IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
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ARCHIVIO MUSICA
NUMERI DI OTTOBRE 2008
25/10/2008
I cartoni animati degli anni ’80 e ’90 sono stati compagni di crescita e di fantasia di diverse generazioni, adesso divenute adulte- Grazie ai Parimpampum, ottimo gruppo catanese, si ritorna indietro tra allegria e nostalgia
LA MUSICA CHE CI FA TORNARE BAMBINI
Sarà per il forte impatto emotivo, sarà perché quando eravamo bambini i cartoni animati occupavano le nostre fantasie, fatto sta che è una certezza la riuscita di serate musicali interamente dedicate alle sigle dei cartoons. In Italia sono moltissimi i gruppi che presentano un repertorio di covers delle sigle dei cartoni animati andati in onda negli anni ’80 e ’90: un esempio per tutti è quello de Gli Amici di Roland, la cui voce era Samuel Romano, front-man dei Subsonica. Quella per le colonne sonore dei cartoni è una passione che condividono anche i catanesi Parimpampum. Li abbiamo ascoltati dal vivo al circolo culturale La Factory e non siamo riusciti a non farci coinvolgere. Il gruppo, il cui nome è preso in prestito da “L’incantevole Creamy”, è composto da Federica Silicato (voce), Ivan Sammartino (voce e basso), Gabriele Dovis (tastiere e cori), Giuseppe Parisi (chitarra) e Antonio Drago (batteria).
La scaletta dei pezzi snocciolata dai Parimpampum ci ha regalato un alternarsi continuo di emozioni: si è partiti un po’ più piano con pezzi come “Lady Oscar”, nella nuova versione, “Batman” e “Nanà Supergirl”, per poi aumentare decisamente il ritmo con pezzi storici come “Goldrake” (di cui hanno suonato sia la prima che la seconda versione), “Jeeg robot d’acciaio”, “Fantaman” o “Carletto e i mostri”. Cantando e ballando la sensazione che abbiamo provato è stata di malinconia, quasi di nostalgia nei confronti di quei vecchi amici, compagni di mille avventure che ormai sembrano lontani anni luce. Alcune sigle sembravano addirittura sconosciute, di altre se ne avevamo solo dei vaghi ricordi, ma suonavano comunque tutte familiari, come un vecchio parente che non si vede da anni, di cui non si ricorda il volto, ma che sentiamo a pelle che in passato ci è stato vicino.
La partecipazione sulle note di “Pollon”, di “Occhi di gatto” o de “L’incantevole Creamy” è stata massiccia, si cantava a squarciagola e ci si dimenava con un’intensità degna dei più grandi concerti rock; questo perché i cartoni animati sono stati di tutti. Ognuno di noi ne aveva uno preferito, ma questo non vuol dire che gli altri piacessero di meno. Crescendo, i gusti si sono sviluppati e differenziati, ma le sigle dei cartoni riescono ancora, a distanza di anni, a mettere tutti d’accordo, e questo i Parimpampum lo sanno bene. Il concerto è stato un successo, tra parrucche colorate e trenini improvvisati, ed io, per quanto mi riguarda, sono stata felicissima di riascoltare la sigla del mio cartone preferito: “Il tulipano nero”. Un tuffo nel passato e nei ricordi a cui abbiamo attinto a piene mani, per una serata in cui tutti siamo tornati più piccoli.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
È uscito a fine settembre il nuovo album dell’ex leader dei Lunapop, Cesare Cremonini, intitolato “Il primo bacio sulla luna”- Un lavoro maturo, musicalmente vario, in cui oltre ad amore ed amicizia trova spazio il sociale
IL NUOVO CREMONINI: NON SOLO AMORE
“Ma quant'è bello andare in giro con le ali sotto i piedi”...Chi di voi non ha almeno una volta cantato questa celebre hit dei Lunapop che impazzava nell’estate del 2000 in tutte le radio d’Italia? I ragazzi del complesso bolognese allora stavano per sostenere gli esami di maturità quando si sono ritrovati per caso all’apice del successo. Poi il tempo è passato ed è arrivata una scissione: tre di loro quest’anno hanno dato vita alla formazione dei Liberpool, mentre Cesare Cremonini, il front-man del gruppo, ha preferito la carriera solista trattenendo in compenso l’amico di sempre, Ballo. È proprio dell’ex voce del quintetto emiliano il nuovo disco, uscito il 26 settembre scorso, intitolato “Il primo bacio sulla luna”, un titolo doppiamente romantico, se si pensa che in questo modo Cesare ha voluto omaggiare il ricordo dell’esperienza nei Lunapop ai tempi dei successi di “50 special” e “Vorrei”.
Il titolo del cd dà anche il nome a uno dei brani presenti nella track-list, una canzone dolce nella quale si ipotizza che un giorno l’uomo dovrà andare alla ricerca dei veri sentimenti su un altro pianeta, lontano da un mondo inquinato dall’ipocrisia e dalla falsità. Sulla linea melodico-amorosa si mantiene anche “Chiusi in un miracolo”, nella quale viene descritta la vita di un uomo innamorato calata nel tran-tran quotidiano. Ma guai a parlare di canzoni banali e con tematiche monocorde: “Le sei e ventisei”, tuttora in rotazione come secondo singolo estratto, sembra richiamare le atmosfere e le tematiche di Fabrizio De Andrè, assaporate in perle come “Bocca di rosa” o “Via del campo”, con un testo decisamente controcorrente in un momento in cui la vita per le prostitute è diventata ancor più difficile.
Dal testo traspare immediatamente un grande sentimento di umanità nei confronti delle “belle di notte”(“Se Dio sapesse di te sarebbe al tuo fianco/direbbe: “Son io! Quel pittore son io! Facendosi bello per te”), che il cantante dichiara apertamente di non disprezzare perché si tratta di donne che hanno diritto ad una loro dignità. Uno spazio importante è anche riservato all’amicizia nell’intero pezzo strumentale suonato con la London Orchestra ed intitolato “Cercando Camilla”, situato a chiusura dell’album: la canzone nasce da un aneddoto autobiografico raccontato dall’artista bolognese, quando una sua amica lo superò con la macchina al giallo del semaforo, mentre lui rimase fermo al rosso.
La ricerca dell’amica si protrasse per tutta la notte e da lì lo spunto per il titolo al pezzo al quale Cesare stava lavorando. Una chicca per le fan del cantante: il giovane artista non sa se definirsi fidanzato o sposato, ma dice comunque di avere una ragazza nel cuore, Roberta, a cui ha dedicato “L’altra metà”, una ballata lenta incentrata sulla ricerca difficile dell’anima gemella. Un disco in cui convergono le più diverse influenze musicali, dal jazz alla samba, alla bossanova, e nel quale regna il talento e la raffinatezza di uno degli artisti più interessanti e originali della scena del pop all’italiana.
Marcello Filograsso –ilmegafono.org
18/10/2008
Parole in musica- Davanti ad un’Italia in piena crisi economica, sociale e culturale, segnata da una classe politica inadeguata, diversi cantautori hanno sentito il bisogno di prendere posizione attraverso le proprie canzoni
VIENI A BALLARE IN ITALIA
In uno stato in cui i politici sono diventati degli uomini di spettacolo, intenti a saltare da un salotto televisivo all’altro, ignorando le istanze della gente, alcuni musicisti e cantanti si sono presi la briga di trattare delicati temi sociali nelle proprie canzoni. È così che cantautori dotati di una particolare sensibilità non riescono a fare a meno di parlare di quello che vedono e sentono, pur essendo coscienti che certi temi andrebbero prima di tutto trattati in altre sedi, più appropriate. Per persone come Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, Luciano Ligabue o Caparezza diventa impossibile chiudere gli occhi e girarsi dall’altra parte di fronte alla contingenza storica in cui ci troviamo. Nascono così canzoni che, con un intento più o meno di denuncia, a volte addirittura accompagnate da musiche allegre e spensierate, sviscerano ed affrontano temi caldi come quello della deriva della nazione italiana, dei disastri ambientali, della crisi mondiale o delle morti sul lavoro. Sappiamo benissimo che Jovanotti è da anni impegnato, insieme a Bono Vox, nella causa dell’abolizione del debito dei paesi del cosiddetto “terzo mondo”; nel suo ultimo lavoro, “Safari”, è tornato più di una volta sul tema a lui tanto caro dell’uguaglianza, della solidarietà tra popoli, e sulla nuova tendenza italiana di far credere che vi sia un’emergenza “sicurezza” che in realtà è tutta una finzione costruita ad arte.
Nella dolcissima “Fango”, inserisce poche parole che però hanno un grande peso: “La tele dice che le strade son pericolose, ma l'unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente”. Il timore più grande non è quello di ciò che sta intorno a noi, ma di non riuscire più a percepirne la presenza. La canzone in cui Jovanotti tratta tutto questo con più ampio respiro è “Safari”, che dà il titolo all’intero album. Con maggiore chiarezza il cantante ritorna sugli stessi concetti: “Ci dicono continuamente che nessuno è al sicuro, ma questo lo sapevo già e non è mai stata una buona scusa per barricarmi dentro casa, la tele accesa e la porta chiusa. Safari, dentro la mia testa ci sono più bestie che nella foresta”. Stavolta aggiunge che le vere bestie ed i veri mostri non si trovano là fuori, ma si trovano prima di tutto nella nostra testa. Se si imparasse a dominare la paura del diverso e di ciò che è sconosciuto probabilmente si riuscirebbe a sconfiggere ogni paura fomentata dall’esterno. Anche Luciano Ligabue ha sentito il bisogno di dire la sua sulla situazione attuale in “Buonanotte all’Italia”.
In questo brano che pare essere una dolce lirica, il cantautore emiliano osserva con amarezza il punto a cui si è giunti e vede l’Italia come una donna malata al cui capezzale non c’è nessuno se non zanzare e vampiri assetati di sangue: “Buonanotte all’Italia con gli sfregi nel cuore e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere e la guarda distratto come fosse una moglie, come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie, e una stella fa luce senza troppi perché, ti costringe a vedere tutto quello che c’è”. Colpisce molto anche l’interesse che un cantante di sentimenti come Raf ha riservato a temi internazionali come le guerre ed il capitalismo sregolato. Già nel brano del 2006, “Salta più in alto”, aveva inserito, con una base rap, queste parole: “Saltano le regole, saltano i confini, saltano i bambini su giocattoli esplosivi, saltano il pasto, saltano la corda, fanno scarpe per saltare. Salta la centrale nucleare, salta Mururoa a 50 anni da Hiroshima, salta la rima, saltano gli atleti, gli ostacoli, le corse, le borse, i governi, i nervi, saltano gli schemi, i sistemi, le vocali, gli articoli della Costituzione, gli ideali”.
Nel nuovo lavoro, egli dedica un’intera canzone al mito dell’economia americana, bruscamente crollata in questi giorni. Ne “L’era del gigante” un giovane parte per l’America che pare ricca di opportunità, ma il sogno è in realtà solo un incubo destinato a sgretolarsi (mai parole furono più profetiche): “Quel sogno ormai cos’è, cosa diventò, sembra incomprensibile, per un secolo il petrolio sulla scena è stato il re, ma qualcosa sta cambiando e chissà perché”. Infine, ma non certo per importanza, abbiamo i pugliesi Caparezza e Sud Sound System, che non sono certo nuovi a sfornare una canzone popolare che punta al sociale. Caparezza spazia, col suo repertorio sempre attuale e con la sua parola sempre tagliente, dalle tematiche più prettamente ambientaliste a quelle riguardanti la sicurezza sul lavoro o lo sfruttamento della manodopera clandestina nei campi. In “Vieni a ballare in Puglia” il cantautore a suon di taranta mette a nudo tutto il marcio che c’è dietro la bella facciata che ci siamo dati in Italia.
La Puglia, da sempre meta ambita dai turisti per le sue infinite bellezze, nasconde, neanche tanto bene, altrettante infinite magagne tutte elencate con sarcasmo dal cantante salentino: “Abbronzatura da paura con la diossina dell’ILVA... C’è chi ha fumato i veleni dell’ENI, chi ha lavorato ed è andato in coma... Fuma persino il Gargano, con tutte quelle foreste accese. Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo paese... Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica... Vieni a ballare compare nei campi di pomodori dove la mafia schiavizza i lavoratori, e se ti ribelli vai fuori”. L’unica possibile conclusione, non per questo meno amara è: “O Puglia Puglia mia, tu Puglia mia, ti porto sempre nel cuore quando vado via e subito penso che potrei morire senza te. E subito penso che potrei morire anche con te”.
Vale la pena ricordare anche il brano “Sono un eroe”, cantato da Caparezza con incredibile intensità allo scorso concerto del Primo Maggio, in cui si parla della storia vera di un lavoratore, Luigi delle Bicocche. Nell’Italia di oggi, i veri eroi non sono più Superman o Spideman, ma i lavoratori: “Sono un eroe, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione. Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattai. Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere. Sono un eroe straordinario tutte le sere. Sono un eroe e te lo faccio vedere. Ti mostrerò cosa so fare col mio super potere”. Dedicato agli stessi temi attuali trattati da Caparezza è anche l’ultimo album dei corregionali Sud Sound System. “Dammene ancora” (questo è il titolo del cd appena uscito) è anch’esso un concentrato di realtà, di vita vissuta con tutte le problematiche annesse e connesse: ampio spazio è riservato allo scempio ecologico ed ai danni alla salute provocati dai fumi dell’ILVA di Taranto, alla situazione dei lavoratori precari (vedi “La ballata del precario”), alla mancanza di legalità in una terra che pare essere di nessuno. Una situazione che, in realtà, sembra essere condivisa da tutto il Paese, se non da tutto il mondo: misfatti commessi e rimasti impuniti…non ci resta che cantarli!
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
“Canzoni da spiaggia deturpata” è l’album di Le luci della centrale elettrica, pseudonimo di Vasco Brondi, cantautore ferrarese capace di raccontare, con triste coscienza e senza filtri, il grigiore dei nostri tempi
LA GENERAZIONE DEL SERT (E NON DEL SURF)
Potremmo chiamarla “La fine dell’utopia”, come il libro di Marcuse. Perché “Canzoni da spiaggia deturpata” si presenta così: una sorta di sigla della fine. A cantarla è “Le luci della centrale elettrica”, pseudonimo per un cantautore ferrarese, Vasco Brondi. Un abisso lo separa dalle canzonI radiofoniche, pop. Chiamiamola disillusione o rabbia post punk, ma una cosa è certa: fanno riflettere questa chitarra classica e questa voce che canta melodie poetiche e profondamente rassegnate. Tutto nasce dalla felice (e inaspettata) collaborazione tra l’artista e un coraggioso produttore, Giorgio Canali. Il timido cantante emiliano, come rivela in più di un’intervista, non si aspettava questo successo di pubblico (e critica con la prestigiosa “Targa Tenco 2008” per la miglior opera “cantautorale” dell’anno), arrivato all’improvviso. Anche perché, ormai, un certo tipo di musica, quella melodico-popolare, sta scomparendo.
Ha avuto di certo i suoi mostri sacri, ma in questi anni ha perso tono e splendore con il rischio di scomparire, cancellata magari da quei tormentoni stagionali che portano nelle casse delle case discografiche fior di milioni. Ma i due hanno vinto la scommessa, con un cd, “Canzoni da spiaggia deturpata” (uscito nel maggio di quest’anno per l’etichetta indipendente “La tempesta”), che merita di essere ascoltato, anche solo per i testi dal significato intenso. Un filo conduttore corre per tutte le undici canzoni: lo spirito di una generazione che vede perire pian piano gli ideali che avevano animato le proprie lotte e quelle dei genitori. “I CCCP (il gruppo di Giovanni Lindo Ferretti, ndr) non ci sono più, i CCCP non ci sono più” canta infatti Brondi nella sua “La gigantesca scritta coop”.
Non c’è spazio per speranza o finti revival in salsa sessantottina. Tutto sembra finito. Solo una grande, invincibile desolazione, come quella di una periferia, e il vuoto di luci nel buio colgono l’ascoltatore di queste ballate. “I cassonetti in fiamme fanno un odore strano”. E infatti sembrano così lontani, così inutili. I valori sono disponibili solo per una sterile “Lotta armata al bar”: “Gli addetti alla fabbricazione del buon umore sono in cassa integrazione, le tue tanto attese mestruazioni e le rivoluzioni e gli interessamenti per le persone più fatiscenti che incontri, mentre crollavano i poster (…) le nostre giornate che sono state ristrutturate e tutti gli altri libertini che sono stati biodegradati e quando sono arrivati gli artificieri e ci hanno disinnescati”.
L’impotenza, il vuoto e la superficialità si prendono le nostre mani e le nostre menti. Più che la sconfitta di ideali, Brondi canta la vittoria del sistema, che ormai è entrato in ogni aspetto della vita quotidiana e non c’è più modo di sfuggirgli: “Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche” (canta in “Per combattere l’acne”). Cosa ci resta? “Che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?”. Probabilmente nessuno di noi lo sa. Per “Le luci della centrale elettrica” diremo solo che “siamo l’esercito del SERT” e non più del surf. Case, droga, periferie grigie, piazzali vuoti davanti a centri commerciali, questo quello che lasciamo in eredità. Un cd che racconta quello che siamo diventati, senza filtri di nessun genere, con la consapevole e triste convinzione di non poterci fare più nulla. Diffidino delle proprie illusioni gli ottimisti nell’ascoltarsi queste canzoni da spiaggia deturpata, in cui non troveranno di certo nuovi spunti.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
11/10/2008
Parole in musica- L’immigrazione, il razzismo, le sofferenze di milioni di persone venute da lontano hanno trovato spazio nella musica, con sfumature varie- Un viaggio che attraversa MCR, Bloc Party e il grande Guccini
CANTANDO IL DOLORE DEI MIGRANTI
Ci sono i sindaci sceriffo, i servizi alla tv, le opinioni della gente, il razzismo che cresce. Ma il fenomeno emigrazione/immigrazione coinvolge anche la vita culturale dell’Occidente, offrendo infiniti spunti per la creatività di un artista, per natura e vocazione sensibile all’attualità. La musica più recente, nel suo equilibrio tra testi e musica, racconta con note e parole una realtà complicata, da più punti di vista. Si può descrivere un percorso tipo attraverso quattro canzoni, che gettano uno sguardo su quattro diversi aspetti dello stesso fenomeno. Ci sono i Modena City Ramblers e la loro “Ahmed l’ambulante” (album “Riportando tutto a casa” -1994). È la storia di un venditore come se ne incontrano tanti per le nostre strade e piazze che per “quaranta notti” ha “venduto orologi alle stelle”. “La quarantunesima notte vennero a cercarmi pestaron gli orologi come conchiglie”. Prima gli orologi e poi lui stesso, che viene pestato e ucciso in un solenne gesto di disprezzo: “Così per divertirsi o forse perché risposi male mi spaccarono la testa con un bastone”.
Di lui resistono ostinati la richiesta di aiuto ad “Ashiwa, dea della notte”, un intenso profumo di nordafrica, di tradizioni esotiche e lontane. Proprio come quei luoghi dove è nata la protagonista di “Ebano” (“Viva la vida, muera la muerte!” -2004): “Una terra là dove il cemento ancora non strangola il sole”. I sogni di un ambulante, le speranze di una ragazzina che ha provato sulla propria pelle la disillusione: “A sedici anni mi hanno venduta, un bacio a mia madre e non mi sono voltata. Nella città con le sue mille luci per un attimo mi sono smarrita...”. Quelle luci erano il preludio di un futuro da vivere di notte: “Poi un giorno sono scappata verso Bologna con poca speranza. Da un’amica mi sono fermata, in cerca di nuova fortuna. Ora porto stivali coi tacchi e la pelliccia leopardata. E tutti sanno che la Perla Nera rende felici con poco...”.
Ma dall’altra parte della strada chi c’è? Cosa c’è oltre quelle luci? Anzi, cosa sono quelle luci che promettono soldi e serenità? Sono gli schermi delle innumerevoli tv costantemente accese, da Roma a Parigi, da Berlino a Londra, Brighton, Manchester. “The Daily Mail says the enemy’s among us, as bombs explode on the 30 bus kill your middle class indecision. Now is not the time for liberal thought” (“Il Daily Mail dice che il nemico è intorno a noi, quando le bombe esplodono sul bus numero 30, uccidi la tua indecisione da borghese. Ora non c’è spazio per pensieri liberali”), così cantano i Bloc Party in “Hunting for witches” (“A weekend in the city” -2007).
Ad ascoltare quelle tv un uomo (che si presta a emblema di una società) stressato, portato costantemente sull’orlo di una crisi di nervi. “I was sitting on the roof of my house with a shotgun and a six pack of beers” (“Ero seduto sul tetto di casa mia con un fucile e sei pacchi di birra”). Emblematici i due elementi: il fucile e la birra. La birra che addormenta i nostri sensi e ci fa evadere dalla routine, dalla fretta, dalla noia. Il fucile che ci fa sentire “sicuri” e che ci rende tutti, allo stesso tempo e paradossalmente, impauriti. Infatti, “la paura ci terrà tutti in casa”. Ma come dimenticare le nostre origini, la nostra storia? Rispolverando un tema forse da troppe parti ripreso, con il rischio di offrirgli lo status di “luogo comune”, ascoltiamo “Amerigo” di Francesco Guccini: “Probabilmente uscì chiudendo dietro sé la porta verde, qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’orzo. Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.”
E sono state tante le porte che si sono chiuse alle spalle di persone o famiglie italiane che partivano verso l’ignoto. Amerigo è un giovane montanaro, spinto dalle ali dell’età a cercare fortuna e speranza lontano da quella valle di “saggi ignoranti”. Ma l’America si rivela, come l’Europa per Ahmed, solo un posto come un altro dove soffrire la povertà e spaccarsi la schiena dietro un attrezzo: “Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita, l’America era un angolo, l’America era un’ombra, nebbia sottile, l’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita”. Ma gli uomini sono naturalmente disposti al viaggio. Per insensate, “fastidiose”, difficili che siano, le migrazioni fanno parte del nostro DNA fin dalla nostra comparsa. Dalla Rift Valley all’Asia, all’Indocina, al Nordamerica, all’Europa. Perché non esistono solo nazioni, ma anche, e soprattutto, terra, cielo, mare, vite a cui non potremo mai mettere un confine.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Ralph Vaughan Williams fu un raffinato compositore inglese, vissuto a cavallo tra l’800 e il 900, autore di melodie che risentono delle influenze della musica popolare inglese, del neoclassicismo e del romanticismo tedesco
VAUGHAN WILLIAMS: UN INGLESE ROMANTICO
Questa settimana facciamo un passo indietro nell’ambiente chic e raffinato della musica classica del ‘900, e andiamo a ricercare una figura di primo piano nell’ambito della musica inglese: Ralph Vaughan Williams. Egli nacque nel 1872 a Down Ampney, nel Glouchestershire. Figlio di una ricca ereditiera e di un pastore anglicano, studiò a Londra al Royal College of Music, dopo che aveva già imparato a suonare alcuni strumenti come il violino, il pianoforte e l’organo in una scuola privata. In seguito studiò al Trinity college di Cambridge. Nel 1895 conobbe Gustav Holst, un altro studente di musica, con cui strinse una duratura amicizia. Nel 1897 si spostò a Berlino per diventare allievo del compositore Max Bruch. Nel 1908 si recò a Parigi e studiò con Maurice Ravel. Appassionato alle tradizioni del mondo contadino, Vaughan Williams musicò alcuni versi del poeta Walt Whitman nella composizione “A Sea Symphony” (1909).
Nello stesso periodo scrisse anche “Fantasia on a theme by Thomas Tallis” (1910), e una ballad opera, “Hugh the Drover” (1914). Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, completò “A London Symphony (n.2)” e si arruolò nell’esercito. Durante la seconda guerra mondiale il musicista lavorò ad alcuni film propagandistici e scrisse alcune colonne sonore. Morta la prima moglie, nel 1953 si risposò con la scrittrice Ursula Wood. Morì il 28 agosto 1958; i suoi resti sono sepolti nell’Abbazia di Westminster. Le sue melodie risentono di varie influenze: dalla musica popolare e antica inglese al neoclassicismo, trattenendo sempre ben saldo un legame con il tardo romanticismo tedesco, di cui si sentono forti influssi in alcune melodie.“The lark ascending”, in particolare, sembra racchiudere in sé un’idea dell’infinito: nel crescendo di violini che pervade tutta la melodia, l’anima sembra aprirsi e scoppiare di fronte allo spettacolo della natura.
I violini aprono la melodia, in un’atmosfera serena e a tratti giocosa: ancora siamo con i piedi per terra. Ad un certo punto gli archi diventano solenni: è il primo accenno al volo, ma ancora non siamo alla partenza. L’atmosfera ritorna tranquilla, forse un po’ incredula. Infine, dopo l’ultima nota acuta del violino solista, quasi fosse l’emozione prima di spiccare il salto, si apre, in un tripudio solenne di archi, un paesaggio maestoso, ma non ridondante. Assomiglia più ad un volo sui prati sterminati della campagna inglese silenziosa verso sera: qui, l’anima quasi scoppia per l’emozione. A chiusura della melodia ricompare il motivo iniziale, più lieve e calmo. Vaughan Williams è un compositore piacevole, un classicista abbastanza moderno. Una miscela gradevole e giusta per il sentimento.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
04/10/2008
Il giovane compositore italiano, che ha saputo affascinare il pubblico con la sua “musica classica contemporanea”, è pronto a sbarcare nel lontano Giappone, dove ad inizio novembre si esibirà in tre grandi concerti
ALLEVI: IL TALENTO ARRIVA IN ORIENTE
Un’auto silenziosa attraversa l’aria impalpabile senza disturbare il paesaggio con il suo arrivo. La linea morbida e sinuosa della strada si snoda attraverso il bosco. Velocissime come fotogrammi si alternano le ombre dei rami, riflettendosi sul cofano, agli sporadici raggi di sole che cercano respiro tra le chiome. Le fuggevoli note di un pianoforte, quasi sospinte dalla stessa brezza che agita le foglie, accompagnano con la loro leggiadria il veicolo nel suo andare. L’abbiamo conosciuto così Giovanni Allevi. Il giovane compositore spettinato, divenuto l’idolo di tutti i nostalgici della musica classica e non solo. L’abbiamo conosciuto veramente solo allora, quando, ancora ignari della grande svolta che di lì a poco avrebbe dato alla musica contemporanea, il suo pezzo, “Come sei veramente”, veniva scelto dal regista Spike Lee come colonna sonora dello spot internazionale della Bmw. Non è passato molto tempo da quella sua, ancora “giovane”, entrata in scena, eppure, senza esitazione, il nostro pianista continua a scalare le più importanti vette musicali di oggi, collezionando non pochi riconoscimenti e premi in tutto il mondo.
Mentre spopola il suo ultimo album, per la precisione il quinto, “Evolution”, uscito lo scorso 13 giugno, in cui in via del tutto inedita si affida all’accompagnamento di una selezionatissima orchestra sinfonica, Allevi ripone il suo impegno e la sua sensibilità artistica nella scia di concerti internazionali fissati per i mesi a venire. Dopo Milano e New York, ultimi degli innumerevoli concerti “atlantici”, punta ora sull’Oriente, fissando le future tappe, il 4, 6 e 9 novembre, rispettivamente a Nagoya, Yokohama e Tokyo (Giappone). E noi non possiamo che essere orgogliosi di questo talento nostrano, ammirato e invidiato persino all’altro capo del mondo. Non è tuttavia una novità la musica del giovane pianista per i giapponesi: era il 1999, quando la musicista giapponese Nanae Mimura, solista di Marimba, rimase affascinata dalla scorrevolezza e dall’armonia delle note dell’allora trentenne Giovanni Allevi, a tal punto che volle trascrivere i suoi pezzi per il suo strumento ed eseguirli dinanzi al pubblico del teatro di Tokyo e della “Carnegie Hall” di New York. Il successo fu immediato.
Ora finalmente i giapponesi avranno modo di tastare con i propri occhi e le proprie orecchie la profondità e la dolcezza, l’incandescenza e la velata malinconia che si celano dietro la personalità bizzarra di un artista fuori dal comune, in uno spettacolo per il quale già si preannuncia il sold-out. Non è un caso, infatti, che i suoi pezzi siano in grado di reggere il confronto con i capolavori dei più grandi cantautori odierni: le sue romanze, così dense di passionalità e sentimento, non hanno bisogno di parole per esprimere il loro valore e il loro contenuto. È il piacevole gioco di armonie che cattura l’attenzione. Le modulazioni, chiare e semplici, trascinano senza fatica la mente dell’ascoltatore da momenti di cupezza e malinconia a respiri allegri e gioiosi, in cui si sente fortemente il senso di liberazione dalla triste riflessione che attanagliava l’animo appena un momento prima. Il contrasto, quasi impossibile, tra l’evanescenza e la sensazione, l’ineffabilità dei suoni e la loro concretezza, dà vita ad una musica tanto lontana e ideale -quasi volesse rievocare un mondo chiaramente classicheggiante ormai perso- quanto attuale, per la sua capacità di rivalutare e rendere vive e nitide quelle atmosfere che spesso ci sembrano “antiche”.
E così la mente rivive quelle note, perdendosi in un mondo a sé, e quanto più esse ci sembrano sfuggire con la loro grazia, tanto più ci rimangono impresse nella memoria. È questo il fatato mondo di Giovanni Allevi, il mondo di quella che è stata ribattezzata la “musica classica contemporanea”. Un genere che supera le barriere spaziali e temporali di tutti gli altri generi, “al di fuori di qualsiasi categoria e definizione”, e che inaspettatamente affascina numerosi giovani, spinti dalla voglia di esplorare il nuovo attualizzando il vecchio, aperti ad un più genuino e sincero approccio alla musica. Un successo meritato, insomma, quello del giovane artista che, alla fine di ogni pezzo, finge di catturare i suoni, come fossero bolle di sapone (gesto di certo inusuale ma che chiunque lo abbia visto in concerto non può non ricordare), quasi a voler trattenere ancora per un istante la freschezza di quella sensazione. Il successo di un ragazzo semplice che, nonostante la sua ingenuità, è riuscito a divenire “la rockstar della musica classica”, come è stato a buon diritto soprannominato dalla critica moderna.
Giulia Baldassarra –ilmegafono.org
È appena uscito “Argento”, il nuovo cd degli “Sugarfree”, la band catanese che ha conquistato il pubblico giovanile nel 2005, con la celebre canzone “Cleptomania” - Cd in vendita dal 26 settembre in tutta Italia
SUGARFREE, UN RITORNO D’ “ARGENTO”
È “Argento” il titolo del nuovo album degli Sugarfree, la pop band di Catania, in uscita dal 26 settembre scorso. I cinque ragazzi etnei, dopo un anno e mezzo di assenza dal palcoscenico musicale, tornano con grinta e volontà di stupire. Dopo “Scusa ma ti chiamo amore” (primo singolo tratto da questo nuovo album), che ha spopolato grazie all’omonimo film (celebre soprattutto tra i teen-agers), un’altra canzone, dal titolo “Splendida”, fa da colonna sonora ad un altro film: “Appuntamento al buio”, del regista James Keach. Ritmi folk e introduzioni elettroniche fanno del nuovo cd un’ammirabile novità musicale per la band che è solita privilegiare tempi pop. Molti critici riscontrano nelle nuove canzoni un accenno alla maturità artistica dei ragazzi, in grado di miscelare alla perfezione un sound eterogeneo, ricco di fantasia e creatività, oltre alla capacità di saper catturare non solo i fans più scatenati.
Il tastierista Vincenzo Pistone, infatti, in un’intervista rilasciata all’Ansa, subito dopo l’uscita dell’album, ha ammesso di voler “coinvolgere una cerchia di persone più ampia di quella che ci ha già dimostrato affetto”, a dimostrazione che gli Sugarfree sono cambiati e adesso puntano in alto, verso la musica che conta. Successivamente a “Splendida”, ballata pop-rock, il gruppo catanese cambia musicalità, presentando l’armonica e country “Variabile” (la canzone, forse, che più esalta la spiccata tecnica di questi giovani artisti), per poi rievocare l’originaria caratteristica di “cover band”, rivisitando, in perfetta chiave Seventies, la famosa “Una donna per amico” di Lucio Battisti. Ma da cosa deriva questo travolgente cambiamento? “In realtà -prosegue il tastierista- è semplicemente il frutto di un meticoloso lavoro di ricerca interiore che ci ha permesso di scoprire, dopo esser stati travolti dal caos del successo inaspettato di ‘Clepto-manie’, cosa davvero è importante per noi”.
Sempre per ammissione della stessa band, inoltre, dietro l’album “Argento” ci sono ore ed ore irrefrenabili passate ad ascoltare gruppi come Muse, The Cure, ma anche i coetanei Baustelle. Umiltà, duro lavoro e cinematografia: sono questi i punti principali degli Sugarfree, che, insieme ad un look e a tonalità differenti, hanno confessato un altro sogno: “In effetti ci piacerebbe -conclude Pistone- realizzare un film tutto nostro. Per ora è solo un sogno: chissà, magari un giorno diventerà un progetto concreto”. Dunque auguri di “Argento” agli Sugarfree, cinque ragazzi catanesi che cercano di portare la voce e la bellezza della Sicilia dove queste non possono (o non riescono) ad arrivare.
Giovambattista Dato –ilmegafono.org
NUMERI DI SETTEMBRE 2008
27/09/2008
In uscita ad ottobre, ma già ascoltabile in rete dal 21 agosto, “Intimacy”, il nuovo album dei Bloc Party, quartetto indie-rock inglese- Un sound originale, caldo, completo, che ti avvolge come la celebre nebbia inglese
UN’ATMOSFERA TIPICAMENTE BRITISH
In uscita il 27 ottobre, ma già dal 21 agosto disponibile in rete. Un’iniziativa molto simile a quella di “In rainbows” dei Radiohead. Solo che il prezzo è fisso (5 sterline) e non ci sono ancora tutte le tracce. Chi volesse però ascoltarsi “Intimacy”, il nuovo album dei Bloc Party, può andare su youtube.com dove si trovano tutti i brani (“Biko”, “Ares”, “Mercury”, “Halo”, “Trojan Horse”, “Signs”, “One Month off”, “Zephyrus”, “Better than Heaven”, “Ion Square”). Questo cd, molto atteso dai fans, ha subito impressionato. Un bel numero di download delle tracce dimostra il crescente successo che la band molto british si sta guadagnando. Ed è meritato. Quattro fanciulli ben assortiti, atmosfere grigie tipicamente londinesi, musiche che evocano serate buie in periferia, illuminate soltanto dai lampioni di qualche supermarket. Uno stile originale che sa miscelare sintetizzatore e strumenti “classici”, basso-chitarra-batteria.
Il nuovo cd richiama più il Silent Alarm (2005) di “Helicopter” e “Like eating glass” piuttosto che il “ A weekend in the city” (2007) di “The prayer” e “I still remember”. Meno “radiofonico”, più genuino, meno orecchiabile. Matt Tong alla batteria si scatena come un Kate Moon in “Won’t get fooled again”, inventando tempi pazzeschi veloci come raffiche di mitra (in “Better than Heaven”). Dedicato a chi li ama. Non sono andati a cercarsi il successo di pubblico con qualche ballata pop come se ne sente in giro. Hanno riscoperto e mantenuto la loro originalità, quel misto di elettronica ed indie-rock che li contraddistingue. Nell’atmosfera lugubre da rito magico, con sciamani e scimmie del video (in cui ogni riferimento a persone o cose -Bush- non è affatto casuale), Kele Okereke nota che qualcosa non va.
Non è il solo, non è l’unico, non sarà l’ultimo. Ma il video è molto incisivo e la musica (che somiglia un po’ a “Dagli all’untore” di Caparezza) pure. Rende bene l’idea del marasma in cui ci troviamo, prede di forze oscure e sconosciute. Quello che qualcuno ha definito medioevo della modernità. Ma c’è anche spazio per un po’ di sano romanticismo in chiave rock. Si confermano, oltre che dei gran musicisti, anche molto abili nello scrivere i testi. Percorrendo la via dell’originalità. Un sound caldo, completo, che riempie l’atmosfera come una nebbia inglese. Finalmente un cd da comprare questo inverno.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
The Mgmt (The Management) è una band newyorchese che ha esordito nel 2007 con il suo primo album, “Oracular Spectacular”, un disco brillante dal sound psichedelico e visionario, ricco di sperimentazioni
L’ORIGINALITÀ PSICHEDELICA DEGLI MGMT
C’è ancora un posto in questo mondo per l’originalità? Evidentemente sì. Lo testimonia il successo che sta avendo questa psichedelica band newyorchese, gli Mgmt (si pronuncia “Management”), formatasi, quasi per gioco, dai due artisti dallo sguardo stralunato Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden. I due, infatti, formarono la loro band nel 2002, durante il loro anno sabbatico dai corsi dell’università del Connecticut: “Non avevamo intenzione di formare un gruppo”, sottolinea Goldwasser. “Uscivamo soltanto, mostrando l’uno all’altro la musica che ci piaceva”.
Dopo varie sperimentazioni “noise rock”, finalmente il loro suono ha preso forma: si sono laureati e sono andati in tour, come band di supporto agli “Of Montreal”, con il “Time to pretend EP tour”. Il loro primo disco, “Oracular Spectacular”, è da considerarsi il loro primo piccolo capolavoro (pubblicato dalla Columbia). Il sound è psichedelico e visionario (in una canzone addirittura imita i movimenti del loro ex-animaletto da compagnia: una mantide religiosa, ora morta), con sperimentazioni musicali che vanno dall’avant punk, allo psychedelic rock, al synt jam.
I testi seguono l’andamento delle canzoni: ugualmente “schizzati” e stralunati (come “4rth dimentional transition”). Dietro al delirio che appare a prima vista, c’è forse un secondo significato: una sorta di rivoluzione di cambiamento: The youth is starting to change, are you starting to change? Are you? Together (“La gioventù sta cominciando a cambiare, tu stai cominciando a cambiare? Tu? Insieme”), seguita non a caso dal pezzo dance “Electric feel”, che è rappresentata da un video musicale formidabile (una festa mistica in mezzo al bosco, quasi una visione sotto effetto di l.s.d…).
Sempre da ricordare poi sono “Kids”, la canzone che apre l’album “Time to pretend”, e “Weekend wars”. Da “4rth dimentional transition”, l’album perde leggermente la piega dance ed è più orecchiabile sin dalle prime canzoni, volgendosi di nuovo verso la “psichedelia” (e le canzoni sono più difficili all’ascolto). Visto il brillante esordio, non possiamo che sperare, nei prossimi anni, in una prosecuzione che sia altrettanto valida e originale.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
20/09/2008
Viaggio nel cuore della musica classica, attraverso la “Carmen”, celebre capolavoro di Bizet, un’opera in cui la passione genera sentimenti accesi e contrastanti che conducono al tragico epilogo disegnato dal destino
L’INTENSA PASSIONALITÀ DELLA CARMEN
Solo chi non conosce la musica classica non sa apprezzarla. E chi non conosce la Carmen del celebre Bizet, non può dire di averne ricevuto un soddisfacente assaggio. Sto parlando di una delle più squisite opere mai composte nel mondo della lirica. Degna rappresentante del dorato universo della classica, affascinante e quanto mai sorprendente per chi sa -o meglio vuole- comprenderlo. Forse è finalmente ora di sfatare il mito di tutti noi, vittime dell’ipnosi del rumore moderno, della musica classica sinonimo di noia. Siamo alla fine del diciannovesimo secolo, a Siviglia, nella piazza principale della città. La campana della fabbrica di tabacchi annuncia la pausa per tutti i dipendenti. Impossibile, tra le “sigaraie”, ignorare la bella Carmen, mai inosservata per la sua vitalità e al contempo la sua irruenza. È tuttavia la sua sensualità a dominare per alcuni istanti la scena: con maestria si libera dalla stretta dei suoi spasimanti, incrocia lo sguardo del brigadiere Don Josè e gioca col suo savoir faire e la sua, di certo straordinaria, abilità nell’arte della seduzione, sprezzante persino del legame che da tempo esiste tra l’uomo e la sua Micaela.
Un fiore, portogli sulle note dell’appassionata e quanto mai incisiva Habanera (l'amour est un oiseau rebelle), è il dono scelto dall’intrigante donna come simbolo del suo amore. Un solo istante e subito seguono il rientro al lavoro, la zuffa tra colleghe e il doloroso arresto di Carmen che -ironia della sorte- avviene proprio per mano del giovane brigadiere, lo stesso Don Josè che, tuttavia, appena qualche minuto più tardi l’aiuterà ad evadere, accettando così di affrontare in prima persona la sorte che si conveniva certamente di più alla sua amata. Con il giovane ormai in carcere per aver mancato al suo dovere, la scena si sposta sui monti, nell’osteria di Lillas Pastia, alcuni anni dopo: la bella Carmen, respingendo l’amore di Zuniga, suo storico pretendente, e di Escamillo, popolarissimo torero, si dichiara ancora legata al ricordo del suo eroe, quando -colpo di scena- proprio quest’ultimo irrompe nella taverna e, superati ormai i duri giorni di prigionia, si decide a confessare alla donna i suoi sentimenti.
Allora i due fuggono con un gruppo di zingari e contrabbandieri sui monti della periferia di Siviglia, lasciandosi alle spalle l’uno la monotonia di una vita apatica, priva di stimoli ed affetti, oltre che il rimorso della diserzione, sentita sempre più come il peccato di un uomo sempre ligio al dovere, l’altra la sua dissoluta leggerezza, propria di un’indole ribelle, avvezza a conquistare piuttosto che a chiedere. La prospettiva di vita che si apre dinanzi ai loro occhi non è tuttavia così lieta come ci si potrebbe aspettare. In pochi, incalzanti attimi, la tensione sale, così come salgono nell’animo del giovane innamorato i rancori, lo sconforto di fronte ad una scelta col tempo rivelatasi sbagliata, il rimpianto del passato, le speranze inutili, l’incapacità di tornare sui propri passi, l’impotenza di fronte al fluire degli eventi, ma soprattutto la gelosia per Carmen, nonché il sospetto del tradimento dell’amata. Con un climax crescente di ansia e suspense si arriva dunque, nell’ultimo atto, alla tragedia: Don Josè, ormai sopraffatto dalla gelosia, vinto dall’insofferenza per la complicità che Carmen ostenta con sempre maggiore impertinenza nei confronti di Escamillo, al limite della sopportazione, pone fine alla sua angoscia pugnalando nel petto l’amata.
Non è tanto la varietà dei tipi umani (più che personaggi) a catturare maggiormente l’attenzione dello spettatore, né la complessità dell’intreccio, quanto piuttosto la sua intensità. È l’incalzante susseguirsi di emozioni e trepidazioni. È la tragica passionalità di un epilogo dai tratti volutamente shakespeariani. È il contrasto stridente tra il dovere e il richiamo della trasgressione, tra il senso di colpa e la superficialità. La lotta tra l’ineluttabilità dei sentimenti e la concretezza di una vita avversa. È il fascino gitano di musiche accuratamente modulate su un gusto tipicamente iberico. E pensare che proprio il capolavoro di Bizet, tratto dall’omonima novella di Mérimée e composto su libretto di Meilhac e Halévy, non entusiasmò affatto il pubblico parigino alla sua prima, in quel 3 Marzo del lontano 1875, ma ottenne il suo meritato riscatto solo dopo la morte del suo sfortunato arrangiatore.
Giulia Baldassarra –ilmegafono.org
La tradizione della musica popolare continua a conquistare i giovani grazie a grandi musicisti tra cui trova posto anche un pastore lentinese, Alfio Antico, che con le sue percussioni racconta una storia che fa vibrare l’anima
DA LENTINI ALL’EUROPA CON LA SICILIA NEL CUORE
La tradizione della musica popolare rivive tra noi giovani grazie ad artisti del calibro di Eugenio Bennato, Petra Monte Corvino, Arakne, NCCP, Ambrogio Sparagna, ecc. Tra questi, merita di ricevere un grande elogio uno dei migliori percussionisti italiani, annoverato tra i maggiori interpreti della tammurriata: si tratta del musicista lentinese Alfio Antico, scoperto in una sua performance in piazza della Signoria dallo stesso Eugenio Bennato. Cantore e virtuoso della tammorra, sua compagna di vita fin da ragazzino, le sue straordinarie capacità lo portano fino a Barcellona, nel 1995, come ospite del Festival Internazionale di Sitges e poi in giro per tutta Europa; la sua forte personalità e l’estrema simpatia lo portano anche in teatro.
Vita da pastore, costruisce un tamburello con la pelle concia delle pecore, strumento che gli terrà compagnia sino all’età di diciotto anni. Proprio allora decide di partire, non rinnegando la sua vita trascorsa tra le campagne siciliane, anzi facendone tesoro e insegnamento, amore riconoscibile in molte delle sue sonate. Considerazioni personali, direi con il cuore che parla: assistere ad un suo spettacolo, perché di spettacolo si tratta, è come sciogliersi da ogni vincolo presente, entrare in un atmosfera nuova, ma come se già conosciuta, da qualche parte nel passato.
Gli assoli di tammorra e tamburelli rapiscono tutto il pubblico, da quell’istante solo silenzio: solo una pelle che vibra, nient’altro. Quasi si cerca di trattenere il fiato per non interrompere e quello strumento tra le sue mani sembra essere leggero come aria, ma non è così facile come lui fa sembrare. Se decide che con quel tocco della pelle i piattelli non si devono muovere, vi assicuro che restano immobili, ma anche questo, non è così facile. Tutto infine è contornato dalla rassicurante voce che, intonando vecchie melodie e filastrocche popolari, entra nelle viscere e ci resta. Da conoscere.
Fabio Sillato –ilmegafono.org
NUMERI DI LUGLIO 2008
26/07/2008
“Psychodelice”,
il secondo album da solista di Meg, ex voce dei 99 Posse, pubblicato in aprile,
segna il ritorno della cantante napoletana al suo vecchio ed inimitabile stile-
Un cd ad “alto volume” da ballare e godersi fino in fondo
L’INCONFONDIBILE
STILE DI MEG
Un cd da ascoltare ad altissimo volume, obbligatorio lasciarsi andare e ballare. Meg, ex 99 Posse, ha prodotto un lavoro eccellentemente strutturato, ben mescolando, come è solita fare, la sua melodica voce ad espedienti elettronici. Strumenti a corda acustici mixati e mescolati a bassi sintetici ed effetti elettronici è tutto quello che si può trovare in “Psychodelice”. Ritorna la Meg italiana, napoletana per l’esattezza, che non nasconde, anzi, accentua la sua cadenza meridionale abbandonando quella perfezione glaciale che non le è propria e facendoci ricordare quel suo inconfondibile stile nello scandire le sillabe, musicandole in modo del tutto personale. La maturità di questo lavoro è evidente nella sua originalità, nell’assenza di virtuosismi e citazioni, nell’aver tentato, peraltro con successo, di concentrarvi e mettervi tutto ciò che di più intimo e personale Meg ha vissuto in questi anni di esperienze e collaborazioni.
Il tutto, ripetiamo, filtrato e riletto da una personalità artistica ormai ben definita. Il primo singolo, “Distante”, ha due modi di lettura: uno a basso volume, con il quale si possono apprezzare particolarmente parole e musica, rivelandosi una buona colonna sonora, un ritornello da cantare con piacere; l’altro, ad altissimo volume per smuovere da stati comatosi e per far ballare senza neanche volerlo. In questa modalità di ascolto si apprezzano i bassi ed il ritmo che cresce sul ritornello. “È troppo facile” è, invece, una tenera canzone d’amore: “È troppo facile…innamorarsi di te!”, ma è tanto facile innamorarsi quanto rimanerne uccisi.
In
“Napoli città aperta”, Meg ritrae la sua città come una bestia che pare
calma e splendida, ma nasconde un volto diabolico che ingoia qualunque cosa. La
cantautrice sembra voler manifestare il dilemma dei napoletani che amano ed
odiano i contrasti stridenti della propria città. “Promises” è l’unica
canzone in inglese, con un ritmo incalzante e suoni sintetici. Molto
interessante anche nella versione visibile sul suo Myspace personale, con
LN Replay, ancora più elettronica e ancora più cattiva. Molti gli spunti
interessanti di questo suo secondo disco da solista, pubblicato ad aprile scorso
dalla sua etichetta indipendente Multiforms, e co-prodotto con Stefano Fontana.
Sara Montoneri –ilmegafono.org
Lo
scorso anno è uscito “The Best of Lisa Gerrard”, l’album che ripercorre
la carriera della celebre cantante australiana, dai tempi dei Dead Can Dance
alla sua fase da solista- Un album d’atmosfera, ideale per rilassarsi
LE
SUGGESTIONI MALINCONICHE DI LISA GERRARD
Lisa Gerrard, nata nel 1961 a Melbourne, Australia, non ha iniziato la sua carriera da solista. Nel 1981, infatti, forma un gruppo insieme all’artista Brendan Perry, i “Dead Can Dance”, un quartetto di musica dark wave. Nel 1982, il gruppo diventa un trio e si trasferisce a Londra, ma nel 1998 il gruppo si scioglie: la Gerrard ritorna in Australia e intraprende la sua carriera da solista, Parry invece si trasferisce in Irlanda, dove acquista una chiesa sconsacrata per le registrazioni. Nel 1995, comunque, aveva già pubblicato il suo primo album solista, “The Mirror Pool”, ma nel 1996 è ancora alle prese con il vecchio gruppo, con il quale pubblica l’album “Spiritchaser”. Nel 1998, con la collaborazione di Pieter Bourke, registra l’album “Duality”; da qui inizierà un’assidua collaborazione fra i due artisti per numerosi film, fra cui “Insider - Dietro la verità” e “Alì”, per i quali hanno ricevuto una nomination ai Golden Globe rispettivamente nel 2000 e nel 2002.
L’artista australiana collabora anche con Hans Zimmer per la colonna sonora del film “Il gladiatore”, per il quale hanno ottenuto la candidatura all’Oscar. Nel 2004 la Gerrard inizia la collaborazione con Patrick Cassidy, da cui nascerà l’album “Immortal Memory”. Nel settembre del 2006 viene pubblicato il documentario “Sanctuary” sulla vita e la carriera della cantante e musicista. È il risultato del lavoro svolto dal produttore e regista Clive Collier e contiene interviste a Lisa Gerrard e a persone che con lei hanno collaborato. Nello stesso anno la Gerrard pubblica il suo secondo album da solista, “The Silver Tree”: molto diverso da tutti gli album precedenti, ha ricevuto la nomination per l’Australian Music Prize del 2006. Nel 2007, infine, pubblica “The Best of Lisa Gerrard”, un disco che ripercorre tutta la carriera della cantante, dall’epoca dei Dead Can Dance fino alla sua carriera da solista, alle collaborazioni ed alle colonne sonore.
L’apertura
dell’album è affidata alla prima canzone della colonna sonora de “Il
gladiatore”, “The wheat” (“Il raccolto”): una sonorità ideale
per un’ambientazione classica, che rievoca scenari suggestivi dell’antica
Roma. Seguono poi brani tratti da album prodotti con i Dead can Dance: melodie
suggestive, con sonorità talvolta mediorientali, aborigene o classiche, tutte
pervase da una sorta di malinconia. L’album si chiude con un finale ad
effetto: la commovente “Now we are free”, melodia di chiusura de “Il
gladiatore”, una sorta di liberazione dello spirito dal corpo (chi ha visto il
film può capire anche meglio di cosa si tratta): in un sogno prima della morte
del protagonista, le porte della sua casa, rimaste finora chiuse, si riaprono e
gli permettono di raggiungere la propria famiglia. Un disco suggestivo,
d’atmosfera: l’ideale per rilassarsi.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
19/07/2008
Nella
poetica musicale di Fabrizio De Andrè si trova l’universo femminile, ma un
ruolo centrale è assegnato alle prostitute, emblema di una sensualità spinta
all’estremo, di un tabù ossessivo per una società ipocrita e crudele
“DAI
DIAMANTI NON NASCE NIENTE”
Le donne di Fabrizio De Andrè non sono soltanto la Marinella che scivolò in un fiume o la vanitosa che chiese al suo amato di suicidarsi. Ci sono soprattutto le donne che vivono nel delicato margine tra amore e passione, avvolte da un mistero e un fascino difficilmente spiegabile. Forse il termine “prostitute” è riduttivo e ormai dispregiativo, prodotto di una società bieca, oscurantista e ipocritamente conservatrice. Uno stereotipo di femminilità che le docili ma decise note del cantautore genovese hanno tentato di scalfire. La delicatezza che passa attraverso le corde della sua chitarra descrive con dolcezza un mondo parallelo, un mondo di facili piaceri (“non pensavi che il paradiso fosse solo lì al primo piano”, come canta in “Via del campo”) ma anche di profonde e intense passioni (“Bocca di rosa metteva l’amore sopra ogni cosa”). Le canzoni descrivono donne più propriamente “donne”, con un istinto di maternità -verso gli stessi clienti- e sensualità spesso spinto all’estremo.
Ma chi sono realmente le puttane nelle canzoni di De Andrè? Impossibile un ritratto univoco, uno spaccato perfetto di un mondo a molte sfaccettature. E infatti non esiste uno stereotipo. C’è solo la delicatezza e la saggezza nell’affrontare un argomento tabù per la società. C’è la prostituta che si concede per prima al pomposo re Carlo Martello che torna vittorioso da Poitiers. Donna ubbidiente e ligia alle gerarchie (“Se voi non foste il mio sovrano- Carlo si sfila il pesante spadone- non celerei il disio di fuggirvi lontano, ma poiché siete il mio signore- Carlo si toglie l’intero gabbione -debbo concedermi spoglia ad ogni pudore”) e beffata dal sovrano cialtrone. Ci sono poi le dame tristi di “Via del campo” con i loro occhi color di foglia. E poi l’indimenticabile “Bocca di rosa”. Prostituta per passione, per amore, per istinto forse. Donna vittima e martire di un tabù che divide la società. De Andrè spoglia l’ipocrisia e mette a nudo una realtà scomoda. Molto teatrale l’immagine della processione che accompagna Bocca di rosa al primo treno.
Ci sono tutti. Dall’ordine costituito (“Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri”), “dal commissario al sagrestano alla stazione c’erano tutti con gli occhi rossi e il cappello in mano, a salutare chi per un poco, senza pretese, portò l’amore nel paese. Alla stazione successiva molta più gente di quando partiva, chi mandò un bacio, chi gettò un fiore chi si prenota per due ore. Persino il parroco che non disprezza fra un miserere e un’estrema unzione il bene effimero della bellezza la vuole accanto in processione”. E dall’altra parte il bigottismo delle beghine, “delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso”. Di una società chiusa e superficiale. Una società umiliata dalla decisione de “Il testamento”, nella quale l’autore lascia ogni suo avere a una diversa ragazza, augurando loro ogni bene, mentre ai benpensanti ogni male. D’altronde “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- Mentre
le spiagge si riempiono di bagnanti pronti a godersi sole e mare, facciamo un
viaggio nelle canzoni di successo che hanno raccontato la vita da spiaggia,
diventando colonna sonora della calda stagione
I
GRANDI SUCCESSI DA SPIAGGIA
Come ogni anno, nelle spiagge, dalle radio, dai cellulari e dagli i-pod provengono note e melodie che scandiscono le calde ore estive. Insieme alle nuove hits troviamo canzoni intramontabili che hanno accompagnato le vacanze di diverse generazioni e che continuano ad essere attuali. Specialmente nel repertorio italiano sono stati gli anni ’60 a regalarci degli evergreen, che ogni estate riecheggiano nelle radio, nelle feste e nei piano bar. Tra queste ricordiamo, ad esempio, alcuni brani di Edoardo Vianello, quali “Abbronzantissima” e “Con le pinne fucile ed occhiali”. I temi costanti sono il mare, il sole, il caldo e l’amore: “A-A-Abbronzantissima a due passi dal mare com’è dolce sentirti respirare con me. Sulle labbra tue dolcissime un profumo di salsedine sentirò per tutto il tempo di questa estate d’amor”.
Oppure: “Mentre tutta la gente è assopita sulla sabbia bruciata dal sol ci scambiamo nell’acqua salata un dolcissimo bacio d’amor”. Tra i classici di sempre, troviamo “Sapore di sale” di Gino Paoli, che ha anche dato il nome ad un popolare film dei Vanzina: “Il tempo è nei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale, ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo nella sabbia e nel sol. Poi torni vicino e ti lasci cadere così nella sabbia e nelle mie braccia e mentre ti bacio sapore di sale, sapore di mare, sapore di te”.
La spiaggia è protagonista anche di una canzone di Bobby Solo, “Domenica d’agosto”. Anche questo è un brano allegro che parla di mare e di vacanze: “Domenica d’agosto che caldo fa! La spiaggia è un girarrosto, non servirà bere una bibita se in fondo all’anima sogno l’oceano. Slash!”. Se nella canzone di Bobby Solo si parla del caldo mese di agosto, nella canzone “Luglio” di Riccardo Del Turco è un altro il mese protagonista: “Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà ia ia ia ia, luglio m’ha fatto una promessa l’amore porterà ia ia ia ia, anche tu in riva al mare tempo fa amore amore mi dicevi luglio ci porterà fortuna poi non ti ho vista più. Vieni da me c’è tanto sole ma ho tanto freddo al cuore se tu non sei con me”.
Facendo
un altro tuffo nel passato ci torna in mente un’altra canzone del 1982 scritta
da Franco Battiato e cantata da Giuni Russo, ovvero “Un’estate al mare”:
“Un’estate al mare, voglia di remare, fare il bagno al largo per vedere da
lontano gli ombrelloni-oni-oni. Un’estate al mare, stile balneare con il
salvagente per paura di affogare...”. Chiudiamo con un altro brano di Edoardo
Vianello che probabilmente può essere considerato il re delle hit estive. In
“Stessa spiaggia stesso mare” canta: “Come l’anno scorso sul mare col
pattino vedremo gli ombrelloni lontano lontano, nessuno ci vedrà, vedrà, vedrà.
Per quest’anno non cambiare stessa spiaggia stesso mare, per poterti rivedere,
per tornare, per restare insieme a te”.
Giusy
Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI GIUGNO 2008
28/06/2008
Riscopriamo
“What hits!?”, un album-raccolta dei Red Hot Chili Peppers, pubblicato nel
1992 e comprendente i primi brani della loro strepitosa carriera- Un viaggio tra
i meandri della storia del funky-rock e dei primi Rhcp
ALLE
ORIGINI DEI RHCP
Potremmo parlare di origini riferendoci a quelle dei Red Hot Chili Peppers, e non sbaglieremmo. Un cd che riunisce i primissimi successi del gruppo americano. Cioè quelle canzoni che alla fine dei famigerati anni del riflusso segnarono gli “Erre.Acca.Ci.Pi”, che insieme ad altri dettero il via all’epoca che fu del grunge (quello dei Nirvana per intendersi) e del funky (Jamiroquai). Una musica molto densa, rude, grezza. Un suono che riunisce profonde radici hard rock ma vi mischia anche rap e effetti eccezionali con gli strumenti. Questo il leitmotiv che percorre tutto “What hits!?”. La genialità, l’estro e la grinta di Kiedis & co. emerge sin dalla prima traccia, “Higher ground”. E poi “Behind the sun”, “True men don’t kill coyotes”, “Get up and jump”, “Knock me down”. Subito dopo la stupenda “Under the bridge”, la più radiofonica dell’album (la più famosa del gruppo?) e comunque ben amalgamata con le altre.
Un cd molto generoso (come se ne vedono pochi in giro, si faccia eccezione per i Radiohead e il loro “In Rainbows”). Se si confronta “What hits!?” con “Stadium Arcadium” si percepisce immediatamente un sensibilissimo cambio di rotta, un cambio di suoni. Il primo più rock e grunge, il secondo più funky e spensierato. Certo anche le canzoni più recenti del gruppo non sono deprecabili, anzi. Forse hanno avuto il merito, per noi italiani, di far conoscere i Red Hot Chili Peppers anche nel Bel Paese. Basta guardare tra i fan e non trovi soltanto patiti del rock ma anche persone cui piace la musica anche più commerciale.
Indubbiamente,
i pezzi che vanno da “Californication” e
“By the way” in poi sono molto più radiofonici, spendibili per un
pubblico vastissimo e poco schizzinoso. Avvicinarsi a “What hits!?”
significa voler andare a cercare i brani più originali, quelli che segnano
l’inizio della storia firmata RHCP, quel suono più vicino ai Rage Against the
Machine che a Robbie Williams. Significa farsi una bella escursione tra i
meandri della storia funky-rock e gustarsi sotto l’ombrellone o in viaggio,
per le vacanze, un po’ di musica originale, assolutamente non scontata e ai più
sconosciuta. Buon viaggio quindi e buon ascolto.
Alberto Agostini – ilmegafono.org
Parole in musica- Il 21 giugno è iniziata ufficialmente l’estate, la stagione del sole,
del mare e delle vacanze, che ha ispirato tantissimi cantautori: da Giuni Russo
ai Negramaro viaggio musicale nella calda stagione
DIVAMPA
L’ESTATE...ANCHE IN MUSICA
Il ventuno giugno è iniziata ufficialmente la stagione del sole, del mare, delle vacanze che ha ispirato intere generazioni di cantanti: l’estate. Ogni anno, assieme alle numerose rassegne musicali, come l’immancabile Festivalbar, abbondano in radio le hit che cantano, per l’appunto, di mare, vacanza e divertimento. Tra quelle che raccontano in vario modo questo periodo dell’anno, ne abbiamo scelte alcune. Se si parla di tormentoni estivi, non può mancare l’intramontabile “Un’estate al mare” di Giuni Russo. Si tratta di un brano del 1982, spensierato ed allegro, in tipico stile vacanziero e che non passa mai di moda: “Un’estate al mare, voglia di remare, fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni. Un’estate al mare, stile balneare con il salvagente per paura di affogare”. L’estate è anche quella descritta da Gianluca Grignani in “L’estate”: “E l’estate è alle porte con le gonne più corte e con queste vacanze che dalla città han troppe distanze. Dio che caldo che fa, Dio se fossi già là”. I continui spostamenti dalle città verso le mete estive e viceversa sembrano interminabili, con chilometri e chilometri di asfalto a dividere persone, storie ed amori appena nati o in procinto di terminare.
Nella splendida “Un’estate fa” di Franco Califano, reinterpretata in modo sopraffine dai Delta V, si assiste proprio alla fine di una storia durata un’estate: “Un’estate fa la storia di noi due era un po’ come una favola. Ma l’estate va e porta via con sé anche il meglio delle favole. Un’estate fa non c'eri che tu... Ma l’estate somiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco”. Anche Franco Battiato si è fatto sedurre dal fascino della calda stagione. In “Aspettando l’estate” si abbandona ad un desiderio: “Aspettando l’estate all’ombra dell’ultimo sole, sospeso tra due alberi a immaginare, l’estasi dei momenti d’ozio voglio riscoprire aspettando l’estate. Anche se non ci sei tu sei sempre con me e sono ancora sicuro che io ti rivedrò dovunque tu sia”. La calda brezza estiva soffia anche sulle parole di “Vento d’estate”, il brano del 1998 scritto in coppia dai cantautori Niccolò Fabi e Max Gazzè. Li ricordiamo tutti su un tandem cantare: “Vento d’estate, io vado al mare voi che fate? Non m’aspettate, forse mi perdo. Ho pensato al suono del suo nome, a come cambia in base alle persone. Ho pensato a tutto in un momento, ho capito come cambia il vento”.
Anche i
Negramaro, in “Estate”, hanno fatto un omaggio a questa stagione anche se si
sono scostati da quello che è il classico schema delle hit estive, dando vita
ad una splendida e appassionata canzone: “Non senti che tremo mentre canto,
nascondo questa stupida allegria quando mi guardi. Non senti che tremo mentre
canto, è il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai. In bilico
tra santi che non pagano e intanto il tempo passa e passerà, come sai tu, in
bilico, e intanto il tempo passa e tu non passi mai”. Se la fine dell’estate
di solito è un momento malinconico, i Righeira sono riusciti a rendere il tutto
un po’ più allegro con la loro “L’estate sta finendo”. Lanciata nel
1985 e vincitrice sia del Festivalbar sia di Un disco per l’estate, il brano
cantava così: “L’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando
grande, lo sai che non mi va. In spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più, è
il solito rituale, ma ora manchi tu. Languidi brividi come il ghiaccio bruciano
quando sto con te”.
Giusy
Montoneri –ilmegafono.org
21/06/2008
Andiamo
a rispolverare uno dei primi album di Jovanotti, “Lorenzo 1992”, quello che
di certo segnò un punto di svolta nella sua splendida carriera artistica- Un Lp
di sedici anni fa, ricco di contenuti e con argomenti sempre attuali
IL
PRIMO GRANDE “IMPEGNO” DI JOVANOTTI
Lorenzo il poeta, Lorenzo il rapper capace di farti emozionare allo stesso modo con una canzone romantica o con un pezzo sui problemi del mondo. Parliamo ovviamente di Jovanotti, all’anagrafe Lorenzo Cherubini, cantautore romano che da anni sbanca le classifiche italiane con lavori sempre diversi, legati all’amato rap, ma pieni di inflessioni etniche, senza peraltro disdegnare le sonorità pop. “Safari”, il suo ultimo album, è un capolavoro che ci offre canzoni splendide, ricche di malinconia e di dolcezza, in cui la poesia è il filo conduttore. Il punto massimo della maturazione di un artista che, agli albori della sua carriera, sembrava destinato a durare poco come cantante e moltissimo come dj, la sua passione giovanile. Un ragazzo in apparenza scanzonato e superficiale, con una risata imbarazzante e con la capacità di costruire brani dai testi banali e demenziali, affidati però a ritmi coinvolgenti e divertenti. Questo era il Lorenzo di vent’anni fa, quello di “Gimme five”, “La mia moto” o “Vasco”. Poi, invece, una maturazione che in pochi credevano possibile, il passaggio verso brani e argomenti più seri, impegnati, che denotavano una sensibilità che aveva bisogno solo di trovare la strada giusta per esprimersi. Una strada che, dopo qualche esperimento, trovò il suo vero punto di svolta in un album che, chi ama Jovanotti, non potrà mai dimenticare: “Lorenzo 1992”.
Si tratta del sesto lavoro di Lorenzo (anche se lui lo considera il quinto, perché in effetti “Jovanotti special”, il terzo, è soltanto una raccolta remixata), arrivato dopo “Una tribù che balla”, in cui già era comparso qualche primo segnale del cambiamento. “Lorenzo 1992”, però, segna una vera e propria rivoluzione nella carriera artistica del cantautore romano. Ed allora, andiamo a ripercorrere questo album che contiene alcune fra le canzoni più belle e più amate dai “seguaci” di Jovanotti. L’inizio del cd è affidato ad un pezzo rap (“Il rap”) in cui Lorenzo annuncia al mondo (e soprattutto ai critici) di essere tornato, di sentirsi un po’ “balia”, in Italia, di questo genere musicale che permette ai più giovani di ogni età e razza di comunicare liberamente le proprie emozioni. Poi, è il turno di uno dei brani più celebri, uno di quelli che sono rimasti per anni nella testa dei fans e non solo: “Non m’annoio”, travolgente rap sul senso del tempo, caratterizzato dall’indimenticabile ritornello “e non m’annoio e no che non m’annoio non m’annoio, io no che non m’annoio non m’annoio…”. Altra canzone di successo è “Ragazzo fortunato”, terza traccia dell’album, un inno alla gioia ed alla positività, una celebrazione dell’amore per la propria compagna come elemento di insuperabile felicità.
Poi troviamo, “Puttane e spose”, che Lorenzo dedica alle donne, respingendo tutti i pregiudizi che in questa società le circondano, e “Benvenuti nella giungla”, una rabbiosa denuncia del malaffare e della corruzione che circondava (e circonda tuttora) la politica e la società italiana, con il pieno coinvolgimento del Vaticano e delle gerarchie ecclesiastiche. Dopo lo strumentale “Televisione televisione”, caratterizzato da un sovrapporsi di note pubblicità del tempo, tocca a due tra i pezzi più impegnati dell’album: “Io no” è un rap “incazzato” che si scaglia contro la violenza, l’ipocrisia, la fame e il razzismo, gridando con forza “no” a chi rende “questo mondo invivibile” e “questa vita impossibile”; “Sai qual è il problema” è un altro brano rap che parla dell’Aids (argomento che vent’anni fa era centrale nell’opinione pubblica) incitando i ragazzi ad usare il preservativo, a non lasciar prevalere istinti ed irrazionalità sulla necessità di prevenire quello che è uno dei peggiori mali del nostro secolo. Quindi, arriva “Chissà se stai dormendo”, una serenata dolcissima e romantica alla propria donna, appena maggiorenne, bella semplicemente perché normale, spontanea. Un pezzo che richiama un po’ il ritmo di “Quando sarai lontana”, brano di successo del precedente album (“Una tribù che balla”), e che sancisce definitivamente l’inizio della serie di ballate romantiche che, passando da “Serenata rap” e da molte altre, arriveranno fino ad “A te” dei giorni nostri.
“Estate
1992”, terzultima traccia di questo Lp, è un ritratto delle vacanze estive di
un anno storico, quello dell’Europa Unita e purtroppo delle stragi mafiose.
E
Jovanotti è stato quasi profetico quando ha scritto: “Noi amiamo tutto quello
che ci porta lontano da qui, dalla storia tristemente nota in tutta la terra: la
mafia, il razzismo, l’Aids e la guerra purtroppo sono cose vere, purtroppo
queste cose non vanno in ferie”. Infine, chiudono l’album: “Vai con un
po’ di violenza”, canzone dai suoni rock che protesta contro la violenza
dilagante nella società, rispetto a cui esiste un unico antidoto, vale a dire
l’energia sprigionata dalla musica e sfogata su uno strumento; “Ho perso la
direzione”, in cui Lorenzo parla dello smarrimento di un giovane come tanti,
il quale, di fronte ad una situazione politica disastrata, il cui sistema di
potere corrotto era stato appena smascherato da Tangentopoli, perde la direzione
e decide di non andare a votare. “Lorenzo 1992”, a parere di chi scrive, è
il primo grande lavoro di Jovanotti, un po’ acerbo ma già pieno di contenuti,
di spunti di riflessione, di rabbia e, soprattutto, di ottima musica. La musica
di un poeta moderno passato dai giri in moto, dalle feste e dai “dammi il
cinque”, per poi giungere nella sfera nobile dell’impegno civile e sociale,
senza mai dimenticare il ruolo centrale dell’Amore, la grande forza di un
sentimento da riconoscere senza timidezze. Consiglio a tutti, non solo ai fans,
di riascoltare questo Lp, specialmente oggi, perché vi accorgerete di quanto
sia attuale, nonostante siano passati sedici lunghi anni.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Accade
a volte che un cantante rifiuta o minimizza il proprio status di artista,
cercando di fuggire dal proprio successo, dalla propria immagine professionale-
Mettiamo a confronto due grandi cantautori della musica italiana
L’ARTISTA
CHE SMINUISCE IL PROPRIO SUCCESSO
Perché qualche volta un cantante rifiuta il suo status o lo sminuisce? Perché tenta in qualche modo di allontanarsi dal suo mestiere, dalla sua immagine, dal suo successo? Proviamo a capirlo leggendo tra le righe e la musica di Francesco Guccini e Francesco De Gregori. Il primo, nell’album “Stagioni”, nel brano “Addio”, di cui abbiamo già trattato due settimane fa, scrive: “Nell’anno ‘99 di nostra vita io, Francesco Guccini, eterno studente perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”. Queste parole sono una netta presa di posizione, una bella retromarcia. Certo, non va dimenticato il contesto in cui esse si trovano, cioè la canzone “Addio” che è tutta un tentativo di allontanarsi dal mondo e dalle futili consuetudini.
Ma forse c’è anche altro. C’è sicuramente la voglia di tornare alle proprie origini, riguardarsi dentro e riuscire a scorgere ancora l’uomo prima che l’artista. Quasi che cantare venisse dopo vivere. Ed è alquanto singolare se si pensa alla profonda connessione che di solito stabiliamo tra il lavoro “cantare” e la vita personale di un individuo. Per Francesco De Gregori il discorso è simile, ma non uguale. Il cantautore romano sembra sminuire, più che rifiutare, la sua condizione di artista: “Per brevità chiamato artista, come un gatto dentro a un canile, come un ladro tra i truffatori, principe da palcoscenico e vittima d’aprile che calcola i cani, che macina i cuori. E dà la buonanotte ai fiori. Doppio come un doppio gioco, se dice oggi intendeva domani”.
Forse più che sminuire, intende mettere in evidenza il fatto che un cantante non è solo quel personaggio che suona la chitarra e sforna hit da palcoscenico. È soprattutto un uomo che riesce a porsi in contatto con il resto del mondo, che si sente estraneo, si sente doppio, è un tutto e un niente. Due modi diversi quindi di guardarsi allo specchio e considerare la propria condizione di cantanti, di guardarsi dentro e giudicarsi, alla luce di quanto fatto. Soprattutto in De Gregori, veterano ormai della musica e vecchio saggio per le nuove generazioni. Se Guccini vuole tornare decisamente alle proprie radici e quasi scordarsi del proprio successo, della propria vita da personaggio ormai culto per generazioni, De Gregori dal canto suo ci tiene a far sapere che, nonostante il successo, non è cambiato, è sempre il personaggio doppio, strano, imprevedibile, quasi animalesco da osteria.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
14/06/2008
Lo
scorso marzo è uscito “Accelerate”, l’ultimo album dei R.E.M., il gruppo
americano guidato da Michael Stipe- Undici brani per circa mezz’ora di musica:
un album con qualche difetto che però mostra la solita grinta dei R.E.M.
LA
NUOVA SFIDA DEI R.E.M.
Affondano il piede sull’acceleratore i R.E.M., condensando in 35 minuti undici brani di impatto e di grande rock. Un cd piacevole e intenso, che non si perde e resta compatto, da ascoltare d’un fiato. Saltiamo allora su “Accelerate”, ultima fatica di Michael Stipe e compagni. Si comincia con “Living well is the best revenge” (frase tratta dal clergyman George Herbert) e più che nel 2008 sembra di trovarsi in pieno rock’n’roll (parafrasando Ligabue). Ritmo indiavolato e urla quasi punk per la voce graffiante di Stipe e sottofondo indiavolato di basso e chitarra, per non parlare della batteria. Quasi una ballata è, invece, “Man-sized wreath”, anche per gli assoli alla Dylan. Poi il singolo “Supernatural Superserious”, di cui è uscito anche il video lancio del cd. Alla quarta traccia incontriamo “Hollow man”, breve e un po’ ripetitiva ma con un testo tutto da gustare e da leggere. Poi troviamo “Houston”, che sembra quasi tratta dalla raccolta folk di Springsteen “We shall overcome”, con la sua cadenza country rock e il suo testo intenso.
“Accelerate”, sesta traccia da cui prende il nome l’album, rappresenta la bandiera dei R.E.M. adesso, con la loro voglia di premere a fondo e lasciarsi dietro tutto, mentre Stipe canta “no time to question the choices I make I’ve got to fall in another direction”. Sulla stessa strada di “Houston” si snoda “Until the day is done”. Le restanti tracce (“Mr. Richards”, “Sing for the submarine”, “I’m gonna Dj”), non sono capolavori, ma tra esse, al numero 10 nel vostro lettore cd, “Horse to water” dimostra un’energia insperata per questi artisti da un quarto di secolo sulla breccia. Vogliono continuare ad esserlo. Non vogliono essere l’“Horse to water” di nessuno, vogliono correre. Il cd è nel complesso piacevole, scorre benissimo, fa anche riflettere e regala un’abbondante mezz’ora di buona musica. Ma c’è spazio anche per qualche critica.
Un
po’ troppo breve e forse troppo omogenee tra di loro certe canzoni. Ma c’è
comunque da apprezzare la voglia di rinnovarsi, il coraggio di ricominciare, la
sfida che sta alla base di questo disco. C’è poi da fare un’ulteriore e
importante osservazione. Mentre tutto il mondo cerca di rilassarsi i R.E.M.
vogliono ancora mettersi in moto, urlare, correre, viaggiare, cantare, suonare
come invasati e regalare emozioni. Questo “Accelerate” potremmo prenderlo
come il tentativo di dare una mossa a questo mondo che si accontenta, dove
nessuno lotta, dove ci lasciamo trascinare dagli eventi senza prendere in mano
la situazione, osservando con indifferenza il mondo al di là della nostra
finestra. Quindi diamoci una svegliata. Let’s rock!
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Il destino è qualcosa
di inevitabile che ci segue sin dalla nascita, ma è anche un concetto
filosofico, un’idea letteraria ed artistica che, nelle canzoni che abbiamo
selezionato, si lega strettamente all’amore
IL
DESTINO IN MUSICA: TRA AMORE ED INCERTEZZA
Il destino non è solo qualcosa di ineluttabile a cui nessuno di noi può sottrarsi, ma è un concetto filosofico, letterario, artistico. Le mille sfumature che colorano il destino comprendono tutti gli ambiti più nobili dell’esistenza umana, in cui la sorte, il fato sono elementi che ci accompagnano sin dalla nascita, rendendo imprevedibile e varia la nostra vita, scegliendo per noi eventi o strade che stravolgono più o meno drasticamente i nostri programmi, le aspettative, le promesse. L’arte è spesso figlia del momento improvviso, della folgorazione che in un attimo porta l’artista al compimento dell’opera leggendaria, quella che può cambiare la sua vita o l’arte stessa e la stessa storia. E la vita dell’artista è spesso il risultato di una vocazione apparsa casualmente, innata ma nascosta fino a quando gli incroci del fato la costringono ad emergere. Il destino è anche qualcosa di strettamente connesso al sentimento più grande, all’amore unito per caso o avversato da eventi incontrollabili e imprevisti. Nelle canzoni, infatti, il destino è sempre associato alla donna o all’uomo amato, ad una persona che ha cambiato la vita di chi la ama. Così, le emozioni, i battiti, ma anche le incertezze, la paura di perdersi entrano dentro l’idea di fato.
In “Due destini”, celebre brano dei Tiromancino, l’autore del testo si rivolge alla sua donna, manifestandole il proprio timore che il tempo possa creare ostacoli pericolosi, cambiare le cose, renderle meno vere. Solo con l’unione, queste due anime “destinate” a stare insieme possono resistere: “Ti ricordi i giorni chiari dell’estate, quando parlavamo fra le passeggiate? Stammi più vicino ora che ho paura, perché in questa fretta tutto si consuma. Mai, non ti vorrei veder cambiare mai, perché siamo due destini che si uniscono, stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro, superando quegli ostacoli se la vita ci confonde solo per cercare di essere migliori, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli”. L’amore, con le sue immancabili fragilità ed incertezze, pervade il cuore di Giorgia, la quale, in “Strano il mio destino”, non sa cosa realmente vuole e riflette su un amore appena lasciato: “Strano il mio destino che mi porta qui, a un passo dal mio cuore senza arrivare mai, chiusa nel silenzio sono andata via, via dagli occhi, dalle mani, da te. Che donna sarò se non sei con me e se ti amerò ancora e di più. Strano il mio destino mi sorprende qui, qui ferma a non capire dove voglio andare, se tutto quell’amore io l’ho soffiato via, mi fa male non pensare a te”.
Amore allo stato puro è quello che troviamo dentro uno tra i pezzi più romantici del passato, un classico della canzone americana, vale a dire “You’re my destiny” di Paul Anka: “ You are my destiny, you share my reverie, you’re more than life to me. That’s what you are. You are my destiny, you share my reverie, you are my happiness. That’s what you are” (trad. “Sei il mio destino, tu condividi il mio sognare, tu sei più della vita per me. Ecco cosa sei. Sei il mio destino, tu condividi il mio sognare, sei la mia felicità. Ecco cosa sei”). Praticamente identico il senso della canzone di Cristina Aguilera, “My destiny”, in cui si celebra la magia di una persona piombata all’improvviso nel nostro cuore: “I’d never had this feeling in my heart. How did this come to be? I don’t know how you found me, but from the moment I saw you deep inside my heart I knew (...)I wanted someone like you, someone that I could hold onto and give my love until the end of time” (trad. “Io non ho mai avuto questo sentimento nel mio cuore. Come è avvenuto ciò? Io non so come tu mi hai trovato, ma dal momento in cui ti ho visto, nel profondo del mio cuore io l’ho saputo. (...) Io volevo qualcuno come te, qualcuno a cui potessi aggrapparmi e a cui dare il mio amore fino alla fine del tempo”).
Meno
scontato ma altrettanto passionale il brano “Un destino di rondine”, scritto
ed interpretato dalla mitica Premiata Forneria Marconi e inserito nell’opera
rock “Dracula”, trasformata poi in uno spettacolo teatrale. In questo caso,
si canta della possibilità di poter amare ed essere amato nonostante gli
ostacoli, malgrado l’apparente impossibilità di un amore che rievoca
metaforicamente l’eterna lotta tra il bene ed il male: “Io sarò per sempre
un mostro orribile. Come puoi amare me? Ora so che cosa è il bene e cosa è il
male qui dentro me. Due labbra della stessa ferità che tu hai aperto. C’è un
destino di rondine in noi, ci fa sempre tornare fin qui oltre i secoli, i mari,
gli eroi, per amore! C’è un destino di rondine in noi. Salvati e spezza la
catena che ti lega a me e poi vai via perché non posso offrirti niente tranne
me”. Infine, chiudiamo con l’ironia amara di Samuele Bersani e la sua “Il
destino di un Vip”, destino che ha “una durata aritmetica e si dovrebbe
prestare attenzione a tutto quello che c’è scritto sopra alla postilla, senza
scappatoia, un materasso sta in fondo al burrone ad attutire il rischio di
fratture e laggiù in fondo c’è una scorciatoia, una scorciatoia? Per
fermarsi a riva con il panfilo affittato vende l’esclusiva ad un redattore
capo che a luglio e agosto (la tiratura), ogni settimana (la tiratura), gli
trova un posto (la tiratura)”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
07/06/2008
Così
come i poeti e gli artisti da sempre si scontrano con la difficoltà di vivere
nel
mondo che li circonda, anche il cantante dei nostri tempi ricerca un
addio ad un mondo incomprensibile- E Guccini somiglia ai classici
L’ARTE
DI CHIAMARSI FUORI DAL MONDO
“Io dico addio”. Il poeta, l’artista si è sempre trovato di fronte alla difficoltà che il mondo in cui viveva stava incontrando. Capitava per esempio a Virgilio nella IV Egloga (o Bucolica) o anche ad Orazio nel XVI Epodo, quando esprimevano il loro desiderio di un nuovo ordine, una nuova civiltà, una vera e propria nuova umanità che soppiantasse quella delle guerre civili romane. Passarono i secoli ma rimase sempre radicato nell’uomo il desiderio di chiamarsi fuori dal mondo in cui viveva. L’Accademia dell’Arcadia, fondata nel 1690, perseguiva proprio lo scopo di riuscire a creare un altrove letterario in cui rifugiarsi e scordare i propri affanni. Fino ad arrivare ai nostri cantanti. È il caso di Francesco Guccini, per esempio, nella sua “Addio”, contenuta nel cd “Stagioni”.
Canta infatti il cantautore tosco-emiliano: “Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite, riflettori e paillettes delle televisioni, alle urla scomposte di politicanti professionisti, a quelle vostre glorie vuote da coglioni... E dico addio al mondo inventato del villaggio globale, (…) ai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”, alle futilità pettegole sui calciatori miliardari, alle loro modelle senza umanità, alle sempiterne belle in gara sui calendari, a chi dimentica o ignora l’umiltà...”. Questo addio è il segnale di un rifiuto totale e netto del mondo che lo circonda.
La voglia, anzi il vero e proprio bisogno di sentirsi fuori: “Io, figlio d’una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia; io, tirato su a castagne ed ad erba spagna; io, sempre un momento fa campagnolo inurbato, due soldi d’elementari ed uno d’università, ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà...”. Quindi anche Guccini (ma anche gli Articolo31 di “A pugni con il mondo” e Ligabue di “Fuori come va”), come i classici Virgilio e Orazio, trova la sua Arcadia, il suo Altrove per autoescludersi da un mondo che non riconosce come proprio e che non capisce. Ma non è solo lo spirito libertino, sovversivo, che si cela spesso e volentieri dentro di noi.
È
qualcosa di più sottile e profondo e anche molto poetico. Non occorre una
sensibilità particolare per sentirsi “altro” e cercare in qualche modo di
andarsene, ma occorre una grande sensibilità per poterlo esprimere in modo
sublime. Non è vigliaccheria, è una presa di posizione forte e chiara,
accompagnata senza dubbio da un profondo, anche se celato, senso di impotenza.
L’artista
cioè constata la sua “inutilità” e ha un’unica arma, la sola che gli sia
rimasta in fondo: scrivere e cantare (come dice lo stesso Guccini in
“Cirano”: “E infilerò la penna ben dentro il vostro orgoglio, perché con
questa spada vi uccido quando voglio). In fondo ognuno di noi si rende conto che
qualcosa non va, ma spesso non si riesce a dar sfogo a questa angoscia e si
cerca in altro la propria consolazione. In fondo i cantanti cosa sono se non
delle persone con una grande sensibilità e una magnifica abilità di esprimere
i loro, i nostri pensieri?
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Questa settimana nella nostra rubrica che gioca con le
parole ospitiamo il “salto”: azione materiale o metafora concettuale, esso
ha ispirato artisti di grande successo come Madonna, Raf e Rino Gaetano
“SALTARE”
DA UNA CANZONE ALL’ALTRA
Per questa settimana, la parola che abbiamo ricercato nei testi musicali italiani e stranieri è “salto”. Come facilmente intuibile per il suo significato, che rimanda ad uno slancio in avanti o in alto, questo termine viene spesso usato con valenze molto diverse. L’azione del saltare, infatti, può essere considerata nel suo aspetto puramente materiale e fisico o in quello più metaforico. Non c’è dubbio che nelle due hit estive “Salta” di dj Francesco e “Salta” di King Africa (di cui ricorderete i ripetitivi ritornelli) l’azione viene intesa proprio in senso materiale. Saltare, magari a ritmo di musica, aiuta a non pensare e dar libero sfogo alle proprie energie. Chi sembra particolarmente legato a questo termine, tanto da incentrarvi ben due singoli a distanza di dieci anni, è Raf. Nel 1996, nella raccolta “Collezione temporanea”, insieme ai pezzi storici il cantautore pugliese inserisce l’inedito “Un grande salto”, mentre nel 2006 fa uscire il singolo “Salta più in alto”.
Nella
prima canzone, a dominare è un senso di vertigine e di libertà, anche se poi
alla fine si conclude con una riflessione che riporta, in qualche modo, i piedi
a terra: “Un salto e via, sento la scia, sono il centro, dall’universo
avvolto, e tornare su ad abbracciare il mondo a testa in giù, ma il senso della
vita può non esser solamente un grande salto”. Nel secondo brano, invece, il
salto è considerato un utile rimedio per rimettersi in pari con la vita quando
essa prova a sopraffarci. Particolarmente bello il testo parlato, quasi rap, in
cui Raf fa “saltare” delle riflessioni sul mondo: “Saltano le regole,
saltano i confini, saltano i bambini su giocattoli esplosivi, saltano il pasto,
saltano la corda, fanno scarpe per saltare, salta la centrale nucleare, salta
Mururoa a 50 anni da Hiroshima, salta la rima, saltano gli atleti, gli ostacoli,
le corse, le borse, i governi, i nervi,
saltano gli schemi, i sistemi, le vocali, gli articoli della costituzione, gli
ideali”.
Anche per l’eclettica Madonna saltare sembra l’unico modo per non star ferma in un posto, non perdere tempo ed andare incontro alla vita: “There’s so much you can learn in one place. The more that I wait, the more time that I waste. I haven’t got much time to waste, it’s time to make my way. Are you ready to jump? Get ready to jump. Don’t ever look back, oh baby. Yes, I’m ready to jump, just take my hands” (trad. “C’è così tanto che puoi imparare in un posto. Più aspetto, più spreco tempo. Non ho tanto tempo da perdere, è tempo di andare per la mia strada. Sei pronto a saltare? Sii pronto a saltare! Non guardarti mai dietro. Sì, sono pronta a saltare, prendi solo le mie mani”).
Anche i Subsonica hanno dedicato una canzone ad un “Salto nel vuoto”, dove lo slancio verso ciò che non si conosce equivale al vero vivere ed alla libertà: “Libertà è una parola di fumo, un dato per scontato, libertà è come un segno di croce automatizzato. Se non sai distinguerla lei ti abbandonerà, se non sai difenderla non ti accompagnerà. Battiti! Guardi nel vuoto che verrà, cerchi tra fretta e ambiguità. Quanto coraggio ancora c’è? E’ quanto si chiama vivere. Un salto nel vuoto che verrà costa di più di una realtà persa in un quasi vivere, scelta per non decidere”.
Tra
i cantautori italiani di talento, anche Cristina Donà ha deciso di intitolare
una sua canzone “Salti nell’aria”. Un testo delicato ed essenziale i cui
spazi dove ci si muove sono le stelle ed il cielo: “Immagina le stelle,
scoprirai che sorridono sempre. Immagina intensamente e vedrai dove gli altri
pensano che non ci sia niente”. Infine, abbiamo trovato un originale brano del
mitico Rino Gaetano, “E la vecchia salta con l’asta”, dove in rima si
racconta la “favola antica del cavaliere che cerca l’amica”: “Tremila
città tremila villaggi, la sagoma bianca striata dei faggi. Scordò la sua
terra, scordò la sua casta. Rimase una vecchia che salta con l’asta”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI MAGGIO 2008
24/05/2008
E’
uscito ai primi di aprile il nuovo album di Caparezza, “Le dimensioni del mio
caos”, colonna sonora di “Saghe mentali” il primo libro del rapper
pugliese- Una critica sarcastica e intelligente al mondo di oggi ed ai suoi vizi
CAPAREZZA: MOLIÈRE E STREGONE DI QUESTI TEMPI
È uscito a inizio aprile il nuovo cd di Caparezza, “Le dimensioni del mio caos”. Il rapper pugliese lo pubblica quasi in contemporanea e parallelamente alla prima fatica da scrittore, dal titolo “Saghe mentali”. L’attenzione della voce graffiante del cantautore si rivolge ancora una volta alla società. Proponendosi come un Molière del XXI secolo, egli prende di mira il mondo virtuale di Internet & co. I suoi “Tartufo” sono “Ilaria Condizionata” ed in generale l’ignoranza del popolino. Il ritmo è quello usuale, che trascina e fa scuotere la chioma nera all’artista sul palco e a noi in casa, ma con fantastiche incursioni rock. Il cd riassume in quattordici tracce quello che scriviamo da tempo su questo settimanale. Addentriamoci quindi tra le tracce del buon Capa. Si inizia con “La rivoluzione del Sessintutto”, in cui il cantante si fa beffe delle rivisitazioni grottesco-comiche del ’68, esaltandone spesso certe caratteristiche e trasformandone o alterandone anche i temi: “Quanti credono nel ‘68 e quanti vedono del sesso in tutto? 68? [...] I fricchettoni vollero cambiare il mondo, quelli del mio mondo vogliono guardare i porno di edicole ridotte ed esporre più poppe delle flotte nel porto di Livorno”.
Poi troviamo “Ulisse (you listen)”, in cui si delinea la ragazza “altra”, una specie di alter ego musicale del cantautore: “Lei scrive sui post it. ‘Non mi interessa il gossip, chi legge quei giornali ha problemi mentali grossi’. Trucida conduttrici da casi umani commossi [...] E non avrà pietà di gatte morte fissate con l’età e solite solfe. Detesta il vip che fa il fotoreporter. Terrebbe le sue fans sotto revolver. Lei è sanguigna, senti che i denti digrigna. Cenerentola dà una sventola alla matrigna ma non le va la scarpetta, lei fa la scarpetta, che se mette pancetta non frigna ed io non sono Ulisse, io non so resisterle.” Saltiamo poi alla quarta traccia e andiamo a “Pimpami la storia” ed alla sua accusa a chi tratta la storia come gossip, da cambiare a proprio piacimento, da sconvolgere quando si vuole: “Bella prof e che schifo Garibaldi, è vestito dai saldi, peloso come Garfield. Via la camicia rossa e dagli una t-shirt Trussardi su jeans Cavalli. Sulla faccia lenti a goccia Ray Ban e poi taglia la barba a ‘sta capoccia da Imam. Un nunchaku da Jackie Chan gli dà più charme, ora si che Gary ch’ha i più fieri dei fans.
Bella! Mondiale è la seconda guerra, ma su ‘sto libro è dato che abbiamo ingoiato merda! E' regolare che non studia nessuno, scrivi ‘Italia batte resto del mondo 18 a 1’. I campioni siamo noi, siamo noi, perciò aggiungi Po po po po po”. È chiara la linea sarcastica che percorre tutto il cd e tutto lo stile Caparezza. Nel mirino le professoresse che approfittano degli alunni incoscienti, la comunità di internet con le sue identità virtuali, il mondo falsato della televisione e del gossip. Quindi ecco “Ilaria condizionata” che non sa trovare una propria identità e come “Charlie” dei Baustelle cerca se stessa nelle mode: “Ilaria dalla vita vuole di più, almeno un’amica nella Tim Tribù. Scarica rane pazze e stupidi emù. Mette le sue tette su Badoo. Poi, la svolta, stavolta è cool, mette su Amon Duul e Tool. Ama le inchieste di Michael Moore. Tutte scaricate tout court da E-Mule. Poi diventa alternativa del caz. Ama il free jazz, grida ‘Si PACS!’, film di Truffaut, fumetti di Paz. Odia le modelle ma diventa una Bratz e adesso ha l’auricolare Bluetooth.”
Da segnalare anche “Cacca nello spazio”, che potrebbe essere una soluzione per risolvere i problemi di questo mondo dove “c'è un uomo di mezza età con la sua metà che ne ha meno della sua metà, un amore acerbo, colto certo nella disco a Porto Cervo. Il prelato ha pronto il verbo, del creato è molto esperto, dall’abitacolo caccia il diavolo ma ne maneggia lo sterco. Il business man punta su Giove per le fabbriche nuove. Vuole fare il pieno di lavoro alieno da pagare meno che altrove.” Il fonoromanzo, come definisce Caparezza il cd, è quindi un interessante e coloss