IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006


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 ARCHIVIO AMBIENTE

 

NUMERI DI DICEMBRE

 

NUMERO SPECIALE 2009

28/12/2009

Si chiude un anno in cui si sono registrati notevoli miglioramenti sul piano dello sfruttamento delle fonti rinnovabili, grazie anche al cambio di rotta degli Usa, ma sul clima si rimane ancora indietro, come si evince dalla conferenza di Copenaghen

QUALCHE PASSO AVANTI, MALGRADO COPENAGHEN

Il 2009 è stato un anno significativo per l’ambiente, considerando sia gli aspetti positivi che quelli negativi: l’anno che sta per concludersi ha infatti visto enormi progressi nello sfruttamento di risorse energetiche alternative, soprattutto grazie alle campagne di sensibilizzazione promosse dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ma è stato anche anno di bilanci negativi per quanto riguarda le analisi sul clima e sul “global warming”, ovvero il surriscaldamento globale. Anche nel 2009, il lavoro di scienziati e ricercatori ha prodotto risultati efficienti per lo sviluppo delle tecnologie a favore dell’ambiente, con invenzioni e scoperte vantaggiose per le generazioni future. Si può affermare, dunque, che l’impegno profuso dal presidente Obama per la diffusione e lo sfruttamento di energia pulita sia stato diretta conseguenza delle sempre più preoccupanti indagini sul clima. Non è stato semplice, tuttavia, far approvare le leggi per la riduzione di emissioni di anidride carbonica da parte delle industrie americane ed è stato comunque necessario trovare un accordo tra pareri contrastanti, ma ciò che conta è che per la prima volta uno degli stati più potenti al mondo si sia impegnato concretamente a favore dell’ambiente.

Stesso impegno è stato profuso anche dalle molteplici “menti geniali” in Europa e nel resto del mondo, menti che hanno brevettato sistemi ingegnosi per la produzione di energia pulita: procedendo con ordine, ricordiamo gli studiosi olandesi, i quali, basandosi sulla diversità di gradiente salino tra acque marine ed acque fluviali, hanno sfruttato i vantaggi della cosiddetta “energia osmotica”, passando per il biochar (carbone biologico e, dunque, non dannoso) degli Indios in Amazzonia, gli “ultracapacitor” (bus ricaricabili) che circolano per le strade di Shangai, fino ad arrivare alla casuale ma fruttuosa scoperta dell’energia Deep Green, prodotta da aquiloni sottomarini, e alla centrale italiana “Diamante”, complesso architettonico ad impatto zero, che produce energia per il Parco naturale di Migliarino San Rossore, tra Pisa e Viareggio. Senza contare poi le piccole e medie realtà europee che da tempo riescono a vivere e progredire grazie alla sola energia alternativa. A proposito di Italia, non bisogna dimenticare i dati piuttosto incoraggianti relativi allo sviluppo sostenibile, che in alcune regioni (Toscana e Trentino Alto Adige in primis) è diventato prerogativa essenziale delle amministrazioni locali, che promuovono costantemente campagne di sensibilizzazione, oltre che leggi a favore di uno sviluppo socio-economico compatibile con l’ambiente.

Altro elemento da ricordare è di certo la vittoria conquistata dal fronte ambientalista di Priolo e Melilli (Siracusa), il quale è riuscito a resistere all’assalto della Ionio Gas, il cui progetto di impiantare un rigassificatore in un’area ad alto rischio industriale e sismico è stato momentaneamente stoppato dalla Regione, al termine di una lunga battaglia condotta da un gruppo di cittadini, sostenuti principalmente da giovani. Sarebbe però troppo utopistico e surreale soffermarsi soltanto sugli aspetti positivi di questo 2009. Più volte, infatti, sono state segnalate problematiche ambientali che ormai sopravvivono da decenni, ma che ora si fanno più forti e minacciose. Cominciamo dall’Italia: i sensazionalismi del governo Berlusconi relativi all’emergenza rifiuti in Campania hanno fatto subito pensare ad una conclusione dello stato di calamità in cui versavano Napoli e dintorni, ma nella realtà gli strascichi di quanto accaduto lo scorso anno continuano a farsi sentire, soprattutto nel sottosuolo, stracolmo di rifiuti sfuggiti alla raccolta, per non parlare della tanto discussa apertura del termovalorizzatore di Acerra, definito come la soluzione decisiva per l’emergenza rifiuti, ma che in realtà porterà soltanto altri guai alla popolazione locale e non solo, dal momento che non esiste una vera e propria raccolta differenziata in Campania.

Nelle ultime settimane tuttavia, è la Sicilia a balzare agli onori della cronaca a causa di un’ulteriore emergenza rifiuti, quella di Palermo in particolare. E lo scenario che si presenta sugli schermi ricorda molto tristemente la situazione campana. Non parliamo poi dell’idea folle del governo italiano di puntare nuovamente sul nucleare, con il problema fondamentale delle scorie ovviamente scaricato sul Sud, come si evince dalla lettura dell’elenco dei siti individuati dal governo. A livello mondiale, poi, si registra un sempre più preoccupante innalzamento delle acque dei mari, dovuto allo scioglimento dei ghiacciai: si rileva che anche la Groenlandia è in serio pericolo, mentre i ghiacciai dell’Himalaya si riducono di circa 50 cm ogni anno. I fiumi di più vasta portata al mondo rischiano il prosciugamento a causa dell’innalzamento delle temperature globali e, nel giro di pochi decenni, intere popolazioni che sopravvivono grazie alle acque fluviali potrebbero essere decimate. A chiudere, per cosi dire, in bellezza l’anno, ci ha pensato la Conferenza di Copenaghen sul clima, preceduta da grandi propositi e prospettive ottimiste da parte di tutti gli stati partecipanti, comprese le bestie nere dell’inquinamento, ovvero India e Cina, le cui industrie registrano il più alto tasso annuale di emissioni nocive.

Tra ritardi, spostamenti e grandi assenti (il presidente Usa, Obama, ha infatti deciso di essere presente soltanto nella parte finale della Conferenza, per rendere più definitivi i presunti accordi), non si è giunti a conclusioni concrete e vantaggiose per l’ambiente ed il clima, tanto che i maggiori esperti hanno parlato di fallimento della conferenza. È stato raggiunto solo un accordo minimo sul monitoraggio delle emissioni da parte di tutti gli stati del mondo, con non poche reticenze da parte della Cina, ritenutasi quasi offesa per le imposizioni della Conferenza. Il tutto è stato portato a termine non tanto per salvaguardare l’ambiente, quanto per salvare la faccia dei leader che avevano promesso al mondo una svolta che purtroppo non c’è stata. Tra alti e bassi si conclude, dunque, un anno ricco di avvenimenti, prospettive e speranze, delusioni, fallimenti e sconfitte per tutti i paesi del mondo, industrializzati e non. La Conferenza di Copenaghen non ha portato a nulla, ha soltanto concluso l’anno in modo deludente, ma è l’impegno dei singoli cittadini, ovviamente supportati dalle autorità, che può farci costruire un avvenire per le generazioni future. Del resto sta per iniziare un nuovo anno, non esiste occasione migliore per voltare pagina.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

19/12/2009

Sunderlal Bahuguna, l’ambientalista indiano che da oltre 50 anni si batte per salvare i ghiacciai, continua a lottare contro gli effetti dell’industrializzazione e del progresso che rischiano di produrre gravi disastri idrogeologici

L’INFINITA LOTTA DI BAHUGUNA PER SALVARE L’INDIA

I dati forniti dall’Osservatorio spaziale Indiano (ISRO) destano preoccupazioni in ogni parte del mondo: i ghiacciai che alimentano il fiume Gange, quelli cioè del complesso montuoso Gongotri, recedono di circa 50 metri l’anno, più del doppio delle peggiori previsioni. La notizia è stata un vero e proprio “schiaffo” per l’ambientalista indiano per eccellenza, Sunderlal Bahuguna, il quale da più di 50 anni si batte per salvare i ghiacciai del suo paese, soprattutto quelli della sorgente del Gange. Più volte Bahuguna ha rischiato la morte a causa degli innumerevoli scioperi della fame e della sete in nome dell’ambiente, ma dopo anni di dura lotta si è purtroppo arreso dinanzi all’evidenza dei fatti: i ghiacciai dell’Hymalaya stanno progressivamente diminuendo ad un ritmo troppo veloce per gli standard internazionali. Del resto, l’India è uno dei paesi di più recente industrializzazione e, sin da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna, ha fatto passi da gigante per mettersi in carreggiata con il resto del mondo, a spese, purtroppo, dell’ambiente. Attualmente, Sunderlal Bahuguna vive nella città di Tehri, famosa per una delle dighe più imponenti al mondo, la “Tehri dam”, capace di produrre circa 2400MW di energia, e di distruggere in poco tempo uno degli ecosistemi più preziosi al mondo.

Il vecchio Bahuguna decise anni fa di vivere insieme a sua moglie ai margini del progresso, in segno di protesta contro la distruzione della sua terra originaria, in una capanna di bambù e plastica, ma, dopo vani tentativi di resistenza, ha dovuto cedere alle autorità dello Stato che l’hanno trascinato via con la forza, in nome dell’industrializzazione e del disboscamento di Tehri, laddove un tempo si univano, senza l’apporto di dighe artificiali, i fiumi Bhagirathi e Bhilangana, i cosiddetti “genitori” del Gange. Oggi la città di Tehri deve fare i conti non solo con l’eccessiva industrializzazione e lo scioglimento dei ghiacciai, ma anche con il costante rischio frane, dovuto alla costruzione selvaggia di case in cemento addossate al pendio delle montagne; per non parlare poi dei rischi corsi dalla popolazione a causa dell’elevatissima frequenza di terremoti, dal momento che l’Hymalaya è una delle zone geologicamente più instabili, con o senza l’intervento dell’uomo.

Nonostante il quadro non proprio confortante, il vecchio ambientalista indiano ha deciso di giocarsi un’ultima carta per sensibilizzare la sua gente: nella città di Tehri è stata infatti aperta una scuola di ecologia, all’interno della quale continua la lotta contro il tempo ed il disboscamento. La soluzione che Bahuguna propone è semplice e complessa allo stesso tempo: è necessario piantare nuovi alberi, perché il progresso ed il disboscamento sono fenomeni temporanei, ma l’ecologia può fornire risorse durature a basso costo, per cui è importante valorizzarla ed educare le persone in base ai suoi principi. Non è soltanto la città di Tehri a correre rischi: altre città antichissime e sacre per tutta la cultura indiana rischiano di scomparire a causa dei dissesti geologici dovuti al disboscamento. È il caso delle città di Rishikesh e di Hardiwar, che potrebbero essere letteralmente spazzate via nel giro di un’ora.

Inoltre, lungo tutto il corso del Gange sorgono città sacre e sovraffollate e, stando a recenti rilievi geologici, molte zone erano in passato attraversate da fiumi sotterranei che avrebbero reso il territorio fragile e soggetto a frequenti crolli, che potrebbero aumentare vertiginosamente a causa dei disboscamenti ancora in corso. Tornando ai ghiacciai che originano il Gange, se continuassero a sciogliersi con questo ritmo, ben presto il fiume più importante dell’India potrebbe non arrivare al delta e non saranno soltanto gli abitanti del posto a pagarne le conseguenze, ma tutta l’umanità. Si spera che ben presto le organizzazioni internazionali per la salvaguardia dell’ambiente mostrino un occhio di riguardo anche nei confronti della disastrosa situazione indiana, finché si potranno ancora tamponare le ferite di questo grande Stato dalle fortissime contraddizioni.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Il dramma endemico del collegamento marittimo tra Sicilia e resto d’Italia si svolge quotidianamente tra una pesante, ingiusta situazione di monopolio mascherato ed una soluzione devastante ed assolutamente inutile

ALL’INFERNO TRA SCILLA E CARIDDI

“Benvenuti in Italia” recita un ambiguo cartello stradale appena fuori Reggio Calabria, a circa un chilometro dall’inizio dell’autostrada A3, meglio nota come la Salerno-Reggio Calabria. Un cartello che la dice lunga sulla considerazione riservata alla Sicilia in ambito nazionale. La bella Trinacria, così ricca di risorse umane e naturali, sembra essere considerata un territorio a sé. Probabilmente a causare questa concezione sono i chilometri di mare che la separano dalla punta dello Stivale, appena 3 tra Cannitello in Calabria e Ganzirri in Sicilia, una distanza tutt’altro che proibitiva, a condizione che venga colmata in modo adeguato. Adeguato non sembra però essere il termine più adatto a descrivere i collegamenti da e per la Sicilia, sottoposti ad un regime di quasi totale monopolio, con tutte le inevitabili conseguenze del caso. Sostanzialmente sono solo due le possibilità per chi voglia raggiungere la Sicilia o per chiunque voglia lasciarla: i traghetti della “Bluvia”, la divisione navale delle Ferrovie dello Stato, oppure i traghetti della “Caronte  & Tourist”, società dei fratelli Franza, che, da oltre 40 anni, dal 1965, provvede all’erogazione (privata) del servizio di collegamento tra la Sicilia ed il resto d’Italia. Una situazione che è nettamente a favore del gruppo Franza.

I traghetti “Bluvia”, infatti, oltre ad essere molto meno nuovi, finiscono spesso con l’essere disertati per ragioni di tempistica: dovendo caricare anche i treni, hanno tempi molto più lunghi e risultano in definitiva poco convenienti. Proprio la consapevolezza di operare in un regime di “monopolio mascherato” ha spinto nel tempo i responsabili della “Caronte & Tourist” a prendere decisioni quantomeno discutibili. Innanzitutto sono state sostituite le vecchie imbarcazioni con delle navi più nuove e più capienti ed è stata ridotta la frequenza delle corse, prevedendo una partenza ogni 40 minuti anziché ogni 20, così da ottimizzare i costi per la compagnia. Inoltre, più volte negli ultimi anni il prezzo del biglietto ha subito maggiorazioni, non sempre giustificate da aumenti nel prezzo del carburante, l’ultima delle quali una decina di giorni fa, in concomitanza con il ponte dell’Immacolata. Si è trattato forse del più sfacciato di tutti i rincari, dato che, oltre all’aumento di 2 euro del prezzo, è stata prevista, per il biglietto di andata e ritorno super, la riduzione di durata della validità da 4 a 3 giorni, proprio alla vigilia di un ponte di 4 giorni. Solo 4 mesi prima era stato inoltre introdotto nel biglietto di autovetture e pullman un supplemento per i passeggeri.

Un’introduzione che si fa davvero fatica a comprendere ma che di certo avrà comportato un incremento negli utili della “Caronte & Tourist”. Sono iniziative del genere a rendere la situazione dei pendolari dello Stretto a dir poco “infernale”, quasi a voler onorare il nome della compagnia, intitolata appunto a Caronte, il traghettatore dell’Inferno. C’è chi individua nel Ponte sullo Stretto una valida soluzione a questi innegabili disagi. Una convinzione poco condivisibile. È quantomeno strano pensare che l’unica soluzione sia un mega mostro di ferro che, ancor più feroce dei suoi leggendari predecessori, Scilla e Cariddi, non si accontenterà di travolgerne gli sfrontati attraversatori, ma divorerà lo stesso Stretto, devastandone l’ecosistema. Un’impresa faraonica giustificata dalla volontà di portare l’alta velocità in Sicilia ma che non fa i conti con la realtà: in Sicilia l’alta velocità non esiste. E non è neanche l’unica carenza del territorio siciliano.

Sono diverse le zone in Sicilia in cui si registrano soventi problemi idrici, i collegamenti ferroviari dell’intera isola sono obsoleti e, da ultimo, non può essere dimenticata la recentissima tragedia che ha toccato il messinese: il nubifragio di Giampilieri. Sono queste alcune delle obiezioni che muovono quanti si schierano contro il Ponte, i quali chiedono che siano piuttosto risolti i succitati problemi, e che, in vista dell’apertura dei cantieri, prevista per il 23 dicembre, hanno organizzato per il 19 dicembre una manifestazione “No Ponte” a Reggio Calabria. Le soluzioni più semplici sono spesso le migliori. Non è necessario avviare un’impresa faraonica per consentire finalmente l’ingresso della Sicilia in Italia, molto più semplicemente basterebbe controllare che i servizi di collegamento fossero più accessibili e convenienti. Sarebbe in definitiva sufficiente impegnarsi a rimuovere quel dannosissimo monopolio che di fatto si è andato instaurando.

Anna Serrapelle –ilmegafono.org

 

 

12/12/2009

Il governo si sta muovendo verso il nucleare di terza generazione, ma cresce l’opposizione dei cittadini alla costruzione di nuove centrali: la Puglia ha detto no con legge regionale, altre dieci regioni si sono opposte ricorrendo alla Consulta

IL RITORNO DEL NUCLEARE

Il 4 dicembre scorso la Puglia ha stabilito, tramite legge regionale, che “il suo territorio è precluso all’installazione di impianti di energia elettrica nucleare, di fabbricazione del combustibile atomico, di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché di depositi di materiali e rifiuti radioattivi”. Insomma, la Puglia ha detto no al nucleare, pochi giorni prima che il Corriere della Sera svelasse i piani atomici del nostro governo. Secondo il quotidiano nazionale, la prima delle quattro centrali di nuova generazione che dovrebbero essere costruite nei prossimi anni sorgerebbe in Veneto, mentre il deposito delle scorie sarebbe posi­zionato in una regione del Sud. Da mesi però circolano anche presunte liste in cui si parla di nuovi stabilimenti da realizzare nei vecchi impianti o nei siti in cui era stata avviata la costruzione delle centrali prima che il referendum del 1987 bloccasse tutto. Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, da parte sua, ha smentito le voci sui siti scelti dall’Enel, dicendo che “tutto verrà deciso in primavera”, attraverso “criteri che saranno affrontati” nei prossimi mesi, forse per non sollevare polveroni prima delle elezioni regionali previste a marzo.

Il governo comunque si sta muovendo verso il nucleare di terza generazione, nonostante l’assenza di un dibattito pubblico e soprattutto senza il consenso dei cittadini che hanno bocciato il nucleare sia vent’anni fa che ora attraverso le amministrazioni regionali. Oltre alla Puglia, infatti, sono diverse le regioni che si sono opposte alla costruzione di centrali atomiche. Emilia Romagna, Piemonte, Calabria, Toscana, Marche, Umbria, Basilicata e Liguria, nei mesi passati, hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge 99 del luglio 2009 per scongiurare centrali nucleari sul proprio territorio e anche il Lazio negli ultimi giorni ha manifestato perplessità. Le associazioni ambientaliste laziali hanno già annunciato delle iniziative per sensibilizzare la popolazione e in Sicilia, Sardegna e Veneto, i cittadini sono altrettanto contrari al progetto dell’esecutivo. In totale sono 11 le regioni, ovvero il 56 per cento del territorio italiano, che non vogliono il nucleare sul proprio territorio, e non perché sono contrarie al progresso o a un’energia ritenuta “pulita” come quella atomica.

Il nucleare in Italia ha avuto una storia controversa e ancora oggi non siamo riusciti a smaltire le scorie delle vecchie centrali o a custodirle in condizioni di massima sicurezza, come avviene in altri paesi. Al largo delle coste della Calabria ci sono relitti affondati con a bordo rifiuti radioattivi e in altre zone del Meridione ci sono scorie tossiche seppellite sotto terra dalla camorra in siti illegali. Come possiamo costruire nuove e pericolose centrali in un Paese come questo, dove le eco-mafie possono agire indisturbate, distruggendo il nostro territorio? E soprattutto, perché non puntare sulle energie pulite, come quella solare, eolica o geotermica? Gli investimenti nelle fonti rinnovabili, oltre a garantire una maggiore tutela dell’ambiente, contribuirebbero alla creazione di migliaia di posti di lavoro, senza trasferire sulle generazioni future i costi e i rischi di alternative pericolose come il nucleare.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Dalla Conferenza di Copenaghen si attendono nuovi e fondamentali sviluppi per il futuro del pianeta, soprattutto perché per la prima volta le nuove potenze, Cina e India, sembrano volersi impegnare per la riduzione delle emissioni

COPENAGHEN: È GIUNTA L’ORA DELLE SCELTE

I dieci giorni decisivi, affinché i leaders mondiali trovino soluzioni concrete contro il global-warming e contro i cambiamenti climatici in generale, sono appena iniziati: è infatti in corso la Conferenza di Copenaghen, durante la quale si prevedono svolte decisive per il pianeta, o almeno, si spera. Ad incrementare le speranze degli ambientalisti sono state le promesse all’impegno di India e Cina, che per la prima volta hanno dichiarato la loro volontà di ridurre le emissioni di anidride carbonica in tempi record: l’India propone tagli del 25% entro il 2020, rispetto alle emissioni del 2005, mentre la Cina si impegna ancor di più, proponendo tagli del 40-50% sempre rispetto alle percentuali del 2005. Lo sviluppo dei due colossi orientali continuerà a spron battuto, data la velocità con cui essi si stanno dotando di complessi industriali ad altissimo consumo energetico, e si prevedono anche aumenti relativi alle emissioni tossiche; tuttavia, riducendo i consumi per ciascun impianto industriale, i livelli di emissione saranno certamente minori rispetto agli impianti costruiti precedentemente. Inoltre, sia l’India che la Cina rifiutano tagli netti alla produzione industriale, ma accettano il principio di corresponsabilità nell’operare a favore del clima, vista anche la disponibilità dei paesi del Nord del mondo a finanziare i paesi sottosviluppati con una linea di credito di 10 miliardi di dollari l’anno, affinché si trovino preparati ad affrontare i cambiamenti climatici, il tutto però a partire dal 2012.

Il ruolo decisivo, durante la Conferenza, sarà quello degli Stati Uniti ed ovviamente del presidente Barack Obama, il quale negli stessi giorni dovrà ritirare ad Oslo il Nobel per la Pace. Il presidente degli U.S.A. ha infatti posticipato il suo arrivo nella capitale danese per un motivo ben preciso: giungere nella fase finale degli accordi renderà il tutto più effettivo a livello internazionale e farà in modo che siano le nuove leve industriali ad accordarsi nel modo ritenuto più idoneo. Obama ha intenzione di concludere la Conferenza con una serie di trattati sulla riduzione dei gas-serra, che prevedono il suo impegno (e dunque l’impegno degli U.S.A.) a ridurne le emissioni del 17% entro il 2020, ma la sua scelta è stata fortemente criticata dagli ambientalisti, i quali hanno sottolineato che la partecipazione di Obama al vertice sul clima non deve essere soltanto un atto di presenza. Sarebbe meglio, però, aspettare il termine della Conferenza per poter emettere sentenze appropriate.

I leader europei si mostrano soddisfatti ed ottimisti sia per la Conferenza in generale sia per la scelta di Obama: Sarkozy dichiara che l’amministrazione Obama tiene in forte considerazione le motivazioni della Conferenza, mentre il premier inglese Gordon Brown elogia la scelta del presidente statunitense perché essa “darà forte impulso ai negoziati internazionali”.  Obama, tuttavia, giunge a Copenaghen con l’incertezza derivata dal Senato americano, che blocca ancora il provvedimento-legge sulle riduzioni energetiche, ritenendolo troppo ambizioso per poter essere realizzato in breve tempo. Ad incoraggiare le speranze del presidente degli U.S.A., però, sono gli imminenti trattati da stipulare con la Russia per la riduzione dei missili nucleari strategici (il cosiddetto “Trattato Start”); non sarà un passo facile da compiere e gli stessi funzionari della Casa Bianca ammettono che soltanto un prodigio potrà accelerare i tempi per l’accordo tra Obama ed il premier russo Medvedev. Nel frattempo, i leader di tutto il mondo si impegnano ad affrontare concretamente il problema clima, che ormai è ad appannaggio di tutte le zone del mondo, dalle più sviluppate a quelle che soltanto negli ultimi decenni hanno conosciuto gli effetti dell’industrializzazione. Almeno per questa volta sembrano esserci tutte le premesse necessarie ad una conclusione ottimistica e vantaggiosa per tutti.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

5/12/2009

Il Commissario europeo per l’Ambiente, Stavros Dimas, si dice sicuro che l’Ue rispetterà i parametri previsti dal Protocollo di Kyoto e indica nella prossima Conferenza Onu di Copenaghen una tappa decisiva

KYOTO: L’UE RISPETTERÀ GLI OBIETTIVI PROPOSTI

Negli ultimi mesi si è parlato spesso di lacune e mancanze da parte degli Stati più importanti del mondo in relazione agli obiettivi proposti dal Protocollo di Kyoto, che non sembravano poter essere rispettati entro il periodo stabilito. Dall’Unione Europea arrivano però notizie confortanti, che fanno ben sperare in un concreto impegno da parte degli Stati membri. Il Commissario per l’Ambiente, Stavros Dimas, ha infatti dichiarato che “l’Unione Europea sta raggiungendo gli obiettivi di Kyoto” ed è pronta a dimostrarlo nel corso della prossima conferenza sul clima indetta dall’Onu a Copenaghen. Dimas, basandosi anche sulle stime degli scorsi anni, ha inoltre affermato che le emissioni dei gas serra da parte degli stati membri, nel periodo tra il 2008 e il 2012, diminuiranno dell’8% rispetto ai livelli di emissione del 1990 e che, con il dovuto impegno e le dovute politiche ambientali, questi dati sono destinati anche a migliorare. I patti stabiliti dal Protoccollo di Kyoto sono stati accettati e sottoscritti dall’Unione Europea, che poi, in un secondo momento, ha ripartito le direttive a ciascuno degli stati membri, tra cui l’Italia, che purtroppo figura ancora tra gli stati più arretrati nell’ambito delle politiche ambientali.

In base ai calcoli di Stavros Dimas, anche l’Italia riuscirà a giungere alla conferenza di Copenaghen con ottimi risultati ed obiettivi raggiunti, si spera, completamente: la fiducia riposta da Dimas nell’Italia è frutto di patti stabiliti tra l’Unione Europea ed il governo italiano, ma anche di patti ed interventi addizionali, come l’acquisto di crediti di emissione derivanti da progetti realizzati in paesi terzi, l’acquisto di quote e crediti nell’ambito dell’UE per lo scambio di quote di emissione (ETS comunitario), e non ultimo l’impegno nelle attività forestali per l’assorbimento del Carbonio nell’atmosfera. Tutto questo, però, costerà agli Italiani un rincaro in bolletta, dal momento che sarà necessario versare ad altri paesi, per le quote di emissione, ben 550 milioni di euro. A concretizzare il tutto, inoltre, saranno le effettive diminuzioni di CO2 nell’aria, che entro la fine del 2009 si prevede saranno ridotte del 2,6% su scala globale, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia.

Stavros Dimas ha tuttavia sottolineato l’importanza di un trattato, simile al Protocollo di Kyoto, che vincoli giuridicamente tutti i paesi del mondo, auspicando l’impegno concreto non solo da parte di quelli economicamente più stabili e forti sul mercato internazionale, ma anche delle economie emergenti, che rappresentano, per il rapido sviluppo industriale del quale sono state protagoniste negli ultimi anni, un preoccupante fattore di dispersione energetica a livello globale. Dimas ha poi affermato che, se l’impegno degli stati membri continuerà costante, le emissioni di gas serra nell’atmosfera diminuiranno addirittura del 30% entro il 2020. A Copenaghen, dunque, si spera in un patto definitivo che vincoli il mondo alla salvaguardia di clima ed ambiente, al quale l’Italia non potrà di certo sottrarsi, rappresentando una delle cosiddette economie “forti” sul piano globale. È tuttavia vero che tra le nazioni più sviluppate è forte il pessimismo nei confronti di un effettivo miglioramento delle condizioni climatiche ed ambientali nel mondo, proprio a causa della mancanza di un trattato giuridicamente valido che possa “sottomettere” tutti gli stati del mondo. Se questo obiettivo non sarà raggiunto neanche a Copenaghen, allora saranno necessari altri provvedimenti per scoraggiare il pessimismo dominante.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Dopo che la Regione Sicilia, lo scorso 26 novembre, ha bocciato il rigassificatore di Priolo, accogliendo la richiesta delle popolazioni, c’è chi finge di non capire e spera di sovvertire l’esito della Conferenza dei servizi

LA GENTE HA VINTO, MA C’È CHI NON SI RASSEGNA

La vicenda del terminal di rigassificazione sembra avere imboccato un nuovo corso, diverso da quello che fino ad oggi era stato imposto alle popolazioni dei comuni industriali. La conferenza dei servizi, svoltasi il 26 novembre scorso nella sede dell’assessorato regionale all’Industria, ha ribaltato le previsioni della vigilia. All’euforia, all’ostentata certezza di imprenditori e sostenitori dell’investimento, convinti che l’incontro di Palermo (ritenuto definitivo) avrebbe determinato il rilascio dell’autorizzazione alla costruzione, è stato contrapposto un esito ben diverso: un nuovo rinvio e soprattutto la decisione della creazione di una commissione tecnica che dovrà avviare una rigorosa verifica sui rischi presenti nell’area e sulla idoneità del sito prescelto. Dopo la decisione presa a Palermo, però, una cattiva o scarsa informazione ha caratterizzato la diffusione dei contenuti del documento dell’assessorato regionale Territorio e Ambiente - sottoscritto dal dirigente generale, avv. Rosanna Interlandi (ex assessore regionale all’Ambiente) e dal dirigente, dottor Antonino Cuspilici (responsabile dell’ufficio speciale per le aree ad alto rischio ambientale) - che hanno notificato all’assessore all’Industria Marco Venturi, nella suddetta conferenza dei servizi del 26 novembre, il parere negativo sulla realizzazione del terminale di rigassificazione di GNL della Ionio Gas nel sito industriale di Priolo-Melilli. I principali media, il quotidiano La Sicilia in particolare, hanno tentato di minimizzare la portata del parere espresso dall’assessorato Ambiente, il cui nulla osta è determinante per concedere o per negare l’autorizzazione al rigassificatore, classificando come perplessità quello che invece è un atto d’accusa contro i criteri adottati per il rilascio della valutazione di impatto ambientale da parte del ministero dell’Ambiente.

È scandaloso soprattutto che gran parte degli esponenti politici, sindacali e istituzionali siracusani non si siano minimamente preoccupati di tentare una pur minima riflessione sulle pesanti obiezioni contenute nel documento dell’assessorato regionale all’Ambiente e anzi continuino imperterriti a sostenere in modo acritico e pervicace  le ragioni della costruzione del rigassificatore. Se gli interessi generali delle comunità e il loro prioritario e fondamentale diritto a vivere in condizioni di sicurezza fossero considerati preminenti e non secondari, come i fatti invece sembrano dimostrare, apparirebbe in modo chiaro che le condizioni per insediare un rigassificatore con i suoi tre enormi serbatoi di gas naturale liquefatto  (450.000 metri cubi) nel territorio industriale di Priolo-Melilli-Augusta sono proibitive e rappresentano una vera e propria follia. Non sono solo i movimenti popolari contro la realizzazione di questo impianto, che da anni a Priolo e a Melilli combattono un’instancabile battaglia per impedire la materializzazione di un nuovo incubo permanente sulla vita delle popolazioni, non è solo la presa di coscienza che contamina positivamente alcuni segmenti della politica e della cultura, ma oggi è anche l’analisi impietosa di un organo istituzionale regionale che pone il veto ad ogni logica di industrialismo avventuristico.  

Il documento dell’assessorato all’Ambiente costituisce l’insieme degli elementi probatori che inchiodano alle loro responsabilità la Ionio Gas e tutti coloro che pedissequamente ne hanno sposato la causa, ammantandola di valore strategico, trasformandola artificiosamente in lievito per l’occupazione e lo sviluppo e in benefit per le popolazioni; e per fare questo hanno oscurato (consapevolmente o inconsapevolmente?) i pericoli, le incognite di un tale insediamento, e hanno cercato, spesso con malcelato fastidio, di far apparire come eventi emotivi il voto consapevole di netto rifiuto del rigassificatore espresso da migliaia di cittadini nelle consultazioni referendarie di Priolo e Melilli. Contro ogni elucubrazione e contro ogni manipolazione della verità ecco i fatti inconfutabili che emergono dal documento. La prima parte dell’elaborato tecnico sottolinea dati che avrebbero dovuto fin dalla prima fase di presentazione del progetto del terminal della Ionio Gas indurre ad una forte cautela: la massiccia concentrazione lungo la costa (da Marina di Melilli ad Augusta) di impianti e produzioni pericolose (quattro centrali termoelettriche e un impianto di cogenerazione per la produzione di elettricità; tre raffinerie; tre stabilimenti chimici per la produzione di prodotti chimici organici di base); depositi di gas liquefatti (Gpl); un attività di produzione e di deposito di esplosivi (Pravisani spa); depositi e produzioni di gas tecnici (ossigeno, azoto, argon, ecc.); depositi di idrocarburi; ed altro.

Sono  questi processi industriali che hanno compromesso e devastato il sistema ambientale dell’area e sono queste industrie che ne hanno incrementato l’indice di rischio. Sono questi impianti e produzioni che hanno determinato già nel 1990 la classificazione dell’aera “ad elevato rischio industriale”. Il documento sottolinea ancora come il DPR 175/88, che fissò l’attuazione del piano di risanamento ambientale per il territorio di Priolo-Melilli Augusta, rilevava in modo netto che le attività produttive del polo petrolchimico (….) ed i relativi stoccaggi di sostanze pericolose per caratteristiche di tossicità e/o di infiammabilità risultano concentrati in una stretta fascia di territorio dislocata lungo la costa. Tali insediamenti sono classificabili come industrie a rischio ai sensi del DPR 175/88, in quanto fonti di rischio di eventi incidentali significativi in termini di estensioni areali e gravità di conseguenze per la popolazione e le strutture esterne agli stabilimenti quali rilasci tossici (…). Per quanto riguarda gli eventi principali di incendio e di esplosione esaminati possono determinare effetti assai gravi soprattutto sulle aree urbanizzate circostanti agli insediamenti industriali ed in particolare appaiono interessate in modo rilevante le principali infrastrutture di comunicazione (strade, ferrovia)….

Molte di queste attività e produzioni industriali, come precisa il documento, sono state inserite nell’Inventario nazionale degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti, ai sensi del D.Lgs. 334/99 (Direttiva Seveso II) e sono state censite dal Dipartimento regionale della Protezione Civile  per valutare il potenziale impatto in caso di incidente rilevante. Un rischio accentuato dai grandi stoccaggi di sostanze infiammabili e/o tossiche e dal trasporto di sostanze pericolose. Questo il contesto impressionante nel quale si è pensato di incastonare un altro impianto a rischio di incidente rilevante come il rigassificatore. È un aspetto che è concatenato ad altri elementi: il rischio sismico (elevato; non di media intensità come è stato considerato nel progetto della Ionio Gas); il rischio militare, non valutato dalla VIA approvata dal ministero dell’Ambiente; il rischio di attentati; i problemi del traffico navale; l’attraversamento della ferrovia all’interno di aree destinate a deposito di gas. Il documento evidenzia anche gli effetti di ulteriore alterazione dell’ambiente marino della rada, già fortemente compromesso dai rifiuti tossici scaricati dalle industrie nella rada stessa, per lo scarico giornaliero di oltre 30.000 metri cubi di acqua, necessaria al processo di rigassificazione del terminal, che sarebbero “additivati” da agenti antivegetativi e disincrostanti e che, per le caratteristiche di processo dell’impianto (combinazione con sostanze chimiche, choc termico), diventerebbero sterili (in pratica dannose per gli organismi marini).

I punti conclusivi dell’analisi dell’assessorato all’Ambiente non hanno potuto che rilevare una serie di elementi ostativi alla costruzione di un nuovo impianto a rischio di incidente rilevante come il rigassificatore: la prossimità dell’impianto ai centri abitati e ad altre industrie a rischio e alle vie di comunicazione (in netto contrasto con il D.Lgs. 334/99 e successive modificazioni); l’assenza di ricambio idrico nella rada con effetti deleteri per l’ambiente marino, determinati dall’immissione delle acque di processo. E ancora, i pesanti effetti per il traffico dell’area portuale nella rada di Augusta del transito di circa 150 navi gasiere l’anno (un ogni tre giorni). Tale eventualità obbligherebbe all’adozione delle norme internazionali IMO, le quali prescrivono specifiche misure di regolamentazione del traffico delle navi gasiere, imponendo una zona di sicurezza di 2 chilometri di raggio attorno all’impianto, nella quale sono vietati il transito, l’ancoraggio, lo stazionamento di navi in attesa… e di qualsiasi altra attività. In pratica, ciò rende incompatibile il rigassificatore sia con l’operatività attuale del porto che con qualsiasi ipotesi di sviluppo dei traffici commerciali. Infine, l’impianto (ed è il dato più terrificante) immesso in una situazione di rischio preesistente (di elevato rischio) può essere coinvolto dall’effetto domino di eventuali incidenti.

Tutto ciò, che pone in rotta di collisione l’impianto di rigassificazione con gli obiettivi di risanamento ambientale e di riduzione dei rischi fissati dal Piano per il territorio industriale della provincia di Siracusa, ha determinato il parere negativo dell’assessorato regionale al Territorio e Ambiente alla realizzazione dell’opera nell’area prevista dal progetto. Ciò dimostra che i dubbi, le osservazioni, le contestazioni, avanzate costantemente dal basso, erano il frutto di serie motivazioni, alle quali colpevolmente non si era fino ad oggi voluto dare adeguato ascolto. Le forze che cercheranno ancora di sovvertire questo risultato non sono dome e probabilmente non esiteranno a drammatizzare fatti ed eventi, soprattutto facendo leva sulle difficoltà presenti nel settore industriale e sui problemi occupazionali. È certo però che le strumentalizzazioni troveranno nella più grande consapevolezza della gente un muro insormontabile da superare e che le ragioni del diritto stanno dalla parte delle popolazioni e dei movimenti popolari che si battono per un vero sviluppo sostenibile.

                                                                                             Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI NOVEMBRE

28/11/2009

Un rapporto dell’Enea ci spiega come superare le difficoltà economiche investendo nella riqualificazione energetica degli edifici pubblici: il risparmio ottenuto creerebbe un valore aggiunto di 17 miliardi di euro

PUNTARE SULL’AMBIENTE PER USCIRE DALLA CRISI

I Conservatori britannici, questa settimana, hanno presentato un ambizioso programma in materia di politica ambientale in cui promettono di tagliare del 10 per cento le emissioni di gas serra prodotte da tutte le attività che dipendono direttamente dal governo entro 12 mesi da una loro probabile vittoria alle prossime elezioni generali (previste in primavera). La promessa dei Tories di ridurre “l'impronta ecologica” del governo londinese rappresenta l’impegno politico più significativo in risposta alla campagna 10:10 del quotidiano The Guardian, che ha invitato i cittadini, le imprese e le organizzazioni a tagliare le emissioni inquinanti del 10 per cento nel 2010.  In Italia avremmo bisogno di un piano simile, e non solo per regalare ai nostri figli un futuro più pulito, ma anche per uscire dalla crisi economica. Finora, nessun gruppo politico del nostro parlamento ha elaborato un progetto coerente per limitare l’impatto ecologico degli edifici e delle attività pubbliche.

Alcune regioni hanno investito nella riqualificazione del parco immobiliare pubblico, ma manca un programma nazionale di intervento sull’edilizia statale. Tuttavia, l’Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) recentemente ne ha presentato uno: “Il piano nazionale di intervento per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio pubblico”. Dopo un’indagine condotta su un campione di circa 15 mila unità (pari al 35 per cento del totale censito), l’ente statale ha valutato i consumi energetici per climatizzazione, produzione di acqua calda e illuminazione, riscontrando che la “bolletta energetica” per scuole e uffici ammonta a 15 milioni di megawatt termici e 6 milioni di megawatt elettrici all’anno, per un costo complessivo di 1,8 miliardi di euro. Per “riqualificare” il campione analizzato dall’Enea servirebbero investimenti pari a 8,2 miliardi di euro, per un risparmio annuale di 420 milioni di euro per l’amministrazione pubblica.

Gli interventi di riqualificazione avrebbero però anche ricadute sull’economia in generale, con una creazione di valore aggiunto pari a circa 15 miliardi e un incremento del Pil intorno allo 0,6 per cento e dell’occupazione di circa 150 mila unità. “A investimenti realizzati - stima l’Enea in un rapporto - il risparmio energetico determinerebbe un’attivazione della produzione di 23 miliardi di euro e la creazione di valore aggiunto per 17 miliardi”. Niente male come ricetta contro la crisi. Certo, bisognerebbe rafforzare la collaborazione tra pubblico e privato, investire nella ricerca e favorire partnership strategiche che sappiano sfruttare le opportunità offerte dalle nuove sfide ambientali. Se pensiamo però che la spesa militare del nostro paese nel 2008 è stata di oltre 30 miliardi, la riqualificazione degli edifici pubblici non sembra un obiettivo irrealizzabile.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Una ricerca condotto da quattro ricercatori dell’Università di Pisa ha fornito le stime sullo sviluppo sostenibile in Italia, mostrando la situazione regione per regione: in testa Trentino Alto Adige  e Toscana, ultima la Sicilia

SVILUPPO SOSTENIBILE: QUALCHE PASSO IN AVANTI

È sempre stato difficile affrontare la questione relativa allo sviluppo sostenibile, soprattutto nel nostro Paese, nel quale purtroppo sappiamo che le politiche ambientali sono da sempre l’anello debole della catena. Eppure, le ultime stime rilevate dall’Università di Pisa (in particolare dai ricercatori Matteo Floridi, Simone Faloroni, Simone Pagni e Tommaso Luzzati) evidenziano incoraggianti passi in avanti da parte di alcune regioni italiane, che svettano sulle altre per aver adottato politiche ambientali improntate quasi esclusivamente sullo sviluppo sostenibile. Prima di immergersi nell’analisi dei dati statistici, è opportuno spiegare in cosa effettivamente consista il concetto di “Sviluppo sostenibile” e quali siano le modalità attraverso cui esso possa verificarsi: si tratta di un tipo di sviluppo socio-economico (relativo dunque alle attività dell’uomo e allo sviluppo delle città) che non comprometta le possibilità delle future generazioni di poter operare in un ecosistema nel quale siano salvaguardate le risorse ed i patrimoni naturali. L’aggettivo “sostenibile” è dunque riferito all’ambiente stesso: lo sviluppo deve essere sostenibile e non dannoso per l’ambiente e per gli ecosistemi in cui esso viene applicato.

Tornando alle statistiche elaborate sulle regioni italiane, in vetta alla classifica troviamo il Trentino Alto Adige, con 67 punti, e la Toscana (che si distingue già da tempo per la forte attenzione rivolta verso le fonti energetiche rinnovabili) con 57 punti. I punteggi sono stati ricavati in base ad alcuni macro-indicatori, quali la capacità di fronteggiare i cambiamenti climatici, di applicare misure sostenibili ai trasporti pubblici, alla crescita sociale ed economica delle città, ecc. Seguono in graduatoria Abruzzo e Valle d’Aosta, che mostrano un costante incremento soprattutto negli ultimi anni, tanto da arrivare a quota 54 punti, prima di Piemonte (53 punti), Lombardia e Lazio (52), Emilia Romagna (50). In fondo alla classifica ritroviamo la Sardegna con 45 punti, la Puglia con 41 e la Sicilia, fanalino di coda, con 35 punti. È importante inoltre sottolineare che Trentino Alto Adige e Toscana sono quasi sempre presenti tra le regioni più “avanzate” dal punto di vista ambientale perché rispondono correttamente ai fattori indice di sviluppo sostenibile.

Il Trentino, ad esempio, presenta il più basso tasso di disoccupazione e la più equa distribuzione del reddito, passando poi per una più completa formazione professionale offerta ai giovani, mentre la Toscana si presenta come la regione in cui è meno diffusa la cosiddetta “disoccupazione irregolare”. Tra i dati emerge poi che la Liguria è la regione con tasso più alto di risorse naturali, grazie alle ampie zone boschive protette ed agli scarsi permessi accordati per le costruzioni edili a ridosso di essi. il Piemonte, invece, è primo per il macrofattore dei Consumi e delle produzioni ecosostenibili, grazie all’ampia diffusione della raccolta differenziata ed al consistente numero di aziende biologiche. Questi indicatori, che apparentemente hanno poco a che fare con l’ambiente e la salvaguardia degli ecosistemi, rientrano invece in tutta quella serie di microfattori secondari ai macrofattori che determinano i punteggi delle varie regioni. La tabella dati prodotta dall’Università di Pisa è stata esposta e presentata a Firenze in questi giorni (25-26-27 novembre) in occasione dei “Green Days”, ed è stata sponsorizzata dalla Regione Toscana e dalla Fondazione Toscana Sostenibile.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

21/11/2009

I fautori del Sì al rigassificatore di Priolo-Melilli (Sr) mostrano un imbarazzante ottimismo alla vigilia della conferenza dei servizi del 26 novembre a Palermo, ma il movimento del No non arretra e si prepara a rinforzare il fronte della lotta

L’EUFORIA “GASA” CHI VUOLE COPRIRE IL BLUFF

Sono giorni di grandi appuntamenti. Il gruppo Erg e la Confindustria hanno scelto Mazara del Vallo per delineare i loro prossimi obiettivi nel settore della raffinazione e dell’energia. Hanno chiamato a raccolta i maggiori esponenti delle società (la russo-italiana Isab e la Erg), il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, l’assessore regionale all’Industria, Marco Venturi. Naturalmente lontano dalle coste frastagliate della nostra provincia hanno potuto discutere, in un clima di grande unità, dell’investimento più atteso e dal cammino più tormentato: la costruzione del  terminale di rigassificazione di Priolo-Melilli. C’è grande ottimismo sull’esito della conferenza dei servizi, prevista a Palermo, nella sede dell’assessorato all’Industria, per il prossimo 26 novembre. Fra l’altro, dalle notizie riportate dai media, l’assessore Venturi avrebbe rassicurato la Erg (co-partner della Ionio Gas) affermando che qualcosa sta cambiando, riferendosi alla prossima conferenza dei servizi, stigmatizzata come decisoria (per rafforzarne il senso) dai cronisti in trasferta della stampa siracusana. Insomma sembra propagarsi una nuova euforia nell’arcipelago dei fautori del rigassificatore, esternata a più riprese attraverso le dichiarazioni di esponenti di più o meno improvvisati comitati del sì, manifestata con la formulazione di veri e propri prontuari dello sviluppo.

I tre serbatoi di GNL che incomberanno, se verranno realizzati, sui confini del comune di Priolo, di fronte ai traforati monti Climiti e, come sentinelle minacciose, nella derelitta rada di Augusta, sembrano essere diventati la nuova grotta multivani di Alì Babà. Come un pacco dono (si avvicina il Natale) c’è chi immagina e pontifica una serie di grandi “benefit” e di grandi opportunità: gas a basso costo per tutti; un grande proliferare di imprese; posti di lavoro in quantità tutti locali e tutti melillesi o priolesi (o fifty–fifty se i due sindaci raggiungeranno l’accordo). Si paventa anche l’arrivo del grande freddo, quello “benefico” che fornirebbe (si dice gratuitamente)  l’impianto nella fase di trasformazione del GNL dallo stato liquido (-160° centigradi) allo stato gassoso. Pare che per utilizzarlo si stiano già mettendo in fila gran parte degli agricoltori siracusani e fette consistenti della marineria peschereccia (Mazara del Vallo?), pronti a creare dal nulla una grande filiera agro-industriale; rimarrebbero tagliati fuori solo i produttori di pomodorino e di “cantalupo”, oltre agli agrumicoltori che non possono congelare i loro prodotti. Sarebbe già nato un consorzio di imprese, la “Melilli Group”, a dimostrazione che c’è grande attesa dei “bomboloni di aria fritta”, come li ha definiti il movimento popolare dei giovani e dei cittadini di Priolo.

Ma in realtà la “Melilli Group” sarebbe nata con i fondi pubblici del contratto di programma circa 6 anni fa. Quindi una vecchia società in “stand-by” in attesa di tempi migliori. Nessun dubbio, nessuna incertezza sfiora le menti lungimiranti dei nostrani “economisti del gas”, che non hanno esitato a infarcire la loro convinta adesione all’ipotesi di un polo energetico siracusano, sbandierato e pompato da schiere di esponenti sindacali, anche di uno spirito patriottico: contribuire all’approvvigionamento energetico dell’Italia. I serbatoi, dunque, sono diventati il volano di un nuovo futuro radioso e la conferenza dei servizi è ormai considerata l’atto finale dall’esito scontato che metterà finalmente a tacere quegli 8000 cittadini tra Priolo e Melilli che hanno espresso con un voto referendario democratico il no ad un investimento imposto dall’alto, nuova espressione di una logica di colonizzazione mai sconfitta nella nostra isola. Ma si tratta solo di propaganda spicciola, priva di ogni fondamento, utile solo a dare segnali fuorvianti rispetto al tema reale: la non opportunità di un impianto ad alto rischio da costruire in quel sito. L’affermazione attribuita all’assessore regionale Venturi “qualcosa sta cambiando” suona più come la frase del principe di Salina ne “Il Gattopardo”: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”.

Come dire che il rigassificatore (non importa se nel sito prescelto costituisca un pericolo immanente), pur appartenendo ad una logica industriale ed energetica di vecchia concezione, è un impianto al quale è meglio non opporsi. Conta di più essere dalla parte dei gruppi dominanti che esercitare il proprio diritto ad essere protagonisti delle scelte riguardanti la vita ed il futuro del territorio. Non importa che siano state violate le procedure stabilite dalla legislazione italiana ed europea per il rilascio della Via; non conta niente il fatto che nessuno sappia come sono state applicate  le prescrizioni del Comitato tecnico regionale, che nell’ottobre del 2008 aveva valutato inidoneo il sito dell’area Erg Nord per un impianto a rischio di incidente rilevante; nessun dubbio sfiora la mente di chi sottovaluta il rischio sismico e l’inesistenza di accorgimenti antisismici avanzati nel progetto di costruzione dei serbatoi della Ionio Gas (come i dispersori di energia e le basi mobili per contenere lo slittamento orizzontale di un terremoto di forte intensità). I sindaci hanno fatto prevalere interessi contingenti rispetto ad un impegno più rigoroso per essere costruttori di un futuro sostenibile. Hanno agitato il feticcio del ritorno economico che i comuni potranno avere dalla Ionio Gas dal sì all’impianto.

Hanno chiamato compensazione ciò che invece è un indennizzo per il danno territoriale ed il rischio che accetterebbero. Si usa in modo puerile anche il binomio del rigassificatore uguale ad aria pulita, dimenticando che il metano è tra i principali responsabili dell’effetto serra e che non esiste alcun combustibile fossile che non produca emissioni. L’uso del metano per alimentare le centrali elettriche abbatte sicuramente di due terzi le emissioni di biossido di zolfo, ma immette nell’atmosfera importanti quantità di ossido di azoto (ben più pericoloso) e di formaldeide (teratogena). L’aria pulita dei “rigassificatoristi” somiglia molto ai recenti dati del Cipa. Esiste però, e questo i fautori dell’impianto lo sottovalutano, una diffusa consapevolezza di un vulnus che si vuole infliggere al nostro territorio. Non è scontato che l’incontro di Palermo possa essere definitivo e mettere la parola fine alla lunga opposizione espressa dai cittadini e dai movimenti popolari.

È in corso una grande mobilitazione per una forte presenza dei cittadini dei comuni industriali il 26 a Palermo. Saranno lì a fare sentire la protesta e la ferma determinazione della gente, a porre di fronte alle proprie responsabilità l’assessore all’Industria e il governo Lombardo. Anche se la conferenza dei servizi di Palermo dovesse decidere per il via libera, il territorio sembra pronto a continuare una battaglia per la sicurezza delle comunità che in esso vivono. Non pare neanche  escluso il ricorso al Tar e potrebbe maturare un’iniziativa anche a livello degli organismi della Comunità  Europea. Le violazioni, le inadempienze e le omissioni compiute nell’iter autorizzativo potrebbero interessare anche gli organi di vigilanza della stessa CE. In ogni caso c’è una forte convinzione tra la gente, più diffusa di quella che emerge, che non si può cessare la lotta di fronte alla grande incognita che la costruzione di questo impianto farebbe gravare sulle popolazioni.   

                                                                                              Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Una ricerca effettuata da un team di scienziati olandesi ha dimostrato che i ghiacci della Groenlandia si stanno assottigliando sempre di più, facendo aumentare l’allarme per il temuto innalzamento delle acque marine

GHIACCIAI SEMPRE PIÙ A RISCHIO

I cambiamenti climatici in atto hanno prodotto una nuova vittima: recenti studi hanno infatti dimostrato che i ghiacci della Groenlandia, soprannominata anche “terra verde”, si stanno assottigliando sempre di più, in particolar modo negli ultimi anni. Questo è quanto riportato da una ricerca della Utrecht University, in Olanda, pubblicata poi sulla rivista Science. Il team di scienziati che ha condotto l’indagine, sotto la guida del dr. Michiel van der Broeke, ha constatato che tra il 2000 ed il 2008 lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia ha provocato un innalzamento delle acque marine di circa 0,46 millimetri l’anno, con picchi, nel 2006, di 0,75 millimetri, per un totale di 273 miliardi di tonnellate di ghiaccio perse. Hanno tuttavia contribuito allo scioglimento dei ghiacci anche le ultime due estati, particolarmente calde in tutto il pianeta. Alla ricerca condotta dal team olandese risponde una constatazione dello scienziato americano Roger Barry, direttore del World Data Center of Glaciology, il quale tende a sottolineare che se ci basassimo solo ed esclusivamente sulle stime della suddetta ricerca, andremmo ben oltre le previsioni effettuate nel 2007 dall’Intergovernamental Panel of Climate Change, in merito allo scioglimento dei ghiacciai non solo della Groenlandia, ma di tutto il mondo, che calcolava un innalzamento totale delle acque di circa 28-43 centimetri fino al 2100.

Di sicuro, ci saranno altri cambiamenti climatici: se saranno catastrofici e se l’intera calotta della Groenlandia dovesse scomparire, i mari s’innalzeranno di circa 7 metri, la qual cosa desta ovvie preoccupazioni.  Mentre la Groenlandia si assottiglia progressivamente, si scoprono nell’Oceano altri ghiacciai di grossa portata: tra l’Australia e l’Antartico, a largo dell’isola Macquarie, è stato avvistato un ghiacciaio di cinquecento metri di lunghezza e cinquanta d’altezza, una vera e propria rarità per quella porzione di Oceano Pacifico. A scoprirlo sono stati gli scienziati ed esploratori della Australian Antarctic Division, sorpresi dalle ingenti dimensioni del ghiacciaio galleggiante. L’isola di Macquarie è un’importante riserva dell’Unesco, per la presenza di una fitta colonia di pinguini reali ed elefanti marini, esemplari non abituati alla presenza di ghiacciai. Secondo il glaciologo Neal Yang, si tratterebbe di una grossa porzione di ghiaccio staccatasi dall’Antartide circa 8-9 anni fa, in particolare dalla Ross Ice Shelf, la piattaforma più grande della calotta.

Stando alle analisi del dr. Yang, il ghiacciaio potrebbe sia dirigersi verso la Nuova Zelanda, sia ruotare su stesso, e per adesso si muove verso nord. Non rappresenta ancora un pericolo per la navigazione, ma potrebbe diventarlo se dovesse rompersi in più pezzi nei prossimi anni, evento molto probabile dati i cambiamenti climatici in atto. Lo scioglimento dei ghiacciai rappresenta uno dei problemi più tangibili del surriscaldamento globale, anche perché gli effetti si possono constatare anche a breve termine, basti pensare al repentino avanzamento dei mari nel corso degli ultimi anni, pure a distanza di pochi decenni, e talvolta anche meno. Molte attività dell’uomo, per non parlare di importanti città, sono a strettissimo contatto con il mare, e soltanto questo dovrebbe indurre a darsi una regolata contro i consumi e gli sprechi energetici che provocano l’innalzamento della temperatura terrestre. Del resto, non possiamo nulla contro la ribellione della natura, a maggior ragione se causata da noi stessi. Quindi meglio prevenire.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

14/11/2009

Uno studio condotto negli Usa ha dimostrato che una corretta condotta ambientale dei cittadini, nella propria vita quotidiana, potrebbe consentire un notevole risparmio energetico, con la riduzione del 7,4% delle emissioni nazionali

L’ECOLOGIA DEI SINGOLI PUÒ SALVARE IL MONDO

Uno studio pubblicato sui “Proceedings National Academy of Sciences (PNAS)”, negli Stati Uniti, afferma che una corretta condotta ambientale da parte dei cittadini potrebbe risolvere gran parte dei problemi ambientali contro i quali si sono già dispiegate, tempo fa, le forze delle autorità nazionali per il Protocollo di Kyoto. L’indagine è stata condotta da un team di affermati sociologi, economisti ed ambientalisti, i quali, considerando le statistiche elaborate nel corso dei decenni, si sono resi conto che l’impegno del singolo cittadino, sommato ovviamente a quanto potrebbero fare anche altri soggetti, se esercitato con costanza, porterebbe ad una riduzione significativa delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, per una quantità pari a quelle predisposte dal Protocollo stesso. Gli studiosi hanno inoltre stilato un elenco dei comportamenti “benefici” da assumere per poter raggiungere autonomamente gli obiettivi: si tratta di azioni dispiegate nell’ambito domestico, lavorativo, ma anche in automobile e nei mezzi di trasporto. Ad esempio, basterebbe isolare termicamente abitazioni ed uffici per limitare la dispersione di energia e dunque di anidride carbonica, isolando appunto gli infissi e le coperture; bisognerebbe inoltre utilizzare caldaie e condizionatori a minor impatto, dal momento che, spesso, i dispositivi che dovrebbero essere più efficienti si rivelano semplici “dispersori” di energia.

È importante anche limitare gli standby di elettrodomestici non utilizzati: lasciare la spina nella presa comporta comunque un dispendio ed uno spreco di energia. Buone notizie arrivano anche sul fronte dei criteri di costruzione: per i nuovi edifici sono stati elaborati criteri architettonici in grado di favorire il condizionamento interno a seconda delle stagioni. Per quanto riguarda l’automobile, basterebbe ridurre la cosiddetta “guida spericolata” fatta di frenate ed accelerazioni brusche, ed utilizzare pneumatici a scarso attrito con il suolo; al momento di sostituire l’auto vecchia con un modello nuovo, è dunque importante valutarne la capacità di consumo e di dispendio energetico. Tutta questa serie di buone azioni a favore dell’ambiente sembrerebbero banali se non supportate dagli accurati studi della PNAS: gli studiosi calcolano che, se applicate sistematicamente negli Stati Uniti, queste norme individuali porterebbero in un decennio alla riduzione di circa il 7,4% delle emissioni nazionali, percentuale considerevole rispetto alla media.

Calcoli simili sono stati effettuati anche sulla base delle stime in Canada ed Australia, due colossi industriali nei quali tuttavia non esistono ancora piani energetici volti alla salvaguardia dell’ambiente. Situazione diversa sembrerebbe essere quella dell’Europa Occidentale, in cui alcuni paesi già si sono dotati da qualche anno di sistemi ben disposti al risparmio energetico. A dieci anni di distanza dall’approvazione del Protocollo di Kyoto, gli studiosi di tutto il mondo si sono resi conto che, nonostante i patti stipulati a livello internazionale, sono stati ben pochi i progressi, a parte qualche rara eccezione. Dinanzi a questo quadro cosi poco allettante, le proposte della PNAS appaiono incoraggianti, ma solo nel caso in cui i governi ed i responsabili locali alla salvaguardia dell’ambiente si occupassero di diffondere notizie e sensibilizzare la popolazione alla buona condotta ambientale. Incoraggiando dunque questa sorta di “rivoluzione dal basso”, così come l’hanno definita gli studiosi, si potrebbe arrivare laddove le autorità hanno fallito in passato e rendere per una volta i cittadini responsabili e partecipi al 100% di un progetto a favore sia dell’ambiente, sia della popolazione stessa.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Lo scorso week-end si è svolta la III edizione della “Festa dei sentieri iblei”, organizzata da istituzioni e associazioni: due giornate all’insegna dell’ambiente e del territorio, un’occasione per promuovere lo sviluppo ecosostenibile

LA MAGIA UNICA DEGLI IBLEI

Due giorni intensi dedicati agli Iblei ed al loro splendido patrimonio naturalistico, storico ed archeologico: anche quest’anno, la “Festa dei sentieri iblei”, giunta alla sua terza edizione, è stata l’occasione per consentire a circa un migliaio di persone di scoprire la storia, gli odori e i sapori custoditi tra le rocce ed il verde di un territorio che rientra nell’ambito di quel meraviglioso Parco degli Iblei che da anni deve essere istituito, ma che viene frenato dall’inerzia di un sistema incapace, a grandi linee, di concepire la ricchezza e il carattere innovativo di uno sviluppo basato sulla promozione dell’ambiente e delle tradizioni. Teatro di questa due giorni, svoltasi il week-end scorso (7 e 8 novembre) è stata la città di Noto, la sua parte più antica. L’iniziativa ha preso avvio il sabato con una serie di attività e di mostre, a cui è seguita la proiezione di diversi audiovisivi preparati dagli enti e dalle associazioni che hanno organizzato insieme questo evento. La domenica, invece, ha rappresentato il clou della manifestazione, con la visita alla Cava del Carosello di Noto Antica, dove il Corpo Forestale della Regione Siciliana ha di recente svolto un’importante opera di sistemazione dei sentieri, resi così fruibili a tutti, e di recupero delle concerie medievali che insistono lungo il percorso.

Un percorso iniziato dalla Porta della Montagna, dove i partecipanti si sono radunati per scegliere tra le varie attività previste: la visita guidata agli scavi archeologici, il reinserimento della fauna selvatica riabilitata, le prove di salita su corda e, soprattutto, l’escursione alle cave del Carosello e S. Calogero. Attività proposte e realizzate dalle varie forze che hanno sapientemente organizzato il tutto, ossia istituzioni e associazioni. Il risultato è stato eccellente. I partecipanti, divisi in gruppi accompagnati dalle guide delle varie associazioni, hanno potuto conoscere la flora, la fauna e le piscine naturali (i cosiddetti laghetti senza fondo) presenti nella splendida valle scavata dalle acque del fiume Asinaro. Così come hanno potuto osservare la perfetta conservazione degli insediamenti umani, come le concerie e le gualcherie, i mulini con le immancabili macine, la chiesa rupestre di San Giuliano, in cui è ancora possibile osservare l’oratorio, con gli affreschi, l’altare, l’edicola votiva e i sedili ricavati nella roccia. Un viaggio nella storia e nella natura, con la piacevole sensazione di respirare ed osservare l’assoluto rispetto che le comunità dei nostri predecessori riservavano all’ambiente circostante, sfruttato in maniera armonica, senza violenza, senza la sottomissione delle sue forme e delle sue caratteristiche al volere avido dello sviluppo e del progresso.

Una giornata educativa e rigenerante, arricchita dal buffet di prodotti tipici offerto dagli organizzatori. Una suggestiva manifestazione resa possibile dalla collaborazione preziosa tra il mondo istituzionale e quello dell’ambientalismo organizzato. Una lezione su come sia possibile attrarre i cittadini e sorprenderli con la semplice bellezza dei luoghi, con il ritorno a tempi lontani di cui si è smarrito il sapore e di cui restano preziose testimonianze che non possono non essere difese e tutelate. L’ennesima dimostrazione che l’istituzione del Parco degli Iblei non può attendere oltre perché, così come avvenuto in altre parti d’Italia con un patrimonio, in alcuni casi, forse anche meno ricco di quello ibleo, sarebbe l’occasione per realizzare una forma di sviluppo compatibile e innovativo, capace di creare occupazione, puntando sul turismo di qualità, principalmente sul settore dell’ecoturismo e su quello enogastronomico, ambiti in grande crescita che individuano nella Sicilia uno dei luoghi con le maggiori risorse e potenzialità.

Uno sviluppo che valorizzerebbe nel contempo la inestimabile ricchezza ambientale racchiusa tra le gole e le cave degli Iblei, fungendo anche da stimolo per la rivalutazione e riqualificazione di tutti quei versanti del territorio che si trovano ancora in stato di abbandono. Uno dei motivi fondanti della prevista istituzione del Parco. Una scelta lungimirante ed intelligente che richiede una mentalità opposta rispetto a quella di chi intende saccheggiare e barattare il territorio e l’ambiente con forme di pseudo sviluppo come quelle progettate in questi anni nell’area sud-orientale, tra trivellazioni, rigassificatore, inceneritori, villaggi turistici ad impatto massimo, ecc. Forse ai nuovi predatori di questa terra bisognerebbe far sentire gli odori selvatici delle piante che attraversano la Cava del Carosello e accompagnano le acque limpide dell’Asinaro, oppure far vedere da vicino l’azzurro cristallino dei laghetti. Chissà, magari potrebbero capire che la gente di questa provincia è stanca di fumi, metalli e impianti ed ha voglia di riappropriarsi della bellezza del proprio territorio. Ed occasioni come queste, così partecipate, ne sono la dimostrazione.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

7/11/2009

La notizia della messa all’asta del pantano Cuba, nella zona sud-orientale della Sicilia, una delle aree umide più importanti d’Europa, ha scosso solo gli ambientalisti, mentre dalla Regione si attende l’istituzione della Riserva

UN’OASI NATURALE A RISCHIO VENDITA

Che la difesa del bene comune non sia un valore diffuso nella nostra terra è facilmente verificabile in tanti episodi che hanno segnato e segnano la storia delle nostre città e del nostro territorio. Che particolarismi e corporativismi siano prevalenti sugli interessi collettivi delle comunità lo dimostra la permanente incapacità di fare fronte comune sulle grandi questioni della qualità della vita e del corretto uso delle nostre risorse. Quanto sta avvenendo nell’area sud orientale della provincia di Siracusa, tra i comuni di Pachino e, in parte, di Ispica e Noto, è un esempio clamoroso di una disaggregazione delle popolazioni e delle classi dirigenti che esse esprimono dalla difesa e dalla valorizzazione di un bene prezioso come l’integrità del proprio territorio. Non solo si è fatto molto poco per preservare il patrimonio naturalistico esistente (la particolarissima rete dei pantani costieri), per garantire la sopravvivenza di uno straordinario habitat per rare specie vegetali e animali e per non stravolgere anche il delicato equilibrio climatico di quelle zone, ma si continua a rimanere indifferenti ai rischi di un suo dissolvimento. La notizia della imminente vendita all’asta del Pantano Cuba e dell’area circostante, prevista per l’1 dicembre prossimo, non sembra aver turbato più di tanto l’opinione pubblica locale né tantomeno aver suscitato l’attenzione delle istituzioni locali. Eppure non capita tutti i giorni di venire a sapere che un sito già inserito nel piano regionale dei parchi e delle riserve, già classificato da un decreto regionale del 1999 come oasi naturale, rientri nella disponibilità di un privato e diventi oggetto di una esecuzione immobiliare.

Che un bene di valenza pubblica possa appartenere anche ad un privato è purtroppo nella realtà delle cose; la storia dei territori è piena di annessioni di grandi o piccoli estensioni di terra più o meno legittime, diventate diritti reali. La natura del bene che si sta mettendo in vendita può solo nominalmente essere considerato di natura privata ed è classificato come sito di interesse comunitario e zona di protezione speciale. Eppure non è stato registrato alcun sussulto delle comunità locali, ma solo l’immediata reazione delle associazioni naturalistiche, “Natura Sicula”, attraverso le dichiarazioni alla stampa del presidente Fabio Morreale, e del WWF, attraverso le dichiarazioni del presidente regionale, avvocato Pier Francesco Rizza. Entrambi convergono sulla necessità che gli enti pubblici interessati, Regione, provincia e comuni (in questo caso il comune di Pachino), si facciano carico di intervenire per sottrarre alla sfera privata l’acquisizione di un bene ambientale, come il Pantano Cuba, che appartiene all’intera collettività. Ciò appare tanto più necessario se si tiene conto che i rischi di un uso improprio da parte di un eventuale nuovo proprietario privato sono latenti. Sul destino della creazione della riserva dei pantani della Sicilia sud orientale incombono infatti le richieste di ridimensionamento (avanzate dai produttori agricoli e dal comune di Pachino nel 2007) dell’area territoriale individuata come riserva naturale dalla Regione Sicilia.

Richieste che in parte possono avere fondamento, laddove le attività agricole non hanno contaminato o dissestato l’ecosistema delle aree lacustri, ma che vanno rigettate dove è avvenuto il contrario. Non sono escludibili neanche interessi speculativi, se si considera che il pantano Cuba sovrasta e lambisce, anche se ne rimane separato, un disordinato agglomerato di insediamenti abitativi vacanzieri (Granelli) che da più parti si vuole consolidare. Sotto questo aspetto ciò che lascia sgomenti è l’assoluta mancanza di responsabilità di chi, tra politici e cittadini di Pachino, ipotizza il potenziamento dell’agglomerato sorto in buona parte a ridosso della spiaggia, senza neanche porsi il problema del rischio idrogeologico esistente in quella zona. Il pantano Cuba, infatti, si estende a valle di una balza e il suo argine di sud-ovest, dal quale si diramava un canale naturale collegato con il mare, è in asse con numerose costruzioni; nessuno può escludere, nonostante la media della piovosità dell’area sia bassa, che eventuali intense precipitazioni possano determinare l’esondazione del bacino con effetti deleteri. Tranne che qualcuno non immagini il prosciugamento dell’area lacustre per future sperimentazioni! Sapere che le aree naturali del pachinese sono inserite in un programma di protezione comunitario, nazionale e regionale, non elimina i dubbi e le preoccupazioni sul loro futuro. I fatti dimostrano che l’antropizzazione selvaggia e lo sfruttamento incontrollato di quelle zone è avvenuto in pieno regime vincolistico.

La necessità di un impegno immediato per ripristinare una condizione di certezza sulle scelte da compiere è inderogabile. Il nuovo sindaco del comune di Pachino, Paolo Bonaiuto, dichiara di essere convinto della necessità della valorizzazione paesaggistica del territorio e, sulla contraddizione tra tutela dei siti naturalistici e interessi dei produttori e dei privati, mostra di non avere dubbi: “In quelle aree – afferma – non può essere consentito l’insediamento di immobili per uso privato e anche le serre devono allontanarsi dagli argini dei pantani. La Regione e lo Stato anzi devono accentuare la loro azione per la realizzazione della riserva”. Aggiunge che il dissesto della crescita caotica di costruzioni a ridosso o all’interno di zone tutelate “è una realtà che abbiamo ereditato e che è stata creata nel tempo. Il nostro impegno categorico è la lotta all’abusivismo edilizio. A tale scopo abbiamo istituito una squadra di vigili urbani, dotandola di mezzi idonei, sia per combattere l’abusivismo che per un più capillare controllo ambientale contro il fenomeno delle discariche abusive e dell’abbandono dei rifiuti  nelle aree protette e in tutto il territorio”.

Sulla vicenda della vendita all’asta del Pantano Cuba e sulla possibilità dell’acquisto pubblico dell’area, pur precisando che il comune di Pachino non ha la possibilità di farlo, non si sottrae ad un impegno preciso: “Siamo pronti ad assumere una posizione netta e chiara affinché l’area venga acquisita da parte pubblica. La prossima settimana invierò agli assessori regionali al Territorio e Ambiente e all’Agricoltura e al ministero dell’Ambiente una lettera per sollecitarli ad intervenire”. La posizione del sindaco Bonaiuto sembra dunque convergere con le indicazioni degli esponenti delle associazioni naturalistiche, che hanno chiamato in causa anche il ruolo della Provincia regionale. E il presidente della Provincia, on. Nicola Bono, non si sottrae alle nostre domande, sottolineando che “non può che essere la Regione a definire i tempi di intervento per la istituzione della Riserva naturale orientata dei pantani. Spetta alla Regione risolvere i problemi della esatta estensione dell’area e mettere a punto il piano di gestione”.

Sulla vendita all’asta del pantano Cuba ritiene che anche l’eventuale acquisto da parte di un privato non compromette la destinazione di quel bene “tenuto conto che lo stesso acquirente dovrà essere consapevole che si tratta di una proprietà che è sottoposta a vincoli che non potranno essere violati”. Una valutazione ottimistica, formalmente non confutabile, che però si scontra con la dura realtà di quanto fino ad oggi è avvenuto. In ogni caso, sulla possibilità dell’acquisizione pubblica del Pantano Cuba il presidente della Provincia regionale di Siracusa esprime l’auspicio che “l’assessorato regionale all’Ambiente decida la partecipazione all’asta giudiziaria”. Appare chiaro che il delinearsi di posizioni che pongono in risalto la necessità di un’azione a difesa del territorio ha bisogno di trovare una più ampia iniziativa nel territorio che coinvolga a livello locale e nella realtà dei comuni interessati ogni espressione istituzionale, associativa o intellettuale che abbia a cuore la conservazione e la corretta fruizione delle risorse territoriali.

                                                   Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Una compagnia svedese, studiando il funzionamento di aquiloni a turbina per la produzione di energia eolica, ha scoperto che, messi in funzione in mare, essi possono essere più efficaci e produrre più energia a minor costo  

L’ENERGIA PULITA DEGLI AQUILONI A TURBINA

Una scoperta del tutto casuale ha fornito nuove opportunità per lo sviluppo e lo sfruttamento delle fonti energetiche alternative: la compagnia svedese Minesto, facente parte del gruppo Saab, studiando il funzionamento di aquiloni a turbina per la produzione di energia eolica, ha scoperto che i suddetti aquiloni sono molto più efficaci se messi in funzione in mare, essendo l’acqua 832 volte più densa dell’aria. Ed è cosi che il progetto “Green Deep” (letteralmente “profondità verde”) è diventato ufficialmente un progetto destinato ai mari. Gli aquiloni a turbina, produttori di energia, sono sorretti da un’ala di circa 7 tonnellate ed ancorati al fondale marino da un cavo, a profondità che variano dai 60 ai 150 metri. Tali impianti descrivono nelle acque una traiettoria a forma di otto orizzontale (simbolo dell’infinito), fluttuando come un vero e proprio aquilone. Il processo avviene in due fasi: nella prima fase, si aumenta la velocità del flusso d’acqua che deve entrare nella turbina e, quando la marea colpisce l’ala dell’aquilone, quest’ultima si abbassa creando, grazie alla traiettoria ad otto, una forza aumentata di 10 volte. La seconda fase prevede invece la conversione dell’energia cinetica prodotta in energia elettrica, grazie ad un apposito generatore.

La Minesto assicura che in sole tre settimane ogni aquilone è in grado di recuperare l’energia cinetica spesa, mentre se utilizzati in aria essi impiegherebbero 8 mesi per un recupero totale. Ciascun aquilone ha potenzialità di circa 500 kilowattora, ed un costo per ogni kilowattora pari a 0,09-0,20 dollari l’ora (circa 0,06-0,14 euro), cosa che implicherebbe anche un notevole risparmio economico. In Europa, tuttavia, il sistema “Deep Green” è limitato alle sole acque britanniche, nelle quali le correnti sono pari ad 1-2 metri al secondo per una profondità che varia dai 6 ai 120 metri. Le autorità britanniche si sono mostrate molto interessate al progetto, tanto che, insieme al governo svedese, hanno già finanziato le compagnie responsabili, che hanno inoltre ricevuto circa 3 milioni di dollari da altre compagnie interessate a collaborare. Le stime relative al progetto, in seguito agli esperimenti compiuti in acque svedesi e britanniche, hanno rivelato che un sistema completo di aquiloni marini a turbina, produrrebbe circa 18 terawattora annui, quantità sufficiente per assicurare il fabbisogno energetico a 4 milioni di abitazioni in Gran Bretagna.

Progetti del genere, nascono, purtroppo e per fortuna, solamente nei paesi in cui è fondata e ben radicata una cultura ambientale realmente interessata al benessere non solo delle persone, ma del mondo stesso. È anche vero, tuttavia,  che le congiunture paesaggistiche e territoriali favoriscano i paesi dell’Europa nordica e continentale, che possono avvalersi di venti e mari idonei alla produzione di energia alternativa. Quanto ai paesi mediterranei, come appunto l’Italia, sarebbe opportuno sviluppare sistemi energetici che favoriscano lo sfruttamento di energia solare (disponibile per lunghi periodi ogni anno, specialmente nelle regioni del Sud), o di energia eolica, laddove lo consentano le correnti. Le opportunità ci sono e sono anche piuttosto favorevoli, mancano purtroppo le iniziative e la disponibilità dei governi, che per adesso si occupano solo di grandi (nel senso reale della parola) ed inutili infrastrutture. Senza considerare i dissesti ambientali di cui siamo vittime ogni anno. Aspettiamo fiduciosi che avvenga una svolta anche qui da noi, del resto, ben presto ci si renderà conto che  l’energia combustibile e non rinnovabile non è illimitata come pensiamo: ma questo già lo sappiamo da un bel pezzo e lo sanno anche le autorità, che purtroppo continuano a far finta di niente.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI OTTOBRE

31/10/2009

Sempre più imprese in Italia investono nella “green economy”, l’economia verde che anche quest’anno è al centro della fiera “Ecomondo 2009” di Rimini, nella quale si punta a offrire alle imprese stesse nuovi spunti e stimoli 

L’ITALIA VERSO UN’ECONOMIA VERDE?

Città sostenibile, crescita consapevole, tecnologie verdi, eco-design ed eco-compatibilità sono le parole d’ordine della nuova Fiera “Ecomondo 2009”, che si conclude domani a Rimini e che anche quest’anno offre spunti e stimoli per le imprese che intendono investire nella tutela dell’ambiente. Come ogni anno la Fiera è divisa in settori espositivi dedicati a diverse tematiche come il riciclaggio dei rifiuti, le bonifiche dei siti contaminati, la qualità dell’aria e il ciclo dell’acqua. Oggi più che mai, nel pieno della crisi economica mondiale, si può investire nelle nuove tecnologie sostenibili per rilanciare la crescita e ridurre la dipendenza dalle vecchie fonti di energia. Alcune aziende italiane lo hanno capito e si spera che altre possano seguirne l’esempio. La Indesit di Fabriano, società che produce elettrodomestici, la Montello di Bergamo, che si occupa di trattamento dei rifiuti, e le Cantine Lungarotti di Torgiano sono state le imprese che, quest’anno, si sono aggiudicate il premio “Sviluppo sostenibile 2009” proprio alla Fiera di Rimini.

Particolarmente interessanti le iniziative della Montello e delle Cantine Lungarotti: la prima  ha utilizzato impianti di riciclo di rifiuti a matrice organica e per la plastica capaci, grazie a un detettore ottico automatico, di separare il materiale per polimero e per colore; la seconda invece ha ricavato energia pulita dai residui di potatura delle viti utilizzati come biomassa. Altre piccole e medie imprese, quelle che lo Stato dovrebbe sostenere di più, in diverse regioni italiane, stanno puntando sulla tutela dell’ambiente: vendono pannelli solari prodotti in altri paesi, costruiscono “raffinerie” per la benzina biologica o sperimentano nuove forme di trasporto eco-sostenibile. Nel 2008 la produzione di energie rinnovabili nel Bel Paese è aumentata del 21 per cento e, sempre nello stesso anno, gli impianti di recupero e riciclo dei rifiuti sono arrivati a 6.400, mentre 231.000 sono stati gli interventi di risparmio energetico, grazie alle detrazioni, e il fatturato complessivo della green economy è stato di 5,2 miliardi di euro.

Certo c’è ancora molto da fare per eguagliare stati come la Germania o la Svezia, senza dimenticarci per altro che in Italia i siti contaminati sono moltissimi e che le ecomafie da noi hanno prosperato per anni. Ma sicuramente siamo sulla buona strada. Il Forum Agenda 21, un organo di raccordo di amministrazioni territoriali, ha annunciato che le stesse amministrazioni si impegneranno a ridurre del 20 per cento le emissioni inquinanti entro il 2020, anche in vista del vertice di Copenaghen sui cambiamenti climatici che si terrà a dicembre. Comuni e regioni chiedono però che lo Stato li sostenga  con adeguati finanziamenti. Puntare sull’innovazione e sulla ricerca, soprattutto quando si tratta del futuro del nostro Pianeta, non sarebbe una cattiva idea in questo momento di gravi difficoltà economiche. 

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Uno studio americano, applicato a Shangai, permette la circolazione di mezzi di trasporto urbano a risparmio energetico e ad emissioni zero, grazie alla sofisticata tecnologia denominata “ultracapacitor”

QUANDO IL BUS È AD IMPATTO ZERO

L’ultima trovata per combattere l’inquinamento ed incoraggiare l’utilizzo di trasporti pubblici arriva dall’Oriente, precisamente da Shangai (anche se si tratta di uno studio tutto americano): nella grande città cinese, infatti, è da qualche tempo attiva una linea di bus che, grazie alla sofisticata tecnologia denominata “ultracapacitor”, riesce a far sì che ciascun veicolo si ricarichi alle pensiline. La cosiddetta “ultracapacitor” è costituita da supercondensatori al carbone attivo, molto più resistenti ed efficienti delle batterie al litio, se rapportati a mezzi di grandi dimensioni come quelli adoperati per i trasporti pubblici. In realtà, gli “ultracapacitor” esistono da circa quarant’anni, ma solo negli ultimi decenni sono stati creati dispositivi di dimensioni idonee all’applicazione su mezzi di trasporto, grazie agli studi ed al lavoro del Mit di Boston. Ogni “ultracapacitor” può accumulare molta energia: essi hanno infatti una densità energetica di 6 wattora per chilo, contro i 200 wattora delle pile al litio.

Tuttavia, si scaricano molto facilmente, per cui è necessario perfezionarli prima di essere applicati alle automobili, che, allo stato attuale, dovrebbero fermarsi ogni 3 km per potersi ricaricare. Alcune industrie automobilistiche statunitensi hanno pensato di applicare tale tecnologia anche al resto della rete urbana di trasporti, su più vasta scala: la “Foton America” ha pensato di applicare alle pensiline dei bus, oltre ai supercondensatori, anche dei pannelli fotovoltaici in modo da ridurre ancor di più le emissioni. Inoltre, dato che ogni “ultracapacitor” è in grado di assorbire l’energia prodotta per ogni frenata, il processo di ricarica entrerebbe in atto già nel corso del trasporto, ed avverrebbe spesso anche perché ogni bus necessita di molte fermate, anche ravvicinate, per consentire il cambio di passeggeri.

Ben presto anche in alcune città della Florida e a Chicago circoleranno questi nuovi bus alternativi ed è già in corso un programma di apprendimento per gli studenti dell’American University of Washington, che saranno trasportati per tutto il campus con prototipi dei bus a tecnologia “ultracapacitor”. Restano però ancora alcuni limiti a questa ingegnosa ma recente innovazione: sappiamo che gli “ultracapacitor” hanno autonomia energetica limitata, e questa si riduce del 35% se nel bus si attivano gli impianti di aria condizionata, ma al Mit di Boston stanno lavorando anche al perfezionamento di questo difetto, aumentando la densità energetica di ciascun dispositivo.

E gli studiosi del Mit fanno bene a preoccuparsi di questo aspetto, dal momento che entro il 2050, come ha stabilito il G20, ogni cittadino dovrà ridurre di 2 tonnellate il proprio consumo energetico (essenzialmente le emissioni di CO2), a differenza delle 15 tonnellate degli statunitensi, e la suddetta tecnologia potrebbe aiutarci ad iniziare questa scalata verso un’aria più pulita. Curiosa è però l’iniziativa di Andy Pag, ambientalista britannico che sta cercando di compiere il giro del mondo con un bus alimentato a biodiesel (diesel a base di olio da cucina) e che ha già attraversato Francia, Svizzera, Italia e Turchia, con l’unico obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica al tema del surriscaldamento globale. Che siano al biodiesel, od “ultracapacitor”, saremo ben lieti di accogliere nuove tecnologie per ridurre il tasso d’inquinamento del nostro pianeta. Almeno possiamo provarci.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

24/10/2009

Mentre nel messinese si scava e si piange ancora, tra angoscia e paura per il nuovo allarme meteo, un medico messinese smaschera la menzogna del governo: a dicembre l’unico cantiere che partirà sarà quello di un’opera non legata al ponte

A DICEMBRE NESSUN CANTIERE PER IL PONTE

Nel messinese piove di nuovo e il fango è ancora lì, in mezzo alle strade, dentro il cuore di chi ha perso tutto, dentro le lacrime di chi ha visto morire mogli, mariti, padri, madri, figli, familiari, amici. Giampilieri e Scaletta sono terre ferite, distrutte dall’inerzia di istituzioni che adesso si rimpallano le responsabilità, cercando pian piano di fare scomparire la vicenda dietro un rapido spegnimento dei riflettori mediatici che, in questa terra, hanno una luce molto più flebile rispetto ad altre parti. Mentre si cerca ancora in mezzo al fango, mentre si svolgono i funerali delle persone che man mano riemergono, mentre si vivono nuove paure e angosce per il peggioramento delle condizioni meteorologiche, il governo nazionale risponde con una sola parola: ponte. Se per L’Aquila si mosse un intero Paese, promettendo case, interventi, solidarietà, per Messina si muovono solo quei volontari e quelle forze che senza tregua stanno scavando e assistendo la popolazione dal giorno del terribile nubifragio. Invece di produrre il massimo sforzo, il governo preferisce parlare di un’opera che costerà miliardi di euro, soldi con cui sarebbe possibile mettere in sicurezza le tante realtà siciliane ad elevato rischio idrogeologico.

Il ministro Matteoli ed il premier Berlusconi, dopo aver fatto la loro parata ipocrita a Messina, venendo giustamente contestati (ma nei media nazionali dell’Italia attuale a ciò si è assegnato poco spazio), si sono affrettati ad affermare che nel giro di pochi mesi, precisamente a dicembre, verrà aperto il primo cantiere per la costruzione del ponte sullo Stretto. A niente è valso l’appello del presidente della Repubblica, che ha invitato il governo a lasciar perdere “opere faraoniche” che non hanno alcuna utilità per una terra come la Sicilia, in cui ancora sono tante le cose da realizzare e sistemare. Una questione di priorità che questo governo non è in grado di comprendere. La popolazione di Messina lo ha gridato ad alta voce, specialmente dopo la tragedia del primo ottobre: il ponte non è una priorità e quindi va bloccato, con conseguente spostamento dei fondi verso altri interventi che, oggi, sembrano non rinviabili. Come si fa a parlare di ponte, quando si ha davanti agli occhi quello che è avvenuto a Messina? Con quale coraggio si presenta un’opera mastodontica ed inutile come soluzione a problemi che quell’opera potrebbe solo aggravare?

In proposito, molto interessante è quanto dichiarato dal dr. Conti Nibali, medico messinese molto conosciuto per il suo impegno civile a tutela del territorio e dell’ambiente: “Il ponte  non ha niente a che vedere con le necessarie misure di prevenzione e di sicurezza che si richiedono in un territorio ad alto rischio come quello di Messina e dei comuni dell’area dello Stretto”. Nibali smentisce inoltre quanto affermato dal premier sulla possibilità di attivare il primo cantiere a dicembre: “Per il ponte non esiste allo stato neppure il progetto esecutivo se non nella sua versione preliminare. Non può dunque aprirsi nessun cantiere del ponte. Ciò che potrà iniziare tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo sono i lavori per la cosiddetta ‘variante Cannitello’, un’opera di interramento del tracciato ferroviario calabrese in prossimità di Villa S. Giovanni il cui progetto è stato approvato dal CIPE nel marzo del 2006, dissociandolo esplicitamente dal progetto del ponte”.

I lavori per tale variante, dunque, sono stati autorizzati dalla Regione Calabria, a condizione che l’opera non sia essenziale alla realizzazione del ponte sullo Stretto. Quindi la variante, che ha lo scopo di liberare la costa e di migliorare il traffico ferroviario in Calabria, è e deve essere dissociata dal progetto per il ponte. Questo, dunque, sarà l’unico cantiere aperto a dicembre, un cantiere la cui approvazione e finanziamento non hanno nulla a che vedere con il ponte. Ecco perché gli annunci di Berlusconi e Matteoli sono da considerarsi semplicemente dei proclami che rientrano nella solita retorica propagandistica del governo di centrodestra, che fa del populismo e del sensazionalismo il mezzo prediletto per ingannare il popolo. Stavolta, però, per fortuna, qualcuno ha rotto la cortina di fumo che avvolge la verità e che appanna gli occhi degli italiani.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

La centrale “Diamante”, costruita nei pressi di Firenze, è una struttura costruita per fornire energia per l’illuminazione di parchi naturali ad impatto zero, attraverso un sistema basato su pannelli solari e tecnologie ad idrogeno

UNA CENTRALE ALL’AVANGUARDIA

L’Italia non è mai stata all’avanguardia per quanto riguarda lo sviluppo ed il potenziamento delle fonti energetiche rinnovabili, ma anche nel nostro Paese si sta finalmente muovendo qualcosa, come ci dimostra la centrale “Diamante”, costruita nei pressi di Firenze. La struttura, a metà strada tra l’arte e la tecnologia, è stata progettata e costruita grazie alla collaborazione tra Enel ed Università di Pisa, ed è stata denominata “Diamante” per la particolare conformazione architettonica. Le tecnologie di cui dispone la struttura sono tra le più avanzate al mondo: grazie ai sofisticati pannelli solari ed alle tecnologie ad idrogeno, essa è in grado di fornire energia per l’illuminazione di parchi naturali ad impatto zero; inoltre, potrebbe costituire anche un’attrattiva turistica per la bellezza estetica del complesso. L’idea di costruire strutture del genere, parte dal presupposto di voler illuminare e rifornire d’energia ad impatto zero centri di particolare rilevanza artistico-culturale. Inizialmente, la struttura “Diamante” doveva  rifornire d’energia il Parco naturale di Migliarino San Rossore, tra Pisa e Viareggio, ma successivamente l’attuale sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha fatto sì che l’impianto fosse installato a Pratolino, nei pressi di Firenze appunto.

Luigi Maffei, ordinario d’Architettura all’Università di Pisa, tra i responsabili del progetto, afferma che la centrale è in grado di funzionare anche in assenza di sole, grazie all’impianto ad idrogeno e ad una struttura piuttosto semplice, dotata di pannelli fotovoltaici di ultima generazione. Dal punto di vista estetico, i progettisti si sono rifatti ai modelli classici, partendo dalle caratteristiche fornite da Vitruvio nel “De Architectura”, ossia utilitas (progetto dunque agevole e pronto “all’uso” in tal senso), firmitas (struttura dotata di basi solide) e venustas (semplice ma non dannosa bellezza estetica), fino ad arrivare al genio di Leonardo, artista di riferimento per i progettisti dell’opera, date le sue note origini toscane. Il complesso “Diamante” misura 12 metri d’altezza ed 8 di diametro, è formato da 38 pannelli fotovoltaici a celle microcristalline, orientati a Sud, e 42 facce in vetro temprato, resistente alle intemperie. L’aspetto più importante e rivoluzionario dell’opera, tuttavia, si trova all’interno della struttura: vi sono infatti tre sfere di micro resina, dotate di serbatoi a idruri metallici a bassa pressione, in grado di incamerare energia utile al riscaldamento di quattro o cinque appartamenti.

La parte inferiore della struttura ospita svariati macchinari per gli addetti ai lavori ed un centro di apprendimento dove chiunque (studiosi, scolaresche, turisti o chi per essi) può cimentarsi nel comprendere il funzionamento di questo straordinario complesso architettonico-energetico. La buona riuscita del progetto “Diamante” dimostra che non è impossibile cimentarsi nell’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, che attualmente rappresentano forse l’unica soluzione al sempre più crescente e preoccupante problema dell’inquinamento in tutto il mondo. In Italia queste tecnologie sono ancora troppo poco conosciute, ma il genio dei nostri scienziati potrà, in un futuro non molto lontano, incrementare lo sviluppo di questo nuovo ed importante tipo di energia, se ovviamente saranno incoraggiati in modo opportuno dal mondo politico ed istituzionale. In fondo, si tratta di salvaguardare noi ed il nostro pianeta…

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

17/10/2009

Nel capoluogo campano montano le polemiche sulle scelte del Comune, mentre i rifiuti sotterranei invadono l’intera città, riempiendo il sottosuolo con oli, sostanze tossiche, materiali altamente nocivi e acque di scarico

A NAPOLI È SEMPRE EMERGENZA RIFIUTI

L’emergenza rifiuti che ha colpito tutta la Campania negli scorsi mesi non è affatto un ricordo lontano: gli strascichi di quanto accaduto per le strade delle città campane (in particolare Napoli e Caserta) si fanno sentire ancora oggi, mentre il governo e le autorità locali cercano di mascherare un problema che non ha ancora visto una soluzione concreta. Nei giorni scorsi, la diffusione di una notizia sconcertante relativa ad un provvedimento del Comune di Napoli, ha scatenato le polemiche di cittadini ed organizzazioni locali, tutti perplessi dinanzi a decisioni cosi ingiuste: la Giunta comunale ha infatti bocciato tagli ed agevolazioni sulla tassa dei rifiuti per i cittadini meno abbienti, ed ha negato l’aumento degli stanziamenti previsti per i cittadini di Chiaiano, area fortemente coinvolti a causa della tanto discussa discarica. A tutto questo si aggiunge anche la ridicola scelta del Comune di voler addirittura aumentare la tassa sui rifiuti, una vera e propria offesa a tutti quei cittadini che hanno dovuto combattere contro problemi d’ordine pubblico ed igienico nei mesi scorsi, quando sembrava di trovarsi nel bel mezzo di una città-discarica.

Non sono soltanto i rifiuti “visibili” a destare preoccupazione tra i cittadini e gli ambientalisti: un team di speleologi napoletani ha infatti scoperto che l’intera città di Napoli giace su un ammasso di detriti e rifiuti tossici, depositati negli anni scorsi abusivamente. Si tratta di scarti edili, oli e vernici tossiche, plastica, lattine ed acqua di scarico, che in alcuni quartieri è riutilizzata dagli impianti di irrigazione. L’anno scorso furono allertati, in seguito a scoperte simili, soltanto i Quartieri Spagnoli, ma analisi più accurate hanno confermato che la situazione si estende a macchia d’olio su tutto il sottosuolo napoletano: i pozzi costruiti dai Borboni sono infatti intasati e stracolmi di rifiuti e mai nessuno se n’era preoccupato prima. In particolare, sono stati ritrovati nella zona corrispondente al sottosuolo di Via Monte di Dio, alcuni fusti tossici e detriti edili, mentre a via Chiaia, tra le zone più rinomate di Napoli, sono stati rilevati oli esausti ed ancora una volta detriti edili; a via Nicotera e via Scaglione, alcuni rifiuti “ereditati” dall’emergenza sono finiti nel sottosuolo ed ancora oggi giacciono lì insieme a chissà quali altre sostanze tossiche.

Le autorità locali insistono sul fatto che i controlli sul sottosuolo vengono effettuati ogni 20-30 anni, ma ogniqualvolta che bisogna procedere alla bonifica del territorio si riscontrano problemi non solo di natura economica, data la carenza di fondi, ma anche materiale, per la mancanza di mezzi e soprattutto per la difficoltà obiettiva di penetrare all’interno delle cavità, dato l’ingombro dei rifiuti, che metterebbero in serio pericolo anche la salute degli addetti ai lavori. Il geologo napoletano Gianluca Minin ha illustrato recentemente una mappa che evidenzia tutte le zone di Napoli soggette all’ingombro del sottosuolo: egli stesso ha infatti proposto un censimento di tutte le aree interessate al problema, a partire da un’area campione sulla quale sperimentare tutti i sistemi utili alla bonifica del suolo, senza rischiare cosi di provocare crolli ed altri danni in zone sottoposte a maggior pericolo.

Inoltre, sarebbe necessario il censimento anche per individuare le strutture “sorrette” da rifiuti e scarichi abusivi, in modo tale da accollare le spese ai responsabili delle costruzioni, anche se questa sembra un’ipotesi piuttosto utopistica. Era chiaro, comunque, che l’emergenza rifiuti non fosse un problema né nuovo, né facilmente risolvibile: i depositi sotterranei dimostrano che lo smaltimento dei rifiuti ha sempre rappresentato un elemento di difficoltà per l’amministrazione napoletana, che fatica ancora a risolvere la questione. Ci sarebbe da chiedersi come mai il governo non si sia espresso a riguardo, ma la risposta è intuibile, dal momento che, al di là della propaganda, non c’è mai stata una vera e propria fine all’inferno dei rifiuti a Napoli ed in tutta la Campania.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Pubblichiamo un articolo della Rete No Ponte, in cui, dopo la tragedia di Messina e l’annuncio del governo di iniziare a breve i lavori per il ponte sullo Stretto, si  chiede  di fermare l’opera e destinare i soldi alla sicurezza idrogeologica

I SOLDI DEL PONTE PER LA SICUREZZA DEL TERRITORIO

Ponte sullo Stretto subito, dice Berlusconi. Ma perché non utilizzare il miliardo e trecento milioni di euro attribuito dallo Stato alla “Stretto di Messina” per mettere in sicurezza il territorio dell’area dello Stretto? Nella piattaforma della manifestazione contro il Ponte sullo Stretto dell’otto agosto avevamo messo al primo punto la richiesta di utilizzare le risorse economiche destinate alla grande infrastruttura per la messa in sicurezza sismica ed idrogeologica del territorio. Dopo la tragedia del primo di ottobre, la richiesta è diventata addirittura ovvia da parte di larga parte dei cittadini. È per questo che dal momento del disastro stiamo assistendo a continui pronunciamenti finalizzati a giustificare l’impiego di soldi pubblici per il Ponte anche in presenza di evidenti altre priorità. I sostenitori del Ponte (ministro Matteoli in testa) sostengono che il Ponte lo si costruirà con i soldi dei privati e, quindi, non è possibile utilizzare quelle risorse per la tutela del territorio.

“A dicembre e gennaio - ha confermato Berlusconi - cominceremo la realizzazione di un’altra infrastruttura fondamentale…il Ponte sullo Stretto…”. I cantieri che dicono di voler avviare riguardano le opere collaterali e compensative. Per queste il Cipe ha previsto l’utilizzo di 1,3 miliardi di euro che dovranno essere stanziati, a detta del ministro stesso, di finanziaria in finanziaria. Questi sono soldi pubblici e non si capisce per quale motivo non potrebbero essere utilizzati per una grande opera davvero utile per l’area dello Stretto come la messa in sicurezza del territorio e degli abitanti. Se una casa non ha servizi e non ha il tetto, si pensa per prima cosa a comprare un bel biliardo o forse sarebbe meglio pensare ai servizi ed al tetto? Si tratta solo di una scelta politica. Il ministro ha anche detto che le opere propedeutiche al Ponte previste, se fossero state già realizzate, avrebbero mitigato i danni subiti a causa delle recenti frane.

Lo ha confermato anche il sottosegretario Urso, che ha addirittura dichiarato che il Ponte sullo Stretto è importante anche per la sicurezza del territorio. E per quale motivo nuove strade, nuovi viadotti, chilometri e chilometri di gallerie in pieno centro cittadino, una nuova stazione ferroviaria in una delle zone più abitate, enormi quantità di materiali di scavo da collocare in discariche dovrebbero ridurre e non aggravare il rischio idrogeologico? Ma sui soldi dei privati il ministro farebbe bene ad essere più chiaro. Dovrebbe dire, piuttosto, che sarebbero le banche a raccogliere il capitale da investire. Ma visto che il Ponte non sarebbe profittevole, perché anche gli scenari più pessimistici proposti dagli advisor sarebbero oggi paradiso (e, infatti, i transiti nello Stretto sono in calo) chi pagherebbe il crack finanziario? Sarà lo Stato, cioè i contribuenti, a pagare (come sempre) o saranno i risparmiatori che avranno acquistato titoli collegati al Ponte che resteranno col cerino in mano?

Rete No Ponte – www.noponte.it

 

 

10/10/2009

Dopo aver respirato per decenni i gas e i fumi tossici della raffineria, a Falconara (Ancona) centinaia di lavoratori dell’Api ora perdono anche il lavoro: mentre sindacati e società trattano, i lavoratori pronti a scendere in piazza

FALCONARA: OLTRE AL DANNO LA BEFFA

La raffineria Api di Falconara intende licenziare 140 persone su un totale di 465. Lo prevede il nuovo piano industriale dell’azienda recentemente “comunicato” ai dipendenti. Dopo decenni di battaglie ambientali per la messa in sicurezza della raffineria e un suo futuro smantellamento, la società che per lungo tempo ha condizionato i destini di intere famiglie, sia in termini occupazionali che di sanità, ora si permette anche di licenziare chi ha contribuito alla sua sopravvivenza, invece di approvare un piano di riconversione che punti sulle professionalità dei lavoratori per impiegarli nello sviluppo di forme d’energia pulite. La raffineria dell’Api di Falconara, nata nel 1950, si è ampliata nel tempo allargandosi a gran parte del territorio falconarese: da essa sono venute le nuove benzine Sprint 84/86 e Supersprint 92/94, oltre che tonnellate di Gpl e bitume. Attualmente l’impianto si estende su una superficie di 70 ettari e raffina 3,9 milioni di greggio all’anno grazie a 128 serbatoi, con l’aggiunta di una piattaforma fissa a 16 chilometri dalla costa e di un’isola con doppio attracco, a 4 chilometri.

Negli anni, i cittadini di Falconara hanno pagato a caro prezzo la presenza dello stabilimento industriale: da recenti analisi epidemiologiche, riguardanti il periodo tra il 1994 e il 2003, è emerso infatti che “la mortalità attesa nelle aree circostanti la raffineria è aumentata per l’esposizione di tipo acuto e di tipo cronico a benzolo e altri idrocarburi policiclici aromatici di riconosciuta azione oncologica”. Bastava comunque passare dalla raffineria negli anni Ottanta per sentire un insopportabile puzza derivante dal pericoloso mix di sostanze tossiche emesse nell’aria o analizzare la sfortunata fauna ittica pescata nei pressi dell’impianto. Sindacati e gruppi ambientalisti hanno già espresso le loro preoccupazioni per il destino dell’Api, così come sei anni fa avevano proposto, senza risultato, di riconvertire l’impianto falconarese in una centrale rinnovabile, come già avvenuto in altre parti del Sud Italia con “Api Nova”. Ma l’Api di Falconara ha deciso invece di puntare ancora sull’energia “termoelettrica”, sicuramente più economica e redditizia nel breve periodo, ma ovviamente “inquinante”.

Oltre al licenziamento di 140 lavoratori, infatti, il nuovo piano industriale della società prevede la costruzione di due centrali elettriche all’interno della raffineria, in una zona già dichiarata dagli esperti “ad elevato rischio ambientale”. Fortunatamente l’amministrazione regionale marchigiana, in base a scelte di politica energetica, ha fermato il nuovo progetto, chiedendo che venga sottoposto al giudizio della Conferenza Stato-Regioni, tuttavia l’Api non intende rinunciarvi. E mentre società e sindacati si preparano a trattare sul piano industriale, i lavoratori hanno deciso di scendere in piazza, ancora una volta e come avviene già in altre regioni italiane dove le imprese stanno “riorganizzando le loro attività e licenziando”. Per lunedì 12 ottobre è fissato il primo sciopero, in occasione di un incontro tra rappresentanze sindacali e amministrazione comunale: seguiranno nuove mobilitazioni nelle settimane successive.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

L’Overshoot day è il giorno in cui la terra entra in riserva energetica, cioè si trova in carenza di risorse energetiche a causa dell’impatto dell’uomo sull’ambiente: quest’anno l’Overshoot day è stato registrato il 25 settembre  

OVERSHOOT DAY: LA TERRA ENTRA IN RISERVA

Da qualche tempo circola in rete un dato alquanto preoccupante per i consumatori e per l’intero pianeta: il “Global Footprint Network”, associazione che misura l’impronta ecologica dell’umanità (vale a dire il segno che le attività umane imprimono sulla natura), secondo calcoli basati su statistiche e dati rilevati dai consumi, ha stabilito che il 25 settembre 2009 si è verificato l’Earth Overshoot Day, ovvero, il giorno in cui la Terra è entrata in riserva energetica. A partire da quel giorno, la Terra, per i prossimi mesi del 2009, dovrà utilizzare le scorte di risorse destinate alle generazioni future: di conseguenza, tra qualche decennio saranno inevitabili crisi energetiche e carenza di risorse. Fino alla prima rivoluzione industriale, “l’impronta ecologica” dell’uomo non destava particolari preoccupazioni, dal momento che si trattava di fenomeni localizzati alle sole zone industrializzate ed in via di sviluppo; oggi, invece, il segno dell’uomo si è moltiplicato per milioni e milioni di volte, considerando che ormai tutto il pianeta è industrializzato, tralasciando le differenze tra i vari Stati.

Ogni anno, la “Global Footprint Network” registra un Overshoot day sempre più arretrato: nel 1961 si iniziò soltanto a parlare dell’ipotesi di un Overshoot day, dato che i consumatori si servivano di circa la metà della biocapacità del pianeta, ma nel 1986 c’è stato il primo campanello d’allarme e, di conseguenza, il primo Overshoot day, registrato il 31 dicembre. Meno di un decennio dopo, nel 1995, l’evento si è registrato il 21 novembre, mentre nel 2005 il limite è stato raggiunto il 2 ottobre. Quest’anno la data è arretrata al 25 settembre e ci si domanda fin dove possa arretrare se non s’impongono norme severe contro il dispendio di risorse energetiche e contro gli sprechi, dato che l’andamento in corso porterebbe nel 2050 a necessitare di un pianeta parallelo dal quale estrarre le risorse necessarie, ipotesi alquanto utopistica. La data dell’Overshoot day 2009 cade ad 80 giorni dal summit di Copenaghen sul clima, durante il quale ci si augura che le Nazioni Unite trovino una soluzione a quanto stia accadendo al pianeta, partendo dal surriscaldamento globale, fino ad arrivare ad intervento concreto per arginare gli sprechi energetici. Il tutto comporterà conseguenze anche dal punto di vista economico, ed è per questo che le istituzioni mondiali dovranno studiare piani globali che facciano ammortizzare gli eventuali urti provocati da un utilizzo diverso delle risorse energetiche.

Quanto all’Italia, la situazione Ambiente non è delle migliori: a differenza di tutti gli altri Paesi europei e, ovviamente, a differenza degli Stati Uniti, non è stato ancora attuato un piano significativo per lo sviluppo e l’utilizzo di fonti energetiche alternative, quindi rinnovabili. Si punta invece sull’energia nucleare, che già in passato fu bandita (ricordiamo il referendum del 1987, quando il popolo italiano, dopo il disastro di Cernobyl, si convinse che l’energia nucleare non era poi così sicura come si voleva far credere). Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha annunciato che presto il nucleare tornerà in Italia, ma non per scopi militari (e allora le bombe installate ad Aviano e a Ghedi Torre?): saranno infatti installati impianti di nuova generazione, capaci di produrre energia su vasta scala. Non sono bastate le sollevazioni popolari in Basilicata nel 2003, quando a Scanzano Ionico furono depositati residui nucleari pericolosissimi. Sullo smaltimento di queste scorie, il ministro Scajola non si è pronunciato. Staremo a vedere cosa succederà nel caso in cui saranno realmente installati questi impianti nucleari.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

3/10/2009

Sarebbero almeno 30 le navi affondate dal crimine organizzato in Italia per lo smaltimento dei rifiuti tossici, il Wwf chiede al governo di predisporre in fretta le misure necessarie per tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini

LE NAVI DEI VELENI SPUNTANO DAGLI ABISSI

Il ritrovamento di una nave presumibilmente carica di fusti contenenti scorie radioattive sui fondali antistanti la costa di Cetraro, in Calabria, ha fatto scattare nuovamente l’allarme sulla presenza delle “navi dei veleni” in Italia. Secondo il Wwf e in base alle rivelazioni di alcuni pentiti sarebbero almeno 30 le navi contenenti rifiuti tossici affondate al largo delle coste italiane. Lo stesso Wwf ha consegnato pochi giorni fa sei dossier sulle navi fantasma radioattive al Presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, Gaetano Pecorella, al Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, Giuseppe Pisanu, e al Presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Francesco Rutelli.

Il governo tuttavia non ha fatto ancora nulla per sventare “il pericolo di una bomba a orologeria che minaccia la salute di cittadini e ambiente”, nonostante la richiesta da parte delle associazioni ambientaliste di un provvedimento urgente di Protezione Civile a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, “che - scrive il Wwf in una lettera inviata al premier Silvio Berlusconi - nomini un Commissario delegato per l’individuazione, la messa in sicurezza e la bonifica, laddove possibile, dei relitti delle ‘navi a perdere’ con il relativo primo stanziamento di fondi per le ricerche”. Lo Stato deve lanciare un segnale forte e determinante sui traffici illeciti internazionali dei rifiuti pericolosi e radioattivi via mare, secondo il presidente del Wwf, Stefano Leoni, anche perché le navi della ‘ndrangheta e della camorra non sono le uniche a riversare prodotti radioattivi nell’ambiente.

Il mese scorso è riemerso infatti il caso della compagnia petrolifera britannica Trafigura, che ha raggiunto un accordo con il governo della Costa D’Avorio per il risarcimento di 31 mila cittadini vittime di uno dei peggiori disastri ecologici della storia recente. Nel 2006, il riversamento delle scorie derivanti dalla lavorazione petrolifera, oltre a inquinare irrimediabilmente alcune zone intorno alla capitale ivoriana Abidjan, aveva causato la morte di 15 persone e il ricovero di altre 69. Inizialmente Trafigura aveva negato qualsiasi responsabilità nella vicenda, assicurando di aver scaricato solo del materiale innocuo nel paese africano, ma poi aveva raggiunto un accordo con Abidjan per bloccare le azioni giudiziarie nei suoi confronti.

Ed ora, da alcune mail interne all’azienda e pubblicate dal quotidiano The Guardian, si è appreso che i suoi dirigenti erano perfettamente a conoscenza della pericolosità dei rifiuti scaricati, tanto che nelle lettere sottolineavano come quelle scorie non sarebbero mai state accettate in un paese occidentale. “Tranne l’Italia”, forse, dove a smaltire gli scarti tossici ci pensano i criminali, sempre con la complicità di grandi aziende e persone “rispettabili”, a basso prezzo e mettendo a rischio la propria vita e quella di migliaia di altri esseri umani.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

L’Africa è attraversata da enormi problemi legati anche ai cambiamenti climatici, ma è anche un continente ricco di risorse da sempre sottratte alle popolazioni – Tecnologia “etica” ed istruzione potrebbero segnare una svolta

UNA POSSIBILE SOLUZIONE PER L’AFRICA

L’Africa è sempre stato un continente dai grandi contrasti: ricco di materie prime, conteso in epoca coloniale tra le grandi potenze europee, oggi, come in passato, si presenta come uno dei continenti più poveri al mondo, che, tra le tante problematiche sociali e politiche, trova spazio anche per le catastrofi ambientali che incentivano il tasso di povertà e fame che da secoli imperversa nel continente nero. La maggior parte della popolazione africana sopravvive grazie alle attività agricole, messe in serio pericolo dalla siccità e dalla desertificazione, provocate dai cambiamenti climatici attualmente in atto. Le zone più colpite da tali fenomeni sono il Corno d’Africa, in cui si trovano i paradisi turistici del Kenya, in forte contrasto con i villaggi poveri, e le regioni sub sahariane, che, appunto, trovandosi in prossimità del deserto, corrono i rischi maggiori. Il problema nel Corno d’Africa fu affrontato seriamente durante la conferenza di Algeri nel 2006, quando la regione fu colpita da una gravissima carestia, provocata proprio dalla siccità e dalla carenza di piogge.

La Conferenza del 2006 convinse le autorità africane a mettersi alla ricerca di soluzioni concrete, attraverso l’utilizzo più ragionevole (senza sprechi dunque) delle risorse idriche: è infatti l’acqua il problema fondamentale dell’intera Africa. Alcuni studiosi scoprirono qualche decennio fa che il sottosuolo del Sahara, tra Libia, Algeria e Tunisia, è ricco di risorse idriche, nascoste e di difficile estrazione a causa della pressione idrica. Dal 1984, però, esse sono utilizzate dalla Libia per la realizzazione di un grande fiume artificiale che dovrebbe convogliare l’acqua verso le regioni a nord del paese. Nel 2005, i paesi del Maghreb e del Sahel si accordarono per un utilizzo ben distribuito ed equilibrato delle proprie risorse idriche, in modo da garantire il fabbisogno necessario alla propria popolazione. Il problema, però, persiste nella parte restante del continente, che stenta ancora a trovare soluzioni contro la siccità e per la sopravvivenza della popolazione. È per questo che la Fao ha organizzato a Roma un seminario, durante il quale affrontare i problemi relativi alle carestie dovute alla siccità del continente nero.

La manifestazione si è svolta all’Ateneo “Regina Apostolorum” ed ha assunto un titolo significativo: “Per una rivoluzione verde in Africa: lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. I maggiori sostenitori di tale progetto sono stati i rappresentanti Fao, Charles Riemenschneider ed Eric Kuenemann, i quali hanno affermato che l’Africa, seppur povera, possiede un enorme potenziale di risorse sia naturali che umane, ed è dunque necessario coinvolgere le popolazioni locali per la realizzazione di un concreto sviluppo sostenibile, basato sull’apporto di nuove tecnologie. È impossibile riuscire ad ottenere risultati con gli strumenti del passato ed è per questo che lo sviluppo deve muoversi verso una direzione in particolare, quella della biotecnologia, partendo dall’istruzione delle popolazioni locali, cosi com’è successo in Burkina Faso nel 2001, grazie al progetto “Farmers’ field school”, un vero e proprio campus di studi, in cui i contadini del Burkina Faso imparavano nuove tecniche agricole utili allo sviluppo del territorio. Parlando di biotecnologia, molti hanno storto il naso pensando subito agli Ogm, che non possono essere definiti né dannosi, né vantaggiosi: vanno solo usati con cautela ed attenzione.

Inoltre, sarà ogni singolo Stato africano a decidere in che modo utilizzare le nuove tecnologie, dato che una soluzione univoca per tutto il continente non può essere realizzata, considerate anche le profonde differenze climatiche da una zona all’altra. Anche la Chiesa Cattolica ha sempre appoggiato l’utilizzo di nuove tecnologie a favore dello sviluppo nel continente nero, ma sull’apporto di biotecnologie sull’agricoltura non si è mostrata favorevole. È per questo che Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha affermato che anche per la biotecnologia, deve essere seguita una certa etica, dal momento che essa potrebbe anche essere utilizzata male, se non diretta a favore dello sviluppo e della risoluzione di problemi sociali tanto gravi come quello della fame. Mai come in questo caso la tecnologia potrebbe veramente salvare un continente martoriato come l’Africa e diventare monito per tutti quei paesi che con il tempo potrebbero rischiare la progressiva distruzione del proprio territorio. Non ci resta che avere fiducia nella scienza e nella ricerca.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI LUGLIO

28/07/2009

Dopo l’approvazione del Piano Energetico Ambientale, che ha riaperto la strada al nucleare, il ministro dell’Ambiente, Prestigiacomo, prospetta la possibilità di costruire una centrale in Sicilia, nella martoriata zona di Augusta

NUCLEARE: NUOVA MINACCIA PER SIRACUSA

Un polo industriale dalle dimensioni tutt’altro che modeste, la probabile futura costruzione nella stessa zona di un impianto di rigassificazione  non erano sufficienti ad agitare i sonni dell’hinterland siracusano: a rendere il tutto più temibile sono intervenute le dichiarazioni del ministro dell’Ambiente, la siracusana Stefania Prestigiacomo, che, dichiarando la propria posizione favorevole alla costruzione di centrali nucleari in Italia, non ha escluso che uno dei luoghi interessati potrebbe essere Augusta, con ogni probabilità la zona della provincia aretusea più tristemente nota a causa delle gravi condizioni ambientali e delle accertate conseguenze sulla salute degli abitanti. L’incedere minaccioso del nucleare in Italia è stato notevolmente favorito dall’approvazione, lo scorso 3 febbraio, del Piano Energetico Ambientale, un piano che sostanzialmente riapre le porte a questa temutissima forma di energia, che il popolo italiano decise, ricorrendo ad un referendum, di abbandonare oltre 22 anni fa, sulla scia del terrore provocato dall’incidente di Chernobyl. La nostra generazione sembrerebbe portare ancora alcuni spiacevoli inconvenienti di quel disastro, studi sperimentali sembrerebbero per esempio individuare in esso la causa del notevole incremento di malattie tiroidee nelle donne di 20-30 anni, le figlie di Chernobyl.

Inoltre, i tassi di incidenza di leucemia, di svariate altre forme di cancro, di malattie respiratorie, digestive, cardiovascolari e immunitarie sono aumentati tutti dalle due alle quattro volte. Eppure, come spesso accade, non si impara dagli errori e così all’approvazione del Piano Energetico ha fatto seguito la reazione entusiasta di due regioni che si sono candidate ad ospitare le centrali nucleari, il Veneto e l’immancabile Sicilia. Una candidatura che, ha voluto precisare il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, è tutt’altro che incondizionata. Secondo il PE, si potrà costruire una centrale nucleare in Sicilia a patto che siano soddisfatti tre requisiti: che i siciliani esprimano il proprio parere favorevole, tramite una consultazione referendaria, che la costruzione sia conveniente in base ad un’analisi costi-benefici e che si tratti di una centrale di ultima generazione ed assolutamente sicura. Decisamente a sfavore dell’introduzione del nucleare in Sicilia si è dichiarato Franco Piro, responsabile delle Politiche Economiche del Pd. “È assurdo - ha dichiarato Piro - che qualcuno pensi di costruire centrali nucleari in Sicilia, laddove nessuno, neanche la protezione civile, è riuscito a costruire un solo piccolo impianto di recupero di energia dai rifiuti”.  Le polemiche non sono mancate nemmeno in merito all’effettivo valore che verrà dato ad un eventuale referendum in materia.

Alle dichiarazioni del ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola, secondo il quale, nell’ipotesi di un eventuale responso negativo del popolo siciliano, scatterebbe il potere sostitutivo del governo, ha aspramente risposto Domenico Fontana, presidente di Legambiente Sicilia, il quale ha dichiarato che “in questioni come queste, in una società democratica, è necessaria l’approvazione della popolazione del luogo” e ha confidato la propria convinzione che, se consultato, il popolo siciliano si opporrà fermamente alla realizzazione di una centrale nucleare nel proprio territorio. Con tali presupposti appaiono sempre più utopistici i progetti di riconversione energetica del territorio prospettati, per la nostra città, dal Nobel Carlo Rubbia, attraverso l’introduzione di un impianto solare termodinamico a Priolo. In egual misura risulta sempre più incomprensibile l’atteggiamento di buona parte dell’amministrazione siracusana, in particolar modo dei consiglieri comunali, che più volte hanno ribadito la propria intenzione di dare all’economia cittadina un’impronta prettamente turistica ma che nulla fanno per evitare quest’ulteriore stupro del nostro territorio. Quali le meraviglie che dovrebbero attirare l’attenzione di turisti da tutto il mondo? Dopo la visita al Teatro Greco ed una rapida passeggiata per le pittoresche stradine di Ortigia, una visita guidata presso il rigassificatore e la centrale nucleare?

Anna Serrapelle –ilmegafono.org

 

Durante una conferenza sul clima, organizzata dal Guardian, sono state presentate numerose soluzioni per fermare il surriscaldamento del globo, tra cui ve ne è perfino una basata sul versamento di calce in mare

SOLUZIONI CONTRO L’EFFETTO SERRA

La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è un problema dovuto anche all’inquinamento dei mari e degli oceani, ed è proprio da lì che parte l’innovativa scoperta di un team guidato dallo scienziato Tim Kruger: durante una conferenza sul clima organizzata dal quotidiano inglese Guardian è stato presentato il progetto “Cquestrate”, che prevede l’immissione di ingenti quantitativi di calce nei mari, al fine di ridurre la concentrazione di CO2, e di conseguenza l’acidità delle acque marine. Il ciclo dell’anidride carbonica (biossido di carbonio) trova nel mare un punto di snodo fondamentale. Le acque marine, infatti, assorbono grossi quantitativi di CO2, aiutando cosi a ridurre l’effetto serra nell’atmosfera, ma di conseguenza aumenta il grado di acidità delle acque, con successiva alterazione degli ecosistemi marini. Kruger ha proposto un sistema in grado di far aumentare la capacità di assorbimento di CO2, ma tale capacità non farà aumentare l’acidità dei mari, al contrario aiuterà a ridurla, il tutto grazie ad un processo che prevede la trasformazione delle pietre marine in calce, con un sistema simile a quello usato per la produzione di cemento.

Una volta trasformate, le pietre verranno poi riversate nei mari e negli oceani. Il processo dovrebbe funzionare pressappoco cosi: le pietre, ormai divenute calce, reagiscono con l’anidride carbonica presente nei mari, trasformandone le molecole in ioni di bicarbonato, sostanza meno acida, che consentirà dunque di aumentare le capacità di assorbimento di CO2 per gli oceani. Kruger, tuttavia, si mostra cauto in merito al suo progetto: non è altro che una sorta di “piano B” contro il surriscaldamento globale, dato che l’obiettivo fondamentale da perseguire è la riduzione di emissioni di anidride carbonica da parte dell’uomo, con l’aiuto delle istituzioni e dei singoli governi in tutto il mondo. Inoltre, il progetto in sé dovrà affrontare molti ostacoli: attualmente riversare calce negli oceani è illegale e, se anche il sistema progettato da Kruger dovesse avere buon esito, la quantità di calce da riversare è davvero ingente per fronteggiare la concentrazione di anidride carbonica (si parla infatti di circa 10km3 di calce ogni anno). Riversare la calce in mare, tuttavia, avrebbe buon esito solo se l’anidride carbonica fosse catturata e smaltita alla fonte.

Il progetto “Cquestrate” proposto da Kruger appartiene alle tante trovate di geoingegneria presentate durante la conferenza indetta dal Guardian per contrastare i cambiamenti climatici ed il surriscaldamento globale. Al termine della conferenza gli scienziati selezioneranno dieci tra le idee più convincenti, con la speranza di poterle realizzare. Il problema fondamentale delle proposte salva clima, o più in generale, salva ambiente, è soprattutto quello dei costi: si parla infatti di cifre sempre molto elevate, oltre che di processi di lavorazione delicati (e costosi). Ci sono tuttavia tante altre alternative di cui l’uomo dispone per poter salvare il proprio pianeta, a partire dalla riduzione dei consumi e del dispendio energetico, il che comporterebbe oltre che un ambiente più salubre, anche un risparmio di denaro non indifferente, da investire magari in progetti più costosi per la salvaguardia del clima. Per tale ragione confidiamo nel buonsenso dei governi e di quanti vogliono salvare il pianeta.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

11/07/2009

Al G8 in corso di svolgimento a L’Aquila si discute anche di ambiente e di clima, ma sugli obiettivi c’è poca chiarezza e le proposte avanzate appaiono insufficienti, specialmente se si continua a lasciare indietro l’Africa   

G8: AMBIENTE, ILLUSIONI E SPERANZE

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha definito “insufficienti” gli obiettivi stabiliti dai leader del G8 a L’Aquila per la lotta ai cambiamenti climatici. Nella prima giornata del vertice, i capi di Stato e di governo delle otto maggiori economie mondiali hanno concordato un ambizioso programma per ridurre dell’80 per cento (rispetto al 1990) le emissioni di anidride carbonica entro il 2050 e far diminuire la temperatura globale di 2 gradi centigradi, stabilendo invece una riduzione del 50 per cento, sempre entro il 2050, per il resto delle nazioni. Durante i colloqui del secondo giorno con i leader delle potenze emergenti (G5 + Egitto) non è stato possibile tuttavia raggiungere un’intesa su obiettivi e su proposte concrete a breve termine, un fallimento secondo Ban Ki Moon che rischia di compromettere il futuro del Pianeta e che allo stesso tempo avrà ripercussioni sul vertice sul cambiamento climatico che si terrà a fine anno a Copenaghen.

Al G8 Ambiente dello scorso aprile a Siracusa, i venti ministri riuniti al Castello Maniace avevano lanciato un chiaro messaggio ai loro superiori, dicendosi fiduciosi in “impegni concreti” da parte dei propri governi in occasione del vertice de L’Aquila. Nella città siciliana si era parlato di biodiversità, di salvaguardia della salute dei bambini e di promozione delle energie rinnovabili, tutti argomenti che hanno diviso le potenze economiche mondiali a soli tre mesi di distanza. A L’Aquila, infatti, India e Cina, due dei maggiori paesi inquinatori al mondo, hanno espresso perplessità sugli obiettivi di riduzione della Co2 per il 2050, così come la stessa Russia, che fa parte del G8.

Secondo gli scienziati e i climatologi della “European Climate Foundation” per aiutare le potenze in via di sviluppo nel passaggio ad un’economia a basso impatto ambientale sarebbero necessari ingenti finanziamenti cui in parte le nazioni più avanzate dovrebbero contribuire, dando la possibilità ai governi meno ricchi di gestire la transizione. Se però consideriamo che dal G8 di Gleneagles del 2005 ad oggi, le stesse nazioni che avevano promesso di raddoppiare gli aiuti destinati all’Africa, hanno speso più in armamenti che in cooperazione allo sviluppo, allora il traguardo del 2050 appare ancora molto, troppo lontano.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Pubblicata una ricerca americana sull’energia eolica, in cui si afferma che una rete di turbine da 2,5 megawatt, operanti per il 20% della loro capacità, potrebbe produrre quantità di energia pari a 40 volte il consumo globale

ENERGIA EOLICA: LA STRADA VERSO IL FUTURO

Sopravvivere con la sola energia eolica? Si può. È quanto afferma uno studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze “Pnas”, scritto da Michael McElroy, docente della “School of Engineering and Applied Sciences” all’università di Harvard. Quella che sembrava una semplice provocazione di stampo ambientalista potrebbe invece essere una soluzione all’inquinamento globale, dato che il team di scienziati che ha portato a termine la ricerca, dopo un’attenta analisi, ha affermato che basterebbe una superficie pari a quella degli Stati Uniti, ricoperta ovviamente di centrali eoliche, per soddisfare il fabbisogno energetico dell’intero pianeta. I calcoli degli esperti parlano chiaro: una rete di turbine da 2,5 megawatt, posizionate in apposite aree (senza danneggiare foreste, ghiacciai ed aree urbane), operanti per appena il 20% della loro capacità, sarebbe in grado di produrre un quantitativo di energia pari circa 40 volte il consumo di energia globale in ogni sua forma. Tutto ciò implica inoltre un quantitativo di energia in eccesso, che potrebbe far diminuire i prezzi oltre che i consumi e potrebbe spianare la strada verso nuove tecnologie sulle quali si lavora da tempo, ad esempio le auto elettriche oppure le case ad impatto zero.  

Negli Stati Uniti, l’eolico costituisce circa il 42% del totale delle forme di energia alternativa, ma la strada da percorrere affinché diventi una fonte utilizzata su vasta scala è ancora lunga. I calcoli forniti dagli esperti sono frutto di simulazioni operate su campi di vento immaginari, forniti dai sistemi elaborati dalla “Goddart Earth Observing System Data Assimilation System (in breve GEOS-5 DAS)”. Suddividendo il mondo in sezioni pari a circa 3300 km quadri ciascuna, i ricercatori hanno calcolato approssimativamente la velocità dei venti in aree non urbane né forestali od occupate dai ghiacciai: in base alla velocità dei venti, alla densità dell’aria, alla distanza tra una turbina e l’altra ed alla dimensione delle eliche, gli studiosi hanno ottenuto in linea di massima il calcolo sul quantitativo di energia prodotta dalle turbine. Il dato rilevante tratto da questa indagine è che basterebbe solo un 20% sul totale di questa energia a soddisfare il fabbisogno globale, elemento incoraggiante per tutti coloro che, come il presidente degli U.S.A., Barack Obama, credono nell’impiego di energia pulita.

Notizie incoraggianti arrivano anche dall’Italia: un recente sondaggio ha rivelato che circa l’80% degli Italiani gradirebbe una svolta verso le fonti energetiche rinnovabili, in particolare verso l’energia eolica, solo il 14%, invece, opterebbe per il nucleare, ma sappiamo che il governo proprio in questi giorni ha approvato un pacchetto legge su questo tipo di energia. Il fattore che colpisce è tuttavia molto singolare, soprattutto in tempo di crisi economica: gli italiani sarebbero disposti anche a pagare tasse più alte, purché sia assicurato un futuro ambientale più sereno e privo di incombenze di sorta. Ricordiamo che in Italia sono comunque attive da qualche anno a questa parte centrali eoliche in Toscana ed in Sardegna, anche se i risultati scarseggiano ad arrivare, data la scarsità di zone interessate da venti frequenti. L’Italia ha tuttavia una marcia in più per quanto riguarda lo sfruttamento di energia geotermica, data l’abbondanza di risorse in tal senso. O forse dobbiamo aspettare l’arrivo di un Obama anche da noi?

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

4/07/2009

Nonostante le difficoltà e l’ostruzionismo delle varie componenti politiche, il presidente americano ottiene l’approvazione, alla Camera, della nuova legge sulle emissioni atmosferiche, che segna una svolta a favore delle fonti rinnovabili

AL VIA LA RIVOLUZIONE ENERGETICA DI OBAMA

A differenza di quanto succede nel resto del mondo, negli Stati Uniti si sta effettivamente muovendo qualcosa a favore dell’ambiente, come d’altronde aveva promesso durante la campagna elettorale il presidente Barack Obama. Gli U.S.A. hanno dato inizio ad una vera e propria rivoluzione energetica, facendo passare alla Camera, con sette voti di scarto (219 a 212), un nuovo ordinamento che imporrà agli Stati Uniti non solo un utilizzo più moderato delle fonti energetiche non rinnovabili, ma anche l’utilizzo sempre maggiore di fonti energetiche alternative, al fine di contrastare il “global warming” (surriscaldamento globale). Il presidente Obama si è detto molto soddisfatto di questa legge, che indurrà tutti gli americani a pensare che le fonti energetiche alternative sono molto più convenienti, dal momento che sono previsti migliaia di posti di lavoro nelle apposite centrali. Le legge sull’energia è passata alla Camera dei Rappresentanti con il nome di “American Clean Energy and Security Act” e si pone come obiettivo principale quello di ridurre entro il 2020 le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, in base ai parametri rilevati nel 2005.

Inoltre, la legge stabilisce un tetto massimo di emissioni nocive, ma consente alle industrie di vendere e comprare i cosiddetti “permessi d’inquinamento”: si tratta di un alternarsi tra le varie industrie nel dispendio di energia, vale a dire che mentre un’industria impiega un quantitativo di energia rilevante (che si traduce poi in emissioni nocive), le altre industrie devono compensare con dispendi minori, utilizzando possibilmente fonti rinnovabili ed alternative. Il governo predisporrà gratuitamente un certo numero di permessi, mentre il tetto massimo delle emissioni sarà gradualmente abbassato nel corso degli anni, insieme all’aumento dei costi sui permessi d’inquinamento, la qual cosa imporrà alle industrie un utilizzo più o meno obbligato delle fonti energetiche alternative. Poco prima che la legge passasse alla Camera, tuttavia, era stata diffusa un’indiscrezione secondo la quale Rahm Emmanuel, capo dello staff di Obama, durante un meeting con alcuni giornalisti aveva affermato che i voti necessari all’approvazione del piano energetico non erano sufficienti, ma nel corso delle ore successive lo stesso presidente Obama si è impegnato a modificare al ribasso le cifre proposte dalla legge, anche per assecondare le esigenze e le richieste dei gruppi ambientalisti.

Tuttavia, all’interno del gruppo democratico molte sono state le reticenze: per 8 repubblicani che hanno votato a favore, ci sono stati 44 democratici che hanno votato contro la legge. I “ribelli” si dividevano tra quelli che non sono affatto favorevoli alla legge, poiché ritengono che sia troppo vessatoria nei confronti delle realtà agricole, e tra quelli che invece la considerano troppo blanda verso le industrie pesanti. Gli ambientalisti dal canto loro chiedono una legge molto più dura contro l’inquinamento industriale; tutta questa serie di contrasti rende più difficoltoso il cammino del testo normativo in Senato, dove si dice manchino due dei 60 voti necessari per evitare ostruzionismo, ma anche lì la situazione è incerta, date le divergenze in materia di politiche ambientali.  Al di là dei contrasti burocratici, è importante l’iniziativa del presidente Obama, che in soli cinque mesi di governo è riuscito là dove molti presidenti hanno fallito: mantenere una delle promesse che hanno caratterizzato la propria campagna elettorale. Ancora una volta, dagli U.S.A. ci giunge una bella lezione, questa volta a favore dell’ambiente. Dopo i danni dell’amministrazione Bush, questa è davvero una grandissima conquista per tutto il mondo.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

L’approvazione del megavillaggio turistico “Acquamarina Club 2” da parte del Consiglio comunale di Siracusa lascia dietro di sé numerose perplessità sulle procedure seguite e sui “passi indietro” di numerosi consiglieri

EPILOGO DI UN ROMANZO DI FANTAPOLITICA

Non sembra essere previsto alcun lieto fine per “Acquamarina club 2”, un “romanzo” di fantapolitica tutto aretuseo, fatto di colpi di scena, bugie, contraddizioni, ma soprattutto, ancora una volta, fatto di interessi privati che finiscono con il prevalere su quelli collettivi. Una storia che si è protratta per mesi, tra sedute di Consiglio comunale in cui non si decideva niente, alcune delle quali aperte ad interventi di associazioni e cittadini che più volte hanno ribadito il proprio NO alla realizzazione di un mostro di cemento che, con i suoi 900 posti letto, avrebbe stuprato un tratto di costa nostrana proprio a ridosso dell’Area Marina Protetta. Tra i sostenitori del no è sempre stata in prima linea la circoscrizione Neapolis, circoscrizione in cui ricade la zona in cui sorgerà il villaggio turistico, che, guidata dal proprio presidente, Giovanni Di Lorenzo, ha continuato a non rassegnarsi, sino a chiedere il referendum circoscrizionale, referendum che non è però mai stato concesso. Per il no anche nomi importanti del panorama politico siracusano, quali il deputato nazionale Fabio Granata e l’onorevole Vincenzo Vinciullo, oltre a numerosi esponenti della Chiesa, cattolica e battista, che, per una volta d’accordo, hanno ribadito la loro contrarietà ad un simile scempio delle nostre coste. A dichiarare la propria contrarietà anche molte associazioni (ambientaliste e non) della città, che non hanno mancato di motivare in seno al Consiglio comunale o attraverso comunicati stampa e dichiarazioni, le motivazioni del loro parere negativo e alternative all’installazione di altri villaggi turistici, facendo notare che un buon amministratore deve razionalizzare l’uso delle risorse e concentrare i propri sforzi nella ricerca dello sviluppo di un’economia reale.

Uno sviluppo che non può essere garantito dai villaggi turistici che, essendo delle vere e proprie città blindate, non portano alcun vantaggio all’economia locale ma finiscono con il gravarla di una maggiore fornitura di servizi e di smaltimento di rifiuti. L’alternativa individuata dall’ associazione Natura Sicula e dal Centro Studi Davide contro Golia sarebbe “il turismo ecosostenibile, rispettoso della natura e del territorio”. Nonostante tutti i pareri negativi, nonostante da tempo le associazioni ambientaliste e parte della minoranza chiedessero di modificare il P.R.G., sentendosi rispondere dal sindaco che una tale modifica non poteva avvenire prima che decorressero 2 anni dall’approvazione dello stesso, lo scorso 10 giugno il Consiglio comunale ha approvato il piano di lottizzazione per Acquamarina club 2, nel corso di una seduta molto particolare. “Con l’approvazione del villaggio turistico il Consiglio comunale ha raggiunto il punto più basso della sua storia” ha commentato l’onorevole Fabio Granata all’indomani dell’approvazione e non è stato l’unico a spendere parole di disapprovazione e denuncia per quanto accaduto. “Con l’atto del 10 sera - ha dichiarato l’ing. Fausto Campisi, presidente della sezione di Siracusa di Natura Sicula - si decreta la completa distruzione dell’intera penisola della Maddalena perché di certo a questo punto saranno approvati anche gli altri 7 villaggi turistici previsti nel Piano Regolatore. Siracusa sarà sempre più cementificata”.

“Non comprendo - ha continuato Campisi - la presenza del sindaco. Sino ad oggi ha partecipato a quasi tutti i Consigli comunali e di questo gliene do merito, eppure non riesco a comprendere la sua presenza alla seduta del 10 giugno, dal momento che non ha proferito parola nemmeno per difendersi quando l’architetto Navarra, dirigente del settore urbanistica del Comune, ha asserito che è falsa la sua affermazione secondo cui il P.R.G. non può essere modificato prima dei due anni dalla sua approvazione”. A criticare l’operato del sindaco che, dando false informazioni in merito alla modificabilità o meno del P.R.G., ha innegabilmente condizionato l’operato del Consiglio comunale, sono intervenuti anche i Grilli Aretusei: “Il sindaco, ing. Roberto Visentin è riuscito addirittura a tenere in stallo un Consiglio comunale su una falsità. Nelle riunioni precedenti aveva dichiarato in aula più volte che lui non poteva effettuare delle varianti al PRG in quanto esisterebbe una legge che lo blocca per due anni. Tutto falso! E questo non lo diciamo noi o l’opposizione ma il dirigente dell’ufficio tecnico, arch. Navarra, che solo nell’ultimo Consiglio comunale si è svegliato e ha detto che questa legge non esiste!”. Ma le critiche non sono mancate anche per alcuni consiglieri comunali che hanno dimostrato una velata incoerenza tra le dichiarazioni di qualche mese fa e le decisioni prese nella seduta del 10 giugno.

Fabio Rodante, da sempre schierato con coloro che si erano detti sfavorevoli alla costruzione del villaggio turistico, arrivato il momento delle votazioni, ha preferito astenersi. “Invito - ha dichiarato a tal proposito l’ingegner Campisi - tutti i consiglieri, in particolar modo Rodante, che si sono sempre dichiarati a favore del rispetto della natura, ad avere più coraggio delle proprie idee e a non farsi ‘ricattare’ da esigenze di partito o dall’amministrazione”. Ma non solo Rodante è stato accusato di scarsa coerenza, “al Consiglio Comunale - hanno dichiarato i responsabili del Centro studi Davide contro Golia - ci sono consiglieri, come Sorbello, Liuzzo e Bonafede, che da un lato condividono le parole del Vescovo che, in occasione dell’ultima festa di Santa Lucia, ha detto basta allo sfruttamento indiscriminato del territorio, mentre dall’altro sono favorevoli allo scempio che si vuole fare nella nostra città. Inoltre, ci chiediamo dove erano quei consiglieri comunali, come Mastriani (guida naturalistica) e Di Stefano, che si erano proclamati strenui difensori dell’ambiente e che poi disertano l’assemblea quando è stato approvato il villaggio Acquamarina Club 2”.

Oltre agli appunti sull’operato dei singoli consiglieri o del sindaco non và sottovalutato un altro dato molto importante, prontamente messo in evidenza dal Centro studi, cioè che “la zona del Plemmirio, oltre ad essere Area Marina Protetta, è anche un SIC, Sito d’Interesse Comunitario, e questo fa nascere l’obbligo della Valutazione di Incidenza Ambientale, disciplinata dall’art. 6 del Dpr 12 marzo 2003”. Ciò che appare strano è che tale valutazione,  che dovrebbe essere preventiva, non è mai stata esperita per il villaggio turistico di Terrauzza, questo ha spinto il Centro Studi ad aprire, sabato 27 giugno, a Siracusa, nei pressi della Chiesa di S. Paolo Apostolo, una raccolta fondi per procedere alle vie legali in modo da assicurare che i diritti di tutti i concittadini non vengano lesi. “Si dice che la Sicilia è un paese benedetto da Dio ma violentato dall’uomo. Vogliamo che continui ad accadere questa violenza nella nostra generazione?”, questa frase, usata qualche mese fa dal pastore Huw Anderson, della Chiesa Battista, nel suo intervento contro il villaggio turistico, appare la più idonea per concludere “il romanzo Acquamarina club 2”, che inevitabilmente lascia a molti l’amaro in bocca.

Anna Serrapelle –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI GIUGNO

27/06/2009

Il consiglio comunale di Siracusa, tra colpi di scena, polemiche e le proteste di associazioni e cittadini, ha approvato la costruzione del villaggio turistico “Acquamarina Club 2” a ridosso dell’area marina protetta del Plemmirio

CEMENTO E AFFARI: COSÌ SI UCCIDE SIRACUSA

Cemento e affari. È ormai in piena espansione l’aggressione al territorio della città. La colata di calcestruzzo, di mattoni e di malta si espande a macchia d’olio, lambisce le aree archeologiche, ne ritaglia pezzi e li ingloba, estende le sue metastasi fino alle coste, occludendo il paesaggio, scardinando gli anfratti e le scogliere con orribili escrescenze che butterano il profilo del litorale che si specchia sull’antico e non più incantevole specchio d’acqua del Porto Grande, mentre una nuova devastazione incombe sull’area costiera di Terrauzza, sul sito della vecchia tonnara, alle porte della riserva marina protetta del Plemmirio. Una corsa alla speculazione edilizia, alla cementificazione indiscriminata dell’ambiente e dei suoli ancora liberi del territorio urbano ed extraurbano, innescata dall’approvazione nel 2004 di un PRG della città aderente alle logiche di sviluppo del dominio ininterrotto della maggioranza di centrodestra. Un piano urbanistico che ha incluso tra le aree a insediamento residenziale lotti di terreno inseriti in zone di interesse archeologico come quella del Castello Eurialo o delle antiche mura dionigiane;  aree come quella posseduta dalla società Frontino - destinata nel passato ad appuntamenti fieristici e che, dopo il rinnovo della concessione, dovrebbe accogliere un nuovo grande centro commerciale - che sono corollario e corona delle vestigia dell’antica roccaforte siracusana dell’Epipoli (Castello Eurialo).

Uno strumento di pianificazione del territorio, quello voluto dagli “strateghi” del centrodestra siracusano, con l’avallo dei confratelli di cordata degli organi di governo della Regione, che ha incluso nella logica del saccheggio anche quella parte della fascia costiera che era stata sottratta al vandalismo degli spregiudicati governi democristiani della fine degli anni ‘60 e dei primi anni ‘70 e all’abusivismo selvaggio dei nuovi ricchi. Così, con la giustificazione di favorire lo sviluppo turistico, è stato concepito un nuovo metodo per l’accaparramento da parte dei privati di un intero patrimonio paesaggistico e storico, sottraendolo al bene comune e destinandolo solo all’egoismo individuale e alla concupiscenza del denaro. In sostanza, con il piano regolatore è stata data legittimità ad  aberrazioni  piccolo borghese, opportunistiche e qualunquiste e alle nuove barbarie di società immobiliari. La vicenda del progetto della costruzione del villaggio turistico Acquamarina 2 in un territorio a tutela paesaggistica e in un’area marina protetta è emblematica per comprendere l’intricato viluppo di interessi che gravitano attorno alle concessioni edilizie.

Il voto favorevole alla realizzazione del nuovo villaggio turistico, espresso pochi giorni fa, dopo una lunga serie di rinvii e di aggiornamenti, dalla maggioranza del consiglio comunale di Siracusa, con quattro voti contrari (tre del PD su cinque consiglieri, e uno di Sinistra Democratica) e un’astensione, è la logica conclusione di una classe politica locale sorda a qualsiasi richiamo di valori generali, pronta ad ascoltare solo i maggiorenti delle classi dominanti che non hanno mai anteposto gli interessi della comunità e dell’ambiente agli affari. Sono caduti nel vuoto gli appelli a non avallare un nuovo scempio lanciati non solo da associazioni culturali e ambientaliste (“Davide contro Golia”, “Legambiente”, “I grilli aretusei”, “Natura Sicula”), ma anche dal mondo cattolico e dalla massima autorità della chiesa siracusana. L’arcivescovo di Siracusa, mons. Salvatore Pappalardo, poco più di un mese fa, nel tradizionale sermone della festa di Santa Lucia, aveva rivolto un duro richiamo agli amministratori e ai rappresentanti politici della città.

Basta allo sfruttamento indiscriminato del territorio!” è stato il monito dell’arcivescovo, che nel suo messaggio spirituale, dai forti contenuti sociali, ha voluto sottolineare che lo spirito evangelico può essere solo presente in coloro che “amministrano con saggezza il bene comune non cercando il proprio tornaconto, in coloro che si prendono cura e rispettano il creato superando le logiche dello sfruttamento indiscriminato del territorio”. Ma anche esponenti dello stesso centrodestra come i deputati nazionale e regionale del Pdl, Fabio Granata e Enzo Vinciullo hanno sostenuto la necessità di bloccare le autorizzazioni del progetto, ritenendolo in contrasto con gli interessi del territorio e della tutela dell’ambiente, richiedendo alla Sovrintendenza di porre il vincolo nell’intera zona; tanto più che l’approvazione del piano paesaggistico (anche se arrivata con anni di ritardo) impone l’armonizzazione degli strumenti urbanistici comunali con le nuove tutele dei valori paesaggistici. E ancora altre voci con insistenza si sono levate contro un progetto ritenuto deleterio per la collettività e inutile sotto il profilo economico, come la dura opposizione del consiglio di circoscrizione del quartiere Neapolis, che ha avviato la procedura per un  referendum popolare tra i residenti del territorio interessato, congelato però dal consiglio comunale.

Forti dissensi, che hanno determinato per un certo tempo incertezze e cautele sulla decisione. Scrupoli e tentennamenti subito accantonati quando sono entrati in gioco i maggiorenti del centrodestra. L’intervento dell’assessore regionale al Turismo e ai Trasporti del Pdl, on. Titti Bufardeci, ex sindaco della città per due mandati (che sembra avere un ruolo quasi immanente sulla nuova amministrazione comunale), e il suo aspro richiamo ai rappresentanti della maggioranza di centrodestra a dare via libera all’autorizzazione del nuovo villaggio turistico, prefigurando anche in caso contrario il rischio di azioni di rivalsa dell’imprenditore titolare del progetto, ha spazzato via ogni dubbio presunto e ha prodotto il voto favorevole del consiglio comunale. In realtà, però, rimangono aperte molte questioni controverse, sulle quali si profila un ricorso al Tar, preannunciato dal Presidente del quartiere Neapolis. Emergono infatti alcune incongruenze, come la mancata previsione nel progetto autorizzato delle prescrizioni poste dalla Sovrintendenza, che comunque va sottolineato non ha mai svolto un ruolo adeguato sulla vicenda.

L’autorizzazione fra l’altro è stata approvata con un emendamento che sa di escamotage: è stato vincolato all’osservanza di tali prescrizioni, pena il riesame da parte del consiglio comunale. In realtà, il consiglio comunale in presenza di inadempienza degli obblighi posti dalla Sovrintendenza avrebbe dovuto esprimere un voto negativo. Invece si assume la decisione lasciando all’impresa la facoltà di perfezionare il progetto ex post. Insomma, un meccanismo che ricorda scenari da vecchie classi dominanti dove ascari e manipolatori erano funzionali agli interessi di poteri forti. Sarà così anche in questa vicenda? In una città soffocata dalle pratiche clientelari, da un forte qualunquismo, da una supina accettazione delle decisioni di un nuovo sistema di potere, ciò che dà speranza è il formarsi di una nuova frontiera di impegno civile e di solidarietà che ha solo bisogno di trovare momenti di unificazione e di espressione corale per rimettere in discussione vecchie logiche di potere e per recidere i fili di una ragnatela tossica che tende a soffocare il diritto ad un futuro dove l’arbitrio non prevalga sugli interessi collettivi.

Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

L’approvazione del villaggio “Acquamarina Club 2” è solo l’ultimo atto di una politica del turismo basata sul profitto e sulla devastazione ambientale: in 12 anni di centrodestra sono scomparse le coste e si è moltiplicato il cemento

LA COLONIZZAZIONE DI SIRACUSA

Il via libera dato dal Consiglio comunale alla costruzione del villaggio “Acquamarina Club 2”, è l’ultimo atto di una politica del turismo basata sul profitto (di pochi), senza alcun rispetto per l’ambiente, per la straordinaria ricchezza paesaggistica, storica, archeologica che compone l’immenso patrimonio di Siracusa. Già in passato, in nome di una promessa occupazionale, si è scelto di offrire alle fauci fameliche dell’industria l’incantevole tratto di costa a nord del capoluogo, su cui insistono aree storico-archeologiche di primo piano, come l’antica Tonnara, il villaggio di Stentinello, il villaggio e la necropoli di Tapsos e, più in là, verso Augusta, il sito di Megara. Nell’area costiera sud, nel frattempo, l’abusivismo edilizio ha vomitato cemento ovunque, trasformando le coste di Fontane Bianche e dell’Arenella in due aree dormitorio, prive di una logica urbanistica e di un lungomare, anomalia davvero rara, difficile da riscontrare anche in altri contesti macchiati dall’abusivismo. Le battaglie per gli accessi al mare contro le concessioni ai privati, le cancellate o i blocchi di cemento abusivi posti da villeggianti senza scrupoli si sono susseguite nel tempo, seppur con intensità minore rispetto agli ultimi anni, in cui si è diffusa nella gente una maggiore coscienza ambientale.

Una coscienza che non appartiene al centrodestra siracusano, che da 12 anni domina la città e che ha consentito il saccheggio dell’intera costa, lasciando al popolo solo qualche ristretto lembo di spiaggia e qualche scogliera, affollate all’inverosimile nei giorni caldi dell’estate. Oltre all’“Acquamarina Club 2” appena approvato, sono già realtà: l’“Acquamarina Club 1”, sito all’Asparano, con la recinzione di parte dell’incantevole scogliera; l’hotel “Il Minareto”, che ha scippato ai siracusani una delle zone più suggestive di contrada Isola, proprio nei pressi del vecchio faro; il solarium-lido “Le Nereidi”, una orribile e già deteriorata struttura in ferro posata sull’acqua, in barba alle normative sulla fruibilità pubblica della battigia, completamente occupata dal solarium; il lido posto al termine della riviera di via Arsenale, in una zona ad alto valore archeologico; infine, il solarium appena inaugurato presso il porto piccolo di Siracusa, che ha riempito di piloni di cemento il mare sottostante il parcheggio Talete, altro esempio di scempio ambientale e paesaggistico che la classe politica aretusea (in questo caso di colore opposto) ha donato in passato alla città. E di esempi se ne potrebbero fare tanti altri, a Siracusa come in provincia.

Questi però sono i più recenti e i più lampanti, soprattutto hanno tutti un’identica origine: il centrodestra siracusano, di concerto con la Capitaneria di porto e con la Sovrintendenza, che davvero non si comprende che ruolo abbia in questa città, dato che tutte le aree su cui insistono questi scempi sono archeologicamente rilevanti. Vi sono poi altri due aspetti che lasciano perplessi sulle scelte delle amministrazioni locali: innanzitutto, la concessione per la nascita di stabilimenti in aree in cui sussistono divieti di balneazione oppure limitazioni e avvertimenti per ragioni geomorfiche, come nel caso del solarium “Le Nereidi”, all’Arenella, del lido in fondo a via Arsenale, e dell’hotel “Il Minareto”. La sicurezza, si sa, viene sempre per ultima. In secondo luogo, il presunto ritorno economico dei villaggi turistici usato come giustificazione per ogni scempio non c’è mai stato, perché tutto si consuma dentro le strutture, in cui il personale viene da fuori, mentre ai locali vengono lasciate le briciole, cioè lavori stagionali, i più umili e meno remunerativi, spesso precari e senza tutele contrattuali. La colonizzazione è arrivata anche qui e non intende fermarsi.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

13/06/2009

Dopo tre anni di indagine, Greenpeace pubblica un rapporto dal titolo “Amazzonia che macello!”, in cui si mette a nudo l’opera di distruzione della foresta amazzonica da parte delle multinazionali della carne e delle pelli e non solo

AMAZZONIA, UN ASSALTO MONDIALE

È durata tra anni l’attività di indagine condotta da “Greenpeace” e culminata con la pubblicazione del rapporto dal titolo Amazzonia che macello!, un’inchiesta contro la deforestazione che i colossi dell’industria zootecnica brasiliana, in collaborazione con note multinazionali di vari settori, stanno attuando in Amazzonia, distruggendo il principale polmone verde del pianeta, con conseguenze terribili per quanto riguarda il surriscaldamento globale. Una denuncia dettagliata che analizza le filiere della produzione della carne e delle pelli e mette a nudo un sistema fatto di allevamenti illegali che si fanno spazio distruggendo ettari di foresta, invadendo le riserve indigene e schiavizzando le popolazioni locali. L’indagine di “Greenpeace” ha smascherato l’origine illegale dei prodotti e degli affari dei principali colossi brasiliani del mercato della carne e della pelle, come Bertin, JBS e Marfrig, i quali si riforniscono da allevamenti illegali protagonisti della distruzione della foresta amazzonica. Un’attività intensa, che si espande in violazione della legge, per mezzo di tagli illegittimi ed incendi dolosi, con danni irreparabili per l’ambiente e per la vita di migliaia di abitanti indigeni, spesso intrappolati nelle maglie dello sfruttamento e della schiavitù. Da questi allevamenti illegali proviene il bestiame che viene inviato nei mattatoi da cui si ricavano la carne e la pelle che vengono immesse nei vari settori del mercato internazionale: alimentare, moda, calzature, arredamento, cosmetici, e persino il settore automobilistico.

Il Brasile, infatti, è il più grande esportatore mondiale di carne bovina e, insieme alla Cina, il più grande esportatore di pelle bovina al mondo. Un settore in piena espansione a cui il governo sta dedicando particolare attenzione, attraverso incentivi e finanziamenti e, come denuncia il rapporto di “Greenpeace”, l’assoluta mancanza di controlli. Il settore è dominato dalle multinazionali e dai colossi del mercato della carne ed occupa “circa l’80 per cento di tutte le aree deforestate nella regione amazzonica”. Un vero assalto all’ambiente, se si pensa che la foresta amazzonica trattiene enormi quantità di “carbonio che, una volta emesse in atmosfera a causa della deforestazione e degli incendi, accelerano il cambiamento climatico”. Il rapporto di “Greenpeace” afferma che se le riserve di carbonio (tra 80 e 120 miliardi di tonnellate) conservate in Amazzonia venissero distrutte “si emetterebbe in atmosfera una quantità di gas serra (GHG) pari a 50 volte quelle prodotte dagli Stati Uniti in un anno”. Il Brasile, tra l’altro, è il quarto Stato al mondo per emissioni di gas serra, la gran parte delle quali proviene proprio dalla deforestazione dell’Amazzonia. A ciò si aggiunga la distruzione delle biodiversità che risiedono nelle foreste e il costante attentato alla sopravvivenza delle popolazioni forestali, che all’Amazzonia affidano la propria vita, la cultura e la spiritualità. Il problema delle emissioni però ha rilevanza mondiale e ciò ha spinto il presidente brasiliano Lula a dichiarare la propria volontà di intervenire per ridurre le emissioni, a partire da una delle cause principali, cioè la deforestazione.

Il suo dichiarato impegno di ridurre il tasso di deforestazione in Amazzonia del 72% contrasta però con le carenze di controlli e con la realtà di un governo che finanzia ed è azionista delle più importanti aziende del comparto zootecnico, cioè le primarie responsabili della deforestazione che lo stesso Lula dice di voler combattere. “Greenpeace”, inoltre, parla anche di alcune proposte di legge del Congresso brasiliano: una mirata a condonare gli allevatori che hanno distrutto ed occupato vaste aree di foresta, concedendo loro la proprietà di tali aree; un’altra, volta a raddoppiare la porzione di foresta che può essere destinata ad attività produttive all’interno di una proprietà privata. Un controsenso spiegabile solo con l’immenso potere del sistema capitalistico dominato dalle multinazionali. Nel mercato di carne e pelle, infatti, sono coinvolti, in vari modi e a vari gradi, i più grandi marchi del mercato mondiale. Il rapporto di “Greenpeace” spiega la natura dei rapporti tra i colossi della carne e della pelle brasiliani e i vari leaders dei vari settori di mercato. A livello di prodotto o a livello finanziario, l’analisi della filiera conduce ad un unico punto iniziale: gli allevamenti illegali brasiliani che spuntano dal fuoco e dalle lame della deforestazione, che distruggono l’ambiente e schiavizzano le popolazioni indigene. Tutti fanno affari con loro, persino quando i “padroni” degli allevamenti sono stati inseriti nella lista nera del governo brasiliano, in cui vengono registrati i nuovi schiavisti incriminati dalla magistratura.

Con grande coraggio e scrupolosa precisione, “Greenpeace” ha reso noti i marchi che alimentano tale sistema o che se ne servono. L’elenco comprende le più grandi compagnie dei vari comparti produttivi mondiali. Per quanto riguarda il settore alimentare, troviamo Carrefour, Wal-Mart, Kraft (produttore della Simmenthal), Gruppo Cremonini (che si occupa del catering, tra gli altri, di Trenitalia ed Eurostar, e che produce anche la carne in scatola Montana, oltre a possedere la catena di ristoranti Rodhouse grill). Per quel che concerne il commercio della pelle, per moda, calzature, arredamento, interni auto abbiamo davvero il gotha del mercato mondiale: il gruppo Natuzzi-Divani&Divani (che rifornisce anche Ikea e Macy); Chateau d’Ax; il Gruppo Mastrotto e  Rino Mastrotto Group, fornitori di pelle per Prada, Louis Vuitton, Boss, Geox, Gucci e Hilfiger; Eagle Ottawa, che rifornisce aziende quali BMW, Ford, Honda, Toyota e tanti altri; infine, abbiamo le calzature Nike, Adidas e Reebok, confezionate da produttori cinesi con pelle fornita dal colosso brasiliano Bertin. Questo lo spaventoso quadro fornito da “Greenpeace”, ancora una volta capace di smascherare con una pregevole attività di inchiesta la totale mancanza di scrupoli delle compagnie mondiali di ogni settore, le quali non esitano a violare le regole e perfino i patti ufficiali siglati proprio per scoraggiare comportamenti dannosi per l’ambiente e per l’uomo.

La coraggiosa associazione ambientalista chiude il suo rapporto illustrando la necessità di un fondo mondiale tenuto dai Paesi più ricchi per sostenere la legalità in Amazzonia, fondo a cui al momento hanno contribuito solo Germania e Norvegia. Riguardo ai permessi rilasciati alle industrie, in Europa e Usa, per le emissioni di determinate quantità di gas serra, “Greenpeace” avanza una proposta molto importante. Sulla base del principio secondo cui chi inquina paga, essa propone che “le aziende che emettono gas serra dovrebbero pagare per una parte consistente questi permessi di emissione. Il reddito generato in questo modo dovrebbe finanziare un fondo internazionale per la protezione delle foreste”. Secondo “Greenpeace”, un fondo così costituito “provvederebbe a incentivare economicamente la lotta alla deforestazione e premierebbe quei paesi che riusciranno a ridurre i propri tassi di deforestazione annua”. Nel frattempo, però, la foresta amazzonica perde 18 ettari al secondo, a causa della deforestazione. Decisiva, a questo punto, sarà la Conferenza mondiale sul Clima, che si terrà a dicembre a Copenaghen. Nell’attesa a noi non rimane che boicottare tutti quei prodotti e quei marchi che sono implicati nella deforestazione dell’Amazzonia.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

Pubblichiamo il comunicato stampa con cui Legambiente esprime la sua preoccupazione per l’approvazione alla Camera del ddl contro le intercettazioni, che consentirà l’impunità anche a chi commette crimini ambientali

LEGAMBIENTE: “UN REGALO ALLE ECOMAFIE”

“Porre la fiducia e approvare un testo che impedirà di fatto d’intercettare gli eco-criminali, ed in particolare i trafficanti di veleni, è un regalo all’ecomafia. Le intercettazioni telefoniche hanno avuto in questi anni un ruolo risolutivo per fermare tante organizzazioni criminali che hanno smaltito illegalmente rifiuti in tutto il Paese. Impedirle per questi reati è un atto gravissimo che avrà gravi ripercussioni sulla lotta contro la criminalità ambientale”. Così il vicepresidente di Legambiente e responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità, Sebastiano Venneri, commenta la decisione del governo di bloccare il testo e porre la fiducia sul decreto intercettazioni. “Abbiamo denunciato più volte la necessità di mantenere questo strumento indispensabile per tutti i reati contro l’ambiente come i traffici illeciti di rifiuti tossici e gli incendi dolosi, senza restrizioni di tempo e senza la necessità che vi siano evidenti indizi di colpevolezza.

E su questo punto abbiamo avuto al nostro fianco il presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti Gaetano Pecorella, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, magistrati e giuristi competenti e anche parlamentari di maggioranza. Senza intercettazioni -prosegue  Venneri- sarà più difficile continuare a scoprire e perseguire con efficacia certi delitti devastanti, che ogni anno concorrono a danneggiare gravemente il territorio italiano e sgominare il coinvolgimento diretto nelle attività criminali di colletti bianchi, professionisti, funzionari pubblici corrotti e così via. Una vera e propria immunità per chi distrugge l’ambiente e mina la salute dei cittadini”.

Legambiente ricorda che ad oggi i reati ambientali sono ancora pressoché puniti con sanzioni di tipo contravvenzionale. In appena 7 anni dalla sua entrata in vigore, invece, la norma che riconosce il delitto di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, ha consentito alle forze dell’ordine e magistratura di portare a termine ben 131 inchieste - l’ultima delle quali, coordinata dalla procura di Modena, conclusa ieri- di emettere 841 ordinanze di custodia cautelare, denunciare 2425 persone, con il coinvolgimento di 68 procure di tutto il territorio nazionale. Peraltro il 2008 è stato l’anno dei record per i trafficanti di rifiuti, che secondo il Rapporto Ecomafia 2009 hanno fatturato circa 7 miliardi di euro, gestendo in maniera criminale circa 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. “È un atto vergognoso - conclude Venneri -  una pagina buia per la lotta alla criminalità organizzata, un freno assurdo e ingiustificato all’azione di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura”.

Legambiente Italia

 

 

6/06/2009

Nell’isola di Samso, a due ore di traghetto da Copenaghen, da dieci anni ci si rifornisce di energia pulita, con conseguenze benefiche sull’ambiente e sui risparmi dei cittadini, mentre nella città di Lystrup nasce la prima eco-casa

DANIMARCA: PRESENTE E FUTURO AD IMPATTO ZERO

A due ore di traghetto da Copenaghen esiste una vera e propria “isola felice”, un sottile lembo di terra che da dieci anni a questa parte si rifornisce di energia pulita in modo del tutto naturale. Si tratta dell’isola di Samso, resasi grazie al progresso ecologico completamente indipendente dalla terraferma in campo energetico. Qui, tutti gli elettrodomestici sono alimentati con l’energia prodotta dal vento, mentre gli impianti di riscaldamento funzionano grazie all’energia solare ed alla combustione in apposite caldaie di paglia e trucioli di legno. Il tutto realizzato in poco tempo, se si considera il fatto che fino a dieci anni fa l’isola era alimentata da corrente elettrica importata dalla terraferma, a costi molto elevati. I 4400 abitanti di Samso producono molta più energia rispetto a quella che consumano e, grazie alle fonti rinnovabili, oltre che alle risorse termiche di cui è provvisto il territorio, hanno fatto in modo di ridurre le emissioni di CO2 del 140%, per un totale di 15000 euro per abitante. Tutto è iniziato nel 1997, quando nel Regno di Danimarca si progettavano strutture in grado di produrre energia rinnovabile per coprire il fabbisogno di circa il 35% del paese.

C’era bisogno però di un laboratorio dove poter sperimentare il tutto e si pensò subito all’isola di Samso, che da tempo ormai sembrava un’isola destinata all’abbandono da parte dei giovani, anche solo per andare alle scuole superiori: l’economia dell’isola, infatti, si basava principalmente sull’agricoltura e l’allevamento, a discapito delle altre attività, così, per non isolare definitivamente Samso, partì la sfida del governo danese per renderla la prima isola alimentata completamente da energia rinnovabile. All’inizio, gli abitanti erano piuttosto scettici ed incerti, ma un loro illustre concittadino, Soren Hermansen, cercò di portare avanti l’iniziativa con molta convinzione, riuscendoci: figlio di agricoltori, abbandonò l’isola all’età di 16 anni per studiare, così come fecero tanti altri giovani. Dopo molteplici esperienze in giro per il mondo ed una laurea in Ecologia, ritorna a Samso con l’intento di promuovervi politiche ambientali centrate sull’energia a impatto zero. Dopo numerose battaglie politiche ed ideologiche, Hermansen è riuscito far installare sull’isola 10 pale eoliche, 2500 metri quadrati di pannelli solari, mentre molti proprietari terrieri hanno sostituito le loro caldaie ad olio con pompe geotermiche e caldaie alimentate con la paglia.

L’esperimento di Samso ha raccolto consensi in tutto il mondo, dato che Hermansen per circa quattro mesi all’anno racconta di questa sua esperienza in vari luoghi della Terra. Tuttavia, lo studioso danese non canta vittoria: l’obiettivo di risparmio previsto era pari al 20%, ma si è arrivati “soltanto” al 10% ed inoltre rimane il problema dei trasporti. Il prossimo obiettivo di Hermansen e di tutta Samso sarà la circolazione di autovetture e camion ad idrogeno, anch’essi ad impatto zero. Sempre in Danimarca, nei pressi di Lystrup, è stata costruita la prima casa ad impatto zero, che si serve di un computer centralizzato per controllare tutte le attività dell’abitazione, in particolare il dispendio energetico. Dotata di pannelli solari localizzati pressoché a Sud, la casa è in grado di produrre più energia di quanta ne consumi, convertendo i raggi solari in calore ed elettricità. Ancora una volta i paesi del Nord ci danno una lezione di civiltà e rispetto sia dell’ambiente sia dell’uomo: sviluppare ed incoraggiare politiche ambientali più moderne e votate al progresso dovrà essere una delle prerogative fondamentali delle nostre istituzioni, nella speranza che prendano esempio dai colleghi danesi.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

In occasione del decimo anniversario del “Nasa Earth Observatory”, la Nasa ha mostrato le immagini scattate dal satellite in cui si evidenziano i danni all’ambiente dovuti alle pesanti variazioni apportate dall’uomo

ECCO COME L’UOMO MODIFICA LA TERRA

Una recente indagine condotta dalla NASA ha documentato, attraverso fotografie scattate dal satellite, i danni che le modifiche operate dall’uomo hanno apportato all’ambiente. In alcuni casi sembra essere cambiata la morfologia stessa di determinati territori, che appaiono profondamente diversi rispetto alle immagini scattate dai satelliti appena dieci anni fa. In occasione del decimo anniversario del “Nasa Earth Observatory”, sono state rese pubbliche le immagini dei satelliti, in particolare quelle inerenti al progetto “World of change” (Terra del cambiamento), in cui vengono mostrati i progressivi cambiamenti subiti dalla terra a partire dal 1999 fino ad oggi. Il “Nasa Earth Observatory” è la principale fonte di immagini provenienti dal satellite ed il settore specifico verso il quale si muovono gli scienziati responsabili dell’Eos è quello climatico-ambientale. L’archivio web dell’Osservatorio è totalmente gratuito ed è possibile accedervi grazie al lavoro degli scienziati Yoram Kauffman e David Herring. Le immagini più significative mostrate dal progetto “World of change” rappresentano diverse zone del globo, in cui emergono porzioni di territorio profondamente modificate.

Si parte dal Lago d’Aral, considerato tempo addietro come il quarto lago più esteso del mondo con i suoi 68000 kmq, a cavallo tra il Kazakistan e l’Uzbekistan: oggi la superficie del lago è drasticamente ridotta a causa delle variazioni apportate dagli ingegneri dell’ex Unione Sovietica, che ne deviarono gli affluenti per irrigare le piantagioni di cotone circostanti. Preoccupante è la situazione della foresta Amazzonica, dove le multinazionali ed i grandi allevamenti di bestiame (bovini in particolare) stanno sottraendo sempre più spazio alla foresta, che risulta quasi dimezzata: dal satellite è possibile notare evidenti spiazzi rossastri in mezzo al verde degli alberi, spiazzi che vanno ampliandosi sempre più nel corso degli anni. Negli ultimi trent’anni, come riporta l’Osservatorio della Nasa, sono stati abbattuti circa 67764 kmq di foresta. Verso la metà degli anni ’60, il Colorado River,  a nord di Las Vegas, fu sbarrato da una diga da cui si venne a formare il Lake Powell, un bacino che fornisce acqua potabile allo Utah, all’Arizona, sino ad arrivare alla California. Il lago è diventato famoso in seguito grazie alla costruzione di strutture turistiche e sportive molto frequentate.

Nel 1999 era possibile vedere ancora un Lake Powell profondo e ricco di affluenti, ma dopo dieci anni la situazione è drasticamente cambiata a causa dei prelievi d’acqua, utilizzata per gli scopi più vari. Infine, ciò che maggiormente colpisce l’attenzione dei più, è la grandiosa costruzione dell’isola artificiale a largo di Dubai, la famosa Jumeira Palm Island, meta ambita per il turismo di lusso. La prima delle tre palme previste dal progetto è in costruzione dal 2000 e rappresenta, fino ad oggi, il tentativo più significativo da parte dell’uomo di modificare radicalmente il territorio in cui vive. Tutti gli esempi riportati dalle immagini satellitari ci fanno comprendere quanto dannose siano per l’ambiente e per l’uomo stesso le modifiche radicali alla morfologia di determinate zone della Terra: per il benessere temporaneo di pochi, si distruggono millenni di stratificazione e processi geologici, ottenendo in cambio territori malsani e squilibri ambientali.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI MAGGIO

30/05/2009

Dalle case alle discariche o alle isole ecologiche, ecco dove finisce l’Eternit, materiale nocivo per l’ambiente e la salute umana, che in molte parti d’Italia ha avuto effetti drammatici, causando gravi patologie e morte

AMIANTO: UNA PIAGA ETERNA?

L’associazione Assoamianto promuoverà a Roma per il 3 giugno un seminario nazionale sugli aspetti tecnici, normativi, gestionali e previdenziali connessi al problema amianto. Come è noto l’amianto è un minerale naturale a struttura fibrosa con buone proprietà fonoassorbenti e termoisolanti che, grazie alla sua economicità, è stato largamente usato in innumerevoli applicazioni industriali ed edilizie. Con il tempo, però, questo materiale si è rivelato nocivo per la salute umana perché, una volta usurato o danneggiato, può rilasciare fibre che, se inalate, sono in grado di provocare malattie gravissime e irreversibili all’apparato respiratorio. In Italia sono tristemente famosi i casi di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, e Broni, in provincia di Pavia, entrambi sedi di fabbriche di Eternit, il cemento-amianto inventato dall’austriaco Ludwig Hatschek agli inizi del secolo scorso.

Nelle due città i morti e i contaminati da quella sostanza si sono susseguiti negli anni, ma va segnalato che in tutta Italia esistono ancora migliaia di tettoie, cassoni per l’acqua, tubi e altre strutture fatte di Eternit. Solo a Roma decine di palazzi hanno ancora tettoie e altro materiale in Eternit, spesso danneggiate, come l’ex ospedale S. Agostino (per il quale già sono stati presentati degli esposti). Non mancano poi le persone o le ditte incivili che scaricano l’amianto nelle isole ecologiche. Un recente esempio è quello delle tettoie in cemento/amianto abbandonate più di due settimane fa nell’isola ecologica del IV Municipio della capitale, dove lavorano una decina di persone e dove i cittadini si recano quasi quotidianamente per depositare rifiuti speciali o ingombranti.

Nel luglio scorso, in un rapporto della polizia sulla provincia di Roma si denunciava l’esistenza di centinaia di aree di degrado, nelle quali era presente immancabilmente l’amianto. Chi tra i nostri concittadini è intenzionato a smaltire dell’amianto, perché giustamente teme per la propria salute, dovrebbe sapere però che la produzione, la vendita e l’uso di quel materiale sono proibiti in Italia da 17 anni, e in tutta Europa da tre, e che esiste una procedura precisa, prevista dalla legge n.257 del 1992, per smantellare le strutture ritenute “pericolose” previo controllo delle autorità sanitarie. E in alcune regioni, tra cui Calabria e Molise, ci sono anche incentivi per evitare che “veleni e immondizia” vengano ancora lasciati agli angoli delle strade.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Continua la vicenda del rigassificatore nell’area industriale di Melilli: la società incaricata di valutare i rischi dà il suo ok, al termine di uno studio pieno di omissioni e contraddizioni, mentre la politica tace strategicamente

OMISSIONI E CONVENIENZE ELETTORALI

La montagna ha partorito un topolino transgenico. Così è apparso il risultato dello studio realizzato dalla società americana Quest Consultants Inc., presentato a Siracusa, circa due settimane fa, nella sede dell’Asi, sui rischi dell’insediamento del rigassificatore della Ionio Gas in territorio di Melilli (ma nel cuore del territorio industriale), a ridosso degli impianti preesistenti, tutti ad elevata pericolosità. La società di ingegneria statunitense, classificata come affidabile ed esperta nella gestione dei processi di rischio in diversi comparti (idrocarburi, chimica, petrolchimica e anche nel settore degli impianti di produzione, trasporto e rigassificazione  del Gnl), ha impiegato appena sei settimane per dimostrare che il terminal di Melilli può ritenersi a rischio molto basso e che le popolazioni non sarebbero comunque mai coinvolte nel caso di eventuali, non escludibili, incidenti determinati dalla fuoriuscita di gas. Una conclusione, dunque, che avrebbe dovuto spazzare via dubbi, preoccupazioni, obiezioni sollevate da più parti e soprattutto dalla tenace battaglia dei comitati cittadini di Priolo e Melilli, che avrebbe dovuto archiviare il no espresso all’insediamento da 8.680 cittadini (su 8902 votanti) nei due referendum consultivi realizzati a Priolo nel luglio del 2007 e a Melilli il 26 aprile scorso; cioè il no di circa il 50% dei potenziali elettori dei due comuni, che, soprattutto nel centro dei monti Climiti, hanno preferito o sono stati indotti a disertare le urne da una ben orchestrata campagna dei sostenitori dell’impianto (le forze di governo locale del centrodestra, con il sostegno anche del Pd locale e provinciale, dei sindacati).

Ma quali sono stati gli elementi “illuminanti” della relazione conclusiva dell’ing. John B. Cornwell, uno dei responsabili per la Quest Consultants dell’analisi dei rischi e delle conseguenze della dispersione di Gnl? A parte la ben nota elencazione dei sistemi di sicurezza che vengono utilizzati dalla fase di trasporto allo scarico del Gnl e allo stoccaggio – navi gasiere a doppio scafo, bracci di scarico con sistema di blocco dell’erogazione del Gnl in caso di distacco dalla nave, serbatoi di stoccaggio a doppio contenimento (uno interno di acciaio al nichel e uno esterno di cemento armato di un metro di spessore); procedimento di trasformazione del gas liquido in gas aeriforme attraverso il semplice scambio di calore, senza combustione, con l’acqua di mare circolante nelle serpentine degli scambiatori – insufficienti o addirittura carenti sono state le spiegazioni fornite sugli aspetti più rilevanti delle garanzie di sicurezza dell’impianto, mentre sono totalmente mancati i riferimenti agli incidenti gravi o meno gravi (noti e meno noti) che dagli anni ‘60 in poi hanno costellato lo sviluppo dei rigassificatori nel mondo. Nessun accenno neanche alle simulazioni sugli effetti devastanti dell’incendio di una nube di gas, realizzate negli Stati Uniti dal Pentagono. Insomma solo l’affermazione generica della inesistenza negli ultimi 40 anni di incidenti significativi. La valutazione degli scenari di eventuali fuoriuscite di Gnl nel sito di Priolo-Melilli e di incendio dei vapori, secondo la stima probabilistica dell’ing. Cornwell esclude il coinvolgimento di altri impianti che circondano l’area del terminal.

In altre parole, anche eventuali incendi od esplosioni di una nube confinata tra gli impianti non potrebbero estendersi oltre il limite del rigassificatore e, viceversa, eventuali incidenti in impianti che fanno da corona ad ovest, sud ed est del terminal, con prodotti ad alta infiammabilità come l’etilene o l’idrogeno o il polietilene, non potrebbero produrre un’estensione tale da incrinare i serbatoi. Nessun riferimento però agli effetti che potrebbero derivare dalla forza propulsiva e dai colpi di maglio delle onde d’urto prodotte da un collasso esplosivo di uno degli impianti esistenti. La presenza in un’area limitata del cracking dell’etilene, di un impianto di idrogeno, della produzione di polietilene, di una raffineria (la Erg Nord), di una rete di tubazioni attraverso le quali scorrono prodotti ad alto potenziale di infiammabilità e a rischio esplosivo non costituirebbero per l’esperto della Quest elementi di pericolo, se non di rilievo molto basso. Ad apparire più incredibile, però, è stata l’affermazione secondo cui in ogni caso le popolazioni che vivono nell’area non verrebbero mai coinvolte; ciò nonostante nella valutazione delle diverse ipotesi d’incendio di una nube di vapore di Gnl lo stesso Cornwell abbia stimato, sulla base dei dati teorici, che un eventuale incendio potrebbe raggiungere i 300 metri di estensione e nel caso di danneggiamento del serbatoio (deformazione per anomalie nel processo di vaporizzazione del gas) non supererebbe gli 835 metri. Secondo questo calcolo sarebbe escluso il coinvolgimento delle popolazioni!

Si ha l’impressione che il responsabile della società americana non abbia neanche fatto un sopralluogo nel sito e abbia trascurato di prendere in esame l’ipotesi che le comunità che vivono nelle aree circostanti più che dal fuoco e dalle esplosioni potrebbero essere coinvolte dagli effetti di sostanze tossiche che un incidente rilevante potrebbe immettere nell’atmosfera. Le carenze più gravi sono emerse poi nella valutazione del rischio sismico. Cornwell ha incredibilmente elaborato un indice di pericolosità sismica sulla base di dati non aggiornati! In sostanza ha considerato gli effetti sull’impianto sulla base di una classificazione dell’area in una zona sismica II (quella coincidente con la vecchia classificazione S9), mentre in realtà nella nuova mappa della pericolosità sismica del territorio, indicata nell’Ordinanza dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia del 28/4/2006 (PCM 3519), l’area è collocata tra quelle a più elevato rischio sismico (cioè la ex area S12). Fra l’altro, il valore di accelerazione orizzontale di picco del terreno (l’elemento più pericoloso di un terremoto), il cosiddetto PGA, è individuato nella fascia tra 0,275 e 300 g, che si colloca quasi al massimo livello. Ciò, per esemplificare, significa che i vecchi valori di riferimento, calcolati su una intensità di magnitudo 7 della scala Richter nella faglia di Scordia o di 6,6 nell’area dei monti Climiti, devono essere rimodulati su magnitudo superiori che aumentano la spinta di accelerazione laterale di gravità dei terreni e quindi gli effetti devastanti su strutture civili e industriali.

Nessun riferimento infine alle caratteristiche geologiche dei terreni, alla loro struttura geomorfologica e idrogeologica ed alla valutazione di un rischio liquefazione del terreno a causa di un terremoto. Fin qui le contraddizioni e le incongruenze che lo studio ha evidenziato e che non hanno trovato alcuna risposta da parte dell’ing. Cornwell, nonostante le nostre obiezioni e le sollecitazioni. Ma questa fase della vicenda rigassificatore ne evidenzia altre che coinvolgono la responsabilità politica e civile delle istituzioni e dei suoi rappresentanti, nonché il modo in cui i media hanno riportato il resoconto dell’incontro. Nessun commento dei più diffusi organi di informazione ha rilevato i dubbi non chiariti; anzi tutti hanno considerato conclusa la vicenda ritenendo che la Conferenza dei servizi convocata per il giorno dopo dall’assessore all’Industria avrebbe messo la parola fine alla questione con il rilascio dell’autorizzazione alla Ionio Gas per l’avvio dei lavori.

Il mancato svolgimento della riunione palermitana, che sarebbe stata determinata dall’assenza dei sindaci di Melilli e Priolo, e quindi la mancata decisione sul terminal di Priolo-Melilli, con la conseguente delusione del “partito” del rigassificatore, ha ispirato un commento velenoso di un commentatore locale del quotidiano “la Sicilia” che, mentre non ha esitato a dare patenti di illegittimità o di quasi illegittimità ai referendum consultivi di Priolo e Melilli, ha avallato, pur essendo stato presente alla riunione dell’Asi, la bontà dello studio della Quest Consultants (definita in modo roboante una superperizia internazionale), senza considerare due elementi essenziali: innanzitutto, che le direttive europee prevedono sulle scelte più importanti per l’assetto del territorio la piena partecipazione delle popolazioni (e non solo di quelle di Priolo e Melilli); in secondo luogo, che uno studio, anche se di una società specializzata, non può essere un elemento risolutivo.

Fra l’altro non è stato ancora chiarito ufficialmente chi ha finanziato lo studio, considerato che il Comune di Priolo si è limitato a scegliere la società, tra le cinque che hanno partecipato alla selezione: è stato l’assessorato all’Industria con i propri fondi o, come si è dichiarato nelle prime ore, è stata la stessa società Ionio Gas, il cui progetto è stato sottoposto a verifica? Rimangono altri dubbi anche sul rinvio della conferenza dei servizi. Le ipotesi sono diverse. I sindaci di Priolo e di Melilli  sostengono che per dare il proprio consenso (già comunque espresso) è necessario prima definire le compensazioni economiche, oltre che le garanzie di utilizzazione di personale locale, che dovranno essere date ai comuni e al territorio dalla Ionio Gas. Quindi si tratterebbe in questo caso di avere il riconoscimento di un potere di contrattazione nel contesto della realizzazione dell’opera.

Una sorta di monetizzazione dell’accettazione dell’impianto. Un’altra ipotesi potrebbe essere anche legata alle imminenti elezioni europee. L’assessore all’Industria, on. Pippo Gianni, è candidato nelle liste dell’Udc e, certamente, da cittadino priolese spera di avere il massimo consenso nel suo territorio e in quello industriale. È escludibile, infatti, che una decisione favorevole al rigassificatore, soprattutto in presenza di dubbi non chiariti, potrebbe negargli le simpatie e i consensi di quella parte consistente di cittadini che non accettano questo tipo di sviluppo? Sicuramente è più agevole decidere in un momento più sereno e cioè dopo le elezioni; e d’altra parte, la conferenza dei servizi pare essere slittata oltre la data delle elezioni europee.

Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

 

23/05/2009

Uno studio ha rivelato che il complesso montuoso dello Yucca, in Nevada, dove si trova uno storico deposito di scorie nucleari, negli anni sarà spianato causa erosione: anche negli Usa si riaccende così il dibattito sulle scorie

IN USA DURO COLPO AL NUCLEARE

Il nucleare torna a far parlare di sé. Questa volta però gli ambientalisti (ed i cittadini), possono tirare un sospiro di sollievo: uno studio portato avanti da scienziati austriaci dell’Università di Graz afferma che le montagne del complesso Yucca, in Nevada, storico deposito delle scorie nucleari negli Stati Uniti, non sono così geologicamente stabili come si pensava, e nel giro di mezzo milione di anni (arco di tempo molto breve dal punto di vista geologico) potrebbero essere completamente spianate. Lo studio del team austriaco contrasta fortemente le tesi dei colleghi americani, che si erano fidati al 100% del complesso montuoso. L’indagine è stata pubblicata sulle riviste scientifiche Geomorphology e Nature. Gli studiosi austriaci hanno applicato alle proprie indagini un sistema previsionale “evolutivo”, capace cioè di calcolare secondo dati numerici il grado di erosione delle montagne. Il modello previsionale è stato applicato per la prima volta al complesso Yucca, che aveva il compito di conservare per milioni di anni le scorie radioattive in via di decadimento, ma i recenti studi annullano qualsiasi speranza in merito.

Il geologo italiano Roberto Basili, dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia, afferma che lo studio degli scienziati austriaci è quanto mai attendibile, dal momento che si basa su equazioni semplici che, partendo da configurazioni note (come l’azione erosiva di acqua ed altri agenti atmosferici), sono in grado di calcolare il grado di erosione provocato dalle scorie radioattive. Secondo questi calcoli, dunque, le vette delle Yucca Mountains si spianeranno a tal punto, nei prossimi anni, da arrivare al livello dei depositi di scorie sotterranei. Il complesso Yucca, però, non deve combattere soltanto contro le ricerche del team austriaco: l’amministrazione Obama, infatti, ha recentemente tagliato i fondi per la costruzione e l’ampliamento del deposito, destinando il tutto a ricerche più importanti e proficue. Yucca Mountain, complesso situato nel deserto del Nevada a circa 160 km a nord-ovest di Las Vegas,  fu indicato circa vent’anni fa come probabile deposito nucleare, così come altri 130 siti dispersi nel paese, costantemente esposti al rischio di improvvisi attacchi terroristici.

Il complesso Yucca è un’antica caldera, costituita da strati di tufo che sembravano essere l’ideale per accogliere scorie radioattive di uranio e plutonio; tuttavia, la difficoltà ed i tempi necessari affinché le scorie vengano smaltite mettono ancora una volta in risalto l’aspetto più difficile della produzione di energia a fissione nucleare, problema con il quale le attuali amministrazioni politiche (compresa quella Obama) hanno purtroppo a che fare. Ancora una volta ci si rende conto che affidarsi a sistemi obsoleti per la produzione di energia mette in serio pericolo gli equilibri ambientali e, di conseguenza, la vita di ognuno. Un domani, le Yucca Mountains diventeranno un ricettacolo di scorie a cielo aperto, oltre che una fonte di morte sicura per le popolazioni vicine. Finalmente qualcuno, in tal caso Barack Obama, si è reso conto che la ricerca scientifica e soprattutto il progresso scientifico vadano indirizzati altrove, ovvero verso lo sviluppo di fonti energetiche pulite. Del resto, uno dei cardini fondamentali della campagna elettorale condotta al suono di “Yes we can” era proprio questo: stare dalla parte dell’ambiente. Per ora Obama sta mantenendo la promessa.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

A Siracusa, qualche mese fa, è stata aperta ufficialmente la prima pista ciclabile della città: un percorso suggestivo, lungo la costa cittadina, che però presenta lacune gravissime sul piano della sicurezza e non solo

LA SICUREZZA FUORI…PISTA

L’avvento del bel tempo spinge numerosi siracusani ad approfittare del tepore primaverile per trascorrere qualche ora di relax, concedendosi una gita al mare o facendo una corsetta per le vie di Ortigia o magari una bella passeggiata in bicicletta. In quest’ultimo caso, c’è una gradevole novità. Dopo anni di attesa, finalmente anche Siracusa ha la sua pista ciclabile, una zona senza traffico in cui poter godere dei benefici di una sana pedalata, attorniati da una vista panoramica molto gradevole, specialmente nella prima parte. La pista ciclabile, infatti, si estende da via Arsenale fino alla Targia e si snoda nel tracciato della vecchia ferrovia, leggermente sopraelevato rispetto alla splendida scogliera su cui insiste, con lo sguardo rivolto al mare e al suggestivo profilo di Ortigia. La prima parte del percorso, partendo da via Arsenale, è un insieme di colori e di insenature incantevoli, che molti siracusani ignoravano, con scogliere a strapiombo che si tuffano in un mare che suggerisce fondali cristallini. Un soffio di bellezza alle spalle di un’area cittadina che continua ad essere dimenticata da anni, condannata a periferia eterna da una classe politica tutta proiettata sul “salottino” Ortigia. Ma questi sono pensieri che non dovrebbero venire quando ci si rilassa pedalando o facendo jogging sulla terra battuta di una pista che, se guardi a destra, ti offre un tale spettacolo marino.

Il problema, però, è che guardando a sinistra vedi i vecchi palazzoni di quello che per tanti è un rione da cui è meglio non passare, un ghetto che a parole ogni sindaco ha promesso di liberare dal degrado, ma che nei fatti è rimasto sempre chiuso in una avvilente solitudine. Ad ogni modo, la pista ciclabile rimane un bel luogo per rendere viva, frequentata, colorata, vociante un’area altrimenti destinata al nulla. Vedere famiglie, bimbi sorridenti, podisti, ciclisti affollare la scogliera sotto la Mazzarona è davvero un bel segnale di speranza. Peccato, però,  che andando avanti, nei pressi della Tonnara di Santa Panagia, finisca l’idillio e si comincia a fare i conti con le montagne di rifiuti (pneumatici, ferraglia, elettrodomestici) poggiati a ridosso della pista, proprio all’ingresso della Tonnara. E in questo caso non hai speranza di voltarti verso il mare, per distrarti da quello che c’è alla tua sinistra, sulla terraferma: anche guardando in direzione mare, infatti, le cose peggiorano e si inizia ad intravedere l’area industriale, con il pontile Isab che trionfa sul paesaggio.

Inoltre, ti tocca sorbirti l’indecente scena dello scarico fognario a cielo aperto che si riversa in mare, in un piccolo golfo sito ad una ventina di metri sotto la pista, creando una cascata maleodorante e schiumosa che rende l’acqua scurissima; una circostanza che non ferma improvvisati gitanti e pescatori, che è possibile, con immenso stupore, osservare mentre prendono il sole o pescano proprio a pochi centimetri dal tubo di scarico! Ad ogni modo, la pista non ha colpe e sarebbe ingiusto rinunciare ad uno spazio franco per famiglie e sportivi a causa di carenze endemiche di questa città  o della presenza di industrie che ormai hanno deturpato il panorama. Una cosa però è certa: la fretta propagandista del G8 non ha consentito di fare le cose per bene, ma a Siracusa questa non è una novità. Se c’è qualcosa che non va in questo percorso ciclabile è di sicuro la sicurezza. La pista, innanzitutto, non è completa, dato che si passeggia e corre su un fondo polveroso in terra battuta. In secondo luogo, poiché essa segue il tracciato della ferrovia, che è sopraelevato di circa 3-4 metri, il parapetto che delimita la pista, separandola dalle rocce, è troppo basso, raggiungendo appena il metro di altezza.

Se malauguratamente, dato l’affollamento, qualcuno sbandasse o finisse sul parapetto, si dovrebbe preparare ad un volo di 3-4 metri con atterraggio tutt’altro che morbido. La cosa più grave, però, è che per la fretta di aprire non sono stati rimossi i pali della ferrovia, che appaiono malandati e da cui pendono, in qualche caso, griglie di ferro arrugginito, appese ad un fil di ferro anch’esso arrugginito. A ciò si aggiunga la presenza di una piccolissima galleria, il cui soffitto lascia intravedere la struttura in ferro normalmente nascosta dall’intonaco, senza che vi sia alcuna rete di protezione dall’eventuale distacco di calcinacci. A completare le perplessità sulla sicurezza della pista vi è l’immancabile idiozia di chi vi accede con i motorini, facendo lo slalom tra quei cittadini che speravano di trovarsi in una zona totalmente chiusa al traffico. Nonostante vi sia la convinzione totale della gente circa la necessità di una pista ciclabile e la felicità di avere uno spazio dove isolarsi dal caos cittadino, restano i dubbi sulla tempistica dell’apertura: forse era meglio completarla e metterla in sicurezza invece di cedere alla fretta che ha pervaso le istituzioni comunali in occasione del G8, in modo da donare ai siracusani qualcosa di cui essere pienamente soddisfatti, piuttosto che qualcosa di cui doversi accontentare, nella speranza che nessuno si faccia male o che qualcuno, per una volta, provveda a mettere a posto le cose.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

16/05/2009

L’indagine annuale di Legambiente sullo stato di salute dei mari italiani ha fatto emergere segnali di miglioramento, con l’aumento delle “bandiere blu” assegnate (12 in più rispetto al 2008), ma i problemi persistono

PER I MARI ITALIANI QUALCHE SEGNALE POSITIVO

L’improvvisa ondata di caldo ha lanciato un chiaro segnale: l’estate è ormai vicina, quanto meno dal punto di vista climatico. Come ogni anno, Legambiente ha riportato i risultati dell’indagine sui mari e le coste italiane, registrandone le condizioni e, in un certo senso, lo stato di salute. La salubrità della costa analizzata è manifestata dalla cosiddetta “Bandiera blu” con il simbolo di Legambiente. Da Roma giunge notizia che, quest’anno, le spiagge premiate sono ben 227, 12 in più rispetto al 2008, ed il 10% in più rispetto alle spiagge premiate in tutta Europa. L’iniziativa “Bandiera blu”, che va avanti da 23 anni, ha premiato anche 113 comuni italiani, 9 in più rispetto allo scorso anno. Oltre a Legambiente, hanno collaborato all’iniziativa anche la Fee (Foundation for Enviromental Education) e il Cobat (Consorzio nazionale batterie esauste), che si sono mostrati soddisfatti per i risultati raggiunti. Tutto questo testimonia l’impegno di molte amministrazioni locali per la salvaguardia ambientale, che offre comunque introiti economici non indifferenti data la fiorente attività turistica di determinate zone.

L’Italia si colloca al quinto posto nella graduatoria stabilita nel bacino del Mediterraneo, dopo Spagna, Grecia, Turchia e Francia. Le spiagge più pulite risultano essere quelle toscane, poi a pari merito vi sono Liguria e Marche con 16 bandiere; a seguire troviamo l’Abruzzo con 13 bandiere (e si spera che dopo la tragedia del terremoto il turismo possa ripartire proprio dalle località balneari). La Campania guadagna una bandiera in più rispetto allo scorso anno, salendo a quota 12, l’Emilia Romagna resta stabile con 8 bandiere, la Puglia ne guadagna due raggiungendo quota 7, il Veneto 6. Sicilia, Lazio e Calabria salgono a quota 4, mentre Friuli e Sardegna ne confermano 2. L’unica regione ad aver perso una bandiera è il Molise, che ne registra attualmente soltanto una. Anche due località lacustri hanno ottenuto una bandiera blu. Il segretario generale della Fee Italia, Claudio Mazza, si mostra molto soddisfatto del bilancio 2009 sulle bandiere blu, affermando che “l’impegno profuso dalle autorità locali per lo sviluppo ambientale è proficuo anche per un’economia più sana”, che riparte dalle risorse ambientali in questo periodo assai critico.

Il presidente del Cobat, Giancarlo Morandi, è soddisfatto, ma continua a sostenere la ormai ventennale battaglia contro la dispersione delle batterie al piombo, sottolineando che l’ecosistema marino è quello maggiormente sottoposto a tali scarichi, ed è dunque il più fragile; pertanto, Cobat e Fee continuano insieme la propria battaglia per la salvaguardia ambientale. Inoltre, la Fee (con sede in Danimarca e presente in 59 paesi in tutto il mondo) sta collaborando con la Direzione Generale della Pesca, affinché il progetto “Bandiera blu” sia esteso anche all’attività ittica, che talvolta non rispetta a pieno gli ecosistemi in cui è praticata, cercando al contempo di preservare anche le antiche tradizioni della pesca locale. Il mondo può davvero rialzarsi dopo la crisi, ma deve farlo partendo dall’ambiente, rispettandolo.

Il miglioramento dei mari italiani è sicuramente un ottimo risultato, ma non deve trarci in inganno: il rischio è sempre alle porte, soprattutto per quanto riguarda i mari, vittime di continui scarichi tossici. Inoltre, va anche detto che il rapporto tra numero di spiagge e bandiere blu assegnate è vistosamente deficitario in regioni come Sicilia, Calabria e Sardegna. È dunque opportuno continuare e potenziare il lavoro di salvaguardia, difendendo le coste dai continui tentativi di assalto. Inoltre, relativamente al problema degli scarichi tossici, è fondamentale applicare misure di protezione e limitazione prima sugli sprechi energetici, in modo che i risultati potranno verificarsi anche sulla terraferma.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Mentre in Europa si parla di lotta alle emissioni inquinanti, le nostre compagnie continuano a riversare rifiuti tossici nei Paesi in via di sviluppo: in Costa D’Avorio dura battaglia legale contro una compagnia inglese

I CRIMINI AMBIENTALI DEI PAESI RICCHI

L’Ue ha una strategia ambientale dagli obiettivi molto ambiziosi, tra cui quello di raggiungere il 20 per cento della produzione energetica da fonti rinnovabili e tagliare del 20 per cento le emissioni di gas serra entro il 2020. Anche la Cina, uno dei Paesi più inquinatori, ha annunciato la scorsa settimana la sua intenzione di aderire ad un protocollo internazionale sui cambiamenti climatici che sostituisca quello di Kyoto, lanciando un messaggio di speranza al resto del mondo. Ci sono tuttavia dei fenomeni, o meglio delle piaghe che vanno “curate” prima di fare dichiarazioni roboanti ai media sulla necessità di “salvare il Pianeta”. Una di queste piaghe riguarda le pratiche decisamente “poco ecologiste” di molte compagnie occidentali e dei Paesi ricchi che “nascondono” i loro rifiuti nelle regioni povere e indifese della Terra.

Alcuni documenti ottenuti nei giorni scorsi dall’emittente Bbc ne hanno scoperta una, provando le responsabilità di una compagnia europea in un grave crimine ambientale commesso in una delle nazioni più povere del mondo. Oltre 30 mila abitanti della Costa d’Avorio hanno denunciato di essere stati vittime di un velenoso cocktail di sostanze tossiche riversate da un cargo della società Trafigura nei pressi di Abidjan nel 2006: secondo i cittadini ivoriani, che hanno presentato un’istanza legale contro la compagnia europea con sede a Londra, il Probo Koala (il cargo incriminato) trasportava due tonnellate di solfuro di idrogeno, un gas letale dal caratteristico odore di uova marce. Un esperto ha precisato che se la stessa quantità di solfuro di idrogeno fosse stata gettata a Trafalgar Square, a Londra, milioni di persone si sarebbero già ammalate gravemente.

La Trafigura, da parte sua, ha offerto un cospicuo rimborso ad ogni cittadino ivoriano ammalatosi in seguito al contatto con le scorie tossiche, ma l’avvocato dell’accusa, Martyn Day, specializzato in class action, ha risposto con grande coraggio che un patteggiamento impedirebbe di conoscere la verità sul crimine commesso dalla società e soprattutto sulle sue reali responsabilità. Finora infatti sono stati incriminati e condannati per il versamento dei rifiuti tossici della Probo Koala solo i “factotum africani” di imprese riconducibili alla Trafigura. Quest’ultima è uscita “illesa” dal processo ai responsabili del crimine, ma ci auguriamo che ad ottobre, quando inizieranno le udienze del procedimento di class action, possa tremare almeno un po’.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

 

9/05/2009

Gli ultimi dati sulla gestione dei rifiuti e sui reati ambientali in Italia delineano un quadro molto preoccupante, da cui emerge l’immenso volume di affari della criminalità organizzata, che la magistratura prova a fermare

GESTIONE RIFIUTI: MOLTE OMBRE E POCHE LUCI

Nel 2007, per la prima volta, la produzione nazionale di rifiuti in Italia si è fermata, anche se ci sono molte regioni, soprattutto nel Sud, con bassissimi livelli di raccolta differenziata e alti tassi di penetrazione delle ecomafie. Secondo il nuovo Rapporto Rifiuti 2008 dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), presentato nei giorni scorsi, ci sono regioni in cui la raccolta differenziata è rimasta ferma a meno dell’1%, un dato “intollerabile” se confrontato con quello di Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna dove il riciclaggio supera il 60%.  Se la pecora nera dell’Italia in questo ambito sembra essere il Molise, con il 5% di raccolta differenziata, in realtà va notato che la produzione di rifiuti urbani in quella regione non supera i 450 chili pro-capite, a fronte degli oltre 600 chili registrati nel Lazio, dove la raccolta differenziata rimane al 12,6%. Il Lazio, con la Puglia e la Sicilia, si conferma quindi come una delle regioni meno “pulite” e a dirlo non è solo l’Ispra.  In un’altra sconfortante classifica, quella di Legambiente sulle ecomafie, il Lazio risulta infatti al quinto posto seguito da Calabria, Sicilia, Puglia e Campania.

Nel Lazio si registrano ben sei “ecoreati” al giorno, e la maggior parte di essi sono legati al cosiddetto “ciclo del cemento”, ovvero alle estrazioni e costruzioni abusive. Nel frattempo, in questi giorni, in Puglia sono stati sequestrati due container di rifiuti speciali, circa 52 mila chilogrammi, destinati in Cina. La Guardia di Finanza di Taranto ha accertato la falsa indicazione della tipologia dei rifiuti e il mancato trattamento preliminare prescritto dalla legge. Due persone sono state denunciate all’autorità giudiziaria. Dall’inizio del'anno la Guardia di Finanza e la Dogana hanno sequestrato al porto di Taranto 12 container contenenti complessivamente rifiuti speciali per oltre 300 mila kg. A quanto pare, quindi, le organizzazioni criminali, e non solo, continuano a nutrirsi di “rifiuti” urbani e speciali, indistintamente: secondo Legambiente, il giro d’affari delle ecomafie nel nostro paese è arrivato a 20 miliardi e mezzo di euro nel 2008. Con tutti i rifiuti smaltiti dalla criminalità organizzata si potrebbe innalzare una montagna come l’Etna: una base di tre ettari per un’altezza di 3100 metri.

E nell’ecomafia sono coinvolte tutte le regioni, inclusi Piemonte e Lombardia: basti pensare alla scoperta, nell’ottobre scorso nella provincia di Milano, di una rete di trafficanti di rifiuti gestita dalla ‘ndrangheta. Le persone arrestate nell’ambito dell’operazione “Star Wars”, nel milanese, acquistavano o prendevano in affitto terreni in alcuni comuni per trasformarli in discariche illegali di rifiuti, anche pericolosi. Se poi alla “munnezza” smaltita illegalmente aggiungiamo l’abusivismo edilizio, il racket degli animali, le agromafie e l’aggressione al patrimonio culturale (di cui parla Legambiente nel suo rapporto) ecco che viene fuori il quadro di un’Italia “ecologicamente insostenibile”. L’unica nota positiva nel mare di scorie che sommerge il nostro paese rimane quindi la fiducia nei sequestri, nelle denunce e nell’apparato giudiziario. Come ha affermato il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, commentando il resoconto di Legambiente, il fatto che 26mila ecoreati siano stati accertati nel 2008, con 221 arresti (13,3% in più rispetto al 2007) e oltre 9.600 sequestri, “è un risultato eccezionale data l’assenza di risorse e strumenti giuridici”.

Giorgia Lamaro –il megafono.org

 

Dopo tanti anni di dure battaglie e proteste da parte dei movimenti internazionali a difesa degli animali, l’Unione Europea approva una legge che bandisce la caccia alle foche, prevedendo dure sanzioni nei confronti dei trasgressori 

UNA LEGGE CONTRO LA STRAGE DELLE FOCHE

La caccia alle foche è una pratica abominevole e crudele: le principali vittime sono i cuccioli di pochi mesi, la cui pelle, estremamente pregiata, è esportata (perché molto richiesta), a caro prezzo. Finalmente, l’Unione Europea ha detto basta a questa immane tragedia di innocenti: il Parlamento di Strasburgo, con la maggioranza dei voti (550 voti favorevoli, 49 contrari e 41 astensioni), ha varato una legge che bandisce la caccia alle foche, eccezion fatta, purtroppo, per la caccia nel territorio degli Inuit, per la caccia praticata per ricavare souvenirs, oppure se svolta ai fini di una gestione sostenibile delle risorse marine. La legge arriva fortemente desiderata dalle maggiori organizzazioni animaliste e non: da anni, infatti, circolavano in rete numerose petizioni, alle quali erano allegate immagini davvero cruente, a testimonianza del dolore e della crudeltà ai quali venivano sottoposti i cuccioli di foca. L’entrata in vigore di tale provvedimento è prevista entro nove mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e pone fine all’estrema frammentarietà delle leggi presenti in Europa, diverse da Stato in Stato.

Con questa legge sarà vietata su tutto il territorio dell’Unione Europea la commercializzazione di prodotti fabbricati a spese di esemplari di foca che abbiano patito “dolore, angoscia, paura ed altre forme di sofferenza”. I cuccioli, infatti, vengono tradizionalmente massacrati a bastonate sul cranio e, ancora semicoscienti, vengono scuoiati vivi, per far sì che la pelle mantenga intatta la naturale morbidezza. E si potrebbe procedere oltre, elencando tutta una lunga serie di atrocità. L’introduzione sul mercato dell’UE di prodotti fabbricati con pelle di foca sarà autorizzata solo ed esclusivamente se tali prodotti provengono dalla comunità Inuit, che da sempre pratica questo tipo di caccia per la propria sussistenza, e solo se l’importazione è destinata a scopi eccezionali o all’uso personale dei viaggiatori e dei loro familiari. La caccia alle foche è praticata soprattutto per ricavare pelle, olio ,grasso, organi e capsule di Omega 3. Essa è praticata da Svezia, Finlandia e Scozia sul territorio dell’UE, mentre nel mondo è praticata in Russia, Groenlandia, Namibia e Canada.

I principali acquirenti di pelle e pellicce di foca sono Danimarca ed Italia, che importano rispettivamente da Canada e Groenlandia, Svezia, Finlandia e Scozia. Entro nove mesi dall’entrata in vigore della legge, i paesi comunitari dovranno stabilire le sanzioni previste per chi viola la legge stessa, oltre a prendere tutti i provvedimenti necessari affinché le sanzioni siano realmente applicate, per poi essere inoltrate direttamente alla Commissione Europea. Inoltre, dopo due anni dall’entrata in vigore (e poi ogni quattro anni)dovrà essere consegnato alla Commissione Europea un rapporto dettagliato sulle sanzioni applicate. Successivamente, la Commissione inoltrerà il rapporto al Parlamento Europeo o al Consiglio UE sul provvedimento, entro dodici mesi dalla consegna da parte degli Stati membri. Anche in Russia si compie qualche piccolo passo in tal senso, con molte contraddizioni però: dopo una legge che proibiva la caccia ai cuccioli di foca con meno di un mese d’età, Putin ha dichiarato che la caccia alle foche è un “business insanguinato”, anche se la legge ha esteso il limite di caccia ad un anno d’età.

Nonostante i limiti del suo provvedimento, Putin ha ricevuto i complimenti di Brigitte Bardot, non solo nota attrice, ma anche presidente del Fondo Internazionale in difesa degli animali, la quale in passato si era esposta con forti critiche nei confronti della Russia e dello stesso Putin che più di una volta era stato sorpreso in battute di caccia. L’emanazione di una legge del genere costituisce un grosso passo in avanti da parte dell’Unione Europea, le cui autorità, molto probabilmente, sono state sollecitate nel corso del tempo dalle numerose iniziative di stampo animalista promosse da privati cittadini e da organizzazioni ufficiali. Dopo questa legge, ci si aspetta che provvedimenti simili possano essere presi anche per altre specie animali, che rischiano l’estinzione per cause non naturali.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

3/05/2009

Referendum sul rigassificatore a Melilli: vince il fronte del No, ma il quorum non viene raggiunto a causa della campagna astensionista condotta dal centrodestra e da una parte del centrosinistra per disertare le urne

DEMOCRAZIA MORTIFICATA

Esultanza, trionfalismo espressi a Melilli (per il risultato non utile del referendum consultivo a causa del mancato superamento del quorum del 50 +1 dei votanti) dal comitato favorevole alla costruzione del rigassificatore della Ionio Gas nel territorio comunale. Soddisfazione per cosa? Per la possibile realizzazione di un progetto che collocherebbe 3 mega serbatoi di gas liquefatto da 150.000 metri cubi ciascuno, classificati a rischio di incidente rilevante, in un territorio industriale dove dovrebbero convivere  con  un tessuto di impianti industriali pericolosi  e di nervature tubiere che rendono già l’area ad alto rischio? Per la scelta fatta da due terzi degli elettori melillesi di non esprimere alcun voto né favorevole né contrario alla costruzione del terminal disertando le urne? Una ben misera concezione del valore della partecipazione democratica dei cittadini alla realizzazione di scelte che potrebbero “imprigionare” o “violentare” i bisogni reali  non solo dell’antica “contea” di Melilli ma di un vasto territorio (compreso Augusta e Siracusa) che ha il diritto inalienabile di decidere alla pari e nel suo insieme quale deve essere il proprio futuro. Lo stesso commento frettoloso sul risultato della consultazione - fatto da molti cronisti e dai sostenitori del sì al terminal -  è sintomatico della lettura superficiale dei dati emersi. Innanzitutto se è vero che i votanti hanno rappresentato il 25,72% degli elettori iscritti nelle liste elettorali è molto più corretto fare riferimento alle percentuali dei votanti che mediamente hanno partecipato alle diverse tornate elettorali: si può constatare allora che dal 2002 al 2009 tale percentuale ha sempre oscillato tra il 77 e il 77,7%.

Considerando un dato medio attorno al 77,5% le risultanze del voto sono sensibilmente diverse. La necessaria correzione degli indici di riferimento evidenzia infatti i seguenti dati: su 11.582 elettori iscritti nelle liste comunali, i votanti potenziali sarebbero stati 8.976; i 2.980 cittadini che sono andati alle urne rappresentano allora realmente non il 25,72% ma il 32,20%. Questi voti, come è noto, sono andati quasi totalmente (il 95,50%) a sostegno del no all’impianto di rigassificazione. Una tale verifica, pur non modificando la inefficacia del risultato referendario sotto il profilo del quorum, dimostra che ben un terzo dei cittadini di Melilli si oppone alla scelta di un impianto che non sembra offrire adeguate garanzie di sicurezza e che è tutt’altro che vitale e necessario per l’economia industriale. I 2.846 no di Melilli vanno ad aggiungersi ai 5.834 no (su un potenziale di 8.512 votanti) che furono espressi nel luglio 2007 a Priolo. Si tratta di 8.680 elettori, sui complessivi 17.488 potenziali dei due comuni industriali, che rappresentano il 49,63% del corpo elettorale reale. Di questi numeri pesanti, che dimostrano l’esistenza di una forte resistenza nelle comunità dell’area contro scelte che appaiono avventuristiche, sembrano non volerne tenere conto i poteri forti che hanno scelto di imporre senza confronto o con generiche spiegazioni la costruzione del terminal. È molto istruttivo ripercorrere rapidamente quanto è avvenuto negli ultimi mesi attorno al nodo del rigassificatore e soprattutto il modo in cui i cittadini di Melilli hanno vissuto l’appuntamento con la consultazione referendaria.

Il lasciapassare fornito alla Ionio Gas dal ministero dell’Ambiente, pochi mesi dopo l’insediamento del nuovo ministro Stefania Prestigiacomo e dopo il cambio della quasi totalità dei componenti del comitato tecnico ministeriale, con l’approvazione della Valutazione di impatto Ambientale, ha alimentato una forte pressione da parte del mondo industriale, in sintonia con i sindacati e con la quasi totalità delle forze politiche affinché il governo della Regione decidesse il rilascio dell’autorizzazione per la costruzione del rigassificatore. In un crescendo di esternazioni,  in modo sistematico si è cercato di demolire ogni obiezione, ogni richiesta che puntasse a promuovere un’indagine attenta, oggettiva sulla validità o meno della scelta, sulla non idoneità del sito, sulla possibilità di alternative. Lo si è fatto accentuando i problemi prodotti dall’estendersi degli effetti della recessione internazionale, prefigurando scenari drammatici per l’occupazione, ed affidando al “feticcio” rigassificatore il valore taumaturgico per aprire una nuova fase di sviluppo. In questa fase di vero ribollio di coscienze non sono mancate le conversioni e le metamorfosi. Rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, che avevano costruito il loro consenso elettorale sostenendo la non praticabilità della scelta del rigassificatore, hanno infine sposato gli orientamenti dominanti. Priolo con il suo 98% di no al rigassificatore è stato rappresentato come un evento lontano, ipotizzando che una nuova consultazione avrebbe dato forse risultati diversi.

La pressione dei cittadini e dei movimenti di Melilli per un nuovo referendum - ostacolato, più volte rinviato, che si sperava di non dover indire -costituiva un ulteriore ostacolo; creava il rischio di una nuova bocciatura popolare del progetto. Occorreva delegittimare i contenuti della richiesta dei cittadini, facendo apparire demagogiche  e isteriche le preoccupazioni che continuavano ad essere poste sui problemi della sicurezza. Così a più riprese si è accusato di catastrofismo chi poneva in primo piano  il rischio di effetto domino possibile in un sito dove incidenti gravi si susseguono da sempre. In realtà, il referendum di Melilli creava preoccupazioni tra i sostenitori del progetto terminal. È venuta avanti così l’idea dell’assessore regionale all’Industria, l’on. Pippo Gianni, di uno studio da affidare ad una società di alto profilo scientifico e di caratura internazionale, che si è concretizzata con l’affidamento dell’incarico, deciso dal comune di Priolo, all’americana Quest Consultans, la quale a quanto pare con i finanziamenti della Ionio Gas sta svolgendo l’indagine. Sarà importante oltre che conoscere le risultanze, quando saranno note, capire se saranno oggetto di valutazioni e di approfondimenti di altra parte del mondo scientifico o se sarà sufficiente averle acquisite per sciogliere le riserve sull’autorizzazione regionale. Ma su questo ultimo aspetto torneremo in conclusione. Ciò che invece merita un ulteriore momento di attenzione sono le azioni che sono state messe in campo nel momento in cui è stata finalmente decisa dal consiglio comunale di Melilli la data di svolgimento del referendum.

Se si scorrono le cronache delle poche settimane trascorse dal momento della decisione al 26 aprile si avrà chiaro quali e quante pressioni sono state scaricate sui cittadini del centro industriale. Dure bordate sono state scaricate dai massimi dirigenti sindacali nazionali (Bonanni ed Epifani) contro chi blocca l’avvio della costruzione del terminal, mentre si è messo in moto un meccanismo di pronunciamenti pubblici di chi era rimasto fino a quel momento defilato. Così anche i massimi esponenti del Pd provinciale hanno ritenuto di far pesare la loro posizione favorevole all’impianto. E ancora una volta contro chi contesta sono fioccate le accuse di allarmismo e  di demagogia. Ma è a Melilli che si è sviluppata soprattutto nelle ultime settimane un’iniziativa generalizzata per creare disorientamento e disimpegno. Oltre alla sezione del Pd locale, che in una assemblea degli iscritti ha lanciato la parola d’ordine di non andare a votare, determinando fratture anche nel suo gruppo dirigente, è stata soprattutto la maggioranza di centrodestra nelle sue massime espressioni – sindaco, giunta, consiglieri comunali – a elaborare e far circolare un volantino, definito di indirizzo politico , nel quale è contenuta tutta la filosofia municipalistica e per certi aspetti forse utilitaristica della classe dirigente locale. Il richiamo di prammatica alle garanzie di natura tecnica-scientifica in tema di sicurezza e difesa della salute e a migliori qualità dell’ambiente non è riuscita a nascondere obiettivi ben più prosaici.

In sostanza, l’appello rivolto ai cittadini di non dire no al rigassificatore è stato incardinato sui benefici che la realizzazione del terminal potrà determinare: 3 milioni derivanti dall’ICI pagata per il nuovo impianto da destinare per opere e servizi fondamentali; la possibilità di non alienarsi la disponibilità della Ionio Gas a partecipare  a progetti utili per la cittadinanza; costo del metano a prezzo politico per tutti i cittadini di Melilli; aiuti agli studenti fuori sede; servizi di assistenza per giovani e anziani; promozione allo sport dei giovani; massima garanzia occupazionale. Insomma una nuova carta di compensazioni, queste sì in buona misura venate di aspirazioni velleitarie e demagogiche. È dunque  in questo clima  di pervicace scoraggiamento della partecipazione al voto che si è svolta la consultazione. Domenica sera, camminando per le vie di Melilli, si respirava un’atmosfera strana. Pochissime persone nelle strade principali, al contrario delle normali serate festive: quasi la scelta di non uscire, di eclissarsi per non dovere affrontare il dilemma di andare o no a votare. Lungo le strade solo qualche esponente della maggioranza politica locale che scivolava via in fretta. A poca distanza dal sagrato della cattedrale una fugace apparizione del dr. Bivona impegnato in una conversazione telefonica.

Davanti ai seggi, i rappresentanti dei comitati impegnati nel loro dovere di esercizio della democrazia. L’organizzazione del disimpegno ha funzionato, ma hanno anche funzionato altre anomalie, come la chiusura dei seggi alle ore 20,00 anziché alle 22,00 o l’indicazione nei certificati elettorali dei cittadini delle frazioni di sedi di seggio poi risultate non aperte, come hanno denunciato rappresentanti del comitato contro il rigassificatore. Più in generale il perpetuarsi in tutta la vicenda del referendum di Melilli dei meccanismi di una tendenza al trasformismo dal quale le classi dirigenti siciliane non sanno liberarsi. Il referendum senza il raggiungimento del quorum ha reso monca la libera espressione della volontà popolare, ma il peso di una forte e diffusa coscienza della necessità di continuare a battersi per far valere le ragioni che provengono dal basso non appare sconfitta. Ora si attende di conoscere le decisioni sul rigassificatore che l’assessore regionale all’Industria e il governo regionale assumeranno nella conferenza dei servizi fissata per il 19 maggio e verificare se le scelte che verranno fatte pongono al primo posto gli interessi delle comunità e le esigenze vere del territorio.

                        Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Una lunga indagine scientifica sostiene che se, nei prossimi decenni, il surriscaldamento globale e l’effetto serra dovessero incrementarsi, i fiumi più grandi ed importanti del pianeta sarebbero condannati a scomparire

I FIUMI SULLA VIA DEL PROSCIUGAMENTO

Una lunga indagine condotta dagli scienziati di tutto il mondo ha riportato dati piuttosto preoccupanti in merito alle conseguenze del surriscaldamento globale. L’indagine in questione è frutto di studi effettuati dal 1948 al 2004 sui fiumi più importanti del mondo, che rischiano di prosciugarsi se l’effetto serra ed il surriscaldamento globale dovessero incrementarsi ancora di più nei prossimi decenni. Il National Center for Atmospehric Researches (NCAR), importante organo per la ricerca in Colorado, ha approfondito le ricerche, lanciando l’allarme per i fiumi più abbondanti ed estesi del mondo: Niger, Gange, Fiume Giallo sono quelli a più alto rischio di prosciugamento. Le popolazioni che vivono grazie alle risorse fornite da questi fiumi rischiano di perderne ogni beneficio, piombando cosi in grande stato di indigenza e miseria. È importante tuttavia segnalare quanto, per contrasto, stia avvenendo nelle regioni prossime alle zone Artiche: i cambiamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacciai hanno fatto sì che i canali aumentassero di portata, anche se in modo meno evidente rispetto agli effetti del prosciugamento. I cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo gli equilibri di tutto il pianeta causano principalmente la variazione (in tal caso l’aumento) del tasso di evaporazione delle acque e della quantità di precipitazioni annue.

Talvolta è l’uomo ad agire direttamente su tali variazioni: lungo determinati fiumi dei paesi di recente industrializzazione, sorgono enormi complessi industriali, che il più delle volte si avvalgono di tecnologie non proprio avanzate, molto dannose per l’ambiente. A pagarne le conseguenze è soprattutto l’attività agricola, che necessita delle acque fluviali.  Grazie ai dati raccolti tra il 1948 ed il 2004, è stata elaborata una mappa del rischio, nella quale è evidente che circa un terzo dei fiumi globali ha subito variazioni che superano la soglia d’allarme. Il rapporto tra fiumi sulla via del prosciugamento e fiumi che invece aumentano la propria portata è di 2,5:1 (i dati sono stati forniti dall’analisi sui 925 fiumi più importanti al mondo nel corso di 56 anni). La ricerca, inoltre, ha rivelato che gli scarichi d’acqua non inquinata nell’Oceano Pacifico sono diminuiti di circa il 6%, cifra pari a 526 kilomentri cubici d’acqua, stessa quantità che annualmente scorre nel fiume Mississipi, tra i più lunghi ed abbondanti degli Stati Uniti. Nell’Oceano Indiano, gli scarichi d’acqua pulita sono invece diminuiti del 3% (140 kilometri cubici d’acqua).

Per contrasto, si è evidenziato un forte aumento dello scarico nell’Oceano Artico (circa il 10% in più d’acqua, ovvero 460 kilometri cubici). Altri fiumi, come il Brahmaputra in India o lo Yangtze in Cina, mostrano un incremento d’acqua costante, ma potrebbero subire la stessa sorte dei fiumi a rischio, dal momento che sono alimentati e rinvigoriti dall’Hymalaya, i cui ghiacciai sono in procinto di sciogliersi. Gli scienziati del NCAR del Colorado si mostrano piuttosto preoccupati per il fenomeno: il prof. Aiguo ha affermato che si tratta di un’emergenza soprattutto per gli Stati in cui è costante l’aumento demografico. Gli fa eco il prof. Trenberth, il quale annuncia una vera e propria corsa alle risorse idriche per gli Stati in maggiore difficoltà. Gli smottamenti e le alluvioni degli ultimi periodi non devono trarre in inganno, perché non sono soltanto i fiumi asiatici ed artici ad aver subito cambiamenti: il fenomeno, infatti, interessa tutto il mondo, a partire dalle zone più prossime alla desertificazione. Siamo ancora in tempo per cambiare le cose.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI APRILE

24/04/2009

Dopo una lunghissima battaglia, fatta di pressioni politiche trasversali oltre che mediatiche, finalmente a Melilli (Siracusa) è arrivato il giorno del referendum sul rigassificatore: l’occasione per ribadire un netto No 

PAROLA AI CITTADINI  DI MELILLI

Come nebbia che si dirada, lasciando tracce della sua tremula umidità nei luoghi dove incombente ha ristagnato, aprendo squarci visibili laddove c’erano buio e bisbigli, così si vanno delineando i nuovi contorni di una vicenda che da quattro anni divide l’opinione pubblica, o anzi divide il palazzo dalla gente, la politica dai cittadini, i poteri forti da chi, pur senza poteri, chiede con passione e con tenacia di capire, pretende che vengano fatte scelte giuste, chiede di esercitare il diritto di esprimere il suo parere sulle scelte che riguardano il proprio futuro e quello della comunità in cui vive. È il nodo gordiano in cui è stretta la vicenda della costruzione nel cuore della zona industriale del terminal di rigassificazione della Ionio Gas, che da molte parti si vorrebbe sciogliere dando un taglio netto alle richieste di chiarezza, mai esaudite, che vengono dalle comunità. Il referendum consultivo che finalmente, dopo incessanti tentativi di boicottaggio, consentirà ai cittadini di Melilli, il 26 aprile, di potere liberamente esprimere la loro scelta di condivisione o di dissenso sull’insediamento dell’impianto, anziché essere considerato come un risarcimento, anche se tardivo, per il mancato coinvolgimento delle popolazioni nella fase istruttoria del progetto industriale (compresa la procedura  della valutazione di impatto ambientale) -  come le convenzioni europee, le direttive comunitarie e le leggi dello stato Seveso II e III prevedono - appare sempre di più come un intralcio da rimuovere, da delegittimare. Non sembra casuale che nelle ultime settimane sia stata intensificata da più parti l’azione per sollecitare il governo regionale a concedere l’autorizzazione finale per dare il via libera alla costruzione dell’impianto.

Non è un caso che sia stata accentuata la drammatizzazione della crisi economica, certamente pesante, per assegnare alla costruzione del rigassificatore il valore taumaturgico per uscire fuori dalle secche delle difficoltà del settore industriale. Si è scelta non una logica razionale ma la retorica dello sviluppo accantonando problemi decisivi: quelli relativi alla effettiva sicurezza dell’impianto, tenuto conto del contesto in cui si inserirebbe (localizzazione, vicinanza con i centri abitati e con aree ad alto insediamento urbano); i probabili vizi di legittimità di un’autorizzazione di valutazione di impatto ambientale sulla base del nulla osta di fattibilità rilasciato nel 2006 dal Comitato tecnico regionale solo sulla base del progetto di sicurezza preliminare; il mancato approfondimento  della nuova delibera dello stesso CTR (la 111 del 23/10/2008) che in fase di verifica successiva esclude la possibilità di incrementi del preesistente livello di rischio nel sito scelto (l’area della Erg Nord) per il giudizio negativo sulle condizioni di sicurezza di quell’area; i complessi problemi che creerebbero al traffico portuale le grandi navi gasiere per il rifornimento di GNL del terminal; la necessità di una dettagliata conoscenza delle scelte per prevenire l’elevato rischio sismico dell’area, ed altro ancora. Nonostante tutto ciò, in modo perentorio nelle ultime settimane si sono espressi senza mezzi termini per l’immediata realizzazione del rigassificatore, nei convegni svoltisi a Siracusa, i massimi leader delle maggiori organizzazioni sindacali: Bonanni della Cisl ed Epifani della Cgil.

Lo hanno fatto dando una valutazione che appare molto lontana dalla realtà, soprattutto in termini di sviluppo possibile, prefigurando uno scenario di decollo di un un’industria del freddo, che le frigorie del GNL consentirebbero, nel settore agroalimentare e della pesca; totalmente inesistente il primo nel sistema produttivo della nostra provincia e largamente deficitario in Sicilia, e assolutamente improponibile il secondo, tenuto conto della dimensione della nostra marineria peschereccia, ma anche del fatto che la conservazione del pescato è quasi monopolio assoluto di paesi in altri continenti. In queste posizione la sicurezza si da per scontata, allo stesso modo in cui lo fa la Ionio Gas. Nessuno mette in dubbio che una società industriale, come la Ionio Gas,  punti a realizzare impianti che possano avvalersi di tutte le tecnologie più avanzate, e che la tecnologia dei terminal di rigassificazione sia sufficientemente sperimentata. Le incognite però che rimangono non svelate sono connesse al sito dove il rigassificatore  verrebbe a collocarsi. Le condizioni di rischio esterno (onde d’urto di eventuali fenomeni esplosivi, grandi incendi), determinato da altri impianti ad elevato rischio, oltre a tutti gli altri aspetti non chiariti, rendono non accettabile convivere in condizioni di incubo permanente. Quello che sembra un martellare ossessivo dei comitati che sono sorti in questi anni, a Priolo e a Melilli, è invece un reale bisogno di dare al territorio vere occasioni di sviluppo sostenibile.

Di opinione diversa appaiono invece i massimi rappresentanti del PD siracusano. Il segretario del PD Cafeo, insieme a Nino Consiglio e ai deputati regionali Bonomo, Marziano e De Benedictis,  che proprio nei giorni scorsi hanno voluto ribadire che non può essere persa l’opportunità del rigassificatore e che questo impianto costituirebbe non solo un’iniezione ricostituente all’economia del territorio e all’occupazione, ma sarebbe l’elemento decisivo per il rilancio industriale. In sostanza, tutti i problemi sollevati dalle comunità in questi anni sarebbero assimilabili a logiche di allarmismo e a spinte demagogiche. Una logica discutibile non solo per il modo frettoloso con il quale liquida le ragioni di chi (movimenti, associazioni ambientaliste, singoli cittadini, esponenti anche delle professioni, tecnici) ha sollevato in modo argomentato obiezioni e dubbi, ma anche abbastanza fragile quando si sostiene che la creazione di un polo energetico nell’area industriale sarebbe il volano di nuovi meccanismi produttivi. Ciò sarebbe vero se la nostra realtà industriale soffrisse di penuria di energia. In realtà molte posizioni sembrano privilegiare il vantaggio di un rischio possibile per avere risposte immediate anziché cimentarsi con la costruzione di una vera programmazione di scelte in grado di valorizzare tutte le risorse esistenti nel territorio. Mantenere una vocazione industriale non vuol dire accettare qualunque scelta. Eco-sostenibilità significa sapere compiere scelte selettive.

Sotto questo profilo forse ci si aspetterebbe una più grande capacità di salvaguardare e potenziare l’apparato industriale esistente e una più efficace azione di pressione sul governo regionale e nazionale per realizzare i contenuti dell’accordo di programma, accantonando le scelte obsolete o ormai irrealizzabili e spingendo per l’avvio degli altri obiettivi perseguibili. Il referendum di Mellili sembra avere accentuato le pressioni mediatiche per scongiurare un nuovo risultato sfavorevole, che, dopo quello di Priolo (anche se ormai risalente a circa due anni fa), potrebbe determinare serie difficoltà. Costruire un impianto industriale in contrasto con il consenso popolare sarebbe certamente una grave lesione della democrazia. Forse è per questo che a Melilli il PD, che pure ama sottolineare di avere sottoscritto la richiesta di referendum firmata da 2.510 cittadini (circa il 30% degli elettori come ha tenuto a precisare il capogruppo del PD al consiglio comunale, Massimo Marchese), nell’assemblea degli iscritti, svoltasi il 14 scorso, tende ad avvalorare la tesi che il 26 aprile i cittadini di Melilli diserteranno le urne. In realtà, nell’assemblea, che  registrava scarse presenze ma alla quale, con grande fair play, è stata consentita la partecipazione di osservatori esterni e di giornalisti, sono emerse posizioni di disimpegno dalla consultazione referendaria con lo scopo di far venir meno il quorum necessario alla validità del voto.

Una scelta che Massimo Marchese, che fra l’altro non condivide la scelta della costruzione del terminal di rigassificazione, ha fortemente contestato richiamando l’impegno del partito ad un confronto aperto tra i cittadini. La situazione di Melilli a pochi giorni dall’appuntamento referendario sembra condizionata dalle ripetute esternazioni della maggioranza di centrodestra che ribadisce la necessità dell’insediamento, e ora dalla decisione del PD a favore del rigassificatore, ma ciò che invece potrebbe determinarsi è la formazione di un convincimento trasversale di segno opposto. A differenza di quanto sostengono alcuni esponenti della realtà politica e sindacale locale, che cioè le firme raccolte sarebbero state frutto di disinformazione e di pressioni demagogiche, l’azione del movimento per il no al rigassificatore si è sviluppata puntando sui contenuti e sull’analisi del progetto, come in più occasioni è emerso chiaramente. Il 26 aprile sarà dunque il momento di una scelta consapevole.

                                                                                              Salvatore Perna -ilmegafono.org

 

Di fronte alla riluttanza, mostrata dai firmatari del protocollo di Kyoto, a ridurre le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, un team di scienziati ha approntato un metodo che, però, presenta molteplici rischi

UNA SOLUZIONE CON TROPPE CONTROINDICAZIONI

Protagonista di questi giorni è la Terra: il 22 Aprile infatti, è stato proclamato l’ “Earth day” (Giornata della Terra) in tutto il mondo, giornata in cui si terranno conferenze sulle tematiche che riguardano più da vicino il pianeta e l’inquinamento. Al centro di queste conferenze ci sarà sicuramente anche il problema dell’effetto serra, contro il quale combattono da anni gli scienziati di tutto il mondo e contro il quale sono stati trovati sistemi e tecniche in grado di poterne arginare gli effetti. Negli ultimi tempi, un team di esperti fisici dell’atmosfera (tra cui i premi Nobel, Paul Crutzen e Thomas Schelling) ha scoperto che, creando uno scudo artificiale di biossido di zolfo (gas emanato durante le eruzioni vulcaniche), si potrà ridurre drasticamente il riscaldamento globale. Mentre sulla Terra continueranno i consueti dispendi di energia, che liberano nell’aria gas di ogni tipo, contemporaneamente saranno disperse nell’alta atmosfera innumerevoli particelle di biossido di zolfo, che raffredderanno le molecole di anidride carbonica. L’idea è nata in seguito alla riluttanza, riscontrata nei paesi firmatari del protocollo di Kyoto, a limitare le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Davanti a tale stato di cose, gli scienziati sono corsi ai ripari.

Il progetto per questo scudo di gas è soprannominato “Progetto Pinatubo”, dal nome di un famoso vulcano delle Filippine, la cui eruzione del giugno 1991 fece scoprire agli scienziati il grande potere “refrigerante” del biossido di zolfo. Il vulcano, infatti, oltre alla solita coltre di ceneri e lapilli, liberò nell’aria circa 20 tonnellate di biossido di zolfo che, risalendo, si posizionarono nella stratosfera e rimasero lì per mesi. Le molecole di biossido di zolfo disperse nella stratosfera si comportano come una sorta di specchietto riflettente che rispedisce nello spazio le radiazioni solari; proprio un anno dopo l’eruzione del Pinatubo, la temperatura terrestre subì un ribasso di mezzo grado, mentre l’uomo, incrementando l’effetto serra con le sue attività, ha impiegato circa un secolo per far aumentare la temperatura di un grado. Dopo gli accordi presi in seguito al Protocollo di Kyoto, gli scienziati avevano accantonato l’idea di poter risolvere il problema dell’effetto serra attraverso sistemi messi in atto dalla geoingegneria, ma come spiega il climatologo dell’Università di Princeton, Michael Oppenehimer, sono buone le possibilità di riprenderne lo studio e quindi l’attuazione.

Tuttavia, il progetto ha le sue pericolose controindicazioni: abusando del sistema al biossido di zolfo si rischierebbe di distruggere completamente l’ozono e di lasciare via libera ai raggi ultravioletti, dannosi per l’uomo; inoltre, con l’offerta di una soluzione facile contro l’inquinamento atmosferico, andrebbero letteralmente persi tutti gli impegni presi dalle grandi potenze al fine di ridurre i consumi di combustibili ed idrocarburi fossili. C’è chi parla invece di una piccola era glaciale in seguito al repentino raffreddamento della Terra. Si rischierebbe dunque di provocare più danno che beneficio, anche perché il sistema non è ancora del tutto collaudato. Inoltre, realizzare un progetto simile, che regali subito un ribasso della temperatura globale, significherebbe mandare all’aria anni di impegno da parte delle organizzazioni ambientaliste al fine di ridurre i consumi e gli sprechi energetici. La soluzione contro l’effetto serra, quindi, va ricercata soprattutto nella volontà e nella collaborazione dell’uomo, artefice massimo dei suoi problemi.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

18/04/2009

La polemica divampata attorno agli studi di Giuliani sulla prevedibilità dei terremoti ha riacceso i riflettori su una questione antica che appassiona molti studiosi e che, al di là di tutto, non scagiona chi non si impegna a prevenire

TERREMOTO, POSSIBILE PREVEDERLO?

La settimana scorsa, tutta l’Italia ha assistito, purtroppo inerme, alla tragedia provocata dal violento sisma in Abruzzo: più di 290 vittime, migliaia di sfollati, interi paesi distrutti. Dopo la prima scossa violenta, registrata alle 3:32 del 6 Aprile, si sono verificate altre scosse di minore intensità, ma che comunque hanno contribuito al crollo di ulteriori edifici. Eppure, qualche tempo prima del tragico evento, un tecnico dell’Osservatorio de L’Aquila, Giampaolo Giuliani, aveva previsto che la zona (è impossibile prevedere l’epicentro preciso) sarebbe stata interessata da episodi sismici molto violenti. Analizzando le variazioni del radon, gas sprigionato dalla crosta terrestre prima dei terremoti, aveva lanciato l’allarme a tutta la regione Abruzzo, ma le autorità non gli hanno creduto (Bertolaso in primis l’ha accusato di diffondere falsi allarmismi) e lo hanno addirittura denunciato per procurato allarme, sulla base del principio per cui “è impossibile prevedere un terremoto”. Purtroppo gli eventi hanno dato ragione a Giuliani. Dopo questa polemica, conclusasi tragicamente, molti sono stati gli italiani a chiedersi se sia realmente possibile prevedere un evento sismico. E la domanda è più che lecita; nonostante la superficie poco estesa, l’Italia è una zona molto importante dal punto di vista geologico: è una sorta di ponte tra la zolla eurasiatica e la zolla africana ed è, dunque, soggetta continuamente a modifiche, talvolta radicali, dovute all’avanzamento di quest’ultima.

L’intera zona appenninica è area sismica, come ci hanno dimostrato i disastrosi eventi degli anni passati. Comprendere i fenomeni generati dalla Terra è sempre stato importante per l’uomo, fin dall’antichità. Una catastrofe naturale imminente si poteva prevedere analizzando il comportamento anomalo di animali domestici, che possiedono “sensori naturali” in grado di captare i segnali della terra. Di certo, non costituiscono una fonte attendibile ma, in alcuni casi, i segnali lanciati proprio dagli animali si sono rivelati veritieri: in Cina, nella regione di Haicheng, il comportamento anomalo di galline da cortile e bisce che spuntavano fuori dal nulla spinse le autorità ad evacuare completamente i villaggi. Era il febbraio del 1975 e, pochi giorni dopo l’evacuazione, un violento sisma rase al suolo i miseri villaggi. Tuttavia, il metodo non ebbe buoni esiti l’anno successivo, nel luglio del 1976: un’altra regione cinese, quella di Tangshan, fu devastata da un sisma che provocò oltre 300.000 vittime, senza alcun preavviso di sorta. Altre sentinelle, per cosi dire, “domestiche”, sono gli zampilli d’acqua improvvisi, le variazioni del livello d’acqua nei pozzi e nelle falde sotterranee, che non riescono però a dare segnali deterministici. Tornando alla previsione di Giuliani, conosciamo un elemento importante in grado di segnalare con un minimo di preavviso variazioni e spostamenti della crosta terrestre: il radon.

Il radon è soprannominato “figlio dell’uranio”, poiché è un gas derivante dal decadimento dell’elemento radioattivo. Nel momento in cui la quantità di radon sotterraneo comincia ad aumentare, si verificano piccole e medie spaccature della crosta, sintomo di sismi imminenti. In Italia, il radon costituisce talvolta un problema serio per la salute dell’uomo, come avviene nella zona intorno a Viterbo: essendo molto abbondante nel sottosuolo, il radon penetra nelle abitazioni, provocando il cancro ai polmoni. Il dott. Massimo Cocco (sismologo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), tuttavia, afferma che il radon non è sempre preciso, poiché, in alcuni casi, pur essendone aumentato il livello nel sottosuolo, non si è mai verificato un sisma, viceversa, pur senza radon, si sono verificate violente scosse. Tutto ciò, però, dipende anche dalla diversa natura dei terremoti: nelle zone carsiche essi sono dovuti a crolli di cavità sotterranee, per cui si parla proprio di “terremoti da crollo”. Esistono speranze per un calcolo deterministico dei sismi? Negli anni ’80, alcuni ricercatori californiani erano certi che la soluzione fosse a portata di mano, ma anni di ricerche ed esperimenti non hanno portato a nulla, se non a catastrofi improvvise.

Tra gli studi più accurati vi è sicuramente quello legato alle faglie, spaccature della roccia dovute a mutamenti geologici: proprio nella zona intorno a L’Aquila si era riscontrata la presenza di una faglia lunga 10 km, ovviamente sottovalutata. Eppure, la stessa faglia ha generato altri due disastrosi sismi verificatisi nel 1300 e nel 1703, più o meno nella stessa zona. Inoltre, come insegna la storia di Bendandi, vissuto agli inizi del ‘900, è anche l’attrazione gravitazionale di Luna e Sole a determinare sismi: egli, infatti, il 23 novembre del 1923 predisse dinanzi al notaio Savini di Faenza che entro il 2 gennaio del 1924 si sarebbe verificato un terremoto nelle Marche, deduzione ottenuta studiando l’attrazione di Sole e Luna sulla Terra. Ed effettivamente, il 4 gennaio si verificò un violento sisma. Ad ogni modo, prevedere con estrema precisione non si può, ma di sicuro, nel dubbio, si può prevenire una tragedia, dedicando maggiore attenzione alla costruzione di case ed edifici in regola, soprattutto in zone cosi a rischio, come il nostro Appennino, e soprattutto in un Paese che dovrebbe essere moderno.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Avrà inizio il 22 aprile, a Siracusa, il vertice internazionale tra i ministri dell’Ambiente delle otto potenze mondiali: in contemporanea, due movimenti civili (“G-Tutti” e “Contro G8”) discuteranno delle alternative ambientaliste

IL G8 A SIRACUSA TRA MILLE POLEMICHE

Mancano pochi giorni ormai al G8 Ambiente di Siracusa, che inizierà il 22 aprile e terminerà giorno 24. Nella splendida cornice del Castello Maniace, nel cuore dell’isolotto di Ortigia, i ministri per l’Ambiente delle otto potenze mondiali discuteranno sulle scelte da assumere in materia ambientale, con particolare riferimento alla questione dei cambiamenti climatici e dello sviluppo delle energie rinnovabili. Di sicuro si parlerà anche di nucleare, dopo l’accordo italo-francese che prevede l’istallazione di ben quattro centrali in Italia. A rappresentare il nostro Paese sarà il ministro Stefania Prestigiacomo, siracusana, che ha voluto fortemente celebrare questo evento nella sua città. Una città devastata da uno sviluppo industriale dissennato che ha prodotto una fase di crescita economica e di occupazione per poi declinare e lasciare alle popolazioni del luogo soltanto inquinamento e gravi patologie. Una città (ed una provincia) su cui noti gruppi industriali vogliono “insistere”, con l’avallo del centrodestra, Prestigiacomo in primis, e di parte del centrosinistra, oltre che dei sindacati, tutti tesi a sacrificare ambiente, salute e sicurezza dei cittadini in nome di un profitto che riguarderà pochi eletti e di una crescita occupazionale che in realtà sarebbe molto limitata. Ci si riferisce, in particolare, alla volontà di realizzare un rigassificatore proprio nell’area industriale di Priolo Gargallo, area sismica e già segnata dalla presenza di produzioni ad elevato rischio di incidente.

I cittadini hanno già espresso il loro no a Priolo, mentre a Melilli, altra area interessata dal rischio, la gente ha appena ottenuto, dopo una lunga battaglia, di indire un referendum popolare per fare emergere l’indirizzo contrario della cittadinanza, che poi dovrebbe essere la prima ad essere interpellata, dato che i rischi e i danni riguardano coloro che risiedono nell’area industriale. Così, mentre nelle istituzioni si assiste al balletto delle diverse posizioni, con cambiamenti improvvisi di opinione, e mentre la Erg minaccia di non investire più sull’area Priolo-Melilli-Augusta, con un atteggiamento spigoloso e arrogante, le popolazioni e le associazioni proseguono la loro battaglia per fermare i propositi minatori e predoni di chi vuole aggiungere angoscia e pericolo ad una zona già stremata. In questo contesto, che si arricchisce anche della battaglia contro l’istallazione del megainceneritore nell’area di Augusta (che presenta un’elevatissima mortalità per tumori, dovuta all’inquinamento), la ministra Prestigiacomo “ci mette il carico”, annunciando la volontà di realizzare nella Sicilia orientale una delle quattro centrali nucleari previste nell’accordo con la Francia. Insomma, tutto avrebbe potuto fare la Prestigiacomo, meno il ministro dell’Ambiente, data la sua politica aggressiva nei confronti di tutto ciò che riguarda la tutela del bene ambientale. D’altra parte, la sua tradizione familiare/industriale parla chiaro ed appariva ovvio, già nel giorno della sua nomina, quale sarebbe stata la sua linea di condotta ministeriale.

Per tale ragione, la scelta del G8 a Siracusa è apparsa come una provocazione, o quantomeno un paradosso, una beffa, anche se tanti siracusani ingenui, destrorsi o anche un po’ qualunquisti hanno accolto tale scelta come una grande occasione per mostrare la grandezza di Siracusa, il suo splendore eterno, la sua storia. Peccato che nessuno ha pensato a quanto sia in declino lo splendore di questa città, abbandonata a se stessa, deturpata dai suoi stessi figli. Ed a ciò, si è aggiunta la mano frettolosa e rozza di chi ha voluto rifare il trucco al centro storico aretuseo (perché la periferia non viene mai sfiorata da interventi di riqualificazione e rimane abbandonata), passando sopra alle caratteristiche tipiche della sua storia, seppellendo sotto quintali di asfalto la bellezza paesaggistica e storica del lungomare di Ortigia. Inoltre, ultima trovata, è stata posta al centro di piazza Duomo una statua gigantesca che ritrae un braccio enorme che spunta dal sottosuolo. Un’aggiunta di cui non si comprende la ragione, dato che piazza Duomo è già splendida nella sua fisionomia tradizionale.

Intanto, mentre gli “stilisti” urbani sistemano (o distruggono, punti di vista) le ultime cose, con il placet silente della Sovrintendenza ai Beni Culturali, il fronte dell’opposizione al G8 è in fermento, seppur diviso in due blocchi: il movimento “G-Tutti”, che raccoglie circa 40 sigle di associazioni ambientaliste, culturali, per i diritti umani, ecc., e il movimento “Contro G8”, che fa capo ai partiti della sinistra storica, Cobas, organizzazioni ambientaliste, movimenti anarchici, il movimento per la difesa dell’acqua, ecc. Mentre il “G-Tutti”  ha organizzato tre giorni di incontri e dibattiti sui principali temi ambientali, con momenti di musica e di arte, il “Contro G8”, oltre a ciò, ha previsto una manifestazione pubblica, che doveva passare sul ponte Umbertino, proprio all’ingresso dell’isola di Ortigia. Tuttavia, il Comitato per la Sicurezza, composto da Sindaco, Prefetto e Questore ha negato questa possibilità, annunciando così di estendere ulteriormente l’area delimitata ed inaccessibile. Per il movimento tale decisione è apparsa come una forma di chiusura al dissenso, piuttosto che come un misura di sicurezza, in quanto dal ponte al Castello Maniace, il luogo dove saranno chiusi i potenti della Terra, la distanza è notevole.

Davanti a questa chiusura, i movimenti hanno indetto proteste pacifiche davanti alle prefetture siciliane, non ottenendo però nessun passo indietro. Così, tra divisioni e polemiche, si avvicina il momento del G8, evento che vedrà confluire nel capoluogo migliaia di persone da tutte le città dell’isola e anche dal resto d’Italia. Un’onda di giovani e non che verranno a Siracusa per manifestare il proprio amore per l’ambiente e il loro dissenso nei confronti di una politica che troppo spesso fa gli interessi dei grandi gruppi industriali ed economici, sacrificando il patrimonio naturale, che potrebbe essere invece sfruttato al meglio, in modo armonico, per creare uno sviluppo sostenibile capace di consegnare alle generazioni future un mondo ancora vivibile. Il momento è delicato e l’assoluta inadeguatezza di questa città ad ospitare il G8 fa sorgere molte perplessità e preoccupazioni. La speranza è che chi andrà a manifestare sia più furbo di chi li attende al varco, sperando in un passo falso per mettere in atto una strategia repressiva finalizzata a distogliere l’attenzione dai cruciali temi ambientali.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

4/04/2009

Parte questa settimana l’inchiesta del nostro settimanale sul funzionamento del piano di incentivazione e sostegno alla raccolta differenziata, tra anomalie, dubbi e strade invase da montagne di immondizia

UNA CAPITALE “DIFFERENZIATA”?

Differenziare è essenziale per poter riciclare i rifiuti e avviare il processo che consente di trasformarli in materiali riutilizzabili, riducendo l’impatto ambientale. Nella città di Roma, l’Ama (Azienda municipalizzata nettezza urbana) ha disposto un piano dettagliato per sostenere la raccolta differenziata, con l’obiettivo di superare la soglia del 30% entro pochi anni, per arrivare ai livelli più alti delle grandi città europee. Attualmente nella capitale esistono circa 33 mila contenitori nei quali i cittadini possono differenziare la carta, il vetro, l’alluminio, la plastica, i metalli, gli abiti usati e i rifiuti pericolosi. In alcuni quartieri sono stati creati poi dei centri di raccolta e delle isole ecologiche, strutture completamente gratuite e attrezzate nella raccolta e nell’avvio al recupero di tutti i rifiuti che non possono essere smaltiti nei cassonetti stradali, ad esempio mobili, elettrodomestici, computer, telefonini, calcinacci, ferro, potature e altri materiali. 

Ci sono inoltre incentivi e sconti per le famiglie che in casa propria contribuiscono alla raccolta differenziata tramite il compostaggio domestico e, infine, si sta sperimentando un progetto di raccolta dei rifiuti porta a porta, attivo solo in alcuni quartieri e per gli esercizi commerciali. Ma come funziona nella pratica il sistema di raccolta differenziata romano? E come si può conciliare un piano così sistematico di riciclo dei rifiuti con i progetti di costruzione di nuovi inceneritori e termovalorizzatori nella città e nella provincia della capitale? Secondo l’Ama il sistema funziona bene; anzi, per il 2013 si punta ad arrivare ad una raccolta differenziata tra il 35 e il 45% dei rifiuti, grazie alla “sensibilità dei cittadini romani”, che, dice sempre l’Ama, ha provocato nel tempo un consistente incremento nel conferimento di rifiuti differenziati (il 19,5 per cento nel 2008 pari a oltre 1,7 milioni di tonnellate).

Ci sono però delle anomalie che non vanno trascurate (a parte il fatto che la Regione Lazio è ancora sotto commissariamento per la questione rifiuti, vedi discarica di Malagrotta). Le isole ecologiche e i centri di raccolta di rifiuti ingombranti (come frigoriferi e lavatrici) sono pochissimi: 13 per un Comune di oltre 2 milioni e mezzo di abitanti. Solo in alcuni poi è possibile portare metalli, vernici e solventi o scarti elettronici. Per le strade della capitale inoltre non mancano le solite squallide immagini della “monnezza” lasciata a marcire fuori dai cassonetti. Solo alcuni giorni fa, per altro, degli sconosciuti hanno appiccato il fuoco in una delle “isole” della città, quella di via Severini, che per ora rimane chiusa.

E poi dove vanno a finire i rifiuti differenziati una volta inseriti nei cassonetti? Potrebbe sembrare una domanda banale: ovviamente devono essere riciclati. In realtà, però, non è detto che, una volta avvenuta la separazione, tutti i rifiuti finiscano al posto giusto. Su questo e altri aspetti del “ciclo rifiuti” torneremo nelle prossime settimane, in cui proseguiremo e approfondiremo, sulle pagine del nostro settimanale, la nostra inchiesta sulla raccolta differenziata a Roma, una città che, come tante altre, con la buona volontà dei suoi abitanti e dell’amministrazione comunale, potrebbe fare molto di più per salvaguardare l’ambiente.

La redazione

 

Autorità politiche e istituzionali, con in testa il premier Berlusconi, hanno inaugurato il termovalorizzatore di Acerra in un clima di esaltazione, ma in realtà la questione rifiuti è ancora aperta e i rischi ambientali e sanitari aumentano

IL GRANDE BLUFF DI ACERRA

La fine di marzo ha segnato l’inizio di una nuova epoca per la Campania e per l’Italia intera: dopo anni di fervida attesa è stato (finalmente?) inaugurato ad Acerra (Na) il termovalorizzatore che dovrebbe mettere definitivamente fine all’emergenza rifiuti. La notizia è stata accolta con grande clamore dai piani alti dello Stato, sono fioccati in questi giorni moltissimi complimenti alle autorità per il lavoro svolto e non sono mancati inutili sensazionalismi: “il termovalorizzatore più potente, più grande, più efficiente che sia mai stato costruito in Italia”. L’assessore regionale al Turismo, Claudio Velardi, ha persino invitato la stampa a contemplare il valore simbolico che l’apertura del termovalorizzatore ha assunto, ovvero di rilanciare anche il turismo campano, senza escludere frecciatine ad “una certa sinistra trasversale” che ha ostacolato per anni questo progetto (chissà perché, verrebbe da chiedersi). Ed ovviamente, il nostro presidente del Consiglio è stato ancora una volta insignito di meriti che non gli spettano. In una realtà in cui non è ben radicata la cultura al rispetto dell’ambiente e della natura, un termovalorizzatore può essere un’arma a doppio taglio, come hanno cercato di dimostrare tutte le organizzazioni ed i comitati cittadini che si sono battuti fino all’ultimo contro l’apertura dell’impianto.

Apparentemente potrebbe sembrare un controsenso, dal momento che nel Nord Europa, ma anche in Italia, ci sono termovalorizzatori che sfruttano l’energia dei rifiuti a favore dell’uomo e dell’ambiente, ma parliamo di realtà con una coscienza ambientale molto più avanzata rispetto a quella purtroppo radicatasi nel corso degli anni in tutto il resto d’Italia, Campania compresa. Un termovalorizzatore in piena regola dovrebbe essere messo in funzione solamente nel momento in cui si ha la certezza che tutto il territorio interessato pratichi assiduamente la raccolta differenziata, ma ciò in Campania non avviene dappertutto: in alcune zone dell’hinterland ci ritroviamo ancora dinanzi a cassonetti traboccanti di carta, alluminio e plastica senza alcuna differenziazione; il tutto, una volta prelevato dalla nettezza urbana, finirà ad Acerra, bruciato come semplice immondizia. Non tutti sanno però che, una volta bruciata, la plastica produce sostanze tossiche e nocive sia per chi respira, dunque persone ed animali, sia per il territorio, che, intriso di anidride carbonica ed altri ossidi altamente dannosi, produrrà frutta e verdura contaminata, la stessa frutta e la stessa verdura che viene quotidianamente consumata sulle tavole di gran parte dei Campani e non solo.

Alcune preoccupanti stime sui danni che potrebbe arrecare all’ambiente questo termovalorizzatore, sono state rese note da un comunicato stampa del Wwf, pubblicato il 26 marzo scorso: l’impianto può smaltire circa 2000 tonnellate di rifiuti al giorno. Di conseguenza, le scorie prodotte dalla combustione saranno pari al 30% in peso di ciò che quotidianamente vi entra, dunque, 600 tonnellate di scorie da smaltire ulteriormente e dannosissime per suolo, aria ed acqua. Le sostanze diffuse nell’aria, poi, si estendono per circa 100 km, ben oltre Acerra, ed il quantitativo di diossine emesse sarà pari a 550 milioni di picogrammi ogni giorno (in proporzione al territorio). Persino la Chiesa si è schierata contro il grande progetto di Acerra: il vescovo della cittadina, Salvatore Rinaldi, ha dichiarato che il termovalorizzatore farà arretrare la Campania di dieci anni per quanto riguarda la raccolta differenziata, destinata a diventare un ammasso di immondizia indifferenziata.

Il vescovo, in segno di protesta, non si è presentato all’evento al quale hanno partecipato tutte le autorità locali ed italiane. Neanche il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, ritenuto da Berlusconi amico per l’impegno costantemente dimostrato nella lotta per la legalità e contro l’emergenza rifiuti, ha presenziato all’evento: una ragione ci sarà. Fu proprio il cardinale Sepe, dopo una visita di Berlusconi a Napoli, a lanciare un appello significativo, affinché Napoli non piombasse nel mondo degli esclusi e affinché Acerra e tutte le altre zone maggiormente colpite dall’emergenza non diventassero un’appendice maleodorante della Campania. Il tempo, purtroppo ci dirà se le parole del cardinale Sepe sono state ascoltate o meno.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI MARZO

28/03/2009

A Follonica (Grosseto), il 31 marzo saranno inaugurate le prime abitazioni ecosostenibili, vale a dire appartamenti che si serviranno della sola energia geotermica, un’energia ad impatto zero che cancella le tradizionali bollette

LE PRIME CASE A RISPARMIO ENERGETICO

In un periodo cosi critico sia per l’economia sia per la salute del pianeta, è importante che si reagisca nel migliore dei modi. Una notizia positiva e sorprendente arriva da Follonica (Grosseto): il 31 marzo 2009, saranno inaugurate le prime abitazioni (precisamente 20) che si serviranno della sola energia geotermica. Si tratta di appartamenti di 85 mq circa, dotati di giardino e box auto. Chi vi abiterà riceverà gratuitamente energia geotermica che sarà utilizzata anche per riscaldare le abitazioni d’inverno e per alimentare i condizionatori d’estate in modo pulito. Ma c’è di più: essendo un tipo di energia ad impatto zero, non sarà necessario il pagamento delle famose bollette, data l’ubicazione delle strutture. Nello specifico, si tratta di un tipo particolare di energia geotermica, chiamata “geotermia a bassa entalpia”, energia emanata in modo spontaneo dalla terra, che viene poi canalizzata nelle abitazioni con un particolare sistema di sonde.

Lo studio e la realizzazione del progetto sono stati portati a termine dall’Istituto Ecogeo di Siena, con la collaborazione della Cooperativa edile “L’Avvenire”, per un costo di 255 mila euro ad appartamento. Il geologo Giacomo Biserni, tra i responsabili dell’Ecogeo, spiega la tecnica utilizzata per estrarre energia, che consiste nella trivellazione del terreno in diverse parti, per una profondità di un centinaio di metri; dopo questa operazione, si procede con sonde dal diametro massimo di 15 cm, collegate ad una centrale termica in modo che l’energia catturata si propaghi per le serpentine collocate sotto ogni appartamento. Generalmente, quando si parla di energia geotermica si pensa subito al calore che essa può produrre, ma, in questo caso, siamo dinanzi ad un doppio utilizzo dell’energia: non solo riscaldamento d’inverno, ma anche refrigeratore d’estate.

I tecnici ed i geologi addetti alla costruzione degli impianti, inoltre, con l’apporto di energia a bassa entropia, hanno progettato e costruito anche impianti fotovoltaici (ad energia solare), utilizzando però materiali particolari e specifici: mattoni ad alta efficienza energetica ed isolanti naturali per i pavimenti, il tetto e le pareti, in modo da non disperdere l’energia acquisita. I più scettici pensano subito a costi elevati, ma si tratta di una scommessa per dare uno schiaffo alla crisi, non solo energetica, ma soprattutto edilizia: il prezzo apparentemente elevato degli appartamenti viene opportunamente compensato dalla “bolletta zero”: nessuna tassa, almeno per i consumi energetici.

L’impianto di Follonica rappresenta, insieme a quelli del “Progetto Archimede” di Siracusa (funzionanti ad energia solare nell’impianto ENEA), un effettivo passo in avanti verso il futuro: per la prima volta, infatti, le case sono alimentate con energia del tutto naturale, grazie alle tecnologie più avanzate del settore. L’Italia intera possiede un enorme potenziale per lo sfruttamento ecosostenibile di energia, basti pensare alle numerosissime zone vulcaniche, la cui energia geotermica, può essere sfruttata proprio come sta per accadere a Follonica. Nel Nord Europa tali sistemi sono collaudati da molto tempo ormai e funzionano perfettamente. In Italia siamo solo all’inizio, ma se i progetti appena realizzati daranno risultati efficienti, allora potremo metterci in carreggiata con il resto d’Europa.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

I lavori in vista del G8, caratterizzati da una fretta pericolosa, invece di migliorare l’immagine della città stanno producendo danni notevoli alla fisionomia del centro storico e non solo, con il silenzio della Sovrintendenza

LA FRETTA PARTORISCE GLI SCEMPI

Da sempre Ortigia rappresenta il nucleo centrale della città, luogo di cultura, di inestimabile bellezza, ma anche di incontro, divertimento, svago. Essa è ormai divenuta il biglietto da visita della città e per tale motivo gli interventi di riqualificazione urbana, negli ultimi anni, hanno riguardato quasi del tutto l’isolotto. La scelta di ospitare il G8 ambiente al Castello Maniace ha fatto sì che si procedesse all’avvio di tutta una serie di lavori di “maquillage”, soprattutto sul manto stradale, profondamente segnato da buche e sconnessioni. I tempi stretti a disposizione delle imprese hanno determinato una fretta pericolosa, specialmente per quel che riguarda un luogo così ricco dal punto di vista storico, artistico e archeologico. Si sa che la fretta non è una condizione che ben si sposa con la correttezza e l’adeguatezza delle azioni, e così accade che, camminando per le vie di Ortigia, è possibile accorgersi di imbarazzanti contrasti tra la bellezza storica degli edifici e le “aggiunte” partorite dal tour de force del G8.

Un esempio per tutti: passeggiando per il lungomare che circonda l’isola si può notare la colata nera di asfalto che ha soppiantato le precedenti basole e le mattonelle, di cui rimane ancora traccia sui marciapiedi. Uno scenario tetro che ha completamente cancellato la fisionomia storica del lungomare, marchiandolo con una distesa scura e spessa che, tra l’altro, mostra già preoccupanti crepe e macroscopiche imperfezioni. Oltre ad essere assolutamente “fuori luogo”, infatti, l’asfalto gettato sul lungomare appare sconnesso: ci sono tratti in cui esso, ai lati, arriva quasi al livello del marciapiede, mentre rimane al di sotto, almeno di 30 centimetri, rispetto al livello dei tombini, creando così una situazione di grave pericolo soprattutto per i motociclisti. Un lavoro fatto male che, probabilmente, comporterà il sorgere, a breve (forse anche prima del G8), di buche pericolose, che non renderanno onore all’ingente dispendio di risorse pubbliche.

Girando per Ortigia, poi, è possibile anche notare come vi siano pochi controlli sulla sicurezza sul lavoro, dato che è stato facile vedere, nei pressi della Fonte Aretusa, gli operai impegnati nella sistemazione delle ringhiere del tratto di lungomare che scende dalla Fonte stessa fino alla marina eseguire i lavori al di là delle ringhiere stesse, senza la minima imbragatura di sicurezza. Tutto è stato sacrificato in nome della fretta, la fretta di rattoppare le vesti stracciate di una città inadeguata ad ospitare un evento di tale portata. La scelta del ministro Prestigiacomo di far svolgere il G8 ambiente a Siracusa, oltre che per ragioni di incoerenza con la sua stessa politica ambientale distruttiva e industrialista, è stata assolutamente irresponsabile in quanto la città (Ortigia compresa) presenta tutta una serie di carenze che non si possono risolvere con tale frenesia. Oltre alle carenze, ci sono poi anche i vincoli, che determinano per Ortigia tutta una serie di autorizzazioni legate anche al più piccolo degli interventi.

La Soprintendenza dei Beni Culturali, infatti, ha il compito di vigilare sull’esecuzione di lavori in aree ad alto contenuto archeologico e storico. In nome del G8, però, sembra che l’ente di piazza Duomo abbia un po’ abbassato la guardia, dato che ha consentito la sepoltura delle basole del lungomare sotto una colata di asfalto che deturpa il panorama e che contrasta spudoratamente con gli edifici circostanti. Non solo, in nome del G8, anche i contemporanei lavori di adeguamento della rete fognaria nell’area della Borgata dovranno essere completati entro la prima settimana di aprile. Nulla da eccepire, se non fosse che nel corso di tali lavori siano stati rinvenuti importanti resti archeologici, adesso all’esame degli studiosi. È chiaro che, di fronte alla presenza di resti di elevato valore archeologico, non si possa pretendere la chiusura sbrigativa delle operazioni di scavo, sacrificando anche la cultura in nome del G8, cioè di un evento strettamente politico.

Siamo alle solite: le istituzioni siracusane hanno deciso di mettere l’apparenza davanti a tutto, costringendo la città a ridisegnarsi in fretta, utilizzando i fondi a disposizione per realizzare, con metodi sbrigativi, interventi di presunto miglioramento di cui, tra qualche mese, non resterà traccia, ma soltanto gli effetti di un modus operandi assurdo. Per non dire poi della vergognosa discriminazione che, da anni, colpisce i quartieri periferici della città e le situazioni di disagio sociale. I cittadini lontani dal centro storico sono relegati ad una posizione di rango inferiore, costretti a vivere in aree prive di servizi e di migliorie infrastrutturali, dimenticati da chi trova i soldi solo per ristrutturare quello che, con un’espressione ormai stucchevole, viene definito il “salottino della città”. Un salottino che con questo modo di agire assume le sembianze di una stanza in cui il grigiore della modernità scavalca la delicatezza dell’antichità, mentre dietro i divani si nasconde la polvere e davanti alla porta d’ingresso esplode il degrado.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

21/03/2009

Il Wwf lancia l’allarme sul rischio sempre più elevato di estinzione di molte specie animali, a causa del riscaldamento globale e dell’inquinamento: istituita una mappa con tutti i dati relativi a questo gravissimo pericolo

ANIMALI SEMPRE PIÙ A RISCHIO ESTINZIONE

L’allarme lanciato da studiosi ed ambientalisti sull’effetto serra non sembra possa rientrare in tempi brevi: nonostante le molteplici sollecitazioni da parte delle organizzazioni internazionali per la salvaguardia dell’ambiente e del clima, continuano gli sprechi energetici e, di conseguenza, continua ad aumentare vertiginosamente la quantità dei rischi che il pianeta corre. Uno di essi è l’estinzione di specie animali che vivono in simbiosi con l’ambiente che li circonda e soprattutto con il clima di quell’ambiente: il surriscaldamento globale, si sa, apporta modifiche talvolta irreversibili ai vari ecosistemi, che finiscono per danneggiare anche le specie che li popolano. Lo scioglimento delle calotte polari è l’emblema lampante di quanto possa succedere a causa dell’effetto serra, ed è proprio una specie animale peculiare dell’ambiente polare a rischiare l’estinzione: si tratta degli orsi polari, simbolo di tante campagne per la salvaguardia ambientale. Ebbene, entro il 2100, se l’effetto serra continuerà ad aumentare, gli orsi polari saranno estinti. Ma non sono gli unici a rischiare grosso: entro il 2050, il 90% dei coralli della Grande barriera corallina non esisterà più, mentre i pinguini dell’Antartico si ridurranno del 75%.

Nel corso della conferenza sul clima, svoltasi a Copenaghen tra il 10 ed il 12 marzo, alla quale hanno preso parte più di 1600 scienziati da tutto il mondo, il Wwf ha promosso un’importante iniziativa simbolica per manifestare contro gli sprechi e contro l’effetto serra: il 28 marzo, infatti, a partire dalle 20.30 ora italiana, sarà proclamata un’ora di buio mondiale, vale a dire che chi vorrà spegnerà le luci della propria abitazione per un’ora. Il tutto, sarà registrato dal Wwf, che riporterà il risparmio energetico effettivo di quest’ora di buio. Al di là di questa iniziativa singolare ma importante, il Wwf ha istituito una Wwf map (“Mappa del Wwf) in cui sono indicati tutti i dati sul rischio climatico ed ambientale nel mondo: secondo questa mappa, entro il 2050 circa il 70% dell’ecosistema naturale delle tigri tra India e Bangladesh sarà completamente distrutto. La mappa comprende anche i rischi che corrono il mare e le sue specie animali: le tartarughe marine rischiano l’estinzione a causa della quantità sproporzionata di femmine rispetto ai maschi, il tutto dovuto ad un aumento della temperatura marina dai 24-25°C “regolari” ai 34°C, temperatura questa che risulterebbe letale per le uova di esemplari maschi.

Inoltre, a causa dell’acidificazione degli oceani dovuta all’aumento di anidride carbonica, stanno drasticamente diminuendo le risorse alimentari per i predatori marini, i quali, di conseguenza, rischiano l’estinzione. Stretta correlazione con il mare ce l’hanno gli Albatross, uccelli che, insieme a tanti altri, mal sopportano le variazioni climatiche. Tendiamo troppo spesso a focalizzare l’attenzione su quanto potrebbe succedere all’uomo, alla sua vita ed a tutto quel che caratterizza l’idea di progresso che abbiamo oggi, nel caso in cui ci sarebbe bisogno di dare una vera e propria svolta alle politiche ambientali, ma ben pochi, a parte le apposite organizzazioni, si interessano della salute e della sopravvivenza delle specie animali. A differenza dell’uomo, molti animali necessitano di un sano equilibrio con l’ambiente nel quale vivono e, se tale equilibrio si altera, è a rischio la loro stessa esistenza. L’estinzione di alcune specie è il campanello d’allarme più drammatico per avviare una svolta che, purtroppo, tarda ancora a realizzarsi.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Presto uscirà da un garage di Norfolk, in Inghilterra, la prima auto sportiva elettrica, realizzata con pezzi comprati su e-Bay: si tratta di un’auto capace di raggiungere la velocità di 60 miglia orarie in appena 4 secondi

LA SUPERCAR ELETTRICA BATTE LA FERRARI

È più veloce di una Ferrari V12 e può raggiungere la velocità di 60 miglia orarie in quattro secondi, ma soprattutto è alimentata solamente ad energia elettrica. È la prima “supercar” elettrica europea, realizzata da un gruppo di ingegneri specializzati in motori sportivi e uscirà entro poche settimane da un garage di Norfolk, in Inghilterra. Secondo quanto riferiscono le riviste specializzate, gran parte dei pezzi della nuova automobile sono stati rimediati sul web, attraverso e-Bay, e appartengono ad una Lotus Exige di seconda mano.

Gli ingegneri incaricati dalla compagnia Ecotricity di Dale Vince di realizzare la “supercar elettrica” hanno tutti lavorato per la Lotus, contribuendo tra l’altro alla creazione di molte delle macchine sportive sognate da intere generazioni di piloti, come la McLaren F1 e la Corvette 2R1. Ora, tuttavia, gli stessi ingegneri hanno avuto un budget massimo di 200 mila sterline (259 mila euro) a disposizione e pochi mesi di tempo per realizzare un prodotto sul quale una grande compagnia automobilistica come la Ford avrebbe speso anni e milioni di dollari. 

Ovviamente il prezzo dell’auto non è abbordabile per comuni mortali: il costo è di 80 mila euro, ma il fatto che anche una vettura sportiva, “di questi tempi”, possa essere alimentata ad energia elettrica è sicuramente incoraggiante. Il pubblico delle auto sportive finora era abituato a pensare all’auto elettrica come a qualcosa di lento e poco sicuro, al contrario la nuova spider, già prodotta negli Usa con il nome di “Tesla Roders”, è la dimostrazione di come sia possibile il vero “sviluppo sostenibile” anche nel settore delle alte tecnologie. L’auto per altro sarà dotata di batterie al litio di nuova generazione che le assicurano un’autonomia di ben 400 chilometri con una ricarica, che può essere fatta semplicemente... attaccandola alla spina.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

 

14/03/2009

Al Senato spunta una proposta di legge di un senatore del Pdl, tale Franco Orsi, che intende riformare la legge 157/92 sull’attività venatoria, introducendo misure spietate e abbassando a 16 anni il limite di età

CACCIA REGOLATA? NO, ECCIDIO PROGRAMMATO

In mezzo alla crisi ed alle soluzioni a senso unico prospettate dal governo, tutte dirette a sacrificare l’ambiente attraverso la cementificazione selvaggia, l’installazione di centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori e quant’altro, spunta una proposta di legge che con la crisi non c’entra nulla e che etichettare come disumana è fin troppo gentile. Un senatore del Pdl, noto cacciatore, ha pensato bene di trasformare il Parlamento in un ufficio privato, in cui decidere ciò che personalmente conviene, in barba a leggi vigenti, normative europee e sanzioni già comminate al nostro Paese. Il famigerato senatore si chiama Franco Orsi ed è l’autore della proposta di riforma della legge 157/92, che disciplina l’attività venatoria e tutela la fauna. Si tratta di una proposta che mira ad eliminare totalmente qualsiasi forma di rispetto per gli animali, non solo per le prede ma anche per quelli che vengono utilizzati come richiamo, reintroducendo pratiche medievali che sono vietate da tempo immemore, come ad esempio l’uso di “zimbelli”, cioè l’usanza di legare gli uccelli (spesso  spezzando loro le zampe) a una corda o a un bastone di legno accanto alle reti come richiamo per altri uccelli predatori, i quali a loro volta divengono bersaglio dei cecchini. Una pratica terribile che il senatore Orsi vuole far tornare di moda, con grande piacere di tutti quei cacciatori che amano già oggi aggirare le regole e seviziare gli animali.

La proposta Orsi contiene talmente tanti punti illegali da far arrossire anche una parte dei cacciatori, come ad esempio Osvaldo Veneziano, presidente di Arci Caccia, il quale al Corriere della Sera ha affermato polemicamente che dentro la proposta “c’è anche la norma che autorizza a sparare sulla neve in aree private. La lepre affonda e io miro senza fatica. Finisce l’etica del cacciatore e si apre alla pura logica di mercato. Anche il mio setter si rifiuterebbe di fare una cosa del genere”. Già perché di norme assurde ce ne sono tantissime: a partire dalla possibilità di sparare anche in presenza di neve e ghiaccio (quando gli animali diventano facilissima preda in quanto, stremati, si espongono per cercare cibo e calore), fino alla libertà assegnata alle Regioni di estendere la lista delle specie cacciabili e degli spazi di caccia, coinvolgendo anche le aree protette, oppure la possibilità di sparare, su richiesta del Sindaco o del Prefetto, anche ad animali ritenuti “fastidiosi”. Per non parlare poi di una novità clamorosa: l’abbassamento del limite di età a 16 anni per svolgere l’esame di abilitazione all’attività venatoria. Così, tra boschi e spazi verdi, attorno alle zone protette o magari nelle aree private, anche davanti casa vostra potrete osservare cacciatori in erba, giovani ed armati che imbracciano e puntano il fucile ancor prima di imparare a guidare la macchina o a mettere un segno sulla scheda elettorale.

Una follia inaudita, che tra l’altro ignora completamente l’alto numero di incidenti mortali che coinvolge i cacciatori ogni anno, in occasione della stagione della caccia (nell’ultima stagione i morti sono stati oltre 40). Ad Orsi non è bastata l’idea di aumentare il periodo di caccia, ma anzi si è spinto oltre, chiedendo famelicamente di abbattere ogni limite: nel dettaglio, la proposta prevede l’abbattimento o l’abbassamento di dei limiti relativi sia alle specie cacciabili (in questo modo si introducono nell’elenco anche volatili molto piccoli come allodole, merli, peppole, fringuelli, ecc.), che alle aree di caccia (con l’inclusione della possibilità di sparare nelle aree di passaggio dei migratori e anche in prossimità delle aree protette). Scompare anche la definizione di specie superprotette, come aquile, fenicotteri, lupi, orsi, cigni, cicogne, ecc., che vengono così private delle particolari condizioni di protezione di cui godono. Viene eliminato il limite di 40 uccellini vivi, da utilizzare nelle gabbie come richiami naturali, nonché l’anello di identificazione da porre sulla zampa, lasciando la possibilità ai cacciatori di usarne in quantità notevole e di decidere in maniera indisturbata del destino di tali volatili. Sparisce l’ISPRA, cioè l’ente scientifico nazionale per la fauna selvatica, le cui funzioni verranno svolte in maniera autonoma dalle regioni, con totale libertà normativa e regolamentare.

Allo stesso tempo, saranno punite le regioni che proteggono più del 30% del proprio territorio e si renderà possibile la caccia in deroga (cioè la caccia alle specie non cacciabili) addirittura nei Parchi e nelle altre aree protette, mentre si consentirà a regioni come Lombardia e Veneto di continuare a cacciare specie non cacciabili, sulla base di leggi regionali. Inoltre, sindaci e prefetti potranno autorizzare l’abbattimento e l’eradicazione degli animali, senza il minimo rispetto per le norme europee. Sarà sufficiente che un singolo animale sia ritenuto “fastidioso”, come nel caso dei cinghiali di Genova o nel caso di caprioli, cervi, lupi, orsi e perfino cani e gatti. Tutti possono essere condannati a morte da prefetti e sindaci con l’aiuto entusiasta e spietato dei cacciatori. Al contempo viene ridotta al minimo la vigilanza sull’attività venatoria, così da favorire i tanti bracconieri e tutti coloro che non amano le regole (ed in questo Paese ce ne sono troppi). Insomma, un disegno di legge vergognoso, crudele, incivile, di cui è autore questo senatore-cacciatore del Pdl. Le associazioni ambientaliste sono sul piede di guerra e promettono battaglia. L’augurio è che il Parlamento, in maniera trasversale, respinga con forza questa proposta folle e spietata, spegnendo le velleità fameliche di questo fuciliere seduto tra i banchi del Senato. Un Orsi pericoloso che si aggira in Parlamento, l’unico Orsi che merita di essere catturato prima di perpetrare danni.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

Un team di ricercatori del Cnr di Firenze, guidato dal dr. Franco Miglietta, ha condotto uno studio su un’antica tecnica agricola, denominata biochar, che permetterebbe di ridurre notevolmente le emissioni di CO2 e l’effetto serra

UN’ANTICA TECNICA AL SERVIZIO DEL FUTURO

A volte ritornare al passato può essere utile, come ci dimostrano alcune ricerche condotte dall’Istituto di Biometeorologia del Cnr di Firenze: il gruppo di ricercatori, coordinato dal dr. Franco Miglietta, ha lavorato a lungo sulla riproposizione “moderna” di un’antica tecnica agricola precolombiana, che sarebbe in grado di salvare la Terra dall’effetto serra. I risultati fino ad ora sono molto incoraggianti. Tutto è iniziato qualche anno fa in Brasile, dove furono scoperti dei terreni caratterizzati da un alto contenuto carbonioso, circa 70 volte maggiore rispetto ai terreni circostanti: si tratta di piccole zolle scure e friabili, molto simili al carbone utilizzato per la brace. Il dr. Miglietta afferma che queste zollette carbonificate derivano dalla combustione incompleta di parti vegetali, che successivamente venivano aggiunte ai terreni da coltivare, quasi come un fertilizzante, il tutto svolto nell’arco di migliaia di anni dalle popolazioni indigene. Si tratta di una tecnica alternativa al più noto “taglia e brucia”, chiamato in questo caso “taglia e carbonifica”. L’equipe di Miglietta ha appurato che questa tecnica veniva praticata soprattutto dagli Indios della regione Amazzonica, ma dopo varie analisi si è giunti ad un’importante scoperta: se la tecnica del “taglia e carbonifica” venisse estesa su più larga scala, l’effetto serra potrebbe subire una netta retrocessione, data la rimozione di gran parte di CO2 dall’atmosfera.

Sappiamo infatti che l’anidride carbonica (CO2) viene assorbita dalle piante, che dopo il proprio ciclo vitale la restituiscono all’ambiente, ma se tale anidride carbonica venisse trattenuta sotto terra per migliaia di anni, allora si ridurrebbero drasticamente le emissioni di questo gas assai nocivo per l’atmosfera. Quella che un tempo era chiamata la terra preta de los Indios (terra nera degli Indios), è oggi chiamata dagli scienziati biochar, diventato protagonista del progetto ITABI (Italian Biochar iniziative), promosso dall’Ibimet. Sono state effettuate varie ricerche sui terreni toscani, seguite poi da esperimenti e risultati importanti: secondo le statistiche elaborate dall’Ibimet, aggiungendo circa 10 tonnellate di biochar per ettaro, nell’atmosfera ci saranno circa 30 tonnellate in meno di anidride carbonica, la produzione di frumento duro aumenterà del 15% circa, i terreni saranno sgombrati da residui organici e chimici, si farà quasi del tutto a meno dei fertilizzanti chimici e, inoltre, la combustione del biochar produrrà energia da sfruttare nei modi e nelle forme più varie.

Ottenere il biochar è piuttosto semplice: basta lasciare in combustione diversi tipi di residui vegetali (come rami potati, paglia, pula di riso, gusci di noce, erba secca), che, una volta ricoperti di terreno, vengono sottoposti ad un processo di combustione chiamato pirolisi, sempre a temperature di poco superiori ai 300°C. A testimonianza del grande interesse suscitato dalla produzione di biochar, sono vistosamente aumentate le pubblicazioni scientifiche sull’argomento e, nel corso di conferenze sul clima e sull’inquinamento, la questione biochar è diventata uno degli argomenti di confronto più gettonati. Ma c’è dell’altro: secondo altri studiosi, la produzione massiva del biochar sarebbe ancora più vantaggiosa ed efficace per la produzione di energia, rispetto a quanto si potrebbe ottenere sfruttando intensamente le centrali termiche e geotermiche. Il biochar è la palese dimostrazione che, talvolta, un passo indietro ci può permettere di farne tanti altri verso il progresso ed il miglioramento delle nostre condizioni di vita. A cominciare dall’aria che respiriamo.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

7/03/2009

I lavori per migliorare l’immagine di Siracusa, in vista del G8 ambientale di aprile, in realtà sembrano un lifting frettoloso per nascondere le rughe e le imperfezioni di una città ai minimi livelli per qualità della vita 

L’APPARENZA INGANNA

Apparire è meglio che essere. Questa sembra essere la nuova estemporanea  filosofia della leadership amministrativa locale, adottata per celare guasti, contraddizioni, inadempienze, degrado e vessazioni pagate dall’intera comunità. Disordine e improvvisazione sono gli elementi prevalenti nel quotidiano svolgersi della vita della città capoluogo, che al di là di poche “casematte isolate” di resistenza non producono né turbamenti eccessivi né proteste per la debolezza o l’evanescenza di una società civile distratta o indifferente. Sono questi tratti caratteristici del fluire della vita sociale e politica del capoluogo aretuseo che consentono alle nuove composite e supponenti oligarchie del potere locale di innalzare cortine fumogene sulla realtà. Così l’appuntamento con il vertice internazionale del G8, che si svolgerà dal 21 al 24 aprile a Siracusa, è diventato l’occasione per sfuggire alle responsabilità di scelte sbagliate o mai fatte e per ipotizzare scenari irreali di un cambiamento della qualità della vita. C’è chi, come il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, convinto di entrare nella storia, si è lasciato andare ad affermazioni apodittiche, sostenendo che quest’evento lascerà a Siracusa il segno per i prossimi 20 anni, ma in realtà, molto più pedestremente, forse pensava a come fare buona figura, sollecitando gli amministratori locali a coprire le vistose falle presenti nel tessuto urbanistico e viario della città, infiocchettandole con piante e addobbi e con largo uso di manti bituminosi o con la sistemazione di “basole” fuori asse che come negletti ruderi affiorano in tante parti del centro storico.

Nulla da eccepire sulla necessità di migliorare l’immagine del centro storico, di eliminare brutture, sistemare pavimentazioni dissestate adeguandone anche le opere idrauliche, come altrettanto accettabile è sistemare le strade della città, renderle più sicure, eliminare i percorsi di guerra: tutto ciò può servire alla città, a migliorare la capacità attrattiva delle sue bellezze urbanistiche  e naturali. Ciò che però stona e non può essere taciuto  è  innanzitutto avere scoperto le necessità esistenti solo in vista di un evento, di avere previsto interventi solo per una porzione della città e di aver concepito interventi urgenti solo per consentire alle delegazioni straniere che giungeranno in città di passare attraverso percorsi resi più gradevoli solo perché mimetizzati da un fondo tinta appena rifatto. Come appare infatti da quanto si vede in giro, più che di sistemazione vera e propria delle aree di Ortigia e delle vie di accesso esterne e interne per raggiungerla e attraversarla, si ha la sensazione che si tratti di un lifting posticcio che serve solo a nascondere rughe e imperfezioni. Anzi, l’attività frettolosa con la quale si stanno realizzando gli interventi nelle aree prescelte fa sorgere molti dubbi sia sul risultato finale delle opere sia sulla loro stessa qualità. Bastano pochi esempi per far sorgere  molte perplessità. Le porticine di lamiera scatolata che fiancheggiano, come guard-rail, la cosiddetta strada panoramica (per cui è prevista anche la ripavimentazione) del parco della  Neapolis sono state pitturate di bianco e ne sono state installate alcune nuove nei punti in cui mancavano.

La cosa curiosa è che, come abbiamo potuto constatare, questa operazione è stata fatta con grande celerità, senza rimuovere la ruggine sottostante e senza una particolare cura dell’aspetto estetico finale. Probabilmente la ditta che ha eseguito i lavori avrà pensato che la ruggine preesistente fosse coperta da vincolo archeologico e non dovesse essere dunque rimossa! Ma la cosa più esilarante è aver lasciato in bella vista una vecchia carcassa di brandina, installata non si sa da chi per coprire un varco. Un neo per il sindaco Visentin, che alla sistemazione della panoramica sembra tenerci molto, soprattutto per l’alta probabilità che qualche delegazione decida di visitare l’area del parco archeologico e del teatro greco! Altre perplessità nascono dal modo in cui è stato steso il bitume nelle strade già completate, con un cordolo mediano in bella vista, forse per ricordare agli automobilisti che è un tracciato a doppia corsia. E bisognerà pur chiedersi se sia compatibile con la valorizzazione del centro storico e dell’isola di Ortigia avere scelto la bitumazione di tutte le vie di passaggio dell’isola, ad eccezione di quelle pavimentate con lastre di pietra. La fretta e la frenesia hanno fatto sorgere grossi contrasti tra l’amministrazione comunale e i commercianti di via Columba, per le conseguenze  negative che il previsto spartitraffico e la piantumazione di 50 palme Washington avrebbe per le loro attività: impedirebbe nei fatti la possibilità dei tir di potere accedere agli esercizi commerciali per il carico e lo scarico delle merci.

Insomma, l’ottimismo e l’esultanza dell’assessore ai lavori pubblici, Concetto la Bianca, e la soddisfazione del sindaco sulla celerità con cui procedono i lavori e sulla possibilità di completarli con un buon margine di anticipo, sembrano forieri di qualche cumulo-nembo. Ci sono poi altri corollari che nel fervore cantieristico, considerato un affare per la città, si aggiungono alla frenesia del momento. Fioriscono così anche illuminanti intuizioni, come quella del consigliere comunale Claudio Fortuna che, affascinato dalle dichiarazioni di Berlusconi  (il quale non esclude la realizzazione di un casinò in Sicilia), ha subito pensato di ipotecare la scelta proponendo come sede l’ex carcere borbonico di via Vittorio Veneto; ecco trovati i soldi per ristrutturarlo. Notevole! Una ridda di proponimenti, di dichiarazioni roboanti, come quella dell’assessore  Spadaro che pensa che il G8 sia l’occasione per creare sensibilità sui temi ambientali. Un modo forse per nascondere i nodi reali e ormai endemici della città? È forse ispirata a questo clima da salotto che si vuole far vivere alla città la soddisfazione espressa dagli amministratori per avere raggiunto nel 2008 l’8,2% della raccolta differenziata (dati Igm), quando già dal 2001 avremmo dovuto essere al 35%?  Per gli amministratori siracusani è normale che  i liquami prodotti da migliaia di abitanti della zona alta della città finiscano in mare all’altezza dell’antica tonnara, che doveva diventare museo del mare.

È normale che la città sia ai primi posti per l’inquinamento urbano da pm10, che intere zone siano prive di servizi, che l’intera periferia sia ancora solo un grande dormitorio senza spazi e strutture adeguate, che siano abbandonate aree  di pubblica fruibilità come  il parco di Bosco Minniti. Tutto ciò non ha mai prodotto impegni tambureggianti o fibrillazioni.  Ma è più grave far finta che non esistono i disagi sociali e che, mentre si pensa ai riflettori che illumineranno per qualche giorno il castello Maniace, appena fuori città, in contrada Rinaura, si mantengono ghetti, ignobili roulottopoli dove sono stati confinati i disperati, gli esclusi, famiglie indigenti. Un’indifferenza agghiacciante, ma che non sorprende, anzi fa parte del dna di una classe dirigente incapace di promuovere solidarietà e crescita sociale, se è vero come è vero che la stagione delle roulottopoli in pieno centro cittadino la inaugurò la giunta Bufardeci per alloggiare nello spiazzo di via Italia 106 gli occupanti abusivi sloggiati dalle case popolari. Una mancanza di umanità che ogni giorno cresce e si moltiplica per l’ignoranza e la protervia di alcuni esponenti locali che propagano e alimentano la paura verso gli immigrati, come avviene a Cassibile, dove si chiede sull’onda dell’autoritarismo di Stato del governo di centrodestra di rimandare a casa chi è costretto a vivere da clandestino solo a causa della famelica ingordigia di imprese e caporali, i quali sulla fatica e sul dolore di tanti sfortunati costruiscono il loro profitto.

Ed è allo stesso modo grave che il G8 sull’ambiente, che pure è un momento importante per far avanzare la concezione di una gestione più equilibrata delle risorse del pianeta, per tagliare gli eccessi e colpire le violazioni prodotte da un modello di sviluppo ancora rapace, non serva a far crescere la riflessione e il dibattito sulle ferite aperte e non sanate  inferte al nostro territorio. È difficile immaginare di poterci presentare come paese virtuoso sul palcoscenico del G8, quando a fare gli onori di casa ci sarà un ministro dell’Ambiente, espressione di una precisa logica di governo, la quale non ha esitato in sede europea a richiedere proroghe e rinvii sulla riduzione delle emissioni delle industrie; la quale  per la Sicilia sostiene spavaldamente la necessità di costruire, in una zona ad alto rischio ambientale e a rischio di incidenti rilevanti come quella di Priolo-Augusta,  un termovalorizzatore e un rigassificatore; la quale non ha esitato neanche un attimo a esprimere il suo pieno assenso ad una politica di realizzazione di centrali nucleari anche nella nostra isola, pur sapendo che almeno fino al 2040 non esiste alcuna possibilità di costruire centrali di IV generazione, le uniche che potrebbero neutralizzare il problema delle scorie radioattive.

 Salvatore Perna -ilmegafono.org

 

La Startkraft, un’azienda norvegese, ha sviluppato su larga scala un sistema ad impatto zero, in già sperimentato in Olanda, che permette di ricavare energia dalla differenza di salinità alla foce dei fiumi

UNA NUOVA OPPORTUNITÀ ECOSOSTENIBILE

Il 2009 è iniziato nel modo giusto, almeno per quanto riguarda lo studio e la produzione di energia pulita ed ecosostenibile: tra i vari metodi già conosciuti e sperimentati nel corso dell’ultimo decennio (pannelli solari, energia eolica, termica e cosi via), studi recenti hanno portato alla luce una nuova tecnica, molto innovativa, che si basa sulla differenza di salinità alla foce dei fiumi, quando cioè l’acqua dolce del fiume si getta nelle acque marine, ovviamente salate. Il paese in cui è maggiormente sperimentato questo tipo di produzione energetica è l’Olanda, grazie alla ricchissima presenza di foci e fiumi, ma è un’azienda norvegese ad aver applicato tale sistema su più larga scala, attraverso la costruzione di una vera e propria centrale elettrica. L’energia prodotta dalla differenza di salinità tra i due tipi di acque è chiamata “energia osmotica” oppure “energia a gradiente salino”, ed il motivo ci è spiegato proprio dal processo in sé: l’acqua a gradiente salino minore (acqua fluviale) fluisce spontaneamente verso l’acqua a gradiente salino maggiore (acqua marina), producendo una discreta quantità di energia da sfruttare in diversi modi.

I primi ad individuare le potenzialità di questo processo naturale sono stati gli ingegneri del Wetsus, centro olandese per la produzione di energie ecosostenibili, a partire dalle osservazioni effettuate alla foce del Reno, nei pressi di Rotterdam: il fiume (tra i maggiori in Europa), sfociando nel Mar del Nord, sarebbe in grado di produrre 1 gigawatt di energia (chiamata “Blue Energy”), quantità sufficiente ad alimentare circa 650 mila abitazioni. Considerando la portata ben più abbondante di altri fiumi in tutto il mondo, come il Gange, il Mississippi o il Rio delle Amazzoni, il sistema potrebbe essere applicato anche alle foci di questi corsi d’acqua, senza impatto ambientale, senza cioè causare alcun tipo di danno all’ambiente, fino ad arrivare a soddisfare circa il 7% del fabbisogno energetico mondiale. L’energia osmotica è nota agli scienziati da tempo, ma sono stati impiegati anni per riuscire a produrre un sistema idoneo alla produzione di energia sfruttando la differenza di salinità tra fiumi e mari. Verso la fine degli anni ’90 sono stati brevettati alcuni prototipi di membrana capace di rilevare le suddette differenze di salinità e, dopo tutta una lunga serie di esperimenti, si è ora in grado di produrre la quantità indispensabile di energia.

Nei prossimi mesi, la Startkraft, azienda norvegese che si è impegnata nella costruzione della prima centrale osmotica, insedierà a Tofte, vicino Oslo, una di queste centrali progettate da tempo. L’impianto ricoprirà una superficie pari circa ad un campo da tennis, in cui saranno insediate 2 mila membrane osmotiche in grado di produrre 4 kilowatt di energia, quantitativo modesto che tuttavia serve più che altro come esempio “illustrativo” della nuova tecnologia. Se l’esperimento di Tofte darà esiti positivi, la Startkraft spera di costruire entro il 2015 altre numerose centrali in grado di ricoprire e soddisfare il fabbisogno energetico di circa 15 mila abitazioni. È ovvio che la produzione di energia osmotica può essere sfruttata soltanto nelle zone in cui si rilevano fiumi di abbondante portata, ma sono proprio quelle le zone del mondo in cui l’uomo agisce in modo più evidente e dannoso sull’ambiente: si parla infatti dei paesi a più recente industrializzazione, che utilizzano per mancanza di finanziamenti tecniche industriali obsolete ed inquinanti, anche per la produzione di energia. Utilizzare il sistema osmotico risolverebbe almeno uno dei tanti problemi che affliggono la popolazione e l’ecosistema di questi Stati.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI FEBBRAIO

28/02/2009

Continua nel Lazio la campagna contro il nuovo gassificatore di Malagrotta, situato nei pressi della nota discarica (la più grande d’Europa) che continuerà ad essere ampliata per accogliere tonnellate di rifiuti

LAZIO: NON BRUCIAMOCI IL FUTURO

La discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, situata alle porte di Roma, si continuerà ad ampliare. Lo ha detto pochi giorni fa il responsabile della Protezione civile e sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Emergenza rifiuti, Guido Bertolaso, riaprendo il dibattito sul futuro della discarica romana, dove per altro è stato realizzato un gassificatore che ha già creato non pochi problemi alla regione Lazio. Esso infatti sorge nello stesso sito della discarica, vicino ad un deposito di carburante, ad una raffineria, ad una gigantesca cava e ad un impianto di rifiuti tossici ospedalieri e l’11 novembre scorso, alla vigilia della sua inaugurazione, era stato messo sotto sequestro per una presunta violazione del decreto legislativo in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (la cosiddetta legge Seveso II) e il proprietario della discarica, Manlio Cerroni (da molti considerato un benefattore per la città di Roma) indagato insieme al responsabile dell’impianto Francesco Rando. Ora il gassificatore è in fase di collaudo, dopo essere stato riaperto, ma i problemi rimangono. Si teme infatti che, una volta in funzione, la struttura possa spargere, su un’area di almeno 100 chilometri, particelle e composti volatili molto pericolosi e in grado di aggredire anche il nostro Dna, tra i quali la diossina, che per altro rischia di finire sulle nostre tavole perché si posa sul terreno dove pascolano mucche e altri animali.

 All’inquinamento derivante dal gassificatore si aggiungono poi tutte le scorie tossiche prodotte dagli altri siti industriali di Malagrotta, inclusa la discarica stessa, formando quindi una miscela esplosiva per gli abitanti del luogo e le aree circostanti. Insomma, da marzo scorso, quando la Regione Lazio rischiava gravi sanzioni da parte dell’Ue per non aver notificato il suo Piano Rifiuti a Bruxelles, nulla sembra essere cambiato. Il presidente della Regione, Piero Marrazzo, ha presentato il Piano Rifiuti, ma la situazione a Malagrotta è rimasta immutata: la discarica continua ad accogliere il 70% dei rifiuti di Roma, Ciampino, Fiumicino e Città del Vaticano, il gassificatore sta per entrare in funzione e pochi sono i progressi fatti in termini di raccolta differenziata. Marrazzo ha presentato una proposta di legge che istituisce cinque Ambiti territoriali ottimali (Ato) per la gestione dei rifiuti nella provincia di Roma, ma sulla chiusura di Malagrotta e sul futuro del gassificatore nulla è stato detto.

Sembra anzi che la Regione voglia semplicemente spostare la discarica (in una località vicina, Riano), senza promuovere un progetto concreto per lo smaltimento dei rifiuti attraverso “metodi puliti e meno costosi”. Eppure un contro-piano rifiuti ci sarebbe, quello della campagna “Non bruciamoci il futuro” promossa dal Comitato cittadino del XX Municipio di Roma, da Gaia e dalla Rete nazionale Rifiuti Zero, e mirata ad una corretta informazione dei cittadini sul ciclo di gestione dei rifiuti e sulle ricadute ambientali e sanitarie di un cattivo smaltimento dei rifiuti sulle comunità residenti. L’iniziativa promuove una diffusione generalizzata della raccolta differenziata porta a porta e il “Trattamento meccanico biologico” quale unico processo industriale sostenibile e attuabile subito. Basterebbe poco, insomma, per rendere un po’ più pulita l’area della periferia capitolina, e non solo; puntando sulla raccolta differenziata e su uno smaltimento dei rifiuti “a basso impatto ambientale” si ridurrebbero anche i costi operativi (e sanitari) derivanti dalla messa a norma delle discariche, dalla termovalorizzazione e dalla gassificazione. 

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Davanti alla schiacciante pressione del fronte industrialista, l’Associazione “Decontaminazione Sicilia” ha inviato al segretario della Commissione europea un articolato reclamo e la richiesta di verifiche procedurali

IL CASO RIGASSIFICATORE ALL’ESAME DELL’UE

Quanto si sta perpetrando nella zona industriale siracusana a danno del diritto inviolabile dei cittadini ad essere protagonisti delle scelte che riguardano il destino del loro territorio e la possibilità di convivere con attività economiche compatibili, sicure e non devastanti, sta assumendo il carattere di una sfida dei “poteri forti” contro ogni legittima richiesta di affermare uno sviluppo giusto disancorato da interessi privati o di parte, per imporre cioè senza contraddittorio e con rapace premeditazione soluzioni che appaiono intollerabili. Il rigassificatore della Ionio Gas è diventato la cartina di tornasole di meccanismi di politica industriale scissi dall’interesse generale e dai bisogni reali della collettività. Sulle colonne dei giornali e nei media si affanna a dare sostegno all’avvio della costruzione dell’impianto uno stuolo chiassoso, capitanato dal ministro dell’Ambiente, dalla Confindustria, da forze politiche di centrodestra e di centrosinistra (che preferiscono in larga parte il silenzio temendo qualche effetto di impopolarità), dai sindacati, che agitano i problemi dei rischi occupazionali per giustificare l’adesione acritica al progetto. Per dare peso alla logica dei benefici di un investimento come il terminal di rigassificazione, che serve solo agli obiettivi commerciali dell’impresa, si inventano scenari di sviluppo ipotetici, si prefigurano orizzonti strategici per le attività industriali. Si evita però di compiere un’analisi reale della situazione, si dimentica di dire che la Sicilia e la nostra provincia non soffrono di carenze energetiche, semmai di ritardi nell’ammodernamento delle reti di trasporto dell’energia, e che in tutto il paese per avere un approvvigionamento di gas adeguato bastano quattro rigassificatori (Porto Empedocle e Melilli non sono assolutamente necessari).

Si sostiene che senza il rigassificatore ci sarà il declino del comparto industriale, mentre in realtà il ridimensionamento dell’industria siracusana è il frutto dell’incapacità di aprire una grande vertenza sul futuro della chimica, delle produzioni derivate sostenibili, le uniche in grado  di garantire incrementi occupazionali sensibili. E i sindacati anziché avviare una forte mobilitazione contro il governo nazionale per costringerlo a dare il peso e l’attenzione dovuta al sito siracusano, continuano a chiedere incontri sterili ai rappresentanti di governo, caldeggiano l’apporto e l’aiuto dei rappresentanti siracusani con ruoli di governo, fingendo di non sapere che l’Eni non ha interesse a rilanciare le produzioni chimiche e che l’unica possibilità è il coinvolgimento di nuovi soggetti imprenditoriali disponibili ad utilizzare la rete delle utilities e delle produzioni esistenti in zona per possibili processi di diversificazione. Non si riscontra una sola idea di sviluppo complessivo per la nostra provincia, non emerge alcuna capacità di una visione armonica che sappia individuare una prospettiva di crescita economica ed occupazionale valorizzando l’insieme dei comparti produttivi. Prevale insomma solo la  pervicace volontà della classe dirigente di perseguire facili obiettivi immediati senza preoccuparsi molto se ciò è foriero di guasti o di gravi incognite. Rigassificatori, termovalorizzatori, centrali nucleari sono le componenti della nuova “filosofia” modernista dell’attuale governo e dei suoi epigoni, ed il governo regionale siciliano, con l’approvazione del piano energetico, ne ha sposato i postulati, aprendo una prospettiva di un nuovo colonialismo ammantato di progresso. Ma chi semina vento può raccogliere tempesta.

Le manovre di chi si avvale di impostazioni sommarie per bloccare il bisogno di cambiamento che serpeggia nel corpo della società, possono essere costrette all’improvviso a fare i conti con la reazione e l’opposizione delle comunità se si crea una forte consapevolezza, oggi ancora inadeguata, del significato mistificante di alcune scelte. E ciò che cominciano a chiedersi i cittadini di Melilli, che sono costretti a registrare i contorcimenti messi in atto da alcuni politici locali per impedire la consultazione popolare sul problema del rigassificatore; come dimostra l’ultima iniziativa di esponenti della maggioranza di centrodestra che commissionano pareri a professori di diritto amministrativo per dimostrare che il referendum richiesto dai cittadini non si può fare. Politici cioè che antepongono le loro convinzioni personali alla libera espressione di un parere democratico dei cittadini. Allo stesso modo pesa sul voto popolare dei priolesi, che si espressero plebiscitariamente contro la costruzione del rigassificatore, l’incredibile decisione  del sindaco e della giunta di far realizzare uno studio scientifico sulla sicurezza del rigassificatore ad una società o ad una equipe con risorse finanziarie della Ionio Gas. Si assiste davvero al proliferare di antichi ascarismi, di logiche corrosive che hanno deformato nella realtà siciliana l’azione di larga parte delle rappresentanze politiche e istituzionali. Ed è anche contro tutto ciò, contro una subalternità cieca, che appare di grande significato l’iniziativa assunta dall’associazione “Decontaminazione Sicilia” che raggruppa i principali movimenti per uno sviluppo sostenibile ed ecocompatibile sorti in questi anni in tanti comuni della nostra provincia (AugustAmbiente – No Rigassificatore Melilli – Comitato no rigassificatore Priolo - Associazione “Vivere” Rosolini).

L’associazione ha inoltrato al segretario della Commissione europea un reclamo e una richiesta di verifica dell’adempimento delle disposizioni di diritto comunitario nell’attuazione delle procedure per la costruzione del rigassificatore Erg-Shell di Melilli. L’articolato testo, che richiede alla Commissione l’accertamento della legittimità delle procedure autorizzative adottate e la compatibilità della localizzazione dell’insediamento con le norme e le direttive europee in materia di impianti (come il rigassificatore) ad alto rischio di incidente rilevante, ripropone tutti gli elementi su cui le istituzioni nazionali, regionali e nazionali non hanno mai dato una risposta. Vengono quindi riproposti i principali atti d’accusa dell’intera vicenda, che è importante riassumere come ulteriore elemento di riflessione. Innanzitutto il divieto delle direttive Seveso di ubicare un impianto a rischio di incidente rilevante in un’area costellata da altri impianti ad alta pericolosità. E a corredo di questa affermazione viene fatto riferimento ai gravi incidenti accaduti nel corso del tempo nell’area dove dovrebbe sorgere il terminal: l’esplosione dell’impianto di etilene della Polimeri Europa nel 1985; il terrificante incendio che interessò le tubazioni della raffineria Erg Nord e determinò l’attivazione dello stato di emergenza interna dello stabilimento, con il blocco degli impianti e l’emergenza grandi rischi esterna con la chiusura di tutti gli assi viari, della linea ferroviaria e l’allontanamento delle navi dall’area dell’incendio;  gli incidenti che si sono verificati nel 2008, con altri tre incendi più contenuti sempre nell’area della raffineria ed altro.

Tutti fatti che fanno temere un effetto “domino” con gravi rischi per le popolazioni. Sulla evidenza della pericolosità del sito viene riportato il parere del Comitato tecnico regionale per la Sicilia, notificato alle imprese, alle pubbliche autorità e a tutti i soggetti istituzionali, che esprime giudizio negativo sulle attuali condizioni di sicurezza dello stabilimento Erg, fatto che esclude la possibilità di incrementi del preesistente livello di rischio. Sono poi indicati gli altri elementi ostativi: l’alta sismicità della zona, che per l’intensità degli eventi ipotizzati nell’area potrebbe determinare perdite di GNL con elevate possibilità di innesco del gas. Viene anche rilevato che la zona oggi classificata come S-9, in realtà rientra tra quelle riclassificabili a rischio di 1° grado (rischio catastrofico). Vengono ancora sottolineati gli altri potenziali rischi: la vicinanza dell’area del terminal ad una importante base militare della Marina italiana e della Nato; i problemi posti dal traffico delle grandi navi metaniere (una ogni tre giorni), con i rischi di possibili perdite nella fase di scarico e di paralisi del traffico portuale di Augusta  a causa delle delicate operazioni di attracco. 

Sono infine indicate altre incongruenze della scelta di un rigassificatore: l’infondatezza della necessità di tale impianto per la sovrapproduzione siciliana di energia elettrica e per l’ampia disponibilità di gas (metano libico e algerino); i ricchi giacimenti di metano scoperti da Eni e da Edison al largo della costa siciliana; la fola sull’esigenza della Erg di alimentare le sue centrali per trasformarle da termoelettriche a turbogas; avrebbe già potuto farlo da tempo utilizzando il singas prodotto dal suo stabilimento di cogenerazione se non avesse preferito la più redditizia attività di produzione e di vendita di energia elettrica.  E infine la somma delle violazioni commesse dal governo nazionale sia in fase preliminare che in fase di procedimento: per la valutazione di impatto ambientale infatti non si è tenuto in alcun conto quanto previsto dal D.Lgs. 334/99 “Attuazione della Direttiva europea 96/82/CE” sia in relazione all’espressione della volontà popolare che sotto il profilo delle prescrizioni e delle controindicazioni per la localizzazione di un impianto ad alto rischio di incidente rilevante come il rigassificatore.

Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

 

21/02/2009

Il sistema politico-istituzionale attuale vuole imporre decisioni che vanno contro l’ambiente e la salute dei cittadini, come nel caso del rigassificatore di Priolo, la cui vicenda si arricchisce di un altro assurdo capitolo 

L’ASSALTO INDUSTRIALE CONTINUA

Una caligine densa, dal sentore di palude, grava sulle popolazioni dei comuni industriali quasi a coprire, attutendole e degradandole, le voci di chi chiede spazi di confronto e ricerca di soluzioni giuste e condivise. È quello che sta accadendo per i problemi del futuro e della sicurezza delle comunità del territorio industriale siracusano. Nessuno fino ad oggi ha dimostrato di sapere o volere raccogliere le ragioni sollevate dai movimenti e dalle associazioni che chiedono di far valere il diritto di un interesse collettivo mortificato da classi dirigenti incapaci di andare oltre l’esistente. Un sistema politico-istituzionale che anziché affrontare correttamente i problemi della crescita economica e della salvaguardia dell’ambiente, preferisce, spesso con protervia, imporre scelte non responsabili. Il caso dell’insediamento del rigassificatore della Ionio Gas nel cuore della zona industriale è un esempio illuminante di questa logica dominante. Ai quesiti e ai dubbi sollevati sulla pericolosità della costruzione di un impianto ad alto rischio di incidente rilevante in un’area intasata da altri impianti potenzialmente pericolosi non è mai stata data una risposta convincente; solo affermazioni generiche sulla sicurezza presunta del terminal o comparazioni  con  rigassificatori come quello di Barcellona, che sorgono all’interno di aree portuali senza avere avuto mai incidenti.

Mai però è stato precisato che il terminal della Ionio Gas sarebbe l’unico a sorgere  accanto ad impianti ad alta infiammabilità ed esplosività come il cracking dell’etilene, ad una centrale termoelettrica, ad una raffineria, a depositi di carburanti, e ad altre numerose intersezioni di produzioni chimiche pericolose. Né sono stati mai chiariti gli effetti che altre variabili potrebbero determinare (la natura geologica del  sottosuolo, l’alta sismicità dell’area ed altro). Sotto la pressione delle industrie che, dopo l’approvazione da parte del ministero dell’Ambiente, guidato dall’“eco-industrialista” Stefania Prestigiacomo, della Valutazione di impatto ambientale, richiedono l’autorizzazione del governo regionale, nei giorni scorsi, si è materializzata una presunta ipotesi risolutiva: avere un parere scientifico che possa mettere la parola fine alla querelle sui rischi reali dell’impianto. La chiave di volta l’avrebbero individuata il sindaco del comune di Priolo e l’assessore regionale all’industria, Pippo Gianni, ideando una sorta di “grand  jury scientifico” che dovrebbe esprimersi sulla sicurezza dell’impianto sia sotto il profilo del contesto in cui verrebbe a collocarsi sia sotto il profilo anche di eventuali pericoli esterni (atti terroristici).

Un’idea postuma, apparentemente razionale, che però per la brevità dei tempi, entro i quali dovrebbe essere completato lo studio, appare abbastanza velleitaria. Ma i dubbi sull’iniziativa, che comunque non sana il grave deficit di democrazia, messo a nudo dall’intera vicenda,  per il mancato coinvolgimento delle popolazioni  (art. 22 , comma 4, D.Lgs. 334/99, convenzione di Aarhus del 1998, D.Lgs. 238/2005), vengono accentuati da nuovi elementi che emergono nell’operazione avviata. Dal sindaco del comune di Priolo, abbiamo appreso innanzitutto che al bando per la realizzazione dello studio hanno già aderito diverse società straniere e una italiana e che sta per essere costituita la commissione per la valutazione delle richieste pervenute. Una commissione composta da tre componenti: l’ing. capo del comune di Priolo, Ullo, un funzionario dell’Arpa regionale, l’ing. Madonna; il responsabile del settore ambiente della provincia regionale di Siracusa, l’ing. Morello. La circostanza però clamorosa, sottolineata con convinzione dal sindaco di Priolo, è che la società o l’equipe che verrà selezionata dalla commissione potrà avviare lo studio solo se la Erg (co-partner  della Shell nella società del rigassificatore, la Ionio Gas) metterà le risorse finanziarie necessarie.

Per Antonello Rizza è dunque  la Erg che deve  farsi carico dei costi dello studio, e la commissione nonostante ciò potrà decidere in piena autonomia il candidato che avrà i migliori requisiti. L’ing. Ullo, ingegnere capo, ha voluto chiarire che il suo compito e quello degli altri componenti della commissione di valutazione sarà solo quello di esaminare con scrupolo i “curricula” dei partecipanti e il bagaglio di esperienza e di professionalità dagli stessi posseduti. Una procedura quantomeno insolita che fa sorgere inevitabilmente alcuni interrogativi: è possibile affidare il compito di un giudizio indipendente e scientificamente ineccepibile ad una commissione che per svolgere il suo lavoro dipenderà dalla disponibilità delle risorse erogate da chi sarà oggetto dell’indagine? E in secondo luogo, senza  sminuire la capacità professionale dei componenti della commissione, si può ritenere soddisfacente, per l’esame delle competenze tecnico-scientifiche dei candidati, la mancanza in una commissione di questo tipo di altri esperti autorevoli nel campo degli scenari ad alto rischio?

Sicuramente il percorso scelto dal sindaco di Priolo alimenta severe obiezioni e inevitabili motivati dissensi. Se tutto questo si collega all’offensiva in atto da parte dei fautori dell’insediamento del terminal e ai cavilli machiavellici utilizzati dall’amministrazione e dalla maggioranza di centrodestra nel comune di  Melilli (nel cui perimetro urbano ricade l’insediamento del terminal) per bloccare lo svolgimento del referundum consultivo sul si o no al rigassificatore, chiesto da oltre un anno e mezzo da 2500 cittadini, si avverte un tentativo aperto di dare il via libera alla costruzione dell’impianto, defraudando i cittadini del diritto di potere decidere consapevolmente del futuro del loro territorio e della loro vita. E il piano energetico regionale, approvato nei giorni scorsi dalla giunta regionale siciliana, marca una linea ispiratrice che consegna ancora una volta la Sicilia agli interessi dei grandi gruppi industriali del petrolio e del nuovo business dell’energia.

Il piano, infatti,  pur delineando un processo in avanti nella promozione dello sviluppo delle energie rinnovabili (fotovoltaico, eolico, biomasse) - per il quale bisognerà capire come si terrà conto della tutela del territorio, della tutela del patrimonio paesaggistico e naturalistico e come i progetti verranno sottratti agli interessi della criminalità mafiosa - riconferma però scelte di sviluppo energetico che assegnano  un peso ancora notevole alla politica dei rigassificatori (Porto Empedocle, già autorizzato, e quello di Priolo-Melilli, confermato), nonostante sia totalmente infondata l’affermazione che essi siano elementi strategici per lo sviluppo della Sicilia, già produttrice di un surplus di energia elettrica. E cosa ancora più grave è la previsione nel piano energetico regionale della realizzazione di impianti a fissione nucleare e la prosecuzione della ricerca di idrocarburi e di gas. 

                                                         Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Mentre fervono i preparativi per il G8 ambiente del prossimo aprile, associazionismo, movimenti, semplici cittadini si mobilitano per organizzare una contromanifestazione, ma sulle motivazioni c’è ancora confusione  

G8 AMBIENTE A SIRACUSA: COME RISPONDERE?

Ha preso il via l’operazione “cantierizzazione” che trasformerà per circa due mesi una parte di Siracusa in una grande area di lavori in corso, per rifare il “maquillage” urbano e migliorare l’immagine della città, in vista del G8 sull’ambiente che si terrà dal 22 al 24 aprile prossimo nel ristrutturato Castello Maniace, nell’isola di Ortigia. Un denso programma di ripavimentazione delle strade di accesso (dalla direttrice sud della città), delle vie di penetrazione e degli assi viari limitrofi, di abbellimento dei percorsi cittadini con alberi e con sofisticate elaborazioni estetiche, attraverso i quali passeranno le delegazioni dei paesi partecipanti, per mostrare il volto di “un’eleganza borghese” a cui aspira la classe dirigente locale: “Occorre infiocchettare la città”, “dobbiamo lasciare il segno per i prossimi vent’anni” ha dichiarato recentemente con soave candore il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Ed a lei si è unito il coro degli amministratori locali che hanno gareggiato per indicare ambiziosi traguardi: l’abbattimento delle polveri sottili (Siracusa è tra quelle a più elevato inquinamento urbano ed è priva di un piano del traffico); lo sviluppo della raccolta differenziata (Siracusa, quasi ultima in Sicilia, sfiora appena la soglia dell’8%); e così via sognando. Interventi previsti per quattro milioni di euro (stanziati da ministero dell’Ambiente, Regione e Comune), con particolare attenzione ad Ortigia (1,5 milioni di euro), che ormai viene definita, con una stucchevole ridondanza, “il salotto buono” della città.

Una serie di interventi che non riguarderà, invece, le periferie della città, come sempre dimenticate, lasciate a se stesse, al loro degrado, alle loro difficoltà. Intanto, mentre fervono i preparativi, c’è una parte della società civile e del mondo giovanile che si mobilita per contestare un appuntamento in cui otto Stati discuteranno e decideranno del futuro del pianeta, secondo una direttrice che non fa dormire sonni tranquilli. Basti pensare che l’Italia sarà rappresentata dal ministro Prestigiacomo, una vera avversaria delle politiche a sostegno dell’Ambiente. Sembrerebbe un controsenso, ma nel nostro Paese sgangherato è normale. Saremo rappresentati da chi non ha mai pronunciato una parola contro progetti di matrice industrialista che non tengono conto delle esigenze di tutela dell’ambiente, ma anzi, appena insediatasi al ministero dell’Ambiente, li ha immediatamente sostenuti, spingendo con decisione verso il nucleare, i rigassificatori ovunque e comunque, gli inceneritori, ecc. Nessuna parola contro i saccheggi che i grandi gruppi industriali stanno progettando nei confronti del territorio italiano. Nessun ascolto prestato alle associazioni a tutela dell’ambiente e soprattutto ai cittadini che, come nel caso di Priolo, hanno espresso attraverso un referendum la propria idea di sviluppo.

La scelta di tenere il G8 proprio a Siracusa, città natale del ministro e campo di battaglia tra chi vuole depredare e marchiare pesantemente il territorio e chi si oppone con tutte le proprie forze per difendere il proprio habitat e la propria salute, ha fatto sobbalzare, come detto, buona parte della cosiddetta società civile e dell’associazionismo. Così fioccano le riunioni per organizzare una contromanifestazione nei giorni del G8. Su quali basi? Al momento, la ragione principale sembra essere logistica, nel senso che si contesta la scelta di tenere il G8 ad Ortigia piuttosto che a Melilli o Priolo o Augusta, città fortemente e tragicamente segnate dall’inquinamento industriale, nonché minacciate da progetti scellerati sostenuti e reclamizzati dal ministro Prestigiacomo. La ragione di fondo, su queste basi, non è facilmente comprensibile: l’Ambiente è una questione seria e le motivazioni per contrapporsi a questo G8 sono molteplici e di gran lunga più gravi rispetto all’aspetto “logistico” che si è fatto prevalere, fino ad ora, come elemento di mobilitazione. Sarebbe più utile realizzare una contromanifestazione basata sui contenuti, in cui si discutano con competenza e cognizione di causa le tematiche al centro del G8, contrapponendo ad esso un’alternativa sostenibile, l’unica possibile ad avviso di tutte le menti illuminate di questo pianeta, a partire dal neo presidente americano Obama.

Appare inutile, a prima vista, una manifestazione fatta in strada solo a fini di contestazione, senza che vi sia una proposta alternativa, portata avanti in maniera concreta e democratica. Si vocifera che vi siano gruppi che vogliono attuare una iniziativa “aggressiva”: ci si augura che si comprenda che, in un’occasione come questa, creare scontri o disordini significherebbe svilire la serietà della tematica ambientale e soprattutto dare a chi governa questo Paese un valido aiuto per scaricare indiscriminatamente sui movimenti le responsabilità, facendo passare in secondo piano il tema centrale. In molti probabilmente contesteranno queste parole, scambiandole per una moderazione che non appartiene a chi scrive, però è innegabile che se il contro G8 deve diventare un mezzo attraverso cui qualcuno vuole “fare notizia” allora credo che in tanti, quelli che veramente hanno a cuore le sorti dell’ambiente e che sono contro questo governo di predoni, decideranno di non partecipare, organizzando un’altra contromanifestazione, fatta di studi, testimonianze di esperti, incontri, facendo confluire tutto ciò in una iniziativa seria da tenersi in quei giorni. Sarà possibile almeno stavolta ragionare e andare tutti uniti, senza steccati ideologici, ma solo animati dall’amore per l’ambiente e dal dissenso verso un ministro e un sistema politico che hanno già deciso di sacrificarlo?

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

14/02/2009

Milioni di persone, centinaia di associazioni e decine di città in tutto il mondo hanno partecipato ieri all’iniziativa “M’illumino di meno” per creare la “cultura dell’energia” attraverso piccoli gesti

LA GIORNATA DEL RISPARMIO ENERGETICO

Il Colosseo, il Pantheon, la Fontana di Trevi, il Palazzo del Quirinale, Montecitorio e Palazzo Madama insieme alla cupola della basilica di San Pietro hanno spento le luci ieri sera per un’ora insieme ad altri luoghi simbolici di tutto il mondo, come Westminster a Londra, il Parlamento europeo a Strasburgo, la città libanese di Sidone e il Louvre a Parigi, per la quinta giornata di mobilitazione per il risparmio energetico lanciata dal programma di Radiodue, Caterpillar. Il “silenzio energetico” ha attraversato l’Italia, l’Europa e il mondo intero per dimostrare che esiste “un enorme, gratuito e sotto utilizzato giacimento di energia pulita: il risparmio”. Per ridurre i consumi, e anche le bollette, bastano infatti dei semplici accorgimenti che ognuno di noi può seguire tutto l’anno: spegnere le luci quando non servono, non lasciare in stand-by gli apparecchi elettronici, sbrinare il frigo frequentemente e distanziarlo dal muro in modo che possa circolare l’aria, abbassare i termosifoni quando fa troppo caldo, usare lavatrice e lavastoviglie a pieno carico, ridurre gli spifferi isolando gli infissi con materiali appositi, utilizzare l’automobile il meno possibile etc.  

In Gran Bretagna questi semplici accorgimenti diventeranno nel giro di pochi anni una realtà quotidiana in base al nuovo programma di “efficientazione energetica” del governo laburista: oltre a Westminster e alla cupola della cattedrale di Saint Paul, ci sono milioni di case e appartamenti d’oltremanica che presto risparmieranno sulla bolletta, contribuendo a ridurre l’effetto serra, e non per un’ora o una mezza giornata, ma per sempre. Il ministero dell’Energia e dei Cambiamenti climatici stanzierà centinaia di milioni di sterline, con il contributo delle compagnie elettriche, per migliorare l’isolamento energetico delle abitazioni, promuovere la riduzione dei consumi e incoraggiare, qualora fosse possibile, l’installazione di piccoli impianti domestici solari o a bassa produzione di anidride carbonica.

Il tutto, per altro, con la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro, di cui la maggior parte qualificati. Come ha annunciato pochi giorni fa il ministro dell’Energia, Ed Miliband, il programma di “efficientazione” non sarà disponibile fino al 2012, tuttavia si prevede che entro il 2030 ogni casa del Regno Unito sia dotata di un impianto energetico a bassissimo consumo per arrivare ad una riduzione delle emissioni inquinanti di un terzo entro il 2020 e dell’80 per cento nel 2050. Un progetto molto ambizioso che, prendendo spunto dalla bellissima iniziativa “M’illumino di meno”, potrebbe servire da esempio ai nostri dirigenti, o meglio, ai tecnici e agli esperti del ministero e delle agenzie preposti alla tutela dell’ambiente, che forse hanno più interesse a proteggere il pianeta della nostra classe politica.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

L’aumento dell’estensione dei ghiacciai e delle calotte polari, verificatosi il mese scorso, ha aperto il dibattito tra gli studiosi circa la possibilità che si tratti di una svolta ambientale o soltanto di un fenomeno passeggero

GHIACCIAI PIÙ ESTESI: REALTÀ O ILLUSIONE?

Il comportamento anomalo dei ghiacciai e delle calotte polari, nello scorso mese, ha dato inizio ad un acceso dibattito tra vari scienziati ed esperti di inquinamento ed ambiente: la ragione scatenante è stata infatti una strana estensione dei ghiacci artici, di gran lunga superiore rispetto all’estensione verificatasi nel gennaio 2008. Sembrerebbe una notizia incoraggiante, ma i più lungimiranti frenano gli eccessivi trionfalismi. Nel corso degli anni, la ormai trentennale ricerca sullo scioglimento dei ghiacciai non è stata di certo smentita da un inverno rigido e ricco di precipitazioni nevose, basti controllare gli archivi del National Snow and Ice Data Center (NSIDC), servizio di monitoraggio finanziato dall’Università del Colorado, dall’Ente spaziale americano e dall’Ente americano per gli Oceani e l’Atmosfera, che controllano il comportamento della criosfera, ovvero la parte di crosta terrestre ricoperta da ghiacci. La coltre di neve che ricopriva gran parte degli oceani circostanti le calotte polari aveva indotto i negazionisti (gruppo di studiosi che smentiscono l’aumento dell’effetto serra ed il surriscaldamento terrestre) ad annunciare un cambiamento di rotta da parte dei ghiacciai, apparentemente ritornati ai livelli del 1979: si tratta però di un fenomeno temporaneo legato a fattori meteorologici passeggeri, per cui, ben presto, la situazione tornerà ai soliti livelli d’allarme.

Inoltre, la coltre di ghiaccio formatasi quest’inverno risultava più estesa di quella formatasi nel gennaio 2008 per circa 310 kmq, ma rimaneva comunque inferiore di 780 kmq rispetto ai livelli registrati tra il 1979 ed il 2000. Il fenomeno si è tuttavia arrestato già nella seconda metà di gennaio. Osservando i grafici proposti dai vari enti di controllo, si notano comunque molte variazioni nel corso dei trent’anni di osservazione, ma quasi tutti i fattori evidenziano un processo di diminuzione della superficie polare o in generale dei ghiacciai. Nel corso dell’anno poi, l’andamento dei ghiacciai varia a seconda del clima: durante l’inverno si verifica la massima estensione, arrivando anche a valori compresi tra i 14 ed i 16 milioni di kmq, mentre il picco più basso si verifica alla fine dell’estate, quando cioè i ghiacciai ricoprono una superficie di appena 3-4 milioni di kmq. Altri studiosi, piuttosto inesperti ed imprudenti, affermano prematuramente che il pianeta è pronto per una fase climatica più fredda, che rappresenterebbe una sorta di rinascita per i ghiacciai e le calotte polari: l’affermazione è alquanto approssimativa, dato che le basi sulle quali si poggia sono legate esclusivamente all’inverno in corso.

Inoltre, c’è da considerare che, mentre nell’emisfero boreale (l’emisfero nord) è in corso una stagione invernale rigida e ricca di precipitazioni piovose e nevose, nell’emisfero australe si attraversa un’estate rovente, come dimostrano anche gli innumerevoli incendi che imperversano in Australia. Gli scienziati del NSIDC, invitano a non confondere meteorologia con climatologia: una semplice ondata di freddo non può determinare in linea definitiva l’andamento climatico di molti decenni, né tanto meno può costituire una base solida sulla quale accertare una sempre maggiore crescita dei ghiacciai. La cosa più importante, infine, è che non è la momentanea ondata di freddo a far si che si interrompa il crescente e preoccupante surriscaldamento globale, processo che purtroppo è stato verificato nel corso di periodi molto più estesi.

Laura Olivazzi –il megafono.org

 

 

7/02/2009

Dopo i terribili otto anni dell’amministrazione Bush, l’America del neopresidente Barack Obama sceglie di voltare pagina e si schiera per ciò che abbiamo di più importante: il nostro futuro

IL CAMBIAMENTO VERDE DI OBAMA

L’era Bush, prima padre e poi figlio, inframmezzata dalla new economy clintoniana, verrà ricordata come uno dei periodi peggiori per il mondo inteso come globalità, come multinazionalità e come sistema ecologico: dapprima ci si è resi conto del problema, la crescita esponenziale dell’effetto serra, il surriscaldamento globale che nell’ultimo secolo, dopo la seconda Rivoluzione Industriale, ha raggiunto livelli altissimi, la compromissione (definitiva?) degli equilibri da millenni esistenti sulla Terra, in seguito si è cercato di porre un freno (Protocollo di Kyoto), infine, dopo persistenti rinunce, il problema s’è sopito da sé, con una facilità quasi disarmante, terribile. Ci ha provato Al Gore, indimenticata spalla di Bill Clinton prima e presidente mancato per un soffio dopo, con il suo “An unconvenient truth”. La stessa scomoda verità che gli ha valso il Premio Nobel e lo ha portato alle cronache, facendoci dimenticare, subito dopo, il suo reale contributo ed il reale oggetto della ricerca che aveva fatto. Ci prova ogni anno Giovanni Sartori (il giorno di elezione è il 15 agosto, per non scontentare o dare fastidio a troppe persone) dalle colonne del Corriere, quest’anno subito zittito dall’unico ministro dell’attuale governo che non ama più apparire, dopo essere stata nell’occhio del ciclone per argomenti diversi dalle Politiche Ambientali (sprechi vari e laute prebende per sé e il proprio entourage dopo alcuni summit europei).

E oggi? L’America ha la speranza, l’audacia, le belle parole, i valori nuovi, si è scrollata dalle spalle di colpo il conservatorismo che la opprimeva, ha, almeno sulla carta, eliminato da Washington le lobbies bushiane, s’è impregnata della nuova cultura democratica al potere, è in crisi, ma vuole uscirne. E per merito di un uomo, della sua predicazione, del suo pugno di ferro e della sua ideologia fatta apposta per le masse di oggi, per merito di Barack Obama, anche l’America si sta risvegliando. I primi provvedimenti, oltre a quelli presi davanti ai fotografi, con la penna in mano, puramente di rito, come fossero amnistie dei Papi dell’antico Stato della Chiesa, sono pura rivoluzione: soffice, ma sempre radicale. L’ambiente torna prepotentemente di moda: la situazione geo-politica odierna impedisce agli USA e all’intera Europa (per la quale quando se ne accorgerà speriamo che non sia troppo tardi) di rimanere ancora dipendenti da qualsivoglia Stato arabo per il petrolio, con l’Iran a tiranneggiare tra i produttori dell’oro nero e con le scorte interne negli Stati Uniti ormai non più lucrose come un tempo, tanto che è nata qualche tempo fa la querelle sulla riapertura dei giacimenti in Alaska, terra natia del pericolo pubblico Sarah Palin.

Che farà Obama? Difficile saperlo. Molti sperano che dia meno attenzione possibile ai suoi consiglieri e che segua la sua innata anima liberal: in ogni caso, che cancelli otto anni di devastazioni ambientali. Il resto è già storia: ha accolto benignamente la richiesta di 13 stati dell’Unione (compresa la California di Schwarzy) di riesaminare in modo più severo i limiti federali imposti alle automobili, dando così segno di una svolta notevole (Bush, per dire, aveva fatto il contrario). Non ha imposto per legge nulla (non s’è fatto prendere dal recente malcostume dei politici nostrani): ha soltanto suggerito una politica nuova che verrà vagliata con cura dalle organizzazioni responsabili e dagli organi competenti. Ha inoltre indicato al Dipartimento dei trasporti una linea più incisiva per gli standard generali di efficienza dei consumi degli autoveicoli. Si cerca di far consumare non meno, ma quanto meno “meglio”.

Le linee seguite, come per tutto il suo piano per uscire dalla crisi, sono due: nuovi posti di lavoro per fare fronte alla crescente disoccupazione e una valorizzazione del “pulito” nell’energia che non ha assolutamente l’immagine del “contentino”, come spesso appare per quanto riguarda le politiche attuate nel Belpaese. Per una volta invece, forse per spirito di emulazione, abbiamo colto nel segno: gli aiuti al settore dell’auto saranno calibrati in modo da rendere sempre meno inquinanti le auto che circoleranno in futuro, secondo una logica di per sé perfetta. Noi ti diamo i soldi, tu li usi bene e come vogliamo noi (che poi, si spera, è anche il bene comune) altrimenti noi non te li diamo. Siamo di fronte ad un periodo che, nel lungo termine, darà luogo a quella che potrà essere la salvezza come la rovina dell’umanità: sceglierà bene la nuova amministrazione? Appelliamoci al manzoniano: “Ai posteri l’ardua sentenza”, le premesse sono ottime.

Dario Sabbioni –ilmegafono.org

 

Una ricerca condotta da un geologo italiano evidenzia il ruolo che anche la natura, attraverso emissioni di gas naturali, ricopre nell’inquinamento atmosferico- Un’ulteriore ragione per puntare sulle fonti rinnovabili 

C’È ANCHE L’INQUINAMENTO NATURALE

Una ricerca tutta italiana, condotta dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha messo in luce il ruolo che la natura ricopre nell’inquinamento atmosferico e nell’emissione dei gas serra. Sembrerebbe un paradosso pensare che anche la natura sia responsabile di quanto gli ambientalisti cercano di combattere da decenni, ma lo studio pluriennale del dott. Giuseppe Etiope, geologo degli idrocarburi a capo del team di ricerca, ha riportato dati che ci colpiscono e ci lasciano a metà strada tra l’incredulità e la preoccupazione. Gli idrocarburi rilasciati nell’aria per cause naturali sono principalmente il propano e l’etano, i quali, attraverso vari processi chimici, si trasformano in ozono troposferico, che, a differenza dell’ozono stratosferico (gas che ci protegge dalle radiazioni ultraviolette), costituisce uno dei gas più nocivi per la salute dell’uomo. Gli studi del dott. Etiope, che in tal caso si è avvalso anche dell’esperienza di Paolo Ciccioli del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), rivelano che circa il 17% di etano ed il 10% di propano immessi nell’atmosfera sono frutto del degassamento terrestre. La notizia ha fatto il giro del mondo e per la sua grande importanza è stata pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Science. Già nel 2007, Giuseppe Etiope aveva pubblicato un altro importante rapporto sugli idrocarburi liberi nell’atmosfera: grazie a quegli studi si comprese che il 10% del metano libero derivava dal suolo terrestre e dai vari processi geologici in atto, ed il tutto fu elemento importante del rapporto sui cambiamenti climatici redatto dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change).

In base agli studi portati a termine nel 2007, la ricerca si è ampliata anche ai rilevamenti di etano e propano, portando a scoperte che risolvono molti interrogativi sull’aumento progressivo dell’effetto serra. Le emissioni naturali di gas nocivi si concentrano soprattutto nelle aree petrolifere o comunque nei giacimenti dai quali si ricavano idrocarburi; i gas giungono in superficie attraverso le rocce fratturate oppure attraverso foglie ed altri vegetali, ed il fenomeno, chiamato “seepage”, è sempre più diffuso. Il rapporto evidenzia che l’emissione naturale di metano ammonta a circa 50 milioni di tonnellate l’anno, equivalente a circa un settimo di ciò che viene emesso con le attività umane (pari a 360 milioni di tonnellate). Il tutto causa un peggioramento dell’effetto serra pari all’utilizzo di 200 milioni di auto guidate nel giro di un anno. Gli esperti, sulla base di questi dati, affermano che l’emissione naturale di metano sia superiore alle emissioni prodotte da attività umane quali il trattamento di rifiuti nelle discariche all’aperto ed altre attività correlate. Per quanto riguarda le emissioni di etano e propano, esse equivalgono a circa un quarto delle emissioni totali (comprendenti anche cause umane) e si rilevano rispettivamente tra 2 e 4 tonnellate l’anno per l’etano, 1-2 o 4 tonnellate per il propano, mentre i quantitativi prodotti dall’uomo ammontano a circa 6,5 tonnellate.

Il dott. Etiope afferma però che questi dati possono variare con molta facilità, poiché appunto si tratta di emissioni naturali difficili da prevedere e stimare con largo anticipo, mentre è più facile calcolare i quantitativi di gas nocivi prodotti dall’uomo. Tuttavia, grazie a questi studi, gli studiosi sono riusciti a comprendere l’origine di alcuni fattori inquinanti presenti nell’atmosfera, fattori che, nonostante calcoli complessi e statistiche precise relative all’attività umana, non erano stati ancora del tutto inquadrati. L’origine è appunto naturale, o meglio, geologica. Gli studi di Etiope hanno indotto le maggiori organizzazioni internazionali per la salvaguardia del clima, come l’Epa (Agenzia americana per l’ambiente) e l’Eea (Agenzia europea per l’ambiente) a rielaborare i propri rapporti sul clima e sui cambiamenti climatici. Tutto questo però non solleva l’uomo dalle sue responsabilità nei confronti dell’ambiente e del clima, anzi, ciò deve indurre le autorità internazionali ad investire di più sulle fonti energetiche alternative, visto che agli idrocarburi ci pensa già la natura…

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

NUMERI DI GENNAIO

31/01/2009

Studi condotti dalla Nasa hanno evidenziato due grossi varchi nella magnetosfera, ossia l’involucro che ci protegge dalle radiazioni cosmiche- Ciò rischia di determinare il black-out delle comunicazioni terrestri

LE MINACCE DELLA MAGNETOSFERA BUCATA

Fino a qualche tempo fa, l’attenzione di studiosi, ambientalisti ed altri si era concentrata sul graduale e preoccupante ingrandimento del buco dell’ozono, uno dei maggiori responsabili dell’effetto serra e del surriscaldamento globale. Alcuni studi condotti dalla Nasa, tuttavia, hanno evidenziato la presenza di un ulteriore “buco” nell’atmosfera, nello strato comunemente noto come “magnetosfera”. La magnetosfera è una sorta di involucro protettivo che circonda la parte esterna del nostro pianeta, ha una funzione fondamentale, in quanto protegge dalle radiazioni cosmiche provenienti dal Sole e da altri corpi celesti. Essa è generata dal campo magnetico terrestre, ma, al contrario di una calamita, costituisce un sistema dinamico, in continua evoluzione: cambia a seconda dei venti solari e del campo magnetico solare, interagendo con essi. Conoscere forma, dimensione e configurazione della magnetosfera è essenziale, dal momento che bisogna prevedere in anticipo quante radiazioni cosmiche arriveranno fino a terra, in modo da salvaguardare i congegni elettrici ed elettronici alla base dei sistemi di comunicazione più moderni (come il sistema gps) e delle centrali energetiche.

I buchi della magnetosfera sono stati rilevati in seguito a frequenti disturbi delle comunicazioni, per cui il problema, che apparentemente desta soltanto la curiosità di studiosi ed esperti nel settore, è in realtà molto più ampio, poiché i sistemi di comunicazione sono ad appannaggio di ognuno. I fiumi elettronici (perché si tratta di vere e proprie tempeste di elettroni) che si riversano sulla terra mandano in tilt cellulari ed altri apparecchi telefonici causando talvolta veri e propri black-out. I satelliti artificiali della serie “Themis”, posizionati intorno all’orbita terrestre per analizzare l’interazione tra venti solari e campo magnetico terrestre, hanno registrato in alcune zone un drastico aumento delle tempeste elettroniche sulla terra e, come ha spiegato David Sibeck del NASA Goddart Space Flight Center, durante l’ultimo convegno dell’American Geophysical Union a San Francisco, il tutto è dovuto a due grossi varchi venutisi a creare sulla magnetosfera. I satelliti rilevano due varchi di proporzioni mai viste prima e, data la dinamicità della magnetosfera, non sono del tutto prevedibili le conseguenze effettive che potranno riversarsi sulla Terra (fatta eccezione per i black out delle comunicazioni).

Il crescente progresso nei sistemi di comunicazione, che si avvalgono delle più moderne tecnologie, potrebbe incontrare serie difficoltà nel caso in cui i buchi della magnetosfera si allargassero ulteriormente, dato che non è possibile una soluzione immediata al problema, a causa della dinamicità della magnetosfera. Molti hanno pensato anche all’inquinamento atmosferico e ad altre cause “umane” come responsabili di tali problemi, ma gli studiosi più esperti hanno smentito, in quanto si tratta di un’evoluzione indipendente della magnetosfera, che non interagisce con nessun fattore umano (escluse le comunicazioni terrestri), bensì con le sole radiazioni solari e cosmiche, che, come sappiamo, non possono essere controllate dall’uomo. Da parte nostra, tuttavia, sarebbe opportuno un utilizzo più oculato ed attento di cellulari ed altri mezzi di comunicazione elettronici, evitando così di mettere a repentaglio la nostra salute: è vero che il problema più “visibile” è quello dei black-out, ma le radiazioni solari, interagendo con le radiazioni emanate dai nostri mezzi di comunicazione, possono provocare problemi ben più gravi.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Mentre continua la battaglia dei cittadini contro il rigassificatore della Ionio Gas a Priolo, emerge la debolezza del sindacato, pronto a dire sì ed incapace di battersi al fianco della gente per uno sviluppo sostenibile

UNA IMBARAZZANTE DEBOLEZZA

C’è una nuova tendenza nel meccanismo della comunicazione locale: creare pareti di foschia per ottundere la percezione della realtà, indebolire il senso critico, dissolvere i contorni delle cose per farle apparire diverse da ciò che sono. Ai bisogni e alle aspettative reali della gente vengono contrapposti modelli sociali ed economici artificiosi, frutto di concezioni manichee o molto più sovente di calcoli opportunistici. È ciò che in larga misura sta avvenendo nel comparto industriale, nel quale i corretti obiettivi del consolidamento e del rafforzamento delle produzioni, in un quadro di compatibilità ambientale e di risanamento, vengono miscelati con scelte che si tenta di far passare senza confronto e sulla base di presunzioni corporative; nei fatti con un malcelato fastidio verso ogni democratica manifestazione di dissenso, anche se motivata. Ed è la nota vicenda del rigassificatore della Ionio Gas, che ripropone le profonde lacerazioni esistenti tra la gente e i rappresentanti del mondo sociale ed istituzionale. In un recente incontro tra l’assessore regionale all’Industria, on. Pippo Gianni, i sindaci dei comuni industriali e i sindacati, incentrato sulle misure adottate e da adottare per fronteggiare i gravi rischi della recessione incombente e la questione rigassificatore, si è trasformata soprattutto per scelta del sindacato in una petulante richiesta affinché si dia il via alla costruzione del terminale, con l’avallo dei sindaci  presenti: quello di Priolo e quello di Augusta, che però chiedono maggiori rassicurazioni sulla sicurezza dell’impianto.

Solo l’assessore all’Industria si è mantenuto cauto, sottolineando che occorre tener conto del referendum di Priolo, nel quale hanno detto no al rigassificatore il 98% degli elettori, delle preoccupazioni dei cittadini che convivono da sempre con i drammatici incidenti che punteggiano la storia industriale dell’area, ed ha posto, come condizione per decidere, la necessità di uno studio scientifico autorevole e rapido per avere le garanzie necessarie sulla sicurezza dell’impianto. In realtà, l’assessore all’Industria, ma anche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, pur mantenendo una posizione più razionale hanno modificato le loro posizioni iniziali e soprattutto non tengono conto delle vere questioni poste dal rigassificatore. Vediamo quali. Ciò che non è considerato è innanzitutto l’effettiva necessità di costruire un impianto potenzialmente pericoloso  nel cuore della zona industriale, in un contesto già ad alto rischio. In secondo luogo, il rigassificatore di Priolo, a differenza di quanto sostengono con enfasi i rappresentanti del sindacato, non è un impianto di nuova generazione e  a tecnologia avanzata, ma anzi rispetto agli impianti off-shore (in mare aperto) rappresenta la tecnologia più vecchia, anche se collaudata. La tecnica del doppio serbatoio di contenimento di acciaio al 9% di nichel, incapsulato in una struttura di cemento armato, risale agli anni ‘60. Fu la tecnica costruttiva utilizzata per modificare quella usata fino agli anni ‘40, che culminò con l’esplosione nel 1944 del rigassificatore di Cleveland e che bloccò la costruzione di altri impianti per oltre 25 anni.

Si tratta semmai di impianti che possono avvalersi di sistemi di controllo e di tecnologie più moderne (controlli computerizzati, sistemi di intercetto e di frazionamento di eventuali surplus di processo), ma tutto ciò non elimina i rischi intrinseci o collaterali a cui può andare incontro un rigassificatore, soprattutto in un’area ad alta densità come la nostra. Non è decisivo per l’approvvigionamento energetico del paese, considerato che esistono già due rigassificatori (a Senigallia e a Rovigo) e che il nostro Paese si avvale delle consistenti forniture di gas algerino e libico e si avvarrà a breve del metanodotto del corridoio turco (il blue stream). Non serve a ricaricare le batterie energetiche del nostro territorio, che già produce quasi l’80% dell’energia siciliana, e neanche della Sicilia che già ha un surplus energetico. Ma esistono anche elementi che per un impianto che sorge meno di due chilometri dai centri abitati devono essere considerati e che non vengono affrontati dai fautori dell’insediamento. Esiste nel processo di stoccaggio del GNL la possibilità di vaporizzazione di eccedenze di gas (il cosiddetto fenomeno del boil-off) che deve essere convogliato in una torcia realizzata a valle del rigassificatore ed essere combusto. Tutto ciò non è privo di effetti negativi. Il metano ha un alto potere calorifico e bruciando produce una forte escursione termica che si riflette sull’ambiente circostante.

Ma esistono altre incognite per l’impianto siracusano, le cui tubazioni di alimentazione del terminal devono attraversare l’area del pontile della Erg Nord, laddove si dirama un’estesa venatura di tubazioni di prodotti petroliferi, in un’area cioè dove sussistono rischi potenziali  di incidenti e di fuoriuscite. Il metano liquido, in caso di fuoriuscita, si trasforma rapidamente in una miscela a forte espansione e ad alta infiammabilità ed esplosività che ha solo bisogno di un innesco (una fiamma, una scintilla). A tutto ciò nessuno ha mai dato una risposta: né la politica, né i sindacati. Solo l’azione dei cittadini, delle associazioni, e non di ambientalisti dissennati ma di persone che vogliono un futuro non fatto di incubi. Ma ciò che appare più sconcertante nell’atteggiamento dei sindacati è la scelta di drammatizzare i problemi della prospettiva produttiva e occupazionale, per giustificare la necessità di una rapida utilizzazione degli investimenti destinati al rigassificatore. Che la crisi creerà fenomeni di contrazione nelle attività produttive, come già sta avvenendo, è fuori discussione; la recessione è in atto. Ma parlare di 2000 o 3000 licenziamenti nell’area industriale dopo il completamento delle manutenzioni straordinarie di Isab ed Esso, è una chiara scelta strumentale. Bastano alcune considerazioni per verificare la forzatura delle previsioni del sindacato.

L’aumento del ricorso alla  cassa integrazione nel 2008 riguarda prevalentemente il settore edile ed è l’effetto del rallentamento nell’industria delle costruzioni per l’esaurirsi della bolla speculativa del settore immobiliare; una contrazione già prevista dagli operatori del settore già due anni fa. Ci sono delle sofferenze in alcuni settori, come l’area di Marina di Melilli, dove la SITECO ha dovuto rallentare l’attività di costruzione delle pale eoliche per lo stop deciso opportunamente dal governo regionale, considerato il modo scriteriato e invasivo che si stava sviluppando nel settore. Forse nel computo dei 2000 lavoratori coinvolti sono stati inseriti gli operai che per brevi periodi di lavoro a tempo determinato parteciperanno alla realizzazione delle cosiddette fermate delle due raffinerie. Una valutazione corretta avrebbe dovuto porre il problema di una situazione che non dà sbocchi stabili ai disoccupati e che rende sempre più brevi i periodi di lavoro. Ma per fare ciò occorre avere un disegno di sviluppo complessivo che oggi il sindacato sembra non possedere. L’elemento che emerge è la difficoltà del sindacato a sviluppare una vera battaglia per contribuire ad aprire una prospettiva di sviluppo e di cambiamento.

Non aver saputo cogliere nell’incontro di qualche settimana fa con l’assessore all’industria alcuni elementi importanti, come la imminente approvazione del piano energetico regionale, per approfondirne i contenuti e coglierne le possibilità innovative, non riuscire ad andare oltre ad una semplice protesta verbale per il mancato impegno del governo sull’attuazione dell’accordo di programma sulla chimica, senza dimostrare di essere pronto a dispiegare un’ampia battaglia, appaiono come  una  mancata capacità di svolgere un ruolo adeguato. Affermare infine che le proteste e la mobilitazione contro la scelta del rigassificatore siano solo il frutto di disinformazione e di paure irrazionali,  significa sottovalutare la volontà delle popolazioni di volere essere componente consapevole delle scelte che riguardano il loro futuro. La logica dell’emergenza per giustificare scelte non condivise, anche se è il cavallo di battaglia del nuovo vento populista nazional-autoritario che soffia nel nostro Paese, potrebbe rivelarsi un boomerang; pur in una fase di diffuso conformismo, infatti, ci sono forze vitali nella società che possono contrastare disegni sommari.

Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

 

24/01/2009

Il ministro dell’Ambiente, Prestigiacomo, i sindacati e la politica siracusana, tutti impegnati in un’opera di mistificazione della verità, finalizzata ad imporre alla gente il rigassificatore ed a soffocare ogni dissenso

L’ODORE NAUSEABONDO DELLA PROPAGANDA 

L’esercito dei propagandisti è in piena mobilitazione. Il partito dei “rigassificatoristi” rilancia la bontà del terminal che dovrebbe essere costruito nel cuore dell’area industriale siracusana; vanta la sicurezza e i pregi ambientali dei “super bomboloni” di GNL, i vantaggi che determinerebbe per l’economia, gli sbocchi occupazionali che potrebbe dare nell’immediato, i benefici per la popolazione e  l’impulso che il maggiore approvvigionamento di gas darebbe allo sviluppo della petrolchimica e dell’industria siracusana. Per accreditare questa tesi uno stuolo di zelanti personaggi (tutti addetti ai lavori), in sindacalese o in politichese,  dando fondo ad un trito repertorio iperbolico, ha riempito le pagine dei giornali di sostantivi ed aggettivi accattivanti, definendo il rigassificatore come un insediamento strategico, di nuova generazione, in grado di bloccare il declino del sistema industriale siracusano. Ad aumentare la fibrillazione e gli spasmi di tanta “intelligentia” nostrana hanno contribuito la decisione della conferenza dei servizi regionale di sbloccare la costruzione del rigassificatore di Porto Empedocle e la ennesima sollecitazione del ministro dell’ambiente, on. Stefania Prestigiacomo a dare il via finalmente alla costruzione del terminal della Ionio Gas. Un ministro dell’Ambiente, che per dimostrare la sua grande vocazione di “moderna” ambientalista non ha esitato a prefigurare per la Sicilia anche un futuro nucleare. Una bella centrale nucleare, insieme al rigassificatore e a tre termovalorizzatori (ma anche quattro, dai!) farebbero della perla del Mediterraneo un luogo dove potrebbero emigrare  le Uri e nascere i giardini di un nuovo eden. Certo il cambio di guardia al ministero dell’Ambiente, dopo l’insediamento del nuovo governo Berlusconi, ha portato “aria fresca”.

Nessuna preoccupazione del ministro per le opinioni dei siciliani, dei cittadini della sua città, delle preoccupazioni per la realizzazione di scelte industriali praticamente imposte alle popolazioni. La volontà espressa dalle comunità, il referendum di Priolo, i movimenti sorti nei comuni industriali (Priolo, Melilli), in questa logica decisionista, diventano così solo fastidi, elementi strumentali e non, come realmente sono, legittimo esercizio di una partecipazione democratica alla costruzione del futuro del proprio territorio. D’altronde, il ministro Prestigiacomo ha brillato nel primo semestre del suo mandato solo per scelte sicuramente non all’avanguardia nella promozione di rigorose politiche ambientali. Ha operato fin dal suoi primi esordi per rimettere in discussione i parametri non rivoluzionari fissati dalla conferenza sull’ambiente di Kyoto. Si è battuta in Europa per dilazionare gli obblighi delle imprese per l’abbattimento dei gas serra fissati dalla Comunità Europea,  trovandosi in compagnia con i paesi della comunità più in ritardo sui problemi del risanamento ambientale. È stata sicuramente protagonista dell’accordo di programma per le bonifiche nel sito industriale di Priolo, anche se l’applicazione del cosiddetto “schema Brindisi” (voluto dal centrosinistra), produrrà, attraverso il previsto sistema delle compensazioni, per le imprese che parteciperanno alla progettazione e alla gestione esecutiva degli interventi di risanamento e di disinquinamento, la cancellazione di costi che altrimenti avrebbero dovuto sostenere.

In pratica i grandi complessi industriali del polo petrolchimico di Priolo si affrancheranno dalle responsabilità storiche del disastro ambientale prodotto e utilizzeranno prevalentemente il denaro pubblico, quello cioè di tutti i cittadini, per rientrare nei parametri di ammodernamento e di riduzione integrale dell’inquinamento necessari per ottenere l’autorizzazione integrata aziendale (D.Lgs. 59/2005), indispensabile per la continuità delle loro attività produttive. Questo clima di disinvolto decisionismo, che nega ogni confronto, si innerva e si autoalimenta con le crescenti difficoltà che la crisi e la mancata realizzazione delle scelte di consolidamento e di diversificazione previste dall’accordo di programma sulla chimica (l’unico, vero asse strategico dello sviluppo industriale della nostra area) stanno determinando nel settore industriale. La drammatizzazione della situazione, che certamente fa intravedere crepe preoccupanti, fatta dai sindacati sta favorendo l’estendersi di un’irrazionale paura del futuro e di una diffusa convinzione dello stato di necessità, che spinge ad accettare senza spirito critico anche scelte discutibili. Chi rischia di più nella zona industriale, come sempre è accaduto nei momenti di crisi, sono i lavoratori delle aziende dell’indotto. Secondo il neosegretario della Fiom, Catinella, attorno alla fine del mese di aprile (dopo i lavori di manutenzione straordinaria, le cosiddette fermate) la mancanza di programmi di investimento nei grandi stabilimenti chimici e petroliferi determinerà nelle aziende metalmeccaniche e dell’indotto un massiccio ricorso alla cassa integrazione, che dovrebbe interessare circa 1500 lavoratori.

Ad essere colpite saranno le imprese più grandi. Ciò che più colpisce è l’assenza, nella politica industriale dei grandi stabilimenti, di un piano generale e straordinario di ammodernamento e di innovazione tecnologica degli impianti, che i numerosi incidenti avvenuti nelle settimane scorse avrebbero dovuto imporre. Si ha l’impressione, al di là delle difficoltà di mercato esistenti, riguardanti in parte l’industria chimica e  non il settore petrolifero, che una situazione di difficoltà sia funzionale a strategie non dichiarate. Nonostante però la consapevolezza di una prospettiva incerta non si percepisce una forte e adeguata reazione del movimento sindacale. Lo stesso segretario della Fiom avverte il rischio di un possibile scontro sociale, se le cose precipiteranno, ed è consapevole che solo lo sblocco dell’accordo di programma e la infrastrutturazione e il rilancio della aree destinate alla piccola e media industria (come Punta Cugno) può invertire le tendenze negative, ma ammette che non è in atto lo sviluppo di un adeguato e forte movimento di lotta. Forse pesano in questa sorta di sfilacciature del mondo operaio i processi di “deregulation” che ormai condizionano la realtà della piccola e media industria. Solo il 60% dei lavoratori dell’industria è a tempo indeterminato, mentre il 40% è costituito da lavori a tempo determinato. Proliferano le imprese sotto i 15 dipendenti (quindi con un bagaglio tecnico e strutturale di qualità inferiore), che trovano ampio utilizzo nei lavori dei grandi complessi industriali, interessati soprattutto a realizzare le manutenzioni al più basso costo possibile. Si abbassa il livello di sindacalizzazione e gran parte degli operai sembra essere sotto tutela, costretti ad accettare condizioni salariali e normative imposte dalle imprese. Il quadro che emerge è desolante.

Anche sulla sicurezza nei posti di lavoro ci sono troppe carenze, come dimostrano i dati degli infortuni in crescita nella provincia di Siracusa, nonostante l’entrata in vigore del nuovo testo unico (D.Lgs. 81/2008) che ha inasprito le sanzioni per le aziende inadempienti. Quello che manca è un reale e rigoroso  piano operativo per contrastare le irregolarità diffuse in gran parte delle aziende. Che ci sia una difficoltà del sindacato a riappropriarsi dei grandi temi delle battaglie per l’emancipazione dei più deboli e degli sfruttati è evidente: basti pensare a ciò che avviene nell’edilizia e nelle campagne, dove la gran parte degli immigrati è lasciata alle vessazioni dei caporali e di aziende spregiudicate. Ma anche sulle scelte da compiere per il futuro dell’economia industriale della nostra provincia sembra esserci un impoverimento della visione complessiva che è stata il “fuoco” trainante di tante lotte sociali, mentre sembra  allentarsi  il rapporto ed il legame con la società civile. È ciò che emerge dall’osservazione dell’orientamento che prevale tra i lavoratori sulla “querelle” rigassificatore: “Tra i lavoratori - afferma il segretario della Fiom - c’è la sensazione che il rigassificatore possa essere una valvola di sfogo per garantire possibilità di lavoro e di occupazione, al di là della questione sicurezza che viene delegata alle istituzioni”. In sostanza, ciò che viene in superficie è la mancanza della percezione reale delle preoccupazioni delle popolazioni e delle questioni serie che pone questo tipo di insediamento. Questi ultimi elementi ripropongono la delicatezza di questa fase, forniscono una chiave di lettura più adeguata per comprendere i tentennamenti e i ripensamenti che affiorano nei centri istituzionali dell’area.

La giunta comunale di Priolo ha deliberato il bando di gara per invitare società specializzate che a livello internazionale hanno competenza sui problemi di sicurezza posti dagli impianti di rigassificazione, anche in relazione ai siti dove si insediano. Ha dato così attuazione ad una indicazione formulata dall’assessore all’industria, on. Pippo Gianni. La decisione, nel merito, appare un po’ velleitaria, se si considera che la scelta di  partecipazione di queste società dovrebbe essere manifestata entro il termine di 15 giorni e che lo studio e le risultanze dovrebbero maturare in tempi rapidi. Si ha la sensazione che questo percorso potrebbe prestarsi ad un “escamotage” per una metamorfosi del consenso. L’assessore Gianni, in una sua ultima dichiarazione sostiene che oggi è il tempo della razionalità, ma lo fa contrapponendola ad una presunta precedente emotività, rischiando di sottovalutare la consapevolezza dei cittadini di Priolo che hanno detto no al rigassificatore  con il referendum e di quelli degli altri comuni che sostengono l’inutilità e la pericolosità dell’impianto.  Certo è importante che si compia un esame sulla scelta di insediare il terminal di rigassificazione nel sito di Priolo-Melilli, ma sarà anche importante verificare il curriculum degli esperti che lo realizzeranno, la loro autonomia, e soprattutto la volontà di coinvolgere in un ampio confronto le popolazioni.  Rimane in ogni caso sotto un altro profilo una domanda a cui nessuno ha dato una risposta convincente: a chi serve realmente questo impianto in una regione che ha un surplus di produzione di energia?

Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Un ricercatore dell’Università di Harvard ha accusato Google di sprecare energia e di emettere anidride carbonica nell’aria, ogni qualvolta l’utente effettui una ricerca- I responsabili di Google (e non solo) respingono questa tesi

ANCHE I MOTORI DI RICERCA INQUINANO?

Utilizzare Google per le nostre ricerche su internet mette a rischio l’ambiente: lo sostiene il ricercatore di Fisica dell’Harvard University, Alex Wissner-Gross. In un lungo e dettagliato articolo, pubblicato sul giornale britannico Times, viene infatti esposta la sua teoria, secondo la quale ogni richiesta inviata a Google da un qualsiasi computer genera 7 grammi di anidride carbonica liberati poi nell’atmosfera, l’equivalente per il riscaldamento di due tazze di tè. Ma c’è di più: ogni qualvolta che apriamo una pagina web utilizzando il search engine “Mountain View” si liberano nell’aria 0,2 grammi di anidride carbonica al secondo, destinati ad aumentare nel caso in cui la pagina web visitata abbia contenuti multimediali. Tutto questo per garantire estrema velocità di ricerca agli utenti, cosa che richiede un grosso dispendio di energia. La notizia ha lasciato un po’ di sconcerto, dal momento che lo studio del dott. Wissner-Gross appare un tantino azzardato. Un altro studioso di Fisica, Nicholas Carr, autore di diversi articoli sul consumo di energia dannosa, ha infatti sarcasticamente affermato che Wissner-Gross ha omesso la quantità di energia e di anidride carbonica da lui utilizzata per condurre le ricerche, rispondendo cosi all’accusa lanciata da Times a Google, secondo la quale i responsabili del motore di ricerca non hanno mai pubblicato i propri dati energetici.

Inoltre, come sottolinea ancora una volta Nicholas Carr, il dott. Wissner-Gross è anche un affermato imprenditore “telematico”: possiede infatti una start-up, un servizio cioè che permette di calcolare la quantità di energia spesa nel visitare determinati siti web, offrendo soluzioni più compatibili con l’ambiente. Secondo Carr, dunque, Wissner-Gross, ha esposto i propri studi non solo per interessi accademici, ma anche per interessi puramente commerciali ed economici. Bisogna comunque ricordare che lo stesso Nicholas Carr ha dato ragione a Wissner-Gross sul fatto che Google e tutti gli altri motori di ricerca hanno un grosso impatto ambientale, dal momento che sono proprio questi i siti che contengono maggior carico di dati e che dunque necessitano di maggiore energia. La risposta dei responsabili di Google è arrivata attraverso le pagine del blog ufficiale, scritte da Urs Hölzle, senior vice presidente del reparto Operations: a nome di tutti i responsabili di Google egli afferma che il sito è sempre stato attento alle questioni ambientali e che i centri di raccolta dati di Google sono tra i più efficienti al mondo per il consumo energetico.

I 7 grammi menzionati da Wissner-Gross sono di gran lunga superiori al dato reale, che invece equivale al quantitativo di energia che il nostro organismo brucia in 10 secondi, ovvero 0,0003 KWh che liberano un quantitativo di 0,2 grammi per ricerca. Nonostante questo dispendio energetico relativamente basso, sottolinea Hölzle, le ricerche ed i collegamenti sono ugualmente rapidi ed efficienti, la qual cosa non può che essere d’aiuto all’ambiente: l’utilizzo di e-mail, chat, messenger e tools vari di Google, induce ad un consumo nettamente inferiore alla media di carta e dei mezzi di trasporto fisici che producono, come sappiamo, ingenti quantitativi di anidride carbonica e sostanze inquinanti. Il consumo energetico dipende poi dal tipo di ricerca effettuata: è vero che una pagina web con contenuti multimediali richiede maggior energia e libera di conseguenze un maggior carico di anidride carbonica, ma di certo non si avvicina mai ai 7 grammi citati dal dott. Wissner-Gross. A margine di questa diatriba, verrebbe da chiedersi se forse non sia giunto il momento anche per gli studiosi di pensare a ciò che veramente potrebbe aiutare il nostro ambiente, progettando soluzioni concrete ed efficienti e distaccandosi dalla virtualità.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

17/01/2009

A Las Vegas, l’azienda californiana Power Beam ha presentato un sistema innovativo che permette di produrre energia elettrica attraverso dispositivi laser che permetteranno di eliminare cavi e fili, evitando dispersione energetica

WITRICITY: RIVOLUZIONE ENERGETICA

Il 2009 si apre con una notizia molto incoraggiante sia dal punto di vista energetico che ambientale: l’azienda californiana Power Beam, al CES (Consumer Electronic Show) di Las Vegas, tenutosi tra l’8 e l’11 Gennaio, ha mostrato al pubblico un sistema innovativo in grado di trasformare l’energia elettrica in un laser invisibile, che, trasmettendo il calore in una cella fotovoltaica, sarà in grado di ricaricare piccoli dispositivi wireless, ovvero, senza fili. La nuovissima tecnologia, denominata “WiTricity” (wireless electricity), promette grandi passi in avanti per il risparmio energetico: con essa, infatti, sarà possibile ricaricare dispositivi elettrici senza collegamenti fisici e diretti con i cavi fino ad ora utilizzati in ogni dove (appartamenti, aziende, industrie e cosi via). Il co-fondatore della Power Beam, David Grahm, ha affermato ironicamente che grazie a questa grande innovazione energetica, il verbo “ricaricare” scomparirà dai dizionari, dal momento che sarà possibile ricaricare i propri i-pod, cellulari o quant’altro entrando semplicemente in una stanza dotata di dispositivi WiTricity. Al CES di Las Vegas sono stati esposti per il momento dispositivi come cornici digitali e casse acustiche già pronte per il commercio, ma gli esperti promettono ulteriori dispositivi utili ed ultratecnologici.

La WiTricity promette una vera e propria rivoluzione nel settore, cosi come è accaduto qualche anno fa con la tecnologia wireless applicata alla navigazione in rete internet: ci si libererà infatti da cavi e fili elettrici piuttosto ingombranti, soprattutto per i pendolari del lavoro che devono spostarsi quotidianamente da un luogo all’altro per brevi periodi. L’energia prodotta oggi da ogni singolo laser equivale a 1,5 watt di potenza, collegati poi ad una cella fotovoltaica ad energia solare situata a 10 metri di distanza. Un solo laser può alimentare lampade a Led ed altoparlanti (ovviamente wireless), mentre per i dispositivi che necessitano di un maggior carico di energia sono in corso accurati studi da parte degli esperti nel settore, che sistemeranno definitivamente impianti in grado di produrre energia sufficiente ad alimentare computer e dispositivi di dimensione e carico maggiori. Alcuni studiosi, tuttavia, hanno sollevato dubbi su quanto i laser possano nuocere alla salute dell’uomo. La risposta è arrivata subito dal dott. Grahm e dalla Power Beam al completo: i laser sono totalmente innocui, poiché trasportano soltanto calore da un luogo all’altro, per cui non c’è alcun rischio per l’uomo, anzi, questa nuova tecnologia consentirà un notevole risparmio di energia elettrica che in passato, a causa dei cavi, andava talvolta dispersa.

La precisione dei laser, invece, consentirà una ripartizione energetica senza troppi sprechi. La WiTricity, infatti, si basa su un rapporto di risonanza reciproca tra due congegni, la qual cosa sta a significare che tutti i congegni a risonanza diversa rispetto alla “coppia” presa in considerazione non riceveranno energia, che dunque, non andrà dispersa. La risonanza tra due congegni consente inoltre uno scambio attivo ed efficiente di quantità energetica anche a grossa portata. I primi studi sulla WiTricty fuorno formulati ed approfonditi dall’università di Cambridge ed oggi sono stati rinnovati ed ampliati dalla Power Beam, con risultati sempre più sorprendenti. Se il buongiorno si vede dal mattino allora possiamo ben sperare in un 2009 ricco di scoperte e progressi, tendenti a salvaguardare non solo la salute dell’uomo, ma anche quella dell’ambiente: basti pensare che le tecnologie WiTricity si servono di celle fotovoltaiche ad energia solare. È un futuro con più energia pulita quello che si aspettano tutti, e forse la WiTricity darà un contributo fondamentale per realizzare questa ambizione.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Non solo l’industria, ma anche il turismo diventa, a Siracusa, un settore in cui predoni dell’ambiente si tuffano per realizzare i propri profitti: in programma un megavillaggio da 900 posti a ridosso di una riserva

SIRACUSA: ENNESIMO ASSALTO ALL’AMBIENTE

Quando si parla di nuovi modelli di sviluppo economico a Siracusa e provincia è meglio prepararsi al peggio, perché non si sa mai cosa possa venir fuori dai pensieri illuminati degli amministratori locali. In ambito industriale, fino ad ora, è stato un continuo sobbalzare davanti ai progetti delle grandi compagnie, sostenute da una classe politica sempre attenta a non deluderle. Dalle trivellazioni in Val di Noto all’inceneritore di Augusta, al rigassificatore di Priolo-Melilli, gli assalti al territorio sono giunti ad un ritmo incessante, trovando per fortuna la denuncia e la resistenza di una parte di cittadini, associazioni e di qualche rappresentante delle istituzioni. Ma il pericolo è ancora in agguato. E non c’è solo l’industria. Qualcuno ha deciso che bisogna diversificare e quindi puntare, per quanto possibile, anche su altri settori, un po’ più trascurati in passato. Un esempio? Il turismo. Siracusa e la sua provincia posseggono uno splendido e ricco patrimonio naturale, artistico e archeologico, lascito di una storia antica che ha attraversato le tante epoche, conservandone preziose testimonianze che assegnano a questa città un carattere di significativa rarità. Negli anni passati, la scelta industrialista, unita all’abusivismo edilizio figlio di una carente consapevolezza ambientale, ha prodotto scempi gravissimi ai danni del territorio, che, però, conservava ancora numerose risorse. C’era ancora il tempo per non abbandonare Siracusa al degrado e alla crisi, ma in pochi avevano in testa idee semplici quanto innovative, come quelle relative ad uno sviluppo sostenibile del territorio, basato sulla valorizzazione delle immense risorse ambientali e culturali.

Negli ultimi anni, l’Unesco ha suggerito alle amministrazioni di guardare meglio Siracusa e di cominciare ad accorgersi di avere tra le mani un patrimonio di enorme valore. Peccato, però, che l’unico valore che è emerso è stato quello del denaro. La scelta turistica siracusana si è limitata ad una serie sproporzionata di concessioni edilizie per la realizzazione di villaggi turistici ed alberghi, con l’unica eccezione dell’egregia decisione di realizzare una riserva naturale marina, nell’area del Plemmirio, una delle poche ancora liberamente fruibili dalla popolazione dei bagnanti. Così, è nato il villaggio dell’Asparano, che ha antropizzato uno dei luoghi di mare più belli, senza con questo produrre occupazione o ricchezza per l’economia nostrana; così sono nati i vari solarium, come quello dell’Arenella, che hanno invaso le coste della nostra città, arrivando perfino ad occupare lo spazio che per legge spetta alla pubblica fruizione; così è nato il villaggio di Massa Olivieri, che ha chiuso l’accesso all’area del faro rosso della Penisola Maddalena, altro sito naturale ricco di bellezza e storia, e che è stato bloccato solo dopo una lunga battaglia, lasciando però in piedi le sue strutture quasi complete, che non sono ancora state demolite. Un piano turistico, dunque, basato esclusivamente su un’urbanizzazione massiccia, ad alto impatto ambientale, che ha privato i cittadini siracusani, in nome di uno sviluppo falso, di zone di incomparabile bellezza. Si è deciso di proseguire quell’opera di selvaggia espansione edilizia che, già nei decenni passati, aveva ridotto la splendida costa di Fontane Bianche ad un’ammucchiata di case e di cemento, che hanno reso tale località tristemente unica nel suo genere: una costa lunga chilometri, priva di lungomare!

Stessa sorte è toccata all’Arenella ed alle sue meravigliose rive, alla Fanusa e a Terrauzza. Quest’ultima, adesso, è nuovamente al centro dei “progetti di sviluppo” di cui sopra. È infatti in fase di discussione l’eventuale approvazione di un progetto per la realizzazione di un mega villaggio turistico da 900 posti (un numero incredibile) a Terrauzza, proprio a ridosso della riserva naturale marina del Plemmirio, nell’unica zona di mare non ancora violentata dal cemento. Un gigante mostruoso che potrà portare solo effetti negativi, un controsenso, un paradosso, una presenza ingombrante in mezzo ad un’area destinata a riserva e che è stata sempre presentata come il fiore all’occhiello delle politiche ambientali di questa città, anche perché è stata l’unica vera scelta verde fatta negli ultimi decenni. Così, mentre ci si prepara al G8 Ambiente di aprile, c’è una minaccia che incombe sul futuro del nostro mare, già martoriato da decenni di inquinamento di ogni sorta. Le associazioni ambientaliste, da Legambiente a Natura Sicula, sono sul piede di guerra e chiedono che ci si fermi in tempo, che si ripensi con maggiore coscienza ambientale e con maggiore lucidità al modello di sviluppo da attuare in una provincia che fino ad ora ha conosciuto solo danni irreparabili. Che per una volta si guardasse al futuro e alle opportunità concrete di promozione del territorio, piuttosto che al profitto di breve durata e di lunghissime, nefaste conseguenze.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

 

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