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MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
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6/03/2010
Dal rapporto annuale di Legambiente sullo stato del Paese emerge un’Italia ferma, rimasta indietro, con gravi problemi in tema di legalità e rifiuti e un sempre più profondo divario tra Nord e Sud. Ci sono però motivi di speranza.
ITALIA: UN PAESE BLOCCATO
L’Italia è un Paese bloccato, con gravi problemi in tema di mobilità, legalità e rifiuti, con sprazzi di eccellenze e buone pratiche sparse che, pur aprendo la strada a momenti di ottimismo, non riescono a fare sistema e a caratterizzare lo sforzo unitario della comunità. Lo afferma Legambiente nel comunicato del 22 febbraio scorso in cui ha presentato il suo nuovo rapporto annuale sullo stato di salute del Paese. Dallo studio dell’organizzazione ambientalista emerge ancora una volta un profondo divario tra le regioni del Nord e del Sud, anche se in alcune politiche di settore aumentano le eccezioni virtuose. Il Pil pro-capite è sempre molto più alto nelle regioni settentrionali con la Val d’Aosta in testa (33683 euro), mentre in Campania, in Calabria, in Sicilia e in Puglia non supera i 17600 euro. In tema di rifiuti la raccolta differenziata è piuttosto alta in Trentino Alto Adige, dove arriva al 53,4%, in Veneto (51,4%), Piemonte e Lombardia (44%), ma diminuisce spaventosamente al Sud: ultime della classifica sono Molise (4,8%), Basilicata (8,1%), Sicilia (8,6%) e Puglia (8,9%).
Se poi guardiamo all’illegalità ambientale, Calabria, Puglia, Campania e Sicilia salgono ai primi posti, mentre quelle più “rispettose degli standard ambientali” sono le regioni dell’Alto Adige, della Val d’Aosta, del Molise e del Friuli. Particolarmente preoccupante è il problema delle emissioni inquinanti: con 550 milioni di tonnellate di Co2, il nostro è il terzo paese europeo a produrre la maggiore quantità di gas serra. Rispetto al 1990, anno di riferimento del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici per una riduzione delle emissioni di anidride carbonica, l’Italia ha registrato un aumento lordo del 7,1 per cento delle emissioni, a causa dell’aumento dei consumi per trasporti, energia elettrica e riscaldamento. Nessuna riduzione quindi nella Penisola, al contrario di altri Stati dell’Ue, come la Germania, la Gran Bretagna e la Francia, che hanno superato gli obiettivi del Protocollo di Kyoto (-6,5%), seguiti dall’Olanda che li sta raggiungendo.
Ancora una volta è il settore delle energie rinnovabili a rimanere indietro in un paese in cui il solare potrebbe soddisfare gran parte del fabbisogno energetico delle abitazioni. “L’Italia – continua Legambiente nel comunicato - deve arrivare al 17% di produzione da fonti rinnovabili (dall’attuale 5,2%) rispetto ai propri consumi entro il 2020, agendo sulle principali voci dei consumi energetici: elettricità, calore, biocarburanti, raffrescamento”. Questo, infatti, è l’obiettivo fissato dall’Unione europea e vincolante per tutti i Paesi membri che va raggiunto con il contributo imprescindibile delle regioni. La sfida è quella di “trasformare l’obbligo in un’opportunità di cambiamento in positivo, spingendo solare fotovoltaico e termico, eolico e biomasse, mini-idroelettrico e geotermia”. E in tale contesto, le Regioni hanno una grande responsabilità: l’Ue aspetta il piano nazionale per l’energia entro giugno prossimo con un’articolazione degli impegni divisi per regione “e - conclude Legambiente - questo sarà il primo banco di prova dei nuovi Governatori nei loro rapporti di cooperazione con il governo. Diversamente pagheremo altre multe”.
Giorgia Lamaro –ilmegafono.org
Dati forniti dalla Protezione Civile siciliana confermano l’incredibile numero di incidenti industriali nell’area in cui è previsto il rigassificatore di Priolo-Melilli, ma il fronte del Sì non si arrende e azzarda paragoni insensati
PREOCCUPANTI RETICENZE CONTRO LA SICUREZZA
Pericolosità del sito, in contrasto con la priorità della sicurezza e con l’obbligo di contenere e ridurre i rischi di incidenti rilevanti: è l’elemento cardine che ha determinato il parere negativo del Dipartimento Territorio e Ambiente della regione siciliana alla realizzazione del rigassificatore della Ionio Gas all’interno del polo petrolchimico. A questo imperativo categorico non possono sfuggire i tanti fautori dell’impianto nonostante il forsennato pressing prodotto sui media da sindacalisti, esponenti delle istituzioni locali e della grande imprenditoria, per strappare al presidente della Regione, Lombardo, un parere favorevole all’autorizzazione. Si sta tentando di tutto per fare apparire la volontà contraria della popolazione e dei movimenti popolari alla realizzazione del terminal di rigassificazione come frutto di pulsioni irrazionali e immotivate. La carota e il bastone vengono utilizzati senza pudore. Così si cita l’esempio del progetto di costruzione di un rigassificatore (progetto Techint) nell’area del porto di Rotterdam, per dimostrare che nella nostra provincia prevarrebbe un orientamento pregiudiziale ed ideologico. Hanno dimenticato però di chiarire che l’area portuale di Rotterdam, il più grande scalo d’Europa, si estende per oltre 32 chilometri, che la zona dove è previsto il terminal (a Maasvlakte) è nell’area del Mare del nord, lontano dalla città (ad oltre 40 minuti), in un punto terminale di un canale artificiale, lungo il quale è vero che sono insediati impianti industriali, ma dove i serbatoi di Gnl sorgeranno in spazi non conglobati tra gli impianti chimici, senza i rischi di effetto domino esistenti nel sito di Priolo-Melilli.
Alle comparazioni inattendibili si accostano lamenti da cassandre per prefigurare senza il rigassificatore scenari di declino o addirittura di crollo industriale. Anche in questo caso viene accantonata ogni corretta lettura della realtà dell’industria del polo petrolchimico, dove il problema da risolvere rimane la diversificazione delle produzioni esistenti, la nascita di un polo tecnologico, la realizzazione o il potenziamento delle infrastrutture per uno sviluppo della piccola e media impresa in settori innovativi o in grado di utilizzare il patrimonio di professionalità del settore metalmeccanico. Cosa c’entra il rigassificatore con questi obiettivi, in una regione e in una provincia dove è sovrabbondante la disponibilità d’energia? A prescindere dalle violazioni sistematiche delle leggi Seveso II e III, sulla scelta del sito e sulla mancata partecipazione delle popolazioni, ciò che pervicacemente viene eluso da chi si ostina a sostenere un investimento non necessario e preoccupante è che movimenti, associazioni, popolazioni non si sono schierati contro l’impianto per posizione preconcetta o oscurantista, ma per impedire, in una realtà industriale come quella del polo petrolchimico siracusano, di vivere nel tempo presente e nel prossimo futuro in un clima da incubo di un non escludibile evento catastrofico.
Per avviare una riflessione scevra da logiche precostituite i vecchi e i nuovi sostenitori dell’impianto di rigassificazione farebbero bene a tenere conto non solo delle obiezioni sollevate dal Dipartimento regionale Territorio e Ambiente, ma anche del documento del Dipartimento di protezione civile, Servizi rischi ambientali e industriali di Siracusa. Da uno stralcio della relazione dell’ex dirigente generale del dipartimento regionale, Salvatore Cocina, pubblicato dal Quotidiano di Sicilia, emerge nel polo petrolchimico Priolo-Melilli (con l’esclusione degli impianti attivi presenti nel territorio di Siracusa e Augusta) una situazione preoccupante, contrassegnata da un elevato numero di incidenti. Dai dati riportati in una tabella, relativa al periodo gennaio 2007-dicembre 2009, sono circa 193 quelli accaduti, dei quali 96 nella raffineria Isab Impianti Nord, 30 all’Isab Impianti Sud e 30 alla Isab Energy. Insomma circa l’80% degli incidenti (sfiaccolamenti, rilascio sostanze, emissioni fumose, blocco impianti, e ben 6 incendi, tra i quali non è compreso il pauroso rogo del 30 aprile 2006) investono gli impianti del gruppo Erg, mentre circa 14 incidenti hanno interessato l’area Polimeri e 6 l’Air Liquide.
La prima valutazione che i dati producono è l’esistenza di una qualche “fragilità” nel sistema impiantistico delle aree di raffineria dell’Isab, soprattutto nel sito Nord, e indicano anche l’esistenza di pericoli negli impianti Polimeri e Air Liquide, sicuramente non meno trascurabili, se si pensa alle produzioni ad alta pericolosità di questi stabilimenti (etilene, idrogeno, ossigeno, ecc.). La situazione appare più allarmante se si tiene conto degli altri rilievi contenuti nella relazione. Nel documento, infatti, si sottolinea che il rischio incidenti dipenderebbe dall’avanzata età di molti impianti, alcuni addirittura entrati in servizio negli anni ’50 e ancora in funzione, e che l’esistenza di strutture impiantistiche, realizzate prima del 1981-1982, non sono antisismiche e costituiscono un pericolo immanente in un’area che è classificata ad alto rischio sismico. Sono risultanze e valutazioni, provenienti da una fonte autorevole, che devono essere approfondite e che comportano, da parte delle istituzioni e delle autorità pubbliche, precise scelte d’intervento. Proprio in queste settimane, dopo il susseguirsi di incidenti negli impianti Isab (con un principio d’incendio nell’area sud), il sindacato dei lavoratori metalmeccanici ha chiesto l’istituzione di un tavolo sui problemi della sicurezza degli impianti e dell’adeguamento delle attività manutentive.
In presenza di un tale contesto, della densità di impianti a rischio di incidenti rilevanti presenti nel polo petrolchimico, della estrema vicinanza dei centri abitati e delle vie di comunicazione dagli stabilimenti industriali, dell’elevata sismicità dell’area in cui sorgono, si continua senza demordere a perseguire l’obiettivo della costruzione di due grandi serbatoi di Gnl. Sorprende la proposta avanzata da Legambiente, che l’informazione ha valutato come un’apertura al rigassificatore, di realizzazione di un impianto per la produzione e raffinazione di metano a zero contenuto di zolfo. Si tratterebbe cioè della trasformazione del metano in gasolio liquido (Gas To Liquid o GTL) e in altri prodotti (virgin nafta, kerosene, Gpl, ecc), attraverso l’additivazione con quote di idrogeno o ossido di carbonio.
In realtà l’ipotesi di Legambiente, avanzata dai suoi esponenti alla Ionio Gas, riguarda una trasformazione del metano in idrocarburi puliti nel quadro di una forte innovazione tecnologica, ma appare sganciata dai problemi posti dalle condizioni del sito dove dovrebbe sorgere il rigassificatore e non tiene conto dei rischi concatenati. Agganciare la proposta all’obbligo di sottoporre il progetto alla valutazione ambientale strategica o alla circostanza della riduzione dei rischi degli altri impianti esistenti nel sito, appare più come una proposizione teorica e non circostanziata. Soprattutto si rimane perplessi rispetto a quanto Legambiente ha sempre sostenuto sulla non idoneità dell’area prescelta. Se considerassimo il rigassificatore in astratto, fuori dal contesto in cui lo si vuole collocare, quindi in un sito non compromesso o dalle condizioni geologiche stabili, l’ipotesi di Legambiente avrebbe sicuramente fondatezza.
Salvatore Perna –ilmegafono.org
Numero del 27/02/2010
A Giampilieri si rimane ancora in attesa di una rapida ricostruzione, mentre Sicilia e Calabria franano e si frantumano per la loro fragilità idrogeologica e lo Stato risponde con l’ostinata e intenzione di costruire il Ponte sullo Stretto
UN PONTE PER UNIRE L’ITALIA O AFFONDARE LA SICILIA?
Sono strani i meccanismi di difesa della mente umana, in grado di allontanare rapidamente i ricordi drammatici per renderli meno dolorosi. Sembrano passati secoli dall’alluvione di Giampilieri e della fascia ionica del messinese e, invece, da quei tristissimi giorni di inizio ottobre sono passati solo pochi mesi. Dopo le dolorose immagini di quell’evento tutti si auguravano che simili catastrofi, indegne di uno Stato che rientra tra le maggiori forze mondiali, non si sarebbero più verificate. Una speranza destinata a durare poco, appena 4 mesi. Sono bastate le forti piogge delle scorse settimane a riportare tutta l’Italia alla triste realtà, a riacutizzare un dolore anestetizzato. Mentre a Giampilieri la ricostruzione non è ancora nemmeno iniziata, sono ricominciate le frane. A venire giù sotto il peso (che dovrebbe essere sopportabilissimo) della pioggia, stavolta sono state San Fratello, sempre nel messinese, e Maierato, in provincia di Vibo Valentia. Le spaventose immagini che ci sono giunte da entrambi i comuni raccontano di montagne che rapidamente scendono inghiottendo tutto ciò che trovano sul loro cammino, raccontano di paesi ormai abbandonati. Sono 2000 le persone evacuate da San Fratello, alle pendici dei Nebrodi, e oltre 200 quelle che hanno dovuto lasciare Maierato.
Una vera e propria tragedia per chi in quei paesi abitava da sempre, per chi, nelle zone travolte dal fango, aveva la propria casa o il proprio campo. Delle catastrofi annunciate e che sottolineano, una volta di più, l’incapacità tutta italiana di imparare dal passato. Non parliamo solo dei recentissimi avvenimenti franosi a Giampilieri, né dei segnali che, anche in quel caso, avrebbero dovuto mettere chi di dovere in allarme; si parla dell’irrazionale indifferenza verso importanti episodi passati e del continuo ignorare i messaggi d’allarme lanciati da organizzazioni a tutela dell’ambiente. San Fratello era già stata interessata da un gravissimo episodio di dissesto idrogeologico nel 1922, quando una frana provocò lo “scivolamento a mare” della zona a nord del paese. Eppure, malgrado un simile precedente, San Fratello, così come i paesi ad esso vicini, non è mai stato messo in sicurezza. Ignorate sono state anche le dichiarazioni rese, lo scorso 26 settembre, da “Rete no Ponte”, l’organizzazione che, nel tentativo di difendere il territorio, si è schierata contro la realizzazione del Ponte sullo Stretto.
In una nota i responsabili dell’organizzazione avevano annunciato il forte rischio di frane nell’intero territorio messinese, dovuto, oltre che alla giovinezza geologica delle montagne, che le rende sostanzialmente meno solide, alla politica di cementificazione selvaggia adottata nell’intera provincia. Lo stesso Wwf ha redatto una mappa delle zone del messinese a più elevato rischio idrogeologico, una mappa piuttosto sconvolgente dal momento che include gran parte dei quartieri cittadini, incluse importanti zone centrali. Il Dipartimento Territorio e Ambiente della Regione Sicilia ha altresì stilato una lista di zone a rischio, 12 zone che potrebbero essere interessate da fenomeni franosi uguali o peggiori di quello verificatosi a Giampilieri. Nella lista figura ovviamente Messina e gran parte della sua provincia, ma in cima alla medesima lista c’è la città di Palermo, il capoluogo siciliano, che vanta ben 6 zone rosse. Inoltre, non può essere dimenticato lo studio “Ecosistema rischio 2009”, realizzato lo scorso dicembre da Legambiente e dalla Protezione Civile, dal quale emerge l’elevatissima fragilità del suolo italiano, nel quale 7 comuni su 10 sono a rischio frana.
L’allarme riguarda in modo particolare 3 regioni: la Calabria, l’Umbria e la Valle D’Aosta, che “vantano” la percentuale di rischio più alta (il 100% dei comuni in queste regioni è a rischio frana). Una situazione indubbiamente sconcertante, meritevole di opportune riflessioni e di approfonditi studi geologici finalizzati alla messa in sicurezza delle intere aree a rischio. Eppure sembra essere ben diverso l’orientamento dello Stato sull’intera questione. Non solo perché la solidarietà o l’attenzione nei riguardi di queste zone devastate non è stata (ad ottobre) e non è (oggi) minimamente paragonabile a quella riservata a L’Aquila, così da rendere le vittime siciliane e calabresi “vittime di serie b”, né perché a questa incredibile tragedia è stata ulteriormente tolta dignità dalle infelici parole di Guido Bertolaso che, nel difendersi dalle accuse che lo stanno investendo, ha dichiarato di sentirsi un alluvionato e che il fango che gli si sta riversando addosso è peggio di quello che si è abbattuto sugli alluvionati. Parole decisamente di cattivo gusto, specie se proferite da chi a quegli alluvionati dovrebbe o avrebbe dovuto portare aiuto. Il dato più sconcertante dell’orientamento politico resta comunque un altro: il fermo convincimento di non bloccare il progetto del Ponte sullo Stretto.
Un’opera faraonica che, oltre a comportare ingenti esborsi monetari, che potrebbero essere molto più utilmente investiti nella messa in sicurezza delle tantissime zone a rischio idrogeologico, potrebbe essere pericolosissima ed aggravare questa situazione già tanto instabile. La struttura del ponte, infatti, non sarebbe solo quella aerea, ma verrebbe affiancata anche da tutta una serie di opere connesse, una per tutte l’attività di stoccaggio dei materiali di scavo che comporterà la formazione di vere e proprie “montagne” in aree di impluvio, laddove dovrebbero liberamente scorrere le acque meteoriche. Il rischio è che l’ostinazione dei politici italiani comporti effettivamente la realizzazione del tanto proclamato Ponte, ma che tale opera, piuttosto che aiutare i cittadini, migliorandone i movimenti, li metta in serio pericolo, causando nuovi smottamenti nel messinese ed in Calabria. Non servirebbe a nessuno un Ponte tra due regioni fantasma.
Anna Serrapelle –ilmegafono.org
Un rapporto dell’Onu fornisce una mappa dettagliata delle zone maggiormente interessate dall’inquinamento derivante dai rifiuti elettronici, sempre in aumento a seguito del rapido e irrefrenabile sviluppo tecnologico
“E-WASTE”: LA SPAZZATURA “ELETTRONICA”
Lo smaltimento dei rifiuti è da sempre una delle questioni più spinose relative all’inquinamento e lo diventa ancor di più se i rifiuti in questione fanno parte della cosiddetta e-waste, meglio nota come “spazzatura informatica”, quella cioè derivante da congegni elettronici (computer, cellulari, videogiochi e quant’altro) ormai fuori uso. Si tratta di rifiuti altamente dannosi sia per l’ambiente che per la salute dell’uomo, poiché contengono componenti chimici nocivi. Le Nazioni Unite hanno recentemente fornito un rapporto dettagliato sulle zone maggiormente interessate e colpite da questo tipo di inquinamento e non stupisce la presenza di paesi come la Cina e l’India, già agli onori della cronaca per le continue reticenze verso misure di sicurezza climatica ed ambientale, a causa della corsa sfrenata verso l’industrializzazione e lo sviluppo economico. Il rapporto, infatti, sostiene che entro il 2020 i rifiuti informatici derivanti dai soli telefoni cellulari non più utilizzabili crescerà di circa diciotto volte in India, mentre in Cina si parla di un incremento pari a sette volte quello attuale.
Ancor più preoccupanti sono le stime relative allo smaltimento di vecchi pc, partendo dalle previsioni fornite dai dati risalenti al 2007: nel 2020, in Cina e Sudafrica, la spazzatura elettronica proveniente da vecchi computer sarà destinata ad aumentare di circa il 400 per cento, mentre in India si parla addirittura di un aumento pari al 500 per cento. Oltre ai paesi citati, sulla mappa riportata dalle Nazioni Unite figurano tra i poli più colpiti dall’invasione dell’e-waste anche Stati Uniti, Messico e Brasile. La produzione sempre più ossessiva di nuovi congegni elettronici non corrisponde alla possibilità che hanno i paesi produttori (e consumatori) di tali congegni di smaltire in modo adeguato i materiali di scarto, che ogni anno ammontano a circa 40 milioni di tonnellate, di cui 3 milioni derivano dagli Stati Uniti e 4 milioni dalla Cina. Vi sono però alcuni paesi di recente industrializzazione (come appunto l’India e la Cina) che trovano addirittura vantaggioso questo loro ruolo di “discariche di congegni elettronici”, poiché è proprio da questi congegni che è possibile ricavare materiali pregiati e di difficile (oltre che costosa) estrazione; i materiali in questione sono il cobalto, il palladio, il titanio e, addirittura, l’oro e l’argento.
L’impatto che questo tipo di estrazione poco ortodossa (e soprattutto poco costosa) ha sull’ambiente è a dir poco disastroso. In Cina sono state predisposte delle vere e proprie griglie a cielo aperto, in cui vengono bruciati i congegni senza alcuna cura per l’ambiente, e talvolta vengono proprio utilizzati come materiale di combustione per appositi inceneritori. Si è parlato anche dell’India come uno dei paesi “colpevoli” di aver sottoposto il pianeta ad emissioni nocive a causa dell’e-waste; tuttavia, non tutte le città indiane sono annoverate nella lista nera dell’Onu: ve ne sono alcune, come Bangalore, che sono citate come “buoni esempi da seguire” per lo smaltimento di tali rifiuti. Bangalore rappresenta però soltanto un raro esempio di correttezza nei confronti dell’ambiente, dato che la maggior parte dei paesi di recente industrializzazione non si sono ancora dotati di politiche ambientali adeguate, come del resto succede anche nel cosiddetto Nord del mondo. È necessario dunque aprire un’enorme parentesi su questa problematica ambientale nata e sviluppatasi in modo repentino soltanto negli ultimi decenni: la velocità con cui si è sviluppata e con cui ha arrecato danni potrebbe aumentare vertiginosamente insieme alla crescita economica ed industriale di tutto il pianeta.
Laura Olivazzi –ilmegafono.org
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