IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ARCHIVIO MUSICA
NUMERI DI DICEMBRE
NUMERO SPECIALE 2009
28/12/2009
L’anno musicale che volge al termine è stato un anno a quattro stelle, capace di sfornare nuovi talenti, nonostante il declino delle major discografiche costrette a ricorrere alla tv per catapultare i propri artisti sul palcoscenico del successo
2009: OVVERO COME RIBALTARE LA COSCIENZA MUSICALE
Certe note i musicisti le vanno a prendere direttamente in cielo: sono quelle che ti entrano nell’anima e vanno dritte al cuore. Altri invece rubano da quaggiù senza eversioni musicali affidandosi solo all’adrenalina da classifica. Il nostro, quasi concluso, 2009 ha consacrato, dissacrato e annoiato un po’ su tutti i fronti, anche su quello musicale. Tanti, tantissimi artisti, soprattutto molto giovani, che escono dalla polvere di una sala prove e attraversano i lustri di studi televisivi o, meglio ancora, i fasti di sale registrazioni che hanno fatto storia. Giovani che riscattano il proprio talento, ovviamente non posseduto dalla totalità degli artisti, che stravolgono, armati di estro estremo come Lady Gaga, la sudicia patina di “vecchiume” che soffoca il mercato europeo in primis. Un 2009 che, grazie ai nuovi “Don Chisciotte dell’armonia”, incalza record su record, valica i confini della consuetudine compositiva ed entusiasma anche la plebe insensibile all’arte, moltiplicando concerti ed esposizioni nelle città di tutto il mondo. “Nel vero artista la sete di conoscere e di apprendere non cessa che con la vita. E uno dei mezzi più efficaci per ampliare la cerchia delle proprie cognizioni è quello di studiare i sommi compositori e di comprendere i grandi interpreti”.
Queste le parole di Bazzini, che sembrano ancora più vive oggi. La maggior parte dei dischi prodotti in quest’enorme anno che va verso la sua gloriosa fine possiede un proprio carattere, una vera e propria personalizzazione della composizione e dell’esecuzione. Centinaia, se non di più, le influenze e i punti di riferimento usati, digeriti e capovolti. Dunque, stilare una classifica più o meno oggettiva della migliore musica del 2009 è davvero difficile, se non addirittura stupido vista la smisurata vastità di materiale veramente notevole. È cambiato tutto. Cambiano i ragazzini oggi, nascono nuovi generi e nuove “etichette” musicali. Le label indipendenti stracciano per vendite e originalità le ultime tre major potenti rimaste sul mercato. Major che all’oggi hanno enormi difficoltà economiche, particolarmente in Italia ed in Francia, dove Sony o Universal sono costrette ad investire sui programmi televisivi quali “Amici” o “X Factor” ( se pur quest’ultimo presenta un livello artistico più alto). Ciò perche gettando letteralmente nelle braccia del tubo catodico un artista alle prime armi, lo si fa crescere mediaticamente in modo istantaneo, senza dover rischiare una campagna pubblicitaria e fare affidamento sulla riuscita del disco.
Un lavoro questo che da un lato aiuta i ragazzi ad emergere più in fretta, dimostrando delle volte un vero e proprio talento. Ma dimezza e umilia il lavoro di chi, da dietro le quinte, si è da sempre preoccupato di mettere una percentuale di genio nell’arrangiamento di un disco, nelle sue atmosfere, negli errori di coda. E mentre l’Italia cerca di uscire dalla crisi discografica schiaffeggiando l’aria, nel resto del mondo riprende inesorabile la caduta di “polvere di stelle”. Ebbene sì. Il 2009 è l’anno delle “new, old entry”, come il ritorno dei Kiss, Ac/Dc, Bruce Springsteen, Cher e tanti altri. Alcuni nomi fanno davvero rabbrividire, altri lasciano totalmente indifferenti. Di sicuro nell’ascoltare i loro lavori si ha la sensazione di una riesumazione dall’oltretomba ovvero una vera e propria clonazione di vecchi album ormai obsoleti.
Ma ognuno deve avere l’opportunità di riscattarsi e di continuare a fare il proprio lavoro, soprattutto nel mondo dell’arte. Questo pero non giustifica affatto la mancanza di verve creativa che nel 99% dei casi manca in toto. E allora spazio ai nuovi o da poco affermati musicisti fra cui The Duke & The King con “Nothing gold can stay”, Jamie T con “Kings & Queens”, A Camp con “Colonia”, XX e l’album omonimo “XX”, e ancora Antlers con “Hospice”, Gurrumul con “Gurrumul” e One EskimO con “One EskimO”. Insomma diamo un quattro stelle e mezzo a questo 2009 musicale e ci auguriamo che il prossimo anno, quello pari a cifra tonda, regali ancora enormi sobbalzi d’umore, attacchi adrenalinici e, perché no?, un po’ più di serenità a chi quest’anno ha visto la propria casa crollargli addosso.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
19/12/2009
Se negli anni settanta la musica insegnava a resistere, ribellarsi e prendere coscienza del mondo, attraverso parole dure, convinte, forti e determinate, la musica di oggi può contare su pochissimi maestri capaci ancora di far pensare
UNA GENERAZIONE PRIVA DI MAESTRI
“Come un branco di lupi che scende dagli altipiani ululando, o uno sciame di api accanite divoratrici di petali odoranti, precipitano roteando come massi da altissimi monti in rovina”. E ad aspettarli chi c’è? I fantastici cavalieri bianchi della nostra infanzia, i prodi guerrieri pronti a stendere metaforicamente le loro spade contro l’orda di bestie non ci sono. Puff, spariti nel gorgo degli anni ottanta e novanta, smontati da quella spersonalizzazione dell’io sintetizzata da Irvine Welsh: “Gli anni ‘80 sono stati l’epoca dell’io, i novanta dell’esso”. Fuor di metafora chiediamoci musicalmente dove sono finiti i nostri maestri, quelli che insegnavano alle generazioni passate a farsi sentire, portandole in piazza e facendole diventare “coscienti”. Sono spariti, inghiottiti nella pancia della soddisfazione, sono stati oscurati dalla nebbia telematica. Vasco Brondi direbbe: “I sogni smantellati deportati in Siberia mentre ti addormenti”. Probabilmente è davvero così. E fanno sorridere i commenti allarmati della nostra classe dirigente che parla sempre più spesso di clima di terrore, di pericolose frizioni tra gli schieramenti.
Tali eventi sono, al limite, il rischio per loro di perdere qualche poltrona, ma la gente, le persone che camminano per strada, senza lavoro, i giovani senza speranze, loro che avrebbero l’unico diritto di creare frizioni, non lo fanno. In qualche modo hanno rubato loro la determinazione, la forza. Anche di ribellarsi. La musica italiana degli anni ‘70 era fatta di parole dure, convinte, forti, determinate. Adesso c’è solo depressione. Qualcuno che tenta di svegliarci c’è ancora e non si arrende semplicemente alla crudeltà dei fatti. Messi in soffitta i sin troppo inflazionati cantautori di decenni fa, arrivano gli Afterhours, Carmen Consoli, l’eterno Franco Battiato. I primi, con la bellissima Il paese è reale, presentata a Sanremo: “Dici sempre le preghiere, conti sempre fino a dieci e preghi ancora che non tocchi a te decidere (...)E tu vuoi far qualcosa che serva? E farlo prima che il tuo amore si perda? Non ti accorgi che se lo vuoi tu, quel che valeva poi non vale più. Se ti han detto resta a casa, vola basso non scocciare (...) Adesso fa qualcosa che serva, che è anche per te se il tuo paese è una merda”.
Duri e crudi come piacciono a noi. Poi abbiamo Carmen Consoli con la splendida Mandaci una cartolina, contenuta nel suo ultimo cd (“Elettra”): “Viva l’Italia, il calcio, il testosterone, gli inciuci e le buttane in preda all’ormone, a noi ci piace assai la televisione, proprio l’oggetto – dico – esposto in salone. Chissà quale amara considerazione avresti concepito in virtù del pudore. Mandaci una cartolina e una ridente foto di te che prendi il sole sulla spiaggia con la solita camicia bianca ed il giornale aperto sulla pagina sportiva. Mentre stai sul bagnasciuga beato tra le braccia di un tramonto”. E, infine, il vero maestro, Franco Battiato con l’ultimo cd che abbiamo recensito due settimane fa. Cominciamo a riflettere su quanto sia importante continuare a pensare e a resistere. “Ormai hanno già vinto” (dicono i Black Flag). “L’importante è che sappiano che c’è qualcuno che resiste” (scrive Valerio Evangelisti).
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Ripercorriamo i primi passi del celebre gruppo pop britannico, tornando indietro al 1997, quando Chris Martin e Jon Buckland si conobbero per la prima volta alla festa delle matricole all’University College of London
COLDPLAY: ALL’ORIGINE DEL SUCCESSO
Siamo nel novembre del 1999. Esattamente dieci anni fa, quattro ragazzi del regno unito lavorano intensamente alla realizzazione del loro disco d’esordio. Ma andiamo un po’ più indietro, più precisamente a due anni e due mesi prima. In occasione della festa delle matricole, alla University College of London, Chris Martin e Jon Buckland si conobbero per la prima volta. Dopo aver capito che il collante fra le loro vite era la passione per la musica, decisero di metter su un piccolo gruppo. Chris aveva già una certa esperienza, suonava il pianoforte già a 5 anni, ad undici fondò la prima band ed al liceo suonò come chitarrista in un’altra formazione. Jon invece è quasi agli inizi, membro di una band rap, scrive testi e canta. Accanto a questi due personaggi si affianca la figura di Phil Harvey, amico di Chris. L’idea originaria è quella di costituire una boy band con il nome di Pectoraltz.
Chris e Jon comprano casa insieme in un sobborgo di Londra nei pressi del college. È proprio lì che il futuro leader dei Coldplay inizia a scrivere canzoni come Love I’m So Tired, brano di rilievo per la futura band. Verso il 1997 Martin e Buckland fondano i Coldplay. La band si completa con Guy Berryman, iscritto alla facoltà di Ingegneria con un passato da trombettista e percussionista, e Will Champion, il quale per l’occasione diventa batterista in soli tre mesi. Dopo diversi concerti, la Parlophone offre un contratto ai quattro musicisti. Un contratto che li lega ancor oggi all’etichetta. Nasce cosi “Parachutes”, l’album d’esordio. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che da quell’anno in poi Chris e i suoi sarebbero diventati uno dei gruppi pop più famosi di tutti i tempi.
Nel capodanno del ’99, i Coldplay completano le riprese dell’album dopo mille incomprensioni e battibecchi accesi fra lo staff e i membri stessi della band. L’anno successivo è la svolta definitiva con Shiver, primo singolo estratto, che scala rapidamente le classifiche raggiungendo il trentacinquesimo posto della classifica inglese e procurando visibilità anche su MTV. Da qui in poi è storia. Trovato il successo in Europa, la band si concentra sul Nord America. Il disco viene rilasciato nel novembre del 2000. Inizia un tour negli USA, agli inizi dell’anno successivo, comprendente partecipazioni al SNL Show, Late Night with Conan O’Broien e al David Letterman Show. “Parachutes” fu un grande successo e fu certificato come “gold album”. L’album fu ben accolto dalla critica e vinse il Grammy Awards per la “Miglior Performance Alternativa” nel 2002.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
12/12/2009
“Waltz for Debby” è l’album capolavoro del Bill Evans Trio, uno dei più grandi trio jazz mai esistiti, guidato dal leader Bill Evans, un artista pieno di pathos, espressività e sensibilità, un musicista geniale e ricco di estro
UN WALZER PER EVANS
La musica di Bill Evans fu fortemente influenzata dagli accadimenti personali che lo indussero, da una parte, alla gioia suprema e, dall’altra, al dolore incessante a causa del suo carattere ipersensibile e di numerosi eventi negativi che si sono avvicendati in modo vorticoso intorno alla sua figura di artista di notevole pathos, espressività e sensibilità. Evans era un grande conoscitore di musica classica, nonché dei metodi d’esecuzione e di composizione ad essa legati. E proprio da qui nasce il genio e l’estro jazzistico che darà vita ad uno dei più grandi trio jazz mai esistiti, ovvero il Bill Evans Trio. Un trio composto originariamente da Bill Evans al pianoforte, dal batterista Paul Motian e dal contrabbassista Scott LaFaro, il quale scomparirà poco dopo le registrazioni del disco di cui oggi parleremo: “Waltz for Debby”.
Le registrazioni di questo capolavoro avvengono tutte domenica 25 giugno 1961. Le riprese vennero effettuate in due sessioni, tra il pomeriggio e la sera, fra sigarette, alcool e tanta ispirazione. Il disco inizia con una delicatissima My foolish heart. Evans introduce il tema e sviluppa il brano mentre LaFaro lo incornicia con qualche nota di contrappunto. Motian, con brushes in mano (spazzole), accompagna con grande eleganza e sobrietà. Di seguito abbiamo la title-track, Waltz for Debbie, più movimentata, in cui i tre musicisti privilegiano un tiro più swing. Detour segue la stessa linea, proiettando il brano in una tenue ballata.
Si apre con lo stesso tema di Flamenco Sketches di Davis, suonato da LaFaro, Some other time, per poi lasciar spazio ad un splendido solo di Evans, in cui sembrano riecheggiare delle citazioni proprio del pezzo presente in Kind of Blue, uno dei più grandi dischi jazz della storia. L’irrequieta Milestone, ritmicamente ardita, diventa materia da forgiare per Motian e LaFaro, il quale regala un solo memorabile, tutto pause ed accelerazioni fino a smorzare il pezzo. Il disco si chiude con una versione di Porgy, un altro esempio dello stile di Bill Evans, una ballata dolce ma mai stucchevole. Non rimane a voi che comprare il disco (vi consigliamo assolutamente la versione in vinile che da questo mese in poi verrà ristampata e venduta nei negozi e nei centri commerciali) e godervi la magia del jazz.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Il nostro ricordo di Umberto Bindi, grande cantautore genovese, autore di canzoni indimenticabili (come “Il nostro concerto”) e tristemente ferito dall’emarginazione e dalla solitudine con cui l’Italia lo ha lasciato morire
“OVUNQUE SEI, SE ASCOLTERAI”
C’è stato un tempo in cui si parlava distintamente di cantanti, autori e musicisti. Poi, ad un certo punto, negli anni ’60, per meglio descrivere la figura di un artista capace di scrivere testi di un certo livello, musicarli e cantarli, dando lustro alla cosiddetta “musica d’autore”, si coniò il termine “cantautore”. Il termine indica anche uno stile ben preciso, più impegnato, intellettuale, spesso con accenti politici, di certo lontano dallo stile commerciale delle tante canzonette dell’Italia anni ’60. Uno degli artisti per il quale venne creata quella nuova definizione fu Umberto Bindi, protagonista assoluto di quella “scuola genovese” che ha rivoluzionato la musica leggera italiana. Una scuola di cantautori che, oltre a Bindi, comprendeva Paolo Conte, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Gino Paoli, Fabrizio De Andrè ed una serie di autori molto bravi. Gente capace di scrivere canzoni coerenti con un’idea di musica che rompeva con la tradizione melodica italiana, fino ad allora fatta di allegri e spensierati ritornelli o di una malinconia un po’ superficiale e stereotipata. La scuola genovese ha costretto l’Italia ad ascoltare e conoscere brani in cui al centro si trova l’amore con le sue sfumature più complesse, intense, ma anche l’amarezza, il senso di fallimento, la sconfitta dell’uomo.
La gente è stata sbalzata fuori dalle abituali canzoni di semplici innamorati delusi o di allegri festaioli, ed è stata costretta a guardare in faccia le storie degli ultimi, dei reietti, di tutti quei personaggi che popolano i brani di questo gruppo di cantautori genovesi. Anche la loro vita è stata piena di quella sofferenza che la loro musica trasformava in arte. Da Tenco a De Andrè, da Gino Paoli a Bindi, una generazione di “maledetti”, aggrappati alla loro musica salvifica, a volte duri molto spesso dolcissimi, romantici. Umberto Bindi, dopo Tenco, incarna in maniera perfetta il tormento artistico e personale della scuola genovese, l’amarezza per una società distratta, incapace di amare e di guardare ad occhi aperti quel che vive dietro la sua facciata perbenista. Bindi comincia la sua avventura nel 1959 grazie alla dolce e delicata Arrivederci, composta insieme all’autore e amico Giorgio Calabrese, con cui comporrà diversi brani di successo, tra cui il capolavoro Il nostro concerto (1960), probabilmente una delle canzoni italiane più belle, di certo quella che lo ha consacrato e per il quale viene spesso ricordato. Una struggente poesia d’amore messa in musica, affidata ad una voce profonda e pulita. Insieme all’amore è il mare ad essere centrale nella vita di questo straordinario cantautore.
Oltre a Vento di mare, Riviera e molti altri brani dedicati al mare, spicca una canzone meravigliosa che dà il titolo ad un album del 1976: Io e il mare, forse uno dei pezzi più amati dagli estimatori di Bindi. Questo brano, capolavoro scritto da Bruno Lauzi, è un malinconico parallelo tra il mare e l’anima, tra le emozioni che conducono là “dove il cuore vuole” e il mare stesso. Un vibrante percorso interiore che accompagna il tempo, i cambiamenti che l’età produce, attraverso un arrangiamento raffinato che segue una prosa complessa, praticamente priva di rime. Una complessità che ha attraversato la vita del cantautore genovese, il quale ha conosciuto anche il dolore e l’emarginazione, a causa di un’Italia bacchettona e moralista che, nel 1961, quando Bindi partecipò a Sanremo con Non mi dire chi sei, si interessava non al suo brano ma, morbosamente, alla sua dichiarata omosessualità. Una condizione che, unita al suo stile impegnato e poco commerciale, lo porterà ad essere isolato continuamente dal mondo dei discografici e della musica in generale, con soltanto pochi amici al suo fianco.
Amici come Giorgio Calabrese, Gino Paoli (con cui ha scritto Un ricordo d’amore, Il mio mondo e L’amore è come un bimbo), Bruno Lauzi, Bruno Martino e, infine, Renato Zero, il quale produrrà uno degli ultimi album di Bindi, “Di coraggio non si muore”, in cui è contenuta la splendida Letti (scritta proprio con Zero), che ha segnato, nel 1996, il ritorno a Sanremo di Umberto Bindi, in coppia con i New Trolls. In precedenza, nel 1985, il cantautore di Bogliasco, su richiesta di un discografico che in passato non aveva creduto in lui, aveva pubblicato un album tributo, “Bindi”, con tutti i suoi più grandi successi. Per l’occasione, Bindi cantò alcuni suoi brani storici in coppia con alcune note cantanti, tra cui Fiorella Mannoia (Un giorno, un mese, un anno), Loredana Bertè (Il mio mondo, altro straordinario capolavoro), Sonia Braga (Arrivederci) e Ornella Vanoni (La musica è finita).
Proprio quest’ultima, scritta con Califano e Nisa, è una delle tante canzoni scritte da Bindi per altri artisti. Un cantautore raffinato, completo, segnato dalla vita e da un mondo ostile a chi osa mostrare se stesso con sincerità, un mondo che in nome di una normalità artificiosa e crudele denigra tutto ciò che appare diverso, che non si allinea. Umberto Bindi ha conosciuto il successo e la caduta, l’affetto dei pochi amici e la solitudine dell’uomo stanco, la stima del suo pubblico e la crudeltà della società moralista. È morto solo, povero, senza soldi, tra gli appelli inascoltati di Gino Paoli e dei pochi colleghi affranti per la condizione misera di questo poeta del mare e dell’amore, a cui lo Stato ha concesso il dovuto sussidio soltanto poche settimane prima della sua scomparsa. Se n’è andato timidamente, in punta di piedi, ma le tracce della sua elevata bravura non possono essere cancellate. Ascoltate la sua musica. Vi avvolgerà.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
5/12/2009
“Inneres Auge. Il tutto è più della somma delle parti” è l’ultimo album dell’immenso Franco Battiato, musica vibrante e vera che spinge alla ricerca di una vita che vada oltre la materia, il denaro, la realtà ed il potere
IL POETA DEL DIVINO
Nella nostra musica ci sono pochi maestri. Si nascondono con rispetto e autorevolezza, non si aprono mai, non hanno bisogno di eccessiva pubblicità. Bastano le loro parole. Franco Battiato è uno di questi. Definirlo cantante o cantautore è riduttivo, lui che è anche pittore, scrittore e regista. Come direbbe de Gregori “solo per brevità chiamato artista”. Battiato è uno dei pochi che riesce ancora non solo ad emozionare, ma proprio a stupire, assuefare chi ascolta (e anche solo con due inediti e la rivisitazione di suoi grandi pezzi storici). Saranno le sue atmosfere così particolari, elettroniche ma verissime, che toccano l’uomo e lo mettono in relazione con il mondo, per dirla con un celebre filosofo greco “fanno vibrare l’essere umano, corda d’arco tesa tra la terra e il divino” (in Haiku Battiato canta “Seduto sotto un albero a meditare mi vedevo immobile danzare con il tempo, come un filo d’erba che si inchina alla brezza di maggio o alle sue intemperie”). L’elogio sin qui fatto non è dovuto al rispetto per un grande, ma si alimenta grazie all’ultimo cd di Battiato, “Inneres Auge. Il tutto è più della somma delle sue parti”.
E potremmo trovare un leitmotiv di questo cd proprio a partire dal rapporto con quel qualcosa che è lassù o quaggiù, che è più di noi, che governa, regola, ispira a seconda dei punti di vista. Il ritornello di Inneres Auge per esempio: “La linea orizzontale ci spinge verso la materia, quella verticale verso lo spirito, ma quando ritorno in me, sulla mia via, a leggere e studiare, ascoltando i grandi del passato…mi basta una sonata di corelli, perché mi meravigli del creato!”. E ancora dal brano Incantesimo: “L’incantesimo di perdute esistenze che non saranno mai. Le speranze di presenze intorno a noi”. Oppure la canzone No time no space: “Tell me of the existence of worlds and planets far away (…) Tell me more about human love, of anomalous travelers in magical, mystic territories” (Parlami dell’esistenza di mondi e pianeti lontani, parlami ancora dell’amore umano, degli anomali viaggiatori in terre magiche e mistiche). Perché quello che sembra dirci da sempre Battiato è che c’è bisogno di una vita che vada oltre la materia, oltre il denaro e la realtà.
Qualcosa che ci renda capaci di emozioni profonde, di amore per il tutto. In Un’altra vita egli canta: “Non servono tranquillanti o terapie ci vuole un’altra vita”. Anche perché, come sentiamo nel suo secondo inedito ed ultimo brano del cd “U sennu, stamu piddennu ‘u sennu, ti ni stai accuggennu unni stamu jennu a finiri ‘ccu stu munnu ca sta ‘mpazzennu?” (Il senno, stiamo perdendo il senno, te ne stai accorgendo dove stiamo andando a finire con questo mondo che sta impazzendo?). Il resto (che non è poco), la musica, è semplicemente l’indescrivibile risultato di un lavoro minuzioso e sapiente intorno agli strumenti e ai sintetizzatori che è un po’ la cifra di qualsiasi cd di Battiato. È quel qualcosa in più di cui non si sa parlare ma che sa arrivare dove le parole falliscono. Godetevelo.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Il programma trasmesso da Raidue, che molti guardano con diffidenza snob, ha offerto al pubblico due voci straordinarie e nuove: vince Marco Mengoni, un giovane con la maturità di un grande, davanti al soul graffiante di Giuliano
QUESTA VOLTA X FACTOR HA TRIONFATO
A qualcuno fa storcere il naso, per molti è solo una sottospecie di reality, i cultori della musica lo snobbano e lo considerano un percorso di semplici cantanti, che hanno il privilegio di farsi conoscere dal pubblico della tv, dalla massa, quella troppo lontana dal fumo e dal buio noir che, nell’immaginario ideale, ammanta il lavoro di “composizione” di un brano. Per i suoi detrattori, X Factor, nella versione italiana trasmessa da Raidue, è tutto questo. Per molti, invece, è un programma che, a differenza di altri, pone al centro la musica, il talento, la capacità di artisti giovani o giovanissimi di mettersi in gioco, sperimentare stili e generi lontani dal loro percorso di formazione e dal loro gusto personale. Poco spazio alla formula reality, anzi si può dire che tale formula sia praticamente assente, perché ogni dibattito, ogni discussione ruota esclusivamente attorno alla musica ed alle esibizioni. Non ci sono storie d’amore e litigi ripetuti tra i partecipanti, solo l’emozione di chi ama cantare e vuole giocarsi la sua chance di farcela, al termine di una lunga selezione che conduce dodici candidati su migliaia a partecipare alla fase finale. A questi si aggiungono altri quattro che entrano a gara in corsa, al termine di ulteriori selezioni concluse con una sfida finale. A quel punto comincia il lavoro con musicisti e maestri di musica, allo scopo di scovare i veri talenti e di esaltarne le potenzialità.
Chiaramente è del tutto comprensibile che molti cultori della musica, numerosi eccellenti musicisti o artisti i quali, sparsi per l’Italia, ogni giorno versano sudore e fatica per avere anche solo un’opportunità di farsi conoscere, guardino con sospetto e fastidio questa platea commerciale e televisiva. Ciò però non deve far dimenticare che i partecipanti al programma non sono “figli del Grande Fratello”, gente messa lì senza avere alcuna dote, buttata davanti ad una telecamera con l’input di esibire la propria volgarità per diventare celebre. Ad X Factor vanno persone che sanno cantare e, in molti casi, ottimi musicisti che non hanno mai avuto la possibilità di “provarci” e che, dunque, puntano tutto sulla voce, per poi magari un giorno poterla accompagnare con la propria maestria “strumentale”. Così, al di là dei mugugni e delle chiusure intellettuali (qualcuno ha gridato al sacrilegio quando ha visto De Gregori ospite), guardare questa trasmissione in maniera obiettiva e con apertura mentale permette di accorgersi dell’esistenza di qualcosa di straordinario, di gustarsi due voci fuori dal comune, raramente rintracciabili nel panorama musicale italiano. La terza edizione di X Factor, appena conclusasi, ha consegnato ai discografici il talento di Marco Mengoni, il vincitore, e Giuliano Rassu, secondo classificato.
Due voci incredibili, potenziali armi per sfondare sul mercato internazionale. Marco è davvero l’essenza della musica, in possesso di una voce che può passare dai toni bassi agli acuti più intensi mantenendo una straordinaria pulizia vocale, accompagnando le sue esibizioni con la capacità (rara per un giovane di 20 anni) di stare sul palco, di “affrontare” il pubblico. Marco è un animale da palcoscenico, abilissimo nel coinvolgere chi lo ascolta, chi rimane ipnotizzato dinnanzi ai suoi giochi di voce, un po’ alla Prince, ma non solo: nelle sue corde ci sono Mika, Jacko, Otis Redding, perfino Liza Minnelli, un miscuglio di tonalità e di forza scenica, con l’aggiunta di una perfetta pronuncia british. Gestito dal genio folle di Morgan, questo ragazzo di Ronciglione (nel viterbese) ha cantato di tutto: da Umberto Bindi agli AC/DC, senza mai sgarrare, riuscendo sempre ad emozionare, anche con un pessimo pezzo inedito che qualcuno della produzione, senza troppa lungimiranza, gli ha assegnato. Un inedito banale che Marco ha reso emozionante lavorando con la sua voce e con le sue movenze, con la sua rarissima predisposizione ad “entrare” nei brani che interpreta.
Morgan non esagerava quando diceva che Marco potrebbe “cantare anche l’elenco telefonico” e riuscire a farti emozionare ugualmente. Degno vincitore, dunque, di un’edizione ad alto livello, che ha visto in seconda posizione il sardo Giuliano, serafico musicista di Sassari, capace in privato di suonare ogni strumento e dotato di una voce “naturalmente” soul, graffiante, profonda, black, totalmente nuova in Italia. Ascoltandolo ad occhi chiusi sembrava di sentire Chuck Berry, ma anche un Bruce Springsteen un po’ meno rock o un Terence Trent D’Arby d’annata, proprio perché le sfumature della voce di Giuliano sono davvero molte, pur rimanendo fedeli al suo genere. L’esibizione in duetto con Lucio Dalla, nella leggendaria Caruso, ha regalato agli spettatori/ascoltatori un momento elevatissimo di musica, grazie al calore soul del giovane artista sardo e al “rinforzo” di Dalla, una sorta di controcanto eseguito con un ottava più alta del solito. Davvero meritato il plauso sincero del mitico cantautore bolognese, che ha sottolineato come tanti grandi della musica si siano cimentati in Caruso, e come nessuno sia mai riuscito a metterci quello che il soul grattato di Giuliano vi ha messo.
Insomma, una serata finale ad alta qualità che ha reso giustizia all’emersione di due grandissimi talenti. Marco adesso andrà a Sanremo, in virtù dell’accordo tra le due trasmissioni, mentre il bel singolo di Giuliano (Ruvido) di sicuro spopolerà nelle radio. Il futuro, però, si gioca su un altro piano: la capacità di gestire due voci di questo genere. Due voci che non possono essere irretite con canzoni pensate solo per il mercato italiano, ma che invece devono essere esaltate con testi in inglese da esportare sul mercato internazionale. Ci sono due potenziali big della musica, è il caso di non fermarli, di non relegarli ad una posizione che a loro starebbe stretta. Al di là degli snobismi e delle puzze sotto il naso, bisogna avere l’onestà di ascoltare questi due ragazzi e di ammettere che anche da un programma commerciale come X Factor possono venir fuori talenti immensi, fino a ieri rimasti nascosti nelle cantine buie delle sale prove o nel fumo e nel vociare dei locali di provincia. D’altra parte, gente come Vasco e Zucchero ha iniziato addirittura a Sanremo…
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
NUMERI DI NOVEMBRE
28/11/2009
Sondre Lerche, salito alla ribalta nel 2002, quando aveva solo venti anni, è uno dei cantautori pop-rock più apprezzati, grazie alla sua musica raffinata ed al suo grande lavoro sui testi: “Two Way Monologue” è il suo secondo album
IL QUINTO BEATLE NORVEGESE
Lui, Sondre Lerche (nessuno ancora ha capito la pronuncia effettiva), nonostante la sua giovane età, appena ventisette anni, è uno dei più importanti cantautori pop rock di questo nuovo millennio. La sua vita è indissolubilmente legata alla musica da sempre. Quella musica piena di immagini strane. Un pop, il suo, che affonda le mani fra il più fiabesco paesaggio norvegese, i mattoni londinesi e la tradizione musicale del secolo scorso. Dopo il suo album d’esordio, “Faces Down”, edito nel 2002, esce “Two Way Monologue”. Un lavoro che mette in risalto le grandi abilità dell’artista. Un album così fine e pieno di gusto che la maggior parte delle tracce sembrano essere vestite in giacca e cravatta, esibendo timidamente qualche accenno psichedelico, più come un colore difficilmente abbinabile che come una vera e propria originalità di stile.
Il disco è stato spesso definito come compatto e poco orchestrato. Di sicuro un grandissimo lavoro sui testi, sull’immaginaria visione arrangiativa (rimanendo pur sempre all’interno del solito e noioso mainstream). Lerche, nella più complessiva e generica visione del disco, dalla copertina al mero contenuto musicale, cade molto spesso nell’eccessiva scorrevolezza d’ascolto, nascondendo fin troppo lo spessore artistico che, secondo i più grossi produttori (paladini della leggerezza emotiva e presunta tale, colpevoli d’aver creato un’ignoranza ormai ramificata nel musicofilo medio), pare essere l’unica chiave nel realizzare dischi da classifica.
I brani più riusciti sono sicuramente l’omonima title-track, Stupid Memory, Track You Down, On The Tower e Maybe Your’re Gone. Dopo l’ultima traccia, l’ultimo secondo di canzone, la sensazione che si ha è quella d’aver finalmente trovato un artista a metà fra Beatles e Beach Boys. Nonostante alcune pecche, l’album risulta squisitamente ben riuscito, un acquisto sicuro per chi ama viaggiare in auto alzando lo sguardo verso un cielo permeato da felici nuvole.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Il fenomeno delle cover, in Italia, ha conosciuto grande diffusione negli anni ’60 e ’70 ed è proseguito fino ad oggi, consentendo spesso di far conoscere brani splendidi: negli ultimi anni, però, qualcuno ha osato troppo
IL BUON PERIODO DELLE COVER (SE FATTE CON CURA)
Ai più assidui frequentatori delle stazioni radiofoniche sarà capitato in questi tempi di sentire l’attacco di Creep dei Radiohead e, dopo qualche secondo, di restare basiti, perché al posto della voce metallica di Thom Yorke si sono trovati davanti quella italianissima e roca di Vasco Rossi. Quella della cover in salsa moderna non è un’eccezione. Pensiamo per esempio alla nuova versione di Ma il cielo è sempre più blu del mitico Rino Gaetano, cantata dalla energetica e ruspante Giusy Ferreri. La cover è una vecchia passione della musica, e in certe circostanze si può dire che svolge anche un’importante opera di divulgazione di canzoni che altrimenti sparirebbero nell’oblio e nella polvere dei nostri scaffali. Certo non è il caso di Creep o Ma il cielo è sempre più blu, ma in altri casi è servito, come con i tanti rifacimenti di canzoni stile vecchio blues e vecchio jazz, molto frequenti soprattutto negli anni ’70. La cover può anche servire a portare di fronte al pigro panorama italiano qualche bel pezzo.
Vi ricordate la celeberrima Senza luce dei Dik dik? La cosa più bella di quel brano, la musica, era dei Procol Harum (e il pezzo si intitolava A Wither Shade Of Pale). Di sicuro, in questa sede, non vogliamo insegnare ai nostri sagaci lettori a trovare le cover nella storia. Sarebbero infinite e non basterebbe un’enciclopedia a raccontarle e commentarle tutte. Permetteteci però di fare una riflessione. Anni addietro, il dj nostrano Gabry Ponte riprese Geordie, il capolavoro di De Andrè e Dori Grezzi (ricordate che voce?), e ne fece una canzone da discoteca. In un’intervista Ponte dichiarò che aveva intenzione di far conoscere al pubblico più giovane un pezzo della storia della musica italiana.
Ora, finché si tratta di riprendere una melodia, modificarla, adattarla a un genere simile e fare qualcosa di intelligente e costruttivo ben vengano le cover. Finché Giusy Ferreri, per non allontanarci troppo dal nostro esempio, ricalca l’energia di Gaetano, può anche starci. Ma quando le canzoni vengono prese, stravolte, inflazionate e piegate a scopi commerciali, allora non ci siamo affatto. L’arte è patrimonio di tutti, e ci mancherebbe, ma proprio per questo va trattata con rispetto. Quindi quando sentirete in discoteca nuove versioni di brani come Nella mia ora di libertà oppure La locomotiva, pensateci su, ricordate queste parole.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
21/11/2009
I classici- “Are you Experienced?” è l’album leggendario che ha stravolto la storia del rock e blues moderno, facendo esplodere il mito Jimi Hendrix: un disco eccezionale firmato dall’uomo che “possedeva” la sua chitarra
INCENDIAMMO COSÌ UNA CHITARRA BLUES
È il 1966. Dicembre più precisamente. Fra gli scaffali dei negozi di dischi londinesi, quelli più in voga, viene esposto un nuovo 45 giri. È un brano di Billy Roberts, ma ad eseguirlo è un trio chiamato Jimi Hendrix Experience. Il brano è Hey joe, riarrangiato magistralmente in chiave blues/rock, reso immortale da Jimi ed il suo power trio composto da Mitch Mitchel e Noel Redding. Hey joe anticipa cosi l’uscita dell’album che ha maggiormente influenzato il panorama del rock e del blues moderno. Il 26 ottobre del 1966, Hendrix e i suoi entrano in studio per realizzare “Are you Experienced?” che vedrà la luce soltanto il 12 maggio del 1967, raggiungendo subito il secondo posto nelle top chart britanniche, appena dietro “Sgt. Pepper” dei Bealtes.
Non contenti del risultato ottenuto, soprattutto per quanto riguarda le vendite americane, i produttori e la band decidono di dare una spinta al disco uscito.L’occasione si presenta nel giugno dello stesso anno, quando il gruppo venne invitato, previa intercessione di Sir Paul Mccartney, alla storica edizione del Monterey International Pop Festival, tenutasi il 16, 17 e 18 giugno e generalmente ritenuta l’evento di partenza della cosiddetta lunga estate dell’amore. La Experience non si lasciò sfuggire l’occasione e si produsse in una delle esibizioni più acclamate del festival, oltre che tra le migliori della sua intera epopea live.
Nei 40 minuti dell’esibizione Hendrix sollecitò la sua Fender Stratocaster in un modo fino ad allora inaudito, arrivando a mimarvi rapporti sessuali, suonandola con i denti, dietro la schiena, contro l’asta del microfono e contro l’amplificazione. Al termine dell’esibizione, per sottolineare la sua spasmodica necessità di estrarre nuove sonorità dallo strumento, le diede fuoco con del liquido per accendini e la distrusse contro palco ed amplificatori in una catarsi di feedback lancinanti. Nacque cosi il mito di Jimi Hendrix portando “Are you Experienced?” ai massimi livelli, sconvolgendo il mondo, riscrivendo il modo di suonare la chitarra elettrica.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Parole in musica- La poesia ci ha regalato tanti splendidi ed alti pensieri sulla solitudine dell’uomo al cospetto del mondo, mentre la musica, con qualche eccezione, ha preferito rinchiuderla tra le conseguenze dell’amore
LA SOLITUDINE DELL’ARTISTA INNAMORATO
“Ha una sua solitudine lo spazio,/solitudine il mare e solitudine la morte, eppure/ tutte queste son folla/in confronto a quel punto più profondo,/segretezza polare,/che è un’anima al cospetto di se stessa:/ infinità finita”. Difficile descrivere la solitudine meglio di come ha fatto la grande poetessa americana, Emily Dickinson, nella sua celebre poesia intitolata appunto Solitudine. Poche, bellissime parole per aggiungere alla storia della letteratura mondiale un altro splendido e profondo pensiero su quello che è uno stato dell’animo umano, una condizione che va al di là dell’assenza di affetti o di amici e che, piuttosto, riguarda il modo di ognuno di noi di vivere nel mondo, tra i suoi ostacoli, le contraddizioni, le ingiustizie, gli addii. I più grandi poeti ed intellettuali si sono scontrati con questo dissidio interiore, con la distanza enorme tra la propria anima e il mondo, la società in cui si è costretti a vivere, che piaccia oppure no. Da Quasimodo a Montale, Keats, Leopardi, ogni penna dotata di sensibilità si è posta dinnanzi alla propria solitudine, quella da cui sono nate le opere più intense, le poesie straordinarie che hanno attraversato il tempo.
Anche in musica ci sono numerosi esempi di testi che hanno per tema la solitudine, anche se, con tutto il rispetto per cantautori ed autori vari, non si raggiunge di certo il livello eccelso della letteratura, tutt’altro. Nelle canzoni, la solitudine ha più che altro una connotazione squisitamente sentimentale, nel senso più scontato del termine, delineandosi più che altro come una conseguenza dell’addio della persona amata. A cominciare da La solitudine di Laura Pausini, canto acerbo e un po’ banale di una giovane adolescente che ha visto partire uno dei suoi primi amori, il famoso Marco, colui che “se n’è andato e non ritorna più”. Di altro tenore è la struggente You are not alone, del leggendario Michael Jackson. Qui la fine di un amore si unisce al bisogno di non sentirsi solo, di ascoltare una voce che ti sostiene e che ti sta accanto: “Ogni giorno mi siedo e mi chiedo come ha fatto l’amore a fuggire? Sento un sussurro nell’orecchio che dice che tu non sei solo. Ci sono io qui con te. Pensavo tu fossi lontano. Io sono qui per restare. Non sei solo (Everyday I sit and ask myself how did love slip away? Something whispers in my ear and says you are not alone. I am here with you. Though you’re far away. I am here to stay. You are not alone)”.
La coppia è sempre al centro delle canzoni che parlano di solitudine, anche se con sfumature differenti. Vasco Rossi, ad esempio, in Siamo soli, parla di una situazione particolare, amara, quella di una coppia a cui le cose non vanno bene, tra delusione e incomunicabilità: “Non ci posso credere! Sei delusa e non sai perché. Eh, non è mica facile, fai l’amore e non pensi a me. E cosa vuoi rispondere? Siamo qui, non mi senti. Noi parliamo spesso sì, ma è così…Siamo soli!”. Problemi simili anche in Io testarda, riadattamento in italiano (ad opera di un giovane Cristiano Malgioglio) di un brano del cantante brasiliano Roberto Carlos, cantato in Italia dalla Zanicchi e recentemente ripescato e ricantato da Giuliano Palma & The Bluebeaters. La storia di una donna che si intestardisce ad amare troppo un uomo che forse non lo merita: “Non so mai perché ti dico sempre sì, testarda io che ti sento più di così. E intanto porto i segni dentro me per le tue strane follie, per la mia gelosia. La mia solitudine sei tu, la mia rabbia vera sei sempre tu. Ora non mi chiedere perché se a testa bassa vado via, per ripicca, senza te”.
Ben diversa, invece, l’atmosfera descritta da Celentano in Soli, in cui due innamorati si prendono uno spazio tutto per loro, chiudendo la porta al mondo per un po’, così da starsene finalmente soli ad amarsi: “È inutile chiamare non risponderà nessuno, il telefono è volato fuori giù dal quarto piano. Era importante sai pensare un poco a noi, non stiamo insieme mai. Ora sì, ora qui”. C’è anche chi la solitudine la vive bene, come una sorta di liberazione dai litigi e dalle incomprensioni. È il caso di Eros Ramazzotti e la sua Beata solitudine: “Senza di te me ne sto in beata solitudine, faccio da me ora che ci ho preso l’abitudine. Me la godo un po’ e sai che ti dirò: alla fine tanto male non ci sto”. Per fortuna, però, ci sono anche brani che parlano di solitudine uscendo dallo schema della coppia e del rapporto sentimentale.
I Pooh, ad esempio, in Uomini soli, parlano della solitudine delle persone, degli uomini che, per come si è messa la loro vita, per le proprie esperienze o per i propri problemi si trovano soli, lì “dove la gente viaggia, e va a telefonare”. Infine, è piacevole segnalare un brano di Ligabue, che forse raggiunge un livello un po’ più alto, per quanto riguarda il tema in questione. Nella canzone Tu che conosci il cielo, il rocker di Correggio mette al centro della sua riflessione il difficile rapporto con un Dio a cui l’autore non riesce a credere: “Tu che conosci il cielo e poi conosci me, le sai le mie paure, mi sa che sai il perché...Che non conosco il cielo, farò come potrò: starò con tanta gente per stare solo un po’”. Una frase, quest’ultima, che rende benissimo l’idea di una solitudine dell’animo che prescinde dalla presenza di altre persone, che anzi, come nel caso descritto da Ligabue, rendono spesso ancora più evidente la solitudine. Alla fine, un po’ di banalità in meno siamo riusciti a trovarla.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
14/11/2009
Uscito nel settembre del 2009, “The Resistance” è l’ultimo album dei Muse, annunciato mesi prima sul web e poi anticipato dal singolo Uprising: un disco energico ed originale, che ha incantato il chitarrista dei Queen, Brian May
I MUSE RESISTONO ANCORA
Un po’ per gioco, un po’ per fortuita combinazione, l’undici settembre del 2009 esce “The Resistance”, quinta fatica dei pluripremiati Muse. Essi iniziarono ben diciassette anni fa, presentandosi con gran violenza ed impeto a tutto il world wide con “Showbiz”, un album magnifico, pieno di idee innovative e potenza allo stato puro. Si sono susseguiti poi “Origin of simmetry”, “Absolution” (vero e proprio capolavoro, un viaggio tra il metal e la musica classica barocca) e Black holes and revelation”. Il titolo del disco apparse molto tempo prima della sua uscita. Esattamente il ventidue maggio 2009 sulla pagina Twitter della band. Successivamente, Howard, il batterista, annuncio su Myspace i progressi riguardanti la lavorazione dell’album: “Sì, ‘The Resistance’ è in lavorazione. Sarà pubblicato entro pochi mesi. Abbiamo appena iniziato a missare alcune tracce. Abbiamo ancora del lavoro da fare, ma sta procedendo bene”. Tra l’uno ed il sedici giugno iniziarono a circolare voci sulle future date del tour e sulla probabile uscita dell’album, ipotizzata intorno al quattordici settembre. A luglio fu ufficialmente annunciato il nome del primo singolo quale Uprising. Ma andiamo con ordine e analizziamo il disco nella sua interezza.
1. Uprising 2. Resistance 3. Undisclosed Desires 4. United States Of Eurasia (+ Collateral Damage) 5. Guiding Light 6. Unnatural Selection 7. MK Ultra 8. I Belong To You (+ Mon Coeur S’Ouvre A Ta Voix) 9. Exogenesis: Symphony Part I – Overture 10. Exogenesis: Symphony Part II - Cross Pollination 11. Exogenesis: Symphony Part III - Redemption
Si inizia con Uprising, primo singolo estratto dal disco. Una miscellanea fra idee precedenti, dunque già rodate, e piccoli sprazzi di nuovi sapori arrangiativi, più che altro un’aggiunta di “spezie” rubate da terre non molto lontane. Si prosegue in puro stile Muse, proprio per come siamo abituati ad immaginarlo fino alla traccia numero otto, I Belong to you. Fra questi brani spicca decisamente United States Of Eurasia. Una dolcissima ninna nanna, se vogliamo un po’ scontata ma di grande effetto nella sua prima metà, per esplodere poi in un trito e ritrito (ma pur sempre bello), energico ed efficace sound da power trio in tutta la sua “grezza” potenza espressiva. Le ultime tre tracce, sono la vera chicca regalataci dal trio inglese. Un’impeccabile suite chiamata Exogenesis. Divisa in tre parti, o meglio in tre movimenti, che lasciano senza dubbio l’ascoltatore medio basito e sconvolto.
Un’originale “zuppa” di musica classica mangiata ai giorni nostri e servita da camerieri contemporanei, quali i Muse, che, quando possono, stupiscono anche l’orecchio più esigente, bramoso di novità e originalità. Quest’ultima fatica, missata da Mark Stent, raggiunge subito dopo la sua uscita i posti più alti delle top-list dei diciannove paesi in cui è stato rilasciato l’album, fermandosi in America al terzo posto. Il chitarrista dei Queen, Brian May, ha dichiarato di essere enormemente entusiasta dell’album e di essere rimasto piacevolmente colpito dall’influenza dei Queen, di cui l’album risente, soprattutto per gli arrangiamenti di chitarra e per gli ormai usatissimi Overdub Guitar corali.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Il viaggio rappresenta qualcosa di unico, con innumerevoli significati e sensazioni, che artisti come Guccini o i Modena City Ramblers hanno saputo catturare e conservare alla loro inimitabile maniera
IL VIAGGIO DI GUCCINI E DEI MODENA
Che per tutti noi il viaggio rappresenti qualcosa di fantastico e sia carico di significato è pacifico. E la storia della musica ne dà innumerevoli esempi. Ma viaggio è anche partenza senza ritorno. Recisione di un cordone ombelicale che lega a una persona, a una terra o a un passato. E così la nostra musica italiana si è popolata di tante figure accomunate dal fatto di essere in partenza. Strenuamente, orgogliosamente o malinconicamente in partenza. “Probabilmente uscì chiudendo dietro a sé la porta verde” Amerigo, personaggio dell’omonima canzone di Francesco Guccini. Montanaro tosco-emiliano che a inizio secolo partì come tanti a cercare fortuna in America. “Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo”. Un uomo che non aveva assolutamente niente da perdere come tanti che in quegli anni prendevano il mare.
Perché il viaggio è un grande punto interrogativo che ci accompagna. Oltre a potenziali avventure, può consegnarci nelle mani di catastrofi, di persone ignote, di paesaggi meravigliosi che il destino o chi per lui ha messo lì per noi. Infatti, troviamo anche l’amica per la quale sempre lo stesso Guccini tesse una delle sue belle canzoni. “Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva (…) nell’autostrada cercavi la vita ma ti ha incontrato la morte”. Inseguendo il sogno di un’estate, il viaggio in automobile si porta via i due ragazzi in un incidente. Ma troviamo anche aspetti più malinconici e se vogliamo sdolcinati. Pensiamo ai Modena City Ramblers: “E chissà dove ti addormenterai stasera, e chissà come ascolterai questa canzone. Forse ti stai cullando al suono di un treno inseguendo il ragazzo gitano con lo zaino sotto il violino” (Ninnananna).
E forse la più rappresentativa di cui ci occupiamo è Serenata di strada: “Ti lascio questa canzone perché adesso il momento è arrivato, ho messo qui dentro i giorni, le cose e le storie che abbiamo vissuto. C’è dentro un pacco di libri e un paio di scarpe bucate, ci sono i biglietti, le foto e tutti i viaggi rimasti da fare. Non venire mai a cercarmi, sono andato dove il vento mi chiama, stasera sarò mille miglia lontano da casa”. È interessante riflettere su come uno stesso tema possa trovare più rappresentazioni attraverso la nostra musica. E mi perdoneranno i nostri lettori se cito sempre gli stessi artisti, ma è meglio parlare di quello che si conosce.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
7/11/2009
Un atmosfera da film noir: questa è la sensazione che si prova nell’ascoltare “The heart of Saturday night”, secondo album del grande Tom Waits, che la rivista Rolling Stones ha inserito tra i primi 500 migliori dischi di ogni tempo
UN SABATO NOTTE CON TOM WAITS
Vi state sciacquando il viso, sistemando la cravatta comprata a poco più di due dollari. Lì su, appeso sull’attaccapanni, c’è il vostro cappello, sempre lo stesso, mal ridotto. Infilate le vostre Camel senza filtro dentro il taschino della giacca; ne accendete una. Lasciate alle vostre spalle il rumore della porta che si chiude ed il numerino, che identifica la camera dove dormite in uno squallido motel americano, perde il chiodino e pendola. Dopo aver invano chiamato un taxi, trascinate i piedi lungo il marciapiede fino al primo whisky-bar che trovate. Vi sedete, ordinate il peggior rum del locale, accendete un’altra sigaretta e, tra i fumi, vi godete un pianista curvo sui tasti che vomita un po’ di jazz. No, non è l’inizio di un film “noir”, ma l’incredibile sensazione che si ha ascoltando il secondo album di Tom Waits: “The Heart Of Saturday Night”.
1. New Coat Of Paint 2. San Diego Serenade 3. Semi Suite 4. Shiver Me Timbers 5. Diamonds On My Windshield (Looking For) 6. The Heart Of A Saturday Night 7. Fumblin’With The Blues 8. Please Call Me, Baby 9. Depot, Depot 10. Drunk On The Moon 11. The Ghosts Of Saturday Night (After Hours At Napoleone’s Pizza House)
È il millenovecentosettantaquattro, e il “roco” Tom si sporca le mani in studio registrazione con altri tre musicisti; Pete Christlieb al sax, Bill Goodwin alla batteria e Jim Hughart al contrabbasso. Un album pieno di riflessioni, di maleodorante bettola americana del Sud, di pallidi sorrisi dovuti per lo più a tic causati dall’abuso d’alcool. Un album senza dubbio privo di qualsiasi azione motoria, senza nessuna spinta emotiva, solo l’immediatezza musicale di Tom Waits bagnata dalla gola del diavolo.
Nel 2003 il disco raggiunge la posizione numero trecentotrentanove sulla lista stilata dalla rivista Rolling Stones fra i cinquecento miglior album di tutti i tempi. È praticamente inutile sottolineare quale delle undici tracce sia la migliore o la peggiore, perché “The Heart Of Saturday Night” va “scolato” dalla prima all’ultima nota, lasciandosi sgorgare dentro quella sensazione di bruciore ed amarezza che la malinconia ed il rancore provocano all’animo umano, quella stessa paura che erode la gola dopo un barboon liscio.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
L’ultimo lavoro della rock band statunitense è l’EP “The open door”, un cd contenente appena 5 tracce, forse troppo poche in rapporto al prezzo, ma di sicuro capaci di farvi immergere in un’atmosfera tipicamente indie
L’ULTIMA FATICA DEI DEATH CAB FOR CUTIE
E torniamo all’indie. E chi meglio dei Death Cab For Cutie per queste giornate grigie e piovose? Parliamo dell’ultima fatica di questa rock band americana. Parliamo dell’EP “The open door”. Si comincia con Little bribes, un blues anomalo per i ragazzi di Bellingham (nello stato di Washington), che parla di qualcuno che a Parigi si diverte a tirare bottiglie sui treni, così “to killing time”, per ammazzare il tempo. Un po’ triste, un po’ simpatico, un po’ graffiante. E poi si prosegue con la canzone A diamond and a tether, triste e sola come un pomeriggio sgocciolato giù con la pioggia sul vetro della finestra.
E ancora, My mirror speak,s, in tipico stile Death Cab for Cutie, con schitarrate e ritmo costante, quindi I was once a loyal lover e il buon jazz di Talking bird, brano che chiude questo disco. Sono 5 canzoni e vi domanderete: “Ma come, solo 5?”. Già, forse il rapporto prezzo/qualità, o meglio quantità, non è dei migliori, visto che costa quasi quanto un cd intero, però nulla impedisce che accendiamo il computer e cerchiamo su Youtube questi pezzi.
Tra l’altro, sempre in condivisione, avrete l’occasione di trovare anche il bellissimo video di Meet me on the equinox (la soundtrack di New Moon). Una canzone veramente particolare e struggente. Forse una delle più belle scritte dai DCFC. Qualcuno potrà storcere il naso dinnanzi al romanticismo della canzone e del film, ma questa colonna sonora merita di essere ascoltata. I Death Cab For Cutie si confermano ancora una volta uno dei gruppi da tenere d’occhio in questi mesi: state attenti, perché vi stupiranno! Fidatevi.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
NUMERI DI OTTOBRE
31/10/2009
L’ottavo album dell’indimenticabile Fabrizio De Andrè, “Volume 8”, pubblicato nel 1975, nacque dalla collaborazione con Francesco De Gregori e fu oggetto di aspre critiche: al suo interno la leggendaria “Amico Fragile”
“VOLUME 8”: L’ALBUM FRAGILE DI FABER
Il disco di Fabrizio De Andrè, intitolato “Volume 8”, ottavo lavoro dell’artista genovese, rivela al grande pubblico il gioco di numerazioni che fin dai primi album, “Volume 1” e “Volume 3”, ha caratterizzato il lavoro di Faber. L’album conclude un’ideale trilogia camuffata dai titoli più o meno evocativi assegnati ai lavori precedenti. Oggi pare assurdo, eppure “Volume 8”, uno dei capolavori in assoluto di Fabrizio De Andrè, frutto della collaborazione con l’altro talento emergente di quel periodo, Francesco De Gregori, al tempo fu oggetto di aspre critiche. I detrattori lo accusavano di debolezza artistica, come se De Andrè non avesse già dimostrato ampiamente quanto sia importante nel mondo dell’arte l’abilità di sfruttare l’incontro ed il confronto con il pensiero altrui come fonte di arricchimento. L’incontro tra i due si era sviluppato attraverso lunghe giornate nella casa di Fabrizio, in Sardegna, con un divertente gioco di canzoni interrotte e da completare scritte come messaggi epistolari lasciati sui tavoli della cucina, frutto di ritmi di vita totalmente opposti: Faber dormiva di giorno, De Gregori di notte.
Da questo rapporto nascono quattro canzoni, tutte pubblicate in “Volume 8”: La cattiva strada, Oceano, Canzone per l’Estate e Dolce luna. A questi lavori scritti a quattro mani, si aggiunge Le storie di ieri, scritta dal solo De Gregori, che in quel periodo si stava accingendo a pubblicare il suo primo indiscusso capolavoro, “Rimmel”. Ma c’è molto altro in questo album, c’è una canzone in particolare che merita un’attenzione speciale, presentata dallo stesso Faber con queste parole: “È forse la canzone più importante che abbia mai scritto, sicuramente quella che più mi appartiene. Perché le canzoni che scrivo mi appartengono solo in parte. Io mi rendo conto che quando sviluppo un’idea, resta poca parte di me. Sento di essere preso da forze esterne che mi sfruttano (…) Invece questa canzone è un pezzo di vita mia, con questa sono riuscito a vincere il mostro, la strana entità che mi aggredisce e che mi succhia per portarsi via una canzone”. La canzone di cui Fabrizio parla con tale enfasi è Amico Fragile.
Una canzone personale, struggente, uno sfogo quasi liberatorio che le conferisce un senso di intimità che imbarazza, come le emozioni inconfessabili e più nascoste. “Volume 8” uscì nel gennaio del 1975, poco prima di un altro avvenimento decisivo nella carriera di Faber. Il cantautore genovese rappresentava un caso pressoché unico nel panorama italiano: un autore famoso e acclamato che però nessuno, a parte la cerchia intima degli amici, aveva mai visto esibirsi dal vivo, vista la sua radicata ritrosia verso i concerti live con il grande pubblico. Ma con il passare del tempo, questo muro di debolezza, al giudizio di un pubblico fisicamente presente davanti a lui, si stava incrinando. Non secondario in questo cambiamento fu il ruolo di Dori Ghezzi, la compagna di Fabrizio, che stava contribuendo a rafforzare le sue sicurezze. Il debutto del primo Live di Faber fu programmato per il 18 marzo alla Bussola di Viareggio, e De Andrè sul palco dimostrò tutto il suo valore, dal carisma irresistibile emanato dalla sua voce alla perfezione autorevole del canto.
Proprio durante un’esibizione live del febbraio ‘82, Fabrizio racconta al pubblico i retroscena di un’altra canzone paradigmatica della sua esistenza, Giugno 73: “Io, con la pelle color delle olive, mezzo cartaginese, sicuramente ligure, vado ad innamorarmi ovviamente di pelle più chiara della mia, che si lavava con saponi profumati. Mi sono intenerito e ho scritto una canzone per lei. (…) Era una ragazza molto intelligente e spiritosa, ma terribilmente borghese. Mi chiede di regolarizzare il nostro rapporto e io le dissi va bene, e mi misi a cercare una casa a Milano per andare a convivere. E invece a quel punto lei forse si spaventò e mi disse che forse sarebbe stato meglio lasciarsi”. E quali migliori parole usare in un momento di tale enfasi, se non quelle famosissime e decantate che Faber utilizza per concludere il brano, lasciandoci un messaggio chiaro di come lui vedeva la vita ed il rapporto con le donne: “Io mi dico è stato meglio lasciarsi che non esserci mai incontrati”.
Fabio Guarnaccia –ilmegafono.org
“Just enough education to perform” è il terzo album degli Stereophonics, un capolavoro che li ha consacrati ai vertici delle rock band di inizio millennio: il disco contiene il brano “Mr Writer”, primo successo mondiale del quartetto gallese
BUONA GIORNATA MR WRITER
“Just enough education to perform” è il terzo lavoro degli Stereophonics, che li consacra sull’Olimpo delle rock band del nuovo millennio, se pur la loro carriera sia iniziata molto prima. L’album esce nel 2001 e, contrariamente alle grandi produzioni di quegli anni, gli Stereophonics realizzano un disco che va al di la delle tendenze e delle mode musicali. Una vera scommessa, anche se poi così non è, dato l’enorme bagaglio pop “caricato” all’interno dell’album. Il quartetto gallese, composto dal leader Kelly Jones, cantante e chitarrista, Richard Jones al basso, Stuart Cable alla batteria (successivamente sostituito da Javier Weyler) e Adam Zindani alla chitarra, realizza in un tempo relativamente breve il proprio lavoro meglio riuscito, che li colloca senza dubbio al fianco di altri artisti grandiosi e già affermati.
1. Vegas Two Times 2. Lying In The Sun 3. Mr. Writer 4. Step On My Old Size Nines 5. Have A Nice Day 6. Nice To Be Out 7. Watch Them Fly Sundays 8. Everyday I Think Of Money 9. Maybe 10. Caravan Holiday 11. Rooftop
Vegas Two Times richiama un po’ il rock americano dei primi anni novanta, aprendo l’album con un’intenzione decisa e vigorosa. Il disco si sviluppa seguendo emozioni molto malate e tristi, a volte con un eccesso positivo di riflessione e non solo per i temi trattati nei testi. Mr Writer è il primo successo mondiale: un brano dedicato ad un famoso critico musicale, che in passato li denigrò senza pensarci due volte. Una vera hit, che grazie alla voce strascicata e roca di Kelly Jones ci trascina con lentezza in una rabbia da panico angoscioso, reso sublime dagli interventi musicali.
Step On My Old Size Nines, Nice To Be Out, Watch Them Fly Sundays, Everyday I Think Of Money e Caravan Holiday rappresentano la parte acustico/melodica del disco, alternando chitarre acustiche a dismisura a brevi pennellate di chitarra elettrica, che di rado vedono riff geniali e trascinanti, ma che comunque accontentano anche i fruitori di musica ben più lontana dalla loro, abbracciando generi musicali come il country-pop. Have a nice day è il successone della band.
Un brano di fattura eccezionale per quanto riguarda la riuscita del motivetto tipico da tormentone nel ritornello, oltre che per la resa commerciale, che non va mai sottovalutata. Maybe è forse il brano meglio riuscito, con una vena creativa più originale e accattivante. L’album si chiude con Rooftop, che chiude il cerchio, riprendendo le atmosfere più rock di Vegas two times. Consigliamo a tutti l’acquisto e l’ascolto di questo piccolo capolavoro datato inizio millennio, invitandovi magari ad approfondire gli altri lavori usciti dal sudore degli strumenti di questo quartetto targato Galles.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
24/10/2009
“Duke” è uno dei tanti capolavori sfornati dai leggendari Genesis, un disco intriso di rock e ricco di sperimentazioni, che è vivamente consigliato agli appassionati del genere e a tutti i musicisti in erba che rifiutano gli schemi attuali
IL VIAGGIO DI “DUKE”
Molto spesso i musicisti, per come l’intendiamo oggi, hanno il potere magico, così come per i pittori, di poter miscelare sensazioni e colori senza seguire schemi ben precisi e di poter spaziare e combinare generi diversi esplorando ed attraversando luoghi di enorme luce e di pauroso e profondo buio, riguardante l’animo umano e le regole naturali che muovono il mondo. Tutto questo accade anche all’interno di un genere che, troppo spesso, viene etichettato ed archiviato secondo canoni prestabiliti, qual è il rock. Uno degli esempi più eclatanti ed eclettici è “Duke”, un album veramente squisito creato ed eseguito dai Genesis, gruppo storico capitanato nei suoi primi anni di vita da Peter Gabriel, che successivamente cederà il posto ad un grande batterista: Phil Collins. Un personaggio molto strano, un songwriter che raramente ha sbagliato un singolo e che, nello stesso anno dell’uscita di “Duke”, ovvero il 1980, fece uscire in contemporanea il suo primo album da solista “Face Value”. Duke è un album molto articolato, grondante di ritornelli pop e di suite strumentali a dir poco geniali.
1. Behind the lines 2. Duchess 3. Guide Vocal 4. Man of our times 5. Misunderstanding 6. Heathaze 7. Turn it on again 8. Alone tonight 9. Cul-de-sac 10. Please don’t ask 11. Duke’s travel 12. Duke’s end
L’album si apre con Behind the lines, brano ripreso anche dallo stesso Phil Collins all’interno della sua prima fatica da solista. Una vera e propria overture, che con i suoi due minuti e quindici secondi di intro strumentale elimina e scarta di netto quei fruitori di musica con la fretta fra le mani e poco propensi alle parole che spesso gli strumenti da soli riescono ad esprimere. Una vera e propria hit che i Genesis, in questa veste un po’ più commerciale rispetto ai precedenti dischi, si porteranno dietro per il resto della loro carriera fino all’ultimo tour datato 2007. Duchess e Guide vocal si agganciano l’un l’altra dando vita ad una danza elettronica e mettendo in risalto la particolarissima voce di Collins. Con Man of our times entriamo in un’ottica musicale che vede una composizione un po’ più articolata, che lascia enorme spazio alle atmosfere un po’ gotiche, un po’ sperimentali.
Misunderstanding richiama un po’ la canzonetta vecchio stile, in realtà amata e spesso usata dallo stesso Phil Collins nei propri dischi. Heathaze annuncia dolcemente l’altro singolo dell’album, Turn it on again, una carica esplosiva di ritmiche dispari, con un intro di chitarra e synth entrato ormai nella storia della musica inglese e mondiale. Com’è ovvio, in quasi tutti i brani dell’album, notiamo la batteria in posizione “d’accattante”, che caratterizza per il suo suono molto compresso e tagliente tutti i lavori di questi magnifici musicisti dello scorso secolo. Alone tonight, Cul-de-sac e Please don’t ask si affidano ancora una volta ad ambienti un po’ soft ed un po’ sperimentali, con un’inconfondibile scelta arrangiativa, tipica del periodo a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta.
Veramente di gran gusto l’uso dei suoni sintetizzati e delle equalizzazioni riguardanti voce e batteria. Arriviamo così alla conclusione di questo concept-album con due brani veramente togli fiato. Duke’s Trave e Duke’s end ci accompagnano senza troppe gentilezze verso l’uscita, riprendendo il tema iniziale di Behind the lines. Un disco incredibile, consigliato a tutti gli amanti del rock sperimentale e ai musicisti in erba, che oggi sono abituati a spazzatura musicale di ogni genere indotta, corrotta e istigata con violenza dalla televisione.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Parole in musica- La luna ha accompagnato la vita dell’uomo sin dal suo principio, rischiarando la notte, partorendo credenze, ma soprattutto ispirando poeti, artisti, cantautori: la sua luce notturna ha illuminato la musica
CANZONI LUNARI
Se solo la luna potesse parlare ci rivelerebbe quante promesse e sospiri si sono scambiati per secoli al suo cospetto. Quella stessa luna bugiarda ed incostante su cui Giulietta non volle che Romeo giurasse il suo amore per lei. La luna, che rischiara il buio della notte con la sua luce, è sempre stata fonte di ispirazione e suggestione per poeti e cantanti. Stando lassù, in cielo, sembra qualcosa di eterno ed irraggiungibile, ecco perché Fiordaliso si affretta a precisare “non voglio mica la luna”. Quello che desidera non è certo qualcosa di irraggiungibile: “Chiedo soltanto di andare, di andare a fare l’amore, ma senza aspettarlo da te. Non voglio mica la luna, chiedo soltanto un momento per riscaldarmi la pelle, guardare le stelle e avere più tempo, più tempo per me”. Altra celebre canzone in cui questo grande satellite viene personificato è la celebre E la luna bussò di Loredana Bertè.
In questo brano una luna un po’ frivola cerca qualcosa da fare, andando a bussare alle porte del buio, del mare e persino di un party in piscina, ma alla fine respinta da tutti questi posti si trova a passare, per caso, per le strade dove la vita e reale, e lì si accorge che c’è davvero bisogno di lei: “E allora giù fra stracci e amore, dove è un lusso la fortuna, c’è bisogno della luna. E allora giù, quasi per caso, più vicino ai marciapiedi dove è vero quel che vedi, tra le ciglia di un bambino per potersi addormentare”. Nel 1959, Mina propone un originale brano sulla tintarella, presa non al sole, ma al chiaro di luna. In Tintarella di luna, diversamente dalla maggior parte delle ragazze, ce n’è una che “prende la luna”: “Tintarella di luna, tintarella color latte, tutta notte sopra il tetto, sopra il tetto come i gatti, e se c’é la luna piena tu diventi candida. Tintarella di luna, tintarella color latte che fa bianca la tua pelle, ti fa bella tra le belle, e se c’é la luna piena tu diventi candida”.
Anche Vasco, in Luna per te, si è fatto sedurre, ovviamente a suo modo, dalle suggestioni lunari. In questo testo un po’ concitato, la luna sembra quasi essere elemento rassicurante: “Io che c’ho paura perfino che…che un giorno in testa mi caschi la luna o di perdere te! Io non sto piangendo, adesso no! Sto soltanto, sto soltanto dicendo che ti amo! E non ho paura adesso che se guardo in alto c’é ancora la luna, se guardo in alto c’é ancora la luna, se guardo in alto c’è ancora la luna, e qui vicino ho te!”. Più romantica è la prospettiva dei Negrita; in Luna il ritornello ripete “Voglio salire lassù e non tornare più”, ma si capisce chiaramente che in realtà la luna è solo una metafora.
“Tu non lo sai quanto mi piace, non lo sai, quando ti perdi a far finta di essere semplice... calma... morbida...Come un mistero da decifrare, tu sei la luna ancora da esplorare. Aspettami”. Non c’è niente di più bello ed emozionante che perdersi in qualcosa di nuovo e sconosciuto, sia esso la luna o una donna. Se, infine, il buio spaventa, la luna può essere quella luce rassicurante che scaccia via ogni timore o insicurezza: nella canzone E ruberò per te la luna dei Negramaro tutto è possibile per amore: “Ruberò per te la luna se il buio ti farà paura. E se non troverai più dentro te la bianca immagine di me, che mi fingevo a volte luna, rubavo il buio e la paura a te, e ruberò per te la luna”.
Giusy Montoneri –il megafono.org
17/10/2009
Robert Johnson fu uno dei primi bluesman, uno dei massimi punti di riferimento per i chitarristi dell’era contemporanea, protagonista di una vita e di una carriera breve ed intensa, avvolta da oscure e numerose leggende
JOHNSON, LA LEGGENDA ED IL MISTERO DEL BLUES
“Devo correre, il blues viene giù come grandine…la luce del giorno continua a tormentarmi…”. Si racconta così, in uno dei suoi più bei brani, Robert Johnson, uno fra i primi bluesman che hanno ispirato maggiormente i chitarristi della nostra era musicale contemporanea. La sua storia, come la sua musica e la sua verve artistica, è permeata da buchi oscuri e innumerevoli leggende come quella che narra un suo incontro con il diavolo, al quale vendette l’anima in cambio dell’eccellente abilità nel suonare la chitarra come nessun altro. La leggenda, in realtà, nacque dalle chiacchiere di alcuni colleghi del blues che, dopo averlo sentito suonare, lo giudicarono “niente di speciale”, e che poi, risentitolo suonare, a circa un anno di distanza, ebbero a credere ad una spiegazione soprannaturale. Con tutta probabilità, Johnson prese semplicemente delle lezioni di chitarra da due pilastri saldi del blues, quali Son House e Ike Zinneman. Così come l’origine strana del suo talento, anche le sue incisioni si vestono di mistero. Registrò solamente ventinove brani, tutti incisi fra il 23 novembre 1936 e il 20 giugno 1937.
Per tredici di essi è stato possibile rinvenire anche le rispettive registrazioni alternative che all’epoca furono scartate, in quanto, secondo lui stesso, giudicate meno brillanti delle versioni poi pubblicate. Un totale così di quarantadue registrazioni. Una vita intera trascorsa sotto un velo d’ombra che avvolge e stritola anche la sua prematura scomparsa all’età di soli ventisette anni. Greil Marcus disse: “Morì nel mistero: qualcuno ricorda che fu pugnalato, altri che fu avvelenato; che morì in ginocchio, sulle sue mani, abbaiando come un cane; che la sua morte aveva qualcosa a che fare con la magia nera”. Muore esattamente il 16 agosto del 1938, fra le acque del suo Mississippi. Consultando varie fonti, troviamo qualche altra versione dell’accaduto: “Le testimonianze di Sonny Boy Williamson II e Honeyboy Edwards attestano che, la notte del 13 agosto 1938, Robert Johnson si trovava a suonare con loro al Three Forks, un locale a 15 miglia da Greenwood, nel quale i tre suonavano ogni sabato sera a seguito di un ingaggio che durava da alcune settimane.
Era apparso subito evidente come Johnson avesse una storia con la moglie del gestore del locale, il quale era consapevole del fatto, pur continuando a contattarlo lo stesso. Racconta Sonny Boy che, durante la serata, complici l’alcol e l’atmosfera di grande eccitazione, gli atteggiamenti dei due furono talmente spudorati da risultare persino imbarazzanti. Altrettanto chiara era la rabbia dipinta sul volto del barman. Quando durante una pausa venne passata a Robert una bottiglia da mezza pinta di whisky senza tappo, Sonny Boy gliela fece cadere di mano, avvertendolo che non era prudente bere da una bottiglia aperta; nondimeno, questi si infuriò e bevve con stizza la successiva bottiglia, ugualmente passatagli già stappata. Poco dopo risultò evidente che Johnson non era più in condizione di suonare, al punto che lasciò la chitarra e si alzò per andare via, in stato confusionale.
Fu accompagnato a casa di un amico, dove dopo poche ore iniziò a delirare. Si trattava dei primi segni di avvelenamento. Qui morì il martedì successivo, dopo due giorni di intensa agonia”. Di certo sappiamo che la sua musica incarna la vera magia, quella della musica, che è forse per molti sconosciuta e quindi giudicata come “magia nera” Negli anni successivi alla sua morte sono state raccolte le sue takes: “The Complete Studio Recordings”, “King Of Delta Blues Singers”, “King Of Delta Blues”, “Martin Scorsese Presents the Blues: Robert Johnson”, “King Of Delta Blues Singers, Vol. 2”. Infine, ai più curiosi segnaliamo qualche omaggio su pellicola a Robert Johnson: Mississippi Adventures, Can you here the wind howl? e Patto col Diavolo. Non rimane che augurare a voi un buon ascolto e una buona visione.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Parole in musica- L’eternità è un concetto antico quanto il pensiero dell’uomo, un concetto che ha attraversato l’arte, il pensiero e ovviamente anche la musica: nelle canzoni, l’eternità è strettamente legata all’amore
SCRIVERE CANZONI…PER SEMPRE
“È il mare andato con il sole”. Il grande poeta francese Arthur Rimbaud, in una sua meravigliosa poesia, così scriveva a proposito dell’eternità. Un concetto ricco di suggestioni, affascinante e sfuggente, inafferrabile materialmente ma comprensibile, antico quanto il pensiero dell’uomo. L’eternità ha attraversato la filosofia, la letteratura, l’arte, la poesia e, ovviamente, anche la musica, che ha accompagnato con le sue note le parole di numerosi artisti, desiderosi di fissare in qualcosa di eterno il proprio stato d’animo, le speranze, i pensieri o semplicemente gli amori. La parola più usata per esprimere l’eterno, l’immodificabile è “sempre”, intesa come sigillo di una promessa fatta a chi ascolta, al partner, agli amici, ai fans. E di esempi illustri ce ne sono tanti, alcuni anche struggenti, come nel caso di Who wants to live forever? dei Queen.
In questo brano, il leader del gruppo, Freddie Mercury, con la sua splendida voce canta di una vita già decisa in cui niente è eterno, ma in cui è possibile fermare il tempo godendosi l’istante, l’oggi: “There’s no chance for us, it’s all decided for us. This world has only one sweet moment set aside for us. Who wants to live forever? […] But touch my tears with your lips, touch my world with your fingertips and we can have forever and we can love forever. Forever is our today (trad. Non c’è possibilità per noi, tutto deciso per noi. Questo mondo ha solo un dolce momento tenuto da parte per noi. Chi vuole vivere per sempre?[...] Ma tocca le mie lacrime con le tue labbra, tocca il mio mondo con la punta delle tue dita e noi potremo avere per sempre e potremo amare per sempre. L’eternità è il nostro oggi)”.
L’amore è un tema ricorrente quando si pensa all’eterno: nel caso di Bon Jovi e la sua Always, la parola sempre si riferisce ad un amore perduto e lontano che non sarà mai possibile dimenticare, in nessun momento, fino a quando “le stelle non brilleranno più, fino a quando il cielo scoppierà e le parole non faranno rima”. Anche il grande Bob Dylan, in una sua bellissima canzone dedicata probabilmente al figlio, Forever Young, gli rivolge l’augurio di rimanere giovane per sempre, di non perdere mai la sua forza e la sua innocenza: “May you grow up to be righteous, may you grow up to be true, may you always know the truth and see the lights surrounding you. May you always be courageous, stand upright and be strong. May you stay forever young. ( trad. Possa tu crescere per essere giusto, possa tu crescere per essere sincero, possa tu conoscere sempre la verità e vedere le luci che ti circondano. Possa tu essere sempre coraggioso, stare eretto e forte. Possa tu restare per sempre giovane)”.
Anche in Italia sono tante le canzoni dedicate all’eternità e hanno come tema centrale l’amore. Tra le tante, spiccano in particolare la dolcissima Per me per sempre di Eros Ramazzotti e L’eternità di Giorgia. Quest’ultimo è un brano molto delicato e profondo, tutto giocato sulla splendida voce della cantante romana, pubblicato nel 2003, ad un anno dalla morte di Alex Baroni, a cui Giorgia è stata legata da un rapporto molto forte, prima d’amore e poi d’amicizia. Difficile non pensare che le parole di questa canzone siano dedicate a Baroni: “Ci abbracceremo ancora, più stretti di un anello che non toglierò. E chiederemo al mondo che male abbiamo fatto per restare qui. Dimmi se ti ho perduto e quante volte hai cercato me, io di pensarti non ho smesso neanche un attimo. Ci meritiamo l’eternità”. Sempre di Giorgia va segnalato un altro brano, Per sempre, che secondo alcuni è anch’esso dedicato a Baroni.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
10/10/2009
Dopo il primo lavoro, datato 2004, scopriamo il nuovo album che il celebre attore e regista Marco Paolini ha realizzato ancora una volta con i Mercanti di Liquore: “Miserabili” è una intelligente ballata sulla realtà di oggi
I “MISERABILI” DEL NOSTRO TEMPO
Il binomio Marco Paolini-Mercanti di Liquore è ormai consolidato. Dopo la prima fatica, “Sputi”, e numerosi concerti ecco l’ultimo cd: “Miserabili”. Un cd che sembra anticipare per certi versi il tema della crisi economica di questi tempi. Con la consueta ironia il quartetto poetico-cantante ne affronta i temi rilevanti. C’è la storia di chi viene dal Sud e non trova lavoro come in Rossana: “Cara Rossana, no che non sono arrabbiato, solo mi chiedo dove abbiamo sbagliato se questa figlia mia per trovare lavoro deve andare lontano a fare il soldato. Non ti fermerò, non ti voglio fermare, sempre di testa tua, non ti fai comandare. Ti farai la tua strada in questo grande mercato che si muove ogni giorno, continua a cambiare”. Oppure c’è Mrs. Thatcher, la signora di ferro dell’economia inglese: “Dopo di lei la politica non conta più niente, c’è solo l’economia, dopo la Thatcher tutto era in vendita hanno scritto i giornali. Come ha fatto signora? C’erano regole. Per quanto ne so io di Monopoli”.
A questi testi con un sostrato ideologico-sociale molto profondo si affiancano altri pezzi di passaggio, quasi che il disco volesse dare uno spaccato dei miserabili del nostro tempo. Accanto a chi cerca lavoro e non lo trova, accanto a chi mette la politica davanti a tutto c’è anche Angelino sempreinpiedi, a metà tra l’uomo in carriera e l’operaio sfortunato che già dal nome evoca qualcuno che non sa mai stare fermo, ha bisogno di far qualcosa o sentirsi impegnato, un po’ come i manager. Infatti, “Angelino finalmente ti han chiamato che eri stanco di aspettare (...) miserabile Angelino”. Poi c’è Il rischio, dove si sberleffa la cultura capitalista dell’uomo pronto a tutto, che non si dà pace ma ha bisogno sempre di rischiare il proprio denaro per sentire quella scossa su per la schiena.
Rispetto a “Sputi”, forse un po’ più leggero, un po’ più ironico e sarcastico, si sente di più la mano di Paolini, vero maestro nella mistura di serietà e ironia. In “Sputi” c’erano i testi di De Luca, Rigoni, Stern, per certi versi, e senza nulla togliere al mirabolante artista bellunese, un altro pianeta. Un cd che è in realtà una ballata su un paese di miserabili, ognuno a modo suo. Da ascoltare quando si ha la predisposizione adatta, quando c’è voglia di musica veramente impegnata. Non è un disco da tutti i giorni, di certo un bene in confronto alla musica commerciale per la quale ogni momento va bene, perché entra ed esce dalle orecchie senza lasciare nulla, se non un senso di vuoto soffocante.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
L’ultima fatica dei Beatles, datata 1969, è un album ricco di sorprese, che ha il sapore della libertà e della liberazione da schemi e valori ormai vecchi in un periodo di grande fervore intellettuale e di contestazione
LA MAGIA DI “ABBEY ROAD”
È il primo gennaio del 1969 ed una quarantina di membri di “People’s Democracy” inizia una marcia di protesta che attraversa l’Irlanda del Nord, da Belfast a Derry. Poco dopo gli studenti dell’Università di Pavia procedono all’occupazione del rettorato, decisa per sollecitare un intervento risolutivo da parte delle autorità e degli organismi accademici in merito al problema della mensa. Nell’estate dello stesso anno un evento musicale cambierà per sempre la visione di cosa significhi un “concerto rock”: il festival di Woodstock. Nuovi gruppi emergono, i lavori in studio si trasformano definitivamente in “album” e non più in raccolte contenenti singoli di successo. È anche l’anno dell’ultima fatica dei Beatles, che di lì a poco scioglieranno la band avventurandosi in carriere soliste, alcune caratterizzate da grandi successi, altre decisamente meno.
“Abbey Road” è un album magico, pieno di sorprese e di sperimentazione musicale, unico album dove i Beatles fanno uso di synth. Ogni traccia del disco contiene qualcosa che ha il sapore della libertà; una voglia irrefrenabile di espressione umana e artistica priva di ogni schema e, sicuramente, svuotata dei valori considerati ormai vecchi e stantii. La copertina del disco è una delle più celebri e, spesso, i sostenitori della favola della morte di Paul McCartney la indicano come prova a sostegno della veridicità della storia. L’album, per volere di Sir McCartney, è diviso in due parti: la prima raggruppa tutti i singoli e i brani meglio riusciti; la seconda è un vero e proprio medley, a nostro avviso una perla miliare della musica moderna. Queste le tracce del disco:
1. Come together, 2. Something, 3. Maxwell’s silver hammer, 4. Oh! Darling, 5. Octopus’s garden, 6. I want you (she’s so heavy), 7. Here comes the sun, 8. Because, 9. You never give me your money, 10. Sun king, 11. Mean Mr. Mustard, 12. Polythene Pam, 13. She came in through the bathroom window, 14. Golden slumbers, 15. Carry that weight, 16. The end, 17. Her majesty.
Il primo brano, Come together è un vero e proprio blues all’inglese. Il groove iniziale di basso, chitarra e batteria sembra rievocare la magia di qualche stregone assorto nel formulare un incantesimo a chi presta l’orecchio al brano. Una frase all’interno del testo rende bene l’idea del periodo storico e artistico respirato in quegli anni: “Una cosa che ti posso dire è che devi essere libero”. Si passa poi ad una ballata romantica come Something, che addolcisce un po’ i toni, riportandoci un attimo al vecchio modo di comporre dei quattro di Liverpool. I due brani successivi, Maxwell’s silver hammer e Oh! Darling, sono firmati McCartney e richiamano un po’ le composizioni di Lennon, con una patinatura più pop, più “oldstyle”. Octopus’s garden è un esperimento voluto da Lennon e McCartney sulla voce di Ringo Starr. Un brano di poche pretese, ma comunque di gran classe. Il vero brano sperimentale dell’album è I want you (she’s so heavy), scritto da Lennon.
Un vortice accattivante e sexy che mescola insieme diversi generi. Ascoltandola si ha la sensazione d’essere sotto effetto di acidi. Here comes the sun è il primo singolo di successo scritto da Harrison. Molti additano il brano come plagio. Un’altra ballata romantica, dalle poche pretese se non quella di vendere il più possibile. Because è un’onda travolgente. Un brano basato esclusivamente sui cori e con l’intenzione di paralizzare l’ascoltatore, facendolo concentrare solo su gli alti e bassi umorali prodotti dai cambi tra maggiore e minore. Da You never give me your money, inizia il medley (noto anche come The long one) fino a Her majesty. Un collage di idee a dir poco sinfoniche, voluto con polso fermo da Martin (il produttore) e McCartney. In conclusione, “Abbey Road” è un vero capolavoro, sotto ogni aspetto, di una band in via di scioglimento, che passerà il testimone l’anno dopo a nuovi gruppi e nuove maniere di fare musica.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
3/10/2009
Riscopriamo “Nero a metà”, leggendario album del cantautore napoletano, un disco del 1980 che segnò un passaggio epocale per la musica napoletana, consolidandosi come uno tra i prodotti più importanti del panorama musicale italiano
LA RIVOLUZIONE BLUES DI PINO DANIELE
Come ogni grande musica, le canzoni di “Nero a metà” sono quasi più di chi le ascolta che di chi le ha scritte. Ma chi le ha scritte ha un grande orecchio e ha avuto il merito di convogliare in arte le tante ispirazioni del mondo sonoro napoletano e le “povere” ed impolverate sonorità del blues del Mississippi. L’album è uno spaccato penetrante della complessità dell’artista, ispirazione purissima, virtuoso senza essere stucchevole, con collaborazioni di musicisti di tutto rispetto, fra cui Agostino Marangolo, batterista catanese dalla bravura e genialità riconosciuta in tutta Italia e non. La track-list dell’album disegna un vero e proprio percorso emotivo che l’artista offre a chi, dotato di buona pazienza (cosa rara oggi per la nuova generazione di fruitori d’arte), ascolta l’album senza saltellare da un brano all’altro…
Il disco inizia con l’armonica di I say i’sto ccà, un brano introduttivo che ci culla verso ascolti più impegnativi, quali la seconda traccia Musica Musica, un vero e proprio capolavoro, un binomio tra musica e parole che rincuora e carica l’animo di chi persegue la carriera da musicista. Poi, ci si rilassa con l’intimità di Quanno chiove, canzone d’amore di una profondità incredibile; la napoletanissima Puozze passà nu guaio, invece, ci fa tornare nella realtà partenopea. L’intermezzo cantato in italiano di Voglio di più ci ricorda che Napoli non è un’isola felice e la sensuale Appocundria ce ne da la conferma. Il sound-napol-blues di A me me piace ‘o blues esprime al meglio quel suono che solo i napoletani riescono ad infondere, come l’altro brano sentimentale, tra i più belli del disco, che porta il titolo di E so’ cuntento ‘e sta.
Non poteva mancare, inoltre, la teatralità napoletana di Nun me scuccià. Il vero “masterpiece” dell’album è Alleria, un brano dalla bellezza sconvolgente e malinconica, che con il suo passo “swingato”, come fosse una femme fatale, passa, guarda, imbambola e poi va via. Di sicuro fra i brani più belli che la musica italiana abbia conosciuto. A testa in giù e Sotto ‘o sole concludono il percorso artistico suggerito da Pino Daniele in quest’album. “Nero a metà” scrive una pagina importantissima nel panorama musicale italiano. Pino Daniele ed i suoi musicisti, in questo disco, hanno definitivamente riscattato la musica napoletana dalla sua staticità melensa e dalla sua ormai lontana tradizione musicale. La palla adesso passa a voi…
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Parole in musica- In Italia, di recente, vi sono stati molti episodi di violenza contro gli omosessuali, presi di mira per il solo fatto di amare un’altra persona- La musica, in passato, si è occupata di omosessualità con risultati e toni differenti
LA FORZA DI AMARE CONTRO I PREGIUDIZI
Parlare di omosessualità potrebbe sembrare una cosa semplice dato che viviamo in tempi in cui ormai nessun argomento sembra più essere tabù e tutti ostentano la propria apertura mentale. In realtà, sia in Europa, ed ancor più nella conservatrice Italia, argomenti come l’orientamento sessuale difficilmente vengono trattati con reale ed autentica serenità. È troppo difficile mandare giù che qualcuno possa avere gusti diversi dai nostri: è tollerabile se ad un uomo piace una bionda o una mora, ma non è affatto accettabile se allo stesso uomo piace un moro. La realtà dei fatti è che quello dell’omosessualità è ancora un argomento tabù e ciò è confermato, ad esempio, dal modo in cui se ne parla, quando se ne parla: è un fenomeno da osservare con accurata distanza poiché suscita un misto tra fastidio e morbosa curiosità. Non è un caso che anche in ambito musicale i testi che hanno trattato storie gay hanno sempre creato sconcerto, imbarazzo se non addirittura scandalo.
Una delle prime canzoni scritte in Italia dedicate all’argomento è Ernesto di Cristiano Malgioglio. Si tratta di una canzone scritta nel 1978 per l’omonimo film di Salvatore Samperi con Michele Placido e Virna Lisi. Nel testo si percepisce la confusione di chi si rende conto di amare una persona dello stesso sesso, che comincia a capire che l’unica cosa che conta è l’amore: “Ernesto, ma che bordello fa la mia testa, non ragiona e si tortura. È ogni notte la mia cattura. Ernesto, quanta agonia dirti ti amo ed è questo che spaventa”. Un’altra toccante canzone, portata a Sanremo da Federico Salvatore e scritta con Bigazzi, è Sulla porta. Mai avremmo immaginato di sentire da questo cantante, diventato famoso per Azz e per un genere più allegro e disimpegnato, un brano avente ad oggetto un tema così delicato e soprattutto trattato in un modo così sentito, sofferto ed intelligente.
Nel testo, il protagonista si libera dall’oppressione della madre e di una società che non lo capisce e che per troppo tempo ha represso quella che è la sua personalità: “Mammà, son qui con le valigie sulla porta, con tutti i dubbi e tutti i miei casini, però mi sento forte e per la prima volta io me ne frego degli orecchi dei vicini! Sulla porta, sulla porta, quante volte mi hai fermato sulla porta con quei falsi crepacuore che svanivano all’arrivo del dottore”. Anche i Pooh, nel 1985, hanno scritto un pezzo in cui parlavano della storia di un ragazzo gay. Nella canzone Pierre raccontano di un ragazzo con lo sguardo triste perché sofferente per la sua anima imprigionata in un corpo che non sente proprio: “Scusami se ti ho riconosciuto, però sotto il trucco gli occhi sono i tuoi. Non ti arrendi a un corpo che non vuoi. Senti...Pierre sono grande, l’ho capito sai. Io ti rispetto, resta quel che sei tu che puoi”.
La delicatezza dell’argomento, da un lato, e l’ignoranza, dall’altro, purtroppo fa sì che non tutti quelli che ne parlano lo facciano in modo corretto: un esempio lampante è la pessima canzone portata da Povia a Sanremo. In questo brano (Luca era gay), tra l’altro preceduto e seguito da un’infinità di critiche (probabilmente era questo lo scopo commerciale del cantante), si parla di omosessualità in termini per nulla appropriati ed addirittura si allude ad una sorta di “guarigione” nel momento in cui il protagonista da gay diventa eterosessuale. Un pezzo decisamente di cattivo gusto che lascia trasparire la mentalità estremamente bigotta del cantante, il quale forse farebbe meglio a cantare di bambini che fanno “oh” e di piccioni. Infine, vogliamo ricordare il bellissimo ed ironico pezzo di Daniele Silvestri, Gino e l’alfetta.
Il cantautore, con la sua solita intelligenza ed ironia, canta, con un motivetto trascinante, di un uomo che preferisce Gino a Maria: “Sono gay, sono come vuoi. Oggi sono lui da domani poi se lo vuoi sarò lei, sarò solo lei. Mi dirai: come fai? Come mai non lo sai cosa sei? Sei diverso da noi. Ma che vuoi, sono gay fatti miei. Che disturbo ne hai? Quale enorme disagio ne trai? Sono gay, sono gay, si sono gay. No non sono gay, ma vorrei, ma lo sai quanti geni ed eroi sono gay, non lo sai? O non vuoi ricordare, preferisci pensare che un gay sia una sorta di errore, una cosa immorale o nel caso migliore un giullare, un fenomeno da baraccone e lo tollererai solo in quanto eccezione e lo tollererai solo in televisione, lo chiamano gay e tu pensi ricchione”. Una canzone dal tono provocatorio, ricca di tante verità da sbattere in faccia agli ipocriti benpensanti e a tutti coloro che, intrisi di una arcaica cultura maschilista, si scagliano con violenza contro chi è considerato colpevole per il solo fatto che sa e vuole amare.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI LUGLIO
28/07/2009
Giovanni Allevi è un genio del pianoforte, un eterno bambino che si fa uomo tra il bianco e nero dei tasti, che ama, esalta, accarezza come il corpo dell’amata, emozionando chi ascolta l’eterna grazia della sua musica
ALLEVI: EMOZIONI A FIOR DI PELLE
Ai più arcigni critici, Giovanni Allevi potrebbe sembrare l’ultimo dei musicisti da strapazzo. Uno di quelli che perde la testa per la musica e perde anche il contatto con la realtà. Invece, basta andare ad uno dei suoi concerti perché ci si renda conto dell’opposto. Sale sul palco correndo come un bambino e con gli occhi di un bambino emozionato guarda la folla che lo applaude. Prende il microfono in mano ed inizia la sua storia. Una storia interrotta per sedersi al pianoforte, contemplare i tasti e suonare. Qui avviene la metamorfosi. Con le mani sulla tastiera sembra un uomo fatto, che sa dove cercare, che sa cosa premere. Come un amante che conosce bene la sua donna, egli accarezza il pianoforte, lo sprona, lo esalta. Il risultato è la musica più emozionante che si possa immaginare. Perché emozionante, anzi la più emozionante? Prendiamo la tipologia dei concerti più diffusa e quella più familiare: un gruppo che suona sul palco. Ci saranno chitarra, basso, batteria, un microfono.
La batteria tiene il tempo, ci invita a ballare, la chitarra segue le parole, il basso guida il resto, la pianola abbellisce. Ma le parole e tutti gli strumenti citati sono per un’interpretazione abbastanza ristretta del testo. Cioè, ci prendono per mano ma ci portano dove vogliono loro. Il pianoforte no. Il pianoforte non ha parole, non ha il tun-tun-cha della batteria, non spezza il ritmo. La musica si espande senza interruzioni, si amplifica, corre. Quando arriva non pretende di dirci: “Vedi questo è il mio messaggio, questo è quello che voglio dirti, ti voglio insegnare che…”. La musica di Allevi è anarchia di interpretazione. Bisogna soltanto chiudere gli occhi, aspettare che i brividi salgano sulla schiena. Oppure osservare con quale delicatezza le dita danzano, stupirsi di quanto siano veloci. Oppure osservare la danza di quel genio che lo suona, con schiena braccia e testa.
Oltre che musicista Allevi ha la grazia di un ballerino che focalizza la nostra attenzione. Non è una musica facile, ma non è neanche la solita musica classica solo per addetti ai lavori. È un pianoforte che dopo aver istruito il suo musicista con anni di Bach, Mozart, Rachmaninov adesso si lascia piegare alle esigenze di un mondo completamente diverso. Anche per uno come me, ignorante in fatto di piano come un bimbo appena partorito, quella musica è moderna. Proporrei di abolire la riproduzione musicale di Allevi. Nel mondo della fretta la musica è diventata sottofondo, ed è impossibile ridurre a questo un Come sei veramente oppure Il nuotatore. Bisogna andare ad un concerto e prendersi due ore di libertà dalla fretta e rigenerarsi.
Alberto Agostini -ilmegafono.org
Conosciamo “Zenyatta Mondatta”, il terzo album dei leggendari Police, nato durante il loro secondo tour, completato in appena quattro settimane e pubblicato nell’ottobre del 1980: qualche critica ma molti consensi
TRENTA GIORNI PER UN CAPOLAVORO
“Zenyatta Mondatta”, registrato al Wisserlood Studios in Olanda, è il terzo album dei Police, pubblicato dalla A&M Records nell’ottobre del 1980. L’album fu scritto, arrangiato e inciso in sole quattro settimane durante il loro secondo tour, dunque molto di fretta. Composto da undici tracce di cui tre strumentali: Voices inside my head, The other way of stopping, e Behind my camel. Piu che di tracce possiamo parlare di veri e pronti spunti incisi molto velocemente che pero conservano una vena sperimentale niente male, soprattutto per gli amanti del genere. Don’t stand so close to me, Driven to tears e When the world is running down convincono i fans di tutto il mondo con un’inaspettata reazione positiva da parte della critica.
Don’t stand so close to me e De do do do de da da da sono di sicuro i brani che tutt’oggi vengono ricordati con maggiore entusiasmo, anche dai più giovani neofiti. Forse un album un pò scarno e privo di nuove idee, almeno a detta di molti. L’arte ritmica di Stewart Copeland, che rende quasi magico un accento di cassa nell’intro di Don’t stand so close to me, per non parlare dell’incredibile voce di Sting e del suo senso commerciale durante la scrittura dei brani, elevano l’album a livelli comunque eccezionali, dimostrando che anche in pochissimo tempo, fra una data del tour ed un altra si può sfornare un altro disco del calibro di “Zenyatta Mondatta”.
Nonostante le critiche mosse ancora oggi a questo piccolo capolavoro, a noi il disco piace molto, se pur esprimiamo qualche remora nei confronti di qualche brano come ad esempio Main in suitcase e The other way of stopping. Per fugare ogni dubbio non vi rimane altro che comprare l’album (ancora meglio se in vinile) e godervi il talento di questi tre musicisti, all’oggi dei 60enni veramente in forma, ricordandovi che è possibile acquistare in tutti i negozi di musica il loro ultimo dvd, dove potrete riguardare l’ultima tourne 2007/08 con rehearsals e backstage del concerto!
Alberto Minnella –ilmegafono.org
11/07/2009
“A night at the Opera”, pubblicato nel 1975, è il quarto album dei leggendari Queen, uno dei più celebri lavori della band di Freddie Mercury e tra i più importanti nella storia del rock mondiale
IL CAPOLAVORO DEI QUEEN
Immaginate di entrare in un piccolo teatro londinese. Prima ancora che si apra il sipario prendete posto e spulciate ben bene il vostro libretto datovi all’entrata. Di colpo le luci si abbassano, si apre il sipario e fra i fumi e le luci scorgete quattro silhouette un po’ goffe e dai contorni poco definiti. Dopo poco sentite un pianoforte in lontananza che arpeggia una melodia tanto frenetica quanto eterea nella sua esecuzione. Al monologo di note si aggiunge una chitarra molto rozza che intraprende un riff carico e coinvolgente. D’improvviso, con molta prepotenza, il basso e la batteria fanno il loro ingresso trionfante facendo di due semplici strumenti delle bombe ad orologeria. Cosi inizia Death on two legs, il primo brano di uno dei dischi più costosi del 1975, scritto, arrangiato ed eseguito da Freddie Mercury, Roger Taylor, Brian May e John Deacon. Già da subito notiamo l’intensa e travagliata composizione che i quattro londinesi hanno voluto imporre al disco, stravolgendo il mercato musicale quasi sempre pieno di hit radiofoniche molto brevi e di poco spessore artistico.
Dopo i primi riff portanti, la prima traccia si distingue subito per il suo tono molto acceso e polemico, voluto da Mr Mercury, in offesa del loro primo manager, il quale, dopo i loro precedenti tre album, li aveva lasciati sul lastrico finanziario. Anche la chitarra, verso la fine del brano, s’infuria infuocando il disco con un solo magnifico che rilancia la strofa ed il successivo ritornello verso una fine gloriosa in pompa magna. Non ci danno neanche un minuto per riprendere fiato, che inizia Lazing on the sunday afternoon, un brevissimo accenno all’operetta primi novecento, con una deliziosa strofa, dove emergono le doti ingegneristiche del loro produttore artistico e dell’incredibile versatilità vocale di questi quattro talentuosi musicisti. Il brano termina con un solo di chitarra che riprende le melodie della linea vocale, orchestrandola a più voci.
Taylor si lancia in un brano molto rock. I’m in love with my car, dove la batteria e la voce tirano il brano in un groove molto originale. You’re my best friend addolcisce un po’ i toni, con un groove di rodhes e delle armonizzazioni vocali che la rendono una delle hit di quest’album. Mr May, invece, si dedica al country rock con ‘39, un brano invaso positivamente da chitarre acustiche e poderosi cori che contraddistinguono il quartetto. Crescono gli animi con Sweet lady, un pezzo molto rock con incredibili cambi di dinamiche tra strofa e ritornello, per finire in un assolo di chitarra trascinante. In Seaside randevous si sperimenta il rock con il charleston, un brano divertente e ben riuscito con dei soli di penne bic che sostituiscono alcuni groove di batteria e una tromba simulata dalla voce di Roger Taylor. The prophet’s song ci lascia interamente basiti: otto minuti e venti contenenti virtuosismi vocali e atmosfere mistiche.
Il pezzo si chiude con un arpeggio di chitarra che collega, come in un concept album vero e proprio, il brano successivo, forse uno dei più famosi del disco, Love of my life. Una romantica ballata attraversata dalle sviolinate di chitarra e da cori mozza fiato. Good company, scritta e cantata da Brian May, ci diverte con un trascinante ukulele/banjo e con una simulazione di orchestra charleston dei primi anni venti, interamente fatta da chitarre. Bohemian rhapsody è una vera e propria contaminazione di rock e musica classica, un’opera dominata dal pianoforte, dai cori lirici e dalle chitarre che rendono l’atmosfera, in momenti ben precisi del brano, più dura e più decisa. L’unico brano con un minutaggio superiore ai sette minuti, trasmesso per radio. Il disco si chiude con l’inno inglese, riarrangiato dal quartetto londinese, tipico della chiusura dei loro concerti.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
“Love is a serial killer” è l’album da solista di Vanny Zero, ex leader dei discussi FestaMalva, un album rigorosamente rock, in cui la voce originale dell’artista dà forza alle melodie acide e al ritmo “sporco” del rock
UN RITORNO ALLE ORIGINI DEL BLUES
Con il termine “lo-fi” s’intende una bassa qualità d’audio, molto in uso oggi soprattutto nella musica indipendente, dovuta per lo piu alla mancanza di fondi e di mezzi. Tutto ciò in Vanny Zero è assolutamente diverso. Con la sua net-label Kill Mommy Records promuove in tutto il mondo la cultura del no-fi, una filosofia ben diversa che appartiene alla libertà d’espressione in tutte le sue forme sonore e non. Giovanni Calvo, in arte Vanny Zero, a 16 anni fonda i FestaMalva, ispirato da New York Dolls, Crime e Stooges. La band si scioglie dopo sei anni di guai (ostracismo da parte dei locali, per lo più per i testi in italiano molto espliciti, boicottaggio da parte di altre band e associazioni di ogni tipo, risse ai concerti e guai seri con i carabinieri per il pezzo Prima o poi t’ammazzo, del 2002).
Dal 2007 Vanny, ispirato dai primi dischi di Daniel Johnston e da White light/White heat dei Velvet Underground, inizia a lavorare al suo progetto solista, registrando i suoi pezzi in casa e con strumentazione di fortuna. Quello che viene fuori è “Love is a serial killer”, l’album di cui parleremo oggi. Il brano che ci ha colpiti di piu è Killin’ myself today, che lascia impressa nella mente l’immagine di un uomo del Mississipi, con la sua chitarra, che canta il proprio dolore in mezzo ad un campo di grano di cui non riusciamo bene a capire la sua fine, ma di certo ne riconosciamo l’odore e l’atmosfera dura e cruda della natura. You got a song è una vera e propria sporcizia sonora, un esempio di rock’n roll grezzo e diretto, capace di resuscitazione morale e di forza di reazione nei confronti della vera sporcizia da “classifica”, spesso studiata a tavolino.
Sulla stessa grinta emotiva è She said I’m a nazi, molto esplicita gia nel titolo. Un richiamo al rockabilly ben riuscito, trainante nel ritmo e nella sua acidità melodica, sottolineata dall’originalissima voce dell’artista. Infine, chiudiamo con il brano omonimo dell’album, Love is a serial killer. In questo brano Vanny usa la vecchia scuola del primordiale rock’n roll, molto simile ad un vecchio pezzo dei Beach Boys, nella versione dei Queen sotto lo pseudomino di Larry Lurex, intitolato I can hear music, come sound e come resa emozionale. A tutti i fan di Robert Johnson e dei Ramones consigliamo di visitare la pagina di Vanny Zero, digitando www.myspace.com/vannyzero, dove è possibile scaricare l’album gratuitamente.
Alberto Minnella –ilmegafono.org
4/07/2009
Conosciamo meglio i Froben, gruppo siracusano nato nel 1999 che ha già partecipato ad importanti manifestazioni musicali e che adesso, nel chiuso della sala di registrazione, lavora alla realizzazione del proprio album
COME DIPINGERE CON LE NOTE
Ascoltare la musica dei Froben è un po’ come fare un lungo viaggio, sospesi in aria, perdendo d’improvviso conoscenza. I loro brani hanno quel sapore malinconico che ricorda un po’ i quadri di Edward Hopper, distendendo la visione di chi ascolta verso un paesaggio che va al di là di un’immaginazione onirica. I Froben nascono a Siracusa nel 1999, per opera dei due fratelli Stefano e Andrea Alì, rispettivamente voce/chitarra e basso della band. Nel corso degli anni si esibiscono sui palchi di manifestazioni come “Sanremo Rock”, “Rock targato Italia” e “Tim tour”, e recentemente si sono esibiti come supporter di Paolo Benvegnù. Ai due fratelli si aggiungono Valerio Vittoria (chitarra), Francesco Vittoria (chitarra) e Roberto Cappellani (batteria). Dopo l’esperienza avuta con la “Due Parole”, etichetta discografica fondata dalla cantantessa Carmen Consoli, il gruppo si chiude in studio e mette su disco tre dei cinque brani che formeranno il loro futuro ep.
Il primo brano di cui parliamo è La tua idea, una ballata rock dai sapori nostrani, con un ritmo di batteria molto potente che ci trasporta dalle strofe ai ritornelli senza rendercene conto, un turbinio di ritmiche ed incastri fra basso e chitarre che contrastano fortemente la melodia del cantato e che accompagnano il testo in una danza fra note. I capelli raccolti di Annes è un piccolo capolavoro nato dall’idea e dalla collaborazione fra i Veivecura e i nostri Froben. Un pianoforte molto pacato e romantico introduce il brano e la voce di Stefano, che con molta arte dipinge con le sue parole quest’attimo di sospensione visiva, fermando il tempo in un preciso istante, interrompendo magicamente anche la caduta libera di una gocciolina di pioggia. Il brano si apre nel finale, con un esplosione di dinamiche veramente ben riuscite, lasciandoci in sospeso ed a bocca aperta!
L’ultimo brano è Perdo sangue, un “riassunto” delle due formule usate nei brani precedentemente citati. Un piano, una voce ed un groove di batteria aprono il brano con decisione ed originalità. Il lavoro d’arrangiamento è ottimo, e ci riporta a certe atmosfere inglesi, soprattutto nell’intermezzo strumentale. Le pause, la giusta grinta e la splendida voce di Stefano sorreggono le parole acide e dure che caratterizzano il pezzo e ci lasciano volare verso il finale. Aspettiamo con molta ansia l’arrivo dei nuovi brani, nel frattempo vanno ai Froben i nostri complimenti, dimostrando che a Siracusa c’è tanto di buono, soprattutto nel campo artistico. Dunque armatevi di mouse e cliccate su www.myspace.com/thefroben. Come sempre, ora tocca a voi!
Alberto Minnella –ilmegafono.org
Parole in musica- Il bacio è il gesto d’amore per eccellenza, un momento di complicità profondo e avvolgente che ha trovato spazio, con le sue innumerevoli e variegate sfumature, anche in diverse canzoni italiane di successo
L’INTENSO BACIO DELLA MUSICA
Insieme all’abbraccio, il bacio è forse uno dei gesti più naturali e spontanei che permette di manifestare l’affezione o l’amore nei confronti di una persona. I baci, in particolare, sono la più alta manifestazione di complicità e di comunione che l’uomo è in grado di riservare al suo simile. Risuonano ancora nelle orecchie di tutti i versi che il poeta latino Catullo dedicò alla sua amata Lesbia e che esaltano, insieme all’amore per la donna, la sublime dolcezza del gesto del bacio. Il bacio della persona amata diventa quasi un bisogno fisiologico, di cui non si può fare a meno, per questo se ne desiderano in misura infinita “quanti sono i granelli di sabbia della Libia”, “mille baci, quindi cento, quindi altri mille, quindi ancora cento”. Un tema trattato già nell’antichità dai poeti, anche oggi riempie i testi di innumerevoli brani. Indimenticabile è, ad esempio, il “bacio a labbra salate” in Piccolo grande amore di Baglioni.
Il sapore del bacio cambia di gran lunga se si tratta di un addio: ne L’ultimo bacio di Carmen Consoli il sapore del bacio di addio è acido e brucia come delle gocce di limone: “Di quei violini suonati dal vento l’ultimo bacio mia dolce bambina, brucia sul viso come gocce di limone, l’eroico coraggio di un feroce addio, ma sono lacrime mentre piove”. Anche Raf si è fatto incantare dalla magia del bacio, di un movimento così semplice, ma allo stesso tempo così intenso. Ne Il sapore di un bacio esprime con chiarezza la scossa e l’emozione che può trasmettere solamente sfiorare le labbra della persona che si desidera: “Il sapore di un bacio ti mette i brividi, ti lasci andare e chiudi gli occhi poi ti dimentichi del resto, non parti più, non parti mai e quando parti è sempre troppo presto...”. Il bacio è tutto questo, ma non solo: secondo il grande Adriano Celentano il bacio “è come un rock”.
Mai definizione fu più calzante: “Il tuo bacio è come un rock che ti morde col suo swing, è assai facile al knock-out che ti fulmina sul ring. Fa l’effetto di uno choc e perciò canto così: oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh il tuo bacio è come un rock”. Proprio perché il bacio è così elettrizzante, Celentano si è fatto il conto di volerne 24.000 al giorno, nella sua mitica 24.000 baci: “Con 24 mila baci felici corrono le ore di un giorno splendido, perché ogni secondo bacio te”. Il romanticismo, invece, domina la scena nel brano Bacio fondente di Gianna Nannini: “Sul tuo cuore cade all’improvviso il mio primo sguardo infinito, delinquente quel tuo primo bacio che spalanca il cielo e abbaglia il mondo intero. Oh, mi son sentita sciogliere sulla mia bocca il sole, l’oro e l’argento, meraviglia che cresce chiara e trasparente per colpa di quel bacio delinquente”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI GIUGNO
27/06/2009
Il mondo della musica piange la morte di Michael Jackson, un mito controverso e discusso, ma amatissimo e indubbiamente geniale: se ne è andato quel fragile bambino prodigio che ha rivoluzionato la musica mondiale
CIAO, FRAGILE E IMMENSO “JACKO”
Il 25 giugno, a Los Angeles, se ne è andato, così come aveva vissuto, Michael Jackson, in mezzo al frastuono ed all’attenzione morbosa dei media e dei fan. Un infarto (potrebbe essere stata l’iniezione di un forte antidolorifico a provocare l’arresto cardiaco) si è portato via colui che indiscutibilmente era e rimarrà il re del pop, colui che con il suo talento ed il suo estro ha cambiato il modo di fare musica. Tutti lo ricordiamo per il suo eclettismo, per le doti, non solo di cantante, ma anche di ballerino. Oltre ad aver cantato alcuni dei brani che resteranno per sempre patrimonio musicale mondiale (vedi Thriller, Billie Jean, You are not alone, Bad, Black or White), Jackson ha rivoluzionato il modo di stare sul palco ed ha reso i videoclip delle piccole opere d’arte. Il calibro dell’artista che si perde è assolutamente indiscusso, ma quello che non può passare in secondo piano è il ricordo di un uomo che, oltre ad essere una star internazionale, era soprattutto un’anima fragile. Non si può dire che la vita di “Jacko” sia stata semplice: proveniente da una famiglia numerosa, con un padre autoritario ed un contesto umile, Michael Jackson si è visto catapultato dall’anonimato alla fama già alla tenera età di cinque anni.
Da bambino, infatti, inizia a cantare con i fratelli, formando i Jackson Five. Dopo la carriera nel gruppo, egli prosegue come solista e riceve la consacrazione definitiva nel 1982 con l’album “Thriller” (il più venduto nella storia della musica). Il passaggio dal nulla al troppo, per di più in tenera età, ha sicuramente intaccato l’equilibrio e la personalità, già debole per indole, del giovane cantante. Questa mancanza di equilibrio e serenità è sempre emersa con forza nella vita del fragile artista americano, il quale già a partire dagli anni novanta ha cominciato a sottoporsi ad innumerevoli interventi di chirurgia estetica per modificare il proprio aspetto fisico e per schiarire il colore della sua carnagione. L’immagine di Jackson ha subito negli anni una netta trasformazione, probabilmente manifestazione del suo travaglio interiore e della sua difficoltà ad accettarsi. Era un bambino, dalla voce stupenda, dalle movenze inimitabili, intrappolato in un corpo che non sentiva suo ed in un mondo che non lo capiva.
Per sé e per i bambini poveri e malati terminali aveva costruito, attorno alla sua residenza di Neverland, un parco a tema ed uno zoo. Tale vicinanza emotiva al mondo dell’infanzia, purtroppo, in un mondo crudele e disilluso non è stata compresa e sono scattate così le infamanti accuse di pedofilia. Seppure tutti i capi di imputazione siano caduti e Jackson sia stato dichiarato innocente dalla giustizia americana, è sempre rimasta un ombra di sospetto sulla sua figura e su questo amore sconfinato che Jacko provava nei confronti dei bambini. Non si è pensato che quello potesse essere solo amore disinteressato, che forse Jackson, eterno Peter Pan, vedesse nella spensieratezza e nella purezza dei bambini un mondo ideale in cui rifugiarsi per sfuggire dal mondo marcio dei soldi, degli interessi e del business. Un mondo in cui ritrovare un’infanzia a lui negata dal successo.
Lungi dal voler idealizzare e “santificare” a posteriori l’uomo Michael Jackson, vogliamo solo prendere in considerazione che forse la fine tanto prematura di un artista che ormai sembrava essere in declino, nonostante l’amore di milioni di sostenitori sparsi per il mondo, può essere stata causata dalla durezza dei giudizi che piovevano sul cantante, giudizi da cui una personalità alquanto labile non è riuscita a prendere le distanze e preservarsi. L’autodistruzione cui è arrivato Jacko è solo il triste epilogo di una storia di miseria affettiva, aggravata forse dalla ricchezza materiale e dal peso enorme della fama, che come sappiamo, attira invidie e malevolenze. Per tutto questo diamo il nostro saluto all’uomo, al bambino, all’artista Michael Jackson, la cui fama vivrà in eterno. Poiché noi non abbiamo velleità di vivere in eterno, il nostro è solo un arrivederci.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Scopriamo l’ultimo disco dell’artista siracusano Carmelo Amenta, “L’erba cattiva”, composto da 15 brani in cui si celebra una perfetta alchimia tra arrangiamenti e voce, evocando atmosfere e scenari che sfogliano il tempo
L’ERBA CATTIVA... NON MUORE MAI
Parlare di Carmelo Amenta e del suo disco non è cosa facile. Sin dalla prima traccia si è pervasi da emozioni molto forti che prima scuotono, poi consolano. “L’erba cattiva” è uno di quei dischi dal sapore un pò circense e un pò noir, come se stessimo ascoltando una vecchia band degli anni ‘30, in una vecchia cantina con in mano un whiskey di scarsa qualità, fumandoci su una sigaretta senza filtro con una bella “pupa” al nostro fianco. L’opera è composta da ben 15 brani, arrangiati con molto gusto e con un’intensa espressione vocale che indirizza subito chi ascolta verso un preciso percorso voluto dal nostro Carmelo. Si chiude, La stessa storia, A volte, Quali bambole e Cin Cin sono i brani che più di tutti caratterizzano e guidano l’orecchio, il cuore e la mente in atmosfere mai banali, dipingendo una tela piena d’immagini strane, alcune sbiadite dal tempo e dai ricordi, altre piene di colori caldi e passionali. Si chiude,una ballata ben riuscita, ci culla con molta dolcezza verso una “non triste”, ma determinata chiusura di quel qualcosa che inevitabilmente va potato, come se spegnessimo una candela a metà della sua durata.
La musica e la voce di Carmelo portano ai massimi livelli espressivi questo semplice ma intenso concetto. La stessa storia s’incoda e prende la scia del brano precedente, anch’essa una ballata breve ed emozionante con un’originale intro di chitarra, batteria e voce, terminando con un esplosione nel finale, paradossalmente trionfale. A volte ci lascia molto sorpresi ed abbastanza divertiti. Il brano è un evidente attacco all’inadeguatezza che ognuno di noi sente di avere nei confronti della vita, soprattutto oggi. Il ritornello ci sveglia dal torpore quotidiano e, con forza quasi minacciosa, invita a star in piedi e ad affrontare la vita di petto, “a volte” anche con rabbia! Carmelo Amenta, la sua chitarra ed i suoi compagni di viaggio (Salvo Minnella al pianoforte, Daniele Di Natale alla batteria, Daniele Sorce al basso) accentuano la visione molto cruda del testo, dimostrando anche una splendida alchimia fra le parole e le note dei loro strumenti, regalandoci momenti veramente da pelle d’oca.
Con Quali bambole c’immergiamo in un fumoso e poco elegante live club americano dei primi del novecento. Un jazz/rock alla Carmelo Amenta, che lascia a bocca aperta e sconvolge lo stomaco con dei su e giu di voce, un intermezzo ritmico di batteria e basso da vertigini ed una chitarra finale dissonante che, come una macchina del tempo, ci trasporta da inizio secolo ai giorni nostri. Non ha caso lasciamo Cin Cin per ultima. Che dire? Dopo un inizio strumentale molto impnotico ed inquietante, il cantautore siracusano scende dal palco, riempie il suo calice di vino, lo alza teso verso l’alto e brinda a favore di tutti i personaggi da lui raccontanti in questo incantevole disco, non risparmiandosi nè voce nè salute! Si consiglia vivamente di fare una passeggiatina dalle parti di Carmelo Amenta digitando www.myspace.com/carmeloamenta, dove avrete la possibilità di ascoltare alcuni brani del disco. Un bravo a Carmelo, e che possa continuare cosi: c’è sempre sete d’arte nel mondo. Ora tocca a voi!
Alberto Minnella –ilmegafono.org
13/06/2009
Il cantautore di Guidonia non smentisce il suo stile e il suo pensiero, pubblicando “Barabba”, un ep composto da sei brani che, in un misto di sonorità rock e melodie profonde, ci parlano di amore e di impegno civile
L’INCONFONDIBILE FIRMA DI FABRIZIO MORO
A poco più di un anno dall’uscita di “Domani”, il cantautore romano Fabrizio Moro ritorna con un nuovo ep, contenente sei brani, dal titolo piuttosto singolare: “Barabba”. La tradizione religiosa ci ha insegnato che Barabba era un brigante, secondo altri un assassino, ma comunque un malfattore. Ed è proprio attraverso questo titolo che Fabrizio Moro lancia nuovamente un messaggio sociale importante ed attuale. Barabba è anche il titolo di uno dei sei brani inediti contenuti nell’album e può essere definito come un vero e proprio inno contro le raccomandazioni, il clientelismo proprio della politica italiana: se non sei il figlio, la moglie o l’amico del potente di turno (dal presidente del Consiglio a qualsiasi altra autorità dello Stato) non vai da nessuna parte; il testo, scritto qualche anno fa, risulta essere estremamente attuale, dal momento che sembrano evidenti i riferimenti alle recenti vicende dell’attuale premier italiano. Il tutto reso attraverso un motivetto ed una musica piuttosto allegri: è singolare, infatti, l’impiego di strumenti a fiato in uno dei brani di Moro, che, nel comporre la musica di Barabba, si è avvalso della collaborazione dell’amico e collega Andrea Febo, anch’egli giovane cantautore romano.
Scelta dunque coraggiosa da parte di Moro, che ancora una volta dimostra di non aver paura ad esprimere ciò che pensa, anche se si tratta di frecciate dirette alla ormai insalubre politica italiana, indipendentemente dal colore politico. Altro brano dai contenuti molto forti, per di più con sonorità molto rock è Il momento giusto: protagonista della canzone può essere un giovane qualunque in attesa dell’occasione della propria vita, tra la giovinezza che sfugge ed il costante ripetersi che “potrebbe essere domani il momento giusto”, tra una schedina del Lotto ed i sogni di una vita migliore. Il filo conduttore di tutto l’ep è comunque l’amore, unica chiave di volta in un mondo che di concreto non offre nulla. Il brano d’apertura, intitolato Il peggio è passato, parla di precariato, incertezza, generazioni che cambiano, una situazione difficile, anche se poi quando si ha accanto la persona amata, anche vivendo in un monolocale, ci si rende conto che il peggio è effettivamente passato. Moro ribadisce apertamente, ne Il senso di ogni cosa (in rotazione su tutte le radio dal 22 maggio), che l’unica cosa di cui non si può fare a meno è proprio l’amore, definito “il sogno più grande tra i sogni più veri”, come a ribadire che solo questo sentimento ci può offrire certezze.
Amore malinconico, invece, è quello di Melodia di giugno, una ballata rock in cui il cantautore romano si mostra quasi fragile ed introspettivo: in un fluire di pensieri, parole ed azioni, fantasmi del passato e ricordi, un sussurrato “non ho che te” suona quasi come una dichiarazione alla propria donna. L’ep contiene anche una canzone dedicata ad un amico scomparso, intitolata Sangue nelle vene: un invito a valorizzare tutte le sfumature della vita, una dedica a tutti coloro che scelgono uno stile di vita particolare, a quelli che amano, sognano, “a chi sa che domani è un altro giorno e vivere potrà, a chi ha ancora un po’ di sangue nelle vene e vive”. Quest’ ultimo lavoro di Moro ci mostra un ulteriore aspetto del cantautore romano, che appare molto più solare e positivo rispetto al passato, più maturo in un certo senso. Si spazia da sonorità decisamente rock a melodie lente e quasi dolci all’ascolto, il tutto reso con la tipica voce graffiante di Fabrizio, il quale anche stavolta si è calato nei panni di produttore artistico, avvalendosi della collaborazione della sua band di sempre. Per motivi discografici l’album è stato diviso in due parti, la seconda delle quali sarà pubblicata ad ottobre. Anche il prezzo dell’ep è ragionevole, quasi come ad incoraggiarne l’acquisto contro la pirateria.
Laura Olivazzi –il megafono.org
In questo periodo è in rotazione su All Music il singolo “Storia di una favola”, che fa parte del primo ep dei La fame di Camilla, ottimo gruppo emergente guidato dalla splendida voce di Ermal Meta, cantante italo-albanese
UNA LIETA SORPRESA
Agli ascoltatori attenti di All Music sarà forse capitato negli ultimi tempi di vedere un video. All’inizio ed alla fine dello stesso compare il nome del gruppo: La fame di Camilla. Ci sarebbe da chiedersi chi sono questi. E noi proviamo a rispondere. Il gruppo è formato da quattro musicisti, chitarra, basso e voce. Per adesso hanno pubblicato solo un ep, “La fame di Camilla”, composto da 5 canzoni. Di queste, il singolo Storia di una favola è proprio quello in rotazione su All Music. Suoni freddi accostati alla bella e pulitissima voce del cantante italo-albanese, Ermal Meta.
Una voce che sa raggiungere gli acuti di Sangiorgi (Negramaro) e sa tenersi su toni anche più bassi, stile Francesco Bianconi (Baustelle). Ed è proprio nella lingua madre di Ermal Meta che cantano Ne doren tende. Oltre che molto melodica, essa è cantata in maniera stupefacente e, nonostante il testo sia incomprensibile per chi non conosca l’albanese, strappa davvero profonde emozioni. Forse sarà meno famosa di Storia di una favola, ma merita veramente la nostra attenzione proprio per la cura con cui è stata composta. Il gruppo rivela di voler dare massimo sfogo alla creatività senza porvi alcun limite.
Anche i testi non hanno nulla da invidiare per intensità e poesia a quelli di band molto più affermate. Il progetto di questo gruppo pugliese è davvero interessante. Soprattutto per le novità che riesce a proporre. Il successo sembra arridere già a questa giovane formazione. I La fame di Camilla Hanno infatti vinto il premio come miglior demo dell’anno nella trasmissione Demo Rai di Radio Uno. Sono stati inoltre riconosciuti come miglior band della settimana su Kataweb. Sicuramente riusciranno ancora a regalarci qualcosa di importante. Vi consigliamo di non perderli di vista.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
6/06/2009
“L’amore non è bello” è il titolo del terzo album del cantautore emiliano Dente, nuovo fenomeno del panorama musicale italiano: un cd che oscilla tra ironia e serietà affrontando con simpatia e intelligenza l’argomento amore
L’AMORE È BELLO? MA ANCHE NO
Qualche mese fa ci lamentavamo dello scadere della musica italiana in questo periodo. Ma i fatti sembrano smentirci, menomale. Di chi è il merito? Arriva da Fidenza, ha 33 anni e si fa chiamare Dente. Nel 2009 ha pubblicato con la Ghost Records il suo terzo album: “L’amore non è bello”. Lo stile è quello della migliore produzione cantautoriale nostrana, arricchita però dal fondersi insieme delle tradizioni musicali dei vecchi maestri. In bilico tra ironia e serietà, il ragazzo emiliano-romagnolo, con simpatia, si occupa d’amore. Scordiamoci le atmosfere undergound pessimiste (ma non per questo deprecabili) di Vasco Brondi (“Le luci della centrale elettrica”) per immergerci in un mondo più surreale e sereno. Resta comunque la semplicità ad accomunare i due artisti emiliani. In La presunta santità di Irene, prima canzone del cd, si capisce subito quale sarà lo stile. C’è molto Battisti in questo pezzo, dai coretti all’arrangiamento, molto in stile Il mio canto libero. Si passa poi a Incubo. Nonostante il titolo, l’atmosfera è tutt’altro che triste.
La chitarra ricorda molto quella dei Kings of Convenience. Ma perché l’amore non è bello? Perché va visto anche nella sua faccia meno triste, più cinica, senza mai perdere però il romanticismo. Scusate l’ossimoro, ma mi spiego subito. Prendete Buon Appetito (la traccia numero 6). Alla voce di Dente si aggiunge anche quella di Vasco Brondi: “Sapessi che felicità mi dà l’idea di non vederti più, l’idea di non fidarmi più qualsiasi cosa mi dirai. Sapessi che felicità mi dà l’idea di non toccarti più, l’idea di non seguirti più in tutto ciò che fai. Ho messo le mani in tasca e ho sputato sulla tavola. Buon appetito amore mio! Sapessi che felicità mi da l’idea di non sapere più quando cammini dove vai, quanto dormi e con chi lo fai; di tutte le lacrime che hai, quante ne piangerai? Quantificando il male che mi fai, hai visto che non finisce mai?”.
È veramente così che va. Si viene lasciati, le storie finiscono, ci si illude di poter fare qualcosa ma a volte la cosa migliore da fare è sputare sulla tavola e dire buon appetito amore mio. Interessante questo graffiante umorismo di Dente che si rivela un cantante ottimo e uno, finalmente, con delle idee. Niente stranezze o stravaganze. Un cd piacevole tutto da ascoltare e riascoltare come facciamo con i nostri vecchi Anima Latina, Stagioni o Storia di un impiegato. Ci voleva proprio questo remake della nostra musica. Anche perché la nostra lingua è fatta per una chitarra, a questo giro, quella di Dente.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
“Amiche per l’Abruzzo” è il nome del grande concerto di solidarietà organizzato da Pausini, Nannini, Elisa, Giorgia e Mannoia, che si terrà a L’Aquila il prossimo 21 giugno e che vedrà sul palco ben 40 artiste
UN GRANDE SPETTACOLO PER L’ABRUZZO
Nella serie di iniziative promosse dal mondo della musica per aiutare le popolazioni abruzzesi colpite dal sisma dello scorso 6 aprile, si inserisce una nuova manifestazione: “Amiche per l’Abruzzo”. Si tratta di un evento musicale tutto al femminile le cui promotrici sono le cantanti Laura Pausini, Gianna Nannini, Elisa, Giorgia e Fiorella Mannoia. Il concerto, che vedrà la partecipazione di ben 40 artiste, si terrà il 21 giugno prossimo allo stadio San Siro di Milano. Si tratta di una manifestazione che, oltre ad avere intenti benefici, offrirà uno spettacolo più unico che raro. Laura Pausini, una delle più attive organizzatrici, ha spiegato infatti che l’idea è quella di riuscire a raccogliere fondi da destinare alla ricostruzione dell’Abruzzo, regalando uno spettacolo davvero unico. Tra i nomi delle artiste che aderiranno all’iniziativa, tutte rigorosamente donne, troviamo Noemi, Ornella Vanoni, Loredana Bertè, Giusy Ferreri, Karima e Irene Fornaciari. Per l’occasione pare addirittura che Gianna Nannini abbia scritto un pezzo inedito.
La Pausini stessa ha dichiarato: “La Nannini ha scritto un brano apposta per questo concerto, che non sarà in vendita ed eventualmente potrà essere ascoltato solo nel dvd che forse uscirà tra qualche mese. Il testo è pazzesco, bellissimo. Noi madrine dell’iniziativa lo canteremo insieme per contribuire a rendere quest’evento ciò che vogliamo diventi: uno spettacolo memorabile e unico nel quale il pubblico potrà interagire”. Tra le performances programmate ci sono diversi duetti: quello tra Syria e L’Aura sulle note di Natural woman, un altro tra la Pausini e Giorgia sulle note di Gocce di memoria, la Nannini canterà La solitudine sempre con la Pausini e via così. Ci saranno poi altre artiste che eseguiranno brani di Aretha Franklin, si esibiranno anche Patty Pravo e Alice, mentre molte altre, come Ornella Vanoni, manderanno dei videomessaggi. La Pausini ha invitato per l’occasione anche Mina, ma non si sa ancora se ed in che modo parteciperà all’evento.
La cantante romagnola ha poi tenuto ad aggiungere che non ci sarà alcun playback; sarà uno spettacolo tutto rigorosamente dal vivo, costruito davanti al pubblico presente allo stadio ed agli ascoltatori che potranno sintonizzarsi su una delle reti radiofoniche che lo seguiranno. “Amiche per l’Abruzzo” sarà un evento di portata nazionale in quanto lo spettacolo di San Siro verrà trasmesso in diretta sulle 13 principali radio italiane come Radio Deejay, Radio 101, Radio RAI, M2O e molte altre ancora, in modo che questo concerto possa raggiungere l’ipotetica cifra di 30 milioni di ascoltatori.
I fondi ricavati verranno devoluti in parte all’associazione “Aiutiamoli a vivere” ed in parte saranno destinati all’acquisto di case e alla ricostruzione della scuola “Edmondo De Amicis” di L’Aquila. In proposito ha fatto scalpore la dichiarazione della sempre provocatrice Loredana Bertè, la quale si è augurata: “Spero che vengano ricostruite prima le case e poi le chiese”. A conclusione dell’evento, il gran finale sembra spettare a Il mio canto libero di Lucio Battisti. Per ora sembra la canzone prescelta, con quei versi che sembrano scritti apposta: “Pietre, un giorno case ricoperte dalle rose selvatiche, rivivono, ci chiamano”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI MAGGIO
30/05/2009
In occasione della fine del Giro d’Italia del centenario vi offriamo un viaggio tra le canzoni che negli anni hanno celebrato questa storica corsa ed hanno raccontato l’eroica fatica e la vita dei grandi campioni della bici
CANTO E MI ALZO SUI PEDALI
Come ogni anno, tra maggio e giugno, sulle strade d’Italia si corre il Giro d’Italia. Quest’anno, poi, abbiamo assistito ad un evento speciale dato che ricorreva il centenario di questa manifestazione che riunisce l’intera nazione sotto l’insegna di uno sport nobile fatto di passione, sacrificio e fatica, come appunto il ciclismo. Da sempre la bici ed i ciclisti affascinano e fanno sognare: abbiamo tutti nella memoria le imprese in bianco e nero di Coppi e Bartali, o le vittorie esaltanti del “Cannibale”, il belga Eddie Merckx. Proprio per il fascino che suscita la bici ed il romanticismo di questa antica disciplina, i cui protagonisti non sono solo campioni, ma veri e propri eroi, molte sono le canzoni ispirate alle due ruote. La durezza di questo sport di altri tempi e la passione della gente comune che lo segue sulle strade le troviamo nella celeberrima Bartali di Paolo Conte: “Mi piace restare qui sullo stradone impolverato, se tu vuoi andare vai, e vai che io sto qui che aspetto Bartali scalpitando sui miei sandali; da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro, tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano”.
Le stesse immagini in bianco e nero ce le evoca Bellezza in bicicletta, una canzone del 1951, che ha preso il titolo dall’omonimo film Bellezze in bicicletta, le cui attrici protagoniste sono Silvana Pampanini e Delia Scala: “Ma dove vai bellezza in bicicletta, così di fretta pedalando con ardor? Le gambe snelle, tornite e belle m’hanno già messo la passione dentro al cuor!”. Grande appassionato di bici, Paolo Belli ha dedicato in più di un’occasione la sua musica alle due ruote ed al Giro, la prima volta con i Ladri di Biciclette in Sotto questo sole e la seconda volta, nel 2005, con È un gran bel Giro, sigla della corsa a tappe di quell’anno. Il legame tra la musica d’autore e la bicicletta è un fatto assodato; anche Francesco De Gregori ha reinterpretato una vecchia canzone, Il bandito e il campione, dedicata al mitico Girardengo: “Vai Girardengo, vai grande campione, nessuno ti segue su quello stradone. Vai Girardengo, non si vede più Sante, è dietro quella curva, è sempre più distante”.
Un altro cantautore che ha scritto un bel brano, poi diventato sigla del Giro, è Enrico Ruggeri. Nel brano Gimondi e il Cannibale ricorda le eroiche gesta di due grandi protagonisti del ciclismo: “Cento e più chilometri alle spalle e cento da fare...di sicuro non arriva più qualcuno dei miei, tutta quella gente che ti grida ‘non ti fermare’ e tu che mi vuoi lasciare. Non ci provare, non mi stancherò. Scivolano case tra persone fuori a guardare, ci sarà riparo al vento lungo questo pavé? Ci sarà la polvere che nel respiro mi sale, ma non mi potrò voltare, non mi chiamare non risponderò”. Infine, non potevamo non ricordare quello che del ciclismo è stato un tragico eroe, per le gesta sulla strada e per la sua triste fine: Marco Pantani, il “pirata”.
A lui gli Stadio hanno dedicato una struggente canzone in cui è riassunta la vita di questo atleta, prima portato in trionfo da tutti e poi abbandonato nel momento più difficile: “Mi chiamano Marco, Marco il ciclista. Ma è che alle volte si perde la strada, perché prima o poi ci sono brutti momenti. Non so neppure se ero un pirata, strappavo la vita col cuore e coi denti e se ho sbagliato non me ne son reso conto. Ho preso le cose fin troppo sul serio, compreso anche il fatto di aver ogni tanto esagerato per sentirmi più vero. E ora mi alzo sui pedali come quando ero bambino, dopo un po’ prendevo il volo dal cancello del giardino e mio nonno mi aspettava senza dire una parola, perché io e la bicicletta siamo una cosa sola”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Dopo la strage di Capaci, Jovanotti scrisse “Cuore”, un messaggio inciso su un leggero sottofondo di battiti, dedicato ai ragazzi che si ribellavano al potere dei boss: da allora sono stati tanti i brani di denuncia antimafiosa
MUSICA CHE BATTE CONTRO LA MAFIA
La scorsa settimana è stato celebrato il diciassettesimo anniversario della strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca e tre agenti della scorta. L’occasione per non dimenticare uno dei momenti più bui della nostra recente storia repubblicana, con l’avvio deciso di una strategia di attacco allo Stato che terrorizzò i cittadini, ma al contempo li spinse a ribellarsi, a rispondere, a scendere in piazza per manifestare la propria indignazione, la rabbia, il dolore. La musica non rimase immobile, ma partecipò a questo movimento spontaneo attraverso la sensibilità di alcuni cantautori, consapevoli della necessità di dare un segnale oppure semplicemente bisognosi di esprimere il proprio stato d’animo. Così, nel 1992, dopo i funerali di Falcone, Jovanotti compose Cuore, che non è proprio una canzone, bensì un messaggio recitato su una struttura musicale minimalista, in cui prevale il suono del battito di un cuore. Un messaggio dedicato soprattutto a quei ragazzi che allora si mobilitarono per urlare il proprio no alla mafia.
Anche Luca Carboni ha scritto, prima delle stragi, il suo canto antimafia. Nella sua Alzando gli occhi al cielo, il cantautore emiliano si chiede: “Come fanno i capi della mafia a non pentirsi? Come fanno certi potenti a non convertirsi? Loro lo sanno quanto male fanno, loro lo sanno quanto è solo un uomo e sanno bene quanta paura c’è dentro ad ogni cuore. E sanno bene come ci si arrende, come ci si arrende e come ci si stanca di sognare di cambiare il mondo”. Ed è del 1992 anche un altro brano, Fight da faida, scritto e interpretato da Frankie Hi Nrg Mc: un appello al Sud, invitato a ribellarsi, a uscire dalla prigione del sangue (“Sud non ti fare castrare dal potere criminale che ti vuole fermare: guastagli la festa, abbassagli la cresta”). Due anni dopo, al Festival di Sanremo, è l’eclettico Giorgio Faletti a cantare contro la mafia, nella sua Signor Tenente, il monologo-sfogo in musica di un carabiniere semplice, un giovane di 20 anni che vive la paura di portare la divisa in quegli anni, gli anni delle scorte saltate in aria insieme ai giudici che proteggevano, scorte fatte da uomini semplici pagati meno dei loro stessi assassini.
Allontanandoci da quegli anni, troviamo tante altre canzoni che hanno per argomento la lotta alla mafia. Una è divenuta particolarmente celebre grazie alla vittoria del Festival di Sanremo Giovani nel 2007. Pensa, scritta e cantata dal giovane Fabrizio Moro, è un brano dedicato a Falcone e Borsellino ed a tutte le vittime della mafia. Un canto rabbioso, intenso, emozionante che si chiude con la forza eterna degli esempi: “Ci sono stati uomini che hanno continuato nonostante intorno fosse tutto bruciato, perché in fondo questa vita non ha significato se hai paura di una bomba o di un fucile puntato. Gli uomini passano e passa una canzone, ma nessuno potrà fermare mai la convinzione che la giustizia no…non è solo un’illusione”.
Anche i Modena City Ramblers hanno portato al successo due splendide canzoni sull’argomento: I cento passi, che racconta la storia di Peppino Impastato, e La Banda del sogno interrotto, dedicata a tutti quei siciliani che hanno deciso di restare e continuato a lottare, che non si sono lasciati intimidire, che hanno “volantinato Zen e Acquasanta e non so quanti altri quartieri, intanto il governo ha sbloccato gli appalti e la mafia riapre i cantieri”. Altri due brani più recenti sono Fiorirà di Piero Pelù, in cui si parla di una speranza di cambiamento che però arriverà dopo tanti anni di “letargo” e di “fango”, e I picciotti della benavita, cantata da Caparezza insieme agli Anti Anti e a Diego Perrone, un canto di denuncia contro la commistione tra mafia e politica. Da segnalare, infine, anche Ciuri di campo, una poesia scritta da Peppino Impastato, musicata e interpretata da Carmen Consoli e i Lautari.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
23/05/2009
In queste settimane sta passando nelle radio il singolo “Domani”, cantato da ben 56 artisti italiani riuniti nel nome della solidarietà per l’Abruzzo: un’iniziativa non nuova alla musica, con precedenti di grande successo
CANTARE PER GLI ALTRI
La musica è un linguaggio universale ed in certi casi diventa anche un nobile strumento per perseguire obiettivi lodevoli. Proprio in questi giorni sta passando nelle radio il singolo Domani. Si tratta di un brano che ha visto la partecipazione di moltissimi cantanti italiani i quali si sono riuniti in musica allo scopo di raccogliere dei fondi per dare una mano alla ricostruzione dell’Abruzzo dopo il sisma del 6 aprile. Il progetto, che ha ricevuto un forte impulso grazie all’impegno di Jovanotti (non certo nuovo a progetti musicali finalizzati a scopi di solidarietà) e Giuliano Sangiorgi, ha visto la partecipazione di 56 artisti italiani, da Carmen Consoli a Venditti, Ligabue, Grignani, Pelù, Zucchero, Elisa e tanti altri. Tutti questi cantanti sono stati riuniti per un progetto con una finalità ben precisa: la musica italiana ricostruisce il Conservatorio Casella e la sede del Teatro Stabile dell’Aquila. Il tutto è stato deciso da Caterina Caselli, la quale ha organizzato il tutto, partendo dalle telefonate e dagli incontri.
Una iniziativa che ricorda quella che, negli Usa, nel 1985, portò le più grandi stelle canore americane a riunirsi con il nome di “Usa for Africa”, allo scopo di incidere una canzone i cui proventi furono devoluti alla popolazione dell’Etiopia, colpita da una terribile carestia. Artisti del calibro di Tina Turner, Stevie Wonder, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Ray Charles, Lionel Richie, Michael Jackson e tanti altri si unirono per cantare il brano We are the world, scritto proprio da Richie e Jackson e divenuto un successo mondiale, con la vittoria di tre “Grammy award” e con circa 16 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Progetti simili fortunatamente non sono troppo isolati e spesso capita che in concomitanza con emergenze più o meno improvvise il mondo della musica si mobiliti. Un altro celebre esempio è la manifestazione “Pavarotti & friends”, organizzata a partire dal 1992 dal tenore Luciano Pavarotti assieme alla seconda moglie Nicoletta Mantovani per sostenere cause umanitarie.
La formula consisteva nell’invitare a duettare per un giorno, a Modena, una serie di cantanti nazionali ed internazionali. Tra le cause sposate dal “Pavarotti & friends” troviamo, ad esempio, nel 1993 quella del sostegno ai bambini della Bosnia, mentre nel 2002 ai bambini dell’Afghanistan. Rimanendo in Italia, non si può non ricordare la splendida canzone Si può dare di più, scritta per Sanremo da Morandi, Ruggeri e Tozzi. Questo brano, visto il suo contenuto, è diventato un vero e proprio inno di solidarietà ed è diventato l’inno ufficiale di un altro progetto benefico che è quello della Nazionale italiana cantanti, una squadra di calcio formata da cantanti italiani, fondata nel 1981 da Mogol, che si era basato su precedenti esperienze di azioni ed incontri sportivi finalizzati alla solidarietà. Il funzionamento della Nazionale cantanti è in tutto e per tutto simile a quello dei club calcistici, sebbene tutto sia interamente finalizzato al finanziamento di progetti di aiuto.
Tra le altre iniziative benefiche promosse dal mondo della musica, viene subito alla mente il progetto “Rezophonic”. Si tratta di un progetto musicale e sociale organizzato nel febbraio 2006 da Mario Riso, noto batterista rock nonché cofondatore dell’emittente satellitare Rock Tv. Il progetto Rezophonic si è basato sulla realizzazione di un cd in cui i brani sono stati cantati e suonati dai più famosi e talentuosi artisti italiani, tra cui Marco Cocci, Giuliano Sangiorgi, Roy Paci ecc., oltre che sulla realizzazione di live con tutti questi artisti riuniti sul palco, i cui ricavati sono stati e continuano ad essere devoluti all’associazione Amref (African Medical and Research Foundation).
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
“Tonight: Franz Ferdinand” è l’ultimo lavoro dei Franz Ferdinand, gruppo indie scozzese che alterna stili diversi in un’atmosfera tipicamente da club londinese: già usciti i primi due singoli, Ulysses e No you girls
L’INDIE DEL “LEVARE”
“Tonight: Franz Ferdinand”. Ci sembra il cartello posto sulla vetrina di un club, e non ci sbagliamo di troppo. Vediamo perché. Il titolo dell’ultimo cd della band indie scozzese Franz Ferdinand si propone proprio di promuovere musica da club. Si alternano infatti stili diversi: dance, rock, dub. Musica ballabile ma anche da gustare insieme a un gin lemon in un pub londinese. In pieno stile Franz Ferdinand coretti e coretti distorti. Il gruppo ha fatto uscire due singoli: Ulysses, molto ballabile perché molto ritmica, quasi africana per certi versi così come No you girls, praticamente impossibile rinunciare a saltellare su questi pezzi.
Altre canzoni come Bite hard si propongono come ulteriore alternativa alla musica techno o elettronica. Il tempo si regge tutto sul “levare” più che sul battere (è la differenza tra uno ska o un reggae e il rock). Sperimentalismi interessanti e ben riusciti. Forse “Tonight: Franz Ferdinand” è il miglior cd per avvicinarsi a questo gruppo. Ma l’emozione più grande, anche in questo caso come in molti altri, resta sempre andare a un concerto e farsi letteralmente travolgere da una bolgia che salta, canta, si muove. Di certo non è una musica da schizzinosi, da intenditori con la puzza sotto il naso.
Forse più commerciale di altri cd. Più spendibili pezzi come Ulysses rispetto a Eleonor put your boots back on (dal cd “You can have it so much better”). Può piacere anche a chi non ha sempre gusti raffinati e non conosce questo gruppo molto, molto alternativo e innovativo. Ai neofiti e ai curiosi consigliamo, da ascoltare assolutamente, Jaqueline, Walk Away e Matinee. Non ci resta che aspettare di sentirli dentro uno dei nostri locali, in alternativa alle solite Hot and cold e Poker face. Con tutto il rispetto per Kate Perry e per Lady Gaga, s’intende.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
16/05/2009
The Vocapeople è il nome di una performance vocale che otto cantanti israeliani mettono in scena a teatro combinando suoni vocali e canto “a cappella”: un viaggio divertente tra diversi generi musicali suonati a voce
DEGLI STRAORDINARI “MUSICISTI VOCALI”
Il web, ormai si sa, è un luogo centrale per la circolazione della musica. Navigando su internet è facilissimo imbattersi in generi musicali, gruppi e cantanti che la maggior parte del pubblico non conosce o non consuma abitualmente. Così, soprattutto attraverso i network youtube, myspace e facebook, è spesso possibile ascoltare e guardare le esibizioni di artisti davvero bravi che colpiscono positivamente il nostro gusto musicale. In questo momento, sta spopolando in rete il video di un gruppo di artisti israeliani, The Vocapeople, che si cimenta nell’antica arte del canto “a cappella”, vale a dire quella particolare maniera di cantare senza l’ausilio di strumenti musicali o di effetti sonori. Tutto si svolge attraverso la voce dei cantanti, in un alchimia di tonalità acustiche che finiscono per ricreare i suoni degli strumenti. Il canto “a cappella” ha origini antichissime, risalenti addirittura all’epoca greca, ma nella sua accezione moderna esso trova la sua origine nei canti gregoriani, che, senza l’intervento dell’organo o di altri strumenti, erano basati sulla sola voce dei monaci e dei chierici che costituivano la schola cantorum. I membri della schola cantorum per cantare si ponevano spesso in una cappella laterale della chiesa: da qui il nome del genere “a cappella”.
I Vocapeople riprendono, dunque, una tradizione che annovera, negli ultimi decenni, alcuni gruppi internazionali, primi fra tutti i King’s Singers, formazione inglese nata sul finire degli anni ‘60 che, in 40 anni di musica, ha riscosso notevole successo. Più recentemente, con il nuovo millennio, si sono affacciati sulla scena internazionale anche i Van Canto e i The Blanks. In Italia, invece, sono stati i Neri per Caso a portare al successo un genere abitualmente relegato al solo ambito ecclesiastico. Il gruppo campano, infatti, è salito alla ribalta nel 1995, con la novità rappresentata da canzoni allegre e spensierate cantate “a cappella”. Da allora, in Italia sono stati tanti i gruppi che hanno cominciato ad abbracciare questo genere, avendo i Neri per Caso come punto di riferimento. Tornando ai Vocapeople, però, va detto che in questo caso siamo davanti a qualcosa di veramente particolare. Vocapeople, infatti, non è un gruppo vero e proprio, ma è soprattutto il nome della performance vocale che otto cantanti mettono in scena a teatro, combinando suoni vocali e canto “a cappella” con l’arte del moderno beat-box. La Human beat-box è la capacità di ricreare brani musicali, solo con la propria voce e con la bocca come cassa di risonanza, usando la fantasia e il ritmo.
Esattamente quello che potete trovare nelle esibizioni dei Vocapeople, otto israeliani, vestiti di bianco e truccati in maniera bizzarra, capaci di partire da un canto gregoriano e dall’Alleluja, per poi proseguire improvvisamente con lo ska e saltare, a tempo di rock, tra Tutti Frutti, I get around e Long train running, fino al cuore degli anni ’80 e a tre canzoni simbolo: Holiday, Billie Jean e Sweet dreams. E il viaggio “a cappella” non si ferma, toccando anche gli anni ’90 e i generi più disparati, dalla latina Macarena alla dance I like to move it, passando per Baby one more time di Britney Spears, fino a toccare l’inizio del nuovo secolo con il successo di Bob Sinclair (The rock party – Everybody dance now). Una performance davvero da ascoltare e vedere, artisticamente divertente, musicalmente ineccepibile, in cui stenterete a credere che non vi sia l’intervento di strumenti. The Vocapeople è uno spettacolo musical-teatrale ideato e diretto da Lior Kalfo, con arrangiamenti di Shai Fishman, prodotto da Lior & Revital Kalfo. Le otto voci sono: Boaz e Inon Ben David, Adi Cesare, Oded Goldstien, Eyal Cohen, Adi Kozlovsky, Naama Levy, Liraz Rahmin. Se volete ascoltarli o vederli potete andare sul loro myspace, all’indirizzo http://www.myspace.com/vocapeople. Oppure cercateli su youtube. Ne vale la pena. Buon divertimento.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Parole in musica- Spesso ci sono brani e melodie che cominciano a girarci per la testa, lasciandosi canticchiare in ogni momento, ma in molti casi è la “mente” ad entrare in musica, attraverso canzoni divenute leggenda
LE CANZONI CHE RITORNANO IN MENTE
Capita spesso che delle canzoni comincino a girarci per la testa senza la possibilità di liberarcene. Ci ritroviamo a canticchiarle ovunque mentre siamo intenti a fare qualsiasi cosa. Viceversa, può capitare che sia la “mente” a trovarsi dentro la musica. La mente è nella maggior parte dei casi la sede dei ricordi, mentre in altri casi dal suo grado di apertura verso il mondo si fa dipendere il modo d’essere di una persona. Tante sono le canzoni celebri in cui troviamo la nostra parola chiave, e la prima non può che essere Mi ritorni in mente, grande successo dell’intramontabile Lucio Battisti. Il brano, uscito nel 1970 all’interno dell’album “Emozioni”, parla dei ricordi di un uomo, forse un po’ distorti dall’amore, ricordi quasi misti al sogno, che trasformano in angelo la donna amata: “Mi ritorni in mente bella come sei, forse ancor di più. Mi ritorni in mente dolce come mai, come non sei tu. Un angelo caduto in volo, questo tu ora sei in tutti i sogni miei”.
Altra canzone nota della musica italiana degli anni sessanta è Ho in mente te, cantata dall’Equipe 84. Si tratta della versione italiana del brano You were on my mind del duo folk Yan & Sylvia. Qualunque cosa faccia, in qualsiasi momento della giornata, l’uomo innamorato ha in mente la sua donna: “Apro gli occhi e ti penso ed ho in mente te, ed ho in mente te. Io cammino per le strade, ma ho in mente te, ed ho in mente te. Ogni mattina uoh uoh, ed ogni sera uoh uoh, ed ogni notte te”. Anche nel panorama musicale internazionale troviamo brani intramontabili come Georgia on my mind. Si tratta di un pezzo scritto nel 1930 e reso celebre dalla cover fatta nel 1960 dal leggendario Ray Charles. Il brano parla ambiguamente di una Georgia, che può essere intesa sia come una donna, sia come lo stato americano della Georgia: “Georgia, Georgia, the whole day through just an old sweet song keeps Georgia on my mind (trad. Georgia, Georgia, durante tutto il giorno solo una vecchia dolce canzone tiene Georgia nella mia mente)”.
Altra bella canzone, stavolta appartenente al panorama musicale europeo, è Open your eyes del gruppo rock tedesco Guano Apes. Nel testo si legge: “Open your eyes, open your mind, proud like a god don’t pretend to be blind trapped in yourself, break out instead, beat the machine that works in your head” (trad. Apri i tuoi occhi, apri la tua mente, orgoglioso come un dio non fare finta di essere cieco, intrappolato in te stesso, cerca di uscire, batti la macchina che lavora nella tua testa). Sempre di mente, ma stavolta con un gioco di parole, parlano i Negramaro in Scomoda-mente. Infine, abbiamo il mitico John Lennon con il brano Mind games, nel quale il cantautore pacifista dice: “Facciamo insieme giochi mentali, cercando di infrangere le barriere, di piantare semi giocando alla guerriglia mentale, cantando il mantra, pace sulla terra. Giochiamo da sempre questi giochi mentali”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
9/05/2009
“Helldorado”, l’ultimo disco dei Negrita, è un insieme di sonorità ed atmosfere rock, reggae e latine che scorrono attraverso dodici tracce ricche di Sud, di sole e di parole di denuncia contro “l’inferno dorato” in cui viviamo
UNA BABELE DI SUONI NEL MONDO DEI NEGRITA
A distanza di tre anni, i Negrita sono tornati con il loro ultimo lavoro dal titolo “Helldorado”. Il disco, composto da dodici tracce, è un perfetto mix di rock (non più acido, ma melodico), reggae e ritmi sudamericani. A primo ascolto la sensazione prevalente è quella di ascoltare un lavoro multietnico, che mescola colori, sapori e suoni provenienti da diverse parti del mondo. Questa sensazione è anche confermata dall’utilizzo di ben 5 lingue diverse: il dialetto congolese di Radio Conga, il franco-spagnolo di Malavida en Buenos Aires e Soy Taranta, l’anglo-spagnolo di Muoviti!, Salvation e Notte Mediterranea, l’inglese di Brother Joe, il portoghese a conclusione di Ululallaluna. Una “babele” linguistica che ben si amalgama con l’ispirazione e le sonorità del lavoro complessivo. Sebbene le tematiche toccate siano molteplici, compresa quella sociale, il tono utilizzato non è mai pesante e rassegnato, ma sempre positivo, ottimista e solare. In questo lavoro, ricco di energia e carica, c’è davvero il sole dentro. In tal senso, ci ha colpiti particolarmente Gioia infinita, dove è presente anche la tromba di Roy Paci.
Si tratta di un brano allegro, solare, che dà serenità e gioia infinita, per l’appunto. Le tematiche più prettamente sociali sono invece affidate a Radio Conga, Salvation, Il ballo decadente e Il libro in una mano, la bomba nell’altra. Ciò che colpisce è sempre l’energia con cui tali argomenti sono affrontati ed il ritmo incalzante di pezzi come Il ballo decadente, che su una melodia perfettamente ballabile denuncia: “Questo è il ballo decadente che non ce ne frega niente! Di quello che succede e che sarà! Mentre affonda lo stivale, c’ha un processo da evitare e il parlamento fa la hola!…olè!!! Mira Mira Mira Mira Mi…Miracoli d’Italia! Puoi morire di tutto, non di noia”. Insieme alle trascinanti Soy Taranta e Notte Mediterranea, troviamo la dolcissima Che rumore fa la felicità. Sebbene questo brano sia stato il primo singolo estratto dal cd, sembra anche essere quello che meno si amalgama con il resto dei brani.
Si tratta di una ballata in cui si esalta la bellezza della vita in tutte le sue sfaccettature e la bellezza di condividerla con qualcuno che si ama: “Insieme, la vita lo sai bene ti viene come viene, ma brucia nelle vene e viverla insieme è un brivido, è una cura, serenità e paura, coraggio ed avventura da vivere insieme, insieme, insieme, insieme … a te”. Per quanto riguarda, invece, il secondo singolo, Radio Conga, esso rappresenta perfettamente il contenuto di “Helldorado” (un bel gioco di parole per indicare forse il mondo in cui viviamo, un inferno dorato). In questo brano sentiamo ed assaporiamo tutto il Sud del mondo, senza distinguere se la giungla da cui trasmette radio Conga si trova in Africa o in Brasile: “È in onda Radio Conga dal centro della Jungla… C’è qualcuno là sopra? (May-day, may-day!) No victoria…ma vana gloria…(and the party is over ). Se c’è tensione si cura con gli idranti…qualcuno muore, pazienza siamo in tanti, tragico errore, spariscono le prove…e la prigione è solo per chi ruba polli. Lavoro nero pagato con denaro nero, nera la rabbia, nera la stagione, nera la fame, nera la rivoluzione…l’Africa nera è solo a 4 passi di qui!”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Parole in musica- C’è chi la faccia la usa come maschera per nascondere le proprie emozioni o il proprio reale modo d’essere: in molte canzoni, invece, essa diventa spesso il mezzo attraverso cui manifestare se stessi
LE CANZONI “CI METTONO LA FACCIA”
Il primo impatto con una persona, ciò che colpisce immediatamente la memoria, insomma la prima impressione viene offerta dalla faccia. Spesso le connotazioni fisiche, nel loro insieme, contribuiscono a creare un’immagine di una persona che può combaciare o meno con l’animo, con ciò che si ha dentro. Nelle canzoni e nelle poesie il concetto di faccia o viso o volto è spesso utilizzato per indicare non tanto l’aspetto esteriore, esclusivamente estetico, quanto il modo d’essere, l’interiorità che contraddistingue ciascuno di noi. La faccia viene intesa come strumento attraverso cui manifestare e portare all’esterno i sentimenti che ci animano dentro. L’intramontabile Lucio Battisti, nel brano La luce del viso, ha cantato: “Per insignificanti movimenti tanti e tanti il volto è tutto; e tutto sta raccolto sopra il tuo bel volto”, come a dire che il volto ricomprende in sé non solo l’apparenza, ma anche l’essere.
Anche la Bandabardò, nella canzone Vento in faccia, parla di una faccia che con difficoltà riesce a cambiarsi per celare e non far trasparire ciò che passa per la testa e ciò che risiede nel cuore: “La mattina mi ci vuole una foto incollata sul viso per salvare l’apparenza che non inganna. Sono in stato evidente da cambiare programma. Vento in faccia, alzo le braccia pronto a ricevere il sole!”. Quando la faccia rappresenta tutto quello che sei, è un po’ come dire che tu sei quello lì, quello che si vede guardando il tuo viso. In questo senso Ligabue, nel pezzo Con queste facce qui, canta: “Può darsi tu non sia come ti volevano, se ti consola come te ci siamo in un bel po’, perciò oh!... perciò tu sei quello lì, perciò oh!... perciò noi siamo questi qui. Con queste facce qui, con queste facce qui, contenti oppure no siam questi qui perciò, tra pregi e limiti”.
Nella canzone Faccia al muro di Francesco Renga, la faccia contro il muro indica una condizione di disagio e sofferenza, mentre in Piccola faccia di Cristina Donà, la dimensione del viso sembra in realtà indicare la fragilità della persona: “Canta ancora gentile, percossa vedo l’anima e la sua ferita bianca, sotto la luce scorre la tua pelle non tenerla nascosta”. Infine, il cantautore siciliano, Mario Venuti, dice che bisogna sempre metterci la faccia, qualunque cosa si faccia, prendendosi la responsabilità di quello che si dice e si fa, in poche parole di ciò che si è: “Bisogna metterci la faccia, che tu non voglia o che ti piaccia, bisogna metterci la faccia qualunque cosa tu dica o tu faccia. Si può infrangere la legge ma non c’è un make-up per l’anima”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
3/05/2009
Il concerto del Primo maggio, a Roma, è stato un vero e proprio successo di pubblico e di ascolti, con l’attesa esibizione di Vasco Rossi e con tanti contenuti e momenti di riflessione sottolineati dalla musica di tanti grandi artisti
LA MUSICA C’È E NON È SOLO VASCO
Ventesimo anniversario del concertone di Roma. Quest’anno lo slogan è “Il mondo che vorrei”. Proprio come la canzone di Vasco Rossi, grande ospite e attesissimo al concerto. La sua l’esibizione sicuramente più attesa. Si presenta sul palco con l’immancabile cappellino e gli occhiali da sole. Alla folla letteralmente in delirio, nonostante le ore di sole sotto il cielo romano, il Blasco regala un’ora di emozioni. La rockstar di Zocca ha aperto con Stupendo per continuare poi con Non appari mai, T’immagini, Sally, C’è chi dice no, Gli spari sopra, Vieni qui, e concludere con Il mondo che vorrei. Un vero e proprio concerto nel concerto per la gioia dei presenti e degli spettatori da casa, a anche dell’emittente televisiva. Per Raitre, infatti, boom di share con punte fino a 4.000.000 di collegamenti durante l’esibizione del Vasco nazionale. Numeri che doppiano quelli degli anni passati. Ma al di là di questo la maratona musicale è andata avanti per otto ore e ha visto succedersi sul palco il meglio della musica italiana dei circuiti più o meno paralleli.
Facciamo qualche nome: Dente (cantautore di recentissimo successo con l’album “L’amore non è bello”, 2009), i Marta sui Tubi, Après la classe. E poi gli evergreen sempre meno green ma comunque in forma: Bennato, PFM, Nomadi. E ancora gli immancabili Afterhours, Godano dei Marlene Kuntz, e Samuel dei Subsonica e poi il mattatore Caparezza e la Bandabardò. L’aspetto sempre più interessante del mitico concertone del Primo maggio è e resta la contaminazione, lo sperimentalismo (ad esempio l’intro di Uno dei Marlene tutta fatta sugli armonici della chitarra diversamente dalla versione originale). Mi spiego. Quando ricapita di rivedere sullo stesso palco a cantare la stessa canzone Manuel Agnelli, Cristiano Godano, Samuel dei Subsonica? In tv poi? Una vera libidine sia per chi scrive sia per chi ama queste voci. Il concertone è una vera e propria festa. Si può stare lì o girare per la città più bella del mondo con il vostro sottofondo preferito.
Sul palco vi sono amici che si rincontrano e suonano per una folla oceanica. Gli artisti sul palco non si risparmiano, pochi testi e quindi via con la voce al massimo senza alcun bisogno né voglia di risparmiare energie. È anche il modo migliore di regalare visibilità a chi non ne ha così tanta. A chi non si vergogna di propugnare un certo tipo di valori (ne abbiamo già parlato in questa sezione la settimana scorsa). Il concerto contribuisce a unire, a cementare sotto un’unica bandiera una generazione senza maestri che magari invece di andare al mare o dormire fino al pomeriggio si mette a guardare, ad ascoltare, a riflettere sulle note dei gruppi della generazione dei genitori o della propria. In conclusione, questa manifestazione è e resta il modo migliore di vivere una festa che, come tantissime, rischia di essere solo un modo come un altro per prendersi un giorno di ferie da scuola o dal lavoro.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- In occasione del Primo maggio facciamo un viaggio attraverso le canzoni che hanno cantato i diritti dei lavoratori: dai primi canti di lotta di Filippo Turati e Pietro Gori fino all’eroe di Caparezza
I LAVORATORI NELLA STORIA DELLA MUSICA
Il lavoro, da sempre considerato strumento di sostentamento per ogni uomo e per la propria famiglia, nonché attività che contribuisce a nobilitare l’individuo, ormai sembra essere diventato un’impresa, nel senso epico della parola. Si tratta ormai di una lotta per la sopravvivenza sia per chi un lavoro ce l’ha e deve cercare di non venirne ucciso, sia per chi un lavoro non riesce a trovarlo e deve cercare di sopravviverne senza. Per tali difficoltà il lavoratore si trasforma sempre più in un eroe. Questo è proprio il titolo di un pezzo di Caparezza, Eroe (Storia di Luigi Delle Bicocche), dove il cantautore pugliese parla di questa anomalia tutta italiana. Caparezza racconta la storia vera di Luigi Delle Bicocche, un operaio che, suo malgrado, diventa un eroe solo per il fatto di dedicarsi a quella che è l’attività più naturale per l’uomo dopo respirare e mangiare, cioè lavorare: “Sono un eroe, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione. Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattai. Sono un eroe, perché sopravvivo al mestiere. Sono un eroe straordinario tutte le sere. Sono un eroe e te lo faccio vedere. Ti mostrerò cosa so fare col mio super potere”. Al lavoro ed alla sua festa, che cade ogni anno il Primo maggio, sono dedicati diversi testi, alcuni storici, altri più recenti.
Probabilmente tra i primi mai scritti, troviamo un Inno al Primo maggio, di cui è autore Pietro Gori, un poeta anarchico il quale scrisse questo inno sulla musica del Va pensiero di Verdi. In occasione del primo giorno del mese di maggio, nel verde primaverile, il lavoratori trovano “tregua tregua all’eterno sudor”. Risale, invece, al 1886 Inno dei lavoratori del socialista Filippo Turati. Risuona nelle parole di Turati la voglia di riscatto nel lavoro, di affermare una dignità che i padroni cercano di schiacciare: “Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà: o vivremo del lavoro o pugnando si morrà. Lo strumento del lavoro nelle mani dei redenti spenga gli odii e fra le genti chiami il dritto a trionfar”. Le stesse tematiche attualissime di questo inno del 1886 sono affrontate nella celebre canzone di Paolo Pietrangeli, Contessa: “Che roba contessa all’industria di Aldo, han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti, volevano avere i salari aumentati, dicevano pensi, di essere sfruttati… Voi gente per bene che pace cercate, la pace per fare quello che voi volete, ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finir sottoterra. Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato, nessuno più al mondo dev’essere sfruttato”.
Sempre alla ricorrenza del Primo maggio, festa dei lavoratori, sono dedicati due brani dall’omonimo titolo: Primo maggio. Una è dei Marlene Kuntz ed un’altra è della band romana Otto Ohm. I Marlene Kuntz, con insolite immagini, evidenziano lo stridente contrasto tra il Primo maggio e gli altri giorni di lavoro, tutti uguali, in cui si concretizza uno stridente paradosso, cioè che il lavoro, piuttosto che nobilitare l’uomo, lo schiaccia, lo umilia e lo debilita: “Ero dentro la mia realtà con un senso eccitato di morbida libertà. Ero dentro la mia realtà e la vita nei pressi era solamente un’entità. Ma il giorno seguente non mi piaceva niente, tranne una frase giocosa ed eloquente. Diceva: il lavoro debilita l’uomo, il lavoro debilita l’uomo”. Anche la canzone degli Otto Ohm parla di sfruttamento e di disuguaglianza. Con tono di denuncia, parla di chi non riesce ad essere libero perché sotto il ricatto di una famiglia da mantenere o un mutuo da pagare: “Luridi, costringete a mutazioni animi soltanto per dividervi quegli utili introiti che cambiano la vita di quelle persone e abbelliscono facciate delle vostre fabbricone galere, in cui non gli dai il culo ma è lo stesso: tanto ti hanno già spremuto a dovere”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI APRILE
24/04/2009
Nel panorama italiano e internazionale esistono numerose canzoni che hanno molte affinità con il senso del nostro 25 aprile: dalla Resistenza cilena degli Inti Illimani a Daniele Silvestri, passando per Fossati e Pietrangeli
LA CANZONE RESISTENTE E POPOLARE
Il 25 aprile è un momento importantissimo di celebrazione della Liberazione dal nazifascismo che segnò la fine di un conflitto terribile. Un momento in cui si ricorda l’immensa lotta di chi si oppose all’oppressore, degli uomini e delle donne che diedero vita alla Resistenza italiana. Ma la festa della Liberazione, oggi, è anche l’occasione per riflettere sullo stato attuale del Paese, segnato da pericolose restrizioni delle libertà e dei diritti che la Resistenza ha conquistato e che i padri Costituenti hanno introdotto e sancito nella neonata Repubblica italiana. In un momento buio della storia italiana, con una popolazione “nuovamente” drogata di consenso nei confronti di un governo “nuovamente” autoritario, la parte civile e libertaria del Paese rimane spiazzata, preoccupata, silenziosamente rabbiosa ma colpevolmente inerte, quasi rassegnata. Ed allora, partiamo da qui per offrire ai lettori un breve viaggio tra le canzoni che parlano e hanno parlato di libertà, resistenza e risveglio popolare. A cominciare da una bella canzone del grande Ivano Fossati, La canzone popolare, un inno al “risveglio”, alla necessità di uscire dall’immobilismo, dalla disillusione: “Alzati che si sta alzando la canzone popolare, se c’è qualcosa da dire ancora, se c’è qualcosa da fare. Alzati che si sta alzando la canzone popolare, se c’è qualcosa da capire ancora ce lo dirà, se c’è qualcosa da chiarire ancora ce lo dirà”.
Sulla stessa linea gli Afterhours, nella recentissima Il Paese è reale, un brano rabbioso in cui la calda voce di Manuel Agnelli invita gli italiani a muoversi, a non accettare questo stato di cose, ad impegnarsi per il cambiamento: “Se ti han detto resta a casa, vola basso non scocciare, se disprezzi puoi comprare, se vale tutto niente vale. Se non sai più se sei un uomo, se hai paura di sbagliare, se hai voglia di pensare che fra poco è primavera, adesso fa qualcosa che serva, che è anche per te se il tuo Paese è una merda”. Sempre gli Afterhours, riproponendo una celebre canzone degli Area, affrontano il tema del risveglio popolare, di quella rivoluzione che, in Gioia e rivoluzione, è soprattutto culturale ed ha la musica come arma, come strumento di lotta: “Il mio mitra è il contrabbasso che ti spara sulla faccia, che ti spara sulla faccia ciò che penso della vita, con il suono delle dita si combatte una battaglia, che ci porta sulle strade della gente che sa amare”. Parlando di rivoluzione non si può non pensare alla potenza evocativa della Marsigliese, il maestoso inno francese, ma anche ad altri luoghi nel mondo in cui la rivoluzione ha vinto, luoghi divenuti simboli, così come gli uomini che li hanno popolati trionfando, come ad esempio Che Guevara, il rivoluzionario più noto, il più leggendario.
A lui Daniele Silvestri ha dedicato Cohiba ed il suo indimenticabile ritornello: “Venceremos adelante o victoria o muerte”. E rimanendo in Sud America troviamo il canto di lotta per eccellenza, il canto della resistenza cilena, divenuto un vero e proprio inno popolare: El pueblo unido jamas sera vencido, degli Inti Illimani. Un testo intenso su una musica ormai leggendaria: “De pie, luchar, que el pueblo va a triunfar. Sera mejor la vida que vendra. A conquistar nuestra felicidad y en un clamor mil voces de combate se alzaran, diran cancion de libertad, con decision la patria vencera. Y ahora el pueblo que se alza en la lucha, con voz de gigante gritando: Adelante! El pueblo unido jamas sera vencido!(trad. In piedi, marciamo, che il popolo trionferà. Sarà migliore la vita che verrà. A conquistar la nostra felicità e in un clamore mille voci di lotta si alzeranno, diranno canzoni di libertà, con decisione la patria vincerà. E ora il popolo che si alza nella lotta, con voce di gigante gridando: Avanti! Il popolo unito non sarà mai vinto!)”.
Il popolo è centrale anche nella canzone dei Banda Bassotti, Potere al popolo, in cui si accusa il sistema politico attuale e, in particolare, la maggioranza di centro-destra al governo nel 2001 (anno di uscita della canzone): “Chi ci governa vuole riportarci indietro a cent’anni fa, nell’ignoranza, lo sfruttamento, l’oppressione e la povertà. Chi ci controlla paga ai suoi servi il premio fedeltà, poltrona, villa e scorta laggiù dove il bullone non arriverà. Ma la forza del progresso in una sola direzione va marcia verso l’orizzonte rosso delle libertà”. Di libertà parla anche Giorgio Gaber, nella sua La libertà, affermando perentoriamente che “la libertà è partecipazione”. Nell’ambito dei brani di “rivolta” si inscrive anche Forza e resistenza, dei Casa del vento, in cui si affronta l’ingiustizia dell’attuale mondo del lavoro: “Cerco ancora forza e resistenza, mantenendo fede alla coerenza. Cerco ancora forza e resistenza lungo il filo di sopravvivenza.
Strano tipo di strutturalismo, concentrati di protagonismo, striscia svelto pieno di arrivismo, di un sistema di individualismo. Cambia scena cambiano gli attori, ma noi ne restiamo sempre fuori. Sale il caldo, scemano i colori, salga l’urlo dei contestatori”. Sempre rimanendo tra i lavoratori e le loro battaglie, chiudiamo con uno dei più noti canti di lotta, Contessa, di Paolo Pietrangeli, un inno alle lotte operaie degli anni ’70, con un testo molto duro, frutto del clima di forte tensione e delle condizioni difficili della classe operaia dell’epoca: “Compagni dai campi e dalle officine prendete la falce e portate il martello, scendete giù in piazza e picchiate con quello, scendete giù in piazza e affossate il sistema. Voi gente per bene che pace cercate, la pace per fare quello che voi volete, ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finir sottoterra. Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato, nessuno più al mondo deve essere sfruttato”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
I canti di lotta partigiani hanno attraversato generazioni di artisti che li hanno cantati e suonati per spingere la gente a non dimenticare: adesso però si sente il bisogno di nuove ed originali canzoni di Resistenza
CHE SUONI UNA NUOVA RESISTENZA
Quante volte abbiamo sentito parlare di musica “troppo” impegnata? Forse non su questo settimanale, ma da più parti si sono levate (e continuano a farlo) le voci di chi si oppone alla musica faziosa. Nell’anniversario della Liberazione il tema diventa di estrema attualità. Come risolvere o riflettere sulla questione? La musica per sua stessa natura deve essere qualcosa che emoziona. Emozionare significa anche risvegliare sentimenti, pensieri. Ci deve far sbattere un pugno sul tavolo o piangere, altrimenti che senso ha scrivere, suonare? Chi sale su un palco o entra in uno studio di registrazione si immagina un pubblico emozionato, lo vuole toccare nella sua intimità. Il musicista è un po’ un impiccione, ci segue dappertutto, è una presenza immateriale presente davvero in ogni momento. Perché? Perché è oltremodo sensibile, la penna sta al poeta come lo strumento al musicista. E non vogliamo che un italiano sensibile dimentichi un momento essenziale della sua nazione. Fosse soltanto per i racconti di un vecchio all’osteria o della nonna. Di certo occorre fare dei distinguo.
C’è chi tenta di raccontare a un pubblico giovane una storia che nel giro di qualche anno purtroppo non potranno più sentire dalla viva voce dei testimoni oculari. Lo fa con cognizione di causa, approfondisce il tema e lo rende attuale. Pensiamo per esempio al ben riuscito esperimento dei Modena city Ramblers con il loro album “Appunti partigiani”. Molte cover ma anche brani inediti come Oltre il ponte e Il sentiero. Indimenticabile poi la loro versione di Bella Ciao, immancabile a qualsiasi concertone del primo maggio che si rispetti. Ma sanno un po’ di ridicolo, di vetusto e sono troppo di nicchia le raccolte di brani della nostra piccola-grande rivoluzione del ‘43-‘45. Di valore inestimabile per un archivio storico, per qualche intellettuale che ha una particolare passione per la ricerca, ma non spendibili dal punto di vista commerciale e di pubblico.
Mi si dirà che vorrei vendere la musica al popolino secondo i canoni commerciali. Niente affatto, basti pensare che gli stessi Modena City Ramblers sono un gruppo cult solo in certi ambienti. Ma hanno, loro come altri, un pubblico di età media sicuramente inferiore rispetto a gruppi di artisti di indubbio livello, ma troppo di nicchia. L’educazione della gioventù passa sempre più dalla musica e meno dai libri. Occorre pertanto continuare a scrivere, suonare, cantare, riscoprire, inventare sul tema della Liberazione se davvero si vuole che non si dimentichi. Il “non dimenticare”, poi, sa sempre più di luogo comune, per cui passiamo ai fatti. Ormai (e purtroppo se vogliamo) Fischia il vento o Pietà l’è morta la cantano solo in pochi. Che i nostri musicisti si dedichino all’opera di “educazione civile” sfoderando originalità e attualità.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
18/04/2009
Conosciamo “Il sogno del Gorilla Bianco”, album pubblicato nel 2004 dall’originale gruppo friulano I Tre Allegri Ragazzi Morti: un viaggio nel complesso mondo giovanile, in chiave ska-punk e rock
IL NICHILISMO DEL GORILLA BIANCO
Ripassiamo dalle parti di Pordenone: ricordate i Tre Allegri Ragazzi Morti? Abbiamo già parlato della loro storia, ne abbiamo osservate le peculiarità. Ma perché non ascoltare anche un loro bel cd? Allora si metta nel lettore, sul pc o ovunque vogliate “Il sogno del Gorilla Bianco” (2004, Alternative produzioni), così da iniziare “l’incredibile spetaculo de la vida, l’incredibile spetaculo de la muerte!”. La musica è quella consueta, un alternarsi di punk-ska e rock. Un ritmo da ballare oltre che da ascoltare. Musica da bicicletta, da automobile, da estate. La filosofia dei testi del cd è molto semplice e guarda il mondo con rassegnazione e nichilismo giovanilista: “Un mondo veloce e uno più lento vivono lo stesso tempo, respirano lo stesso vento, il corpo è fragile e la vita violenta”. La velocità, il contrasto tra lento e veloce, nuovo e vecchio, continui contrasti: chi non li ha vissuti nella sua adolescenza? L’atmosfera è quasi da libro noir.
La vita è violenta. Infatti, i tre cantano in Rasoio, mattatoio, pazzatoio: “Prova a camminare su questo rasoio e uscire vivo da sto pazzatoio che già conosci e che se scivoli ti scuci, che puoi farti una ferita certo più dritta della tua vita”. Oppure ancora in Country Boy: “La febbre può farti crescere di un altro centimetro almeno, ché l’aspetto ha la sua importanza e del cervello puoi fare a meno, but I am a country boy e una casa non ce l’ho, condivido questo inferno con te e quando voglio canto, va tutto bene spero davvero anche per te”. La capacità straordinaria di Davide Toffolo è di saper cogliere il mondo in ogni suo aspetto, guardando attraverso gli occhi di un giovane adolescente. Abbiamo visto la concezione pessimista della vita. Ma ci sono anche le prime convinzioni ideali-politiche ancora acerbe. Sono principi ideali, concetti vaghi e ancora sul filo del luogo comune, ma sono radici che stanno affondando nel terreno.
Ecco per esempio Questo è il mondo: “Mangiare un altro panino non mi pare così indispensabile in un mondo dove due terzi muoiono di fame”; oppure Bella Italia: “Questa Italia non c’è: si è suicidata, si è specchiata troppo e si è ammalata, si è specchiata nella tele pensando fosse il mare e tutti si sono convinti fosse la sola cosa da fare. Spazio al cinema, alla musica e alla cultura, basta che sia ad uso interno, praticamente spazzatura”. Ma c’è anche la scoperta del sesso, con tutti gli inconvenienti, le chiacchiere del caso. Ecco allora Signorina Primavolta: “Signorina Primavolta, dopo la prima volta, la prima volta, non è più signorina Primavolta; se è andata come è andata, la prossima decidi tu come dare fuoco al tuo ragazzo, alla tua stanza o al tuo palazzo o a tutta la città o al mondo intero, che anche se non sembra vero è tutto dentro la tua pancia. Signorina Primavolta, se ti chiamano così una ragione ci sarà”. Ma l’energia dei T.A.R.M. non si esaurisce mai. Sono un gruppo giovanile per giovani, e per questo rischiano di stuccare un po’, come il quarto piatto di un tiramisù troppo dolce. Consigliatissimi per i nostri lettori più in erba.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
In tempi così difficili per l’ambiente a livello mondiale ed in occasione di un G8 contestato, facciamo un viaggio attraverso le tante canzoni che si sono schierate a fianco dell’ambiente e contro l’inquinamento
CANZONI A TEMA…VERDE
A pochi giorni dal G8 ambiente che si terrà a Siracusa, in tempi così bui sotto il profilo della politica ambientale in Italia, abbiamo deciso offrirvi un saggio delle più belle e note canzoni ambientaliste appartenenti al repertorio mondiale. Abbiamo così scoperto che la prima canzone ambientalista è stata Mercy Mercy Me di Marvin Gaye. Stupisce come questo brano del 1971 parli già in maniera disinvolta di pesci al mercurio e anche di cieli blu scomparsi e di veleni soffiati da nord, da sud e da est. Antesignana dei primi movimenti ambientalisti italiani ed anticipatrice di una sensibilità verso le tematiche ambientali, che in Italia si svilupperà solo a partire dagli anni Ottanta, è la canzone Un albero di trenta piani di Adriano Celentano. Il brano, del 1972, è riconosciuto come il primo vero pezzo ambientalista scritto in Italia, e nel testo si trova una critica, neanche tanto velata, alla qualità della vita nelle città sempre più affollate: “...le fabbriche ci profumano anche l’aria colorandoci il cielo di nero che odora di morte. Ma il comune dice che però la città è moderna, non ci devi far caso se il cemento ti chiude anche il naso”.
Sempre Celentano, diversi anni dopo, torna sul tema ambientale con la celebre Il ragazzo della via Gluck. In questo brano lo ricordiamo tutti cantare: “Ma come fai a non capire, è una fortuna per voi che restate a piedi nudi a giocare nei prati, mentre là in centro respiro il cemento”. Altra canzone, dai toni più catastrofici, è Five Years di David Bowie. Qui sono descritte scene di vita di tutti i giorni, in un pianeta cui sono rimasti cinque anni di vita. Si apre dolce e triste, come un sonetto romantico, per poi trascinare l’ascoltatore e il pianeta tutto in un finale epico. Altra canzone a sfondo ambientalista è A Hard Rain’s Gonna Fall di Bob Dylan, brano del 1963 in cui l’artista parla del fall-out atomico. Nel brano “Eppure soffia”, invece, l’indimenticabile Pierangelo Bertoli riesce a coniugare un senso di stupore infantile per il creato con un genuino disgusto per gli abusi ambientali perpetrati dal genere umano.
La musica italiana non è più riuscita a parlare della natura in modo tanto incisivo ed attuale: “E l’acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi, la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi, uccelli che volano a stento malati di morte, il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte. Eppure il vento soffia ancora!”. Semplice ma efficace è la filastrocca scritta da Gianni Rodari e musicata da Sergio Endrigo e Bacalov, Ci vuole un fiore. Esordendo con la frase “Le cose di ogni giorno raccontano segreti a chi le sa guardare ed ascoltare”, il testo ci svela una semplice verità: per fare un tavolo ci vuole, prima di tutto, un semplice fiore. Vogliamo, infine, ricordare Vieni a ballare in Puglia, canzone con cui Caparezza fa una feroce denuncia contro i danni ambientali prodotti in Puglia e nel resto d’Italia da politiche industriali (attuali e passate) criminali.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
4/04/2009
“The Wall” è un album che ha cambiato la storia del rock, diventando una vera leggenda per gli appassionati del genere, nonché un punto di arrivo della band britannica che ha segnato indelebilmente gli anni settanta
IL LEGGENDARIO CAPOLAVORO DEI PINK FLOYD
Pietra miliare del rock, “The Wall” (1979, Emi) è un disco intramontabile della band che ha segnato la storia degli anni ‘70 e dato una svolta epocale al genere, fondendolo con inscindibili sonorità psichedeliche. I Pink Floyd, dopo aver raggiunto il successo planetario (di critiche e di vendite) con “The dark Side of the Moon”, e averlo confermato con “Wish You Were Here”, si trovano in una situazione di stallo dopo la pubblicazione di “Animals”, album che non riesce a spiccare il volo come i precedenti (rivalutato solo ultimamente, fino ad assurgere quasi a “manifesto” della new wave). Quindi “The Wall” nasce inizialmente a causa di mere esigenze economico-commerciali, ma andrà ben al di là di queste tutt’altro che nobili aspettative. Infatti, esso rappresenta l’eccellente punto di arrivo di una band che ha fatto della ricerca del suono la propria ragion d’essere. E sono proprio le sonorità che rendono immortali i due dischi e riflettono l’ossessione quasi maniacale del gruppo per la perfezione. I suoni che si librano dagli strumenti, e dai quali allo stesso tempo sono indipendenti, ormai liberati dalle peculiari sì, ma vincolanti timbriche particolari, creano qualcosa che è di più della semplice somma delle parti: una musica corale con una straordinaria forza di evocare immagini, come quelle splendide di Gerald Scarfe che sembrano uscire fuori dalla copertina del doppio vinile.
La storia narrata nel disco è quasi interamente basata sui vissuti autobiografici di un ormai maturo Waters, che dimostra di aver lavorato molto sulla sua voce già dal pezzo di apertura, la wagneriana In the flesh?, che con una allucinante progressione di accordi ci introduce alle vicende (presentate in perfetto stile “stream of consciousness”) che condurranno il protagonista Pink (la trasfigurazione di Waters) ad isolarsi completamente, situazione rappresentata simbolicamente dalla graduale costruzione di un muro arricchito sempre di nuovi mattoni. Tutto ciò avviene attraverso l’alternarsi di situazioni lente, di stasi e di parti esplosive, volutamente catartiche. Contrapposizione espressa anche dall’avvicendarsi degli opposti ma complementari “spiriti” dei due leader: il dionisiaco Waters, che porta il suo estro al limite della stabilità e dell’equilibrio, e l’apollineo e composto Gilmour, che con la sua chitarra dipinge, come un pittore espressionista, mondi paralleli, abbozzi di realtà interiore, melodie e suoni estasianti ma allo stesso tempo violenti, regalandoci, nella memorabile Comfortably numb, uno dei soli più belli dell’intera storia del rock.
Degno di encomio risulta anche il lavoro delle tastiere dell’ispirato Wright e della batteria del perfetto e diligente Mason, il cui contributo non rimane per nulla inosservato. Tra solitudine (Nobody Home), incomunicabilità (Hey You), rimembranze e inquietudini giovanili (Another brick in the Wall e Mother), attraverso fantasie demagogiche (In the Flesh, la seconda) e deliri di grandezza (Waiting for the Worms), la narrazione arriva all’epilogo con The Trial, il processo in cui Pink si vede accusato dalle figure rappresentative della sua vita (la madre iperprotettiva, il dispotico maestro e la moglie, dalla quale è stato tradito) che portano il giudice a decretare l’abbattimento del muro, che avviene con un gran fracasso sonoro. Finita? Non penso proprio. Infatti, se si presta un po’ di attenzione si può scoprire che la dolce musichetta con la quale si conclude il secondo disco si stacca all’improvviso, per riapparire improvvisamente all’inizio del primo, in una sorta di “eterno ritorno” che ci invita a riascoltare nuovamente l’intera stupenda opera.
Francesco Pupillo –ilmegafono.org
Parole in musica- La magia di un contatto pelle a pelle, uno dei gesti di maggiore confidenza, la sensualità della pelle, l’odore e i ricordi: tutto ciò diventa musica e canzone, dai Marlene Kuntz fino a Bob Marley
SPECCHIO E CHIMICA DI CORPI
Solo un rivestimento? Solo una serie di cellule attaccate l’una all’altra? No di certo. La pelle è il nostro schermo, il nostro biglietto da visita, ma anche qualcosa di molto intimo, che parla di noi. Ci racconta attraverso profumi e sensazioni. Un contatto tra pelli è uno dei più grandi gesti di confidenza e come tale non passa inosservato, non può cadere nell’oblio. I Marlene Kuntz cantano: “Pelle, è la tua, proprio quella che mi manca in certi momenti, e in questo momento è la tua pelle ciò che sento nuotando nell’aria. Odori dell’amore nella mente dolente, tremante, ardente”.
E il ricordo evoca sensualità. Cantano ancora in A fior di pelle dal cd “Senza Peso”(2003): “A fior di pelle salirono gli sbotti usando i nervi a mo’ di comodi condotti: fu zona rossa nell’attimo di un lampo, la superficie di un corpo senza scampo”. Ancor più espliciti e profondi sono, da questo punto di vista, gli Afterhours nella loro “Pelle” (“Hai paura del buio?”): “È facile, sai, averti se chiudo i miei begli occhietti spenti e cerco su di me la tua pelle che non c’è, poi ti entro, in fondo dentro, lo sai”. Ma sulla pelle restano le cicatrici, le macchie, i segni. Infatti, in una canzone La Casa del Vento canta “i segni sulla pelle bruciano ancora, nella mia mente bruciano ancora”.
Ma la pelle ha tristemente rappresentato in passato, come tutti sappiamo, un motivo di discriminazione. Così Bob Marley nella celeberrima War: “Until the colour of a man’s skin is of no more significance than the colour of his eyes me say war (Finché il colore della pelle di un uomo avrà più importanza del colore dei suoi occhi, io dirò Guerra)”. Motivo di turbamento, di discriminazione, la cutis resta sempre un argomento caro a poeti e cantanti, proprio per il suo saper rappresentare quasi totalmente l’individuo che riveste. Pelle, una perenne metonimia dell’uomo.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
NUMERI DI MARZO
28/03/2009
“Transatlanticism” è forse il migliore dei 12 album dei Death cab for cutie, gruppo indie-rock statunitense: un disco caratterizzato da un’intensità ascendente che parte da lente melodie per giungere al rock
IL MEGLIO DEI DEATH CUB FOR CUTIE
“Cassa da morto per un fighetto”. Questa è la risposta che dà un qualsiasi vocabolario inglese-italiano alla domanda: che significa “Death cab fot cutie”? Fuor di metafora, i Death cab sono un gruppo statunitense con alle spalle già 12 album pubblicati. Il migliore di questi è, a nostro parere, “Transatlanticism” (2003), vero must per gli amanti del genere indie. Il cd è un lento climax ascendente di intensità musicale e vocale. Si inizia con le armoniose, lente, melodiche The new year, Lightness, Title and registration che strizzano l’occhio al jazz-blues sfiorando ritmi orientali. Ma poi, da buon gruppo indie, arrivano dei sani beat tendenti al rock in Expo‘86. Poi il vero “masterpiece”, anche perché il più orecchiabile, ballabile: The sound of settling, il suono della messa a punto.
Un’aggiustatura per niente sbagliata, diremmo molto azzeccata se quel che ne esce sono dei coretti simpatici e un ritornello da emicrania, da cantare di continuo. “I’ve got a hunger twisting my stomach into knots...My brain’s repeating ‘if you’ve got an impulse let it out’...baa bah, this is the sound of settling, baa bah, baa bah” (“Ho una fame che sta annodando il mio stomaco…la mia mente ripete: ‘se hai uno stimolo lascialo andare’…questo è il suono della messa in musica). Ma si torna subito alla malinconia di Tiny Vessels, distorta dalle chitarre elettriche.
Ma Transatlanticism, la canzone che dà il nome al cd, letteralmente ci culla e magari ci spinge a commuoverci con la voce di Ben Gibbard che dà veramente il meglio di sé. Passando per Passanger seat, Death of an interior decorator e We looked like giants si arriva a A Lack of color, L’espressione contro la quale si batte questo stile di far musica. Un cd sicuramente da mettere insieme agli altri della vostra collezione e che vi consigliamo. Per riscoprire l’anima dell’indie, questo genere che ci consente varie interpretazioni, ci regala la diversità, l’alternativa, la possibilità della sperimentazione e del rischio. Ne abbiamo bisogno nell’epoca dell’omologazione. So….Let’s indie-rock!
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- Prima le feste erano tra i pochi momenti di musicalità, poi è stata la musica che ha iniziato ad usare la festa per riflettere: ognuno, dai Marlene Kuntz alla PFM fino a Endrigo, vive la festa a modo suo
FESTA…MESTA?
“Giorno di solennità per lieta ricorrenza” oppure “giorno di astensione dal lavoro per pubblica festività” o ancora “cerimonia per celebrare una ricorrenza o un avvenimento”. Così ci dice, a grandi linee, il vocabolario sotto la voce “festa”. E la musica? All’inizio, pensiamo agli aedi come forse fu Omero, la musica e la poesia si prestavano alle feste, anzi erano queste gli unici momenti di musicalità. Ma osserviamo quando le parti si sono invertite e la musica ha usato la festa per riflettere. La festa diventa momento di socializzazione…o no! Dipende dai punti di vista. Prendiamola con i Marlene Kuntz.
“Complimenti per la festa! Una festa del cazzo sei così cara e inutile mia dolce creatura immobile. Complimenti a molle, ci stupisci quasi fossi nuovo e invece sei vecchio e gommoso: bacia la sposa, bacia! Complimenti a te, c’è quanta acqua vuoi: dacci dentro, lavati, di tuffo-pancia rompiti!”. Sì, c’è festa e festa, soprattutto quando queste diventano l’occasione migliore per assurdi sfoggi di ipocrita eleganza e sfrenata ricchezza. Ma c’è anche la gioia della natura. Per esempio c’è anche la PFM con “È festa”: “È festa come sempre, è la festa d’un leggero uccello che va, come sempre è la festa”. E se festa fosse riposo dal lavoro, in un’accezione più leopardiana del termine?
Sergio Endrigo ci dice: “Sarebbe bello fare festa tutti insieme. Non dico tanto, almeno trenta giorni al mese. Perché lavorare stanca si sa e sono gli altri a fare i soldi, che non danno neanche la felicità […] Oggi come e più di ieri tu mi domandi se la festa è qua. Io ti rispondo che non c’è, ma sarebbe bello fare festa tutti insieme. E non si può perché? E non si può perché? Fanno festa i musulmani il venerdì e il sabato gli ebrei, la domenica i cristiani e i barbieri il lunedì”. Di certo sarebbe davvero bello fare festa tutti insieme ma ci si arrocca tutti sulle proprie posizioni, nel proprio bugigattolo, oppure si impedisce di festeggiare…
Alberto Agostini –ilmegafono.org
21/03/2009
“Hai paura del buio?” è uno degli album più belli e intensi degli Afterhours, con diciannove tracce che comprendono tutta la grinta e la dolcezza della band milanese: un mix di rabbia, irriverenza sarcasmo e ovviamente poesia
LA LUCE DEGLI AFTERHOURS SPLENDE NEL BUIO
Degli Afterhours avevamo già parlato, a proposito del loro ultimo cd. Ma forse il loro più alto esempio di musica è “Hai paura del buio?” (Mescal, 1997). È il quarto cd della band milanese, il secondo in lingua italiana. In queste diciannove tracce c’è tutta la grinta e la dolcezza degli Afterhours. Tutte le canzoni sono contraddistinte da irriverenza, sarcasmo, rabbia. Ecco allora la provocatoria Sui giovani d’oggi ci scatarro su: “Calzino bianco va, commuove l’onestà, trovato tecnologico, votato martire, cambia la permanente in dreadlocks che ti cambia il cuore. Giocati l’anfibietto in tinta, ti fa far l’amore, ridai i soldi al tuo papà, ridai i soldi al tuo papà. Sui giovani d’oggi ci scatarro su”.
Passando per Lasciami leccare l’adrenalina: “Forse non è proprio legale sai, ma sei bella vestita di lividi, m’incoraggi ad annullare i miei limiti, le tue lacrime in fondo ai miei brividi, lasciami leccare l’adrenalina”. Poi troviamo la sensuale lentezza di Simbiosi. Ma il capolavoro di questo cd è Voglio una pelle splendida, sintesi matura e raffinata di energia e lentezza, blues e rock: “Stringimi madre ho molto peccato, ma la vita è un suicidio, l’amore un rogo e voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida senza un finale che faccia male, coi cuori sporchi e le mani lavate a salvarmi. Vieni a salvarmi, salvami, bacia il colpevole se dice la verità”.
I testi degli Afterhours si muovono sempre su una linea d’ombra. Da una parte la grinta, la forza, la rabbia, il lato scuro delle nostre anime, dall’altra una sottile linea di serenità. Sono il gruppo più noir del panorama italiano, non costruiti, sinceri. Per questo ci piacciono. È bellissimo e raro poter vedere dei gruppi che mettono così tanta passione sia nelle registrazioni che nelle performance dal vivo. Agnelli, storico leader, non perde mai la sua vena poetica né tanto meno la sua forza. Continuate così!
Alberto Agostini –il megafono.org
Atari è il nome di un gruppo napoletano che già riscuote un discreto successo, ricevendo anche il premio come “rivelazione indie-pop dell’anno”in occasione del Meeting delle etichette indipendenti di Faenza
ATARI: ALL’ATTACCO DEL SUCCESSO
Atari, la parola ci riporta indietro nel tempo: ricorda una consolle degli anni ottanta... ma non solo. Gli Atari (parola giapponese che significa “attacco”), sono un gruppo electro-indie-pop napoletano, che già riscuote molto successo. Affascinati dagli anni ‘80, anche se erano appena nati, gli Atari sono composti da due soli elementi: Player1 (Riccardo Abbruzzese) e Player2 (Alfredo Maddaluno), i quali suonano basso, sintetizzatore, chitarra e cantano entrambi. Gli Atari cantano in lingua inglese, rompendo con la tradizione locale, per la quale l’idioma napoletano è sempre stato considerato fondamentale. Essi possono vantare, come si legge nel loro myspace, un importante riconoscimento nazionale: lo scorso novembre, infatti, durante la dodicesima edizione del M.E.I., il “Meeting delle etichette indipendenti”, svoltosi come sempre a Faenza, sono stati premiati come “rivelazione indie-pop dell’anno 2008”.
Il premio è stato assegnato agli Atari da una giuria composta da apprezzate firme del giornalismo musicale italiano come Enrico Veronese, Daniel Marcoccia, Federico Guglielmi, Enrico Deregibus, Valerio Corzani, Aurelio Pasini, Fabrizio Galassi e John Vignola. Gli Atari, dopo 40 date live su e giù per l’Italia, hanno avuto quest’anno il benservito dalle masse e, con il loro album “Sexi games for happy families”, hanno riscosso numerosi consensi. Il disco vuole offrire all’ascoltatore un sano pop. Non si tratta in questo caso di storie psicologiche o di testi impegnati, ma solo ed esclusivamente di un disco che spacca, che ci fa ballare anche da soli in casa.
Gran parte dell’album suona “anni ‘90” con reminiscenze dei Daft Punk, new wave, 80s e divertenti coretti alla Beatles, ma tutto ben legato nell’insieme e tenuto dal ritmo incalzante che costringe a girare a destra la manopola del volume. Chicche del disco: Poisoned apple pie, Cyber candy, Museum supermarket. Considerazioni personali: niente da dire, solo ascoltare e rendersi conto che nel caos degli infiniti generi e correnti musicali di oggi, questo è un toccasana da bandierine e saltelli frenetici. Insomma... “ci sta proprio”.
Fabio Sillato –ilmegafono.org
14/03/2009
Ottimo debutto dei White Lies, il giovane terzetto londinese che, ad una settimana dall’uscita del loro disco d’esordio (“To lose my life”), sono balzati subito in vetta alla classifica dei dischi più venduti in Inghilterra
I WHITE LIES CONQUISTANO IL REGNO UNITO
È il fenomeno del momento: un trio inglese composto da tre ragazzi ventenni, una band indie rock che, a due mesi dall’uscita del loro album di esordio, “To lose my life”, sono balzati in vetta alla classifica inglese e stanno scalando quelle europee. Stiamo parlando dei White Lies, tre ventenni che offrono al loro pubblico, principalmente composto da giovani, un sound comune a tantissimi gruppi della tradizione indie-rock, un sound ballabile e semplice, ma reso eccellente dalle qualità della band nel rifinire melodie genuine che danno forma a brani di facile assimilazione dinamica che caratterizzano l’intero album. La voce satura in stile “Editors” si ripercuote in tutto l’album, facendo da padrone nel singolo “Death” (nonché preambolo del disco), smantellato poi dai risvegli darkwave di un “E.S.T.” che sembra uscito direttamente dagli anni ‘80, un brano che oltrepassa il limite delle aspettative.
Il disco è attraversato da un pessimismo cupo, con arrangiamenti molto essenziali ad accompagnare una voce sofferta e intensa, con sonorità che ricordano (per i critici un po’ troppo) illustri predecessori come Editors, Killers, Joy Division, Pet Shop Boys, Talking Heads, Arcade Fire, tutti gruppi a cui il giovane terzetto londinese non fa mistero di ispirarsi. I White Lies, prima dell’uscita dell’album avevano già alle spalle due singoli, “Death” e “To Lose My Life” (che poi ha dato il titolo al disco), che fanno da prologo artistico all’intero album e descrivono bene l’idea della band ed il loro modo di suonare. Il singolo “Death” poi fa riecheggiare l’atmosfera di pezzi leggendari come “The end” dei Doors e delle ballate dark di Nick Cave.
La band ormai affermata si è fatta conoscere, inutile nasconderlo, anche grazie ai vari social network. Li hanno utilizzati tutti, non ne manca neanche uno: facebook, youtube, bebo, lastfm, imeem. L’album, assemblato a Bruxelles con un cast del “giro” dei Pulp e dei Killers, ha ricevuto ottime recensioni: attendiamo dunque una data in Italia per poter confermare personalmente se e quanto è solido il talento dei White Lies, che intanto si godono un improvviso e straordinario momento di gloria, attirando, oltre alle immancabili critiche, anche lo sguardo interessato e curioso di importanti esponenti della tradizione indie rock.
Fabio Milardo
Parole in musica- Viaggio tra le canzoni che hanno per oggetto il telefono, o meglio le telefonate: dalla divertente “Buonasera dottore” alla romantica e appassionata “Il solito sesso”, passando ovviamente per la splendida Mina
PRONTO? RISPONDE LA MUSICA
Il telefono è il mezzo di comunicazione più diffuso dell’ultimo secolo e proprio per questo è utilizzato per scambiarsi parole di ogni tipo: d’amore, di rabbia, di nostalgia. In molti casi è l’unico mezzo di contatto quando si sta lontani ed in altri è l’unica possibilità per risentire qualcuno che non si può o non si vuole rivedere di persona. Proprio per la varietà di vita che passa per il filo del telefono, le telefonate hanno ispirato canzoni tra le più famose. Indimenticabile è “Se telefonando”, che vanta come interprete Mina. La canzone, scritta da Ghigo De Chiara e da Maurizio Costanzo, reinterpretata di recente dal gruppo Delta V, ipotizza il possibile epilogo di un amore “cresciuto troppo in fretta”, attraverso una telefonata: “Se telefonando io potessi dirti addio, ti chiamerei”. Un vero e proprio monologo telefonico è quello portato da Max Gazzè al Festival di Sanremo del 2008, in “Il solito sesso”. Si tratta di un brano dolce e delicato, in cui un innamorato si confessa al telefono alla donna conosciuta poco prima ad una festa: “Sento che respiri forte in questa cornetta…maledetta, mi separa dalla tua bocca! Posso rivederti già stasera? Ma tu non pensare male adesso: ancora il solito sesso!”.
Se il telefono permette di allacciare legami e avvicinare le persone, esso può anche far divampare le gelosie accese dalla lontananza. Nella splendida “Kiss the rain” (Bacia la pioggia) di Billie Myers, si ha un assaggio della gelosia e della disperazione che questa può causare. Anche in questo caso si tratta di un monologo, forse a tratti visionario, ma molto sentito: “Hello! Do you miss me? I hear you say you do, but not the way I’m missin’ you. What’s new? How’s the weather? Is it stormy where you are? Cause I’m so close but it feels like you’re so far. Oh would it mean anything. If you knew what I’m left imagining in my mind would you go. Kiss the rain”. (“Ciao… ti manco? Ti sento dire che è così ma non nel modo in cui tu stai mancando a me. Che c’è di nuovo? Com’è il tempo? C’è la tempesta da quelle parti? Sembri vicino ma si sente che sei lontano. Oh potrebbe significare qualsiasi cosa. Se tu sapessi cosa sto immaginando nella mia testa tu andresti via. Bacia la pioggia). Altra celeberrima canzone al telefono è “Buonasera Dottore”, interpretata da Claudia Mori ed Alberto Lupo.
Si tratta di un’esilarante conversazione in cui si cela la chiamata dell’amante facendo finta di parlare col dottore: “Ciao, sono io. Buonasera, Dottore. Amore mio! Sì, mi dica. Non resistevo più. Ah, bene! Pensavo a te. Direi che è importante”. Per concludere, abbiamo trovato altri esempi di brani con oggetto delle telefonate, tra cui “Piange il telefono” di Domenico Modugno (“Dille che son qui, che soffro da sei anni. Tesoro proprio la tua età. Ah no... Io ho cinque anni! Ma tu la conosci la mia mamma?Non mi ha mai parlato di te! Aspetta eh... Piange il telefono perché lei non verrà anche se grido: ti amo lo so che non mi ascolterà”) e “Telefonata per l’estate” di Simone Cristicchi. Quest’ultimo è un divertente siparietto telefonico tra un aspirante cantante ed un radiofonico che boccia la sua canzone perché troppo poco “estiva”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
7/03/2009
Speciale 8 marzo- In occasione dell’8 marzo, ripercorriamo il viaggio tra alcune delle più belle canzoni che celebrano la donna: in primis “Quello che le donne non dicono di Fiorella Mannoia, un vero inno alla femminilità
LA MUSICA CHE CELEBRA LE DONNE
Il giorno delle donne, una ricorrenza importante, storica, il cui significato è ancora vivo, nonostante tale giornata venga troppo spesso svilita con riti e disvalori che non dovrebbero appartenerle. Per celebrare questa ricorrenza, allora, affidiamoci alla musica, a quelle canzoni che parlano di donne in maniera giusta, intelligente, rispettosa. Canzoni scritte e interpretate da donne o da uomini, in maniera diversa ma con uguale poesia e grazia. Già, perché gli uomini capaci di avvicinarsi, con sensibilità e dolcezza, a questo universo che in tanti cercano di sminuire, possedere o perfino opprimere riescono ad esplorarlo, a comprenderlo, ad apprezzarne la non banalità, la grandezza. Le donne sono creature che per le loro mille sfaccettature hanno sempre ispirato poeti e cantanti. Tra gli innumerevoli brani italiani dedicati all’universo femminile, ne abbiamo scelti sei: tra questi, quello che sembra meglio darne una visuale dall’interno è “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia. Una delicatissima canzone del 1988 dedicata al genere femminile e scritta da una donna, la quale ne diventa ella stessa protagonista: “Siamo così, è difficile spiegare certe giornate amare, lascia stare, tanto ci potrai trovare qui, con le nostre notti bianche, ma non saremo stanche neanche quando ti diremo ancora un altro sì”. Altrettanto intensamente, il mondo femminile è cantato da Ligabue in “Le donne lo sanno”.
Uno spaccato sulla complessità delle donne, che con la loro energia travolgente investono il mondo e gli uomini: “Le donne lo sanno com’è che son donne e sanno sia dove sia come sia quando, lo sanno da sempre di cosa stavamo parlando. E quelle che sanno spiegarti l’amore o provano almeno a strappartelo fuori e quelle che mancano sanno mancare e fare più male. Vogliono ballare un po’ di più, vogliono sentir girar la testa, vogliono sentire un po’ di più, un po’ di più”. Anche Zucchero ha dedicato due delle sue canzoni più famose alle donne: “Senza una donna” e “Donne”. Nella prima, egli dice di non aver più paura di affrontare la mancanza della propria amata che, anzi, l’ha fatto soffrire: “Io sto qui e guardo il mare, sto con me, mi faccio anche da mangiare. Sì è così, ridi pure, ma non ho più paure di restare... Senza una donna come siamo lontani, senza una donna sto bene anche domani, senza una donna che m’ha fatto morir, senza una donna...”; nella seconda, si cimenta anch’egli in una personalissima descrizione del sesso opposto dandone una visione spensierata: “Negli occhi hanno gli aeroplani per volare ad alta quota dove si respira l’aria e la vita non è vuota. Le vedi camminare insieme nella pioggia o sotto il sole, dentro pomeriggi opachi senza gioia né dolore”.
A descrivere l’incontro della donna con l’universo maschile ci pensa Anna Oxa con la sua “Donna con te”: “Sarò un angelo per te quella donna che puoi stringere sul cuore, ma se occorre come il sole i tuoi sensi accenderò e piano piano poi li spegnerò. Donna con te, di me chissà che sai, donna con te, se tu lo vuoi”. Per finire abbiamo deciso di riportare i delicatissimi versi di Francesco De Gregori e della sua dolcissima “La donna cannone”, in cui si canta di un amore ai confini tra realtà e fantasia: “Così la donna cannone, quell’enorme mistero volò, sola verso un cielo nero s’incamminò. Tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì, altri giurarono e spergiurarono che non erano rimasti lì. E con le mani amore, per le mani ti prenderò e senza dire parole nel mio cuore ti porterò e non aver paura se non sarò come bella come dici tu, ma voleremo in cielo in carne ed ossa, non torneremo più”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Un nostro lettore ci racconta il concerto degli Oasis a Firenze, ultima data italiana del loro tour, in un “Mandela Forum” stracolmo ed entusiasta di ascoltare le canzoni della band guidata dai leggendari fratelli Gallagher
IN DELIRIO PER GLI OASIS
Firenze, 24 Febbraio 2009: la band che i fratelli Gallagher hanno fondato nel 1991 a Manchester, dopo aver girato mezza Europa col nuovo tour, conclude il viaggio nel capoluogo toscano. Le altre date italiane sono state: Milano il 2 febbraio, Roma il 20, Treviso il 21, Bolzano il 23. Un tour che rappresenta qualcosa di storico: infatti, dopo “l’inizio col botto” dei primi anni ’90 e la crisi che la band ha attraversato agli inizi del nuovo millennio, oggi gli Oasis sono nel momento più fiorente della loro carriera, sia come popolarità che, soprattutto, come maturità artistica. La band, come noto, è formata da cinque elementi ufficiali: i fratelli Gallagher (Noel alla chitarra e Liam alla voce), Gem Archer alla chitarra, Andy Bell al basso e Chris Sharrock alla batteria; Archer e Bell sono entrati nella band nel 1999 mentre Sharrock è entrato solo nel 2008. Davanti al “Mandela Forum” di Firenze la fila inizia la mattina verso le 11, ma i cancelli vengono aperti solo dopo le 18.30. In più di diecimila riempiono il palazzetto in attesa di questo concerto. L’atmosfera comincia già a scaldarsi alle 20, quando sul palco si esibiscono i Green Peace, band britannica formata dal classico terzetto chitarra-basso-batteria, anche se qui a cantare è il bassista.
I Green Peace suonano i loro pezzi (peraltro tutti piuttosto simili) in uno stile influenzato dal brit-pop ma molto vicino al punk per le melodie vocali e per i tempi della batteria. Finalmente in orario perfetto parte il vero concerto: gli Oasis attaccano subito con uno dei loro pezzi più famosi, Rock ‘N Roll Star (dal primo loro album “Definitely Maybe” 1994), e nel “Mandela Forum” è delirio totale.Dallo stesso album suonano anche Supersonic, il loro primo singolo, Cigarettes and Alcohol e Slide Away. Continuano con Layla (dal penultimo album “Don’t Believe the Truth” 2005), The Masterplan (unico inedito nel best of uscito nel 1998) e i loro ultimi due singoli dall’ultimo album “Dig Out Your Soul”: The Shock of the Lighting e I’m Outta Time. Suonano persino un pezzo da “Haeten Chemistry”, Songbird, che viene riarrangiato con la chitarra come solista anziché con il piano, anche se come sempre il grosso del concerto viene occupato dai brani dei loro album più di successo: (What’s the Story) Morning Glory” (1995); brani come Don’t Look Back in Anger (rifatto acustico), Morning Glory, Champagne Supernova e Wonderwall che, oltre che far parte della storia e del successo degli Oasis, hanno anche un posto nell’olimpo musicale.
Concludono poi con la cover dei Beatles, I’m the Warlus, così da mantenere il tributo alle band della British Invasion; infatti nel 2000, a Wembley (Londra), conclusero con la cover degli Who My Generation. Purtroppo per promuovere le canzoni del nuovo album essi hanno sacrificato alcuni brani storici come Live Forever (“Definitely Maybe”), Roll With It e Some Might Say da “(What’s the Story) Morning Glory”, che non sono stati eseguiti. Mantenuta anche questa volta la tradizione di non suonare nessun brano da “Be Here Now” (1997). L’album, molto bello ed apprezzato contiene alcuni brani notissimi come Stand By Me, D’You Know What I Mean?, All Around the World e Don’t Go Away, ma Noel Gallagher, chitarrista, a volte cantante e compositore di tutti i brani, lo considera troppo beatlesiano e da qualche tempo non ne vuole più sentir parlare. Nel complesso uno splendido concerto, con un ottimo sound, anche grazie ad un tastierista rimasto sempre anonimo che da qualche anno suona con gli Oasis, i quali mostrano nel suonare una notevole personalità ed hanno quel loro modo di stare sul palco ereditato dai Beatles, che li ha resi famosi.
Riccardo Muolo
NUMERI DI FEBBRAIO
28/02/2009
Speciale Sanremo- Ad una settimana dalla sua conclusione, rimane l’idea che il Festival di quest’anno sia stato uno show di alto livello, mentre la qualità dei brani dei cosiddetti big è stata davvero molto bassa
OTTIMO SPETTACOLO, MA CANZONI MEDIOCRI
Anche quest’anno la kermesse canora di Sanremo ha tenuto banco per tutto il mese di febbraio. Come ogni anno, la manifestazione è stata preceduta da polemiche, curiosità ed in molti hanno espresso dubbi circa la direzione artistica e la conduzione affidata a Paolo Bonolis. Adesso, a cose fatte, possiamo tirare le nostre personalissime somme. Se parliamo della conduzione e dello spettacolo offerto nelle serate, non possiamo che dare ragione ai dati auditel: tutte le serate sono state piacevolissime, sotto diversi punti di vista. Se, invece, dobbiamo parlare più prettamente di quella che dovrebbe essere la protagonista principale, e cioè la musica in gara, non ci possiamo dire altrettanto entusiasti: a colpire particolarmente in negativo è stata la qualità delle canzoni presentate dai cosiddetti “big”. Mai come quest’anno la qualità delle canzoni in gara in questa categoria è stata scadente; non sappiamo se si è trattato di una scelta sbagliata dei pezzi o dei cantanti da portare a gareggiare, fatto sta che pochissimi brani hanno attirato positivamente la nostra attenzione e ci sono rimasti nella mente.
Non si può invece dire lo stesso per i brani della categoria “nuove proposte”, che hanno offerto mediamente elevata qualità ed originalità. Tra i “big”, senza voler far torto a nessuno, abbiamo apprezzato maggiormente le canzoni “perdenti”, in quanto eliminate ancora prima di arrivare alla finale. Parliamo di Più sole, scritta da Jovanotti, ed eseguita magistralmente da Nicky Nicolai e Stefano Di Battista, Il paese è reale degli Afterhours, probabilmente, troppo poco “sanremesi”, bocciati dal pubblico ma premiati con il premio della critica “Mia Martini”, ed infine Il mio amore unico di una sorprendente Dolcenera. Tra le canzoni, a nostro parere salvabili, quella dei gemelli Diversi, quella del trio multietnico Pupo-Belli-N’Dour e quella di Marco Masini. Per il resto, ai posteri e soprattutto alle vendite l’ardua sentenza. Per quanto riguarda le nuove proposte riteniamo di dover salvare un po’ tutti i brani. Alcuni ci sono piaciuti di più (vedi Egocentrica della bravissima Simona Molinari, o Semplicità della vincitrice Arisa), ma riteniamo che la qualità media sia indiscutibilmente elevata.
Quello di quest’anno, al di là di tutto, è stato un Festival innovativo, probabilmente il punto di svolta di questa manifestazione se i prossimi presentatori, quali che siano, sapranno ripercorrere le linee tracciate quest’anno da Bonolis. Chi era abituato ad un Sanremo ingessato, solenne e per questo un po’ goffo è rimasto sorpreso per la speditezza della conduzione e della gara e per la leggerezza del tutto. Abbandonata l’eccessiva formalità, si è visto il pubblico del teatro Ariston schizzare in piedi sia sulle note di De Andrè, riproposto dalla PFM, Claudio Santamaria e Stefano Accorsi, sia in occasione degli splendidi duetti realizzati dai cantanti in gara con artisti del calibro di Zucchero, Pino Daniele, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Roberto Vecchioni e tanti altri. Decisamente piacevoli sono stati anche i momenti in cui Bonolis si è fatto spalleggiare da Luca Laurenti, a ragione ritenuto una vera sorpresa. Con la sua leggerezza e la disinvoltura mostrata su un palco che è riuscito a paralizzare la verve di moltissimi professionisti, Laurenti è riuscito a rendere divertenti e spassosi dei momenti che altrimenti sarebbero stati morti e lenti.
Decisamente di cattivo gusto, invece, abbiamo trovato le polemiche sollevate da Iva Zanicchi contro Roberto Benigni e la trovata squisitamente pubblicitaria di Povia. Splendida la performance di Benigni, il quale ci ha regalato trenta minuti di sapiente comicità, mai fuori dalle righe. Oltre alle solite frecciate verso il mondo della politica, ha scherzato sul pezzo portato dalla Zanicchi, tra l’altro facendole un’enorme ed allegra pubblicità. Il comico è riuscito a cogliere il ridicolo che c’era in quella canzone ed è quasi riuscito nel miracolo di far passare in secondo piano l’orrore musicale a cui abbiamo dovuto assistere. Quella portata dalla parlamentare europea, Iva Zanicchi, infatti era la canzone più brutta di tutto il Festival. In compenso la cantante ha avuto qualcuno a cui scaricare la colpa della sua immediata eliminazione. Dall’altra parte, invece, c’è Povia. Lui l’ha creato ad arte le polemiche, e quindi l’interesse attorno alla sua canzone, prima dell’inizio della manifestazione. Sappiamo tutti quale fosse il contenuto di Luca era gay: un ragazzo, prima gay, ad un dato momento diventa eterosessuale.
Indipendentemente dal contenuto della canzone, ciò che proprio non è andato giù è stata la strumentalizzazione di una tematica seria ed importante come quella dell’omosessualità. In un mondo in cui non si accetta il diverso e si ritiene l’omosessuale un “non normale”, un deviato o addirittura un malato, Povia ha sfruttato l’ambiguità della storia del suo personaggio Luca, per far parlare di sé e della sua banalissima canzone. Non tutti forse sanno che qualche mese prima dell’inizio del Festival egli aveva affermato, in un’intervista su un noto settimanale, che anch’egli aveva avuto una “fase gay” durata sette mesi, lasciando intendere che il suo fosse un pezzo autobiografico, mentre, a Festival terminato, sollecitato da una domanda di una giornalista Rai, ha risposto stizzito ed infastidito che la storia non era assolutamente autobiografica, manifestando quasi disprezzo nei confronti dell’omosessualità, che sempre in quell’intervista era considerata come un difetto dovuto alla frequenza di persone sbagliate o a problemi familiari. Una visione distorta dell’omosessualità che, però, in questa Italia di oggi non ha impedito a questo cantante di arrivare secondo a Sanremo.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Speciale Sanremo- Conosciamo più da vicino Marco Carta e Arisa, i due cantanti che hanno trionfato al Festival con due canzoni e due stili molto diversi tra loro, ma ugualmente efficaci per la conquista del pubblico
DUE VINCITORI DA SCOPRIRE
Il Festival di Sanremo non si smentisce mai: ogni anno è preceduto da polemiche e dibattiti che talvolta hanno fatto capolino su questioni politiche e sociali (vedi il caso di Povia), ogni anno si fanno i soliti pronostici sui probabili vincitori ed ogni anno insorgono gli esclusi dalla kermesse per darsi un po’ di visibilità. Il Festival, tuttavia, rimane una delle rare occasioni in cui la musica italiana, quella spesso osteggiata dalla critica più raffinata, fa da padrone, proponendo autori ed interpreti più o meno validi che concorrono per quel che rimane comunque uno tra i riconoscimenti musicali più prestigiosi del nostro Paese. I protagonisti di questa 59esima edizione del Festival, oltre a Paolo Bonolis che ha forgiato uno spettacolo davvero completo, sono stati due giovani interpreti, premiati dal pubblico attraverso il televoto: il 23enne cagliaritano Marco Carta, nella sezione “artisti” (ai più nota come categoria “big”), con il brano “La forza mia”, ed Arisa, personaggio assai curioso e buffo, che ha vinto la categoria “nuove proposte”, con il brano “Sincerità”, che si appresta a diventare uno dei tormentoni della prossima stagione grazie al suo motivetto orecchiabile.
Nonostante la giovane età, Marco Carta è già molto noto al pubblico grazie alla trasmissione Amici, che lo scorso anno lo vide vincitore sempre attraverso il televoto. Il suo percorso nella scuola di Amici fu piuttosto singolare: dopo una serie di polemiche con l’insegnante ed ex cantautrice Grazia Di Michele, fu allontanato dal programma, per poi essere riammesso tramite esame. Dopo la riammissione nella scuola, Marco Carta, da sempre sostenuto dall’altro insegnante di canto Luca Jurman (vocal coach di Alex Baroni) è diventato l’idolo degli spettatori, restando ancorato per molto tempo al primo posto della classifica di gradimento. Con la fine della trasmissione, che garantisce successo ai partecipanti per pochi mesi, si pensava che anche il fenomeno Carta si spegnesse cosi com’era iniziato, ma la pubblicazione del suo primo disco “Ti rincontrerò” ha spezzato la tradizione, lanciando cosi il giovane cantante nel mondo della musica italiana: i suoi video erano tra i più votati e trasmessi dal programma musicale di Mtv, Trl-total request live. Poi, il tour iniziato d’estate e terminato ad ottobre ha ampliato ancor di più il successo di Carta, il quale ha anche pubblicato un dvd live.
Insomma, Marco Carta, a detta di alcuni critici, si appresta a diventare un novello Eros Ramazzotti, anche se il paragone sembra piuttosto azzardato. Il suo pubblico è costituito in gran parte da ragazzine ed adolescenti, ma è il tipo di cantante che piace anche alle mamme ed alle nonne. I testi delle sue canzoni non spiccano per originalità, ma funzionano molto a livello radiofonico e non bisogna sottovalutare il fattore vocale e la timbrica che lo rendono molto riconoscibile al pubblico. Il disco uscito durante il festival, intitolato “La forza mia”(come il brano) è già disco di platino. Nonostante il successo, Marco Carta sembra essere rimasto un ragazzo con la testa sulle spalle, non ancora abituato al clamore del proprio successo, e pare che proprio questo suo aspetto contribuisca al suo successo. La vincitrice delle “nuove proposte”, Arisa, all’anagrafe Rosalba Pippa, è una 26enne nata a Genova ma cresciuta in provincia di Potenza. All’apparenza sembra un personaggio uscito fuori da un cartone animato, con trucco acceso, occhialoni stravaganti ed abiti un po’ retrò. Appena salita sul palco sembrava che quello fosse l’ultimo posto in cui volesse essere, ed è stato questo il fattore che ha catturato l’attenzione dei telespettatori e della critica.
Ha una voce melodiosa e piacevole da ascoltare, un mix perfetto se consideriamo la spensieratezza del brano da lei presentato, intitolato “Sincerità”. La formula di quest’anno per le nuove proposte, prevedeva la presenza di artisti d’eccezione a sostegno dei cantanti, ed Arisa ha avuto l’onore di essere accompagnata dal maestro Lelio Luttazzi, che nella serata dei duetti ha accompagnato la sua esibizione suonando il piano. Arisa proviene dal grande laboratorio musicale di SanremoLab, che per la 59esima edizione ha premiato oltre a lei, anche la cantautrice Simona Molinari. Sin da piccola Arisa ha mostrato peculiari doti canore, partecipando a molte manifestazioni e kermesse musicali, facendo gavetta nelle feste di piazza e nei locali, fino ad arrivare all’incontro fondamentale con Maurizio Filardo e Stefano Mangiaracina (autori del brano sanremese), che grazie alla loro etichetta MAFI, la introducono nel mondo di SanremoLab, che poi l’ha portata sul palco dell’Ariston. L’album appena pubblicato è “Sincerità”, contenente ovviamente anche il pezzo omonimo vincitore a Sanremo. Piacciano o meno, i due vincitori rappresentano due importanti novità, due delle mille sfaccettature della musica italiana, che ha assolutamente bisogno di freschezza e di sostegno.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
21/02/2009
“If you’re feeling sinister” è il secondo album della band scozzese Belle e and Sebastian, originale gruppo indie che mescola rock, pop e folk, in un sound che trascina e rilassa, accompagnato da parole intense e mai banali
“SUONAMI UNA CANZONE PER LIBERARMI”
“But if you are feeling sinister, go off and see a minister, he’ll try in vain to take away the pain of being a hopeless unbeliever” (“Ma se ti senti disonesto, esci e guarda un ministro, lui cercherà in vano di portar via il dolore di essere un miscredente senza speranza”). Oppure ascolta “If you’re feeling sinister”, il secondo album della band scozzese “Belle and Sebastian”. Con uno stile tutto loro, un po’ folk, un po’ rock, un po’ pop (scusate la cacofonia) catturano al volo, e iniziare a battere il tempo col piede è un attimo. Un sound caldo (grazie a violino, tastiera, chitarre acustiche) e ben assortito sotto il quale si celano testi tutt’altro che allegri o spensierati: “Ooh! Get me away from here I’m dying, play me a song to set me free, nobody writes them like they used to, so it may as well be me here on my own now after hours” (“Tirami fuori di qui sto morendo, suonami una canzone per liberarmi, nessuno le scrive come solevano fare, quindi potrei essere anche io a farlo, qui da solo dopo tempo”).
In “Me and the Major” troviamo poi un interessante confronto generazionale: “He knows there’s something missing and he knows it’s you and I. We’re the younger generation, we grew up fast all the others did drugs. They’re taking it out on us” (“Lui sa che manca qualcosa e che siamo io e te. Noi siamo la nuova generazione, siamo cresciuti in fretta, tutti gli altri si sono drogati. Se la stanno prendendo con noi”). Il classico che si mescola col nuovo, la musica cantautorale con il folk più ritmato e incalzante che sa un po’ dell’armonica di Dylan e del folk arrabbiato dei Pogues (in “Mayfly”).
Un cd che ondarock.it considera “Pietra Miliare” del gruppo e sicuramente vi si trovano i loro pezzi migliori e anche più conosciuti. È il cd ideale per chi ama rilassarsi, lasciarsi trascinare dalla musica. Il pregio più grande è proprio quello di non diventare mai sottofondo ma piacevole compagna di vita. Il che dimostra ancora una volta come l’indie stia diventando una realtà forse poco conosciuta ma sicuramente ricca di spunti per coloro che amano la novità e non sopportano “the same old songs”. Il difetto è che alla lunga possano poi sembrare tutte uguali le canzoni di questo cd, almeno se ci si sofferma superficialmente soltanto alla musica senza curarsi affatto dei testi. Un bel 9 per i Belle&Sebastian!
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Come un fenomeno musicale (il punk) nato a sinistra e poi adattatosi anche all’estrema destra si sia ormai smarrito in un marasma irriconoscibile di pretese politiche ugualmente assurde
IL PUNK AGLI ESTREMI
È nato come protesta anarchica, socraticamente irriverente contro ogni forma di chiusura mentale, thatcheriana, sociale: il punk ha vissuto qui i suoi giorni migliori, quelli che ha poi raccontato, attraverso i suoi protagonisti, alle generazioni successive. Ed è stato fenomeno di sinistra: i Clash lo erano, i Damned lo erano, i Dead Kennedys lo erano, ed anche i P.I.L. di Rotten lo erano. Più che vera sinistra laburista (tutto è nato lì, e la sinistra in terra d’Albione sta sotto quella sigla, non c’è dubbio), un’estrema risposta antitetica all’ultraconservatorismo dilagante. S’è nutrito, è cresciuto, ha perso dei pezzi, ha contaminato il mondo, si è fatto contaminare, e, agli albori del XXI secolo, con la follia dei ’90, in controtendenza rispetto al resto del mondo musicale che si addolciva e si mercificava, s’è dato anche all’estrema destra. Difficile definire il fenomeno skin: il punk nazi-sociale è talmente impregnato di ideologia furiosa e nichilista che spesso si confonde, nell’impianto di base, con quelle reali rivendicazioni di gruppi di sinistra come i Bad Religion, tuttora operanti. Si etichetta spesso come vera e propria valvola di sfogo per ragazzetti che vanno negli squatter solo per picchiare, devastarsi, darsi un senso. All’estero, soprattutto. Ma c’è di più, ed in Italia questo è ben evidente. Le recenti proteste contro il ministro Gelmini hanno sollevato polemiche corali e spesso differenti nell’identificazione e nella risoluzione dei problemi. Ha dato anche ampio spazio a movimenti come l’Onda ed il Blocco Studentesco.
Al di là di tutte le schermaglie ideologiche, i due gruppi si odiano. Ma, leggendo i programmi, chiedono le stesse cose. Inoltre, sono rappresentati a livello musicale da gruppi che coverizzano le stesse canzoni, si cimentano con le stesse parole, appoggiano le stesse rivendicazioni. Da una parte gente come Zetazeroalfa, Cuori neri, 270bis, dall’altra i classici Punkreas (per sottolineare come le differenze tra i due schieramenti siano davvero labili basti pensare che nel loro ultimo album una canzone si chiama proprio “Cuore nero”), Pornoriviste, Skruigners. Gli accordi sono sempre quelli, le basi pure, la grinta e la rabbia rimangono inalterate. Gli uni si proclamano di destra fascista, riempiono le loro canzoni di riferimenti alla storia d’Italia recente, apologie deviate di un mondo che non c’è più. Gli altri infarciscono i testi di paccottiglia ideologica sicuramente meglio confezionata (andate a sentire una registrazione degli Zetazeroalfa nel loro studio di Roma auto-finanziato e del tutto auto-prodotto e poi una a caso degli ultimi Punkreas: sembra Davide contro Golia, una garage band contro Bruce Springsteen), dopo aver perso tutta la carica e la rabbia allo stato puro che traspariva da canzoni come “Anarchia”, ormai roba vecchia.
La somiglianza più lampante, tale da renderli, oltre che pericoli pubblici secondo alcuni, dei veri eroi per i movimenti che li hanno assunti come padri putativi e li hanno fatti entrare nel loro Pantheon, è nell’odio ferino e acerrimo contro ogni istituzione dello stato con un casco in testa. Soprattutto polizia, ma anche “carramba” e i soliti “celerini”. Basti confrontare l’ormai celeberrima “Fratello poliziotto” dei Punkreas (“non venirmi a dire che questo è il tuo mestiere, che dei diritti umani sei l’alfiere, (..) puoi stringere un po’ i denti, lavorare come un mulo o più semplicemente puoi andare a fare in…”) con l’astro nascente del panorama neo-fascista, “Nella mischia”, sempre degli Zetazeroalfa, una lunga tirata su quanto sia bello prendere a sprangate e cinghiate i poliziotti e vederli soffrire poi tutti insanguinati. La violenza dilaga, anche se musicata rimane tale. C’è da riflettere. Non tanto su quanto il Blocco si sia ormai affermato a livello giovanile (occupazioni di licei, adesioni su Facebook), ma su quello che ciò comporta: la canzone ufficiale del Blocco sembra un inno dopato della Marini o di Pietrangeli, storici cantautori di sinistra, gente che un motivo per essere indignata e definirsi tale ce l’aveva davvero: “Mille cuori una bandiera, mille braccia verso il sole…”.
Dario Sabbioni –ilmegafono.org
14/02/2009
I Massive Attack sono una band inglese “passeggera”(i membri stabili sono solo due) la cui musica è caratterizzata da suoni particolari ed intensi, che avvolgono l’ascoltatore e quasi lo costringono ad un assoluto silenzio
L’ORIGINALE INTENSITÀ DEI MASSIVE ATTACK
Avete in mente la melodia della sigla del telefilm Dr. House? Bene quella è “Teardrop” dei Massive Attack. Una di quelle canzoni che ci scopriamo a canticchiare per strada o sotto la doccia, di quelle che si infilano in testa e non se ne vanno. In effetti, questa è un po’ la caratteristica di questo gruppo inglese. O meglio di questa banda passeggera che ogni tanto si ritrova sotto l’insegna Massive Attack. I membri stabili sono soltanto due: Robert Del Naja e Grant Marshall, che si avvalgono spessissimo della collaborazione di altri artisti del panorama hip-hop, soul, pop del calibro di Madonna, per fare un esempio. Per chi non li conosca, il modo migliore per avvicinarli è proprio ascoltare “Teardrop”. È un genere tutt’altro che commerciale, molto particolare. Come per raggiungere una meta ambita, riuscire ad apprezzarlo prevede il passaggio obbligato per qualche punto particolare.
Se prendiamo “100th Window” e lo mettiamo sul piatto del lettore, inizia improvvisamente un vero e proprio viaggio nello sconosciuto e nell’inconscio. È una musica che ci fa estraniare completamente dalla realtà, avvolgendoci con la stessa intensità della musica classica, e in effetti le assomiglia molto per profondità, intensità, espansione del suono. Viene semplicemente da far silenzio ascoltandola. Quasi tribale, un po’ inquietante, molto, molto lenta, cadenzata, essa si insinua dolcemente in ogni angolo dell’ambiente e della testa (anche piacevolmente ballabile). Per rendersene conto non occorre far altro che procurarsi gli album “Mezzanine” o il già citato “100th Window”. Assolutamente da ascoltare (oltre a “Teardrop”) “Everywhen”, “What your soul sings”, “Special Cases”. Ma quali sono i punti di forza e quali i talloni d’Achille dei Massive? Tra i primi inseriamo sicuramente l’originalità.
Se tutte le canzoni che più ascoltiamo sono troncate per esempio dalla bacchetta sul tamburo di una batteria, i suoni elettronici (ma non house) si ampliano, si allargano, rilassano. Non c’è stacco ma continuità. Per quanto riguarda le debolezze del cd e del genere, c’è sicuramente il “rischio” che diventi musica da sottofondo, troppo particolare per essere ascoltata e apprezzata completamente. Tra l’altro, vi sono anche tracce molto lunghe (più di 6 minuti) cui non siamo ormai più abituati. Ogni brano nel mercato radiofonico che forma il nostro orecchio e il nostro gusto deve avere una spendibilità immediata, adeguandosi alla velocità e alla rapidità del momento storico-sociale; quindi è possibile letteralmente annoiarsi ascoltando i Massive Attack. Ma niente paura, occorre solo farci l’abitudine.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- Se dovessimo associare l’Italia ad una canzone, fatta eccezione per due brani classici del repertorio nazional-popolare,non potremmo sfuggire da brani che cantano i mali e i problemi del nostro Paese
“VIVA L’ITALIA, L’ITALIA CHE RESISTE”
Se doveste pensare ad una canzone che parli dell’Italia (escludendo l’Inno di Mameli), probabilmente in maniera automatica comincereste a canticchiare il ritornello folkloristico e sempliciotto di “Italia”, che il compianto Mino Reitano intonava con sincero amore ogni qualvolta si presentasse l’occasione: “Italia, Italia, di terra bella e uguale non ce n’è. Italia, Italia questa canzone io la canto a te!”. Rimanendo nel filone nazional-popolare, la canzone che per anni è stata una sorta di inno d’Italia è “L’italiano” di Toto Cutugno, in cui, insieme al celebre “lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, è possibile ritrovare il ritratto (d’ispirazione vagamente conservatrice) dell’Italia d’inizio anni ’80: “Buongiorno Italia gli spaghetti al dente e un partigiano come Presidente, con l’autoradio sempre nella mano destra e un canarino sopra la finestra. Buongiorno Italia con i tuoi artisti, con troppa America sui manifesti, con le canzoni, con amore, con il cuore, con più donne sempre meno suore”. Se però si esce dall’alveo delle associazioni più immediate e popolari tra l’Italia e i brani musicali che la raccontano e la descrivono, allora ecco che si possono ascoltare le note e le parole splendide di “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori.
In essa il cantautore romano incita il Belpaese, con la sua storia e i suoi problemi, le sue ferite e le sue vittorie, la sua debolezza e il suo coraggio: “Viva l’Italia, l’Italia liberata, l’Italia del valzer, l’Italia del caffè. L’Italia derubata e colpita al cuore, viva l’Italia, l’Italia che non muore. Viva l’Italia, presa a tradimento, l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento, l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura, viva l’Italia, l’Italia che non ha paura”. Dello stesso tenore un’altra splendida canzone, più recente, “Buonanotte all’Italia”, portata al successo da Luciano Ligabue, il quale dedica il suo pensiero notturno a questo Paese ricco di bellezze, ma martoriato da un cattivo potere, macchiato dal sangue del suo passato recente, sfinito da chi cerca di svuotarlo della sua essenza: “Buonanotte all’Italia che c’ha il suo bel da fare, tutti i libri di storia non la fanno dormire, sdraiata sul mondo con un cielo privato, fra San Pietri e Madonne, fra progresso e peccato, fra un domani che arriva ma che sembra in apnea ed i segni di ieri che non vanno più via […] Buonanotte all’Italia con gli sfregi nel cuore e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere, e la guarda distratto come fosse una moglie, come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie”.
Con un testo forse un po’ più banale e meno elaborato, anche “In Italia” dell’inedita coppia Nannini-Fibra pone l’accento sui vizi del nostro Paese, su ciò che ci caratterizza in negativo, con particolare riferimento ai misteri italiani, come si evince dal ritornello: “Ci sono cose che nessuno ti dirà…ci sono cose che nessuno ti darà…sei nato e morto qua, sei nato e morto qua, nato nel paese delle mezze verità”. Un altro esempio di denuncia del malcostume italiano e dei difetti evidenti dei nostri connazionali è sicuramente “L’italiano medio” degli Articolo 31, in cui in maniera scanzonata e diretta si mette in mostra tutto il repertorio del cosiddetto italiano medio: “Ti voglio fare vedere che sono proprio un bravo cittadino, ho il portafoglio di Valentino e l’importante è quello che ci metto dentro. Vado con il vento a sinistra, a destra, sabato in centro fino a consumare le suole, ballo canzoni spagnole così non mi sforzo a seguire le parole e penso a fare l’amore, alla villa di Briatore, alla nonna senza ascensore, alla donna del calciatore, a qual è il male minore…L’onore, sua eccellenza Monsignore, ancora baciamo la mano…che bel miracolo italiano!”.
Infine, quando si parla di canzoni che cantano l’Italia e gli italiani non si può fare a meno di citare l’ironia irriverente di Elio & le storie tese, i quali, con “La terra dei cachi”, ci offrono a modo loro il quadro del Belpaese degli anni ’90: “Italia sì, Italia no, Italia bum, la strage impunita. Puoi dir di sì, puoi dir di no, ma questa è la vita. Prepariamoci un caffè, non rechiamoci al caffè, c’è un commando che ci aspetta per assassinarci un po’. Commando sì, commando no, commando omicida. Commando pam, commando papapapapam, ma se c’è la partita il commando non ci sta e allo stadio se ne va, sventolando il bandierone non più il sangue scorrerà”. Insomma, a parte i due brani del repertorio nazional-popolare, l’Italia in musica non può liberarsi dei problemi che la assillano, attraversando i decenni e lasciandoci capire come poi i difetti e le difficoltà siano sempre uguali. Ed allora, mettendola in musica, davanti alla situazione attuale, che è pesante e grave, speriamo che l’Italia sana, quella civile e dignitosa possa trarre forza dalla frase a cui De Gregori affida la chiusura di “Viva l’Italia”: “L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia, l’Italia che resiste”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
7/02/2009
Conosciamo da vicino gli Zero Plastica, gruppo genovese che affida a sonorità che spaziano dall’hip hop al rap e al reggae testi di denuncia sul degrado istituzionale italiano, sempre più favorito dalla crescente censura
L’HIP HOP SOCIALE DEI ZERO PLASTICA
Diverso tempo fa, abbiamo lanciato un’iniziativa musicale finalizzata a dare spazio e voce a tutti quei cantanti o gruppi che volessero farsi conoscere e pubblicizzarsi attraverso le pagine del nostro settimanale. Questa settimana ci hanno contattato e si sono proposti gli Zero Plastica, un gruppo hip-hop genovese, nato nel 2001, fondato da NioSiddharta (mc, d.j. e produttore) e Lurè (mc). Ciò che maggiormente colpisce, nell’ascoltare alcuni loro pezzi, è stata la forza dei testi e l’interesse spiccato per le tematiche sociali e politiche, il tutto condito con i tipici suoni hip hop. Le atmosfere di Zero Plastica spaziano non solo tra i suoni classici della musica hip-hop, ma anche tra quelli caldi del reggae giamaicano, sperimentando rielaborazioni del dialetto genovese in chiave rap e dancehall. Zero Plastica è attualmente uno dei gruppi più attivi dello scenario hip-hop ligure, con all’attivo un album e decine di collaborazioni e mixtapes. Il loro primo disco, autoprodotto ed auto distribuito, esce nel 2005, mentre alla fine del 2008 è uscito il secondo lavoro.
Si tratta dell’ep “P.O.P.? – RMX”, con la ricca collaborazione di diversi produttori, con pezzi che vanno dal rap all’elettronica più estrema, al drum n bass ed al reggae roots. In questo ultimo lavoro, si trovano cinque tracce di rap militante contro la disinformazione. Alcuni dei titoli delle tracce sono alquanto eloquenti: Armi di distrazioni di massa, Propaganda, Sotto attacco, Notizie vere. È un disco unico nel suo genere: si tratta infatti di un concept-album che affronta temi estremamente caldi e attuali come la disinformazione, la demagogia, la propaganda politica, la corruzione delle istituzioni, e si chiede se sia “populista o pericoloso?” (da qui l’acronimo del titolo) discutere e prendere posizione su certi argomenti, considerato il clima crescente di censura in Italia. Secondo Nio, ideatore del progetto, “questo è un ep, ovvero la metà di un long playing, un disco breve insomma, ed è un concentrato di quegli argomenti che l’italiano medio non riesce a digerire: è uno sfogo, un rigurgito contro la corruzione del nostro amato Paese. Sono le canzoni più estreme che abbiamo mai fatto!”.
I testi di Nio e Lure sono pungenti ed ironici, intrisi di riferimenti alla cronaca nazionale quotidiana; il lato musicale, invece, è curato da Kubus, considerato il maggiore produttore rap dell’Olanda, le cui sonorità elettroniche sperimentali hanno fatto scuola in tutta Europa. Allo stato attuale, gli Zero Plastica sono nuovamente in studio per registrare il secondo album ufficiale, con la collaborazione di alcuni dei migliori musicisti genovesi, tra cui Roberto Gabrilelli (Cool Reggae Band), Bob Quadrelli e Toni La Corte (SensaSciou), Marco Fadda, Bobby Soul & Les Gastones, EnRoco e Aparecidos. Su questo punto, Lure ci tiene a sottolineare che “il prossimo disco sarà totalmente diverso da questo ep”. Infatti, avrà profonde influenze reggae ed etniche e si aprirà ad una varietà di argomenti ben più ampia: “Sarà puro rap d’autore, degno della vecchia Scuola Genovese. Solo un po’ più moderno!”. Intanto Zero Plastica ha scelto di regalare il suo ultimo cd, “P.O.P.?”, lasciandolo scaricare facilmente dal proprio sito. Per ogni altra informazione su Zero Plastica e Kubus: http://www.zero-plastica.com.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Continua, anche quest’anno, la nostra iniziativa per promuovere gratuitamente, attraverso questa pagina, artisti emergenti o conosciuti sul piano locale e regionale- I precedenti sono positivi, quindi, se volete, fatevi avanti
FATTI CONOSCERE CON IL MEGAFONO.ORG
La nostra redazione informa tutti gli utenti del nostro sito che prosegue l’iniziativa lanciata a febbraio 2006, relativa alla promozione gratuita di cantautori, musicisti, autori non ancora conosciuti presso il grande pubblico. Oltre all’amore per la musica, in tutte le sue forme, e all’attenzione riservata a diversi generi, perseveriamo nella convinzione di dover fare qualcosa per permettere agli artisti emergenti, siano essi cantanti, cantautori, gruppi, musicisti o autori, di farsi conoscere in tutta Italia attraverso il nostro sito. Vogliamo dare la possibilità a chiunque faccia musica, nel caso in cui lo desideri, di pubblicizzarsi gratuitamente, di segnalarsi. La nostra idea di base deriva dall’esperienza avuta all’inizio del nostro cammino, nel 2006, quando gli Aioresis, un ottimo gruppo pugliese, che si cimenta con ottimi risultati nella pizzica e nella taranta, ci ha contattato via mail, inviandoci poi per posta il loro ultimo lavoro musicale, in modo da ottenere una recensione sul nostro sito.
La nostra redazione ha ascoltato, con immenso piacere, il loro cd, pubblicandone la relativa recensione, permettendo loro di farsi conoscere anche al di fuori del loro contesto abituale. Tante persone, attirate dalla curiosità o dall’amore per il loro genere, non solo in provincia di Siracusa, ci hanno chiesto informazioni su questo gruppo, di cui fino ad allora sconoscevano l’esistenza. Dal febbraio 2007, poi, quando abbiamo lanciato per la prima volta la nostra iniziativa, diversi artisti ci hanno “affidato” i loro lavori, ottenendo visibilità gratuita e recensioni che sono state sempre apprezzate. È stato il caso dei Posh, dei Baciamolemani, dei Juda, dei Ueickap, dei Mala Manera, fino ad arrivare a questi giorni, quando un altro gruppo, gli Zeroplastica, ci ha mandato una mail di presentazione con tutti i link utili per ascoltare la loro musica.
Non è necessario, infatti, mandarci materialmente il cd, è sufficiente anche una mail in cui presentate voi stessi e il vostro lavoro, a patto che abbiate modo, anche on line, di farci ascoltare la vostra musica per ottenere la recensione. Insomma, crediamo che sia un bel veicolo di promozione gratuita, che noi vogliamo utilizzare per contribuire alla scoperta di artisti nuovi o conosciuti soltanto a livello regionale. o comunque conosciuti ma soltanto in una nicchia ben precisa del mondo musicale. Un’idea semplice che potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto utile per chi ama la musica. Per concludere, dunque, invitiamo chiunque voglia segnalare i propri lavori musicali, o quelli di artisti o gruppi amici, a contattarci all’indirizzo redazione@ilmegafono.org
La redazione de ilmegafono.org
NUMERI DI GENNAIO
31/01/2009
L'autore e attore teatrale, Marco Paolini, nel 2004 ha inciso anche un cd, “Sputi”, realizzato insieme al gruppo brianzolo I Mercanti di Liquore, in cui la musica e la poesia dei testi si fondono in un’elegante armonia
PAOLINI AFFASCINA ANCHE IN MUSICA
Che Marco Paolini fosse uno da inserire nella categoria “grandi” l’avevamo capito. Che fosse un attore eccezionale idem. Che ci tenesse incollati di fronte alla tv con i suoi spettacoli sulla tragedia del Vajont, sul rugby, sulla disastrosa spedizione in Russia, anche. Ma lo sapevate che ha inciso anche un cd? No? Probabile. Perché l’energico autore veneto ha fatto anche questo, ma senza troppa pubblicità. Nel 2004 è uscito “Sputi”, cd di 15 tracce realizzato e musicato con i Mercanti di Liquore. Facciamo un po’ di mente locale. Marco Paolini lo conosciamo: veneto, autore e attore teatrale, pizzetto, calvizie incipiente, grande capacità di amalgamare serietà, sarcasmo, simpatia popolare, italiano e dialetto. I Mercanti di Liquore forse meno. Basterà dire che nascono intorno al ’95 tra le nebbie monzesi, sono un gruppo power-folk che alternano brani originali (tanto per avere un’idea “L’eroe”, “Cecco il mugnaio”), ispirati anche dalla tradizione popolare, e rivisitazioni (e quindi ri-arrangiamenti) dei testi di De Andrè. Lorenzo Monguzzi (voce e chitarra) ha anche accompagnato l’ultimo spettacolo in tv di Paolini (ricordate il chitarrista coi capelli lunghi?).
“Sputi” nasce come uno spettacolo intorno all’acqua, alla privatizzazione della stessa. Evolve, prende forma e diventa cd. Paolini e i Mercanti prendono in prestito poesie da vari autori (Rodari, Erri De Luca, Dino Campana, Mario Rigoni, Stern) e riflettono, strumenti alla mano. Ne esce un’armonia perfetta tra parole e musica, diversa da come la conosciamo noi. È la seconda che si presta, si ingegna, si plasma per le prime. Le prende per mano e le porta alle nostre orecchie ben attente. Il pezzo più emozionante è forse “Il prigioniero Ante”, elaborata sull’omonima poesia di Erri De Luca. Ante Zemljar era stato comandante partigiano, poi processato e condannato, passò cinque anni nel lager Jugoslavo di Goli Otok, l'“isola calva”. Il poeta lo canta con il suo solito stile che sa di pratico, di quotidiano. Paolini presta la voce e i Mercanti il pianoforte. “Un giorno il nodo cede; pregato dall’unghia, l’amica del tempo, che ricresce ogni giorno, il nodo cede. Si toglie come un tappo di bottiglia, e nel suo collo passa uno zampillo di luce, dritta, liscia, s’allarga a terra. Allaga il pavimento…La guardia non saprà. Il sole non è spia, s’infila svelto e poi non lascia impronta.
Pure se perquisisce, la guardia non può dire ‘Qui c’è stato il sole, sento il suo odore!’…nessuno saprà”. Più scanzonata ma altrettanto profonda è “Due parti di idrogeno per una di ossigeno” (Testo: “I mari della luna” di Gianni Rodari e “Virtù dell’acqua” di Marco Paolini). Chitarre stoppate, ritmo incalzante spingono a interessanti riflessioni e considerazioni sul problema “acqua”. Una vera e propria ode al primo elemento: “Ma di chi è l’acqua, perché non riesco a non pensare che questa non sia roba da vendere e comprare…per la sua eguaglianza universale, per l’indipendenza di ogni particella dalle altre, per la libertà del suo stato liquido, solido, gassoso. Infatti che prezzo si può dare al vapore, alla nebbia, alla nube, alla pioggia, al nevischio, alla grandine…la grandine, nel bilancio idrico dei potenti, sarà un costo o un ricavo?”. Quindi guerra, acqua, fascismo (“Sette Fratelli”), potere, tutti temi legati all’orgogliosa e profonda sensibilità popolare che gli autori non disdegnano di trattare anche in modo scherzoso (“Re Federico”). Anche “Sputi” si inserisce quindi nel filone della canzone d’autore, vicina al folk. Musica che rivive attraverso artisti abili e interessanti nel perpetuo incontro tra poesia e note.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Continua il nostro viaggio nella musica folk irlandese: stavolta ci concentriamo su una band molto particolare, i Pogues, e sul loro ruolo nel portare la musica folk dai pub al mainstream
RUM, POESIA E IRRIVERENZA
I Pogues possono a ragione essere considerati una delle realtà più felici della musica folk contemporanea: nati dalle ceneri del punk, ne hanno tracannato i fumi alcolici spingendosi su lidi mai toccati prima. Alla fine di questo viaggio impazzito si sono fermati a riflettere, hanno raccolto le idee e, ormai non più giovani, si sono dedicati ad altro. I Pogues sono soprattutto la creatura plasmata da un genio artistico fino ad ora irraggiungibile, Shane MacGowan, ovvero la dimostrazione vivente che non è assolutamente una mela al giorno a togliere il medico di torno (sempre se la mela non è l’aroma di qualche liquore). Questo “relitto umano” (parole sue), tuttora in vita, nutrito dalla nascita di musica irlandese, lui che irlandese non è, essendo cresciuto da redneck londinese, ha assaporato il punk quando questo era già morto nei rivoli post-, dark- e altre amenità, lo ha gustato, ne è rimasto schifato ma indissolubilmente legato, e ha quindi fondato, insieme a qualche altro menestrello di strada, i Pogue ma hone (“Kiss my ass”, rimarrà senza traduzione, è meglio), ribattezzati poi Pogues. Pochi album per entrare nel giro che conta, infiniti concerti in tutta Europa (oltre all’Inghilterra che li ha lanciati, la loro patria d’elezione è la Francia), video tra i più brutti che la storia ricordi (come non dimenticare le orribili riprese di “Sally MacLennane” con Shane ubriaco? Andate su Youtube per credere…e non perdetevi nemmeno le sue esilaranti interviste alle tivù polacche, pieno fino all’orlo di whiskey) e la storia dei Pogues si consuma.
Andiamo con ordine: inutile classificare per album, è riduttivo. Iniziamo con le canzoni d’amore. L’emblema è “A rainy night in Soho”: un pianoforte che accompagna la voce finto-stonata di Shane, melodia semplice, parole leggere e commoventi. Sentimenti che toccano il cuore, e sembra di vederlo, questo sdentato cantore di cessi pubblici e pisciate in compagnia, abbracciare ogni lampione che incontra, innamorato perso di una donna che è solo frutto dei suoi sogni, e per questo ancora più dolce. Vien voglia di sorreggerlo, di portarlo a casa, di iniziare a cantare con lui, a squarciagola. O come non provare empatia per quel vecchio ubriacone che attraversa ogni luogo di Londra (citato con dovizia di particolari, come sempre in ogni canzone dei Pogues, a testimonianza dell’esperienza che lega il luogo alla mente dell’autore: verrebbe da ricordare qui una certa doctrina alessandrina dei poeti classici, ma ci spingeremmo forse su lidi un po’ troppo estremi) nella splendida “London Girl”? Un coro che rincorre le voci incalzanti, un ritmo sincopato, parole gonfie di un amore lontano, che si ricerca con tutte le proprie forze, in una tensione infinita verso quella ragazza che popola i sogni di questo musicante prestato alla poesia. Come non parlare poi delle rielaborazioni dei traditionals irlandesi?
Da “Whiskey in the jar”, la storia di un tradimento per denaro, a “Rare old mountain dew”, in cui il latente razzismo irlandese riaffiora sensibilmente (la forza dell’Irlanda moderna è anche nelle profonde radici cristiane della sua gente, una religione molto chiusa e poco incline al cambiamento e “all’altro”), da “The band played waltzing Matilda” di Eric Bogle, uno degli inni pacifisti (chiamarlo inno forse è riduttivo, per otto minuti e mezzo di canzone) più forti e sentiti di tutti i tempi, con la guerra dei mutilati a fare da sfondo, fino a “The leaving of Liverpool”, un’ironica considerazione dell’immigrazione irlandese in chiave parodica. Da “The wild rover”, uno scanzonato anthem che invita al bere, a sperperare i soldi di mamma e papà per riscaldare lo stomaco e a pentirsi poi la sera da ubriachi, per finire con “Dirty old town”, il Folk riassunto in quattro-accordi-quattro, ed il racconto di un amore consumato di nascosto sullo sfondo di una città industriale e bigotta. Altro elemento cardine del Pogues-pensiero è la strada: ebbene sì, strano ma vero. È il luogo dove avvengono incontri, come nella veloce “Streams of whiskey”, ove un compagno incontrato per strada in un momento di depressione esistenziale può essere portatore di utili consigli (“Io sto andando dove scorrono i fiumi di whiskey”, così afferma il ritornello) per le domande più difficili sulla filosofia di vita da scegliere; le strade sono luogo di perdizione, di solitudine, sono le metafore di una vita vissuta all’ombra di qualcosa, come in “Dark streets of London”, con i soliti continui rimandi ad una precisione stilistica davvero notevole.
“The sunnyside of the street” è invece il racconto di un viaggio infinito attorno al mondo, dal Nepal a Roma, sempre sul lato soleggiato della strada, mai su quello sbagliato (se poi, come dice il primo verso, l’unica cosa di cui ci si ricorda “dopo le donne e le sbronze sono dei bambini senza scarpe”, se poi si ritorna alla realtà con la “voglia di vomitare”, questa è un’altra faccenda). Si rimane poi estasiati dalla capacità poetica di Shane in “A pair of brown eyes”: qui l’alcool è solo un pretesto per una visione onirica in cui, tra corpi maciullati e sanguinolenti, un uomo vede un paio di occhi scuri che lo osservano. Finita la sbornia colossale, essi scompaiono. La strada qui è quella che il protagonista dovrà fare, non si sa fino a quando, per rivedere quegli occhi, per poterli di nuovo osservare, nella loro magnificenza, e sembra di avere a che fare con uno di quei romanzi di formazione che hanno alla base la ricerca per qualcosa che si è perduto e che si desidera ardentemente. Ciò che li rende davvero speciali, questi quattro, cinque, sei, non s’è mai capito, musicisti, è la straordinaria capacità con cui si sono adattati, senza mai perdere un briciolo della loro verve, alla scena musicale che tra gli ’80 e ’90 è radicalmente cambiata. Da Joe Strummer (“Turkish song of the damned”) a Frank Sinatra (“Summer in Siam”), i Pogues sono l’esempio più lampante di come la volontà, la tenacia, l’originalità e la determinazione valgano più di qualsiasi raccomandazione.
Dario Sabbioni –ilmegafono.org
24/01/2009
L’impatto della forma-canzone sul popolo, la volontà di riscatto dopo secoli di dominazione, uno spiccato senso musicale: ecco cosa rende il folk irlandese musica che è patrimonio della sua gente
IL FOLK IRLANDESE E L’ETERNA GUERRA
Eirèann: Irlanda, in gaelico. Terra di folletti, erba verdissima, pioggia, donne forti e prosperose, musicisti e barboni. O almeno così la dipingono gli italianissimi Modena City Ramblers e Fiorella Mannoia, rimanendo nel musicale quindi, evitando di citare un certo James Joyce, un Oscar Wilde o un tale W.B.Yeats. Forme pure, splendida gente, luccicanti strade di muschio e profumi inebrianti. Birre perfettamente distillate, personaggi caratteristici, elementi fiabeschi e mitologici. È tutto qui? Assolutamente no. C’è la musica. Melodica, perfettamente costruita in ogni sua parte, ricca di strumentazione originale, di voci celestiali, di leggende celtiche da sbandierare ai quattro venti (Enya, Clannad, Eleanor Mc Avoy, Paul Brady). È tutto qui? Di nuovo assolutamente no. C’è un genere che si allontana da ogni catalogazione, da ogni sovrastruttura imposta: il combat folk, ma non quello moderno, nell’accezione forse più banale, con chitarre galoppanti, ritmi veloci, batterie pulsanti. Caratteristico, soprattutto, di un’epoca, quella imperialistica, fino al 1918, tanto da generare un numero praticamente infinito delle cosiddette “Ballads”, di argomento assai vario: dalla dominazione con i fucili a quella culturale inglese, dalle carestie all’emigrazione fortissima di fine ‘800.
È la musica politica per eccellenza, che può avere come epigoni moderne le numerose canzoni partigiane che vennero composte in tre anni di guerra resistente in Italia. Con una differenza: l’Irlanda, al contrario dell’Italia che ha vissuto momenti di prosperità pur essendo sotto un dominatore straniero, è occupata e povera da sempre. Da quando i primi monarchi inglesi si spinsero fino alle dolci coste della Terra Verde per trovare fortuna. Uno Stato che, al contrario della Scozia, ha ottenuto un abbozzo di autonomia soltanto dopo il 1918 e a costo di innumerevoli vite umane. Nascono così le canzoni di rivolta più cantate ancora nei pub, a Temple Bar, a Grafton Street (avete presente il film “Once”, la strada dove canta il protagonista? Ecco, esattamente lì). La maggior parte su quel milione quasi di irlandesi che cercò fortuna oltremare: da The streets of New York dei Wolfe Tones, dove il giovane protagonista scappa in America dallo zio che viene ucciso proprio mentre lui sta toccando il suolo U.S.A. ed alla fine ha la sua vendetta, fino a The Irish Rover dei Dubliners, dove una nave che fugge verso l’America fa naufragio e vi è un elenco dei personaggi che partono: perfetti sconosciuti che attraverso le canzoni diventano eroi.
Come non dimenticare poi le canzoni sulla rivolta del 1916, sulle varie “Bloody Sundays” (U2, come dimenticare il giro di chitarra iniziale?), sulle torture dei Black and Tans, gli irlandesi venduti alla causa inglese per un pugno di soldi e qualche onore provvisorio. Il filone forse più fiorente di questo vero e proprio genere musicale. The fields of Athenrye (i campi di Athenrye) che ospitano i ricordi di una donna con il marito condannato ai lavori forzati per essersi ribellato, The rifles of the IRA (i fucili dell’IRA), canzone che cita esplicitamente la forza politica combattente, il braccio armato del Sinn Fein, partito al governo dal 1916, la tristemente famosa Irish Republican Army. L’inno Irish Republican Jail Song, con le parole che sono diventate un’arma contro l’egemonia inglese, al pari di un Bella Ciao o di un Fischia il vento nostrani: “We’ll fight it out until the end, we’ll fight for we cannot fail! (Combatteremo fino alla fine, combatteremo perché non possiamo fallire)”.
Oppure l’ “Irish soldier laddie” dei Barleycorn: ragazzo di strada che arruola un suo coetaneo in pochissimo tempo per combattere l’“English crown”, la terribile “Corona inglese”. I “ragazzi della vecchia brigata (Boys of the old brigade)” appartengono invece al racconto di un padre al proprio figlio nella canzone dei Dublin City Ramblers, e sono i giovani delle campagne che s’unirono ai loro compagni nella lotta contro l’eterno dominatore inglese (come nel film di Ken Loach “The wind that shakes the barley”). Sono canzoni che puzzano di osteria e di alcolici tracannati in allegria, durante feste segrete, durante riunioni di partito clandestine. E la memoria, che ancora ce le consegna intatte attraverso gli interpreti irlandesi del giorno d’oggi, le rende, se possibile, ancora più forti e significative, eterno baluardo alla Resistenza con la erre maiuscola, quella che tante persone vorrebbero cancellare, incrollabili monumenti della lotta per la libertà di un popolo.
Dario Sabbioni –ilmegafono.org
I Perturbazione, gruppo pop-folk-rock piemontese nato alla fine degli anni ’80 e arrivato al pubblico nel 1998, sono artisti originali e abili che, tra concerti e progetti, si muovono nell’alveo della musica indipendente
ARRIVANO PIANISSIMO, ANZI…FORTISSIMO!
Credevate che il panorama musicale italiano degli ultimi anni stesse sempre più inaridendo? Aspettavate con rassegnazione l’ennesima pantomima sanremese (cui si sono convertiti anche gli Afterhours quest’anno)? Nel primo caso vi sbagliavate, nel secondo ecco la buona notizia. A darvi torto sono i Perturbazione, gruppo piemontese nato intorno alla fine degli anni ’80 tra i banchi di scuola. Inizi un po’ incerti per questa band di giovani che arriva a pubblicare il suo primo album (interamente in inglese) solo 10 anni più tardi (“Waiting to Happen”, On/Off Records, 1998). Ma non era certo finita lì. Cominciano i contatti con altri artisti e i concerti, così dal 1998 pubblicano altri 3 album, fino al quinto, “Pianissimo Fortissimo” (EMI) del 2007. Dall’album è stato estratto Battiti per minuto, il primo singolo: “È solo una ragazza che ha bisogno di magia, e sa che il tempo ha fretta di fuggire altrove, ed è obbligata a crescere”. Sembra di riconoscere la ragazza de “La guerra è finita” dei Baustelle.
In effetti il gruppo sintetizza molto dell’ambiente discografico indie-pendente italiano e d’oltremanica. C’è un po’ dello stile Tiromancino e un po’ dei Belle And Sebastien, un po’ dei Kings of Convenience, soprattutto per le musiche (senza utilizzo di sintetizzatore). Non si può quindi definirlo un cd avulso dal contesto musicale attuale, ma è questo il suo punto di forza. Ci sono canzoni molto interessanti, originali per gli stili che confondono. Eppure sono tracce che possono piacere un po’ a tutti. Rimangono “di nicchia” perché fuori da qualsiasi circolo mediatico o para-mediatico. Il nome del gruppo infatti trae un po’ in inganno. Ci si aspetterebbe un rock duro stile Him, invece è una musica leggera pop-folk-rock che non si vende al mercato, ma non per questo è di pessimo gusto, anzi.
Il risultato è un’ottima armonia di testo e suono (arricchito anche dalla pianista e violoncellista Elena Diana). Basta ascoltare Nel mio scrigno per rendersene conto: “Comodo restarmene disteso a dispensar consigli proprio come se ti avessi in pugno, ma i mesi passano e i dubbi restano e la tensione è un distillato che ti vendo un po’ più caro del giorno prima”. Oppure Il materiale e l’immaginario: “Preferisco di gran lunga la bellezza inconsapevole di una coppia di ragazze che conversano lontano alle facce toste indomite che le spogliano con gli occhi, agli antipodi del sole della seduzione, chissà perché io faccio sempre male i conti?”. Le dieci tracce non hanno un motivo d’unione particolare, ma nel complesso riescono a dare un’idea veritiera di quello che i Perturbazione sono e sono stati.
Forse non hanno la grinta o la poesia di gruppi italiani più famosi (Litfiba, Timoria, Afterhours, Diaframma, Marlene Kuntz), ma di certo non sfigurano e continuano a tenere viva la nostra musica. Sempre più schiacciata dallo strapotere dei big riesce a trovare nuove idee solo nel mondo parallelo dei produttori coraggiosi e delle etichette indipendenti. Tra l’altro, i Perturbazione incarnano anche un nuovo modo di intendere la musica. Sempre in giro per concerti (nel 2003-2004 ce ne sono stati 120, il che è valso loro il premio “Miglior Tour Italiano 2003” al Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza, una delle principali manifestazioni di riferimento della discografia italiana), realizzano anche interessanti progetti dove si mescolano musica, cinema, letteratura e teatro (con il cantante Tommaso Cerasuolo in veste di regista). Un gruppo da scoprire e da ascoltare. Vi piacerà.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
17/01/2009
A dieci anni dalla morte del grande cantautore ligure, in tutta Italia sono state numerose le iniziative in sua memoria- Ma quanti ricordano davvero la sua lotta al potere e al moralismo e il suo viaggio tra gli ultimi?
DE ANDRE’ NON ERA UNO DI VOI
Sono passati in fretta e travagliati i dieci anni dalla morte di Fabrizio De Andrè. Eravamo tutti presi dietro alle nostre occupationes e abbiamo dimenticato per un po’ il più grande cantautore italiano. Ma l’11 gennaio, in occasione del decennio passato senza di lui, si sono rincorse decine di iniziative in tutte le città italiane, in particolare nella sua Liguria e in Sardegna, terra d’adozione. Gran parte degli italiani si è ricordata di quel ciuffo scuro sopra la cassa armonica di una chitarra. La televisione è rimasta un po’ fuori da questa serie di manifestazioni, fatta eccezione per lo speciale di “Che tempo che fa” che è andato in onda su Rai Tre domenica sera. È giusto ricordare una persona eccezionale, un poeta impareggiabile, ma occorre fare attenzione. In questi casi il buonismo è alla porta, basta un attimo per inciamparvi. Mi spiego meglio. Fabrizio De Andrè è stato un personaggio scomodo, in modo innegabile. Ha esaltato, emozionato, ma anche scandalizzato la società italiana col suo stile e soprattutto con le sue parole. In ogni sua canzone riecheggia un grido di accusa e di rifiuto del conformismo.
Basti pensare alla Canzone del maggio: “E se vi siete detti non sta succedendo niente, le fabbriche riapriranno, arresteranno qualche studente, convinti che fosse un gioco a cui avremmo giocato poco, pensate pure d’essere assolti, siete lo stesso coinvolti”. Ma anche i suoi ostentati riferimenti al mondo sensuale, malizioso, peccaminoso delle prostitute. Argomenti che facevano storcere il naso a benpensanti e perbenisti. Più che un confortevole sottofondo da balera, De Andrè è stato l’intellettuale-cantante spina nel fianco del sistema (in La mia ora di libertà cantava: “Certo che bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza fino a un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza, però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”). Ora che il tempo ha cancellato un po’ d’amarezza, ha portato via Fabrizio e la sua possibilità di replicare, ci scopriamo tutti, indiscutibilmente, amanti, grandi ascoltatori di De Andrè.
Magari se ne lasciano in ombra gli aspetti meno significativi, si oscurano le critiche e si costruisce a tavolino un’immagine non fedele dell’artista. Si ascoltano quelle canzoni più in voga (Bocca di Rosa e Il pescatore) senza neanche soffermarsi troppo sulle parole. Lo si appiattisce sullo stereotipo del buon cantautore nostrano, uno dei tanti mattacchioni che hanno animato le nostre ferie a Rimini. No, non può essere così. Chi si prende la briga di ricordare davvero deve anche saper accogliere i lati oscuri o anche meno piacevoli per la comune morale. Potremmo benissimo non farlo - e forse a lui starebbe bene anche così - ma certo è difficile camminare sulla sottile linea che separa la volontà di un personaggio che non amava di certo la celebrità e la sincera voglia di ricordare, di strapparlo per un momento al cielo e trascinarlo qui ancora un poco a illuminarci di poesia. Ma che si ricordi senza ipocrisia, apprezzando il mito proprio per la sua criticità ancora attuale e per le beffe che si è fatto di bigotti e fedeli alla linea. Amiamone lo spirito totale di libertà e anarchia che ciascuno di noi avverte come bisogno.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Conosciamo meglio i Tre Allegri Ragazzi Morti, l’originale band punk-rock di Pordenone, guidata dal fumettista Davide Toffolo- Al centro delle loro canzoni l’adolescenza e i giovani, che adorano i loro concerti “in maschera”
“L’ADOLESCENZA COINCIDE CON LA GUERRA”
Pordenone è un ridente capoluogo friulano animato da circa 51mila anime. Lo ricorderemmo principalmente per il fatto di trovarsi nella regione del San Daniele e del Tokaj se, intorno agli anni settanta-ottanta, da quelle parti non si fosse scatenato il movimento punk. Pordenone divenne una delle capitali italiane di quel genere di musica, di quello stile. È proprio con questo importante bagaglio culturale che nascono i Tre Allegri Ragazzi Morti. Ma chi sono? E soprattutto perché si chiamano così? Sono ovviamente tre: Davide Toffolo, voce e chitarra, Enrico Molteni al basso, Luca Masseroni alla batteria. Il nome e l’idea del gruppo nascono dal cantante, che è anche fumettista. È proprio uno dei suoi lavori da disegnatore a intitolarsi “Cinque allegri ragazzi morti” che sono poi diventati tre. La peculiarità della loro immagine è diventata la maschera-teschio che indossano sia durante le interviste che durante i concerti, acquistando un tono inquietante. L’idea di coprirsi il volto nasce “dall’esigenza di rompere lo stereotipo del musicista strumento di consumo e merce”.
È un modo per mantenere l’anonimato senza scomparire. Nel tempo, i Tre Allegri Ragazzi Morti si sono affermati come una delle più importanti band punk-rock alternative degli anni a cavallo della fine del millennio. Benché le canzoni siano molto orecchiabili e abbastanza radiofoniche (in particolare per la ripetitività dei ritornelli e la relativa semplicità dei testi) non hanno mai ceduto alle grandi case discografiche. Adesso producono i loro album con l’etichetta indipendente La Tempesta, la stessa de Le Luci Della Centrale Elettrica. Non sono diventati degli idoli per giovani adolescenti come i gruppetti finto-punk stile Finley e Dary, ma sono riusciti a mantenere la propria linea ed a trovare uno stile originale. Il tema centrale di tutte le canzoni resta però l’adolescenza. Rivela, in un’intervista reperibile su Youtube, Enrico Molteni: “L’adolescenza è il periodo più stimolante e interessante della vita da analizzare per noi. Non l’abbiamo deciso a tavolino, è venuto spontaneo”. Ci sono sempre dei ragazzi o ragazze al centro delle canzoni oppure i temi forti dell’adolescenza.
C’è la prima volta (“Signorina prima volta, dopo la prima volta prima volta non è più”), il desiderio di fuga (“Quindici anni già e la voglia di scappare, tutta la noia di suo padre messa a macinare, quindici anni già e un amore da dimenticare, consumato in sogno che è più vero che provare), l’anticonformismo che monta nell’età della prima consapevolezza (“Vesto all’occidentale con un senso di colpa micidiale, vesto all’occidentale come i miei genitori, come il mio cane”). Infatti, “ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa che sia vera, ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia vinta che sia persa”. Questo diventa per i T.A.R.M. un limite e un pregio. Il limite è quello di restare gruppo ascoltato da una ristretta forbice anagrafica. Il pregio è quello di mantenersi sempre freschi, genuini, forti e originali. Proprio come durante i loro concerti, dove i tre danno veramente il meglio e mischiano energia e capacità di stare sul palco e realizzare oltre che un concerto musicale anche simpatici siparietti. Da vedere, quindi, oltre che da ascoltare, assolutamente live, anche solo per ammirarne le maschere!
Alberto Agostini –ilmegafono.org
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