IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ARCHIVIO MUSICA
NUMERO SPECIALE 2008
29/12/2008
Un anno sui generis: la riscoperta degli anni ’90, la crisi dei mercati che si ripercuote sull’industria musicale, la delusione di vecchie glorie, i nuovi modi di interpretare e creare musica
2008: LA CRISI, LA MUSICA, LE SUE RADICI
Raramente la musica ha subito per tutta la sua vita (lunghissima, a quanto pare) una CRISI come quella odierna. Che sia economica, di impegno, di valori è secondario: essa vi è dentro, e tutti lo ammettono. Anche gli Afterhours che vanno a Sanremo dicono di esserne una prova, dopo la pubblicazione in primavera del loro “I milanesi ammazzano il sabato”. Gli artisti abbondano, le idee pure, i fondi invece no. E, stando alle stime, gli acquisti dei dischi hanno subito una forte inflessione per tutto il 2008: inutile addebitare la colpa a iPod, file-sharing etc. È tutto intorno a noi e ce ne accorgiamo, purtroppo (e per fortuna possiamo ancora cambiare). E i festival? Un tempo l’anima tangibile della militanza musicale, ora sono ridotti spesso a coacervo di pochi affezionati che si permettono di pagare cifre esorbitanti. Dall’estero (Glastonbury, Coachella, Lollapalooza, Reading) all’Italia (Gods of Metal, Heineken, Traffic, l’unico che ancora si permette di sperimentare, non a caso lo organizza, tra gli altri, un membro attivissimo della scena alternativa torinese, Max Casacci dei Subsonica) la crisi si fa sentire, eccome. Per mezzi e potenzialità. Se da una parte si nota quindi dappertutto questo grave problema, dall’altra ritroviamo quelle che sono le vere e proprie tendenze sonore, più o meno nuove: il ritorno dei mitici ’90 e fenomeni di grande impatto come l’ascesa degli artisti lanciati dai programmi tv, oltre al ritorno delle famigerate boy-bands.
Partiamo dai ’90: non c’è più discoteca in Italia che nel suo repertorio, vada esso dall’house all’acid, alla techno, alla trance, al rock, non abbia una canzone pop direttamente dall’ultimo decennio. È un ritorno in grande stile, tutto lustrini e pelle al vento (ormai neanche più tanta, data l’età). Si balla e si ascolta. È la “nuova” moda musicale. Non necessariamente musica dance, che nei “ninenties” nacque, ma anche pop e rock. Come non elencare le reunion, preannunciate o meno, che hanno costellato quest’anno e lo hanno talvolta abbellito e talvolta invece intristito? Spice Girls (dopo qualche concerto fallito ed un album di inediti che ha ottenuto poca fortuna, usando un eufemismo, pare che si aggirino nel codazzo di macchine che Miss Beckham, alias Victoria “Posh” Spice, si è portata dietro a Milano), Atomic Kitten, All Saints (famose perché la frontwoman è l’ex moglie di Liam degli Oasis, gruppo questo che negli anni ‘90 furoreggiava e pubblica tuttora album di notevole rock’n’roll), Boyzone, Sixpence none the richer (come dimenticare il bel Dawson di “Dawson’s creek”?) ed anche The Verve, mitici alfieri del brit-pop che tanto ebbe fortuna durante i ’90. Inutile dilungarsi, è un fenomeno che, piaccia o no, ci siamo auto-costruiti, è un ritorno ad un mondo che tutti bene ricordano, di facile fruizione e di ostentato giovanilismo. Durerà? Ai posteri l’ardua sentenza. Tra le glorie che ritornano e pubblicano ancora citiamone tre, i principali: Guns’n’roses, Metallica, Queen.
La triade del rock, per alcuni, la triade da casa di riposo per altri: indubbio è il clamore mediatico che si è scatenato intorno a loro. Inevitabile il giudizio della critica: negativo. Ai primi manca la forza di un tempo ed anche un gran chitarrista, ai secondi manca l’inventiva, ai terzi manca uno dei più grandi performer di tutti i tempi, Freddie Mercury. Sono i simboli del vecchio che avanza, della necessità di incamerare i quattrini che non sono ancora stati spesi dai fans per best of, raccolte, live, offerte varie. Emergono invece in Italia nuove realtà inaspettate: Baustelle e Caparezza sono ormai affermati, e, con i loro testi all’insegna di una sana dose di pessimismo e denuncia, si collocano all’interno di una sempre più grande area della musica italiana che all’ormai celeberrimo “Felicità, è un bicchiere di vino con un panino”, senza nulla togliere ad esso e al ruolo che ha svolto negli anni ’80, contrappone il Charlie reietto della società o l’eroe che “protegge i suoi cari dalle mani dei sicari, dei cravattai”. Altri artisti come l’ormai celebre Vasco Brondi o Il Genio cercano di sviluppare una musica nuova, che sia reale espressione di un genere tutto italiano, esportabile anche all’estero. Verrebbe da dire: forza ragazzi, mettetecela tutta, ma peccheremmo di campanilismo. Da notare inoltre il ritorno delle boy-bands, fenomeno che sembrava ormai concluso e che in Italia aveva avuto una fittizia affermazione grazie ai Velvet, poi finiti su altri lidi.
Dari, Lost e Sonohra stuzzicano, ora come un tempo, le fantasie di migliaia di adolescenti sgambettate ed urlanti ai concerti. Per non parlare del fenomeno Tokio Hotel e di tutto ciò che ha rappresentato. Dove sono finiti? Evaporati, a quanto pare. Nessuno parla più di loro. È il trionfo della musica massificata, della classifica e del singolo assunti come unica ragione di successo. Rimane da analizzare l’ultimo simbolo di ciò che rappresenta la musica ed il modo di crearla in questo duemilaotto che si conclude. È un programma, “X factor”, che, nato in Inghilterra con la consacrazione di Leona Lewis, ha raggiunto l’Italia e, grazie alla personalità di un artista eclettico come Morgan ed alle potenzialità del tubo catodico, ha condotto, volenti o nolenti, il “music business” nelle case di milioni di italiani. Gruppi originali come gli Aram Quartet o il talento di Giusy Ferreri (con una voce davvero simile a quella di un’altra interprete-meteora vincitrice del Grammy 2008, Amy Winehouse) hanno sfondato: ennesima dimostrazione della forza della tv al giorno d’oggi.
Dario Sabbioni –ilmegafono.org
20/12/2008
Andiamo a riascoltare “Catartica” il primo cd dei Marlene Kuntz, raffinato gruppo cuneese che si caratterizza, oltre che per l’abilità musicale, soprattutto per la straordinaria profondità ed intelligenza dei testi
LA CATARSI POETICA DEI MARLENE KUNTZ
Togliamo un po’ di polvere dallo scaffale e ci andiamo a prendere un cd del 1994, “Catartica”, dei Marlene Kuntz. Un gruppo di 4 giovani di belle speranze: Cristiano Godano (voce, autore dei testi e chitarra), Riccardo Tesio, Luca Bergia, Gianluca Viano. Provengono tutti dallo scenario del rock locale cuneese, portando ognuno la propria esperienza. Il nome del gruppo (inventato sul momento prima di un concerto) riecheggia la famosa e affascinante attrice Marlene Dietrich. Basta mettersi ad ascoltare il cd per fare un tuffo nel mondo musicale di quattordici anni fa. Fortissime le influenze americane dei Sonic Youth, le chitarre esasperate del rock (anche quello più hard) anni ’80, le atmosfere cupe del grunge. Ma sullo sfondo del sound si stagliano le colonne portanti di tutta la storia dei Marlene: i testi. Acerbi, genuini, nuovi, intensi, pieni di grinta. Così ci piacciono i Marlene. Con quelle parole pescate nelle pagine più recondite di un vocabolario, prese, setacciate nella mente di Cristiano e infilate così, con naturalezza, nel bel mezzo di un testo. Alzi la mano chi ha mai sentito una canzone (di successo, o almeno, famosa) in cui possa ascoltare “obsoleto”, “nebulosamente”, “crapa”, “trasuda”.
È una rinascita della musica cantautorale italiana in salsa rockeggiante. La capacità versificatoria di Godano lascia basiti per originalità e novità. Prendiamo la canzone più melodica per esempio. Ci sono le lacrime, la ragazza che è lontana, ma l’originalità del testo impressiona. “Pelle: la tua è proprio quello che mi manca in certi momenti, in questo momento è la tua pelle ciò che sento nuotando nell’aria. Odori dell’amore nella mente dolente, tremante, ardente: il cuore domanda cos’è che manca perché si sente male, molto male, amando, amando, amandoti ancora”. Sono le parole di “Nuotando nell’aria”, in cui la voce è confusa nel rumore armonico degli strumenti, proviene da lontano, affascina e lascia di stucco. Subito prima, le chitarre impazzite di “Sonica” lasciano spazio ad una specie di sigla di rito pagano al diverso: “Orso si sposta goffamente con passo irregolare nel flusso irregolare della gente che scontra; le mani dentro a un buco, tasche sfinite, vociare di monete obsolete”. Ma c’è anche spazio per l’irridente “Festa Mesta”: “Complimenti per la festa! Una festa del cazzo! Sei così cara e inutile mia dolce creatura immobile. Complimenti a molle, ci stupisci quasi fossi nuovo e invece sei vecchio e gommoso: bacia la sposa, bacia!”.
Ce la canteremmo tutti nella mente durante i convenevoli di una festa qualsiasi, in un posto qualsiasi, in un momento qualsiasi. L’abilità dei Marlene sta tutta nel saper bilanciare testi, musica, ritmo, metrica. Una sensazione di freschezza e originalità, il passaggio dalla grinta all’amore più denso, dalla rabbia alla rassegnazione. È un salto nella musica, accompagnati dalla poesia, come quella che emerge dalle parole di “Lieve”, sesta delicatissima traccia dell’album: “Forse, davvero, ci piace, ci piace di più oltrepassare in volo, in volo più là. Meglio del perdersi in fondo all’immobile, meglio del sentirsi forti nel labile. Forse, sicuro, è il bene più radioso che c’è, lieve svenire per sempre persi dentro di noi”. Il fascino dei Marlene Kuntz affonda le proprie radici in questi quattordici testi che segnano il loro inizio. Sebbene ascoltando questo cd possano sembrare non troppo diversi dagli Afterhours di “Germi”, sapranno poi trovare la loro strada e il loro spazio (unico) nel panorama musicale italiano degli ultimi anni. Perderanno un po’ di grinta ma non la vena artistica che già qui li contraddistingue. Forse troppo legati al background dell’epoca, acerbi -ma anche per questo unici- ma assolutamente indimenticabili.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- In un mondo con un sistema finanziario che sta evaporando, dissolvendosi tra le pieghe subdole dell’economia globale, c’è una possibilità: rifugiarsi nella musica che, come spesso accade, precorre i tempi
PLAYLIST DA CRISI: NON CI RESTA CHE ASCOLTARE
“C’è crisi, c’è crisi dappertutto”: così si esprime il cantautore Cristian Bugatti, meglio conosciuto come Bugo, salito alla ribalta l’estate scorsa dopo anni di underground. Mai incipit di canzone fu più fortunato: stiamo male (direbbero i CCCP, “Io sto bene, io sto male, io non so come stare”). E staremo anche peggio. Analisti vecchi e nuovi stanno decretando la fine del capitalismo, il governo(?) ci invita a spendere, a sostenere l’economia, non ci si capisce più nulla. Tanto più che chi ci dovrebbe capire ha ormai rinunciato. Metodi per salvarsi? Pochi. Uno, di sicuro, è la musica. Lei c’è sempre, non costa nulla, il problema è quando diventa un genere di prima necessità perché purtroppo vi sono pochi produttori degni di tale nome. Ma questa è un’altra storia. Fortuna che ce n’è tanta, e si può riuscire anche a riempire un’ipotetica playlist che ci dia una mano a ritrovare i nostri soldi dispersi nei meandri di qualche banca centrale (a proposito, tagliare i costi no?) o tra le mani grondanti sudore e fatica di qualche politicante “tangentato” e beccato. L’inizio? Come per ogni selezione che si rispetti, non si può tralasciare Fabrizio De Andrè, “Effedia (F.D.A.)”, “Faber”, o comunque lo si voglia chiamare.
“Non al denaro, non all’amore, né al cielo”: così il suonatore Jones rivolgeva i suoi pensieri nell’omonimo album. Questo potrebbe essere la soluzione ex post: ritornare al semplice, all’anarchico mondo libero dell’uomo che basta a se stesso. Troppo drastico, forse. Perché non provare allora con la “buona novella”? Oserei dire fin troppo opulenta, considerata com’è diventata sua figlia, Sacra Romana Ecclesia. In tempo di crisi sempre più autori si cimentano nel descrivere il mondo: basti pensare a Vasco Brondi che, con lo pseudonimo “Le luci della Centrale Elettrica”, fresco di una Targa Tenco in qualità di rivelazione dell’anno, dipinge un mattatoio che va dai “Garage a Milano Nord”, opaco, grigio, vuoto, alle “spiagge deturpate”, simbolo di quella crisi di valori e di ideali che ci ha condotto, sotto l’egida della speculazione e del menefreghismo, fin dove siamo arrivati, “in questo cazzo di anni zero”. Tornando un po’ indietro, come non dimenticare i Dire Straits di “Money for nothing”? Era fine anni ’80, ma sembra oggi. Avevano capito tutto. Soldi facili e “chicks for free”: inutile la traduzione, credo.
Li seguono a ruota i Pink Floyd dell’intramontabile “Money”, canzone-manifesto dell’ideologia dei ’70 e tutt’oggi attuale: “Money, it’s a crime/share it fairly but don’t take a slice of my pie” (“Soldi, sono un crimine, dividi equamente ma non toccare la mia fetta di torta”), che potrebbe benissimo essere riferito a qualche squalo di Wall Street che oggi continua a furoreggiare con i soldi di milioni di persone. Brutta immagine, meglio metterci dell’allegria: ecco quindi gli ABBA di “Money, money, money” che, in effetti, di allegria ne ha poca, ma tant’è: la prima strofa recita: “Non ho i soldi e sono triste (…), nei miei sogni ho un piano, diventare un uomo ricco: non lavorerei e girerei a zonzo…”. Come estrema ratio restano i Diaframma, indimenticato gruppo di dark anni ’80: il testo di “Gennaio” merita una menzione speciale, contro tutti questi ministri Robin Hood (a proposito, e il De Gregori con il suo eroe che ruba ai ricchi per dare ai poveri dove lo mettiamo?) e pescecani dell’alta finanza: “Parte dei soldi li ho spesi in assoluta allegria, quella stessa con cui li avevo guadagnati, ci voleva del fegato per ammettere che come erano entrati così erano usciti, il resto era là in banca ad aspettare, attirato da una formula ad interesse anticipato, alla fine del mese sembrava proprio di avere lo stipendio di un nuovo datore di lavoro”.
Dario Sabbioni –ilmegafono.org
13/12/2008
Il
cantautore emiliano spopola nelle radio con i suoi nuovi singoli tratti dal suo
primo best of, diviso in due parti (“Primo tempo” e “Secondo tempo”)-
Tra gli innamorati storici e i nuovi delusi alla fine il Liga trionfa sempre
SEMPLICEMENTE
LUCIANO LIGABUE
C’è chi lo ama alla follia, chi ne esalta ogni scelta, chi invece comincia ad amarlo meno, chi proprio non lo regge: Luciano Ligabue è uno di quegli artisti completi di cui si parla sempre, perché domina le scene e il successo da quasi venti anni e perché questo successo è sempre riuscito a gestirlo in modo intelligente. Nessuna esagerazione, nessuna flessione: il Liga è sempre riuscito a rimanere sé stesso, nonostante abbia mostrato un eclettismo che è davvero raro. Non solo dischi di grande qualità, con cifre di vendita impressionanti, ma anche un film pluripremiato, un altro meno fortunato, e poi libri, concerti epocali, tournee teatrali, regie di videoclip, ecc. Tanto attivismo e tanta gloria ovviamente si portano dietro risposte di pubblico, apprezzamenti, idolatrie, migliaia di biglietti di viaggio per raggiungere il posto in cui si celebra l’evento. Basti pensare al concerto del Campovolo, a Reggio Emilia, il 10 settembre 2005, con 180.000 persone giunte da tutta Italia per celebrare il più grande evento della saga Ligabuiana. Uno spettacolo, trasmesso anche in streaming su internet, che ha ripercorso le tappe della carriera del rocker di Correggio.
E il Liga ci ha preso gusto: così, dopo un nuovo tour tra club e palazzetti, due anni dopo, si ripresenta al pubblico con un altro evento, l’ElleSette tour, cioè sette concerti consecutivi a Roma e sette a Milano, tra novembre e dicembre del 2007, proprio mentre usciva il suo nuovo lavoro, “Primo tempo”, il suo primo best of, come lui stesso lo ha definito, completato poi dall’uscita di “Secondo tempo”. E questa volta, non tutti hanno apprezzato. Tra i fans si sono create due fazioni: quelli che stanno sempre dalla parte del Liga e quelli che cominciano a stancarsi di scelte che sembrano assumere un sapore sempre più commerciale, nel senso peggiore del termine. I motivi della frattura sono facili da rintracciare: in molti hanno criticato la scelta di regalare, dopo lo spettacolo del Campovolo, altri due concerti evento al nord e alla Capitale, dimenticando il Meridione; inoltre, la preannunciata uscita di un best of diviso in due parti, con relativo doppio prezzo, non è piaciuta per niente, anche perché in tanti si sono chiesti se davvero fosse necessaria l’ennesima raccolta, considerando che Ligabue aveva già regalato al suo pubblico due cd-raccolta (il doppio live “Su e giù da un palco”, nel 1997, e il doppio live acustico-teatrale “Giro d’Italia”, nel 2003).
A molti è parsa un’operazione di marketing studiata a tavolino per fare un po’ di soldi e a molti è cominciato a mancare il Liga vecchio stampo, quello che riempiva i Palasport solo con la sua musica e la sua carica, in modo più spontaneo, senza questo alone da mito del rock che, secondo alcuni, sembra averlo un po’ avvolto. E sono cominciati i soliti paragoni con Vasco, che a distanza di anni appare sempre lo stesso, che si mostra più affezionato al suo pubblico che al suo successo, tanto da regalare un grande concerto gratuito al sud Italia, a Catanzaro nel 2004, per ricompensare i fans meridionali dei tanti costosi viaggi affrontati per sentire il Blasco cantare dal vivo: un record, con ben 400.000 persone sotto il palco del rocker di Zocca. La querelle continua, con fazioni schierate all’opposto: chi ama senza se e senza ma e chi invece ama un po’ meno, oppure ama ancora ma con qualche sospetto in più. Ma Liga è sempre lì, crea e vende, canta ed emoziona, dissolvendo con una sola strofa delle sue canzoni ogni dissapore, ogni ragionamento sulle sue scelte commerciali o meno, ogni discorso sull’utilità di dividere in due cd il suo best of . Ed allora ecco che stiamo fermi lì, ad ascoltare i trentadue brani che attraversano la carriera del Liga e i quattro inediti inseriti in “Primo tempo” (2007) e “Secondo tempo” (2008), le due parti della sua nuova raccolta.
Dentro puoi trovarci davvero tutta l’essenza di questo straordinario cantautore, il suo passaggio dal rock degli inizi al pop rock degli anni in cui arrivò il maggiore successo, fino all’intimismo maturo degli ultimi dischi e delle ultime quattro tracce inedite. In “Primo tempo”, troviamo “Buonanotte all’Italia” e “Niente paura”, due pezzi molto malinconici e intimi. In “Niente paura”, Ligabue mette in musica le riflessioni di un uomo maturo che senza paura si guarda indietro, tra persone che sono passate, rimpianti e sogni rimasti fuori, mentre, nonostante tutto, alla fine non cambia mai nulla. “Buonanotte all’Italia”, invece, è una ballata malinconica e amara sull’Italia, sulle sue ferite insanabili, sui dissidi storici che macchiano il suo cielo stellato e la sua bellezza, un’Italia “con gli sfregi nel cuore e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere e la guarda distratto come fosse una moglie, come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie”, mentre una stella “fa luce senza troppi perché, ti costringe a vedere tutto quello che c’è”.
In
“Secondo tempo”, invece, troviamo “Il
centro del mondo” e “Il mio
pensiero”, due canzoni d’amore alla Ligabue, mai banali e sempre
profonde, che ti lasciano riflettere, perché lasciano spazio a mille
interpretazioni e a mille possibilità. Il ritornello de “Il
mio pensiero”, ad esempio, potrebbe essere dedicato ad un amore lontano
così come ad una persona cara che non c’è più: “E adesso che sei dovunque
sei, chissà se ti arriva il mio pensiero, chissà se ne ridi o se ti fa
piacere”. Insomma, si può discutere su tutto, su certe scelte, su certi
atteggiamenti, persino su una fede interista dichiarata troppo apertamente che
ha fatto storcere il naso a tanti fans di fede avversa, ma quando il Liga gira i
suoi accordi su una chitarra e butta giù un paio di strofe, tutto scompare e
resta solo l’emozione di ascoltare la sua voce e di sentire le sue parole e la
sua musica rimbalzare dentro la tua testa e accompagnare ogni tuo momento, bello
o triste che sia.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Si intitola “Alla mia età”
l’ultimo album di Tiziano Ferro, uscito a novembre e già ai vertici della
classifica delle vendite- Un lavoro con prestigiose collaborazioni e con la
voglia del cantante laziale di sperimentare e rinnovarsi
LA
NUOVA ETÀ DEL...FERRO
Tiziano Ferro? “Un artista completissimo”. Il complimento non è nostro, ma verrebbe spontaneo dall’ascolto dei suoi ultimissimi brani. A definirlo così niente meno che Ivano Fossati, famoso ultracinquantenne genovese, ex componente del gruppo anni ‘70 “Delirium”, che vanta la collaborazione con artisti del calibro di Mia Martini, Mina, Loredana Bertè, Zucchero, Celentano. E la lista potrebbe continuare. Una bella soddisfazione quella del giovane 28enne di Latina lavorare con uno dei suoi maggiori punti di riferimento. Il risultato? Un fresco mix di note modernamente r&b, spunti retrò e qualche reminiscenza anni ‘80, dal titolo “Alla mia età”. Ascoltare per credere. “Completezza”: parola chiave per descrivere il cd. Non lasciamoci ingannare dal volto serioso del cantante sulla custodia del suo album. O magari non lasciamoci abbindolare neppure dal tenero sguardo imbronciato di Tiziano bambino sul retro. Anche per gli ascoltatori più critici e severi, il cantante si fa “curioso” e capace di incuriosire, allo stesso tempo divertito e divertente, piacevole, rinnovandosi nello stile e nei contenuti. Certo, una vera sfida la novità. Eppure nessun sintomo di cedimento: esame superato.
Non è il “solito” semplice, orecchiabile sound radiofonico, il motivo che imperante si stampa nella memoria senza via d’uscita, ma la musicalità matura di un artista a tutto tondo che “scopre” di poter osare senza eccessi gratuiti, di poter uscire dalle righe del suo convinto tradizionalismo senza per questo cedere a trovate al di fuori del suo interesse e di quello dei fans. “Alla mia età”, appunto. Dunque, la linea melodica che sembrava consolidata si frammenta tra respiri ed espedienti inediti, come accenti burleschi, ritmi volutamente più o meno cadenzati e talvolta improvvisamente irruenti, parti recitate e vaghi gorgheggi e virtuosismi a dimostrazione dell’alta padronanza della voce da parte dell’artista. E che, inoltre, ricordano inequivocabilmente il modo di esprimersi dell’ormai lanciatissima Giusy Ferreri, “figlioccia” del cantante e preziosa collaboratrice ai suoi lavori. Lo si nota soprattutto nel singolo “Indietro”, che racconta come spesso “il bene più segreto sfugge all’uomo che non guarda avanti mai”, come l’amore a volte si scontri con il suo “contrordine speciale, nemico della logica morale, opposto della fisica normale”. Un po’ Leona Lewis nelle cadenze, altro vanto di X-Factor, come l’italianissima Giusy, ma quanto di più diverso ci si possa aspettare dalla penna di Ivano Fossati.
Il brano è stato persino trascritto in inglese (oltre alla versione spagnola che però interessa tutto il cd), modulato sulla voce di Kelly Rowland. Da non perdere, poi, “Il sole esiste per tutti”, spunto per riflettere: un incontro, “una sosta dai concetti e dai preconcetti” e “l’errore, ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo chiamiamo amore”, che supera la scienza, la logica, qualsiasi filosofia eremita. Ma, nonostante l’errore, il dono più bello, il sole della vita. Ricerca della novità, attraverso pause improvvise, trovate elettroniche, ritmi scorrevoli ma mai banali, caratterizza invece il duetto Ferro-Battiato in “Il tempo stesso”, che perentorio si sintetizza nell’affermazione che apre il brano: “Messo a dura prova, anche un pragmatico convinto fissa il mondo e perde molto tempo come me” e nella successiva: “Fu mio amico, il complice dei dubbi di una vita: il tempo accondiscende e occulta ogni cosa fallita”. Solo tre esempi, eppure tre argomenti tanto distanti, con la stessa attenzione, lo stesso interesse che anima tutti gli altri brani. Un album, il quarto del cantautore, uscito solo la prima settimana di novembre e già vendutissimo. La riprova che, dopo due anni (del 2006 il penultimo cd “Nessuno è solo”), Tiziano Ferro non rinuncia a mettersi in gioco e sfidare il suo pubblico.
Giulia Baldassarra –ilmegafono.org
NUMERI DI NOVEMBRE 2008
29/11/2008
Si chiama Rafal Blechacz, è un giovane pianista di appena 23 anni che
ha già fatto un balzo deciso nella storia della musica e del pianoforte –
Musicista raffinato, preciso, abile e sobrio che ama molto l’Italia e la sua
musica
UNA
NUOVA LEGGENDA NELLA STORIA DEL PIANO
Ventitré anni e un talento. Cresce in fretta, come il pubblico dei suoi ascoltatori. E dalla sua Naklo, cittadina del nord della Slovenia, meno di cinque mila anime, si catapulta col suo bel fagotto di bravura ed umiltà direttamente nel grande mondo della musica internazionale, quello delle intuizioni e delle eccellenze, quello dei fuoriclasse del nostro secolo. 21 ottobre 2005: non dimenticherà mai questa data Rafal Blechacz. “È cambiata totalmente la mia vita dopo la vittoria del concorso...Ora piovono inviti”. E sì, perché esistono un passato e un presente a dir poco stridenti nella vita del giovane pianista. Il “vecchio” Rafal dello studio severo e appassionato, del salto da Naklo a Bydgoszcz alla Rubintein Music School, ma anche del “forse”, della speranza di divenire il pianista che tutti conosciamo. E poi il “nuovo” del dopo Concorso. Di Varsavia si intende. La più celebre competizione pianistica del nostro tempo, che si ripete ogni cinque anni, meta ambita di quanti, immersi tra una sonata e una suite, sognano oggi di vedere un giorno il proprio nome comparire nell’élite dei talenti che hanno fatto la storia degli ultimi cento anni, da Martha Argerich a Stanislav Bunin, al suo apprezzatissimo connazionale Krystian Zamermann.
Lui, Rafal, al grande Concorso arrivò primo. Ma anche secondo. Impossibile? Strano? Nient’affatto se, al termine della sua esecuzione, “Blechacz è così superiore da impedire l’assegnazione del secondo premio agli altri finalisti”, fu il commento del Professor Piotr Paleczny, uno dei membri più influenti della commissione. E così, il giovane vincitore tornò a casa non solo con l’inarrivabile primo premio, ma anche col premio per la migliore esecuzione di una mazurka, quello per la migliore esecuzione di una polacca, quello per la migliore esecuzione di un concerto, quello per la migliore esecuzione di una sonata. E, ovviamente, la sua più grande, grandissima soddisfazione. Una mente. Abile, esperto, geniale come pochi. Raffinato, quasi prezioso. Preciso, veloce ma senza eccessivo virtuosismo. Non ha esitato più di un secondo la Deutsche Grammophon a ingaggiarlo ancora una volta come successore di Zimmerman, unico polacco ad esser stato scelto dalla famosa casa discografica.
“Chopin:
the complete preludes”, il titolo del primo cd, uscito alla fine di settembre
dello scorso anno, in cui si cimenta nell’esecuzione dei preludi del
celeberrimo compositore. Un vero e proprio omaggio una simile scelta? Non
proprio. Non disdegna affatto Bach, Debussy o Mozart il giovane pianista, ma
dopo il successo del concorso che lo ha incoronato erede di Zimmerman, è Chopin
che il pubblico desidera ascoltare da lui. “Mi piace l’Italia, adoro la
vostra lingua così melodiosa, così come mi piace la musica italiana”. Sono
parole di Rafal, grande appassionato del nostro Scarlatti. Peccato che verrà a
trovarci solo nel 2010 con un nuovo tour dopo quello dello scorso anno. Ma noi
lo aspettiamo con ansia, aspettiamo la sua bravura, la sua timidezza, la sua
eleganza. La semplicità di un artista che, nonostante l’esperienza, ancora fa
ricorso al vecchio trucco di non ascoltare le prove degli altri musicisti per
contenere l’ansia prima di una esibizione.
Giulia
Baldassarra –ilmegafono.org
C’è un movimento di giovanissimi in cerca della propria identità,
che si affida ai suoni, alle parole, alle immagini evocate dai canti di lotta
che scandirono le dure battaglie del ‘68 -E così si ripropongono slogan e
motivi noti
I
SOLITI GIRI DI PAROLE?
“No alla scuola dei padroni, via al governo, dimissioni!”. Con queste parole nel ’68 Paolo Pietrangeli sintetizzava, con Giovanna Marini, il grido di protesta che da tutto il mondo si levava contro il mondo “adulto”, contro le istituzioni da svecchiare, contro il sistema da cambiare: e oggi? “Anche l’operaio vuole il figlio dottore…”, cantava ancora Pietrangeli, in un’altra sua celebre canzone (anche se forse una parte degli studenti in piazza non lo sa, canta e basta, pensando che “Contessa” sia davvero una canzone originale dei Modena City Ramblers). Cambia la storia, non cambia la musica. È sempre quella: il buon vecchio cantautorato nazional-popolare di gramsciana memoria si sposa sempre molto bene con ogni nuova realtà che incontra. E rimane, ogni volta, un senso di incompiuto, di trascuratezza, di superficialità. Perché non cambiano mai? Sempre le solite parole, i soliti giri di chitarra, le solite melodie, le solite storie.
A Valle Giulia, nel ’68, c’era un senso: gli studenti che per la prima volta non scappavano più davanti alle cariche della polizia, i pugni alzati per una scuola nuova, migliore, distante dal passato e dalla tradizione. Una scuola che si allontanava dallo schema gentiliano per raggiungere quelle derive a loro volta eccessive, tenute comunque sotto stretto controllo dai giovani stessi (inutile perdere quel poco che si era conquistato). Si ripete la domanda: perché non cambiano mai? Perché si lasciano trascinare, ancora, come sempre, dallo slogan, con i soliti versi, con le solite utopiche visioni della vita, del mondo, della storia? I gruppi di adesso copiano quelli di allora, questi ultimi, privi dell’originalità che li contraddistingueva un tempo, si lasciano andare ad una bieca fotocopia di stilemi del passato (con scarsissimi risultati: ma chi se li immagina quattro sessantenni che parlano di come la scuola a loro faccia schifo…).
E
la storia rimane uguale. Sempre. Fino a quando abuseranno (Catilina insegna…)
della nostra pazienza? Sorgono spontanee due questioni: il fatto che a questo
punto forse oggi mancano i gruppi che si confrontino su questi argomenti o la
paura che essi siano troppo ben nascosti e messi a tacere da qualche mente
troppo ideologica della fascia opposta. La prima non si risolve: o i ragazzi
cominciano a dichiarare al mondo di essere stanchi di essere visti come numeri,
statistiche, successione infinita di calcoli piuttosto che come persone, oppure
continueranno a subire, ad infinitum. La
seconda è risolvibile, ma dev’essere combattuta strenuamente, con tutto il
vigore di cui i giovani dispongono. È la nostra forza, la nostra mente contro
quelli che ad essa vogliono porre un freno. Come diceva Stefano Rosso,
cantautore di quegli anni, in fondo “basta una chitarra”. Se poi nella
canzone c’è anche lo spinello, questa è un’altra storia.
Dario
Sabbioni –ilmegafono.org
22/11/2008
Dall’underground
proletario londinese a gioia borghese, dal mitra che è un contrabbasso per la
gente che sa amare a macchina da soldi da assicurare: genesi, sviluppo
incontrollato e declino dell’indie-rock
INDIE-PENDENTI
SI NASCE, SOLDATINI SI DIVENTA
L’indie-rock è stato fondato dai The Jam di Paul Weller. Ora il re è morto, viva il re. Naturalmente è morto l’indie, non Paul Weller. Anzi, è diventato simbolo di questo genere il Billy Elliot che, senza mezzi e risorse, continua a correre per le strade della sua Manchester, o Liverpool, o Glasgow o qualsiasi altra città-industria inglese, mentre ascolta “Town called malice” (“Il tempo è poco, la vita è crudele, ma sta a noi cambiare questa città chiamata perdizione”) dell’inossidabile Paul. È il primo indie, inizio anni ’80. Il rock che ritorna al Labour, alla Sinistra di governo, dopo i trascorsi anarco-nichilisti della decade precedente. Il rock che si nutre di protesta, che rifiuta la semplicità quasi ridicola delle creste ribelli e dei loro slogan urlati, che vede nei capelli cotonati degli anni ’80 lo spettro di un consumismo vuoto e becero. Adesso è cambiato: si chiama ancora indie-(rock) ma ci sono solo testi vuoti, belle facce, pochi accordi, ma difficili.
Poche novità, molta voglia di celare questa carenza di idee sotto la veste patinata dell’elettronica, della finta sperimentazione. E l’indie si trasforma in musica dell’establishment, la musica della multinazionale, del pensiero unico, della lobby. La chitarra che scotta perde il suo valore: dal “mitra che è un contrabbasso” per la gente che scende in piazza “perché sa amare” (“Area, Gioia e Rivoluzione”, canzone manifesto di Radio Alice) a macchina per soldi da assicurare a caro prezzo. Dalla Thatcher a Gordon Brown: dalla ribellione contro il sistema all’accettazione del fallimento dell’ideologia. Certo, ognuno dirà: l’ho fatto per una buona causa, l’ho fatto per far ballare la gente, l’ho fatto perché ero stufo di vedere facce tristi ai concerti, l’ho fatto perché i punkabbestia in mezzo al “pogo” non li voglio. Ma il cambiamento resta. Ed è radical-chic. Senza voler contestare nulla a nessuno, s’è scelta ad ogni modo la strada più facile e veloce.
L’indie nasce come il punk. Nel ’77 non c’era speranza: mandare all’inferno la regina d’Inghilterra, la Democrazia Cristiana, gli skinheads, dal Tamigi al Po, sembrava l’unico modo per poter cambiare. Oggi ci si ribella al conformismo, alla chiusura mentale, alla marijuana (si preferisce la coca). Meno concreto, più vago, più difficile. Anche meno credibile, forse. Ma in fondo, chissenefrega: meglio morire giovani che avere un futuro, meglio soldatini che indie-pendenti. Ed infatti di vere free minds ne sono rimaste poche. Sono ben nascoste, lì, tra il palco e l’ultima fila, e le vedi rimuginare mentre gli altri ballano, si perdono, sbandano. Guardano ciò che succede davanti ai loro occhi, s’interrogano e incredibilmente ancora ragionano. Si cercano sempre, ma non si trovano mai.
Dario Sabbioni -ilmegafono.org
Masha Diatchenko, quattordicenne
romana di origine russa, nonostante la giovane età, è una affermata
violinista, che si è già esibita in oltre 500 concerti in meno di dieci anni,
esordendo nel ’99 addirittura con Morricone
SULLE
ORME DI MOZART, MA CON IL VIOLINO
Forse siamo rimasti col pensiero al lontanissimo 1770. Anno particolare, di cui tuttavia neppure i più scrupolosi biografi sanno spesso evidenziare l’importanza. Un padre, compositore presso la Corte del Principe Arcivescovo di Salisburgo, e una sorella, Nannerl, di certo talentuosa, ma non abbastanza da essere considerata il “genio” di casa: forse la bravura era una questione di ereditarietà, forse l’amore per lo strumento era innato nel piccolo, sta di fatto che in quell’anno il piccolo Wolfang Amadeus, per la prima volta, con le sue mani minute e ancora inesperte, sfiorò i tasti di quello strumento che, anni più tardi (ma non molti), lo avrebbe consacrato alla sua imperitura fama. Non occorre specificare il cognome, genio inconfondibile: aveva tre anni e sapeva arrangiarsi da solo al clavicembalo. Difficile da credere, eppure chi avrebbe mai detto che anche la nostra epoca, che spesso purtroppo pecca nel gusto e nel senso di sacrificio, ci avrebbe deliziati ancora con simili talenti? È di una bambina che voglio parlare. Bionda, occhi azzurri: non ha di certo l’aspetto di una professionista, eppure l’Italia, ancora una volta, può vantare una grande artista conosciuta a livello internazionale.
Il confronto magari può sembrare un azzardo, ma quale altro paragone viene in mente per descrivere una quattordicenne, già diplomata in violino da due anni, alla soglia dei suoi cinquecento concerti nel giro di un decennio? Masha Diatchenko, origini russe, ma nata a Roma nel 1994, vorrebbe “diventare una grande violinista” da grande. In tutta la sua ingenuità, non sembra neppure accorgersi della sua eccezionale bravura. Così, mentre gli affezionatissimi -e sempre più numerosi- fans, incuriositi dalla precocità di una tale maestria con lo strumento, fanno a gara per accaparrarsi un posto ai suoi concerti, lei non si trastulla minimamente all’idea che, per tutti, lei è già la grande violinista che spera di diventare in futuro. Un curriculum vitae da fare invidia ai più grandi compositori del nostro secolo. Risale al 1999 il suo esordio tra i “concertisti” e non fu certamente un esordio qualunque: niente di meno che un recital diretto da Ennio Morricone presso l’università romana de “La Sapienza”. La piccola (aveva solo cinque anni), notata dal Maestro durante le prove, si esibisce, soltanto due giorni dopo, nel suo spettacolo al pianoforte.
Poi la
decisione di passare al violino: una decisione spontanea, quasi un passaggio
naturale, data la sua predisposizione per lo strumento. Ancora piccolissima suona il suo violino alla presenza di Papa Giovanni Paolo II
e, più recentemente, dinanzi a Papa Benedetto XVI. E non finisce qui il suo
percorso: nel 2006 si diploma in violino presso il Conservatorio di Genova e
comincia a studiare presso l’accademia “Art Music” diretta dal padre (Sergej,
direttore d’orchestra russo, fondatore della stessa Accademia). Il suo
traguardo più importante? È
l’unica musicista in tutto il mondo che è riuscita ad eseguire, a soli dodici
anni, i “24 Capricci” di Paganini in un unico concerto. Che dire?
Un’abilità fuori dal comune, una grande passione per la musica, due genitori
che dall’inizio hanno incoraggiato la propria figlia, un talento che non
occorre commentare. Ma anche una bambina umile e giudiziosa, molto sensibile e
semplice, che, specialmente in quest’ultimo periodo, difficile, della sua vita
(è di qualche giorno la notizia del suicidio del padre, che ha deciso di
togliersi la vita in seguito allo scandalo della vendita di violini falsi,
spacciati per veri sette-ottocenteschi) ha bisogno di sentire ancora di più il
calore del suo pubblico.
Giulia Baldassarra –ilmegafono.org
15/11/2008
Miriam
Makeba, grande cantante sudafricana e attivista dei diritti umani, si è spenta
domenica scorsa, a Castel Volturno- Aveva cantato dappertutto la condizione dei
neri vessati dall’apartheid e dal razzismo
CIAO
MAMA AFRICA, VOCE DEI DIRITTI NEGATI
Presentandosi a piedi scalzi, Miriam Makeba era tornata su un palco, dopo ben due anni, nella serata benefica di solidarietà a Roberto Saviano, autore di “Gomorra”, nel mirino dei clan camorristi. La sua storia, così intrecciata e ricca di battaglie sociali, si è conclusa domenica sera quando, giunta nel casertano, aveva appena concluso l’esibizione davanti al pubblico di Castel Volturno. Esattamente come ogni concerto, non aveva rinunciato alla tradizione che la vedeva scalza dovunque si presentasse, nonostante quel giorno avesse qualche linea di febbre ed un problema all’anca. Con forza e decisione, però, voleva esserci anche in quella occasione, riuscendoci: per lei la musica significava educare e dar voce a chi non ne ha: e quale luogo più adatto, se non quello dove omertà e omicidi condizionano la vita quotidiana di un’intera comunità? Nata nel 1936 a Johannesburg, in Sud Africa, perde il padre alla tenera età di sei anni; sin da adolescente incomincia a cantare per il popolo della sua terra, afflitto dalle leggi razziali degli afrikaner, etnia africana composta da soli bianchi.
Proprio negli anni in cui l’apartheid caratterizza la vita e la società dell’intera nazione, “Mama Africa” (come è stata soprannominata) incomincia ad esportare la propria musica dappertutto, mostrando e cantando al mondo le tradizioni del suo luogo d’origine. “Noi -ha dichiarato- in Sud Africa cantiamo tutto ciò che ci accade ogni giorno. Se oggi accade qualcosa, domani cinque, dieci o quindici cantanti canteranno ciò che è accaduto ieri. Dunque raccontiamo nelle nostre canzoni ciò che accade, e per noi, in Sud Africa, è una cosa normale”. Ecco, quindi, che Miriam sfida con tenacia e sicurezza i pregiudizi e le paure del mondo occidentale, mostrandosi pronta anche in occasioni ed avvenimenti politici, rimanendo a stretto contatto con la società dell’epoca. Partecipa, infatti,al compleanno del presidente statunitense John F. Kennedy, nel ‘62, con la band “The Skylarks” che l’accompagnerà per tutta la carriera musicale; un anno dopo, giunta in Europa, ottiene i primi riconoscimenti con la famosissima “Pata Pata” e “ The click song”, canzone dal significato profondo: il click, lo schiocco, è un elemento sonoro in grado di sconfiggere ogni legge dittatoriale che vieta diritti culturali e linguistici.
Dunque, con un semplice “click”, Miriam e la sua nazione riescono a scavalcare le barriere della forza e dell’arroganza bianca. Nello stesso anno, il ‘63, diventa delegata per la Guinea all’Onu: proprio in questi anni, si fa portavoce degli avvenimenti causati dall’apartheid, che costringeva i neri ad una vita priva di diritti e difese; per sua sfortuna, il governo sudafricano bandisce ogni suo disco e lei è costretta all’esilio. Trasferitasi a Bruxelles nel 1985, dopo la morte dell’unica figlia, Bongi, la Makeba partecipa a diversi tour, scrivendo anche un’autobiografia (“Makeba: My story”), quindi, nel 1990, dopo la liberazione di Mandela dalla prigionia, ritorna in Sud Africa. Nel 2001, dopo anni di apparente silenzio, vince la medaglia “Otto Hahn” per la pace. La ritroviamo, infine, nel 2002, con un documentario (“Amandla!: a Revolution in Four-Part Harmony”) sull’apartheid; la sua carriera si conclude nel 2005 con un grande tour che arriva in tutte le nazioni da lei visitate, abbandonando per sempre le scene mondiali.
A causa
di un attacco cardiaco, Miriam Makeba lascia il mondo intero accasciandosi sul
palco di Castel Volturno, proprio nella piazza in cui il maggio scorso venne
ucciso Domenico Noviello, imprenditore che aveva denunciato gli esattori del
racket. Può sembrare che lei non c’entrasse nulla; forse lei aveva combattuto
per altri diritti, altre speranze. Eppure, davanti ad un popolo senza voce e
senza libertà, Miriam Makeba non perdeva l’occasione di manifestare la
propria rabbia e voglia di cambiamento con la semplice melodia della world
music, un misto di pop e musica etnica. In realtà, la Campania e la Makeba
si ritrovano in un punto d’incontro ben preciso: la cantante, che per tutta la
vita ha difeso i diritti dei neri, ha voluto ricordare anche le vittime africane
uccise dalla camorra proprio a Castel Volturno, inviando loro, attraverso la
propria voce, un messaggio di saluto, che si sarebbe concretizzato soltanto
qualche minuto dopo.
Giovambattista Dato –ilmegafono.org
I
“Yo la tengo!” sono uno dei gruppi storici del panorama indie-rock, con una
identità precisa ed una inesauribile vena artistica testimoniata dai loro 14
album- Conosciamo “I can hear the heart beating as one”
QUELLI
CHE…GRIDANO “MIA!”
Restiamo ancora nel panorama indie-rock, lasciando le novità troppo spesso ballerine e facciamoci però un giro con un gruppo che ormai possiamo definire “storico”. Si chiamano “Yo la tengo!” e vengono da una piccola cittadina del New Jersey, Hoboken. Una di quelle che si vedono nei telefilm. Una chitarra, un basso e una batteria per tre musicisti (due dei quali tra loro sposati: Ira Kaplan e la compagna Georgia Hublay, batterista e cantante) che hanno voglia di regalare della buona musica. Il nome è sicuramente la prima cosa che ci incuriosisce. La sua storia affonda le radici in un divertente aneddoto legato al baseball. “Yo la tengo!” è l’espressione spagnola (equivalente all’inglese “I’ve got it”) utilizzata nel mondo del baseball per evitare le collisioni tra compagni di squadra che cercano di evitare il fuori campo. Una sorta di “Mia!” alla spagnola (o all’inglese). Ma parliamo di canzoni. In particolare di un cd uscito nel 1997, “I can hear the heart beating as one”.
Ascoltiamo quindi questo “cuore che batte come uno solo”. Il tratto caratteristico è lo sperimentalismo, tanti generi in un solo album. Come si legge su Ondarock.it questo disco “è una sorta di catalogo virtuale degli stili e delle tendenze in voga alla metà del decennio Novanta. Una sintesi preziosa che conferma il talento degli Yo La Tengo! come compositori e musicisti”. Si va dall’alternative-country, all’indie-rock più classico fino a una specie di trip-hop stile Massive Attack. Musiche calde che accompagnano benissimo momenti di riflessione. Si inizia con un pezzo di sola musica, “Return to hot chicken”, per essere poi trasportati sul giro di basso di “Moby octopad”, che ci fa immergere in una condizione quasi psichedelica, molto rilassante: le note si spargono tutte intorno nella stanza. E poi “Sugar cube” in cui i tre si concedono per un attimo a un rock aggressivo. Da vedere il video. Molto divertente il manager della casa discografica che chiede ai tre (i quali non sono proprio esempi plateali di bellezza fisica) “Are you scared of making money?” (Avete paura di fare soldi?), dopo aver visto l’abbozzo del videoclip non molto felice.
Così
li manda alla “Academy of rock” dove due prof in stile Kiss-Bowie cercano di
insegnar loro uno stile da rockstars. Poi le ballate “Damage”, “Shadows”
e quella
più indie-pendente, cioè “Deeper into movie”, con la voce lontanissima e
registrata volutamente bassa (come da tradizione indie, cioè autoprodotte e per
questo non ottimali sotto il profilo mixaggi), confusa tra la chitarra e la
batteria. Indimenticabili i due capolavori del cd, e forse della band stessa,
“Stockholm Syndrome” e “Autumn Sweater”. Nonostante la bravura dei tre
componenti, e anche la loro inesauribile vena artistica (in programma il
quindicesimo album della loro storia!) il loro è stato un successo riservato ai
palati fini che non ha mai coinvolto il mainstream, il che ha
permesso alla band di mantenere la propria identità senza concessioni al grande
pubblico. Una solida base di fan sfegatati è destinataria dei 14 album già
realizzati dal 1984 fino a oggi. Non ci resta che ascoltare questi brani.
Consigliatissimo a chi ama i Kings of Convenience, i Cure, i Velvet Underground
e le atmosfere Joy Division.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
08/11/2008
La
vittoria di Obama alle presidenziali americane fa subito pensare a quel sogno
che il leader della lotta per i diritti civili e premio Nobel aveva
pensato per gli Usa- A lui tanti grandi artisti hanno dedicato numerosi
brani
CANZONI
PER MARTIN LUTHER KING
Pochi giorni fa abbiamo avuto la fortuna di assistere ad un evento storico straordinario: negli Stati Uniti è stato eletto il primo presidente di colore. Il trionfo del “nero” Barack Obama ha dello stupefacente e ci ricorda che anche nei momenti più bui e difficili l’America è un grande Paese democratico capace di cambiare rotta. La vittoria di Obama alle presidenziali americane è comunque un evento che fino ad alcuni decenni fa era del tutto impensabile; ma se oggi si è realizzato è proprio merito delle basi poste da quegli uomini che a partire dagli anni ’50 e ’60 lottarono e si sacrificarono per ottenere il riconoscimento dei diritti civili dei neri. Tra tutti non si può non ricordare Martin Luther King; lui aveva un sogno e quel sogno oggi si è in parte realizzato. Questa figura carismatica con i suoi insegnamenti ed i suoi discorsi ha illuminato e guidato la lotta non violenta contro la segregazione dei neri d’America e di tutto il mondo; ha lasciato un’impronta indelebile nella storia e la grandezza morale della sua persona ha ispirato numerosi artisti e cantanti i quali hanno dedicato e continuano a dedicare alla sua memoria brani di successo.
Il primo, in ordine cronologico, è stato Armando Stula, il quale nel 1969 ha dedicato a King e a Robert Kennedy (leader democratico candidato alla Casa Bianca, attivo nella lotta per i diritti delle minoranze afro-americane, assassinato mentre era impegnato nella campagna elettorale) la sua “Le rondini bianche”. Tra i miti della musica folgorati da Luther King si annoverano nomi come gli irlandesi U2 e come l’americano Michael Jackson. I primi, ad esempio, hanno così dato vita a due delle loro più belle canzoni: nell’album “Unforgettable Fire” del 1984 troviamo sia “Pride (In the name of love)” sia “MLK”, titolo coniato semplicemente prendendo le iniziali del reverendo. Temi come l’uguaglianza, la giustizia e la solidarietà si uniscono, grazie al predicatore nero, alla pace ed all’amore universale tra gli uomini. Nel video di Michael Jackson “Man in the mirror”, Martin Luther King appare più volte così come nella canzone “They don't care about us” dove viene nominato nella frase: “But if Martin Luther was living he wouldn’t let this be” (trad. “Ma se Martin Luther fosse ancora in vita, non lascerebbe che fosse così”).
Ancora
Michael Jackson, stavolta in “History”,
campiona una parte del celeberrimo discorso “I have a dream” (“Io ho un
sogno”). Nella canzone “Wake
Up”, dei Rage Against The Machine, si trova un riferimento esplicito
all’opera di King e, al suo interno, si trova perfino parte di un memorandum
segreto scritto su di lui dall’allora capo dell’FBI, Edgar Hoover. Altri
cantanti che hanno avuto modo di richiamare King nelle loro canzoni sono Ben
Harper, nel brano “Like a king” e
l’eclettica Madonna in un brano inedito non rientrato nella track-list finale
dell’album "Confessions on a Dance
Floor”. Infine, i leggendari Queen hanno dedicato a King la loro “One
vision”, sintetizzando con alcune immagini eloquenti quello che
quest’uomo ha rappresentato non solo per i neri d’America, ma per tutto il
mondo civile: “Ma soffia un vento freddo
e cade una pioggia oscura e nel mio cuore si vede. Guarda cosa hanno fatto al
mio sogno. Quindi, datemi le vostre mani, datemi i vostri cuori, sono pronto.
C’è solo una direzione, un mondo, una nazione. Sì, una visione, niente odio,
niente guerra”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Scopriamo
il pensiero del grande compositore tedesco Robert Alexander Shumann, inquieto e
anticonformista, che ha lasciato a chiunque si avvicini alla musica alcune
regole di vita per essere un grande musicista
REGOLE
DI VITA PER GIOVANI MUSICISTI
Insofferenza da matto solfeggio, riluttanza verso la tecnica, insoddisfazione da precetti ormai anacronistici. Sintomi da primo apprendimento, insomma. E così in tanti, con l’ingenuità di chi si accontenta della sua imperturbabile routine, di chi, ignaro della sublimità dell’universo di piaceri ed emozioni che si nasconde dietro l’aridità di chiavi e note stampate su cinque righi, non scende a compromessi con il sacrificio di qualche nozione teorica o tecnica in più, lasciamo perdere. Il nostro problema? Perdiamo di vista il bersaglio. La musica è scienza, ma scienza del sentimento. Non è una formula di utilizzo all’occorrenza, ma l’emotività che scaturisce dalle circostanze. Non è accumulo di nozioni di armonia, ma l’armonia che nasce dall’accostamento ben equilibrato di suoni, in cui l’unico equilibrio tuttavia è quello che noi stessi decidiamo. Non cerca il diverso fine a se stesso, ma la novità che apporta ricchezza e varietà all’emozione, la freschezza di una sensazione mai sperimentata. È intima piacevolezza, senza ulteriori pretese o aspirazioni. A che pro dunque arroccarsi dietro il formalismo e l’ostinazione di un arido apprendimento a scapito del trasporto e del piacere?
“Molti sono convinti di poter giungere ai più alti risultati solo perché, quotidianamente, per anni e anni, passano ore a esercitarsi negli studi per le dita. È un po’ come se si sforzassero ogni giorno di ripetere l’alfabeto il più veloce possibile, tentando ogni volta di aumentare la velocità. Impiega pure il tuo tempo in maniera migliore!”. Sia ben chiaro: lo studio della tecnica è fondamentale ma va eseguito sempre “con diligenza”. E ancora il consiglio è quello di non perseverare in studi per così dire “viziati” da un cattivo approccio o “poco graditi” (purché li si ritenga di poca utilità o indifferenti al corso di studi) e di preferire una passeggiata “all’aria aperta” piuttosto che una ulteriore personale chiusura dinanzi allo spartito. L’impressione è quella che a dettare questi piccoli precetti sia stato un simpatico ed originale insegnante di musica, spettinato e con la sua chitarra sempre a portata di mano, compagna delle sue avventure (e disavventure), il classico professore anticonformista dalle idee bizzarre delle scuole medie, nel tentativo di accogliere i suoi alunni, alquanto scettici, nel suo strambo mondo, evanescente quanto affascinante, più aperto di quanto difficoltà ed incombenze pratiche non ci permettano di immaginare. Eppure ci sbagliamo.
A stendere, insieme ad altre, queste preziose “regole di vita” (attenzione: non di musica!) per giovani musicisti è stato il grande compositore romantico Robert Alexander Shumann, personaggio inquieto e per questo affascinante, strenuo propugnatore della propria libertà espressiva, che si traduceva nel completo rifiuto di qualsiasi convenzione del suo tempo. Irrazionale ed imprevedibile, come si conviene al buon Romantico per antonomasia, era allo stesso tempo consumato da una viscerale passione per la musica, alimentata dall’educazione impartitagli dalla madre. Fu questa la ragione per cui non esitò ad allontanarsi, appena gli fu possibile, dalla “fredda giurisprudenza” cui lo aveva indirizzato suo padre iscrivendolo all’università di Lipsia. In fondo anche Schumann, che ha fatto la storia della musica tedesca e mondiale, non era poi tanto diverso in temperamento dal professore in cui tutti noi ci siamo imbattuti da undicenni!
A testimonianza della sua originalità, spesso incompresa, ecco un piccolo aneddoto: si racconta che il maestro Friedrich Wieck, presso cui Alexander studiava dall’età di vent'anni, nell’udire la richiesta del giovane di prendere in sposa sua figlia, la talentuosissima Clara Wieck, avrebbe negato il suo consenso alle nozze, sospettando l’infermità mentale del futuro sposo. I due innamorati avrebbero coronato il loro sogno d’amore in gran segreto qualche anno più tardi. Non è un caso, dunque, che nelle famose “Regole”, in nome del suo anticonformismo, affermi anche: “Studiati bene chi ti trovi intorno ma non suonare mai qualcosa di cui nell’animo tu abbia a vergognarti”. E ancora: “Tutto ciò che è di moda passa di moda, e se continui a coltivarlo negli anni diventerai un bellimbusto che nessuno tiene in considerazione”.
In
altre parole, il buon musicista ascolta se stesso più che la massa, “venera
l’antico, ma va incontro al moderno con tutto il suo cuore...non cova
pregiudizi verso nomi che non ha mai sentito” ma al contrario si arricchisce
proprio vivendo in contatto “con le molteplici realtà della musica”. Egli
in altre parole è colui che “sa” essere musicale. E musicali non si diventa
tenendo gli occhi fissi ansiosamente sulle note e andando avanti faticosamente
fino alla fine del pezzo; non lo si diventa bloccandosi e non sapendo andare
avanti perché qualcuno ha voltato due pagine insieme. Ma si è musicali se si
riesce in qualche modo ad intuire che cosa si troverà più avanti in un nuovo
pezzo che si sta leggendo o se si sa a memoria un pezzo già conosciuto. In
altre parole “essere musicali” vuol dire avere la musica non solo nelle
dita, ma anche “nella testa e nel cuore”.
Giulia
Baldassarra –ilmegafono.org
NUMERI DI OTTOBRE 2008
25/10/2008
I cartoni animati degli anni ’80 e ’90 sono stati compagni di crescita e di fantasia di diverse generazioni, adesso divenute adulte- Grazie ai Parimpampum, ottimo gruppo catanese, si ritorna indietro tra allegria e nostalgia
LA MUSICA CHE CI FA TORNARE BAMBINI
Sarà per il forte impatto emotivo, sarà perché quando eravamo bambini i cartoni animati occupavano le nostre fantasie, fatto sta che è una certezza la riuscita di serate musicali interamente dedicate alle sigle dei cartoons. In Italia sono moltissimi i gruppi che presentano un repertorio di covers delle sigle dei cartoni animati andati in onda negli anni ’80 e ’90: un esempio per tutti è quello de Gli Amici di Roland, la cui voce era Samuel Romano, front-man dei Subsonica. Quella per le colonne sonore dei cartoni è una passione che condividono anche i catanesi Parimpampum. Li abbiamo ascoltati dal vivo al circolo culturale La Factory e non siamo riusciti a non farci coinvolgere. Il gruppo, il cui nome è preso in prestito da “L’incantevole Creamy”, è composto da Federica Silicato (voce), Ivan Sammartino (voce e basso), Gabriele Dovis (tastiere e cori), Giuseppe Parisi (chitarra) e Antonio Drago (batteria).
La scaletta dei pezzi snocciolata dai Parimpampum ci ha regalato un alternarsi continuo di emozioni: si è partiti un po’ più piano con pezzi come “Lady Oscar”, nella nuova versione, “Batman” e “Nanà Supergirl”, per poi aumentare decisamente il ritmo con pezzi storici come “Goldrake” (di cui hanno suonato sia la prima che la seconda versione), “Jeeg robot d’acciaio”, “Fantaman” o “Carletto e i mostri”. Cantando e ballando la sensazione che abbiamo provato è stata di malinconia, quasi di nostalgia nei confronti di quei vecchi amici, compagni di mille avventure che ormai sembrano lontani anni luce. Alcune sigle sembravano addirittura sconosciute, di altre se ne avevamo solo dei vaghi ricordi, ma suonavano comunque tutte familiari, come un vecchio parente che non si vede da anni, di cui non si ricorda il volto, ma che sentiamo a pelle che in passato ci è stato vicino.
La partecipazione sulle note di “Pollon”, di “Occhi di gatto” o de “L’incantevole Creamy” è stata massiccia, si cantava a squarciagola e ci si dimenava con un’intensità degna dei più grandi concerti rock; questo perché i cartoni animati sono stati di tutti. Ognuno di noi ne aveva uno preferito, ma questo non vuol dire che gli altri piacessero di meno. Crescendo, i gusti si sono sviluppati e differenziati, ma le sigle dei cartoni riescono ancora, a distanza di anni, a mettere tutti d’accordo, e questo i Parimpampum lo sanno bene. Il concerto è stato un successo, tra parrucche colorate e trenini improvvisati, ed io, per quanto mi riguarda, sono stata felicissima di riascoltare la sigla del mio cartone preferito: “Il tulipano nero”. Un tuffo nel passato e nei ricordi a cui abbiamo attinto a piene mani, per una serata in cui tutti siamo tornati più piccoli.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
È uscito a fine settembre il nuovo album dell’ex leader dei Lunapop, Cesare Cremonini, intitolato “Il primo bacio sulla luna”- Un lavoro maturo, musicalmente vario, in cui oltre ad amore ed amicizia trova spazio il sociale
IL NUOVO CREMONINI: NON SOLO AMORE
“Ma quant'è bello andare in giro con le ali sotto i piedi”...Chi di voi non ha almeno una volta cantato questa celebre hit dei Lunapop che impazzava nell’estate del 2000 in tutte le radio d’Italia? I ragazzi del complesso bolognese allora stavano per sostenere gli esami di maturità quando si sono ritrovati per caso all’apice del successo. Poi il tempo è passato ed è arrivata una scissione: tre di loro quest’anno hanno dato vita alla formazione dei Liberpool, mentre Cesare Cremonini, il front-man del gruppo, ha preferito la carriera solista trattenendo in compenso l’amico di sempre, Ballo. È proprio dell’ex voce del quintetto emiliano il nuovo disco, uscito il 26 settembre scorso, intitolato “Il primo bacio sulla luna”, un titolo doppiamente romantico, se si pensa che in questo modo Cesare ha voluto omaggiare il ricordo dell’esperienza nei Lunapop ai tempi dei successi di “50 special” e “Vorrei”.
Il titolo del cd dà anche il nome a uno dei brani presenti nella track-list, una canzone dolce nella quale si ipotizza che un giorno l’uomo dovrà andare alla ricerca dei veri sentimenti su un altro pianeta, lontano da un mondo inquinato dall’ipocrisia e dalla falsità. Sulla linea melodico-amorosa si mantiene anche “Chiusi in un miracolo”, nella quale viene descritta la vita di un uomo innamorato calata nel tran-tran quotidiano. Ma guai a parlare di canzoni banali e con tematiche monocorde: “Le sei e ventisei”, tuttora in rotazione come secondo singolo estratto, sembra richiamare le atmosfere e le tematiche di Fabrizio De Andrè, assaporate in perle come “Bocca di rosa” o “Via del campo”, con un testo decisamente controcorrente in un momento in cui la vita per le prostitute è diventata ancor più difficile.
Dal testo traspare immediatamente un grande sentimento di umanità nei confronti delle “belle di notte”(“Se Dio sapesse di te sarebbe al tuo fianco/direbbe: “Son io! Quel pittore son io! Facendosi bello per te”), che il cantante dichiara apertamente di non disprezzare perché si tratta di donne che hanno diritto ad una loro dignità. Uno spazio importante è anche riservato all’amicizia nell’intero pezzo strumentale suonato con la London Orchestra ed intitolato “Cercando Camilla”, situato a chiusura dell’album: la canzone nasce da un aneddoto autobiografico raccontato dall’artista bolognese, quando una sua amica lo superò con la macchina al giallo del semaforo, mentre lui rimase fermo al rosso.
La ricerca dell’amica si protrasse per tutta la notte e da lì lo spunto per il titolo al pezzo al quale Cesare stava lavorando. Una chicca per le fan del cantante: il giovane artista non sa se definirsi fidanzato o sposato, ma dice comunque di avere una ragazza nel cuore, Roberta, a cui ha dedicato “L’altra metà”, una ballata lenta incentrata sulla ricerca difficile dell’anima gemella. Un disco in cui convergono le più diverse influenze musicali, dal jazz alla samba, alla bossanova, e nel quale regna il talento e la raffinatezza di uno degli artisti più interessanti e originali della scena del pop all’italiana.
Marcello Filograsso –ilmegafono.org
18/10/2008
Parole in musica- Davanti ad un’Italia in piena crisi economica, sociale e culturale, segnata da una classe politica inadeguata, diversi cantautori hanno sentito il bisogno di prendere posizione attraverso le proprie canzoni
VIENI A BALLARE IN ITALIA
In uno stato in cui i politici sono diventati degli uomini di spettacolo, intenti a saltare da un salotto televisivo all’altro, ignorando le istanze della gente, alcuni musicisti e cantanti si sono presi la briga di trattare delicati temi sociali nelle proprie canzoni. È così che cantautori dotati di una particolare sensibilità non riescono a fare a meno di parlare di quello che vedono e sentono, pur essendo coscienti che certi temi andrebbero prima di tutto trattati in altre sedi, più appropriate. Per persone come Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, Luciano Ligabue o Caparezza diventa impossibile chiudere gli occhi e girarsi dall’altra parte di fronte alla contingenza storica in cui ci troviamo. Nascono così canzoni che, con un intento più o meno di denuncia, a volte addirittura accompagnate da musiche allegre e spensierate, sviscerano ed affrontano temi caldi come quello della deriva della nazione italiana, dei disastri ambientali, della crisi mondiale o delle morti sul lavoro. Sappiamo benissimo che Jovanotti è da anni impegnato, insieme a Bono Vox, nella causa dell’abolizione del debito dei paesi del cosiddetto “terzo mondo”; nel suo ultimo lavoro, “Safari”, è tornato più di una volta sul tema a lui tanto caro dell’uguaglianza, della solidarietà tra popoli, e sulla nuova tendenza italiana di far credere che vi sia un’emergenza “sicurezza” che in realtà è tutta una finzione costruita ad arte.
Nella dolcissima “Fango”, inserisce poche parole che però hanno un grande peso: “La tele dice che le strade son pericolose, ma l'unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente”. Il timore più grande non è quello di ciò che sta intorno a noi, ma di non riuscire più a percepirne la presenza. La canzone in cui Jovanotti tratta tutto questo con più ampio respiro è “Safari”, che dà il titolo all’intero album. Con maggiore chiarezza il cantante ritorna sugli stessi concetti: “Ci dicono continuamente che nessuno è al sicuro, ma questo lo sapevo già e non è mai stata una buona scusa per barricarmi dentro casa, la tele accesa e la porta chiusa. Safari, dentro la mia testa ci sono più bestie che nella foresta”. Stavolta aggiunge che le vere bestie ed i veri mostri non si trovano là fuori, ma si trovano prima di tutto nella nostra testa. Se si imparasse a dominare la paura del diverso e di ciò che è sconosciuto probabilmente si riuscirebbe a sconfiggere ogni paura fomentata dall’esterno. Anche Luciano Ligabue ha sentito il bisogno di dire la sua sulla situazione attuale in “Buonanotte all’Italia”.
In questo brano che pare essere una dolce lirica, il cantautore emiliano osserva con amarezza il punto a cui si è giunti e vede l’Italia come una donna malata al cui capezzale non c’è nessuno se non zanzare e vampiri assetati di sangue: “Buonanotte all’Italia con gli sfregi nel cuore e le flebo attaccate da chi ha tutto il potere e la guarda distratto come fosse una moglie, come un gioco in soffitta che gli ha tolto le voglie, e una stella fa luce senza troppi perché, ti costringe a vedere tutto quello che c’è”. Colpisce molto anche l’interesse che un cantante di sentimenti come Raf ha riservato a temi internazionali come le guerre ed il capitalismo sregolato. Già nel brano del 2006, “Salta più in alto”, aveva inserito, con una base rap, queste parole: “Saltano le regole, saltano i confini, saltano i bambini su giocattoli esplosivi, saltano il pasto, saltano la corda, fanno scarpe per saltare. Salta la centrale nucleare, salta Mururoa a 50 anni da Hiroshima, salta la rima, saltano gli atleti, gli ostacoli, le corse, le borse, i governi, i nervi, saltano gli schemi, i sistemi, le vocali, gli articoli della Costituzione, gli ideali”.
Nel nuovo lavoro, egli dedica un’intera canzone al mito dell’economia americana, bruscamente crollata in questi giorni. Ne “L’era del gigante” un giovane parte per l’America che pare ricca di opportunità, ma il sogno è in realtà solo un incubo destinato a sgretolarsi (mai parole furono più profetiche): “Quel sogno ormai cos’è, cosa diventò, sembra incomprensibile, per un secolo il petrolio sulla scena è stato il re, ma qualcosa sta cambiando e chissà perché”. Infine, ma non certo per importanza, abbiamo i pugliesi Caparezza e Sud Sound System, che non sono certo nuovi a sfornare una canzone popolare che punta al sociale. Caparezza spazia, col suo repertorio sempre attuale e con la sua parola sempre tagliente, dalle tematiche più prettamente ambientaliste a quelle riguardanti la sicurezza sul lavoro o lo sfruttamento della manodopera clandestina nei campi. In “Vieni a ballare in Puglia” il cantautore a suon di taranta mette a nudo tutto il marcio che c’è dietro la bella facciata che ci siamo dati in Italia.
La Puglia, da sempre meta ambita dai turisti per le sue infinite bellezze, nasconde, neanche tanto bene, altrettante infinite magagne tutte elencate con sarcasmo dal cantante salentino: “Abbronzatura da paura con la diossina dell’ILVA... C’è chi ha fumato i veleni dell’ENI, chi ha lavorato ed è andato in coma... Fuma persino il Gargano, con tutte quelle foreste accese. Turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo paese... Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica... Vieni a ballare compare nei campi di pomodori dove la mafia schiavizza i lavoratori, e se ti ribelli vai fuori”. L’unica possibile conclusione, non per questo meno amara è: “O Puglia Puglia mia, tu Puglia mia, ti porto sempre nel cuore quando vado via e subito penso che potrei morire senza te. E subito penso che potrei morire anche con te”.
Vale la pena ricordare anche il brano “Sono un eroe”, cantato da Caparezza con incredibile intensità allo scorso concerto del Primo Maggio, in cui si parla della storia vera di un lavoratore, Luigi delle Bicocche. Nell’Italia di oggi, i veri eroi non sono più Superman o Spideman, ma i lavoratori: “Sono un eroe, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione. Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattai. Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere. Sono un eroe straordinario tutte le sere. Sono un eroe e te lo faccio vedere. Ti mostrerò cosa so fare col mio super potere”. Dedicato agli stessi temi attuali trattati da Caparezza è anche l’ultimo album dei corregionali Sud Sound System. “Dammene ancora” (questo è il titolo del cd appena uscito) è anch’esso un concentrato di realtà, di vita vissuta con tutte le problematiche annesse e connesse: ampio spazio è riservato allo scempio ecologico ed ai danni alla salute provocati dai fumi dell’ILVA di Taranto, alla situazione dei lavoratori precari (vedi “La ballata del precario”), alla mancanza di legalità in una terra che pare essere di nessuno. Una situazione che, in realtà, sembra essere condivisa da tutto il Paese, se non da tutto il mondo: misfatti commessi e rimasti impuniti…non ci resta che cantarli!
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
“Canzoni da spiaggia deturpata” è l’album di Le luci della centrale elettrica, pseudonimo di Vasco Brondi, cantautore ferrarese capace di raccontare, con triste coscienza e senza filtri, il grigiore dei nostri tempi
LA GENERAZIONE DEL SERT (E NON DEL SURF)
Potremmo chiamarla “La fine dell’utopia”, come il libro di Marcuse. Perché “Canzoni da spiaggia deturpata” si presenta così: una sorta di sigla della fine. A cantarla è “Le luci della centrale elettrica”, pseudonimo per un cantautore ferrarese, Vasco Brondi. Un abisso lo separa dalle canzonI radiofoniche, pop. Chiamiamola disillusione o rabbia post punk, ma una cosa è certa: fanno riflettere questa chitarra classica e questa voce che canta melodie poetiche e profondamente rassegnate. Tutto nasce dalla felice (e inaspettata) collaborazione tra l’artista e un coraggioso produttore, Giorgio Canali. Il timido cantante emiliano, come rivela in più di un’intervista, non si aspettava questo successo di pubblico (e critica con la prestigiosa “Targa Tenco 2008” per la miglior opera “cantautorale” dell’anno), arrivato all’improvviso. Anche perché, ormai, un certo tipo di musica, quella melodico-popolare, sta scomparendo.
Ha avuto di certo i suoi mostri sacri, ma in questi anni ha perso tono e splendore con il rischio di scomparire, cancellata magari da quei tormentoni stagionali che portano nelle casse delle case discografiche fior di milioni. Ma i due hanno vinto la scommessa, con un cd, “Canzoni da spiaggia deturpata” (uscito nel maggio di quest’anno per l’etichetta indipendente “La tempesta”), che merita di essere ascoltato, anche solo per i testi dal significato intenso. Un filo conduttore corre per tutte le undici canzoni: lo spirito di una generazione che vede perire pian piano gli ideali che avevano animato le proprie lotte e quelle dei genitori. “I CCCP (il gruppo di Giovanni Lindo Ferretti, ndr) non ci sono più, i CCCP non ci sono più” canta infatti Brondi nella sua “La gigantesca scritta coop”.
Non c’è spazio per speranza o finti revival in salsa sessantottina. Tutto sembra finito. Solo una grande, invincibile desolazione, come quella di una periferia, e il vuoto di luci nel buio colgono l’ascoltatore di queste ballate. “I cassonetti in fiamme fanno un odore strano”. E infatti sembrano così lontani, così inutili. I valori sono disponibili solo per una sterile “Lotta armata al bar”: “Gli addetti alla fabbricazione del buon umore sono in cassa integrazione, le tue tanto attese mestruazioni e le rivoluzioni e gli interessamenti per le persone più fatiscenti che incontri, mentre crollavano i poster (…) le nostre giornate che sono state ristrutturate e tutti gli altri libertini che sono stati biodegradati e quando sono arrivati gli artificieri e ci hanno disinnescati”.
L’impotenza, il vuoto e la superficialità si prendono le nostre mani e le nostre menti. Più che la sconfitta di ideali, Brondi canta la vittoria del sistema, che ormai è entrato in ogni aspetto della vita quotidiana e non c’è più modo di sfuggirgli: “Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche” (canta in “Per combattere l’acne”). Cosa ci resta? “Che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?”. Probabilmente nessuno di noi lo sa. Per “Le luci della centrale elettrica” diremo solo che “siamo l’esercito del SERT” e non più del surf. Case, droga, periferie grigie, piazzali vuoti davanti a centri commerciali, questo quello che lasciamo in eredità. Un cd che racconta quello che siamo diventati, senza filtri di nessun genere, con la consapevole e triste convinzione di non poterci fare più nulla. Diffidino delle proprie illusioni gli ottimisti nell’ascoltarsi queste canzoni da spiaggia deturpata, in cui non troveranno di certo nuovi spunti.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
11/10/2008
Parole in musica- L’immigrazione, il razzismo, le sofferenze di milioni di persone venute da lontano hanno trovato spazio nella musica, con sfumature varie- Un viaggio che attraversa MCR, Bloc Party e il grande Guccini
CANTANDO IL DOLORE DEI MIGRANTI
Ci sono i sindaci sceriffo, i servizi alla tv, le opinioni della gente, il razzismo che cresce. Ma il fenomeno emigrazione/immigrazione coinvolge anche la vita culturale dell’Occidente, offrendo infiniti spunti per la creatività di un artista, per natura e vocazione sensibile all’attualità. La musica più recente, nel suo equilibrio tra testi e musica, racconta con note e parole una realtà complicata, da più punti di vista. Si può descrivere un percorso tipo attraverso quattro canzoni, che gettano uno sguardo su quattro diversi aspetti dello stesso fenomeno. Ci sono i Modena City Ramblers e la loro “Ahmed l’ambulante” (album “Riportando tutto a casa” -1994). È la storia di un venditore come se ne incontrano tanti per le nostre strade e piazze che per “quaranta notti” ha “venduto orologi alle stelle”. “La quarantunesima notte vennero a cercarmi pestaron gli orologi come conchiglie”. Prima gli orologi e poi lui stesso, che viene pestato e ucciso in un solenne gesto di disprezzo: “Così per divertirsi o forse perché risposi male mi spaccarono la testa con un bastone”.
Di lui resistono ostinati la richiesta di aiuto ad “Ashiwa, dea della notte”, un intenso profumo di nordafrica, di tradizioni esotiche e lontane. Proprio come quei luoghi dove è nata la protagonista di “Ebano” (“Viva la vida, muera la muerte!” -2004): “Una terra là dove il cemento ancora non strangola il sole”. I sogni di un ambulante, le speranze di una ragazzina che ha provato sulla propria pelle la disillusione: “A sedici anni mi hanno venduta, un bacio a mia madre e non mi sono voltata. Nella città con le sue mille luci per un attimo mi sono smarrita...”. Quelle luci erano il preludio di un futuro da vivere di notte: “Poi un giorno sono scappata verso Bologna con poca speranza. Da un’amica mi sono fermata, in cerca di nuova fortuna. Ora porto stivali coi tacchi e la pelliccia leopardata. E tutti sanno che la Perla Nera rende felici con poco...”.
Ma dall’altra parte della strada chi c’è? Cosa c’è oltre quelle luci? Anzi, cosa sono quelle luci che promettono soldi e serenità? Sono gli schermi delle innumerevoli tv costantemente accese, da Roma a Parigi, da Berlino a Londra, Brighton, Manchester. “The Daily Mail says the enemy’s among us, as bombs explode on the 30 bus kill your middle class indecision. Now is not the time for liberal thought” (“Il Daily Mail dice che il nemico è intorno a noi, quando le bombe esplodono sul bus numero 30, uccidi la tua indecisione da borghese. Ora non c’è spazio per pensieri liberali”), così cantano i Bloc Party in “Hunting for witches” (“A weekend in the city” -2007).
Ad ascoltare quelle tv un uomo (che si presta a emblema di una società) stressato, portato costantemente sull’orlo di una crisi di nervi. “I was sitting on the roof of my house with a shotgun and a six pack of beers” (“Ero seduto sul tetto di casa mia con un fucile e sei pacchi di birra”). Emblematici i due elementi: il fucile e la birra. La birra che addormenta i nostri sensi e ci fa evadere dalla routine, dalla fretta, dalla noia. Il fucile che ci fa sentire “sicuri” e che ci rende tutti, allo stesso tempo e paradossalmente, impauriti. Infatti, “la paura ci terrà tutti in casa”. Ma come dimenticare le nostre origini, la nostra storia? Rispolverando un tema forse da troppe parti ripreso, con il rischio di offrirgli lo status di “luogo comune”, ascoltiamo “Amerigo” di Francesco Guccini: “Probabilmente uscì chiudendo dietro sé la porta verde, qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’orzo. Non so se si girò, non era il tipo d’uomo che si perde in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.”
E sono state tante le porte che si sono chiuse alle spalle di persone o famiglie italiane che partivano verso l’ignoto. Amerigo è un giovane montanaro, spinto dalle ali dell’età a cercare fortuna e speranza lontano da quella valle di “saggi ignoranti”. Ma l’America si rivela, come l’Europa per Ahmed, solo un posto come un altro dove soffrire la povertà e spaccarsi la schiena dietro un attrezzo: “Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita, l’America era un angolo, l’America era un’ombra, nebbia sottile, l’America era un’ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita”. Ma gli uomini sono naturalmente disposti al viaggio. Per insensate, “fastidiose”, difficili che siano, le migrazioni fanno parte del nostro DNA fin dalla nostra comparsa. Dalla Rift Valley all’Asia, all’Indocina, al Nordamerica, all’Europa. Perché non esistono solo nazioni, ma anche, e soprattutto, terra, cielo, mare, vite a cui non potremo mai mettere un confine.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Ralph Vaughan Williams fu un raffinato compositore inglese, vissuto a cavallo tra l’800 e il 900, autore di melodie che risentono delle influenze della musica popolare inglese, del neoclassicismo e del romanticismo tedesco
VAUGHAN WILLIAMS: UN INGLESE ROMANTICO
Questa settimana facciamo un passo indietro nell’ambiente chic e raffinato della musica classica del ‘900, e andiamo a ricercare una figura di primo piano nell’ambito della musica inglese: Ralph Vaughan Williams. Egli nacque nel 1872 a Down Ampney, nel Glouchestershire. Figlio di una ricca ereditiera e di un pastore anglicano, studiò a Londra al Royal College of Music, dopo che aveva già imparato a suonare alcuni strumenti come il violino, il pianoforte e l’organo in una scuola privata. In seguito studiò al Trinity college di Cambridge. Nel 1895 conobbe Gustav Holst, un altro studente di musica, con cui strinse una duratura amicizia. Nel 1897 si spostò a Berlino per diventare allievo del compositore Max Bruch. Nel 1908 si recò a Parigi e studiò con Maurice Ravel. Appassionato alle tradizioni del mondo contadino, Vaughan Williams musicò alcuni versi del poeta Walt Whitman nella composizione “A Sea Symphony” (1909).
Nello stesso periodo scrisse anche “Fantasia on a theme by Thomas Tallis” (1910), e una ballad opera, “Hugh the Drover” (1914). Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, completò “A London Symphony (n.2)” e si arruolò nell’esercito. Durante la seconda guerra mondiale il musicista lavorò ad alcuni film propagandistici e scrisse alcune colonne sonore. Morta la prima moglie, nel 1953 si risposò con la scrittrice Ursula Wood. Morì il 28 agosto 1958; i suoi resti sono sepolti nell’Abbazia di Westminster. Le sue melodie risentono di varie influenze: dalla musica popolare e antica inglese al neoclassicismo, trattenendo sempre ben saldo un legame con il tardo romanticismo tedesco, di cui si sentono forti influssi in alcune melodie.“The lark ascending”, in particolare, sembra racchiudere in sé un’idea dell’infinito: nel crescendo di violini che pervade tutta la melodia, l’anima sembra aprirsi e scoppiare di fronte allo spettacolo della natura.
I violini aprono la melodia, in un’atmosfera serena e a tratti giocosa: ancora siamo con i piedi per terra. Ad un certo punto gli archi diventano solenni: è il primo accenno al volo, ma ancora non siamo alla partenza. L’atmosfera ritorna tranquilla, forse un po’ incredula. Infine, dopo l’ultima nota acuta del violino solista, quasi fosse l’emozione prima di spiccare il salto, si apre, in un tripudio solenne di archi, un paesaggio maestoso, ma non ridondante. Assomiglia più ad un volo sui prati sterminati della campagna inglese silenziosa verso sera: qui, l’anima quasi scoppia per l’emozione. A chiusura della melodia ricompare il motivo iniziale, più lieve e calmo. Vaughan Williams è un compositore piacevole, un classicista abbastanza moderno. Una miscela gradevole e giusta per il sentimento.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
04/10/2008
Il giovane compositore italiano, che ha saputo affascinare il pubblico con la sua “musica classica contemporanea”, è pronto a sbarcare nel lontano Giappone, dove ad inizio novembre si esibirà in tre grandi concerti
ALLEVI: IL TALENTO ARRIVA IN ORIENTE
Un’auto silenziosa attraversa l’aria impalpabile senza disturbare il paesaggio con il suo arrivo. La linea morbida e sinuosa della strada si snoda attraverso il bosco. Velocissime come fotogrammi si alternano le ombre dei rami, riflettendosi sul cofano, agli sporadici raggi di sole che cercano respiro tra le chiome. Le fuggevoli note di un pianoforte, quasi sospinte dalla stessa brezza che agita le foglie, accompagnano con la loro leggiadria il veicolo nel suo andare. L’abbiamo conosciuto così Giovanni Allevi. Il giovane compositore spettinato, divenuto l’idolo di tutti i nostalgici della musica classica e non solo. L’abbiamo conosciuto veramente solo allora, quando, ancora ignari della grande svolta che di lì a poco avrebbe dato alla musica contemporanea, il suo pezzo, “Come sei veramente”, veniva scelto dal regista Spike Lee come colonna sonora dello spot internazionale della Bmw. Non è passato molto tempo da quella sua, ancora “giovane”, entrata in scena, eppure, senza esitazione, il nostro pianista continua a scalare le più importanti vette musicali di oggi, collezionando non pochi riconoscimenti e premi in tutto il mondo.
Mentre spopola il suo ultimo album, per la precisione il quinto, “Evolution”, uscito lo scorso 13 giugno, in cui in via del tutto inedita si affida all’accompagnamento di una selezionatissima orchestra sinfonica, Allevi ripone il suo impegno e la sua sensibilità artistica nella scia di concerti internazionali fissati per i mesi a venire. Dopo Milano e New York, ultimi degli innumerevoli concerti “atlantici”, punta ora sull’Oriente, fissando le future tappe, il 4, 6 e 9 novembre, rispettivamente a Nagoya, Yokohama e Tokyo (Giappone). E noi non possiamo che essere orgogliosi di questo talento nostrano, ammirato e invidiato persino all’altro capo del mondo. Non è tuttavia una novità la musica del giovane pianista per i giapponesi: era il 1999, quando la musicista giapponese Nanae Mimura, solista di Marimba, rimase affascinata dalla scorrevolezza e dall’armonia delle note dell’allora trentenne Giovanni Allevi, a tal punto che volle trascrivere i suoi pezzi per il suo strumento ed eseguirli dinanzi al pubblico del teatro di Tokyo e della “Carnegie Hall” di New York. Il successo fu immediato.
Ora finalmente i giapponesi avranno modo di tastare con i propri occhi e le proprie orecchie la profondità e la dolcezza, l’incandescenza e la velata malinconia che si celano dietro la personalità bizzarra di un artista fuori dal comune, in uno spettacolo per il quale già si preannuncia il sold-out. Non è un caso, infatti, che i suoi pezzi siano in grado di reggere il confronto con i capolavori dei più grandi cantautori odierni: le sue romanze, così dense di passionalità e sentimento, non hanno bisogno di parole per esprimere il loro valore e il loro contenuto. È il piacevole gioco di armonie che cattura l’attenzione. Le modulazioni, chiare e semplici, trascinano senza fatica la mente dell’ascoltatore da momenti di cupezza e malinconia a respiri allegri e gioiosi, in cui si sente fortemente il senso di liberazione dalla triste riflessione che attanagliava l’animo appena un momento prima. Il contrasto, quasi impossibile, tra l’evanescenza e la sensazione, l’ineffabilità dei suoni e la loro concretezza, dà vita ad una musica tanto lontana e ideale -quasi volesse rievocare un mondo chiaramente classicheggiante ormai perso- quanto attuale, per la sua capacità di rivalutare e rendere vive e nitide quelle atmosfere che spesso ci sembrano “antiche”.
E così la mente rivive quelle note, perdendosi in un mondo a sé, e quanto più esse ci sembrano sfuggire con la loro grazia, tanto più ci rimangono impresse nella memoria. È questo il fatato mondo di Giovanni Allevi, il mondo di quella che è stata ribattezzata la “musica classica contemporanea”. Un genere che supera le barriere spaziali e temporali di tutti gli altri generi, “al di fuori di qualsiasi categoria e definizione”, e che inaspettatamente affascina numerosi giovani, spinti dalla voglia di esplorare il nuovo attualizzando il vecchio, aperti ad un più genuino e sincero approccio alla musica. Un successo meritato, insomma, quello del giovane artista che, alla fine di ogni pezzo, finge di catturare i suoni, come fossero bolle di sapone (gesto di certo inusuale ma che chiunque lo abbia visto in concerto non può non ricordare), quasi a voler trattenere ancora per un istante la freschezza di quella sensazione. Il successo di un ragazzo semplice che, nonostante la sua ingenuità, è riuscito a divenire “la rockstar della musica classica”, come è stato a buon diritto soprannominato dalla critica moderna.
Giulia Baldassarra –ilmegafono.org
È appena uscito “Argento”, il nuovo cd degli “Sugarfree”, la band catanese che ha conquistato il pubblico giovanile nel 2005, con la celebre canzone “Cleptomania” - Cd in vendita dal 26 settembre in tutta Italia
SUGARFREE, UN RITORNO D’ “ARGENTO”
È “Argento” il titolo del nuovo album degli Sugarfree, la pop band di Catania, in uscita dal 26 settembre scorso. I cinque ragazzi etnei, dopo un anno e mezzo di assenza dal palcoscenico musicale, tornano con grinta e volontà di stupire. Dopo “Scusa ma ti chiamo amore” (primo singolo tratto da questo nuovo album), che ha spopolato grazie all’omonimo film (celebre soprattutto tra i teen-agers), un’altra canzone, dal titolo “Splendida”, fa da colonna sonora ad un altro film: “Appuntamento al buio”, del regista James Keach. Ritmi folk e introduzioni elettroniche fanno del nuovo cd un’ammirabile novità musicale per la band che è solita privilegiare tempi pop. Molti critici riscontrano nelle nuove canzoni un accenno alla maturità artistica dei ragazzi, in grado di miscelare alla perfezione un sound eterogeneo, ricco di fantasia e creatività, oltre alla capacità di saper catturare non solo i fans più scatenati.
Il tastierista Vincenzo Pistone, infatti, in un’intervista rilasciata all’Ansa, subito dopo l’uscita dell’album, ha ammesso di voler “coinvolgere una cerchia di persone più ampia di quella che ci ha già dimostrato affetto”, a dimostrazione che gli Sugarfree sono cambiati e adesso puntano in alto, verso la musica che conta. Successivamente a “Splendida”, ballata pop-rock, il gruppo catanese cambia musicalità, presentando l’armonica e country “Variabile” (la canzone, forse, che più esalta la spiccata tecnica di questi giovani artisti), per poi rievocare l’originaria caratteristica di “cover band”, rivisitando, in perfetta chiave Seventies, la famosa “Una donna per amico” di Lucio Battisti. Ma da cosa deriva questo travolgente cambiamento? “In realtà -prosegue il tastierista- è semplicemente il frutto di un meticoloso lavoro di ricerca interiore che ci ha permesso di scoprire, dopo esser stati travolti dal caos del successo inaspettato di ‘Clepto-manie’, cosa davvero è importante per noi”.
Sempre per ammissione della stessa band, inoltre, dietro l’album “Argento” ci sono ore ed ore irrefrenabili passate ad ascoltare gruppi come Muse, The Cure, ma anche i coetanei Baustelle. Umiltà, duro lavoro e cinematografia: sono questi i punti principali degli Sugarfree, che, insieme ad un look e a tonalità differenti, hanno confessato un altro sogno: “In effetti ci piacerebbe -conclude Pistone- realizzare un film tutto nostro. Per ora è solo un sogno: chissà, magari un giorno diventerà un progetto concreto”. Dunque auguri di “Argento” agli Sugarfree, cinque ragazzi catanesi che cercano di portare la voce e la bellezza della Sicilia dove queste non possono (o non riescono) ad arrivare.
Giovambattista Dato –ilmegafono.org
NUMERI DI SETTEMBRE 2008
27/09/2008
In uscita ad ottobre, ma già ascoltabile in rete dal 21 agosto, “Intimacy”, il nuovo album dei Bloc Party, quartetto indie-rock inglese- Un sound originale, caldo, completo, che ti avvolge come la celebre nebbia inglese
UN’ATMOSFERA TIPICAMENTE BRITISH
In uscita il 27 ottobre, ma già dal 21 agosto disponibile in rete. Un’iniziativa molto simile a quella di “In rainbows” dei Radiohead. Solo che il prezzo è fisso (5 sterline) e non ci sono ancora tutte le tracce. Chi volesse però ascoltarsi “Intimacy”, il nuovo album dei Bloc Party, può andare su youtube.com dove si trovano tutti i brani (“Biko”, “Ares”, “Mercury”, “Halo”, “Trojan Horse”, “Signs”, “One Month off”, “Zephyrus”, “Better than Heaven”, “Ion Square”). Questo cd, molto atteso dai fans, ha subito impressionato. Un bel numero di download delle tracce dimostra il crescente successo che la band molto british si sta guadagnando. Ed è meritato. Quattro fanciulli ben assortiti, atmosfere grigie tipicamente londinesi, musiche che evocano serate buie in periferia, illuminate soltanto dai lampioni di qualche supermarket. Uno stile originale che sa miscelare sintetizzatore e strumenti “classici”, basso-chitarra-batteria.
Il nuovo cd richiama più il Silent Alarm (2005) di “Helicopter” e “Like eating glass” piuttosto che il “ A weekend in the city” (2007) di “The prayer” e “I still remember”. Meno “radiofonico”, più genuino, meno orecchiabile. Matt Tong alla batteria si scatena come un Kate Moon in “Won’t get fooled again”, inventando tempi pazzeschi veloci come raffiche di mitra (in “Better than Heaven”). Dedicato a chi li ama. Non sono andati a cercarsi il successo di pubblico con qualche ballata pop come se ne sente in giro. Hanno riscoperto e mantenuto la loro originalità, quel misto di elettronica ed indie-rock che li contraddistingue. Nell’atmosfera lugubre da rito magico, con sciamani e scimmie del video (in cui ogni riferimento a persone o cose -Bush- non è affatto casuale), Kele Okereke nota che qualcosa non va.
Non è il solo, non è l’unico, non sarà l’ultimo. Ma il video è molto incisivo e la musica (che somiglia un po’ a “Dagli all’untore” di Caparezza) pure. Rende bene l’idea del marasma in cui ci troviamo, prede di forze oscure e sconosciute. Quello che qualcuno ha definito medioevo della modernità. Ma c’è anche spazio per un po’ di sano romanticismo in chiave rock. Si confermano, oltre che dei gran musicisti, anche molto abili nello scrivere i testi. Percorrendo la via dell’originalità. Un sound caldo, completo, che riempie l’atmosfera come una nebbia inglese. Finalmente un cd da comprare questo inverno.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
The Mgmt (The Management) è una band newyorchese che ha esordito nel 2007 con il suo primo album, “Oracular Spectacular”, un disco brillante dal sound psichedelico e visionario, ricco di sperimentazioni
L’ORIGINALITÀ PSICHEDELICA DEGLI MGMT
C’è ancora un posto in questo mondo per l’originalità? Evidentemente sì. Lo testimonia il successo che sta avendo questa psichedelica band newyorchese, gli Mgmt (si pronuncia “Management”), formatasi, quasi per gioco, dai due artisti dallo sguardo stralunato Ben Goldwasser e Andrew VanWyngarden. I due, infatti, formarono la loro band nel 2002, durante il loro anno sabbatico dai corsi dell’università del Connecticut: “Non avevamo intenzione di formare un gruppo”, sottolinea Goldwasser. “Uscivamo soltanto, mostrando l’uno all’altro la musica che ci piaceva”.
Dopo varie sperimentazioni “noise rock”, finalmente il loro suono ha preso forma: si sono laureati e sono andati in tour, come band di supporto agli “Of Montreal”, con il “Time to pretend EP tour”. Il loro primo disco, “Oracular Spectacular”, è da considerarsi il loro primo piccolo capolavoro (pubblicato dalla Columbia). Il sound è psichedelico e visionario (in una canzone addirittura imita i movimenti del loro ex-animaletto da compagnia: una mantide religiosa, ora morta), con sperimentazioni musicali che vanno dall’avant punk, allo psychedelic rock, al synt jam.
I testi seguono l’andamento delle canzoni: ugualmente “schizzati” e stralunati (come “4rth dimentional transition”). Dietro al delirio che appare a prima vista, c’è forse un secondo significato: una sorta di rivoluzione di cambiamento: The youth is starting to change, are you starting to change? Are you? Together (“La gioventù sta cominciando a cambiare, tu stai cominciando a cambiare? Tu? Insieme”), seguita non a caso dal pezzo dance “Electric feel”, che è rappresentata da un video musicale formidabile (una festa mistica in mezzo al bosco, quasi una visione sotto effetto di l.s.d…).
Sempre da ricordare poi sono “Kids”, la canzone che apre l’album “Time to pretend”, e “Weekend wars”. Da “4rth dimentional transition”, l’album perde leggermente la piega dance ed è più orecchiabile sin dalle prime canzoni, volgendosi di nuovo verso la “psichedelia” (e le canzoni sono più difficili all’ascolto). Visto il brillante esordio, non possiamo che sperare, nei prossimi anni, in una prosecuzione che sia altrettanto valida e originale.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
20/09/2008
Viaggio nel cuore della musica classica, attraverso la “Carmen”, celebre capolavoro di Bizet, un’opera in cui la passione genera sentimenti accesi e contrastanti che conducono al tragico epilogo disegnato dal destino
L’INTENSA PASSIONALITÀ DELLA CARMEN
Solo chi non conosce la musica classica non sa apprezzarla. E chi non conosce la Carmen del celebre Bizet, non può dire di averne ricevuto un soddisfacente assaggio. Sto parlando di una delle più squisite opere mai composte nel mondo della lirica. Degna rappresentante del dorato universo della classica, affascinante e quanto mai sorprendente per chi sa -o meglio vuole- comprenderlo. Forse è finalmente ora di sfatare il mito di tutti noi, vittime dell’ipnosi del rumore moderno, della musica classica sinonimo di noia. Siamo alla fine del diciannovesimo secolo, a Siviglia, nella piazza principale della città. La campana della fabbrica di tabacchi annuncia la pausa per tutti i dipendenti. Impossibile, tra le “sigaraie”, ignorare la bella Carmen, mai inosservata per la sua vitalità e al contempo la sua irruenza. È tuttavia la sua sensualità a dominare per alcuni istanti la scena: con maestria si libera dalla stretta dei suoi spasimanti, incrocia lo sguardo del brigadiere Don Josè e gioca col suo savoir faire e la sua, di certo straordinaria, abilità nell’arte della seduzione, sprezzante persino del legame che da tempo esiste tra l’uomo e la sua Micaela.
Un fiore, portogli sulle note dell’appassionata e quanto mai incisiva Habanera (l'amour est un oiseau rebelle), è il dono scelto dall’intrigante donna come simbolo del suo amore. Un solo istante e subito seguono il rientro al lavoro, la zuffa tra colleghe e il doloroso arresto di Carmen che -ironia della sorte- avviene proprio per mano del giovane brigadiere, lo stesso Don Josè che, tuttavia, appena qualche minuto più tardi l’aiuterà ad evadere, accettando così di affrontare in prima persona la sorte che si conveniva certamente di più alla sua amata. Con il giovane ormai in carcere per aver mancato al suo dovere, la scena si sposta sui monti, nell’osteria di Lillas Pastia, alcuni anni dopo: la bella Carmen, respingendo l’amore di Zuniga, suo storico pretendente, e di Escamillo, popolarissimo torero, si dichiara ancora legata al ricordo del suo eroe, quando -colpo di scena- proprio quest’ultimo irrompe nella taverna e, superati ormai i duri giorni di prigionia, si decide a confessare alla donna i suoi sentimenti.
Allora i due fuggono con un gruppo di zingari e contrabbandieri sui monti della periferia di Siviglia, lasciandosi alle spalle l’uno la monotonia di una vita apatica, priva di stimoli ed affetti, oltre che il rimorso della diserzione, sentita sempre più come il peccato di un uomo sempre ligio al dovere, l’altra la sua dissoluta leggerezza, propria di un’indole ribelle, avvezza a conquistare piuttosto che a chiedere. La prospettiva di vita che si apre dinanzi ai loro occhi non è tuttavia così lieta come ci si potrebbe aspettare. In pochi, incalzanti attimi, la tensione sale, così come salgono nell’animo del giovane innamorato i rancori, lo sconforto di fronte ad una scelta col tempo rivelatasi sbagliata, il rimpianto del passato, le speranze inutili, l’incapacità di tornare sui propri passi, l’impotenza di fronte al fluire degli eventi, ma soprattutto la gelosia per Carmen, nonché il sospetto del tradimento dell’amata. Con un climax crescente di ansia e suspense si arriva dunque, nell’ultimo atto, alla tragedia: Don Josè, ormai sopraffatto dalla gelosia, vinto dall’insofferenza per la complicità che Carmen ostenta con sempre maggiore impertinenza nei confronti di Escamillo, al limite della sopportazione, pone fine alla sua angoscia pugnalando nel petto l’amata.
Non è tanto la varietà dei tipi umani (più che personaggi) a catturare maggiormente l’attenzione dello spettatore, né la complessità dell’intreccio, quanto piuttosto la sua intensità. È l’incalzante susseguirsi di emozioni e trepidazioni. È la tragica passionalità di un epilogo dai tratti volutamente shakespeariani. È il contrasto stridente tra il dovere e il richiamo della trasgressione, tra il senso di colpa e la superficialità. La lotta tra l’ineluttabilità dei sentimenti e la concretezza di una vita avversa. È il fascino gitano di musiche accuratamente modulate su un gusto tipicamente iberico. E pensare che proprio il capolavoro di Bizet, tratto dall’omonima novella di Mérimée e composto su libretto di Meilhac e Halévy, non entusiasmò affatto il pubblico parigino alla sua prima, in quel 3 Marzo del lontano 1875, ma ottenne il suo meritato riscatto solo dopo la morte del suo sfortunato arrangiatore.
Giulia Baldassarra –ilmegafono.org
La tradizione della musica popolare continua a conquistare i giovani grazie a grandi musicisti tra cui trova posto anche un pastore lentinese, Alfio Antico, che con le sue percussioni racconta una storia che fa vibrare l’anima
DA LENTINI ALL’EUROPA CON LA SICILIA NEL CUORE
La tradizione della musica popolare rivive tra noi giovani grazie ad artisti del calibro di Eugenio Bennato, Petra Monte Corvino, Arakne, NCCP, Ambrogio Sparagna, ecc. Tra questi, merita di ricevere un grande elogio uno dei migliori percussionisti italiani, annoverato tra i maggiori interpreti della tammurriata: si tratta del musicista lentinese Alfio Antico, scoperto in una sua performance in piazza della Signoria dallo stesso Eugenio Bennato. Cantore e virtuoso della tammorra, sua compagna di vita fin da ragazzino, le sue straordinarie capacità lo portano fino a Barcellona, nel 1995, come ospite del Festival Internazionale di Sitges e poi in giro per tutta Europa; la sua forte personalità e l’estrema simpatia lo portano anche in teatro.
Vita da pastore, costruisce un tamburello con la pelle concia delle pecore, strumento che gli terrà compagnia sino all’età di diciotto anni. Proprio allora decide di partire, non rinnegando la sua vita trascorsa tra le campagne siciliane, anzi facendone tesoro e insegnamento, amore riconoscibile in molte delle sue sonate. Considerazioni personali, direi con il cuore che parla: assistere ad un suo spettacolo, perché di spettacolo si tratta, è come sciogliersi da ogni vincolo presente, entrare in un atmosfera nuova, ma come se già conosciuta, da qualche parte nel passato.
Gli assoli di tammorra e tamburelli rapiscono tutto il pubblico, da quell’istante solo silenzio: solo una pelle che vibra, nient’altro. Quasi si cerca di trattenere il fiato per non interrompere e quello strumento tra le sue mani sembra essere leggero come aria, ma non è così facile come lui fa sembrare. Se decide che con quel tocco della pelle i piattelli non si devono muovere, vi assicuro che restano immobili, ma anche questo, non è così facile. Tutto infine è contornato dalla rassicurante voce che, intonando vecchie melodie e filastrocche popolari, entra nelle viscere e ci resta. Da conoscere.
Fabio Sillato –ilmegafono.org
NUMERI DI LUGLIO 2008
26/07/2008
“Psychodelice”,
il secondo album da solista di Meg, ex voce dei 99 Posse, pubblicato in aprile,
segna il ritorno della cantante napoletana al suo vecchio ed inimitabile stile-
Un cd ad “alto volume” da ballare e godersi fino in fondo
L’INCONFONDIBILE
STILE DI MEG
Un cd da ascoltare ad altissimo volume, obbligatorio lasciarsi andare e ballare. Meg, ex 99 Posse, ha prodotto un lavoro eccellentemente strutturato, ben mescolando, come è solita fare, la sua melodica voce ad espedienti elettronici. Strumenti a corda acustici mixati e mescolati a bassi sintetici ed effetti elettronici è tutto quello che si può trovare in “Psychodelice”. Ritorna la Meg italiana, napoletana per l’esattezza, che non nasconde, anzi, accentua la sua cadenza meridionale abbandonando quella perfezione glaciale che non le è propria e facendoci ricordare quel suo inconfondibile stile nello scandire le sillabe, musicandole in modo del tutto personale. La maturità di questo lavoro è evidente nella sua originalità, nell’assenza di virtuosismi e citazioni, nell’aver tentato, peraltro con successo, di concentrarvi e mettervi tutto ciò che di più intimo e personale Meg ha vissuto in questi anni di esperienze e collaborazioni.
Il tutto, ripetiamo, filtrato e riletto da una personalità artistica ormai ben definita. Il primo singolo, “Distante”, ha due modi di lettura: uno a basso volume, con il quale si possono apprezzare particolarmente parole e musica, rivelandosi una buona colonna sonora, un ritornello da cantare con piacere; l’altro, ad altissimo volume per smuovere da stati comatosi e per far ballare senza neanche volerlo. In questa modalità di ascolto si apprezzano i bassi ed il ritmo che cresce sul ritornello. “È troppo facile” è, invece, una tenera canzone d’amore: “È troppo facile…innamorarsi di te!”, ma è tanto facile innamorarsi quanto rimanerne uccisi.
In
“Napoli città aperta”, Meg ritrae la sua città come una bestia che pare
calma e splendida, ma nasconde un volto diabolico che ingoia qualunque cosa. La
cantautrice sembra voler manifestare il dilemma dei napoletani che amano ed
odiano i contrasti stridenti della propria città. “Promises” è l’unica
canzone in inglese, con un ritmo incalzante e suoni sintetici. Molto
interessante anche nella versione visibile sul suo Myspace personale, con
LN Replay, ancora più elettronica e ancora più cattiva. Molti gli spunti
interessanti di questo suo secondo disco da solista, pubblicato ad aprile scorso
dalla sua etichetta indipendente Multiforms, e co-prodotto con Stefano Fontana.
Sara Montoneri –ilmegafono.org
Lo
scorso anno è uscito “The Best of Lisa Gerrard”, l’album che ripercorre
la carriera della celebre cantante australiana, dai tempi dei Dead Can Dance
alla sua fase da solista- Un album d’atmosfera, ideale per rilassarsi
LE
SUGGESTIONI MALINCONICHE DI LISA GERRARD
Lisa Gerrard, nata nel 1961 a Melbourne, Australia, non ha iniziato la sua carriera da solista. Nel 1981, infatti, forma un gruppo insieme all’artista Brendan Perry, i “Dead Can Dance”, un quartetto di musica dark wave. Nel 1982, il gruppo diventa un trio e si trasferisce a Londra, ma nel 1998 il gruppo si scioglie: la Gerrard ritorna in Australia e intraprende la sua carriera da solista, Parry invece si trasferisce in Irlanda, dove acquista una chiesa sconsacrata per le registrazioni. Nel 1995, comunque, aveva già pubblicato il suo primo album solista, “The Mirror Pool”, ma nel 1996 è ancora alle prese con il vecchio gruppo, con il quale pubblica l’album “Spiritchaser”. Nel 1998, con la collaborazione di Pieter Bourke, registra l’album “Duality”; da qui inizierà un’assidua collaborazione fra i due artisti per numerosi film, fra cui “Insider - Dietro la verità” e “Alì”, per i quali hanno ricevuto una nomination ai Golden Globe rispettivamente nel 2000 e nel 2002.
L’artista australiana collabora anche con Hans Zimmer per la colonna sonora del film “Il gladiatore”, per il quale hanno ottenuto la candidatura all’Oscar. Nel 2004 la Gerrard inizia la collaborazione con Patrick Cassidy, da cui nascerà l’album “Immortal Memory”. Nel settembre del 2006 viene pubblicato il documentario “Sanctuary” sulla vita e la carriera della cantante e musicista. È il risultato del lavoro svolto dal produttore e regista Clive Collier e contiene interviste a Lisa Gerrard e a persone che con lei hanno collaborato. Nello stesso anno la Gerrard pubblica il suo secondo album da solista, “The Silver Tree”: molto diverso da tutti gli album precedenti, ha ricevuto la nomination per l’Australian Music Prize del 2006. Nel 2007, infine, pubblica “The Best of Lisa Gerrard”, un disco che ripercorre tutta la carriera della cantante, dall’epoca dei Dead Can Dance fino alla sua carriera da solista, alle collaborazioni ed alle colonne sonore.
L’apertura
dell’album è affidata alla prima canzone della colonna sonora de “Il
gladiatore”, “The wheat” (“Il raccolto”): una sonorità ideale
per un’ambientazione classica, che rievoca scenari suggestivi dell’antica
Roma. Seguono poi brani tratti da album prodotti con i Dead can Dance: melodie
suggestive, con sonorità talvolta mediorientali, aborigene o classiche, tutte
pervase da una sorta di malinconia. L’album si chiude con un finale ad
effetto: la commovente “Now we are free”, melodia di chiusura de “Il
gladiatore”, una sorta di liberazione dello spirito dal corpo (chi ha visto il
film può capire anche meglio di cosa si tratta): in un sogno prima della morte
del protagonista, le porte della sua casa, rimaste finora chiuse, si riaprono e
gli permettono di raggiungere la propria famiglia. Un disco suggestivo,
d’atmosfera: l’ideale per rilassarsi.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
19/07/2008
Nella
poetica musicale di Fabrizio De Andrè si trova l’universo femminile, ma un
ruolo centrale è assegnato alle prostitute, emblema di una sensualità spinta
all’estremo, di un tabù ossessivo per una società ipocrita e crudele
“DAI
DIAMANTI NON NASCE NIENTE”
Le donne di Fabrizio De Andrè non sono soltanto la Marinella che scivolò in un fiume o la vanitosa che chiese al suo amato di suicidarsi. Ci sono soprattutto le donne che vivono nel delicato margine tra amore e passione, avvolte da un mistero e un fascino difficilmente spiegabile. Forse il termine “prostitute” è riduttivo e ormai dispregiativo, prodotto di una società bieca, oscurantista e ipocritamente conservatrice. Uno stereotipo di femminilità che le docili ma decise note del cantautore genovese hanno tentato di scalfire. La delicatezza che passa attraverso le corde della sua chitarra descrive con dolcezza un mondo parallelo, un mondo di facili piaceri (“non pensavi che il paradiso fosse solo lì al primo piano”, come canta in “Via del campo”) ma anche di profonde e intense passioni (“Bocca di rosa metteva l’amore sopra ogni cosa”). Le canzoni descrivono donne più propriamente “donne”, con un istinto di maternità -verso gli stessi clienti- e sensualità spesso spinto all’estremo.
Ma chi sono realmente le puttane nelle canzoni di De Andrè? Impossibile un ritratto univoco, uno spaccato perfetto di un mondo a molte sfaccettature. E infatti non esiste uno stereotipo. C’è solo la delicatezza e la saggezza nell’affrontare un argomento tabù per la società. C’è la prostituta che si concede per prima al pomposo re Carlo Martello che torna vittorioso da Poitiers. Donna ubbidiente e ligia alle gerarchie (“Se voi non foste il mio sovrano- Carlo si sfila il pesante spadone- non celerei il disio di fuggirvi lontano, ma poiché siete il mio signore- Carlo si toglie l’intero gabbione -debbo concedermi spoglia ad ogni pudore”) e beffata dal sovrano cialtrone. Ci sono poi le dame tristi di “Via del campo” con i loro occhi color di foglia. E poi l’indimenticabile “Bocca di rosa”. Prostituta per passione, per amore, per istinto forse. Donna vittima e martire di un tabù che divide la società. De Andrè spoglia l’ipocrisia e mette a nudo una realtà scomoda. Molto teatrale l’immagine della processione che accompagna Bocca di rosa al primo treno.
Ci sono tutti. Dall’ordine costituito (“Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i carabinieri ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri”), “dal commissario al sagrestano alla stazione c’erano tutti con gli occhi rossi e il cappello in mano, a salutare chi per un poco, senza pretese, portò l’amore nel paese. Alla stazione successiva molta più gente di quando partiva, chi mandò un bacio, chi gettò un fiore chi si prenota per due ore. Persino il parroco che non disprezza fra un miserere e un’estrema unzione il bene effimero della bellezza la vuole accanto in processione”. E dall’altra parte il bigottismo delle beghine, “delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso”. Di una società chiusa e superficiale. Una società umiliata dalla decisione de “Il testamento”, nella quale l’autore lascia ogni suo avere a una diversa ragazza, augurando loro ogni bene, mentre ai benpensanti ogni male. D’altronde “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- Mentre
le spiagge si riempiono di bagnanti pronti a godersi sole e mare, facciamo un
viaggio nelle canzoni di successo che hanno raccontato la vita da spiaggia,
diventando colonna sonora della calda stagione
I
GRANDI SUCCESSI DA SPIAGGIA
Come ogni anno, nelle spiagge, dalle radio, dai cellulari e dagli i-pod provengono note e melodie che scandiscono le calde ore estive. Insieme alle nuove hits troviamo canzoni intramontabili che hanno accompagnato le vacanze di diverse generazioni e che continuano ad essere attuali. Specialmente nel repertorio italiano sono stati gli anni ’60 a regalarci degli evergreen, che ogni estate riecheggiano nelle radio, nelle feste e nei piano bar. Tra queste ricordiamo, ad esempio, alcuni brani di Edoardo Vianello, quali “Abbronzantissima” e “Con le pinne fucile ed occhiali”. I temi costanti sono il mare, il sole, il caldo e l’amore: “A-A-Abbronzantissima a due passi dal mare com’è dolce sentirti respirare con me. Sulle labbra tue dolcissime un profumo di salsedine sentirò per tutto il tempo di questa estate d’amor”.
Oppure: “Mentre tutta la gente è assopita sulla sabbia bruciata dal sol ci scambiamo nell’acqua salata un dolcissimo bacio d’amor”. Tra i classici di sempre, troviamo “Sapore di sale” di Gino Paoli, che ha anche dato il nome ad un popolare film dei Vanzina: “Il tempo è nei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale, ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo nella sabbia e nel sol. Poi torni vicino e ti lasci cadere così nella sabbia e nelle mie braccia e mentre ti bacio sapore di sale, sapore di mare, sapore di te”.
La spiaggia è protagonista anche di una canzone di Bobby Solo, “Domenica d’agosto”. Anche questo è un brano allegro che parla di mare e di vacanze: “Domenica d’agosto che caldo fa! La spiaggia è un girarrosto, non servirà bere una bibita se in fondo all’anima sogno l’oceano. Slash!”. Se nella canzone di Bobby Solo si parla del caldo mese di agosto, nella canzone “Luglio” di Riccardo Del Turco è un altro il mese protagonista: “Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà ia ia ia ia, luglio m’ha fatto una promessa l’amore porterà ia ia ia ia, anche tu in riva al mare tempo fa amore amore mi dicevi luglio ci porterà fortuna poi non ti ho vista più. Vieni da me c’è tanto sole ma ho tanto freddo al cuore se tu non sei con me”.
Facendo
un altro tuffo nel passato ci torna in mente un’altra canzone del 1982 scritta
da Franco Battiato e cantata da Giuni Russo, ovvero “Un’estate al mare”:
“Un’estate al mare, voglia di remare, fare il bagno al largo per vedere da
lontano gli ombrelloni-oni-oni. Un’estate al mare, stile balneare con il
salvagente per paura di affogare...”. Chiudiamo con un altro brano di Edoardo
Vianello che probabilmente può essere considerato il re delle hit estive. In
“Stessa spiaggia stesso mare” canta: “Come l’anno scorso sul mare col
pattino vedremo gli ombrelloni lontano lontano, nessuno ci vedrà, vedrà, vedrà.
Per quest’anno non cambiare stessa spiaggia stesso mare, per poterti rivedere,
per tornare, per restare insieme a te”.
Giusy
Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI GIUGNO 2008
28/06/2008
Riscopriamo
“What hits!?”, un album-raccolta dei Red Hot Chili Peppers, pubblicato nel
1992 e comprendente i primi brani della loro strepitosa carriera- Un viaggio tra
i meandri della storia del funky-rock e dei primi Rhcp
ALLE
ORIGINI DEI RHCP
Potremmo parlare di origini riferendoci a quelle dei Red Hot Chili Peppers, e non sbaglieremmo. Un cd che riunisce i primissimi successi del gruppo americano. Cioè quelle canzoni che alla fine dei famigerati anni del riflusso segnarono gli “Erre.Acca.Ci.Pi”, che insieme ad altri dettero il via all’epoca che fu del grunge (quello dei Nirvana per intendersi) e del funky (Jamiroquai). Una musica molto densa, rude, grezza. Un suono che riunisce profonde radici hard rock ma vi mischia anche rap e effetti eccezionali con gli strumenti. Questo il leitmotiv che percorre tutto “What hits!?”. La genialità, l’estro e la grinta di Kiedis & co. emerge sin dalla prima traccia, “Higher ground”. E poi “Behind the sun”, “True men don’t kill coyotes”, “Get up and jump”, “Knock me down”. Subito dopo la stupenda “Under the bridge”, la più radiofonica dell’album (la più famosa del gruppo?) e comunque ben amalgamata con le altre.
Un cd molto generoso (come se ne vedono pochi in giro, si faccia eccezione per i Radiohead e il loro “In Rainbows”). Se si confronta “What hits!?” con “Stadium Arcadium” si percepisce immediatamente un sensibilissimo cambio di rotta, un cambio di suoni. Il primo più rock e grunge, il secondo più funky e spensierato. Certo anche le canzoni più recenti del gruppo non sono deprecabili, anzi. Forse hanno avuto il merito, per noi italiani, di far conoscere i Red Hot Chili Peppers anche nel Bel Paese. Basta guardare tra i fan e non trovi soltanto patiti del rock ma anche persone cui piace la musica anche più commerciale.
Indubbiamente,
i pezzi che vanno da “Californication” e
“By the way” in poi sono molto più radiofonici, spendibili per un
pubblico vastissimo e poco schizzinoso. Avvicinarsi a “What hits!?”
significa voler andare a cercare i brani più originali, quelli che segnano
l’inizio della storia firmata RHCP, quel suono più vicino ai Rage Against the
Machine che a Robbie Williams. Significa farsi una bella escursione tra i
meandri della storia funky-rock e gustarsi sotto l’ombrellone o in viaggio,
per le vacanze, un po’ di musica originale, assolutamente non scontata e ai più
sconosciuta. Buon viaggio quindi e buon ascolto.
Alberto Agostini – ilmegafono.org
Parole in musica- Il 21 giugno è iniziata ufficialmente l’estate, la stagione del sole,
del mare e delle vacanze, che ha ispirato tantissimi cantautori: da Giuni Russo
ai Negramaro viaggio musicale nella calda stagione
DIVAMPA
L’ESTATE...ANCHE IN MUSICA
Il ventuno giugno è iniziata ufficialmente la stagione del sole, del mare, delle vacanze che ha ispirato intere generazioni di cantanti: l’estate. Ogni anno, assieme alle numerose rassegne musicali, come l’immancabile Festivalbar, abbondano in radio le hit che cantano, per l’appunto, di mare, vacanza e divertimento. Tra quelle che raccontano in vario modo questo periodo dell’anno, ne abbiamo scelte alcune. Se si parla di tormentoni estivi, non può mancare l’intramontabile “Un’estate al mare” di Giuni Russo. Si tratta di un brano del 1982, spensierato ed allegro, in tipico stile vacanziero e che non passa mai di moda: “Un’estate al mare, voglia di remare, fare il bagno al largo per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni. Un’estate al mare, stile balneare con il salvagente per paura di affogare”. L’estate è anche quella descritta da Gianluca Grignani in “L’estate”: “E l’estate è alle porte con le gonne più corte e con queste vacanze che dalla città han troppe distanze. Dio che caldo che fa, Dio se fossi già là”. I continui spostamenti dalle città verso le mete estive e viceversa sembrano interminabili, con chilometri e chilometri di asfalto a dividere persone, storie ed amori appena nati o in procinto di terminare.
Nella splendida “Un’estate fa” di Franco Califano, reinterpretata in modo sopraffine dai Delta V, si assiste proprio alla fine di una storia durata un’estate: “Un’estate fa la storia di noi due era un po’ come una favola. Ma l’estate va e porta via con sé anche il meglio delle favole. Un’estate fa non c'eri che tu... Ma l’estate somiglia a un gioco, è stupenda ma dura poco”. Anche Franco Battiato si è fatto sedurre dal fascino della calda stagione. In “Aspettando l’estate” si abbandona ad un desiderio: “Aspettando l’estate all’ombra dell’ultimo sole, sospeso tra due alberi a immaginare, l’estasi dei momenti d’ozio voglio riscoprire aspettando l’estate. Anche se non ci sei tu sei sempre con me e sono ancora sicuro che io ti rivedrò dovunque tu sia”. La calda brezza estiva soffia anche sulle parole di “Vento d’estate”, il brano del 1998 scritto in coppia dai cantautori Niccolò Fabi e Max Gazzè. Li ricordiamo tutti su un tandem cantare: “Vento d’estate, io vado al mare voi che fate? Non m’aspettate, forse mi perdo. Ho pensato al suono del suo nome, a come cambia in base alle persone. Ho pensato a tutto in un momento, ho capito come cambia il vento”.
Anche i
Negramaro, in “Estate”, hanno fatto un omaggio a questa stagione anche se si
sono scostati da quello che è il classico schema delle hit estive, dando vita
ad una splendida e appassionata canzone: “Non senti che tremo mentre canto,
nascondo questa stupida allegria quando mi guardi. Non senti che tremo mentre
canto, è il segno di un’estate che vorrei potesse non finire mai. In bilico
tra santi che non pagano e intanto il tempo passa e passerà, come sai tu, in
bilico, e intanto il tempo passa e tu non passi mai”. Se la fine dell’estate
di solito è un momento malinconico, i Righeira sono riusciti a rendere il tutto
un po’ più allegro con la loro “L’estate sta finendo”. Lanciata nel
1985 e vincitrice sia del Festivalbar sia di Un disco per l’estate, il brano
cantava così: “L’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando
grande, lo sai che non mi va. In spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più, è
il solito rituale, ma ora manchi tu. Languidi brividi come il ghiaccio bruciano
quando sto con te”.
Giusy
Montoneri –ilmegafono.org
21/06/2008
Andiamo
a rispolverare uno dei primi album di Jovanotti, “Lorenzo 1992”, quello che
di certo segnò un punto di svolta nella sua splendida carriera artistica- Un Lp
di sedici anni fa, ricco di contenuti e con argomenti sempre attuali
IL
PRIMO GRANDE “IMPEGNO” DI JOVANOTTI
Lorenzo il poeta, Lorenzo il rapper capace di farti emozionare allo stesso modo con una canzone romantica o con un pezzo sui problemi del mondo. Parliamo ovviamente di Jovanotti, all’anagrafe Lorenzo Cherubini, cantautore romano che da anni sbanca le classifiche italiane con lavori sempre diversi, legati all’amato rap, ma pieni di inflessioni etniche, senza peraltro disdegnare le sonorità pop. “Safari”, il suo ultimo album, è un capolavoro che ci offre canzoni splendide, ricche di malinconia e di dolcezza, in cui la poesia è il filo conduttore. Il punto massimo della maturazione di un artista che, agli albori della sua carriera, sembrava destinato a durare poco come cantante e moltissimo come dj, la sua passione giovanile. Un ragazzo in apparenza scanzonato e superficiale, con una risata imbarazzante e con la capacità di costruire brani dai testi banali e demenziali, affidati però a ritmi coinvolgenti e divertenti. Questo era il Lorenzo di vent’anni fa, quello di “Gimme five”, “La mia moto” o “Vasco”. Poi, invece, una maturazione che in pochi credevano possibile, il passaggio verso brani e argomenti più seri, impegnati, che denotavano una sensibilità che aveva bisogno solo di trovare la strada giusta per esprimersi. Una strada che, dopo qualche esperimento, trovò il suo vero punto di svolta in un album che, chi ama Jovanotti, non potrà mai dimenticare: “Lorenzo 1992”.
Si tratta del sesto lavoro di Lorenzo (anche se lui lo considera il quinto, perché in effetti “Jovanotti special”, il terzo, è soltanto una raccolta remixata), arrivato dopo “Una tribù che balla”, in cui già era comparso qualche primo segnale del cambiamento. “Lorenzo 1992”, però, segna una vera e propria rivoluzione nella carriera artistica del cantautore romano. Ed allora, andiamo a ripercorrere questo album che contiene alcune fra le canzoni più belle e più amate dai “seguaci” di Jovanotti. L’inizio del cd è affidato ad un pezzo rap (“Il rap”) in cui Lorenzo annuncia al mondo (e soprattutto ai critici) di essere tornato, di sentirsi un po’ “balia”, in Italia, di questo genere musicale che permette ai più giovani di ogni età e razza di comunicare liberamente le proprie emozioni. Poi, è il turno di uno dei brani più celebri, uno di quelli che sono rimasti per anni nella testa dei fans e non solo: “Non m’annoio”, travolgente rap sul senso del tempo, caratterizzato dall’indimenticabile ritornello “e non m’annoio e no che non m’annoio non m’annoio, io no che non m’annoio non m’annoio…”. Altra canzone di successo è “Ragazzo fortunato”, terza traccia dell’album, un inno alla gioia ed alla positività, una celebrazione dell’amore per la propria compagna come elemento di insuperabile felicità.
Poi troviamo, “Puttane e spose”, che Lorenzo dedica alle donne, respingendo tutti i pregiudizi che in questa società le circondano, e “Benvenuti nella giungla”, una rabbiosa denuncia del malaffare e della corruzione che circondava (e circonda tuttora) la politica e la società italiana, con il pieno coinvolgimento del Vaticano e delle gerarchie ecclesiastiche. Dopo lo strumentale “Televisione televisione”, caratterizzato da un sovrapporsi di note pubblicità del tempo, tocca a due tra i pezzi più impegnati dell’album: “Io no” è un rap “incazzato” che si scaglia contro la violenza, l’ipocrisia, la fame e il razzismo, gridando con forza “no” a chi rende “questo mondo invivibile” e “questa vita impossibile”; “Sai qual è il problema” è un altro brano rap che parla dell’Aids (argomento che vent’anni fa era centrale nell’opinione pubblica) incitando i ragazzi ad usare il preservativo, a non lasciar prevalere istinti ed irrazionalità sulla necessità di prevenire quello che è uno dei peggiori mali del nostro secolo. Quindi, arriva “Chissà se stai dormendo”, una serenata dolcissima e romantica alla propria donna, appena maggiorenne, bella semplicemente perché normale, spontanea. Un pezzo che richiama un po’ il ritmo di “Quando sarai lontana”, brano di successo del precedente album (“Una tribù che balla”), e che sancisce definitivamente l’inizio della serie di ballate romantiche che, passando da “Serenata rap” e da molte altre, arriveranno fino ad “A te” dei giorni nostri.
“Estate
1992”, terzultima traccia di questo Lp, è un ritratto delle vacanze estive di
un anno storico, quello dell’Europa Unita e purtroppo delle stragi mafiose.
E
Jovanotti è stato quasi profetico quando ha scritto: “Noi amiamo tutto quello
che ci porta lontano da qui, dalla storia tristemente nota in tutta la terra: la
mafia, il razzismo, l’Aids e la guerra purtroppo sono cose vere, purtroppo
queste cose non vanno in ferie”. Infine, chiudono l’album: “Vai con un
po’ di violenza”, canzone dai suoni rock che protesta contro la violenza
dilagante nella società, rispetto a cui esiste un unico antidoto, vale a dire
l’energia sprigionata dalla musica e sfogata su uno strumento; “Ho perso la
direzione”, in cui Lorenzo parla dello smarrimento di un giovane come tanti,
il quale, di fronte ad una situazione politica disastrata, il cui sistema di
potere corrotto era stato appena smascherato da Tangentopoli, perde la direzione
e decide di non andare a votare. “Lorenzo 1992”, a parere di chi scrive, è
il primo grande lavoro di Jovanotti, un po’ acerbo ma già pieno di contenuti,
di spunti di riflessione, di rabbia e, soprattutto, di ottima musica. La musica
di un poeta moderno passato dai giri in moto, dalle feste e dai “dammi il
cinque”, per poi giungere nella sfera nobile dell’impegno civile e sociale,
senza mai dimenticare il ruolo centrale dell’Amore, la grande forza di un
sentimento da riconoscere senza timidezze. Consiglio a tutti, non solo ai fans,
di riascoltare questo Lp, specialmente oggi, perché vi accorgerete di quanto
sia attuale, nonostante siano passati sedici lunghi anni.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Accade
a volte che un cantante rifiuta o minimizza il proprio status di artista,
cercando di fuggire dal proprio successo, dalla propria immagine professionale-
Mettiamo a confronto due grandi cantautori della musica italiana
L’ARTISTA
CHE SMINUISCE IL PROPRIO SUCCESSO
Perché qualche volta un cantante rifiuta il suo status o lo sminuisce? Perché tenta in qualche modo di allontanarsi dal suo mestiere, dalla sua immagine, dal suo successo? Proviamo a capirlo leggendo tra le righe e la musica di Francesco Guccini e Francesco De Gregori. Il primo, nell’album “Stagioni”, nel brano “Addio”, di cui abbiamo già trattato due settimane fa, scrive: “Nell’anno ‘99 di nostra vita io, Francesco Guccini, eterno studente perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d’altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere”. Queste parole sono una netta presa di posizione, una bella retromarcia. Certo, non va dimenticato il contesto in cui esse si trovano, cioè la canzone “Addio” che è tutta un tentativo di allontanarsi dal mondo e dalle futili consuetudini.
Ma forse c’è anche altro. C’è sicuramente la voglia di tornare alle proprie origini, riguardarsi dentro e riuscire a scorgere ancora l’uomo prima che l’artista. Quasi che cantare venisse dopo vivere. Ed è alquanto singolare se si pensa alla profonda connessione che di solito stabiliamo tra il lavoro “cantare” e la vita personale di un individuo. Per Francesco De Gregori il discorso è simile, ma non uguale. Il cantautore romano sembra sminuire, più che rifiutare, la sua condizione di artista: “Per brevità chiamato artista, come un gatto dentro a un canile, come un ladro tra i truffatori, principe da palcoscenico e vittima d’aprile che calcola i cani, che macina i cuori. E dà la buonanotte ai fiori. Doppio come un doppio gioco, se dice oggi intendeva domani”.
Forse più che sminuire, intende mettere in evidenza il fatto che un cantante non è solo quel personaggio che suona la chitarra e sforna hit da palcoscenico. È soprattutto un uomo che riesce a porsi in contatto con il resto del mondo, che si sente estraneo, si sente doppio, è un tutto e un niente. Due modi diversi quindi di guardarsi allo specchio e considerare la propria condizione di cantanti, di guardarsi dentro e giudicarsi, alla luce di quanto fatto. Soprattutto in De Gregori, veterano ormai della musica e vecchio saggio per le nuove generazioni. Se Guccini vuole tornare decisamente alle proprie radici e quasi scordarsi del proprio successo, della propria vita da personaggio ormai culto per generazioni, De Gregori dal canto suo ci tiene a far sapere che, nonostante il successo, non è cambiato, è sempre il personaggio doppio, strano, imprevedibile, quasi animalesco da osteria.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
14/06/2008
Lo
scorso marzo è uscito “Accelerate”, l’ultimo album dei R.E.M., il gruppo
americano guidato da Michael Stipe- Undici brani per circa mezz’ora di musica:
un album con qualche difetto che però mostra la solita grinta dei R.E.M.
LA
NUOVA SFIDA DEI R.E.M.
Affondano il piede sull’acceleratore i R.E.M., condensando in 35 minuti undici brani di impatto e di grande rock. Un cd piacevole e intenso, che non si perde e resta compatto, da ascoltare d’un fiato. Saltiamo allora su “Accelerate”, ultima fatica di Michael Stipe e compagni. Si comincia con “Living well is the best revenge” (frase tratta dal clergyman George Herbert) e più che nel 2008 sembra di trovarsi in pieno rock’n’roll (parafrasando Ligabue). Ritmo indiavolato e urla quasi punk per la voce graffiante di Stipe e sottofondo indiavolato di basso e chitarra, per non parlare della batteria. Quasi una ballata è, invece, “Man-sized wreath”, anche per gli assoli alla Dylan. Poi il singolo “Supernatural Superserious”, di cui è uscito anche il video lancio del cd. Alla quarta traccia incontriamo “Hollow man”, breve e un po’ ripetitiva ma con un testo tutto da gustare e da leggere. Poi troviamo “Houston”, che sembra quasi tratta dalla raccolta folk di Springsteen “We shall overcome”, con la sua cadenza country rock e il suo testo intenso.
“Accelerate”, sesta traccia da cui prende il nome l’album, rappresenta la bandiera dei R.E.M. adesso, con la loro voglia di premere a fondo e lasciarsi dietro tutto, mentre Stipe canta “no time to question the choices I make I’ve got to fall in another direction”. Sulla stessa strada di “Houston” si snoda “Until the day is done”. Le restanti tracce (“Mr. Richards”, “Sing for the submarine”, “I’m gonna Dj”), non sono capolavori, ma tra esse, al numero 10 nel vostro lettore cd, “Horse to water” dimostra un’energia insperata per questi artisti da un quarto di secolo sulla breccia. Vogliono continuare ad esserlo. Non vogliono essere l’“Horse to water” di nessuno, vogliono correre. Il cd è nel complesso piacevole, scorre benissimo, fa anche riflettere e regala un’abbondante mezz’ora di buona musica. Ma c’è spazio anche per qualche critica.
Un
po’ troppo breve e forse troppo omogenee tra di loro certe canzoni. Ma c’è
comunque da apprezzare la voglia di rinnovarsi, il coraggio di ricominciare, la
sfida che sta alla base di questo disco. C’è poi da fare un’ulteriore e
importante osservazione. Mentre tutto il mondo cerca di rilassarsi i R.E.M.
vogliono ancora mettersi in moto, urlare, correre, viaggiare, cantare, suonare
come invasati e regalare emozioni. Questo “Accelerate” potremmo prenderlo
come il tentativo di dare una mossa a questo mondo che si accontenta, dove
nessuno lotta, dove ci lasciamo trascinare dagli eventi senza prendere in mano
la situazione, osservando con indifferenza il mondo al di là della nostra
finestra. Quindi diamoci una svegliata. Let’s rock!
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Il destino è qualcosa
di inevitabile che ci segue sin dalla nascita, ma è anche un concetto
filosofico, un’idea letteraria ed artistica che, nelle canzoni che abbiamo
selezionato, si lega strettamente all’amore
IL
DESTINO IN MUSICA: TRA AMORE ED INCERTEZZA
Il destino non è solo qualcosa di ineluttabile a cui nessuno di noi può sottrarsi, ma è un concetto filosofico, letterario, artistico. Le mille sfumature che colorano il destino comprendono tutti gli ambiti più nobili dell’esistenza umana, in cui la sorte, il fato sono elementi che ci accompagnano sin dalla nascita, rendendo imprevedibile e varia la nostra vita, scegliendo per noi eventi o strade che stravolgono più o meno drasticamente i nostri programmi, le aspettative, le promesse. L’arte è spesso figlia del momento improvviso, della folgorazione che in un attimo porta l’artista al compimento dell’opera leggendaria, quella che può cambiare la sua vita o l’arte stessa e la stessa storia. E la vita dell’artista è spesso il risultato di una vocazione apparsa casualmente, innata ma nascosta fino a quando gli incroci del fato la costringono ad emergere. Il destino è anche qualcosa di strettamente connesso al sentimento più grande, all’amore unito per caso o avversato da eventi incontrollabili e imprevisti. Nelle canzoni, infatti, il destino è sempre associato alla donna o all’uomo amato, ad una persona che ha cambiato la vita di chi la ama. Così, le emozioni, i battiti, ma anche le incertezze, la paura di perdersi entrano dentro l’idea di fato.
In “Due destini”, celebre brano dei Tiromancino, l’autore del testo si rivolge alla sua donna, manifestandole il proprio timore che il tempo possa creare ostacoli pericolosi, cambiare le cose, renderle meno vere. Solo con l’unione, queste due anime “destinate” a stare insieme possono resistere: “Ti ricordi i giorni chiari dell’estate, quando parlavamo fra le passeggiate? Stammi più vicino ora che ho paura, perché in questa fretta tutto si consuma. Mai, non ti vorrei veder cambiare mai, perché siamo due destini che si uniscono, stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro, superando quegli ostacoli se la vita ci confonde solo per cercare di essere migliori, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli”. L’amore, con le sue immancabili fragilità ed incertezze, pervade il cuore di Giorgia, la quale, in “Strano il mio destino”, non sa cosa realmente vuole e riflette su un amore appena lasciato: “Strano il mio destino che mi porta qui, a un passo dal mio cuore senza arrivare mai, chiusa nel silenzio sono andata via, via dagli occhi, dalle mani, da te. Che donna sarò se non sei con me e se ti amerò ancora e di più. Strano il mio destino mi sorprende qui, qui ferma a non capire dove voglio andare, se tutto quell’amore io l’ho soffiato via, mi fa male non pensare a te”.
Amore allo stato puro è quello che troviamo dentro uno tra i pezzi più romantici del passato, un classico della canzone americana, vale a dire “You’re my destiny” di Paul Anka: “ You are my destiny, you share my reverie, you’re more than life to me. That’s what you are. You are my destiny, you share my reverie, you are my happiness. That’s what you are” (trad. “Sei il mio destino, tu condividi il mio sognare, tu sei più della vita per me. Ecco cosa sei. Sei il mio destino, tu condividi il mio sognare, sei la mia felicità. Ecco cosa sei”). Praticamente identico il senso della canzone di Cristina Aguilera, “My destiny”, in cui si celebra la magia di una persona piombata all’improvviso nel nostro cuore: “I’d never had this feeling in my heart. How did this come to be? I don’t know how you found me, but from the moment I saw you deep inside my heart I knew (...)I wanted someone like you, someone that I could hold onto and give my love until the end of time” (trad. “Io non ho mai avuto questo sentimento nel mio cuore. Come è avvenuto ciò? Io non so come tu mi hai trovato, ma dal momento in cui ti ho visto, nel profondo del mio cuore io l’ho saputo. (...) Io volevo qualcuno come te, qualcuno a cui potessi aggrapparmi e a cui dare il mio amore fino alla fine del tempo”).
Meno
scontato ma altrettanto passionale il brano “Un destino di rondine”, scritto
ed interpretato dalla mitica Premiata Forneria Marconi e inserito nell’opera
rock “Dracula”, trasformata poi in uno spettacolo teatrale. In questo caso,
si canta della possibilità di poter amare ed essere amato nonostante gli
ostacoli, malgrado l’apparente impossibilità di un amore che rievoca
metaforicamente l’eterna lotta tra il bene ed il male: “Io sarò per sempre
un mostro orribile. Come puoi amare me? Ora so che cosa è il bene e cosa è il
male qui dentro me. Due labbra della stessa ferità che tu hai aperto. C’è un
destino di rondine in noi, ci fa sempre tornare fin qui oltre i secoli, i mari,
gli eroi, per amore! C’è un destino di rondine in noi. Salvati e spezza la
catena che ti lega a me e poi vai via perché non posso offrirti niente tranne
me”. Infine, chiudiamo con l’ironia amara di Samuele Bersani e la sua “Il
destino di un Vip”, destino che ha “una durata aritmetica e si dovrebbe
prestare attenzione a tutto quello che c’è scritto sopra alla postilla, senza
scappatoia, un materasso sta in fondo al burrone ad attutire il rischio di
fratture e laggiù in fondo c’è una scorciatoia, una scorciatoia? Per
fermarsi a riva con il panfilo affittato vende l’esclusiva ad un redattore
capo che a luglio e agosto (la tiratura), ogni settimana (la tiratura), gli
trova un posto (la tiratura)”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
07/06/2008
Così
come i poeti e gli artisti da sempre si scontrano con la difficoltà di vivere
nel
mondo che li circonda, anche il cantante dei nostri tempi ricerca un
addio ad un mondo incomprensibile- E Guccini somiglia ai classici
L’ARTE
DI CHIAMARSI FUORI DAL MONDO
“Io dico addio”. Il poeta, l’artista si è sempre trovato di fronte alla difficoltà che il mondo in cui viveva stava incontrando. Capitava per esempio a Virgilio nella IV Egloga (o Bucolica) o anche ad Orazio nel XVI Epodo, quando esprimevano il loro desiderio di un nuovo ordine, una nuova civiltà, una vera e propria nuova umanità che soppiantasse quella delle guerre civili romane. Passarono i secoli ma rimase sempre radicato nell’uomo il desiderio di chiamarsi fuori dal mondo in cui viveva. L’Accademia dell’Arcadia, fondata nel 1690, perseguiva proprio lo scopo di riuscire a creare un altrove letterario in cui rifugiarsi e scordare i propri affanni. Fino ad arrivare ai nostri cantanti. È il caso di Francesco Guccini, per esempio, nella sua “Addio”, contenuta nel cd “Stagioni”.
Canta infatti il cantautore tosco-emiliano: “Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite, riflettori e paillettes delle televisioni, alle urla scomposte di politicanti professionisti, a quelle vostre glorie vuote da coglioni... E dico addio al mondo inventato del villaggio globale, (…) ai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”, alle futilità pettegole sui calciatori miliardari, alle loro modelle senza umanità, alle sempiterne belle in gara sui calendari, a chi dimentica o ignora l’umiltà...”. Questo addio è il segnale di un rifiuto totale e netto del mondo che lo circonda.
La voglia, anzi il vero e proprio bisogno di sentirsi fuori: “Io, figlio d’una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia; io, tirato su a castagne ed ad erba spagna; io, sempre un momento fa campagnolo inurbato, due soldi d’elementari ed uno d’università, ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà...”. Quindi anche Guccini (ma anche gli Articolo31 di “A pugni con il mondo” e Ligabue di “Fuori come va”), come i classici Virgilio e Orazio, trova la sua Arcadia, il suo Altrove per autoescludersi da un mondo che non riconosce come proprio e che non capisce. Ma non è solo lo spirito libertino, sovversivo, che si cela spesso e volentieri dentro di noi.
È
qualcosa di più sottile e profondo e anche molto poetico. Non occorre una
sensibilità particolare per sentirsi “altro” e cercare in qualche modo di
andarsene, ma occorre una grande sensibilità per poterlo esprimere in modo
sublime. Non è vigliaccheria, è una presa di posizione forte e chiara,
accompagnata senza dubbio da un profondo, anche se celato, senso di impotenza.
L’artista
cioè constata la sua “inutilità” e ha un’unica arma, la sola che gli sia
rimasta in fondo: scrivere e cantare (come dice lo stesso Guccini in
“Cirano”: “E infilerò la penna ben dentro il vostro orgoglio, perché con
questa spada vi uccido quando voglio). In fondo ognuno di noi si rende conto che
qualcosa non va, ma spesso non si riesce a dar sfogo a questa angoscia e si
cerca in altro la propria consolazione. In fondo i cantanti cosa sono se non
delle persone con una grande sensibilità e una magnifica abilità di esprimere
i loro, i nostri pensieri?
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Questa settimana nella nostra rubrica che gioca con le
parole ospitiamo il “salto”: azione materiale o metafora concettuale, esso
ha ispirato artisti di grande successo come Madonna, Raf e Rino Gaetano
“SALTARE”
DA UNA CANZONE ALL’ALTRA
Per questa settimana, la parola che abbiamo ricercato nei testi musicali italiani e stranieri è “salto”. Come facilmente intuibile per il suo significato, che rimanda ad uno slancio in avanti o in alto, questo termine viene spesso usato con valenze molto diverse. L’azione del saltare, infatti, può essere considerata nel suo aspetto puramente materiale e fisico o in quello più metaforico. Non c’è dubbio che nelle due hit estive “Salta” di dj Francesco e “Salta” di King Africa (di cui ricorderete i ripetitivi ritornelli) l’azione viene intesa proprio in senso materiale. Saltare, magari a ritmo di musica, aiuta a non pensare e dar libero sfogo alle proprie energie. Chi sembra particolarmente legato a questo termine, tanto da incentrarvi ben due singoli a distanza di dieci anni, è Raf. Nel 1996, nella raccolta “Collezione temporanea”, insieme ai pezzi storici il cantautore pugliese inserisce l’inedito “Un grande salto”, mentre nel 2006 fa uscire il singolo “Salta più in alto”.
Nella
prima canzone, a dominare è un senso di vertigine e di libertà, anche se poi
alla fine si conclude con una riflessione che riporta, in qualche modo, i piedi
a terra: “Un salto e via, sento la scia, sono il centro, dall’universo
avvolto, e tornare su ad abbracciare il mondo a testa in giù, ma il senso della
vita può non esser solamente un grande salto”. Nel secondo brano, invece, il
salto è considerato un utile rimedio per rimettersi in pari con la vita quando
essa prova a sopraffarci. Particolarmente bello il testo parlato, quasi rap, in
cui Raf fa “saltare” delle riflessioni sul mondo: “Saltano le regole,
saltano i confini, saltano i bambini su giocattoli esplosivi, saltano il pasto,
saltano la corda, fanno scarpe per saltare, salta la centrale nucleare, salta
Mururoa a 50 anni da Hiroshima, salta la rima, saltano gli atleti, gli ostacoli,
le corse, le borse, i governi, i nervi,
saltano gli schemi, i sistemi, le vocali, gli articoli della costituzione, gli
ideali”.
Anche per l’eclettica Madonna saltare sembra l’unico modo per non star ferma in un posto, non perdere tempo ed andare incontro alla vita: “There’s so much you can learn in one place. The more that I wait, the more time that I waste. I haven’t got much time to waste, it’s time to make my way. Are you ready to jump? Get ready to jump. Don’t ever look back, oh baby. Yes, I’m ready to jump, just take my hands” (trad. “C’è così tanto che puoi imparare in un posto. Più aspetto, più spreco tempo. Non ho tanto tempo da perdere, è tempo di andare per la mia strada. Sei pronto a saltare? Sii pronto a saltare! Non guardarti mai dietro. Sì, sono pronta a saltare, prendi solo le mie mani”).
Anche i Subsonica hanno dedicato una canzone ad un “Salto nel vuoto”, dove lo slancio verso ciò che non si conosce equivale al vero vivere ed alla libertà: “Libertà è una parola di fumo, un dato per scontato, libertà è come un segno di croce automatizzato. Se non sai distinguerla lei ti abbandonerà, se non sai difenderla non ti accompagnerà. Battiti! Guardi nel vuoto che verrà, cerchi tra fretta e ambiguità. Quanto coraggio ancora c’è? E’ quanto si chiama vivere. Un salto nel vuoto che verrà costa di più di una realtà persa in un quasi vivere, scelta per non decidere”.
Tra
i cantautori italiani di talento, anche Cristina Donà ha deciso di intitolare
una sua canzone “Salti nell’aria”. Un testo delicato ed essenziale i cui
spazi dove ci si muove sono le stelle ed il cielo: “Immagina le stelle,
scoprirai che sorridono sempre. Immagina intensamente e vedrai dove gli altri
pensano che non ci sia niente”. Infine, abbiamo trovato un originale brano del
mitico Rino Gaetano, “E la vecchia salta con l’asta”, dove in rima si
racconta la “favola antica del cavaliere che cerca l’amica”: “Tremila
città tremila villaggi, la sagoma bianca striata dei faggi. Scordò la sua
terra, scordò la sua casta. Rimase una vecchia che salta con l’asta”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI MAGGIO 2008
24/05/2008
E’
uscito ai primi di aprile il nuovo album di Caparezza, “Le dimensioni del mio
caos”, colonna sonora di “Saghe mentali” il primo libro del rapper
pugliese- Una critica sarcastica e intelligente al mondo di oggi ed ai suoi vizi
CAPAREZZA: MOLIÈRE E STREGONE DI QUESTI TEMPI
È uscito a inizio aprile il nuovo cd di Caparezza, “Le dimensioni del mio caos”. Il rapper pugliese lo pubblica quasi in contemporanea e parallelamente alla prima fatica da scrittore, dal titolo “Saghe mentali”. L’attenzione della voce graffiante del cantautore si rivolge ancora una volta alla società. Proponendosi come un Molière del XXI secolo, egli prende di mira il mondo virtuale di Internet & co. I suoi “Tartufo” sono “Ilaria Condizionata” ed in generale l’ignoranza del popolino. Il ritmo è quello usuale, che trascina e fa scuotere la chioma nera all’artista sul palco e a noi in casa, ma con fantastiche incursioni rock. Il cd riassume in quattordici tracce quello che scriviamo da tempo su questo settimanale. Addentriamoci quindi tra le tracce del buon Capa. Si inizia con “La rivoluzione del Sessintutto”, in cui il cantante si fa beffe delle rivisitazioni grottesco-comiche del ’68, esaltandone spesso certe caratteristiche e trasformandone o alterandone anche i temi: “Quanti credono nel ‘68 e quanti vedono del sesso in tutto? 68? [...] I fricchettoni vollero cambiare il mondo, quelli del mio mondo vogliono guardare i porno di edicole ridotte ed esporre più poppe delle flotte nel porto di Livorno”.
Poi troviamo “Ulisse (you listen)”, in cui si delinea la ragazza “altra”, una specie di alter ego musicale del cantautore: “Lei scrive sui post it. ‘Non mi interessa il gossip, chi legge quei giornali ha problemi mentali grossi’. Trucida conduttrici da casi umani commossi [...] E non avrà pietà di gatte morte fissate con l’età e solite solfe. Detesta il vip che fa il fotoreporter. Terrebbe le sue fans sotto revolver. Lei è sanguigna, senti che i denti digrigna. Cenerentola dà una sventola alla matrigna ma non le va la scarpetta, lei fa la scarpetta, che se mette pancetta non frigna ed io non sono Ulisse, io non so resisterle.” Saltiamo poi alla quarta traccia e andiamo a “Pimpami la storia” ed alla sua accusa a chi tratta la storia come gossip, da cambiare a proprio piacimento, da sconvolgere quando si vuole: “Bella prof e che schifo Garibaldi, è vestito dai saldi, peloso come Garfield. Via la camicia rossa e dagli una t-shirt Trussardi su jeans Cavalli. Sulla faccia lenti a goccia Ray Ban e poi taglia la barba a ‘sta capoccia da Imam. Un nunchaku da Jackie Chan gli dà più charme, ora si che Gary ch’ha i più fieri dei fans.
Bella! Mondiale è la seconda guerra, ma su ‘sto libro è dato che abbiamo ingoiato merda! E' regolare che non studia nessuno, scrivi ‘Italia batte resto del mondo 18 a 1’. I campioni siamo noi, siamo noi, perciò aggiungi Po po po po po”. È chiara la linea sarcastica che percorre tutto il cd e tutto lo stile Caparezza. Nel mirino le professoresse che approfittano degli alunni incoscienti, la comunità di internet con le sue identità virtuali, il mondo falsato della televisione e del gossip. Quindi ecco “Ilaria condizionata” che non sa trovare una propria identità e come “Charlie” dei Baustelle cerca se stessa nelle mode: “Ilaria dalla vita vuole di più, almeno un’amica nella Tim Tribù. Scarica rane pazze e stupidi emù. Mette le sue tette su Badoo. Poi, la svolta, stavolta è cool, mette su Amon Duul e Tool. Ama le inchieste di Michael Moore. Tutte scaricate tout court da E-Mule. Poi diventa alternativa del caz. Ama il free jazz, grida ‘Si PACS!’, film di Truffaut, fumetti di Paz. Odia le modelle ma diventa una Bratz e adesso ha l’auricolare Bluetooth.”
Da
segnalare anche “Cacca nello spazio”, che potrebbe essere una soluzione per
risolvere i problemi di questo mondo dove “c'è un uomo di mezza età con la
sua metà che ne ha meno della sua metà, un amore acerbo, colto certo nella
disco a Porto Cervo. Il prelato ha pronto il verbo, del creato è molto esperto,
dall’abitacolo caccia il diavolo ma ne maneggia lo sterco. Il
business man punta su Giove per le fabbriche nuove. Vuole fare il pieno di
lavoro alieno da pagare meno che altrove.” Il fonoromanzo, come definisce
Caparezza il cd, è quindi un interessante e colossale presa in giro, accusa
sarcastica, denuncia, offesa. Tutto condito del solito clima stregonesco come in
“Dagli all’untore” del secondo cd di Caparezza. Strani figuri (noi) si
aggirano in questo mondo che il cantautore pugliese ci racconta, provando a
svegliarci dal torpore che ci accomuna nel “Fronte dell’uomo Qualunque”.
Alberto Agostini- ilmegafono.org
Parole
in musica- Questa
settimana abbiamo selezionato alcune canzoni che hanno come tema centrale il
tempo- Da Battisti a Ligabue, fino a Jovanotti, brani di successo che raccontano
in vari modi il concetto di tempo
A
“TEMPO” DI MUSICA
La parola che abbiamo scelto questa settimana è “tempo”, quell’entità impalpabile il cui svolgersi, però, scandisce la vita di tutti noi. Che scorra o che individui un momento più o meno breve o più o meno indeterminato, il tempo è un pensiero fisso di ogni uomo. Il suo scorrere, infatti, influisce sulla vita di ognuno determinando l’avanzare dell’età, delle stagioni e degli anni. La canzone che per eccellenza parla del tempo è “Non m’annoio” di Jovanotti (meglio conosciuta, appunto, come “Tempo”). Con il suo solito rap trascinante Lorenzo Cherubini ci dice del tempo che “comunque vadano le cose lui passa, e se ne frega se qualcuno è in ritardo, puoi chiamarlo bastardo ma tanto è già andato e fino adesso niente lo ha mai fermato e tutt’al più forse lo hai misurato con i tuoi orologi di ogni marca e modello, ma tanto il tempo resta sempre lui quello”. Spesso nelle canzoni si parla solo di un periodo in cui c’è stata la presenza di una storia d’amore importante. Se la storia finisce, “anche il nostro tempo finisce”.
Così cantano i Muse: “And out time is running out, out time is running out. You can’t push in underground, you can’t stop it screaming out” (E il nostro tempo sta finendo, il nostro tempo sta finendo. Non puoi spingerlo sotto terra, non puoi far smettere di urlare). Il tempo può anche comprendere istanti più lunghi e addirittura periodi storici: nella splendida canzone dei Modena City Ramblers, “L’amore ai tempi del caos”, si narra di una storia d’amore sbocciata in tempi duri, di guerra, non bene identificati. Nonostante l’angoscia data dall’incalzare dei giorni e dal passare degli anni, una dolce sensazione di tranquillità è infusa dall’amore: “Incalza il giorno, si affrettano gli anni, gli orologi inseguono ore. Il mio amore cammina tranquillo, nessun tempo lo riesce a ingannare”.
Può anche capitare che il tempo in cui si vive vada bene ai più, ma non a tutti: Ligabue in “Non è tempo per noi” canta i suoi personaggi, forse un po’ autobiografici, che, fuori dal coro, non ci stanno ad adeguarsi al modo di vivere corrente della massa: “Non è tempo per noi che non vestiamo come voi, non ridiamo, non piangiamo, non amiamo come voi. Forse ingenui o testardi, poco furbi casomai. Non è tempo per noi e forse non lo sarà mai”. Per persone che vogliono vivere fuori dal coro sono anche i consigli di Max Pezzali che, con ancora il nome di 883, nella canzone “Tieni il tempo” suggerisce di reagire all’apatia ed al conformismo: “Scendi nella strada, balla e butta fuori quello che hai. Fai partire il ritmo, quello giusto, datti una mossa e poi tieni il tempo, con le gambe e con le mani. Tieni il tempo, non fermarti fino a domani, tieni il tempo, vai avanti e vedrai il ritmo non finisce mai”. In questa canzone il tempo è quello che scandisce il ritmo della musica.
Un
altro splendido brano del grande Lucio Battisti (“Il tempo di morire”) usa
la parola “tempo” in una circostanza totalmente diversa: un innamorato è
disposto a tutto per passare una notte d’amore tra le braccia della persona
che ama e che non lo corrisponde. Darebbe anche la sua preziosissima
motocicletta per essere amato, anche per un solo secondo, giusto il tempo di
morire: “Lo so che ami un altro, ma che ci posso fare? Io sono disperato perché
ti voglio amare, stanotte, adesso, sì, mi basta il tempo di morire fra le tue
braccia così, domani puoi dimenticare, ma adesso dimmi di sì”. Infine
Adriano Celentano ha cantato il tempo che passa e accompagna la crescita della
figlia: ne “Il tempo se ne va” il Molleggiato dice con un misto di malinconia
e preoccupazione: “E intanto il tempo se ne va e non ti senti più bambina. Si
cresce in fretta alla tua età, non me ne sono accorto prima. E intanto il tempo
se ne va, tra i sogni e le preoccupazioni, le calze a rete han preso già il
posto dei calzettoni”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
17/05/2008
L’ultimo
lavoro degli Afterhours, “I milanesi ammazzano il sabato”, un album
bellissimo che unisce il rock agli splendidi testi, in un sofisticato mix di
accordi e parole- Ed è balzato immediatamente al terzo posto in classifica
QUANDO
L’ALTERNATIVO DIVENTA UN CLASSICO
Sono lontani ormai i tempi in cui gli Afterhours facevano 50 persone nei piccoli club autogestiti di Milano: il 12 maggio, il loro ultimo lavoro “I milanesi ammazzano il sabato” è volato direttamente al terzo posto della classifica italiana dei cd più venduti. La band rock più alternativa del panorama italiano si colloca tra Vasco e Madonna, diventando un classico, e sembrano davvero lontani i tempi del Leoncavallo. Rimane un’attenta riflessione sul modo di vivere la propria città: “Gli architetti sono qua e hanno invaso la città” cantavano nel 1997 insieme a “sui giovani d’oggi ci scatarro su...sabato in barca a vela, lunedì a Leoncavallo...”. Dopo dieci anni Manuel Agnelli e i suoi ritraggono con 14 canzoni Milano con la sua frenesia e le sue finzioni, le opportunità e le contraddizioni di una città che prima di essere città è “luogo fisico” di interscambio e crescita culturale, che “insegna a vivere” (“Tema: la mia città”).
Nel 1969, Giorgio Scerbanenco scriveva: “I milanesi ammazzano al sabato”, in riferimento al fatto che i milanesi impegnati dal lavoro tutta la settimana aspettavano il weekend per commettere gli omicidi; la band ha cambiato leggermente il titolo per indicare la nuova tendenza di abbandonare la città verso altre mete di divertimento e relax allo scopo di ammazzare il tempo, svuotando le piazze e le vie di sabato. Su musiche tipicamente Afterhours compaiono pian piano tanti personaggi: il provinciale a cui non bastano le novità perché già “dalla sua metà” subentra l’abitudine; l’invito è quello di fuggire, guidare fino a “svanire”, ma la propria casa con moglie e figlia lasciata un chilometro indietro attende il suo re. Ancora il cittadino dabbene, orgoglioso della propria città, che non vuole guai e si appella al sindaco: “sindaco No! Temo siano guai di urbanità bilanciocentrica. Chi affronterà i maglioncini degli insorti? Blog-rhum e coca-ina per battere il sistema… chi salverà la mia città?” (“Tema: la mia città”).
Infine, una storia d’amore: “se questo è il tempo che si ha, mettiamo una distanza dalla città, dai numeri, dal freddo della stanza” (“Tutto domani!”). Nel complesso è un lavoro attento e, come ci si aspetta dai suoi autori, molto pensato, senza perdere tuttavia la spontaneità del rock. Insieme al passato nei centri sociali, gli Afterhours hanno abbandonato le lunghe costruzioni di chitarre distorte alla “Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo”, sviluppando quel loro fantastico modo di fare rock che ha ispirato tutta la nuova musica alternativa italiana. Non mancano sperimentazioni retrò rock psichedeliche anni ’70 (“Riprendere Berlino”) che ci ricordano la fortunata cover degli Area. “I milanesi ammazzano il sabato” è un bellissimo cd che unisce, come mai prima d’ora, tutte le sfumature della band, che lega il rock ai testi splendidi e alle elucubrazioni colte e sofisticate di accordi e parole.
Sara Montoneri -ilmegafono.org
Negli
anni ’60-’70 il fenomeno delle cover, incentivato dalle case discografiche,
si diffuse enormemente in Italia e produsse canzoni di successo che sono
divenute leggenda- Anche negli ultimi anni c’è stato qualche caso illustre
C’ERA
UNA VOLTA LA COVER MANIA
C’era una volta il fenomeno cover, assai diffuso nel panorama musicale mondiale. Canzoni nate dalla mente di un autore o di un musicista e poi propagatesi in tutto il mondo, ricantate (spesso tradotte) e riarrangiate da altri artisti. Accadeva spesso che brani che avevano ottenuto un enorme successo nella loro versione originale salivano in vetta alle classifiche anche nella versione cover. Negli anni ’60-’70 questo fenomeno, stimolato dalle case discografiche, conosceva dimensioni enormi e coinvolgeva anche la musica italiana, che, se da un lato sfornava uno dei pezzi più ricantati della storia della musica (“Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno ha fatto il giro del mondo e conta numerose differenti versioni), dall’altro, ha portato nel mercato musicale nazionale un’enorme quantità di pezzi cover, tradotti in italiano e, molto spesso, rimasti nella storia della nostra musica. Troviamo i maggiori interpreti italiani nell’elenco di coloro che hanno portato una cover straniera ai vertici delle classifiche: da Celentano a Patty Pravo, da Morandi a Mina, da Ron a Fausto Leali, dai Dik Dik a Caterina Caselli, ecc.
Per esempio: “Pregherò”, uno dei brani più celebri del Molleggiato è la versione riscritta della leggendaria “Stand by me” di Ben E. King, con la sua melodia inconfondibile ed emozionante. Ma anche la rockettara “Stai lontana da me” è la cover di “Tower of strength”, un pezzo twist R&B bianco interpretato da Gene McDaniels e Frankie Vaughan. E accanto a pezzi di artisti del calibro di De André (le sue “Giovanna D’Arco” e “La via della povertà” sono le versioni italiane, rispettivamente, di “Joan of Arc” di Leonard Cohen e “Desolation row” di Bob Dylan), Ron (la nota “Una città per cantare” riprende “The road” di Jackson Browne), i Nomadi (“Un figlio dei fiori non pensa al domani”, cover di “Death of a clown” dei Kinks), e Patty Pravo (“Ragazzo triste” è la versione italiana di “But you’re mine” di Sonny Bono), troviamo un elenco di grandi successi entrati nella leggenda.
Elenchiamo i più importanti: “Scende la pioggia” di Morandi (cover di “Elenore” del gruppo folk americano The Turtles); “Io ho in mente te” e “Tutta mia la città”, grandi successi dell’Equipe 84 (le cui versioni originali sono, rispettivamente, “You were on my mind” di Ian and Sylvia e “Blackberry way” dei Move); “Sono bugiarda” di Caterina Caselli (cover della celebre “I’m a believer” dei Monkees); “A chi”, pezzo che consacrò Fausto Leali (cover di “Hurt” di Timi Juro); “Datemi un martello” di Rita Pavone (versione italiana di “If I had a hammer” di Pete Seeger); “C’è una strana espressione nei tuoi occhi” dei Rokes (originale: “When you walk in the room” di Jackie De Shannon); “Sognando California” e “Senza luce” dei Dik Dik (versioni, rispettivamente, della famosissima “California dreamin’” dei Mamas and Papas e della romantica “A whiter shade of pale” dei Procol Harum); “La tua immagine” di Dino (versione italiana della mitica “Sound of silence” di Simon & Garfunkel”).
Accanto ad esse vanno ricordate anche le versioni italiane di due grandi successi internazionali: “Blowing in the wind” di Bob Dylan, riproposta nella versione del compianto Luigi Tenco, “La risposta è caduta nel vento”, e “Killing me softly with his song”, brano portato al successo dalla cantante americana Roberta Flack e tradotto nel pezzo italiano “Mi fa morire cantando”, interpretato tra gli altri da Ornella Vanoni. Anche “Imagine” di John Lennon è stata “coverizzata”: Ornella Vanoni, infatti, nel 1972 interpretò il pezzo in italiano (“Immagina che”), che manteneva la musica originale adagiandogli un testo scritto da Paolo Limiti, il quale abbandonava il tema alto della pace per sposare quello più banale di una storia d’amore. Le cover sono state, dunque, un fenomeno tipico degli anni ’60-’70 e ci hanno regalato canzoni di elevata qualità che sono diventate patrimonio della nostra musica, anche se non mancano adattamenti poco azzeccati.
Poi,
c’è stato un notevole ridimensionamento, perché le strategie di mercato sono
cambiate e sono cambiati anche i modelli e le scelte artistiche dei cantanti.
Tuttavia, anche negli anni ’90 e perfino oggi, troviamo delle cover di alto
livello, che hanno ottenuto grandi risultati. Due su tutte: “Alta marea” di
Antonello Venditti, romantica versione italiana di “Don’t
dream it’s over”
dei Crowded House, e “A che ora è la fine del mondo” di Ligabue, perfetta
riedizione in lingua italiana di “It’s
the end of the world as we know it (And I feel fine)”
dei Rem. Da segnalare, in conclusione, anche la splendida “Il male minore”
di Niccolò Fabi, cover della canzone “Barely breathing”
di Duncan Sheik. Chissà quante altre, splendide, ne arriveranno...
Massimiliano
Perna –ilmegafono.org
10/05/2008
L’evoluzione delle generazioni è strettamente collegata alla musica, che ne ha veicolato immagini, idee, miti, volontà di essere alternativi- Nel tempo, però, l’essere contro da simbolo antimoda è diventato un modello commerciale
NON
BASTANO I JEANS STRAPPATI PER ESSERE CONTRO
Possiamo riscontrare nella storia della musica italiana contemporanea la creazione di uno stereotipo di giovane che solo recentemente è stato criticato e in qualche modo cancellato. Tutto nasce negli anni ‘60. È infatti il 1967, quando l’allora giovanissimo Francesco Guccini cantava dal suo Folk Beat N.1: “Sono un tipo antisociale, non m’importa mai di niente, non m'importa dei giudizi della gente. Odio in modo naturale ogni ipocrisia morale, odio guerre ed armamenti in generale. Odio il gusto del retorico, il miracolo economico, il valore permanente e duraturo, radio a premi, caroselli, Tv, cine, radio, rallies, frigo ed auto... Non c’è Ford nel mio futuro!”. Cominciava a nascere il mito del “tipo antisociale”, l’adolescente sempre e comunque contro, che odiava tutto e tutti. Erano i tempi del fascino che aleggiava intorno a questa gioventù sognante, anticonformista perché cominciava a guardare oltre la provincia ed il confine naturalmente imposto dalla società chiusa in cui era nata. Poi il mito perde pian piano consistenza, si passa il riflusso anni ’80 e il mito iniziato dal cantautore emiliano si trasforma accordandosi ai tempi. Il progresso ci proietta direttamente al nuovo millennio.
Ecco quindi la Bandabardò, che nel 2001 scrive Manifesto: “Oggi non lavoro, oggi non mi vesto, resto nudo e manifesto. Sono fuori dal coro, nettamente diverso, le mode se ne vanno, io resto! E manifesto! Contro...”. Anche nel 2000 resiste il mito del ragazzo contro. Ma ora dall’altra parte non ci sono usi e costumi di una società del dopo guerra. Ci sono le mode imposte, il consumismo sfrenato, il “coro”, il gruppo di pecore tutte uguali. La pecora nera continua a essere il simbolo del movimento, quella in cui si riconoscono in tanti. Ma lo stereotipo prende anche i connotati dello “sfigato” a scuola. La sua storia è cantata dagli Articolo 31 e poi da Caparezza. Il rapper pugliese nel suo stile penetrante e vivace scrive: “3° B di un I.T.C. Una classe di classici figli di... Ho dubbi amletici tipici dei 16: essere o non essere patetici. Eh si, ho gli occhiali spessi, vedessi.. amici che spesso mi chiamano Nessy, indefessi mi pressano come uno stencil... Bud Spencer e Terence Hill repressi, con grossi limiti ma imbottiti di bicipiti da divi che invidi, vengono i brividi se per fare i “fighi” lasciano lividi. Non vivo di pallone, non parlo di figone, non indosso vesti buone, quindi sono fuori da ogni discussione”.
Ma c’è sempre qualcosa dietro, come recita il celeberrimo spot. Dietro quest’aura mistica di anticonformista si è insediato maligno e silenzioso il mercato. Paradossalmente è riuscito a strumentalizzare, a sfruttare, a inserire nel grande meccanismo di livellamento della cultura anche chi non voleva inserirvisi. Con grande ingenuità ci siamo cascati. Ma “uno pseudo-borghese in giacca e camicia ci mette in allarme”. A dirlo è il solito Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, con un pezzo ormai passato di continuo dalle radio. Con la sua poesia sottile e raffinata, psicologica, chirurgica, analizza, con un po’ di distacco, la situazione: “Vorrei morire a quest’età, vorrei star fermo mentre il mondo va, ho quindici anni. Programmo la mia drum machine e suono la chitarra elettrica, vi spacco il culo. È questione d’equilibrio non è mica facile.
Charlie fa surf, quanta roba si fa, MDMA, ma le mani inchiodate (…) Mi piace il metal, l’ r’n’b, ho scaricato tonnellate di filmati porno e vado in chiesa e faccio sport, prendo pastiglie che contengono paroxetina. Io non voglio crescere. Andate a farvi fottere”. Tutto potrebbe battere la stessa strada che ho finora accennato. In realtà, come rivela lo stesso Bianconi, la sua voce composta, per niente arrabbiata, quasi assente e superficiale suggerisce un’altra interpretazione. E cioè: la canzone sarebbe appunto la critica di questo stereotipo che da antimoda è diventato paradossalmente modello. Cosa significa tutto ciò? Che in certi periodi la canzone accesa e giovanilista serviva a incoraggiare, sostenere, una gioventù allora indifesa. Ma negli ultimissimi tempi questa è diventata una moda come tante e rischia di essere ridondante, barocca e banale.
Alberto
Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Il viaggio è un delle
esperienze più significative
e rivoluzionarie della vita delle persone, è ricerca di sé stessi,
curiosità, necessità- La musica è la grande colonna sonora che accompagna
ogni viaggio
VIAGGIARE
ATTRAVERSO LE CANZONI
Viaggiare è un attività centrale nell’esperienza di ognuno di noi: da secoli il viaggio accompagna la vita delle persone assumendo valori, significati, caratteri diversi, che variano a seconda del contesto entro cui il viaggio stesso si compie. Lo spostamento dal luogo d’origine ad un altro luogo, più o meno vicino, può avvenire per differenti ragioni e per periodi più o meno lunghi: così, partendo dal viaggio a scopo di vacanza, in cui si realizza il desiderio di conoscere realtà diverse da quella propria e quotidiana, si arriva al viaggio della speranza, che da secoli coinvolge milioni di persone, costrette a lasciare la propria terra, piena di problemi ed ostacoli, per approdare in altri luoghi, spesso molto lontani fisicamente e culturalmente, alla ricerca di un futuro migliore. Nel mezzo, troviamo tutta una serie di altre ragioni che stanno all’origine di un viaggio, che spesso viene identificato con il modo di vedere la vita, di viverla secondo la mentalità di un viaggiatore, di colui che segue la sua curiosità e che non perde l’attimo propizio per andare a caccia di sé stesso, per mettersi in continua discussione.
Ed il viaggio è quasi sempre accompagnato dalla musica, da una o più canzoni che fanno da colonna sonora, circondano gli scenari, i paesaggi, le esperienze, i ricordi che si fabbricano in ogni istante. Nelle canzoni che entrano nella selezione di questa settimana prevale l’idea di viaggio inteso come paradigma dell’esistenza. Questo è il senso, ad esempio, di due brani molto famosi, interpretati da due grandissimi artisti: “Sì viaggiare” di Lucio Battisti e “Viaggi e miraggi” di Francesco De Gregori. Il primo, attraverso la metafora di un viaggio in macchina non privo di difficoltà, ci chiede di vivere con amore e gentilezza, superando ogni incertezza: “Sì viaggiare, evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure, gentilmente senza fumo, con amore; dolcemente viaggiare, rallentare per poi accelerare, con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore. E tornare a viaggiare e di notte con i fari illuminare chiaramente la strada per saper dove andare”.
Il secondo, cantando di un giro ideale tra le maggiori città italiane, è un invito a cogliere l’attimo, a vivere la vita come un’avventura, inseguendo anche le illusioni, cercando di non perdere i ricordi e, in caso negativo, prendere lo stesso ogni cosa come una vittoria: “Perciò partiamo, partiamo che il tempo è tutto da bere, e non guardiamo in faccia nessuno che nessuno ci guarderà. Beviamo tutto, sentiamo il gusto del fondo del bicchiere e partiamo, partiamo, non vedi che siamo partiti già? E andiamo a Genova coi suoi svincoli micidiali, o a Milano con i suoi sarti ed i suoi giornali, o a Venezia che sogna e si bagna sui suoi canali o a Bologna, Bologna coi suoi orchestrali”. Per Piero Pelù ed i vecchi Litfiba, in “Lacio drom”, il viaggio è qualcosa da inseguire, una strada da percorrere anche al di là del limite, dove è possibile trovare sé stessi, augurandosi di fare buon viaggio, “lacio drom”, come si dice in lingua romena: “La strada dove finisce, senza piedi userò le mani, mani, fino alla pista che non esiste, la cavalcherò sui venti e gli uragani. Regina di periferia, con gli occhi della rabbia e dell’arcobaleno, che non conoscono la destinazione e che mi dicono buon viaggio, lacio drom”.
Piena di saggezza è un’altra canzone, più recente, interpretata da Irene Grandi: “Prima di partire per un lungo viaggio”. Anche qui c’è una coincidenza tra viaggiare e vivere, ed il testo offre una serie di consigli per affrontare la vita, il lungo viaggio appunto: “Prima di partire per un lungo viaggio devi portare con te la voglia di non tornare più. Prima di non essere sincera pensa che ti tradisci solo tu. Prima di partire per un lungo viaggio porta con te la voglia di non tornare più. Prima di non essere d’accordo prova ad ascoltare un po’ di più. Prima di non essere da sola prova a pensare se stai bene tu. Prima di pretendere qualcosa prova a pensare a quello che dai tu”. Luciano Ligabue, in “Tutti vogliono viaggiare in prima”, se la prende invece con tutte quelle persone superficiali, vuote, che assegnano un valore elevato a ciò che è effimero, all’apparenza ed al benessere: “Avrai ragione te a fare come fai, a stare con chi vince, cambiarti le camicie, ma sta a vedere che, sappiamo già com’è, ci riposiamo solo dopo morti.
Tutti
vogliono viaggiare in prima, la hostess che c’ha tutto quel che vuoi, tutti
quanti con il drink in mano, e sotto come va? Fuori come va?”. Infine,
concludiamo nuovamente con Francesco De Gregori e la sua splendida e malinconica
canzone, “Compagni di viaggio”, in cui il viaggio altro non è che la storia
d’amore, breve e “provvisoria”, ma intensa, vissuta da due innamorati ed
ormai condannata a finire: “Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero
lasciarsi mai. Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai.
Lei disse misteriosamente “Sarà sempre tardi per me quando ritornerai”. E
lui buttò un soldino nel mare, lei lo guardò galleggiare, si dissero
“Ciao!” per le scale e la luce dell’alba da fuori sembrò evaporare”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
3/05/2008
Il “concertone” del primo
maggio a Roma, organizzato da Cgil, Cisl e Uil e condotto dall’attore Claudio
Santamaria, ha offerto al milione di spettatori presenti in piazza una perfetta
sintesi tra musica, festa e riflessione
UN
CONCERTO DI QUALITÀ E CONTENUTI
Anche quest’anno, il primo maggio, in piazza San Giovanni, a Roma, si è svolto il concerto di celebrazione della festa dei lavoratori. La manifestazione, condotta dall’attore Claudio Santamaria ed organizzata dai tre sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, è stata dedicata, in particolare, al tema della sicurezza sul lavoro a seguito dell’escalation di morti “bianche” che continua ad insanguinare il mondo del lavoro. A campeggiare sul palco l’articolo 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Oltre alla musica ed agli omaggi ai grandi cantautori italiani, non sono mancati momenti di forte commozione e di riflessione sullo stato attuale del lavoro in Italia. Quindi una grande festa, che ha anche avuto un’altissima partecipazione (si parla di più di un milione di persone in piazza), e che ha saputo unire per un giorno tantissimi giovani accomunati dalla preoccupazione per un presente lavorativo non proprio roseo ed un futuro ancora più incerto. Il concerto è stato, al solito, animato dalla partecipazione di grandi artisti italiani come Piero Pelù, Giuliano Palma & The Bluebeaters, Max Gazzè, Afterhours, Baustelle e Irene Grandi.
Tra i momenti musicali più intensi sicuramente si ricordano quelli dell’indomabile Caparezza, il quale non ha fatto mancare le sue parole sul tema della manifestazione, e quello di Cesare Di Battista e della sua orchestra che ha omaggiato il grande Fabrizio De Andrè, riproponendo in versione jazz la canzone “Ho visto Nina volare”. In serata si sono esibiti anche i Subsonica con alcuni dei loro brani storici, tra cui “Colpo di pistola”, “Liberi tutti” e la bellissima “Canenero”, con la proposizione di un altro tema sociale molto forte come la violenza sui bambini. Gli altri omaggi musicali a leggende della musica sono stati rivolti ad Adriano Celentano e ai Beatles, cantati da Piero Pelù. Altra esibizione particolarmente apprezzata è stata quella di Claudio Santamaria (insieme ai Marlene Kunz), il quale, cantando la splendida “Impressioni di settembre” della PFM, ha dimostrato di avere anche delle ottime doti canore.
Tra le
tante esibizioni, un momento particolarmente emozionante è stato regalato dal
presentatore della manifestazione assieme ad altri tre bravissimi attori
italiani: Pierfrancesco Favino, Claudia Gerini e Sabrina Impacciatore. Prima
hanno dato voce ad alcune commoventi lettere scritte da lavoratori italiani
emigrati, che hanno mostrato il dolore della separazione e le difficili
condizioni lavorative affrontate nei vari paesi esteri. In un secondo momento,
hanno ricordato le vittime sul lavoro, leggendo velocemente i nomi di queste,
con lo splendido sottofondo musicale del sax di Cesare Di Battista. Il concerto
di quest’anno è stata la dimostrazione che musica, festa, ricordo e
riflessione possono benissimo sposarsi e, quando lo fanno, il risultato arriva
al cuore.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
Parole
in musica- L’attimo è quell’istante in cui nasce un’idea,
un’ispirazione, un pensiero: è ciò che gli artisti sono capaci di cogliere e
trasformare in arte- In musica, l’attimo diventa canzone e ci racconta
l’amore e la vita
UN
ATTIMO MAGICO CHE DIVENTA MUSICA
La magia di un istante è qualcosa di profondamente legato all’arte, alla poesia ed alla musica. L’attimo è quel momento in cui qualcosa si accende: una scintilla, un’ispirazione, un pensiero illuminante. Sta poi al poeta, al musicista, al cantante, all’artista coglierlo e fermarlo grazie alle proprie capacità ed attitudini. Ma un attimo può essere anche il famoso colpo di fulmine che fa nascere un amore oppure può essere la vita di chi vuole vivere alla giornata o di chi vuole starsene in pace per un po’, rinunciando al caos quotidiano. Ad esempio, Eros Ramazzotti, in “Un attimo di pace”, chiede un momento di pausa, che coincide con un giorno in cui decide di dedicarsi solo alla sua lei, chiudendo le porte al mondo: “Fammi respirare solo un attimo di pace, questo sorso di aria pura finche c’è, voglio dedicarmi solo agli affetti a me più cari, specialmente se si tratta di te. Fammi assaporare questo attimo di pace, per sentirlo fino in fondo dentro me, oggi che anche i sogni atterrano e chiudono le ali, perché il tempo di volare non è...”. Per Paola Turci, invece, delusa da una storia d’amore in “Sai che è un attimo”, basta davvero un istante per girare le spalle e andare via, anche se i sentimenti sono ancora vivi ed intensi: “Mai, mai al mondo ti perdonerei. Non importa se vinco ma tu perderai, vedrai.
Sai che è un attimo, bye bye e me ne andrò, sarò un lampo più veloce del mio cuore. Sai che è un attimo, bye bye e non mi avrai, come un incanto, un effetto anche migliore”. Il tema dell’amore è ricorrente quando si parla di momenti, di attimi, perché spesso è quello che si chiede e che ci vuole per recuperare una storia ormai al tramonto. In “Un attimo ancora”, canzone dei Gemelli Diversi che, in realtà, è una rivisitazione della celebre “Dammi solo un minuto” dei Pooh, quello che si chiede è appunto un altro istante da passare insieme prima che tutto finisca: “Persa l’ultima lacrima, prima che il vento porti via con sé l’ultima briciola del nostro amore, dove non c’è più sole e l’aria è gelida; resto solo alla mia tavola pensandoti, sento gia i brividi, adesso abbracciami, basta nascondersi dietro parole a volte inutili, si è spento il fuoco che scaldava i nostri cuori, credici... Dammi solo un minuto, un soffio di fiato, un attimo ancora. Stare insieme è finito, l’abbiamo capito, ma dirselo e dura”.
Diverso il valore dell’attimo per Mario Venuti, il quale, nella sua “E’ stato un attimo”, parla di come per un istante, un momento di rivelazione mistica, aveva compreso ogni cosa, dagli intrecci della vita al disegno divino che sta dietro il mondo: “C’è stato un momento in cui mi è sembrato capirci qualcosa, vederci più chiaro in mezzo alle trame che intreccia la vita, ma è stato un attimo, soltanto un attimo. C’è stato un momento in cui si è mostrato il disegno divino, perfetto equilibrio tra tutte le forze del bene e del male, ma è stato un attimo, soltanto un attimo. E’ tutto chiaro improvvisamente, dopo un po’ non rimane niente”. Uno dei più grandi successi di Anna Oxa, risalente agli anni ’80, “E’ tutto un attimo”, ci offre il senso della vita vissuta alla giornata, in modo disordinato e sregolato, in cui a dominare è l’istinto, al di sopra di ogni ragione: “Io che scambio l’alba col tramonto, poi mi sveglio tardi nei motel, sbadiglio sopra un cappuccino e pago il conto al mio destino, è tutto un attimo.
Io che firmo il nome come viene, dormo spesso accanto al finestrino, mi trucco il viso più deciso e vivo il tempo più vicino, è tutto un attimo. La mia vita è questa qua e un’altra dentro non ci sta, questa vita siete voi, questo cuore immenso che solo se ci penso già sento tesa l’anima, la mia vita siete solo voi”. Infine, in “La descrizione di un attimo” dei Tiromancino, si parla del momento in cui, dopo cinque anni, due persone che si sono amate profondamente si rincontrano, misurando l’emozione di ciò che fu e che è ancora vivo, lì dentro, da qualche parte in fondo al cuore: “Mi ricordo limpida la trasmissione dei pensieri, la sensazione che in un attimo qualunque cosa pensassimo poteva succedere. E poi cos’è successo? Aspettami oppure dimenticami, ci rivediamo adesso, dopo quasi cinque anni, e come sempre sei la descrizione di un attimo per me e come sempre sei un’emozione fortissima, e come sempre sei bellissima”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
NUMERI DI APRILE 2008
26/04/2008
Il
25 aprile si celebra anche in
campo musicale, raccontando la storia e l’origine di due inni, due
canzoni nate durante la lotta partigiana di Liberazione e diventate negli anni
il simbolo del movimento partigiano
I DUE
CANTI PIÙ CELEBRI DELLA RESISTENZA
Ne avevamo già parlato, lo scorso anno, in occasione del 62° anniversario della Liberazione, quando in un articolo raccontavamo l’eredità musicale lasciataci dalla Resistenza, dai gruppi partigiani che al nord Italia combattevano contro fascisti e nazisti. Ed era emerso, ovviamente, che i due “canti di lotta” più noti ed amati sono stati e ancora sono “Bella Ciao” e “Fischia il vento”. Si tratta di due canzoni che, partendo dalla battaglia per la Liberazione, hanno attraversato tutta la storia del nostro paese, accompagnando i momenti di lotta e protesta più duri, le speranze e i sogni di giustizia di migliaia di cittadini, studenti, operai, intellettuali che le hanno elette a inno di libertà, di riscatto sociale, di contestazione di un sistema basato sul privilegio e sul censo. Fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui assistiamo quasi ad un fastidio nei confronti di queste due canzoni, considerate di parte, forse perché a cantarle ormai rimangono solo gli appartenenti ad una certa area della sinistra. Addirittura, c’è qualcuno, come il sindaco di Alghero, che vieta alla banda comunale di suonare “Bella Ciao”, perché ritenuta foriera di tensione e divisioni. Lasciando da parte le opinioni su questo malsano ed incomprensibile atteggiamento, già discusso in altra sede, soffermiamoci sulla storia e sul senso di questi due pezzi della nostra tradizione musicale.
E’ documentato che “Bella Ciao” fu composta durante la lotta partigiana, anche se inizialmente era molto diffusa soltanto in Emilia, uno dei luoghi centrali della guerra di Liberazione. Al resto del movimento partigiano questa canzone era sconosciuta. La musica riprende le melodie popolari ottocentesche, ma ci sono numerosi dubbi sulle origini del brano, sia sul piano musicale che su quello del testo. Per molto tempo si è ritenuto che il brano fosse la “riscrittura” di un canto popolare intonato dalle mondine, ipotesi poi smentita, anche se non si esclude che la melodia fosse stata utilizzata anche in passato nei canti del mondo contadino e delle risaie. Insomma, troppo incerte le origini per poterne dare un quadro esatto. Al di là di ciò, la semplicità di “Bella Ciao” ha fatto sì che, nonostante fosse poco conosciuta al di fuori dell’Emilia, dopo la fine della guerra è diventata l’inno della Resistenza, quello che alla prima nota è subito riconosciuto e collegato alla lotta partigiana. Un inno che è diventato celebre in tutto il mondo, che tanti artisti hanno cantato e suonato (Yves Montand, Milva, De Gregori, Gaber, Modena City Ramblers, Goran Bregovic, ecc.).
L’abbiamo studiata a scuola, l’abbiamo cantata e strimpellata con la chitarra, chi è meno giovane l’ha ascoltata durante le manifestazioni di piazza del ’68 e degli anni successivi. Quasi tutti conoscono a memoria la sua memorabile strofa introduttiva: “Una mattina mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao, una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor”. Da “Bella Ciao” passiamo a “Fischia il vento”, che è in realtà la vera canzone della Resistenza, nel senso che era molto più diffusa e conosciuta di “Bella Ciao”. A differenza di quest’ultima, “Fischia il vento” ha un’origine certa e meglio documentata. Essa venne scritta nel 1943 da Felice Cascione, il quale decise di impiantare il testo italiano di sostegno al movimento partigiano sulle note di una celebre canzone sovietica del 1938, “Katyusha”. Così è venuto fuori un brano splendido, duro e romantico allo stesso tempo, capace ancora oggi di emozionare, anche se, va ammesso, pur essendo stato il canto della Resistenza, è molto legato ad una precisa idea politica. Proprio per questo, negli anni, è stato sempre più offuscato da “Bella Ciao”, che gli ha sottratto il ruolo di inno dei partigiani.
Nelle
occasioni ufficiali, infatti, si è scelto di intonare “Bella Ciao”, in
quanto quest’ultima canzone non lascia intravedere precise appartenenze
politiche ed è quindi più rappresentativa delle tante anime della Resistenza.
In effetti, pur essendo più maestosa e complessa, “Fischia il vento” ha un
testo molto più duro e politicamente connotato, come mostrano soprattutto la
prima e l’ultima strofa: “Fischia
il vento, infuria la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar a conquistare la rossa
primavera, dove sorge il sol dell’avvenir [...] Cessa
il vento, calma è la bufera, torna a casa fiero il partigian, sventolando la rossa
sua bandiera: vittoriosi e alfin liberi siam”. I riferimenti al socialismo
ed al comunismo sono evidenti, ecco perché negli anni si è optato per la più
neutra “Bella Ciao”, che adesso però viene messa in discussione da chi,
anche nella musica, trova ragioni di scontro e sviluppa sentimenti di censura.
Ad ogni modo, chi crede nella libertà e nella democrazia, nei valori della
nostra Costituzione non può che respingere queste idiozie e difendere due
splendidi brani entrati di diritto nella nostra tradizione musicale.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
“Fuori
come va?”, pubblicato nel 2002, è un vecchio album di Luciano Ligabue, uno
dei più belli e complessi- Un viaggio intimo in dodici tappe, in cui c’è di
tutto: il rifiuto dell’egoismo, la nostalgia, l’amore
e persino la morte
COSA
SUCCEDE LÀ FUORI?
Riprendiamo dallo scaffale un cd non recentissimo, ma che sicuramente molti possiedono: “Fuori come va?” di Luciano Ligabue. Tanto per capirci quello con “Tutti vogliono viaggiare in prima” e “Eri bellissima”, due dei singoli di maggior successo. Ligabue ha il merito di scrivere canzoni che poi entrano nell’immaginario comune di questa Italia. Decenni fa entravano in questa specie di memoria collettiva ( che si comincia a conoscere da piccolissimi attraverso le canzoncine cantate dai genitori) Battisti, Dalla, Guccini, Battiato. A seguire troviamo il “Liga”. Ciò non significa assolutamente una musica commerciale, superficiale o vuota. Molto più semplicemente significa che questi artisti sanno lasciare un segno nella storia della canzone italiana, sia dal punto di vista delle vendite (buon per loro!) sia dal punto di vista artistico (buon per noi tutti!). Ripercorriamo però questo cd del 2002. Si attacca con la rockettara “Nato per me”, che, come lui stesso ha spiegato, è una critica all’egoismo e all’individualismo che rischia di colpirci, anzi, lo sta già facendo.
Poi, “Tutti vogliono viaggiare in prima”, nella quale l’artista descrive tutte quelle persone arroganti e vuote che credono che ciò che più conta al mondo è “sedersi vicino al finestrino” o “stare con il drink in mano”, senza rendersi conto dei veri problemi (un atteggiamento che ricorda la Maria Antonietta di “Il popolo ha fame? Dategli le brioches”). Poi il tema amoroso della romanticissima “Ti sento”, della malinconica “Eri bellissima” e dell’appassionata “Tutte le strade portano a te”. Nella seconda, ci si volta all’indietro a guardare, con un po’ di rabbia e nostalgia, a come si cambia nel giro di pochi anni, ad un amore giovanile, quando “sulle mie dita c’eri sempre e solo te”. Poi c’è il rapporto combattuto e complesso tra Ligabue e la fede: “Tu che conosci il cielo” è appunto un dialogo tra l’artista e qualcuno che conosce il cielo meglio di lui. Ci si sente un po’ soli in questa canzone che ci pone di fronte all’Inspiegabile, all’Infinito Sconosciuto che ci tormenta o ci allieta da secoli. Ma viene trattato con leggerezza, come se Dio fosse un vecchio seduto al bar a cui rivolgersi con tono familiare: “Tu che conosci il cielo saluta Dio per me e digli che sto bene considerando che... [...] Intanto sono in viaggio, digli pure che io sono in viaggio, non lo so dove vado ma viaggio e gli porterò i mie souvenirs”.
In “Chissà se in cielo passano gli Who” il tema del “dopo-la-morte” viene in qualche modo smitizzato, stigmatizzato, per renderlo più “umano” e meno “intellettuale”. Ci si chiede metaforicamente che musica mandino lassù: “Chissà se in cielo passano gli Who, chissà che nome d’arte avrà il dj, se sceglie sempre e solo tutto lui, se prende le richieste che gli fai”. Un cd quindi “completo”, in cui il cantante emiliano si pronuncia con poesia e musica su vari aspetti, “bypassando” però il tema più prettamente politico, senza però omettere di citare quello “sociale”. In fondo, che dire? A volte è bello tornare a fare un viaggio nel recente passato, scoprire le canzoni che hanno condizionato, allietato o anche solo accompagnato per coincidenze cronologiche un periodo della nostra vita. E questo lavoro di Ligabue merita di essere riascoltato.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
19/04/2008
Ad appena otto mesi dal suo ultimo
lavoro, è appena uscito “Piccola faccia”, il nuovo album di Cristina Donà,
elegante cantautrice milanese- Dodici pezzi in cui chitarra e piano accompagnano
la sua voce incantevole
LA
“PICCOLA FACCIA” DI UNA GRANDE ARTISTA
A soli otto mesi dall’uscita de “La quinta stagione”, che ha ricevuto apprezzamenti dalla critica musicale, Cristina Donà ci regala un’altra delle sue perle: “Piccola faccia”, un album acustico in cui vengono reinterpretati in una nuova chiave essenziale i brani più significativi della sua carriera. Una carriera iniziata nel 1991, supportata da un certo Manuel Agnelli (Afterhours) e da un tale Mauro “Joe” Giovanardi (La Crus). Sicuramente un biglietto da visita importante, ma la ragazza ha anche grinta e talento da vendere e sa farsi da subito apprezzare nel panorama musicale italiano di quegli anni, grazie alla sua voce sensuale e unica, alle sue parole, ai suoi testi che sanno entrare in profondità nell’animo dell’ascoltatore più esigente. Il suo primo album, “Tregua”, è anche il suo primo successo: le regala notorietà, svariati premi della critica, ma soprattutto le consente di esprimere in modo nitido tutta la sua bravura e le svariate espressioni del suo spirito.
Da quel momento in poi sarà un susseguirsi di importanti collaborazioni con svariati musicisti di fama tra cui: Ben Harper, Robert Wyatt, David Byrne, Marco Parente, Ani DiFranco, oltre che con il già citato Manuel Agnelli; premi e recensioni sulle più importanti riviste di musica internazionali, partecipazioni a famosi festival europei, concerti in tutta Italia ma anche in giro per il mondo, altri successivi cinque album, tra cui uno interamente in inglese che viene distribuito in ben 33 paesi, a significare che la sua musica non ha confini. Cristina ha sempre affascinato per la sua spontaneità, la sua verve da sognatrice che la contradistingue in ogni circostanza, sia che sia sul palco di un’importante manifestazione oppure al microfono di un’emittente radiofonica.
L’unicità del suo talento è accompagnata dalla storia della sua carriera: pur avendo suonato e cantato con importanti musicisti, pur avendo venduto migliaia di copie, ricevendo riconoscimenti, è sempre sembrata stare ai margini della musica che va in televisione, della musica di massa, lontana dal giro che conta; questo vale soprattutto per quel che rigurda la sua storia in Italia; infatti, in molti paesi europei, sopratttutto in Francia, è conosciutissima. E’ sempre sembrata quasi più a suo agio sul palco in una piazza di una piccola cittadina di provincia, davanti a poche centinaia di persone, piuttosto che davanti al grande pubblico; forse per proteggere la sua musica, il suo genio musicale o forse solamente per via del suo carattere “sopra le nuvole”.
Idolatrata dalla miriade di appassionati di musica alternativa, da quelli che conoscono i brani a memoria di decine di gruppi fantasma, quei gruppi che non hanno la fortuna di essere recensiti dalle grandi testate o di essere distribuiti dalle case discografiche che purtroppo contano ancora tanto. La svolta di questi ultimi anni è la conseguenza del nuovo contratto firmato con la Emi, dopo anni passati con la leggendaria etichetta Mescal. Tutti i suoi album sono stati ristampati e ridistribuiti; l’uscita inaspettata di “Piccola faccia” fa parte anche di questa nuova stagione che sta vivendo la cantautrice: matura per approcciarsi al grande pubblico, con la voglia di rischiare, sorprendendo e andando controcorrente. In tutti i dodici brani, Cristina è accompagnata da chitarra o piano o da entrambi: una affascinante miscelazione, anche se sono le parole dei testi che la fanno da padrona; danno sostanza, fascino, emozioni all’intero progetto.
Molte tracce riportate ad un fasto minimale ed essenziale rinvigoriscono il loro passato successo: la bellissima ballata “Aridità dell’aria”, tratta da “Tregua”, è da pelle d’oca; brani che fanno riflettere come “Goccia” o “Stelle buone”, che aprono a visioni parallele e spunti di riflessione, offrono nuove sensazioni che diventano sempre più personali e intime con questa nuova veste. Non mancano le chicche: due cover (“Sign your name” e “I’m in you”) che da buona musicista e interprete è riuscita a fare quasi sue, con il suo particolare timbro di voce e il suo pathos nell’interpretazione, dando ad esse una forte impronta personale. In “Settembre”, brano tratto dal suo ultimo album, c’è il duetto con il buon Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Un ulteriore marchio di qualità è dato dalla supervisione di Peter Walsh, che ha prodotto l’intero album. Per chi non conoscesse ancora le doti artistiche di Cristina Donà, che ha realizzato con i suoi disegni anche il book, “Piccola faccia” è una buona occasione da non farsi sfuggire.
Andrea Volpi –ilmegafono.org
Parole
in musica- Questa settimana, la nostra consueta rubrica
dedicata ai testi delle canzoni parla di bellezza, attraverso le parole dolci e
poetiche, oppure rabbiose e sofferte di grandi cantautori della musica italiana
IL
“BELLO” DELLA MUSICA
Una delle parole più utilizzata nei testi delle canzoni, proprio perché rappresenta l’eterna meta verso cui tende naturalmente l’uomo, è l’aggettivo “bello”. Usato sia al maschile sia al femminile, ed in certi casi anche al superlativo, serve per individuare uomini e donne dotati del dono della bellezza, tanto interiore quanto esteriore. I toni sono i più diversi: si passa da testi dolci e delicati, come “Bella” di Jovanotti o “Sei la più bella del mondo” di Raf, a canzoni ricche di rancore e sofferenza, quali “Bella senz’anima” di Riccardo Cocciante o “Sei bellissima” di Loredana Bertè. Raf con la sua solita semplicità e linearità scrive una canzone, dedicata alla moglie, che rivela tutto il sentimento di un uomo innamorato che vede davanti a sé la donna più bella del mondo: “E tutto quanto il mondo intorno è più blu, non c’è neanche una salita quando ci sei tu, tu che sei la perfezione, per fortuna che ci sei. Apro le mie braccia al cielo e penso: sei la più bella del mondo, sei la più bella per me, ed era tutta la vita che non aspettavo che te”.
Anche Jovanotti scrive una delicata poesia in cui egli richiama una serie di immagini quotidiane ma allo stesso tempo estremamente dolci, cui paragona la sua “bella”: “Bella come una mattina d’acqua cristallina, come una finestra che mi illumina il cuscino, calda come il pane, ombra sotto un pino, mentre t’allontani stai con me forever”. Molto più spregiudicata e cattiva la bella “senz’anima” di cui parla Cocciante: anche se l’amante ferito sembra aver imparato la lezione, non riesce ugualmente a liberarsi della donna che l’ha fatto soffrire: “Adesso so chi sei e non ci soffro più, e se verrai di là te lo dimostrerò, e questa volta tu te lo ricorderai. E adesso spogliati come sai fare tu, ma non illuderti io non ci casco più, tu mi rimpiangerai, bella senz’anima”. Anche la Bertè, in “Sei bellissima”, ricorda malinconicamente una tumultuosa storia d’amore passata, ma che le è rimasta dentro.
Il suo “strano uomo” l’ha ferita e cambiata, ma la faceva sentire unica quando le diceva “sei bellissima” e quando, accecato d’amore, la stava a guardare: “E ripensavo ai primi tempi, quando ero innocente, a quando avevo nei capelli la luce rossa dei coralli, quando ambiziosa come nessuna mi specchiavo nella luna e lo obbligavo a dirmi sempre: sei bellissima, sei bellissima”. Altra canzone in cui si dissolve un amore sofferto è “Bella da morire” degli Homo Sapiens. L’immagine centrale è quella di un pianto di domenica mattina per una ragazzina che, però, era bella da morire: “E piangere domenica mattina qui per te, che sei bella da morire, ragazzina, tu sul tuo seno da rubare, io non gioco più. E sei bella da morire, tutto sembra un film da girare troppo in fretta, con la fine sopra i tuoi blue jeans”. Decisamente più rock, “Bello e impossibile” di Gianna Nannini ed “Eri bellissima” di Ligabue.
Nella prima, molto semplicemente si parla di un uomo tanto bello quanto impossibile, che viene descritto con dovizia di particolari dalla cantautrice: “Bello, bello e impossibile, con gli occhi neri e il tuo sapor mediorientale. Bello, bello e invincibile, con gli occhi neri e la tua bocca da baciare”. Nella seconda canzone, accompagnata tra l’altro da uno splendido video, Liga canta con una certa soggezione di questa donna bellissima ed inafferrabile, che appartiene ai suoi ricordi giovanili: “Eri bellissima, lasciatelo dire, eri di tutti ma non lo sapevano e tu lo sapevi che facevi gola e soggezione. Siamo stati insieme e comunque non mi hai conosciuto mai. Ma adesso dimmi com’è andata? Com’è stato il viaggio di una vita lì con te? Io spero solo tutto bene, tutto come progettavate voi da piccole. Stai bene lì con te”.
Anche i Modena City Ramblers si sono fatti tentare dalla voglia di parlare di una “bella”, vale a dire “Remedios la bella”, la quale, però, sembra essere più un angelo che un essere umano, in quanto venuta dal cielo: “Era nata racchiusa in un raggio di sole e in un volo di farfalle dorate, e i suoi occhi di brace e i capelli d’argento illuminavano la notte antillante. L’indovino diceva che Remedios la bella era un dono mandato dal cielo dopo anni di fame e di schiene piegate per la gente di Santa Maria”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
12/04/2008
“La
malavita” è il penultimo album dei Baustelle, forse quello di maggiore
successo, pubblicato nel 2005: un lungo, tormentato cammino dentro
l’interiorità tenebrosa dell’essere umano, tra ragione e follia, tra caos e
ordine
IN
VIAGGIO NELL’OMBRA COI BAUSTELLE
“Vivere non è possibile, lasciò un biglietto inutile, prima di respirare il gas, prima di collegarsi al caos”. Già dalle prime parole de “La malavita”, penultima fatica dei Baustelle, si intuisce il leitmotiv del cd. Sì, perché Bianconi & co. si muovono sul sottile filo della tenebra, tra il caos e l’ordine, tra ragione e follia. Ed ecco quindi i protagonisti di questo cd. L’amica “stronza”, ne “La guerra è finita”, è una ragazza come tante, senza identità. Passa da una t-shirt vagamente psichedelica ad un rapporto con un nazista “conosciuto in una rissa”. Chissà in quanti possono riconoscersi in questo caos che pervade il cuore in piena adolescenza. E quest’età sembra essere un vero e proprio rito di passaggio che supera solo chi ha un carattere forte e deciso, non c’è spazio per la debolezza e la riflessione. E forse neanche per la passione che ci trascina. Poi incontriamo “Sergio”, un “matto” rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Il testo è un delirio autobiografico, nel quale si individua la ciclicità del ritornello (“E il cielo è blu, lo dici tu, nessuno è blu, nessuno più, non c’è la cura. Cristo Gesù mi salvi tu, le botte blu, dottori blu”) e sembra di scorrere le diapositive sullo schermo della memoria di una persona che ha sofferto.
Poi, è il turno di “Revolver”, forse la più struggente, intensa e “cattiva”, interpretata con forza e passione da Rachele Bastreghi. La protagonista è quasi strafottente nella sua indifferente accusa: “Dico solo poche frasi, prendo solo forti dosi, vivo male questa porca vita, sono nella malavita, spreco piombo, il mio cuore l’ho lasciato morto, marcio, violentato”. Chiude poi il racconto della sua vita, sul punto di suicidarsi, con un intensissimo “non piango più, ti dedico la mia vendetta, e un buco di proiettile”. E poi i ragazzi “provinciali” che raccontano tutta la paranoia, la noia, la ciclicità di una vita da provincia, scandita da “balere ad ore piccole, chiesa cattolica, estetica anestetica, provincia cronica”. Quindi la triste storia de “Il corvo Joe”, a metà tra il barbone, lo sbandato ed un uccello che come lui cerca di scappare, volare, ma viene bistrattato perché “simbolo di paura e di morte”. Dopo “Un romantico a Milano”, si passa al brano “A vita bassa”, in cui la protagonista è una ragazza in cerca di identità, di personalità. Monica decide di “comprare” la personalità, che oggi altro non è che “la scritta Calvin Klein” o “la firma D&G tatuata sugli slip”.
E sono questi pantaloni che mettono in mostra l’identità nuova, tatuata sulla persona, che riescono a definirci, a rispecchiarci, a rappresentarci. Poi si arriva a “Perché una ragazza di oggi può uccidersi?”, in cui si riprende il tema de “La guerra è finita”, primo singolo dell’album. Infine, secondo l’umile parere di chi scrive, c’è “Il nulla”, che racconta l’incomunicabilità tra ragazzi, tra quelli che sono “nei caffè di Parigi” e quelli che chiedono chewing-gum, ma che tratta in modo strano e poetico anche l’idea dell’Essere del greco Parmenide: “Tutto è niente, l’Essere è”, perché dobbiamo accorgerci “della bugia che sta alla base del mondo, in un secondo coglierlo spogliato e crudo, il Nulla”. E il nulla, l’essere e il caos si mescolano pericolosamente nella vita dei protagonisti del cd. Con molta poesia e disincantata rassegnazione i Baustelle ci mostrano la tenebra dell’Essere.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Il
luogo più familiare e amato, lo spazio intimo in cui ci si ripara dal
quotidiano, ma anche un posto in cui si sta bene con sé e con gli altri: la
casa da ospitalità alle parole di tanti bellissimi e famosi brani
Se esiste un posto dove si sta sempre bene e ci si sente protetti quello è senza dubbio la casa. Anche nella musica questa parola è particolarmente presente, anche se non sempre con lo stesso significato. Spesso la casa viene metaforicamente utilizzata per far riferimento a qualcosa di familiare o di amato, non viene collocata in un posto ben preciso, ma si trova ovunque si stia bene con se stessi e con gli altri. Così è nella canzone di Jovanotti, “Questa è la mia casa”, in cui si narra la storia di un viaggiatore che si perde per il mondo e lascia indietro dei sassi sui suoi passi per non dimenticare la strada che ha fatto. Quando poi nostalgicamente canta “voglio andare a casa” si rende conto che in fondo quei “mille incroci di uomini, di donne, di occhi e di voci” sono proprio la sua casa: “Questa è la mia casa, la casa dov’è? La casa dove posso portar pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa dove posso stare in pace con te”.
La casa di cui ha nostalgia Bublè, invece, è quel posto dove si trova la persona che ama e di cui sente la mancanza quando è in giro per il mondo: “Another aeroplane, another sunny place. I’m lucky, I know... but I wanna go home. I’ve got to go home. Let me go home. I’m just too far. From where you are. I wanna come home” (trad. “Un altro aereo, un altro luogo soleggiato. Sono fortunato, lo so, ma voglio andare a casa. Io devo andare a casa. Lasciami andare a casa. Sono assolutamente troppo lontano da dove sei tu, voglio venire a casa”). Paola Turci, da parte sua, ci canta della strada “Verso casa” dove risuona un’assordante assenza: “Verso casa, il sole risveglia i colori di questa pianura, nulla è cosi evidente come la tua assenza, chiassosa assenza. Perché la vita non si è intonata con la tua voce limpida e ingenua, limpida e ingenua, limpida e ingenua”.
Anche
per Massimo Ranieri, in “Erba di casa mia”, la casa è qualcosa di
familiare, così come la sua erba: “Un’altra primavera chissà quando verrà,
per questo dalla vita prendo quello che dà... amare un’altra volta ecco cosa
farò! Mi illuderò che sia l’erba di casa mia”. Per concludere, una
delicatissima e, come sempre, poetica descrizione ce la offre Francesco De
Gregori in “La casa”: “Costruisco questa casa senza inizio e senza fine,
come il sole a mezzogiorno quando incendia le colline, costruisco questa casa,
questa casa sul confine. E ci pianto quattro spine, quattro spine dolorose, e ci
pianto quattro spine, quattro spine, quattro rose, che raccontano la vita, che
raccontano l’amore, quattro spine quattro rose da portare dentro al
cuore...”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
5/04/2008
Un
nuovo gruppo, i Los Campesinos!, formato da ben otto giovani gallesi, si
affaccia sul panorama della musica mondiale- Il loro filone è quello dell’
indie rock, il loro divertente album si intitola “Hold on now youngster”
ATTENTI
AI LOS CAMPESINOS!
Sono in otto e sono gallesi, suonano indie rock e sono giovani, sono usciti da poco con il loro cd “Hold on now youngster”. Si dirà: e allora? Uno dei tanti gruppi indie nati di là dal mare, che cantano con la lingua di Shakespeare, sull’onda lunga firmata Libertines e Babyshambles. Gran parte di tutto ciò è vero. Ma cosa ha aggiunto questo gruppo (numeroso per una band dei nostri giorni) dal nome spagnolo? Basta comprare il cd al prezzo di 18 euro e rendersi conto dell’energia dei testi e della musica. Per chi già abbia conosciuto Libertines, Arctic Monkey & co., del filone indie probabilmente risulteranno evidenti gli accenti e le quasi citazioni verso gli iniziatori del genere. Ma sicuramente non si pecca di banalità. La polifonia, garantita dal gran numero di strumenti utilizzati (violini, xilofono, oltre ai “classici” e immancabili chitarra, basso, batteria), permette una ampia varietà di stile, percettibile anche da orecchie poco esperte.
Entriamo meglio però nel midollo di questo cd, lanciato dai singoli “Death to Los Campesinos!” e “You! Me! Dancing!” (spassosi i video facilmente rintracciabili sul polivalente youtube.com). Si avverte subito la “ballabilità” delle musiche, mentre i testi restano un po’ oscuri e anche difficili da seguire per noi che non mastichiamo benissimo l’inglese. Sicuramente “Death to Los Campesinos!” e “You! Me! Dancing!” emergono sul piano della qualità perché, effettivamente, si apprezza una lieve differenza di stile con le altre. Che però non sono assolutamente deprecabili. Basti citare “Don’t tell me to do the Math(s)” e “And we exhale and roll our eyes in unison”. Volendo, anche dagli stessi titoli scanzonati dei brani si evince la vitalità del gruppo di gallesi.
Menzione
particolare merita “This is you spell: hahahah, we destroyed the hopes and
dreams of a generation of faux-romantics”, di cui ci piace ricordare
l’emblematica frase: “What right do you have to have nightmares about me
when all I wanted was to sleep?”. In conclusione,
il bello di questo genere sta nella sua costante freschezza e vitalità. Questo
gli assicura ottimi ascolti tra adolescenti “alternativi” e un po’
spensierati. Purtroppo questa caratteristica lo rende, a parere di chi scrive,
un genere e un tipo di musica tipicamente “estiva”, volendo intendere con ciò
che si presta benissimo ad allietare le nostre giornate allegre, mentre magari
andiamo al mare. In giornate tristi può produrre strani casi di rabbia ed
insofferenza. Handly with care (Maneggiare con cura).
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- In questo periodo fa spesso comparsa la pioggia, tipicamente primaverile, con i suoi profumi, con la sua poesia- E cantando sotto la pioggia, tante famosissime canzoni “bagnate” e fortunate hanno preso forma
IL
SUONO E L’ODORE DELLA PIOGGIA
La pioggia è da sempre fonte di ispirazione per cantanti e poeti: chi non ricorda, per esempio, la delicatezza dei versi e l’intensità delle immagini della “Pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio? A seconda dei periodi e dei contesti in cui la si inserisce, la pioggia assume diverse valenze: possiamo goderci il rinfrescante sollievo di una pioggia nel bel mezzo dell’arsura estiva oppure provare malinconia durante le prime piogge autunnali che inumidiscono l’aria ed annunciano la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Quel buon odore misto di acqua, terra e tenera erba sembra colpire il nostro olfatto solo pensando alle gocce che cadono leggere dal cielo e si aprono al contatto col suolo. Proprio per la sensazione che riesce ad evocare, la pioggia è anche ottima figura che serve per veicolare metafore più o meno nascoste. Non è raro, infatti, trovare l’accostamento delle gocce di pioggia alle lacrime. Probabilmente la canzone italiana più famosa che evoca la pioggia è “Piove” di Domenico Modugno. Nel brano viene cantata la fine di un amore che si risolve sotto le gocce d’acqua che si confondono con le lacrime: “Ciao ciao bambina un bacio ancora e poi per sempre ti perderò. Come una fiaba l’amore passa, c’era una volta poi non c’è più. Cos’è che trema sul tuo visino: è pioggia o pianto dimmi cos’è. Vorrei trovare parole nuove, ma piove piove sul nostro amor”.
Con una valenza tutt’altro che negativa, in “Piove” di Jovanotti, la pioggia è qualcosa di positivo, quasi necessario, perché la natura, così come i sentimenti, possano rifiorire: “Tu che credevi che oramai le tue piantine si eran seccate e non sarebbero cresciute più! Hai aspettato un po’, ma senti come piove sulla tua testa! Senti come viene giù! Non eri tu che ormai ti eri rassegnata e che dicevi che non ti saresti più innamorata? La terra a volte va innaffiata con il pianto, ma poi vedrai la pioggia tornerà!”. Altra famosissima canzone italiana è “Scende la pioggia” di Gianni Morandi: nonostante la pioggia cada, le preoccupazioni d’amore hanno il sopravvento: “Scende la pioggia ma che fa, crolla il mondo intorno a me, per amore sto morendo”. Un tono del tutto diverso ha la celebre “Singing in the rain” (“Cantando sotto la pioggia”). L’allegria e la gioia si materializzano cantando con un ombrello sotto la pioggia. Non si può dimenticare di citare “Cade la pioggia”, cantata dai Negramaro con Jovanotti: “Dimmi a che serve restare lontano, in silenzio, a guardare la nostra passione che muore in un angolo. E dimmi a che serve sperare se piove e non senti dolore, come questa mia pelle che muore, che cambia colore, che cambia l’odore”.
Un’altra
splendida ballata con le sonorità irlandesi tipiche dei Modena City Ramblers è
“In un giorno di pioggia”. Sotto il cielo d’Irlanda si svolge una
romantica storia d’amore il cui momento iniziale è caratterizzato dalla
pioggia gentile: “E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta, il vento
dell’ovest rideva gentile e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi
hai preso per mano portandomi via”. Anche Carmen Consoli si è lasciata
sedurre dal fascino della pioggerellina primaverile: “Pioggia d’aprile,
dolci fragranze s’inseguono e poi si disperdono lungo il pontile e tra i
mandorli in fiore. La tanto attesa, calda stagione sembra quasi che voglia farsi
aspettare…”. Infine, hanno cantato dolcemente la pioggia anche Vinicio
Capossela e gli Africa Unite rispettivamente con “Pioggia di novembre” e
“Mentre fuori piove”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
NUMERI DI MARZO 2008
29/03/2008
Il
prestigioso riconoscimento, alla sua sesta edizione, premia l’artista che ha
saputo meglio rappresentare i temi legati ai diritti umani- Dieci finalisti per
un unico vincitore che si aggiungerà all’elenco di illustri predecessori
CHI
VINCERÀ IL PREMIO AMNESTY 2008?
E’ entrato nel vivo il Premio Amnesty Italia 2008, giunto ormai alla sua sesta edizione. Per chi ancora non lo sapesse si tratta di un premio che la sezione italiana di Amnesty International, nota associazione impegnata nella lotta contro la violazione dei diritti umani, assegna annualmente, a partire dal 2003, all’artista che, nei dodici mesi precedenti, meglio di tutti ha saputo affrontare i temi legati proprio ai diritti umani. Amnesty, insieme all’associazione “Voci per la libertà”, in queste settimane ha scelto e ufficializzato i dieci finalisti candidati a vincere l’edizione del 2008. Il premio sarà assegnato in occasione della XI edizione del concorso musicale nazionale dal vivo “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty”, riservato ad artisti e gruppi emergenti, che si svolgerà a Villadose (Rovigo) dal 17 al 20 luglio prossimi.
Una manifestazione musicale che intende premiare coloro che meglio rappresenteranno i principi sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in un’edizione che sarà particolarmente significativa proprio perché si svolge nell’anno in cui si celebrerà il 60° anniversario della proclamazione della Dichiarazione, che fu firmata ed adottata a Parigi il 10 dicembre del 1948. La rosa dei dieci finalisti del Premio Amnesty 2008 è composta da: Eugenio Bennato (“Canzone per Beirut”), Giorgio Canali e Rossofuoco (“Canzone della tolleranza e dell’amore universale”), Gemelli Diversi (“Boom!”), Gianna Nannini (“Mosca cieca”), Negramaro (“Tu ricordati di me”), Radiodervish (“Milioni di promesse”), Remo Remotti (“La guerra dei vecchietti”), Antonella Ruggiero (“Canzone fra le guerre”), Subsonica (“Canenero”), Tetes de bois (“Avanti pop”).
Un elenco, come si può notare, che comprende artisti di primo piano, alcuni dei quali particolarmente impegnati, attraverso le proprie canzoni, nel veicolare messaggi di pace e di giustizia. A scegliere il vincitore sarà, nelle prossime settimane, una giuria composta da una ventina di giornalisti e addetti ai lavori. Il Premio Amnesty è un riconoscimento molto importante e prestigioso, che conta tra i vincitori delle cinque precedenti edizioni nomi illustri della musica italiana: Daniele Silvestri (“Il mio nemico non ha divisa”, 2003), Ivano Fossati (“Pane e coraggio”, 2004), Modena City Ramblers (“Ebano”, 2005), Paola Turci (“Rwanda”, 2006) e Samuele Bersani (“Occhiali rotti”, 2007). Chi vincerà quest’anno? Non ci resta che attendere...
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Parole
in musica- Immaginando di sfogliare un calendario, indicando una
canzone per ogni pagina, è venuta fuori una selezione capace di accompagnare
tutti i mesi- Marzo e maggio i più “ricchi”, ma settembre è leggenda
UN
CALENDARIO DI COLONNE SONORE
I mesi scandiscono il tempo che passa, diventano cornici entro cui celebrare la durata della propria presenza in questo mondo, racchiudono giorni che sono diventati particolarmente noti per una ricorrenza festosa oppure perché ricordano eventi storici fondamentali. Ognuno di noi ha il suo mese prediletto, quello in cui tutto sembra possibile, perché solitamente lo si identifica con un periodo fortunato o perché ci fa sentire particolarmente positivi nei confronti delle persone e delle cose che ci stanno intorno. Ogni mese, poi, come sostengono gli appassionati dello zodiaco, è considerato capace di influenzare il carattere delle persone. Uscendo però dalle sensazioni personali degli individui, torniamo all’elemento più importante, vale a dire il tempo. I mesi sono figli delle stagioni, strettamente connessi ad esse, al clima ed ai colori che ci impongono, agli umori che ci suggeriscono. Immaginando di scorrere un calendario, indicando una colonna sonora per ogni pagina, è venuta fuori una selezione capace di “coprire” tutti i mesi, alcuni dei quali possono contare su più brani oppure su grandi successi. Ad aprire le danze è una vecchia canzone di Fabrizio De Andrè, “Preghiera in gennaio”, struggente invocazione dedicata ai suicidi, a tutti quei “morti per oltraggio che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio”.
Febbraio non è protagonista di molti brani, ma può vantarsi di essere cantato da un’ottima artista, Alice, su un testo (“Febbraio”) scritto dall’indimenticabile Pier Paolo Pasolini: “Poi è tornato febbraio, dunque era il tornare che faceva del tempo un nulla, un bene e un male. E dentro quel cerchio l’amore per sé stessi trovava che tutto gli assomigliava”. Il terzo mese dell’anno è tra i più fortunati, potendo contare su due grandi pezzi, interpretati da due delle voci più belle della musica italiana: “Marzo” di Giorgia, delicato ed appassionato canto d’amore, e “Giardini di marzo” del leggendario Lucio Battisti, malinconica e celebre canzone scritta insieme a Mogol ed aperta dall’inconfondibile frase: “Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati, al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti”. Carmen Consoli ci regala la melodia giusta per la quarta pagina del nostro calendario: “Pioggia d’aprile” racconta attraverso suggestive immagini lo scenario consueto di un giorno di pioggia che, nel Sud costiero, sembra ritardare l’arrivo della bella stagione: “Pioggia d’aprile, sui litorali desolate si adagiano le imbarcazioni dei pescatori. Pioggia d’aprile, dalle finestre donne operose raccolgono i panni stesi ad asciugare. La tanto attesa, calda stagione sembra quasi che voglia farsi aspettare”.
Anche maggio può gioire per la presenza di due grandi successi cantati da due splendide voci: la dolcissima “Fiore di maggio” di Fabio Concato, con la sua celebre frase iniziale (“Tu che sei nata dove c’è sempre il sole...”), e “Le notti di maggio”, scritta da Ivano Fossati ed egregiamente interpretata dall’inimitabile Fiorella Mannoia. Alla pagina sei, troviamo “Giugno ‘84” di Tiziano Ferro, in cui l’autore canta ad una donna del passato: “...e se ripenso al tuo sguardo del giugno ‘84 il mio rimpianto sarai per sempre tu”. Andando avanti, anche se Carmen Consoli ha scritto un bellissimo brano (“Quattordici luglio”), la colonna sonora del caldo mese estivo non poteva che essere “Luglio” di Riccardo Del Turco, un brano sull’amore scandito da un allegro e spensierato motivetto: “Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà...Luglio m’ha fatto una promessa, l’amore porterà”. Splendida la canzone che accompagna agosto: si tratta di “Luna di città d’agosto” di Jovanotti, caratterizzata da un testo malinconico, dolce e ricco di poesia: “Luna di città d’agosto, che sembri solamente mia in questo asfalto posto, con la gente che se n’è andata via. Luna di città d’agosto, mi piace guardarti la schiena mentre sei girata verso il mare in questa nottata serena”.
Continuiamo a sfogliare, così potremo imbatterci in uno dei capisaldi degli anni sessanta-settanta, un pezzo immortale che ancora oggi canticchiamo o suoniamo alla chitarra: “29 settembre”, canzone scritta da Mogol e Battisti, interpretata e portata al successo (oltre che dallo stesso Battisti) dall’Equipe 84 di Maurizio Vandelli. Le sue strofe le conosciamo a memoria: “Seduto in quel caffè io non pensavo a te....Guardavo il mondo che girava intorno a me...Poi d’improvviso lei sorrise e ancora prima di capire mi trovai sottobraccio a lei, stretto come se non ci fosse che lei”. Lucio Dalla è il protagonista del terz’ultimo mese dell’anno, con “Malinconia d’ottobre”, brano in cui, come si evince dal titolo, prevale una nostalgica solitudine: “Malinconia d’ottobre per tutto quello che non ho. Un cane passa, piscia e ride e aspetta insieme a me il tram di mezzanotte che han cancellato o non c’è più”. Nella penultima pagina c’è Eros Ramazzotti, con “Sta passando novembre”, canzone molto triste e cruda, ispirata dal suicidio di una ragazza, cui l’autore non ha potuto dare aiuto.
Il
racconto in musica di una condizione difficile che molti giovani vivono, il
senso di un ricordo e di una speranza che, nel mese della commemorazione,
Ramazzotti affida ad una cometa: “E’ per te questo fiore che ho scelto, te
lo lascerò lì, sotto un cielo coperto. Mentre guardo lassù, sta passando
novembre e tu hai vent’anni per sempre. Ora che puoi prendere per la coda una
cometa e girando per l’universo te ne vai, puoi raggiungere, forse adesso, la tua meta, quel mondo
diverso che non trovavi mai…”. Chiudiamo con l’ultimo mese, l’ultima
pagina di questo calendario musicale. La canzone scelta è “Quando viene
dicembre” di Tosca, in cui il ricordo di tempi felici fatti di festa, di
musica, di allegra fantasia d’improvviso tornano a vivere nella mente, proprio
quando arriva lo scorcio finale dell’anno: “Festa e balli, fantasia è il
ricordo di sempre ed un canto vola via quando viene dicembre. Sembra come un
attimo, dei cavalli s’impennano, torna quella melodia che il tempo portò
via”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
15/03/2008
Davide
Di Rosolini è un cantautore siciliano capace di offrirci, tra situazioni reali
e fantasiose, un divertente ritratto della nostra vita quotidiana- Il suo cd,
“Storie del nostro e dell’altro mondo”, ci fa sorridere e pensare
L’IRONIA
INTELLIGENTE DI DAVIDE DI ROSOLINI
Quando l’ho visto suonare e cantare dal vivo, “con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così” e quel cappello alla Rino Gaetano, ho pensato di avere avuto una grande fortuna ad andare in quel locale, perché ho conosciuto un artista vero, bravo nella sua esibizione chitarra e voce, abile nel costruire delle ballate divertenti, esaltate da testi in cui l’ironia è il filo conduttore e ci permette tra un sorriso e l’altro di riflettere e di riconoscerci in alcune situazioni raccontate nelle canzoni. Lui è Davide Di Rosolini, cantautore siciliano, anzi, ad essere precisi è proprio di Rosolini, un paese della provincia di Siracusa...quando si dice che mai un cognome fu così azzeccato. Il suo cd, intitolato “Storie del nostro e dell’altro mondo”, è un quadro sonoro in cui puoi trovare la vita, quella reale fatta di storie ed esperienze personali, di amore per quella donna che con uno sguardo ti ruba il cuore, ma anche quella immaginaria, caratterizzata da leggende e da scenari alla Tolkien, popolata di guerrieri, hobbit e folletti.
Quindici canzoni, o meglio, quattordici canzoni più “Secondi anti sfiga” (trenta secondi di un leggero “rumore” che cerchi di capire cosa sia!), cantate dalla voce del “bardo” Davide, cantautore-giullare, che è accompagnato da sonorità alla De Andrè, che ci offre le sue rime, in cui rintracciamo l’originalità di Rino Gaetano e l’ironia assurda e paradossale di Elio e le Storie Tese, ma con un’ambientazione più realista, che rende unico lo stile di Davide Di Rosolini. Il disco si apre con “Il bardo”, in cui il cantante ci parla del suo sentirsi bardo e ci racconta di cantare e suonare il più delle volte per la gente, gratis, “sfruttato e con un service scadente”, affermando con ironia la sua bravura ed il suo rango superiore, che gli permetteranno di diventare famoso e di trasformare in peggio il suo carattere. Poi si arriva a “Rastaman”, un brano divertente, uno dei più belli dell’album, in cui ci si interroga su cosa sia un Rastaman, giocando molto con le parole, soprattutto con la parola Rasta (che in siciliano significa pianta), ed arrivando alla conclusione che si tratti di un supereroe come Superman, Batman, ecc.
Poi, dopo “Clara dal seno enorme”, dedicata ad una donna di cui tutti apprezzano il decolleté senza accorgersi delle altre sue qualità, possiamo ascoltare “Figlio di papà”, geniale brano sul “dramma” vissuto da molti ragazzi quando, avendo solo cinque euro in tasca, sufficienti per una serata tranquilla tra amici a base di musica, arriva qualcuno (in questo caso le ragazze) a proporre di spostarsi in un pub o ristorante “dove per prendere una birra devi firmare una cambiale”. Poi troviamo: “Valzer per Mariella”, canzone d’amore dedicata ad una ragazza capace di far sobbalzare il cuore e di invadere dolcemente i sogni; “L’arte della scaccia”, ballata per ricordare la “scacciara” del paese, cioè colei che preparava e vendeva le focacce tipiche della zona orientale della Sicilia;
“Ballata del suicida che amava giocare a Dungeons and Dragons”, divertentissima e paradossale storia di uno sfortunato aspirante suicida; “Neeranel”, difficile storia d’amore tra un hobbit ed un’elfa, e il “Barbaro puzzone”, canto contro le apparenze e contro l’emarginazione. Un altro dei pezzi più belli e intelligenti è “La leggenda del guerriero con l’unghia incarnita”, che racconta la vicenda di un guerriero, il cui difetto fisico è diventato la sua grande forza. Una ballata “educativa”, cantata sapientemente da Davide, la cui voce a tratti assume tonalità che ricordano quelle proprie di De Gregori. Un’altra canzone d’amore ambientata nella leggenda (“Dunkan”) precede “La breve storia della gna Marietta”, pezzo in dialetto in cui la protagonista è uno dei personaggi che popolano il paese, non sappiamo se realmente esistente o se frutto della fantasia dell’artista.
Dopo i “Secondi anti sfiga”, gli ultimi due brani sono “Inno alla gioia”, un paradossale inno alla felicità affidato ad una melodia tristissima, ed infine “U ma stereu da Sony” (“Il mio stereo della Sony”), canzone “struggente” in dialetto dedicata ad uno stereo speciale, con mille funzioni, comprato con i risparmi del lavoro e disintegrato per sbaglio dal pulsante “Autodistruzione”. Un album molto bello, gradevole da ascoltare, piacevole dal punto di vista musicale e divertente nei testi. Nelle situazioni raccontate possiamo rivedere noi stessi e le nostre vicende quotidiane, ridendo di ciò. Quando finirete di ascoltarlo, infatti, vi accorgerete di avere il volto attraversato da un sorriso e da tutto il buonumore che Davide Di Rosolini, con delicata ironia, è in grado di suscitare. Se venite a sapere di un suo concerto, vi consiglio di andarci, rimarrete soddisfatti. Intanto, se volete saperne di più, visitate questi indirizzi: www.tetramartire.it/davidedirosolini oppure www.myspace.com/davidedirosolini.
Massimiliano
Perna –ilmegafono.org
Parole
in musica- Questa settimana dedichiamo la nostra rubrica all’arrivo
della primavera, offrendovi una selezione di brani dedicati alla bella stagione-
Tra amori, colori, risvegli, c’è anche una ballata contro la guerra
IN
PRIMAVERA SBOCCIANO ANCHE LE CANZONI
Come ogni anno, quando si avvicina la data del 21 marzo, in molti di noi comincia a svilupparsi una sensazione piacevole, gioiosa: il graduale passaggio dal clima rigido dell’inverno alla leggera e tiepida atmosfera primaverile ci mette di buon umore, ci riconcilia con il mondo, grazie ai colori vivi che cominciano ad invadere la natura, il paesaggio. La primavera porta con sé il calore del giorno, lo splendore di una luce nuova, accesa, il respiro profondo di profumi appena destati dal riposo invernale. E di fronte alla poesia che questa incantevole stagione offre ai nostri sensi, la musica non può rimanere insensibile. Ci sono diversi brani dedicati alla primavera, che spesso, per il senso di risveglio insito nella sua natura, diventa il simbolo positivo della libertà, della capacità di popoli costretti a subire l’inverno duro della dittatura e della guerra di “svegliarsi”, reagire, rivoluzionare un sistema cupo e spietato, riappropriarsi della propria libertà, della propria dignità. Ma la primavera è anche il simbolo dell’amore, del risveglio della sensualità, del fiorire dei sentimenti, insomma, in breve, è l’emblema dell’inizio o del ricominciare.
Abbiamo selezionato sei canzoni, tutte famosissime. La più celebre è anche la più vecchia, un classico della tradizione musicale italiana, con un’apertura che è diventata l’inno di questa stagione: “Mattinata fiorentina”, un pezzo degli anni ’40, interpretato dal cantante milanese Alberto Rabagliati, decano dello swing italiano. Una canzone che celebra l’amore e la libertà di amarsi, nella primavera della prima parte del ‘900, quando si poteva sfuggire ai rigidi controlli di una mentalità più chiusa, specialmente nei confronti delle donne. Se il titolo a molti di voi dice poco, basta leggere la prima strofa per sentire in testa quel motivetto inconfondibile: “È primavera, svegliatevi bambine, alle cascine, messere Aprile fa il rubacuor. E a tarda sera, madonne fiorentine, quante forcine si troveranno sui prati in fior. Fiorin di noce, c’è poca luce ma tanta pace, fiorin di noce, c’è poca luce; fiorin di brace, Madonna Bice non nega baci, baciar le piace, che male c’è?”. Un testo “ardito”, se si considera l’epoca in cui veniva cantato.
Anche per Marina Rei, nella sua “Primavera” (1997), la bella stagione coincide strettamente con le prime pulsioni delle giovani donne, che aspettano di “fiorire”, di sbocciare, di affidarsi all’amore desiderato: “...Lettere nascoste di segreti e gli appuntamenti alle quattro sotto al bar, con il motorino fino al centro giù in città. Respiriamo l’aria e viviamo aspettando primavera. Siamo come i fiori prima di vedere il sole a primavera; ci sentiamo prigioniere della nostra età, con i cuori in catene di felicità, sì, respiriamo nuovi amori aspettando che sia primavera”. I Dik Dik, invece, nella loro canzone “Il primo giorno di primavera” (1969), scritta da Mogol, cantano la triste coincidenza di un amore che è finito proprio il giorno dell’arrivo della bella stagione, dove invece tutto solitamente inizia. Una beffa, una contraddizione non voluta: “E’ il primo giorno di primavera, ma per me è solo il giorno che ho perso te. Qui in mezzo al traffico c’è un pezzetto di verde ed io mi chiedo perché mentre nasce una primula sto morendo per te”.
E a qualcuno la primavera piace meno, perché è responsabile di un amore sbocciato e poi svanito; è il caso di Loretta Goggi e della sua “Maledetta primavera” (1981): “Che resta di un sogno erotico se al mattino è diventato un poeta, se a mani vuote di te non so più fare, come se non fosse amore, se per errore chiudo gli occhi e penso a te. Se per innamorarmi ancora, tornerai maledetta primavera, che imbroglio se per innamorarmi basta un’ora, che fretta c’era maledetta primavera, che fretta c’era se fa male solo a me”. Carlos Santana, in “Primavera” (1999), canta la dolcezza di una stagione che gli ricorda la gioventù e che si presenta come una nuova era, una rivoluzione di libertà, come leggiamo nella traduzione del testo: “Pioggia di sole, come una benedizione la vita rinasce con la sua luce. La primavera è arrivata, tutto è così, ritorno alla radice, tempo di irrequieta gioventù. In primavera la terra diventa verde e le montagne e il deserto. Un bel giardino come il seme porta nuova vita, c’è in questa primavera una nuova era, nell’aria di questo nuovo universo oggi si respira libertà”.
Infine,
chiudiamo con la ballata anti-guerra di Enrico Ruggeri, “Primavera a
Sarajevo” (2002), in cui si racconta la vita e la musica che continuano a
pulsare, che sono pronti alla “primavera”, a ricominciare, ad andare avanti
e mettere alle spalle l’orrore di una guerra terribile, come quella combattuta
nell’ex Jugoslavia: “Dentro alle case mutilate dalla faida ancora suona la
balalajka, lungo i giardini, tra le croci e le moschee. Il fiume va più nero
della sera, oltre la torre e l’università, c’è sopra il ponte una bandiera
che sta sventolando ancora. Qui c’è ancora la città, qui c’è la gente
dentro al bar, il cielo è sopra la città e ci nasconde, ci confonde e cambia.
Qui c’è tutta la città, la mia. E’ primavera, è primavera, amore
aspettami che c’è una vita intera, c’è ancora sole a primavera...”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
09/03/2008
Nonostante le
polemiche, gli atteggiamenti falsamente snob di alcuni esperti, il Festival di
Sanremo rimane l’evento musicale italiano dell’anno- Questa edizione si è
distinta per l’elevato livello di molte canzoni in gara
UN’EDIZIONE
AD ALTISSIMA QUALITA’
Personalmente non appartengo alla schiera di coloro che snobbano sbrigativamente il Festival di Sanremo, ritenendolo un luogo penalizzante per la musica, una manifestazione cui bisogna andare contro. Ho sempre trovato sbagliato l’atteggiamento preconcetto di chi, per mostrarsi esperto e raffinato intenditore, guarda solo all’estero o ad un certo genere, ritenendo materiale di seconda serie la musica italiana e, nello specifico, Sanremo. Se si toglie la parte spettacolare e mediatica, la kermesse ligure ci regala quasi ogni anno delle interessanti novità: basti pensare che i Negramaro, per citare l’ultimo caso, hanno iniziato la loro scalata al successo proprio partendo dal palco della riviera sanremese. E i predecessori illustri sono tanti: da Vasco Rossi a Zucchero, da Ramazzotti alla Pausini, fino ad Elisa, Carmen Consoli e Bocelli, solo per citarne alcuni. Ed il Festival ha avuto tra i suoi partecipanti artisti come Rino Gaetano, Celentano, Mina, Mia Martini, Jovanotti, perfino gli elettronici Subsonica, che poco hanno a che vedere con la tanto denigrata tradizione italiana. L’edizione che si è appena conclusa, al di là delle polemiche sugli ascolti (non ce ne importa niente), ha mostrato un livello qualitativo molto alto, sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi. Forse a molti non è piaciuto proprio perché, questa volta, ci si trovava di fronte a brani poco commerciali, in cui ha prevalso il contenuto, l’originalità.
Anche le canzoni più smaccatamente festivaliere, come quelle di Cutugno, Tatangelo, Little Tony e Zarrillo sono state meno pesanti da digerire rispetto a quelle dello stesso genere apparse in altre edizioni. Certo, a mio giudizio, sarebbe stato meglio non far partecipare i Finley, Meneguzzi e Minghi, i cui brani erano bruttini (ovviamente secondo i miei gusti) ed esageratamente “sanremesi”, nell’accezione peggiore del termine, anche se quantomeno Minghi ha mantenuto il suo stile, che può non piacere ma è quello, è coerente. La classifica, come sempre, ha deluso, non premiando quegli artisti e quei brani che probabilmente avranno successo nei prossimi mesi. Va detto, però, che la canzone vincitrice, “Colpo di fulmine”, è molto bella e perfettamente coerente con lo stile della sua autrice, Gianna Nannini. Cantata da lei sarebbe stata incantevole e non sarebbe diventata la solita canzone da Festival, con poche possibilità di avere un lungo futuro in radio: è innegabile, infatti, che la sua trasformazione in stile musical, affidata alle pur splendide voci di Lola Ponce e Giò Di Tonno, la rende meno orecchiabile e cantabile, due qualità che l’ascoltatore chiede ai brani di Sanremo. Ad ogni modo è un ottimo pezzo, che non ha certo rubato niente e che ha avuto un plebiscito.
Per il resto, se il terzo posto di Fabrizio Moro, con la sua “Eppure mi hai cambiato la vita”, è meritato, poiché frutto di un’interpretazione eccellente e della capacità di scrivere una canzone d’amore non banale, ingiusti mi sono sembrati i piazzamenti arretrati di Max Gazzé, Sergio Cammariere, L’Aura ed Eugenio Bennato, che hanno contribuito in maniera determinante ad elevare la qualità della manifestazione. Cammariere (“L’amore non si spiega”) ha colpito con il suo consueto, delicato jazz, tutto incentrato sul pianoforte e su una voce particolare; Gazzé (“Il solito sesso”) ha interpretato alla grande un pezzo ironico e intelligente, difficilissimo da eseguire, per via dei numerosi cambi di tonalità; L’Aura (“Basta!”) ha emozionato con la sua splendida voce (che ricorda molto Elisa), capace di esaltare al massimo la bellezza del suo testo antiviolenza; Eugenio Bennato (“Grande Sud”), invece, ha portato sul palco tutta la sua abilità di musicista, con la “taranta” e le colorate contaminazioni etniche del Sud del mondo che ci hanno regalato sonorità suggestive costruite attorno alle parole d’amore per il Sud e per la sua grandezza. Anche Grignani (“Cammina nel sole”) merita una menzione, perché ha presentato un brano country-rock eseguito egregiamente grazie alla sua voce calda e originale.
Bene anche Mario Venuti (“A ferro e fuoco”), il quale sicuramente avrà successo radiofonico, come sempre, e Frankie Hi-Nrg Mc (“Rivoluzione”), che ci ha fatto sentire un bel ritmo, molto orecchiabile. Sufficienza per Mietta (“Baciami adesso”), canzone senza lode né infamia, ma gran bella voce. L’unica cosa che sinceramente non mi è piaciuta del Festival è la canzone dei Tiromancino (“Il rubacuori”), musicalmente scarna e poco originale, mentre sul piano dei contenuti molto lontana dalle aspettative. Un pezzo sui licenziamenti affidato a parole molto banali e senza un obiettivo finale, né una presa di posizione. Non capisco le grandi polemiche emerse prima del Festival, forse si è trattato di una semplice trovata pubblicitaria per “spingere” una canzone in realtà molto debole. Nota a parte per Tricarico (“Una vita tranquilla”), premiato con il premio della critica “Mia Martini”. Capisco la simpatia per l’eccentricità del personaggio, non si capisce se voluta o spontanea, ma forse si sta eccedendo nelle valutazioni. Forse è in atto una certa sopravvalutazione, visto che la canzone era anonima, l’interpretazione è stata pessima, l’originalità molto lieve. Se si pensa a gente come Rino Gaetano, fa davvero impressione ascoltare certi accostamenti che sono davvero “sacrileghi”. Chiudiamo con i giovani: quest’anno erano tanti quelli che meritavano di vincere ed è una circostanza rara.
Bene i Sonohra, vincitori del Festival con una canzone d’amore (anch’essa non banale), benissimo La Scelta, secondi con un brano bellissimo sulla fratellanza e l’integrazione, e Valerio Sanzotta, autore di un pezzo sul ‘900, caratterizzato da un testo di alto valore e da un ritmo a metà tra il folk americano alla Dylan e il folk irlandese tanto amato dai Modena City Ramblers. Applausi vanno alla delicata interpretazione di Giua, artista di cui probabilmente sentiremo ancora parlare, alla voce incredibile del giovanissimo Jacopo Troiani (anche se la canzone era pessima), ed all’originalità dei Frank Head, geniali e apprezzati da tutti, premiati giustamente con il premio della critica “Mia Martini”, un biglietto da visita che a loro aprirà molte porte. Insomma, la classifica non rispecchia del tutto i valori in gara, soprattutto tra i campioni, ma questa non è una novità, se si pensa, ad esempio, che Mia Martini arrivò nona con “Almeno tu nell’universo” e Vasco Rossi ultimo con “Vita spericolata”. Il continuo dibattito sulla classifica, sulle bocciature e sulle promozioni, giuste o meno, accompagna sempre la kermesse musicale ligure, ma poi è il pubblico, attraverso le radio e i dischi, a decretare il vero vincitore. Ma va bene così, perché Sanremo è anche questo, nel bene e nel male.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Il nostro sito
rilancia l’iniziativa per promuovere gratuitamente, attraverso questa pagina,
artisti emergenti o conosciuti sul piano locale e regionale- I precedenti sono
positivi, quindi, se volete, fatevi avanti
CONTINUA
LA NOSTRA INIZIATIVA MUSICALE
La nostra redazione informa tutti gli utenti del nostro sito che prosegue l’iniziativa lanciata a febbraio 2006, relativa alla promozione gratuita di cantautori, musicisti, autori non ancora conosciuti presso il grande pubblico. Oltre all’amore per la musica, in tutte le sue forme, e all’attenzione riservata a diversi generi, perseveriamo nella convinzione di dover fare qualcosa per permettere agli artisti emergenti, siano essi cantanti, cantautori, gruppi, musicisti o autori, di farsi conoscere in tutta Italia attraverso il nostro sito. Vogliamo dare la possibilità a chiunque faccia musica, nel caso in cui lo desideri, di pubblicizzarsi gratuitamente, di segnalarsi. Tra l’altro, abbiamo in cantiere un interessante progetto di cui vi parleremo non appena avremo in mano qualcosa di concreto.
La nostra idea di base deriva dall’esperienza avuta all’inizio del nostro cammino, nel 2006, quando gli Aioresis, un ottimo gruppo pugliese, che si cimenta con ottimi risultati nella pizzica e nella taranta, ci ha contattato via mail, inviandoci poi per posta il loro ultimo lavoro musicale, in modo da ottenere una recensione sul nostro sito. La nostra redazione ha ascoltato, con immenso piacere, il loro Cd, e ha pubblicato la relativa recensione, permettendo loro di farsi conoscere anche al di fuori del loro contesto abituale. Tante persone, attirate dalla curiosità o dall’amore per il loro genere, non solo in provincia di Siracusa, ci hanno chiesto informazioni su questo gruppo, di cui fino ad allora sconoscevano l’esistenza.
Dal febbraio 2007, poi, quando abbiamo lanciato per la prima volta la nostra iniziativa, diversi artisti ci hanno “affidato” i loro lavori, ottenendo visibilità gratuita e recensioni che sono state sempre apprezzate. E’ stato il caso dei Posh, dei Baciamolemani, dei Juda, dei Ueickap, dei Mala Manera, ecc. Insomma, crediamo che sia un bel veicolo di promozione gratuita, che noi vogliamo utilizzare per contribuire alla scoperta di artisti nuovi o conosciuti soltanto a livello regionale. o comunque conosciuti ma soltanto in una nicchia ben precisa del mondo musicale. Un’idea semplice che potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto utile per chi ama la musica. Per concludere, dunque, invitiamo chiunque voglia segnalare i propri lavori musicali, o quelli di artisti o gruppi amici, a contattarci all’indirizzo redazione@ilmegafono.org
La redazione de ilmegafono.org
01/03/2008
“Amen” è
l’ultimo album dei Baustelle, il terzetto indie rock toscano formato da
Francesco Bianconi, Claudio Brasini e Rachele Bastreghi- Quindici tracce più due
ghost tracks tra cui spicca il singolo “Charlie non fa surf”
BAUSTELLE,
15 VOLTE AMEN
Anno nuovo cd nuovo. È da poco uscito il nuovo cd del gruppo toscano “Baustelle”, dal titolo “Amen”. Altre 15 canzoni dagli autori di “La Malavita” e “Sussidiario illustrato della giovinezza”. I tre toscani Francesco Bianconi, Claudio Brasini, Rachele Bastreghi escono con 15 tracce e due ghost tracks. La loro bravura e originalità, anche e soprattutto nei testi, traspariva già dai brani dei precedenti cd, basti ricordare “Il nulla” e “La guerra è finita”. Il duetto canoro Bianconi-Bastreghi, l’utilizzo sottile e arguto di un’ampia gamma di stili, confluenti in genere nell’indie rock, sono il biglietto da visita di questo originale gruppo. In Italia il loro tipo musica non è molto diffuso. Nel nostro Bel Paese spaziamo dal rock alla musica leggera senza passare dall’indie. Ma addentriamoci nelle note di “Amen”. “Canzoni d’amore e riferimenti al contesto storico attuale” questa è la ricetta, secondo quanto dice Bianconi. Si attacca con l’intro “E così sia”. Ma si fa presto a entrare nello spirito di “Amen”.
“Colombo” apre le danze parlando di noi “architetti ricchi di Bel Air”, con chiari riferimenti alla società alto borghese occidentale. Subito dopo irrompe “Charlie fa surf”, il brano scelto come singolo e lanciato già da numerose radio. È il brano più chiacchierato ma forse anche più interessante del cd. Le chiavi di lettura sono due e contrapposte. Canzone di rivolta giovanile o più probabilmente critica ai giovani “alternativi” emo, grunge, metal che si inquadrano in quelle mode da cui vogliono fuggire? “Charlie fa surf” nasce da una visita alla galleria d’arte moderna di Rivoli e dalla vista del quadro “Charlie don’t surf”. Segue a ruota l’impegnata e trascinante “Il liberismo ha i giorni contati”, la storia di una rivoluzionaria disillusa davanti a questo mondo, la distruzione degli ideali. E poi di seguito “L”, “Antropophagus”, “Panico!”, “Alfredo”, “Dark Room” e “L’uomo del secolo”, il racconto di un vecchio moribondo, un uomo che ha vissuto il secolo appunto. Poi ancora “La vita va”, “Ethiopia”, “Andarsene così”, le due tracce in negativo “No steinway”, “Spaghetti Western”.
Come
dice lo stesso Bianconi, è inutile cercare un filo conduttore tra le canzoni:
“A rileggerli adesso, mi pare che averli racchiusi tutti in una scatola col
titolo “Amen” sia stato giusto. C’è infatti un’idea di Dio, di Sacro,
quasi in ogni canzone”. Lo specchio di un mondo allo sbando nel quale però
noi poveri uomini non smettiamo di cercare un di più, un Alto, un Qualcosa che
ci spieghi come vanno le cose. Non so se sia giusto o meno fare confronti con
altri cd, ma nonostante la potenza espressiva di qualche canzone, “Amen”
avrebbe potuto avere più slancio. Più intensità forse. Ma ognuno deciderà
per sé. Intanto tra le curiosità di questo cd ricordiamo che tra le guest
stars troviamo Alessandro Alessandroni, che ha prestato il suo fischio alle
colonne sonore dei film western di Sergio Leone. In definitiva, come ricordano
gli stessi “Baustelle” nella copertina, sotto il cd scuro, “questo cd va
suonato a volume molto alto e, se possibile, non va usato come sottofondo.”
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Tantissime le canzoni che hanno per protagonisti
gli animali, utilizzati dagli autori per descrivere le proprie vicende o quelle
del mondo- Se De Gregori si definisce “il primo cane”, la Rettore fa scandalo
con il “Kobra”
GLI
ANIMALI COME UTILE METAFORA
Gli animali, specie quelli domestici, sono ormai protagonisti della nostra vita, essendo diventati, per molti, dei veri e propri membri della famiglia o dei fedeli compagni di vita, capaci di spazzare via i silenzi monotoni della solitudine. Nel panorama musicale, invece, gli animali sono usati come metafore, come mezzi discreti per descrivere le delicate vicende umane. Così un cane può diventare il simbolo della solitudine di un uomo, mentre un pappagallo può nascondere la propensione di qualcuno a ripetere i concetti che il potere vuole diffondere, oppure un serpente può assumere un doppio significato a sfondo erotico. E se Lucio Dalla ci invita a stare sempre “attenti al lupo”, Edoardo Bennato e Mal dedicano i loro brani ai personaggi di due storie diverse che hanno appassionato i bambini: il cantautore napoletano, con “Il gatto e la volpe”, canta i due leggendari personaggi del Pinocchio di Collodi, che incarnano la furbizia e la scaltrezza, mentre Mal, con la sua “Furia”, racconta del famoso “cavallo del west che va più forte di un jet”. Ma ci sono tante canzoni, più complesse, in cui gli animali diventano protagonisti e offrono la propria immagine e le proprie caratteristiche alle intenzioni degli autori.
Francesco De Gregori, in “Quattro cani” (1975), canta di tre cani ed una cagna che, probabilmente, corrispondono a quattro persone esistenti, tra cui egli stesso, il quale dovrebbe essere proprio il primo cane: “Quattro cani per strada: il primo è un cane di guerra e nella bocca ossi non ha e nemmeno violenza. Vive addosso ai muri e non parla mai, vive addosso ai muri e non parla mai. Il secondo è un bastardo che conosce la fame e la tranquillità ed il piede dell’uomo e la strada. Ogni volta che muore gli rinasce la coda. E il terzo è una cagna, quasi sempre si nega, qualche volta si dà e semina i figli nel mondo. Perché è del mondo che sono figli, i figli...Il quarto ha un padrone, non sa dove andare, comunque ci va, va dietro ai fratelli e si fida. Ogni tanto si ferma ad annusare la vita, la vita”. Molto duro il testo di “Cane” (1986) dei Litfiba, in cui viene descritta la rabbia di chi non vuole obbedire agli ordini: “Tenente! Cuore bestia, cuore cane, lasciatemi nell’angolo da me. Non riesco più a capire se voglio una carezza o mordere. Mordo i cani come me e sento di non essere colpevole”.
Per Gino Paoli, invece, c’è un animale che gli ricorda il passato, in quanto parte di un tranquillo paesaggio quotidiano, descritto nell’autobiografica “La gatta” (1960): “C’era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso e una vecchia soffitta vicino al mare, con una finestra a un passo dal cielo blu. Se la chitarra suonavo, la gatta faceva le fusa ed una stellina scendeva vicina vicina, poi mi sorrideva e se ne tornava su”. Molto malinconico è anche Michele Zarrillo, il quale, in “L’elefante e la farfalla” (1996), affida a due esseri profondamente diversi la metafora di un amore incompreso, un sentimento profondo provato nei confronti di una persona dalla bellezza delicata che, però, non si accorge di nulla e sfugge: “Sono l’elefante e mi nascondo ma non c’è rifugio così profondo. Io non so scappare, che pena mostrarmi così al tuo sguardo che amo e che ride di me. Una farfalla sei, leggera e libera su me. Mai, non ti raggiungerò mai, mi spezzi il cuore e te ne vai lassù. Sono l’elefante, che posso fare, inchiodato al suolo e a questo amore”.
Max Pezzali e gli 883 usano l’immagine del pappagallo per criticare il comportamento di un noto personaggio (dovrebbe trattarsi di Vittorio Sgarbi) che, negli anni in cui è uscita la canzone (“Il pappagallo” è del 1993), appariva già spesso in tv usando modi piuttosto discutibili: “Arrogante non per sincerità, solamente per popolarità, replicante di chi sta sopra te, sorridente ai party negli hotel. Strabordante, parole in quantità, non c’è niente che mai ti fermerà, solamente spegnendo la tivù non ti si sente e non ci stressi più”. Più positivo l’accostamento fatto da Domenico e Massimo Modugno in “Delfini (Sai che c’è)”, ultima canzone scritta da “mister Volare” insieme al figlio e pubblicata nel 1993. Un canto di amore per il mare e per la vita, che diventano più forti di tutto il male che colpisce il mondo: “Sai che c’è, non ce ne frega niente dei pescecani e di tanta brutta gente, siamo delfini è un gioco da bambini il mare”. Chiudiamo con altre due canzoni, più leggere e molto divertenti, in cui sono protagonisti un’improbabile zebra e un serpente dalla duplice veste.
In
“Una zebra a pois” (1960), Mina canta di una particolare ed insolita musa
ispiratrice: “Per comporre una canzone commovente devi pensare a chi ti fa
vibrare il cuore. Io l’ho scritta ed è davvero sorprendente, pur non essendo
una canzone d’amore. Dante s’ispirò a Beatrice, chi sarà la nostra
ispiratrice? Mah! Una zebra a pois, me l’ha data tempo fa uno strano maraja,
vecchio amico di papà”. Donatella Rettore, invece, gioca sul doppio senso in
“Kobra” (1980), uno dei suoi brani più famosi, che suscitò clamore e
polemiche proprio per il significato volutamente ambiguo del testo: “Il
kobra non è un serpente, ma un pensiero frequente che diventa indecente quando
vedo te...Il kobra col sale, se lo mangi fa male perché non si usa così. Il
kobra ha un blasone di pietra e di ottone, è un nobile servo che vive in
prigione. Il kobra si snoda, si gira, m’inchioda, mi chiude la bocca, mi
stringe e mi tocca...Il kobra non è un pitone, ma un gustoso boccone che
diventa canzone dove passi tu”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
NUMERI DI FEBBRAIO 2008
23/02/2008
“Crooked
Rain, Crooked Rain”, secondo album dei Pavement, è il capolavoro di questo
quintetto californiano scioltosi nel 1999- E’ stato pubblicato nel 1994 e ha
lasciato un segno indelebile nel mondo dell’indie rock
L’ORMA
INCANCELLABILE DEI PAVEMENT
C’è della magia nei primi secondi di “Silence Kit”, la prima traccia di “Crooked Rain, Crooked Rain”, ultimo lavoro dei Pavement, uno dei gruppi indie rock più noti. Dapprima si sente lo “sferragliare” di chitarre che indugiano sulla direzione da prendere, con in sottofondo la voce del cantante, Stephen Malkmus, che dice qualcosa agli altri membri della band. Sono secondi che fanno trattenere il respiro se si è troppo attenti a ciò che si ascolta…Poi tutto cambia, si evolve, gli accordi serrati introducono una melodia sognante ed i Pavement ci aprono le porte e ci invitano in quello che rimane il loro capolavoro: “Crooked Rain, Crooked Rain”, il secondo album della band californiana, il disco della loro consacrazione.
Correva l’anno 1994 e, dopo un esordio fulminante e una tournee con “nientepopòdimenoche” i Sonic Youth, forse i Pavement non si resero conto che stavano per cambiare una faccia del rock: riuscirono a convogliare in quasi 80 minuti brani noise come “Unfair” o “Exit Theory”, inni pop come “Cut Your Hair” e “Gold Soundz”, atmosfere rurali come quelle in “Range Life” e rimandi al jazz più freddo come in “5 - 4 = Unity”. Il tutto farcito con quell’approccio noncurante e un po’ fra le nuvole tipico dell’indie, che ben si discostava dagli idoli musicali di quel periodo. In fondo i Pavement sono stati questo: melodia, rumore, spensieratezza e indipendenza; sono arrivati, hanno detto ciò che dovevano e poi se ne sono andati in punta di piedi senza lasciare particolari memorie di loro ai posteri se non un monumento come questo “Crooked Rain, Crooked Rain”.
La band californiana, infatti, si è sciolta nel 1999, appena un anno dopo il loro ultimo album, “Terror twilight”. Così il quintetto americano, formato da Stephen Malkmus, Scott Kannberg, Mark Ibold, Gary Young e Bob Nastanovich, dopo dieci anni di musica insieme ha deciso di fermarsi.I due leader del gruppo, Malkmus e Kannberg hanno scelto di percorrere altre strade. Malkmus ha intrapreso la carriera da solista, partorendo ben tre album, mentre Kannberg ha dato vita ad una nuova band, i The Preston School of Industry, con cui ha dato alla luce due album. I Pavement, quindi, non esistono più, ma con la loro breve carriera artistica hanno lasciato un segno incancellabile. E “Crooked Rain, Crooked Rain” ne è la prestigiosa testimonianza. Non possiamo che essere felici e magari accennare un sorriso ascoltando le loro canzoni.
Jacopo
Tarantini
Parole
in musica- Se
sono tanti i brani dedicati ai figli, numerosi sono anche quelli che i
cantautori hanno scritto per i propri genitori- Un modo per esprimere i propri
sentimenti e per trovare le parole mai dette
LE
CANZONI PER PAPA’ E MAMMA
La scorsa settimana abbiamo parlato delle tante canzoni che diversi cantautori hanno dedicato ai propri figli. Adesso cambiamo direzione e focalizziamo la nostra analisi sui tanti brani dedicati ai genitori. Già, perché prima di essere padri o madri, siamo tutti figli e ognuno di noi ha vissuto e vive il proprio personale rapporto con i genitori. E se noi lo esprimiamo con gli abbracci, il dialogo, i sorrisi o le piccole discussioni, i cantautori affidano i propri sentimenti e stati d’animo alle proprie canzoni, che, infatti, assumono svariate connotazioni. E c’è chi ha dedicato un brano solo alla madre, chi al padre, chi ad entrambi. Eros Ramazzotti detiene una sorta di record, in quanto ha scritto due canzoni, una per il padre, “Ciao pà” (1987), l’altra per la madre, “Mamarà”(2003). Si tratta di due brani totalmente diversi, perché differente è l’atmosfera che li circonda e dunque il senso che li caratterizza. La prima è la trasposizione in musica di una telefonata tra Eros, giovane artista ancora ad inizio carriera, ed il padre, preoccupato per questa nuova dimensione del figlio, lontano da casa e nel mezzo di un lavoro che, soprattutto all’inizio, non può garantire certezze; una telefonata che inevitabilmente termina con un battibecco:
“Sì però dacci un taglio con le prediche, se no io metto giù, anche tu se non sbaglio, quando avevi la mia stessa età, chi ti teneva? E non dire altri tempi, coi tuoi soliti esempi. Questo qui è il mio tempo, che ti piaccia oppure no, è la mia vita. E io vado fino in fondo, la mia strada seguirò, io no, non ho chiuso la partita. Tu mi hai chiesto di capirti, ora io lo chiedo a te, non so più che cosa dirti, ci vediamo ciao, ciao pà”. La seconda canzone, invece, è dedicata alla madre Raffaella, scomparsa da poco tempo. Una canzone per dirle tutto ciò che non le ha mai detto, che, però, ha allegria nel ritmo (reggae) e nelle parole, perché Ramazzotti vuole ricordare sua mamma con il sorriso, con gioia: “Mamarà, cantando riesco sai a spiegarti quello che non ti ho detto mai. E per farlo scelgo questa musica, perché sembra piena di allegria come te, anche se la vita qualche volta ti tradì voglio solo vederti sorridere, voglio solo vederti cosi, voglio solo vederti sorridere, così. Ma mamarà sei con me, sei con me”. Anche Cesare Cremonini ha cantato per entrambi i genitori, ma lo ha fatto in un’unica canzone, “Padre madre” (2002), in cui egli descrive un rapporto complesso con i genitori, di cui però sente l’enorme mancanza:
“Padre, occhi gialli e stanchi, cerca ancora coi tuoi proverbi a illuminarmi. Madre, butta i panni, e prova ancora, se ne hai voglia, a coccolarmi, perché mi manchi e se son stato così lontano è stato solo per salvarmi. Così lontano è stato solo per salvarmi. Così lontano è stato solo per salvarmi. Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se, foste con me”. La madre, comunque, è la figura che più ha ispirato i cantautori. La canzone più celebre, in tal senso, è sicuramente “Viva la mamma” (1989) di Edoardo Bennato, in cui l’artista napoletano racconta le grandi qualità di un’intera generazione di donne, a cui sua madre appartiene: “Viva la mamma, affezionata a quella gonna un po’ lunga, così elegantemente anni cinquanta, sempre così sincera. Viva la mamma, viva le donne con i piedi per terra, le sorridenti miss del dopoguerra, pettinate come lei. Angeli ballano il rock ora, tu non sei un sogno, no, tu sei vera. Viva la mamma, perché se ti parlo di lei non sei gelosa”. Se Jovanotti, con la sua “Ciao mamma” (1990), crea un allegro ritornello-tormentone per sottolineare la bellezza magica di un concerto, il modo sano di stare insieme e divertirsi a ritmo di musica, Carmen Consoli, in “In bianco e nero” (1999), si lascia andare ad una struggente e malinconica analisi di un rapporto difficile con la madre, di un modo sbagliato di vederla, lei così simile, così vicina:
“Guardo
una foto di mia madre, era felice avrà avuto vent’anni, capelli raccolti in
un foulard di seta ed una espressione svanita. Nitido scorcio degli anni
sessanta, di una raggiante Catania, la scruto per filo e per segno e ritrovo il
mio stesso sguardo. E pensare a quante volte l’ho sentita lontana. E pensare a
quante volte...Le avrei voluto parlare di me, chiederle almeno il perché dei
lunghi ed ostili silenzi e di quella arbitraria indolenza; puntualmente mi
dimostravo inflessibile, inaccessibile e fiera, intimamente agguerrita, temendo
l’innata rivalità”. Concludiamo con un brano di Zucchero, “Papa perché”
(1995), in cui il cantautore emiliano, stanco e malinconico, si rivolge al
padre: “Perché papà, papà
perché il sangue (non) mi va in vino? Perché papà, papà perché non ho uno
spirito divino? E perché sono stanco come se fossi in viaggio da sempre? Mi
manchi tu e arranco lungo le strade, così inutilmente. Ho sempre un po’ di
blues in fondo agli occhi. C’è sempre un po’ di blu in questo cielo. Ho
sempre un po’ di blues per te”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
16/02/2008
Il duo indie norvegese canta in lingua inglese ma la loro musica suscita le suggestioni tipiche dei paesaggi del nord Europa- “Riot On An Empty Street”, loro ultimo album, richiama alla mente i suoni dei mitici Simon and Garfunkel
LE
ATMOSFERE NORDICHE DEI KINGS OF CONVENIENCE
Chitarra, violino, pianoforte e poco altro. Non hanno bisogno di molti strumenti i Kings of Convenience. Sono in tutto due, un gruppo indie pop formato da Erlend Øye e Eirik Glambek Bøe. Basta uno sguardo alle due facce per capire il loro carattere. La loro storia è molto divertente. Si sono conosciuti a 11 anni ad un concorso scolastico che prevedeva di dipingere il mondo in 5 minuti. Da allora non si sono più lasciati. Erlend è il mattacchione tra i due, si lascia andare a ironici e pazzi balletti mentre suona il suo pianoforte. Sembra uno scienziato pazzo con gli occhiali grossi di tartaruga e i capelli folti e ricci. Eirik è più tranquillo, più “normale”, con la sua chitarra e una voce molto, molto rilassante e rassicurante. La loro musica parla in inglese ma ci porta in tranquille atmosfere primaverili del nord Europa. Suoni bassi, molto ritmati, acustici, come in un’eterna giornata di pioggia in cui siamo costretti a starcene chiusi in casa, magari davanti ad una cioccolata calda e al fuoco di una stufa.
Hanno fatto la loro comparsa in Europa durante un Festivalbar del 2004; una sola serata per poi sparire di nuovo. Eppure non si può dire che non valga la pena di ascoltarli. “Riot On An Empty Street” si porta dietro tutto il carattere flemmatico e lento dei due componenti, con la partecipazione della cantautrice canadese Leslie Feist. Dodici canzoni con una grande varietà di strumenti utilizzati. I due mostrano una grande capacità di adattare musica e parole. Da segnalare sicuramente tra i brani: “Homesick”, che apre l’album calandoci subito nell’atmosfera pacata del cd; “Misread”, più cadenzata, è diventata la più famosa tra le canzoni che compongono l’intero album; “Cayman Islands”, “Know How” e poi ancora “Love Is No Big Truth”, dal sound quasi reggae, e “Surprise Ice”. Il suono complessivo sembra ripercorrere in certi passaggi la musica di Simon and Garfunkel e, come loro, anche i Kings of Convenience sono in due e puntano molto sul pop leggero e su una musica complessa e delicata.
Purtroppo
per vederli dal vivo dovremmo prendere l’aereo, visto che i loro concerti e
tour sono previsti solo in Norvegia e in Svezia, ma sicuramente meriterebbero più
successo anche nel sud del continente. Recentemente, “Misread” è stata
adottata come colonna sonora di una pubblicità, ma il suo destino è quello di
finire nel lettore di quei pochi che non si limitano a canticchiare la canzone
più orecchiabile e in voga, ma vogliono conoscere un gruppo fin nelle sue parti
più nascoste. La musica dei Kings of Convenience può sicuramente competere con
quella dei gruppi finto-punk che stanno ottenendo un enorme successo dalle
nostre parti. Sicuramente dietro cd come “Riot On An Empty Street” c’è
molto lavoro e molta più attenzione che nell’imitare in modo pallido e
sbiadito il vecchio punk dei Clash e compagnia. Evidentemente il mercato chiama
e per un certo tipo di musica non c’è spazio.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole in musica- Emozioni, paure, gioia: l’arrivo di un figlio provoca una rivoluzione
nella sensibilità di chi lo attende- Da Eros a Jovanotti, da Renga a Ligabue,
tanti papà hanno cantato l’amore per i propri figli
PAPA’
TI DEDICA UNA CANZONE
Da sempre la musica è espressione dei propri sentimenti ed è un modo per veicolare messaggi. Tutti, chi più chi meno, riescono a ritrovare nei testi delle canzoni la descrizione della loro vita o anche solo di un attimo, di una circostanza. A chi non è mai capitato, ascoltando le parole di una canzone, di emozionarsi sentendosi protagonista di quel brano? Questo succede perché i musicisti, i cantanti ed i cantautori, specialmente, sono prima di tutto degli uomini ed è inevitabile che mettano nelle loro canzoni le proprie esperienze di vita, che poi sono le esperienze di ognuno di noi. E se ne esiste una che pare essere stata di grande ispirazione per tutti, essa è la nascita di un figlio. L’arrivo dal nulla di un piccolo essere indifeso stravolge ogni certezza: diventa la cosa più cara al mondo anche se ancora non si conosce per niente. Diventa la priorità e tutto gira intorno a lui: amarlo, proteggerlo, desiderare per lui un mondo migliore sono solo alcune delle immagini che si possono ritrovare nelle canzoni dedicate dai cantautori ai propri figli.
Eros Ramazzotti, ad esempio, parla di sua figlia Aurora come di un sogno. Nell’omonimo brano, “L’Aurora”, dice: “Forse anche questo resterà uno di quei sogni che uno fa, anche questo che sto mettendo dentro a una canzone, ma già che c'è, intanto che c'è, continuerò a sognare ancora un po'... Sarà, sarà l’aurora, per me sarà così, come uscire fuori come respirare un’aria nuova sempre di più, e tu, e tu amore vedrai che presto tornerai dove adesso non ci sei”. Anche Raf ha deciso di mettere dentro una canzone il suo amore e le preoccupazioni per la figlia Bianca: “Little girl, stiamo qua, le tue braccia fra le mie braccia e sui tuoi sogni veglierò, dall’odio ti proteggerò, ma senza interferire mai. Ti prego fa che sia per sempre. Che cosa c’è più fragile, oh little girl sei parte di me”.
Il tema della protezione è ovviamente il più ricorrente; anche Francesco Renga, nella canzone “Angelo”, davanti agli orrori del mondo, davanti alla tragedia dello tsunami in Indonesia (egli ha raccontato che da quella terribile sciagura è nato il suo brano), cerca protezione per sua figlia, invocando un angelo: “Cosa resta del dolore e di preghiere se Dio non vuole? Parole vane al vento, ti accorgi in un momento: siamo soli, è questa la realtà. Ed è una paura che non passa mai. Angelo, prenditi cura di lei. Lei non sa vedere al di là di quello che dà”. La dolcezza di questa canzone, tra l’altro, ha permesso a Renga di aggiudicarsi il Festival di Sanremo. Altra canzone dolcissima e delicata, che suona quasi come una ninna nanna, è “Per te” di Jovanotti. Nel brano, contenuto in “Capo Horn”, con il dolce dondolio di una ninna nanna, Jovanotti dice alla sua piccola Teresa che tutto quello che esiste al mondo è per lei: “E’ per te il dubbio e la certezza, la forza e la dolcezza, è per te che il mare sa di sale, è per te la notte di Natale, è per te ogni cosa che c’è ninna na ninna e...”.
Anche
due grandi cantautori come Venditti e Baglioni hanno sentito la necessità di
dedicare una canzone ai rispettivi figli, rispettivamente in “Francesco” e
“Avrai”. Vogliamo però concludere con “Da adesso in poi”, canzone di
Ligabue del 1999. Quello che colpisce di questa canzone, diversamente dalle
altre, è il fatto che il rocker emiliano non abbia fatto riferimento esclusivo
a sé ed al figlio, ma abbia parlato al plurale.
Si percepisce il fremito e la paura di una coppia che non sa se è pronta
e non sa se sarà all’altezza di un impegno tanto grande come quello di
crescere un figlio. L’unica cosa certa è che da adesso in poi tutto cambierà:
“Da adesso in poi com’è che andrà con te che hai detto “sono qua” e
davvero sei qua fra noi, fra noi, me e lei. Tu che hai davanti quel che hai e
comunque sia da adesso in poi, auguri! Da me saprai, saprai che vale la pena
vivere, mi chiederai “sì, ma perché?”. So solo che ti dirò “vale la
pena, vedrai”, da adesso in poi. Non so se sarò pronto mai, prova a esser
pronto tu per noi, ascolto, mi insegnerai che puoi, che vale la pena vivere ti
chiederò “dimmi perché?”, tu che non parli dirai “vale la pena vedrai”
da adesso in poi”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
09/02/2008
E’ l’ultimo
lavoro dei Radiohead, che gli stessi autori hanno deciso di rendere scaricabile
con download sul loro sito al prezzo stabilito dal consumatore- Un album di
altissimo livello, una colonna sonora dei nostri tempi
“IN
RAINBOWS”, UN ALBUM DA SCARICARE
A far terminare il 2007 in bellezza ci hanno pensato i Radiohead: il Primo Ottobre dello scorso anno un comunicato sul loro sito affermava che entro il 10 dello stesso mese il nuovo album, “In Rainbows”, sarebbe stato disponibile in download secondo la formula “is up to you” (letteralmente: dipende da te); sarebbe spettata allo “scaricatore” la decisione del prezzo. Una mossa così rivoluzionaria per una tale band non poteva che essere supportata da un lavoro di altissimo livello. Il cantante Thom Yorke esprime in ogni canzone la propria concezione sul significato dell’amore nel nuovo millennio.
Parliamo del primo dei due Cd, quello principale (“In Rainbows” è infatti un doppio). Apre le danze “15 Step”, dove si sentono ancora gli echi dei precedenti lavori più elettronici, seguono “Bodysnatchers” e “Nude” e si parla già di capolavoro. “Weird Fishes/Arpeggi” e “All I Need” narrano delle due facce dell’amore, una che ti eleva e l’altra che ti annulla (“Sono tutti i giorni che tu decidi di lasciar perdere” canta Yorke in “All I Need”); si continua con “Faust Arp”, dove gli arpeggi di chitarra danno l’idea di trovarsi sotto una pioggia incessante quando, all’improvviso, la melodia cambia ed è come se il sole decidesse di irrompere sulla scena.
Andando avanti troviamo “Reckoner”, con la voce di Yorke a farla da padrona, e poi ancora “House of Cards”, altro capolavoro del disco; chiudono l’album “Jigsaw”, “Falling Into Place”, con i due fratelli Greenwood che si lanciano in un connubio fantastico tra chitarra acustica e basso, e “Videotape”, ultima tracci dell’album, nella quale riemerge il tema della tecnologia apportata alla vita dell’uomo, tema molto caro a Yorke e soci. Ancora una volta, i Radiohead sono riusciti a creare la giusta colonna sonora per questo scorcio del XXI secolo, ascendendo al rango di band tra le più importanti e celebri degli ultimi anni.
Jacopo Tarantini
Parole
in musica-
Dopo aver esaminato il valore dell’Io nelle canzoni, adesso tocca al “Tu”,
espressione massima dell’Altro, quasi sempre coincidente con la persona amata-
Brani romantici e famosi che ci hanno incantato
LE
CANZONI CHE TI DANNO DEL “TU”
Se, come scritto la scorsa settimana da Massimiliano Perna, per poeti, scrittori e artisti l’“Io” è la massima espressione del proprio talento, della propria personalità ed interiorità, il “Tu” rappresenta l’esatto opposto. Qualcosa che sta al di fuori di sé, contrapposto, anche se, non di rado, diventa una proiezione esterna del proprio io. Numerose sono le canzoni dedicate al “Tu”, il quale, nella maggior parte dei casi, è utilizzato per riferirsi ad un soggetto vicino, familiare, a cui si è legati affettivamente. E’ così che questo pronome personale diventa soprattutto appellativo della persona amata/odiata. Tra tutte le canzoni in cui si parla di un “tu”, ne abbiamo scelte alcune tra le più indimenticabili. Tra queste c’è sicuramente “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini. In un mondo dove la gente sembra andare tutta in uno stesso senso, acriticamente, almeno uno è diverso dagli altri: “Sai la gente è matta, forse è troppo insoddisfatta, segue il mondo ciecamente. Quando la moda cambia, lei pure cambia, continuamente e scioccamente. Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo! Un punto, sai, che non ruota mai intorno a me, un sole che splende per me soltanto come un diamante in mezzo al cuore. Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo! Non cambierai, dimmi che per sempre sarai sincero e che mi amerai davvero di più, di più, di più”.
Nel 1994, Miguel Bosè ci ha regalato una delicatissima canzone intitolata “Se tu non torni”, tutta dedicata all’amore che è partito ed ha lasciato un enorme vuoto dietro sé: “Se tu non torni non tornerà nemmeno il sole e resteremo qui io e mio fratello a guardare la terra...Che era così bella quando ci correvi con un profumo d’erba che tu respiravi, era così grande se l’attraversavi e non finiva mai. Così stanotte voglio una stella a farmi compagnia, che ti serva da lontano ad indicarti la via, così amore, amore, amore, amore dove sei? Se non torni non c’è vita nei giorni miei”. Esattamente un anno dopo, Fiorello porta a Sanremo una romantica canzone scritta dagli 883, “Finalmente tu”: “Ma tu dove sei, ogni giorno più difficile il tempo senza te. Ma tu tornerai io posso già distinguere più vicini ormai io sento i passi tuoi e poi finalmente tu, tirar tardi sotto casa e di corsa sulle scale insieme a me, un minuto ancora e poi uno sguardo tra di noi, voglio guardare addormentarsi gli occhi tuoi”. Sempre a Sanremo, stavolta nel 1986, un giovanissimo Eros Ramazzotti vince il festival con la celebre “Adesso tu”.
Una canzone struggente, dove nel nulla della periferia l’amore diventa riscatto e rivincita: “Ed ho imparato che nella vita nessuno mai ci da di più, ma quanto fiato quanta salita andare avanti senza voltarsi mai. E ci sei adesso tu a dare un senso ai giorni miei, va tutto bene dal momento che ci sei adesso tu, ma non dimentico tutti gli amici miei che sono ancora là …E ci sei adesso tu al centro dei pensieri miei, la parte interna dei respiri, tu sarai la volontà che non si limita, tu che per me sei già una rivincita”. Una bella canzone in cui ci si rivolge ad un’altra persona con una richiesta particolare è “Tu che conosci il cielo” di Luciano Ligabue. In questo brano l’altro diventa quasi un intermediario tra l’uomo e il cielo, tra chi non crede e Dio: “Tu che conosci il cielo saluta Dio per me e digli che sto bene considerando che, che non conosco il cielo però conosco te, mi va di ringraziare puoi farlo tu per me? Che intanto sono in viaggio, digli pure che io sono in viaggio, non lo so dove vado ma viaggio e gli porterò i miei souvenir, tutti quanti i miei souvenir”.
Per finire non potevamo non citare due classici della musica italiana: “E tu” di Claudio Baglioni e “Ancora tu” di Lucio Battisti. La prima è una romantica canzone che ha accompagnato il nascere di storie d’amore di diverse generazioni: tutti conoscono i versi “E tu fatta di sguardi tu e di sorrisi ingenui tu, ed io, a piedi nudi io, sfioravo i tuoi capelli io, e fermarci a giocare con una formica e poi chiudere gli occhi non pensare più, senti freddo anche tu, senti freddo anche tu...”. La seconda, anch’essa celebre, parla di un amore inevitabile: “Sei ancora tu purtroppo l’unica. Ancora tu l’incorreggibile. Ma lasciarti non è possibile, no lasciarti non è possibile. Lasciarti non è possibile, no lasciarti non è possibile”.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
02/02/2008
Il leggendario
cantautore-poeta genovese raccontava un amore reale, concreto, fatto di carne e
passione- L’amore sfiorito, l’amore perduto, quello breve e quello venduto:
dietro le parole di De Andrè c’è l’umanità, ci siamo noi
L’AMORE
“UMANO” DI DE ANDRE’
Amore, figlio di Venere, in molti l’hanno cantato ma chi è? Dove si nasconde? La storia della letteratura e del pensiero umano l’ha rincorso, cercato, definito, intrecciato, sublimato. Eppure noi piccoli uomini, gente comune, siamo ancora ad interrogarci su questa strana sensazione che ci prende. Un male? Un bene? Indagarlo in tutti i suoi aspetti, cercare di dargli una definizione universale è compito arduo, impossibile. O comunque non ancora raggiunto in circa 4 mila anni. Ma possiamo vedere come De Andrè l’abbia cantato con la sua chitarra e la sua poesia. Il suo è un amore umano, fatto di carne e passione. Un sentimento che spesso trascina le anime, una passione nascosta dentro di noi. C’è l’amore sconfinato e ingenuo de “La ballata dell’amore cieco o della vanità” con questo “uomo onesto e probo” che tutto fa per la sua amata fino ad uccidersi. C’è l’amore regalato o meglio venduto di “Bocca di rosa”, piena di passione e sincera, lei “che metteva l’amore sopra ogni cosa”.
Ma c’è anche la nostalgia, la malinconia nel voltarsi indietro verso un tempo felice e spensierato. È il caso della “Canzone dell’amore perduto”. Una passione che sfiorisce presto come appassiscono le rose. Ma c’è anche tantissima poesia, intesa come capacità di rendere sensibili concetti un po’ astratti. Far sentire, letteralmente con i cinque sensi, certe sensazioni attraverso un linguaggio evocativo: per esempio, nella “Canzone dell’amore perduto” questo paragone tra brevità dell’amore e brevità dei fiori sullo stelo. Ma cosa c’è di originale in queste canzoni? Su questo tema ne sono state scritte tantissime e apparentemente di tutti i tipi. Si direbbe che non si potrebbe realizzare praticamente nulla di nuovo o originale. Eppure il tema stesso è così ampio, imperscrutabile. Ogni nuova cosa che si scriva o si canti fondamentalmente non contribuisce quasi in alcun modo a farci comprendere sempre e per sempre l’amore.
Ma paradossalmente tutto ciò che si scrive è giusto, se ci fa sentire protagonista. Se, cioè, quello che leggiamo o ascoltiamo sembra parlarci direttamente. Questa è la grandezza (anche se forse a sentirselo dire si arrabbierebbe) di Fabrizio De Andrè. Saper cogliere tutte le sfumature di questo sentimento globale. Non storce il naso di fronte alle prostitute, davanti a “Bocca di rosa”. È l’amore di ognuno di noi, la felicità, la malinconia, la passione, la carnalità delle labbra o dei corpi. Sa guardarci con un’ampissima gamma di punti di vista e in ognuno possiamo vederci. Siamo un po’ appassionati, un po’ malinconici e nostalgici, romantici. Siamo uomini, tutti, con le stesse glorie e debolezze, da Carlo Martello al principe di Marinella passando per quelle che per averle “basta prenderle per la mano”. Come dietro un matto c’è sempre un villaggio, così dietro la musica e le parole c’è un’umanità.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- Sono tantissime le canzoni nei cui testi e titoli l’Io
è protagonista assoluto, usato per rimarcare la propria personalità oppure per
sottolineare il profondo ed irrinunciabile legame amoroso con l’Altro
OGGI
CANTO “IO”
Per alcuni è solo un pronome personale, per altri è il testimone assoluto della propria identità, concetto che spesso è ed è stato estremizzato, portando a pericolose concezioni di sé stessi e del mondo: per i poeti, gli scrittori, gli artisti, “l’Io” è la massima espressione del proprio talento, della propria personalità, dell’interiorità che chiede di manifestarsi agli altri. E sono moltissimi i testi ed i titoli delle canzoni che mettono l’accento sull’Io, a dimostrazione di una diffusa necessità di raccontare e raccontarsi, rimarcando il proprio essere ed esserci, esistere. Di tutti questi brani, anche molto celebri, ne abbiamo selezionati alcuni. Partiamo da quello di maggior successo, quello che è rimasto e rimarrà a lungo nella mente e nel cuore del pubblico: “Io vagabondo” (1980) dei Nomadi, una canzone struggente, in cui la solitudine della persona si affida a Dio, all’unico riferimento che le permette di sperare, di sopravvivere: “Io un giorno crescerò e nel cielo della vita volerò, ma un bimbo che ne sa, sempre azzurra non può essere l’età, poi una notte di settembre mi svegliai, il vento sulla pelle, sul mio corpo il chiarore delle stelle, chissà dov’era casa mia e quel bambino che giocava in un cortile...Io vagabondo che son io, vagabondo che non sono altro, soldi in tasca non ne ho ma lassù mi è rimasto Dio”.
Gianna Nannini, nella sua “Io” (2006), parla di un amore complesso, in cui si scontrano due personalità diverse e l’Io viene chiamato a confrontarsi con l’Altro, come avviene da quando è nato il mondo: “Io che non so lasciarti e vivere, tu che non mi ascolti mai e parli a vanvera. Tu che accendi e pieghi il desiderio, sì, decidi solo tu, mi fai passar la voglia. Scendi dal mio letto scendi. Scendi dal mio letto scendi. L’amore è bello solo se lo fai con me, allora che ti meravigli. Come l’estate, piena di luce tornerà la nostra storia, ora e per sempre senza grida. Come un bacio, come la pioggia, il sentimento spegnerà la nostra rabbia, solo una goccia sopra il viso, poi ancora il sole”. Di amore parla anche Lucio Battisti, nel 1970, con la sua celebre “Io vivrò (Senza te)”, in cui l’Io ferito da una storia finita rivendica la sua capacità di resistere e di andare avanti: “Che non si muore per amore è una gran bella verità, perciò dolcissimo mio amore ecco quello... quello che da domani mi accadrà. Io vivrò senza te, anche se ancora non so come io vivrò... Senza te, io senza te, solo continuerò e dormirò, mi sveglierò, camminerò, lavorerò, qualche cosa farò...”.
Alex Britti, invece, celebra la sua volontà di essere sé stesso, la sua determinazione a mostrarsi alla donna amata per quello che egli realmente è, senza finzioni, senza trucchi, senza doppi fini, come canta nella sua romantica “Oggi sono io” (1999), canzone interpretata in seguito anche da Mina: “...Come non vorrei cadere in quei discorsi già sentiti mille volte e rovinare tutto. Come vorrei poter parlare senza preoccuparmi, senza quella sensazione che non mi fa dire che mi piaci per davvero, anche se non te l’ho detto, perché è squallido provarci solo per portarti a letto e non me ne frega niente se dovrò aspettare ancora, per parlarti finalmente, dirti solo una parola, ma dolce più che posso, come il mare come il sesso, finalmente mi presento”. Anche per Raf, nella sua dolcissima “Io e te” (1995), la vita è fatta di amore e, dunque, non può prescindere dal legame profondo con l’Altro, dalla coppia, dai sentimenti che rendono unica la persona amata, della cui importanza spesso ci si accorge solo quando ci si sta per allontanare:
“Io e te se non è amore allora che cos’è? Ora lo so sei tu l’unica cosa che io voglio di più, dipende da te, lo sai, sei la mia vita lo sai. Voleremo verso il mare o andremo ovunque, dimmi dove vuoi, senza limiti e confini avremo un mondo tutto per noi. Ora lo so, sei tu l’unica cosa che io voglio di più, ora che tu ormai mi stai guardando mentre te ne vai”. Andando avanti nella selezione dei brani, ne troviamo due con lo stesso titolo ma dai contenuti completamente diversi: “Io no” è il titolo di due canzoni, una di Jovanotti, del 1992, l’altra di Vasco Rossi, del 1998. Quella di Vasco è la canzone di un uomo ferito, distrutto da una storia andata a finire malissimo, di cui rimangono solo le bugie e i momenti brutti: “Quando penso a come alla fine mi hai ridotto tu, non capisco dove mi ci avresti sì portato tu. Quando penso a come mi hai preso in giro, però, non capisco come sia difficile sbagliare più. Io no, io no, io no, io non ti lascerò mai. Io no, io no, sarai te...”. Jovanotti, invece, con il suo “Io no” intende dissociarsi da un mondo che sembra impazzito, da tutto il male che attanaglia la società, per poi ribadire che c’è chi resiste, chi dice no:
“C’è
qualcuno che va alla messa e si fa anche la comunione e poi se vede un
marocchino per strada vorrebbe dargliele con un bastone, ma a questo punto hanno
trovato un muro, un muro duro, molto molto duro, a questo punto hanno trovato un
muro, un muro duro, molto molto duro: siamo noi, siamo noi, siamo noi, siamo
noi. C’è qualcuno che fa di tutto per renderti la vita impossibile, c’è
qualcuno che fa di tutto per render questo mondo invivibile, e c’è qualcuno
che in una pillola cerca quello che non riesce a trovare, allora pensa di poter
comprare ciò che la vita gli può regalare: io no, io no, io no, io no”.
Concludiamo con “Io sono qui” (1995) di Claudio Baglioni, la canzone con cui
il cantautore romano è tornato ai vertici, dopo un periodo di leggera flessione
(anche se Baglioni non è mai sceso dai gradini più alti della storia della
musica italiana). Ed il testo del brano dà proprio il senso di un ritorno in
grande stile, con l’aggiunta immancabile dell’amore verso qualcuno: “Dove
sono stato in tutti questi anni, io me ne ero andato a lavarmi i panni dagli
inganni del successo, a riscoprirmi uomo, io sempre lo stesso, più grigio ma
non domo... Ma sono vivo e sono
qui e vengo dentro a prenderti, da solo, disarmato, innamorato, tu devi
arrenderti... Ci sono io e sono qui”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
NUMERI DI GENNAIO 2008
26/01/2008
“Safari”,
l’ultimo album di Jovanotti, ci offre la consueta raffinata poesia e
l’armonica musicalità dei testi - “Fango”, il primo singolo tratto dal
cd, è già un successo e il suo splendido ritornello ha conquistato i fan e non
solo
“E MI FONDO CON IL CIELO E CON IL FANGO”
Il Safari come metafora dell’intrico della vita. L’ultimo cd di Jovanotti, intitolato appunto “Safari”, è uscito da meno di un mese e già il singolo “Fango” è diventato una hit. Ma cosa c’è in questo cd? Intanto sono disponibili due versioni dell’album. Una contiene il solo cd e il consueto libretto interno con i testi e i disegni dell’artista. Con la seconda, a quattro euro in più, si può anche acquistare il film, girato da Marco Ponti, “La luna di giorno”. Una serie di filmati sulla registrazione del disco, con frasi, riflessioni, interviste di Lorenzo Cherubini. Di questo cd si è scritto moltissimo. Jovanotti è sempre stato generalmente apprezzato dal pubblico italiano, non è un personaggio scomodo e, oggettivamente, scrive delle bellissime canzoni. Si presenta sempre come un eterno “ragazzo fortunato”, pronto a sorridere, euforico, che balla e canta “L’ombelico del mondo”. Jovanotti è stato colpito dal lutto del fratello nello scorso autunno e ora suo padre è malato.
Il problema di queste notizie è che vengono usate, riciclate e ridondate forse anche per trovare un senso alle parole, per spiegare con certi eventi le canzoni. Con il rischio che un cd e l’artista che l’ha realizzato abbiano successo, non per meriti, ma solo per la compassione che infondono nell’ascoltatore. Invece certe canzoni, certi testi, sono belli e affascinanti proprio perché non si riescono a comprendere appieno, anche per la sola musicalità delle parole. Ma, indipendentemente da questo, “Fango” e tutto il cd stanno meritando la fama che si vanno conquistando. Gran parte delle canzoni di Jovanotti ci fanno sentire in sintonia con il mondo. Mostrano in un certo senso il lato B, quello felice, romantico, ridente, luminoso, dolce del mondo. Si avverte questo amore che vibra nei brani. L’album comincia subito con “Fango” e il suo ritornello molto orecchiabile: “Io lo so che non sono solo anche quando sono solo”.
Anche in questo testo sentiamo la vicinanza alla natura, la voglia di sentire sulla pelle tutto quello che accade intorno: “L’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente, il profumo dei fiori, l’odore della città”. E ancora: “E rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango”. “Mezzogiorno” non è melodica come “Fango”, è più “parlata” in un certo senso, urla la gioia di esserci e infonde una grande carica. “A te” e “Dove ho visto te”, sono molto romantiche, canzoni d’amore tipicamente “jovanottiane”. Sulla stessa falsa riga “Musica”, “Innamorato”, “Punto”. Molte elencazioni, immagini poetiche ma mai nulla di scontato. Chi non ha mai usato “Bella” oppure “E’ per te” per una dedica? Il terzo e il quarto brano si prestano benissimo lo stesso. “In orbita” risente moltissimo dei ritmi sudamericani ed è assolutamente tutta da godere. “Safari”, cantata con Giuliano “Negramaro” Sangiorgi, ha ritmi molto tribali, quasi sembra di trovarsi dentro un rito propiziatorio di qualche popolo aborigeno:
“Safari dentro la mia testa, ci sono più bestie che nella foresta”, una descrizione del caos, dell’energia che attraversa la terra. Poi arriva la sciamanica “Antidolorificomagnifico”, un elenco di ingredienti stranissimi per realizzare un magico farmaco. “Nel mio tempo” e “Il gioco del mondo” parlano dell’ epoca della tecnologia con contraddizioni e omologazioni; forse sono le canzoni più impegnate del cd. “Temporale”, “Mani libere 2008” e “Come parli l’italiano” sono da ascoltare e sentire ognuna in tranquillità, anche se tutte accomunate da ritmi quasi latini. È un disco che può essere apprezzato appieno da chi conosce e ama Jovanotti un po’ da sempre e condivide questa sua energia e felicità. Chi è abituato ad ascoltare le prime o due hit del momento ascolterà con piacere solo “Fango” e “Safari”. Ma chi lo apprezza in ogni sua sfaccettatura, lo ringrazierà per questi quindici splendidi brani.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Parole
in musica- La vita e le imprese di grandissimi campioni dello sport
non sono entrate solamente nelle pagine dei libri- Anche nelle canzoni possiamo
ritrovare figure leggendarie che sono rimaste nel cuore di tutti
PEDALARE,
CORRERE, GUIDARE A RITMO DI MUSICA
Ci sono personaggi che hanno fatto la storia dello sport, lasciando il segno nel cuore di milioni di appassionati. Sportivi di alto valore ma anche uomini leggendari che hanno conosciuto il sapore dolce della vittoria e quello amaro della sofferenza, persino quello tragico della morte. Uomini che sono entrati nel mito, con le loro vicende personali, alcune delle quali hanno riempito di rimpianti e di dolore il loro ricordo. Sono stati scritti tanti libri per raccontare le imprese sportive di campioni del ciclismo, del calcio, dell’automobilismo, ma anche la musica ha voluto contribuire, con toni allegri oppure struggenti, a celebrare lo sport e i suoi figli più illustri. Nell’elenco dei cantautori innamorati di queste leggendarie figure sportive, ci sono anche nomi illustri della musica italiana. A partire da Lucio Dalla, che ha dedicato due canzoni a due grandi protagonisti dell’automobilismo mondiale, anche se appartenenti a due epoche diverse e lontane del mondo delle quattro ruote. La prima canzone di Dalla è “Nuvolari” (1976), dedicata al Mantovano volante, quel Tazio Nuvolari che negli anni ‘30 vinceva tutto con la sua Alfa Romeo, facendo innamorare le folle di appassionati per la sua astuzia, la spericolatezza e l’ostinazione di portare la macchina al traguardo anche quando perdeva pezzi, era semidistrutta o addirittura in fiamme:
“Nuvolari è bruno di colore. Nuvolari ha la maschera tagliente. Nuvolari ha la bocca sempre chiusa, di morire non gli importa niente. Corre se piove o corre dentro al sole, tre più tre per lui fa sempre sette, con l’Alfa rossa fa quello che vuole dentro al fuoco di cento saette. C’è sempre un numero in più nel destino quando corre Nuvolari”. La seconda canzone di Dalla, “Ayrton” (1996), è dedicata al grande pilota brasiliano Ayrton Senna, tre volte campione del mondo di F1, un mito sportivo, un uomo rimasto nel cuore a tutti, morto in un tremendo incidente durante il gran premio di Imola: “Ho capito che la gente amava me. Potevo fare qualcosa. Dovevo cambiare qualche cosa. E ho deciso una notte di maggio, in una terra di sognatori, ho deciso che toccava forse a me. E ho capito che Dio mi aveva dato il potere di far tornare indietro il mondo rimbalzando nella curva insieme a me. Mi ha detto: chiudi gli occhi e riposa. E io ho chiuso gli occhi. Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota”. Molto “cantati” anche i ciclisti, da sempre simbolo di sofferenza, eterne icone della sfida tra la resistenza umana e la natura, tra le gambe pesanti e le montagne impietose. Tre ciclisti italiani sono entrati nel mito, non solo per le loro vittorie ma anche per le loro vite. Fausto Coppi e Gino Bartali hanno scritto pagine indimenticabili di questa disciplina, nell’epoca delle strade piene di sassi e delle bici scomode, prive delle moderne evoluzioni tecnologiche.
Un binomio indissolubile, una rivalità infinita in gara, costellata da un grande rispetto e da una sincera amicizia nella vita. “Bartali” (1979) è il titolo della celebre canzone di Paolo Conte, che ne ricorda i fantastici successi al Tour de France: “E vai che io sto qui che aspetto Bartali, scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano allegro. Tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano c’è un po’ di vento, abbaia la campagna e c’è una luna in mezzo al blu”. Anche nella musica il binomio doveva rimanere intatto; così, come il Ginettaccio, anche Fausto il Campionissimo ha avuto la sua canzone, “Coppi” (1988), a lui dedicata da Gino Paoli: “Poi lassù, contro il cielo blu, con la neve che ti canta intorno. E poi giù, non c’è tempo per fermarsi, per restare indietro, la signora senza ruote non aspetta più. Un omino che non ha la faccia da campione, con un cuore grande come l’Izoard. E va su ancora, e va su e va su e va su ...”. Struggente, invece, il brano che gli Stadio hanno regalato alla memoria di Marco Pantani, il Pirata, uno dei più grandi scalatori della storia del ciclismo, un campione che non è riuscito a sopravvivere alla crudeltà del successo e dei falsi amici, morto suicida (questa almeno la versione ufficiale) nel 2004. La canzone, intitolata “E mi alzo sui pedali” (2007), ricorda uno dei gesti atletici più famosi di Pantani, un gesto che nel testo assume un valore simbolico:
“…E ora mi alzo sui pedali all’inizio dello strappo, mentre un pugno di avversari si è piantato in mezzo al gruppo, perché in fondo una salita è una cosa anche normale, assomiglia un po’ alla vita devi sempre un po’ lottare. Mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia e mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa, ma quando scendo dal sellino sento la malinconia di un elefante magrolino che scriveva poesie solo per te, solo per te. Io sono un campione questo lo so, un po’ come tutti aspetto il domani. In questo posto dove io sto chiedete di Marco, Marco Pantani”. Tragica anche l’esistenza di un altro campione, ma questa volta appartenente al mondo del calcio. Parliamo di Gigi Meroni, la Farfalla granata, geniale ala del Torino, investito e ucciso da due auto mentre passeggiava. “Chi si ricorda di Gigi Meroni?” (1999) è la canzone che gli Yo Yo Mundi, gruppo folk rock piemontese, hanno scritto per colui che fu un fuoriclasse puro in campo e un ribelle, intelligente anticonformista nella vita, in un periodo (gli anni ’60) in cui il mondo giovanile cominciava a rompere con certi schemi assurdi e ormai superati:
“Che
quando scendo in campo, amore mio, certi pensieri/dolori si trasformano in un
magico show e li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco
sempre, sono un giocoliere, li faccio godere, geniale, anarchico e irriverente,
tutti battono le mani, si alzano improvvisamente, per non perdere di vista la
palla avvelenata che sembra impazzire innamorata, quando sulla fascia vola la
Farfalla Indiavolata”. Infine, un’altra canzone, “Diego Armando Maradona”
(1992) di Francesco Baccini, celebra uno dei più grandi calciatori di tutti i
tempi, artista del pallone in campo, uomo eccessivo e sregolato nella vita. Il Pibe
de Oro che incantò l’Argentina, il mondo e soprattutto Napoli: “Eccolo,
con l’andatura di un apostolo, è lui il messia del calcio d’angolo. Toccalo
e, mentre Napoli fa festa, ha una voce nella testa: Tira Diego, tira Diego, tira
Diego, non guardare indietro. Tira Diego, tira Diego, tira Diego, non perdere la
faccia. Tira Diego, tira Diego, tira Diego, non guardare indietro. Tira Diego,
tira Diego, tira Diego, che Napoli t’abbraccia”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
19/01/2008
Aspettando il suo concerto, previsto il 24 febbraio a Milano (data unica in Italia), ripercorriamo la vita “on the road” di Neil Young, analizzando il suo lavoro di maggiore successo, forse il più conosciuto: “Harvest”
“HARVEST”, IL CAPOLAVORO DI NEIL YOUNG
A sessant’anni suonati, Neil Young non smette di stupirci. Dopo esser tornato sulla scena (dopo i guai di salute), nel 2006, con l’album “Living With War”, per dire la sua contro la guerra in Iraq e dirne quattro al presidente Bush, nel 2007 viene pubblicata su “Rolling Stone” una sua intervista, compiuta per celebrare i quarant’anni di “RS” USA e i quattro anni di “RS” Italia. E riflette ancora sulla guerra del Vietnam e sul conflitto in Iraq, sul presidente Nixon, su Clinton e su Bush, e confronta la generazione odierna a quella hippy di cui faceva parte. Ma per conoscere un po’ meglio questa grande personalità, è necessario ripercorrere la sua carriera musicale fin dagli inizi, quando, nel 1966, partì dal Canada per cercare migliore fortuna in California, a Los Angeles. Partito con Stephen Stills, formerà il gruppo dei Buffalo Springfield, destinato a diventare una delle maggiori band di folk-rock californiano, che lascerà nel ’68 per comporre un album solista (“Neil Young”). Nello stesso anno forma la nuova band dei Crazy Horse.
Nel 1972, dopo la pubblicazione di due nuovi album solisti (“Everybody Knows This is Nowhere” e “After the Gold Rush”), Young finalmente pubblica il suo disco più famoso: “Harvest”. A questo periodo, però, segue un lungo momento di crisi, dovuto alla morte per overdose del chitarrista dei Crazy Horse, Danny Whitten, e di Bruce Barry, roadie del suo entourage. Il profondo sconforto provocato dalla morte dei due si ripercuote nelle sue produzioni successive (che verranno apprezzate solo anni dopo) fino agli anni ottanta. In questi anni, Neil Young attua alcune sperimentazioni musicali che lo portano a distanziarsi dall’intento commerciale della casa discografica. Durate gli anni novanta collabora, per la composizione di alcuni album, con i Sonic Youth, i “ricomposti” Crazy Horse e i Pearl Jam, con i quali realizza un disco in memoria di Kurt Cobain.
Fra
il 2005 e il 2006 compone gli ultimi due album (speriamo solamente per ora…):
il sopraccitato album politicizzato “Living
With War” e “Prairie
Wind”,
ma a mio parere sono lontani dalla sua opera maggiore, “Harvest”.
Le sue atmosfere dolcemente “country” fanno pensare ad un tardo pomeriggio
estivo, magari seduti ad ammirare la campagna e le colline verdi, respirando
l’aria calda del giorno, che va piano piano mutandosi in brezza fresca. Ma
questi toni tranquilli celano la profonda tristezza dei testi. A partire da
“Heart of gold”, storia di un uomo cha ha speso tutta la sua vita inseguendo
e cercando proprio quel “cuore d’oro” del titolo, mai trovato, che
rappresenta la metafora di un sogno evanescente e irraggiungibile. Oppure ancora
“Harvest”, che dà il titolo all’album, storia di una ragazza ribelle che
scappa di casa a lascia la madre per inseguire le false promesse di un uomo.
Concluderei poi con il ricordare la canzone forse più famosa del disco:
“Alabama”, brano di denuncia contro il razzismo dilagato in questo Stato.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
Il rapper pugliese Caparezza gioca abilmente con la lingua italiana, costruendo dei testi dove con sarcasmo ed ironia si realizza una critica originale ed intelligente della società- Canzoni di qualità da approfondire e comprendere
UN
SARCASTICO MAGO DELLA PAROLA E DELLA RIMA
Una delle caratteristiche peculiari della musica del rapper pugliese Caparezza (pseudonimo di Michele Salvemini) è lo stile graffiante. Più che la parte melodica le parole delle sue canzoni sono diventate un biglietto da visita unico ed inimitabile che, in qualche modo, ha permesso il grande successo di pubblico che l’artista ha riscosso. Il suo è un vero e proprio gioco con le parole, le rime. Caparezza sceglie i termini più adatti, i doppi sensi, si fonda molto sulle caratteristiche della nostra lingua, che gli permettono strani giri di parole e di significati. Ne risultano quindi delle lirycs, come direbbero gli inglesi, che si trovano a metà tra doppi sensi e invettiva. Così, per esempio, ne “La mia parte intollerante” del cd “Habemus Capa”, Caparezza canta: “Chi è mansueto come me sa che, quando le palle si fanno cubiche, come un kamikaze che si fa di sakè metto a fuoco intorno a me”. “Metto a fuoco” in italiano è sia un’espressione del gergo microscopico e fotografico, sia un modo diverso per dare il senso di un’azione bellica.
Proprio su questo doppio significato delle espressioni, uno bellico e uno quotidiano, gioca il testo della canzone “Follie Preferenziali”, dal cd “Verità Supposte”: “Io preferisco ammazzare il tempo, preferisco sparare cazzate, preferisco fare esplodere una moda, preferisco morire d’amore, preferisco caricare la sveglia, preferisco puntare alla roulette, preferisco il fuoco di un obiettivo, preferisco che tu rimanga vivo”. Indubbiamente questo saltare da un significato all’altro in qualche modo ha molte conseguenze. Prima di tutto si configura come tratto caratteristico dell’artista. Sono testi originali, contribuiscono a fare un tipo di critica, denuncia, accusa, originale e anche più graffiante. Un po’ velata, nascosta nel testo. Il pubblico ascolta la canzone, prima non capisce appieno il testo, rimane un po’ basito, certi passaggi non sembrano avere un filo logico conduttore. Poi, alla ventesima volta, quasi fosse un’ispirazione, comprendiamo appieno il senso della frase.
E’ un modo questo, che spinge ad un ascolto non passivo ma attivo. L’ascoltatore deve porre tutta la sua attenzione per riuscire a capire. Proprio perché non sono testi semplicissimi, che si prestano ad un ascolto superficiale, possono trarre in inganno. È il caso del grande successo di “Fuori dal tunnel”, brano che consacrò l’ascesa di Caparezza nel panorama musicale italiano. La canzone voleva essere una parodia di chi non riesce mai a divertirsi, cerca sempre nuovi stimoli, locali. Non riesce a fare a meno della discoteca, che appare come il solo modo di divertirsi. Questo stesso brano veniva riprodotto proprio in quelle discoteche di cui si prendeva gioco. “Mi piace il cinema e parecchio, per questo mi chiamano vecchio, è da giovani spumarsi e laccarsi davanti allo specchio? Sono vecchio, punto, e prendo spunto dal tuo unto ciuffo…”. E spesso un sorriso si disegna sulle labbra di chi ascolta.
I
suoi testi puntano molto sull’attualità e cercano anche l’ironia, che
diventa sarcasmo, satira. È il caso di “Vengo dalla luna”, canzone quasi
simbolo del lavoro del rapper pugliese: “Vuole mettermi sotto sto signorotto che si fa vanto del
santo attaccato sul cruscotto, non ha capito che sono disposto a stare sotto,
solamente quando “fotto”. ‘Torna al tuo paese, sei diverso!’.
Impossibile, vengo dall’universo, la rotta ho perso, che vuoi che ti dica, tu
sei nato qui perché qui ti ha partorito una... In che saresti migliore? Fammi
il favore, compare, qui non c’è affare che tu possa meritare. Sei confinato,
ma nel tuo stato mentale, io sono lunatico e pratico dove c... mi pare”.
Caparezza non si vergogna di utilizzare anche un gergo volgare, ma questo deve
essere inquadrato in un’ottica di forte sarcasmo. Può piacere o meno, ma
anche i più moralisti non potranno esimersi dall’apprezzare i giochi di
parole di Caparezza, che sono un esperimento molto interessante con la lingua
italiana.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
13/01/2008
L’album di Raf,
uscito nel 2006, è un mix di malinconia e speranza, raccontate con dolcezza e
garbo dalla voce incantevole dell’artista pugliese- Un disco “notturno”,
con un deciso ritorno alle migliori sonorità
degli anni ‘80
I
“PASSEGGERI DISTRATTI” DI RAF
La dolcezza e la poesia, l’amore e la sua capacità di riempire la vita e resistere ad un mondo che, ogni giorno, ci presenta il suo conto ricco di orrore e di vuoto assoluto: questi sono gli elementi essenziali della musica di Raffaele Riefoli, meglio noto come Raf. Il cantautore pugliese è uno dei più prolifici degli ultimi anni, andando in controtendenza rispetto alle scelte artistiche di molti illustri colleghi, i quali hanno scelto (il 2007 ne è stato l’esempio) di “offrire” e riproporre ai propri fans raccolte costosissime e con pochi inediti, riempiendo tutti i salotti televisivi per commercializzare i propri prodotti o eventi. Raf, invece, ha scelto di realizzare tre album in tre anni: “Ouch!” (2004), la raccolta “Tutto Raf” (2005), che è appena il secondo best of in ben 24 anni di carriera, quindi “Passeggeri distratti” (2006), il suo ultimo lavoro da cui ha tratto ben quattro singoli, entrati in classifica e rimasti ai vertici per molte settimane. “Passeggeri distratti” è un album molto bello, come del resto i precedenti, e si caratterizza per un ritorno ai ritmi anni ’80, quelli che hanno lanciato Raf nel mondo dei cantanti di successo della musica italiana.
La prima traccia, “Salta più in alto”, presenta sonorità leggermente più rock per lasciare poi spazio ad un breve passaggio rap, nella parte più “politica” della canzone, quella in cui si denuncia ciò che non va in questo mondo. “Dimentica”, invece, è un brano romantico, forse quello che ricorda di più le melodie che avevano caratterizzato “Ouch!”, il suo precedente album di inediti. Una canzone d’amore, dolcissima e malinconica, in cui le parole sono in perfetta armonia con la musica e con la voce incantevole del cantautore pugliese. Un brano bellissimo e struggente così come “Il nodo” (scritta insieme a Pacifico), altro canto d’amore malinconico, con un testo che è pura poesia e che testimonia, se mai ve ne fosse bisogno, l’assoluta capacità di Raf di parlare d’amore e di sentimenti senza mai essere banale, accompagnando le storie narrate con melodie armoniche e sempre in evoluzione, spesso intervallate dal “parlato”, mai schiave della rima.
“Passeggeri distratti”, che dà il titolo all’album, sin dall’intro offre all’ascoltatore un gradevole ritmo “rockeggiante”, mentre i suoni anni ’80, che riportano alla mente il vecchio Raf, irrompono con particolare evidenza in “Onde” ed in “Nati ieri”. Quest’ultima canzone (in cui predomina il rap) è uno splendido inno alla speranza, affidata ai bambini, a quelli nati 24 ore fa, alla loro semplicità, alla capacità di guardare il mondo con la speranza di migliorarlo, senza spaventarsi di rimanere intrappolati nell’utopia. Voce e pianoforte guidano quasi interamente “Acqua”, brano molto lento, quasi parlato, in cui la poca presenza degli strumenti esalta le qualità vocali del cantautore. Anche “Se passerai di qui” ha un ritmo molto lento, con pochi acuti a rompere il canto quasi sussurrato di Raf, scandito da sottili richiami jazz che rendono il brano molto particolare.
Infine,
“Mondi paralleli”, traccia che chiude il disco, è attraversata da una
melodia in continuo crescendo, con un costante sali-scendi di tonalità, che Raf
è capace di gestire con perfetta maestria e
pulizia vocale, come sempre. Insomma, “Passeggeri distratti” è un
album bellissimo, molto differente dai precedenti lavori di Raf, con canzoni e
sonorità diverse tra loro, con toni malinconici che però non rinunciano alla
speranza, con un intelligente e garbata denuncia sui mali della nostra epoca che
viene affidata al rap, genere che in questo disco Raf ha usato con più
frequenza che in passato. Un disco “notturno”, con molte atmosfere soft, ma
con lo sguardo sempre puntato verso la luce, verso la speranza, verso una meta,
un luogo in cui possiamo essere accompagnati e confortati dalla voce calda e
pulita di Raf. Ascoltatelo e riascoltatelo. Non vi stancherà.
Massimiliano Perna .ilmegafono.org
Parole
in musica- Quando
si chiude un anno e se ne apre un altro, comincia il rito dei bilanci, dei
ricordi e delle aspettative- Da Dalla agli U2, da Pezzali a Raf, abbiamo
selezionato gli “anni” della musica tra amore e nostalgia
GLI
ANNI IN MUSICA TRA SPERANZA E MALINCONIA
Si è chiuso un anno e ne è appena iniziato un altro: un circuito che si ripete sempre e che ogni volta ripropone il rito intimo dei bilanci, delle riflessioni sul passato e delle aspettative, delle promesse per il futuro. Anche la musica ha raccontato ciò che gli anni rappresentano per le persone, in termini di speranze, di crescita, di ricordi, ma anche di semplici auguri. Ed è proprio un augurio quello che Jovanotti ha fatto a tutti noi, nel 1999, con la sua “Buon anno”, una ballata dolce, un’esposizione musicale e armonica di tutto ciò che dovrebbe essere un anno buono, positivo: “Buon anno alla tua luna, buon anno al tuo sole, buon anno alle tue orecchie e alle mie parole, buon anno a tutto il sangue che ti scorre nelle vene e che quando batte a tempo dice andrà tutto bene. Buon anno fratello e non fare cazzate, le pene van via così come son nate. Ti auguro amore quintali d’amore...”.
La canzone che incarna più di ogni altra le aspettative tipiche di chi si prepara ad affrontare un nuovo anno è, senza dubbio, “L’anno che verrà” (1979) di Lucio Dalla, in cui si spera che il futuro immediato porti un cambiamento radicale, cancellando ogni cosa brutta e donando a tutti pace e libertà: “Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando: sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce, anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare, mentre i sordi già lo fanno. E si farà l’amore ognuno come gli va, anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età, e senza grandi disturbi qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età”.
Per Bono Vox e gli U2, il “Capodanno” (“New Year’s Day”, del 1983) è invece un momento in cui tutto resta uguale, in cui non scompaiono le guerre e l’odio, ma in cui è importante rimanere uniti e continuare a stringersi nell’amore: “And so we are told this is the golden age. And gold is the reason for the wars we wage. Though I want to be with you, be with you night and day. Nothing changes on New Year’s Day... (E così ci hanno detto che questa è l’età dell'oro. E l’oro è la ragione delle guerre che facciamo. Comunque io voglio stare con te, stare con te notte e giorno. Nulla cambia a Capodanno...). Lucio Battisti e Mogol, nella loro “Ho un anno di più” (1977), raccontano il pensiero “tipico” di chi, nel giorno del proprio compleanno, ricorda ciò che, a 365 giorni di distanza, è cambiato, soprattutto per quel che riguarda i legami affettivi: “Ho un anno di più e qualcosa in meno, tu. Ho un anno di più e qualcosa in meno, tu. Ho un anno di più...Ma che cosa è cambiato dopo che ti ho incontrato? Direi non molto. Ma che cosa è restato dopo che ti ho amato? Direi non molto. Un anno di più, un anno di più, un anno di più... Ho un anno di più e qualcosa in meno, tu”.
Anche Raf, in “Svegliarsi un anno fa” (1988), volgendo la mente all’anno passato, ripensa ad un amore perduto, che adesso è lontano nel tempo e nello spazio, e sogna di tornare a vivere quei giorni: “Svegliarsi un anno fa, ridendo amore mio, stamani come va? Tu resta mi alzo io. Finestre come noi, fra il sole e la città, ci basta aprirle e poi svegliarsi un anno fa....Svegliarsi un anno fa, ancora io e te, con quello che sarà diverso da com’è, addormentarsi e poi svegliarsi un anno fa, il resto è un amnesia che il tempo guarirà”. Ricordi malinconici anche per Max Pezzali e gli 883, in una delle loro canzoni più celebri: “Gli anni” (1995). Un canto nostalgico dedicato all’adolescenza spensierata, ad un’epoca abbastanza recente che appare ormai lontanissima: “Gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph, gli anni delle immense compagnie, gli anni in motorino sempre in due. Gli anni di che belli erano i film, gli anni dei Roy Rogers come jeans, gli anni di qualsiasi cosa fai, gli anni del tranquillo siam qui noi...”.
Concludiamo
con Renato Zero, il quale, nella sua “I migliori anni della nostra vita”
(1995), celebra l’amore come mezzo per sfuggire al degrado del mondo e per
rendere bella, anzi migliore, ogni età: “Mentre fuori dalla finestra si alza
in volo soltanto la polvere, c’è aria di tempesta. Sarà che noi due siamo di
un altro lontanissimo pianeta, ma il mondo da qui sembra soltanto una botola
segreta. Tutti vogliono tutto, per poi accorgersi che è niente. Noi non faremo
come l’altra gente, questi sono e resteranno per sempre…i migliori anni
della nostra vita, i migliori anni della nostra vita, stringimi forte che
nessuna notte è infinita, i migliori anni della nostra vita”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Copyright © 2010 ilmegafono.org. Tutti i diritti riservati.