IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

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SILVIA MANDERINO

UNA FIABA ITALIANA

 

C’era una volta un piccolo paese, sperduto nella piatta pianura padana. Lato veneto.

In questo paesino, piccolo, viveva una ragazza.

Aveva 20 anni, pochi per essere autonoma e indipendente, abbastanza per capire cosa accadeva intorno a lei.

Di autonomia, si diceva, manco a parlarne: viveva con la sua famiglia, genitori e fratelli, una nonna ancora vivace. In campagna, una campagna ancora ricca di risorse ma molto difficile da lavorare.
La sera, tutti davanti alla televisione.

Litigi vari nella scelta dei programmi, ma poi, in questa famiglia di agricoltori, vinceva la televisione “d’impegno”. Serate scandite da programmi seri, dibattiti vivaci, inchieste e reportage.
Questa ragazza di vent’anni ascoltava ogni settimana le consultazioni in presa diretta dei politici ospiti dei programmi.

Ma ogni settimana le pareva fosse sempre la prima volta.

Cercava un senso ai discorsi ma poi non riusciva a sintetizzare.

Si chiedeva ogni sera cosa avrebbe detto di nuovo l’uomo che era stato capo di un governo di centro-destra per 5 anni e cosa, per l’effetto, avrebbero detto coloro – molti – che all’opposizione di quel governo erano stati fino al 2006, per poi diventare parte di una nuova ‘maggioranza’.

Si chiedeva come mai, ancora nel 2007, dichiarazioni e commenti politici erano spesso la conseguenza delle uscite di quell’uomo, una sola persona.

Cos’aveva di particolare quell’uomo per smuovere una sottospecie di tsunami tra gli avversari?
E cosa mai aveva detto per provocare un’analoga tempesta tra i suoi stessi alleati?
Si domandò, infine, come poteva il suo Paese rimanere incollato alle uscite estemporanee di un unico soggetto, quasi si stesse parlando di Abramo Lincoln (che lei aveva studiato).

Era perplessa quella ragazza. Era sconcertata: perché si accorgeva che discorsi infiniti, sempre uguali, sempre molto simili anche se espressi da persone di diversa inclinazione politica, in realtà non portavano a nulla, nulla offrivano alla pur grande disponibilità di comprensione di chi li ascoltava.
Nel suo piccolo paese il lavoro mancava per molti giovani, il Comune non riusciva a garantire i servizi pubblici, l’industria locale aveva ottenuto l’autorizzazione per aprire un cementificio a pochi passi dal centro storico.

Lei non capiva perché di questo nessuno mai parlasse.

La vita del suo paese non interessava a nessuno, tranne che ai suoi abitanti.

La ragazza faceva mille sforzi per conoscere la differenza tra una legge elettorale secondo il sistema tedesco o quello spagnolo; alla pronuncia, sentita in quelle trasmissioni, delle parole “porcellum”o “vassallum”, lasciato alle spalle ogni sgomento, aveva cercato di ascoltare per capire di cosa stessero parlando.

Ma nessuno l’aiutava, meno ancora coloro che ne parlavano alla televisione.

Chiedeva, faceva domande, tra i suoi, tra gli amici, tra i compagni di lavoro.

Nessuno sapeva darle una risposta. E tutti speravano in un semplice, anche se difficile passaggio, di una delle solite epoche politiche che l’Italia aveva spesso vissuto.

Poi la ragazza pensò che non si poteva vivere in questa situazione.

C’era qualcosa che non andava tra il paese dove viveva e il Paese che la televisione disegnava.
Mancava la voce di esseri umani che vivevano ogni giorno una vita complicata, quotidianamente complicata.
Si accorse che le voci di questo Paese, del suo piccolo paese, non potevano restare mute nell’intero anno e poi, come per miracolo o per disgrazia, si dava loro un microfono nelle occasioni di grande rilievo. Un rilievo che la televisione decideva di dare, ben inteso.

Così una sera prese carta e penna.

Scrisse alla RAI, nella quale poneva ancora un senso di fiducia.

Raccontò la sua storia, pur sapendo che non era una storia da protagonista.
Chiese se poteva andare ad una di quelle trasmissioni, promise che non avrebbe parlato.

Le bastava essere lì, mentre qualcuno di quei politici rispondeva alle domande sulla situazione della destra, della sinistra, del centro.

Sperava che essere lì fosse già un passo verso la comprensione di quei loro discorsi.

Fu invitata.

Restò a lungo seduta sugli spalti di quello studio televisivo.

Ascoltò. Ma nulla era diverso da quello che aveva sentito ogni sera da casa.

La sua presenza non aveva cambiato la situazione.

Chiese la parola, con timidezza. Gliela diedero, per miracolo.

E cominciò a parlare del suo piccolo paese.

Fece domande, chiese ai presenti se potevano essere accettate le alternative al cementificio che la popolazione aveva discusso in una serata; chiese se le opportunità di lavoro per i giovani della sua terra potevano trovarsi in una serie di realtà sociali che stavano crescendo nel paesino; chiese se era possibile costruire un centro culturale in quel fabbricato abbandonato da anni che il Comune non era mai riuscito a far disinfettare dai colombi e dai topi.

Silenzio.
Quei politici in studio erano lì per dare risposte, perché mai non sapevano dire nulla sulle richieste che aveva fatto?


Domandò allora se era possibile immaginare di tornare ad una sistema elettorale maggioritario con una quota di proporzionale, diciamo del 25%.

Non sapeva nemmeno lei che cosa esattamente volesse dire quella sua domanda, ma ci provò.

Li vide sorridere, sollevati.

Si alzò un sipario di interventi, quegli uomini fecero a sgomitate per darle la risposta.
Nessuno parlava chiaro, nessuno spiegava. Ma era straordinario l’arrembaggio delle parole.
La ragazza concluse che se era così difficile capirli, sarebbe stato semplice azzerare la scena.

Toglierli di mezzo.

Provare ad immaginare che al loro posto, parlando anche di sistemi elettorali, avrebbero potuto esserci persone come lei. Non cambiava.

Oddio, sì, qualcosa cambiava. Gente come lei avrebbe fatto domande semplici e con semplicità avrebbe risposto, anche lasciando dubbi, perplessità, interrogativi, ma la discussione a questo serve, altrimenti è un resoconto teatrale di astrazioni.

Chiese di tornare, ma la sua presenza – le dissero – era stata un evento straordinario, imprevisto dal canovaccio. Irripetibile, sorry.

Tornò al paesino, chiamò chi conosceva, provò ad inventarsi un incontro collettivo nell’osteria del centro, il locale più capace a tenere tante persone.

Raccontò l’esperienza. Trovò il silenzio.

Qualcuno si alzò, cercando in un calice di vino la soluzione di quel momentaneo smarrimento.

Altri provarono a proporre un’iniziativa difficile, quasi impossibile. Si poteva fare da soli.
Ma aspettare no, non più.

Cominciarono insieme a realizzare un piccolo programma da cittadini, mettendo insieme i problemi da risolvere e dividendosi i compiti: chi sarebbe andato a parlare con le piccole (ma proprio piccole) istituzioni locali, chi sarebbe rimasto sul luogo delle opere da realizzare, sociali, culturali, per il lavoro, per la vivibilità di quel piccolo fazzoletto fatto di terra piatta, profonda pianura padana.
Quella ragazza pensava che prima di parlare di fallimento – quante volte aveva sentito negli ultimi tempi quella parola! – occorreva provare ogni opportunità.

Senza aspettare che altri arrivassero, come commessi viaggiatori, ad imporre teoriche soluzioni.

Vent’anni sono pochi, ma anche un poeta come Ivano Fossati aveva detto in una sua canzone che “capirai, sono una responsabilità”. Ecco, la responsabilità.

Questo sentiva la ragazza, questo capiva che tutti i suoi compaesani sentivano.

Responsabilità.
La stessa che mancava, completamente, a quelle comparse “politiche” che sedevano negli studi dei programmi televisivi.

Aveva capito che da tempi immemorabili la vera responsabilità era in capo a loro, ai cittadini.

Occorreva gestirla.

Anche passando attraverso gli intrecci di un sistema elettorale. Che però andava spiegato, andava capito, andava scelto.

La strada era difficile. Ma andava percorsa.

E’ solo così che una sera, davanti alla televisione insieme alla sua famiglia, propose con gentilezza se qualcuno fosse contrario a vedere un film italiano.

“Signori e Signore”, di Pietro Germi, lo spaccato reale di quella vita veneta che era intorno a loro.

Furono tutti d’accordo. Fu una serata memorabile. Di sorrisi.

 

11 dicembre 2007 - silviamande@libero.it




 

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