IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
CINZIA MUROLO
NEL BUIO
Nella
sala semicircolare del ricovero per anziani, adibita alla ricreazione, il caldo
era asfissiante.
Il
sole sbatteva contro le vetrate fin dalla mattina e, per tutta la giornata, vi
girava attorno lentamente, si sarebbe detto con curiosità, illuminando e
scaldando ogni angolo. Pareva non stancarsi del suo indiscreto scrutare: non si
velava con alcuno straccio di nube, forava la bava delle tende leggere, come un
supervisore implacabile e terribile.
Lisa
sentiva il fondotinta colare lungo il collo ed aveva la sensazione che il viso
si liquefacesse.
Si
domandò, mentre ingollava aria bollente, per quale motivo si ritiene che il
caldo sia d'aiuto alla salute di vecchi, malati e bambini.
Solo
agli adulti giovani e sani è concesso di rinfrescarsi con docce frequenti,
esporsi a qualsiasi corrente, gelarsi con l’aria condizionata: le persone
considerate fragili, devono arrostire in forni crematori, anche se asettici e
moderni.
Si
guardò attorno, sventolando la rivista che non riusciva a leggere.
Valutò
ancora una volta l’ampiezza del locale, la luminosità, la pulizia maniacale.
L’arredo
essenziale non creava barriere, ma non faceva immaginare un minimo d’intimità.
Notò le stampe dei Van Gogh appese alle pareti: fiori e paesaggi gialli,
assolati, senza refrigerio, come la mente di chi aveva concepito i quadri.
Quando
il nonno di Lisa non aveva più potuto abitare da solo, nella villetta dove
aveva trascorso gli anni seguiti alla morte della moglie, ed aveva fatto capire
che non avrebbe mai accettato l’ospitalità dei figli – più malandati di
lui, - i familiari avevano attraversato mezza Italia, per trovare il posto
migliore dove fargli trascorrere i suoi ultimi giorni.
Quell’Istituto
rispettava tutti i criteri moderni dell’assistenza agli anziani: lontano dalla
città, offriva ampi spazi, buona cucina, camere singole, personale qualificato.
Era
situato in una zona piuttosto distante dalle residenze dei familiari i quali,
per stare vicino al vecchio patriarca, allorché la malattia si faceva più
acuta, avevano deciso di fare dei turni settimanali e di risiedere, durante quei
giorni, nella piccola città di provincia.
Lisa
cercò con gli occhi, tra i presenti, la figura del vecchio.
Individuò
subito la sagoma di nonno Idrio: si stagliava contro il sole, alta, allampanata,
le spalle curve, l’una più bassa dell’altra, la faccia ostinatamente
puntata verso il cielo.
In
mezzo allo sbuffare degli altri ospiti, restava immobile, quasi sfidando il
riverbero del sole, le mani affondate nelle tasche della leggendaria giacca da
camera.
Il
nonno ne possedeva una collezione, di tutti i colori e tessuti: fin da bambina
Lisa associava la figura dell’uomo a quell’indumento, indossato ad ogni
rientro a casa.
In
quella giornata torrida, il vecchio e la sua impeccabile giacca apparivano,
ancora di più, fuori tempo e fuori luogo.
La
ragazza si alzò a malincuore dal divano:
-
Nonno Idrio - chiese gentile - vuoi una bibita fresca?
Non
ottenne risposta, né l’attendeva, anche se sapeva che lui aveva sentito
benissimo. Se c’erano ancora degli organi funzionanti in quel corpo antico,
quelli erano l’udito ed il cervello.
Appoggiò
con delicatezza una mano su quella del vecchio.
L’uomo
aveva una pelle trasparente, solcata da grosse vene blu in rilievo: pareva una
pergamena bagnata e fredda. Si ritrasse confusa, presa dalla soggezione, come da
bambina.
Ricordava
che le amiche le raccontavano di nonni dal carattere dolce, giocherelloni e
gentili: il suo non aveva mai avuto queste caratteristiche e, quando alle
elementari le davano il tema sui nonni, si limitava a scrivere di averne uno di
nome Idrio. Punto. Rimaneva con la penna in bocca a guardare il vuoto.
Si
trovò ad insistere: - Prendi almeno un po’ d’acqua. Con questo caldo
bisogna bere molto, lo dicono tutti.
-
...Se lo dicono tutti!...- fu
la risposta sarcastica.
L’uomo
cominciò a tossire, la guardò con occhi vacui e sputò accanto ai suoi piedi.
Lisa
sapeva che l’aveva fatto apposta.
Suo
nonno era vecchio, malato e molto incazzato.
Non
accettava la vecchiaia, la malattia, la morte, il ricovero e neppure il sole e
la nipote.
Invece,
a novant’anni, era costretto a subire tutte queste cose assieme, senza potersi
difendere.
Non
levava mai un lamento ma, appena poteva, raccoglieva gli umori ancora in circolo
nel suo vecchio corpo e li depositava con sprezzo vicino a chi gli dava
fastidio: in pratica tutti.
Non
aveva mai mostrato di stimare i suoi discendenti e da quando era stato
“internato” – come diceva lui – nell’istituto per anziani, aveva
cominciato a detestarli, con un livore sordo che manifestava con quelle
esternazioni corporee.
Lui,
in passato educatissimo e quasi aristocratico, ora sputava; si urinava sulle
scarpe; si defecava addosso con tranquillità guardando l’interlocutore negli
occhi; vomitava sulla tavola alla fine del pasto.
Gli
umori del suo corpo erano le uniche armi che gli erano rimaste e le usava con
sapiente cattiveria.
Lisa
sospirò.
Pensò
al fresco del mare, agli studi, alla casa accogliente. Quella settimana di
passione sarebbe toccata a lei.
Diversi
giorni prima il nonno era stato molto male: il tumore che lo divorava con una
lentezza straziante aveva sanguinato, era stato necessario un lungo ricovero in
ospedale e, la madre di Lisa, gli aveva dato assistenza per tutto il tempo.
Adesso
toccava alla ragazza vigilare sulla convalescenza, trascorrendo con lui, in
pratica, l’intera giornata .
La
giovane donna pulì il pavimento con un fazzoletto di carta, sotto gli occhi
ironici del nonno.
Era
in preda alla nausea ed alla collera, ma si trattenne.
Portò
al vecchio un bicchiere d’acqua e riuscì a farlo bere.
-
E’ un caldo bestiale - disse cercando d’intavolare una conversazione innocua
sul tempo - pare d’essere in Africa.
Lui
sputò di nuovo:
-
Che ne sai tu dell’Africa - disse sogghignando, - la tua Africa è quella dei
villaggi vacanze!
La
guardava malevolo, disapprovando abbigliamento, trucco e postura.
Lisa
decise che una settimana così, non era sopportabile per nessuno dei due.
-
Conosco l’Africa - disse prendendolo con decisione per un gomito e pilotandolo
verso delle poltrone - non sono una deficiente! E non sputare come un lama, non
è da te, e fino a quando sono qua, - sibilò la giovane donna – non ti
azzardare a pisciarti addosso, perché ti lascio bagnato e puzzolente per tutto
il giorno che, con questo caldo, almeno ti rinfreschi!
Era
la prima volta che si rivolgeva così al nonno e lo guardò intimorita.
Sprofondato
nella poltrona dove lo aveva costretto, le gambe ossute accavallate, le braccia
conserte, la osservava sardonico.
-
Ma guarda, la bamboccia ha un carattere!...e da quando?
-
La bamboccia ha trent’anni, una laurea, un lavoro, un amante ed un nonno
stizzoso e bisbetico.
-
La bamboccia è maleducata e stronzetta!
Continuavano
a sibilare entrambi, seduti di fronte, i corpi irrigiditi, gli occhi fissi, come
due serpenti che si fronteggiano.
-
La bamboccia è tua nipote: indovina un po’ da chi ha ereditato la
stronzaggine!
Erano
arrivati, per la prima volta, alle male parole ed agli insulti.
E
per la prima volta, Lisa sentì il nonno ridere.
Rideva
di cuore, senza astio: una risata divertita ed infantile che scuoteva il corpo e
ravvivava gli occhi ridotti a due fessure tra le rughe.
Quando
smise chiese autoritario: - Dammi un po’ d’aranciata: bella fredda!
La
ragazza non si mosse.
-
Per favore, portami dell’aranciata, ho il fuoco nella pancia.
Ne
prese anche lei e si acciambellarono quieti con i bicchieri freschi tra le mani.
-
L’Africa è negli occhi di chi la guarda - il vecchio ricominciò a parlare
dopo un breve silenzio - quella che ho visto io, nessuno la potrà più vedere,
perché è rimasta negli occhi della mia generazione, che non c’è più.
Cominciò
a raccontare, quasi distrattamente, come se da un momento all’altro si dovesse
interrompere ed andar via, a volte come controvoglia, altre con precipitazione.
Accettava
malvolentieri interruzioni e domande, seguiva il filo dei pensieri, ma sembrava
gradire l’interesse che la nipote gli mostrava.
Lisa
conobbe così una guerra dimenticata, descritta con poche righe sui libri di
scuola e che la giovane aveva intravisto in noiosi documentari in bianco e nero.
Conobbe
anche un ragazzo di vent’anni di nome Idrio che, appena finito il liceo e
contro il volere della famiglia, si fece volentieri convincere a parteciparvi,
sentendosi, per di più, dalla parte dei giusti.
Seguì
quel ragazzo su treni osannati da folle festanti, guardò sventolare fazzoletti
e bandiere sotto le navi in partenza dal porto di Napoli, vide le lacrime e i
sorrisi benedicenti di madri e spose, attraversò con lui il Mediterraneo - come
se invece che alla guerra andassero ad una gita - cantò canzoni che parevano
inni alla giovinezza ma parlavano d’arroganza ed oppressione.
Sbarcarono
assieme tra popolazioni povere e fiere, con tanta miseria e molta storia, che il
ragazzo pensava fosse suo dovere “civilizzare”.
Vide
le belle figlie dell’Etiopia, costrette a vendere il corpo per un pezzo di
pane arrivato dell’Italia; le vide posare davanti a macchine fotografiche con
il seno nudo, i capelli di velluto, i denti come perle, gli occhi simili a cieli
notturni.
Le
guardò esibirsi in pose che secondo gli occidentali facevano ricordare le fiere
della foresta ed invece servivano a far dimenticare - a chi riceveva quelle
immagini in patria - che quelle ragazze avevano l’anima in sofferenza.
Vide
bambini scheletrici, mangiati dalle mosche, sorridere e tendere la mano, guardò
i loro villaggi conquistati e devastati, si sentì toccare il cuore da tramonti
ed albe che mai aveva immaginato, traversò deserti sassosi ed altipiani
lussureggianti, scoprì animali che non conosceva e piante dalle bacche e dalle
foglie che calmano il dolore.
Imparò
ad amare - assieme al ragazzo di allora - quel continente sconosciuto ed a
chiedersi nel nome di quale follia lo stessero violentando.
Sentì,
per la prima volta, parlare dell’arsine e dell’iprite.
-
Pirite, nonno, si dice arsenico e pirite! - lo corresse Lisa quando Idrio
pronunciò quei nomi.
Il
vecchio rise: lo sentì ridere spesso durante la settimana che trascorsero
assieme.
-
Pensa, hai fatto la stessa obiezione che feci io settant’anni fa a quel
soldato livornese che me ne parlò per la prima volta! O bischero, mi fece lui,
non parlo mica dei minerali, sto parlando di gas nervino! L’iprite e
l’arsine sono gas che i nostri aerei buttano sugli abissini a tonnellate. I
neri muoiono come mosche, corrosi dal di dentro, resi ciechi, piagati e
accartocciati.
Gli
diedi del bugiardo e del disfattista - continuò il nonno, - e si venne anche
alle mani. Ma aveva ragione lui: lo scoprii quando mi fece vedere delle foto
piccolissime ma nitide, in bianco e nero, che testimoniavano quelle stragi
disumane. In quel momento ho capito che la guerra è la negazione di qualsiasi
forma di civiltà, di verità, di trattato, di convenzione. La guerra è il
mostro più grosso che ci portiamo dentro, quello che genera tutti gli incubi
minori che affliggono questa umanità misera.
-
Nonno, hai mai ucciso qualcuno? - domandò esitante la ragazza, impaurita dal
pensiero che le era balenato nella mente.
Il
vecchio cominciò a tossire, questa volta involontariamente, con un eccesso
convulso, al termine del quale non ci fu risposta.
I
giorni correvano via.
Lisa
si trovò a chiedere alle infermiere di poter stare con Idrio anche durante la
cena.
Fu
accontentata volentieri: il nonno non sputava né vomitava quando la nipote era
presente, prendeva le medicine senza protestare e consumava i pasti con gusto.
Dopo
cena uscivano sul piazzale finalmente fresco, scambiando quattro chiacchiere con
gli altri ospiti.
Per
superare le ore più calde della giornata, la ragazza si era attrezzata con due
piccoli ventilatori a pile, facendo accorrere un’infermiera preoccupata:
-
L’aria diretta del ventilatore è nociva, fa venire i malanni!
-
L’aria del ventilatore è piacevole e fresca - aveva risposto Lisa con
decisione - e, se per caso io o Idrio si morisse di polmonite, si ricordi che
non vogliamo fiori.
Il
nonno le guardava con aria sorniona e annuiva appena, con signorilità.
Fu
proprio dopo la discussione attorno ai ventilatori che il vecchio le parlò
della scimmia con due nomi.
L’aveva
comprata per una manciata di soldi da un bambino macilento ed era, naturalmente,
una scimmietta macilenta: piccola, magrissima, arruffata, piena di parassiti e
di fame.
Le
aveva offerto un po’ del suo pasto e l’animale si era rifugiato subito sulla
spalla sinistra, completamente a proprio agio, come se si trovasse su un ramo.
Idrio
era da poco sbarcato in Africa e, dopo aver liberato la scimmia dagli insetti
con lo stesso insetticida in dotazione alle truppe, l’aveva portata sempre con
sé.
Era
un piccolo maschio e perciò l’aveva chiamato Maggiordomo, per l’aria
sveglia ma attenta e servizievole.
Aveva
adattato alla sua piccola testa un berretto da ascaro, fissandolo con un
sottogola, ma non era stato necessario nessun guinzaglio per tenere la bestiola
vicino a lui.
La
piccola scimmia era sempre appollaiata sulla sua spalla, anche durante gli
spostamenti: aggrappata ai capelli osservava il paesaggio con interesse,
cercando lo sguardo del giovane e la sua approvazione, ricambiando il cibo con
un’intensa ricerca d’insetti tra i capelli del ragazzo.
La
notte si sistemava in un angolo della branda e si muoveva solo per qualche
rumore improvviso: allora dava l’allarme evitandogli così gli scherzi ed i
piccoli furti degli altri soldati.
Seguiva
Idrio anche durante gli scontri a fuoco, urlando terrorizzata al rumore degli
spari ma sempre al suo posto, issata su quella spalla.
Vivevano
talmente in simbiosi che presto il giovane soldato fu soprannominato
“Scimmia”.
Quando
il commilitone di Livorno gli mostrò le foto con i morti contorti dal gas
nervino, Idrio si rese conto di aver dato alla scimmietta un nome da servo.
Da
quel momento il nome Maggiordomo fu cambiato in quello di Alì ed il cappello da
ascaro sparì per sempre dalla sua piccola testa.
Alì
si abituò immediatamente al nuovo richiamo dimostrando una grande duttilità.
Idrio
d’altronde s’era ormai convinto, da diversi episodi, che l’animale fosse
intelligente più di molti esseri umani.
Fu
quando arrivarono al fortino Giugurtà a Debri, alla falde dell’Amba Aradam,
che le truppe dei fanti - alla quali Idrio apparteneva - si trovarono vicine ai
reparti delle Camicie Nere.
Per
il giovane soldato fu il periodo più brutto di quell’avventura.
Gli
riusciva ormai difficile sopportare l’atteggiamento trionfale che avvertiva
nell’accampamento accanto al suo, assisteva impotente alle scorribande
punitive verso la popolazione civile, non si sentiva più portatore di civiltà
ma piuttosto ingranaggio di una macchina d’oppressione e di morte.
Tramite
il commilitone di Livorno aveva conosciuto altri strani volontari, più grandi
di lui, che sapevano molte cose su quella guerra e sul regime che l’aveva
voluta e la sera si trovavano a parlarne, come se fossero dei cospiratori.
La
scimmietta attirò l’attenzione delle Camicie Nere.
Ben
presto Idrio fu preso di mira: forse qualcuno aveva notato il suo fastidio verso
comportamenti che reputava repellenti.
Alcuni
cominciarono a chiamarlo Scimmia disfattista e poi Scimmia comunista.
Il
ragazzo aveva paura e trasmetteva l’ansia ad Alì: quando la bestiola vedeva
un soldato della milizia fascista si aggrappava con più forza ai capelli e
urlava con la bocca spalancata, scoprendo i denti e saltellando sulla spalla.
Una
mattina, al risveglio, Idrio non trovò più Alì nella branda.
Lo
cercò come un disperato, aiutato dai suoi compagni, chiedendo e frugando per
tutto il campo, sapendo che non l’avrebbe rivisto.
A
sera, trovò il coraggio di andare a cercare il piccolo amico anche
nell’accampamento della Milizia.
Sembrava
che lo attendessero.
La
testa di Alì era issata su un palo davanti alle cucine e pareva ancora più
piccola, già rinsecchita, come quei teschi degli aborigeni che aveva visto sui
libri di scienze.
-
Stasera si mangia il ragù - disse qualcuno.
Vomitò
verde, sperò di scoprire chi fosse il colpevole e per fortuna non l’individuò.
Visse
il periodo finale della permanenza in Africa come in un limbo, probabilmente in
preda ad una depressione disperata che, i forti ed audaci soldati dell’impero,
non potevano ammettere.
Al
rientro in Italia, quando finalmente il suo contingente ebbe il cambio, non
trovarono ad accoglierli le folle festanti che li avevano salutati alla
partenza: i posti al sole promessi si erano squagliati o forse qualcuno, che non
aveva certamente combattuto, li aveva nel frattempo occupati tutti.
Idrio
trovò i connazionali in preda ad altre follie e, con nei pensieri il ricordo
della fine crudele del minuscolo Alì, ebbe il presentimento d’accadimenti
prossimi, ancora più gravi e luttuosi, di quelli ai quali aveva partecipato.
Appena
a casa si ammalò di strane febbri che lo ridussero pelle ed ossa e tinsero di
giallo tutto il suo corpo, persino gli occhi.
Non
appena si riprese cercò e ritrovò un indirizzo di Livorno.
Subito
dopo entrò in clandestinità.
Per
il vecchio e la ragazza era arrivato il sabato.
-
Perché non ti ho mai sentito raccontare queste storie? - chiese Lisa.
-
Perché io sono vecchio e tu sei giovane, perché tu sei una donna ed io un
uomo, perché chi ha vissuto la guerra non ha voglia di parlarne: la sente
impressa nella carne come un marchio che gli altri non vogliono conoscere e
comunque, non si trovano le parole giuste per descriverla. La guerra, quella
vera, non quella dei romanzi, è fissata negli incubi notturni di chi l’ha
vissuta, non si racconta a veglia. Inoltre, se ai giovani fosse descritta
davvero l’esperienza della guerra, le sue ragioni e le conseguenze, quale
generazione sarebbe ancora disposta a morire per le Grandi Cause?
-
Nonno, domani devo partire, lunedì mi dà il cambio la Carla. Però torno
presto. Ormai ho bisogno delle tue storie, vecchio bisbetico.
Cercava
di farlo sorridere.
Lui
assentiva ma, ambedue sapevano, che probabilmente non si sarebbero rivisti.
Si
abbracciarono cercando di nascondere l’una all’altro il dolore del distacco.
La
giovane sentiva sotto le dita le ossa fragili di Idrio: aveva paura persino di
stringerlo, sembrava di vetro.
-
Nonno, ma lo sai che hai la spalla sinistra più bassa dell’altra? Forse fu
per questa ragione che Alì la scelse come sedile: era più comoda.
-
In quegli anni le mie spalle, probabilmente, erano perfettamente allineate - le
rispose il vecchio - è che la mia Africa è pesante da portare, persino nella
memoria.