IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
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La pagina dedicata alle tematiche relative alla tutela dell'ambiente, degli animali e dei beni di interesse paesistico, culturale, storico e archeologico. Segnala, denuncia, anche con immagini.


17/07/2010
A quasi un anno di distanza, i luoghi colpiti dall’alluvione continuano ad essere ignorati. Nessuno parla più dei 38 morti, degli sfollati, dello stato in cui versano ancora Giampilieri, Molino, Altolia, Scaletta. A chi interessa il silenzio?
MESSINA, IL LATO OSCURO DELLA MEMORIA
Ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio. Mancano 3 mesi, poi la boa verrà aggirata. E sarà tutto uguale. Oltre quattordicimila persone la notte fra l’1 e il 2 ottobre del 2009 hanno assistito ad un evento devastante nella zona sud del messinese: in 38 hanno perso la vita. Di qualcuno sono rimaste solo le gambe a ricordare che non si è fatto abbastanza, che c’è qualcosa che non va se non si riesce a trovare il mezzo corpo per scrivere un nome che faccia 39. Ma il termine “ricordare”, in casi come questo, è bandito dall’elenco di quelli pronunciabili. Oggi la via Puntale è tornata ad essere piccola. Un degradare di gradini, pietre antiche che scendono disegnando una stradina strettissima, che a vederla non diresti mai potesse esser stata fatta enorme nello spazio di una notte. Ha avuto 19 morti la via Puntale, sommità dell’antico borgo messinese di Giampilieri Superiore. Insieme al Comune di Scaletta Zanclea, a un tiro di schioppo da lì, quel borgo, a cui si sommano i minuscoli centri di Molino e Altolia, è stato protagonista di un terribile evento, quel primo d’ottobre. Tanto drammatico quanto dimenticato.
Oggi al di là dei Peloritani non se ne parla. Si è fatto rumore per qualche giorno, dopo il disastro, sono state mandate in giro le immagini dei soccorritori, degli sfollati, si è parlato di Protezione Civile, abbiamo visto Bertolaso scendere da un elicottero, Berlusconi aggirarsi a palazzo Zanca, e niente di più. Se ne sono andati tutti, poi, portandosi via false promesse (su tutte quelle del premier, che assicurava agli sfollati “case come a L’Aquila”, rimaste solo sulla sua bocca) e lasciando lì false accuse. Perché agli abitanti di quelle zone rimarrà attaccata come pece ai muri l’etichetta di abusivi. Risalendo il centro, lì a Giampilieri, ci si trova sotto una lastra di marmo su cui è incisa una frase che ricorda come i soldati spagnoli provarono a rubare la statua della Madonna, ma rimasero uccisi nello scoppio di un bel po’ di barili di polvere dentro una casa. Era il diciassettesimo secolo. E quella casa era lì da molto prima. Tutto era lì da molto prima, in quelle zone. Sono vecchie le case, vecchissime. Ad Altolia producevano una seta pregiatissima nei secoli passati, e c’è da giurare che il baco lavorava lì almeno dal 1200 per soddisfare le preziose bramosie delle stirpi regali di mezza Europa.
Quella gente non è abusiva. Semmai gli amministratori, negli anni, hanno abusato del loro potere ignorando il pericolo sempre crescente di una terra fattasi arida, di montagne sempre più fragili che trattenevano il respiro secco per evitare di lasciarsi andare su quelle vecchie mura. Hanno ignorato loro come hanno ignorato il capo del Genio Civile di Messina, Gaetano Sciacca. È un bel po’ di tempo che Sciacca si sbraccia chiedendo di evitare di dare concessioni edilizie a mani basse ignorando la cinquantina di fiumi e torrenti che scorrono nel territorio (quattordici solo nella zona del disastro di ottobre), ma niente. Un “no” gli arrivò pure il giorno dell’alluvione devastante. Ci vorrebbe un nuovo Prg, lì dove – scriveva Paolo Casicci su Il Venerdì di Repubblica poco tempo fa – si sta consumando il “sacco edilizio legale”. Eppure si parla d’altro. Degli sfollati non si sa granché. Loro non protestano poi tanto, anzi: si danno la zappa sui piedi. Nel minuscolo borgo di Giampilieri sono nati addirittura tre Comitati post-alluvione (l’ultimo è di qualche giorno fa). Tre per chiedere sostanzialmente la stessa cosa, cioè attenzione e aiuto concreto, solo che hanno voci diverse.
Addirittura i primi due nati arrivarono ad ostacolarsi a vicenda nelle proteste: a febbraio uno scese in piazza, a Messina, preparandosi a sfilare in corteo, ma il corteo sfumò perché erano troppo pochi. Pare che l’altro boicottò la cosa. E allora c’è da allargare le braccia. Così davvero non si arriverà a nulla. Solo che la confusione piace, viene alimentata. È facile distogliere l’attenzione dal problema reale, se c’è confusione. Così da un po’ di tempo nel messinese si celebra la figura di un eroe defunto, un mito tutto peloritano. Al povero Simone Neri, caduto in via Puntale, si intitolano scuole, strade, piazze: “Salvò sette, otto vite”, dicono sindaco e compagnia bella. Ma non salvò nessuno il povero Simone. “Con la famiglia riuscirono a fare entrare in casa solo una vicina, già salvatasi dal crollo della sua casa”, ricorda Giuseppe De Luca, coriaceo brigadiere della Gdf che la notte del primo ottobre si giocò la vita alla ricerca di sua madre. La trovò morta, qualche giorno dopo, ma quella ricerca gli permise di salvare un bambino, di aiutare i sopravvissuti di via Puntale e di bloccare la fuga di gas che avrebbe fatto saltare in aria l’intero borgo.
Di lui non si parla, “non mi interessa”, dice. Vorrebbe però che quella scuola di Giampilieri fosse intitolata a tutti i caduti, vorrebbe che l’attenzione si canalizzasse sui veri problemi anziché su una falsa vicenda che strappa lacrime e distoglie gli sguardi dai luoghi colpiti; vorrebbe che ci si concentrasse sulla mancata messa in sicurezza, sui responsabili di un terrificante silenzio impiantato già nel 2007, quando un evento simile non riuscì a far morti. “Dopo il 2007 Giampilieri sparì dal Piano siciliano di messa in sicurezza” ricorda Dino Sturiale, fotoreporter messinese che per primo giunse sul luogo del disastro a catturare immagini. Già, ci sono volute alcune ore di pioggia incessante per farsi notare. E poi, al di là di parole come queste, rare come la seta di Altolia, ricadere nel silenzio. Oggi Giampilieri riappare sotto forma di moribondo, con l’annuncio di Lombardo – nominato dal Governo “Commissario Straordinario per l’emergenza” – di 24 milioni di euro disponibili per “interventi urgenti”. Lo ha detto il 22 giugno scorso, a più di nove mesi di distanza dal disastro. Urgenti come un cesareo.
Sebastiano Ambra–ilmegafono.org
A Fusina, in provincia di Venezia, il 12 luglio è stata messa in funzione la prima centrale elettrica di grandi proporzioni alimentata ad idrogeno: secondo le statistiche potrà produrre annualmente energia pari al fabbisogno di 20mila famiglie
A VENEZIA IN FUNZIONE L’IMPIANTO A IDROGENO
Il 12 luglio è entrata in funzione a Fusina, provincia di Venezia, la prima centrale elettrica di grandi proporzioni alimentata ad idrogeno. L’impianto è stato inaugurato dall’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, e dalle autorità locali tra cui il governatore del Veneto, Luca Zaia, ed il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, che hanno scelto il sito di Fusina per la vicinanza con il polo petrolchimico di Marghera e la centrale termoelettrica a carbone, che hanno fornito le materie prime. La produzione di energia è basata sull’attivazione di un ciclo combinato di turbogas alimentato ad idrogeno, per una potenza di 16Mw; la presenza di una camera di combustione alimentata ad idrogeno consente bassissime emissioni di ossidi di azoto e nessuna emissione di anidride carbonica. Il ciclo del turbogas produce calore, o meglio, energia termica, che viene poi convertita in energia elettrica per un totale di 12Mw; i fumi di scarico sono costituiti soltanto da vapore acqueo ed aria calda, del tutto innocui per l’ambiente.
A loro volta, i vapori di scarico vengono riutilizzati dalla vicina centrale a carbone, che, innalzandone ulteriormente la temperatura, produce altra energia elettrica con una capacità aggiuntiva di 4Mw, per un rendimento pari al 41,6%. Le statistiche rivelano che l’impianto può produrre circa 60milioni di kilowattora l’anno, in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 20mila famiglie, con un “risparmio” di anidride carbonica pari a 17 tonnellate. Altro fattore importante che caratterizza positivamente l’impianto è l’utilizzo di combustibile derivato dal Cdr (Combustibile da rifiuti), proveniente dalla raccolta differenziata e dal trattamento dei rifiuti solidi urbani, pari a 70mila tonnellate, equivalente dei rifiuti prodotti da 300 famiglie: l’utilizzo di Cdr per le caldaie dell’impianto evita l’ulteriore ingombro di discariche durante l’anno. L’utilizzo del Cdr è stato sdoganato dopo una serie di accurate indagini da parte della Regione Veneto e della Provincia di Venezia.
L’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, si mostra ampiamente soddisfatto per la buona riuscita di questo impianto, definendolo addirittura “una perla” di ingegneria, dal momento che, attualmente, la tecnologia ad idrogeno è 5-6 volte più dispendiosa di altri tipi di produzione energetica ed è dunque indispensabile continuare ad investire nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie. L’investimento per la costruzione dell’impianto è stato pari a circa 50 milioni di euro, che a giudicare dai risultati, sono stati ben spesi. L’impianto di Venezia testimonia l’impegno dell’Italia nel compiere continui passi in avanti verso il futuro, ma anche l’esigenza di far progredire necessariamente l’alta tecnologia e la ricerca nel settore. E questo purtroppo rimane un tasto dolente per il nostro Paese, le cui menti eccelse devono, nella maggior parte dei casi, trovare finanziamenti ed ospitalità presso i centri di studio esteri. La strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa, ma qualcosa, nonostante tutto, si sta muovendo.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
CI FERMIAMO PER LA PAUSA ESTIVA. CI RIVEDIAMO A SETTEMBRE!
Numero del 10/07/2010
I tempi duri dell’economia mondiale, con la relativa crisi dei consumi, hanno determinato un calo notevole nella produzione dei rifiuti e una crescita della differenziazione: in Italia buoni segnali dal Sud, con Campania e Sardegna in prima fila
UNA CRISI CON QUALCHE LATO POSITIVO
Per l’economia mondiale sono stati tempi bui, e continuano ad esserlo, come testimoniano le cronache dell’ultimo periodo. Stiamo infatti cercando di risollevarci da una delle peggiori crisi economiche di tutti i tempi, ma qualche spiraglio di luce è stato rilevato, almeno per quanto riguarda il rapporto tra uomo ed ambiente. Il calo dei consumi in tempi di crisi a quanto pare, equivale ad un calo effettivo di immondizia ed a un notevole incremento del materiale riciclato, in particolare carta e cartone: nel 2009 ne sono state infatti raccolte circa 3milioni di tonnellate, pari a 52kg a testa, consentendo cosi il riuso di circa l’80% della carta cestinata. Le regioni più sensibili alla raccolta differenziata sono state Sardegna e, con grande (ma soprattutto piacevole) sorpresa, la Campania, che, dopo il disastroso 2008 segnato dall’emergenza rifiuti, sta forse iniziando a percorrere la giusta direzione per quel che riguarda lo smaltimento, almeno questo è ciò che avviene tra i cittadini. La regione in cui invece si evidenzia ancora una scarsa diffusione della raccolta differenziata è la Sicilia, mentre Roma ed il Lazio sono in fase di perenne stasi.
I dati del Comieco (Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi di carta) affermano che nell’ambito del packaging, a causa della crisi, si registra un calo del 9% dell’immesso, mentre, secondo indagini generali, la diffusione della raccolta differenziata di carta e cartone è cresciuta nello scorso anno del 5,4% circa, mentre dal 1999 al 2009, grazie al riciclaggio, sono state evitate ben 196 discariche, fattore che ha determinato anche notevoli benefici economici per la popolazione: tra risparmio sui costi di smaltimento, nuovi posti di lavoro sorti grazie alle nuove imprese di riciclaggio, si stima un fatturato di circa 3miliardi di euro in 10 anni, di cui 300milioni solo nel 2009. Il Comieco si propone per i prossimi anni un ulteriore obiettivo: potenziare la qualità e la quantità della raccolta differenziata, in modo da rendere più fluida la lavorazione del materiale raccolto, evitando cosi eventuali impurità. Le statistiche confermano un ruolo da leader nel settore della differenziata da parte del Nord Italia, che ha registrato un incremento pari a più del 4,3%, sommato alla costante attività di raccolta dell’ultimo decennio; ma è al Sud che si registra l’aumento più evidente (pari a più dell’11,8%, 60mila tonnellate circa).
Al centro, l’incremento è stato più basso, 2,6% circa. Come evidenziano anche le statistiche, dunque, è il Sud a registrare la crescita più importante dell’ultimo anno. Lo si può notare anche dalle statistiche specifiche di ciascuna regione: la Campania registra un incremento della raccolta di carta e cartone pari al 20,3%, con aumento di 30037 tonnellate; la Puglia cresce del 13%; il Molise addirittura del 30,9%; la Sardegna mostra invece un incremento pari al 28,5%. Tra le città spicca Bari, con una raccolta pro capite pari a 70 kg di materiale riciclabile. L’incremento del riciclaggio è dunque un ottimo segno nell’estremo caos provocato dalla crisi economica; tuttavia, bisogna far sì che anche dopo la rinascita finanziaria del nostro paese e non solo, si continui a mantenere questa lodevole condotta ambientale. Del resto, è nei periodi di difficoltà maggiori che si scoprono le proprie qualità. Speriamo che sia la stessa cosa anche in questo caso.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
Una ricerca sull’impatto ambientale delle nazioni, condotta dalle Università americane di Yale e della Columbia, misura, attraverso un indicatore (Epi), la qualità della vita: ne risulta che la ricchezza non sempre indica migliore qualità
DI PIÙ È DAVVERO MEGLIO?
In Il quinto mondo Jovanotti cantava: “Il PIL: la ricchezza misurata in consumo”. Una frase che fa pensare e ci fa chiedere: di più è davvero meglio? Cioè la ricchezza di una persona, di un popolo è misurabile soltanto come “valore dei beni e servizi prodotti in un’economia in un dato periodo di tempo”? Evidentemente no. Evidentemente, perché la nostra vita non si basa soltanto sul vile denaro. Come recitava un antico adagio “i soldi non fanno la felicità”. Un’evidenza, continuando col gioco di parole che è diventata tale con i sempre più numerosi studi sulla qualità della vita. Ricerche che dimostrano come accanto al tenore di vita si debba anche considerare la qualità della stessa. A tal proposito è interessante osservare i risultati di una ricerca condotta dalle università americane di Yale e della Columbia sull’impatto ambientale delle nazioni. Essa si basa su un indice, l’Enviromental Performance Index, che riassume le informazioni relative a 16 categorie espressive della qualità della vita umana.
Tra queste troviamo quelle concernenti la salute collegata all’ambiente (misura la mortalità infantile, la qualità dell’aria, acqua potabile e condizioni igieniche), la qualità dell’aria, la salvaguardia della biodiversità dell’habitat, la produzione di risorse naturali (il ritmo di taglio dei boschi, i sussidi per l’agricoltura, l’impoverimento delle risorse ittiche). L’ultimo accerta la sostenibilità energetica. Sulla base di questo indice è stata pubblicata una classifica di tutti i Paesi del globo. I risultati sono appunto interessanti. In testa alla classifiche non troviamo i Paesi del G8. Nelle prime cinque posizioni troviamo nell’ordine Svizzera, Norvegia, Svezia, Finlandia, Costa Rica. La grande potenza USA, sesta al mondo per Pil pro-capite si piazza solo alla 39° posizione ben dietro a Italia (24°) e Russia (28°). Dati che sicuramente fanno riflettere perché offrono una prospettiva diversa.
Una prospettiva che tiene conto anche della necessità umana che la cultura del superfluo ha messo ormai da parte. Al di là delle sempliciotte filosofie da bar su buchi dell’ozono, assenza di mezze stagioni, etc., l’EPI è sicuramente uno strumento del quale tener conto. O meglio così dovrebbe essere. Siamo sin troppo scoraggiati per poter sperare che i governi miopi d’Occidente riescano a gettare lo sguardo oltre le prossime elezioni. Ma l’opinione pubblica dovrebbe rendersi conto, almeno per onestà intellettuale e intelligenza, che di più non è poi sempre meglio. Se per raggiungere il lavoro che ci garantisce una remunerazione più che sufficiente prenderemo le peggiori malattie, che ce ne faremo delle nostre migliaia di euro? Che se ne faranno figli ammalati di abbondanti conti bancari?
Alberto Agostini –ilmegafono.org
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