IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006


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 ARCHIVIO AMBIENTE

 

NUMERI DI OTTOBRE 2008

25/10/2008

Questione rigassificatore: mentre le popolazioni continuano a dire No all’impianto previsto nell’area di Priolo, circondate dall’ambiguità della politica, la Erg, su un quotidiano, lancia un inconcepibile ultimatum

PRIOLO: PUGNO DURO DELLA ERG

Mentre nei comuni dell’area industriale siracusana rimane forte l’opposizione alla realizzazione del progettato impianto di rigassificazione della Ionio Gas e nello stesso tempo nessuno si è preoccupato, al di là di generiche garanzie sulla completa affidabilità dell’impianto, di fornire elementi inconfutabili sulla opportunità di insediare nel cuore della zona industriale un altro impianto a rischio di incidente rilevante, si vanno dipanando le matasse di vecchie ambiguità e ne stanno sorgendo di nuove.  A questo coacervo di posizioni espresse in dichiarazioni e comunicati o inglobate in orientamenti su nuovi percorsi di sviluppo si è aggiunta in queste ore  la dura presa di posizione dei fratelli Garrone (riportata da un quotidiano regionale), gli autorevoli rappresentanti del gruppo Erg, che minacciano di riconsiderare il piano di investimenti del gruppo se non verrà data via libera all’attuazione di progetti relativi a nuovi impianti e a strutture di servizio, ma soprattutto alla costruzione del terminal di rigassificazione del GNL. Se è legittimo che un gruppo imprenditoriale possa rivendicare certezza di tempi per la realizzazione di un programma di investimenti, soprattutto se per una parte (il rigassificatore) ha già ottenuto l’approvazione della V.I.A. da parte del ministero dell’Ambiente, appare certamente inusuale la circostanza di lanciare dalle colonne di un giornale quasi un ultimatum su problemi che dovrebbero essere posti nelle giuste sedi di confronto. 

Se poi si aggiunge che l’ipotesi di disimpegno industriale viene collegata ad un corrispondente  venir meno di quote di investimenti sociali che la Erg  dovrebbe realizzare, sulla base del nesso  “meno investimenti industriali meno investimenti sociali”, si ha la sensazione che il richiamo sia soprattutto rivolto a chi ancora non prende posizione netta  a favore dei progetti industriali della Erg. I destinatari principali non sono certamente le confederazioni Cgil-Cisl-Uil o il sindacato unitario dei lavoratori chimici e dell’energia, la Fulc, tenuto conto che sul rigassificatore non sono  stati mai contrari, pur con qualche distinzione. Cisl e Uil infatti non hanno mai nascosto il fastidio per il pronunciamento contrario dei cittadini di Priolo nel referendum del luglio 2007 o per l’iniziativa pro referendum del comitato no rigassificatore a Melilli, su cui il consiglio comunale della città non ha ancora deciso, rinviando la formulazione di una atto definitivo. Va rilevato anzi che contestualmente alle dichiarazioni dei fratelli Garrone, è stato diffuso un comunicato stampa della Fulc che chiede lo sblocco dell’autorizzazione per il rigassificatore entro poche settimane. 

Non è sotto accusa il ministro siracusano dell’Ambiente, on. Stefania Prestigiacomo, che ha sempre sostenuto in polemica anche con l’ex assessore regionale Interlandi l’importanza strategica del terminal della Ionio gas e che ha accelerato l’approvazione della V.I.A.; anche se va sottolineato, come è stato rilevato anche dall’autorevole settimanale l’Espresso, qualche settimana fa, che dal momento del suo insediamento non ha brillato per il sostegno ad una politica ambientalista avanzata. Va detto per inciso che tutti gli atti più importanti sembrano andare in direzione contraria. L’esternazione dei massimi rappresentanti della Erg sembra più rivolta agli esponenti istituzionali del governo siciliano: all’on. Lombardo che ha manifestato un orientamento non favorevole sui rigassificatori previsti in Sicilia; all’on Pippo Gianni, assessore all’Industria, che ha ipotizzato una nuova localizzazione per l’impianto (in mare aperto); all’on. Pippo Sorbello, che mantiene un orientamento non favorevole. Queste posizioni però sembrano aver subito qualche modificazione. 

Il presidente  della Regione e lo stesso assessore regionale all’Industria non escludono un esito positivo se garanzie di sicurezza e ricadute occupazionali ed economiche per il territorio troveranno un’adeguata soluzione; l’assessore all’Ambiente, invece, chiedendo lo scorso 14 ottobre  il  rinvio del consiglio comunale, ha ribadito la necessità di un confronto alla presenza della Erg e di esperti, prima di decidere sulla realizzazione del referendum sul rigassificatore. Come dire che si riaffaccia una possibilità di nuovi approdi. Ciò che appare comunque irrisolto sul piano generale è il fatto che fino ad oggi si è tentato in tutti i modi di rifuggire da una scelta che era e rimane imperativa: le scelte di sviluppo del territorio non possono essere assunte contro la volontà delle popolazioni. L’impianto di rigassificazione  in ogni caso non è uno strumento strategico per il territorio, come artificiosamente da più parti si tenta di sostenere. 

È un impianto che serve certamente a diversificare le fonti di approvvigionamento, a favorire i processi di liberalizzazione del mercato dell’energia, che può essere strumento di nascita di altre attività, come l’industria del freddo, anche se nella nostra provincia occorrerebbe prima far decollare un settore agro-industriale oggi inesistente. È vero anche che un rigassificatore sulla terraferma ha bisogno di infrastrutture portuali per essere funzionale;  ciò che  appare però discutibile è che la scelta sia ricaduta nell’area di Priolo, dove l’elevata concentrazione di impianti pericolosi non può eliminare le forti preoccupazioni di un impianto, come il terminal progettato  che, pur con elevati standard di sicurezza, potrebbe essere coinvolto in incidenti non controllabili e disastrosi. È su questa ipotesi, anche se remota, che esistono pareri discordanti, che disegnano scenari diametralmente opposti  su cui  fino ad oggi non si è voluto fare chiarezza.

Salvatore Perna –ilmegafono.org

 

Continuano le polemiche accese tra le istituzioni europee e l’Italia, dopo la scelta del governo italiano di non accettare il pacchetto sul clima- La Prestigiacomo e Berlusconi difendono le imprese a scapito dell’ambiente

PACCHETTO CLIMA: FIGURACCIA ITALIA

Il pacchetto climatico proposto dall’Unione Europea continua a far discutere e, ovviamente, l’Italia continua ad avere un ruolo da protagonista tra polemiche e critiche degli altri Stati membri. Sappiamo che il ministro per le Politiche Ambientali, Stefania Prestigiacomo, ha apertamente respinto la proposta comunitaria, perché (ad avviso del governo) troppo costosa per l’Italia. Dopo i molteplici strali lanciati dagli altri paesi europei, è intervenuto in difesa della ministra lo stesso premier Berlusconi, affermando che: “Gli Stati contrari al pacchetto climatico sono nove”. Per la serie: ogni nostra azione è giustificata, non è soltanto colpa nostra. Le dichiarazioni del premier, tuttavia, non finiscono qui: egli ha infatti dichiarato che l’Italia non può accettare proposte irragionevoli, in quanto, essendo un paese manifatturiero, non dispone di strumenti adatti in un momento così critico per l’economia. Le principali autorità dell’UE, e lo stesso Nicolas Sarkozy, presidente di turno, si sono mostrate però molto sensibili alle problematiche dei paesi in cui predomina l’utilizzo di carbone, promettendo di proporre piani ambientali utili anche per loro; Sarkozy ha inoltre rilasciato dichiarazioni palesemente riferite all’Italia, con le quali ha fatto comprendere che rinunciare al pacchetto climatico sarebbe un “grave errore storico” per tutti i paesi membri. 

Stefania Prestigiacomo continua a battersi apparentemente a favore delle famiglie italiane, che non potrebbero sopportare i costi di tale pacchetto climatico e le rinunce energetiche che esso comporterebbe, inoltre, continua a coinvolgere nelle sue dichiarazioni contraddittorie altri paesi membri: se, infatti, venisse approvato da tutti il provvedimento salva-clima, molti Stati europei smetterebbero di fare da traino energetico ed economico per le cosiddette “Tigri d’oriente” (i paesi dell’estremo oriente in continua crescita industriale), dal momento che la loro concorrenza soppianterebbe in modo drastico la produzione europea. Entro dicembre, quindi, sarà impossibile che l’Italia si adegui alle proposte comunitarie, anche perché la Commissione Europea non è molto propensa ad accettare la clausola di revisione proposta dal nostro ministro. La Prestigiacomo propone poi di aspettare anche gli esiti della Conferenza Onu sul clima in programma per il dicembre 2009, ma sappiamo che aspettare ancora molti mesi, per i ritmi di produzione e dispendi energetici attuali, potrebbe davvero essere molto rischioso per il clima e l’ambiente del pianeta. 

Per discutere al meglio in merito alla posizione irresponsabile assunta dalla Prestigiacomo e dal governo italiano, a giorni si riuniranno in conferenza a Bruxelles le autorità italiane per l’ambiente e la Commissione Europea, come ha dichiarato il portavoce del Commissario per l’ambiente, Stavros Dimas. Sarà una conferenza prettamente tecnica, e fino a quando non sarà iniziata, non si prevedono ulteriori sviluppi in merito. Il periodo che l’Italia e l’Europa tutta stanno attraversando in queste settimane è senza dubbio molto critico soprattutto dal punto di vista economico, ma rifiutare un provvedimento salva-clima è una scelta dannosa e incosciente: l’economia mondiale e qualsiasi altro tipo di attività umana sono strettamente legate al clima e di conseguenza all’ambiente circostante. Nel momento in cui si dovrà fare a meno di esso, quando cioè verranno a mancare le risorse energetiche, o quando esse diverranno insostenibili per l’intero ecosistema, non si potrà più pensare a risolvere i propri problemi con provvedimenti legislativi in tal proposito. Sebbene la situazione sia già molto complessa e critica a livello ambientale, si è ancora in tempo per salvare il salvabile ed assicurarci un futuro migliore, nel quale si potrà imparare a convivere meglio con il proprio ambiente e con le risorse che esso offre. Con vantaggi enormi per tutti.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

18/10/2008

È iniziato in Parlamento l’iter di revisione e modifica della legge 157 che regola da quasi un ventennio l’attività venatoria in Italia - Alle due già esistenti proposte di legge se ne sono giunte altre tre sempre più vergognose

RIFORMA DELLA CACCIA: DI MALE IN PEGGIO

Quella appena trascorsa in Parlamento è stata una settimana a dir poco fervida. Come da calendario, si è riaperta la questione “caccia” e, come era facile aspettarsi, si è dato libero corso alle polemiche e alle critiche avanzate dai più accaniti ambientalisti. Difficile, tuttavia, questa volta, ritenerle infondate. Martedì scorso il via al “doloroso” iter parlamentare di revisione e, eventualmente, modifica della famosa legge 157, che da oltre 16 anni regola l’attività venatoria nella Penisola. Già in Senato, per la precisione nella XIII commissione Territorio e Ambiente, preposta a legiferare in materia, giungono nuove proposte in favore di quella che possiamo definire piuttosto una “deregolamentazione” di tale attività. Fino alla settimana scorsa le proposte di legge erano due (quella presentata dal sen. Domenico Benedetti Valentini e quella dei sen. Valerio Carrara, Laura Bianconi e Franco Asciutti), ma ora il numero è salito addirittura a cinque -nonostante i tentativi di scoraggiamento da parte delle associazioni ambientaliste- rincarando così la dose di possibili “minacce” all’ecosistema e alla fauna. Il nerbo delle leggi “salva-bracconieri”, così come sono state soprannominate dalla LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia), riguarda la depenalizzazione della maggior parte dei reati di caccia, oggi punibili con la reclusione. 

Tra questi rientrano il reato di bracconaggio nei parchi e nei giardini pubblici e, in particolar modo, quello praticato da qualsiasi veicolo, barca o aeromobile. In altre parole, la sottrazione di simili atti alle sanzioni penali oggi previste e (si suppone) applicate, comporterebbe l’inammissibile riduzione del rischio di finire in prigione a quello, di certo meno temuto, di una semplice ammenda. Tutto per la gioia dei trasgressori. Per di più, se il primo disegno di legge prevedeva l’introduzione nella cerchia sfortunata delle prede, per così dire, legalmente “cacciabili”, di pochissime altre specie di volatili, ora la lista si arricchisce di ben altri 13 nomi, animali comunque in via d’estinzione e da sempre protetti dalle direttive europee. Non dimentichiamo, infine, che parallelamente a queste proposte avanzate recentemente, c’è ancora chi è convinto, senza badare alle conseguenze, che sia una buona idea –oltre che motivo di incoraggiamento per tutti i cacciatori (senza scrupoli)- ridurre le aree in cui vige il divieto di caccia (aree protette, orgoglio del nostro Paese) e consentire, nonché organizzare sciami di tiratori dietro il flusso delle migrazioni dei volatili. 

Dunque, “un provvedimento folle”: così lo definiscono Roberto Della Seta e Osvaldo Veneziano, presidenti delle due maggiori associazioni italiane che lottano “contro una caccia senza regole”, rispettivamente Legambiente e Arcicaccia. Ma, a prescindere dal supposto radicalismo di posizioni nettamente e improrogabilmente favorevoli alla completa abolizione della caccia di determinati enti (e non è tuttavia il caso delle due associazioni sopra citate), l’opposizione degli ambientalisti a simili intenzioni del governo non può di certo essere scambiata per semplice, fanatico protezionismo, ma anzi merita un esame più attento e accurato, una considerazione degna dell’argomento affrontato. Il mondo e la natura non ammettono scelte avventate e di parte.

Giulia Baldassarra –ilmegafono.org

 

L’Italia continua a collezionare critiche da tutta Europa per la sua opposizione al pacchetto salva-clima, naturale seguito del protocollo di Kyoto- Non a caso,  il nostro ministro dell’Ambiente è l'industrialista Prestigiacomo

DÌ QUALCOSA DI AMBIENTALISTA!  

L’Italia non è mai stata una nazione impegnata a promuovere politiche ambientali adeguate: Greenpeace, Legambiente e le altre organizzazioni ambientaliste ci assegnano la “maglia nera” in materia di politiche ambientali. Secondo le suddette organizzazioni, la situazione è peggiorata ancor di più da quando Stefania Prestigiacomo (già ministro delle Pari opportunità nel precedente governo Berlusconi) è diventata ministro dell’Ambiente, incarico che da molti è stato definito inadeguato per la deputata del Pdl, anche per il suo passato da industriale. Tralasciando le critiche al partito e alle qualità della ministra, ci si è incentrati maggiormente sul modo in cui l’Italia si sta muovendo per salvaguardare l’ambiente, sulle politiche adottate e sulla loro efficacia ai fini pratici. L’episodio che maggiormente interessa gli ambientalisti italiani è la posizione assunta dall’Italia nei confronti del pacchetto sul clima proposto dall’Ue: tale pacchetto, definito come il passo successivo al protocollo di Kyoto, prevede una riduzione pari al 20% dei gas serra entro il 2020 rispetto agli anni ’90, un incremento pari al 20% per l’utilizzo di fonti rinnovabili e, inoltre, un’applicazione prettamente socio-economica del pacchetto, affinché anche le imprese e le industrie possano servirsi di queste politiche salva-ambiente rientrando cosi negli standard consigliati. 

Ovviamente, l’entrata in vigore del pacchetto clima dovrà avvenire ad opera degli Stati membri, la maggior parte dei quali si è mostrata disposta all’applicazione delle nuove leggi. Tra i pochi Stati che hanno mostrato resistenze nell’accettarne l’entrata in vigore, spicca l’Italia, che si è detta contraria per voce di Berlusconi e del nostro ministro per le politiche ambientali. La Prestigiacomo, infatti, ha affermato che i costi del pacchetto sono eccessivamente elevati e che il rinvio della sua entrata in vigore è un successo per il nostro paese che cosi potrà avviare un vero e proprio negoziato con i paesi membri che più si avvicinano alle nostre esigenze, in modo tale che il pacchetto non venga sentito dagli italiani come un aggravante insostenibile e difficoltosa. Nei prossimi giorni, a Lussemburgo, si riunirà il consiglio di tutti i ministri dell’Ambiente europei, in modo da trovare accordi per risolvere all’unanimità la questione sul pacchetto salva-ambiente. Le parole della Prestigiacomo suonano quasi come un controsenso: rinviare un pacchetto salva-clima e salva-ambiente non sembra di certo un passo in avanti per l’Italia, ma esattamente il contrario.

 Continuiamo a recitare la parte dello Stato di Serie C, paese eternamente bisognoso di rimettersi in carreggiata con gli altri Stati europei, più moderni, più avanzati e di certo più evoluti a livello ambientale, mentre purtroppo noi restiamo confinati in un inappagante provincialismo politico-economico che arreca soltanto danni all’intera comunità, il tutto a causa di ministri e politici incompetenti e privi di esperienza nel settore al quale sono stati “assegnati” a tavolino. Intanto, l’Unione Europea si è detta molto critica nei confronti della posizione italiana, in quanto le ragioni economiche addotte sono false, dal momento che l’Italia sarebbe lo Stato che più di tutti guadagnerebbe dall’adozione delle misure salva-ambiente. Anche Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, afferma che le stime sulla base delle quali il ministero dell’Ambiente ha rinviato il pacchetto sono estremamente gonfiate e poco veritiere, forse manipolate per non applicare le norme dell’Unione Europea; afferma inoltre che il premier Berlusconi in persona ha chiesto alle principali autorità della Commissione europea di temporeggiare nell’applicare le norme ambientali, per ragioni di convenienza economica per le imprese nostrane. 

Tornando al ministro Prestigiacomo, ribattezzata “ministro anti-ambientalista”, ella si è distinta per inadeguatezza anche per altre posizioni che ne dimostrano la totale ignoranza nel settore dell’ecologia e dell’ambiente: ha una mentalità da industriale d’assalto, si è circondata di consiglieri inesperti, ha mostrato grande apprezzamento per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, definendolo “una grande opera” (forse per accattivarsi ancor di più le simpatie del Cavaliere e degli amici imprenditori), si è detta più che favorevole al nucleare, ha intenzione di affidare la gestione dei parchi nazionali ad enti privati, scatenando le ire di tutti gli ambientalisti d’Italia, ed inoltre ha appoggiato la riforma in senso permissivo delle misure sulla caccia. Ormai è diffusa tra i membri dell’opposizione, un’esclamazione rivista di Nanni Moretti, che invita caldamente la Prestigiacomo a ricoprire in modo più adeguato il suo ruolo politico: “Dì qualcosa di ambientalista, Stefania”. Ci riuscirà. La speranza non muore mai...

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

11/10/2008

Il centro-destra ha avanzato un disegno di legge che mira a spazzare via i vincoli posti all’attività di caccia in Italia- Misure che minacciano l’ecosistema, prevedendo regole spietate a totale vantaggio dei cacciatori

UCCELLI D’EUROPA, CAMBIATE ROTTA!

“Abbiamo i fucili caldi!”. Bossi non scherzava affatto. E non scherza neppure ora che, accantonata momentaneamente -ma solo momentaneamente- l’“annosa” questione del nuovo, ambizioso assetto economico-istituzionale della Penisola, nonché la delicata problematica del nostro patriottico individualismo xenofobo, la Lega punta a riformare l’ordinamento alla voce “caccia”. Al momento, dunque, nel mirino dei tiratori leghisti (e non solo) non ci sarebbero spiriti antifederalistici o clandestini senza permesso di soggiorno, ma peppole, fringuelli, corvi e cormorani. Questa volta, però, da prendere alla lettera. Insolito l’appoggio del Pd in alcune regioni, come insolita è la stessa iniziativa della Lega: la Liguria, infatti, vota la riduzione da dieci a tre degli anni dopo i quali è consentito riprendere l’attività venatoria nei boschi colpiti da incendi. Una vera e propria sorpresa, quindi. Gradita? Dipende dai punti di vista, ma di certo una bella spinta alla “deregolamentazione” in materia di caccia. E non finiscono qui le novità. Sono tre le problematiche che vedranno impegnati i nostri parlamentari nei prossimi giorni, nell’indecisione di approvare o meno il disegno di legge avanzato dal Pdl (in realtà si tratta di due proposte distinte, destinate comunque a convergere in un unico testo di legge: quella del sen. Benedetti Valentini e quella dei sen. Valerio Carrara, Laura Bianconi e Franco Asciutti). 

Prima di tutto si dovrà discutere sull’ipotesi di ampliare la stagione della caccia a sette mesi l’anno -precisamente da agosto a febbraio-, cosa che porterebbe alla violazione dell’ultimo periodo della riproduzione dell’avifauna, fino ad ora escluso dal periodo di caccia consentito. Il secondo problema riguarda l’inclusione, tra i volatili che possono essere legalmente cacciati, di diverse specie in via d’estinzione (tutelate peraltro dalla direttiva 409 di Bruxelles), come peppole, fringuelli, corvi e cormorani. Infine, bisognerà decidere sul diritto dei cacciatori di non rimanere vincolati al luogo di residenza per l’esercizio dell’attività venatoria: è prevista, infatti, la possibilità di scegliere il territorio più congeniale alla caccia (e non è difficile intuire che si tenterà in tutti i modi di seguire in massa gli spostamenti dei volatili), tuttavia limitatamente ad un periodo massimo di 15-20 giorni. Insomma, più tempo, più scelta di volatili, più libertà di movimento. 

O forse, meno attenzione al metabolismo ciclico della fauna (in particolar modo ai diritti fisiologici basilari -e naturali, dunque inviolabili- degli animali, come quello alla riproduzione, se può essere definito un diritto), meno riguardo nei confronti di specie che rischiano di non comparire mai più sulla faccia della Terra, e il rischio, da non sottovalutare, di una sregolata concentrazione di cacciatori in specifiche aree geografiche, con un inevitabile- e quanto mai nocivo- impatto sull’ambiente e sull’ecosistema. Nonostante il disgusto delle associazioni ambientaliste e di protezione animale, mai del tutto convinte neppure del compromesso raggiunto nel ‘92 con la legge 157 sulla caccia, oggi la preoccupazione maggiore in Parlamento sembra tuttavia essere l’eventuale “scomunica” dell’Italia nel panorama europeo e la conseguente espulsione da quella rete di fitte relazioni internazionali con cui l’Ue cerca a stento di regolare il problema “caccia”. 

Così, se il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, pone l’accento sulle ripercussioni drastiche che può avere sulla natura uno spietato disinteresse umano nei confronti delle sue risorse (e quindi un loro sfruttamento senza scrupoli), il capogruppo del Pd in commissione Ambiente al Senato, Roberto Della Seta, sembra preoccuparsi piuttosto del fatto che si rischierebbe di vanificare, attraverso lo sciocco consenso ad una “caccia senza regole”, “il lavoro prezioso di dialogo” tra le varie organizzazioni politiche e non, a livello nazionale ed europeo. Invariato invece, come è facile aspettarsi, il parere delle varie associazioni favorevoli alla completa abolizione della caccia, in genere facenti capo alla European Federation Against Hunting, che rischiano di ricevere un’ulteriore delusione.

Giulia Baldassarra –ilmegafono.org

 

Migliaia di cittadini vicentini hanno votato domenica scorsa contro l’allargamento della base statunitense all’aeroporto “Dal Molin”- Il no alla base Usa ha vinto nettamente con il 95,66 per cento dei voti

REFERENDUM VICENZA: DIMOSTRAZIONE DI DEMOCRAZIA

Sono stati 24.094 i cittadini che a Vicenza si sono recati ai gazebo, domenica scorsa, per partecipare alla consultazione autogestita sull’allargamento della base Usa all’aeroporto Dal Molin. Il 95,66% dei votanti ha bocciato il progetto statunitense, in “una giornata di vera democrazia” per il sindaco vicentino, Achille Variati, per il quale però ora alcuni chiedono le dimissioni per aver portato avanti “una politica estremista e isolazionista”. Ma vediamo qual è il background del caso Dal Molin. Più di due anni fa, l’allora governo Berlusconi decise di concedere agli Usa l’ampliamento della loro base militare in territorio vicentino con l’accordo dell’allora primo cittadino di Vicenza, Enrico Hullweck. Nel maggio del 2006, la notizia venne pubblicata dalla stampa e i cittadini residenti nelle zone limitrofe alla nuova base, costituitisi in sei comitati, cominciarono ad agire in modo coordinato per scongiurare i danni ambientali e territoriali del progetto Usa. 

Il successivo governo Prodi, tuttavia, avallò la decisione dei suoi predecessori, approvando tacitamente l’allargamento con le conseguenti proteste dei cittadini vicentini, che, nel frattempo, si erano uniti nel “Comitato No Dal Molin”. Nel giugno scorso, il comitato riuscì quindi ad ottenere, tramite il Tar regionale del Veneto, la sospensione dei lavori di ampliamento e successivamente la convocazione di un referendum consultivo per consentire al Comune di acquistare l’area demaniale destinata alla base americana.  Alla fine di luglio, però, il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar, consentendo la ripresa dei lavori, e, quattro giorni prima della data stabilita per il referendum, lo ha annullato con una sentenza controversa secondo la quale “il progetto (alternativo) del Comune di Vicenza non è al momento realizzabile. La consultazione stessa appare comunque inutile – si legge nella sentenza - laddove si volesse darle una connotazione di tipo patrimoniale. 

Non occorrono infatti sondaggi per accertare il fatto che i cittadini sono favorevoli ad aumentare il patrimonio del comune in cui vivono. Sarebbe come chiedere loro se sono favorevoli ad aumentare il loro patrimonio personale”. Al parere negativo del Consiglio di Stato si è aggiunta poi una lettera del premier Silvio Berlusconi in cui si ricordava che “l’area dell’aeroporto Dal Molin è stata destinata dal governo all’ampliamento della base Usa di Vicenza, nell’adempimento di precisi obblighi internazionali, e, inoltre, nell’esercizio delle sue esclusive attribuzioni di politica estera, di difesa e sicurezza nazionale”. Variati però il referendum l’ha voluto fare lo stesso e con lui vi ha aderito il 28% degli elettori vicentini. Migliaia di cittadini del capoluogo veneto hanno ribadito con forza che non intendono trasformare il territorio in cui vivono in un centro strategico militare, in nome di una servitù cieca all’alleato statunitense e, in assenza, per altro, di una valutazione di impatto ambientale sull’intero progetto. 

Ma cosa succederà ora? Secondo il sindaco eletto lo scorso aprile e secondo il comitato “No Dal Molin”, né il governo, né il Pentagono potranno ignorare il parere dei cittadini vicentini. 24 mila voti infatti non sono tantissimi, ma nemmeno troppo pochi per essere ignorati, tanto più che la consultazione autogestita è stata organizzata nel giro di quattro giorni e in assenza di strutture idonee per ospitare i seggi, come scuole o palestre. Nel frattempo, comunque, il Tar del Veneto si è riunito per pronunciarsi su un nuovo ricorso, presentato dal Codacons, da Legambiente e dai Comitati per il No alla base, ed è probabile che, forte delle 24 mila adesioni raccolte, il “No Dal Molin”ottenga per lo meno l’appoggio del tribunale amministrativo.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

 

04/10/2008

Gli scienziati dell’Università di Calgary, in Canada, hanno progettato e realizzato la “torre aspira-anidride carbonica”, un macchinario in grado di aspirare le particelle di Co2, tra i principali inquinanti atmosferici

UNA SOLUZIONE PER IL PRESENTE ED IL FUTURO

L’invenzione che gli industriali di tutto il mondo stavano aspettando sembra essere ormai arrivata: si tratta della “torre aspira-anidride carbonica”, progettata e messa in funzione dagli studiosi dell’Università di Calgary, nella provincia dell’Alberta, in Canada. Si tratta di una macchina dotata di un grande cilindro d’acciaio capace di aspirare le particelle di anidride carbonica disperse nell’aria (tra le principali cause dell’inquinamento atmosferico), e può essere posizionata anche lontano da industrie e fonti energetiche che disperdono i propri gas nell’atmosfera. È un macchinario che si basa su un funzionamento semplice, ma frutto di studi accurati e giunti ad una certa maturità, come spiega David Keith, lo scienziato a capo del team che si è occupato del progetto, mentre sono ancora in corso le analisi che consentiranno la produzione di più esemplari del congegno. L’aria, una volta aspirata, viene sottoposta, all’interno della macchina, ad una vera e propria pioggia di idrossido di sodio che separa le particelle di anidride carbonica, stoccate e riutilizzate nel modo più opportuno. 

Molti però si chiedono quale sia la grande utilità di tale invenzione, dal momento che la parte più consistente di Co2 viene prodotta da centrali energetiche ed industrie immobili; gli scienziati hanno saputo rispondere anche a questo interrogativo, affermando che un ulteriore consistente quantitativo di Co2 è prodotto da fonti mobili, quali auto, ciclomotori, aeroplani, navi ed altri comuni mezzi di trasporto. Ovviamente è necessaria un’altra fonte energetica per far si che la torre entri in funzione, ma anche questo problema può essere risolto: fornendo circa 100 kilowatt ora per ogni tonnellata di anidride carbonica catturata, si riesce ad inglobarne un quantitativo assai maggiore rispetto al nostro fabbisogno energetico impiegato per altri usi. I più ottimisti già immaginano che un domani, su tutti i tetti del mondo, svetti questo cilindro, ma è pur sempre necessario procedere con molta cautela per evitare inutili trionfalismi. 

Rispetto al passato, questa invenzione sembra essere quella che meglio si avvicina alle esigenze sia dell’ambiente sia dell’uomo: l’economia mondiale infatti temeva un drastico taglio della distribuzione dei gas, che tanti danni avrebbe potuto arrecare all’intero apparato produttivo internazionale (ciò non vuol dire, però, che non sia necessario ridurre i consumi). Applicando anche in modo più efficiente politiche ambientali corrette ed equilibrate, sarà forse possibile respirare in tutto il mondo aria più pulita a costi relativamente bassi. Oggi sentiamo parlare di pannelli solari e fonti di energia rinnovabili, ma il loro unico problema sta nel fatto che i costi di produzione ed installazione sono spropositati e non è sempre possibile distribuire in tutte le zone del mondo tali apparati, senza contare poi che sono necessarie congiunture territoriali e climatiche che consentano la costruzione di impianti adeguati. 

Per fare qualche esempio, sappiamo che per la produzione di energia solare è necessario installare pannelli in luoghi altamente esposti e, dunque, i costi di trasporto slittano alle stelle, mentre l’energia eolica può essere sfruttata soltanto in luoghi interessati a frequenti correnti di vento, ed è inutile dire che non tutte le regioni del mondo sono fortunate in tal senso. Dunque, è proprio la torre aspira-anidride carbonica ad infondere grandi speranze tra gli studiosi ed industriali: grazie ad essa, si potrebbe continuare a sfruttare le “classiche” fonti energetiche (aspettando quindi che i tempi siano maturi per la riduzione dei costi sulle fonti rinnovabili), impedendo l’alta diffusione di anidride carbonica che tanti danni provoca all’aria ed all’ecosistema tutto.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

A Siracusa può tranquillamente accadere che le istituzioni locali (in mano al centro destra) e la Capitaneria di porto rilascino a privati l’autorizzazione ad aprire un lido laddove la balneazione è doppiamente vietata   

DIVIETO DI BALNEAZIONE: BENVENUTI AL LIDO!

La stagione estiva appena conclusa ha regalato a Siracusa ed ai suoi abitanti delle ottime giornate da trascorrere al mare con amici e familiari per godere dello splendore delle nostre coste o almeno di quello che resta. Già, perché tra abusivismo, accessi al mare chiusi, villaggi turistici, lidi privati, solarium ubicati a meno di un centimetro dall’acqua diventa davvero difficile poter usufruire di un bene che, fino a prova contraria, appartiene a tutti. La nostra provincia è tra le regine del mare negato, delle leggi inosservate, delle concessioni rilasciate in modo quantomeno sbrigativo. La situazione della libera fruizione del mare è penosa: all’Arenella ed a Fontane Bianche rimangono solo due piccole spiagge libere, tra l’altro in pessime condizioni; all’Isola diversi accessi a mare sono stati chiusi da privati; l’unica riva rimasta è quella della Fanusa (un fazzoletto di sabbia davvero piccolo). A meno che non si voglia considerare Marina di Melilli (non a tutti piace bagnarsi mentre si osserva l’attività delle industrie) oppure la spiaggia sotto Fonte Aretusa, in cui però vi è il divieto di balneazione, essendo a due passi dal porto. 

Ma quest’ultimo aspetto, a Siracusa, può rappresentare davvero un ostacolo per chi volesse immergersi nelle acque marine? In un contesto civile la risposta dovrebbe essere positiva, ma in questa città tutto è possibile. Così, tra le novità dell’estate siracusana possiamo registrare la nascita di un nuovo lido, un nuovo posto di mare in cui recarsi per godere dello splendido clima che questa fetta di Sud ci regala. Si tratta di un lido sorto allo sbarcadero Santa Lucia, nella parte bassa di via Arsenale, accanto al porticciolo, un lido con tanto di cabine, ombrelloni, sdraio e perfino un campo da beach volley pronto all’uso. Non ci sarebbe nulla di male se non fosse che ai due lati dell’ingresso di questa ingombrante struttura lignea è possibile notare due grandi cartelli che recano la seguente dicitura: “Città di Siracusa- Divieto di balneazione per motivi geomorfici e di inquinamento”. Da non credere. Un paradosso all’italiana, un controsenso che evidentemente è sfuggito a tutti. Perfino a chi si è lamentato per la nascita di quel lido allo sbarcadero. 

L’on. Roberto De Benedictis (consigliere regionale del Pd), infatti, in data 9 agosto 2008, ha diramato un comunicato stampa parlando non di assurda contraddizione bensì di mare negato, concentrando la sua critica alla giunta comunale piuttosto sul fatto che lì bisognava prevedere uno spazio da destinare “alla fruizione pubblica”. Poi, De Benedictis passava ad attaccare il modo in cui questa città vengono fatte le cose, puntando il dito sulla “supina concessione a tutti i privati che vogliono fare i propri, pur leciti, interessi”. Interessi leciti, senza dubbio, mentre meno lecito è consentire ad un privato o a chicchessia di installare uno stabilimento balneare proprio lì dove esistono problemi geomorfici e di inquinamento. In questo caso, il problema non è l’accesso al mare, ma impedire che della gente faccia il bagno in un mare sporco. Non si può permettere che dei bambini giochino con quella sabbia inquinata. 

E non è nemmeno giusto che i turisti stranieri, incantati da un’acqua che conserva i suoi bei colori, accedano ad un lido senza sapere che il mare è inquinato, visto che i due cartelli non presentano la traduzione del divieto in lingua inglese. Passeggiando sul molo e guardando verso il lido viene il sospetto che chi rilascia le autorizzazioni e le concessioni sia quanto meno distratto. Va bene che il mare siracusano sembra tutto bello e pulito, specialmente nella bella stagione, ma non per questo si può fingere che lo sia davvero, mettendo a rischio la salute dei nostri cittadini e soprattutto di coloro che vengono a visitare la nostra città. La stagione estiva è ormai trascorsa e si è portata con sé molte cose, ma la vergogna è rimasta qui in attesa che qualcuno, specialmente nelle istituzioni locali, se ne renda conto.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org

 

NUMERI DI SETTEMBRE 2008

27/09/2008

La questione delle polvere sottili è vitale per la salvaguardia dell’ambiente e soprattutto della salute dei cittadini- Mentre nel mondo si cerca una strategia comune, in Italia alcuni enti locali sperimentano soluzioni tampone

QUANDO L’ARIA DIVENTA IRRESPIRABILE

Ogni giorno a causa dell’inquinamento atmosferico, inaliamo una quantità purtroppo eccessiva di polveri sottili, disperse nell’aria a causa di scarichi tossici, nubi e fumi nocivi fortemente dannosi per l’ambiente e per la nostra salute. Quando si parla di polveri sottili, s’intendono micro particelle dal diametro minimo di 10 micrometri, costituite prettamente da polvere, fumo e micro gocce di sostanze liquide; le cause naturali sono dovute agli incendi nei boschi e nelle riserve, ma è tuttavia l’uomo nella maggior parte dei casi a determinarne la sorgente, a causa delle combustioni e del contatto tra pneumatici ed asfalto. Molte regioni italiane sono diventate dei veri e propri laboratori d’analisi per misurare la qualità dell’aria e verificare se le misure e le norme di protezione ambientale vengano rispettate da tutti i comuni nei quali esse sono entrate in vigore: tali misure prevedono, ad esempio, l’utilizzo delle auto a targhe alterne, oppure il divieto di transitare nel centro storico per alcune ore del week-end (come avviene ultimamente a Siracusa). Un “laboratorio” specializzato nel settore è, da qualche anno, la regione Puglia: dal 6 all’8 ottobre, infatti, è prevista a Bari una conferenza sulle polveri sottili, che vedrà riuniti tutti i membri della comunità chimica nazionale. 

La scelta del capoluogo pugliese è dovuta al fatto che, come ha spiegato il ricercatore Gianluigi De Gennaro, la Puglia è esposta costantemente sia alle correnti di sabbia sahariane, sia alle correnti provenienti dai Balcani, alle quali si aggiungono le polveri generate dal massiccio sviluppo urbano e da un’industria ancora poco attenta alle esigenze dell’atmosfera: un perfetto mix di convergenze fisico-chimiche utili alle indagini degli studiosi. Molte volte Bari è stata oggetto di scontri politici proprio per le misure salva-ambiente da prendere, con l’unico risultato di non giungere mai ad un’effettiva conclusione. Se ci spostiamo più a Nord, sempre sul versante adriatico, osserviamo l’impegno di 11comuni dell’Emilia Romagna che hanno firmato un accordo che prevede il divieto di transito per i veicoli (compresi i motocicli) a benzina in determinati giorni e fasce orarie, che variano di comune in comune, e sono stati chiamati all’osservanza anche i piccoli comuni, affinché possano essere d’esempio alle grandi città. 

In seguito alle misure predisposte dagli enti comunali, è la regione Marche a registrare un vistoso miglioramento della qualità dell’aria: i primi sette mesi del 2008, infatti, hanno dimostrato un effettivo calo della quantità di polveri sottili nell’aria rispetto all’anno precedente. Ampliando i nostri orizzonti al continente asiatico, tuttavia, notiamo con grande preoccupazione la situazione “atmosferica” in Cina, India e negli altri piccoli o grandi paesi indocinesi che, a causa dell’eccessiva e repentina industrializzazione, martorizzano il proprio ecosistema, inadatto a reggere così profondi cambiamenti in pochi decenni. Un caso a parte è poi rappresentato dal grande colosso cinese: l’effetto serra e le polveri sottili sono cosi diffuse che la popolazione afferma di non aver visto traccia di sole per interi mesi. 

Soltanto nel periodo delle Olimpiadi di Pechino, svoltesi ad agosto, per salvaguardare la salute degli atleti e delle autorità accorse all’evento, si è deciso di chiudere le industrie o quanto meno di adottare misure più rispettose dell’ambiente, e, a detta di tutti, Pechino è diventata in quei giorni una città più vivibile. Bisogna soltanto sperare che il governo cinese attui questi piani sempre e non solo occasionalmente, perché non deve essere soltanto un grande evento a far muovere qualcosa a favore dell’ambiente e soprattutto dei cittadini. Tanti sono comunque i trattati ed i provvedimenti presi dalle organizzazioni internazionali in relazione al problema delle polveri sottili (come ad esempio il protocollo di Kyoto e l’Agenda 21) e quasi tutti gli stati mondiali si stanno impegnando a rispettarli. L’unico problema è determinato dalla corsa all’estremo sviluppo intrapresa dai paesi del Terzo Mondo, che per rimettersi in carreggiata utilizzano forme e sistemi ormai superati. Ed è qui che l’Occidente potrebbe e dovrebbe intervenire, ma senza secondi fini.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Gli Ogm (Organismi geneticamente modificati) sono sempre al centro del dibattito, tra chi spinge per un loro massiccio utilizzo e chi si dice contrario- Intanto, nonostante tutto, i prodotti Ogm sono già reperibili sul mercato

OGM,UNA SFIDA DALLE MILLE INCOGNITE

Lo studio indotto dagli scienziati per la ricerca su organismi geneticamente modificabili nasce nel 1973 dalla mente di due ricercatori statunitensi, Stanley Cohen e Herbert Boyer. I due, grazie all’uso combinato di tecniche biologiche dell’epoca, riuscirono a clonare un gene di rana all’interno di un particolare batterio (Escherichia coli), dimostrando la possibilità di trasferire materiale genetico da un organismo all’altro. Naturalmente fu una scoperta sensazionale che indusse la comunità scientifica ad appoggiare e favorire gli studi su questa nuova tecnica biologica. In seguito all’esperimento, la Genentech, azienda fondata dallo stesso Boyer, riuscì a produrre proteine umane ricombinanti come l’insulina, che venne messa in commercio a partire dal 1981. Proprio questa commercializzazione segnò senz’altro un cambiamento epocale per il settore industriale del farmaco, agevolando lo sviluppo di nuove terapie non invasive. Ma cosa sono realmente questi organismi? Con cosa abbiamo a che fare? 

È bene premettere che l’Ogm (Organismo geneticamente modificato), nonostante diverse operazioni, si presenta ugualmente allo stato naturale, dunque non cambia il suo aspetto. Il patrimonio genetico, invece, viene modificato con aggiunta o eliminazione di elementi genici. Attualmente, in tutto il mondo, è possibile trovare milioni di Ogm che sono già accessibili ad ogni consumatore e, dunque, sicuri e legali. Nonostante ciò, la storia di questi organismi è certamente travagliata, in quanto ad una scoperta simile sono seguite accese obiezioni e pressanti dubbi riguardo la loro creazione e commercializzazione. Da parte degli attivisti ed ambientalisti (che rappresentano la fetta sociale contro gli Ogm) si sono infatti scatenate forti proteste sul piano morale ed etico, ponendo alcuni contro che è bene delineare. Innanzitutto, è moralmente giusto allevare animali che soffrono sin dalla nascita? Ma anche in campo ecologico, il rilascio in natura di questi organismi è pericoloso, in quanto favorirebbe la nascita di superparassiti o virus resistenti agli antibiotici. 

E non finisce qui: gravi squilibri all’ecosistema, proprietà tossiche e allergiche nei nuovi cibi, minore accesso alle risorse per i paesi più poveri a causa dei diritti di proprietà sugli Ogm. All’apparenza, sembrerebbe impensabile uno sviluppo reale e concreto di questi nuovi “prodotti”. Ed i pro? Per quale motivo molti ricercatori ed imprenditori si battono per la nascita e l’utilizzo degli organismi modificati? Alcuni di questi sono davvero importanti: minore deforestazione ed erosione dei terreni agricoli; minore impiego di pesticidi ; salvaguardia delle specie in via di estinzione. In definitiva, quindi, è un processo commerciale e scientifico che continuerà a subire consistenti ritardi a causa di pareri ed opinioni discordanti tra loro, sia a livello sociale che, soprattutto, ecologico. E l’Italia? Come si muove il nostro paese in questo campo? 

Dopo la notizia che in Italia sarebbero stati condotti test su zanzare geneticamente modificate per favorire l’eliminazione di alcune malattie dell’uomo, Futuragra (l’associazione che si batte per l’introduzione degli Ogm), in una nota risalente al luglio scorso, affermava che il nostro Stato vive un paradosso assurdo ed inconcepibile, in quanto “se da un lato è possibile effettuare esperimenti sugli insetti che possono trasmettere malattie pericolose per l’uomo, dall’altro ci si accanisce contro l’introduzione degli Ogm in agricoltura”. Andrea Crisanti, dell’Imperial College di Londra, il quale condurrà i suddetti test sulle zanzare, ha risposto dichiarandosi deluso per le affermazioni della Futuragra, confidando in un atteggiamento di maggiore fiducia nella scienza. E la discordia tra favorevoli e contrari agli Ogm continua, tra paradossi, speranze e timori.

Giovambattista Dato –ilmegafono.org

 

 

20/09/2008  

Lo 0,3 per cento dell’energia solare che scalda il Sahara potrebbe rifornire di energia elettrica l’intero continente europeo, consentendo di sfruttare in misura maggiore energia pulita e così ridurre le emissioni di gas serra

IL SOLE DEL SAHARA, ENERGIA PULITA PER L’EUROPA

Il sole del Sahara potrebbe presto rifornire di energia elettrica l’intera Europa. Un gruppo di scienziati europei sta lavorando infatti ad un ambizioso progetto, del valore di 45 miliardi di euro, per installare vasti impianti di pannelli fotovoltaici nel deserto del Sahara. Il programma consentirebbe ai paesi del Vecchio Continente di condividere energia pulita e di raggiungere così gli obiettivi per lo sfruttamento delle fonti d’energia rinnovabili (il 20 per cento entro il 2020), riducendo possibilmente anche le emissioni inquinanti di gas serra. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ed il premier britannico, Gordon Brown, hanno già dato il loro pieno appoggio al progetto ecologista ed è probabile che, nel giro di pochi decenni, la favola sull’inefficienza delle energie rinnovabili possa essere definitivamente smentita. I pannelli fotovoltaici che verrebbero installati in Africa saranno infatti più efficienti di quelli usati nei paesi del Nord Europa, grazie alla particolare intensità del sole sahariano. 

Come ha spiegato il professor Arnulf Jaeger-Walden, dell’Istituto per l’energia della Commissione Europea, all’Euroscience Open Forum 2008 di Barcellona, l’elettricità prodotta dagli impianti solari in Africa potrà rifornire migliaia di chilometri quadrati di territorio. Per il trasferimento dell’energia in Europa sarà però necessaria una rete di trasmissione a corrente continua e ad alto voltaggio che riduca al minimo le perdite sulle lunghe distanze. La stessa rete potrà essere utilizzata per la condivisione di energia pulita prodotta nel nostro continente, come quella eolica proveniente da Gran Bretagna e Danimarca e quella geotermica dell’Islanda e dell’Italia. Secondo alcuni scienziati, la costruzione di impianti solari sarebbe anche una garanzia di riduzione dei costi per i consumatori. 

Se infatti il sogno del Sahara diventasse realtà, nel Mediterraneo (ad esempio nell’Italia meridionale) la spesa media per kw/h di elettricità scenderebbe a 15 centesimi. In tale contesto, tuttavia, l’Italia non può abdicare per alcun motivo ai suoi impegni per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili e per una ristrutturazione delle proprie reti di trasmissione elettrica. Va notato per altro che alcuni paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, come Spagna e Portogallo, hanno già investito sostanziosamente nell’energia solare, rinunciando alla costruzione di nuovi e costosi impianti nucleari, mentre l’Algeria ha iniziato a lavorare ad un impianto che combina energia fotovoltaica e gas naturale e che potrebbe entrare in funzione già nel 2010.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

L'abusivismo edilizio provoca incalcolabili danni al Sud, non solo sul piano paesaggistico ma anche su quello strettamente ambientale: i materiali utilizzati sono ricavati da cave di pietra abusive che sventrano monti e colline

LO SCEMPIO EDILIZIO CHE NASCE DAL SUD

Lo sciacallaggio edilizio ha provocato negli ultimi decenni ingenti danni al paesaggio ed in generale all’ambiente nelle zone collinari o montuose di tutta Italia, in particolar modo nel meridione. Costruire case abusive, infatti, non provoca soltanto complicazioni giudiziarie o strettamente  paesaggistiche (molte panoramiche costiere sono state danneggiate proprio a causa delle strutture abusive), ma implica forti danni anche dal punto di vista ambientale: i materiali utilizzati dall’edilizia abusiva sono quasi sempre tratti da cave di pietra abusive ricavate da colline ed alture dell’Appennino centro-meridionale. È facile, infatti, imbattersi in monti sventrati e cavità profonde nelle quali lavorano incessantemente operai (spesso extracomunitari) pagati da imprese o anche da associazioni a scopo di lucro, dinanzi a cui le autorità tacciono troppe volte; il motivo è da ricercarsi nella mancanza di una legge adeguata che salvaguardi le zone montuose e collinari dell’Italia meridionale, dal momento che le uniche leggi in merito risalgono al ventennio fascista. Far trascorrere più di mezzo secolo prima di darsi una mossa è un ulteriore schiaffo all’ambiente che nel nostro paese soccombe molto spesso. 

Le attività estrattive, tuttavia, sono state, nel corso della scorsa estate, al centro di accese polemiche soprattutto in Campania, Basilicata, Puglia e basso Lazio. Nel beneventano, molte sono state le proteste a causa di un blocco imposto dalla Regione ai lavori di scavo nelle cave, dovuto all’emanazione di una nuova legge avente l’obiettivo di riorganizzare i lavori per le ditte a norma, imponendo pesanti sanzioni alle ditte abusive: nel giro di pochi mesi, secondo la nuova legge, tutte le cave abusive dovrebbero essere bandite, ma, paradossalmente, il blocco imposto dalla Regione ha finito per ostacolare i lavori delle ditte a norma di legge, mentre le ditte abusive continuano indisturbate la loro attività. Il tutto ha influenzato negativamente l’intera produzione di materiale edilizio e, d’altro canto, ha incoraggiato le istituzioni locali ad ampliare il discorso “legalità” anche al settore delle costruzioni, spesso passato in secondo piano. 

Spostandoci leggermente più a nord, si riscontrano episodi simili nella Val di Comino, nella Ciociaria al confine tra Molise ed Abruzzo: un tempo questa zona rappresentava l’ultima eredità di un passato glorioso, fatto di verde, spazi rurali, boscaglia, oggi invece è un territorio disseminato da edifici residenziali più o meno abusivi, i cui materiali di costruzione hanno un’unica origine, e non bisogna lavorare molto con la fantasia per capire qual’essa sia. Come se non bastasse, nella Val di Comino e nelle zone limitrofe, sono rimaste le strutture primordiali di grossi edifici in cemento lasciati incompiuti; inoltre, un effetto ancora più stridente è dato dalla vicinanza di maestose ville sette-ottocentesche ormai in rovina, affiancate da villette o prefabbricati di modernissima costruzione, che ostruiscono la visione di un simile patrimonio storico-culturale, di cui le autorità poco si occupano. Accanto ai borghi medievali, alle stradine di campagna ed alle antiche mura di cinta, si trovano costruzioni avveniristiche e super antenne paraboliche, che dimostrano la completa incapacità di saper gestire i propri beni culturali. Per tutta la Ciociaria sono disseminate cave su cave, edifici su edifici che deteriorano un territorio che tempo fa era considerato l’ultima “isola felice” degli spazi rurali ed incontaminati in Italia. 

Attualmente anche in Basilicata è in corso un dibattito per il recupero dell’antico “Parco delle cave” nei pressi di Matera, costituito da cave di tufo, divenute nel corso degli anni ‘80 un punto di stoccaggio per i rifiuti. Le amministrazioni locali, una volta sgomberata la cava dagli inerti che la occupavano, hanno denunciato il problema in modo superficiale, facendo poi chiara mostra di voler costruire una nuova zona residenziale a ridosso della cava: risultato, la perdita di una delle poche risorse edilizie in regola. Il fatto che cave abusive imperversino soltanto al sud Italia, serve a farci comprendere che ancora una volta, dietro ogni attività dannosa, si celano le trame della malavita organizzata, che agisce secondo criteri ben definiti, e non, per cosi dire, “a macchia di leopardo” come le autorità vogliono farci credere, bensì attraverso una fittissima rete a maglie molto strette, i cui pochi spazi liberi servono alle autorità per farsi strada verso la legalità. Ma se anche stesse autorità finiscono per innestarsi in questa rete, allora non resta che cercare, come sempre, la collaborazione dei cittadini, che rappresentano la maggioranza, potenzialmente più forte di qualsiasi altro organo statale.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

NUMERI DI LUGLIO 2008

 

26/07/2008  

Con l’operazione “Provincia Pulita”, condotta dalla polizia provinciale di Roma, sono state scoperte oltre 50 discariche abusive per un totale di 1800 metri cubi di rifiuti - Eternit e altri rifiuti speciali trovati in un parco naturale

LE DISCARICHE ABUSIVE NELLA PROVINCIA DI ROMA

In Italia sono più di quattromila le discariche abusive, di cui almeno mille solo in Campania e più di seicento in Puglia. Anche il Lazio, però, non sembra essere da meno. Nel corso dell’operazione “Provincia Pulita”, condotta dalla polizia provinciale di Roma e conclusa la settimana scorsa, sono state scoperte, infatti, oltre 50 discariche abusive solo nella provincia della capitale, per un totale di 1800 metri cubi di rifiuti. A Cesano, nei pressi del lago di Bracciano, è stata rinvenuta la discarica più grande, in un’area di 600 metri. Eternit (amianto) e altri “rifiuti speciali” e pericolosi sono stati invece segnalati in un sito nel Comune di Fiumicino e nel parco dell’Inviolata, vicino a Guidonia, mentre negli altri depositi illegali, situati in parchi naturali come quello di Marcigliana e di Malafede, la polizia ha trovato pneumatici, elettrodomestici, carcasse di automobili, scooter e scarti di rifiuti edili. 

La situazione ovviamente non è nuova: l’anno scorso, infatti, grazie alla stessa operazione, era stato possibile individuare 26 discariche irregolari nella riserva naturale di Roma, “Litorale romano”, e nelle zone industriali di dieci comuni, piene di rifiuti, pneumatici, elettrodomestici, altro materiale meccanico ed elettronico e calcinacci. In alcune periferie della capitale, inoltre, esistono piccoli depositi di rifiuti e scarti edili, spesso situati vicino a palazzi in costruzione, come a Lunghezzina 2, dove, accanto a edifici e villette adornate da fioriere e giardini all’inglese, troviamo cumuli di immondizia. Il degrado, però, non riguarda solo le discariche: dal rapporto di Legambiente “Ecomafie 2008” è emerso infatti che il Lazio è la quarta regione in Italia nella classifica dell’illegalità ambientale. Nel 2007 gli illeciti ambientali compiuti nel Lazio sono stati ben 2595, su un totale di 30124 in tutta Italia. 

Abusivismo edilizio, discariche abusive, reati legati al traffico di rifiuti, incendi, abusi sul demanio marittimo, violenze sugli animali e furti al patrimonio archeologico sono i reati che rientrano nella lista stilata da Legambiente. Il “Ciclo dei rifiuti” rimane tuttavia il settore in cui si compie il maggior numero di reati e in cui i crimini aumentano di anno in anno, nonostante le bonifiche e gli interventi delle forze dell’ordine. Alla luce di tale situazione, ci si augura che il piano della provincia di Roma, 58 milioni di euro in quattro anni, per arrivare al 51 per cento di raccolta differenziata entro il 2011, possa avere successo e rappresentare, in qualche modo, un primo passo verso un maggiore rispetto del nostro patrimonio ecologico, almeno nel Lazio.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

Berlusconi ha annunciato in pompa magna, con l’appoggio massiccio dei mezzi di stampa, la fine dell’emergenza rifiuti in Campania- La nostra corrispondente da Napoli, Laura Olivazzi, ci racconta come stanno realmente le cose

EMERGENZA RIFIUTI A NAPOLI: È FINITA DAVVERO?

La notizia tanto attesa da tutti i campani è arrivata negli scorsi giorni, proclamata dal premier Silvio Berlusconi: l’emergenza rifiuti è finita e presto Napoli e provincia torneranno a far parte dell’occidente e del mondo civile. Il quadro della situazione offerto, però, è ben più roseo rispetto alla realtà, ma si sa che le notizie eclatanti fanno sempre gola al popolo e riescono ad attirare l’attenzione e, soprattutto, a stimolare l’adorazione verso i leader politici, come ci ha abituato in questi anni il Cavaliere. Nei 56 giorni di governo, fatti di Consigli dei Ministri straordinari (tenutisi spesso a Napoli, a cavallo tra acclamazione e disdegno della popolazione), spedizioni dell’esercito, proteste e comizi, Berlusconi è apparentemente riuscito a riportare la calma e la normalità nelle province campane, completando forse un lavoro già intrapreso dal governo Prodi. Dopo un susseguirsi interminabile di proteste e manifestazioni, la discarica tanto chiacchierata di Chiaiano è stata aperta, sotto il controllo dell’esercito inviato per mantenere l’ordine. Non basta però l’apertura di una sola discarica a sistemare le cose: fino a poche settimane fa, Napoli si mostrava come terra di nessuno, inondata da immondizia e dilaniata da proteste. Poi, tutt’a un tratto, la situazione è radicalmente cambiata. 

Di ciò, però, i cittadini più lungimiranti non sono pienamente convinti. Se ci recassimo nell’entroterra più a nord della provincia di Napoli, ci renderemmo conto che l’emergenza esiste ancora: esiste ai margini delle autostrade e delle strade cittadine, sui marciapiedi dissestati in seguito ai prelievi di gru ed altri mezzi usati dall’esercito, esiste nella diffusione della diossina che miete vittime su vittime in tutta la zona, riversandosi particolarmente sui neonati e sugli anziani, esiste anche nelle località costiere, in particolare a Portici, nella periferia orientale, dove il porto, un tempo luogo di ritrovo per i giovani, è diventato impraticabile a causa dell’atmosfera che “accoglie” chiunque si avvicini a qualsiasi ora del giorno. La convinzione di Berlusconi è che l’emergenza non si ripresenterà più, perché “lo Stato è tornato a fare lo stato”. Il premier, infatti, ha affermato che ben presto nutriti gruppi di volontari busseranno di casa in casa per educare i cittadini alla raccolta differenziata, il che non rappresenta una novità dal momento che la campagna di sensibilizzazione va avanti ormai da anni, purtroppo con scarsi risultati. 

Dopo aver risolto il caso campano, Berlusconi ha anche affermato che i termovalorizzatori saranno prerogativa delle regioni che stanno per sfociare nella stessa drammatica situazione della Campania, alla quale per il momento è destinato soltanto il programma sulla raccolta differenziata ed in generale sull’educazione civica. Il modello da seguire per il premier è la capitale giapponese: Tokyo, infatti, pur essendo abitata da oltre 13 milioni di persone, è una delle città più pulite al mondo ed è questo l’obiettivo che Napoli dovrà raggiungere con l’aiuto dello Stato. Ma l’atteggiamento da padre di famiglia benevolo che sta assumendo Berlusconi non convince nessuno: serve ad avvicinare sempre di più le masse alla sua figura, alla sua venerazione, ma serve soprattutto a mascherare la vera situazione della Campania. Nessuno ha infatti pensato alla ricostruzione delle strade, al rilancio del turismo, delle aziende alberghiere e delle risorse più importanti della regione (quali scavi archeologici e parchi naturali), al probabile riempimento delle discariche appena aperte, al malcontento dei cittadini ed alla precaria situazione igienico-sanitaria.

Il premier ha anche annunciato che i fondi stanziati dall’Unione Europea per lo sviluppo delle regioni sono stati sbloccati a favore della Campania: resta poi da verificare l’effettivo utilizzo che si farà di questi fondi. Il problema da combattere a monte nelle regioni come la Campania non è tanto legato all’emergenza rifiuti in sé, quanto alla causa che l’ha determinata in tutta la sua drammaticità: la malavita organizzata, che ogni governo, di qualunque colore, si promette e ripromette di combattere dalle radici. Se continuerà ad esistere la camorra, se continuerà ad essere cosi ben organizzata sul territorio e così ben inserita nelle sfere politiche ed economiche allora nessun tipo di emergenza avrà fine, né tanto meno l’emergenza rifiuti. Berlusconi, prima di cantar vittoria, dovrebbe guardare meglio alla situazione reale dei fatti, senza illudere chi purtroppo è stato vittima di un appiattimento totale della propria coscienza critica. L’essere abituati a vivere in balìa delle istituzioni ha sferrato un duro colpo a tutta la popolazione.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

19/07/2008  

Dopo 19 anni, l’avorio sta per tornare in commercio, mettendo a rischio l’esistenza di migliaia di esemplari di elefanti- Il Cites, organismo delle Nazioni Unite, pronta ad autorizzare la vendita di oltre 100 tonnellate di avorio

GLI ELEFANTI AFRICANI ANCORA IN PERICOLO

L’avorio è da sempre considerato uno dei materiali più preziosi e richiesti nella produzione di gioielli, suppellettili ed altri oggetti d’arredamento più o meno comuni. La sua capacità di adattarsi a qualsiasi tipo di produzione, sia essa di stampo orientale od occidentale, ha determinato nel corso del tempo una sempre più pressante richiesta da parte dei produttori di tutto il mondo, che hanno cosi incrementato il commercio di questo materiale prezioso. L’avorio è tuttavia ricavato a spese degli elefanti africani, simbolo di un ecosistema ormai in degrado a causa appunto degli sciacalli e dei cacciatori che approfittarono un tempo, ed approfittano ancora, dell’apparente abbondanza di animali selvatici nel continente africano. Negli anni ‘80 si è verificata una vera e propria razzia di elefanti africani (circa seicentomila capi abbattuti), strage che portò le autorità internazionali a rivedere le istanze sul commercio di zanne idonee alla produzione di avorio, fino a spingere il Cites (l’organismo delle Nazioni Unite per i commerci e gli scambi di flora e fauna) a proibirne il commercio. 

La sovrapproduzione dei manufatti cinesi, tuttavia, mettendo in crisi il commercio occidentale, ha spinto i produttori e chiedere di nuovo l’introduzione dell’avorio tra i materiali leciti per l’esportazione, scatenando le proteste degli ambientalisti di tutto il mondo che temono una strage simile a quella degli anni ‘80, con conseguenze ancor più disastrose dato il numero nettamente inferiore rispetto al passato di elefanti esistenti sul continente africano: come infatti testimoniano le statistiche dell’Eia (Agenzia per la tutela dell’ambiente), dal 1980 al 1989 si passò da 1,3 milioni di esemplari a 625000, senza considerare i lenti tempi di ripopolamento necessari a questo tipo di animale. Nonostante la proibizione del Cites, alcuni Stati africani nel 1997 chiesero l’autorizzazione per poter vendere zanne di elefanti deceduti per cause naturali, e la lotta del presidente dello Zimbawe, Robert Mugabe, fece in modo di consentire la cessione di 50 tonnellate di avorio ad acquirenti che si dimostrassero però in grado di rispettare le norme ambientali a tutela delle specie protette. 

In quella circostanza gli Stati di Zimbawe, Bostwana, Namibia e Sudafrica esclusero a priori la Cina, che nel giro di pochi anni è diventata quasi la bestia nera del mercato internazionale. A breve, i membri del Cites si riuniranno a Ginevra per autorizzare la cessione di altre tonnellate di avorio (oltre 100 tonnellate), includendo però questa volta la Cina, che dovrà dimostrarsi in grado di rispettare le leggi internazionali contro il commercio illegale di manufatti ed altre produzioni in avorio e derivati. C’è comunque da sottolineare che il mercato cinese nel giro di 12 anni ha commercializzato 121 tonnellate di avorio attraverso vie, per cosi dire, legali, fornendo un ottimo scudo contro i commerci illegali che intanto dilagavano di nascosto alle autorità: molti hanno visto in questo tipo di traffico uno dei motivi fondamentali del boom economico cinese, ma è tuttavia un’ipotesi da valutare nel momento in cui si saranno consolidate le strutture economiche di questa nazione in forte ascesa. 

Resta un problema serio la moria di elefanti che a breve potrebbe colpire nuovamente tutto il continente africano: autorizzando la vendita d’avorio, infatti,  ricominceranno le uccisioni clandestine ai danni di questi animali. Come in passato, le loro morti saranno giustificate con il decesso per cause naturali, ma questa volta le conseguenze saranno molto più disastrose. Il continente dovrà sperare nell’avvento di un nuovo veto del Cites, ma come al solito sarà soltanto attraverso conseguenze disastrose che si potrà pervenire ad una possibile soluzione. Potrebbero anche essere adottate misure simili a quelle del 1997, traendo cioè la materia prima dalle zanne di elefanti morti realmente per cause naturali, proibendo quindi qualsiasi tipo di razzia ai danni dell’animale: potrebbe essere un compromesso tra ambientalisti e produttori ma in quel caso bisognerebbe augurarsi che le autorità responsabili siano capaci di vigilare e siano abbastanza previdenti da scongiurare l’estremo pericolo.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Il consiglio comunale di Bari prepara la più grande opera di cementificazione mai vista in Puglia, con un eccesso di concessioni edilizie che favorirà privati e speculatori- Pubblichiamo l’articolo denuncia di Carlo Diana

SCEMPIO AMBIENTALE A BARI

Undici milioni di metri cubi di cemento sulla città. Il consiglio comunale di Bari approva la piena attuazione del piano regolatore Quaroni che prevedeva un aumento della popolazione residente fino a 650.000 abitanti. Mentre questa rimane da anni assestata intorno alle 320.000 unità, la giunta Emiliano fa finta che sia diventata di 600.000 ed a questa misura adegua le concessioni edificatorie. Emiliano ed il PD regalano ai privati milioni di euro e affossano la città. Fra i proprietari delle aree beneficiate dal provvedimento, c’è l’assessore Simonetta Lorusso e l’ex sindaco Di Cagno Abbrescia. A mare anche il “piano strategico” costato 4 milioni di euro. Giustamente l’arch. Dino Borri - presidente del comitato scientifico del piano strategico - si chiede quale funzione abbia ancora il piano se si ipoteca il territorio in modo così pervasivo. Questa gente va mandata a casa. Sta alienando beni e diritti pubblici e lo stesso futuro del paese. Speculazione fondiaria che smuove un’economia malata fondata non sul rischio d’impresa ma sul privilegio feudale del latifondo che impoverisce ed ammorba il territorio. 

Ora attendiamo gli inni di gloria delle solite associazioni-sezioni PD ed un mare di privilegi a loro favore. Pioveranno posti per i loro figli, amici, parenti, amanti, nipoti. Privilegi diffusi, tutto pagato con beni e diritti pubblici. Questa sarebbe la giunta eletta dalla società civile? La destra, Di Cagno Abbrescia, in 15 anni di regno non ha prodotto neppure un decimo della cementificazione promossa da Michele Emiliano. Saranno abbattute le case popolari delle zone centrali e semicentrali e cacciate le persone nelle lontane periferie. La stessa città vecchia verrà svuotata da quella “gentaglia” indigena e la si apparecchierà per gli appetiti e le speculazioni del mondo finanziario globale in cerca di sfiato. Si approntano i ghetti coattivi per miserabili e quelli scelti dai ricchi per l’autoprotezione, diffusamente previsti da sociologi ed architetti urbani. Gli etici-civici-cementiferi del PD hanno già pronte le ruspe e tutto poggia anche su decine di associazioni a sostegno. 

Altro che biciclette, sviluppo sostenibile, caserma Rossani e servizi ai cittadini. Balle! Specchietto per allodole e propaganda di conniventi. Si prepara una colata di cemento inaudita, la più virulenta offesa al territorio mai vissuta nella storia di Puglia. L’equilibrio geofisico già compromesso, con la ulteriore pressione di nove milioni di metri cubi di cemento, non può che collassare. Il rapporto energia fossile/emissioni aumenterà a dismisura, sia in fase costruzione che per il successivo uso dei metri cubi edificabili. Dino Borri dovrebbe dimettersi da direttore del comitato scientifico del “piano strategico” e l’associazione “Sviluppo sostenibile” denunciare pubblicamente questo scempio ambientale o cambiare nome.

Carlo Diana –liberacittadinanza.it  

 

 

NUMERI DI GIUGNO 2008

 

28/06/2008  

Appena insediatosi, il neoassessore all’Industria, il siracusano Pippo Gianni, dichiara di voler rilanciare il progetto di ricerca di gas e petrolio- Tre anni dopo essersi opposto alle trivellazioni, oggi un dietrofront clamoroso

LA REGIONE MINACCIA NUOVE RICERCHE ESTRATTIVE

Una “nuova filosofia oligarchica” sembra emergere dai primi atti del governo regionale Lombardo. A dare il via a questo nuovo corso sembra concorrere l’esternazione del neo assessore all’Industria, on. Pippo Gianni, sulle linee programmatiche del proprio assessorato. In un comunicato stampa, diffuso poco dopo il suo insediamento, l’assessore all’Industria ha indicato tra le scelte prioritarie, necessarie a far decollare l’economia isolana, il rilancio del settore estrattivo oltre che di quello manifatturiero, con la previsione di incentivi, anche fiscali, alle imprese. Il potenziamento delle attività nel settore estrattivo, insieme alle energie rinnovabili e ai rigassificatori, costituirebbe l’ossatura strategica del settore energetico. Ciò che sorprende  è la reiterazione di un modello di sviluppo energetico, ancorato alle fonti fossili (petrolio e metano). Ci saremmo aspettati dal neo assessore l’avvio di una riflessione e di un impegno per la definizione ed il varo del Piano energetico regionale (che non riesce a venire alla luce da oltre 16 anni), in grado di fornire ai cittadini siciliani un quadro esatto delle risorse energetiche esistenti nella regione, delle materie prime disponibili e  parzialmente utilizzate (gas algerino), dei programmi per un pieno sviluppo delle fonti di energia rinnovabile (fotovoltaico, solare termodinamico, biomasse, eolico ed altro). Invece l’on. Gianni, sceglie di  incentivare le ricerche di idrocarburi, anche se nel pieno rispetto (non si capisce come) dell’ambiente e dei beni culturali. 

Con un’inversione repentina, lo stesso esponente politico che aveva duramente condannato la decisione, assunta dall’assessore all’industria Marina Noè il 22 marzo 2004, del rilascio alla Panther Eureka dei permessi per la ricerca di idrocarburi nel bacino del Tellaro e nell’area degli iblei, diventa il fautore  di una proliferazione delle trivellazioni nel territorio siciliano. Una scelta che smentisce clamorosamente le sue nette dichiarazioni del 2 aprile del 2005, quando definì la decisione del governo Cuffaro “un disegno irresponsabile che va bloccato per i danni  irreversibili che recherebbe ad un  territorio di incomparabile bellezza e per lo snaturamento  della sua vocazione, incardinata su uno sviluppo agricolo di qualità, turistico e culturale. La concessione deve essere revocata”. Una posizione inequivocabile che riconosceva  il diritto dei cittadini e delle istituzioni locali di essere artefici del loro destino, senza soccombere  agli interessi delle società petrolifere; un orientamento  che mirava  alla salvaguardia dello straordinario territorio del Val di Noto e alla tutela di una realtà geografica ed economica come quella siciliana - ricca di intarsi paesaggistici, culturali e artistici unici, di processi si sviluppo innovativi e di qualità -incompatibile con  le logiche predatorie dei cercatori di idrocarburi.

Una consapevolezza ribadita senza ambiguità  al Forum contro le trivellazioni e per uno sviluppo compatibile, svoltosi a Noto il 9 aprile 2005, di fronte a decine di amministratori locali dei comuni dell’area di sud est, di esponenti di associazioni e di numerosi cittadini; una critica generale alle scelte del governo di centrodestra, ma anche del precedente governo di centrosinistra, che con la legge regionale 14/2000  aveva dato “libertà d’azione per le ricerche di idrocarburi” consentendo i successivi accordi con le società petrolifere e le autorizzazioni. Oggi l’on Gianni, ripudia queste posizioni  e non tiene in alcun conto la tenace battaglia delle comunità locali, alimentando  nuove fibrillazioni tra le lobbies del petrolio (quelle imprenditoriali e quelle trasversali della politica, del mondo sindacale, di alcuni organi di informazione). Rilancia le quotazioni di quella parte dell’apparato dell’assessorato all’industria (che ha dovuto mordere il freno per l’imposizione delle procedure VIA e VAS nelle aree delle concessioni), che nel corso di questa lunga e tormentata vicenda,  è stato sordo ad ogni richiesta, sollevata dalla comunità locali, di verifica della liceità delle procedure utilizzate per l’avvio delle concessioni. Con disgustoso cinismo, da queste componenti dell’assessorato, sono subito giunte dichiarazioni, figlie di una cultura del territorio e della realtà dei processi produttivi approssimativa e utilitaristica. 

Così, sfiorando delirio e malafede, l’inquinamento sarebbe  solo il prodotto delle emissioni delle raffinerie e le estrazioni di greggio e il gas sarebbero innocue e forse  farebbero bene all’ambiente. Secondo questi dissennati “soloni” dell’assessorato  si tratterebbe solo di trovare  un giusto equilibrio tra sviluppo industriale e l’immenso patrimonio artistico siciliano  (dimenticando che quest’ultimo non è avulso dall’ambiente in cui è collocato e che nel territorio esistono altre realtà economiche, produttive e sociali) e si considera una pretesa il richiamo dell’Unesco a non deturpare  (con la scelta devastante delle trivellazioni) l’ambiente.  Una chiara manifestazione, dunque, di un profondo disprezzo verso le  comunità che non vogliono subire il saccheggio dei loro territori, sacrificando la loro storia, i sacrifici, il lavoro di tante categorie produttive, all’altare di un business che non serve alla Sicilia e ai siciliani. Sono le stesse logiche che hanno ispirato l’on. Pagano, deputato nazionale del Pdl ed ex assessore ai Beni culturali del defunto governo Cuffaro,  che, nel 2006, mentre si discuteva all’Ars della revoca delle concessioni gas-petrolifere in Val di Noto, affermò che beni culturali, oasi naturalistiche e beni ambientali potevano tranquillamente convivere con impianti di estrazioni di idrocarburi. 

Con la stessa furia industrialista, nelle scorse settimane,  si è scagliato contro il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, definendolo “comunista e demagogo” (un’imitazione forse del modello Berlusconi), perché “colpevole” di aver fatto ricorso al Tar contro le attività di trivellazione della Panther Eureka, per il rischio grave di inquinamento e di abbassamento delle falde acquifere della sorgente che alimenta l’acquedotto cittadino. Così la tutela dell’interesse collettivo della salute e di un bene primario come l’acqua per un politico come Pagano è meno importante degli interessi economici di un’impresa privata. Il caso del comune di Vittoria, che ha ottenuto dal Tar di Catania la sospensione delle attività di ricerca della società petrolifera, è la conferma del continuo attentato portato alla vita delle comunità e al loro stesso futuro dal  piano di ricerca di idrocarburi, approvato nel 2002 dal governo Cuffaro; un frutto avvelenato in grado di sconvolgere e di modificare profondamente la realtà del territorio, ingiustificato anche sotto il profilo economico. Affermare, come fanno le società petrolifere, che nelle aree individuate per la ricerca sarebbero intrappolati giacimenti di gas metano per circa 51 miliardi di metri cubi, per dare la sensazione, attraverso l’amplificazione di qualche organo d’informazione, che si determinerebbe un contributo consistente all’approvvigionamento energetico, è deviante e infondato. 

L’ eventuale coltivazione dei giacimenti (nel lungo periodo), fornirebbe un modesto contributo al fabbisogno energetico della Sicilia e del Paese, ma il prezzo economico e ambientale pagato dal territorio sarebbe incalcolabile. Si evita di dire che lo sfruttamento di un giacimento  di metano, per essere vantaggioso, ha bisogno che attorno all’area del primo pozzo di trivellazione  sorgano in sequenza altre decine di pozzi, con un  raggio medio di circa 5/6 km quadrati. Basta immaginare cosa succederebbe  nel territorio del Val di Noto, dove erano previsti 21 pozzi. Anche se questo numero (dichiarazioni Panther) è stato ridimensionato, se questo piano scellerato non venisse bloccato vedremmo sorgere una selva di pozzi a ridosso o dentro le zone protette di interesse comunitario, o accanto alle aree archeologiche  o ai margini  e dentro  le aree naturalistiche o al posto di coltivazioni di qualità. Non verrebbe stravolta e danneggiata solo la superficie del territorio del Val di Noto e degli iblei , ma lo stesso equilibrio idrogeologico del sottosuolo, come più volte ha denunciato l’ing. Philippe Pallas, consulente dell’ONU per la valutazione delle risorse idriche. Il ritrovamento e lo sfruttamento di giacimenti di petrolio trasformerebbe in una realtà da incubo gran parte del territorio isolano. Non ci sarebbero né vantaggi né benessere per i siciliani; solo qualche manciata di posti di lavoro e qualche mancia per le royalties versate ai comuni.

L’unico grande vantaggio sarebbe quello commerciale delle società petrolifere che, a fronte di un investimento di qualche decina di milioni, dalla vendita degli idrocarburi, pur di modesta quantità,  potrebbero ottenere lauti guadagni. E’ questo scenario cupo che ha spinto migliaia di cittadini dell’area di sud est, insieme a gran parte delle istituzioni locali, a opporsi alle scorribande della Panther Eureka su un territorio dove la storia millenaria ha lasciato segni indelebili e affascinanti del cammino umano; è per far valere il diritto di vie di progresso capaci di valorizzare le risorse esistenti. La Panther che reagisce con rabbia e con minacce di richiesta di risarcimenti ingenti  tutte le volte che viene bloccato il suo tentativo di impadronirsi del territorio, che alimenta con ipotesi di benessere gruppi e ambienti senza  memoria storica né amore per il loro territorio, dimentica di chiarire che nel dicembre del 2002 ebbe dall’assessorato al territorio e ambiente il via libera al suo programma senza attuare la valutazione di impatto ambientale e la valutazione di incidenza. Se il governo regionale di centrodestra  dell’epoca avesse operato nel rispetto dell’art. 5 del DPR del 12/5/1996, forse l’assessore all’industria Marina Noè non avrebbe avuto la possibilità di emettere i decreti di autorizzazione. E’ stata necessaria una lunga battaglia per imporre alla Panther l’attuazione delle giuste procedure ed è stato il Cga di Palermo, nell’autunno del 2007, a bloccare la trivellazione nel territorio di Noto del pozzo denominato Eureka Est, a poca distanza dal centro abitato. 

L’attuazione di VIA e VAS ha consentito al comune di Noto di negare il parere di compatibilità ambientale al pozzo della Panther per  i gravissimi effetti che determinerebbe sotto il profilo ambientale, socio-economico e di dissesto idrogeologico. La Panther era riuscita ad ottenere l’approvazione della VIA a Ragusa per il pozzo Gallo Sud, per la totale disponibilità dei vertici istituzionali, sindacali, politici e imprenditoriali ragusani, in contrasto con l’orientamento prevalente nell’intera area di sud est;  ma l’area scelta per la perforazione (in contrada Serra Grande), pur ricadendo nel porto franco di Ragusa, avrebbe inciso sulle falde acquifere della sorgente Sciannacaporale, che alimenta la rete idrica del comune di Vittoria. Da qui il ricorso del comune per i gravi rischi incombenti e la successiva  sospensione delle trivellazioni da parte del Tar di Catania. La Panther, attraverso i suoi portavoce diretti, ha gridato al complotto. Forse sarebbe utile che  società franco-texana e  le altre società  petrolifere  (Eni – Edison ), titolari di altre autorizzazioni per le  ricerche di idrocarburi in Sicilia, valutassero che prima o dopo potrebbe prevalere la necessità di un chiarimento sulle notevoli agevolazioni, in termini di obblighi e procedure, fornite dal governo regionale per dare il via alle concessioni. Non si vuole prendere coscienza dell’esistenza di una grande realtà nel Val di Noto che non vuole fare violentare la propria terra e che, se  le altre società petrolifere nelle altre aree date in concessione non trovano ancora grandi resistenze, ciò è per la mancanza  di una adeguata presa di coscienza delle popolazioni e dell’assoggettamento delle istituzioni locali. 

Nessuno può comunque sottovalutare che  nell’area di sud est accanto alle comunità si sono schierati esponenti della cultura italiana, della Chiesa, l’Unesco, centinaia di associazioni italiane ed estere. Il futuro di un territorio non può prescindere da un consenso consapevole. Ogni atto di arbitrio, troverà  prima o dopo  il momento della resa dei conti. E’ certamente molto preoccupante verificare che il nuovo vento della politica tende ad accentuare il distacco tra i cittadini e le istituzioni, già ampio nella precedente fase politica. E’  inquietante avere un ministro dell’Ambiente, come il ministro Stefania Prestigiacomo, che ha la presunzione di voler  ricontrattare gli obiettivi di Kyoto sull’ambiente, per dare più tempo alle imprese di adeguarsi ai parametri fissati; che in modo acritico riconferma il piano dei termovalorizzatori in Sicilia, senza tener conto della sentenza della Corte di Giustizia europea che ha posto pesanti sanzioni all’Italia per l’irregolarità riscontrate nella pubblicazione dei bandi di gara, dimenticando i problemi del dimensionamento spropositato degli stessi, della loro ubicazione (come nel caso di quello previsto ad Augusta);  che  non riesce a percepire sulla realizzazione di un rigassificatore a Priolo le preoccupazioni sui problemi della sicurezza che vengono dalla società civile. Sarebbe catastrofico che altri esponenti politici come l’on. Gianni, realizzassero scelte senza tener conto delle osservazioni e delle valutazioni espresse dalle comunità locali. e se fosse vero, come si vocifera, che altre 27 società sarebbero pronte a chiedere nuove concessioni. I siciliani rischierebbero di subire un’ondata di “nuovi barbari” pronti a spogliare la nostra isola dei suoi beni più preziosi.

  Salvatore Perna- ilmegafono.org

 

Il Tar emette la sospensiva sul progetto Dal Molin, accogliendo il ricorso di Codacons e Coordinamento Comitati e decretando di fatto lo stop ai lavori- Pubblichiamo il comunicato del comitato No Dal Molin

DAL MOLIN: FERMI TUTTI

Il Tar emette la sospensiva sul progetto Dal Molin, accogliendo il ricorso di Codacons e Coordinamento Comitati e decretando di fatto lo stop ai lavori e mettendo fine all’arroganza di chi avrebbe voluto imporre la nuova base Usa a Vicenza senza democrazia e senza una valutazione dell’impatto ambientale. Ecco chi ha commesso le illegalità: statunitensi, il cui bando di gara per l’assegnazione dell’appalto è irregolare; Governo italiano, il cui consenso è definito dal tribunale amministrativo “extra ordinem”; Regione Veneto, sulla cui Vinca (Valutazione d’impatto ambientale) i giudici hanno quantomeno delle perplessità. I giudici sottolineano l’impatto “del consistente insediamento (e della connessa antropizzazione) sulla situazione ambientale, del traffico, dell’incremento dell’inquinamento e in ordine al rischio di danneggiamento e alterazione delle falde acquifere”. 

Nessuna traccia documentale di supporto “è stata riscontrata” sull'atto di consenso “presentato dal Governo Italiano a quello degli Stati Uniti d’America, espresso verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali”. Nel procedimento per l’ampliamento della base Usa di Vicenza sussistono anche “altri profili di illegittimità, alla luce della normativa nazionale ed europea”. Il Tar rileva ancora che manca ogni riscontro “di avvenuta consultazione della popolazione interessata”. Insomma, chi sosteneva di agire nella trasparenza e nella legalità – ve lo ricordate il commissario Costa? – in realtà ne ha combinata una dopo l’altra, calpestando la democrazia e mettendo a rischio falda acquifera e territorio; tanto che il tribunale amministrativo ha sospeso l’efficacia dei provvedimenti “inibendo nei confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare l’intervento”, ovvero ad aprire i cantieri per il Dal Molin. 

È un risultato forse inatteso, sicuramente importante; il Tar riconosce le ragioni dei tanti vicentini che, in questi due anni, si sono battuti per difendere non solo il territorio in cui vivono, ma anche il proprio diritto ad esprimersi sui progetti che condizioneranno il futuro della città. Ma, proprio perché il Tar ci dà pienamente ragione, la nostra mobilitazione non si ferma; questa sentenza deve essere rispettata e a nessuno deve saltare in mente di fare scherzi o di cercare cavilli per raggirarla. Per questo continueremo la nostra mobilitazione: saremo in piazza il 26 giugno, quando il Consiglio comunale si esprimerà in merito, e il 30 giugno manifesteremo fino ai cancelli del Dal Molin: cancelli che dovranno restare chiusi alle ruspe statunitensi.

www.dalmolin.it- 20/06/2008

 

 

21/06/2008

Il parco di Bosco Minniti, alla periferia di Siracusa, è stato nuovamente lasciato nella più totale incuria da un’amministrazione comunale da sempre incapace di gestirlo- Solo la parrocchia della zona ha saputo valorizzarlo

RIDATE IL PARCO A CHI LO MERITA DAVVERO

Ne avevamo già parlato poco meno di un anno fa, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, perché il parco di Bosco Minniti, nella periferia di Siracusa, era diventato il luogo simbolo in cui associazioni, movimenti, cittadini, giovani avevano deciso di riunirsi per fare sentire il proprio bisogno di legalità e contemporaneamente mostrare il proprio attaccamento ad uno dei pochi spazi verdi della città. Uno spazio enorme, consegnato ai cittadini dopo un decennio di battaglie, di iniziative di protesta contro le amministrazioni susseguitesi negli anni, tutte colpevoli di aver usato il parco e la periferia in generale come mezzi di propaganda elettorale, lasciando poi ogni cosa immutata, abbandonando il parco al vandalismo, all’incuria, al suo stato di ennesima incompiuta. Per fortuna, però, nella stessa zona si trova una parrocchia, o meglio una comunità: quella di Bosco Minniti, guidata da padre Carlo D’Antoni, un sacerdote carismatico e combattivo, che si batte in prima linea per aiutare, tutelare e sostenere i più deboli. La sua comunità è diventata la casa degli ultimi, ospitando negli anni circa diecimila migranti, centinaia di senzatetto e ragazzi di strada, offrendo loro un riparo dalle traversie che la vita ha scelto di riservargli, aiutandoli a rimettersi in piedi e a trovare un nuovo cammino, un lavoro, una casa, una nuova esistenza. 

Oltre a questa nobile attività sociale, la parrocchia di Bosco Minniti si è anche impegnata per migliorare la condizione di questa zona periferica della città, con tanti problemi ma anche con tante risorse che la rendono meno problematica e più vivibile rispetto ad altri quartieri di Siracusa. Il parco è diventato, quindi, l’elemento centrale di questo progetto spontaneo di riqualificazione del luogo. Da questa convinzione si è partiti per provare a scuotere le istituzioni, affinché provvedessero a completare questo fondamentale spazio verde, questo terreno aperto di incontro e integrazione. Ci sono volute iniziative, denunce, proteste, perfino occupazioni per costringere l’amministrazione comunale a completare l’opera. Così, qualche anno fa, il parco è stato inaugurato. Dentro c’erano un grandissimo prato, un percorso circolare per il jogging, con attrezzi per la ginnastica, un’area giochi per bambini, un campo sportivo coperto da un tensostatico, numerose piante ed alberi che i cittadini del quartiere e i fedeli o i volontari della parrocchia, su iniziativa di padre D’Antoni, hanno comprato e piantato. Il parco diventava così di tutti, perché ognuno nel suo piccolo aveva contribuito alla sua “fioritura”. 

Per gli abitanti della zona è sembrato un sogno. Tanta gente attraversava i vialetti del parco, passeggiando, portando i bambini a giocare. L’area si riempiva quotidianamente di decine di appassionati di jogging, felici di correre in uno spazio così grande e aperto, lontano dal centro e dallo smog asfissiante. La gestione era affidata al Comune di Siracusa, a cui spettava il compito di custodia. Come si poteva immaginare, in poco tempo, a causa dell’assenza e dell’inefficienza del servizio di custodia, il parco rimaneva alla mercé dei soliti vandali, con motorini che entravano fino al centro della struttura, zigzagando in mezzo alle persone, e ragazzini che si “impegnavano” assiduamente a devastare il campo sportivo e la relativa copertura tensostatica. Una desolazione incredibile. Nonostante ciò, la gente non ha mai abbandonato il parco, continuando a popolarlo ad ogni ora del giorno, respirandolo profondamente, sperando in un ritorno alla normalità. Speranza che trovò la sua realizzazione quando la gestione venne affidata alla parrocchia di Bosco Minniti, con l’assegnazione dei compiti di cura e custodia dell’area per un periodo di circa sette mesi. A badare al parco erano quattro persone, adeguatamente formate: tre ragazzi immigrati e un siracusano, tutti ospiti della comunità parrocchiale. 

Una manna caduta dal cielo: il parco per la prima volta era realmente gestito, curato nel suo verde e vietato a vandali e motorini. Andare a correre o a passeggiare diventava un vero piacere e tra una corsa ed un esercizio di ginnastica, tra le urla festanti dei bambini e le chiacchiere rilassate dei genitori o le serate di liscio degli anziani, si respirava un clima di incontro, integrazione, scambio, serenità. Anche la scuola che è situata proprio di fronte all’entrata del parco lo utilizzava assiduamente per attuare progetti sulla legalità e sull’ambiente, organizzando delle iniziative di festa, mentre la parrocchia lo rendeva teatro di iniziative di scambio culturale e multietnico, organizzando serate a base di cibi colorati, musica e danze. Il grigiore anonimo delle serate primaverili ed estive di questa parte della città veniva spazzato via dall’affascinante potenza di un parco che in molti hanno visto nascere e crescere. Tutto andava bene, fino a quando l’amministrazione comunale, la stessa che era stata pubblicamente “stimolata” a rimediare alle proprie malefatte, ha deciso di togliere alla parrocchia la gestione di questo bene prezioso. Qualcuno, evidentemente ingolosito dalla nuova vitalità di questo spazio, ha pensato bene di sottrarlo a chi lo aveva rilanciato, per pensare a nuovi utilizzi, magari coinvolgendo i privati. 

Si vocifera che il parco possa essere affidato a soggetti privati, cosa che comporterebbe sicuramente all’istituzione di tariffe. Magari qualcuno ci installerà degli esercizi commerciali ambulanti e magari si dovrà pagare un pedaggio per accedere in un’area costruita con i soldi dei contribuenti e con la fatica dei cittadini del quartiere. Intanto, in attesa che la “nuova” amministrazione uscita vincitrice dalle recentissime elezioni (è stata confermata la vecchia amministrazione di destra, cambia solo il sindaco, poiché il precedente aveva già svolto due mandati) decida come meglio distruggere il polmone di Bosco Minniti, il parco è già tornato in una situazione di degrado: ringhiere di recinzione divelte, in modo da garantire l’accesso anche in fase di chiusura, illuminazione spenta (cosa che impedisce alle persone del quartiere, nelle sere d’estate, di passeggiare e vivere il parco fino a mezzanotte), rifiuti sparsi per terra (perfino qualche pneumatico), cestini abbattuti, pavimentazione divelta in alcune zone, erbacce secche che invadono anche l’area di passeggio o corsa.

In più, grazie all’atteggiamento propagandista dello scorso sindaco, ora vicepresidente della Regione, il parco si trova invaso da montagne di terra, portate lì da numerosi camion, nel periodo che ha preceduto le scorse elezioni regionali, e poi abbandonate come fossero rifiuti scaricati in una discarica abusiva. Nonostante questa nuova scelta di degrado, la gente continua a popolare il parco, continua ad  amarlo, anche se si lamenta per come viene tenuto adesso. Durante le tante tornate elettorali di questo periodo, sia l’ex sindaco, Bufardeci, sia il nuovo eletto Visentin, hanno parlato del parco, affermando di volerlo rilanciare dopo le fallimentari precedenti esperienze di gestione, con chiaro riferimento alla parrocchia. Coloro che vivono in altre parti della città e che non sono mai stati al parco potranno anche crederci, ma chi ha vissuto e vive quotidianamente questo spazio sa come stanno le cose perché la verità scorre davanti ai propri occhi. Ed è una verità che li spingerà a non mollare, a respingere le menzogne, a resistere ed a riprendere la protesta in ogni sua forma, per far sì che il parco torni nelle mani della gente e venga strappato alle brame malvagie di un’amministrazione avida ed incapace.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

 

Il 21 e 22 giugno, nelle piazze italiane, torna il Sun Day di Legambiente, la manifestazione dedicata alla promozione dell’energia solare, in un momento in cui il governo ripropone il nucleare- Il comunicato di Legambiente

NELLE PIAZZE PER PROMUOVERE L’ENERGIA SOLARE

Il 21 e 22 giugno 2008 tornano nelle piazze italiane le giornate del Sun Day, l’iniziativa di Legambiente dedicata all’energia solare. Per far conoscere le applicazioni del solare termico e fotovoltaico da nord a sud saranno allestiti banchetti per la distribuzione di materiale informativo su energia solare, incentivi fiscali e forme di energia rinnovabile. Anche installatori e produttori faranno la loro parte, presentando al pubblico le nuove tecnologie, mettendo a disposizione i propri tecnici per dimostrazioni pratiche e informazioni su tipologie di installazioni, costi, manutenzione. Non mancheranno, poi, visite organizzate agli impianti solari dislocati sul territorio che alimentano abitazioni, strutture scolastiche, centri di educazione ambientale, strutture pubbliche. 

Dopo l’annuncio del governo di voler tornare in tempi brevi all’energia dall’atomo, il Sun Day di quest’anno si arricchisce di un ulteriore significato. “Basta dare un rapido sguardo ai numeri per rendersi conto che l’energia nucleare non serve – dichiara Andrea Poggio, vicedirettore nazionale di Legambiente – . Installando un metro quadrato di pannelli solari termici per abitante si riuscirebbe ad evitare l’importazione di 40Twh di energia dall’estero, pari a circa il 12% del consumo di energia elettrica a livello nazionale”. Nonostante l’Italia sia il paese del sole, in quanto a sfruttamento dell’energia solare siamo indietro a Paesi come la Germania, dove l’insolazione media è inferiore del 50%. 

Ad oggi la potenza installata di impianti fotovoltaici, in Italia, è di 100 MW per circa 10.000 installazioni: di queste quasi la metà è fatta di impianti di piccola taglia (da 1 a 3 kW). Le stime relative al solare termico parlano di 172 MWh installati, pari a circa 250.000 m2 di pannelli: una quantità significativamente inferiore al potenziale, con appena 2,9 kWh ogni 1000 abitanti. Il Sun Day di Legambiente quest’anno entra a far parte per la prima volta della campagna europea Sustainable Energy in Europe (SEE) di cui il Ministero dell’Ambiente è focal point per l’Italia. Per informazioni su tutte le iniziative organizzate in occasione del Sun Day 2008: http://www.ecosportello.org/

Legambiente.it

 

 

14/06/2008

Il rapporto annuale di Legambiente sull’ecomafia mostra ovviamente il triste primato della Campania, ma registra un peggioramento della situazione in Puglia e Calabria- Anche Lazio e Sicilia ai primi posti della classifica

ECOMAFIA: BOOM IN CAMPANIA, CALABRIA E PUGLIA

L’emergenza rifiuti che tanti danni ha arrecato in Campania, fa sentire la sua eco anche nel resto d’Italia: i problemi legati alle discariche abusive e ad una scarsa politica di educazione ambientale, hanno portato alla luce tutta una serie di altre attività illecite procurate da quella che ormai viene definita “ecomafia”. Il rapporto annuale di Legambiente ha registrato, oltre alla situazione ormai famosa della Campania, anche un notevole peggioramento a livello ambientale in Puglia: smaltimento illegale di rifiuti urbani e tossici, sciacallaggio edilizio lungo le coste, distruzione di boschi, macchia mediterranea e riserve protette. La Puglia è salita dal quarto al terzo posto nella graduatoria delle regioni più colpite, dietro alla Campania, che è chiaramente prima, ed  alla Calabria. Nonostante il terzo posto in graduatoria, la Puglia è prima per gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine: in totale ci sono state 47 persone arrestate; inoltre, le infrazioni registrate ammontano a circa 2.596, cifra che equivale al 20% del totale; rispettando questa statistica, le infrazioni sono dunque più di 10000 all’anno. 

Le indagini hanno accertato che tra i clan della Corona pugliese e quelli della Camorra campana vi sono frequenti contatti e, dunque, si presuppone anche l’esistenza di scambi reciproci di rifiuti, tossici e non. Proprio i rifiuti tossici sono stati per anni dispersi nelle campagne pugliesi e non inviati nei siti di compostaggio. Il risultato è stato dunque a dir poco disastroso per la produzione agricola, che ha subito l’ondata tossica a lungo termine delle scorie, rendendo ormai inutili i controlli recenti: i prodotti intossicati sono stati ormai abbondantemente consumati dalla popolazione italiana e le conseguenze inizieranno ben presto a farsi notare. Il rapporto di Legambiente ha comunque messo in evidenza che molte altre regioni hanno registrato un enorme incremento di attività illecite procurate dall’ecomafia: Campania e Calabria rimangono stabili sui primi due gradini del podio, la Puglia è terza, ma nell’Olimpo delle regioni più “sporche” d’Italia rientra anche il Lazio, che ha scalato posizioni. 

In discesa ritroviamo invece la Sicilia, che si ferma al quinto posto. Facendo il calcolo degli arresti, si notano però delle incongruenze: in Puglia, come detto, ci sono stati più arresti rispetto alla Calabria e alla Campania (anche se rispetto a quest’ultima lo stacco è minimo), per non parlare della Sicilia, nella quale il numero degli arrestati è pari a 0. Tutto questo induce a pensare che sono poche le regioni in cui qualcosa si sta davvero muovendo nell’attività delle forze dell’ordine in materia ambientale e che la malavita è ben radicata anche nei ranghi più alti delle autorità locali: il motivo per il quale regioni che si trovano in una posizione molto più bassa abbiano più arresti rispetto a Sicilia e Calabria, è ancora un quesito irrisolto, rimane il fatto che gli sciacallaggi continuano, sebbene le autorità non abbiano trovato alcun elemento da indagare ed arrestare. 

La situazione più allarmante rispetto alle statistiche rimane quella della Puglia: agli episodi di abusivismo edilizio e di inquinamento dovuto a scarichi tossici, si registrano anche moltissimi incendi su tutta la costa, in particolar modo nella zona del Gargano, tanto che il segretario regionale di Legambiente, Francesco Tarantini, ha chiesto al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, di istituire un osservatorio ambientale al fine di monitorare tutta la regione e di promuovere una campagna pubblicitaria che abbia come protagonisti tutti gli attori e le autorità locali; intanto il tour “No ecomafia”, in giro per tutta Italia, sarà a Bari il 19 Giugno. L’ecomafia ha riscosso tale interesse da arrivare anche nelle sale cinematografiche di tutta Europa: al premio “Nastri d’argento” ha trionfato, nella sezione dedicata ai documentari, il reportage-shock di Esmeralda Calabria, Giuseppe Ruggiero e Andrea D’Ambrosio, intitolato “Biutiful cauntri”, che pone l’accento sulla tragica situazione dell’emergenza in Campania, riportando immagini, filmati ed intercettazioni telefoniche che testimoniano gli scambi di rifiuti tossici con il Nord Italia. Il documentario uscirà a Parigi il 16 Giugno.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

La mattina dell’11 giugno, attivisti di Greenpeace sono intervenuti all’assemblea dell’Enel per criticare la politica energetica pro carbone e  pro nucleare  dell’Enel- Pubblichiamo il comunicato dell’organ