IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ROBERTA PIERACCIOLI
LA SABBIA DI EL ALAMEIN
Davanti
allo specchio del bagno, Aviero cerca di fare un nodo decente alla cravatta
senza riuscirci. Sta perdendo la pazienza e questo non lo aiuta. Alla fine farà
tardi! Non ha mai messo piede in Africa e l’emozione è così forte che quasi
gli tremano le mani. Quando è sceso all’aeroporto del Cairo, il giorno prima,
le ginocchia hanno avuto un piccolo cedimento, ma non per il caldo, che comunque
è davvero soffocante nonostante sia ormai la fine di ottobre. E sul pullman che
lo portava ad Alessandria l’emozione è diventata un nodo alla gola che gli
impedisce di parlare, tanto che è rimasto per tutto il tempo con gli occhi
incollati al finestrino per evitare che qualcuno gli rivolgesse la parola.
I suoi figli hanno cercato in tutti i modi di dissuaderlo da questo viaggio faticoso che ha voluto affrontare da solo, ma lui non si è fatto convincere. Solo Bice è rimasta sempre in silenzio, nella consapevolezza che niente e nessuno l’avrebbe smosso: dopo più di cinquant’anni di vita insieme sa benissimo di che pasta è fatto suo marito, sa che a ottant’anni suonati conserva sempre la tenacia e l’entusiasmo di quando non ne aveva ancora venti e le faceva la corte mentre lei cuciva il corredo seduta con le amiche sulle scale di casa.
Aviero
sorride a quel ricordo: si rivede giovanotto con tutte le inquietudini e i sogni
di quell’età, ripensa alla prima volta che ha incontrato Bice, al batticuore
che gli scatenava solo l’idea di rivederla e alle scuse che trovava per
passare davanti a casa sua come per caso, facendo finta di avere una
commissione, giusto per dirle “buongiorno”, per lanciarle qualche occhiata
un po’ timida ma più significativa di mille parole. Quando era arrivata la
cartolina per il servizio militare, prima di partire era andato a salutarla. Era
comparso all’angolo della strada di casa sua con un’espressione diversa
dalla solita e si era diretto con passo deciso verso di lei, che aveva alzato
gli occhi dal ricamo e lo aveva guardato con aria interrogativa. Le amiche erano
rimaste sconcertate, ma si erano alzate e gli avevano lasciato il posto accanto
a lei. Lui si era seduto, le aveva preso la mano e le aveva detto semplicemente:
-
Parto militare. Quando torno verrò a parlare con i tuoi genitori, se tu sei
contenta.
Bice
era arrossita fino alla radice dei capelli e l’unica cosa che era riuscita a
fare era stata scappare in casa facendo cadere per terra la federa di lino sulla
quale stava ricamando le sue iniziali. In quel momento nessuno dei due lo
sapeva, ma sarebbero passati anni prima che potessero davvero sposarsi. Davanti
allo specchio che gli rende un’immagine di se stesso ben diversa da quella di
allora, Aviero sente risuonare la voce di Mussolini che invade le case e le
strade dagli altoparlanti e dalle radio:
...
un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria: l’ora delle
decisioni irrevocabili! La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli
ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le
democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente che in ogni tempo hanno
ostacolato...
Rivede
intorno a sé, nella piazza d’arme della caserma dove è arrivato da poche
settimane, i volti di centinaia di giovani militari di leva, alcuni con
l’espressione fiera e piena di orgoglio a quell’annuncio, altri con l’aria
sgomenta di chi non riesce a condividere l’entusiasmo del Duce. Quella sera,
nel silenzio della camerata, scrive a Bice la sua prima lettera:
10
giugno del 1940
Cara
Bice,
oggi,
mentre stavamo per andare in libera uscita, ci hanno radunati tutti sulla piazza
d’arme e ci hanno fatto ascoltare all’altoparlante la dichiarazione di
guerra di Mussolini. Siamo in guerra, Bice! Sono ore un po’ confuse, non so
dove ci manderanno, ma tutti i reparti si stanno preparando. Non ci sarà il
tempo di tornare a casa per un saluto alla famiglia. Mi rammarico di non aver
parlato con i tuoi genitori prima di partire. Lo avrei fatto dopo il congedo,
appena trovato un lavoro. Ma ora, Bice, ora ... non so se torno… ma se torno
mi vuoi sposare?
Quanti
anni erano passati prima di tornare a casa! Per un attimo Aviero si ritrova ad
anni luce di distanza da quella confortevole stanza d’albergo di Alessandria
d’Egitto dotata di aria condizionata e frigo bar, e si rivede in prima linea
con gli alpini della divisione Julia sul fronte d’Albania dove il suo reparto
è stato trasferito per muovere alla conquista della Grecia, con il fuoco
dell’artiglieria che crepita tutto intorno, schegge di sassi ovunque, morti e
feriti accanto, paura, pioggia torrenziale, freddo, fame, sete e nulla da
mangiare o da bere da giorni perché i rifornimenti non arrivano.
All’improvviso si era alzato Luigi, il suo compagno di trincea conosciuto
proprio lì, su quel fronte di guerra:
-
Io non aspetto più! – aveva esclamato - Vado a prendere il rancio. Preferisco
morire sotto l’artiglieria che consumarmi per la fame e la sete. Chi viene con
me?
Era
un diavolo d’uomo, Luigi, riusciva a coinvolgere i suoi compagni anche nelle
azioni più rischiose e a sollevare il morale di tutti con una battuta. Non gli
si poteva resistere. Aviero era scattato in piedi come se non aspettasse altro
ed era andato con lui a prendere il rancio nelle retrovie. Quell’impresa, che
aveva permesso al loro reparto di resistere ancora, aveva guadagnato ad entrambi
una croce di guerra. Luigi aveva sempre minimizzato, con il suo consueto senso
pratico: qualcuno lo doveva pur fare, diceva. Ma lo aveva fatto lui e aveva
trascinato con sé anche Aviero. Da lì era nata un’amicizia come ne possono
nascere solo in certi momenti, quando si condividono fame, freddo, paura... Per
questo adesso Aviero è lì in Africa, per cercare Luigi, per riallacciare i
fili di quell’amicizia interrotta sessant’anni prima.
Torna
alla realtà e si rende conto che il nodo alla cravatta è finalmente a posto.
Indossa la giacca, esce dalla stanza, scende nella hall dell’albergo e sale
sul taxi che è già pronto lì fuori. L’autista non gli chiede nemmeno dove
deve portarlo: avvia il motore e si dirige deciso verso il Sacrario militare
italiano di El Alamein. Albeggia appena.
Dopo
le ultime case della periferia della città, il mare si stende a perdita
d’occhio alla sua destra: l’aria è ancora scura, ma si intravede già il
contrasto incredibile di quell’azzurro intenso e netto con i colori, che si
intuiscono altrettanto decisi, del deserto che corre sulla sua sinistra, bianco
e allucinante come lo ha visto dall’aereo il giorno prima. Un deserto sassoso,
immenso, assolutamente piatto. Chiude gli occhi per un attimo immaginando una
colonna militare che si dirige verso l’infinito, verso un orizzonte ondulato
dal calore che ributta fuori quella terra riarsa. Da questa parte sessant’anni
fa c’erano gli alleati e di là, oltre El Alamein, erano schierate le forze
italo-tedesche, lungo un fronte minato che arrivava fino alla famosa depressione
di El Qattara ai bordi della quale erano acquartierati i paracadutisti italiani
nell’estate del 1942, fino alla battaglia decisiva della fine di ottobre. Nel
corso degli anni Aviero ha letto decine di libri su quella battaglia, cronache,
saggi storici, resoconti e testimonianze di chi c’era, per fingere di esserci
stato, per immedesimarsi, per provare anche solo un po’ quello che Luigi e gli
altri hanno provato in quella breve e tragica avventura africana fatta sì di
episodi di fulgido eroismo, come
dicevano le cronache, riconosciuto persino dagli stessi nemici, ma fatta anche
di paura, di dissenteria, di pidocchi, di sporcizia, di mosche che a nugoli
instancabilmente ronzano intorno e si posano ovunque, sugli occhi, sulle ferite,
sul cibo, sugli escrementi, fatta di morti a centinaia, di feriti e mutilati che
urlano, di corpi che esplodono colpiti dalle bombe e dalle schegge, di puzzo di
cadavere dappertutto, di sete, di fame, di….
Aviero
distogli per un momento gli occhi da quel paesaggio quasi lunare dove gli sembra
di vedere al rallentatore le immagini di quella battaglia. Dalla tasca interna
della giacca tira fuori il portafogli dove ha riposto alcune fotografie. Ne
sfila una che lo ritrae vestito da paracadutista su uno sfondo chiaramente
finto. L’ha fatta in uno studio fotografico di Firenze la prima volta che è
riuscito a tornare a casa in licenza quando era già allievo paracadutista alla
scuola di Tarquinia. La guerra in Albania era finita da qualche mese. Su quel
fronte l’esercito italiano se l’era vista brutta davvero. In ritirata sotto l’attacco serrato dei Greci che avanzavano,
convinto che presto avrebbe incontrato anche lui la sua pallottola, come molti
dei suoi compagni, Aviero aveva scritto a Bice una lettera secca e distaccata in
cui le diceva di dimenticarsi di lui perché aveva trovato una donna del posto e
quindi non sarebbe tornato neppure alla fine della guerra. Rientrato in Italia
con i resti della sua divisione, non era riuscito ad andare a Firenze per
rivedere Bice. Una mattina nella bacheca della caserma era comparsa una
circolare che annunciava la formazione di un reparto di paracadutisti a
Tarquinia: si cercavano volontari. Luigi entrò in camerata annunciando:
-
Io vado a Tarquinia! Se si deve fare la guerra, almeno facciamola addestrati a
dovere, non come sul fronte greco!
Era
un argomento validissimo e con queste parole ne aveva convinti diversi a fare
domanda. Aviero era partito con lui. Da Tarquinia voleva in tutti i modi andare
a Firenze: non reggeva più, voleva rivedere Bice, doveva dirle che non era vero
nulla di quella donna albanese. Glielo aveva scritto appena tornato in Italia
vivo, ma voleva dirglielo guardandola negli occhi e capire se lei non lo aveva
dimenticato. E poi voleva parlare ai suoi genitori.
-
Da qui, Firenze non è lontana! – sbottò un giorno dopo l’ennesimo rifiuto
di una licenza con la solita motivazione: siamo in pre-allarme, si potrebbe
partire da un momento all’altro. In effetti radioscarpa,
come i soldati chiamavano le voci che si diffondevano tra la truppa e che spesso
avevano fondamenti di verità, parlava di lanci imminenti su Malta – Devo
trovare il modo di andare da Bice. Scappo dopo l’appello della sera e torno la
mattina prima dell’alba.
-
Sei matto? Non puoi farcela - replicò Luigi con tono deciso perché conosceva
il suo amico, capace di tutto - Finiresti subito alla corte marziale, siamo in
guerra, non si scherza. Hai riportato a casa la pelle dall’Albania e te la
vuoi giocare per una fuga? Che gli raccontiamo poi alla Bice? Pensiamoci un
momento e troviamo un altro sistema!
-
Allora senti che faccio. Chiamo mio zio di Montevarchi, gli spiego tutto e mi
faccio mandare un fonogramma dove mi dice che sta male mia madre. Anzi no, mio
fratello, il medico, sai, che non è andato in guerra perché la mamma è
vedova. Per la verità sarebbe toccato a lui partire perché è il maggiore, ma
studiava ancora all’Università sicché ... è toccato a me! Insomma, me la
daranno una licenza per mio fratello che sta male, no? Stasera in libera uscita
vado al posto pubblico e prenoto la chiamata. Se mi riesce, parlo oggi stesso
con lo zio, e domani parto per Firenze.
Aviero
sente un dolore sordo al ricordo di quell’episodio. Era così entusiasta di
questa trovata che Luigi non era riuscito a replicare ma aveva un’espressione
perplessa dipinta sul volto e cercava di trovare velocemente un’altra
soluzione, che non venne fuori. La sera stessa Aviero riuscì a parlare con lo
zio. Quello, dall’altro capo del filo, tentennava, ribatteva che era
rischioso, che se avessero scoperto l’inganno Aviero l’avrebbe pagata cara.
E forse anche lui, autore del fonogramma, avrebbe avuto delle conseguenze, non
erano tempi in cui ci si potessero permettere leggerezze. La telefonata si
concluse con un niente di fatto: lo zio aveva continuato a nicchiare fino alla
fine e ad un certo punto Aviero aveva dovuto troncare la chiamata altrimenti ci
avrebbe rimesso tutta la paga del mese. Passò una nottata nera come la pece,
durante la quale decise di tentare comunque una fuga alla prima occasione.
Luigi espresse ancora le sue perplessità ma gli garantì che lo avrebbe
coperto anche a costo di farsi qualche giorno di carcere:
-
Un amore così non capita tutti i giorni, va per forza agevolato – disse con
tono apparentemente canzonatorio, ma in realtà davvero partecipe di quella
vicenda: Luigi a casa non aveva nessuno che lo aspettava e che pensava a lui,
nemmeno i genitori che erano morti quando lui era ragazzo.
La
mattina dopo, all’alba, prima che suonasse l’adunata, il comandante fece
chiamare Aviero nel suo ufficio e gli consegnò un fonogramma arrivato da
Firenze con un messaggio di poche parole: “Tuo fratello gravissimo per
incidente. Non si riprende. Necessaria tua presenza. Mamma.”
Lo
stupore e il disagio che si dipinsero sul viso di Aviero erano sinceri: dopo il
colloquio con lo zio non si aspettava più il fonogramma. Tornò in camerata a
raccogliere le sue cose allegro come un fringuello che sta per prendere il volo.
I compagni lo presero per matto, meno Luigi che sapeva. Gli fece mille
raccomandazioni: attento qui, attento là, torna subito e magari anche prima,
non ti far prendere dall’entusiasmo ... Partì con la prima tradotta. Da
Tarquinia arrivò a Grosseto, prese un pullman per Siena e da lì il treno per
Firenze. Arrivò alla stazione di Santa Maria Novella la mattina dopo, appena
prima dell’alba. La giornata si annunciava bellissima, col cielo chiaro di
primavera. Voleva che la sorpresa per Bice fosse speciale, sicché aspettò che
aprisse il diurno, si lavò, si fece la barba, indossò l’uniforme di ricambio
che aveva portato con la scusa dell’eventuale funerale. Si fermò in Via
Nazionale dove si ricordava di aver visto lo studio di un fotografo di grido e
si fece fare la foto che ora ha in mano, per lasciare un ricordo alla sua Bice.
Per finire, chiamò un calesse: voleva arrivare quasi in trionfo a casa della
sua futura fidanzata e farle fare una bella figura col vicinato. Montò felice a
cassetta col vetturino immaginando lo stupore delle vicine di casa affacciate
alle finestre che si domandavano chi fosse quel bel giovanotto in divisa che
scendeva dal calesse. E l’invidia quando si sarebbero accorte che era venuto
per Bice!
In
meno di mezz’ora il calesse arrivò a destinazione. Aviero balzò giù da
cassetta e disse al vetturino di aspettare perché sarebbe tornato subito con
una bella ragazza da portare a passeggio per le vie di Firenze. Quello strizzò
l’occhio con aria complice e dalla tasca della giacchetta tirò fuori cartine
e tabacco per preparare una sigaretta da fumare nell’attesa. Aviero salì le
scale quattro alla volta e bussò con decisione alla porta della sua fidanzata.
-
Aviero ... – la mamma di Bice
spalancò la porta incredula e si mise le mani al viso – Aviero, ma tu
dovresti essere là, che ci fai qui?
-
Sono venuto a chiedere a Bice se mi vuole sposare quando finisce la guerra. –
disse tutto d’un fiato per controllare l’emozione - E a chiedere il consenso
dei suoi genitori, naturalmente – aggiunse.
-
Aviero ... Aviero – singhiozzò la mamma di Bice abbracciandolo – Ti sembra
il momento... Bice è là da stamattina. La tua mamma è inconsolabile e non fa
che chiedere di te ...
-
Inconsolabile? Per che cosa? Non sono mica morto. E’ tanto che non torno, ma
scrivo sempre, mando notizie...
-
Ma allora non sai nulla? Non sei stato avvertito? Non sei andato ancora a casa
tua?
-
No, sono venuto subito qui dalla stazione. Ma che cosa devo sapere? Chi mi
doveva avvertire? Maria, mi dica che cosa è successo...
-
Oddio, oddio che tragedia, Aviero, che tragedia...! Tuo fratello...
-
Mio fratello cosa? Mi dica, perdio!
Aviero
stava perdendo la pazienza per quei piagnistei che non gli dicevano nulla di
concreto, ma un sospetto terribile cominciava a infiltrarsi nella sua mente: che
il fonogramma che aveva ricevuto non fosse dovuto all’accordo con lo zio.
Difatti, ora che ci pensava, veniva da Firenze e non da Montevarchi, ma lì per
lì non ci aveva fatto caso.
-
Tuo fratello non ce l’ha fatta, è morto stanotte...
Aviero
si sciolse dall’abbraccio, volò giù per le scale seguito dai singhiozzi
della futura suocera, uscì dal portone e corse verso casa sua, mentre il
vetturino gli gridava dietro qualcosa a proposito di una bella ragazza e dei
soldi che doveva avere.
Arrivò
a casa sua, a pochi isolati da lì, trafelato. La porta era aperta e dentro
c’era molta gente che si muoveva in silenzio per le stanze. Il corpo di
Giovanni, vestito come per il giorno della sua laurea, era composto sul letto
matrimoniale dei suoi genitori. Bice era lì, seduta accanto alla madre di
Aviero che non voleva staccarsi da quel figlio che non era partito per la guerra
ed era morto di un semplice, banalissimo incidente stradale mentre tornava allo
studio dopo la visita a un paziente.
-
Mamma ... Bice ... – il sussurro
di Aviero sembrò quasi un grido nel silenzio della stanza. In un attimo Bice
gli fu tra le braccia e lo strinse forte confermando tutto quello che si erano
detti nelle lettere di quei mesi di guerra.
Era
rimasto profondamente scosso da quella vicenda: davanti al corpo di suo fratello
gli era crollato addosso il rimorso e il senso di colpa per il rancore che a
volte gli aveva riservato quando rischiava la pelle di fronte alle linee nemiche
in Albania e si immaginava l’altro comodamente seduto nella tranquillità del
suo studio a esaminare trattati medici. A volte, in quelle notti interminabili
nelle buche delle prime linee veniva preso da una rabbia, una rabbia forte a
pensare alla vita fuori di lì, a quello che aveva lasciato a casa, a quello che
stava perdendo e che qualcuno viveva al posto suo. E anche dalla paura, certo,
non solo dalla paura di morire ma forse soprattutto dalla paura di quello che
avrebbe trovato al ritorno: Bice, per esempio, ci sarebbe stata ancora per lui?
Seduto sul sedile posteriore di quel taxi che viaggiava spedito nella polvere
del deserto, pensa ora che la vita è davvero assurda, certe volte. Le
probabilità di tornare vivo dall’Albania erano quasi inesistenti. E ancora più
scarse erano le probabilità di tornare vivo da quella guerra costata migliaia e
migliaia di giovani vite. Più volte in guerra la morte lo aveva sfiorato senza
toccarlo: perché? Suo fratello, rimasto a casa con tutte le probabilità di
morire di vecchiaia nel suo letto, era morto invece in uno dei rari incidenti
stradali che accadevano allora, quando di automobili ne transitavano davvero
poche sulle strade! Sente il peso di quella responsabilità e ancora una volta
lo assale il senso di colpa nei confronti di tutti coloro che sono morti in
quella guerra mentre lui ha ormai superato gli ottant’anni dopo aver trascorso
una vita serena accanto alla donna che ha così profondamente desiderato avere
accanto.
Gira
la foto che ha in mano e legge la dedica che ci ha scritto sessant’anni prima:
A Bice con tutto il mio amore e con la promessa di tornare presto per sposarla.
Con amarezza pensa che non è tornato tanto presto perché la guerra è durata
ancora tanti anni, troppi, gli anni migliori per loro che erano così giovani!
Però è tornato! Ripensa ancora a Luigi, che gli ha risparmiato la guerra
d’Africa. Ancora una volta qualcun altro è morto al posto suo: a El Alamein
c’è andato Luigi e non è tornato! Guarda fuori dal finestrino quel paesaggio
che non ha mai visto e che invece è stato così familiare al suo amico. Se lo
immagina nell’uniforme polverosa e strappata, in una buca riparata da sacchi
di sabbia con la gola riarsa dalla sete. Quasi automaticamente estrae dal
portafogli un’altra foto: lui e Luigi sorridono all’obiettivo con le braccia
l’uno sulle spalle dell’altro, giovani, belli ed eleganti nella divisa nuova
da paracadutisti. Sullo sfondo la torre di lancio di Tarquinia. Pensa con
tristezza che allora erano inseparabili, molto più legati di due fratelli. La
guerra li ha uniti ma poi li ha irrimediabilmente divisi. Aviero non ha mai
perdonato a Luigi di averlo fatto restare a Tarquinia: migliaia di compagni di
corso morivano in Africa e lui non c’era!
Il taxi
supera un posto di blocco militare ma nessuno lo ferma. La corsa verso quota 33,
dove sorge il Sacrario militare italiano, continua spedita. Aviero si perde di
nuovo nei ricordi.
Alla
scuola di Tarquinia lui e Luigi erano tra i migliori, sembravano nati per fare i
paracadutisti. Luigi era dotato di un carisma e di una forza d’animo che lo
fecero nominare subito caposquadra. Aviero, che era nella stessa squadra di
Luigi, si era fatto avanti come volontario per collaudare i paracadute. La torre
di lancio di Tarquinia, alta più di sessanta metri, oscillava anche di un metro
quando c’era vento. Salire la scaletta a pioli che arrivava in cima e
affacciarsi da lassù era già un’impresa che non tutti riuscivano a superare.
Aviero invece saliva come un gatto, aspettava l’ordine e si lanciava senza
l’ombra di un dubbio col paracadute da sperimentare, anche dall’aereo.
Incoscienza? Coraggio? Qualcuno lo doveva pur fare, si schermiva lui imitando
Luigi, qualcuno doveva pur verificare se le modifiche apportate via via ai
prototipi funzionavano. E allora perché non lui? Oltretutto così arrotondava
la paga, già comunque superiore a quella dei soldati semplici: in quel modo
avrebbe messo via i soldi per sposare la Bice alla fine della guerra. Non
parlava che di lei! E’ vero, ogni tanto qualcuno si schiantava al suolo per
difetti del paracadute, ma dopo aver superato la guerra d’Albania Aviero si
sentiva quasi immortale!
Secondo
radio-scarpa, a Tarquinia si stavano preparando le truppe speciali per
l’occupazione di Malta. Ma un giorno Luigi entrò in camerata col fiato corto:
-
Ragazzi, abbiamo ripreso Tobruk agli inglesi e Rommel sta inseguendo l’VIII
armata britannica in rotta verso Alessandria. Ora forse tocca a noi, ma
dimentichiamoci Malta: circola voce che ci manderanno in Africa!
Fu
così, difatti, ma i paracadutisti sarebbero stati impiegati come fanteria di
terra, non dell’aria.
-
Non è possibile! – protestava Luigi, scoraggiato nel sentire queste notizie
– Come possono pensare di sprecare in questo modo i mesi di addestramento
speciale che abbiamo sostenuto! Allora tanto valeva...!
Improvvisamente,
arrivò l’ordine di partenza: era davvero l’Africa.
-
Ci mandano a Derna – annunciò Luigi, sempre ben informato, tentando di dare
un po’ di animo a se stesso e alla sua squadra in mezzo alle notizie
contrastanti che circolavano in quelle ore - ma dobbiamo subito dimenticare di
essere paracadutisti. Consegneremo il paracadute appena sbarcati dall’aereo e
toglieremo i distintivi dalle uniformi: siamo diventati i “cacciatori
d’Africa”! Evidentemente non vogliono che gli inglesi sappiano che arriva
sul teatro di guerra un corpo speciale. Figuratevi se non lo sanno già!
Comunque ci faremo onore lo stesso, anche strisciando nella sabbia come i
serpenti!
Partirono
all’alba per Ostuni, da dove furono trasferiti all’aeroporto di Galatina per
imbarcarsi per l’Africa. Fu lì, la notte dell’imbarco a Galatina, che si
giocò il destino di Luigi e Aviero. Guardando senza vederla la distesa arida
che continua a correre veloce dal finestrino, Aviero ripensa alla lettera che ha
scritto a Bice il giorno dopo e che ha letto e riletto mille volte dopo la
guerra per cercare una risposta, una verità, un perché.
21
luglio 1942
Cara
Bice,
ieri
notte ci hanno portato all’aeroporto di (censura)
vicino a (censura). Siamo stati diverse ore seduti in silenzio sulla pista di cemento
armati ed equipaggiati di tutto punto, col paracadute accanto, ad aspettare
l’ordine di imbarco sul Savoia Marchetti S 82 già pronto al decollo.
L’attesa è stata interminabile. Ognuno pensava ai fatti suoi, forse qualcuno
faceva anche un bilancio della sua vita, ancora così poco vissuta, qualcuno
tirava fuori la foto della fidanzata e la mostrava al vicino. Quanti tra tutti
quelli seduti su quella pista avevano più di vent’anni? Pochi, pochi davvero.
Ad
un certo punto è arrivato un portaordini: Salvetti Aviero! – ha urlato. Il
mio nome ha risuonato inaspettatamente in mezzo al rumore assordante del motore
dell’aereo. Mi sono alzato sorpreso, mi sono avvicinato con la paura che fosse
di nuovo successo qualcosa a casa. Invece il portaordini mi ha detto che aveva
l’incarico di farmi tornare immediatamente a Tarquinia....
Smarrito,
sbigottito, Aviero aveva protestato che ci doveva essere un errore, che lui non
avrebbe lasciato i suoi compagni, che si erano addestrati tutti insieme e che la
squadra era fatta anche da lui. Il portaordini continuava ad insistere, il
comandante si era avvicinato, aveva letto il dispaccio e aveva ordinato ad
Aviero di lasciare il gruppo e di raggiungere immediatamente il convoglio in
partenza per Tarquinia. Aviero era disorientato, non capiva; poi si era voltato
verso Luigi, il suo caposquadra, come a cercare una risposta.
-
Ti vogliono là per addestrare altri paracadutisti – aveva detto con voce
grave e quasi solenne Luigi . - Noi siamo carne da macello, non lo vedi? Non ci
faranno nemmeno combattere da paracadutisti. Non tornerà nessuno da
quell’inferno e vogliono che tu prepari altri come noi per rimpiazzarci. Vai,
ti aspettano, auguraci buona fortuna e torna a Tarquinia.
-
Qui c’è il tuo zampino! – aveva urlato Aviero a quelle parole - Ieri sei
stato chiamato a rapporto dal colonnello. Che gli hai detto? Qualunque cosa tu
abbia detto, ritirala: io parto con voi!
Luigi
aveva un’espressione impacciata e addolorata insieme:
-
Non sono io che do gli ordini! Il tuo posto non è su quell’aereo ma alla
torre di lancio di Tarquinia.
Aviero
si era avvicinato a Luigi con aria minacciosa. Aveva stretto le mani per
ingoiare il desiderio di dargli un pugno in faccia.
-
Allora è vero: mi hai disonorato! Mi sono addestrato con voi e ora voi andate
sul fronte di guerra senza di me. Non dovevi farmela, Luigi, questa non dovevi
farmela. Io non sono un vigliacco, un imboscato ...
-
Sei un soldato, obbedisci agli ordini – tagliò corto Luigi usando il tono che
gli competeva come suo superiore, ma in realtà per evitare che il groppo che
gli serrava la gola si trasformasse in pianto.
Aviero
si mise sull’attenti, fece il saluto, si voltò sui tacchi e se ne andò senza
dire una parola di più. Di 6450 paracadutisti partiti per l’Africa
nell’estate del 1942, a fine guerra ne tornarono poco più di 300. Luigi non
era tra questi. Erano davvero carne da macello!
Capisci,
Bice – continuava la lettera –, Luigi mi ha tradito, mi ha
fatto fare la figura del vigliacco, dell’imboscato di fronte a tutti. Sto
tornando a Tarquinia e loro, tutti loro, stanno volando nel cielo d’Africa!
Non gliela perdonerò mai! Lo so che resto in Italia, più lontano dal pericolo,
con più probabilità di rimanere vivo e tornare a casa per passare il resto
della mia vita con te, ma ….
Il
Sacrario di El Alamein si profila ormai all’orizzonte. In quel deserto
assolutamente piatto anche quota 33 sembra una collina. Aviero guarda ancora la
foto che lo ritrae con Luigi alla scuola di Tarquinia: si è sempre sentito un
sopravvissuto senza diritto. In Africa avrebbe dovuto esserci lui al posto di
Luigi, e sarebbe morto. A Galatina quella notte si era trovato di nuovo davanti
al bivio tra la vita e la morte: Luigi aveva scelto il destino di entrambi.
Poco
prima del Sacrario, al chilometro 111 da Alessandria, una lapide con poche
significative parole riepiloga la fine di quella battaglia: “Mancò
la fortuna non il valore”. Le ha fatte scrivere alla fine della guerra il
colonnello Paolo Caccia Dominioni, comandante del XXXI battaglione guastatori
del Genio, che in più di dieci anni di lavoro è riuscito a recuperare
centinaia e centinaia di corpi di ragazzi italiani, inglesi, tedeschi,
australiani, neozelandesi morti ad El Alamein tra luglio e novembre del 1942 e
ha contribuito a dare un nome a quelle salme. Nonostante l’immane lavoro,
centinaia di corpi recuperati sono rimasti comunque senza nome, e altre
centinaia restano ancora sparsi nel deserto e ormai sono diventati sabbia
anch’essi. Aviero si chiede se Luigi sia tra coloro che sono stati recuperati.
Tra poco lo saprà. Entrerà nel Sacrario e leggerà uno per uno gli oltre
cinquemila nomi scolpiti sulle pareti di pietra bianca.
Il
taxi si arresta davanti al porticato che dà accesso al Sacrario. L’autista
non ha aperto bocca per tutto il viaggio e non per un problema di lingua: ha
rispettato il silenzio del suo passeggero, consapevole dell’emozione che sta
provando in quel percorso nella memoria. Scendendo dall’auto, Aviero lo saluta
con un sorriso col quale tenta di esprimere la sua gratitudine e gli chiede di
aspettarlo. Poi supera l’edificio ad arcate e si incammina lungo il viale che
porta al Sacrario vero e proprio. Il sole è già abbastanza alto
sull’orizzonte e il caldo comincia a farsi sentire. C’è ancora poca gente:
la cerimonia comincerà solo verso le undici, ma sono già stati montati dei
tendoni per riparare la folla che ci si aspetta per questa commemorazione:
reduci, autorità, gente comune che verrà a rendere omaggio a quegli uomini
caduti per senso del dovere, per obbedire a degli ordini di certo assurdi ma che
nessuno di loro avrebbe mai messo in dubbio a costo della vita.
Il
silenzio è assoluto, rotto solo dal vento che soffia insistente e spazza il
cielo rendendolo di una limpidezza incredibile. I colori forti, decisi, che si
sono annunciati fin dall’alba, sono ora amplificati: la pietra bianca del
Sacrario che si erge dal bianco del deserto crea un contrasto netto col cielo e
col mare. Non un albero, non un cespuglio. Forse neppure quando ha rivisto la
sua Bice alla fine della guerra Aviero ha provato un’emozione così forte.
Non
si sofferma a leggere le lapidi del porticato ma si dirige subito verso la torre
ottagonale che raccoglie le spoglie dei caduti. Lungo il viale numerosi
autocarri, camionette, carri armati militari italiani recuperati dopo la guerra
mettono in evidenza la pochezza dei mezzi italiani in confronto a quelli degli
alleati, più robusti, più pesanti, più efficienti. Si chiede come sia stato
possibile decidere di affrontare una guerra del genere con quegli
equipaggiamenti! Davvero un atto criminale consapevole, che ha mandato a morire
migliaia di ragazzi come lui, sessant’anni prima.
Entra
nella torre. Il soffitto altissimo la fa sembrare quasi una cattedrale gotica.
Sulle pareti si affollano centinaia e centinaia di nomi in ordine alfabetico,
centinaia di ragazzi morti per difendere un lembo di sabbia. Di ognuno Aviero
vorrebbe sapere tutto, conoscere una per una le loro storie personali, la loro
paura, il loro coraggio, penetrare il mistero di un destino che li ha
trasformati in lettere su quelle pareti mentre a lui questo destino è stato
risparmiato. Per un attimo la vista gli si annebbia: ha aspettato sessant’anni
per decidersi a cercare Luigi e ora ha paura di sapere se il corpo del suo amico
è tra quelli recuperati e tumulati nel Sacrario, o se è ancora nel deserto,
sepolto dalla sabbia nel luogo in cui è morto. Fa scorrere lo sguardo sui nomi,
si sofferma su alcuni, ne riconosce altri ai quali talvolta riesce dolorosamente
ad associare volti e voci ripescandoli da un passato che è sempre rimasto
presente nella sua vita: il piccolo carnico di Povolaro che in Albania
tormentava tutti perché non faceva che ripetere di voler tornare a casa, Enrico
di Milano che faceva lo sbruffone ma era solo un modo per esorcizzare la morte
che comunque aveva incontrato, lì in Africa, e poi Antonio di Villafranca,
Egisto di Palermo, che aveva già due figli da una moglie bambina con la quale
si era sposato a quindici anni dopo la classica fuitina,
come usava dalle sue parti, Giuseppe di Vicenza, Augusto di Grosseto, Ettore di
…
Luigi
non c’è.
Su
una delle pareti della torre una lapide dice “Riposano
fra gli ignoti in questo sacrario o in un luogo sconosciuto nel deserto” e
riporta i nomi, più di mille, di coloro i cui corpi non sono stati ritrovati o
identificati. Ricomincia la sua dolorosa ricognizione, e anche qui riconosce
alcuni nomi di ragazzi che ha incontrato alla scuola di Tarquinia.
Ad
un tratto il nome di Luigi gli balza agli occhi, nell’elenco di quelli che
cominciano con la sua stessa iniziale. Lo rilegge più volte con gli occhi
umidi, quasi a convincersi che è proprio lui e che ora non ci sono più dubbi:
il corpo di Luigi non è stato identificato, o forse è ancora laggiù nel
deserto, da qualche parte.
Non
regge oltre all’emozione.
La
mattina della partenza per l’aeroporto di Galatina Luigi viene chiamato dal
colonnello:
-
La guerra che stiamo combattendo non sarà così breve come sembrava in un primo
momento – comincia l’ufficiale prendendola alla larga – Il primo
contingente di paracadutisti sta partendo per l’Africa, ma abbiamo bisogno di
addestrare un nuovo corpo. Lei è il migliore della sua compagnia. Tornerà a
Tarquinia come istruttore.
Luigi
rimane sconcertato per un attimo. Gli ordini non si possono discutere, ma forse
si può provare a negoziare qualcosa. Aviero è altrettanto bravo come
paracadutista e se non è caposquadra è solo per una questione anagrafica:
Luigi è più vecchio. Ma lui non ha nessuno che lo aspetta a casa, non una
fidanzata, non una famiglia. Aviero sì, ha qualcosa di importante per cui vale
la pena restare vivo. Un giorno quella stramaledetta guerra finirà e lui tornerà
a Firenze per sposare la sua Bice. È così che devono andare le cose. Aviero
deve restare.
Luigi
si fa coraggio:
-
Mi permetto di segnalarle, colonnello, – replica cercando accuratamente le
parole - che il caporale Salvetti è senz’altro migliore di me. Si lancia con
una disinvoltura che nessuno riesce ad eguagliare ed è capace di comunicare
entusiasmo a chiunque gli stia accanto.
-
Le offro un’opportunità di restare ancora lontano dal teatro delle operazioni
più rischiose e lei mi segnala un altro al suo posto? Una bella prova di onore
e coraggio, non c’è che dire. E’ vero, ha ragione, Salvetti è un ottimo
paracadutista, ma noi avevamo pensato a lei.
-
Posso parlare liberamente, signore? – chiede Luigi mettendosi sull’attenti.
-
Ha il mio permesso!
-
Non posso lasciare i miei ragazzi, hanno fiducia in m, mi sono affezionati.
Restare sarebbe un tradimento. Non posso deluderli. Salvetti è un eccellente
paracadutista e sarà un eccellente istruttore. E’ lui l’uomo giusto. Il mio
posto è su quell’aereo per Derna.
Il
colonnello resta un attimo pensieroso. Poi congeda Luigi:
-
Le farò avere gli ordini – conclude alzandosi in piedi.
Era
andata così? Ha tentato mille volte di ricostruire quel colloquio tra Luigi e
il colonnello ma a questo punto non ha più importanza. Qualunque cosa si siano
detti, Luigi ha comunque deciso per entrambi e il suo destino si è compiuto lì,
in quel deserto.
Quasi
in trance, Aviero si ritrova fuori dal Sacrario. Proprio in quel momento le
autorità salgono sul palco per dare inizio alla cerimonia. Una folla si è
ormai radunata sotto i tendoni e altra gente continua ancora ad arrivare. Tra
poco il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azelio Ciampi terrà il suo
discorso e dopo la messa l’Ordinario militare benedirà il Sacrario e tutti i
presenti. Ma lui non ha voglia di discorsi, di celebrazioni, di parole, vuole
restare in silenzio con i suoi pensieri, con le sue emozioni, con i suoi sensi
di colpa. Percorre un centinaio di metri verso l’uscita e si volta a guardare
da lontano la torre che si staglia bianchissima contro un cielo sempre più
azzurro. Dall’altra parte si stende il deserto, la cui luminosità accecante
ferisce gli occhi e li fa lacrimare.
Il
taxi lo aspetta fuori dal porticato, già pronto per riportarlo verso
Alessandria. Prima di salire a bordo, Aviero si piega a raccogliere una manciata
di sabbia, la sabbia di El Alamein che forse custodisce ancora il corpo di Luigi
da qualche parte laggiù, in quella pianura sconfinata. Resta qualche minuto in
ginocchio, quasi in preghiera. Poi si rimette in piedi, apre la mano alzandola
verso il cielo e consegna al vento la sabbia facendola scorrere lentamente tra
le dita come se quei granelli fossero le ceneri del suo amico.
-
Sergente paracadutista Moretti Luigi! … Presente! – grida mettendosi
sull’attenti, mentre il vento sparge lì intorno la sabbia confondendola di
nuovo con quella che ricopre il deserto da millenni.
Adesso
può davvero tornare a casa.