivela sempre più necessaria, parallelamente, una diffusione omogenea di impianti energetici puliti. I membri dell’opposizione campana accusano la Giunta regionale di voler riportare indietro la Campania? In realtà la vera ondata di progresso e modernità potrà verificarsi solo quando questa regione, e con essa tutte le altre regioni d’Italia, si procurerà energia derivante da fonti alternative e rinnovabili. Per adesso si rinuncia al nucleare, e la cosa fa ben sperare. Altro che ritorno indietro: questo è un passo avanti nella giusta direzione.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

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