IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ARCHIVIO AMBIENTE
NUMERO SPECIALE 2008
29/12/2008
In Italia i rifiuti campani in primo piano, mentre nel mondo la questione climatica è stata la protagonista dell’anno ambientale che sta per finire, tra conferenze, pacchetti e polemiche- Ma ci sono anche scoperte positive
TRA EMERGENZE, POLEMICHE E SPERANZE
Il 2008 è stato un anno assai ricco e complesso per il nostro Pianeta: per fornire un bilancio complessivo sull’andamento e sulle evoluzioni dell’ambiente e dell’ecosistema nel corso del 2008, non si può fare a meno di analizzare due concetti chiave, che si sono espressi e delineati in forme e sfumature diverse e che, a modo loro, sono stati i veri protagonisti dell’anno appena trascorso: le due parole, o meglio, i due concetti in questione sono “clima” ed “emergenza”. La parola clima ci riporta alla Conferenza tenutasi a Poznan (Polonia) a dicembre, al pacchetto varato dall’Unione Europea per ridimensionare i consumi energetici, intervento che ha trovato inizialmente l’opposizione dell’Italia, a causa di un ministro per le politiche ambientali non proprio competente nel settore, per non aggiungere altro. A livello internazionale la questione climatica è stata la protagonista delle pagine sull’ambiente, fornendoci, attraverso conferenze e provvedimenti di ogni genere, un quadro globale della situazione. Anche il neo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, eletto lo scorso 4 novembre, si è espresso in merito: dal 2009 le industrie americane punteranno tutto (o quasi) sulle fonti di energia rinnovabili, cercando di dare un calcio agli sprechi ed all’effetto serra. Lo speriamo, anche perché, del resto, lo stesso Obama ci ha insegnato che… “Yes, we can”.
La seconda chiave di lettura delineata, importante per comprendere l’andamento dell’ambiente nel 2008, ci proietta nel nostro Paese, o meglio, in una regione in particolare: la Campania. L’emergenza rifiuti nel corso di tutto il 2008 ha scritto vergognose pagine delle nostre politiche ambientali. Un’emergenza che, seppur apparentemente circoscritta alla sola regione Campania (e nella sua fase più tarda a Puglia, Basilicata e Calabria), ha portato allo scoperto le numerose piaghe della politica italiana, dal momento che si è trattato di un disastro non solo sul piano ambientale ed urbano, ma anche sul piano politico-istituzionale, data l’incapacità di governi ed istituzioni nel risanare la crisi in atto. È stata la questione rifiuti a portare alle luci della ribalta il nostro Paese, tanto da essere finita sulle pagine del New York Times e dei principali giornali di tutto il mondo, anche per la clamorosa denuncia messa in atto da Roberto Saviano nel suo “Gomorra”, che ha svelato le falle del sistema dei rifiuti in Campania. Non è soltanto la Campania, comunque, a dover combattere ogni giorno contro ogni sorta di problema ambientale: altrettanto disastrosa è la situazione del territorio industriale nei pressi di Siracusa, da anni vittima di sciacallaggio ed inquinamento industriale, favorito dall’assenza di politiche di risanamento e sviluppo sostenibile, che potrebbero rendere la situazione più accettabile.
A novembre, è stato emanato dal ministero dell’Ambiente, un progetto di risanamento che però interessa soltanto una minima parte del territorio inquinato e che presenta molti punti oscuri. Inoltre, sempre nel siracusano, continua la battaglia tra la Ionio gas (Erg e Shell) e le popolazioni locali, affiancate dagli ambientalisti, contro l’installazione di impianti di rigassificazione in un’area già segnata dalla presenza industriale e dall’elevato rischio di incidenti. Incidenti che si sono verificati anche quest’anno mettendo a repentaglio la vita degli operai e liberando nell’aria sostanze tossiche, che contribuiscono a rendere il quadro ancora più disastroso. Come se non bastasse, la Regione ha imposto la costruzione di termovalorizzatori a grosso impatto ambientale, contro la volontà dei cittadini, stanchi di vivere tra fumi, tumori, malformazioni, morte. Non mancano però, spiragli di speranza in questo quadro cosi nero della situazione ambientale italiana ed internazionale.
Molte sono state, nel corso del 2008, le scoperte e le innovazioni in ambito scientifico, che in futuro potranno giovare non poco al nostro ecosistema: si va dal biofuel ricavato da particolari funghi argentini, alla torre aspira anidride carbonica, passando per i teli che proteggono i ghiacciai, fino alla raccolta differenziata promossa in molte regioni italiane. Da non sottovalutare, poi, è l’impegno profuso da alcune piccole e grandi realtà italiane ed internazionali, ad incentivare l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili: in Toscana si è quasi giunti ad una vera e propria svolta eolica, mentre in tutta Italia aumentano le regioni che periodicamente inducono all’utilizzo di energia solare, anche se i costi sono ancora molto elevati. Le difficoltà da affrontare e le problematiche da risolvere sono ancora numerose, ma la strada spianata da tali scoperte scientifiche, o da progetti energetici (che si spera diventino fatti concreti), non può far altro che aiutarci a proseguire nel percorso salva-ambiente. Il 2009 è alle porte, diamoci da fare.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
20/12/2008
La Conferenza Onu di Poznan sui cambiamenti climatici si è conclusa con un accordo tra i delegati di 190 paesi per il rilancio del Protocollo di Kyoto, ma bisognerà aspettare giugno prossimo per delle proposte concrete
ANCORA UN NULLA DI FATTO SUL CLIMA
Le divisioni emerse nell’ultimo Consiglio Europeo sul pacchetto climatico hanno fortemente compromesso i risultati della 14esima Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici, tenuta a Poznan, in Polonia, la settimana scorsa. I 12 mila delegati partecipanti al vertice hanno raggiunto infatti solo accordi formali e aleatori che sarà difficile tradurre in impegni concreti nella prossima conferenza prevista a Copenaghen nel dicembre del 2009, quando dovrà essere rivisto il Protocollo di Kyoto. Oltre alla riluttanza di alcuni Stati europei rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti hanno pesato sui colloqui di Poznan anche l’attuale recessione economica e l’ostilità della presidenza Usa di George Bush ad accordi multilaterali vincolanti (Washington non ha firmato infatti il protocollo di Kyoto).
Gli unici accordi raggiunti riguardano pertanto un calendario di appuntamenti internazionali per elaborare, entro giugno prossimo, un documento sugli obiettivi e i mezzi per ridurre l’effetto serra, un impegno a combattere la deforestazione in maniera più incisiva e alcuni finanziamenti per l’accesso dei Paesi emergenti al “Fondo di adattamento” (creato per aiutare gli Stati più poveri a fronteggiare i cambiamenti climatici). Anche i Paesi del Sud del mondo, tuttavia, hanno lasciato delusi la conferenza: se infatti si è trovato un accordo per aumentare le risorse ad essi destinate per la lotta al surriscaldamento globale, le somme disponibili restano però derisorie (300-400 milioni di dollari fino al 2012) se paragonate alle necessità effettive, pari a centinaia di miliardi di dollari l’anno. L’unica speranza per il nostro Pianeta sembra arrivare quindi dalla nuova amministrazione Usa di Barack Obama, che ha promesso importanti riforme in materia ambientale.
I gruppi ecologisti sperano che Obama tenga fede agli impegni presi, per ridurre le emissioni di Co2 e aumentare la produzione di energia pulita, anche per persuadere gli altri Stati industrializzati, in particolare quelli più riluttanti dell’Ue, a portare avanti il loro “programma verde” e la direttiva del 20-20-20 (per raggiungere entro il 2020 il 20% di fonti rinnovabili, il 20% di riduzione di Co2 e un’uguale percentuale di risparmio energetico). Il Premio Nobel per la Pace, Al Gore, ha chiuso la 14 esima conferenza mondiale sul clima con l’esortazione a non cedere al pessimismo, dicendosi convinto che nel giro di un anno, e quindi in tempo per il vertice di Copenaghen, si arriverà ad un’intesa per far sopravvivere il Protocollo di Kyoto. Nel frattempo, però, i ghiacci continuano a sciogliersi, mentre le catastrofi naturali dovute al surriscaldamento della Terra (come alluvioni, tsunami e carestie) si moltiplicano, provocando danni enormi a popolazioni e territori. Numerosi scienziati hanno previsto perfino un completo scioglimento della calotta polare entro una generazione, il che rende fondamentale agire ora per lasciare un mondo vivibile a chi verrà dopo di noi.
Giorgia Lamaro –ilmegafono.org
A Poznan si è discusso anche di due delle minacce più serie per il patrimonio marino: l’innalzamento del livello e l’acidificazione delle acque- Le allarmanti previsioni degli scienziati dell’Università di Postdam
I MARI SOTTO UNA DUPLICE MINACCIA
Un nuovo allarme, o meglio, la conferma di quanto già affermato in passato sull’innalzamento e l’acidificazione dei mari. L’innalzamento delle acque, potrebbe provocare vere e proprie sommersioni nelle zone costiere più basse, mentre l’acidificazione, dovuta alla concentrazione di ingenti quantitativi di sostanze chimiche nelle acque, provocherebbe seri danni alla flora e fauna marina, portando, nella peggiore delle ipotesi, all’estinzione di determinate specie. Un side event sull’innalzamento delle acque si è tenuto proprio durante la conferenza di Poznan e, in tale occasione, gli scienziati tedeschi dell’Università di Postdam hanno contestato il rapporto stilato nel 2007 dall’IPCC (Gruppo di studi climatici delle Nazioni Unite), in cui si prevedeva un margine d’innalzamento pari ad 1 metro e mezzo entro il 2100; ebbene, gli scienziati tedeschi hanno invece affermato, con l’ausilio di satelliti artificiali, che il ritmo di innalzamento cresce a dismisura, ed entro la fine del secolo i mari s’innalzeranno più di un metro di media. L’istituto di Postdam ha anche elaborato una mappa delle zone a rischio sommersione in Europa: tra di esse figurano la fascia comprendente Venezia e la costa dell’Adriatico settentrionale, alcuni tratti della zona Baltica e della Scandinavia, alcuni tratti della costa lambita dal Mar Nero e la parte orientale della Gran Bretagna.
Una delle città a maggiore rischio inondazione è New York: ad accompagnare l’inondazione saranno anche i cosiddetti “storm surge”, fenomeni che provocano improvvisi innalzamenti delle acque provocati da basse pressioni cicloniche. Se il margine d’innalzamento resterà di 1 metro e mezzo entro il 2100, si verificherà uno “storm surge” ogni tre anni, inondando anche zone molto popolose della città. L’effetto sarà di certo peggiore se il ritmo di innalzamento sarà accelerato dai cambiamenti climatici. Altra città esposta a grossi rischi è Venezia, già oggi interessata al fenomeno dell’acqua alta, fenomeno che sembra destinato a crescere ulteriormente nei prossimi decenni. È tuttavia importante sottolineare il fatto che non tutti i mari ed oceani hanno lo stesso ritmo d’innalzamento, poiché bisogna tener conto delle diverse intensità di correnti marine e della vicinanza ai ghiacciai. I mari europei sono sottoposti ad un innalzamento molto più veloce e pericoloso rispetto al resto dei mari del mondo, e la preoccupazione degli studiosi di Postdam, alle quali si aggiungono anche quelle del team italiano di Bologna, è data proprio da questo aspetto.
Il campanello d’allarme sulla situazione dei mari non è però soltanto legato all’innalzamento delle acque: a preoccupare scienziati ed ambientalisti è anche l’eccessiva acidificazione delle acque. Il ph medio dei mari è di 8,3 ma negli ultimi anni questo indice è drasticamente calato, prima di valori centesimali e poi decimali. Secondo un rapporto pubblicato dagli studiosi dell’Università di Chicago su “Proceedings of the National Academy of Science” (uscito quasi in concomitanza con la conferenza di Poznan), il processo di acidificazione è più veloce di 10 volte rispetto alla media degli scorsi decenni. Il biologo Jeff Price ha spiegato che tale fenomeno è fondamentalmente dovuto alla concentrazione di CO2 nell’aria, che si discioglie puntualmente in mare provocando di conseguenza l’eccessiva acidificazione. Le università americane tengono ormai da anni sotto controllo svariate specie vegetali ed animali, constatando quanto esse siano state danneggiate nel corso del tempo. Timothy Wotton, uno degli scienziati che ha verificato il processo, afferma che se la situazione non prenderà una piega positiva è a rischio tutta la catena alimentare marina e, di conseguenza, anche la pesca. Non possiamo dire di non essere stati avvisati.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
13/12/2008
Dopo il caos rifiuti, che nell’ultimo anno ha investito
Napoli e la Campania, qualcosa si muove, con un potenziamento della raccolta
differenziata, grazie ad iniziative e soprattutto ad una crescente
coscienza civile
NUOVE
INIZIATIVE CONTRO L’EMERGENZA RIFIUTI
Tutti sanno che la regione Campania, negli scorsi mesi, è stata protagonista di un’emergenza che ha mostrato tutte le crepe di un sistema politico-ambientale fin troppo obsoleto, un’emergenza che ha messo a rischio il benessere e la salute dei cittadini: ovviamente si parla dell’emergenza rifiuti. Fino a settembre scorso, le strade delle varie province campane erano ingombrate dai rifiuti, che ostacolavano il normale svolgimento delle attività quotidiane, anche a causa delle innumerevoli proteste e manifestazioni di piazza ad opera dei cittadini. L’emergenza sembra oggi essere rientrata, le strade non sono più ingombre e le manifestazioni sono sempre più rare. Il merito di questa “pacificazione” degli animi è da attribuire senza dubbio anche alla raccolta differenziata, promossa dalle autorità ed appoggiata dai cittadini, attraverso campagne di sensibilizzazione nelle scuole e negli edifici pubblici, dove infatti sono stati sistemati appositi contenitori per depositare carta, vetro ed alluminio; in molte realtà di provincia sono finalmente apparsi i primi cassonetti per la raccolta differenziata, che ora sembra non essere più un’utopia.
Tuttavia, non possiamo dire che essa sia praticata sempre nel più corretto dei modi: molte sono state le segnalazioni da parte di cittadini che affermano di aver visto gli addetti alla raccolta prelevare e trasportare nello stesso contenitore rifiuti di materiale diverso, venendo cosi meno alle regole che ne impongono la separazione e, dunque, il riciclaggio. Molti inizialmente hanno pensato alla solita protesta per boicottare le autorità, ma vari controlli hanno effettivamente riscontrato fenomeni del genere. Sono così partiti i primi provvedimenti e, da quel momento, episodi del genere si sono verificati con sempre minor frequenza. È molto recente una delle iniziative più significative per incentivare i cittadini a praticare la raccolta differenziata: dal 9 dicembre, infatti, è possibile consegnare personalmente il proprio carico di differenziata presso sedici centri operativi del CONAI (Consorzio nazionale imballaggi), ricevendo in cambio buoni spendibili nei punti vendita Eni ed Agip. L’iniziativa è stata fortemente voluta dal sottosegretario per l’emergenza rifiuti, Guido Bertolaso, appoggiato da altre organizzazioni di volontariato. Il 5 dicembre scorso, Bertolaso ha presentato l’iniziativa a Secondigliano, sede di un punto di raccolta, indicando le linee guida di questo progetto: i buoni spendibili andranno dagli 84 centesimi ad 1 euro ogni 100 kg di carta e cartone, fino ai 28,80 euro per l’alluminio, ritirabili presso gli uffici postali entro una settimana dalla consegna del carico.
È
stato attivato inoltre un call-center al quale chiedere ulteriori informazioni.
Bertolaso ha sottolineato l’importanza dei cittadini, i quali, attraverso tale
iniziativa, si sentiranno protagonisti e saranno così stimolati ad adoperarsi
per il miglioramento della propria città. Si tratta della prima iniziativa del
genere in tutta Italia, e si attendono risultati positivi, come auspica anche la
Protezione Civile. Questa, tuttavia, non è l’unica iniziativa a favore della
raccolta differenziata: circa un anno fa (gennaio 2008), come si legge in vari
blog, alcuni volontari di Greenpeace hanno sperimentato la raccolta porta a
porta in un paio di condomini del quartiere Vomero, a Napoli, dimostrando che in
tempi brevi è possibile riciclare circa il 70% dei rifiuti; a tal riguardo, è
disponibile anche un video su Youtube
che dimostra l’ottima riuscita dell’esperimento (http://www.youtube.com/watch?v=g9ZGsZ_7m2c).
Tutto questo ci fa pensare che qualcosa effettivamente si sta muovendo, come ad
esempio la coscienza civile dei cittadini, i quali, dinanzi allo scempio dei
mesi scorsi, si sono forse resi conto che è necessario davvero un passo in
avanti per migliorare il proprio ambiente, quello cittadino, già martoriato in
Campania dai problemi più svariati.
Laura
Olivazzi –ilmegafono.org
Importante incontro
degli Stati europei a Bruxelles, dove, in un’atmosfera segnata dalla linea
dura dell’Italia sul pacchetto sull’ambiente, si è discusso dei problemi
climatici e degli interventi per ridurre le emissioni inquinanti
CLIMA: DIETROFRONT DELL’ITALIA,
L’UE DIVISA
In questi primi giorni di dicembre si è svolto un incontro, a Bruxelles, caratterizzato dalla presenza delle più alte cariche dei paesi europei, compresi i ministri dell’Economia. Nella capitale belga è stato presentato il pacchetto UE, con temi attinenti alle problematiche del clima e alle soluzioni (o prevenzioni) a cui si dovrebbe mirare e che tutti dovrebbero sottoscrivere. Inizialmente, il pacchetto prevede di rispettare la strategia meditata nella primavera del 2007 dal premier Barroso, sintetizzabile in alcuni punti fondamentali: l’impegno dei paesi europei a contrastare il riscaldamento planetario (fornendo così al Vecchio Continente la prestigiosa leadership mondiale nella tecnologia pulita); l’abbattimento del 20% delle emissioni di CO2 entro il 2020; l’aumento medio del 20% delle energie pulite ed un’uguale percentuale nel miglioramento dell’efficienza energetica e, quindi, nel risparmio stesso. Ultimamente, però, si è aggiunto un ulteriore obiettivo, che mira ad un regolamento relativo alle emissioni di CO2 delle automobili: proprio su quest’ultimo punto, l’Italia, decisamente arretrata anche in tale ambito, ha espresso il proprio no alla commissione parlamentare, trovando un’alleata forte come la Germania.
Il ministro degli Esteri, Frattini ha affermato che, tali riduzioni, metterebbero in difficoltà le industrie italiane, sia quelle manifatturiere che, soprattutto, automobilistiche, già attraversate da una pesante crisi. Comunque, da quanto emerso dall’incontro di Bruxelles, il divario coesistente fra Italia ed Unione Europea sembrerebbe essersi ristretto, a differenza del primo incontro avvenuto in settembre, quando si propose, addirittura, di cancellare la promessa europea di portare il taglio di gas serra al 30%, in merito al protocollo di Kyoto. Il ministro degli Esteri,presentandosi ai cronisti al termine dell’incontro,ha chiarito di dover precisare alcuni punti (definiti da egli stesso “linee rosse”) che l’Italia è fortemente decisa a difendere: prima di tutto, egli ha affermato di cercare un compromesso accettabile sul “carbon leakage” (fughe di carbonio), assegnando i diritti di emissione gratuiti ai settori industriali interessati, evitando una possibile delocalizzazione; in secondo luogo, egli mira a “contabilizzare” lo sviluppo delle energie rinnovabili: due punti su cui Frattini vuole battersi, dicendosi al contempo convinto della grande importanza delle fonti “verdi”. Energie rinnovabili? Fonti verdi? In realtà no.
Proprio in merito al secondo punto, ancora una volta l’Italia si dimostra incapace ed incredibilmente in contrasto con le proprie stesse posizioni: naturalmente, i cittadini non avranno alcun bisogno di ricordare le ultime uscite politiche contraddittorie, ma il tema affrontato è di notevole importanza e sarebbe conveniente, per tutti, evitare false dichiarazioni. Infatti, il ministro dello Sviluppo economico, Scajola, dice di puntare alla costruzione di centrali nucelari e alla innovazione della tecnologia nucleare, con l’obiettivo di riaprire le quatto centrali già presenti (Latina, Trino Vercellese, Caorso, Garigliano) e di costruirne altre a partire dal 2013. Afferma Scajola: “Il nostro obiettivo è un mix di generazione elettrica formato dal 25% di fonti rinnovabili, 25% di nucleare e 50% di combustibili fossili”. Possiamo fidarci? La risposta è negativa. Perché nessuno parla del problema delle scorie e perché Scajola e il suo governo non ci sembrano particolarmente sensibili alla questione ambientale. Non solo.
La
costruzione di centrali nucleari è condizionata fortemente dall’attività
politica del nostro paese: ognuna di esse ricopre un costo elevatissimo e, come
è logico pensare, nessuna azienda rischierebbe di sborsare miliardi di euro se,
nello stesso 2013, le elezioni stravolgessero la situazione attuale. Si tratta
di pura propaganda e niente più. In conclusione,
su Bruxelles continua a spirare un vento caldo: infatti, la cancelliera tedesca
Merkel, la più restia al pacchetto UE, non accetta tali riforme perché
metterebbero a rischio i posti di lavoro, specie in un momento di crisi come
questo. Berlusconi parla addirittura di veti più o meno per le stesse ragioni.
In realtà, la promozione delle fonti rinnovabili, dunque di una vera e propria
“ecotecnologia” (caratterizzata dall’energia geotermica, marina, eolica,
solare), porterebbe alla creazione di ben 3-5 milioni di assunzioni, secondo
quanto riferito da Turmes, deputato ambientalista del Parlamento europeo. Ma
l’Italia, che a differenza della Germania è ancora troppo indietro nella ricerca e nello sviluppo di
fonti rinnovabili, sembra non voler capire, in modo da proteggere ancora i
grandi dinosauri della grande industria, che in nome del denaro hanno devastato
l’ambiente per decenni. Ed ancora continuano a farlo.
Giovambattista
Dato –ilmegafono.org
NUMERI DI NOVEMBRE 2008
29/11/2008
Il
recente accordo sulla bonifica dell’area industriale Priolo-Melilli-Augusta.
sottoscritto dai ministri Prestigiacomo, Scajola e Matteoli e dalle altre parti
in causa, presenta “anomalie”
che aprono numerosi interrogativi
ACCORDO
DI PROGRAMMA O REGALO ALLE IMPRESE?
Il recente accordo di programma, sottoscritto al ministero dell’Ambiente dai ministri Prestigiacomo, Scajola e Matteoli, e dai rappresentanti del governo regionale, delle autorità e delle istituzioni locali, che prevede un sostanzioso piano di interventi di bonifica nel dissestato territorio industriale della provincia di Siracusa e nei fondali avvelenati della rada di Augusta, sembrerebbe un primo effettivo mutamento di rotta sui problemi fino ad oggi irrisolti del risanamento ambientale. Nel merito, con un impegno finanziario di 770 milioni di euro si dovrebbe dare corso al disinquinamento della rada di Augusta (500 milioni di euro), alla realizzazione di opere di rimarginamento della fascia costiera da Augusta a Siracusa, alla messa in sicurezza delle falde acquifere; e inoltre alla bonifica di suoli ed acque di falda contaminati, sia di aree pubbliche che private; alla riqualificazione ambientale del porto di Siracusa e delle aree Pantanelli (Porto grande) e Calafatari (Porto piccolo). Quasi una “strenna” di fine anno, anche se di quella del 2005 (accordo di programma sulla chimica) nulla ancora è stato realizzato. Il dato certo è che questo piano, solo parzialmente risolutivo dei problemi di risanamento posti dallo stato del territorio (se verrà attuato), viene predisposto dopo più di 15 anni di impegni disattesi. Risale infatti al 1990 la dichiarazione di area ad elevato rischio ambientale del territorio dei comuni industriali di Priolo-Melilli-Augusta, insieme ai centri confinanti di Solarino e Floridia.
Risale al 1995 il varo del piano di risanamento che prevedeva attraverso programmi modulari l’utilizzazione di 1000 miliardi, di cui sono stati spesi per interventi secondari appena un ventesimo in tredici anni. Sono trascorsi dieci anni da quando la legge 426/98 inserì Priolo tra i siti di interesse nazionale (SIN) per la gravissima situazione creata dall’inquinamento industriale. E in questo lunghissimo periodo di tempo sono emersi in tutta la loro paurosa drammaticità i pesanti effetti prodotti da un’industrializzazione selvaggia e spregiudicata sulla vita e sulla salute delle popolazioni, con la crescita esponenziale di patologie tumorali e di alterazioni genetiche ed immunitarie (ipospadie e malformazioni neonatali) e con la contaminazione del suolo, delle falde, delle acque superficiali e dell’atmosfera di micidiali sostanze tossiche (diossina, arsenico, mercurio, fenoli, nanoparticelle, benzene ed altro). Ma l’accordo di Roma è realmente un primo atto di risarcimento nei confronti delle popolazioni e dell’ambiente violentato? È un accordo storico come il ministro Stefania Prestigiacomo si è subito affrettata a definirlo? O invece è nato ed è stato ispirato da logiche che nascondono, dietro il paravento del recupero di una condizione ambientale più tollerabile, operazioni di attenuazione delle responsabilità e degli oneri degli inquinatori? La lettura dei fatti e dei contenuti dell’accordo fornisce elementi di riflessione. Senza sottovalutare il valore positivo di interventi che possono eliminare o ridurre il carico inquinante diffuso in un’area, come quella del territorio industriale siracusano, dove convivono accanto alle industrie oltre 60.000 abitanti, risultano comunque evidenti gravi anomalie.
In primo luogo il piano di bonifica, predisposto dai ministri firmatari, affranca le imprese, responsabili dello scempio ambientale, dall’obbligo di rispondere totalmente con le loro risorse finanziare ai costi del risanamento ambientale. Dei 776 milioni di euro previsti nel programma, l’impegno economico previsto per le imprese è di solo 190 milioni, il resto è a carico del pubblico erario. Se si considera che, nel 2005, per il solo disinquinamento della rada di Augusta, le imprese erano state chiamate a concorrere con ben 272 milioni di euro, si comprende la prima consistente quota di “bonus” che le grandi industrie hanno avuto in regalo. Ma non è finita. Le somme potranno essere ulteriormente ridotte se le aziende daranno la loro disponibilità a concorrere pro quota agli oneri progettuali, di investimento e di gestione delle operazioni di bonifica. In questo caso otterranno agevolazioni transattive e un conguaglio di costi. Si tratta cioè di un inaudito rovesciamento degli obblighi che già la legge 22/97 (cosiddetto decreto Ronchi) e la successiva legge 471/99 fissava per le imprese che si erano rese responsabili dei fenomeni di contaminazione. Quelle leggi dello Stato, ancora pienamente in vigore, prevedono l’attuazione di un principio di giustizia economica e ambientale: chi inquina deve pagare. Siamo allora in presenza di uno stravolgimento, con la firma di un semplice accordo, delle leggi dello Stato, e di un’inammissibile prevaricazione da parte di organi istituzionali delle regole a vantaggio del sistema delle grandi imprese.
Una scelta discutibile non solo sul piano etico, ma anche sotto il profilo giuridico che scarica sulle finanze pubbliche e quindi sui cittadini i costi di chi ha inquinato. Questa incredibile procedura apre anche seri interrogativi sulla concretezza del piano annunciato. Ciò che ci si chiede, infatti, è come sarà possibile applicare questi metodi senza una modifica delle normative di legge in materia. Contraddizioni che nessuno ha ritenuto di dover denunciare. Solo qualcuno, come il segretario provinciale della Cgil, Gino Carnevale, irritato per l’esclusione delle organizzazioni sindacali dal tavolo romano, si è limitato a chiedere la necessità di un chiarimento sulla disponibilità dei fondi, sui meccanismi di ripartizione, sulle modalità di partecipazione delle imprese con le loro quote finanziarie. Ha comunque rilevato anche, con una certa sorpresa, l’anomalia di un piano di bonifiche dove le imprese da principali accusate, per i gravi guasti ambientali prodotti, sono improvvisamente diventate destinatarie di un trattamento soft. Non va dimenticato infatti che sono state le grandi imprese petrolifere, chimiche e petrolchimiche (Esso, Eni, Polimeri Europa, Syndial, Sasol, Erg), a bloccare con i loro ricorsi l’avvio della bonifica della rada di Augusta, che già alla fine del 2005 poteva entrare nella fase operativa. Allarmismi e strumentalizzazioni della Confindustria di Siracusa, di politici, di alcuni sindacalisti, sul rischio che le bonifiche potessero compromettere l’agibilità del porto di Augusta, hanno tentato di impedire la rimozione di milioni di tonnellate di sedimenti marini irrorati da un miscuglio di pericolosissime sostanze inquinanti.
Ora
anche nella nuova fase, ci sono nuovi soggetti, come gli operatori portuali di
Augusta, che agitano nuovamente il rischio paralisi per i traffici, dimenticando
che senza bonifica il porto di Augusta non potrà mai diventare hub
internazionale. La logica del rinvio, gli atti compiuti per bloccare la bonifica
hanno sempre avuto uno scopo preciso: non pagare ingenti somme per il
disinquinamento e soprattutto occultare la verità sul disastro ambientale che
si è consumato per esclusiva responsabilità delle imprese.
È grave che manchi una valutazione ragionata da parte degli esponenti
delle istituzioni locali, che nel corso di questi anni hanno assunto posizioni
di denuncia sui processi di boicottaggio di ogni processo di risanamento
ambientale. È ancora più clamoroso che sull’accordo si siano manifestati,
senza alcun senso critico, soddisfazione e dichiarazioni enfatiche, come quella
del sindaco di Priolo Gargallo, Antonello Rizza, uno dei comuni industriali più
a ridosso delle fabbriche, che senza
esitazioni ha definito l’accordo un momento di svolta, frutto del
pragmatismo del governo, che apre la strada a nuovi processi di industrializzazione.
Una dichiarazione sostenuta, nonostante la sua stessa ammissione che il piano
varato apporta notevoli benefici alle imprese in termini di risparmio
finanziario. A quanto pare ciò che conta non è lo scandalo di un cedimento
agli interessi delle imprese, con un aggravamento del costo pubblico degli
interventi, ma la possibilità che le aziende liberate da oneri e responsabilità
per la caratterizzazione dei siti e per gli obblighi di bonifica possano
diventare più disponibili a nuovi insediamenti. Una riedizione del “fine
giustifica i mezzi” che i ministri firmatari, sulla scia dello spregiudicato
comportamento dell’attuale
governo di centrodestra, non hanno esitato ad applicare.
Salvatore Perna ilmegafono.org
Un team di studiosi dell’Università di Milano ha sperimentato un telo
geotessile a due strati capace, grazie alle proprie qualità isolanti, di
inibire, con un costo molto ridotto, le cause principali dello scioglimento dei
ghiacciai
UNA
POSSIBILE SOLUZIONE PER SALVARE I GHIACCIAI
Arginare lo scioglimento dei ghiacciai, e di conseguenza l’innalzamento del livello delle acque, sembrava impossibile fino a pochi mesi fa, ma recenti studi condotti dagli studiosi dell’Università di Milano hanno dimostrato il contrario. Il team di studiosi, guidato da Guglielmina Diolaiuti e Claudio Smiraglia, ha sperimentato un telo geotessile a due strati (la cui struttura ricorda approssimativamente quella del telo per l’asse da stiro), che, grazie alla sua particolare capacità isolante, dovrà tenere lontani dai ghiacciai lombardi caldo e raggi ultravioletti, che sono i principali responsabili dello scioglimento. L’esperimento è stato però effettuato su una minima porzione di ghiacciai (circa 150 metri quadrati), precisamente sul ghiacciaio del Dosdè, ma è già un passo in avanti molto avanzato, considerando che dal 1992 al 2003 sono stati persi circa 171 milioni metri cubi d’acqua, di cui un milione rilasciati dal solo Dosdè. A collaborare con l’Università di Milano per realizzare l’esperimento, sono stati la Provincia di Sondrio ed il Comune di Valdidendro, ma anche la casa produttrice dell’acqua Levissima, che ha le sue sorgenti proprio presso il Dosdè.
I dottori Smiraglia e Diolaiuti, però, specificano che, nonostante l’invenzione di questo telo isolante, lo scioglimento dei ghiacciai continuerà; sono infatti necessari ulteriori studi per rendere ancora più efficace il telo, ma nel frattempo si riduce fortemente la perdita d’acqua che in passato ha superato soglie alquanto preoccupanti. Il costo del telo è anche relativamente basso, si parla infatti di 700 euro per un telo steso tra i 2750 e 2850 metri, per cui sarà facile diffondere tra i vari comuni alpini questo tipo di protezione per i propri ghiacciai, importanti anche ai fini del turismo. Un esperimento simile fu effettuato nel 2005 anche in Svizzera, per impedire lo scioglimento dei ghiacciai estivi, presso Gurschen: il telo svizzero era costituito da materiali come il polipropilene ed il poliestere, in grado di isolare dai raggi ultravioletti. La spesa fu all’epoca molto più consistente: si parlò infatti di 28000 franchi tra telo e manodopera, ma si cercò comunque di attuare una soluzione che non richiedesse costi troppo ingenti. In quell’occasione, però, gli ambientalisti svizzeri lamentarono, da parte del governo, una preoccupazione maggiore per i sintomi e non per le cause del surriscaldamento globale, accusando le autorità di voler salvaguardare esclusivamente il turismo estivo.
Facendo
un parallelo con i ghiacciai lombardi, ci si rende conto che una delle
finanziatrici del progetto salva-Dosdè è una casa produttrice di acqua: è
naturale pensare che dietro queste misure di protezione ci siano motivi
economici e commerciali. Tuttavia, il team responsabile del progetto ha
specificato che gli esperimenti vanno avanti già dall’estate 2007, quando è
stata posizionata una stazione meteorologica in grado di registrare le
variazioni di temperatura e del flusso di calore, dati che poi sono stati
utilizzati per il perfezionamento del telo protettivo che prende il nome di
“Ice protector 500 bianco puro”, scelto dopo la selezione di diversi
materiali ed avente spessore di 0,4 centimetri. Se l’esperimento andrà a buon
fine, la prossima estate il telo sarà steso su altre ampie porzioni di
ghiacciai, e magari potrebbe arrivare a proteggere aree sempre più vaste, in
modo da porre un limite alla pericolosità dello scioglimento.
Laura
Olivazzi –ilmegafono.org
22/11/2008
Una sensazionale scoperta arriva dalla Patagonia: individuato un fungo
capace di produrre una sostanza chimica dalle proprietà simili a quelle del
diesel- Potrebbe trattarsi di una vera svolta per il futuro del
pianeta
IL PIENO DI BENZINA? NO, DI
FUNGHI!
Ogni scoperta ed invenzione a favore dell’ambiente e del clima viene accolta dagli studiosi e dagli ecologisti di tutto il mondo con grande ottimismo ed approvazione, visto il periodo cosi tormentato sul piano dell’inquinamento ambientale. L’ultima grande scoperta arriva dalla Patagonia: si tratta di un fungo capace di produrre una sostanza chimica dalle proprietà molto simili a quelle del carburante diesel. Il Glicocladium roseum (questo il nome scientifico del fungo) si nutre della cellulosa delle piante, restituendola all’ambiente sotto forma di Biofuel in vapore. È proprio il vapore a rappresentare la novità più eclatante: a differenza del combustibile liquido, infatti, il vapore può essere estratto ed immagazzinato più facilmente, grazie alla presenza di componenti a basso peso molecolare. Un particolare da non sottovalutare, poi, è il fatto che esso non implica alcun danno ambientale. C’è anche un’altra varietà di fungo-diesel: la Eucryphia cordifolia. La scoperta è stata effettuata dallo scienziato americano Gary Strobel, affiancato da un abile team di studiosi della Montana University.
Lo stesso Strobel ha dichiarato di essere esterrefatto dalla scoperta, poiché ci si trova dinanzi al primo organismo vegetale in grado di produrre molecole quasi del tutto simili a quelle degli idrocarburi fossili, come l’ottano contenuto nel gasolio; inoltre, il rendimento energetico del Glicocladium è di gran lunga superiore rispetto al Bioetanolo prodotto dalla canna da zucchero, o di qualsiasi altro carburante biologico, come quello prodotto da alghe e batteri vegetali. Avendo poi come materia prima la cellulosa vegetale, assai abbondante in natura, non sarà difficile incrementarne la produzione e dar dunque vita a vere e proprie coltivazioni intensive. Gli scienziati preferiscono però procedere ancora con cautela, senza effettuare esperimenti troppo dispendiosi: sono in corso, infatti, esperimenti su scala ridotta, con i quali, raccogliendo una quantità di biofuel sufficiente ad alimentare un motore, si avrà una risposta definitiva sulla possibilità di contribuire all’obiettivo europeo sull’utilizzo più controllato di carburanti.
Entro il 2020, il 10% sul totale dei carburanti dovrà essere di origine vegetale. Per ulteriori informazioni sulle componenti chimiche e sull’utilizzo al quale è destinato il biofuel derivato dai funghi in questione, Gary Strobel invita alla lettura degli articoli pubblicati sul numero di novembre della rivista scientifica americana “Microbiology”, anche se una notazione particolare ci è già stata fornita: sarebbe meglio denominare il diesel proveniente dai funghi “micodiesel” o “micofuel”, specificandone cosi la provenienza vera e propria, non semplicemente vegetale. La scoperta del Glicocladium potrebbe avere importanti risvolti anche a livello politico ed economico, basti pensare alle innumerevoli guerre per il petrolio combattutesi negli scorsi decenni, che hanno cosi tanto sconvolto i già precari equilibri internazionali.
Il
biofuel è la soluzione per distribuire in modo più equo le risorse energetiche
in tutto il pianeta, ad un prezzo non troppo elevato, anche a livello di energie
spese. Per quanto riguarda l’aspetto più strettamente economico, il biofuel
è di certo meno dispendioso dell’idrogeno, almeno per l’impiego nei motori
di automobili ed altri mezzi di trasporto. I biocarburanti potrebbero davvero
rappresentare, secondo gli studiosi, una delle risposte più concrete al Global
Warming (il surriscaldamento del pianeta), e sarà grazie ad essi che continuare
ad usare automobili (o altri mezzi a motore) non vorrà dire per forza
martoriare l’ambiente.
Laura
Olivazzi –ilmegafono.org
Quello che conduce i prodotti alimentari dal produttore al consumatore
è un tragitto lungo e tortuoso che spreca energia e produce inquinamento- Sul
web c’è, però, chi offre una ricetta per far fronte al problema
L’AUTARCHIA DOMESTICA CHE
AIUTA L’AMBIENTE
Le capacità dell’eco-sistema di riassorbire gli squilibri ecologici prodotti dall’uomo sono limitate e decisamente insufficienti già all’indomani della rivoluzione industriale. L’uomo con il suo progresso e la sua corsa verso il benessere nel giro di poche centinaia di anni è stato in grado di innescare nel nostro pianeta una serie di processi di trasformazione complessi, difficilmente reversibili, rendendo impossibile vivere in modo sano e genuino. È ormai più che noto lo stretto legame tra il surriscaldamento del pianeta e le attività umane, per cui numerosi sono gli sforzi per correre ai ripari: si tenta di mettere un freno alle piene libertà delle industrie di emettere gas nocivi; si cercano modi alternativi nello smaltimento dei rifiuti; si cercano materiali eco-sostenibili con cui sia possibile costruire edifici; si tenta di risparmiare energia. Purtroppo non c’è ancora abbastanza impegno in questo senso e pochi sanno per esempio che, secondo la Fao, il ciclo completo dell’agricoltura è colpevole per il 30% del surriscaldamento mondiale (solo per il 17% il trasporto non legato a questo settore), e che il settore zootecnico produce dei gas serra nettamente più pericolosi del Co2.
Citando un’inchiesta del programma di Raitre, Report, “un hamburger di 150 grammi, prima di arrivare sulla nostra tavola, ha consumato 2500 litri di acqua, tutta quella che serve per irrigare il terreno in cui cresce il mais o il foraggio che serve ad alimentare l’animale”. Quello della carne è solo un esempio. Tanti altri prodotti compiono, nel corso del loro confezionamento industriale, una serie di passaggi da stabilimenti (anche dislocati in diverse città) che non sono strettamente necessari; per tale ragione è possibile che un comune pomodoro, nella sua bella confezione di plastica colorata in un supermercato, abbia fatto molti chilometri prima di giungere allo scaffale, essendo stato raccolto in Puglia, ad esempio, per poi essere mandato al nord per essere scelto, poi tornare più a sud per essere impacchettato prima di arrivare nella città in cui verrà mangiato. Tutto questo fa parte di un sistema irrazionale che porta l’aumento smisurato dei prezzi, il consumo di molte più energie di quelle necessarie e la produzione di inquinamento.
È l’altra faccia della medaglia, ciò che siamo disposti a pagare per avere prodotti già pronti (già lavati o cucinati, ci manca solo che siano pre-masticati…), perfetti nelle loro confezioni studiate da esperti di grafica e comunicazione per attrarre la nostra attenzione. Quello che si può fare è continuare a ignorare oppure rimboccarsi le maniche e, ognuno nel suo piccolo, dare una mano al pianeta e a noi stessi. Si potrebbe iniziare a capire, ad esempio, che “siamo quello che mangiamo” e magari davvero abituarci a vedere il pane come qualcosa che “si fa” anche senza troppi sforzi, o capire che la birra non è un’alchimia fatta dalle industrie, che lo yogurt migliore è quello fatto in casa; fare un passo indietro per arrivare più avanti. È questa l’idea di molti che, stanchi di dipendere totalmente da un supermercato, hanno elaborato una sorta di “autarchia” domestica, nel senso di essere autonomi, come una nazione in tempo di guerra. Non essere schiavi dei prodotti già fatti, darsi i mezzi per scegliere tra una cosa già pronta di dubbia provenienza (e con un elevato prezzo) e un’altra da fare, di cui conosciamo gli ingredienti, che anzi stabiliamo noi, e con un prezzo più che dimezzato.
In
questo senso il web ci aiuta perché, se è vero che a scuola non ci insegnano
ad allevare lumache, in qualche modo si dovrà pur cominciare e per fortuna c’è
ancora chi ha le ricette giuste per compiere queste magie e ha tutta la voglia
di metterle a disposizione degli altri. Nascono così dei siti dedicati
interamente a questo scopo, tra cui vi segnaliamo www.lofaccioio.org, un sito
che parte dalla Sicilia per iniziativa di un giovane dottore in agraria che
accetta ogni tipo di contributo e di suggerimento. Tramite questo sito, ed altri
connessi, potrete conoscere dettagliatamente come fare yogurt, birra e tofu,
come si allevano alcune varietà di funghi, ma anche come fare un insetticida
naturale che allontani molte varietà di insetti dalle nostre piante domestiche
e dai nostri orti. E per coltivare assolutamente in biologico vi verrà
illustrato come ottenere un fertilizzante a costo zero tramite il compostaggio.
Un modo semplice e conveniente di aiutare l’ambiente.
Sara Montoneri –ilmegafono.org
15/11/2008
Con
Obama presidente, gli Usa compieranno una svolta anche nella lotta ai
cambiamenti climatici, con ambiziosi piani di investimento nelle energie
rinnovabili e nella consistente riduzione delle emissioni inquinanti
OBAMA
E “IL PIANETA IN PERICOLO”
Dallo scorso 5 novembre il mondo ha un nuovo alleato nella lotta ai cambiamenti climatici. Il neo eletto presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, già nel suo primo discorso, ha confermato la volontà di mettere il “Pianeta in pericolo” al primo posto, promettendo una svolta radicale anche nella guerra contro il surriscaldamento globale. Una sterzata a 180 gradi rispetto al suo predecessore George Bush che prevede come obiettivo ultimo la riduzione delle emissioni di gas serra dell’80 per cento entro il 2050, nonché ambiziosi piani di investimento in energie pulite e rinnovabili. Nel suo programma elettorale, il leader Democratico parla di 150 miliardi di dollari da investire nei prossimi dieci anni per lo sviluppo di un “futuro energetico pulito” che garantisca anche milioni di nuovi posti di lavoro. Obama vuole eliminare, nel giro di un decennio, la dipendenza degli Usa dal petrolio venezuelano e mediorientale e lanciare sul mercato un milione di auto ibride entro il 2015.
Allo stesso tempo, sulla scia dei paesi aderenti al Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici (cui Bush non aveva aderito), il nuovo inquilino della Casa Bianca intende arrivare ad un 10 per cento di elettricità prodotta da energie rinnovabili entro il 2012 (attualmente gli Usa traggono l’8 per cento del loro fabbisogno di elettricità da fonti rinnovabili) e ad al 25 per cento entro il 2025. Altri punti della sua agenda verde sono, infine, un miglioramento del 50 per cento dell’efficienza energetica del paese entro il 2030 e un aumento della produzione e del consumo di biocarburanti. Certo non sarà facile per la nuova amministrazione Democratica rimediare agli errori commessi in otto anni di governo di George W. Bush in campo ambientale, tuttavia Obama ha dalla sua un grande appoggio internazionale e una straordinaria capacità di coinvolgimento delle coscienze che lo aiuterà sperabilmente anche nel trascinare imprese ed enti privati nel suo ambizioso programma ambientale.
Ci si
aspetta quindi che dal prossimo anno, dopo l’insediamento alla Casa Bianca,
Obama usi la sua agenda verde anche come strumento di lotta alla crisi
finanziaria e alla disoccupazione, per promuovere posti di lavoro e nuove
imprese nel settore delle fonti rinnovabili e dell’energia pulita. “Gli
Stati Uniti hanno ora finalmente l’opportunità unica di assumere una
leadership nella battaglia globale contro il riscaldamento globale -ha affermato
Rajendra Pachauri, Nobel per la Pace nel 2007 e presidente dell’Intergovernamental
panel on climate change (Ipcc), in un commento ‘a caldo’ sull’elezione del
candidato Democratico- e siamo convinti che il nuovo presidente, non appena
insediato, annuncerà una politica energetica coerente, che guardi al futuro e
alla tutela dell’ambiente”.
Giorgia Lamaro –ilmegafono.org
La
scorsa settimana, nell’impianto della ErgMed Nord, nel polo industriale
siracusano, per 19 operai, investiti dalla fuoriuscita di anidride solforosa, si
è sfiorata la strage- Da impresa e sindacati le solite sterili risposte
L’ENNESIMO
INCIDENTE E LE RISPOSTE DI RITO
Né cinismo né conformismo, solo il rigore dei fatti. Non può non essere ancorato ad altro il giudizio su quanto continua ad accadere nell’area industriale siracusana.. Un nuovo incidente, uno dei tanti che si susseguono senza soluzione di continuità all’interno degli stabilimenti dell’area industriale, ha coinvolto 19 lavoratori che operavano nell’impianto di desolforazione dei combustibili fossili (CR37) della ErgMed Nord, che sono stati investiti da una improvvisa fuoriuscita di anidride solforosa con drammatici e immediati effetti sulla loro salute e con gravi rischi per la loro stessa incolumità. L’anidride solforosa, che è uno dei più pericolosi prodotti inquinanti delle emissioni industriali, a contatto con l’aria, per un rapido processo di ossidazione, si trasforma in anidride solforica aggredendo con il suo forte carico irritante e corrosivo gli occhi, le mucose, l’apparato respiratorio. Se i lavoratori coinvolti nel grave incidente non hanno subito conseguenze più disastrose ciò è dipeso solo dalla circostanza che l’inquinante non ha raggiunto un grado di concentrazione molto elevato. Ancora una volta l’integrità fisica e la stessa vita dei lavoratori è stata posta allo sbaraglio. Non è infatti accettabile rifugiarsi nella giustificazione di un probabile di errore di procedura, come hanno fatto i responsabili della Erg, né è ammissibile, come si limitano a fare i sindacati, sollevare ipotesi generiche sulle cause dell’accaduto o ribadire la volontà di un forte impegno per la sicurezza dei lavoratori e delle popolazioni.
Occorre uscire da un atteggiamento che rischia di apparire un rito e che non produce i profondi mutamenti che si impongono. Tutti infatti sembrano trascurare o per motivi utilitaristici (soprattutto le imprese) o per negligenza (sindacati e osservatori) che in un intervento di riavviamento degli impianti, come quello che si stava realizzando al CR37 dopo le anomalie determinate dal precedente black out della centrale termoelettrica della Erg, l’intervento pianificato avrebbe dovuto prevedere le eventuali disfunzioni delle apparecchiature predisponendo sistemi di controllo collettivi e adeguati dispositivi individuali di protezione (come la disponibilità di maschere protettive). Per operare all’interno di zone di stabilimento, come l’area del CR, esistono sulla carta procedure che spesso non trovano adeguato riscontro in fase esecutiva. Quanto avvenuto, allora, se non vuole rimanere l’ennesimo episodio di pericolo scampato, senza determinare una profonda presa di coscienza, deve rimettere in primo piano i problemi della sicurezza negli stabilimenti industriali in tutte le sue sfaccettature: la tutela della salute e dell’integrità fisica dei lavoratori e la garanzia della sicurezza per le popolazioni. Devono riavere il giusto peso e la priorità i problemi della qualificazione e della affidabilità delle piccole e medie imprese dell’indotto, intaccate dai processi di deregolamentazione e di concorrenza selvaggia che hanno prevalso nel settore.
Deve affermarsi una nuova stagione di democrazia industriale nella quale i lavoratori ritornino ad essere protagonisti e a riappropriarsi dei loro diritti, per uscire da un sistema che in larga misura, per fare cassa o per risparmiare, li fagocita ricorrendo a forme anomale di reclutamento della forza lavoro (paga globale con l’annullamento di gran parte dei diritti contrattuali, lavoro precario ed altro), trasformandoli spesso in “mercenari” o “massa d’urto”, o esponendoli a gravi rischi con l’abbassamento delle condizioni di sicurezza. Occorre ancora fare chiarezza sulla reale situazione della realtà industriale, sullo stato degli impianti, sui programmi di manutenzione e di innovazione tecnologica realizzati, sulla esatta conoscenza del rischio industriale esistente in un’area dove c’è un’alta concentrazione di impianti a rischio di incidenti rilevanti e di produzioni pericolose. Non si tratta di perseguire l’obiettivo dello smantellamento della realtà industriale, ma di far valere le ragioni della compatibilità tra le ragioni del territorio, della sicurezza dei cittadini, del recupero di accettabili condizioni ambientali nei confronti di chi, come le grandi società industriali del polo siracusano, ha fatto correre gravi pericoli alla stessa vita delle popolazioni, ha bruciato immense e preziose risorse del territorio, ha contribuito ad accrescere patologie e malattie professionali.
Ciò che crea indignazione è assistere ai contorcimenti di gran parte della politica, delle organizzazioni sociali, che non riescono a rovesciare i postulati dell’analisi, partendo non da ciò che serve alla collettività, ma da ciò che l’economia, i poteri decisionali e dominanti tentano di imporre. Il caso emblematico è diventato la questione del rigassificatore, trasformato da improvvisati “economisti” o esperti di strategia industriale in obiettivo decisivo per il futuro della nostra provincia. L’obiettivo industriale della Erg, delle sue strategie di mercato, è diventato in molti casi il “bene più prezioso” per una larga schiera di improvvisati economisti e strateghi industriali. Così uomini che avevano deciso di dare battaglia contro la costruzione di un impianto, classificato ad alto rischio di incidente rilevante per la sua collocazione nel cuore di una realtà industriale densa di impianti pericolosi e in un contesto territoriale ad alta e confinante urbanizzazione, stanno modificando le loro posizioni, dimostrando di subire il l’aut-aut del gruppo Erg che minaccia il disimpegno dall’area industriale siracusana se non passa il rigassificatore.
Certo la Erg ha un peso economico e sociale elevato nella realtà siracusana, ma i massimi dirigenti della Erg dimenticano che hanno costruito le loro fortune (come tanti altri) utilizzando senza limiti le risorse del nostro territorio. Basta un esempio per tutti: l’inumana cancellazione di un’intera comunità, quella di Marina di Melilli, costretta 30 anni fa ad abbandonare le proprie case per fare spazio agli impianti dell’Isab (oggi Erg). Ministri, come l’on. Stefania Prestigiacomo, sono andati in soccorso degli industriali della Erg, senza curarsi dell’opposizione della gente. Ma anche esponenti politici regionali che avevano manifestato la loro contrarietà al progetto della Erg nel polo siracusano, sembrano avere avviato una manovra di retromarcia. Lo stesso on. De Benedictis ha voluto ribadire in questi giorni la sua posizione favorevole sulla costruzione del rigassificatore. Ma ho l’obbligo di precisare che il deputato del PD, nella comunicazione che mi ha fatto pervenire, non ha manifestato la sua posizione per aggiungersi al coro di quelli che appaiono come testimonial dei fratelli Garrone, ma per smascherare la inaffidabilità di esponenti come l’on.Gianni che, dopo aver sostenuto che il rigassificatore non sarebbe mai stato costruito nel sito prescelto finché fosse durato il suo mandato, invece ora manda alla Ionio Gas messaggi di pace, e degli esponenti dell’Mpa, ieri in trincea contro il terminal gasiero e oggi incoerentemente a favore.
All’on. De Benedictis, che è pienamente convinto che il rigassificatore è un’importante opportunità per favorire nuove possibilità di sviluppo nella nostra provincia e che le garanzie di sicurezza dell’impianto sono adeguate per l’ utilizzazione delle più avanzate tecnologie (come ricorda di aver già precisato in modo articolato in un articolo del giugno del 2006), va solo ricordato che, pur nel pieno rispetto del suo libero convincimento, un impianto come il rigassificatore, per i potenziali effetti devastanti che avrebbe in caso di un incidente che lo coinvolgesse, inserito in un contesto industriale come quello siracusano, sarebbe dovuto passare al vaglio sotto il profilo della sicurezza di simulazioni scientifiche in grado di prefigurare gli scenari possibili che si sarebbero potuti verificare nel caso di un eventuale effetto domino di incidenti in altri impianti o di eventuali anomalie nel suo funzionamento o di eventi sismici di elevata magnitudo. Le precisazioni dell’on. De Benedictis sono utili per rilanciare una domanda di chiarezza a tanti altri esponenti politici ed istituzionali che o continuano a tacere o forse prendono tempo.
Sarebbe interessante conoscere dall’on. Sorbello, che nella sua qualità di assessore regionale all’Ambiente ha manifestato una posizione di resistenza sul progetto della Ionio Gas, quale orientamento intende assumere nella sua veste di sindaco di Melilli, comune nel quale un gran numero di cittadini, che si battono contro questo insediamento, hanno chiesto da tempo lo svolgimento di una consultazione referendaria. È ugualmente di grande interesse quale posizione ufficiale intendano assumere gli altri esponenti siracusani delle delegazioni parlamentari regionali e nazionali e i sindaci degli altri comuni, compreso il sindaco di Siracusa. Ad eccezione del sindaco di Priolo, che “obtorto collo” (travolto dal bisogno di lavoro dei cittadini e delle imprese priolesi) si è dichiarato disponibile al sacrificio di un impianto aborrito dalla maggioranza dei cittadini del suo comune, tutti gli altri tacciono. L’opinione pubblica dei comuni industriali, mentre aspetta di conoscere l’orientamento di tanti autorevoli personaggi, sembra però prepararsi ad una lunga battaglia di resistenza, come si preannuncia già a Melilli, con l’avvio di azioni di lotta e di pubbliche manifestazioni e come va delineandosi anche a Priolo.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
08/11/2008
Dopo
che i massimi esponenti della Erg hanno minacciato di investire altrove in caso
di stallo ulteriore sul rigassificatore, la classe politica locale e regionale
si è subito accodata e preme per il Sì incondizionato
all’impianto
L’INSOSTENIBILE
LEGGEREZZA DELL’ESSERE
Alcune volte nel corso della vita capita di scoprire che era effimero ciò in cui si è creduto. Capita alle persone, ma succede soprattutto ai politici. Nascono nel secondo caso crisi di coscienza, quasi sempre di lacerazione interiore, che sboccano in nuovi “illuminanti” percorsi, da affrontare (si dice) con sofferenza ma in grado di fornire approdi più agevoli. Sempre nel secondo caso c’è chi, dopo aver sostenuto posizioni irriducibili e fortemente motivate, scopre lungo la via opportunità migliori che incrinano le convinzioni primigenie. C’è ancora chi, timoroso del giudizio degli amici (ma soprattutto degli avversari) si angustia mantenendo in una sfera intima le proprie convinzioni, e poi per un imprevisto evento esterno (forse auspicato) manifesta all’improvviso con ritrovata lena pensieri compiuti e audaci, senza temere di apparire come l’espressione di una vis compulsa. Poi esiste anche una popolata categoria di persone dalle certezze omologate, da sempre infastidite dai vocii di dissenso della gente comune, di semplici cittadini, preoccupata di vedere appannarsi i titoli autoreferenziali o dirigistici di cui si fregia, che ritrova nel proliferare delle conversioni dei contrari e degli scettici i punti di aggancio per garantirsi un futuro più a propria immagine e somiglianza. Ad eccezione delle crisi individuali che possono coinvolgere ambiti limitati con effetti non devastanti per la comunità, tutte le altre crisi del secondo tipo sono foriere di conseguenze ad ampio raggio.
Nel concreto le metamorfosi del secondo tipo possono condizionare il futuro di una popolazione di circa centomila abitanti: una grande area territoriale come quella dei comuni industriali della provincia di Siracusa. I tormenti, le valutazioni di opportunità, gli improvvisi e furibondi risvegli, le certezze supponenti, che gli esponenti del mondo politico e sindacale in questi giorni hanno affidato ai media per ribadire la necessità e l’urgenza che il rigassificatore della Ionio gas serve per il lavoro e lo sviluppo forniscono una grande materia di riflessione. Senza avventurarsi in interpretazioni o in dietrologie sulla genesi di tanti pronunciamenti, ma osservando da semplice cronista i contenuti di quanto è venuto a conoscenza della pubblica opinione si possono cogliere alcune clamorose contraddizioni. Certamente sorprende che tanto affanno e tanta abbondanza di interventi si siano materializzati non appena i massimi esponenti della Erg hanno ventilato in modo duro ed esplicito (la scorsa settimana) la volontà di dirottare una parte dei loro investimenti, se non fosse stato deciso lo sblocco dei lavori del terminal di rigassificazione. Il richiamo era chiaro: era rivolto al governo regionale e in particolare agli assessori regionali all’Industria e all’Ambiente, Pippo Gianni e Pippo Sorbello, ma anche al presidente della Regione, Raffaele Lombardo, colpevoli fino a quel momento di nicchiare sulla vicenda.
Che la Erg, insieme alla sua co-partner Shell, abbia fretta di costruire il rigassificatore è certamente comprensibile dal punto di vista imprenditoriale. Produrre entro pochi anni 8 miliardi di gas e poi 12, come previsto nel progetto, è un grande business per entrare nel grande mercato europeo dell’energia. La posta in gioco per le imprese è alta e il sito industriale siracusano ottimale, essendo un’area infrastrutturata e dotata di una grande area portuale. Ciò che non è comprensibile è l’assoluta indifferenza a fornire risposte adeguate ai problemi di sicurezza posti dalla popolazione. Su questo fronte il dibattito, al di là di stucchevoli e di generiche rassicurazioni, non è stato mai aperto. Sotto questo profilo le dichiarazioni del presidente della Confindustria di Siracusa, Di Stefano, e del presidente regionale, il siracusano Ivan Lo Bello, che sollecitano una svolta sullo sblocco degli investimenti, sono un atto dovuto. Rimangono forti perplessità sul fatto che il rigassificatore, che era collocato nell’accordo di programma come un impianto complementare per rilanciare lo sviluppo industriale, ora sia diventato strategico. Ma la cronaca di questi giorni riserva, ad un’attenta lettura dei fatti, più di una sorpresa.
Innanzitutto lo sfogo, quasi “deamicisiano”, del sindaco di Priolo, Antonello Rizza che, sciorinando dati allarmanti sui disoccupati di Priolo, circa 3.000 secondo le sue stime (e non si capisce perché prenda in considerazione solo quelli di Priolo), e su uno stato diffuso di crisi di decine di aziende priolesi (Priolo caput mundi), pur dichiarando di essere stato da sempre convinto che il sito scelto dalla Ionio Gas per la costruzione del rigassificatore fosse sbagliato, per questa situazione allarmante si sente costretto a vedere la questione da una prospettiva diversa. In sostanza, pur non avendo cambiato idea (sostiene lui), non esistendo alternative immediate per i problemi della crisi economica della sua città è costretto a sorvolare sulle grandi questioni della sicurezza degli impianti industriali. Quindi il primo cittadino di una città che con un voto plebiscitario, appena un anno fa, ha detto no al rigassificatore fa sapere che occorre abbassare la guardia. Di fronte a questi contorcimenti sembra quasi sentir riecheggiare, in un periodo in cui ancora non era diffusa una forte cultura della sicurezza e della tutela ambientale, lo slogan con cui i potentati politici di Noto, insieme ad una popolazione strumentalizzata gridavano per le strade delle città barocca “meglio morire di fumo che di fame”, avallando l’ipotesi della costruzione della raffineria Isab nell’oasi naturale di Vendicari.
Quella follia non passò. Ma la vicenda di oggi è tutt’altro che risolta. Sembra anzi che il partito del gas possa acquisire nuovi proseliti per mettere a tacere le preoccupazioni e le voci di dissenso. Così è subito passato all’offensiva anche l’on. De Benedictis, che addirittura, dopo l’esternazione dei fratelli Garrone, ha bacchettato il governo regionale accusandolo di incapacità per non saper cogliere la grande opportunità di utilizzazione del gas per il territorio, sia sotto il profilo di nuove opportunità industriali che di sconti sul costo dell’energia. Il deputato del PD non ha dunque ritenuto utile porsi il problema di una seria discussione sui problemi non risolti delle garanzie di sicurezza dell’impianto né si è preoccupato di riflettere sul fatto che la scelta della Ionio gas, per il modo in cui è stata concepita e gestita, continua ad apparire come una scelta di parte imposta alle comunità della zona industriale. Eppure l’on. De Benedictis, come tutti gli altri sostenitori del rigassificatore, compresi i sindacati, dovrebbero sapere che non è mai stata attuata nessuna delle procedure previste dalle leggi 334/99 e la 238/2005, le cosiddette Seveso due e ter, con gli obblighi di verifica della idoneità dei siti dove insediare impianti a rischio di incidente rilevante, come il terminal gasiero, e del coinvolgimento e della partecipazione delle comunità interessate alle scelte di sviluppo.
La stessa Valutazione di impatto ambientale è stata autorizzata da un ministro dell’ambiente, come l’on. Stefania Prestigiacomo, che finora ha dimostrato di non avere sviluppato alcuna politica ambientale avanzata. L’affondo-diktat dei massimi esponenti della Erg sembra aver fatto breccia anche nel governo regionale, tenuto conto che l’assessore all’Industria, l’on. Pippo Gianni, si è premurato di comunicare ai responsabili della Erg la realizzazione di un immediato incontro per superare tutte le incomprensioni, sottolineando l’esistenza di una uguale disponibilità del presidente della Regione. In questa apertura di confronto sono tenuti fermi i punti più volte sottolineati nel passato dall’assessore e cioè garanzia in termini di sicurezza, di rispetto per l’ambiente e di ritorni economici per il territorio. Ma la sottolineatura, fatta dall’assessore, che la Regione aspetta di conoscere quali compensazioni ambientali, economiche e sociali la Erg possa offrire (senza riconfermare la sua precedente proposta di una localizzazione del terminal in mare aperto) fa temere da più parti che ciò possa preludere ad un ridimensionamento del tema fondamentale: l’opportunità o meno di costruire un rigassificatore in un’area dove esiste già un elevato rischio di incidenti estremamente gravi, con la differenza che se un incidente coinvolgesse un impianto di rigassificazione gli effetti sarebbero catastrofici.
A
supporto della garanzia che ciò non potrebbe
avvenire mai fino ad oggi ci sono solo le dichiarazioni della Ionio Gas e
nessun altro autorevole parere scientifico. Lo stesso assessore Pippo Sorbello,
nel rinviare nella sua veste anche di sindaco, la riunione del consiglio
comunale di Melilli, che doveva pronunciarsi sulla richiesta di referendum
popolare sul rigassificatore da tempo avanzata dai cittadini, aveva
preannunciato la necessità di un approfondimento ad alto livello di questa
problematica vitale. La sensazione che si ricava da quanto sta avvenendo è che
si sta mettendo in moto, sull’onda dell’incertezza delle prospettive di
rilancio delle attività industriali, un meccanismo che punta ad arrestare ogni
dissenso, ogni richiesta di partecipazione consapevole alla costruzione di una
prospettiva sostenibile di sviluppo. Molto dipenderà dalla capacità di tenuta
delle popolazioni e delle associazioni che si sono battute per far prevalere un
metodo democratico se le soluzioni che verranno individuate corrisponderanno
alle esigenze del territorio e della gente.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
Mentre gli Stati continuano a tardare gli impegni per salvaguardare l’ambiente, dagli Usa arriva un nuovo allarme ambientale che riguarda gli schermi piatti di computer e tv di ultima generazione- E c’è anche un altro allarme
CLIMA
E AMBIENTE: MINACCE INFINITE
Un nuovo allarme ambientale è giunto dagli Stati Uniti. Poche settimane fa, la rivista Geophysical research letters ha reso noti gli studi di alcuni scienziati americani, i quali hanno individuato altri due insoliti responsabili dell’inquinamento atmosferico: non si tratta di industrie pesanti o mezzi di trasporto particolarmente nocivi, ma di gas serra emanati dagli schermi ultrapiatti di computer e televisori di ultima generazione e da depositi millenari di piante ed altre sostanze organiche intrappolate sotto i ghiacci di Groenlandia, Canada e Siberia, soggetti al repentino scioglimento. Fino a pochi anni fa, non si prendevano neanche in considerazione le minuscole particelle di tritofloruro di azoto, sostanza chimica impiegata nella produzione di schermi per computer e congegni multimediali, ma l’enorme crescita della produzione informatica ed il massiccio utilizzo che se n’è fatto negli ultimi anni hanno fatto aumentare vistosamente il quantitativo di tale sostanza nell’aria: si parla di un potere riscaldante pari a 17000 volte quello dell’anidride carbonica, per cui basta un minimo quantitativo per ottenere risultati ben peggiori rispetto alla più “familiare” e, a tal punto, meno pericolosa CO2.
In seguito alle direttive emanate dalle principali autorità ed organizzazioni mondiali per la salvaguardia dell’ambiente, le più importanti industrie informatiche si stanno mobilitando per trovare un degno sostituto del tritofloruro di azoto, ma essendo anch’esso una trovata piuttosto moderna della chimica più avanzata, sarà comunque un’impresa assai ardua. Il problema, però, non sono solo gli schermi ultrapiatti, ma anche una minaccia prettamente ambientale, ma paradossalmente causata dall’uomo: sappiamo che il surriscaldamento della Terra, dovuto soprattutto all’effetto serra, sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari; ebbene, molti ghiacciai in via di scioglimento conservano da millenni depositi di piante e materiale organico, al quale sono associati grossi quantitativi di gas metano. Inutile dire che è stato ed è tutt’ora proprio il metano a rappresentare uno dei gas più pericolosi per l’atmosfera, in quanto 21 volte più potente dell’anidride carbonica.
Il fattore che maggiormente preoccupa gli studiosi è l’improvviso aumento della concentrazione di metano nell’atmosfera, rimasta stabile fino al 2006, quando si sono verificati i primi pericolosi squilibri. Al metano liberato dai depositi organici nei ghiacciai, va aggiunto quello di origine geologica e geofisica (contro il quale non è possibile far nulla, ovviamente), proveniente da vulcani e spaccature naturali del suolo: già tre anni fa, infatti, alcuni studiosi italiani dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, coordinati da Giuseppe Etiope, espressero un’evidente preoccupazione in seguito ai propri studi, registrando un notevole aumento del tasso di metano nell’aria. I risultati di tale studio sono stati confermato oggi dai laboratori climatici americani. Dal giugno 2006 all’ottobre 2007, si è verificato nell’aria un aumento di 28 milioni di tonnellate di metano, che si aggiungono alla già considerevole quantità di 5,5 miliardi di tonnellate totali: una cifra che ci fa comprendere in quanto poco tempo l’inquinamento atmosferico ha evidenziato i suoi catastrofici effetti.
La
notizia dei gas serra provenienti dagli schermi a cristalli liquidi lascia molte
perplessità e preoccupazioni, dal momento che, oggi, ridurre l’uso dei
computer sembra davvero un’impresa impossibile data la fondamentale funzione
che essi svolgono, ma ancor più paradossale è la “rivolta” che ci viene
dalla natura: l’effetto serra provocato solo dall’uomo sarà aggravato da
una causa naturale, o meglio, da una reazione che la natura sta avendo per tutta
una serie di fenomeni provocati dalla disattenzione ambientale che in molti
decenni ha mietuto vittime
e prodotto danni immensi. Per evitare un’ulteriore rivolta della natura,
sarebbe utile da parte di ogni stato adottare le misure salva-clima ed ambiente,
siano esse provenienti dall’Unione Europea, sia da qualsiasi altra
organizzazione internazionale: siamo giunti al punto in cui “salvare il
salvabile” sembra davvero l’unica soluzione.
Laura
Olivazzi –ilmegafono.org
NUMERI DI OTTOBRE 2008
25/10/2008
Questione rigassificatore: mentre le
popolazioni continuano a dire No all’impianto previsto nell’area di Priolo,
circondate dall’ambiguità della politica, la Erg, su un quotidiano, lancia un
inconcepibile ultimatum
PRIOLO: PUGNO DURO DELLA
ERG
Mentre nei comuni dell’area industriale siracusana rimane forte l’opposizione alla realizzazione del progettato impianto di rigassificazione della Ionio Gas e nello stesso tempo nessuno si è preoccupato, al di là di generiche garanzie sulla completa affidabilità dell’impianto, di fornire elementi inconfutabili sulla opportunità di insediare nel cuore della zona industriale un altro impianto a rischio di incidente rilevante, si vanno dipanando le matasse di vecchie ambiguità e ne stanno sorgendo di nuove. A questo coacervo di posizioni espresse in dichiarazioni e comunicati o inglobate in orientamenti su nuovi percorsi di sviluppo si è aggiunta in queste ore la dura presa di posizione dei fratelli Garrone (riportata da un quotidiano regionale), gli autorevoli rappresentanti del gruppo Erg, che minacciano di riconsiderare il piano di investimenti del gruppo se non verrà data via libera all’attuazione di progetti relativi a nuovi impianti e a strutture di servizio, ma soprattutto alla costruzione del terminal di rigassificazione del GNL. Se è legittimo che un gruppo imprenditoriale possa rivendicare certezza di tempi per la realizzazione di un programma di investimenti, soprattutto se per una parte (il rigassificatore) ha già ottenuto l’approvazione della V.I.A. da parte del ministero dell’Ambiente, appare certamente inusuale la circostanza di lanciare dalle colonne di un giornale quasi un ultimatum su problemi che dovrebbero essere posti nelle giuste sedi di confronto.
Se poi si aggiunge che l’ipotesi di disimpegno industriale viene collegata ad un corrispondente venir meno di quote di investimenti sociali che la Erg dovrebbe realizzare, sulla base del nesso “meno investimenti industriali meno investimenti sociali”, si ha la sensazione che il richiamo sia soprattutto rivolto a chi ancora non prende posizione netta a favore dei progetti industriali della Erg. I destinatari principali non sono certamente le confederazioni Cgil-Cisl-Uil o il sindacato unitario dei lavoratori chimici e dell’energia, la Fulc, tenuto conto che sul rigassificatore non sono stati mai contrari, pur con qualche distinzione. Cisl e Uil infatti non hanno mai nascosto il fastidio per il pronunciamento contrario dei cittadini di Priolo nel referendum del luglio 2007 o per l’iniziativa pro referendum del comitato no rigassificatore a Melilli, su cui il consiglio comunale della città non ha ancora deciso, rinviando la formulazione di una atto definitivo. Va rilevato anzi che contestualmente alle dichiarazioni dei fratelli Garrone, è stato diffuso un comunicato stampa della Fulc che chiede lo sblocco dell’autorizzazione per il rigassificatore entro poche settimane.
Non è sotto accusa il ministro siracusano dell’Ambiente, on. Stefania Prestigiacomo, che ha sempre sostenuto in polemica anche con l’ex assessore regionale Interlandi l’importanza strategica del terminal della Ionio gas e che ha accelerato l’approvazione della V.I.A.; anche se va sottolineato, come è stato rilevato anche dall’autorevole settimanale l’Espresso, qualche settimana fa, che dal momento del suo insediamento non ha brillato per il sostegno ad una politica ambientalista avanzata. Va detto per inciso che tutti gli atti più importanti sembrano andare in direzione contraria. L’esternazione dei massimi rappresentanti della Erg sembra più rivolta agli esponenti istituzionali del governo siciliano: all’on. Lombardo che ha manifestato un orientamento non favorevole sui rigassificatori previsti in Sicilia; all’on Pippo Gianni, assessore all’Industria, che ha ipotizzato una nuova localizzazione per l’impianto (in mare aperto); all’on. Pippo Sorbello, che mantiene un orientamento non favorevole. Queste posizioni però sembrano aver subito qualche modificazione.
Il presidente della Regione e lo stesso assessore regionale all’Industria non escludono un esito positivo se garanzie di sicurezza e ricadute occupazionali ed economiche per il territorio troveranno un’adeguata soluzione; l’assessore all’Ambiente, invece, chiedendo lo scorso 14 ottobre il rinvio del consiglio comunale, ha ribadito la necessità di un confronto alla presenza della Erg e di esperti, prima di decidere sulla realizzazione del referendum sul rigassificatore. Come dire che si riaffaccia una possibilità di nuovi approdi. Ciò che appare comunque irrisolto sul piano generale è il fatto che fino ad oggi si è tentato in tutti i modi di rifuggire da una scelta che era e rimane imperativa: le scelte di sviluppo del territorio non possono essere assunte contro la volontà delle popolazioni. L’impianto di rigassificazione in ogni caso non è uno strumento strategico per il territorio, come artificiosamente da più parti si tenta di sostenere.
È un
impianto che serve certamente a diversificare le fonti di approvvigionamento, a
favorire i processi di liberalizzazione del mercato dell’energia, che può essere
strumento di nascita di altre attività, come l’industria del freddo, anche se
nella nostra provincia occorrerebbe prima far decollare un settore
agro-industriale oggi inesistente. È vero anche che un rigassificatore sulla
terraferma ha bisogno di infrastrutture portuali per essere funzionale; ciò
che appare però discutibile è che la scelta sia ricaduta nell’area di Priolo,
dove l’elevata concentrazione di impianti pericolosi non può eliminare le forti
preoccupazioni di un impianto, come il terminal progettato che, pur con elevati
standard di sicurezza, potrebbe essere coinvolto in incidenti non controllabili
e disastrosi. È su questa ipotesi, anche se remota, che esistono pareri
discordanti, che disegnano scenari diametralmente opposti su cui fino ad oggi
non si è voluto fare chiarezza.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
Continuano le polemiche accese tra le
istituzioni europee e l’Italia, dopo la scelta del governo italiano di non
accettare il pacchetto sul clima- La Prestigiacomo e Berlusconi difendono le
imprese a scapito dell’ambiente
PACCHETTO CLIMA: FIGURACCIA ITALIA
Il pacchetto climatico proposto dall’Unione Europea continua a far discutere e, ovviamente, l’Italia continua ad avere un ruolo da protagonista tra polemiche e critiche degli altri Stati membri. Sappiamo che il ministro per le Politiche Ambientali, Stefania Prestigiacomo, ha apertamente respinto la proposta comunitaria, perché (ad avviso del governo) troppo costosa per l’Italia. Dopo i molteplici strali lanciati dagli altri paesi europei, è intervenuto in difesa della ministra lo stesso premier Berlusconi, affermando che: “Gli Stati contrari al pacchetto climatico sono nove”. Per la serie: ogni nostra azione è giustificata, non è soltanto colpa nostra. Le dichiarazioni del premier, tuttavia, non finiscono qui: egli ha infatti dichiarato che l’Italia non può accettare proposte irragionevoli, in quanto, essendo un paese manifatturiero, non dispone di strumenti adatti in un momento così critico per l’economia. Le principali autorità dell’UE, e lo stesso Nicolas Sarkozy, presidente di turno, si sono mostrate però molto sensibili alle problematiche dei paesi in cui predomina l’utilizzo di carbone, promettendo di proporre piani ambientali utili anche per loro; Sarkozy ha inoltre rilasciato dichiarazioni palesemente riferite all’Italia, con le quali ha fatto comprendere che rinunciare al pacchetto climatico sarebbe un “grave errore storico” per tutti i paesi membri.
Stefania Prestigiacomo continua a battersi apparentemente a favore delle famiglie italiane, che non potrebbero sopportare i costi di tale pacchetto climatico e le rinunce energetiche che esso comporterebbe, inoltre, continua a coinvolgere nelle sue dichiarazioni contraddittorie altri paesi membri: se, infatti, venisse approvato da tutti il provvedimento salva-clima, molti Stati europei smetterebbero di fare da traino energetico ed economico per le cosiddette “Tigri d’oriente” (i paesi dell’estremo oriente in continua crescita industriale), dal momento che la loro concorrenza soppianterebbe in modo drastico la produzione europea. Entro dicembre, quindi, sarà impossibile che l’Italia si adegui alle proposte comunitarie, anche perché la Commissione Europea non è molto propensa ad accettare la clausola di revisione proposta dal nostro ministro. La Prestigiacomo propone poi di aspettare anche gli esiti della Conferenza Onu sul clima in programma per il dicembre 2009, ma sappiamo che aspettare ancora molti mesi, per i ritmi di produzione e dispendi energetici attuali, potrebbe davvero essere molto rischioso per il clima e l’ambiente del pianeta.
Per discutere al meglio in merito alla posizione irresponsabile assunta dalla Prestigiacomo e dal governo italiano, a giorni si riuniranno in conferenza a Bruxelles le autorità italiane per l’ambiente e la Commissione Europea, come ha dichiarato il portavoce del Commissario per l’ambiente, Stavros Dimas. Sarà una conferenza prettamente tecnica, e fino a quando non sarà iniziata, non si prevedono ulteriori sviluppi in merito. Il periodo che l’Italia e l’Europa tutta stanno attraversando in queste settimane è senza dubbio molto critico soprattutto dal punto di vista economico, ma rifiutare un provvedimento salva-clima è una scelta dannosa e incosciente: l’economia mondiale e qualsiasi altro tipo di attività umana sono strettamente legate al clima e di conseguenza all’ambiente circostante. Nel momento in cui si dovrà fare a meno di esso, quando cioè verranno a mancare le risorse energetiche, o quando esse diverranno insostenibili per l’intero ecosistema, non si potrà più pensare a risolvere i propri problemi con provvedimenti legislativi in tal proposito. Sebbene la situazione sia già molto complessa e critica a livello ambientale, si è ancora in tempo per salvare il salvabile ed assicurarci un futuro migliore, nel quale si potrà imparare a convivere meglio con il proprio ambiente e con le risorse che esso offre. Con vantaggi enormi per tutti.
Laura Olivazzi
–ilmegafono.org
18/10/2008
È
iniziato in Parlamento l’iter di revisione e modifica della legge 157 che regola
da quasi un ventennio l’attività venatoria in Italia - Alle due già esistenti
proposte di legge se ne sono giunte altre tre sempre più vergognose
RIFORMA DELLA CACCIA: DI MALE IN PEGGIO
Quella appena trascorsa in Parlamento è stata una settimana a dir poco fervida. Come da calendario, si è riaperta la questione “caccia” e, come era facile aspettarsi, si è dato libero corso alle polemiche e alle critiche avanzate dai più accaniti ambientalisti. Difficile, tuttavia, questa volta, ritenerle infondate. Martedì scorso il via al “doloroso” iter parlamentare di revisione e, eventualmente, modifica della famosa legge 157, che da oltre 16 anni regola l’attività venatoria nella Penisola. Già in Senato, per la precisione nella XIII commissione Territorio e Ambiente, preposta a legiferare in materia, giungono nuove proposte in favore di quella che possiamo definire piuttosto una “deregolamentazione” di tale attività. Fino alla settimana scorsa le proposte di legge erano due (quella presentata dal sen. Domenico Benedetti Valentini e quella dei sen. Valerio Carrara, Laura Bianconi e Franco Asciutti), ma ora il numero è salito addirittura a cinque -nonostante i tentativi di scoraggiamento da parte delle associazioni ambientaliste- rincarando così la dose di possibili “minacce” all’ecosistema e alla fauna. Il nerbo delle leggi “salva-bracconieri”, così come sono state soprannominate dalla LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia), riguarda la depenalizzazione della maggior parte dei reati di caccia, oggi punibili con la reclusione.
Tra questi rientrano il reato di bracconaggio nei parchi e nei giardini pubblici e, in particolar modo, quello praticato da qualsiasi veicolo, barca o aeromobile. In altre parole, la sottrazione di simili atti alle sanzioni penali oggi previste e (si suppone) applicate, comporterebbe l’inammissibile riduzione del rischio di finire in prigione a quello, di certo meno temuto, di una semplice ammenda. Tutto per la gioia dei trasgressori. Per di più, se il primo disegno di legge prevedeva l’introduzione nella cerchia sfortunata delle prede, per così dire, legalmente “cacciabili”, di pochissime altre specie di volatili, ora la lista si arricchisce di ben altri 13 nomi, animali comunque in via d’estinzione e da sempre protetti dalle direttive europee. Non dimentichiamo, infine, che parallelamente a queste proposte avanzate recentemente, c’è ancora chi è convinto, senza badare alle conseguenze, che sia una buona idea –oltre che motivo di incoraggiamento per tutti i cacciatori (senza scrupoli)- ridurre le aree in cui vige il divieto di caccia (aree protette, orgoglio del nostro Paese) e consentire, nonché organizzare sciami di tiratori dietro il flusso delle migrazioni dei volatili.
Dunque,
“un provvedimento folle”: così lo definiscono Roberto Della Seta e Osvaldo
Veneziano, presidenti delle due maggiori associazioni italiane che lottano
“contro una caccia senza regole”, rispettivamente Legambiente e Arcicaccia. Ma,
a prescindere dal supposto radicalismo di posizioni nettamente e
improrogabilmente favorevoli alla completa abolizione della caccia di
determinati enti (e non è tuttavia il caso delle due associazioni sopra citate),
l’opposizione degli ambientalisti a simili intenzioni del governo non può di
certo essere scambiata per semplice, fanatico protezionismo, ma anzi merita un
esame più attento e accurato, una considerazione degna dell’argomento
affrontato. Il mondo e la natura non ammettono scelte avventate e di parte.
Giulia Baldassarra –ilmegafono.org
L’Italia continua a collezionare
critiche da tutta Europa per la sua opposizione al pacchetto salva-clima,
naturale seguito del protocollo di Kyoto- Non a caso, il nostro ministro
dell’Ambiente è l'industrialista Prestigiacomo
DÌ QUALCOSA DI
AMBIENTALISTA!
L’Italia non è mai stata una nazione impegnata a promuovere politiche ambientali adeguate: Greenpeace, Legambiente e le altre organizzazioni ambientaliste ci assegnano la “maglia nera” in materia di politiche ambientali. Secondo le suddette organizzazioni, la situazione è peggiorata ancor di più da quando Stefania Prestigiacomo (già ministro delle Pari opportunità nel precedente governo Berlusconi) è diventata ministro dell’Ambiente, incarico che da molti è stato definito inadeguato per la deputata del Pdl, anche per il suo passato da industriale. Tralasciando le critiche al partito e alle qualità della ministra, ci si è incentrati maggiormente sul modo in cui l’Italia si sta muovendo per salvaguardare l’ambiente, sulle politiche adottate e sulla loro efficacia ai fini pratici. L’episodio che maggiormente interessa gli ambientalisti italiani è la posizione assunta dall’Italia nei confronti del pacchetto sul clima proposto dall’Ue: tale pacchetto, definito come il passo successivo al protocollo di Kyoto, prevede una riduzione pari al 20% dei gas serra entro il 2020 rispetto agli anni ’90, un incremento pari al 20% per l’utilizzo di fonti rinnovabili e, inoltre, un’applicazione prettamente socio-economica del pacchetto, affinché anche le imprese e le industrie possano servirsi di queste politiche salva-ambiente rientrando cosi negli standard consigliati.
Ovviamente, l’entrata in vigore del pacchetto clima dovrà avvenire ad opera degli Stati membri, la maggior parte dei quali si è mostrata disposta all’applicazione delle nuove leggi. Tra i pochi Stati che hanno mostrato resistenze nell’accettarne l’entrata in vigore, spicca l’Italia, che si è detta contraria per voce di Berlusconi e del nostro ministro per le politiche ambientali. La Prestigiacomo, infatti, ha affermato che i costi del pacchetto sono eccessivamente elevati e che il rinvio della sua entrata in vigore è un successo per il nostro paese che cosi potrà avviare un vero e proprio negoziato con i paesi membri che più si avvicinano alle nostre esigenze, in modo tale che il pacchetto non venga sentito dagli italiani come un aggravante insostenibile e difficoltosa. Nei prossimi giorni, a Lussemburgo, si riunirà il consiglio di tutti i ministri dell’Ambiente europei, in modo da trovare accordi per risolvere all’unanimità la questione sul pacchetto salva-ambiente. Le parole della Prestigiacomo suonano quasi come un controsenso: rinviare un pacchetto salva-clima e salva-ambiente non sembra di certo un passo in avanti per l’Italia, ma esattamente il contrario.
Continuiamo a recitare la parte dello Stato di Serie C, paese eternamente bisognoso di rimettersi in carreggiata con gli altri Stati europei, più moderni, più avanzati e di certo più evoluti a livello ambientale, mentre purtroppo noi restiamo confinati in un inappagante provincialismo politico-economico che arreca soltanto danni all’intera comunità, il tutto a causa di ministri e politici incompetenti e privi di esperienza nel settore al quale sono stati “assegnati” a tavolino. Intanto, l’Unione Europea si è detta molto critica nei confronti della posizione italiana, in quanto le ragioni economiche addotte sono false, dal momento che l’Italia sarebbe lo Stato che più di tutti guadagnerebbe dall’adozione delle misure salva-ambiente. Anche Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, afferma che le stime sulla base delle quali il ministero dell’Ambiente ha rinviato il pacchetto sono estremamente gonfiate e poco veritiere, forse manipolate per non applicare le norme dell’Unione Europea; afferma inoltre che il premier Berlusconi in persona ha chiesto alle principali autorità della Commissione europea di temporeggiare nell’applicare le norme ambientali, per ragioni di convenienza economica per le imprese nostrane.
Tornando al ministro Prestigiacomo, ribattezzata “ministro anti-ambientalista”, ella si è distinta per inadeguatezza anche per altre posizioni che ne dimostrano la totale ignoranza nel settore dell’ecologia e dell’ambiente: ha una mentalità da industriale d’assalto, si è circondata di consiglieri inesperti, ha mostrato grande apprezzamento per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, definendolo “una grande opera” (forse per accattivarsi ancor di più le simpatie del Cavaliere e degli amici imprenditori), si è detta più che favorevole al nucleare, ha intenzione di affidare la gestione dei parchi nazionali ad enti privati, scatenando le ire di tutti gli ambientalisti d’Italia, ed inoltre ha appoggiato la riforma in senso permissivo delle misure sulla caccia. Ormai è diffusa tra i membri dell’opposizione, un’esclamazione rivista di Nanni Moretti, che invita caldamente la Prestigiacomo a ricoprire in modo più adeguato il suo ruolo politico: “Dì qualcosa di ambientalista, Stefania”. Ci riuscirà. La speranza non muore mai...
Laura Olivazzi
–ilmegafono.org
11/10/2008
Il centro-destra ha
avanzato un disegno di legge che mira a spazzare via i vincoli posti
all’attività di caccia in Italia- Misure che minacciano l’ecosistema, prevedendo
regole spietate a totale vantaggio dei cacciatori
UCCELLI D’EUROPA, CAMBIATE
ROTTA!
“Abbiamo i fucili caldi!”. Bossi non scherzava affatto. E non scherza neppure ora che, accantonata momentaneamente -ma solo momentaneamente- l’“annosa” questione del nuovo, ambizioso assetto economico-istituzionale della Penisola, nonché la delicata problematica del nostro patriottico individualismo xenofobo, la Lega punta a riformare l’ordinamento alla voce “caccia”. Al momento, dunque, nel mirino dei tiratori leghisti (e non solo) non ci sarebbero spiriti antifederalistici o clandestini senza permesso di soggiorno, ma peppole, fringuelli, corvi e cormorani. Questa volta, però, da prendere alla lettera. Insolito l’appoggio del Pd in alcune regioni, come insolita è la stessa iniziativa della Lega: la Liguria, infatti, vota la riduzione da dieci a tre degli anni dopo i quali è consentito riprendere l’attività venatoria nei boschi colpiti da incendi. Una vera e propria sorpresa, quindi. Gradita? Dipende dai punti di vista, ma di certo una bella spinta alla “deregolamentazione” in materia di caccia. E non finiscono qui le novità. Sono tre le problematiche che vedranno impegnati i nostri parlamentari nei prossimi giorni, nell’indecisione di approvare o meno il disegno di legge avanzato dal Pdl (in realtà si tratta di due proposte distinte, destinate comunque a convergere in un unico testo di legge: quella del sen. Benedetti Valentini e quella dei sen. Valerio Carrara, Laura Bianconi e Franco Asciutti).
Prima di tutto si dovrà discutere sull’ipotesi di ampliare la stagione della caccia a sette mesi l’anno -precisamente da agosto a febbraio-, cosa che porterebbe alla violazione dell’ultimo periodo della riproduzione dell’avifauna, fino ad ora escluso dal periodo di caccia consentito. Il secondo problema riguarda l’inclusione, tra i volatili che possono essere legalmente cacciati, di diverse specie in via d’estinzione (tutelate peraltro dalla direttiva 409 di Bruxelles), come peppole, fringuelli, corvi e cormorani. Infine, bisognerà decidere sul diritto dei cacciatori di non rimanere vincolati al luogo di residenza per l’esercizio dell’attività venatoria: è prevista, infatti, la possibilità di scegliere il territorio più congeniale alla caccia (e non è difficile intuire che si tenterà in tutti i modi di seguire in massa gli spostamenti dei volatili), tuttavia limitatamente ad un periodo massimo di 15-20 giorni. Insomma, più tempo, più scelta di volatili, più libertà di movimento.
O forse, meno attenzione al metabolismo ciclico della fauna (in particolar modo ai diritti fisiologici basilari -e naturali, dunque inviolabili- degli animali, come quello alla riproduzione, se può essere definito un diritto), meno riguardo nei confronti di specie che rischiano di non comparire mai più sulla faccia della Terra, e il rischio, da non sottovalutare, di una sregolata concentrazione di cacciatori in specifiche aree geografiche, con un inevitabile- e quanto mai nocivo- impatto sull’ambiente e sull’ecosistema. Nonostante il disgusto delle associazioni ambientaliste e di protezione animale, mai del tutto convinte neppure del compromesso raggiunto nel ‘92 con la legge 157 sulla caccia, oggi la preoccupazione maggiore in Parlamento sembra tuttavia essere l’eventuale “scomunica” dell’Italia nel panorama europeo e la conseguente espulsione da quella rete di fitte relazioni internazionali con cui l’Ue cerca a stento di regolare il problema “caccia”.
Così, se il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, pone l’accento sulle ripercussioni drastiche che può avere sulla natura uno spietato disinteresse umano nei confronti delle sue risorse (e quindi un loro sfruttamento senza scrupoli), il capogruppo del Pd in commissione Ambiente al Senato, Roberto Della Seta, sembra preoccuparsi piuttosto del fatto che si rischierebbe di vanificare, attraverso lo sciocco consenso ad una “caccia senza regole”, “il lavoro prezioso di dialogo” tra le varie organizzazioni politiche e non, a livello nazionale ed europeo. Invariato invece, come è facile aspettarsi, il parere delle varie associazioni favorevoli alla completa abolizione della caccia, in genere facenti capo alla European Federation Against Hunting, che rischiano di ricevere un’ulteriore delusione.
Giulia
Baldassarra –ilmegafono.org
Migliaia di cittadini vicentini hanno
votato domenica scorsa contro l’allargamento della base statunitense
all’aeroporto “Dal Molin”- Il no alla base Usa ha vinto nettamente con il 95,66
per cento dei voti
REFERENDUM VICENZA: DIMOSTRAZIONE DI DEMOCRAZIA
Sono stati 24.094 i cittadini che a Vicenza si sono recati ai gazebo, domenica scorsa, per partecipare alla consultazione autogestita sull’allargamento della base Usa all’aeroporto Dal Molin. Il 95,66% dei votanti ha bocciato il progetto statunitense, in “una giornata di vera democrazia” per il sindaco vicentino, Achille Variati, per il quale però ora alcuni chiedono le dimissioni per aver portato avanti “una politica estremista e isolazionista”. Ma vediamo qual è il background del caso Dal Molin. Più di due anni fa, l’allora governo Berlusconi decise di concedere agli Usa l’ampliamento della loro base militare in territorio vicentino con l’accordo dell’allora primo cittadino di Vicenza, Enrico Hullweck. Nel maggio del 2006, la notizia venne pubblicata dalla stampa e i cittadini residenti nelle zone limitrofe alla nuova base, costituitisi in sei comitati, cominciarono ad agire in modo coordinato per scongiurare i danni ambientali e territoriali del progetto Usa.
Il successivo governo Prodi, tuttavia, avallò la decisione dei suoi predecessori, approvando tacitamente l’allargamento con le conseguenti proteste dei cittadini vicentini, che, nel frattempo, si erano uniti nel “Comitato No Dal Molin”. Nel giugno scorso, il comitato riuscì quindi ad ottenere, tramite il Tar regionale del Veneto, la sospensione dei lavori di ampliamento e successivamente la convocazione di un referendum consultivo per consentire al Comune di acquistare l’area demaniale destinata alla base americana. Alla fine di luglio, però, il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar, consentendo la ripresa dei lavori, e, quattro giorni prima della data stabilita per il referendum, lo ha annullato con una sentenza controversa secondo la quale “il progetto (alternativo) del Comune di Vicenza non è al momento realizzabile. La consultazione stessa appare comunque inutile – si legge nella sentenza - laddove si volesse darle una connotazione di tipo patrimoniale.
Non occorrono infatti sondaggi per accertare il fatto che i cittadini sono favorevoli ad aumentare il patrimonio del comune in cui vivono. Sarebbe come chiedere loro se sono favorevoli ad aumentare il loro patrimonio personale”. Al parere negativo del Consiglio di Stato si è aggiunta poi una lettera del premier Silvio Berlusconi in cui si ricordava che “l’area dell’aeroporto Dal Molin è stata destinata dal governo all’ampliamento della base Usa di Vicenza, nell’adempimento di precisi obblighi internazionali, e, inoltre, nell’esercizio delle sue esclusive attribuzioni di politica estera, di difesa e sicurezza nazionale”. Variati però il referendum l’ha voluto fare lo stesso e con lui vi ha aderito il 28% degli elettori vicentini. Migliaia di cittadini del capoluogo veneto hanno ribadito con forza che non intendono trasformare il territorio in cui vivono in un centro strategico militare, in nome di una servitù cieca all’alleato statunitense e, in assenza, per altro, di una valutazione di impatto ambientale sull’intero progetto.
Ma cosa
succederà ora? Secondo il sindaco eletto lo scorso aprile e secondo il comitato
“No Dal Molin”, né il governo, né il Pentagono potranno ignorare il parere dei
cittadini vicentini. 24 mila voti infatti non sono tantissimi, ma nemmeno troppo
pochi per essere ignorati, tanto più che la consultazione autogestita è stata
organizzata nel giro di quattro giorni e in assenza di strutture idonee per
ospitare i seggi, come scuole o palestre. Nel frattempo, comunque, il Tar del
Veneto si è riunito per pronunciarsi su un nuovo ricorso, presentato dal
Codacons, da Legambiente e dai Comitati per il No alla base, ed è probabile che,
forte delle 24 mila adesioni raccolte, il “No Dal Molin”ottenga per lo meno
l’appoggio del tribunale amministrativo.
Giorgia Lamaro –ilmegafono.org
04/10/2008
Gli
scienziati dell’Università di Calgary, in Canada, hanno progettato e realizzato
la “torre aspira-anidride carbonica”, un macchinario in grado di aspirare le
particelle di Co2, tra i principali inquinanti atmosferici
UNA
SOLUZIONE PER IL PRESENTE ED IL FUTURO
L’invenzione che gli industriali di tutto il mondo stavano aspettando sembra essere ormai arrivata: si tratta della “torre aspira-anidride carbonica”, progettata e messa in funzione dagli studiosi dell’Università di Calgary, nella provincia dell’Alberta, in Canada. Si tratta di una macchina dotata di un grande cilindro d’acciaio capace di aspirare le particelle di anidride carbonica disperse nell’aria (tra le principali cause dell’inquinamento atmosferico), e può essere posizionata anche lontano da industrie e fonti energetiche che disperdono i propri gas nell’atmosfera. È un macchinario che si basa su un funzionamento semplice, ma frutto di studi accurati e giunti ad una certa maturità, come spiega David Keith, lo scienziato a capo del team che si è occupato del progetto, mentre sono ancora in corso le analisi che consentiranno la produzione di più esemplari del congegno. L’aria, una volta aspirata, viene sottoposta, all’interno della macchina, ad una vera e propria pioggia di idrossido di sodio che separa le particelle di anidride carbonica, stoccate e riutilizzate nel modo più opportuno.
Molti però si chiedono quale sia la grande utilità di tale invenzione, dal momento che la parte più consistente di Co2 viene prodotta da centrali energetiche ed industrie immobili; gli scienziati hanno saputo rispondere anche a questo interrogativo, affermando che un ulteriore consistente quantitativo di Co2 è prodotto da fonti mobili, quali auto, ciclomotori, aeroplani, navi ed altri comuni mezzi di trasporto. Ovviamente è necessaria un’altra fonte energetica per far si che la torre entri in funzione, ma anche questo problema può essere risolto: fornendo circa 100 kilowatt ora per ogni tonnellata di anidride carbonica catturata, si riesce ad inglobarne un quantitativo assai maggiore rispetto al nostro fabbisogno energetico impiegato per altri usi. I più ottimisti già immaginano che un domani, su tutti i tetti del mondo, svetti questo cilindro, ma è pur sempre necessario procedere con molta cautela per evitare inutili trionfalismi.
Rispetto al passato, questa invenzione sembra essere quella che meglio si avvicina alle esigenze sia dell’ambiente sia dell’uomo: l’economia mondiale infatti temeva un drastico taglio della distribuzione dei gas, che tanti danni avrebbe potuto arrecare all’intero apparato produttivo internazionale (ciò non vuol dire, però, che non sia necessario ridurre i consumi). Applicando anche in modo più efficiente politiche ambientali corrette ed equilibrate, sarà forse possibile respirare in tutto il mondo aria più pulita a costi relativamente bassi. Oggi sentiamo parlare di pannelli solari e fonti di energia rinnovabili, ma il loro unico problema sta nel fatto che i costi di produzione ed installazione sono spropositati e non è sempre possibile distribuire in tutte le zone del mondo tali apparati, senza contare poi che sono necessarie congiunture territoriali e climatiche che consentano la costruzione di impianti adeguati.
Per fare qualche esempio, sappiamo che per la produzione di energia solare è necessario installare pannelli in luoghi altamente esposti e, dunque, i costi di trasporto slittano alle stelle, mentre l’energia eolica può essere sfruttata soltanto in luoghi interessati a frequenti correnti di vento, ed è inutile dire che non tutte le regioni del mondo sono fortunate in tal senso. Dunque, è proprio la torre aspira-anidride carbonica ad infondere grandi speranze tra gli studiosi ed industriali: grazie ad essa, si potrebbe continuare a sfruttare le “classiche” fonti energetiche (aspettando quindi che i tempi siano maturi per la riduzione dei costi sulle fonti rinnovabili), impedendo l’alta diffusione di anidride carbonica che tanti danni provoca all’aria ed all’ecosistema tutto.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
A Siracusa può tranquillamente accadere
che le istituzioni locali (in mano al centro destra) e la Capitaneria di porto
rilascino a privati l’autorizzazione ad aprire un lido laddove la balneazione è
doppiamente vietata
DIVIETO DI BALNEAZIONE: BENVENUTI AL LIDO!
La stagione estiva appena conclusa ha regalato a Siracusa ed ai suoi abitanti delle ottime giornate da trascorrere al mare con amici e familiari per godere dello splendore delle nostre coste o almeno di quello che resta. Già, perché tra abusivismo, accessi al mare chiusi, villaggi turistici, lidi privati, solarium ubicati a meno di un centimetro dall’acqua diventa davvero difficile poter usufruire di un bene che, fino a prova contraria, appartiene a tutti. La nostra provincia è tra le regine del mare negato, delle leggi inosservate, delle concessioni rilasciate in modo quantomeno sbrigativo. La situazione della libera fruizione del mare è penosa: all’Arenella ed a Fontane Bianche rimangono solo due piccole spiagge libere, tra l’altro in pessime condizioni; all’Isola diversi accessi a mare sono stati chiusi da privati; l’unica riva rimasta è quella della Fanusa (un fazzoletto di sabbia davvero piccolo). A meno che non si voglia considerare Marina di Melilli (non a tutti piace bagnarsi mentre si osserva l’attività delle industrie) oppure la spiaggia sotto Fonte Aretusa, in cui però vi è il divieto di balneazione, essendo a due passi dal porto.
Ma quest’ultimo aspetto, a Siracusa, può rappresentare davvero un ostacolo per chi volesse immergersi nelle acque marine? In un contesto civile la risposta dovrebbe essere positiva, ma in questa città tutto è possibile. Così, tra le novità dell’estate siracusana possiamo registrare la nascita di un nuovo lido, un nuovo posto di mare in cui recarsi per godere dello splendido clima che questa fetta di Sud ci regala. Si tratta di un lido sorto allo sbarcadero Santa Lucia, nella parte bassa di via Arsenale, accanto al porticciolo, un lido con tanto di cabine, ombrelloni, sdraio e perfino un campo da beach volley pronto all’uso. Non ci sarebbe nulla di male se non fosse che ai due lati dell’ingresso di questa ingombrante struttura lignea è possibile notare due grandi cartelli che recano la seguente dicitura: “Città di Siracusa- Divieto di balneazione per motivi geomorfici e di inquinamento”. Da non credere. Un paradosso all’italiana, un controsenso che evidentemente è sfuggito a tutti. Perfino a chi si è lamentato per la nascita di quel lido allo sbarcadero.
L’on. Roberto De Benedictis (consigliere regionale del Pd), infatti, in data 9 agosto 2008, ha diramato un comunicato stampa parlando non di assurda contraddizione bensì di mare negato, concentrando la sua critica alla giunta comunale piuttosto sul fatto che lì bisognava prevedere uno spazio da destinare “alla fruizione pubblica”. Poi, De Benedictis passava ad attaccare il modo in cui questa città vengono fatte le cose, puntando il dito sulla “supina concessione a tutti i privati che vogliono fare i propri, pur leciti, interessi”. Interessi leciti, senza dubbio, mentre meno lecito è consentire ad un privato o a chicchessia di installare uno stabilimento balneare proprio lì dove esistono problemi geomorfici e di inquinamento. In questo caso, il problema non è l’accesso al mare, ma impedire che della gente faccia il bagno in un mare sporco. Non si può permettere che dei bambini giochino con quella sabbia inquinata.
E non è
nemmeno giusto che i turisti stranieri, incantati da un’acqua che conserva i
suoi bei colori, accedano ad un lido senza sapere che il mare è inquinato, visto
che i due cartelli non presentano la traduzione del divieto in lingua inglese.
Passeggiando sul molo e guardando verso il lido viene il sospetto che chi
rilascia le autorizzazioni e le concessioni sia quanto meno distratto. Va bene
che il mare siracusano sembra tutto bello e pulito, specialmente nella bella
stagione, ma non per questo si può fingere che lo sia davvero, mettendo a
rischio la salute dei nostri cittadini e soprattutto di coloro che vengono a
visitare la nostra città. La stagione estiva è ormai trascorsa e si è portata
con sé molte cose, ma la vergogna è rimasta qui in attesa che qualcuno,
specialmente nelle istituzioni locali, se ne renda conto.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
NUMERI DI SETTEMBRE 2008
27/09/2008
La questione delle polvere sottili è
vitale per la salvaguardia dell’ambiente e soprattutto della salute dei
cittadini- Mentre nel mondo si cerca una strategia comune, in Italia alcuni enti
locali sperimentano soluzioni tampone
QUANDO L’ARIA DIVENTA IRRESPIRABILE
Ogni giorno a causa dell’inquinamento atmosferico, inaliamo una quantità purtroppo eccessiva di polveri sottili, disperse nell’aria a causa di scarichi tossici, nubi e fumi nocivi fortemente dannosi per l’ambiente e per la nostra salute. Quando si parla di polveri sottili, s’intendono micro particelle dal diametro minimo di 10 micrometri, costituite prettamente da polvere, fumo e micro gocce di sostanze liquide; le cause naturali sono dovute agli incendi nei boschi e nelle riserve, ma è tuttavia l’uomo nella maggior parte dei casi a determinarne la sorgente, a causa delle combustioni e del contatto tra pneumatici ed asfalto. Molte regioni italiane sono diventate dei veri e propri laboratori d’analisi per misurare la qualità dell’aria e verificare se le misure e le norme di protezione ambientale vengano rispettate da tutti i comuni nei quali esse sono entrate in vigore: tali misure prevedono, ad esempio, l’utilizzo delle auto a targhe alterne, oppure il divieto di transitare nel centro storico per alcune ore del week-end (come avviene ultimamente a Siracusa). Un “laboratorio” specializzato nel settore è, da qualche anno, la regione Puglia: dal 6 all’8 ottobre, infatti, è prevista a Bari una conferenza sulle polveri sottili, che vedrà riuniti tutti i membri della comunità chimica nazionale.
La scelta del capoluogo pugliese è dovuta al fatto che, come ha spiegato il ricercatore Gianluigi De Gennaro, la Puglia è esposta costantemente sia alle correnti di sabbia sahariane, sia alle correnti provenienti dai Balcani, alle quali si aggiungono le polveri generate dal massiccio sviluppo urbano e da un’industria ancora poco attenta alle esigenze dell’atmosfera: un perfetto mix di convergenze fisico-chimiche utili alle indagini degli studiosi. Molte volte Bari è stata oggetto di scontri politici proprio per le misure salva-ambiente da prendere, con l’unico risultato di non giungere mai ad un’effettiva conclusione. Se ci spostiamo più a Nord, sempre sul versante adriatico, osserviamo l’impegno di 11comuni dell’Emilia Romagna che hanno firmato un accordo che prevede il divieto di transito per i veicoli (compresi i motocicli) a benzina in determinati giorni e fasce orarie, che variano di comune in comune, e sono stati chiamati all’osservanza anche i piccoli comuni, affinché possano essere d’esempio alle grandi città.
In seguito alle misure predisposte dagli enti comunali, è la regione Marche a registrare un vistoso miglioramento della qualità dell’aria: i primi sette mesi del 2008, infatti, hanno dimostrato un effettivo calo della quantità di polveri sottili nell’aria rispetto all’anno precedente. Ampliando i nostri orizzonti al continente asiatico, tuttavia, notiamo con grande preoccupazione la situazione “atmosferica” in Cina, India e negli altri piccoli o grandi paesi indocinesi che, a causa dell’eccessiva e repentina industrializzazione, martorizzano il proprio ecosistema, inadatto a reggere così profondi cambiamenti in pochi decenni. Un caso a parte è poi rappresentato dal grande colosso cinese: l’effetto serra e le polveri sottili sono cosi diffuse che la popolazione afferma di non aver visto traccia di sole per interi mesi.
Soltanto nel periodo delle Olimpiadi di Pechino, svoltesi ad agosto, per salvaguardare la salute degli atleti e delle autorità accorse all’evento, si è deciso di chiudere le industrie o quanto meno di adottare misure più rispettose dell’ambiente, e, a detta di tutti, Pechino è diventata in quei giorni una città più vivibile. Bisogna soltanto sperare che il governo cinese attui questi piani sempre e non solo occasionalmente, perché non deve essere soltanto un grande evento a far muovere qualcosa a favore dell’ambiente e soprattutto dei cittadini. Tanti sono comunque i trattati ed i provvedimenti presi dalle organizzazioni internazionali in relazione al problema delle polveri sottili (come ad esempio il protocollo di Kyoto e l’Agenda 21) e quasi tutti gli stati mondiali si stanno impegnando a rispettarli. L’unico problema è determinato dalla corsa all’estremo sviluppo intrapresa dai paesi del Terzo Mondo, che per rimettersi in carreggiata utilizzano forme e sistemi ormai superati. Ed è qui che l’Occidente potrebbe e dovrebbe intervenire, ma senza secondi fini.
Laura Olivazzi
–ilmegafono.org
Gli Ogm (Organismi geneticamente
modificati) sono sempre al centro del dibattito, tra chi spinge per un loro
massiccio utilizzo e chi si dice contrario- Intanto, nonostante tutto, i
prodotti Ogm sono già reperibili sul mercato
OGM,UNA SFIDA DALLE MILLE INCOGNITE
Lo studio indotto dagli scienziati per la ricerca su organismi geneticamente modificabili nasce nel 1973 dalla mente di due ricercatori statunitensi, Stanley Cohen e Herbert Boyer. I due, grazie all’uso combinato di tecniche biologiche dell’epoca, riuscirono a clonare un gene di rana all’interno di un particolare batterio (Escherichia coli), dimostrando la possibilità di trasferire materiale genetico da un organismo all’altro. Naturalmente fu una scoperta sensazionale che indusse la comunità scientifica ad appoggiare e favorire gli studi su questa nuova tecnica biologica. In seguito all’esperimento, la Genentech, azienda fondata dallo stesso Boyer, riuscì a produrre proteine umane ricombinanti come l’insulina, che venne messa in commercio a partire dal 1981. Proprio questa commercializzazione segnò senz’altro un cambiamento epocale per il settore industriale del farmaco, agevolando lo sviluppo di nuove terapie non invasive. Ma cosa sono realmente questi organismi? Con cosa abbiamo a che fare?
È bene premettere che l’Ogm (Organismo geneticamente modificato), nonostante diverse operazioni, si presenta ugualmente allo stato naturale, dunque non cambia il suo aspetto. Il patrimonio genetico, invece, viene modificato con aggiunta o eliminazione di elementi genici. Attualmente, in tutto il mondo, è possibile trovare milioni di Ogm che sono già accessibili ad ogni consumatore e, dunque, sicuri e legali. Nonostante ciò, la storia di questi organismi è certamente travagliata, in quanto ad una scoperta simile sono seguite accese obiezioni e pressanti dubbi riguardo la loro creazione e commercializzazione. Da parte degli attivisti ed ambientalisti (che rappresentano la fetta sociale contro gli Ogm) si sono infatti scatenate forti proteste sul piano morale ed etico, ponendo alcuni contro che è bene delineare. Innanzitutto, è moralmente giusto allevare animali che soffrono sin dalla nascita? Ma anche in campo ecologico, il rilascio in natura di questi organismi è pericoloso, in quanto favorirebbe la nascita di superparassiti o virus resistenti agli antibiotici.
E non finisce qui: gravi squilibri all’ecosistema, proprietà tossiche e allergiche nei nuovi cibi, minore accesso alle risorse per i paesi più poveri a causa dei diritti di proprietà sugli Ogm. All’apparenza, sembrerebbe impensabile uno sviluppo reale e concreto di questi nuovi “prodotti”. Ed i pro? Per quale motivo molti ricercatori ed imprenditori si battono per la nascita e l’utilizzo degli organismi modificati? Alcuni di questi sono davvero importanti: minore deforestazione ed erosione dei terreni agricoli; minore impiego di pesticidi ; salvaguardia delle specie in via di estinzione. In definitiva, quindi, è un processo commerciale e scientifico che continuerà a subire consistenti ritardi a causa di pareri ed opinioni discordanti tra loro, sia a livello sociale che, soprattutto, ecologico. E l’Italia? Come si muove il nostro paese in questo campo?
Dopo la
notizia che in Italia sarebbero stati condotti test su zanzare geneticamente
modificate per favorire l’eliminazione di alcune malattie dell’uomo, Futuragra
(l’associazione che si batte per l’introduzione degli Ogm), in una nota
risalente al luglio scorso, affermava che il nostro Stato vive un paradosso
assurdo ed inconcepibile, in quanto “se da un lato è possibile effettuare
esperimenti sugli insetti che possono trasmettere malattie pericolose per
l’uomo, dall’altro ci si accanisce contro l’introduzione degli Ogm in
agricoltura”. Andrea Crisanti, dell’Imperial College di Londra, il quale
condurrà i suddetti test sulle zanzare, ha risposto dichiarandosi deluso per le
affermazioni della Futuragra, confidando in un atteggiamento di maggiore fiducia
nella scienza. E la discordia tra favorevoli e contrari agli Ogm continua, tra
paradossi, speranze e timori.
Giovambattista Dato –ilmegafono.org
20/09/2008
Lo 0,3 per cento dell’energia solare
che scalda il Sahara potrebbe rifornire di energia elettrica l’intero continente
europeo, consentendo di sfruttare in misura maggiore energia pulita e così
ridurre le emissioni di gas serra
IL
SOLE DEL SAHARA, ENERGIA PULITA PER L’EUROPA
Il sole del Sahara potrebbe presto rifornire di energia elettrica l’intera Europa. Un gruppo di scienziati europei sta lavorando infatti ad un ambizioso progetto, del valore di 45 miliardi di euro, per installare vasti impianti di pannelli fotovoltaici nel deserto del Sahara. Il programma consentirebbe ai paesi del Vecchio Continente di condividere energia pulita e di raggiungere così gli obiettivi per lo sfruttamento delle fonti d’energia rinnovabili (il 20 per cento entro il 2020), riducendo possibilmente anche le emissioni inquinanti di gas serra. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ed il premier britannico, Gordon Brown, hanno già dato il loro pieno appoggio al progetto ecologista ed è probabile che, nel giro di pochi decenni, la favola sull’inefficienza delle energie rinnovabili possa essere definitivamente smentita. I pannelli fotovoltaici che verrebbero installati in Africa saranno infatti più efficienti di quelli usati nei paesi del Nord Europa, grazie alla particolare intensità del sole sahariano.
Come ha spiegato il professor Arnulf Jaeger-Walden, dell’Istituto per l’energia della Commissione Europea, all’Euroscience Open Forum 2008 di Barcellona, l’elettricità prodotta dagli impianti solari in Africa potrà rifornire migliaia di chilometri quadrati di territorio. Per il trasferimento dell’energia in Europa sarà però necessaria una rete di trasmissione a corrente continua e ad alto voltaggio che riduca al minimo le perdite sulle lunghe distanze. La stessa rete potrà essere utilizzata per la condivisione di energia pulita prodotta nel nostro continente, come quella eolica proveniente da Gran Bretagna e Danimarca e quella geotermica dell’Islanda e dell’Italia. Secondo alcuni scienziati, la costruzione di impianti solari sarebbe anche una garanzia di riduzione dei costi per i consumatori.
Se
infatti il sogno del Sahara diventasse realtà, nel Mediterraneo (ad esempio
nell’Italia meridionale) la spesa media per kw/h di elettricità scenderebbe a 15
centesimi. In tale contesto, tuttavia, l’Italia non può abdicare per alcun
motivo ai suoi impegni per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili e per una
ristrutturazione delle proprie reti di trasmissione elettrica. Va notato per
altro che alcuni paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, come Spagna e
Portogallo, hanno già investito sostanziosamente nell’energia solare,
rinunciando alla costruzione di nuovi e costosi impianti nucleari, mentre
l’Algeria ha iniziato a lavorare ad un impianto che combina energia fotovoltaica
e gas naturale e che potrebbe entrare in funzione già nel 2010.
Giorgia Lamaro
–ilmegafono.org
L'abusivismo edilizio provoca incalcolabili danni al Sud, non solo sul piano
paesaggistico ma anche su quello strettamente ambientale: i materiali utilizzati
sono ricavati da cave di pietra abusive che sventrano monti e colline
LO
SCEMPIO EDILIZIO CHE NASCE DAL SUD
Lo sciacallaggio edilizio ha provocato negli ultimi decenni ingenti danni al paesaggio ed in generale all’ambiente nelle zone collinari o montuose di tutta Italia, in particolar modo nel meridione. Costruire case abusive, infatti, non provoca soltanto complicazioni giudiziarie o strettamente paesaggistiche (molte panoramiche costiere sono state danneggiate proprio a causa delle strutture abusive), ma implica forti danni anche dal punto di vista ambientale: i materiali utilizzati dall’edilizia abusiva sono quasi sempre tratti da cave di pietra abusive ricavate da colline ed alture dell’Appennino centro-meridionale. È facile, infatti, imbattersi in monti sventrati e cavità profonde nelle quali lavorano incessantemente operai (spesso extracomunitari) pagati da imprese o anche da associazioni a scopo di lucro, dinanzi a cui le autorità tacciono troppe volte; il motivo è da ricercarsi nella mancanza di una legge adeguata che salvaguardi le zone montuose e collinari dell’Italia meridionale, dal momento che le uniche leggi in merito risalgono al ventennio fascista. Far trascorrere più di mezzo secolo prima di darsi una mossa è un ulteriore schiaffo all’ambiente che nel nostro paese soccombe molto spesso.
Le attività estrattive, tuttavia, sono state, nel corso della scorsa estate, al centro di accese polemiche soprattutto in Campania, Basilicata, Puglia e basso Lazio. Nel beneventano, molte sono state le proteste a causa di un blocco imposto dalla Regione ai lavori di scavo nelle cave, dovuto all’emanazione di una nuova legge avente l’obiettivo di riorganizzare i lavori per le ditte a norma, imponendo pesanti sanzioni alle ditte abusive: nel giro di pochi mesi, secondo la nuova legge, tutte le cave abusive dovrebbero essere bandite, ma, paradossalmente, il blocco imposto dalla Regione ha finito per ostacolare i lavori delle ditte a norma di legge, mentre le ditte abusive continuano indisturbate la loro attività. Il tutto ha influenzato negativamente l’intera produzione di materiale edilizio e, d’altro canto, ha incoraggiato le istituzioni locali ad ampliare il discorso “legalità” anche al settore delle costruzioni, spesso passato in secondo piano.
Spostandoci leggermente più a nord, si riscontrano episodi simili nella Val di Comino, nella Ciociaria al confine tra Molise ed Abruzzo: un tempo questa zona rappresentava l’ultima eredità di un passato glorioso, fatto di verde, spazi rurali, boscaglia, oggi invece è un territorio disseminato da edifici residenziali più o meno abusivi, i cui materiali di costruzione hanno un’unica origine, e non bisogna lavorare molto con la fantasia per capire qual’essa sia. Come se non bastasse, nella Val di Comino e nelle zone limitrofe, sono rimaste le strutture primordiali di grossi edifici in cemento lasciati incompiuti; inoltre, un effetto ancora più stridente è dato dalla vicinanza di maestose ville sette-ottocentesche ormai in rovina, affiancate da villette o prefabbricati di modernissima costruzione, che ostruiscono la visione di un simile patrimonio storico-culturale, di cui le autorità poco si occupano. Accanto ai borghi medievali, alle stradine di campagna ed alle antiche mura di cinta, si trovano costruzioni avveniristiche e super antenne paraboliche, che dimostrano la completa incapacità di saper gestire i propri beni culturali. Per tutta la Ciociaria sono disseminate cave su cave, edifici su edifici che deteriorano un territorio che tempo fa era considerato l’ultima “isola felice” degli spazi rurali ed incontaminati in Italia.
Attualmente anche in Basilicata è in corso un dibattito per il recupero dell’antico “Parco delle cave” nei pressi di Matera, costituito da cave di tufo, divenute nel corso degli anni ‘80 un punto di stoccaggio per i rifiuti. Le amministrazioni locali, una volta sgomberata la cava dagli inerti che la occupavano, hanno denunciato il problema in modo superficiale, facendo poi chiara mostra di voler costruire una nuova zona residenziale a ridosso della cava: risultato, la perdita di una delle poche risorse edilizie in regola. Il fatto che cave abusive imperversino soltanto al sud Italia, serve a farci comprendere che ancora una volta, dietro ogni attività dannosa, si celano le trame della malavita organizzata, che agisce secondo criteri ben definiti, e non, per cosi dire, “a macchia di leopardo” come le autorità vogliono farci credere, bensì attraverso una fittissima rete a maglie molto strette, i cui pochi spazi liberi servono alle autorità per farsi strada verso la legalità. Ma se anche stesse autorità finiscono per innestarsi in questa rete, allora non resta che cercare, come sempre, la collaborazione dei cittadini, che rappresentano la maggioranza, potenzialmente più forte di qualsiasi altro organo statale.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
NUMERI DI LUGLIO 2008
26/07/2008
Con
l’operazione “Provincia Pulita”, condotta dalla polizia provinciale di
Roma, sono state scoperte oltre 50 discariche abusive per un totale di 1800
metri cubi di rifiuti - Eternit e altri rifiuti speciali trovati in un parco
naturale
LE
DISCARICHE ABUSIVE NELLA PROVINCIA DI ROMA
In Italia sono più di quattromila le discariche abusive, di cui almeno mille solo in Campania e più di seicento in Puglia. Anche il Lazio, però, non sembra essere da meno. Nel corso dell’operazione “Provincia Pulita”, condotta dalla polizia provinciale di Roma e conclusa la settimana scorsa, sono state scoperte, infatti, oltre 50 discariche abusive solo nella provincia della capitale, per un totale di 1800 metri cubi di rifiuti. A Cesano, nei pressi del lago di Bracciano, è stata rinvenuta la discarica più grande, in un’area di 600 metri. Eternit (amianto) e altri “rifiuti speciali” e pericolosi sono stati invece segnalati in un sito nel Comune di Fiumicino e nel parco dell’Inviolata, vicino a Guidonia, mentre negli altri depositi illegali, situati in parchi naturali come quello di Marcigliana e di Malafede, la polizia ha trovato pneumatici, elettrodomestici, carcasse di automobili, scooter e scarti di rifiuti edili.
La situazione ovviamente non è nuova: l’anno scorso, infatti, grazie alla stessa operazione, era stato possibile individuare 26 discariche irregolari nella riserva naturale di Roma, “Litorale romano”, e nelle zone industriali di dieci comuni, piene di rifiuti, pneumatici, elettrodomestici, altro materiale meccanico ed elettronico e calcinacci. In alcune periferie della capitale, inoltre, esistono piccoli depositi di rifiuti e scarti edili, spesso situati vicino a palazzi in costruzione, come a Lunghezzina 2, dove, accanto a edifici e villette adornate da fioriere e giardini all’inglese, troviamo cumuli di immondizia. Il degrado, però, non riguarda solo le discariche: dal rapporto di Legambiente “Ecomafie 2008” è emerso infatti che il Lazio è la quarta regione in Italia nella classifica dell’illegalità ambientale. Nel 2007 gli illeciti ambientali compiuti nel Lazio sono stati ben 2595, su un totale di 30124 in tutta Italia.
Abusivismo
edilizio, discariche abusive, reati legati al traffico di rifiuti, incendi,
abusi sul demanio marittimo, violenze sugli animali e furti al patrimonio
archeologico sono i reati che rientrano nella lista stilata da Legambiente. Il
“Ciclo dei rifiuti” rimane tuttavia il settore in cui si compie il maggior
numero di reati e in cui i crimini aumentano di anno in anno, nonostante le
bonifiche e gli interventi delle forze dell’ordine. Alla luce di tale
situazione, ci si augura che il piano della provincia di Roma, 58 milioni di
euro in quattro anni, per arrivare al 51 per cento di raccolta differenziata
entro il 2011, possa avere successo e rappresentare, in qualche modo, un primo
passo verso un maggiore rispetto del nostro patrimonio ecologico, almeno nel
Lazio.
Giorgia Lamaro –ilmegafono.org
Berlusconi ha annunciato in pompa
magna, con
l’appoggio massiccio dei mezzi di stampa, la fine dell’emergenza rifiuti in
Campania- La nostra corrispondente da Napoli, Laura Olivazzi, ci racconta come
stanno realmente le cose
EMERGENZA
RIFIUTI A NAPOLI: È FINITA DAVVERO?
La notizia tanto attesa da tutti i campani è arrivata negli scorsi giorni, proclamata dal premier Silvio Berlusconi: l’emergenza rifiuti è finita e presto Napoli e provincia torneranno a far parte dell’occidente e del mondo civile. Il quadro della situazione offerto, però, è ben più roseo rispetto alla realtà, ma si sa che le notizie eclatanti fanno sempre gola al popolo e riescono ad attirare l’attenzione e, soprattutto, a stimolare l’adorazione verso i leader politici, come ci ha abituato in questi anni il Cavaliere. Nei 56 giorni di governo, fatti di Consigli dei Ministri straordinari (tenutisi spesso a Napoli, a cavallo tra acclamazione e disdegno della popolazione), spedizioni dell’esercito, proteste e comizi, Berlusconi è apparentemente riuscito a riportare la calma e la normalità nelle province campane, completando forse un lavoro già intrapreso dal governo Prodi. Dopo un susseguirsi interminabile di proteste e manifestazioni, la discarica tanto chiacchierata di Chiaiano è stata aperta, sotto il controllo dell’esercito inviato per mantenere l’ordine. Non basta però l’apertura di una sola discarica a sistemare le cose: fino a poche settimane fa, Napoli si mostrava come terra di nessuno, inondata da immondizia e dilaniata da proteste. Poi, tutt’a un tratto, la situazione è radicalmente cambiata.
Di ciò, però, i cittadini più lungimiranti non sono pienamente convinti. Se ci recassimo nell’entroterra più a nord della provincia di Napoli, ci renderemmo conto che l’emergenza esiste ancora: esiste ai margini delle autostrade e delle strade cittadine, sui marciapiedi dissestati in seguito ai prelievi di gru ed altri mezzi usati dall’esercito, esiste nella diffusione della diossina che miete vittime su vittime in tutta la zona, riversandosi particolarmente sui neonati e sugli anziani, esiste anche nelle località costiere, in particolare a Portici, nella periferia orientale, dove il porto, un tempo luogo di ritrovo per i giovani, è diventato impraticabile a causa dell’atmosfera che “accoglie” chiunque si avvicini a qualsiasi ora del giorno. La convinzione di Berlusconi è che l’emergenza non si ripresenterà più, perché “lo Stato è tornato a fare lo stato”. Il premier, infatti, ha affermato che ben presto nutriti gruppi di volontari busseranno di casa in casa per educare i cittadini alla raccolta differenziata, il che non rappresenta una novità dal momento che la campagna di sensibilizzazione va avanti ormai da anni, purtroppo con scarsi risultati.
Dopo aver risolto il caso campano, Berlusconi ha anche affermato che i termovalorizzatori saranno prerogativa delle regioni che stanno per sfociare nella stessa drammatica situazione della Campania, alla quale per il momento è destinato soltanto il programma sulla raccolta differenziata ed in generale sull’educazione civica. Il modello da seguire per il premier è la capitale giapponese: Tokyo, infatti, pur essendo abitata da oltre 13 milioni di persone, è una delle città più pulite al mondo ed è questo l’obiettivo che Napoli dovrà raggiungere con l’aiuto dello Stato. Ma l’atteggiamento da padre di famiglia benevolo che sta assumendo Berlusconi non convince nessuno: serve ad avvicinare sempre di più le masse alla sua figura, alla sua venerazione, ma serve soprattutto a mascherare la vera situazione della Campania. Nessuno ha infatti pensato alla ricostruzione delle strade, al rilancio del turismo, delle aziende alberghiere e delle risorse più importanti della regione (quali scavi archeologici e parchi naturali), al probabile riempimento delle discariche appena aperte, al malcontento dei cittadini ed alla precaria situazione igienico-sanitaria.
Il
premier ha anche annunciato che i fondi stanziati dall’Unione Europea per lo
sviluppo delle regioni sono stati sbloccati a favore della Campania: resta poi
da verificare l’effettivo utilizzo che si farà di questi fondi. Il problema
da combattere a monte nelle regioni come la Campania non è tanto legato
all’emergenza rifiuti in sé, quanto alla causa che l’ha determinata in
tutta la sua drammaticità: la malavita organizzata, che ogni governo, di
qualunque colore, si promette e ripromette di combattere dalle radici. Se
continuerà ad esistere la camorra, se continuerà ad essere cosi ben
organizzata sul territorio e così ben inserita nelle sfere politiche ed
economiche allora nessun tipo di emergenza avrà fine, né tanto meno
l’emergenza rifiuti. Berlusconi, prima di cantar vittoria, dovrebbe guardare
meglio alla situazione reale dei fatti, senza illudere chi purtroppo è stato
vittima di un appiattimento totale della propria coscienza critica. L’essere
abituati a vivere in balìa delle istituzioni ha sferrato un duro colpo a tutta
la popolazione.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
19/07/2008
Dopo
19 anni, l’avorio sta per tornare in commercio, mettendo a rischio
l’esistenza di migliaia di esemplari di elefanti- Il Cites, organismo delle
Nazioni Unite, pronta ad autorizzare la vendita di oltre 100 tonnellate di
avorio
GLI
ELEFANTI AFRICANI ANCORA IN PERICOLO
L’avorio è da sempre considerato uno dei materiali più preziosi e richiesti nella produzione di gioielli, suppellettili ed altri oggetti d’arredamento più o meno comuni. La sua capacità di adattarsi a qualsiasi tipo di produzione, sia essa di stampo orientale od occidentale, ha determinato nel corso del tempo una sempre più pressante richiesta da parte dei produttori di tutto il mondo, che hanno cosi incrementato il commercio di questo materiale prezioso. L’avorio è tuttavia ricavato a spese degli elefanti africani, simbolo di un ecosistema ormai in degrado a causa appunto degli sciacalli e dei cacciatori che approfittarono un tempo, ed approfittano ancora, dell’apparente abbondanza di animali selvatici nel continente africano. Negli anni ‘80 si è verificata una vera e propria razzia di elefanti africani (circa seicentomila capi abbattuti), strage che portò le autorità internazionali a rivedere le istanze sul commercio di zanne idonee alla produzione di avorio, fino a spingere il Cites (l’organismo delle Nazioni Unite per i commerci e gli scambi di flora e fauna) a proibirne il commercio.
La sovrapproduzione dei manufatti cinesi, tuttavia, mettendo in crisi il commercio occidentale, ha spinto i produttori e chiedere di nuovo l’introduzione dell’avorio tra i materiali leciti per l’esportazione, scatenando le proteste degli ambientalisti di tutto il mondo che temono una strage simile a quella degli anni ‘80, con conseguenze ancor più disastrose dato il numero nettamente inferiore rispetto al passato di elefanti esistenti sul continente africano: come infatti testimoniano le statistiche dell’Eia (Agenzia per la tutela dell’ambiente), dal 1980 al 1989 si passò da 1,3 milioni di esemplari a 625000, senza considerare i lenti tempi di ripopolamento necessari a questo tipo di animale. Nonostante la proibizione del Cites, alcuni Stati africani nel 1997 chiesero l’autorizzazione per poter vendere zanne di elefanti deceduti per cause naturali, e la lotta del presidente dello Zimbawe, Robert Mugabe, fece in modo di consentire la cessione di 50 tonnellate di avorio ad acquirenti che si dimostrassero però in grado di rispettare le norme ambientali a tutela delle specie protette.
In quella circostanza gli Stati di Zimbawe, Bostwana, Namibia e Sudafrica esclusero a priori la Cina, che nel giro di pochi anni è diventata quasi la bestia nera del mercato internazionale. A breve, i membri del Cites si riuniranno a Ginevra per autorizzare la cessione di altre tonnellate di avorio (oltre 100 tonnellate), includendo però questa volta la Cina, che dovrà dimostrarsi in grado di rispettare le leggi internazionali contro il commercio illegale di manufatti ed altre produzioni in avorio e derivati. C’è comunque da sottolineare che il mercato cinese nel giro di 12 anni ha commercializzato 121 tonnellate di avorio attraverso vie, per cosi dire, legali, fornendo un ottimo scudo contro i commerci illegali che intanto dilagavano di nascosto alle autorità: molti hanno visto in questo tipo di traffico uno dei motivi fondamentali del boom economico cinese, ma è tuttavia un’ipotesi da valutare nel momento in cui si saranno consolidate le strutture economiche di questa nazione in forte ascesa.
Resta un problema serio la moria di elefanti che a breve potrebbe colpire nuovamente tutto il continente africano: autorizzando la vendita d’avorio, infatti, ricominceranno le uccisioni clandestine ai danni di questi animali. Come in passato, le loro morti saranno giustificate con il decesso per cause naturali, ma questa volta le conseguenze saranno molto più disastrose. Il continente dovrà sperare nell’avvento di un nuovo veto del Cites, ma come al solito sarà soltanto attraverso conseguenze disastrose che si potrà pervenire ad una possibile soluzione. Potrebbero anche essere adottate misure simili a quelle del 1997, traendo cioè la materia prima dalle zanne di elefanti morti realmente per cause naturali, proibendo quindi qualsiasi tipo di razzia ai danni dell’animale: potrebbe essere un compromesso tra ambientalisti e produttori ma in quel caso bisognerebbe augurarsi che le autorità responsabili siano capaci di vigilare e siano abbastanza previdenti da scongiurare l’estremo pericolo.
Laura
Olivazzi –ilmegafono.org
Il
consiglio comunale di Bari prepara la più grande opera di cementificazione mai
vista in Puglia, con un eccesso di concessioni edilizie che favorirà privati e
speculatori- Pubblichiamo l’articolo denuncia di Carlo Diana
SCEMPIO
AMBIENTALE A BARI
Undici milioni di metri cubi di cemento sulla città. Il consiglio comunale di Bari approva la piena attuazione del piano regolatore Quaroni che prevedeva un aumento della popolazione residente fino a 650.000 abitanti. Mentre questa rimane da anni assestata intorno alle 320.000 unità, la giunta Emiliano fa finta che sia diventata di 600.000 ed a questa misura adegua le concessioni edificatorie. Emiliano ed il PD regalano ai privati milioni di euro e affossano la città. Fra i proprietari delle aree beneficiate dal provvedimento, c’è l’assessore Simonetta Lorusso e l’ex sindaco Di Cagno Abbrescia. A mare anche il “piano strategico” costato 4 milioni di euro. Giustamente l’arch. Dino Borri - presidente del comitato scientifico del piano strategico - si chiede quale funzione abbia ancora il piano se si ipoteca il territorio in modo così pervasivo. Questa gente va mandata a casa. Sta alienando beni e diritti pubblici e lo stesso futuro del paese. Speculazione fondiaria che smuove un’economia malata fondata non sul rischio d’impresa ma sul privilegio feudale del latifondo che impoverisce ed ammorba il territorio.
Ora attendiamo gli inni di gloria delle solite associazioni-sezioni PD ed un mare di privilegi a loro favore. Pioveranno posti per i loro figli, amici, parenti, amanti, nipoti. Privilegi diffusi, tutto pagato con beni e diritti pubblici. Questa sarebbe la giunta eletta dalla società civile? La destra, Di Cagno Abbrescia, in 15 anni di regno non ha prodotto neppure un decimo della cementificazione promossa da Michele Emiliano. Saranno abbattute le case popolari delle zone centrali e semicentrali e cacciate le persone nelle lontane periferie. La stessa città vecchia verrà svuotata da quella “gentaglia” indigena e la si apparecchierà per gli appetiti e le speculazioni del mondo finanziario globale in cerca di sfiato. Si approntano i ghetti coattivi per miserabili e quelli scelti dai ricchi per l’autoprotezione, diffusamente previsti da sociologi ed architetti urbani. Gli etici-civici-cementiferi del PD hanno già pronte le ruspe e tutto poggia anche su decine di associazioni a sostegno.
Altro
che biciclette, sviluppo sostenibile, caserma Rossani e servizi ai cittadini.
Balle! Specchietto per allodole e propaganda di conniventi. Si prepara una
colata di cemento inaudita, la più virulenta offesa al territorio mai vissuta
nella storia di Puglia. L’equilibrio geofisico già compromesso, con la
ulteriore pressione di nove milioni di metri cubi di cemento, non può che
collassare. Il rapporto energia fossile/emissioni aumenterà a dismisura, sia in
fase costruzione che per il successivo uso dei metri cubi edificabili. Dino
Borri dovrebbe dimettersi da direttore del comitato scientifico del “piano
strategico” e l’associazione “Sviluppo sostenibile” denunciare
pubblicamente questo scempio ambientale o cambiare nome.
Carlo
Diana –liberacittadinanza.it
NUMERI DI GIUGNO 2008
28/06/2008
Appena
insediatosi, il neoassessore all’Industria, il siracusano Pippo Gianni,
dichiara di voler rilanciare il progetto di ricerca di gas e petrolio- Tre anni
dopo essersi opposto alle trivellazioni, oggi un dietrofront clamoroso
LA
REGIONE MINACCIA NUOVE RICERCHE ESTRATTIVE
Una “nuova filosofia oligarchica” sembra emergere dai primi atti del governo regionale Lombardo. A dare il via a questo nuovo corso sembra concorrere l’esternazione del neo assessore all’Industria, on. Pippo Gianni, sulle linee programmatiche del proprio assessorato. In un comunicato stampa, diffuso poco dopo il suo insediamento, l’assessore all’Industria ha indicato tra le scelte prioritarie, necessarie a far decollare l’economia isolana, il rilancio del settore estrattivo oltre che di quello manifatturiero, con la previsione di incentivi, anche fiscali, alle imprese. Il potenziamento delle attività nel settore estrattivo, insieme alle energie rinnovabili e ai rigassificatori, costituirebbe l’ossatura strategica del settore energetico. Ciò che sorprende è la reiterazione di un modello di sviluppo energetico, ancorato alle fonti fossili (petrolio e metano). Ci saremmo aspettati dal neo assessore l’avvio di una riflessione e di un impegno per la definizione ed il varo del Piano energetico regionale (che non riesce a venire alla luce da oltre 16 anni), in grado di fornire ai cittadini siciliani un quadro esatto delle risorse energetiche esistenti nella regione, delle materie prime disponibili e parzialmente utilizzate (gas algerino), dei programmi per un pieno sviluppo delle fonti di energia rinnovabile (fotovoltaico, solare termodinamico, biomasse, eolico ed altro). Invece l’on. Gianni, sceglie di incentivare le ricerche di idrocarburi, anche se nel pieno rispetto (non si capisce come) dell’ambiente e dei beni culturali.
Con un’inversione repentina, lo stesso esponente politico che aveva duramente condannato la decisione, assunta dall’assessore all’industria Marina Noè il 22 marzo 2004, del rilascio alla Panther Eureka dei permessi per la ricerca di idrocarburi nel bacino del Tellaro e nell’area degli iblei, diventa il fautore di una proliferazione delle trivellazioni nel territorio siciliano. Una scelta che smentisce clamorosamente le sue nette dichiarazioni del 2 aprile del 2005, quando definì la decisione del governo Cuffaro “un disegno irresponsabile che va bloccato per i danni irreversibili che recherebbe ad un territorio di incomparabile bellezza e per lo snaturamento della sua vocazione, incardinata su uno sviluppo agricolo di qualità, turistico e culturale. La concessione deve essere revocata”. Una posizione inequivocabile che riconosceva il diritto dei cittadini e delle istituzioni locali di essere artefici del loro destino, senza soccombere agli interessi delle società petrolifere; un orientamento che mirava alla salvaguardia dello straordinario territorio del Val di Noto e alla tutela di una realtà geografica ed economica come quella siciliana - ricca di intarsi paesaggistici, culturali e artistici unici, di processi si sviluppo innovativi e di qualità -incompatibile con le logiche predatorie dei cercatori di idrocarburi.
Una consapevolezza ribadita senza ambiguità al Forum contro le trivellazioni e per uno sviluppo compatibile, svoltosi a Noto il 9 aprile 2005, di fronte a decine di amministratori locali dei comuni dell’area di sud est, di esponenti di associazioni e di numerosi cittadini; una critica generale alle scelte del governo di centrodestra, ma anche del precedente governo di centrosinistra, che con la legge regionale 14/2000 aveva dato “libertà d’azione per le ricerche di idrocarburi” consentendo i successivi accordi con le società petrolifere e le autorizzazioni. Oggi l’on Gianni, ripudia queste posizioni e non tiene in alcun conto la tenace battaglia delle comunità locali, alimentando nuove fibrillazioni tra le lobbies del petrolio (quelle imprenditoriali e quelle trasversali della politica, del mondo sindacale, di alcuni organi di informazione). Rilancia le quotazioni di quella parte dell’apparato dell’assessorato all’industria (che ha dovuto mordere il freno per l’imposizione delle procedure VIA e VAS nelle aree delle concessioni), che nel corso di questa lunga e tormentata vicenda, è stato sordo ad ogni richiesta, sollevata dalla comunità locali, di verifica della liceità delle procedure utilizzate per l’avvio delle concessioni. Con disgustoso cinismo, da queste componenti dell’assessorato, sono subito giunte dichiarazioni, figlie di una cultura del territorio e della realtà dei processi produttivi approssimativa e utilitaristica.
Così, sfiorando delirio e malafede, l’inquinamento sarebbe solo il prodotto delle emissioni delle raffinerie e le estrazioni di greggio e il gas sarebbero innocue e forse farebbero bene all’ambiente. Secondo questi dissennati “soloni” dell’assessorato si tratterebbe solo di trovare un giusto equilibrio tra sviluppo industriale e l’immenso patrimonio artistico siciliano (dimenticando che quest’ultimo non è avulso dall’ambiente in cui è collocato e che nel territorio esistono altre realtà economiche, produttive e sociali) e si considera una pretesa il richiamo dell’Unesco a non deturpare (con la scelta devastante delle trivellazioni) l’ambiente. Una chiara manifestazione, dunque, di un profondo disprezzo verso le comunità che non vogliono subire il saccheggio dei loro territori, sacrificando la loro storia, i sacrifici, il lavoro di tante categorie produttive, all’altare di un business che non serve alla Sicilia e ai siciliani. Sono le stesse logiche che hanno ispirato l’on. Pagano, deputato nazionale del Pdl ed ex assessore ai Beni culturali del defunto governo Cuffaro, che, nel 2006, mentre si discuteva all’Ars della revoca delle concessioni gas-petrolifere in Val di Noto, affermò che beni culturali, oasi naturalistiche e beni ambientali potevano tranquillamente convivere con impianti di estrazioni di idrocarburi.
Con la stessa furia industrialista, nelle scorse settimane, si è scagliato contro il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, definendolo “comunista e demagogo” (un’imitazione forse del modello Berlusconi), perché “colpevole” di aver fatto ricorso al Tar contro le attività di trivellazione della Panther Eureka, per il rischio grave di inquinamento e di abbassamento delle falde acquifere della sorgente che alimenta l’acquedotto cittadino. Così la tutela dell’interesse collettivo della salute e di un bene primario come l’acqua per un politico come Pagano è meno importante degli interessi economici di un’impresa privata. Il caso del comune di Vittoria, che ha ottenuto dal Tar di Catania la sospensione delle attività di ricerca della società petrolifera, è la conferma del continuo attentato portato alla vita delle comunità e al loro stesso futuro dal piano di ricerca di idrocarburi, approvato nel 2002 dal governo Cuffaro; un frutto avvelenato in grado di sconvolgere e di modificare profondamente la realtà del territorio, ingiustificato anche sotto il profilo economico. Affermare, come fanno le società petrolifere, che nelle aree individuate per la ricerca sarebbero intrappolati giacimenti di gas metano per circa 51 miliardi di metri cubi, per dare la sensazione, attraverso l’amplificazione di qualche organo d’informazione, che si determinerebbe un contributo consistente all’approvvigionamento energetico, è deviante e infondato.
L’ eventuale coltivazione dei giacimenti (nel lungo periodo), fornirebbe un modesto contributo al fabbisogno energetico della Sicilia e del Paese, ma il prezzo economico e ambientale pagato dal territorio sarebbe incalcolabile. Si evita di dire che lo sfruttamento di un giacimento di metano, per essere vantaggioso, ha bisogno che attorno all’area del primo pozzo di trivellazione sorgano in sequenza altre decine di pozzi, con un raggio medio di circa 5/6 km quadrati. Basta immaginare cosa succederebbe nel territorio del Val di Noto, dove erano previsti 21 pozzi. Anche se questo numero (dichiarazioni Panther) è stato ridimensionato, se questo piano scellerato non venisse bloccato vedremmo sorgere una selva di pozzi a ridosso o dentro le zone protette di interesse comunitario, o accanto alle aree archeologiche o ai margini e dentro le aree naturalistiche o al posto di coltivazioni di qualità. Non verrebbe stravolta e danneggiata solo la superficie del territorio del Val di Noto e degli iblei , ma lo stesso equilibrio idrogeologico del sottosuolo, come più volte ha denunciato l’ing. Philippe Pallas, consulente dell’ONU per la valutazione delle risorse idriche. Il ritrovamento e lo sfruttamento di giacimenti di petrolio trasformerebbe in una realtà da incubo gran parte del territorio isolano. Non ci sarebbero né vantaggi né benessere per i siciliani; solo qualche manciata di posti di lavoro e qualche mancia per le royalties versate ai comuni.
L’unico grande vantaggio sarebbe quello commerciale delle società petrolifere che, a fronte di un investimento di qualche decina di milioni, dalla vendita degli idrocarburi, pur di modesta quantità, potrebbero ottenere lauti guadagni. E’ questo scenario cupo che ha spinto migliaia di cittadini dell’area di sud est, insieme a gran parte delle istituzioni locali, a opporsi alle scorribande della Panther Eureka su un territorio dove la storia millenaria ha lasciato segni indelebili e affascinanti del cammino umano; è per far valere il diritto di vie di progresso capaci di valorizzare le risorse esistenti. La Panther che reagisce con rabbia e con minacce di richiesta di risarcimenti ingenti tutte le volte che viene bloccato il suo tentativo di impadronirsi del territorio, che alimenta con ipotesi di benessere gruppi e ambienti senza memoria storica né amore per il loro territorio, dimentica di chiarire che nel dicembre del 2002 ebbe dall’assessorato al territorio e ambiente il via libera al suo programma senza attuare la valutazione di impatto ambientale e la valutazione di incidenza. Se il governo regionale di centrodestra dell’epoca avesse operato nel rispetto dell’art. 5 del DPR del 12/5/1996, forse l’assessore all’industria Marina Noè non avrebbe avuto la possibilità di emettere i decreti di autorizzazione. E’ stata necessaria una lunga battaglia per imporre alla Panther l’attuazione delle giuste procedure ed è stato il Cga di Palermo, nell’autunno del 2007, a bloccare la trivellazione nel territorio di Noto del pozzo denominato Eureka Est, a poca distanza dal centro abitato.
L’attuazione di VIA e VAS ha consentito al comune di Noto di negare il parere di compatibilità ambientale al pozzo della Panther per i gravissimi effetti che determinerebbe sotto il profilo ambientale, socio-economico e di dissesto idrogeologico. La Panther era riuscita ad ottenere l’approvazione della VIA a Ragusa per il pozzo Gallo Sud, per la totale disponibilità dei vertici istituzionali, sindacali, politici e imprenditoriali ragusani, in contrasto con l’orientamento prevalente nell’intera area di sud est; ma l’area scelta per la perforazione (in contrada Serra Grande), pur ricadendo nel porto franco di Ragusa, avrebbe inciso sulle falde acquifere della sorgente Sciannacaporale, che alimenta la rete idrica del comune di Vittoria. Da qui il ricorso del comune per i gravi rischi incombenti e la successiva sospensione delle trivellazioni da parte del Tar di Catania. La Panther, attraverso i suoi portavoce diretti, ha gridato al complotto. Forse sarebbe utile che società franco-texana e le altre società petrolifere (Eni – Edison ), titolari di altre autorizzazioni per le ricerche di idrocarburi in Sicilia, valutassero che prima o dopo potrebbe prevalere la necessità di un chiarimento sulle notevoli agevolazioni, in termini di obblighi e procedure, fornite dal governo regionale per dare il via alle concessioni. Non si vuole prendere coscienza dell’esistenza di una grande realtà nel Val di Noto che non vuole fare violentare la propria terra e che, se le altre società petrolifere nelle altre aree date in concessione non trovano ancora grandi resistenze, ciò è per la mancanza di una adeguata presa di coscienza delle popolazioni e dell’assoggettamento delle istituzioni locali.
Nessuno può comunque sottovalutare che nell’area di sud est accanto alle comunità si sono schierati esponenti della cultura italiana, della Chiesa, l’Unesco, centinaia di associazioni italiane ed estere. Il futuro di un territorio non può prescindere da un consenso consapevole. Ogni atto di arbitrio, troverà prima o dopo il momento della resa dei conti. E’ certamente molto preoccupante verificare che il nuovo vento della politica tende ad accentuare il distacco tra i cittadini e le istituzioni, già ampio nella precedente fase politica. E’ inquietante avere un ministro dell’Ambiente, come il ministro Stefania Prestigiacomo, che ha la presunzione di voler ricontrattare gli obiettivi di Kyoto sull’ambiente, per dare più tempo alle imprese di adeguarsi ai parametri fissati; che in modo acritico riconferma il piano dei termovalorizzatori in Sicilia, senza tener conto della sentenza della Corte di Giustizia europea che ha posto pesanti sanzioni all’Italia per l’irregolarità riscontrate nella pubblicazione dei bandi di gara, dimenticando i problemi del dimensionamento spropositato degli stessi, della loro ubicazione (come nel caso di quello previsto ad Augusta); che non riesce a percepire sulla realizzazione di un rigassificatore a Priolo le preoccupazioni sui problemi della sicurezza che vengono dalla società civile. Sarebbe catastrofico che altri esponenti politici come l’on. Gianni, realizzassero scelte senza tener conto delle osservazioni e delle valutazioni espresse dalle comunità locali. e se fosse vero, come si vocifera, che altre 27 società sarebbero pronte a chiedere nuove concessioni. I siciliani rischierebbero di subire un’ondata di “nuovi barbari” pronti a spogliare la nostra isola dei suoi beni più preziosi.
Il Tar emette la
sospensiva sul progetto Dal Molin, accogliendo il ricorso di Codacons e
Coordinamento Comitati e decretando di fatto lo stop ai lavori- Pubblichiamo il
comunicato del comitato No Dal Molin
DAL MOLIN: FERMI TUTTI
Il Tar emette la sospensiva sul progetto Dal Molin, accogliendo il ricorso di Codacons e Coordinamento Comitati e decretando di fatto lo stop ai lavori e mettendo fine all’arroganza di chi avrebbe voluto imporre la nuova base Usa a Vicenza senza democrazia e senza una valutazione dell’impatto ambientale. Ecco chi ha commesso le illegalità: statunitensi, il cui bando di gara per l’assegnazione dell’appalto è irregolare; Governo italiano, il cui consenso è definito dal tribunale amministrativo “extra ordinem”; Regione Veneto, sulla cui Vinca (Valutazione d’impatto ambientale) i giudici hanno quantomeno delle perplessità. I giudici sottolineano l’impatto “del consistente insediamento (e della connessa antropizzazione) sulla situazione ambientale, del traffico, dell’incremento dell’inquinamento e in ordine al rischio di danneggiamento e alterazione delle falde acquifere”.
Nessuna traccia documentale di supporto “è stata riscontrata” sull'atto di consenso “presentato dal Governo Italiano a quello degli Stati Uniti d’America, espresso verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali”. Nel procedimento per l’ampliamento della base Usa di Vicenza sussistono anche “altri profili di illegittimità, alla luce della normativa nazionale ed europea”. Il Tar rileva ancora che manca ogni riscontro “di avvenuta consultazione della popolazione interessata”. Insomma, chi sosteneva di agire nella trasparenza e nella legalità – ve lo ricordate il commissario Costa? – in realtà ne ha combinata una dopo l’altra, calpestando la democrazia e mettendo a rischio falda acquifera e territorio; tanto che il tribunale amministrativo ha sospeso l’efficacia dei provvedimenti “inibendo nei confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare l’intervento”, ovvero ad aprire i cantieri per il Dal Molin.
È un risultato forse inatteso, sicuramente importante; il Tar riconosce le ragioni dei tanti vicentini che, in questi due anni, si sono battuti per difendere non solo il territorio in cui vivono, ma anche il proprio diritto ad esprimersi sui progetti che condizioneranno il futuro della città. Ma, proprio perché il Tar ci dà pienamente ragione, la nostra mobilitazione non si ferma; questa sentenza deve essere rispettata e a nessuno deve saltare in mente di fare scherzi o di cercare cavilli per raggirarla. Per questo continueremo la nostra mobilitazione: saremo in piazza il 26 giugno, quando il Consiglio comunale si esprimerà in merito, e il 30 giugno manifesteremo fino ai cancelli del Dal Molin: cancelli che dovranno restare chiusi alle ruspe statunitensi.
www.dalmolin.it- 20/06/2008
21/06/2008
Il
parco di Bosco Minniti, alla periferia di Siracusa, è stato nuovamente lasciato
nella più totale incuria da un’amministrazione comunale da sempre incapace di
gestirlo- Solo la parrocchia della zona ha saputo valorizzarlo
RIDATE
IL PARCO A CHI LO MERITA DAVVERO
Ne avevamo già parlato poco meno di un anno fa, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, perché il parco di Bosco Minniti, nella periferia di Siracusa, era diventato il luogo simbolo in cui associazioni, movimenti, cittadini, giovani avevano deciso di riunirsi per fare sentire il proprio bisogno di legalità e contemporaneamente mostrare il proprio attaccamento ad uno dei pochi spazi verdi della città. Uno spazio enorme, consegnato ai cittadini dopo un decennio di battaglie, di iniziative di protesta contro le amministrazioni susseguitesi negli anni, tutte colpevoli di aver usato il parco e la periferia in generale come mezzi di propaganda elettorale, lasciando poi ogni cosa immutata, abbandonando il parco al vandalismo, all’incuria, al suo stato di ennesima incompiuta. Per fortuna, però, nella stessa zona si trova una parrocchia, o meglio una comunità: quella di Bosco Minniti, guidata da padre Carlo D’Antoni, un sacerdote carismatico e combattivo, che si batte in prima linea per aiutare, tutelare e sostenere i più deboli. La sua comunità è diventata la casa degli ultimi, ospitando negli anni circa diecimila migranti, centinaia di senzatetto e ragazzi di strada, offrendo loro un riparo dalle traversie che la vita ha scelto di riservargli, aiutandoli a rimettersi in piedi e a trovare un nuovo cammino, un lavoro, una casa, una nuova esistenza.
Oltre a questa nobile attività sociale, la parrocchia di Bosco Minniti si è anche impegnata per migliorare la condizione di questa zona periferica della città, con tanti problemi ma anche con tante risorse che la rendono meno problematica e più vivibile rispetto ad altri quartieri di Siracusa. Il parco è diventato, quindi, l’elemento centrale di questo progetto spontaneo di riqualificazione del luogo. Da questa convinzione si è partiti per provare a scuotere le istituzioni, affinché provvedessero a completare questo fondamentale spazio verde, questo terreno aperto di incontro e integrazione. Ci sono volute iniziative, denunce, proteste, perfino occupazioni per costringere l’amministrazione comunale a completare l’opera. Così, qualche anno fa, il parco è stato inaugurato. Dentro c’erano un grandissimo prato, un percorso circolare per il jogging, con attrezzi per la ginnastica, un’area giochi per bambini, un campo sportivo coperto da un tensostatico, numerose piante ed alberi che i cittadini del quartiere e i fedeli o i volontari della parrocchia, su iniziativa di padre D’Antoni, hanno comprato e piantato. Il parco diventava così di tutti, perché ognuno nel suo piccolo aveva contribuito alla sua “fioritura”.
Per gli abitanti della zona è sembrato un sogno. Tanta gente attraversava i vialetti del parco, passeggiando, portando i bambini a giocare. L’area si riempiva quotidianamente di decine di appassionati di jogging, felici di correre in uno spazio così grande e aperto, lontano dal centro e dallo smog asfissiante. La gestione era affidata al Comune di Siracusa, a cui spettava il compito di custodia. Come si poteva immaginare, in poco tempo, a causa dell’assenza e dell’inefficienza del servizio di custodia, il parco rimaneva alla mercé dei soliti vandali, con motorini che entravano fino al centro della struttura, zigzagando in mezzo alle persone, e ragazzini che si “impegnavano” assiduamente a devastare il campo sportivo e la relativa copertura tensostatica. Una desolazione incredibile. Nonostante ciò, la gente non ha mai abbandonato il parco, continuando a popolarlo ad ogni ora del giorno, respirandolo profondamente, sperando in un ritorno alla normalità. Speranza che trovò la sua realizzazione quando la gestione venne affidata alla parrocchia di Bosco Minniti, con l’assegnazione dei compiti di cura e custodia dell’area per un periodo di circa sette mesi. A badare al parco erano quattro persone, adeguatamente formate: tre ragazzi immigrati e un siracusano, tutti ospiti della comunità parrocchiale.
Una manna caduta dal cielo: il parco per la prima volta era realmente gestito, curato nel suo verde e vietato a vandali e motorini. Andare a correre o a passeggiare diventava un vero piacere e tra una corsa ed un esercizio di ginnastica, tra le urla festanti dei bambini e le chiacchiere rilassate dei genitori o le serate di liscio degli anziani, si respirava un clima di incontro, integrazione, scambio, serenità. Anche la scuola che è situata proprio di fronte all’entrata del parco lo utilizzava assiduamente per attuare progetti sulla legalità e sull’ambiente, organizzando delle iniziative di festa, mentre la parrocchia lo rendeva teatro di iniziative di scambio culturale e multietnico, organizzando serate a base di cibi colorati, musica e danze. Il grigiore anonimo delle serate primaverili ed estive di questa parte della città veniva spazzato via dall’affascinante potenza di un parco che in molti hanno visto nascere e crescere. Tutto andava bene, fino a quando l’amministrazione comunale, la stessa che era stata pubblicamente “stimolata” a rimediare alle proprie malefatte, ha deciso di togliere alla parrocchia la gestione di questo bene prezioso. Qualcuno, evidentemente ingolosito dalla nuova vitalità di questo spazio, ha pensato bene di sottrarlo a chi lo aveva rilanciato, per pensare a nuovi utilizzi, magari coinvolgendo i privati.
Si vocifera che il parco possa essere affidato a soggetti privati, cosa che comporterebbe sicuramente all’istituzione di tariffe. Magari qualcuno ci installerà degli esercizi commerciali ambulanti e magari si dovrà pagare un pedaggio per accedere in un’area costruita con i soldi dei contribuenti e con la fatica dei cittadini del quartiere. Intanto, in attesa che la “nuova” amministrazione uscita vincitrice dalle recentissime elezioni (è stata confermata la vecchia amministrazione di destra, cambia solo il sindaco, poiché il precedente aveva già svolto due mandati) decida come meglio distruggere il polmone di Bosco Minniti, il parco è già tornato in una situazione di degrado: ringhiere di recinzione divelte, in modo da garantire l’accesso anche in fase di chiusura, illuminazione spenta (cosa che impedisce alle persone del quartiere, nelle sere d’estate, di passeggiare e vivere il parco fino a mezzanotte), rifiuti sparsi per terra (perfino qualche pneumatico), cestini abbattuti, pavimentazione divelta in alcune zone, erbacce secche che invadono anche l’area di passeggio o corsa.
In più, grazie all’atteggiamento propagandista dello scorso sindaco, ora vicepresidente della Regione, il parco si trova invaso da montagne di terra, portate lì da numerosi camion, nel periodo che ha preceduto le scorse elezioni regionali, e poi abbandonate come fossero rifiuti scaricati in una discarica abusiva. Nonostante questa nuova scelta di degrado, la gente continua a popolare il parco, continua ad amarlo, anche se si lamenta per come viene tenuto adesso. Durante le tante tornate elettorali di questo periodo, sia l’ex sindaco, Bufardeci, sia il nuovo eletto Visentin, hanno parlato del parco, affermando di volerlo rilanciare dopo le fallimentari precedenti esperienze di gestione, con chiaro riferimento alla parrocchia. Coloro che vivono in altre parti della città e che non sono mai stati al parco potranno anche crederci, ma chi ha vissuto e vive quotidianamente questo spazio sa come stanno le cose perché la verità scorre davanti ai propri occhi. Ed è una verità che li spingerà a non mollare, a respingere le menzogne, a resistere ed a riprendere la protesta in ogni sua forma, per far sì che il parco torni nelle mani della gente e venga strappato alle brame malvagie di un’amministrazione avida ed incapace.
Massimiliano Perna -ilmegafono.org
Il
21 e 22 giugno, nelle piazze italiane, torna il Sun Day di Legambiente, la
manifestazione dedicata alla promozione dell’energia solare, in un momento in
cui il governo ripropone il nucleare- Il comunicato di Legambiente
NELLE
PIAZZE PER PROMUOVERE L’ENERGIA SOLARE
Il 21 e 22 giugno 2008 tornano nelle piazze italiane le giornate del Sun Day, l’iniziativa di Legambiente dedicata all’energia solare. Per far conoscere le applicazioni del solare termico e fotovoltaico da nord a sud saranno allestiti banchetti per la distribuzione di materiale informativo su energia solare, incentivi fiscali e forme di energia rinnovabile. Anche installatori e produttori faranno la loro parte, presentando al pubblico le nuove tecnologie, mettendo a disposizione i propri tecnici per dimostrazioni pratiche e informazioni su tipologie di installazioni, costi, manutenzione. Non mancheranno, poi, visite organizzate agli impianti solari dislocati sul territorio che alimentano abitazioni, strutture scolastiche, centri di educazione ambientale, strutture pubbliche.
Dopo l’annuncio del governo di voler tornare in tempi brevi all’energia dall’atomo, il Sun Day di quest’anno si arricchisce di un ulteriore significato. “Basta dare un rapido sguardo ai numeri per rendersi conto che l’energia nucleare non serve – dichiara Andrea Poggio, vicedirettore nazionale di Legambiente – . Installando un metro quadrato di pannelli solari termici per abitante si riuscirebbe ad evitare l’importazione di 40Twh di energia dall’estero, pari a circa il 12% del consumo di energia elettrica a livello nazionale”. Nonostante l’Italia sia il paese del sole, in quanto a sfruttamento dell’energia solare siamo indietro a Paesi come la Germania, dove l’insolazione media è inferiore del 50%.
Ad
oggi la potenza installata di impianti fotovoltaici, in Italia, è di 100 MW per
circa 10.000 installazioni: di queste quasi la metà è fatta di impianti di
piccola taglia (da 1 a 3 kW). Le stime relative al solare termico parlano di 172
MWh installati, pari a circa 250.000 m2 di pannelli: una quantità
significativamente inferiore al potenziale, con appena 2,9 kWh ogni 1000
abitanti. Il Sun Day di Legambiente quest’anno entra a far parte per la prima
volta della campagna europea Sustainable Energy in Europe (SEE) di cui il
Ministero dell’Ambiente è focal point per l’Italia. Per
informazioni su tutte le iniziative organizzate in occasione del Sun Day 2008: http://www.ecosportello.org/
Legambiente.it
14/06/2008
Il rapporto annuale di Legambiente
sull’ecomafia mostra ovviamente il triste primato della Campania, ma registra
un peggioramento della situazione in Puglia e Calabria- Anche Lazio e Sicilia ai
primi posti della classifica
ECOMAFIA:
BOOM IN CAMPANIA, CALABRIA E PUGLIA
L’emergenza rifiuti che tanti danni ha arrecato in Campania, fa sentire la sua eco anche nel resto d’Italia: i problemi legati alle discariche abusive e ad una scarsa politica di educazione ambientale, hanno portato alla luce tutta una serie di altre attività illecite procurate da quella che ormai viene definita “ecomafia”. Il rapporto annuale di Legambiente ha registrato, oltre alla situazione ormai famosa della Campania, anche un notevole peggioramento a livello ambientale in Puglia: smaltimento illegale di rifiuti urbani e tossici, sciacallaggio edilizio lungo le coste, distruzione di boschi, macchia mediterranea e riserve protette. La Puglia è salita dal quarto al terzo posto nella graduatoria delle regioni più colpite, dietro alla Campania, che è chiaramente prima, ed alla Calabria. Nonostante il terzo posto in graduatoria, la Puglia è prima per gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine: in totale ci sono state 47 persone arrestate; inoltre, le infrazioni registrate ammontano a circa 2.596, cifra che equivale al 20% del totale; rispettando questa statistica, le infrazioni sono dunque più di 10000 all’anno.
Le indagini hanno accertato che tra i clan della Corona pugliese e quelli della Camorra campana vi sono frequenti contatti e, dunque, si presuppone anche l’esistenza di scambi reciproci di rifiuti, tossici e non. Proprio i rifiuti tossici sono stati per anni dispersi nelle campagne pugliesi e non inviati nei siti di compostaggio. Il risultato è stato dunque a dir poco disastroso per la produzione agricola, che ha subito l’ondata tossica a lungo termine delle scorie, rendendo ormai inutili i controlli recenti: i prodotti intossicati sono stati ormai abbondantemente consumati dalla popolazione italiana e le conseguenze inizieranno ben presto a farsi notare. Il rapporto di Legambiente ha comunque messo in evidenza che molte altre regioni hanno registrato un enorme incremento di attività illecite procurate dall’ecomafia: Campania e Calabria rimangono stabili sui primi due gradini del podio, la Puglia è terza, ma nell’Olimpo delle regioni più “sporche” d’Italia rientra anche il Lazio, che ha scalato posizioni.
In discesa ritroviamo invece la Sicilia, che si ferma al quinto posto. Facendo il calcolo degli arresti, si notano però delle incongruenze: in Puglia, come detto, ci sono stati più arresti rispetto alla Calabria e alla Campania (anche se rispetto a quest’ultima lo stacco è minimo), per non parlare della Sicilia, nella quale il numero degli arrestati è pari a 0. Tutto questo induce a pensare che sono poche le regioni in cui qualcosa si sta davvero muovendo nell’attività delle forze dell’ordine in materia ambientale e che la malavita è ben radicata anche nei ranghi più alti delle autorità locali: il motivo per il quale regioni che si trovano in una posizione molto più bassa abbiano più arresti rispetto a Sicilia e Calabria, è ancora un quesito irrisolto, rimane il fatto che gli sciacallaggi continuano, sebbene le autorità non abbiano trovato alcun elemento da indagare ed arrestare.
La situazione più allarmante rispetto alle statistiche rimane quella della Puglia: agli episodi di abusivismo edilizio e di inquinamento dovuto a scarichi tossici, si registrano anche moltissimi incendi su tutta la costa, in particolar modo nella zona del Gargano, tanto che il segretario regionale di Legambiente, Francesco Tarantini, ha chiesto al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, di istituire un osservatorio ambientale al fine di monitorare tutta la regione e di promuovere una campagna pubblicitaria che abbia come protagonisti tutti gli attori e le autorità locali; intanto il tour “No ecomafia”, in giro per tutta Italia, sarà a Bari il 19 Giugno. L’ecomafia ha riscosso tale interesse da arrivare anche nelle sale cinematografiche di tutta Europa: al premio “Nastri d’argento” ha trionfato, nella sezione dedicata ai documentari, il reportage-shock di Esmeralda Calabria, Giuseppe Ruggiero e Andrea D’Ambrosio, intitolato “Biutiful cauntri”, che pone l’accento sulla tragica situazione dell’emergenza in Campania, riportando immagini, filmati ed intercettazioni telefoniche che testimoniano gli scambi di rifiuti tossici con il Nord Italia. Il documentario uscirà a Parigi il 16 Giugno.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
La
mattina dell’11 giugno, attivisti di Greenpeace sono intervenuti
all’assemblea dell’Enel per criticare la politica energetica pro carbone e
pro nucleare dell’Enel-
Pubblichiamo il comunicato dell’organizzazione ambientalista
AZIONARIATO
CRITICO CONTRO ENEL
Attivisti di Greenpeace “in giacca e cravatta” hanno consegnato un regalo a Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel, in occasione dell’assemblea degli azionisti del Gruppo. All’interno dell’assemblea, Fondazione Culturale Responsabilità Etica - con il sostegno di Greenpeace e CRBM (Campagna per la riforma della Banca Mondiale) - è intervenuta per portare all’attenzione degli investitori un documento di forte critica alla politica energetica di Enel pro carbone e pro nucleare. In Italia Enel ha intenzione di arrivare a coprire il 50% della propria produzione elettrica da carbone, il combustibile con le più alte emissioni di gas serra. La sola conversione a carbone della centrale di Civitavecchia comporterà l’emissione in atmosfera di oltre 10 Mt di tonnellate di CO2 ogni anno, mentre il Paese dovrebbe ridurle di 100 Mt al 2012 per rispettare gli obiettivi di Kyoto. Greenpeace critica fortemente anche la decisione di riversare 1,9 miliardi di euro nel completamento di due pericolosi reattori nucleari sovietici a Mochovce, in Slovacchia. Si tratta di reattori di seconda generazione anni ‘70 che non hanno alcun guscio di contenimento in grado di proteggerli da un incidente grave, come in caso di attentati terroristici.
Per questo alcuni attivisti hanno consegnato a Fulvio Conti un plastico dei reattori di Mochovce distrutti dall’impatto di un aereo. CRBM ha portato un altro caso di “falsa soluzione” per contrastare i cambiamenti climatici: il progetto di 5 grandi dighe nella Patagonia cilena, che prevedono anche la realizzazione di un corridoio largo quasi 100 metri e lungo 2300 km attraverso la foresta temperata, per costruire un elettrodotto che porti l’elettricità verso le industrie del rame nel Nord del Cile. Un progetto che potrebbe avere enormi impatti su uno degli ultimi paradisi naturali del Paese. Banca Etica, Greenpeace e CRBM hanno dato inizio alla prima attività in Italia di “azionariato critico”, il cui scopo è duplice. Da una parte portare le campagne di denuncia delle Organizzazioni Non Governative all’attenzione di azionisti, investitori istituzionali e vertici dei grandi gruppi industriali. Dall’altra lanciare anche in Italia un meccanismo di democrazia economica, che favorisca la partecipazione degli azionisti alla vita dell’impresa.
La decisione di intervenire all’assemblea di Enel è avvenuta su proposta di Greenpeace e CRBM, che da tempo hanno avviato campagne di critica alle scelte del Gruppo. Già oggi Enel è il primo killer del clima in Italia con l’emissione di 56,2 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 nel 2005, quasi un decimo delle emissioni totali italiane in quell’anno. Vista la gravità dei cambiamenti climatici, la strategia di Enel dovrebbe essere volta a ridurre le emissioni di gas serra, invece è tutto il contrario: la maggior parte degli investimenti rimane bloccata su fonti fossili tradizionali e nucleare, solo il 18% alle rinnovabili. Le tre organizzazioni chiedono a Enel di rinunciare ai progetti di Mochovce in Slovacchia e HidroAysèn in Patagonia, e di spostare i propri investimenti dai combustibili fossili alle energie rinnovabili per contribuire a diminuire la dipendenza dell’Italia dall’estero e arginare il fenomeno dei cambiamenti climatici. (Per vedere le immagini dell’azione di Greenpeace e per saperne di più clicca sul link: http://www.greenpeace.org/italy/news/azionariato-critico).
Greenpeace
Italia
07/06/2008
La
nostra mini inchiesta sull’efficienza del sistema di differenziazione dei
rifiuti a Siracusa: pochi cassonetti, mal disposti, non svuotati per settimane e
spesso pieni di immondizia comune- Quando differenziare diventa un’avventura
L’ODISSEA
DEL CITTADINO CIVILE
Non c’è dubbio che il futuro dello smaltimento dei rifiuti è la differenziata, ma perché ciò non può essere anche il presente? I recenti fatti campani ci mostrano chiaramente a quali estreme conseguenze si rischia di giungere se non si comincia a prendere seriamente la questione dei rifiuti. Non c’è dubbio che una volta prodotti da qualche parte vanno pur messi: il nodo è quindi cercarne di produrre il meno possibile e nel modo più razionale. È per questo motivo che la differenziata non deve essere continuamente indicata come il nostro futuro, ma come il presente da realizzare con urgenza. Ci sono numerose realtà in tutta Italia, non solo al nord ma anche al sud (vedi l’esempio del Comune di Mercato San Severino in provincia di Salerno) dove la differenziata funziona a pieno regime senza alcun disagio per i cittadini. È solo una questione di organizzazione e pianificazione: bisogna mettere a disposizione di tutti le informazioni necessarie, gli strumenti e magari incentivare la raccolta. Fatto il primo sforzo per avviare il sistema della differenziata, con tanto di centri di raccolta, diffusione di campane e bidoni idonei e la previsione di regole ben precise da rispettare, si sarebbe sicuramente a metà dell’opera.
Per non andare troppo lontano, ci siamo soffermati ad analizzare la realtà siracusana e quali sono gli ostacoli che deve affrontare un cittadino diligente che ha intenzione di iniziare a differenziare i propri rifiuti. In un Comune dove si è colpevolmente ancora all’inizio, dato che solo da pochi mesi è stato creato il centro di raccolta, la differenziazione deve necessariamente partire dalla propria abitazione privata, dove bisogna sapientemente organizzarsi per separare almeno plastica, carta e vetro. Questo perché, ad un attento controllo, gli unici bidoni presenti in città sono quelli della plastica (di colore giallo) del vetro (di colore verde) e della carta (di colore azzurro). Una volta consolidata questa abitudine e prestata una minima attenzione ai prodotti ed alle confezioni che si possono effettivamente riciclare (ad esempio, bicchieri e piatti di plastica non si possono riciclare perché trattati), non buttare più indistintamente insieme tutta la spazzatura dà una certa soddisfazione e soprattutto rende evidente ad occhio che i viaggi dai cassonetti comuni diminuiscono notevolmente (più della metà).
Fino a qui tutto bene; la vera e propria avventura comincia quando si esce da casa con i tre sacchetti pieni di materiale pronto a riprendere vita (con otto bottiglie di plastica si fa una coperta di pile). A parte i pochi fortunati che si trovano i tre cassonetti colorati davanti casa, gli altri devono spesso iniziare una estenuante ricerca: non solo, infatti, i cassonetti per la differenziata sono decisamente pochi, ma può anche capitare che in certe postazioni ne manchi uno o che tutti i bidoni siano pieni e rimangano tali per giorni (quando non per settimane). Si potrebbe ottimisticamente dire che i cassonetti sono sempre pieni perché la differenziata a Siracusa è decollata: in realtà a negare questa circostanza sono principalmente i dati e secondariamente i fatti. Abbiamo, infatti, osservato con cadenza giornaliera alcuni “cassonetti campione” che hanno mostrato lo stesso identico aspetto anche per più di sette giorni consecutivi. Una cosa è certa: il servizio di raccolta a Siracusa non ha cadenza né giornaliera, né settimanale, il che causa inefficienza e rischia di far saltare tutto.
Pensiamo, a tal proposito, al cittadino diligente che esce da casa pensando di dover perdere solo alcuni minuti per svuotare i tre sacchetti nei tre diversi cassonetti e che invece si vede costretto a vagare per la città per trovare i cassonetti e soprattutto per non trovarli strabordanti. Sorvoliamo, poi, sui casi in cui nei contenitori della differenziata abbiamo visto dei sacchetti di spazzatura indifferenziata: purtroppo la civiltà non è di tutti. Un buon amministratore che vuole seriamente avviare la differenziazione dei rifiuti, anche in vista di un più efficiente e razionale funzionamento (nonché di una maggiore utilità) dei termovalorizzatori, devi avere chiaro il percorso da seguire. Bisogna pianificare gli interventi da realizzare a vari livelli: come tempo fa suggerimmo, il primo passo dovrebbe essere la sostituzione della Tarsu (tassa sui rifiuti solidi urbani) con la Tia, la tariffa da pagare non sulla totalità dei rifiuti prodotti, ma solo sul rifiuto indifferenziato.
È
ovvio che una simile tariffa non può che fungere da incentivo a differenziare,
dato il risparmio che si può ottenere dalla differenziazione. Un secondo
livello fondamentale è quello informativo: a nulla serve la predisposizione di
strumenti se poi non si diffondono le informazioni tra i cittadini. Per ultimo,
ma non certo per importanza, bisogna provvedere a livello materiale e
strumentale: un sistema ottimale vorrebbe la differenziazione di più materiali
possibile (alluminio, umido, carta, plastica, carta ed indifferenziato) ed un
sistema settimanale di raccolta porta a porta, così come da anni si fa dove la
raccolta differenziata funziona a pieno regime. Anche se un sistema simile a
Siracusa è ancora un’utopia, sarebbe auspicabile che, quanto meno, per il
cittadino fare la raccolta differenziata non debba trasformarsi in
un’avventura.
Giusy Montoneri –ilmegafono.org
La
situazione dei mari italiani non è per niente rassicurante: abusivismo,
erosione, inquinamento di ogni tipo
mettono a rischio lo stato di salute delle nostre acque e delle coste- Ma
l’Europa propone dati confortanti
MARI
ITALIANI: UN DILEMMA EUROPEO
La situazione italiana non è delle migliori: lo riscontriamo sia sul piano istituzionale sia su quello socio-economico, e purtroppo, ancora una volta, sul piano ambientale. Oltre alle sanzioni ricevute dalla Comunità Europea a causa dell’emergenza rifiuti, l’avvicinarsi dell’estate ha messo in luce un’ulteriore calamità che necessita un tempestivo intervento da parte delle autorità: nel rapporto annuale sulla situazione dei mari nel mondo, l’Italia si trova in coda, un dato che implica tutta una serie di conseguenze anche dal punto di vista economico, dal momento che i turisti provenienti da tutto il mondo scelgono altre mete per le proprie vacanze, danneggiando uno dei settori trainanti per l’economia italiana. In Campania, ad esempio, l’emergenza rifiuti si è riversata anche sui mari, come testimoniano sopralluoghi eseguiti dalle forze dell’ordine: elevate quantità di rifiuti, anche tossici, sono stati gettati in mare, considerato una vera e propria discarica alternativa in mancanza di quelle ufficiali e regolari.
Tuttavia, il Commissario all’ambiente dell’Ue, Stavros Dimas, ha appena pubblicato un rapporto in cui manifesta piena soddisfazione per la situazione dei mari europei: il 95% delle zone marittime sono balneabili e l’89% dei fiumi risultano in regola, ma, stando sempre al rapporto di Dimas, è necessario da parte delle autorità locali continuare a varare leggi che salvaguardino le zone costiere, poiché rispetto agli anni precedenti si è verificata una lieve inflessione, anche se lo standard è comunque abbastanza alto. L’Italia è forse l’eccezione che conferma la regola: troppo spesso le nostre coste dimostrano di non rientrare nei canoni di regolarità registrati dall’Unione, sia per quanto riguarda lo scempio edilizio (alberghi e ville abusive) sia per quanto riguarda le acque in sé, per svariati motivi che vanno dall’inquinamento alla mancanza di politiche adeguate per impedirne la diffusione. Ogni anno gli stati dell’Ue devono inviare alla Commissione un rapporto dettagliato sulla condizione delle loro acque, siano esse marittime, siano esse interne: le acque devono essere sottoposte ad un’attenta analisi biologica, microbiologica e chimica.
Al fine di far rispettare questi parametri, l’Ue ha imposto nel 2006 agli stati membri un limite di tempo entro il quale applicare le proprie norme, e tale limite è prefissato all’anno 2015, nel caso in cui non si sia riusciti ad applicarle pienamente già entro il marzo 2008. Il suddetto rapporto di Dimas appare confortante per tutti i paesi dell’Unione, compresa l’Italia, e dunque ci si interroga sul perché a livello mondiale è comunque bassa la percentuale di consensi per le acque del nostro paese: molto probabilmente, è a livello europeo che l’Italia riesce a salvarsi, ma posta in prospettiva mondiale vengono fuori carenze notevoli, che riguardano comunque l’intera Unione. Non si possono accusare le autorità europee di specifiche mancanze nel settore ambientale, dal momento che le leggi varate sono molte e dettagliate; le accuse vanno altresì indirizzate prettamente ai governi dei singoli stati che non sempre applicano le leggi con precisione.
I dati confortanti dell’Ue stridono con ciò che vediamo sulle nostre coste, fatte le dovute eccezioni, e sembrano dunque poco veritiere le prospettive ottimistiche fornite dal Commissario Dimas. E’ probabile che si dedichi ancora troppa poca attenzione alla situazione delle zone degradate sotto ogni punto di vista, sia ambientale che sociale, e che dunque queste realtà passino spesso inosservate, ma è anche vero che sono i cittadini stessi a mancare d’interesse nei confronti del proprio ambiente, dimenticandosi di rispettarlo con piccoli ma utilissimi accorgimenti. E’ fondamentale dunque portare alla ribalta europea la vera condizione dei nostri mari, dal momento che l’Unione dispone di tutti i mezzi necessari per risolvere la questione, e magari finanziare di più i provvedimenti e le disposizioni a favore della tutela del nostro patrimonio marino.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
NUMERI DI MAGGIO 2008
24/05/2008
Altra settimana di
passione a Napoli nell’ambito della questione rifiuti: incendi di immondizia
hanno attraversato la città e si sono vissuti momenti di alta tensione- Adesso
c’è un reale bisogno di dialogo a tutti i livelli
EMERGENZA
RIFIUTI: NAPOLI SI RIACCENDE
L’estate è alle porte, la temperatura aumenta, e per le strade di Napoli e provincia non si tratta soltanto di un fattore climatico: basta osservare i cassonetti strabordanti, i piccoli e grandi roghi di immondizia per rendersi conto che l’emergenza è ancora all’ordine del giorno, con tutti gli effetti che provoca. La settimana scorsa si sono verificate in tutta la zona colpita vere e proprie rappresaglie contro la polizia, i vigili ed i pompieri chiamati a riportare l’ordine, con il risultato che la cittadinanza ha dovuto subire fumi tossici, strade bloccate e contusi. Dopo marzo sembrava che la situazione stesse leggermente migliorando, ma sono bastati pochi giorni per far capire all’Italia intera che il focolaio (nel vero senso della parola) è ancora acceso. Significativi sono stati gli interventi dei comuni al fine di diffondere la raccolta differenziata anche nelle scuole: infatti quasi tutti gli istituti campani si sono finalmente dotati di contenitori nei quali raccogliere carta e plastica, ma tutto questo non è bastato, dal momento che la popolazione richiede a gran voce l’intervento dello Stato.
Proprio per questo, il neopresidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha convocato il primo consiglio dei Ministri effettivo a Napoli, per “sottolineare simbolicamente l’attenzione che il governo dedicherà fin dal primo momento alla precaria condizione in cui versano Napoli e provincia”; le prime misure approvate sono state il presidio dell’esercito presso le discariche, che diverranno siti militarizzati, la nomina a commissario straordinario di Bertolaso (nella speranza che con un secondo incarico riesca ad ottenere buoni risultati...), sanzioni e multe salate per i comuni che non impongono la raccolta differenziata. Inoltre, un’altra novità è stata annunciata da Bertolaso, il quale, proprio in questi giorni, ha affermato che il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, ha trenta giorni di tempo per decidere il luogo per la costruzione di un nuovo inceneritore (uno dei tre promessi dal governo, problema che fino ad ora non si è mai riusciti a risolvere), scaduti i quali, se non è stata ancora trovata una collocazione idonea, sarà Bertolaso stesso, insieme al governo tutto a decidere dove e come agire.
Da evidenziare è comunque l’universalità del problema: non c’è bisogno di alcun colore politico per comprenderne l’urgenza, l’attuale governo di destra, cosi come l’opposizione di sinistra hanno dichiarato la loro aperta disponibilità alla collaborazione reciproca nel risolvere la situazione. Vedremo se ciò verrà fatto ed in che modo. L’emergenza rifiuti sta acquistando fama anche a Cannes, dove è in corso il Festival del Cinema: alla conferenza stampa per la presentazione del film “Gomorra”, un giornalista ha chiesto ad uno degli attori protagonisti, Toni Servillo, (di origini campane), cosa stesse davvero succedendo dalle sue parti; l’attore ha semplicemente risposto che essendo un cittadino come tutti gli altri ha bisogno lui stesso di risposte concrete da parte delle autorità, perché ogni singolo cittadino è coinvolto in questa assurda e paradossale situazione. Ogni singola rivolta cittadina è comunque destinata a degenerare nel corso di queste settimane che ci separano dall’inizio effettivo dell’estate, ed anche quei comuni che sembravano apparentemente immuni dall’emergenza stanno mostrando i primi segni di cedimento: i siti di stoccaggio provvisori, prima o poi si riempiranno, e quel momento sembra essere ormai vicinissimo.
A complicare il tutto, subentra anche l’ignoranza e la scarsa informazione da parte della popolazione, che si ostina ad appiccare il fuoco ai cumuli di immondizia, scatenando sostanze tossiche, sottoponendo anziani e bambini a rischi elevatissimi: per questo le ASL hanno invitato i soggetti più cagionevoli ad evitare di camminare in strada. Ogni qualvolta che si verificano incendi e rappresaglie sembra di trovarsi sulla scena di un film di guerra, e poco ci manca ad una vera e propria rivoluzione. Questi atti vanno fermati con durezza, anche se è discutibile la norma prevista dal governo circa l’arresto per chiunque commetta atti di protesta legati alla questione discariche. Ad ogni modo, una volta per tutte c’è bisogno di un intervento deciso e serio, mettendo da parte le rivalità politiche o le promesse propagandistiche, perché è necessario estirpare le radici di questo fenomeno che attanaglia l’intera Campania da decenni. Collaborazione (istituzioni a tutti i livelli e cittadini) è la parola chiave.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Il neoministro dello
Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha annunciato l’intenzione sua e del suo
governo di gettare le basi, entro questa legislatura, per la realizzazione di
diverse centrali nucleari di nuova generazione
ED
ORA TORNA IN GIOCO ANCHE IL NUCLEARE
La settimana scorsa avevo parlato di un’Italia sotto scacco, lasciando un punto interrogativo in attesa di ulteriori conferme. Conferme che, puntualmente, sono arrivate. Non mi riferisco solo alla linea scelta dal governo sul caso rifiuti, con l’assurda e pericolosa scelta, tra l’altro, di militarizzare le discariche, così da sottrarle ad ogni controllo o intervento della magistratura. Ciò a cui faccio riferimento sono soprattutto le parole del neoministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, il quale, nel corso dell’assemblea di Confindustria, ha affermato che durante questa legislatura si getteranno le basi per la realizzazione di centrali nucleari di nuova generazione. Una dichiarazione che sa un po’ di minaccia e un po’ di sfida, perché il nucleare è stato già bocciato dagli italiani con un referendum (8-9 novembre 1987) in cui l’80% dei votanti disse no. Una scelta netta, espressione di una volontà democratica che adesso nessuno ha il diritto di rimettere in discussione. In Italia, però, siamo abituati a tornare indietro, in un eterno rigurgito che ci condanna a riproporre le cose peggiori.
D’altra parte, lo stesso Scajola è un “ripescato”, visto che è stato rinominato ministro (stavolta dello Sviluppo Economico) in virtù degli ottimi risultati raggiunti quando era ministro dell’Interno: l’illustre politico ligure, infatti, è colui che gestì l’ordine pubblico e le forze dell’ordine durante il G8 di Genova, conclusosi con una città devastata, la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz ed a Bolzaneto, senza che ciò provocasse in lui la minima intenzione di dimettersi. Dimissioni che furono forzate in occasione di un altro grande risultato politico di Scajola: quando Marco Biagi (l’economista sul cui nome oggi, soprattutto a destra, in troppi speculano) venne ucciso dalle Br, si scoprì che l’allora ministro dell’Interno aveva tolto la scorta a Biagi, nonostante quest’ultimo aveva manifestato viva preoccupazione per la propria vita. Ma non bastava ancora, ci volle altro per convincere il ministro a lasciare la poltrona, vale a dire una sua dichiarazione pubblicata dal Corriere, in cui egli definiva elegantemente Biagi un “rompicoglioni”. Questa è la storia del nuovo paladino del nucleare, evidentemente rinominato ministro per meriti. In questo governo tutto è possibile. Dopo questa illuminante parentesi biografica torniamo al nucleare.
Si tratta, come abbiamo scritto più volte, di una forma energetica che, considerati i rischi ed i costi, molti paesi, meglio organizzati di noi (ad esempio la Germania e gli Usa), stanno cominciando ad abbandonare o ridurre, per dare spazio a fonti ad impatto ambientale minimo e maggiormente gestibili, come ad esempio l’eolico ed il fotovoltaico (energia solare). Il problema è che se, da un lato, il nucleare è un’energia pulita sul piano delle immissioni nell’atmosfera, dall’altro, pone questioni che sono già state affrontate e non sono risolvibili se non infischiandosene dei rischi per l’ambiente e per la salute dei cittadini. Prima di tutto, un incidente in una centrale nucleare produce conseguenze terribili ed a lunghissimo termine, come è avvenuto nel caso del disastro di Chernobyl (Ucraina) nel 1986. Secondo, esiste il serio problema delle scorie radioattive, che risultano dalla produzione di energia atomica, e che hanno un devastante impatto inquinante sull’ambiente.
L’Italia ha già mostrato i suoi limiti nella gestione delle scorie, che, a distanza di oltre vent’anni dalla rinuncia al nucleare, giacciono ancora nei vecchi siti adibiti a discarica. Immaginiamo cosa potrebbe accadere in un paese come il nostro, in cui le discariche abusive sono da record ed in cui lo smaltimento di rifiuti tossici, derivanti dalle attività industriali, è in mano alle organizzazioni criminali. Certo, l’annuncio di Scajola arriva proprio al momento giusto, cioè dopo la determinazione della linea del governo sulla questione rifiuti: la scelta di militarizzare le discariche, di punire con il carcere le iniziative di disturbo alla loro realizzazione, di mantenere il segreto sulle discariche da aprire, di affidare pieni poteri ad un sottosegretario, che, in mancanza di azioni delle amministrazioni locali entro un certo periodo di tempo, può decidere da solo come procedere, è chiaramente il segno chiaro di una strategia ben precisa in materia ambientale.
Ciò che questo governo vuole non è risolvere i problemi, ma attuare un modello di sviluppo selvaggio che tanto piace a quel mondo industriale che, da subito, ha allargato le braccia a Berlusconi, nella speranza finalmente che il cavaliere spazzi via vincoli e divieti e permetta agli industriali di incassare notevoli guadagni in barba alle reali esigenze dei cittadini ed alle vocazioni concrete dei territori. Una scelta dirigistica, imposta, arrogante e totalitaria, intrisa di un aroma nauseante di industrialismo ideologico, basato sulla brama di fare tutto senza alcun limite ed il prima possibile. A questo punto, il tono interrogativo della scorsa settimana può tranquillamente essere tolto. Scajola, Prestigiacomo, Berlusconi, Tremonti, Brunetta, ecc.: tutti vogliono la stessa cosa, tutti vogliono depredare l’Italia. Hanno cominciato a muovere pedoni ed alfieri. Lo scacco matto è pronto.
Massimiliano
Perna -ilmegafono.org
17/05/2008
Appena tornata al
governo, con l’incarico di ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo ha
già dettato la linea sua e del suo schieramento (ma non solo): sì immediato ai
termovalorizzatori, compreso quello di Augusta
SCACCO
MATTO ALL’AMBIENTE?
Com’era prevedibile, il nuovo governo, appena insediatosi, oltre a mostrare i muscoli contro i deboli (attività per adesso prevalente) ha già iniziato a progettare il suo nefasto modello di sviluppo. La scelta di dare il ministero dell’Ambiente a Stefania Prestigiacomo, rampollo di una famiglia di industriali siracusani, non è stata casuale. A lei spetterà realizzare gli interventi in materia ambientale, soprattutto in quelle aree e con quegli strumenti da tempo al centro di accesi dibattiti. L’esordio non è certo rassicurante: in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, all’indomani della sua nomina, il neoministro ha affermato che i rigassificatori ed i termovalorizzatori previsti si faranno, senza indugi, senza attendere oltre. In particolare, la Prestigiacomo ha affermato che sono tanti gli inceneritori già pronti, quattro solo in Sicilia, la sua terra d’origine: “Certo sono tanti, ma se non ci muoviamo la mia isola rischia di ritrovarsi come Napoli; e lo stesso vale per il Lazio”. Dunque, l’emergenza diviene la scusante attraverso cui fare passare con fermezza un preciso modello di sviluppo industriale.
La strategia è chiara, specialmente se si ascoltano le parole di tanti esponenti del centro-destra locale, come il candidato presidente della Provincia di Siracusa, Pippo Sorbello (Mpa), il quale, nel corso di una trasmissione tv, ha negato l’esistenza di forme di ribellione da parte della gente di Augusta alla scelta di installare un termovalorizzatore nell’area, facendo poi molta confusione tra inceneritori e rigassificatori. Una “disattenzione” enorme quella del candidato Sorbello, il quale dimostra (o finge) di ignorare le migliaia di persone (di Augusta e non solo) scese in piazza per manifestare contro le scelte forsennate della Regione, il cui piano dei rifiuti, predisposto dall’ex commissario Cuffaro, prevede quattro impianti di termovalorizzazione in Sicilia, nelle province di Palermo, Agrigento, Catania e appunto Siracusa. Cittadini, associazioni, comitati, l’amministrazione comunale di Augusta che è ricorsa alla magistratura: protagonisti di un lungo percorso di protesta culminato nell’intervento dell’Unione Europea che ha imposto la sospensione del progetto previsto ad Augusta, in virtù delle irregolarità presenti nel piano regionale per i rifiuti.
E’ assurdo, infatti, installare un impianto a forte impatto ambientale in un’area già gravata da una presenza industriale massiccia e dannosa. Le emissioni nocive provenienti da un inceneritore (principalmente diossina), per di più in una provincia che si trova ai livelli minimi nella percentuale di differenziazione dei rifiuti, si andrebbero ad unire alle emissioni prodotte dalla zona industriale ed eleverebbero ancor più il livello di inquinamento esistente nell’area, con rischi gravissimi per la salute dei cittadini. Si ricordi che l’incidenza dei tumori nel triangolo industriale Priolo-Augusta-Melilli è elevatissima, tanto che questa zona della Sicilia orientale è spesso soprannominata “triangolo della morte”. Se è vero che la situazione dei rifiuti in Sicilia rischia di degenerare come in Campania, ciò non può essere risolto con interventi drastici i cui effetti ricadono sulla pelle dei cittadini. Da sempre, la gestione dei rifiuti in Sicilia, così come in Campania, è in mano alla criminalità organizzata, che gode di protezioni e connivenze. Un sistema di potere difficile da scalfire, se non con un’attività di amministrazione della cosa pubblica coraggiosa ed efficace.
L’adozione degli strumenti atti a favorire la cultura della differenziazione è ancora lontana dall’essere attuata, così come si continua a non intervenire sul sistema degli appalti di concessione della gestione rifiuti allo scopo di renderlo più trasparente: da decenni, infatti, sono sempre le stesse ditte ad occuparsi di questo settore nevralgico per la vita di un Comune e dei suoi abitanti. Il ministro Prestigiacomo, con le sue dichiarazioni, dimostra di snobbare tutti quei cittadini (migliaia) che da alcuni anni si battono per fermare l’ennesimo scempio al proprio territorio ed alla propria salute. E’ giusto ricordare che, tra quei cittadini, ci sono anche elettori della sua parte politica, perché ad Augusta la sofferenza, la paure e la rabbia sono sentimenti trasversali, sono esigenze civiche non contrattabili in nome di una precisa appartenenza politica. Anche nello schieramento di centro-destra ci sono esponenti contrari alla nascita del termovalorizzatore di Augusta e di quelli previsti in altri tre luoghi dell’isola. Perché allora insistere su un atteggiamento arrogante e superficiale, che mira ad imporre dall’alto le scelte che dovrebbero essere compiute dai cittadini e da chi li rappresenta sul territorio?
L’assalto
è già iniziato, i predatori industrialisti hanno conquistato il governo del
Paese, la resistenza delle popolazioni dovrà aumentare se si vuole difendere il
proprio presente ed il proprio futuro. E tale resistenza dovrà essere
trasversale, perché tra coloro che hanno sposato un certo modello di sviluppo
ci sono anche persone che oggi appartengono all’opposizione. Pecoraro Scanio
è stato usato come capro espiatorio per condannare a morte l’idea di sviluppo
sano che egli persegue ed ha perseguito durante il suo mandato ministeriale.
Metterlo in minoranza, addossargli colpe che non sono sue, come nel caso di
Napoli, è stato un modo strategico di cui anche una parte del centro-sinistra
si è servito per legittimare la propria appartenenza ad un modello di sviluppo
più “aggressivo”. Concetto che emerge anche da ciò che la Prestigiacomo ha
detto al Corriere della Sera: “Ho la fortuna che il mio predecessore,
con i suoi no, ha finito per convincere pure la sinistra che il vero
ambientalismo è un altro”. Già, secondo l’acuto neoministro, l’ambientalismo
è quello che risolve le emergenze creandone altre ancora più gravi.
Prepariamoci.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Pubblichiamo il
comunicato stampa di Legambiente, in cui si presenta “Giornate del sole”,
un’iniziativa finalizzata a sensibilizzare i cittadini sul tema del risparmio
energetico- Dal 13 al 28 maggio, saranno raggiunte dieci città
AL
VIA LE GIORNATE DEL SOLE
Iniziativa di Enel, Cittadinanzattiva, Legambiente, Movimento Difesa Del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori per promuovere la cultura dell’efficienza energetica e l’uso delle fonti rinnovabili. Risparmiare energia e tagliare la bolletta senza rinunciare ai comfort della vita moderna, facendo bene all’ambiente: all’insegna di questo principio guida, parte il camion Enel.si con la collaborazione di Cittadinanzattiva, Legambiente, Movimento Difesa del Cittadino e Unione Nazionale Consumatori. Dal 13 al 28 maggio a Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, Palermo, Siracusa arrivano così le “Giornate del Sole”: 10 iniziative congiunte tra la Società per l’energia elettrica e il gas e le associazioni ambientaliste e consumeriste per sensibilizzare e informare gli italiani sull’uso “intelligente” dell’energia elettrica e delle fonti rinnovabili. Arrivato nelle piazze delle città italiane, il camion si aprirà e ai cittadini, primi i milanesi, e saranno fornite informazioni e distribuite due guide pratiche. Una sull’efficienza e risparmio energetico e l’altra sul fotovoltaico e solare termico.
La prima spiega come utilizzare l’energia in modo più razionale (con suggerimenti utili riguardanti acqua, elettrodomestici, etichette di consumo, illuminazione e riscaldamento) per contribuire al miglior equilibrio del sistema elettrico nazionale e dell’ambiente, ottenendone in più un beneficio in bolletta. La seconda, come dotarsi di un impianto fotovoltaico o solare termico sfruttando gli incentivi previsti e come attivare il cosiddetto ‘conto energia’. Inoltre, tutti i visitatori riceveranno in omaggio lampade a basso consumo (fluorescenti compatte) che durano 8 volte di più e consumano l’80% in meno delle tradizionali lampadine ad incandescenza e il kit di economizzatori idrici (o “rompigetto”), oltre ad avere l’opportunità di conoscere da vicino i pannelli fotovoltaici e quelli per il solare termico. Si “parte” con almeno 150 mila lampadine da distribuire insieme a 50.000 rompigetto nelle shopper biodegradabili.
Se
sostituite alle tradizionali lampadine a incandescenza, le lampade ad alta
efficienza consentiranno un risparmio di circa 9.954.000 kilowatt/ora,
1.400.000 metri cubi di gas, evitando così l’emissione in atmosfera di
oltre 7.700 tonnellate di anidride carbonica (CO2) e di altri gas a effetto
serra. Per sensibilizzare chi non potrà essere in piazza, Enel e le
associazioni partner dell’iniziativa hanno dato vita, attraverso un sito
Internet dedicato, alla prima rete nazionale on line di informazione focalizzata
su fotovoltaico e solare termico (http://www.giornatedelsole.it/).
Ma non basta: per azzerare la CO2 prodotta dal truck nel suo giro per le
piazze delle città italiane, sarà realizzato un progetto di forestazione sul
territorio italiano.
Legambiente.it
10/05/2008
La discarica di Malagrotta, alle porte della capitale, rischia di
scoppiare e, mentre c’è chi progetta termovalorizzatori “brucia tutto” accanto ad altri
impianti inquinanti, i cittadini
chiedono un nuovo piano di gestione dei rifiuti
EMERGENZA
RIFIUTI ANCHE A ROMA
Dopo Napoli, Roma. La regione Lazio rischia gravi sanzioni da parte di Bruxelles per non aver ancora notificato all’Ue il suo piano di gestione dei rifiuti. La situazione, soprattutto nella capitale, è gravissima: la discarica di Malagrotta, alle porte della città eterna, è infatti arrivata al massimo dello stoccaggio (210 ettari di immondizia) e se non verrà ampliata potrà durare solo qualche mese. Secondo un rapporto dell’Eurispes, negli ultimi anni, il conferimento dei rifiuti nella discarica romana è aumentato notevolmente e sarebbe anche maggiore se non si fosse registrato un incremento della raccolta differenziata dal 4,5 per cento del 2001 al 12 per cento attuale (secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore). Tale percentuale rimane però ancora troppo bassa rispetto all’ambizioso obiettivo regionale che mira ad un risultato del 50 per cento entro il 2010. Nel frattempo, mentre si moltiplicano le proteste per l’apertura del gassificatore a Malagrotta e contro la costruzione di un termovalorizzatore ad Albano, iniziano a farsi vedere anche i danni ambientali causati dalla discarica.
Nel rapporto dell’Eurispes del gennaio scorso se ne evidenziano alcuni: dal percolato (prodotto dai rifiuti) che è arrivato fino alla falda sottostante inquinandola, ai “30 mila metri cubi di biogas” derivanti dagli scarti della città fino alle colline “che, sotto il peso dei rifiuti, ogni anno si abbassano di un metro formando laghetti di acqua piovana”. Nella discarica di Malagrotta vengono smaltiti i rifiuti del Comune di Roma, dell’aeroporto di Fiumicino, della città di Ciampino e del Vaticano, circa 5 mila tonnellate al giorno e secondo l’azienda municipalizzata Ama e l’amministrazione regionale, l’unica soluzione ad una nuova “emergenza” risiede nell’utilizzo degli impianti di termovalorizzazione e del gassificatore. Ci sono tuttavia migliaia di cittadini e di famiglie romane e italiane che la pensano diversamente: è la raccolta differenziata che va potenziata insieme ad un nuovo piano per la gestione del ciclo dei rifiuti. Nel Nord Europa e anche in molte aree del Nord Italia la raccolta differenziata e il trattamento dei rifiuti “a freddo” sono già una realtà a cui i cittadini si sono abituati in fretta (in Veneto la raccolta diversificata arriva al 39,9 per cento in base a quanto pubblicato dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente sui rifiuti).
Tutti
gli esperimenti fatti nelle regioni del Nord per una gestione dei residui “a
freddo”, mediante la separazione e il riciclo dei vari materiali e anche
attraverso il compostaggio dei rifiuti biologici organici, hanno dato risultati
positivi e duraturi. “Al contrario il gassificatore non potrà mai essere un
piccolo gioiello di tecnologia - scrive la Rete regionale rifiuti del Lazio -
Non potrà mai avvenire questa sorta di magia o il risanamento dell’area
attraverso il funzionamento del gassificatore”. Nell’area di Malagrotta,
dove dovrebbe aprire il nuovo impianto, sono concentrati infatti diversi siti
(oltre alla discarica che dovrebbe essere chiusa), tutti dannosi per la salute:
la Raffineria di Roma (proprietà di una società privata francese), cave di
inerti (gestite da società private), un inceneritore di rifiuti ospedalieri
(dell’Ama), depositi di carburante e un bitumificio a cui tra poco si
aggiungerà il gassificatore. Non appare infondata pertanto la richiesta dei
comitati cittadini di Malagrotta e dei comuni vicini di delocalizzare il
gassificatore, chiudere la discarica, bonificare l’area e incrementare la
raccolta differenziata, anche alla luce degli ultimi studi scientifici che non
lasciano dubbi sui legami esistenti tra la vicinanza agli impianti di
“valorizzazione energetica dei rifiuti” e l’aumento delle malattie
tumorali.
Giorgia Lamaro –ilmegafono.org
La notte tra il 6 ed il 7 maggio, gli attivisti di Greenpeace, a bordo della Arctic Sunrise, hanno fermato un peschereccio siciliano impegnato in attività di pesca illegale- Liberata una tartaruga marina impigliata nelle reti
ARCTIC
SUNRISE CONTRO PESCHERECCIO PIRATA
Gli attivisti di Greenpeace hanno affrontato un peschereccio pirata nel Mar Ionio. Lanciati in acqua i gommoni, hanno sequestrato 2 chilometri di spadara, una rete vietata dal 2002. Intrappolati nella spadara piccoli tonni rossi e una tartaruga marina che è stata liberata. Greenpeace ha denunciato le illegalità commesse dal peschereccio - Diomede II - alla Capitaneria di porto di Messina. 10 km di spadare a bordo (con la maglia di 8 cm cosiddetta “ferrettara”), decine di tonni rossi sottotaglia di peso tra 2 e 6 kg (pescati peraltro senza alcuna quota) e l’occultamento del numero di matricola nel tentativo di non farsi identificare fanno di questo peschereccio un vero pirata del Mediterraneo. Con quest’azione Greenpeace ha dimostrato che la cosiddetta rete “ferrettara” viola sistematicamente il Regolamento Comunitario (Reg. CE/1239/1998) che impedisce la pesca con derivanti alle specie pelagiche d’altura, come il tonno rosso.
Secondo il registro dei pescherecci dell’Ue, il Diomede II è stato costruito nel 2006 e dovrebbe pescare solo con gli ami (palamiti) o le piccole reti fisse, in prossimità della costa. Il peschereccio bloccato da Greenpeace usava invece un’attrezzatura ultramoderna, con radiosegnalatori e luci alogene, per lavorare con almeno 10 km di rete derivante in acque internazionali. È evidente che il livello dei controlli è così scarso che ai pescatori conviene ancora investire su nuove imbarcazioni attrezzate con reti vietate sin dal 2002. L’Italia, invece di contrastare seriamente la pesca pirata, sta tentando di affondare il Regolamento proposto dalla Commissione Europea contro la pesca illegale.
Questo Regolamento prevede l’inserimento dei pescherecci pirata in una “lista nera”: chi ne fa parte non troverebbe più assistenza nei porti dell’Ue e non potrebbe più accedere ai sussidi pubblici, come quelli del “piano di riconversione” che avrebbe dovuto smantellare le spadare. Non è chiaro quanto si sia speso in totale per la riconversione ma Greenpeace ha più volte osservato pescherecci che usavano le spadare nonostante avessero ricevuto contributi fino a oltre 68.000 euro per smantellarle. Dal 2000 al 2006 la pesca italiana ha bruciato oltre 15.500 posti di lavoro. Le attività dell’Arctic Sunrise, per documentare le minacce del Mediterraneo sono parte della Campagna di Greenpeace per una rete globale di riserve marine che coprano il 40% degli Oceani, incluso il Mediterraneo.
Greenpeace
Italia
3/05/2008
Dal
nord Europa arriva la “casa passiva”, costruita in modo da ridurre
notevolmente i consumi e l’impatto sull’ambiente- Anche in Italia esiste un
progetto del genere, che si può adattare anche alle abitazioni già
esistenti
ABITARE
IN MODO ECO-SOSTENIBILE
Direttamente dal nord Europa arriva un nuovo tipo di costruzione edilizia. Obiettivo: rispettare, in fase di costruzione, tutte le norme volte a ridurre al massimo le emissioni di CO2 ed i consumi energetici, puntando al perfetto equilibrio termico fra temperatura esterna e interna alla casa. “Si considera passiva una casa che consumi meno di 15 kWh per metro quadro all’anno. E’ un parametro molto severo, se consideriamo che una casa tradizionale ne brucia tra i 70 e i 120”, afferma l’architetto Matteo Robiglio di Avventura Urbana, lo studio di progettazione torinese che ha ideato il progetto “Ecovillae”, un villaggio ecologico formato da 100 case che dovrebbe sorgere a Fiano Romano (Roma). Così, per ridurre al minimo tali sprechi che avvengono comunemente, la casa in costruzione viene protetta con materiali isolanti e sistemata in modo che, all’interno, la temperatura sia piacevole in ogni stagione.
Ad esempio, i tetti vengono isolati con materiali come lana di pecora, fibra di cocco, balle di paglia pressate o pannelli di fibra di legno, sughero o cellulosa. Inoltre, per un isolamento migliore, si può creare un “tetto verde”, ovvero uno spazio (che può coprire anche tutta l’intera area del tetto) su cui far crescere erba, anche per ottenere un’aria di qualità migliore. Le finestre sono a taglio termico a doppi o tripli vetri per un elevato isolamento termico. Queste poi devono essere posizionate su circa il 50% della facciata a sud, sul 10% di quella a nord e sui lati est e ovest possono occupare fino al 30%. Per garantire il massimo ricambio d’aria, l’abitazione si deve dotare di un impianto di ventilazione basato sul principio dello scambio termico fra aria interna ed esterna.
Inoltre, se si vuole comunque avere un riscaldamento, è sufficiente installare una caldaia a condensazione o a pellet (un materiale derivato dalla compressione degli scarti di lavorazione del legno, senza l’aggiunta di collanti chimici): il risparmio sale dal 20 al 50% sulla fornitura di acqua calda e il riscaldamento. Ma queste innovazioni non riguardano solo le case in nuova costruzione, bensì possono essere applicate anche su abitazioni già costruite, con un abile lavoro di ristrutturazione (che appunto rispetti queste regole). Il primo Stato ad aver adottato questo nuovo tipo di costruzione è la Germania, seguita dai paesi scandinavi e da Austria, Svizzera e Francia. Questa tendenza sta dilagando anche nel nord Italia: infatti, regioni come Veneto, Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Marche stanno promuovendo nuovi progetti per la costruzione di queste “case passive”.
Valentina
Montemaggi –ilmegafono.org
La situazione di mari, fiumi e
laghi nel nostro paese è davvero difficile, con livelli di inquinamento
elevatissimi- All’origine di questo malessere non vi è solo l’industria, ma anche
l’incuria e l’inciviltà di tanti cittadini
ACQUE
ITALIANE VICINE AL COLLASSO
Lo sviluppo industriale, nel corso della sua storia ormai secolare, ha portato molteplici vantaggi all’economia e alla vita dell’uomo, ma insieme ad essi bisogna considerare anche i fattori negativi che il progresso ha portato: tra di essi, quello che si manifesta in modo più evidente è l’inquinamento, che può essere di vari tipi, anche se quel che più preoccupa è l’inquinamento delle acque. L’acqua è di sicuro la risorsa più importante per l’uomo e, se venisse a mancare, la Terra potrebbe considerarsi un pianeta morto. Eppure, sembra che le società facciano finta di niente nel momento in cui i residui del progresso vengono scaricati direttamente nei mari, nei fiumi, compromettendo di conseguenza la vita e l’equilibrio non solo di ecosistemi e specie animali, ma anche dell’uomo stesso, che è parte del grande sistema terrestre. Nel corso degli ultimi decenni, sono aumentate le “macchie nere” nei mari, ossia le macchie provocate dalle perdite di petrolio durante il trasporto: la conseguenza più grave è che le correnti marine trasportano le sostanze tossiche fino alle coste, investendo ed avvelenando diverse specie animali e vegetali e causando ingenti perdite.
E’ proprio lungo le coste che si sono attivati gruppi ambientalisti (in Italia ricordiamo Legambiente), i quali, attraverso squadre ben organizzate di volontari, fanno il possibile per ripulire le spiagge o magari anche le acque poco profonde. In seguito a questa iniziativa e ai rilevamenti dei vari istituti universitari che si occupano dell’ambiente e della sua salvaguardia, sono state ideate le cosiddette “bandiere blu”: una costa dotata di bandiera blu può definirsi “priva” di degradazioni ambientali, conserva cioè il suo equilibrio floristico e faunistico. Nel corso degli anni ‘90 in Italia si potevano contare decine, anzi centinaia di bandiere blu, ma a partire da qualche anno fa, esse sono vertiginosamente diminuite, segno del fatto che sono aumentate le aree in cui non vengono rispettate le norme ambientali, e che non ci si adopera abbastanza per evitare tali violazioni. Un fenomeno particolare è l’eccessiva fioritura di alghe nei pressi di alcune coste del versante adriatico: all’inizio si pensava ad un fattore naturale e del tutto normale, ma poi ulteriori analisi hanno accertato che si tratta di una eccessiva presenza di azoto (dovuto agli scarichi industriali) che consente alle alghe di riprodursi senza freno.
Su alcune coste toscane, inoltre, possiamo ritrovare sabbie fini e bianchissime: di primo impatto si pensa ad un paradiso tropicale, impressione alimentata anche dalle acque calde, in realtà ci si trova nei pressi degli impianti industriali Solvay che immettono sostanze nel mare, in grado di modificare a tal punto l’equilibrio. Non bisogna trascurare però i fiumi: in Italia il primato d’inquinamento lo detiene il fiume Sarno, una vera e propria fogna a cielo aperto, utilizzata anche come discarica di rifiuti non solo industriali, ma anche “urbani”. Il Comune ed il Governo, per evitare che anche le zone agricole vicine siano colpite da questa intossicazione, hanno adottato misure di prevenzione, che sembrano dare i primi risultati. Altre situazioni critiche le ritroviamo nei fiumi che attraversano città importantissime come Roma e Firenze: ovviamente si tratta del Tevere e dell’Arno.
Il colore delle loro acque non è proprio naturale, né è uno spettacolo gradevole per i turisti e per i cittadini, che tuttavia continuano quasi a far finta di niente. Nel nord Italia il caso più eclatante è quello del Po, che attraversa moltissime città e che versa in condizioni disastrose. Le acque che restano intatte, in un certo senso, sono quelle dei fiumi alpini e delle poche riserve marine in Sicilia, Campania, Puglia e Sardegna, ma anche in Toscana ed in Liguria. Con il tempo, però, gli studiosi annunciano che le loro condizioni peggioreranno ulteriormente, dal momento che anche in zone protette non si rispettano le norme previste, soprattutto a causa del turismo “selvaggio” e dell’incuria di cittadini ed istituzioni, che danneggiano le coste ed il paesaggio in generale.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
NUMERI DI APRILE 2008
26/04/2008
Gli alberi della
fascia mediterranea devono combattere con una molteplicità di nemici, ultimo
dei quali la “cocciniglia del pino marittimo”, un parassita che sottrae agli
alberi la linfa e le altre sostanze nutritive fondamentali
PARASSITI
E INQUINAMENTO I KILLER DEGLI ALBERI
Le poche specie di alberi presenti lungo la fascia mediterranea hanno un nuovo nemico da combattere: si tratta di un parassita proveniente dal Nord Africa, il cui nome scientifico è Matsucoccus Fetayudi, alias “cocciniglia del pino marittimo”. E’ un parassita fitomizio, si nutre cioè di linfa e di altre sostanze nutritive indispensabili agli alberi, riducendoli a veri e propri scheletri vegetali che devono necessariamente essere abbattuti. La regione più colpita è la Toscana: nel giro di poco tempo sono stati abbattuti più di 216 ettari di macchia mediterranea a causa del parassita, arrivato in Italia attraverso legname di importazione, semi e vasi destinati ai vivai. Il Matsucoccus Fetayudi è un parassita ancora più pericoloso del “punteruolo rosso delle palme” (nome scientifico: Rhynchophorus Ferrugineus), altro insetto diffuso soprattutto nelle regioni meridionali (Sicilia e Puglia in primis) che fa registrare allo stesso modo ingenti danni.
Gli esperti hanno affermato che l’unica soluzione per evitare la diffusione del parassita è quella di abbattere i focolai, o meglio, localizzare i punti in cui si manifesta la presenza dell’insetto ed abbattere direttamente gli alberi prima che lo scomodo intruso completi il suo lavoro. Alcuni etologi ed agronomi sono stati inizialmente tratti in inganno alla vista di tronchi d’albero cosi danneggiati: si credeva infatti che si trattasse di danni dovuti a piogge acide o diserbanti particolarmente nocivi, ma accurate analisi hanno accertato poi che in realtà la causa era ben diversa. I membri della Commissione ambiente e territorio della Regione Toscana hanno calcolato che nel giro di pochi mesi il parassita arriverà a colpire tutta la fascia costiera della regione. Per evitare tale perdita ambientale, dal 19 marzo 2008 è stato diffuso anche un video appello su YouTube per sollecitare l’intervento del Ministero e delle autorità internazionali. Intanto, per i 216 ettari già distrutti non c’è niente da fare, se non aspettare che il suolo si ristabilizzi e riacquisisca le sostanze nutritive necessarie alla crescita di nuovi alberi.
Sempre in Toscana si è registrato un decremento del 70% nella produzione di pinoli: tutta colpa del “cimicione delle conifere” che colpisce le zone boschive più interne. Gli effetti provocati dai vari parassiti si manifestano quasi tutti allo stesso modo: le foglie si seccano, cadono ed i tronchi diventano man mano sempre più aridi fino a morire del tutto. Secondo l’entomologo Filippo Maria Bozzetti, dell’Università di Padova, il pericolo rappresentato da questi parassiti è “inesorabile”: l’aumento della temperatura media nelle regioni costiere italiane comporta una maggiore facilità di spostamento per questi insetti provenienti da lontano, che dunque si adattano meglio ai nostri climi. Un altro caso singolare è quello della cittadina abruzzese di Avezzano: i pini della zona si sono inariditi fino alla morte, aprendo varchi sempre più larghi nella zona boschiva, questa volta per cause ambientali e non per l’intervento di parassiti esotici.
L’etologo
del Comune di Avezzano, Stefano Komel, attribuisce infatti il fenomeno alla
siccità dello scorso anno, che non ha consentito ai suoli di “ricaricarsi”
adeguatamente. La Regione sta tuttavia provvedendo al problema con tutta una
serie di rimedi: abbattere le piante ormai morte per rimpiazzarle con alberi
nuovi e nel frattempo continuare le ricerche sulle cause del problema. In
entrambi i casi, gli alberi sono vittime dell’inquinamento umano, che, da un
lato, provoca l’aumento della temperatura e dunque un più facile insediamento
di parassiti, dall’altro, inaridisce i suoli che non sostengono tale shock,
provocando cosi la morte di pini ed altri alberi della macchia mediterranea.
Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad un’emergenza dovuta alla mancanza di
attenzione nei confronti dell’ambiente: è ancora troppo poco diffusa
l’educazione alla salvaguardia del proprio patrimonio naturale, che di questo
passo, soprattutto in Italia, sembra destinato a scomparire.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Il
22 aprile, come accade ormai da 38 anni, si è celebrata la “Giornata mondiale
della Terra”, una manifestazione mondiale per ragionare sui problemi
dell’ambiente e proporre soluzioni- E c’è chi adesso frena gli allarmismi
“EARTH
DAY” TRA RIFLESSIONI E DIBATTITI
Martedì 22 aprile 2008 si è celebrata in 174 paesi del Mondo la 38° edizione dell’ “Earth day”, ovvero la “Giornata della Terra”. Questa manifestazione fu ideata nel 1970 dall’allora senatore del Wisconsin, Gaylord Nelson, che profondamente impressionato da un disastro petrolifero in Santa Barbara, il 22 Aprile dello stesso anno riuscì a far scendere in piazza 20 milioni di americani, per una grande protesta ambientalista. Durante questa giornata, gli ecologisti che vi partecipano fanno un punto sulla situazione terrestre: discussioni e riflessioni sull’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, sulla distruzione dell’ecosistema, con migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e sull’esaurimento delle risorse non rinnovabili, per finire con le riflessioni sul riscaldamento del globo e sullo scioglimento dei ghiacciai perenni. Infine, lo scopo della manifestazione è quello di trovare soluzioni utili per eliminare gli effetti negativi dell’uomo sul pianeta Terra, come il riciclaggio dei rifiuti, la conservazione di risorse naturali, come il petrolio, la protezione di specie in via di estinzione e di habitat naturali, come le aree boschive, che sempre più sono soggette a disboscamenti.
E’ una manifestazione utile per la sensibilizzazione di tutte le persone alla lotta contro l’inquinamento terrestre, un problema diventato prioritario in tutto il mondo solo da pochi anni. Ma è proprio giusto dire che, come affermano pubblicità e manifestazioni, solo l’uomo sia da condannare, in quanto causa esclusiva del surriscaldamento del globo? Secondo l’ingegner Massimiliano Santini, che ha scritto per il sito web meteolive.it, gran parte del riscaldamento del pianeta non è prodotto dall’uomo. Infatti, egli sostiene che l’attività umana produca dall’1 al 4 % delle emissioni di CO2. Poi, secondo studi condotti in Germania, alcuni scienziati affermano che “caldo e freddo si alternano da sempre, a prescindere dalla concentrazione di CO2 nell’atmosfera. Inverni caldi (come quello 2006-2007) non costituiscono la prova di un reale cambiamento climatico”.
Sono
esistiti sempre, come l’estate del 1904, quando l’Europa fu investita da un
caldo tropicale, tanto che il grande fiume Elba rimase quasi a secco. Il motivo,
spiega il quotidiano tedesco Bild, “è l’aumento delle radiazioni
solari, e gli scienziati danesi hanno dimostrato che il sole alla fine del 20mo
secolo ha emesso radiazioni tanto intense come non è mai accaduto negli ultimi
mille anni”. Non c’è quindi un vero allarme? Queste battaglie sono inutili?
Sicuramente, se non possiamo sperare di cambiare e riportare il clima “nella
norma”, possiamo comunque tentare di salvare il salvabile e credo che queste
manifestazioni che coinvolgono gran parte della popolazione mondiale, portino un
piccolo contributo almeno alla sopravvivenza di alcune specie animali e
vegetali.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
19/04/2008
Le
api continuano a morire in tutto il mondo, con un tasso di mortalità record del
20-25%- Le cause sono sempre le stesse: pesticidi e sistemi di semina
distruttivi, ma ci sono anche le onde elettromagnetiche
MORIA
DELLE API: A RISCHIO L’ECOSISTEMA
Negli ultimi tre anni, in molti paesi europei, si è registrato un fenomeno apparentemente innocuo ed insignificante, ma che in realtà è un chiaro segnale dello stato di degrado in cui sta precipitando l’ecosistema mondiale: la moria delle api. Per questi insetti, preziosi per il trasporto di pollini in primavera e, dunque, per la riproduzione regolare di piante e fiori, si è registrato un aumento della mortalità da un normale 10% ad un preoccupante 20-25% nel triennio 2003-2006. La situazione sembra essere cambiata in meglio nell’estate del 2007, ma gli esperti invitano apicoltori ed agricoltori ad incentivare la nascita di nuove colonie di api, onde evitare una vera e propria distruzione degli equilibri naturali nei piccoli e grandi ecosistemi, a partire da piccoli spazi coltivati, fino ad arrivare alle grandi radure in cui è indispensabile la riproduzione di vegetali, tra cui anche verdure fondamentali per il commercio agricolo. A provocare la moria delle api sono stati vari fattori, come spiega l’etologo Giorgio Celli: in gran parte, il “merito” dello scempio va ai pesticidi tossici usati in agricoltura, ma un importante contributo lo danno anche le onde elettromagnetiche.
Si è registrato, infatti, un vertiginoso aumento di antenne per la telefonia mobile e per le comunicazioni in generale, che, nascoste nei luoghi più impensabili, danneggiano non solo la salute degli esseri umani, ma sono un vero e proprio filtro mortale per le api. In Europa, lo stato che maggiormente è stato colpito da tale moria è la Svizzera, soprattutto nel periodo già citato 2003-2006, quando cioè è raddoppiato l’uso di fertilizzanti chimici, che insieme alle onde elettromagnetiche hanno creato un vero e proprio mix letale. Il fenomeno non è soltanto europeo: anche gli Stati Uniti si mostrano preoccupati, dal momento che la mortalità delle api ha raggiunto picchi elevatissimi: si parla infatti del 60-70% di api in meno rispetto alla media. E’ stato proprio a causa della moria negli Stati Uniti che studiosi americani e britannici hanno intuito che il tutto è dovuto alla presenza spropositata di onde elettromagnetiche: ogni qualvolta che nei pressi di un alveare o di un nido viene acceso od utilizzato un telefono cellulare, le api perdono il senso dell’orientamento e non riescono a rientrare nelle rispettive celle e l’effetto è facilmente intuibile. I danni calcolati sono stimati per miliardi di dollari e tutt’ora gli agricoltori statunitensi non riescono a spiegarsi i motivi, sostenendo che i concimi chimici sono usati da molti anni e che nei pressi dei loro campi non sono presenti apparecchi ed antenne pericolosi.
Le cause, quindi, sono attribuibili all’inquinamento o all’intervento spropositato dell’uomo in questo settore. Facendo il punto sull’Italia, notiamo che nonostante gli avvertimenti delle principali associazioni ambientaliste, gli agricoltori, in particolar modo quelli del Nord Italia, continuano a fare uso di apicidi e, nelle campagne vicine a Novi Ligure, la semina del mais conciato con sostanze tossiche ha addirittura aggravato la situazione; in totale, nell’intera regione padana si registrano 6740 alveari colpiti dalla semina del mais e 40000 distrutti da apicidi ed altri agenti disinfestanti. Talvolta, i veterinari delle varie Asl locali hanno prelevato campioni di tali sostanze per individuarne le molecole responsabili dell’eccidio, ma si registra comunque una scarsa informazione sul fenomeno, per non parlare del fatto che lo si sottovaluta eccessivamente, senza comprenderne l’effettiva gravità. In passato, anche il genio degli studiosi per eccellenza aveva affermato che “se muoiono tutte le api, agli uomini sulla Terra non restano che quattro anni di vita”; è stato Einstein, scienziato vissuto in tempi non molto remoti, a dire queste parole...
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Dopo una
fallimentare missione di caccia, la Nisshin Maru, famigerata baleniera
giapponese, è entrata nel porto di Kyoto per scaricare carne di balena-
Attivisti hanno circondato la nave con uno striscione con la scritta
“Failed”
GREENPEACE:
LA CACCIA BALENIERA È UN FALLIMENTO!
Attivisti di Greenpeace hanno circondato la Nisshin Maru aprendo uno striscione con la scritta “FAILED”. Il Governo del Giappone, per continuare la sua vergognosa “ricerca scientifica” che fino a oggi è costata la vita a oltre 8.000 balene, si era assegnato una quota di 935 balenottere minori, 50 balenottere comuni e 50 megattere. Dopo le prime proteste internazionali, il Giappone aveva dichiarato di rinunciare alle megattere, ma la buona notizia - confermata dal Ministro della Pesca del Giappone - è che nessuna balenottera comune è stata uccisa. Anche per le balenottere minori la caccia è stata un mezzo fiasco, che è comunque costata la vita a 551 balenottere minori. Una specie in pericolo, cacciata in un Santuario Internazionale. Il Ministero della Pesca del Giappone ha dichiarato che la quota non è stata rispettata a causa delle “interferenze”, cioè delle attività di protesta.
La nave di Greenpeace, “Esperanza”, ha inseguito la Nisshin Maru per quindici giorni, bloccando le operazioni di caccia di tutta la flotta. Prima dell’inizio della stagione di caccia, l’Istituto per le Ricerche sui Cetacei, che per conto del Governo del Giappone conduce il programma di caccia baleniera, aveva dichiarato che c’era un “rapido aumento” delle balenottere comuni: addirittura 9.000 esemplari solo in due aree limitate dove hanno operato i balenieri. Il fatto che non siano riusciti a trovarne nemmeno una è un’ulteriore prova del penoso livello di questa “ricerca”. Se era una ricerca scientifica, perché la Nisshin Maru è scappata per quasi 8.000 chilometri? E come mai non sono riusciti a catturare nemmeno una balenottera comune? Dovevano essercene 9.000 in un fazzoletto di mare, ma non ne hanno trovata nemmeno una.
Greenpeace, inoltre, ha chiesto di investigare sulle numerose irregolarità osservate durante la caccia baleniera, come il rifornimento in zona vietata (l’Antartide è considerata “Area Fragile”) e il commercio di carne di balena con Panama in violazione delle norme della Convenzione CITES sul commercio di specie protette. Ormai è chiaro che la caccia baleniera è una vergogna, e sempre di più anche nei media giapponesi ci si chiede perché il Governo del Giappone continui a erogare sussidi per un’attività contro cui monta un’opposizione crescente dentro e fuori il Paese. Tra due mesi la Commissione Baleniera Internazionale (IWC) discuterà del suo futuro in Cile. Invece di delirare sulla riapertura della caccia commerciale, il Governo del Giappone dovrebbe approfittare di quest’occasione per salvare la sua reputazione internazionale, annunciando lo stop definitivo alla caccia nel Santuario dell’Antartide e l’avvio di una politica di tutela.
Greenpeace.it
12/04/2008
Quintali di rifiuti
tossici e radioattivi sepolti sotto i mari del mondo: un “Comitato per la
verità” sta cercando di fare luce sul traffico illegale di rifiuti tossici,
che coinvolge le mafie di mezzo mondo e che mette a rischio la nostra salute
LE
SCOTTANTI VERITA’ SOMMERSE
Un tempo si credeva che i mari fossero infestati da mostri feroci, distruttori di navi e divoratori di equipaggi. Solo leggende? Da qualche anno a questa parte non sembra così. I mostri dei mari esistono: sono tutte quelle navi affondate dal loro stesso carico nelle acque dei mari di tutto il mondo. Quintali e quintali di rifiuti tossici e radioattivi seppelliti nelle sabbie del mar Mediterraneo, sulle quali aleggiano storie inquietanti di commerci illegali, morti ammazzati e sparizioni misteriose. Mi riferisco alle otto navi affondate al largo delle coste italiane (soprattutto nei mari del sud dell’Italia) e in particolare alla nave Rigel, sulla quale si sta ancora indagando. Di quest’ultima, di bandiera maltese, sappiamo che è salpata da Marina di Carrara il 9 Settembre 1987 e che non è mai arrivata a destinazione. La nave è infatti colata a picco a 50 km a sud di Reggio Calabria, il 21 settembre dello stesso anno, impiegando ben 10 ore per immergersi completamente, senza che nessuno la notasse, sebbene quel tratto di mare sia frequentatissimo, e senza che il capitano avesse inviato alcuno dei 14 segnali previsti dalla Convenzione per la salvaguardia della vita in mare.
Ma tutto l’equipaggio viene salvato dalla Kapren, un natante jugoslavo, e successivamente fatto sbarcare a Tunisi, invece che nei porti vicini di Catania e Siracusa. Dopo poco tempo i naufraghi spariscono tutti, dopo che il capitano ha denunciato il naufragio dando le coordinate sbagliate. Nascono subito i primi sospetti, destinati in seguito ad infittirsi, a proposito del carico della nave. Intercettazioni telefoniche riportano dialoghi sospetti tra Luigi Divano, intermediatore di affari, e un tale di nome Vito Bellacosa. Successivamente, nell’ufficio di Giorgio Comerio, capo della società Odm, specializzata nello smaltimento di rifiuti radioattivi, viene ritrovata un’agenda del 1987 con un’annotazione (“Lost the ship”) che potrebbe riferirsi alla Rigel e un plico contenente documenti riferiti alla Somalia e il certificato di morte di Ilaria Alpi. I sospetti si infittiscono. Ilaria Alpi fu uccisa a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin il 20 Marzo del ’94: i due stavano indagando su traffici illegali di rifiuti e armi in Somalia.
Oggi si ritiene quasi certo che queste morti non siano state un incidente: sono state due vere e proprie esecuzioni, perché si suppone che i due fossero in possesso di informazioni scottanti a proposito di queste indagini, in quanto i taccuini per appunti di Ilaria Alpi sono scomparsi. Nel panorama di questi traffici illegali e affondamenti misteriosi, non poteva certo mancare lo zampino della ‘ndrangheta. Si sa infatti, dalle parole di un pentito, dello smaltimento di ben 500 fusti di rifiuti tossici in Somalia e di 100 a Pisticci, in Basilicata. Un grande intervento lo sta attuando il neonato “Comitato per la verità” di Legambiente, un gruppo di magistrati, giornalisti, esponenti politici e familiari delle vittime, determinati a far luce negli abissi dei mari italiani e nei traffici illegali. Speriamo che negli anni a seguire questo comitato riceva aiuti e attenzioni da parte dello Stato e dell’opinione pubblica, perché la nostra salute venga tutelata e perché giustizia venga fatta.
Valentina
Montemaggi –ilmegafono.org
A Diamante
(Cosenza), la battaglia del Sindaco e della sua Giunta contro la costruzione di
un ecomostro in una zona di interesse paesaggistico e archeologico vive un
momento difficile: anche il Consiglio di Stato è favorevole
IL
CONSIGLIO DI STATO DICE SÌ ALL’ECOMOSTRO
Diamante non è solo il nome di una pietra preziosa, ma anche quello di una cittadina di circa 5100 abitanti che si trova in provincia di Cosenza, sulla costa tirrenica. Un luogo di mare, una delle mete estive calabresi, un luogo che negli ultimi tempi ha conosciuto una certa visibilità, non per le sue spiagge e per i suoi colori, ma per una accesa battaglia legale tra il Comune ed un’impresa edile. Tutto nasce a seguito della revoca, da parte della Giunta guidata dal sindaco Ernesto Magorno, candidato del Pd alla Camera, di tutte le concessioni edilizie rilasciate dalla precedente amministrazione. Una scelta forte, legata all’esigenza di preservare il territorio cittadino dalle mire degli speculatori, della lottizzazione, dell’edificazione selvaggia, in un luogo in cui il bene ambientale e paesaggistico, in virtù della vocazione turistica del territorio, è una delle fonti primarie di sviluppo. Oggetto della contesa è la costruzione di un grande albergo in uno dei punti di maggiore interesse storico e naturalistico di Diamante; l’edificio, le cui prime basi sono già state edificate, è posto nel punto panoramico della città, davanti al mare, a ridosso, anzi, quasi all’interno del parco archeologico. Come è possibile tutto ciò? Si pensi al sistema speculativo e abusivo a cui gli intrecci tra affari e politica hanno dato vita durante gli anni in tutto il Meridione: le autorizzazioni “facili”, i vincoli ignorati, le connivenze tra amministrazioni e imprenditori senza scrupoli, ecc.
Un saccheggio violento di intere aree, lo smembramento crudele di aree verdi, la cementificazione di punti paesaggistici di bellezza impareggiabile, la sepoltura dei litorali sotto le colate di cemento degli speculatori. Tutto questo è il prodotto principalmente di una politica votata alla tutela di loschi interessi privati, messi sempre davanti a quelli dei cittadini e del loro territorio. Qualcuno, però, oggi comincia a prendere coscienza che le cose non possono più andare così: in mezzo al clima di forte sfiducia nei confronti della politica in generale, vengono fuori esempi che fanno capire come sia sbagliato generalizzare. Se Crocetta a Gela ha inferto un duro colpo al sistema mafioso degli appalti truccati, a Diamante, piccola comunità del cosentino, il sindaco Magorno e la sua Giunta hanno fatto quello che poche volte, in Italia, è stato fatto: l’amministrazione comunale, che già si era distinta per alcuni nobili provvedimenti (come la rinuncia alle indennità di sindaco ed assessori, per cercare di risanare una situazione finanziaria gravissima), ha infatti deciso di intraprendere un’azione durissima contro l’impresa costruttrice, con l’obiettivo di fermare la realizzazione dell’ecomostro.
La revoca delle autorizzazioni ha portato lo scontro sul piano legale, con l’impresa che si è ribellata alla decisione, facendo valere cavilli di legge, vizi di forma e di procedura, per ottenere dalla magistratura il placet per il completamento dell’orrenda costruzione. Come spesso capita in questi casi (si pensi al Tar siciliano che aveva dato ragione ai petrolieri sulla vicenda delle trivellazioni nel sito Unesco del Val di Noto), il Tar, in questo caso quello di Catanzaro, ha dato ragione ai costruttori. E’ prevalsa, dunque, un’interpretazione favorevole a chi vuole operare un sacco edilizio, uno scempio vergognoso, uno scippo ai cittadini ed all’amministrazione di un intero paese, sulla base di concessioni rilasciate da giunte precedenti, colpevolmente “in linea” con un modo di fare politica che, in tanti, in Calabria, stanno cercando di cancellare. L’anomalia più grossa, però, è che qualche giorno fa il Consiglio di Stato, che ha l’ultima parola, non ha ribaltato il giudizio del Tar, ma lo ha confermato, dando un ulteriore duro colpo agli abitanti di Diamante. Non è avvenuto, quindi, quanto era accaduto in Sicilia nel caso “Val di Noto”, quando la Corte di Giustizia Amministrativa aveva sconfessato la decisione sbagliata del Tar.
Adesso, il primo cittadino di Diamante dovrà continuare la sua battaglia nella consapevolezza che gli organi di giustizia amministrativa hanno fatto un bel regalo a chi vuole coprire di cemento una delle bellezze naturali più importanti della città. A poco sono servite, purtroppo, la azioni della Giunta, con il sindaco che due mesi fa aveva scritto una lettera al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ed ai deputati e senatori calabresi, per chiedere il loro sostegno nella lotta che il Comune si è intestata contro questo vile atto di speculazione. La solitudine degli amministratori di Diamante ha di certo reso più difficile il cammino verso la sconfitta dell’impresa di costruzione. Concludiamo con le significative parole del primo cittadino, Ernesto Magorno, riportate dal portale di informazione, Amantea.net: “Nonostante il nostro impegno questi speculatori, forti delle loro amicizie, hanno continuato tenacemente ad accanirsi contro il nostro territorio, del quale vogliono la definitiva distruzione spacciandola per progresso”.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
5/04/2008
Il
ministero dell’Ambiente ha compiuto uno storico passo in avanti con
l’approvazione del decreto che autorizza gli incentivi al solare
termodinamico- Ma il cittadino che vuole usare il solare si scontra con banche
ed assicurazioni
SVOLTA
SOLARE, MA CON MILLE DIFFICOLTÀ
Della necessità di perseguire uno sviluppo eco-sostenibile e di programmare serie politiche energetiche si è ormai presa coscienza un po’ in tutta Europa. Tra i paesi più sviluppati quello che sembra essere rimasto paurosamente indietro è proprio l’Italia. Dobbiamo comunque registrare uno storico passo avanti realizzato grazie alla tenacia ed all’impegno del ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio. Stiamo parlando del sì agli incentivi al solare termodinamico, pronunciato dalla Conferenza Unificata Stato-Regioni. Ciò vuol dire che, finalmente, anche l’Italia potrà percorrere la stessa strada già intrapresa dalla Spagna diversi anni or sono, puntando su una forte diffusione del solare termodinamico a concentrazione. Ricordiamo che per realizzare e perfezionare queste ricerche e questi progetti di produzione di energia pulita, il premio Nobel Carlo Rubbia aveva dovuto emigrare proprio in Spagna, non ricevendo alcun tipo di sostegno in suolo italico. Grazie a questo decreto, il ministero dell’Ambiente ha proseguito il percorso avviato con la riconduzione in Italia di Rubbia.
I prossimi passi saranno la creazione della task force per il piano nazionale sul solare termodinamico, gli accordi di programma con le regioni Puglia, Calabria, Lazio e Sardegna per la costruzione delle prime centrali e lo sbocco delle risorse previste dalla Finanziaria del 2008, che permetteranno, concretamente, di sviluppare una tecnologia pulita e soprattutto sicura, in risposta a chi propone una ripresa del nucleare. In particolare, la task force avrà il compito di formulare delle proposte per lo sviluppo di sistemi innovativi per l’installazione e la diffusione di impianti solari termodinamici a concentrazione, predisponendo un piano pluriennale di ricerca e di sviluppo che coinvolga il settore produttivo privato, i centri di ricerca e le università. Non vi è dubbio che una tale svolta epocale non può che considerarsi positivamente; purtroppo bisogna rilevare le difficoltà che il singolo cittadino deve affrontare nella pratica per contribuire alla diffusione dell’utilizzo di energie pulite. Nello specifico, stiamo parlando dell’acquisto e dell’adozione nelle proprie abitazioni di pannelli foto-voltaici per la produzione di energia elettrica pulita.
Non vi è dubbio che a livello legislativo la volontà di favorire un tale tipo di riconversione energetica sia prevista attraverso incentivi, ma purtroppo, nella pratica, questi incentivi vengono vanificati dal sistema. Per essere più chiari, per l’acquisto e l’istallazione di pannelli foto-voltaici ad uso privato sono previsti degli aiuti, a seconda che si tratti di pannelli per la produzione di sola acqua calda o per la produzione di energia elettrica. Nel primo caso, che è anche quello meno costoso economicamente, è previsto un incentivo statale che ammonta al 55% della spesa complessiva affrontata; nel secondo caso, invece, che è sicuramente quello più dispendioso ed impegnativo a livello economico, è prevista la possibilità di mettere in rete l’energia prodotta in eccesso (rispetto a quella utilizzata), ricevendo dall’Enel il corrispettivo. Bisogna aggiungere anche il fatto che, diventando autosufficienti, non vi è più l’obbligo di pagare la bolletta della luce. Un ulteriore aiuto previsto dalla legge sarebbe la possibilità di ammortizzare le rate di un eventuale prestito, preso dalle banche per l’acquisto dei pannelli, attraverso la canalizzazione delle somme corrisposte dall’Enel per l’energia prodotta in sovrappiù.
Un simile sistema, se davvero funzionasse appieno, permetterebbe di ammortizzare la spesa totale dei pannelli nell’arco di circa 7-10 anni, con gli enormi vantaggi di diventare autonomi energicamente, di produrre energia pulita ed in quantità, ed addirittura la possibilità di ottenere dei guadagni una volta recuperato l’intero capitale investito. Come abbiamo detto, però, le difficoltà che di fatto emergono sono tante e tali da indurre il cittadino, intenzionato ad adeguare il proprio impianto, a desistere. Se, infatti, si decidesse di istallare dei pannelli solari, a parte le difficoltà tecniche e di spazio, bisogna sapere che l’impegno economico è particolarmente gravoso e quei soggetti che dovrebbero in qualche modo agevolare il tutto sembrano invece impegnati ad ostacolare in tutti i modi “l’impresa”. In primo luogo, infatti, bisogna precisare che tra le spese da mettere in conto c’è quella dell’assicurazione che non è certo da sottovalutare; assicurazione che va stipulata addirittura contro i furti, dato che tale pratica è, a quanto dicono le compagnie, particolarmente in aumento.
Come
se questo non bastasse, se si vuole avere il famoso prestito dalle banche per
l’acquisto e l’istallazione dei pannelli, queste richiedono che
l’assicurazione per gli anni per cui viene concesso il prestito venga pagata
per intero anticipatamente. Infine, ciliegina sulla torta, in base a quanto
riferito dai soggetti bancari, nel primo anno di autonomia energetica l’Enel
non versa neanche un soldo di ciò che spetterebbe al cittadino per l’energia
prodotta e messa in rete (quindi venduta). Questo vuol dire, in poche parole,
che la rata annuale per cominciare ad estinguere il debito con la banca, al
posto che essere pagata quasi interamente dall’Enel, viene pagata interamente
dal cittadino. Diventa di conseguenza molto più lungo il periodo necessario per
ammortizzare le enormi spese affrontate per realizzare un adeguamento energetico
che, nelle intenzioni, dovrebbe giovare a tutti, ma che in realtà pare non
essere voluto da quelli che possiamo dire, a ragione, essere i “legislatori di
fatto” del nostro Paese.
Giusy
Montoneri –ilmegafono.org
Torna a far parlare di sé, il costaricano Guillermo Vargas, il presunto
artista che ha realizzato un’opera crudele basata sull’osservazione di un
cane agonizzante, lasciato morire di fame e di sete davanti ai visitatori di una
galleria
FINTO
ARTISTA,VERO ASSASSINO: VARGAS, ANCORA LUI
Guillermo Habacuc Vargas continua a far parlare di sé. Lo pseudo artista del Costarica, passato alla storia come colui che ha ucciso un cane per “arte”, è stato tacciato di corruzione “utile” all’esposizione della sua presunta opera. Egli avrebbe infatti pagato dei bambini, affinché gli portassero un cane randagio, oggetto della sua assurda opera, ed avrebbe minacciato i visitatori del Museo in cui l’animale è stato rinchiuso, per scoraggiare qualsiasi tentativo di rifocillare o accudire il cane. Ricordiamo di cosa si parla: la funzione dell’“arte” di Vargas è quella di mostrare al pubblico, apparentemente indifferente, l’agonia lenta e sofferta dell’animale, dovuta a fame e sete: infatti, sul muro della sala campeggia una scritta che afferma “Eres lo que lees” (“Sei quello che leggi”), volendo così dimostrare che l’essere umano si mostra impassibile dinanzi alle sofferenze degli altri esseri viventi. Ma nel giro di pochi giorni, più di 150.000 persone si sono mobilitate per sabotare l’esposizione alla Biennale del 2008 di tale opera: è ancora in corso la petizione on line per raccogliere firme a tal fine (il sito web è www.petitiononline.com).
L’artista costaricano, dinanzi a tale mobilitazione generale, si è scusato precisando che lo scopo fondamentale dell’opera non è la pura e semplice sofferenza del cane (una femmina ribattezzata Nativity), bensì illustrare un problema che nel suo paese miete vittime innocenti, ovvero l’abbandono dei cani per le strade. A detta di Vargas, anche se Nativity non fosse divenuta oggetto d’arte, sarebbe comunque morta per strada. Una giustificazione che non lo scagiona da un tremendo atto di crudeltà e che lascia comunque aperti numerosi dubbi. Il cane, esposto per la prima volta in Nicaragua, secondo la versione ufficiale fornita dalla galleria d’arte, sarebbe stato correttamente rifocillato durante tutto il periodo della mostra, tranne che per le tre ore di apertura al pubblico, e la sua scomparsa sarebbe dovuta ad una fuga in un momento di distrazione. Leonor Gonzales, editore del supplemento culturale del giornale “La Prensa”, sostiene che Nativity sia morta pochi giorni dopo l’esposizione.
Ci si domanda come mai la galleria d’arte non si sia opposta a tale brutalità, prima che si scatenassero le ire di ambientalisti ed animalisti del paese. In tal senso, passi in avanti sono stati compiuti nel momento in cui è stata comunicata la partecipazione di Vargas alla Biennale Centroamericana del 2008 in Honduras, in quanto rappresentante del suo paese: uno degli organizzatori della manifestazione ha contattato il presunto artista, mettendo in dubbio la sua stessa partecipazione in seguito alle notizie non proprio positive ricevute in relazione a “Sei quello che vedi”. In risposta, Vargas ha promesso di non ripresentare più soggetti del genere nelle sue creazioni ed ha confessato di non definire “opera d’arte” la tanto discussa realizzazione per rispetto di chi si è sentito in qualche modo offeso ed oltraggiato.
Il presidente dell’OIPA (Organizzazione Italiana Protezione Animali), Massimo Comparotto, dichiara che non c’è nulla di più perverso e malvagio che far morire un animale per scopi artistici e che si tratta solo di una trovata per far parlare di sé e riempire gallerie d’arte, aggiungendo che non è corretto, inoltre, questo modo di informare l’opinione pubblica riguardo un problema cosi grave, perché esistono tanti altri modi per sensibilizzare e diffondere una cultura ambientale ed animalista più consapevole. Josè Morales, membro della “Special Unit for Animal Protection and Rescue”, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il cane è stato legato senza cibo, non capisco come ciò possa essere considerato arte”. Organizzazioni centroamericane ed internazionali stanno attualmente studiando il caso per portarlo in tribunale, per denunciare o querelare Vargas, il quale, si può dire, è davvero riuscito a salire alle luci della ribalta. Si spera che questo episodio sia limitato al solo Vargas, anche se le continue notizie di violenze tremende riservate ad animali di ogni tipo lasciano davvero poche speranze.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
NUMERI DI MARZO 2008
29/03/2008
Un
iceberg di enormi dimensioni (415 km quadrati di superficie) si stacca dalla
banchisa antartica, nella zona di Wilkins Ice Shelf, con 15 anni di anticipo- Un
altro segnale degli effetti nefasti del riscaldamento globale
L’ICEBERG
SI STACCA PRIMA: IL SEGNO DELLA CRISI
Gli esperti l’hanno definita una vera e propria catastrofe climatica ed ambientale, certo è che un evento simile si è verificato pochissime volte nella storia dell’umanità: un iceberg di enormi dimensioni si è distaccato dalla calotta polare antartica, precisamente dalla banchisa di Wilkins Ice Shelf, destando preoccupazione e sgomento nell’opinione pubblica. L’iceberg, che è grande il doppio dell’Isola d’Elba e sette volte Manhattan (41 km di lunghezza e 2,5 km di larghezza, con una superficie di 415 km²), aveva iniziato a distaccarsi dalla terraferma il 28 Febbraio, con andamento piuttosto lento, tanto da non provocare reazioni vistose da parte di scienziati e climatologi, ma quanto si è verificato tra il 25 e 26 Marzo ha stupito tutti gli esperti del settore. E’ l’ennesima prova del clima che sta cambiando, dell’effetto serra, dell’inquinamento, di tutti quei fattori negativi che stanno contribuendo alla distruzione del Pianeta Terra. Il distacco totale dell’iceberg non era previsto in tempi così brevi, si era infatti ipotizzato che la banchisa di Wilkins Ice Shelf avrebbe perso questo importante pezzo tra non meno di 15 anni, precisamente nel 2023.
Il motivo che dava una certa fiducia nei tempi risiedeva in precedenti distacchi verificatisi tra il 1995 ed il 2002: si ricordano in particolare quelli delle piattaforme Larsen A e Larsen B, anch’essi di vastissima portata e dimensioni. In questa zona l’aumento di temperatura è in costante crescita. I dati infatti parlano chiaro: negli ultimi 50 anni si è verificato un aumento di mezzo grado Celsius ogni dieci anni e, tuttora, soltanto una sottile striscia di ghiaccio tiene unite le altre parti nella banchisa polare interessata. Il dott. Ted Scambos, scienziato del Nsdic (Centro nazionale dati su nevi e ghiacci) del Colorado, ha affermato che l’estate in Antartide sta per terminare e nei prossimi giorni e settimane non dovrebbero esserci altri sviluppi tendenti al disastro. La banchisa di Wilkins si trova a circa 1600 km dalla punta dell’America Meridionale, che tuttavia non sembra essere interessata da un eventuale impatto con gli altri piccoli icebergs formatisi dopo il distacco.
Sorge spontaneo chiedersi se sono soltanto i ghiacci dell’Antartide ad essere in pericolo, e la risposta è ovvia: l’aumento di temperatura degli ultimi decenni ha interessato tutta la Terra, ed attualmente i ghiacciai alpini, hymalayani ed andini tendono a sciogliersi prima del periodo previsto. Tutto questo comporta uno sconvolgimento totale degli equilibri climatico-ambientali a livello globale, per non parlare dei disastri e disagi a persone ed ecosistemi che potrebbero verificarsi o che si sono già verificati (basti pensare ad alluvioni dovuti alla piena dei fiumi, al cambiamento del clima mediterraneo che diventa sempre più continentale, all’innalzamento del livello degli oceani, e tanti altri fenomeni). In vista di questi gravissimi problemi ambientali, molti Stati europei, compresa l’Italia, nel corso delle campagne elettorali, parlano anche di piani ambientali basati sulle teorie di Sviluppo sostenibile, applicando cosi i principi del Protocollo di Kyoto (1997) e dell’Agenda 21, che tuttavia non sono stati rispettati per anni dagli Stati Uniti, la più grande potenza mondiale (la firma al protocollo di Kyoto risale al dicembre del 2007).
E’
però proprio l’ambito ambientale quello su cui cadono troppo poco spesso le
attenzioni effettive dei politici di qualsiasi colore o schieramento.
Bisognerebbe rendersi conto che se l’ambiente e il pianeta sono a rischio, lo
sono anche le persone che lo popolano. Nel 2004 si è mobilitato su questo
fronte anche il regista americano Roland Emmerich (famoso per aver diretto “Indipendence
day”), con il film “The day after tomorrow- L’alba del giorno
dopo”. Un film catastrofico, che mostra chiaramente gli effetti dei mutamenti
climatici: nuove glaciazioni, città sommerse, desertificazioni, un ribaltamento
totale della situazione climatica nel mondo…e poi, non ultima cosa, uno
scambio di ruoli tra paesi occidentali e paesi del Sud del mondo. Il mondo
presentato dal film è di certo in uno stato più “avanzato” di regresso
rispetto a quello in cui viviamo tuttora, ma il passo tra immaginazione e realtà
appare davvero molto breve, e non sembra lontano il rischio di incorrere in una
crisi simile nel giro di pochi decenni.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Importante
successo per gli attivisti di Greenpeace, i quali sono riusciti a bloccare, nel
porto di Caen, in Francia, una nave che trasportava legname illegale proveniente
dall’Amazzonia- Dalle denunce ai fatti, ancora una volta
GREENPEACE:
BLOCCATO CARICO ILLEGALE DI LEGNAME
Vittoria di Greenpeace in Francia. Per 24 ore gli attivisti -tra cui un italiano- hanno bloccato nel porto di Caen la Galina III, una nave carica di legname illegale proveniente dall’Amazzonia. La Galina III non è riuscita a scaricare la merce in porto. Intanto il governo francese ha dichiarato il proprio futuro sostegno alla proposta di legge europea (Flegt) per introdurre misure molto rigide contro il commercio di legno illegale in Europa. Il taglio e il commercio di legno illegale sono i principali motori della distruzione della foresta amazzonica.
E l’Europa è complice di questa distruzione poiché rappresenta il più grosso importatore di legno amazzonico: nei Paesi europei non vengono effettuati controlli in grado di verificare l’origine e l’eventuale illegalità del legno che arriva sul mercato. Contestualmente al blocco della Galina III, Greenpeace ha lanciato il rapporto “Un futuro per le foreste”. Nel rapporto si stima che tra il 63 e l’80% del legno proveniente dall’Amazzonia viene prelevato illegalmente. Di queste quantità l’Europa ne importa circa il 47% in termini di valore e il 49% in termini di quantità.
È evidente che i Paesi europei abbiano una grave responsabilità nell'attuale degradazione e distruzione della foresta pluviale amazzonica. Se l’Europa volesse davvero fermare la deforestazione e contribuire al rallentamento dei cambiamenti climatici, a maggio nella prossima riunione la Commissione europea dovrebbe cominciare a introdurre nuove e più dure sanzioni che escludano il legno illegale dai mercati e promuovano legno proveniente da foreste gestite in maniera sostenibile.
Anche l’Italia è un grosso importatore di legno dall’Amazzonia e per questo ha una grande responsabilità nella gestione delle risorse forestali nella regione. Nonostante un accordo con le associazioni di categoria delle imprese interessate, le costanti indagini di Greenpeace rivelano che nei porti italiani continua a essere scaricato legname proveniente da imprese implicate in operazioni di taglio illegale.
Greenpeace Italia – www.greenpeace.it
15/03/2008
Le autorità cinesi avevano promesso maggiore riguardo verso i diritti civili e maggior rispetto verso l’ambiente per le prossime Olimpiadi a Pechino- Tuttavia, di tutte queste promesse ancora non si vedono i risultati
OLIMPIADI:
UN EVENTO IMMERITATO PER LA CINA
Mancano pochi mesi alle Olimpiadi 2008 che si dovranno tenere nella capitale cinese di Pechino. Delle promesse che le autorità cinesi avevano fatto, cioè di maggiore osservanza dei diritti civili e maggiore sensibilità verso il problema dell’inquinamento, quasi nessuna traccia o perlomeno pochissime. Che abbiano fatto finta di niente? Chissà. Secondo Federico Rampini, giornalista inviato di “La Repubblica” in Cina e osservatore diretto del fenomeno (che ha rilasciato a “Panda”, rivista del Wwf per i soci, un’intervista sul fatto): “Le autorità cinesi prendono molto sul serio le Olimpiadi e sono impegnate nella lotta a problemi come l’inquinamento atmosferico…Di positivo c’è stato il progressivo allontanamento delle ultime grandi fabbriche dal perimetro metropolitano di Pechino; una graduale chiusura degli impianti di riscaldamento a carbone…”.
Purtroppo, essendo la Cina un paese in “Rapido Sviluppo”, che fra pochi anni, insieme all’India, surclasserà le potenze occidentali, sembra che sia molto più interessata allo sviluppo industriale, attuato con qualsiasi mezzo a disposizione, piuttosto che fermarsi e porre mente all’attuazione di un piano industriale che vada di pari passo con la conservazione e protezione dell’ambiente. C’è una feroce deforestazione in atto, che mette in pericolo le specie animali che sono già da tempo in via di estinzione, e c’è un fumo grigio che sovrasta le nuove città in rapidissimo sviluppo. In assenza di vento, almeno fino a poco tempo fa, una nebbia fitta calava su Pechino, una città in continua espansione arrivata alla grandezza pressappoco del Belgio, densa di combustibile:
pochissimi soldi infatti vengono investiti per la ricerca e la produzione di carburanti puliti, a causa anche delle forti pressioni della lobby petrolifera. A questo si deve aggiungere che ogni giorno vengono immatricolate 3000 nuove automobili, con la conseguenza di un notevole incremento dell’inquinamento. Che dire poi dei diritti civili? Ancora si sta combattendo una guerra, che dura da secoli, che ha portato all’occupazione del Tibet, e le torture a danno dei monaci tibetani, che richiedono l’indipendenza, non finiranno certamente in occasione delle Olimpiadi. A questo punto viene da domandarsi: perché accettiamo senza troppe proteste tutto questo?
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
L’istituto
nazionale di Geofisica e Vulcanologia fa sapere che in Italia è possibile,
grazie alle nuove tecnologie, “stoccare” enormi quantità di anidride
carbonica, trasformando il CO2
in veri e propri minerali
CO2: SI ACCENDONO NUOVE SPERANZE
Finalmente qualche buona notizia. L’istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia fa sapere che nel nostro Paese ci sarebbe la possibilità di “stoccare” ingenti quantità di anidride carbonica. In pratica, masse d’acqua sotterranee insieme ai sali disciolti in essa consentirebbero la trasformazione del gas CO2 in veri e propri minerali. C’è di più. La capienza di questi pozzi consentirebbe, secondo le stime dell’Ingv, di abbattere tanta anidride carbonica quanta ne produrrebbero, in 200 anni, le nostre centrali termoelettriche. Si parla quindi di numeri davvero importanti, anche per le aziende, che potrebbero investire in questo sistema piuttosto che pagare la più onerosa tassa sulle emissioni.
Il sistema sembra produttivo e i grandi colossi del settore della produzione di energia si stanno sempre più interessando all’argomento. I presagi sono più che positivi. Piace constatare come la tecnologia e la ricerca diano risultati tangibili e spendibili anche nel breve termine. Si fa luce in fondo al tunnel nero dei problemi legati al rapporto uomo-ambiente. Indubbiamente queste notizie, riportate da “Ansa ambiente”, ci consentono di sperare davvero in una soluzione ai problemi che abbiamo creato. Senza voler cadere nella retorica del caso, spesso usata quando si parla di ambiente, di clima, di inquinamento e di tutto ciò che riguarda questi temi di attualità, è veramente giusto sottolineare l’importanza di queste innovazioni e scoperte.
Per
di più la capienza di questi “siti di sequestro per la CO2”
dà un’ulteriore fondamento alle nostre speranze. Se si considera che tra
circa un cinquantennio (decennio più, decennio meno) si esauriranno le riserve
di combustibili fossili, risulta ancor più evidente l’importanza della
notizia. Dovremo trovare sicuramente sistemi alternativi per
l’approvvigionamento energetico, ma senza influire e incidere ancora di più
sui già precari equilibri del sistema mondo. Finalmente, come di rado accade,
una buona notizia che lascia la porta aperta.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
09/03/2008
Il “bycatch” è la cattura accidentale di animali protetti, che rimangono impigliati e muoiono nelle reti da pesca- Il Wwf ha stimato che miliardi di animali condividono questo destino, mentre la tecnologia cerca le soluzioni
IL
“BYCATCH”, TERRORE DEI MARI
Balene, delfini, cetacei in genere, ma anche tartarughe marine e foche, squali e uccelli marini, piccoli pesci, i coralli. Gli animali protetti, vittima delle reti da pesca, appartengono alle più disparate specie. Un’ansa di questa settimana riporta le stime della tragedia che ogni anno si consuma nelle acque del mare nostrum. Gli inglesi lo chiamano “bycatch”, da noi potremmo chiamarla “cattura accidentale”. In pratica, agli ami abboccano pesci diversi dalle specie catturabili, restano impigliati alle reti e qui muoiono. Basti un esempio. Gli squali, essendo pesci condroitti, possono respirare solo muovendosi. In questo modo l’acqua entra nella loro bocca e esce dalle branchie che filtrano l’ossigeno. Se lo squalo è bloccato, e nessuna corrente gli porta l’acqua in bocca, muore praticamente soffocato. Ma lo stesso discorso vale per i cetacei, mammiferi acquatici, che non possono tornare in superficie a respirare. Il fenomeno non è circoscritto solo al Mediterraneo. Secondo il Wwf, come riporta l’Ansa, sarebbero miliardi i pesci che muoiono così, “per errore”, vittime accessorie dell’attività di pesca.
L’utilizzo sempre più massiccio di reti da pesca estesissime non ha certo fermato il fenomeno. Se da un lato la tecnologia permette di costruire griglie da pesca per animali marini specifici, spesso in questi si pescano per sbaglio altre specie. Risultato? Secondo il Wwf miliardi di animali vi rimangono imprigionati. La loro sorte è duplice. O vengono comunque utilizzati o vengono gettati. Addirittura per i cetacei il “bycatch” è la principale causa di mortalità. Durante la vita di chi scrive, negli ultimi diciotto anni cioè, la popolazione di squali nel Nord Atlantico è calata dell’80% proprio a causa della cattura accessoria, spesso dovuta alle lunghe lenze utilizzate per catturare tonni. Da più parti si sta cercando una soluzione accettabile. La tecnologia sta tentando di dare una mano in questo senso, rendendo sempre più sofisticate le apparecchiature.
Per
esempio, potrebbero essere studiate reti che permettano ai cetacei di sfuggirvi
una volta catturati. Certo anche i pescatori (tranne quelli di frodo) non devono
essere additati come sadici assassini di animali e specie protette. Nessuno sa,
alla fine, cosa abboccherà all’amo una volta che questo viene calato o quando
si stendono le reti. Né d’altronde si può chiedere, ingenuamente e
irresponsabilmente, la fine di qualsiasi attività di pesca. Come altri esempi e
avvenimenti, anche il “bycatch” deve farci riflettere sul nostro rapporto
con la natura. Dobbiamo cercare di riuscire a convivere e non a prevaricare,
esagerare, oltrepassare con il rischio di annientare e distruggere. Il monito
che si ricava da questa strage è quello sentito e risentito, ma mai banale:
viviamo responsabilmente su questo pianeta e serviamoci intelligentemente delle
risorse che ci offre.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
Lo sviluppo nel polo
industriale siracusano: la fuga dell’Eni dall’area vanifica l’accordo di
programma del 2005- Ritardi anche nell’avvio degli urgenti interventi di
disinquinamento del suolo e del mare
IL
LAVORO SI
DIFENDE CON SCELTE ECO-COMPATIBILI
Le contraddizioni e le incognite sul futuro industriale della provincia di Siracusa si acuiscono. A due anni di distanza dalla firma, a Palazzo Chigi, dell’accordo di programma sulla chimica, che avrebbe dovuto coniugare processi di consolidamento eco-compatibili delle produzioni esistenti con il risanamento e la bonifica dei siti industriali contaminati e del territorio, gli obiettivi fissati sono quasi del tutto vanificati. Sotto il profilo produttivo, il principale punto di forza dell’accordo era costituito dal cosiddetto bilanciamento della produzione di etilene; cioè dall’utilizzo in loco delle eccedenze del prodotto (circa 200.000 ton.) per creare una filiera di attività diversificate (settore delle plastiche) e favorire attività di ricerca nel campo delle nano tecnologie polimeriche (nuovi materiali avanzati per le costruzioni, per l’industria elettronica, automobilistica, farmaceutica ecc.). Era prevista infatti la creazione di un parco tecnologico da collegare al sistema universitario e ai centri di ricerca esistenti in Sicilia. Un’ipotesi, contenuta nell’accordo, che avrebbe dovuto favorire la nascita di un sistema di piccole e medie industrie innovative e tecnologicamente avanzate, compatibili con la salvaguardia dell’ambiente, con aree attrezzate nei siti industriali bonificati (parco industriale).
Questo cammino non è mai iniziato. In realtà la firma dell’accordo nel dicembre del 2005 non aveva sciolto il nodo centrale per il futuro della chimica del polo industriale siracusano: il ruolo disposto realmente a giocare dall’Eni, che controlla quasi interamente la produzione chimica siciliana. Un aspetto che ha pesato e pesa sulle prospettive delineate dall’accordo di programma. Ciò che appare incomprensibile, oggi, è non aver tenuto conto (e i sindacati dovevano saperlo) che l’ENI aveva già avviato da molti anni un progressivo disimpegno dalle produzioni chimiche, puntando invece sullo sfruttamento delle fonti energetiche (gas e petrolio) e sul settore dell’energia. Gli innumerevoli accordi siglati dall’Eni nell’ultimo decennio in campo internazionale per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio (Nigeria, Egitto, Libia, Tunisia e più recentemente in Kazakhstan) e gli accordi in partnership con grandi multinazionali come Total, Exxon, Shell, mostrano da tempo quali sono le ambizioni strategiche perseguite dal gruppo. Le decisioni assunte dall’Eni nelle ultime settimane – chiusura dell’impianto di etilene di Gela e la possibile vendita degli impianti di etilene e polietilene della Polimeri Europa (società del gruppo), sono la conferma del nuovo indirizzo strategico.
L’indisponibilità dell’Eni a favorire il consolidamento e la reindustrializzazione del sito di Priolo era stata già dimostrata dalla mancata realizzazione di un progetto industriale (a cui l’Eni avrebbe dovuto garantire l’utilizzo di una quota della sua produzione di etilene) per la produzione di glicol etilene, avanzato dalla Primeg (una società a capitale italiano e straniero) e arenatosi nella primavera del 2006. Una situazione dell’industria chimica siracusana che va evolvendosi in maniera negativa e che vede scricchiolare anche un altro gruppo chimico, la Sasol Italy, che ha preannunciato il taglio di 140 posti di lavoro su circa 500 per crescenti difficoltà di mercato nel settore della detergenza. Da una fase di forti attese di rilancio industriale si è passati così al rischio di un progressivo declino. Le preoccupazioni per un processo di deindustrializzazione che metterebbe a rischio migliaia di posti di lavoro (circa 8000 sono gli addetti nell’area industriale) sono certamente giustificate, ma c’è anche il rischio che l’allarme suscitato dalle difficoltà esistenti venga utilizzato per eludere, su altri fronti della politica industriale, la compatibilità delle scelte con il valore primario della tutela della sicurezza e della salute delle popolazioni.
E’ il caso del previsto impianto di rigassificazione che la Ionio Gas (gruppo Erg- Shell) vuole realizzare nel cuore dell’area industriale. Nonostante il no della comunità dei comuni industriali (il 98% dei cittadini dei cittadini di Priolo nel referendum consultivo del luglio 2007 si espresse negativamente) il sindacato, parte delle istituzioni locali e ampie fasce del mondo politico non hanno ancora dato peso alle obiezioni sollevate. La stessa Erg, dichiaratasi disponibile al confronto, non ha avviato alcuna iniziativa, limitandosi a sommarie informazioni nel proprio sito web. Nessuna risposta all’ obiezione principale su un rigassificatore nel sito di Priolo: l’insediamento di un impianto classificato dalle norme europee e dalle leggi nazionali ad alto rischio di incidente rilevante in un’area con decine di impianti, anch’essi sottoposti allo stesso rischio, potrebbe determinare, in caso di incidente (come l’ultimo spaventoso incendio del 30 aprile 2006), un effetto domino dalle conseguenze spaventose. La richiesta di coesione avanzata in questi giorni dai sindacati contro il rischio di una crisi grave è certamente fondata, ma da più parti, dalla società civile e dalle associazioni, si auspica che ciò avvenga su scelte condivisibili; l’obiettivo di fare dell’area siracusana (che già produce, con 1600 MW installati, circa l’80% dell’energia siciliana) un grande polo energetico non può realizzarsi ponendo ipoteche gravi sulla sicurezza delle popolazioni.
Necessaria appare la mobilitazione dei lavoratori e delle popolazioni, decisa dai sindacati per rivendicare ai nuovi governi regionale e nazionale l’attuazione dell’accordo di programma e per impedire che le strategie dell’Eni si tramutino in un danno per l’economia e per il lavoro. Nello stesso tempo, oltre che sul consolidamento industriale, è indispensabile premere sul versante delle scelte di risanamento del territorio. Tranne l’avvio da parte della Syndial (gruppo Eni) della realizzazione dell’impianto T.A.F. (Trattamento acque di falda) per il disinquinamento da idrocarburi delle acque sotterranee e della costruzione della barriera costiera (circa 3 km) per impedire nuove contaminazioni dell’area marina, sono ancora fermi al palo i decreti che prevedono da parte Syndial e Polimeri Europa la bonifica di circa 300 ettari contaminati delle aree di stabilimento e la bonifica della rada di Augusta dal micidiale miscuglio di veleni industriali che ricoprono i fondali. E rimangono aperte le questioni irrisolte dell’inquinamento atmosferico e della presenza di contaminanti in oltre 2000 ettari del territorio del triangolo industriale.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
01/03/2008
Risanamento ambientale: gravi ritardi
dell’intervento pubblico nell’avvio dei programmi e forti resistenze delle
imprese sul disinquinamento del suolo e del mare del territorio industriale
siracusano
CONDANNATI
A VIVERE TRA I VELENI
Risanamento e sviluppo è il difficile binomio da applicare per ottenere un risultato che trasformi il territorio industriale della provincia di Siracusa in una realtà vivibile e in un sito produttivo eco-compatibile. I guasti, la devastazione prodotta da decenni di processi di industrializzazione rapace gravano in modo insopportabile sulla vita e sulla salute delle comunità dei popolosi centri industriali dell’area Augusta-Priolo-Melilli e le azioni sviluppate dalle istituzioni, dalle associazioni, dalla società civile, non sono riuscite ancora a correggerli e neutralizzarli. Il carico inquinante e lo sconvolgimento delle risorse naturali che incancreniscono l’intera area e il mare del golfo di Augusta sono spaventosi. Dal rapporto del dipartimento provinciale dell’ARPA sullo stato dell’ambiente, del novembre 2007, emergono la persistenza e l’aggravamento di situazioni di dissesto: la diffusa presenza nei terreni di prodotti inquinanti, come residui di metalli pesanti, idrocarburi, composti acidi; il grave depauperamento delle falde acquifere, determinato dall’enorme emungimento effettuato dalle industrie, e il conseguente fenomeno di infiltrazione di acque marine.
E ancora la difficoltà di valutazione della presenza in atmosfera dei micro-inquinanti (benzene, ammine, fenoli), poiché la rete di rilevamento pubblica-privata riesce a tenere sotto controllo solo alcune sostanze (anidride solforosa, ossido di azoto, polveri, ecc.). A questi elementi vanno aggiunte le risultanze dello studio dell’Icram sui sedimenti dell’area marina della rada di Augusta formati da migliaia di tonnellate di prodotti tossici (idrocarburi, cadmio, arsenico) e teratogeni (mercurio, diossina, clorofenoli), che costituiscono un pericolo immanente per la salute delle popolazioni. Un contesto di delitti ambientali mostruosi che continuano a produrre effetti terribili per chi vive in questo territorio: malformazioni neonatali, patologie tumorali, del sistema riproduttivo e immunitario, con indici ben al di sopra della media nazionale. Una realtà dolorosa dove il nesso di causalità tra i veleni immessi nell’ambiente e la progressione geometrica delle patologie non può non essere evidente.
Un quadro drammatico, già evidente alla fine degli anni ’80, che portò il governo nazionale a dichiarare l’area dei comuni industriali ad alto rischio ambientale e a varare nel 1995 un piano di risanamento ambientale, che prevedeva interventi per mille miliardi di lire. Il sito di Priolo, confermato dalla legge 426/98 come sito di interesse nazionale per un piano urgente di bonifiche, non ha visto mantenuto alcuno degli interventi ipotizzati. Solo negli ultimi anni la crescita della consapevolezza dell’emergenza ambientale, l’estendersi della protesta dei cittadini e dei movimenti hanno accelerato la pressione del territorio nei confronti del governo nazionale e regionale e delle imprese per richiedere un’inversione di rotta e improrogabili azioni di risanamento.
Così sono state finalmente avviate la perimetrazione e la caratterizzazione del territorio industriale e l’indagine sulle acque superficiali e marine. Negli ultimi due anni alcuni siti contaminati sono stati bonificati, come l’area a mare del famigerato stabilimento della ex Eternit, ripulita dai rifiuti di amianto. Ma la reale bonifica del territorio industriale è ancora una speranza da realizzare. In atto le uniche scelte significative sono appena due: la realizzazione dell’impianto TAF (trattamento acque di falda) per l’eliminazione degli idrocarburi e del benzene dalle acque di falda, imposta alla Syndial e alla Polimeri Europa (due società del gruppo Eni), responsabili delle infiltrazioni, e la costruzione di una barriera di tre km lungo la fascia costiera per impedire altri accidentali sversamenti in mare.
In secondo luogo l’emanazione, il 30 ottobre scorso, di un decreto del ministero dell’Ambiente, che avvia la bonifica di circa 300 ettari, riguardante due aree di impianti dismessi delle due società dell’Eni, destinate, nella previsione dell’accordo di programma per il consolidamento e il rilancio dell’industria chimica siracusana, alla realizzazione di un’area per piccole e medie imprese innovative e all’insediamento di un impianto di utilizzazione dell’etilene (la principale produzione della Polimeri Europa a Priolo) per prodotti derivati (materie plastiche). Le scelte di bonifica fin qui realizzate o avviate (ma occorre considerare il confronto ancora in corso per definire l’iter autorizzativo per l’inizio dei lavori) costituiscono però appena il 10% del territorio industriale interessato ad operazioni di bonifica e appare incredibile che rimanga bloccato l’avvio del disinquinamento della rada di Augusta.
Una
vicenda che mette a nudo la resistenza e l’avversità delle grandi industrie
chimiche e petrolifere,
chiamate a concorrere, in applicazione del D.Lgs 471/99, alle spese di
bonifica (circa 270 milioni di euro, da aggiungere ai 112 stanziati dallo
Stato). Il ricorso delle aziende, incredibilmente accolto
dal Tar di Catania, che sulla base di valutazioni tecnico-procedurali ha
ritenuto non legittimo il provvedimento del ministero dell’Ambiente e ha
addirittura accolto (con quale competenza tecnica?) le argomentazioni delle
industrie contro la scelta progettuale dei progettisti del ministero, ha
bloccato ancora una volta la bonifica. Una decisione, quella del
Tar, contro la quale il ministero dell’Ambiente ed il Comune di Augusta
hanno avanzato ricorso al C.G.A. di Palermo. Fatti che dimostrano le forti
resistenze che
l’azione di risanamento e di ripristino di una situazione ambientale
accettabile incontra e incontrerà.
Salvatore
Perna -ilmegafono.org
(Pubblicato su “L’isola possibile”)
Pubblichiamo il
comunicato sul rapporto “Toxic-Tech” con cui Greenpeace denuncia che una
vasta quantità di rifiuti hi-tech finisce in inceneritori e discariche o viene
esportata, specie in Asia e Africa- A rischio salute e ambiente
RIFIUTI
ELETTRONICI? WANTED!
Secondo le stime dell’Onu vengono prodotti all’anno 20-50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, compreso il 5 per cento contenuto nei rifiuti solidi urbani. Il destino di questa enorme quantità di rifiuti è sconosciuto: si tratta di un flusso nascosto che non viene intercettato dai sistemi di recupero attualmente operanti. Per flusso nascosto si intende la differenza tra le quantità di prodotti immessi nel mercato in passato e le quantità effettivamente recuperate come rifiuti dalle attività di raccolta. Anche nella stessa Unione Europea - soggetta a regolamentazioni più rigide - non c’è un'informazione precisa su dove va a finire più del 75 per cento dei rifiuti elettronici prodotti. Negli Stati Uniti la percentuale potrebbe essere ancora superiore, fino a punte dell’80 per cento visto che una quota dei rifiuti recuperati viene esportata.
Nei paesi di recente industrializzazione è quasi impossibile stimare la percentuale di rifiuti elettronici che sfugge a qualsiasi forma di trattamento o gestione, anche se in India si valuta che circa il 99 per cento dei rifiuti elettrici ed elettronici (143 mila tonnellate all’anno) viene assorbita dai settori “informali” del riciclo o viene semplicemente gettato in discariche illegali. Sono i lavoratori asiatici -costretti a disassemblare questi prodotti a mani nude- i più esposti alla miscela dei composti chimici tossici contenuti nei rifiuti elettronici. Per non parlare dell’inquinamento arrecato all’acqua, all’aria e al suolo, non solo in corrispondenza dei cantieri di lavoro ma anche nelle aree limitrofe. Un altro dato scioccante è che la montagna di prodotti elettronici obsoleti sta crescendo a un tasso elevatissimo. Per due ragioni: la rapida evoluzione del settore e il loro ciclo di vita sempre più breve.
Si
stima che entro il 2008 si raggiungerà quota due miliardi di cellulari presenti
al mondo! Esiste oggi un flusso nascosto di rifiuti tecnologici -che si attesta
su una media del 91 per cento dei prodotti immessi al consumo- anche nei casi
delle aziende che danno informazioni sui propri articoli a marchio. I dati
forniti da quattro produttori di computer -che hanno già adottato misure di
ritiro e riciclo dei beni a fine vita- indicano che solo il 10 per cento circa
dei loro prodotti vengono recuperati. Percentuale che diminuisce nel caso dei
cellulari, di cui solo il 2-3 per cento viene riciclato. L’unica soluzione al
problema dei rifiuti elettronici è il principio della responsabilità del
produttore. I produttori devono:
- aumentare il loro
impegno per raccogliere e trattare gli scarti correttamente
- introdurre programmi volontari di ritiro dei prodotti in disuso
- rimuovere le sostanze pericolose dai propri articoli già nel ciclo di
produzione in modo da agevolare le operazioni di riciclo e recupero dei
materiali in essi contenuti.
Bisogna
fermare subito la marea di rifiuti tossici affinché non diventi un pericoloso
problema nel cortile di nessuno!
Greenpeace Italia
NUMERI DI FEBBRAIO 2008
23/02/2008
Il
caso Campania è divenuto il pretesto con cui gli “industrialisti” stanno
cercando di criminalizzare ed indebolire il fronte di coloro che difendono il
territorio e la salute dall’aggressione dei cacciatori di profitto
UNA
SQUALLIDA STRUMENTALIZZAZIONE
Alcune settimane fa, abbiamo parlato dello squallido comportamento del fronte politico-imprenditoriale-mediatico degli “industrialisti”, fronte coeso nell’attaccare il ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, attribuendogli strumentalmente ogni responsabilità sul caos rifiuti a Napoli. Attacchi ingiustificati, mirati a nascondere la realtà dei fatti e ad approfittare della situazione di emergenza per rilanciare un progetto preciso di aggressione al territorio. Il bersaglio prescelto, insieme a Pecoraro Scanio, è il cosiddetto “popolo dei no”, dipinto maliziosamente come una moltitudine di stolti, privi di cultura e di alternative e capaci esclusivamente di dire no, cioè di rifiutare aprioristicamente ogni opportunità di sviluppo. Non si parla solo di questioni strettamente legate al fenomeno sotto esame, vale a dire i rifiuti e i termovalorizzatori, bensì si finisce per dilatare il tutto ed infilare in un calderone senza senso gli argomenti più disparati, che hanno pochissimi punti di contatto tra loro. Partendo da Napoli e dall’immondizia, il “fronte del sì” è arrivato al nucleare, ai rigassificatori, perfino all’eolico, rispetto a cui i motivi di scontro sono meno accesi.
Tutti pronti a spacciare l’industrialismo per la manna salvifica del nostro futuro, minimizzando su eventuali rischi per l’ambiente e, soprattutto, per la salute e denigrando, in modo spesso volgare, chiunque si opponga ad uno sviluppo selvaggio che rischia di riprodurre i drammi umani ed ecologici che intere città e province hanno già vissuto e ancora vivono quotidianamente. Si sta così diffondendo una pericolosa convinzione: che alle scelte dell’industria e dei grandi gruppi finanziari è sbagliato, sciocco, irresponsabile porre rifiuto, perché bisogna andare avanti, perché siamo indietro rispetto agli altri paesi, perché altrimenti moriamo in mezzo ai rifiuti, perché l’ambiente è bello ma il benessere è meglio, perché la salute conta, ma è meglio vivere bene e guadagnare; in poche parole, il vecchio e tragico detto: “Meglio morire di fumo che di fame!”. Nonostante una maggiore consapevolezza dell’importanza della tutela della salute e dell’ambiente, soprattutto in quelle zone che da decenni assaggiano sulla propria pelle il gusto acido e funesto dell’inquinamento industriale e la forza impietosa delle sue conseguenze, i grandi poteri economici cercano di far prevalere innanzitutto la voce del profitto, nascondendosi in secondarie o false volontà di progresso e di miglioramento della qualità della vita.
Ed è un dato di fatto, visto che le alternative che il cosiddetto “popolo dei no” pone sono concrete, prendono spunto da paesi avanzati come la Germania, incassano il sostegno di uomini illustri come lo scienziato e premio Nobel, Rubbia. Si parla ancora di nucleare, quando in molti paesi avanzati cominciano a dismettere le centrali ed è ormai acclarato che l’energia prodotta dall’atomo permette di soddisfare una percentuale ridotta del fabbisogno energetico mondiale, mentre i costi sono in notevole aumento. Si parla di rigassificatori, impianti ad energia pulita ed inquinamento zero, ma con dei rischi incidente che sono elevati in contesti già ad altissimo rischio come quello di Priolo Gargallo (Sr), area in cui la Ionio Gas vorrebbe realizzarlo. Soprattutto, si discute ancora di termovalorizzatori, presentandoli come la soluzione dei problemi, ignorando appositamente il principio irrinunciabile per cui nessun inceneritore può essere utilizzato senza un’efficace sistema di raccolta differenziata, che al Sud conosce livelli infimi. In occasione della presentazione del libro di Loris Mazzetti, dirigente Rai e collaboratore di Enzo Biagi, la platea ha assistito allo spot gratuito che il direttore dell’Igm (l’azienda di raccolta e smaltimento rifiuti della provincia di Siracusa), Giulio Quercioli, ha fatto alla sua azienda ed agli inceneritori, attorno a cui si muove un enorme business, come tutti hanno potuto capire seguendo la vicenda di Napoli.
Partendo da un ragionamento sulla verità ed obiettività dei mass media (argomento dell’incontro), Quercioli ha sostenuto che vi è stata una grave opera di disinformazione, poiché tanti parlavano di differenziata, di soldi pubblici fatti sparire e finiti nelle tasche di imprese, gruppi finanziari, amministratori, camorra, ecc., ma nessuno diceva quale fosse il vero problema di Napoli e dell’intero Meridione in materia di rifiuti: la mancanza di inceneritori. Poco importa se poi vai ad incenerire l’immondizia in maniera quasi del tutto indifferenziata (considerato che, ad esempio, a Siracusa, siamo attorno al 6,5% nella differenziazione) mischiando umido, plastica, materiali di risulta, materiali altamente tossici e regalando all’atmosfera una bella dose di diossina e di sostanze cancerogene che la gente di questa provincia ha tanta voglia di respirare, come se non bastasse già la presenza ingombrante di un’industria che, nelle condizioni in cui si trova dal momento del suo insediamento, in tanti non vorrebbero più. Ma anche a tal proposito, Quercioli è stato chiaro, invitando i presenti, piuttosto che prendersela con l’industria, a parlare degli emigranti, del fatto che prima emigravano tutti, mentre da quando c’è l’industria si lavora non si parte più. Insomma, secondo il patron dell’Igm, bisognava parlare del bene che il triangolo industriale ha fatto alla nostra provincia.
Certo,
ha dato lavoro, ma a questo non è corrisposto un corretto modo di insediarsi
sul territorio, con imprese che hanno usato metodi scellerati di smaltimento
delle sostanze tossiche, hanno concentrato qui le produzioni più inquinanti,
senza mai procedere, per la gran parte, ad una trasformazione in produzioni a
minore impatto, con l’adozione di adeguati sistemi di sicurezza. Lavoro e
progresso crescenti per 20 anni, seguiti poi da un declino terribile. E non è
un caso che ormai da anni i lavoratori, soprattutto i più giovani, sono
costretti ad andare via, ad emigrare, a fuggire da un’assoluta mancanza di
opportunità di lavoro. Allora, di cosa parla Quercioli? Di quale realtà? Prima
di spingere sull’acceleratore e di accalorarsi sulla questione
termovalorizzatori, potrebbe cominciare ad impegnarsi un po’ di più per
promuovere una seria raccolta differenziata, fatta usando metodi moderni e non
camion che sembrano ingoiare in un unico cassone sia plastica, che vetro, che
carta. Ma si sa, l’impresa di oggi sa solo urlare e cerca di imporre il
proprio punto di vista, e chi non lo accetta è solo uno sprovveduto, un
estremista militante del “popolo dei no”. Ci aspettano tempi duri...
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
Dopo
le denunce di Legambiente di Noto (Sr), la Guardia di Finanza di Siracusa ha
posto sotto sequestro una struttura residenziale a due passi dalla splendida
riserva di Vendicari- Pubblichiamo il comunicato di Legambiente
SEQUESTRATA
STRUTTURA TURISTICA A SAN LORENZO
“Lo ribadiamo da tempo. E’ un’edilizia che deturpa il territorio e non va nell’interesse della collettività e dello sviluppo turistico. E’ l’ennesima conferma di quello che ribadiamo da tempo. La proliferazione d’interventi edilizi in un territorio di pregio come quello della provincia di Noto non ha nulla a che vedere con lo sviluppo turistico e l’interesse della collettività che ci vive”. Così Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente, commenta il sequestro di una struttura turistica in località San Lorenzo disposto dal Comando della Guardia di Finanza di Siracusa, che ha preso spunto da una denuncia del Circolo Legambiente Noto. Il Circolo aveva a suo tempo contestato l’approvazione da parte del Consiglio Comunale di Noto di una variante al Piano Regolatore che aveva aumentato di circa il 30% la volumetria realizzabile nella zona.
L’indagine, tuttora in corso, sta considerando ipotesi di reato connesse alla procedura amministrativa di variante al PRG ed anche presunti illeciti finanziari riconducibili alla gestione dei finanziamenti pubblici e delle società interessate. Secondo Legambiente, infatti, a Noto e in tutta la Sicilia, il proliferare di progetti, anche autorizzati, di strutture turistico ricettive in nome dello sviluppo, nascondono in realtà un sistema corrotto di speculazioni che porta ricchezza solo nelle tasche di grandi imprese e gruppi finanziari. Colate di cemento realizzate con i fondi pubblici che in molti casi si sono rivelate coperture al riciclo di denaro sporco e ad altre attività illecite controllate dalla malavita organizzata. Complice di questo sistema, secondo Legambiente, sarebbe la “legge 488” sui finanziamenti pubblici agevolati, che premia i progetti di grandi dimensioni.
Basti
pensare l’enorme numero di iniziative avviate a finanziamento per la
realizzazione di mega strutture con campi da golf (ben 48), parchi tematici e
porticcioli turistici che rischiano di “colonizzare” la Sicilia distruggendo
i valori peculiari del territorio e con essi le potenzialità di sviluppo
autonomo e sostenibile. Molte delle quali finite nel mirino della
Giustizia per violazioni urbanistiche e truffe nella gestione dei finanziamenti.
“E’ molto concreto -conclude Venneri- il rischio che, in assenza di seri
programmi di spesa e di una coerente pianificazione territoriale, le risorse
destinate allo sviluppo dell'isola finiscano per alimentare il circuito
dell’illegalità”. Tra l’altro Noto, ricorda Legambiente, l’anno scorso
ha ottenuto il riconoscimento delle 5 vele della Guida Blu per le straordinarie
bellezze della fascia costiera e il patrimonio storico, artistico.
Legambiente.it
16/02/2008
Gli ambientalisti di tutto il
mondo si mobilitano per salvare una speciale razza di tigre, che rischia di
sparire per sempre, a causa di bracconaggio (legato al commercio di parti del
corpo), inquinamento e deforestazione
SALVARE
LE TIGRI DI SUMATRA DALL’ESTINZIONE
Un nuovo appello è stato lanciato dagli animalisti ed ecologisti di tutto il mondo: salvare le tigri di Sumatra, preda delle continue incursioni di bracconieri e spietati cacciatori. Le tigri di Sumatra (nome scientifico: Panthera tigris Sumatrae) sono una sottospecie le cui caratteristiche genetiche presentano però caratteri unici, per cui si è discusso a lungo sul fatto di considerarle o meno una specie a sé; tutt’oggi esse vivono nelle foreste e riserve dell’isola. Nel giro di poco tempo, un nuovo raccapricciante rapporto ha dato notizia di numerosi crimini compiuti nei confronti di animali, come ha testimoniato il mese scorso il video diffuso dall’ENPA. Questa volta, ci troviamo dinanzi ad un vero e proprio scempio ai danni di una specie protetta in via d’estinzione, le cui varie parti del corpo sono tristemente entrate nell’orbita degli obiettivi da conseguire per i collezionisti ed estimatori del settore. Nel 2006, nei negozi di oreficeria e souvenirs dell’isola di Sumatra (Indonesia) sono stati ritrovati innumerevoli oggetti fatti di ossa e denti di tigre, per non parlare del mantello, molto richiesto per la produzione di pregiati tappeti o capi d’abbigliamento.
Già da qualche anno, questa specie è entrata nell’albo rosso degli animali in via d’estinzione, ma tale monito sembra essere completamente estraneo ai bracconieri che continuano la loro spietata carneficina. Tuttavia, il numero di esemplari uccisi e poi rivenduti è notevolmente diminuito rispetto agli anni scorsi: dalle 52 tigri del periodo 1999-2000, si è passati alle 23 del 2006, ma si tratta comunque di una cifra preoccupante, dal momento che il totale della popolazione di tigri ammonta a 400/500 esemplari in tutta l’isola indonesiana. Il Wwf si è subito mobilitato per sensibilizzare la popolazione mondiale e fermare questo lucroso commercio, mettendo in azione numerosi portavoce. Le stime più recenti registrano che i punti di snodo del commercio in questione possono essere sia grandi città, come Medan, capitale della regione a nord di Sumatra, sia piccoli centri, ai margini delle città, che passano del tutto inosservati e che dunque sono più “liberi” di diffondere le proprie merci.
Notevole è stato anche l’impegno delle autorità locali per salvaguardare questo raro esemplare di tigre: durante l’ultima conferenza sul clima a Bali, gli esponenti del governo hanno sollecitato le altre autorità alla salvaguardia delle tigri e anche dell’ambiente forestale in cui esse vivono. Oltre ai bracconieri, infatti, le tigri corrono numerosi rischi anche a causa della deforestazione e desertificazione, che l’inquinamento e lo sfruttamento di determinate zone da parte dell’uomo stanno causando. Gli alberi servono alla produzione di carta e manufatti in legno e le tigri, spodestate dal proprio habitat, si avvicinano sempre più ai villaggi ed ai centri abitati, dove cadono nelle mani di cacciatori e bracconieri. La rete “Traffic” ha proposto, insieme al Wwf, la creazione di unità anti-bracconaggio specializzate nei punti più “caldi” dello smistamento di merce, perché, come ha più volte ricordato Susan Lieberman, direttrice del programma esecutivo per la specie diretto dal WWF: “La perdita della tigre di Sumatra è tragica sia per il popolo indonesiano, sia per l’intera umanità”.
Frase
emblematica, dal momento che con la deforestazione e, di conseguenza, con
l’uccisione delle tigri, è la situazione ambientale di tutto il mondo a
pagarne il caro prezzo. L’andamento del bracconaggio rischia di condurre le
tigri che vivono e si riproducono a Sumatra alla stessa sorte subita dalle tigri
di Java e Bali, estintesi rispettivamente negli anni ‘40 ed ‘80. Anche in
Italia il problema è stato affrontato da esponenti del Wwf, tra cui
Massimiliano Rocco, il quale ha sollecitato a maggiori controlli anche da parte
dei corpi di polizia, al fine di arginare quanto più possibile la diffusione di
commerci illeciti di tale tipo. La lotta è comunque molto dura, dal momento che
parti come i denti e gli artigli di tigre fanno parte della millenaria
tradizione della medicina cinese, ed è difficile dissuadere dalla pratica di
tale tradizione, mentre il mantello continua ad essere molto richiesto anche da
commercianti occidentali. Ancora una volta, dunque, le responsabilità di un
fatto cosi grave vanno attribuite ad una larga fascia di persone, autorità ed
anche gente comune: purtroppo è ancora troppo radicata l’idea che gli animali
non abbiano dignità né diritto di vivere, soprattutto se si tratta di specie
cosi pregiate che fanno gola ai “migliori intenditori” di tutto il mondo.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Nelle
scorse settimane Greenpeace è stata molto impegnata, come sempre, nella lotta
contro il massacro delle balene in Giappone- Pubblichiamo il comunicato con la
richiesta alla Canon di impegnarsi a fianco di Greenpeace
CATTURATE
DA UNA CANON O CACCIATE CON UN ARPIONE?
Greenpeace chiede a Canon di firmare una dichiarazione contro la caccia alla balene. Ma la più grande azienda di fotocamere digitali - conosciuta in tutto il mondo e maggiore sponsor di progetti per salvare le specie a rischio - risponde “No”. Greenpeace lancia un appello mondiale invitando i clienti della Canon a chiedere all’azienda di schierarsi apertamente contro il massacro delle balene, spacciato per ricerca scientifica dal governo giapponese. Greenpeace pensava che il direttore generale della Canon - Fujio Mitarai - si sarebbe sicuramente unito all’appello internazionale per fermare la caccia alle balene. Mitarai è nella posizione ideale per farlo: non è solo a capo della Canon ma anche della Japanese Business Association, quindi molto vicino al governo giapponese.
In una lettera del 10 gennaio indirizzata a Mitarai, Greenpeace chiedeva di firmare la seguente dichiarazione: “Canon è impegnata a costruire un mondo migliore per le future generazioni e non supporta la caccia di specie in via d’estinzione o minacciate con qualcosa di diverso da una fotocamera. Canon ritiene che il programma di ricerca letale sulle balene nell’Oceano Antartico debba essere eliminato e sostituito con un programma di ricerca non-letale”. Il 22 gennaio Canon risponde di riconoscere “l’importanza di proteggere le specie a rischio”. Ma conclude la lettera così: “La comunità scientifica giapponese si divide tra chi condanna la caccia alle balene per scopi scientifici e chi invece no… noi non firmeremo la dichiarazione che ci avete mandato”.
La verità è che non c’è bisogno di uccidere le balene per studiarle: ha raccolto più dati Greenpeace in due mesi di ricerca non-letale che il programma giapponese in 18 anni. Quest’anno la flotta baleniera giapponese avrebbe dovuto uccidere circa nove balenottere minori al giorno e una balenottera comune ogni due giorni. In totale 935 balenottere minori e 50 balenottere comuni. Per due settimane la nave di Greenpeace “Esperanza” ha impedito alla flotta baleniera giapponese di cacciare nel Santuario delle Balene dell’Oceano Antartico.
Adesso,
l’Esperanza è a corto di carburante e deve rientrare in porto. Ma la campagna
per fermare la caccia baleniera in Antartide non è finita: è il momento di
mobilitarsi tutti per fare pressione sul governo giapponese. A cominciare dalla
Canon. Canon non è implicata direttamente nella caccia alle balene, perciò
Greenpeace non sta lanciando il suo boicottaggio. L’appello di Greenpeace
punta a chiedere a Fujio Mitarai di esprimersi contro l’assurdo programma di
ricerca letale sulle balene. E’ ora che Mitarai cominci ad agire per
proteggere gli animali e la reputazione del business giapponese all’estero.
Greenpeace Italia
09/02/2008
Dopo quasi due mesi, la situazione
dei rifiuti in Campania non ha ancora trovato il suo epilogo e sembra anzi
destinata a durare- Tra voci, smentite, parole delle autorità e vita reale della gente,
c’è
chi parla di differenziata
E
L’EMERGENZA CONTINUA…
Dopo quasi due mesi, l’emergenza rifiuti in Campania non ha ancora raggiunto un epilogo definitivo e, per come si stanno mettendo le cose, molto probabilmente la fine di questo vero e proprio incubo per tutta la regione tarderà ad arrivare. Nelle scorse settimane si era parlato di proteste, manifestazioni, differenze tra i comuni limitrofi, ed è quello che bisogna continuare a fare se in qualche modo si vuole migliorare la situazione. I fatti parlano chiaro: sono solo le province ad essere abbandonate nei loro rifiuti. Già da qualche settimana, infatti, a Napoli città, sono stati svuotati i cassonetti e la situazione sembra essere tornata alla normalità. Tutt’altra storia è quella della provincia: dilagano roghi notturni, litigi tra commercianti che si contendono le zone più “salubri” per poter esercitare le loro attività; proprio mercoledì scorso, a San Giorgio a Cremano, in una delle strade più trafficate del paese (quasi al confine con Napoli), alcuni cittadini, compresi i commercianti, hanno riversato in strada i rifiuti ed organizzato una vera e propria rivolta dinanzi alla quale le forze dell’ordine sembravano impassibili.
I comitati cittadini per l’emergenza rifiuti nei vari comuni si stanno puntualmente attivando per diffondere informazioni relative alla raccolta differenziata: appuntamenti nelle piazze principali e conferenze stanno attirando sempre più persone che appoggiano la causa di chi si impegna a sensibilizzare la cittadinanza sull’importanza della raccolta differenziata. Questi incontri hanno stimolato raccolte, per cosi dire “da record”: quintali di plastica, carta e vetro nei vari comuni testimoniano che, con la diffusione di queste informazioni e di appositi convegni, è possibile risolvere (o comunque cercare di rimediare) la crisi tutt’ora in corso. La verità resta comunque molto amara: nonostante i vari tentativi, le strade sono ancora invase dall’immondizia, “voci di corridoio” annunciano talvolta anche l’invasione di animali non proprio portatori d’igiene (topi, insetti), voci che non sono sempre confermate dalle ASL locali, le quali, forse spinte dalle autorità, tendono a tacere quel che veramente si verifica nell’area interessata.
Un problema che tuttavia va attribuito principalmente alla superficialità dei cittadini è la ridicolizzazione del fenomeno: quando se ne parla in pubblico, quasi sembra che sia tutta una buffonata o uno spettacolo folkloristico, come testimoniano gli striscioni e gli slogan anche divertenti esposti sui cumuli di immondizia (da notare sono le frasi ironiche sui politici, che talvolta sfociano nella volgarità). E’ vero che la tragicità della situazione è tale da spingere le persone a trovare anche un lato non del tutto oscuro, una sorta di speranza insomma, ma è anche vero che spesso questo tipo di approccio al problema lascia il tempo che trova, poiché non è di alcun aiuto a conti fatti. Non sono slogan e striscioni umoristici a risolvere il problema di mesi e neanche manifestazioni che tendono ad alimentare la baldoria pubblica; sono invece convegni, confronti ed adunanze ben organizzate a fare la differenza, e pian piano il buonsenso di alcuni cittadini sta avendo la meglio.
Negli ultimi giorni poi, il commissario straordinario De Gennaro ha chiesto con insistenza l’apertura dei siti di stoccaggio di Villaricca e di altri comuni limitrofi, scatenando le proteste degli abitanti del luogo. Date le circostanze, risulta sempre più difficile trovare una via d’uscita, dal momento che i vari “egoismi” comunali tendono a sviare il problema scaricandolo alle autorità e agli altri comuni. E’ necessario che ciascuno si assuma le proprie responsabilità in virtù del ruolo che ricopre, sia esso politico, civile, culturale o semplicemente di comune cittadino: se è vero che l’unione fa la forza, allora è arrivato il momento di dimostrare che la Campania non è destinata a diventare davvero la discarica d’Italia.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Pubblichiamo un
comunicato stampa di Legambiente, relativo alla campagna “Pendolaria”, in
cui 2400 convogli sono stati messi sotto esame dal 21 al 25 gennaio: ecco i
risultati del monitoraggio svolto in 14 città italiane
DISAGI
PER I PENDOLARI E PER L’AMBIENTE
I treni dei pendolari arrivano con più di 5 minuti di ritardo 3 volte su 10. A Napoli oltre la metà dei convogli (53%) e la stessa sorte tocca ai pendolari di Palermo costretti ad aspettare 1 volta su due (51%). Poco distanti nella classifica dell’attesa Milano, con il 39% dei treni che sforano i 5 minuti, seguita da Bologna e Torino con il 31%. E’ quanto emerge dai risultati di un’indagine di Legambiente su oltre 2400 treni “pendolari” in arrivo nelle stazioni di Milano, Trento, Torino, Padova, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Catania, Capo d’Orlando, Messina. Dal 21 al 25 gennaio, nella fascia oraria che va dalle 7 alle 10 del mattino, i volontari di Legambiente hanno tenuto sotto controllo gli arrivi in stazione nell’ambito di “Pendolaria 2008”, la campagna che punta i riflettori sui problemi di chi viaggia in treno e sulla necessità di un rilancio del trasporto ferroviario locale. I dati sono stati rilevati prendendo come orario d’arrivo l’effettiva discesa del passeggero dal treno, diversamente da quanto previsto dal criterio applicato in tutta Europa per cui è l’orario d’arrivo del treno sul marciapiede quello che conta.
Il rilevamento, però, coerentemente con quanto previsto in ambito europeo e dalla stessa Carta dei Servizi sottoscritta dalle associazioni dei consumatori, ha preso in considerazione solo i ritardi superiori ai 5 minuti. Ebbene dei 2414 treni monitorati 718 sono arrivati con oltre 5 minuti di ritardo. Primato negativo a Napoli, con il 53% dei convogli fuori orario, seguita da Palermo con il 51%. Sempre in Sicilia le città dove i treni si fanno attendere di più. A Capo d’Orlando arrivano oltre l’orario previsto il 55% dei convogli, mentre a Messina e Catania rispettivamente il 27% e il 26%. Problemi di puntualità anche per i treni in arrivo a Genova, dove il 28% sfora i 5 minuti, seguita da Roma con il 25%. A fronte di tutto ciò il 2008 doveva essere un anno di svolta per il trasporto pendolare italiano e invece l’ultima Finanziaria ha tagliato i 1000 nuovi treni promessi in primavera. Eppure proprio il trasporto su ferro rappresenta una soluzione reale al traffico in città, alle emissioni di gas serra, all’ “incidentalità” stradale.
Peraltro i 1000 treni in più avrebbero aiutato la soluzione di un problema cronico per il pendolarismo italiano, quello del sovraffollamento dei treni, tra le cause maggiori dei ritardi. E infatti proprio a causa del sovraffollamento i tempi di fermata si prolungano peggiorando le performance del trasporto su ferro. “I dati raccolti evidenziano come la questione ferroviaria rimanga una questione nazionale di primaria importanza” -ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente-. “Per i pendolari – quasi due milioni di persone nel nostro Paese - raggiungere le scuole, le università, i posti di lavoro, è una battaglia quotidiana e nonostante le continue proteste – aggiunge il presidente di Legambiente - il potenziamento del trasporto ferroviario locale e regionale rimane un’esigenza inascoltata: i finanziamenti più consistenti vanno a strade e autostrade, alle rotaie solo le briciole.
Mentre ci sarebbe un immensa necessità di treni puliti, puntuali e di stazioni accoglienti per togliere le auto dalla strada. L’Italia ha bisogno di un trasporto ferroviario locale efficiente per combattere i mutamenti climatici, di nuovi treni per garantire a tutti i cittadini il diritto ad una mobilità libera e sostenibile. È per questo che Legambiente ha lanciato una petizione on-line per ritrovare e stanziare i fondi per il trasporto locale su ferro promessi e cancellati dalla Legge Finanziaria”. “Pendolaria 2008” di Legambiente è iniziata la scorsa settimana con il Trofeo Caronte, un’originale competizione tra tratte pendolari confrontate con un percorso automobilistico: un modo per raccontare i disagi di chi viaggia su ferro, certo, ma anche per dire che l’automobile è comunque meglio lasciarla a casa, visto che anche il più lento dei treni è più comodo e sicuro dell’ingorgo quotidiano che stringe d’assedio le città italiane.
Legambiente.it
02/02/2008
Il Commissario
europeo all’Ambiente ha espresso preoccupazione per l’Italia, con
particolare riferimento a rifiuti ed inquinamento dell’aria- Siamo ultimi in
Europa, con 82 violazioni, 18 sanzioni in arrivo e 17 dossier già avviati
AMBIENTE:
ITALIA NEI BASSIFONDI DELL’EUROPA
Mentre in Italia qualcuno gioca a provocare crisi di governo, facendo prevalere gli interessi particolari a quelli di un’intera nazione, in Europa gli organismi dell’Ue continuano a lavorare e a vigilare su situazioni e questioni di primaria importanza. Così, mentre da noi si discute di legge elettorale, elezioni, alleanze elettorali, ecc., a Bruxelles si parla degli 82 casi di violazioni di norme in materia ambientale da parte dell’Italia. Violazioni che riguardano in particolare il tema rifiuti e quello delle emissioni nocive nell’aria. Immondizia ed inquinamento atmosferico, due emergenze che ormai sono divenute una costante, indipendentemente da chi siede al governo. E ci vuole il caso eclatante per far sì che qualcuno da Roma cominci ad approntare soluzioni, che però non sono e non possono essere mai frutto di una pianificazione seria e necessaria. In Campania, il problema rifiuti continua a vivere momenti di grande tensione e di enorme difficoltà.
Eppure un politico campano, Mastella, ha deciso che era più importante il suo inspiegabile capriccio di far cadere il governo nazionale in un momento del genere, piuttosto che assumersi la responsabilità di aiutare quel governo ad affrontare la situazione. E se il Financial Times esprime la sua legittima preoccupazione per l’Italia, considerata il Paese peggio governato d’Europa, con una classe politica super pagata, completamente immobile, trasformista e lontana mille miglia dai cittadini e dalle loro esigenze, l’Unione Europea, in materia ambientale, oltre a certificare le 82 violazioni, si prepara a tradurre 18 di esse in gravose sanzioni pecuniarie, mentre altri 17 dossier, relativi alle irregolarità nello smaltimento dei rifiuti, sono già stati avviati. L’Italia è all’ultimo posto in Europa, in compagnia della Spagna, per quantità di infrazioni, e della Grecia, per la pessima qualità degli adempimenti. Come abbiamo detto, la situazione più evidente è quella relativa ai rifiuti, con particolare riferimento alle troppe discariche abusive (circa un migliaio in tutto il territorio nazionale) e allo smaltimento illegale.
Eppure non mancano le zone di eccellenza come la Lombardia e altre regioni del nord, in cui la gestione dei rifiuti è ottima, anche se poi, a compensare negativamente questo primato, vi sono livelli preoccupanti di inquinamento atmosferico. Il numero maggiore di richiami riguarda il mancato adempimento delle normative europee, in materia di impatto ambientale, responsabilità per danni, tutela del patrimonio naturale. In tal senso, un posto di riguardo nella lista nera è occupato dal problema dell’inquinamento dell’aria, dello smog che opprime le grandi città, Roma e Milano su tutte. Poi, nella lista troviamo anche il mancato rispetto della direttiva Seveso sulla realizzazione dei piani di emergenza in caso di rischi industriali, per non parlare poi delle deroghe alla normativa sulla caccia, delle infrazioni in tema di valutazione di impatto ambientale, del pessimo sistema di trattamento delle acque reflue ecc. A tutto ciò si aggiunga l’incredibile ritardo dell’Italia nel campo della riduzione delle emissioni di Co2 e dello sviluppo dell’energia da fonti rinnovabili.
Se, infatti, l’Ue dovesse far suo il pacchetto eco-energetico presentato dalla Commissione, finalizzato a combattere il cambiamento climatico, gli Stati membri dovranno impegnarsi a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020, con un conseguente sviluppo delle fonti rinnovabili. Il pacchetto stabilisce per l’Italia una riduzione del 13% delle emissioni ed un aumento del 17% nella produzione di energia pulita. Se questo pacchetto venisse adottato, per noi si prospetterebbe un futuro pieno di difficoltà, visto che il nostro Stato non appare assolutamente in grado nemmeno di avvicinarsi all’obiettivo assegnatogli: per quel che riguarda le emissioni, dal 1990 ad oggi, mentre il protocollo di Kyoto prevedeva di tagliarle del 6,5%, noi le abbiamo addirittura aumentate del 13%; per quanto concerne le fonti rinnovabili, invece, oggi noi abbiamo una media del 5,2%, decisamente più bassa rispetto a quella europea, che è dell’8,5%.
Insomma, mentre gli altri vanno avanti e progrediscono, con interventi strutturali capaci di non devastare l’ambiente, bensì di tutelarlo e migliorarlo, noi andiamo a rilento oppure, come nel caso delle emissioni, andiamo persino in direzione totalmente opposta.E la pessima situazione politica, ormai tendente al coma irreversibile, non aiuta, così come non aiuta quella parte del mondo imprenditoriale che continua a mettere davanti all’ambiente gli interessi particolari di questo o quel gruppo economico-finanziario. E troppo spesso questi interessi sono occulti e si nascondono dietro le linee guida e i programmi elettorali di alcuni partiti e dei loro rappresentanti. Solo Pecoraro Scanio ha saputo adottare un atteggiamento di discontinuità con il passato, mettendo in pratica una politica trasparente e votata alla salvaguardia dell’Ambiente, trovandosi per tale motivo nelle mire acide dei predoni “industrialisti”. Stava andando bene e tirava dritto per la sua strada, ma l’egoismo di un pugno di irresponsabili lo ha costretto a scendere giù dal ministero.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
La canola è una pianta transgenica, prodotta in Canada, i cui effetti sulla salute degli esseri viventi sono disastrosi- Nonostante le ricerche ne abbiano rivelato la tossicità, in Canada e Usa l’olio di canola è ampiamente utilizzato
CANOLA:
COMBINAZIONE LETALE MADE IN CANADA
La canola è un nuovo tipo di pianta transgenica (ovvero il cui patrimonio genetico è stato modificato), prodotta in Canada. “Canola” è infatti l’acronimo per Canada- oil-low-acid. Da questa pianta, derivata dalla manipolazione dei geni della rapa, si ricava un particolare tipo di olio per uso industriale. Essa è, infatti, un ottimo lubrificante, fa risaltare i colori delle stampe su carta, è la materia prima per saponi e gomma ed è anche un carburante ed un ottimo repellente per gli insetti. L’olio di canola veniva utilizzato nelle diete degli allevamenti di animali da carne in Europa e in particolare in Inghilterra, tra il 1986 e il 1991. In quell’anno poi è stata attestata la sua tossicità e quindi ne è stato bandito l’uso. Purtroppo, in America (soprattutto in Canada, il paese produttore), ne è stata segnalata la presenza in molti cibi. Sembra proprio che quest’olio venga utilizzato al posto, per esempio, di quello di arachidi o di quello di oliva. I suoi effetti sono disastrosi: esso causa enfisemi, disfunzioni respiratorie, anemia, costipazione, irritazione e cecità, sia negli animali che negli esseri umani.
Basti pensare poi che sembra che esso abbia aiutato l’espandersi, qualche anno fa, del morbo della “mucca pazza”. Pare anche che, le api che tentino di impollinare queste piante, muoiano dopo poco, perché sono contaminate da un gene “marcatore”, che si trasferisce nei batteri che compongono il sistema digerente delle api stesse, alterandone le funzioni e trasformandoli in killer che distruggono l’ospite. Così le api muoiono a centinaia, sorvolando i campi di canola, trasferendo poi questo gene “marcatore” anche nel miele: per cui anche questo risulta contaminato. Ma non finisce qui: la canola (come l’olio di rapa) è anche la fonte da cui si ricava l’ “iprite”, un gas utilizzato ancora oggi nell’industria bellica. Tale gas era stato bandito dopo che aveva causato gonfiori sottocutanei e nei polmoni durante la prima guerra mondiale, ma pare sia stato utilizzato ancora una volta (secondo uno studio francese) nella guerra del Golfo.
Purtroppo
però, per meschine ragioni
commerciali, il Canada e gli States non hanno interrotto la produzione e,
affinché a questo prodotto venisse concesso il benestare e fosse inserito nella
lista dei cibi sicuri, l’industria canadese, complice il governo, ha pagato 50
milioni di dollari alla “Food and Drug Administration”. Al giorno d’oggi
internet è piena di pubblicità dell’olio di canola, che viene sbandierato
come prodotto che fa bene alla salute. Se poi la vostra pelle inizia a
tumefarsi, come è successo ad una donna americana (il trafiletto è riportato
sul New York Times del 1995), alla quale, mentre giocava con le sue
figlie, è capitato di ricevere una semplice gomitata sul braccio procurandole
una ferita profonda, questo non è affar loro: perché basta far soldi, far
girar l’economia e produrre canola, canola e ancora canola. Anche se questa è
una combinazione letale per ogni essere vivente, anche se non ingerita.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
NUMERI DI GENNAIO 2008
26/01/2008
Roberto
Saviano, autore di “Gomorra”, interviene sulla questione rifiuti e lo fa a
modo suo, squarciando il velo dell’ovvietà e mostrandoci la realtà di un
sistema vergognoso che avvelena la Campania e l’Italia intera
NAPOLI
SI STA RASSEGNANDO ALL’AVVELENAMENTO
È un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi. E’ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi. Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese.
Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa - l’Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia.
Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli, sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori che spesso erano vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni. Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo.
Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.
La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit, con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano da 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche.
In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E’ in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’ in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.
Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si può uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.
Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi sono colpite dalle “sacchette” di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.
Roberto Saviano –liberacittadinanza.it
La Regione Toscana
si è impegnata a realizzare pienamente, entro il 2020, un piano per la
riduzione dell’inquinamento da gas serra, attraverso la produzione di energia
rinnovabile- A partire dall’energia eolica
LA TOSCANA SCEGLIE SENZA INDUGI L’EOLICO
È decisamente un piano ambizioso quello che la regione Toscana si è impegnata a completare entro la fine del 2020. Per uniformarsi ai parametri stabiliti dall’Unione Europea a proposito della riduzione dei “gas serra”, infatti, la regione si è imposta di seguire un nuovo Piano energetico 2007-2010 che consta di tre punti: riduzione dei consumi, installazione di nuove centrali per l’energia rinnovabile e la riduzione dell’emissione di gas serra. “Un piano - ha sottolineato infatti il presidente Claudio Martini - che contiene la forte ambizione di essere in linea con le sollecitazioni che provengono dall’Unione Europea, ma che vuole anche essere fattibile e che richiederà in ogni scelta un cambio di direzione rispetto alla situazione attuale, per uscire dalla dipendenza del petrolio e non rientrare in quella del carbone e nell’ipotesi nucleare”. Ma vediamo meglio nel dettaglio i tre punti.
Primo punto: riduzione dei consumi energetici entro il 2020 del 20%. E cioè, incentivare i comuni a diminuire i consumi sostituendo gli impianti di illuminazione e sostenendo il risparmio energetico da parte dell’industria. Secondo punto: aumento della produzione di energia derivante da fonti rinnovabili. In particolare: per l’energia geotermica la produzione dovrà aumentare dai 711 odierni a 911 Mw (+38%), per l’idroelettrico dovrà aumentare da 318 a 418 Mw (+31%), per le biomasse da 71 a 171 Mw (+240%) e per l’eolico da 27,8 a 300 Mw (con l’impianto di 25 nuove fattorie eoliche). Terzo punto: ridurre del 20% le emissioni di gas serra. In questo modo si ridurrebbero le emissioni di CO2 di 7,2 milioni di tonnellate l’anno. Il costo complessivo ammonterebbe a 3 miliardi di euro. Ma già 105 milioni sono stati finanziati dalla Regione Toscana per il 2013.
Il sistema toscano dovrà infine arrivare a destinare 1 miliardo di euro di Pil regionale alla riduzione di anidride carbonica nell’aria. “Sia chiaro – dichiara Martini – consumare di meno non vuol dire fermare lo sviluppo, ma perseguire una crescita sostenibile, puntando sull’efficienza, sulla riduzione degli sprechi e sull’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili. Con questo piano vogliamo dimostrare che si può risparmiare energia e inquinare meno, senza penalizzare l’espansione. E’ una sfida che possiamo e vogliamo vincere attraverso due strategie: compiere un salto tecnologico nella crescita dell’efficienza e nella riduzione degli sprechi; aumentare decisamente, cioè del 46%, le fonti rinnovabili, colmando un ritardo cronico del nostro Paese. Per questo chiediamo ad imprese, istituzioni e cittadini di impegnarsi per raggiungere questi obiettivi. Da parte nostra metteremo a loro disposizione strumenti e finanziamenti”.
Vorrei a questo punto soffermarmi sulla costruzione delle 25 centrali eoliche. È già prevista la costruzione di due centrali e la loro attivazione entro la fine del 2008. Una in località Monterotondo Marittimo (in provincia di Grosseto), dove tra l’altro è già presente una centrale geotermica, e l’altra a Montecatini Val di Cecina (in provincia di Pisa). Le due centrali produrranno 16,5 Mw, cioè un apporto di energia tale da soddisfare il fabbisogno energetico annuale di 27000 famiglie. E in più l’abbattimento di 28000 tonnellate di emissioni di CO2. Le due centrali saranno costituite complessivamente da 11 aerogeneratori di potenza unitaria di 1.5 Mw e di altezza massima non superiore a 100 m.
In
passato c’è chi ha lottato contro l’installazione di questi impianti (nel
caso delle Marche e della Puglia), perché considerate ad alto impatto
ambientale ed eccessivamente rumorose. Ma credo che ciò sia un problema
superabile, dato che questi impianti vengono posti di solito molto vicini ai
flussi di vento, ma lontani dai centri abitati e dalle aree protette. Bisogna
invece sottolineare la grande valenza di questa grande scelta compiuta dalla
Toscana, in favore della produzione di energia rinnovabile, sperando che prima o
poi tutte le regioni italiane seguano il suo esempio di lungimiranza. In ultima
analisi, speriamo almeno che i tre punti vengano rispettati.
Valentina Montemaggi –ilmegafono.org
19/01/2008
La nostra Laura Olivazzi, napoletana, ci racconta quella che sembra un’anomalia, un elemento di diversificazione, ma che invece è frutto dello stesso sistema malato: San Giorgio a Cremano e Portici, così diversi, così uguali
DUE
FACCE DELLA STESSA...CAMPANIA
A distanza di una settimana, non si sono verificate svolte significative in merito all’emergenza rifiuti, anzi, la situazione è purtroppo statica e tendente al peggio. Il clima è più o meno lo stesso in tutte le zone della provincia di Napoli e negli altri capoluoghi campani, ma si registrano talvolta differenze notevoli tra comuni limitrofi: è quello che apparentemente succede tra i comuni di San Giorgio a Cremano e Portici. Il primo è uno dei comuni in cui la crisi rifiuti ha dato i suoi esiti più tragici: scuole chiuse dal 13 al 20 gennaio, attività cittadine congestionate a causa dei rifiuti; appena passato il confine però, addentrandosi nel comune di Portici, ci si ritrova dinanzi ad una cittadina stranamente ordinata, senza traccia di sacchetti ed immondizia sparsa. E’ un contrasto stridente con quanto accade negli altri comuni: basta voltare l’angolo delle strade e si passa da discariche a cielo aperto a strade normalissime. Eppure, anche questo apparente ordine nasconde un perché. Portici, si sa, è una cittadina famosa per la sua vicinanza al mare, un tempo meta di villeggiatura per i nobili napoletani.
Oggi è proprio quel mare (o meglio, le strutture adiacenti al porto) a dare spazio ai rifiuti cittadini che altrimenti sarebbero riversati in strada. Il sindaco di Portici ha tamponato l’emergenza depositando i rifiuti in containers ed in altre zone precedentemente adibite a cantieri o fabbriche, provvedimento temporaneo che pian piano si sta rivelando inefficace. Il problema si risolve nell’immediato, (infatti, durante il mese di fuoco in Campania, Portici è stato l’unico comune a vantare condizioni igieniche ottimali, con perfino l’apparizione del sindaco in tv in quanto “sindaco dell’unico comune senza rifiuti”), ma tutti si chiedono per quanto potrà durare questa relativa calma. Manca poco all’esplodere della crisi: i depositi improvvisati stanno per riempirsi e non si immagina cosa succederà quando i rifiuti andranno definitivamente in decomposizione. Nessuno ha pensato, infatti, ai danni che si potrebbero recare alle zone circostanti: intossicazione dell’aria e dei suoli, degrado del porto (già degradato di per sé), che dovrebbe invece essere salvaguardato per le potenzialità turistiche che possiede.
Non appena ci si addentra nelle piccole strade che conducono al “Granatello” (la parte marittima della città è cosi conosciuta ai napoletani), ci si accorge subito della presenza dei rifiuti, visibili anche a distanza per l’enorme spazio che ormai occupano. Nella città di San Giorgio a Cremano, è ormai consuetudine vedere i cittadini sfilare in piazza contro il presidente della Regione, Bassolino, e contro il governo, che si è limitato ad inviare corpi specializzati dell’esercito a sgombrare alcune zone della città, per consentire il normale svolgimento della vita pubblica; l’esercito, tuttavia, non può fare altro che limitarsi a spostare alcuni sacchetti, mentre il problema di fondo rimane lì dov’è, a meno che non si mobilitino finalmente le autorità. Lunedì 21, è prevista un’altra manifestazione, alla quale è invitata a partecipare tutta la popolazione, sperando che si alzi nuovamente la voce contro chi abusa del potere lasciando i cittadini in pessime condizioni.
Anche a Portici sono comunque imminenti manifestazioni e proteste, dal momento che molti si sono accorti che il provvedimento del sindaco altro non è che un semplice tamponamento, destinato ad avere vita breve. Annoverare ancora una volta la camorra tra le cause di questi disagi anche a livello comunale non è retorico, ma doveroso affinché tutti comprendano che non è solo da un punto di vista generale (o generalizzato) che si può parlare di malavita, ma è dal particolare e dalla vita di tutti i giorni, anche nelle piccole realtà comunali, che bisogna iniziare a comprendere le cose per poterle davvero cambiare. Se c’è bisogno della raccolta differenziata, allora i comuni devono sensibilizzare la popolazione circa i molteplici vantaggi che essa arrecherebbe; se c’è bisogno di allontanarsi dai giri loschi della camorra, allora i sindaci, in virtù del ruolo che ricoprono, inizino a distaccarsene per primi. Il buon esempio non inquina...
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
L’emergenza
rifiuti in Campania ha rinvigorito il fronte “industrialista” di
coloro che spingono verso la realizzazione degli inceneritori, i quali hanno
strumentalmente utilizzato la vicenda per aggredire e screditare gli
ambientalisti
IL
VILE ASSALTO DEGLI SCIACALLI DI PROFESSIONE
L’emergenza rifiuti non è solo un problema ambientale e sanitario, ma anche politico-istituzionale. In uno Stato sano e moderno, nel caso si fosse arrivati ad una tale situazione, probabilmente il mondo politico si sarebbe seduto a tavolino per cercare di far fronte alle difficoltà, pianificando nel contempo una strategia efficace per evitare in futuro di ricadere negli stessi errori. In Italia, invece, un tema serio e delicato come questo diventa cibo per gli alligatori della politica urlata e mediatica, per chi fa della strumentalizzazione mirata e “professionale” il suo pane quotidiano. La vicenda campana ha origini lontane e non appartiene ad uno schieramento particolare piuttosto che ad un altro, bensì è il frutto di una cattiva gestione della cosa pubblica in tema di rifiuti, sia sul piano locale, che regionale e nazionale. Ed è anche il risultato della presenza asfissiante di un’organizzazione criminale come la camorra, che sul sistema di smaltimento poggia una grossa fetta dei suoi affari illeciti. Affari che coinvolgono criminalità, imprese e politici e che hanno messo in ginocchio Napoli e la Campania, costringendo i cittadini a fare i conti con l’immondizia visibile e con quella “sommersa”, cioè quella tossica, nascosta sotto terra, vicino alle coltivazioni agricole, a stretto contatto con prodotti che poi finiscono sulle tavole e nelle pance della gente.
Affari che raccontano di impianti realizzati con soldi pubblici e mai utilizzati, giri incredibili di denaro per non creare nulla e per accelerare il dramma di una situazione i cui responsabili veri vengono taciuti dai media e dal mondo politico. Così, appena esplode nuovamente il caos rifiuti a Napoli, i soliti sciacalli da salotto approfittano del momento non per proporre soluzioni ma per diffondere messaggi più o meno subliminali a vantaggio dei grandi potentati finanziari ed industriali, nel tentativo di screditare ed indebolire chi si impegna ogni giorno per difendere la salute dei cittadini ed il futuro delle generazioni che verranno. Così, il fronte del Sì agli inceneritori o termovalorizzatori si scaglia contro il ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, accusato di aver prodotto con la sua “politica dei No” tale situazione, infilando nella questione rifiuti anche altre questioni come il nucleare, la Tav in Val di Susa, i rigassificatori, le trivellazioni petrolifere e gassose, ecc. Argomenti che nulla hanno a che vedere con l’emergenza rifiuti. Nessun cenno viene fatto invece alle responsabilità del malaffare campano, che ha realizzato profitti immensi sulla pelle delle persone. Sull’esigenza di realizzare i termovalorizzatori per risolvere il problema, siamo di fronte ad una pericolosa e volontaria opera di disinformazione che rischia di confondere le idee delle popolazioni interessate e non solo.
I sostenitori del Sì, aiutati dai mezzi di informazione, i quali danno poco spazio ai medici, agli specialisti ed a tutti coloro che saggiamente spiegano le ragioni del No, stanno attuando una strategia di accerchiamento nei confronti di quelli che vengono definiti, in senso dispregiativo e delegittimante, il “popolo dei No”, additato di essere la causa di ogni male in Italia. A capeggiare questo fronte, che conta anche nobili esponenti del centro-sinistra e del governo come Prodi, Bersani, Turco e Rutelli, è il centro-destra, con in testa Casini, il quale, intervenendo sul caos rifiuti a Napoli, si è subito affrettato ad affermare: “Non si può marciare contro i termovalorizzatori e poi dopo invocare l’intervento dell’esercito, come fa Pecoraro in queste ore: è completamente contraddittorio”. Quindi, ha immediatamente annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Ambiente. La soluzione proposta da Casini e dal centro-destra, qual è? Nessuna, o meglio, la più semplice e sbagliata allo stesso tempo: la costruzione di decine di inceneritori, in cui far confluire i rifiuti.
Spieghiamo meglio cosa significherebbe, oggi, bruciare le tonnellate di immondizia giacenti sulle strade di Napoli e di altre zone della Campania (ma condizioni al limite vi sono anche in altre regioni, in primis la Sicilia). I termovalorizzatori non possono bruciare qualsiasi cosa, ma soltanto quei rifiuti solidi che risultano dalla differenziazione della spazzatura. In poche parole, l’immondizia andrebbe differenziata, spogliata di tutte quelle componenti che vanno affidate all’attività di riciclo. In particolare, è fondamentale che materiali altamente inquinanti, come plastica, elementi elettronici (pile, batterie, componenti di telefoni cellulari, computer ed elettrodomestici), inerti edilizi, ecc., vengano avviati al riciclo e non inseriti tra quelli da bruciare attraverso la termovalorizzazione, altrimenti ciò porterebbe all’immissione nell’aria di sostanze altamente tossiche (diossina su tutte) con effetti letali sulla salute dei cittadini, come dimostrano i dati sull’incidenza dei tumori nelle realtà in cui sono presenti impianti di incenerimento dei rifiuti. Se oggi bruciassimo in maniera indifferenziata la spazzatura di Napoli nei termovalorizzatori, le conseguenze sarebbero disastrose.
Ecco
perché l’accusa mossa a Pecoraro Scanio è assurda. I veri responsabili sono
i governi, soprattutto locali e regionali, che in questi anni non hanno
investito nella diffusione della cultura della differenziata, in particolare al
Sud, dove solo pochissime realtà (anche in Campania) attuano un sistema
eccellente di differenziazione dell’immondizia. Nella maggior parte dei
contesti territoriali del Meridione, le percentuali di raccolta differenziata
sono ai livelli minimi rispetto al nord Italia o all’Europa. E la colpa di ciò
va equamente divisa tra camorra, amministratori locali ed imprese del settore,
queste ultime troppo spesso legate alla criminalità organizzata e titolari di
appalti a lunghissima scadenza che eliminano qualunque possibilità di
concorrenza. Pecoraro Scanio ha avuto solo il buon senso di preoccuparsi della
salute dei cittadini. Approfittare di un’emergenza che investe la vita di
migliaia di persone per cercare di colpire gli ambientalisti, tirando in ballo
questioni lontanissime dal problema, come il nucleare o i rigassificatori, è
squallido e quantomeno sospetto. D’altra parte, se c’è chi nasconde la
spazzatura sotto terra, di certo non manca chi nasconde soldi ed interessi
particolari dietro la facciata ipocrita del “dibattito” politico e di
un’informazione che si spaccia per tale.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org
13/01/2008
L’emergenza
rifiuti si è ormai trasformata in vera e propria calamità, mostrando l'inadeguatezza delle istituzioni campane e l’odiosa responsabilità della
camorra- Qualcuno parla strumentalmente di inceneritori, tacendo la verità
LA
CAMPANIA ANNEGA NEL SUO MARE DI RIFIUTI
L’emergenza rifiuti in Campania ha assunto la piega di una vera e propria calamità, non solo naturale, ma anche politica e sociale, in particolare nelle province di Napoli e Caserta. Si tratta di calamità poiché i cumuli di immondizia depositati lungo le strade cittadine ostacolano qualsiasi tipo di attività, da quelle commerciali a quelle più strettamente interessate alla vita urbana: basti pensare agli ingorghi di automobili che puntualmente si formano a causa di vere e proprie discariche cittadine che invadono la città, per non parlare delle attività scolastiche sospese da vari sindaci nei comuni vesuviani. I cumuli di immondizia sono ormai lasciati a sé stessi da settimane, l’ultima raccolta è stata effettuata prima delle festività natalizie, e la notte di San Silvestro molti cassonetti ormai inutili, sono andati in fiamme a causa dei fuochi pirotecnici. Risultato: fumi tossici, esalazioni nocive e disastro urbano. Per di più, chi vive ai piani più bassi di palazzi o condomini rischia di trovare sotto la propria finestra sgradevoli ammassi di rifiuti; c’è chi addirittura getta la propria spazzatura dalla finestra.
Il livello di allarme raggiunto è tale che anche all’estero si parla dell’emergenza ed i danni al turismo sono notevoli. La popolazione e le autorità dovevano comunque aspettarsi che prima o poi la questione sarebbe esplosa in tutta la sua violenza: per troppo tempo si è rimasti sospesi nel dubbio, a causa delle soluzioni provvisorie prese da sindaci e consigli comunali, le strade venivano sgombrate per poco tempo per poi ritornare stracolme dopo poche settimane. Il caso è diventato più acceso quando, qualche settimana fa, la popolazione di Pianura, quartiere di Napoli indicato come possibile sito di stoccaggio, si è ribellata alle autorità, non volendo ospitare l’immondizia degli altri comuni. Per tutta risposta, il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, invece di incoraggiare l’attività delle istituzioni, ha dato il proprio appoggio ai manifestanti, contribuendo a lasciare in sospeso una situazione assai critica. Ogni giorno le reti televisive nazionali o regionali ospitano i sindaci che lanciano continui appelli alla popolazione, ma mancano di qualsiasi credibilità, dal momento che le loro abitazioni, o comunque le zone in cui vivono, sono puntualmente sgombre d’immondizia. Le ragioni si lasciano al beneficio del dubbio...
Le responsabilità in gioco sono molte e pericolose, poiché è a rischio la salute dei cittadini. Anche da parte di questi ultimi, però, c’è assoluta mancanza di collaborazione: si richiedono soluzioni, che il più delle volte corrispondono ad inceneritori o termovalorizzatori, ma subito scatta la protesta contro la costruzione di questi impianti, giustificata comunque dalla loro assoluta inutilità di fronte ad una differenziazione dei rifiuti che tocca livelli infimi. Così si ritorna in un vicolo cieco, quasi senza via d’uscita. A complicare il tutto contribuisce anche la camorra, la cui fonte di guadagno primaria dopo lo spaccio di droga è proprio la speculazione sui rifiuti: i clan offrono ai sindaci siti di stoccaggio abusivi dietro il pagamento di ingenti somme di denaro, depositando i rifiuti in ampie zone spesso vicine ad abitazioni; di conseguenza i suoli assorbono sostanze tossiche con risultati a dir poco sconcertanti.
Tutto questo danneggia ancor di più l’immagine dell’intera regione, come ha sottolineato il presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, nel discorso di fine anno: la Campania non manca di potenzialità e risorse positive, bisogna dunque cercare in ogni modo di riparare i danni, perché non è solo una regione a pagarne le conseguenze, bensì un’intera nazione (l’Unione Europea ha ammonito l’Italia con una serie di pesanti sanzioni). Nei giorni scorsi, la Regione ha predisposto alcuni carichi di immondizia da stoccare in Sardegna, la cui popolazione si è puntualmente ribellata, dopo il netto rifiuto da parte della Lombardia di ospitare i rifiuti campani. Il motivo può essere ricercato nel danno provocato qualche anno fa alla popolazione di Terni: i carichi di rifiuti inviati nella città umbra contenevano anche pile e medicinali, che, una volta bruciati dall’inceneritore, hanno emanato radiazioni e fumi altamente pericolosi.
Ed è proprio qui che sta l’origine del problema: non esiste una cultura ambientale adeguata, sono ancora poche le persone che comprendono l’importanza della raccolta differenziata e dei vantaggi che essa può apportare; negli inceneritori possono andare soltanto rifiuti biologici, se vi si aggiungono altri tipi di rifiuti, allora i macchinari entrano in tilt, i costi di riparazione sono molto elevati e i danni alla salute sono pesantissimi. In Campania ci sono attualmente sette inceneritori, tutti fuori uso a causa dei guasti dolosi provocati dai camorristi, che non ricavano alcun vantaggio dal corretto stoccaggio dei rifiuti. La dimensione in cui sono entrati i comuni campani è tragica e sempre più scoraggiante è l’evolversi delle vicende. Occorre che le istituzioni promuovano con coerenza politiche ambientali più corrette ed adeguate, altrimenti la Campania rischia di diventare definitivamente la discarica d’Italia.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Il
governo britannico dà l’assenso alla costruzione di circa 20 centrali
nucleari, rendendo sempre più intenso il confronto tra favorevoli e contrari-
In Italia nessun confronto, solo insulti e strumentalizzazioni sterili
SI’
AL NUCLEARE: A LONDRA SI DISCUTE ANCORA
È di questi giorni la notizia che il governo britannico ha dato il via libera alla costruzione di circa venti centrali nucleari. Il costo della realizzazione verrà coperto interamente dai costruttori delle centrali, con il governo che prevede una riduzione delle emissioni di anidride carbonica e un sostanzioso risparmio per la tasche dei cittadini, dati gli attuali costi di gas e petrolio. Inoltre, la sostituzione delle vecchie centrali nucleari con quelle di nuova generazione permetterebbe alla Gran Bretagna di raggiungere l’indipendenza energetica. Scettici i Verdi ed in particolar modo Greenpeace. Quest’ultima, infatti, si oppone al governo britannico su vari punti: innanzitutto, il nucleare permetterà di ridurre le emissioni appena del 4%, quindi non consentirà vantaggi particolarmente apprezzabili; per seconda cosa, esso produce esclusivamente energia elettrica, mentre è il gas che serve da combustibile domestico ed industriale.
Invece di ricorrere al nucleare, allora, bisognerebbe considerare che esistono già dei processi che permettono di utilizzare fonti rinnovabili o idrocarburi con impatto ambientale minore e con risultati migliori. Inoltre c’è da chiedersi come verranno smaltite le scorie. I tempi di decadimento sono lunghissimi con gravi effetti sull’ambiente e sulla salute delle persone, senza considerare la spesa per il loro stoccaggio. Ma l’opinione pubblica britannica sembra dar ragione al premier Gordon Brown. Infatti, da un sondaggio del 12 dicembre scorso della “Ipsos MORI”, per conto della “Nuclear Industry Association - NIA”, risulterebbe che circa il 65% dei sudditi di “Sua Maestà” ritiene che il Regno Unito abbia bisogno di un “mix” di fonti energetiche, comprese l’energia nucleare e le fonti rinnovabili. Il tema dell’energia si conferma annoso e non smette certo di creare divisioni e contrasti. È comunque un dibattito promettente, che consente il confronto pacifico tra le varie posizioni e, spesso, il raggiungimento di importanti obiettivi, come gli autobus a combustibile ecologico sempre a Londra.
Purtroppo,
dobbiamo ravvisare che nel nostro Paese, al contrario, un dibattito di tal tipo
non esiste. Ci si inasprisce sempre su questioni minime, dichiarazioni e contro
dichiarazioni, offese e querele. E l’ambiente resta sempre in secondo piano.
Negli altri Paesi ci si rende davvero conto delle difficoltà del pianeta, si
cercano soluzioni attraverso un confronto civile. Anche se il nucleare non
smette di suscitare perplessità, perché le obiezioni di Greenpeace sono più
che fondate, senza contare i rischi che si corrono con le centrali atomiche.
Indipendentemente da come la si pensi, occorre sempre valutare con attenzione
tutte le alternative e mai accontentarsi, in particolar modo quando il rischio
è alto. Le soluzioni e le nuove idee continuano ad arrivare anche da altri
Stati; in Italia, di fronte a tale scenario, bisognerebbe cercare di costruire
un clima favorevole al dialogo ed aperto alle nuove proposte, evitando di
fossilizzarsi su soluzioni antiche e pericolose e su posizioni strumentali e
sterili.
Alberto Agostini –ilmegafono.org
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