IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

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ALBERTO AGOSTINI

TRA LA VITA E IL DOVERE

 

Sul treno per Pescara, Costante si guardava intorno. Nel corridoio non passava anima viva, negli scompartimenti si sonnecchiava, si fumava, si leggeva. Tornò dentro e prese posto sul sedile. Davanti a lui, ma più spostati verso il finestrino, due uomini sulla sessantina stavano confabulando. Chiuse gli occhi e finse di dormire per meglio concentrarsi sul colloquio. Un gioco che amava fin da bambino, quando ascoltava i discorsi degli adulti provando a indovinare il senso delle loro conversazioni.

- Sentito le nuove notizie? Gli Americani stanno per sbarcare in Sicilia- disse uno dei due.

Costante drizzò le orecchie, erano le prime notizie che riceveva da quando era fuggito.

L’altro, un signore con i baffi scuri e una camicia bianca di lino, rispose con un filo di voce:

- Ho sentito, ho sentito. Chissà che fine faremo! “Bastano pochi morti per sedersi al tavolo di pace” ricordi? Invece in Nord Africa ci hanno respinto e addirittura stiamo perdendo le posizioni conquistate da un pezzo. L’attacco lampo in Grecia si è trasformato in un’offensiva ellenica. Le truppe sono allo sbando!

- Hai ragione… ricordi i francesi con la loro simpatia? Misero quel cartello: “Greco fermati, confine francese”

Costante smise di ascoltare. Era la prima volta che sentiva fare questi discorsi dai civili. Ricordava anche lui la dichiarazione di guerra in diretta radiofonica. L’avevano ascoltata tutti e quattro, lui, sua moglie, suo fratello che era in licenza e suo padre. Tutto faceva pensare al meglio. La Germania stava dilagando, raccoglieva successi ovunque. La Francia, la più forte potenza terrestre del mondo, era stata spazzata via come se nemmeno fosse esistita. Poi il giro della sorte, da Stalingrado in poi. E ora, dopo la Grecia, l’Italia cedeva anche in Nord Africa. L’ultima lettera di suo fratello era di due mesi prima. Era il primogenito, per tradizione considerato il migliore rampollo. L’altro figlio era amato, sì, gli volevano bene, per carità, ma il primo…bè era quasi un predestinato e per lui si facevano grandi sacrifici in famiglia: il seminario a cinque chilometri da casa, gli studi classici, gli anni di accademia e la laurea in ingegneria. Fare il soldato in carriera non rendeva male, e lui era molto intelligente e preparato, avrebbe fatto fortuna. Veniva ogni tanto con la “corriera”, come si diceva nella valle, ed era gran festa: i genitori erano fuori di sé in quelle occasioni. Invece lui, Costante, a scuola al mattino e ad aiutare i genitori il pomeriggio: le pecore al pascolo, la mungitura, le castagne. Un’abitudine consolidata dal tempo nel ciclo annuale seguito da chi vive della terra, dei suoi frutti. Poi arrivò la lettera di richiamo: doveva partire. Come Beppe, il cugino di suo padre, come Gino di Campeda e così via in un elenco destinato a crescere. Era arrivato anche il suo momento. Era partito da casa di buon mattino, chiudendo dietro sé la porta verde. Non aveva fatto la guerra degli eroi ricordati. Era dislocato a sud con la sua divisone di cavalleria. A Strongoli. Con la prima “o” spalancata. Poi era arrivato il momento dell’invasione angloamericana. Gli apparecchi con il cerchio bianco rosso e blu bombardavano le postazioni. Così tutt’ad un tratto una sera si era risolto a partire. Anzi, a fuggire. L’inferiorità dei mezzi italiani era lampante per tutti anche per chi, come lui, si intendeva poco di armi e quello era il momento migliore. Con tutta quella confusione tra le linee si sarebbero accorti della sua assenza troppo tardi, quando ormai era già a nord. Fuggire per tornare a casa e avere una possibilità in più di restare vivo. Tanto combatteva per chi? Il Re era un ometto basso che aveva visto una volta su un giornale. La patria, una parola con cui molti si riempivano la bocca, lui non la sentiva sua. Aveva i suoi monti e la sua Lina, gli bastava. Una volta a casa, voleva darsi alla macchia e aspettare che tutto finisse, protetto dalle cime rassicuranti coperte di verde. Il mare lo aveva angosciato. Tutto quel blu, a perdita d’occhio. Per trovare un punto di riferimento doveva girarsi e guardare all’ultima punta dell’Appennino, alle vette cugine delle sue. Pensando a casa sua, si addormentò sul sedile del treno.

Il convoglio si fermò a Pescara che era già mattina. Il diretto per Rimini partiva alle 11. Costante accese una sigaretta che si era arrotolata in treno. Nemmeno il tempo del terzo tiro, che le sirene dell’allarme aereo cominciarono il loro lamento. Non sapendo dove trovare riparo s’infilò sotto la cisterna dell’acqua della stazione, non c’era tempo per chiedere dove fossero i rifugi. I palazzi intorno si svuotarono. Donne con bambini in braccio e per mano, uomini con due valigie ciascuno, vecchi col bastone, tutti correvano ai ripari. Arrivarono gli apparecchi alleati. Le bombe esplosero intorno. Chi aveva ritardato, tentò di gettarsi a terra sotto un porticato o dove poteva. Così Costante vide morire una madre con suo figlio. La bomba non accetta ritardi. Crollò un palazzo colpito da tre esplosioni, si sentirono le urla e poi il silenzio. Gli apparecchi erano scomparsi, inghiottiti dal blu del cielo. Dopo mezz’ora le persone tornarono in casa, qualcuno raccolse i corpi rimasti a terra. Costante prese il treno per Rimini, da lì a Firenze, Pistoia. Nell’ultimo tratto era come essere già a casa. L’olivo lasciava il posto al castagno, il sottobosco si apriva, non era più macchia e più in alto le faggete lasciavano vedere dritto per decine di metri. Un tunnel dietro l’altro fino a Molino. Costante era giovane, Lina anche di più. Si erano conosciuti tramite il fratello di lei, Aldo. Aldo e Costante erano diventati amici durante un ritrovo di pastori, su alla Faggiona. Una sigaretta, quattro chiacchiere, e un’amicizia che nasceva. Aldo era più vecchio e pensava a maritare la sorella: Costante gli parve un buon partito, non era troppo ricco da far pensare a accordi col fascio ma neanche troppo povero. Era un lavoratore, aveva un buon branco. Così erano cominciate le lettere, poi era arrivato il matrimonio. Era arrivata anche la guerra. Una parentesi che lui ora voleva chiudere.

Costante vide la stazione dopo la curva. Era sera e molti dormivano. Dentro lo scompartimento ormai era solo. Ricordò la radura dopo la stazione. Il treno non si fermava, andava diretto a Porretta Terme. Aprì il finestrino. Il rumore del fiume lo incoraggiò, l’acqua che scorreva sulle rocce gli dette forza, aprì la porta e saltò giù. L’erba si avvicinava. Appena poggiò i piedi in terra, rotolò per qualche metro su se stesso.

Si alzò e provò a muovere gli arti: “Non mi sembra di sentir dolore, dovrei aver evitato fastidi e dolori”. La luna, nascosta dietro le montagne, non illuminava la strada, il commissariato si trovava un po’ più a monte. Passò attraverso il vicolo stretto tra le case di pietra e si immise sulla mulattiera che portava in alto. Evitò di seguire il sentiero e tagliò i tornanti passando perpendicolare alla via che si inerpicava. Il profumo dolciastro dei fiori di castagno impregnava l’aria e gli metteva in corpo una grande euforia. Un anno prima si era sposato con Lina. Riconobbe la prima casa, con la facciata di pietra e gli scuri color legno. Si avvicinò e bussò alla finestra, dove credeva potesse dormire Nino.

-         Nino, Nino, son Co’, apri!- disse con la voce strozzata.

Qualcuno si alzò dal letto imprecando, aprì: era Nino che per poco non svenne.

Davanti c’era a lui una faccia scura, un uomo in uniforme, ben piazzato, alto e robusto. Poteva somigliare molto al suo amico Costante. Solo quando lo salutò, Nino fece per gridare di gioia ma l’altro lo trattenne.

- Ho disertato, Nino. Torno ora dalla Calabria, giù sta succedendo un putiferio! Gli Americani stanno preparando l’invasione. Se mi beccano è finita! Piuttosto che sai dei miei?

- Ho incontrato tuo padre dalle parti del casolare di Renzo, la Lina è su a casa. Stanno tutti bene.

- Bene allora vado. Hai dell’acqua?

Nino scostò la tenda, e con la mano che tremava prese la bottiglia di vetro e la porse all’amico. Era agitatissimo e disse:

- Ma in che situazione ti sei messo? Ma ti beccano di sicuro! Devi stare attento. Le squadracce di Molino pattugliano la zona, non sei il primo. Stai all’occhio e prendi i miei vestiti. I tuoi li brucio domattina.

Costante uscì dalla casa con mille ringraziamenti e stupito dalla risolutezza dell’amico. Si inoltrò ancora più in su, decise di fare il giro largo evitando la strada e i sentieri. Arrivò a casa poche ore prima dell’alba. Qualcuno era già sveglio dietro la parete di sasso. Scelse di non bussare alla porta che dava sulla strada perché qualcuno poteva vederlo passando. Entrò da una finestra laterale, scavalcando il muro, come faceva da bambino per evitare le sgridate di sua madre. Sorprese in cucina suo padre mentre stava mangiando pane nero e latte a tavola con Lina, lei saltò in piedi con le lacrime che già le scendevano sulle guance, piena di stupore, felicità, sollievo, commozione. Lo abbracciò stretto, poi si staccò per rimirarlo, lo abbracciò ancora. Pianse anche Costante, tenendola stretta a sé davanti al camino. Poi si avvicinò a suo padre. L’uomo stava in piedi e lo fissava con espressione preoccupata.

-         Come hai fatto a venire? Come stai?

Costante disse tutto d’un fiato:

-         Ho disertato, babbo. Sono scappato tre giorni fa, di notte. Laggiù gli americani non danno tregua, radiofante dice che stanno preparando l’invasione. Di Bruno che sapete?

Il padre gli mise una mano sulla spalla:

-         Siedi, figliolo, mangia.

Lina gli porse un piatto e lui si gettò sul cibo come un animale.

Erano due giorni che non riusciva a rubare niente. Aveva colto qualche pesca in una casa vicino alla stazione di Rimini, poi null’altro.

Il pallidissimo grigio dell’alba fece capolino dalle finestre. Costatesi accorse che suo padre stava piangendo.

-         Di Bruno non sappiamo nulla. Non sappiamo neanche cosa pensare. Piuttosto dimmi che farai- disse il vecchio

-         Mi darò alla macchia, aspetterò che tutto finisca.

L’uomo annuì.

-         Porta con te le bestie- disse.

Costante fissò il padre :- Le pecore?

Lui fece un breve cenno col capo e si alzarono da tavola, andarono nella stalla. Il padre entrò e munsero insieme le bestie per la prima volta dopo tanto tempo, come quando non c’era la guerra. Dopo i gesti ritmati della mungitura raccolsero il piccolo gregge. Ruggero posò la mano sul capo del figlio e Costante si avviò, scomparendo poco più in alto dietro il fitto degli alberi.

Le valli dell’Appennino erano ancora sicure. Costante faceva pascolare il gregge di giorno in luoghi riparati. A sera si rifugiava in uno dei casolari sparsi per le montagne. Piccoli edifici realizzati in sasso, muri a secco frutto della scienza esatta dei saggi ignoranti di montagna. Doveva usare qualche precauzione, come togliere i sonagli, evitare i sentieri, tendere l’orecchio al minimo rumore. Era l’agosto del 1943.

Una sera, verso la fine del mese i carabinieri passarono dal paese, facendo domande alla gente circa Costante Nanni, soldato del reggimento di cavalleria, scappato da Strongoli il giorno … alle … Ma nessuno in paese sapeva del suo ritorno. Il segnale però era chiaro: non poteva più nemmeno tentare di tornare a casa, perché i gendarmi non si sarebbero dati per vinti.

Il tenente Nanni, ufficiale di tiro del Regio Esercito Italiano era stato fatto prigioniero il 10 maggio del 1943. Era stato in mano agli inglesi. I primi due mesi furono difficilissimi. I sudditi di re Giorgio ci tenevano a rendere la vita difficile agli italiani che avevano dato filo da torcere. Tunisi, Bona e poi in una nave carboniera, in condizioni disumane fino in Algeria. Insieme ai suoi uomini, Nanni fu trasportato da un campo di prigionia all’altro finché non passò in mano agli americani. Era il luglio del 1943. Rimase con i soldati d’oltreoceano che qualche volta si avvicinavano ai prigionieri e, in un italiano stentato, ricordavano il luogo di provenienza di genitori, zii e parenti. Poi gli italiani furono caricati su una nave cargo statunitense diretta in patria il 6 settembre del 1943. A questo pensava il tenente Bruno Nanni in coperta sulla sua branda. E ripensava anche alla guerra, e con una nostalgia infinita pensava a casa, a sua padre e a suo fratello. Chissà dov’era finito, dopo l’invasione, Costante? Passarono due giorni sulla nave, con l’incertezza e l’angoscia di chi non sa se e quando tornerà. Sotto di lui, fremente d’agitazione, il caporale Renzi non faceva che ripetere:- Tenente Nanni, dove ci portano?

Il tenente rispondeva con rassegnazione.

-         In America, Renzi, in America.

-         Ma tenente, l’America è lontana, dall’altra parte del mare, come faremo a tornare a casa..come faremo?…Ho famiglia, io..

-         Lo so Renzi lo so. Così è Renzi, quando finirà torneremo a casa.

Ci credeva poco anche Nanni, ma una frase di circostanza era l’unica cosa che poteva proferire. Il tenente non aveva più parole per quell’uomo grande e grosso, carrista della divisione. Uno dal coraggio sconfinato, quasi pazzo. Ora eccolo lì a piangere come un bambino. Mentre continuava a sentirsi porre domande sul futuro, sentì gridare sul ponte. Gli italiani si guardarono l’un l’altro, allibiti e sorpresi. Ad un certo punto, un soldato afroamericano si precipitò giù per la scala metallica urlando :- Italy quiet! Italy quiet! You gonna stay here, not in America!

Il tenente Nanni tradusse nella mente le parole dell’americano e contemporaneamente le urlò con tutta la voce che aveva in corpo. – L’Italia si è arresa, si è arresa! Non ci portano più in America!- I soldati si abbracciarono tra sé piangendo di gioia. Centinaia di chilometri a nord Est la notizia dell’armistizio arrivò anche nelle piccole borgate. La gente correva per strada gridando festosa, abbracciandosi, sparando colpi in aria con i fucili da caccia. L’unico che rimase in casa, preso dal terrore, fu Ruggero Nanni. Rimase con il cucchiaio della minestra a metà tra il piatto e la bocca. “Ancora una volta”. Gli tornarono in mente le voci dei tedeschi e degli austriaci che meno di trent’anni prima attaccavano le trincee italiane al grido di:- Traditori!- Questa volta non si sarebbero fatti girare le spalle un’altra volta, non avrebbero perdonato l’alleanza con gli anglosassoni. Un brivido gli corse su per la schiena facendolo sudare freddo. Era la paura, quella che gela le ossa, blocca le gambe. Il terrore. Guardò fuori dalla finestra, oltre i tetti di cotto e di ardesia. La luna rischiarava il dolce profilo dei monti. Ripensava al Carso, a un’altra guerra. Trincee, assalti alla baionetta, mitragliatrici. Scosse veloce la testa, come per scrollarsi di dosso due anni di granate, mine, fili spinati e morti. Si risolse di andare da suo figlio. Si fece dare il paniere da sua nuora, mise gli scarponi e uscì di casa. Non gli fu difficile trovarlo, gli aveva insegnato lui ogni anfratto della montagna. Costante seduto sotto una roccia sporgente, a scrutare il buio.

- Costante, l’Italia ha firmato l’armistizio con gli Inglesi. Ma non ti fidare. In paese sono tutti felici, ma io non sono d’accordo. Questa volta non perdoneranno. Qui loro sono tanti, per non parlare di quelli a Bologna e a Pistoia. Siamo in una morsa, ci occuperanno.

Lo invitò a fidarsi meno di tutti e soprattutto a badare agli aerei alleati. Quella notte Ruggero non dormì, la paura non lo abbandonava, e per di più c’era quel figlio che non tornava. Morto? Disperso? Fatto prigioniero? Al distretto sapevano solo che la divisione Ariete si era arresa a maggio dalle parti di Tunisi, niente più. 

Nei campi di prigionia americani non si stava proprio malissimo. Si poteva giocare a bridge e si organizzavano spettacoli teatrali. La guerra degli italiani era finita, erano prigionieri degli americani, contro cui non avevano combattuto. Non ci poteva essere odio. Un giorno entrò nel campo un ufficiale circondato da altri uomini. Comunicò che dovevano recarsi a Casablanca, in Marocco, per prendere servizio come guardie ai magazzini americani. I berberi stavano facendo continue razzie e occorreva porre un freno alle loro scorribande. Gli americani intendevano impiegare i prigionieri di guerra, d’un tratto diventati alleati. Sarebbero stati adeguatamente ricompensati. Un dollaro al giorno era la paga. Il tenente Nanni fu messo a capo di una compagnia di 60 uomini. Il lavoro però era noioso, le pallottole a sale non impensierivano i predoni. Nanni, impaziente di mettere a frutto l’addestramento ricevuto in accademia e la lezione all’università, chiese di poter essere spostato ad un’altra occupazione. Sfruttarono le sue conoscenze in campo ingegneristico per la costruzione di aereoporti, magazzini, e tutto ciò che poteva servire alle truppe americane dislocate in Nord Africa. Il tenente Nanni passava le giornate al lavoro, ignaro di quel che succedeva nel suo paese natale.

Una notte d’Ottobre, dopo l’armistizio, Costante si trovava di là dal fiume Reno, al confine tra la Toscana e l’Emilia. Era in provincia di Pistoia, abbastanza in alto da vedere benissimo il paese dei suoi sulla catena dirimpetto. Aspettava Lina che doveva portargli delle uova e delle castagne cotte. Dal casolare dove si trovava con una dozzina di animali sentì un crepitio di foglie e voci che sussurravano. Ebbe paura che l’avessero trovato, maledisse se stesso per l’imprudenza di aver camminato su una mulattiera. Era sicuro che qualcuno l’avesse seguito e denunciato ai repubblichini. Tremava di paura per sé e per Lina che doveva arrivare a momenti. L’avrebbero fucilato sul posto insieme a lei. Mani legate dietro la schiena, faccia contro la montagna e una raffica. Mentre questi pensieri gli irrigidivano i muscoli e la bocca recitava il terzo pater consecutivo, sentì la voce di Lina che lo chiamava. Pensò ad una trappola. “La usano come esca, mi vogliono far uscire”. Sempre più terrorizzato guardò fuori da una feritoia lasciata da un sasso staccatosi dal muro. Alla luce debole della luna distinse quattro figure. Una era Lina, le altre tre sembravano di una donna e due uomini. Non vide luccicare armi alla luce della luna e cominciò a sperare, a calmarsi. Raggiunse la porta del casolare la aprì, sperando di non essersi sbagliato e che intorno non ci fossero i carabinieri, nascosti dietro i castagni.

- Costante, questi signori sono ebrei, sono scappati dal campo di Pisa. Non sanno dove andare-

Uno dei due uomini prese la parola:

- Signor Nanni siamo disperati, vi prego aiutateci. Non mangiamo da tre giorni. Siamo sfuggiti ai treni per la Germania, vi ricompenseremo largamente quando tutto questo terrore sarà finito-

Costante guardò l’uomo, stranamente magro per la sua altezza. Indagò a fondo per non rischiare, ma alla fine scelse di fidarsi. Portò i tre di là dal fiume, poi verso Nord, verso la provincia di Modena. Li lasciò in una grotta naturale, ben riparata da un bosco di castagni e noccioli. Lina portò loro il latte una volta ogni tre giorni finché Costante si risolse a far oltrepassare loro la Linea Gotica che passava sui crinali dei monti dietro la casa di Costante. Ruggero vedeva giorno per giorno realizzarsi le sue peggiori previsioni. Il rapporto con le truppe dell’aquila peggiorava sempre più. Andare da Costante diventava giorno dopo giorno sempre più difficile. Col passare del tempo, molti si univano alle formazioni partigiane createsi proprio in ottobre. Ogni attacco a danno dei tedeschi e dei fascisti comportava una rappresaglia sulla popolazione. Cresceva il numero degli sfollati e Costante doveva fare sempre più attenzione a evitarli, perché qualcuno poteva salvarsi denunciandolo. Una volta evitò per pochissimo una pattuglia di repubblichini. Camminava poco a valle di un sentiero, il vento forte gli soffiava alle spalle, scuotendo le cime delle piante e impedendogli di sentire i rumori davanti a sé. Curvò, seguendo la linea della dorsale, e si ritrovò proprio sotto il sentiero. Sei fascisti che camminavano in fila indiana, a pochi metri da lui. Si sdraiò dietro una madricina di faggio, un albero che era stato lasciato durante l’ultima tagliata per far ricrescere il bosco. I sei sfilarono uno dopo l’altro, guardandosi intorno con gli Sten spianati, per istanti interminabili. Il rischio di un incontro del genere era da mettere in conto, per chi, come lui e i partigiani, viveva nel bosco. Più volte gli chiesero di entrare a far parte delle brigate di resistenza ma rifiutò sempre. Come aveva rifiutato di combattere con l’esercito, così rifiutava di combattere con la Resistenza. Non gli interessava né l’onore né la gloria. Passando incontrava spesso cadaveri, dell’una e dell’altra parte. Non sopportava la guerra.

Bruno si svegliava spesso. Il minimo rumore nella notte lo distoglieva dal sonno. Il corpo si era abituato a sussultare all’arrivo degli apparecchi, al tuono dei cannoni. La guerra lo aveva segnato. Ormai ne era fuori, ma quando allentava l’attenzione, i ricordi prendevano il sopravvento, soprattutto di notte. Una volta sveglio non si riaddormentava. Ritornava con la mente ai mesi in guerra. Aveva visto tanti ragazzi spavaldi. Si sentivano indistruttibili come tutti i ventenni. Anche quando le sorti della guerra erano cambiate non si era lasciati prendere dalla ritrosia, dalla vigliaccheria. La sicurezza di vincere aveva lasciato il posto al senso del dovere. – Morire per morire, combattiamo-. L’aveva sentito dire da tanti, ma da pochi più di una volta. Il suo professore dell’accademia diceva:- Nasce con l’uomo e morirà con lui.

La guerra. Ricordava i discorsi con i commilitoni: si combatteva per ordini superiori, senza odio. La strenua resistenza della divisione Folgore nell’ultima battaglia di El Alamein cos’ era? Coraggio? Senso del dovere? Una divisione di paracadutisti, adatta ad attacchi improvvisi, rapidi, costretta a fare una guerra logorante. Solo mezzo litro di acqua al giorno per la Folgore, una delle punte di diamante dell’esercito. Eppure resistevano, sacrificati, ma resistevano. Scambiavano acqua con le sigarette. Ci si arrangiava. Il quattro di novembre aveva rischiato anche lui di rimanere chiuso nell’accerchiamento, insieme ai paracadutisti. Si era salvato perché un ufficiale era tornato indietro a prendere dei cifrati che aveva dimenticato. Lo aveva caricato e lui aveva visto sparire tutti quegli uomini dietro la scia di polvere della vettura, là nella polvere di quel maledetto deserto. Per sempre.

La primavera portò con sé gli Americani di Anzio. I tedeschi sui monti crescevano di numero come funghi velenosi alla prima pioggia settembrina. Erano ovunque. Ruggero osservava l’odio che cresceva per la valle del Reno, una gramigna difficile da estirpare. Si scopriva a piangere in solitudine, pensando a quanto si diceva in paese. Si parlava di stragi terribili, intere famiglie uccise. Adesso tutti erano contro tutti. Borgata contro borgata, vicini contro vicini. La guerra civile imperversava e divideva. Costante si muoveva solo di notte, ormai era un fantasma. Altre decine di sfollati si erano riversati dalle città e dai centri più importanti verso le montagne. Molti si perdevano e finivano a chilometri dalla destinazione. Nel frattempo repubblichini e tedeschi pattugliavano i sentieri, catturando chiunque trovassero. A valle i treni per Carpi aspettavano i rastrellati. E da lì la Germania. Nessuno poteva sentirsi al sicuro. Il vecchio, in  paese continuava a pensare a Bruno. Sperava che suo figlio fosse fuggito alla morte in terra straniera, ma il suo carattere razionale gli impediva di farsi illudere per più di qualche minuto. “Prigioniero o morto. Non può esser stato diverso da così il destino di Bruno. Se l’hanno preso chissà dove sarà stato portato, chissà se lo rivedrò”. Ma il tempo passava, arrivarono le fragole e i mirtilli nei boschi e i partigiani cominciavano ad avere davvero la meglio. Sbocciavano una dietro l’altra le loro Repubbliche, già si respirava aria di liberazione. Così avvenne. Fu davvero una liberazione. Cappelli che volavano per aria, gente urlante. Ma Costante, Lina e Ruggero pensavano a Bruno.

La liberazione si faceva sempre più vicina anche per il tenente e gli altri. Gli inglesi e gli americani stavano sconfiggendo i tedeschi. Arrivò il giorno in cui li rimpatriarono. Dopo un viaggio interminabile arrivarono a Napoli. Le ferrovie erano state distrutte dalle bombe. Bruno arrivò a Pistoia pagando il passaggio di un avvocato che faceva il tassista per gli ufficiali. Erano in quattro. Li portò fino a Pistoia. Da lì il treno partiva per Molino. Lo stesso che aveva preso suo fratello, due anni prima. La ferrovia era interrotta e spesso il treno doveva fermarsi. Arrivò anche lui, nell’aria gelida di novembre. Per prima cosa si fece registrare alla stazione di polizia e ottenne un mese di licenza. Era un militare in carriera, anche dopo tre anni di guerra e prigionia, doveva rispettare la legge. Prese la corriera fino a casa. Per la strada case distrutte dai bombardamenti, e gente senza tetto. L’avvocato Anselmo, quello che lo aveva portato a Pistoia, aveva parlato della guerra civile, ma il tenente aveva sperato che il suo piccolo borgo, arroccato tra i castagni, fosse rimasto incolume. Invece non riconosceva la sua montagna. Sui muri di pietra delle piccole borgate si vedevano i segni dei proiettili e il bosco era spesso sfregiato da macchie nere o da radure mai viste prima. Arrivò alla porta di casa, un po’ spaesato. Ripensò all’ultima volta che vi era entrato. Era gennaio del ‘42, prima di andare in Africa. Erano trascorsi tre anni.  Bussò esitante alla porta. Sentì dei passi pesanti, poi qualcuno dall’altra parte aprì il chiavistello e girò la chiave. Apparve un uomo anziano con il cappello in testa, la giubba di velluto e gli scarponi ai piedi.

-Babbo!- disse a mezza voce, con un magone crescente che gli serrava la gola.

Ruggero rimase impietrito sull’uscio di casa, con la mano sinistra sull’anta. Bruno lo abbracciò con forza, e l’uomo barcollò. Si aggrappò a quel figlio creduto morto e scoppiò in un pianto felice e disperato.

I due uomini arrivarono al pozzo dal sentiero che scendeva sotto la casa. Costante appena li vide prese a correre incredulo. Anche Lina voltò lo sguardo e vedendo Bruno corse anche lei con Renato in braccio ad abbracciare il cognato.

-         Bruno! Bruno!- Costante non riusciva a parlare, non gli veniva in mente nessuna frase. La paura di averlo perso per sempre lo aveva rincorso per mesi su e giù per i monti.

-         Costante- anche il fratello maggiore non aveva parole. Era stato tre anni senza notizie della sua famiglia, senza sapere che fine avesse fatto Costante in Calabria e il padre anziano.

Dopo che i due fratelli si furono salutati e abbracciati, Lina si fece avanti porgendo suo figlio allo zio che lo prese in braccio e lo alzò sopra la testa.

-         Ciao Renato. Io sono lo zio. Zio Bruno- disse strizzandogli le guance floride tra l’indice e il medio.

Il bambino guardò un po’ spaesato quel signore grande, che tutti abbracciavano e che ora lo teneva tra le braccia.

-         Bruno- disse il piccolo con la voce esitante. Furono abbracci, urla, pianti, domande e poi ancora pianti.

 Per primo prese la parola Bruno tra i quattro riuniti intorno al tavolo.

-Costante raccontami, come hai fatto a tornare? Ti hanno rimandato indietro gli americani?

- Bruno, io… io sono tornato perché ho disertato.

La felicità abbandonò improvvisamente il viso squadrato del tenente Nanni. Un’ombra passò sugli occhi scuri. Subito provò un senso di vergogna enorme.

- Scherzi vero? Come.. Come hai potuto Costante? Hai abbandonato i tuoi compagni sul campo. Hai salvato la vita ma hai disonorato la tua famiglia. Babbo, non ti vergogni? Io ho fatto tutta la campagna d’Africa dal 42 al 43. Ci siamo arresi solo per ordine del Duce in persona. Ho visto coi miei occhi morire i ragazzi come te. Hanno combattuto fino alla morte, pur sapendo che il loro destino era segnato. Non… non…. non mi sarei mai aspettato un comportamento così!-

Bruno si alzò di scatto e  scappò fuori. Non si fermò fino al suo alloggio in caserma a Bologna. Le parole di Costante gli bruciavano come una ferita, un’offesa incancellabile. Sentiva tradito tutto il coraggio dimostrato dagli altri ragazzi nella sabbia del deserto, in mezzo alle mine, sotto le bombe e i cannoneggiamenti. Non gli perdonò mai quel gesto di fuga e per molto tempo non volle più vederlo. Bruno scriveva per Natale e per Pasqua e non dimenticava il nipote, ma non salutava mai il fratello. Le lettere erano destinate tutte a Lina Bellini e non salutava mai il fratello. In paese, all’osteria, tra i vecchi che giocano a scopone e briscola, si dice che il vecchio dei Nanni morì per il dispiacere di vedere i due figli divisi tra la vita e il dovere, dopo la sofferenza per la paura di non rivederli. Morì d’infarto, solo, sulla soglia di casa, con il bastone accanto. Solo allora, davanti alla sua bara, i due fratelli si tesero la mano.

 

 

 

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