IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006


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La pagina dedicata alle tematiche relative alla tutela dell'ambiente, degli animali e dei beni di interesse paesistico, culturale, storico e archeologico.  Segnala, denuncia, anche con immagini.

 

28/06/2008  

Appena insediatosi, il neoassessore all’Industria, il siracusano Pippo Gianni, dichiara di voler rilanciare il progetto di ricerca di gas e petrolio- Tre anni dopo essersi opposto alle trivellazioni, oggi un dietrofront clamoroso

LA REGIONE MINACCIA NUOVE RICERCHE ESTRATTIVE

Una “nuova filosofia oligarchica” sembra emergere dai primi atti del governo regionale Lombardo. A dare il via a questo nuovo corso sembra concorrere l’esternazione del neo assessore all’Industria, on. Pippo Gianni, sulle linee programmatiche del proprio assessorato. In un comunicato stampa, diffuso poco dopo il suo insediamento, l’assessore all’Industria ha indicato tra le scelte prioritarie, necessarie a far decollare l’economia isolana, il rilancio del settore estrattivo oltre che di quello manifatturiero, con la previsione di incentivi, anche fiscali, alle imprese. Il potenziamento delle attività nel settore estrattivo, insieme alle energie rinnovabili e ai rigassificatori, costituirebbe l’ossatura strategica del settore energetico. Ciò che sorprende  è la reiterazione di un modello di sviluppo energetico, ancorato alle fonti fossili (petrolio e metano). Ci saremmo aspettati dal neo assessore l’avvio di una riflessione e di un impegno per la definizione ed il varo del Piano energetico regionale (che non riesce a venire alla luce da oltre 16 anni), in grado di fornire ai cittadini siciliani un quadro esatto delle risorse energetiche esistenti nella regione, delle materie prime disponibili e  parzialmente utilizzate (gas algerino), dei programmi per un pieno sviluppo delle fonti di energia rinnovabile (fotovoltaico, solare termodinamico, biomasse, eolico ed altro). Invece l’on. Gianni, sceglie di  incentivare le ricerche di idrocarburi, anche se nel pieno rispetto (non si capisce come) dell’ambiente e dei beni culturali. 

Con un’inversione repentina, lo stesso esponente politico che aveva duramente condannato la decisione, assunta dall’assessore all’industria Marina Noè il 22 marzo 2004, del rilascio alla Panther Eureka dei permessi per la ricerca di idrocarburi nel bacino del Tellaro e nell’area degli iblei, diventa il fautore  di una proliferazione delle trivellazioni nel territorio siciliano. Una scelta che smentisce clamorosamente le sue nette dichiarazioni del 2 aprile del 2005, quando definì la decisione del governo Cuffaro “un disegno irresponsabile che va bloccato per i danni  irreversibili che recherebbe ad un  territorio di incomparabile bellezza e per lo snaturamento  della sua vocazione, incardinata su uno sviluppo agricolo di qualità, turistico e culturale. La concessione deve essere revocata”. Una posizione inequivocabile che riconosceva  il diritto dei cittadini e delle istituzioni locali di essere artefici del loro destino, senza soccombere  agli interessi delle società petrolifere; un orientamento  che mirava  alla salvaguardia dello straordinario territorio del Val di Noto e alla tutela di una realtà geografica ed economica come quella siciliana - ricca di intarsi paesaggistici, culturali e artistici unici, di processi si sviluppo innovativi e di qualità -incompatibile con  le logiche predatorie dei cercatori di idrocarburi.

Una consapevolezza ribadita senza ambiguità  al Forum contro le trivellazioni e per uno sviluppo compatibile, svoltosi a Noto il 9 aprile 2005, di fronte a decine di amministratori locali dei comuni dell’area di sud est, di esponenti di associazioni e di numerosi cittadini; una critica generale alle scelte del governo di centrodestra, ma anche del precedente governo di centrosinistra, che con la legge regionale 14/2000  aveva dato “libertà d’azione per le ricerche di idrocarburi” consentendo i successivi accordi con le società petrolifere e le autorizzazioni. Oggi l’on Gianni, ripudia queste posizioni  e non tiene in alcun conto la tenace battaglia delle comunità locali, alimentando  nuove fibrillazioni tra le lobbies del petrolio (quelle imprenditoriali e quelle trasversali della politica, del mondo sindacale, di alcuni organi di informazione). Rilancia le quotazioni di quella parte dell’apparato dell’assessorato all’industria (che ha dovuto mordere il freno per l’imposizione delle procedure VIA e VAS nelle aree delle concessioni), che nel corso di questa lunga e tormentata vicenda,  è stato sordo ad ogni richiesta, sollevata dalla comunità locali, di verifica della liceità delle procedure utilizzate per l’avvio delle concessioni. Con disgustoso cinismo, da queste componenti dell’assessorato, sono subito giunte dichiarazioni, figlie di una cultura del territorio e della realtà dei processi produttivi approssimativa e utilitaristica. 

Così, sfiorando delirio e malafede, l’inquinamento sarebbe  solo il prodotto delle emissioni delle raffinerie e le estrazioni di greggio e il gas sarebbero innocue e forse  farebbero bene all’ambiente. Secondo questi dissennati “soloni” dell’assessorato  si tratterebbe solo di trovare  un giusto equilibrio tra sviluppo industriale e l’immenso patrimonio artistico siciliano  (dimenticando che quest’ultimo non è avulso dall’ambiente in cui è collocato e che nel territorio esistono altre realtà economiche, produttive e sociali) e si considera una pretesa il richiamo dell’Unesco a non deturpare  (con la scelta devastante delle trivellazioni) l’ambiente.  Una chiara manifestazione, dunque, di un profondo disprezzo verso le  comunità che non vogliono subire il saccheggio dei loro territori, sacrificando la loro storia, i sacrifici, il lavoro di tante categorie produttive, all’altare di un business che non serve alla Sicilia e ai siciliani. Sono le stesse logiche che hanno ispirato l’on. Pagano, deputato nazionale del Pdl ed ex assessore ai Beni culturali del defunto governo Cuffaro,  che, nel 2006, mentre si discuteva all’Ars della revoca delle concessioni gas-petrolifere in Val di Noto, affermò che beni culturali, oasi naturalistiche e beni ambientali potevano tranquillamente convivere con impianti di estrazioni di idrocarburi. 

Con la stessa furia industrialista, nelle scorse settimane,  si è scagliato contro il sindaco di Vittoria, Giuseppe Nicosia, definendolo “comunista e demagogo” (un’imitazione forse del modello Berlusconi), perché “colpevole” di aver fatto ricorso al Tar contro le attività di trivellazione della Panther Eureka, per il rischio grave di inquinamento e di abbassamento delle falde acquifere della sorgente che alimenta l’acquedotto cittadino. Così la tutela dell’interesse collettivo della salute e di un bene primario come l’acqua per un politico come Pagano è meno importante degli interessi economici di un’impresa privata. Il caso del comune di Vittoria, che ha ottenuto dal Tar di Catania la sospensione delle attività di ricerca della società petrolifera, è la conferma del continuo attentato portato alla vita delle comunità e al loro stesso futuro dal  piano di ricerca di idrocarburi, approvato nel 2002 dal governo Cuffaro; un frutto avvelenato in grado di sconvolgere e di modificare profondamente la realtà del territorio, ingiustificato anche sotto il profilo economico. Affermare, come fanno le società petrolifere, che nelle aree individuate per la ricerca sarebbero intrappolati giacimenti di gas metano per circa 51 miliardi di metri cubi, per dare la sensazione, attraverso l’amplificazione di qualche organo d’informazione, che si determinerebbe un contributo consistente all’approvvigionamento energetico, è deviante e infondato. 

L’ eventuale coltivazione dei giacimenti (nel lungo periodo), fornirebbe un modesto contributo al fabbisogno energetico della Sicilia e del Paese, ma il prezzo economico e ambientale pagato dal territorio sarebbe incalcolabile. Si evita di dire che lo sfruttamento di un giacimento  di metano, per essere vantaggioso, ha bisogno che attorno all’area del primo pozzo di trivellazione  sorgano in sequenza altre decine di pozzi, con un  raggio medio di circa 5/6 km quadrati. Basta immaginare cosa succederebbe  nel territorio del Val di Noto, dove erano previsti 21 pozzi. Anche se questo numero (dichiarazioni Panther) è stato ridimensionato, se questo piano scellerato non venisse bloccato vedremmo sorgere una selva di pozzi a ridosso o dentro le zone protette di interesse comunitario, o accanto alle aree archeologiche  o ai margini  e dentro  le aree naturalistiche o al posto di coltivazioni di qualità. Non verrebbe stravolta e danneggiata solo la superficie del territorio del Val di Noto e degli iblei , ma lo stesso equilibrio idrogeologico del sottosuolo, come più volte ha denunciato l’ing. Philippe Pallas, consulente dell’ONU per la valutazione delle risorse idriche. Il ritrovamento e lo sfruttamento di giacimenti di petrolio trasformerebbe in una realtà da incubo gran parte del territorio isolano. Non ci sarebbero né vantaggi né benessere per i siciliani; solo qualche manciata di posti di lavoro e qualche mancia per le royalties versate ai comuni.

L’unico grande vantaggio sarebbe quello commerciale delle società petrolifere che, a fronte di un investimento di qualche decina di milioni, dalla vendita degli idrocarburi, pur di modesta quantità,  potrebbero ottenere lauti guadagni. E’ questo scenario cupo che ha spinto migliaia di cittadini dell’area di sud est, insieme a gran parte delle istituzioni locali, a opporsi alle scorribande della Panther Eureka su un territorio dove la storia millenaria ha lasciato segni indelebili e affascinanti del cammino umano; è per far valere il diritto di vie di progresso capaci di valorizzare le risorse esistenti. La Panther che reagisce con rabbia e con minacce di richiesta di risarcimenti ingenti  tutte le volte che viene bloccato il suo tentativo di impadronirsi del territorio, che alimenta con ipotesi di benessere gruppi e ambienti senza  memoria storica né amore per il loro territorio, dimentica di chiarire che nel dicembre del 2002 ebbe dall’assessorato al territorio e ambiente il via libera al suo programma senza attuare la valutazione di impatto ambientale e la valutazione di incidenza. Se il governo regionale di centrodestra  dell’epoca avesse operato nel rispetto dell’art. 5 del DPR del 12/5/1996, forse l’assessore all’industria Marina Noè non avrebbe avuto la possibilità di emettere i decreti di autorizzazione. E’ stata necessaria una lunga battaglia per imporre alla Panther l’attuazione delle giuste procedure ed è stato il Cga di Palermo, nell’autunno del 2007, a bloccare la trivellazione nel territorio di Noto del pozzo denominato Eureka Est, a poca distanza dal centro abitato. 

L’attuazione di VIA e VAS ha consentito al comune di Noto di negare il parere di compatibilità ambientale al pozzo della Panther per  i gravissimi effetti che determinerebbe sotto il profilo ambientale, socio-economico e di dissesto idrogeologico. La Panther era riuscita ad ottenere l’approvazione della VIA a Ragusa per il pozzo Gallo Sud, per la totale disponibilità dei vertici istituzionali, sindacali, politici e imprenditoriali ragusani, in contrasto con l’orientamento prevalente nell’intera area di sud est;  ma l’area scelta per la perforazione (in contrada Serra Grande), pur ricadendo nel porto franco di Ragusa, avrebbe inciso sulle falde acquifere della sorgente Sciannacaporale, che alimenta la rete idrica del comune di Vittoria. Da qui il ricorso del comune per i gravi rischi incombenti e la successiva  sospensione delle trivellazioni da parte del Tar di Catania. La Panther, attraverso i suoi portavoce diretti, ha gridato al complotto. Forse sarebbe utile che  società franco-texana e  le altre società  petrolifere  (Eni – Edison ), titolari di altre autorizzazioni per le  ricerche di idrocarburi in Sicilia, valutassero che prima o dopo potrebbe prevalere la necessità di un chiarimento sulle notevoli agevolazioni, in termini di obblighi e procedure, fornite dal governo regionale per dare il via alle concessioni. Non si vuole prendere coscienza dell’esistenza di una grande realtà nel Val di Noto che non vuole fare violentare la propria terra e che, se  le altre società petrolifere nelle altre aree date in concessione non trovano ancora grandi resistenze, ciò è per la mancanza  di una adeguata presa di coscienza delle popolazioni e dell’assoggettamento delle istituzioni locali. 

Nessuno può comunque sottovalutare che  nell’area di sud est accanto alle comunità si sono schierati esponenti della cultura italiana, della Chiesa, l’Unesco, centinaia di associazioni italiane ed estere. Il futuro di un territorio non può prescindere da un consenso consapevole. Ogni atto di arbitrio, troverà  prima o dopo  il momento della resa dei conti. E’ certamente molto preoccupante verificare che il nuovo vento della politica tende ad accentuare il distacco tra i cittadini e le istituzioni, già ampio nella precedente fase politica. E’  inquietante avere un ministro dell’Ambiente, come il ministro Stefania Prestigiacomo, che ha la presunzione di voler  ricontrattare gli obiettivi di Kyoto sull’ambiente, per dare più tempo alle imprese di adeguarsi ai parametri fissati; che in modo acritico riconferma il piano dei termovalorizzatori in Sicilia, senza tener conto della sentenza della Corte di Giustizia europea che ha posto pesanti sanzioni all’Italia per l’irregolarità riscontrate nella pubblicazione dei bandi di gara, dimenticando i problemi del dimensionamento spropositato degli stessi, della loro ubicazione (come nel caso di quello previsto ad Augusta);  che  non riesce a percepire sulla realizzazione di un rigassificatore a Priolo le preoccupazioni sui problemi della sicurezza che vengono dalla società civile. Sarebbe catastrofico che altri esponenti politici come l’on. Gianni, realizzassero scelte senza tener conto delle osservazioni e delle valutazioni espresse dalle comunità locali. e se fosse vero, come si vocifera, che altre 27 società sarebbero pronte a chiedere nuove concessioni. I siciliani rischierebbero di subire un’ondata di “nuovi barbari” pronti a spogliare la nostra isola dei suoi beni più preziosi.

  Salvatore Perna- ilmegafono.org

 

Il Tar emette la sospensiva sul progetto Dal Molin, accogliendo il ricorso di Codacons e Coordinamento Comitati e decretando di fatto lo stop ai lavori- Pubblichiamo il comunicato del comitato No Dal Molin

DAL MOLIN: FERMI TUTTI

Il Tar emette la sospensiva sul progetto Dal Molin, accogliendo il ricorso di Codacons e Coordinamento Comitati e decretando di fatto lo stop ai lavori e mettendo fine all’arroganza di chi avrebbe voluto imporre la nuova base Usa a Vicenza senza democrazia e senza una valutazione dell’impatto ambientale. Ecco chi ha commesso le illegalità: statunitensi, il cui bando di gara per l’assegnazione dell’appalto è irregolare; Governo italiano, il cui consenso è definito dal tribunale amministrativo “extra ordinem”; Regione Veneto, sulla cui Vinca (Valutazione d’impatto ambientale) i giudici hanno quantomeno delle perplessità. I giudici sottolineano l’impatto “del consistente insediamento (e della connessa antropizzazione) sulla situazione ambientale, del traffico, dell’incremento dell’inquinamento e in ordine al rischio di danneggiamento e alterazione delle falde acquifere”. 

Nessuna traccia documentale di supporto “è stata riscontrata” sull'atto di consenso “presentato dal Governo Italiano a quello degli Stati Uniti d’America, espresso verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali”. Nel procedimento per l’ampliamento della base Usa di Vicenza sussistono anche “altri profili di illegittimità, alla luce della normativa nazionale ed europea”. Il Tar rileva ancora che manca ogni riscontro “di avvenuta consultazione della popolazione interessata”. Insomma, chi sosteneva di agire nella trasparenza e nella legalità – ve lo ricordate il commissario Costa? – in realtà ne ha combinata una dopo l’altra, calpestando la democrazia e mettendo a rischio falda acquifera e territorio; tanto che il tribunale amministrativo ha sospeso l’efficacia dei provvedimenti “inibendo nei confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare l’intervento”, ovvero ad aprire i cantieri per il Dal Molin. 

È un risultato forse inatteso, sicuramente importante; il Tar riconosce le ragioni dei tanti vicentini che, in questi due anni, si sono battuti per difendere non solo il territorio in cui vivono, ma anche il proprio diritto ad esprimersi sui progetti che condizioneranno il futuro della città. Ma, proprio perché il Tar ci dà pienamente ragione, la nostra mobilitazione non si ferma; questa sentenza deve essere rispettata e a nessuno deve saltare in mente di fare scherzi o di cercare cavilli per raggirarla. Per questo continueremo la nostra mobilitazione: saremo in piazza il 26 giugno, quando il Consiglio comunale si esprimerà in merito, e il 30 giugno manifesteremo fino ai cancelli del Dal Molin: cancelli che dovranno restare chiusi alle ruspe statunitensi.

www.dalmolin.it- 20/06/2008

 

 

21/06/2008

Il parco di Bosco Minniti, alla periferia di Siracusa, è stato nuovamente lasciato nella più totale incuria da un’amministrazione comunale da sempre incapace di gestirlo- Solo la parrocchia della zona ha saputo valorizzarlo

RIDATE IL PARCO A CHI LO MERITA DAVVERO

Ne avevamo già parlato poco meno di un anno fa, in occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio, perché il parco di Bosco Minniti, nella periferia di Siracusa, era diventato il luogo simbolo in cui associazioni, movimenti, cittadini, giovani avevano deciso di riunirsi per fare sentire il proprio bisogno di legalità e contemporaneamente mostrare il proprio attaccamento ad uno dei pochi spazi verdi della città. Uno spazio enorme, consegnato ai cittadini dopo un decennio di battaglie, di iniziative di protesta contro le amministrazioni susseguitesi negli anni, tutte colpevoli di aver usato il parco e la periferia in generale come mezzi di propaganda elettorale, lasciando poi ogni cosa immutata, abbandonando il parco al vandalismo, all’incuria, al suo stato di ennesima incompiuta. Per fortuna, però, nella stessa zona si trova una parrocchia, o meglio una comunità: quella di Bosco Minniti, guidata da padre Carlo D’Antoni, un sacerdote carismatico e combattivo, che si batte in prima linea per aiutare, tutelare e sostenere i più deboli. La sua comunità è diventata la casa degli ultimi, ospitando negli anni circa diecimila migranti, centinaia di senzatetto e ragazzi di strada, offrendo loro un riparo dalle traversie che la vita ha scelto di riservargli, aiutandoli a rimettersi in piedi e a trovare un nuovo cammino, un lavoro, una casa, una nuova esistenza. 

Oltre a questa nobile attività sociale, la parrocchia di Bosco Minniti si è anche impegnata per migliorare la condizione di questa zona periferica della città, con tanti problemi ma anche con tante risorse che la rendono meno problematica e più vivibile rispetto ad altri quartieri di Siracusa. Il parco è diventato, quindi, l’elemento centrale di questo progetto spontaneo di riqualificazione del luogo. Da questa convinzione si è partiti per provare a scuotere le istituzioni, affinché provvedessero a completare questo fondamentale spazio verde, questo terreno aperto di incontro e integrazione. Ci sono volute iniziative, denunce, proteste, perfino occupazioni per costringere l’amministrazione comunale a completare l’opera. Così, qualche anno fa, il parco è stato inaugurato. Dentro c’erano un grandissimo prato, un percorso circolare per il jogging, con attrezzi per la ginnastica, un’area giochi per bambini, un campo sportivo coperto da un tensostatico, numerose piante ed alberi che i cittadini del quartiere e i fedeli o i volontari della parrocchia, su iniziativa di padre D’Antoni, hanno comprato e piantato. Il parco diventava così di tutti, perché ognuno nel suo piccolo aveva contribuito alla sua “fioritura”. 

Per gli abitanti della zona è sembrato un sogno. Tanta gente attraversava i vialetti del parco, passeggiando, portando i bambini a giocare. L’area si riempiva quotidianamente di decine di appassionati di jogging, felici di correre in uno spazio così grande e aperto, lontano dal centro e dallo smog asfissiante. La gestione era affidata al Comune di Siracusa, a cui spettava il compito di custodia. Come si poteva immaginare, in poco tempo, a causa dell’assenza e dell’inefficienza del servizio di custodia, il parco rimaneva alla mercé dei soliti vandali, con motorini che entravano fino al centro della struttura, zigzagando in mezzo alle persone, e ragazzini che si “impegnavano” assiduamente a devastare il campo sportivo e la relativa copertura tensostatica. Una desolazione incredibile. Nonostante ciò, la gente non ha mai abbandonato il parco, continuando a popolarlo ad ogni ora del giorno, respirandolo profondamente, sperando in un ritorno alla normalità. Speranza che trovò la sua realizzazione quando la gestione venne affidata alla parrocchia di Bosco Minniti, con l’assegnazione dei compiti di cura e custodia dell’area per un periodo di circa sette mesi. A badare al parco erano quattro persone, adeguatamente formate: tre ragazzi immigrati e un siracusano, tutti ospiti della comunità parrocchiale. 

Una manna caduta dal cielo: il parco per la prima volta era realmente gestito, curato nel suo verde e vietato a vandali e motorini. Andare a correre o a passeggiare diventava un vero piacere e tra una corsa ed un esercizio di ginnastica, tra le urla festanti dei bambini e le chiacchiere rilassate dei genitori o le serate di liscio degli anziani, si respirava un clima di incontro, integrazione, scambio, serenità. Anche la scuola che è situata proprio di fronte all’entrata del parco lo utilizzava assiduamente per attuare progetti sulla legalità e sull’ambiente, organizzando delle iniziative di festa, mentre la parrocchia lo rendeva teatro di iniziative di scambio culturale e multietnico, organizzando serate a base di cibi colorati, musica e danze. Il grigiore anonimo delle serate primaverili ed estive di questa parte della città veniva spazzato via dall’affascinante potenza di un parco che in molti hanno visto nascere e crescere. Tutto andava bene, fino a quando l’amministrazione comunale, la stessa che era stata pubblicamente “stimolata” a rimediare alle proprie malefatte, ha deciso di togliere alla parrocchia la gestione di questo bene prezioso. Qualcuno, evidentemente ingolosito dalla nuova vitalità di questo spazio, ha pensato bene di sottrarlo a chi lo aveva rilanciato, per pensare a nuovi utilizzi, magari coinvolgendo i privati. 

Si vocifera che il parco possa essere affidato a soggetti privati, cosa che comporterebbe sicuramente all’istituzione di tariffe. Magari qualcuno ci installerà degli esercizi commerciali ambulanti e magari si dovrà pagare un pedaggio per accedere in un’area costruita con i soldi dei contribuenti e con la fatica dei cittadini del quartiere. Intanto, in attesa che la “nuova” amministrazione uscita vincitrice dalle recentissime elezioni (è stata confermata la vecchia amministrazione di destra, cambia solo il sindaco, poiché il precedente aveva già svolto due mandati) decida come meglio distruggere il polmone di Bosco Minniti, il parco è già tornato in una situazione di degrado: ringhiere di recinzione divelte, in modo da garantire l’accesso anche in fase di chiusura, illuminazione spenta (cosa che impedisce alle persone del quartiere, nelle sere d’estate, di passeggiare e vivere il parco fino a mezzanotte), rifiuti sparsi per terra (perfino qualche pneumatico), cestini abbattuti, pavimentazione divelta in alcune zone, erbacce secche che invadono anche l’area di passeggio o corsa.

In più, grazie all’atteggiamento propagandista dello scorso sindaco, ora vicepresidente della Regione, il parco si trova invaso da montagne di terra, portate lì da numerosi camion, nel periodo che ha preceduto le scorse elezioni regionali, e poi abbandonate come fossero rifiuti scaricati in una discarica abusiva. Nonostante questa nuova scelta di degrado, la gente continua a popolare il parco, continua ad  amarlo, anche se si lamenta per come viene tenuto adesso. Durante le tante tornate elettorali di questo periodo, sia l’ex sindaco, Bufardeci, sia il nuovo eletto Visentin, hanno parlato del parco, affermando di volerlo rilanciare dopo le fallimentari precedenti esperienze di gestione, con chiaro riferimento alla parrocchia. Coloro che vivono in altre parti della città e che non sono mai stati al parco potranno anche crederci, ma chi ha vissuto e vive quotidianamente questo spazio sa come stanno le cose perché la verità scorre davanti ai propri occhi. Ed è una verità che li spingerà a non mollare, a respingere le menzogne, a resistere ed a riprendere la protesta in ogni sua forma, per far sì che il parco torni nelle mani della gente e venga strappato alle brame malvagie di un’amministrazione avida ed incapace.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org

 

Il 21 e 22 giugno, nelle piazze italiane, torna il Sun Day di Legambiente, la manifestazione dedicata alla promozione dell’energia solare, in un momento in cui il governo ripropone il nucleare- Il comunicato di Legambiente

NELLE PIAZZE PER PROMUOVERE L’ENERGIA SOLARE

Il 21 e 22 giugno 2008 tornano nelle piazze italiane le giornate del Sun Day, l’iniziativa di Legambiente dedicata all’energia solare. Per far conoscere le applicazioni del solare termico e fotovoltaico da nord a sud saranno allestiti banchetti per la distribuzione di materiale informativo su energia solare, incentivi fiscali e forme di energia rinnovabile. Anche installatori e produttori faranno la loro parte, presentando al pubblico le nuove tecnologie, mettendo a disposizione i propri tecnici per dimostrazioni pratiche e informazioni su tipologie di installazioni, costi, manutenzione. Non mancheranno, poi, visite organizzate agli impianti solari dislocati sul territorio che alimentano abitazioni, strutture scolastiche, centri di educazione ambientale, strutture pubbliche. 

Dopo l’annuncio del governo di voler tornare in tempi brevi all’energia dall’atomo, il Sun Day di quest’anno si arricchisce di un ulteriore significato. “Basta dare un rapido sguardo ai numeri per rendersi conto che l’energia nucleare non serve – dichiara Andrea Poggio, vicedirettore nazionale di Legambiente – . Installando un metro quadrato di pannelli solari termici per abitante si riuscirebbe ad evitare l’importazione di 40Twh di energia dall’estero, pari a circa il 12% del consumo di energia elettrica a livello nazionale”. Nonostante l’Italia sia il paese del sole, in quanto a sfruttamento dell’energia solare siamo indietro a Paesi come la Germania, dove l’insolazione media è inferiore del 50%. 

Ad oggi la potenza installata di impianti fotovoltaici, in Italia, è di 100 MW per circa 10.000 installazioni: di queste quasi la metà è fatta di impianti di piccola taglia (da 1 a 3 kW). Le stime relative al solare termico parlano di 172 MWh installati, pari a circa 250.000 m2 di pannelli: una quantità significativamente inferiore al potenziale, con appena 2,9 kWh ogni 1000 abitanti. Il Sun Day di Legambiente quest’anno entra a far parte per la prima volta della campagna europea Sustainable Energy in Europe (SEE) di cui il Ministero dell’Ambiente è focal point per l’Italia. Per informazioni su tutte le iniziative organizzate in occasione del Sun Day 2008: http://www.ecosportello.org/

Legambiente.it

 

 

14/06/2008

Il rapporto annuale di Legambiente sull’ecomafia mostra ovviamente il triste primato della Campania, ma registra un peggioramento della situazione in Puglia e Calabria- Anche Lazio e Sicilia ai primi posti della classifica

ECOMAFIA: BOOM IN CAMPANIA, CALABRIA E PUGLIA

L’emergenza rifiuti che tanti danni ha arrecato in Campania, fa sentire la sua eco anche nel resto d’Italia: i problemi legati alle discariche abusive e ad una scarsa politica di educazione ambientale, hanno portato alla luce tutta una serie di altre attività illecite procurate da quella che ormai viene definita “ecomafia”. Il rapporto annuale di Legambiente ha registrato, oltre alla situazione ormai famosa della Campania, anche un notevole peggioramento a livello ambientale in Puglia: smaltimento illegale di rifiuti urbani e tossici, sciacallaggio edilizio lungo le coste, distruzione di boschi, macchia mediterranea e riserve protette. La Puglia è salita dal quarto al terzo posto nella graduatoria delle regioni più colpite, dietro alla Campania, che è chiaramente prima, ed  alla Calabria. Nonostante il terzo posto in graduatoria, la Puglia è prima per gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine: in totale ci sono state 47 persone arrestate; inoltre, le infrazioni registrate ammontano a circa 2.596, cifra che equivale al 20% del totale; rispettando questa statistica, le infrazioni sono dunque più di 10000 all’anno. 

Le indagini hanno accertato che tra i clan della Corona pugliese e quelli della Camorra campana vi sono frequenti contatti e, dunque, si presuppone anche l’esistenza di scambi reciproci di rifiuti, tossici e non. Proprio i rifiuti tossici sono stati per anni dispersi nelle campagne pugliesi e non inviati nei siti di compostaggio. Il risultato è stato dunque a dir poco disastroso per la produzione agricola, che ha subito l’ondata tossica a lungo termine delle scorie, rendendo ormai inutili i controlli recenti: i prodotti intossicati sono stati ormai abbondantemente consumati dalla popolazione italiana e le conseguenze inizieranno ben presto a farsi notare. Il rapporto di Legambiente ha comunque messo in evidenza che molte altre regioni hanno registrato un enorme incremento di attività illecite procurate dall’ecomafia: Campania e Calabria rimangono stabili sui primi due gradini del podio, la Puglia è terza, ma nell’Olimpo delle regioni più “sporche” d’Italia rientra anche il Lazio, che ha scalato posizioni. 

In discesa ritroviamo invece la Sicilia, che si ferma al quinto posto. Facendo il calcolo degli arresti, si notano però delle incongruenze: in Puglia, come detto, ci sono stati più arresti rispetto alla Calabria e alla Campania (anche se rispetto a quest’ultima lo stacco è minimo), per non parlare della Sicilia, nella quale il numero degli arrestati è pari a 0. Tutto questo induce a pensare che sono poche le regioni in cui qualcosa si sta davvero muovendo nell’attività delle forze dell’ordine in materia ambientale e che la malavita è ben radicata anche nei ranghi più alti delle autorità locali: il motivo per il quale regioni che si trovano in una posizione molto più bassa abbiano più arresti rispetto a Sicilia e Calabria, è ancora un quesito irrisolto, rimane il fatto che gli sciacallaggi continuano, sebbene le autorità non abbiano trovato alcun elemento da indagare ed arrestare. 

La situazione più allarmante rispetto alle statistiche rimane quella della Puglia: agli episodi di abusivismo edilizio e di inquinamento dovuto a scarichi tossici, si registrano anche moltissimi incendi su tutta la costa, in particolar modo nella zona del Gargano, tanto che il segretario regionale di Legambiente, Francesco Tarantini, ha chiesto al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, di istituire un osservatorio ambientale al fine di monitorare tutta la regione e di promuovere una campagna pubblicitaria che abbia come protagonisti tutti gli attori e le autorità locali; intanto il tour “No ecomafia”, in giro per tutta Italia, sarà a Bari il 19 Giugno. L’ecomafia ha riscosso tale interesse da arrivare anche nelle sale cinematografiche di tutta Europa: al premio “Nastri d’argento” ha trionfato, nella sezione dedicata ai documentari, il reportage-shock di Esmeralda Calabria, Giuseppe Ruggiero e Andrea D’Ambrosio, intitolato “Biutiful cauntri”, che pone l’accento sulla tragica situazione dell’emergenza in Campania, riportando immagini, filmati ed intercettazioni telefoniche che testimoniano gli scambi di rifiuti tossici con il Nord Italia. Il documentario uscirà a Parigi il 16 Giugno.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

La mattina dell’11 giugno, attivisti di Greenpeace sono intervenuti all’assemblea dell’Enel per criticare la politica energetica pro carbone e  pro nucleare  dell’Enel- Pubblichiamo il comunicato dell’organizzazione ambientalista

AZIONARIATO CRITICO CONTRO ENEL

Attivisti di Greenpeace “in giacca e cravatta” hanno consegnato un regalo a Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel, in occasione dell’assemblea degli azionisti del Gruppo. All’interno dell’assemblea, Fondazione Culturale Responsabilità Etica - con il sostegno di Greenpeace e CRBM (Campagna per la riforma della Banca Mondiale) - è intervenuta per portare all’attenzione degli investitori un documento di forte critica alla politica energetica di Enel pro carbone e pro nucleare. In Italia Enel ha intenzione di arrivare a coprire il 50% della propria produzione elettrica da carbone, il combustibile con le più alte emissioni di gas serra. La sola conversione a carbone della centrale di Civitavecchia comporterà l’emissione in atmosfera di oltre 10 Mt di tonnellate di CO2 ogni anno, mentre il Paese dovrebbe ridurle di 100 Mt al 2012 per rispettare gli obiettivi di Kyoto. Greenpeace critica fortemente anche la decisione di riversare 1,9 miliardi di euro nel completamento di due pericolosi reattori nucleari sovietici a Mochovce, in Slovacchia. Si tratta di reattori di seconda generazione anni ‘70 che non hanno alcun guscio di contenimento in grado di proteggerli da un incidente grave, come in caso di attentati terroristici.

Per questo alcuni attivisti hanno consegnato a Fulvio Conti un plastico dei reattori di Mochovce distrutti dall’impatto di un aereo. CRBM ha portato un altro caso di “falsa soluzione” per contrastare i cambiamenti climatici: il progetto di 5 grandi dighe nella Patagonia cilena, che prevedono anche la realizzazione di un corridoio largo quasi 100 metri e lungo 2300 km attraverso la foresta temperata, per costruire un elettrodotto che porti l’elettricità verso le industrie del rame nel Nord del Cile. Un progetto che potrebbe avere enormi impatti su uno degli ultimi paradisi naturali del Paese. Banca Etica, Greenpeace e CRBM hanno dato inizio alla prima attività in Italia di “azionariato critico”, il cui scopo è duplice. Da una parte portare le campagne di denuncia delle Organizzazioni Non Governative all’attenzione di azionisti, investitori istituzionali e vertici dei grandi gruppi industriali. Dall’altra lanciare anche in Italia un meccanismo di democrazia economica, che favorisca la partecipazione degli azionisti alla vita dell’impresa. 

La decisione di intervenire all’assemblea di Enel è avvenuta su proposta di Greenpeace e CRBM, che da tempo hanno avviato campagne di critica alle scelte del Gruppo. Già oggi Enel è il primo killer del clima in Italia con l’emissione di 56,2 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 nel 2005, quasi un decimo delle emissioni totali italiane in quell’anno. Vista la gravità dei cambiamenti climatici, la strategia di Enel dovrebbe essere volta a ridurre le emissioni di gas serra, invece è tutto il contrario: la maggior parte degli investimenti rimane bloccata su fonti fossili tradizionali e nucleare, solo il 18% alle rinnovabili. Le tre organizzazioni chiedono a Enel di rinunciare ai progetti di Mochovce in Slovacchia e HidroAysèn in Patagonia, e di spostare i propri investimenti dai combustibili fossili alle energie rinnovabili per contribuire a diminuire la dipendenza dell’Italia dall’estero e arginare il fenomeno dei cambiamenti climatici. (Per vedere le immagini dell’azione di Greenpeace e per saperne di più clicca sul link: http://www.greenpeace.org/italy/news/azionariato-critico).

Greenpeace Italia

 

 

07/06/2008

La nostra mini inchiesta sull’efficienza del sistema di differenziazione dei rifiuti a Siracusa: pochi cassonetti, mal disposti, non svuotati per settimane e spesso pieni di immondizia comune- Quando differenziare diventa un’avventura

L’ODISSEA DEL CITTADINO CIVILE

Non c’è dubbio che il futuro dello smaltimento dei rifiuti è la differenziata, ma perché ciò non può essere anche il presente? I recenti fatti campani ci mostrano chiaramente a quali estreme conseguenze si rischia di giungere se non si comincia a prendere seriamente la questione dei rifiuti. Non c’è dubbio che una volta prodotti da qualche parte vanno pur messi: il nodo è quindi cercarne di produrre il meno possibile e nel modo più razionale. È per questo motivo che la differenziata non deve essere continuamente indicata come il nostro futuro, ma come il presente da realizzare con urgenza. Ci sono numerose realtà in tutta Italia, non solo al nord ma anche al sud (vedi l’esempio del Comune di Mercato San Severino in provincia di Salerno) dove la differenziata funziona a pieno regime senza alcun disagio per i cittadini. È solo una questione di organizzazione e pianificazione: bisogna mettere a disposizione di tutti le informazioni necessarie, gli strumenti e magari incentivare la raccolta. Fatto il primo sforzo per avviare il sistema della differenziata, con tanto di centri di raccolta, diffusione di campane e bidoni idonei e la previsione di regole ben precise da rispettare, si sarebbe sicuramente a metà dell’opera. 

Per non andare troppo lontano, ci siamo soffermati ad analizzare la realtà siracusana e quali sono gli ostacoli che deve affrontare un cittadino diligente che ha intenzione di iniziare a differenziare i propri rifiuti. In un Comune dove si è colpevolmente ancora all’inizio, dato che solo da pochi mesi è stato creato il centro di raccolta, la differenziazione deve necessariamente partire dalla propria abitazione privata, dove bisogna sapientemente organizzarsi per separare almeno plastica, carta e vetro. Questo perché, ad un attento controllo, gli unici bidoni presenti in città sono quelli della plastica (di colore giallo) del vetro (di colore verde) e della carta (di colore azzurro). Una volta consolidata questa abitudine e prestata una minima attenzione ai prodotti ed alle confezioni che si possono effettivamente riciclare (ad esempio, bicchieri e piatti di plastica non si possono riciclare perché trattati), non buttare più indistintamente insieme tutta la spazzatura dà una certa soddisfazione e soprattutto rende evidente ad occhio che i viaggi dai cassonetti comuni diminuiscono notevolmente (più della metà). 

Fino a qui tutto bene; la vera e propria avventura comincia quando si esce da casa con i tre sacchetti pieni di materiale pronto a riprendere vita (con otto bottiglie di plastica si fa una coperta di pile). A parte i pochi fortunati che si trovano i tre cassonetti colorati davanti casa, gli altri devono spesso iniziare una estenuante ricerca: non solo, infatti, i cassonetti per la differenziata sono decisamente pochi, ma può anche capitare che in certe postazioni ne manchi uno o che tutti i bidoni siano pieni e rimangano tali per giorni (quando non per settimane). Si potrebbe ottimisticamente dire che i cassonetti sono sempre pieni perché la differenziata a Siracusa è decollata: in realtà a negare questa circostanza sono principalmente i dati e secondariamente i fatti. Abbiamo, infatti, osservato con cadenza giornaliera alcuni “cassonetti campione” che hanno mostrato lo stesso identico aspetto anche per più di sette giorni consecutivi. Una cosa è certa: il servizio di raccolta a Siracusa non ha cadenza né giornaliera, né settimanale, il che causa inefficienza e rischia di far saltare tutto. 

Pensiamo, a tal proposito, al cittadino diligente che esce da casa pensando di dover perdere solo alcuni minuti per svuotare i tre sacchetti nei tre diversi cassonetti e che invece si vede costretto a vagare per la città per trovare i cassonetti e soprattutto per non trovarli strabordanti. Sorvoliamo, poi, sui casi in cui nei contenitori della differenziata abbiamo visto dei sacchetti di spazzatura indifferenziata: purtroppo la civiltà non è di tutti. Un buon amministratore che vuole seriamente avviare la differenziazione dei rifiuti, anche in vista di un più efficiente e razionale funzionamento (nonché di una maggiore utilità) dei termovalorizzatori, devi avere chiaro il percorso da seguire. Bisogna pianificare gli interventi da realizzare a vari livelli: come tempo fa suggerimmo, il primo passo dovrebbe essere la sostituzione della Tarsu (tassa sui rifiuti solidi urbani) con la Tia, la tariffa da pagare non sulla totalità dei rifiuti prodotti, ma solo sul rifiuto indifferenziato. 

È ovvio che una simile tariffa non può che fungere da incentivo a differenziare, dato il risparmio che si può ottenere dalla differenziazione. Un secondo livello fondamentale è quello informativo: a nulla serve la predisposizione di strumenti se poi non si diffondono le informazioni tra i cittadini. Per ultimo, ma non certo per importanza, bisogna provvedere a livello materiale e strumentale: un sistema ottimale vorrebbe la differenziazione di più materiali possibile (alluminio, umido, carta, plastica, carta ed indifferenziato) ed un sistema settimanale di raccolta porta a porta, così come da anni si fa dove la raccolta differenziata funziona a pieno regime. Anche se un sistema simile a Siracusa è ancora un’utopia, sarebbe auspicabile che, quanto meno, per il cittadino fare la raccolta differenziata non debba trasformarsi in un’avventura.

Giusy Montoneri –ilmegafono.org

 

La situazione dei mari italiani non è per niente rassicurante: abusivismo, erosione,  inquinamento di ogni tipo mettono a rischio lo stato di salute delle nostre acque e delle coste- Ma l’Europa propone dati confortanti 

 MARI ITALIANI: UN DILEMMA EUROPEO

La situazione italiana non è delle migliori: lo riscontriamo sia sul piano istituzionale sia su quello socio-economico, e purtroppo, ancora una volta, sul piano ambientale. Oltre alle sanzioni ricevute dalla Comunità Europea a causa dell’emergenza rifiuti, l’avvicinarsi dell’estate ha messo in luce un’ulteriore calamità che necessita un tempestivo intervento da parte delle autorità: nel rapporto annuale sulla situazione dei mari nel mondo, l’Italia si trova in coda, un dato che implica tutta una serie di conseguenze anche dal punto di vista economico, dal momento che i turisti provenienti da tutto il mondo scelgono altre mete per le proprie vacanze, danneggiando uno dei settori trainanti per l’economia italiana. In Campania, ad esempio, l’emergenza rifiuti si è riversata anche sui mari, come testimoniano sopralluoghi eseguiti dalle forze dell’ordine: elevate quantità di rifiuti, anche tossici, sono stati gettati in mare, considerato una vera e propria discarica alternativa in mancanza di quelle ufficiali e regolari. 

Tuttavia, il Commissario all’ambiente dell’Ue, Stavros Dimas, ha appena pubblicato un rapporto in cui manifesta piena soddisfazione per la situazione dei mari europei: il 95% delle zone marittime sono balneabili e l’89% dei fiumi risultano in regola, ma, stando sempre al rapporto di Dimas, è necessario da parte delle autorità locali continuare a varare leggi che salvaguardino le zone costiere, poiché rispetto agli anni precedenti si è verificata una lieve inflessione, anche se lo standard è comunque abbastanza alto. L’Italia è forse l’eccezione che conferma la regola: troppo spesso le nostre coste dimostrano di non rientrare nei canoni di regolarità registrati dall’Unione, sia per quanto riguarda lo scempio edilizio (alberghi e ville abusive) sia per quanto riguarda le acque in sé, per svariati motivi che vanno dall’inquinamento alla mancanza di politiche adeguate per impedirne la diffusione. Ogni anno gli stati dell’Ue devono inviare alla Commissione un rapporto dettagliato sulla condizione delle loro acque, siano esse marittime, siano esse interne: le acque devono essere sottoposte ad un’attenta analisi biologica, microbiologica e chimica. 

Al fine di far rispettare questi parametri, l’Ue ha imposto nel 2006 agli stati membri un limite di tempo entro il quale applicare le proprie norme, e tale limite è prefissato all’anno 2015, nel caso in cui non si sia riusciti ad applicarle pienamente già entro il marzo 2008. Il suddetto rapporto di Dimas appare confortante per tutti i paesi dell’Unione, compresa l’Italia, e dunque ci si interroga sul perché a livello mondiale è comunque bassa la percentuale di consensi per le acque del nostro paese: molto probabilmente, è a livello europeo che l’Italia riesce a salvarsi, ma posta in prospettiva mondiale vengono fuori carenze notevoli, che riguardano comunque l’intera Unione. Non si possono accusare le autorità europee di specifiche mancanze nel settore ambientale, dal momento che le leggi varate sono molte e dettagliate; le accuse vanno altresì indirizzate prettamente ai governi dei singoli stati che non sempre applicano le leggi con precisione. 

I dati confortanti dell’Ue stridono con ciò che vediamo sulle nostre coste, fatte le dovute eccezioni, e sembrano dunque poco veritiere le prospettive ottimistiche fornite dal Commissario Dimas. E’ probabile che si dedichi ancora troppa poca attenzione alla situazione delle zone degradate sotto ogni punto di vista, sia ambientale che sociale, e che dunque queste realtà passino spesso inosservate, ma è anche vero che sono i cittadini stessi a mancare d’interesse nei confronti del proprio ambiente, dimenticandosi di rispettarlo con piccoli ma utilissimi accorgimenti. E’ fondamentale dunque portare alla ribalta europea la vera condizione dei nostri mari, dal momento che l’Unione dispone di tutti i mezzi necessari per risolvere la questione, e magari finanziare di più i provvedimenti e le disposizioni a favore della tutela del nostro patrimonio marino.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

24/05/2008

Altra settimana di passione a Napoli nell’ambito della questione rifiuti: incendi di immondizia hanno attraversato la città e si sono vissuti momenti di alta tensione- Adesso c’è un reale bisogno di dialogo a tutti i livelli

EMERGENZA RIFIUTI: NAPOLI SI RIACCENDE

L’estate è alle porte, la temperatura aumenta, e per le strade di Napoli e provincia non si tratta soltanto di un fattore climatico: basta osservare i cassonetti strabordanti, i piccoli e grandi roghi di immondizia per rendersi conto che l’emergenza è ancora all’ordine del giorno, con tutti gli effetti che provoca. La settimana scorsa si sono verificate in tutta la zona colpita vere e proprie rappresaglie contro la polizia, i vigili ed i pompieri chiamati a riportare l’ordine, con il risultato che la cittadinanza ha dovuto subire fumi tossici, strade bloccate e contusi. Dopo marzo sembrava che la situazione stesse leggermente migliorando, ma sono bastati pochi giorni per far capire all’Italia intera che il focolaio (nel vero senso della parola) è ancora acceso. Significativi sono stati gli interventi dei comuni al fine di diffondere la raccolta differenziata anche nelle scuole: infatti quasi tutti gli istituti campani si sono finalmente dotati di contenitori nei quali raccogliere carta e plastica, ma tutto questo non è bastato, dal momento che la popolazione richiede a gran voce l’intervento dello Stato. 

Proprio per questo, il neopresidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha convocato il primo consiglio dei Ministri effettivo a Napoli, per “sottolineare simbolicamente l’attenzione che il governo dedicherà fin dal primo momento alla precaria condizione in cui versano Napoli e provincia”; le prime misure approvate sono state il presidio dell’esercito presso le discariche, che diverranno siti militarizzati, la nomina a commissario straordinario di Bertolaso (nella speranza che con un secondo incarico riesca ad ottenere buoni risultati...), sanzioni e multe salate per i comuni che non impongono la raccolta differenziata. Inoltre, un’altra novità è stata annunciata da Bertolaso, il quale, proprio in questi giorni, ha affermato che il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, ha trenta giorni di tempo per decidere il luogo per la costruzione di un nuovo inceneritore (uno dei tre promessi dal governo, problema che fino ad ora non si è mai riusciti a risolvere), scaduti i quali, se non è stata ancora trovata una collocazione idonea, sarà Bertolaso stesso, insieme al governo tutto a decidere dove e come agire.

Da evidenziare è comunque l’universalità del problema: non c’è bisogno di alcun colore politico per comprenderne l’urgenza, l’attuale governo di destra, cosi come l’opposizione di sinistra hanno dichiarato la loro aperta disponibilità alla collaborazione reciproca nel risolvere la situazione. Vedremo se ciò verrà fatto ed in che modo. L’emergenza rifiuti sta acquistando fama anche a Cannes, dove è in corso il Festival del Cinema: alla conferenza stampa per la presentazione del film “Gomorra”, un giornalista ha chiesto ad uno degli attori protagonisti, Toni Servillo, (di origini campane), cosa stesse davvero succedendo dalle sue parti; l’attore ha semplicemente risposto che essendo un cittadino come tutti gli altri ha bisogno lui stesso di risposte concrete da parte delle autorità, perché ogni singolo cittadino è coinvolto in questa assurda e paradossale situazione. Ogni singola rivolta cittadina è comunque destinata a degenerare nel corso di queste settimane che ci separano dall’inizio effettivo dell’estate, ed anche quei comuni che sembravano apparentemente immuni dall’emergenza stanno mostrando i primi segni di cedimento: i siti di stoccaggio provvisori, prima o poi si riempiranno, e quel momento sembra essere ormai vicinissimo. 

A complicare il tutto, subentra anche l’ignoranza e la scarsa informazione da parte della popolazione, che si ostina ad appiccare il fuoco ai cumuli di immondizia, scatenando sostanze tossiche, sottoponendo anziani e bambini a rischi elevatissimi: per questo le ASL hanno invitato i soggetti più cagionevoli ad evitare di camminare in strada. Ogni qualvolta che si verificano incendi e rappresaglie sembra di trovarsi sulla scena di un film di guerra, e poco ci manca ad una vera e propria rivoluzione. Questi atti vanno fermati con durezza, anche se è discutibile la norma prevista dal governo circa l’arresto per chiunque commetta atti di protesta legati alla questione discariche. Ad ogni modo, una volta per tutte c’è bisogno di un intervento deciso e serio, mettendo da parte le rivalità politiche o le promesse propagandistiche, perché è necessario estirpare le radici di questo fenomeno che attanaglia l’intera Campania da decenni. Collaborazione (istituzioni a tutti i livelli e cittadini) è la parola chiave.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

Il neoministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha annunciato l’intenzione sua e del suo governo di gettare le basi, entro questa legislatura, per la realizzazione di diverse centrali nucleari di nuova generazione

ED ORA TORNA IN GIOCO ANCHE IL NUCLEARE

La settimana scorsa avevo parlato di un’Italia sotto scacco, lasciando un punto interrogativo in attesa di ulteriori conferme. Conferme che, puntualmente, sono arrivate. Non mi riferisco solo alla linea scelta dal governo sul caso rifiuti, con l’assurda e pericolosa scelta, tra l’altro, di militarizzare le discariche, così da sottrarle ad ogni controllo o intervento della magistratura. Ciò a cui faccio riferimento sono soprattutto le parole del neoministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, il quale, nel corso dell’assemblea di Confindustria, ha affermato che durante questa legislatura si getteranno le basi per la realizzazione di centrali nucleari di nuova generazione. Una dichiarazione che sa un po’ di minaccia e un po’ di sfida, perché il nucleare è stato già bocciato dagli italiani con un referendum (8-9 novembre 1987) in cui l’80% dei votanti disse no. Una scelta netta, espressione di una volontà democratica che adesso nessuno ha il diritto di rimettere in discussione. In Italia, però, siamo abituati a tornare indietro, in un eterno rigurgito che ci condanna a riproporre le cose peggiori. 

D’altra parte, lo stesso Scajola è un “ripescato”, visto che è stato rinominato ministro (stavolta dello Sviluppo Economico) in virtù degli ottimi risultati raggiunti quando era ministro dell’Interno: l’illustre politico ligure, infatti, è colui che gestì l’ordine pubblico e le forze dell’ordine durante il G8 di Genova, conclusosi con una città devastata, la morte di Carlo Giuliani e le violenze alla Diaz ed a Bolzaneto, senza che ciò provocasse in lui la minima intenzione di dimettersi. Dimissioni che furono forzate in occasione di un altro grande risultato politico di Scajola: quando Marco Biagi (l’economista sul cui nome oggi, soprattutto a destra, in troppi speculano) venne ucciso dalle Br, si scoprì che l’allora ministro dell’Interno aveva tolto la scorta a Biagi, nonostante quest’ultimo aveva manifestato viva preoccupazione per la propria vita. Ma non bastava ancora, ci volle altro per convincere il ministro a lasciare la poltrona, vale a dire una sua dichiarazione pubblicata dal Corriere, in cui egli definiva elegantemente Biagi un “rompicoglioni”. Questa è la storia del nuovo paladino del nucleare, evidentemente rinominato ministro per meriti. In questo governo tutto è possibile. Dopo questa illuminante parentesi biografica torniamo al nucleare.  

Si tratta, come abbiamo scritto più volte, di una forma energetica che, considerati i rischi ed i costi, molti paesi, meglio organizzati di noi (ad esempio la Germania e gli Usa), stanno cominciando ad abbandonare o ridurre, per dare spazio a fonti ad impatto ambientale minimo e maggiormente gestibili, come ad esempio l’eolico ed il fotovoltaico (energia solare). Il problema è che se, da un lato, il nucleare è un’energia pulita sul piano delle immissioni nell’atmosfera, dall’altro, pone questioni che sono già state affrontate e non sono risolvibili se non infischiandosene dei rischi per l’ambiente e per la salute dei cittadini. Prima di tutto, un incidente in una centrale nucleare produce conseguenze terribili ed a lunghissimo termine, come è avvenuto nel caso del disastro di Chernobyl (Ucraina) nel 1986. Secondo, esiste il serio problema delle scorie radioattive, che risultano dalla produzione di energia atomica, e che hanno un devastante impatto inquinante sull’ambiente. 

L’Italia ha già mostrato i suoi limiti nella gestione delle scorie, che, a distanza di oltre vent’anni dalla rinuncia al nucleare, giacciono ancora nei vecchi siti adibiti a discarica. Immaginiamo cosa potrebbe accadere in un paese come il nostro, in cui le discariche abusive sono da record ed in cui lo smaltimento di rifiuti tossici, derivanti dalle attività industriali, è in mano alle organizzazioni criminali. Certo, l’annuncio di Scajola arriva proprio al momento giusto, cioè dopo la determinazione della linea del governo sulla questione rifiuti: la scelta di militarizzare le discariche, di punire con il carcere le iniziative di disturbo alla loro realizzazione, di mantenere il segreto sulle discariche da aprire, di affidare pieni poteri ad un sottosegretario, che, in mancanza di azioni delle amministrazioni locali entro un certo periodo di tempo, può decidere da solo come procedere, è chiaramente il segno chiaro di una strategia ben precisa in materia ambientale. 

Ciò che questo governo vuole non è risolvere i problemi, ma attuare un modello di sviluppo selvaggio che tanto piace a quel mondo industriale che, da subito, ha allargato le braccia a Berlusconi, nella speranza finalmente che il cavaliere spazzi via vincoli e divieti e permetta agli industriali di incassare notevoli guadagni in barba alle reali esigenze dei cittadini ed alle vocazioni concrete dei territori. Una scelta dirigistica, imposta, arrogante e totalitaria, intrisa di un aroma nauseante di industrialismo ideologico, basato sulla brama di fare tutto senza alcun limite ed il prima possibile. A questo punto, il tono interrogativo della scorsa settimana può tranquillamente essere tolto. Scajola, Prestigiacomo, Berlusconi, Tremonti, Brunetta, ecc.: tutti vogliono la stessa cosa, tutti vogliono depredare l’Italia. Hanno cominciato a muovere pedoni ed alfieri. Lo scacco matto è pronto.

Massimiliano Perna -ilmegafono.org  

 

 

17/05/2008

Appena tornata al governo, con l’incarico di ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo ha già dettato la linea sua e del suo schieramento (ma non solo): sì immediato ai termovalorizzatori, compreso quello di Augusta

SCACCO MATTO ALL’AMBIENTE?

Com’era prevedibile, il nuovo governo, appena insediatosi, oltre a mostrare i muscoli contro i deboli (attività per adesso prevalente) ha già iniziato a progettare il suo nefasto modello di sviluppo. La scelta di dare il ministero dell’Ambiente a Stefania Prestigiacomo, rampollo di una famiglia di industriali siracusani, non è stata casuale. A lei spetterà realizzare gli interventi in materia ambientale, soprattutto in quelle aree e con quegli strumenti da tempo al centro di accesi dibattiti. L’esordio non è certo rassicurante: in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, all’indomani della sua nomina, il neoministro ha affermato che i rigassificatori ed i termovalorizzatori previsti si faranno, senza indugi, senza attendere oltre. In particolare, la Prestigiacomo ha affermato che sono tanti gli inceneritori già pronti, quattro solo in Sicilia, la sua terra d’origine: “Certo sono tanti, ma se non ci muoviamo la mia isola rischia di ritrovarsi come Napoli; e lo stesso vale per il Lazio”. Dunque, l’emergenza diviene la scusante attraverso cui fare passare con fermezza un preciso modello di sviluppo industriale. 

La strategia è chiara, specialmente se si ascoltano le parole di tanti esponenti del centro-destra locale, come il candidato presidente della Provincia di Siracusa, Pippo Sorbello (Mpa), il quale, nel corso di una trasmissione tv, ha negato l’esistenza di forme di ribellione da parte della gente di Augusta alla scelta di installare un termovalorizzatore nell’area, facendo poi molta confusione tra inceneritori e rigassificatori. Una “disattenzione” enorme quella del candidato Sorbello, il quale dimostra (o finge) di ignorare le migliaia di persone (di Augusta e non solo) scese in piazza per manifestare contro le scelte forsennate della Regione, il cui piano dei rifiuti, predisposto dall’ex commissario Cuffaro, prevede quattro impianti di termovalorizzazione in Sicilia, nelle province di Palermo, Agrigento, Catania e appunto Siracusa. Cittadini, associazioni, comitati, l’amministrazione comunale di Augusta che è ricorsa alla magistratura: protagonisti di un lungo percorso di protesta culminato nell’intervento dell’Unione Europea che ha imposto la sospensione del progetto previsto ad Augusta, in virtù delle irregolarità presenti nel piano regionale per i rifiuti. 

E’ assurdo, infatti, installare un impianto a forte impatto ambientale in un’area già gravata da una presenza industriale massiccia e dannosa. Le emissioni nocive provenienti da un inceneritore (principalmente diossina), per di più in una provincia che si trova ai livelli minimi nella percentuale di differenziazione dei rifiuti, si andrebbero ad unire alle emissioni prodotte dalla zona industriale ed eleverebbero ancor più il livello di inquinamento esistente nell’area, con rischi gravissimi per la salute dei cittadini. Si ricordi che l’incidenza dei tumori nel triangolo industriale Priolo-Augusta-Melilli è elevatissima, tanto che questa zona della Sicilia orientale è spesso soprannominata “triangolo della morte”. Se è vero che la situazione dei rifiuti in Sicilia rischia di degenerare come in Campania, ciò non può essere risolto con interventi drastici i cui effetti ricadono sulla pelle dei cittadini. Da sempre, la gestione dei rifiuti in Sicilia, così come in Campania, è in mano alla criminalità organizzata, che gode di protezioni e connivenze. Un sistema di potere difficile da scalfire, se non con un’attività di amministrazione della cosa pubblica coraggiosa ed efficace. 

L’adozione degli strumenti atti a favorire la cultura della differenziazione è ancora lontana dall’essere attuata, così come si continua a non intervenire sul sistema degli appalti di concessione della gestione rifiuti allo scopo di renderlo più trasparente: da decenni, infatti, sono sempre le stesse ditte ad occuparsi di questo settore nevralgico per la vita di un Comune e dei suoi abitanti. Il ministro Prestigiacomo, con le sue dichiarazioni, dimostra di snobbare tutti quei cittadini (migliaia) che da alcuni anni si battono per fermare l’ennesimo scempio al proprio territorio ed alla propria salute. E’ giusto ricordare che, tra quei cittadini, ci sono anche elettori della sua parte politica, perché ad Augusta la sofferenza, la paure e la rabbia sono sentimenti trasversali, sono esigenze civiche non contrattabili in nome di una precisa appartenenza politica. Anche nello schieramento di centro-destra ci sono esponenti contrari alla nascita del termovalorizzatore di Augusta e di quelli previsti in altri tre luoghi dell’isola. Perché allora insistere su un atteggiamento arrogante e superficiale, che mira ad imporre dall’alto le scelte che dovrebbero essere compiute dai cittadini e da chi li rappresenta sul territorio? 

L’assalto è già iniziato, i predatori industrialisti hanno conquistato il governo del Paese, la resistenza delle popolazioni dovrà aumentare se si vuole difendere il proprio presente ed il proprio futuro. E tale resistenza dovrà essere trasversale, perché tra coloro che hanno sposato un certo modello di sviluppo ci sono anche persone che oggi appartengono all’opposizione. Pecoraro Scanio è stato usato come capro espiatorio per condannare a morte l’idea di sviluppo sano che egli persegue ed ha perseguito durante il suo mandato ministeriale. Metterlo in minoranza, addossargli colpe che non sono sue, come nel caso di Napoli, è stato un modo strategico di cui anche una parte del centro-sinistra si è servito per legittimare la propria appartenenza ad un modello di sviluppo più “aggressivo”. Concetto che emerge anche da ciò che la Prestigiacomo ha detto al Corriere della Sera: “Ho la fortuna che il mio predecessore, con i suoi no, ha finito per convincere pure la sinistra che il vero ambientalismo è un altro”. Già, secondo l’acuto neoministro, l’ambientalismo è quello che risolve le emergenze creandone altre ancora più gravi. Prepariamoci.

Massimiliano Perna –ilmegafono.org   

 

Pubblichiamo il comunicato stampa di Legambiente, in cui si presenta “Giornate del sole”, un’iniziativa finalizzata a sensibilizzare i cittadini sul tema del risparmio energetico- Dal 13 al 28 maggio, saranno raggiunte dieci città

AL VIA LE GIORNATE DEL SOLE

Iniziativa di Enel, Cittadinanzattiva, Legambiente, Movimento Difesa Del Cittadino, Unione Nazionale Consumatori per promuovere la cultura dell’efficienza energetica e l’uso delle fonti rinnovabili. Risparmiare energia e tagliare la bolletta senza rinunciare ai comfort della vita moderna, facendo bene all’ambiente: all’insegna di questo principio guida, parte il camion Enel.si con la collaborazione di Cittadinanzattiva, Legambiente, Movimento Difesa del Cittadino e Unione Nazionale Consumatori. Dal 13 al 28  maggio a Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, Palermo, Siracusa arrivano così le “Giornate del Sole”: 10 iniziative congiunte tra la Società per l’energia elettrica e il gas e le associazioni ambientaliste e consumeriste per sensibilizzare e informare gli italiani sull’uso “intelligente” dell’energia elettrica e delle fonti rinnovabili. Arrivato nelle piazze delle città italiane, il camion si aprirà e ai cittadini, primi i milanesi, e saranno fornite informazioni e distribuite due guide pratiche. Una sull’efficienza e risparmio energetico e l’altra sul fotovoltaico e solare termico. 

La prima spiega come utilizzare l’energia in modo più razionale  (con suggerimenti utili riguardanti acqua, elettrodomestici, etichette di consumo, illuminazione e riscaldamento) per contribuire al miglior equilibrio del sistema elettrico nazionale e dell’ambiente, ottenendone in più un beneficio in bolletta. La seconda, come dotarsi di un impianto fotovoltaico o solare termico sfruttando gli incentivi previsti  e come attivare il cosiddetto ‘conto energia’. Inoltre, tutti i visitatori riceveranno in omaggio lampade a basso consumo (fluorescenti compatte) che durano 8 volte di più e consumano l’80% in meno delle tradizionali lampadine ad incandescenza e il kit di economizzatori idrici (o “rompigetto”), oltre ad avere l’opportunità di conoscere da vicino i pannelli fotovoltaici e quelli per il solare termico. Si “parte” con almeno 150 mila lampadine da distribuire insieme a 50.000 rompigetto nelle shopper biodegradabili. 

Se sostituite alle tradizionali lampadine a incandescenza, le lampade ad alta efficienza consentiranno un risparmio di  circa 9.954.000 kilowatt/ora, 1.400.000 metri cubi di gas,  evitando così l’emissione in atmosfera di  oltre 7.700 tonnellate di anidride carbonica (CO2) e di altri gas a effetto serra. Per sensibilizzare chi non potrà essere in piazza, Enel e le associazioni partner dell’iniziativa hanno dato vita, attraverso un sito Internet dedicato, alla prima rete nazionale on line di informazione focalizzata su fotovoltaico e solare termico (http://www.giornatedelsole.it/). Ma non basta: per azzerare  la CO2 prodotta dal truck nel suo giro per le piazze delle città italiane, sarà realizzato un progetto di forestazione sul territorio italiano.

Legambiente.it

 

 

10/05/2008

La discarica di Malagrotta, alle porte della capitale, rischia di scoppiare e, mentre c’è chi progetta termovalorizzatori brucia tutto accanto ad altri impianti inquinanti, i  cittadini chiedono un nuovo piano di gestione dei rifiuti

EMERGENZA RIFIUTI ANCHE A ROMA

Dopo Napoli, Roma. La regione Lazio rischia gravi sanzioni da parte di Bruxelles per non aver ancora notificato all’Ue il suo piano di gestione dei rifiuti. La situazione, soprattutto nella capitale, è gravissima: la discarica di Malagrotta, alle porte della città eterna, è infatti arrivata al massimo dello stoccaggio (210 ettari di immondizia) e se non verrà ampliata potrà durare solo qualche mese. Secondo un rapporto dell’Eurispes, negli ultimi anni, il conferimento dei rifiuti nella discarica romana è aumentato notevolmente e sarebbe anche maggiore se non si fosse registrato un incremento della raccolta differenziata dal 4,5 per cento del 2001 al 12 per cento attuale (secondo i dati pubblicati dal Sole 24 Ore). Tale percentuale rimane però ancora troppo bassa rispetto all’ambizioso obiettivo regionale che mira ad un risultato del 50 per cento entro il 2010. Nel frattempo, mentre si moltiplicano le proteste per l’apertura del gassificatore a Malagrotta e contro la costruzione di un termovalorizzatore ad Albano, iniziano a farsi vedere anche i danni ambientali causati dalla discarica.

Nel rapporto dell’Eurispes del gennaio scorso se ne evidenziano alcuni: dal percolato (prodotto dai rifiuti) che è arrivato fino alla falda sottostante inquinandola, ai “30 mila metri cubi di biogas” derivanti dagli scarti della città fino alle colline “che, sotto il peso dei rifiuti, ogni anno si abbassano di un metro formando laghetti di acqua piovana”. Nella discarica di Malagrotta vengono smaltiti i rifiuti del Comune di Roma, dell’aeroporto di Fiumicino, della città di Ciampino e del Vaticano, circa 5 mila tonnellate al giorno e secondo l’azienda municipalizzata Ama e l’amministrazione regionale, l’unica soluzione ad una nuova “emergenza” risiede nell’utilizzo degli impianti di termovalorizzazione e del gassificatore. Ci sono tuttavia migliaia di cittadini e di famiglie romane e italiane che la pensano diversamente: è la raccolta differenziata che va potenziata insieme ad un nuovo piano per la gestione del ciclo dei rifiuti. Nel Nord Europa e anche in molte aree del Nord Italia la raccolta differenziata e il trattamento dei rifiuti “a freddo” sono già una realtà a cui i cittadini si sono abituati in fretta (in Veneto la raccolta diversificata arriva al 39,9 per cento in base a quanto pubblicato dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente sui rifiuti). 

Tutti gli esperimenti fatti nelle regioni del Nord per una gestione dei residui “a freddo”, mediante la separazione e il riciclo dei vari materiali e anche attraverso il compostaggio dei rifiuti biologici organici, hanno dato risultati positivi e duraturi. “Al contrario il gassificatore non potrà mai essere un piccolo gioiello di tecnologia - scrive la Rete regionale rifiuti del Lazio - Non potrà mai avvenire questa sorta di magia o il risanamento dell’area attraverso il funzionamento del gassificatore”. Nell’area di Malagrotta, dove dovrebbe aprire il nuovo impianto, sono concentrati infatti diversi siti (oltre alla discarica che dovrebbe essere chiusa), tutti dannosi per la salute: la Raffineria di Roma (proprietà di una società privata francese), cave di inerti (gestite da società private), un inceneritore di rifiuti ospedalieri (dell’Ama), depositi di carburante e un bitumificio a cui tra poco si aggiungerà il gassificatore. Non appare infondata pertanto la richiesta dei comitati cittadini di Malagrotta e dei comuni vicini di delocalizzare il gassificatore, chiudere la discarica, bonificare l’area e incrementare la raccolta differenziata, anche alla luce degli ultimi studi scientifici che non lasciano dubbi sui legami esistenti tra la vicinanza agli impianti di “valorizzazione energetica dei rifiuti” e l’aumento delle malattie tumorali.

Giorgia Lamaro –ilmegafono.org

 

La notte tra il 6 ed il 7 maggio, gli attivisti di Greenpeace, a bordo della Arctic Sunrise, hanno fermato un peschereccio siciliano impegnato in attività di pesca illegale- Liberata una tartaruga marina impigliata nelle reti

ARCTIC SUNRISE CONTRO PESCHERECCIO PIRATA

Gli attivisti di Greenpeace hanno affrontato un peschereccio pirata nel Mar Ionio. Lanciati in acqua i gommoni, hanno sequestrato 2 chilometri di spadara, una rete vietata dal 2002. Intrappolati nella spadara piccoli tonni rossi e una tartaruga marina che è stata liberata. Greenpeace ha denunciato le illegalità commesse dal peschereccio - Diomede II - alla Capitaneria di porto di Messina. 10 km di spadare a bordo (con la maglia di 8 cm cosiddetta “ferrettara”), decine di tonni rossi sottotaglia di peso tra 2 e 6 kg (pescati peraltro senza alcuna quota) e l’occultamento del numero di matricola nel tentativo di non farsi identificare fanno di questo peschereccio un vero pirata del Mediterraneo. Con quest’azione Greenpeace ha dimostrato che la cosiddetta rete “ferrettara” viola sistematicamente il Regolamento Comunitario (Reg. CE/1239/1998) che impedisce la pesca con derivanti alle specie pelagiche d’altura, come il tonno rosso. 

Secondo il registro dei pescherecci dell’Ue, il Diomede II è stato costruito nel 2006 e dovrebbe pescare solo con gli ami (palamiti) o le piccole reti fisse, in prossimità della costa. Il peschereccio bloccato da Greenpeace usava invece un’attrezzatura ultramoderna, con radiosegnalatori e luci alogene, per lavorare con almeno 10 km di rete derivante in acque internazionali. È evidente che il livello dei controlli è così scarso che ai pescatori conviene ancora investire su nuove imbarcazioni attrezzate con reti vietate sin dal 2002. L’Italia, invece di contrastare seriamente la pesca pirata, sta tentando di affondare il Regolamento proposto dalla Commissione Europea contro la pesca illegale. 

Questo Regolamento prevede l’inserimento dei pescherecci pirata in una “lista nera”: chi ne fa parte non troverebbe più assistenza nei porti dell’Ue e non potrebbe più accedere ai sussidi pubblici, come quelli del “piano di riconversione” che avrebbe dovuto smantellare le spadare. Non è chiaro quanto si sia speso in totale per la riconversione ma Greenpeace ha più volte osservato pescherecci che usavano le spadare nonostante avessero ricevuto contributi fino a oltre 68.000 euro per smantellarle. Dal 2000 al 2006 la pesca italiana ha bruciato oltre 15.500 posti di lavoro. Le attività dell’Arctic Sunrise, per documentare le minacce del Mediterraneo sono parte della Campagna di Greenpeace per una rete globale di riserve marine che coprano il 40% degli Oceani, incluso il Mediterraneo.

Greenpeace Italia

 

 

3/05/2008

Dal nord Europa arriva la “casa passiva”, costruita in modo da ridurre notevolmente i consumi e l’impatto sull’ambiente- Anche in Italia esiste un progetto del genere, che si può adattare anche alle abitazioni già  esistenti

ABITARE IN MODO ECO-SOSTENIBILE

Direttamente dal nord Europa arriva un nuovo tipo di costruzione edilizia. Obiettivo: rispettare, in fase di costruzione, tutte le norme volte a ridurre al massimo le emissioni di CO2 ed i consumi energetici, puntando al perfetto equilibrio termico fra temperatura esterna e interna alla casa. “Si considera passiva una casa che consumi meno di 15 kWh per metro quadro all’anno. E’ un parametro molto severo, se consideriamo che una casa tradizionale ne brucia tra i 70 e i 120”, afferma l’architetto Matteo Robiglio di Avventura Urbana, lo studio di progettazione torinese che ha ideato il progetto “Ecovillae”, un villaggio ecologico formato da 100 case che dovrebbe sorgere a Fiano Romano (Roma). Così, per ridurre al minimo tali sprechi che avvengono comunemente, la casa in costruzione viene protetta con materiali isolanti e sistemata in modo che, all’interno, la temperatura sia piacevole in ogni stagione. 

Ad esempio, i tetti vengono isolati con materiali come lana di pecora, fibra di cocco, balle di paglia pressate o pannelli di fibra di legno, sughero o cellulosa. Inoltre, per un isolamento migliore, si può creare un “tetto verde”, ovvero uno spazio (che può coprire anche tutta l’intera area del tetto) su cui far crescere erba, anche per ottenere un’aria di qualità migliore. Le finestre sono a taglio termico a doppi o tripli vetri per un elevato isolamento termico. Queste poi devono essere posizionate su circa il 50% della facciata a sud, sul 10% di quella a nord e sui lati est e ovest possono occupare fino al 30%. Per garantire il massimo ricambio d’aria, l’abitazione si deve dotare di un impianto di ventilazione basato sul principio dello scambio termico fra aria interna ed esterna. 

Inoltre, se si vuole comunque avere un riscaldamento, è sufficiente installare una caldaia a condensazione o a pellet (un materiale derivato dalla compressione degli scarti di lavorazione del legno, senza l’aggiunta di collanti chimici): il risparmio sale dal 20 al 50% sulla fornitura di acqua calda e il riscaldamento. Ma queste innovazioni non riguardano solo le case in nuova costruzione, bensì possono essere applicate anche su abitazioni già costruite, con un abile lavoro di ristrutturazione (che appunto rispetti queste regole). Il primo Stato ad aver adottato questo nuovo tipo di costruzione è la Germania, seguita dai paesi scandinavi e da Austria, Svizzera e Francia. Questa tendenza sta dilagando anche nel nord Italia: infatti, regioni come Veneto, Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Marche stanno promuovendo nuovi progetti per la costruzione di queste “case passive”.

Valentina Montemaggi –ilmegafono.org

 

La situazione di mari, fiumi e laghi nel nostro paese è davvero difficile, con livelli di inquinamento elevatissimi- All’origine di questo malessere non vi è solo l’industria, ma anche l’incuria e l’inciviltà di tanti cittadini 

ACQUE ITALIANE VICINE AL COLLASSO

Lo sviluppo industriale, nel corso della sua storia ormai secolare, ha portato molteplici vantaggi all’economia e alla vita dell’uomo, ma insieme ad essi bisogna considerare anche i fattori negativi che il progresso ha portato: tra di essi, quello che si manifesta in modo più evidente è l’inquinamento, che può essere di vari tipi, anche se quel che più preoccupa è l’inquinamento delle acque. L’acqua è di sicuro la risorsa più importante per l’uomo e, se venisse a mancare, la Terra potrebbe considerarsi un pianeta morto. Eppure, sembra che le società facciano finta di niente nel momento in cui i residui del progresso vengono scaricati direttamente nei mari, nei fiumi, compromettendo di conseguenza la vita e l’equilibrio non solo di ecosistemi e specie animali, ma anche dell’uomo stesso, che è parte del grande sistema terrestre. Nel corso degli ultimi decenni, sono aumentate le “macchie nere” nei mari, ossia le macchie provocate dalle perdite di petrolio durante il trasporto: la conseguenza più grave è che le correnti marine trasportano le sostanze tossiche fino alle coste, investendo ed avvelenando diverse specie animali e vegetali e causando ingenti perdite.

E’ proprio lungo le coste che si sono attivati gruppi ambientalisti (in Italia ricordiamo Legambiente), i quali, attraverso squadre ben organizzate di volontari, fanno il possibile per ripulire le spiagge o magari anche le acque poco profonde. In seguito a questa iniziativa e ai rilevamenti dei vari istituti universitari che si occupano dell’ambiente e della sua salvaguardia, sono state ideate le cosiddette “bandiere blu”: una costa dotata di bandiera blu può definirsi “priva” di degradazioni ambientali, conserva cioè il suo equilibrio floristico e faunistico. Nel corso degli anni ‘90 in Italia si potevano contare decine, anzi centinaia di bandiere blu, ma a partire da qualche anno fa, esse sono vertiginosamente diminuite, segno del fatto che sono aumentate le aree in cui non vengono rispettate le norme ambientali, e che non ci si adopera abbastanza per evitare tali violazioni. Un fenomeno particolare è l’eccessiva fioritura di alghe nei pressi di alcune coste del versante adriatico: all’inizio si pensava ad un fattore naturale e del tutto normale, ma poi ulteriori analisi hanno accertato che si tratta di una eccessiva presenza di azoto (dovuto agli scarichi industriali) che consente alle alghe di riprodursi senza freno. 

Su alcune coste toscane, inoltre, possiamo ritrovare sabbie fini e bianchissime: di primo impatto si pensa ad un paradiso tropicale, impressione alimentata anche dalle acque calde, in realtà ci si trova nei pressi degli impianti industriali Solvay che immettono sostanze nel mare, in grado di modificare a tal punto l’equilibrio. Non bisogna trascurare però i fiumi: in Italia il primato d’inquinamento lo detiene il fiume Sarno, una vera e propria fogna a cielo aperto, utilizzata anche come discarica di rifiuti non solo industriali, ma anche “urbani”. Il Comune ed il Governo, per evitare che anche le zone agricole vicine siano colpite da questa intossicazione, hanno adottato misure di prevenzione, che sembrano dare i primi risultati. Altre situazioni critiche le ritroviamo nei fiumi che attraversano città importantissime come Roma e Firenze: ovviamente si tratta del Tevere e dell’Arno. 

Il colore delle loro acque non è proprio naturale, né è uno spettacolo gradevole per i turisti e per i cittadini, che tuttavia continuano quasi a far finta di niente. Nel nord Italia il caso più eclatante è quello del Po, che attraversa moltissime città e che versa in condizioni disastrose. Le acque che restano intatte, in un certo senso, sono quelle dei fiumi alpini e delle poche riserve marine in Sicilia, Campania, Puglia e Sardegna, ma anche in Toscana ed in Liguria. Con il tempo, però, gli studiosi annunciano che le loro condizioni peggioreranno ulteriormente, dal momento che anche in zone protette non si rispettano le norme previste, soprattutto a causa del turismo “selvaggio” e dell’incuria di cittadini ed istituzioni, che danneggiano le coste ed il paesaggio in generale.

Laura Olivazzi –ilmegafono.org

 

 

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