IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

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ROBERTA PIERACCIOLI

LA SABBIA DI EL ALAMEIN

 

Davanti allo specchio del bagno, Aviero cerca di fare un nodo decente alla cravatta senza riuscirci. Sta perdendo la pazienza e questo non lo aiuta. Alla fine farà tardi! Non ha mai messo piede in Africa e l’emozione è così forte che quasi gli tremano le mani. Quando è sceso all’aeroporto del Cairo, il giorno prima, le ginocchia hanno avuto un piccolo cedimento, ma non per il caldo, che comunque è davvero soffocante nonostante sia ormai la fine di ottobre. E sul pullman che lo portava ad Alessandria l’emozione è diventata un nodo alla gola che gli impedisce di parlare, tanto che è rimasto per tutto il tempo con gli occhi incollati al finestrino per evitare che qualcuno gli rivolgesse la parola.

I suoi figli hanno cercato in tutti i modi di dissuaderlo da questo viaggio faticoso che ha voluto affrontare da solo, ma lui non si è fatto convincere. Solo Bice è rimasta sempre in silenzio, nella consapevolezza che niente e nessuno l’avrebbe smosso: dopo più di cinquant’anni di vita insieme sa benissimo di che pasta è fatto suo marito, sa che a ottant’anni suonati conserva sempre la tenacia e l’entusiasmo di quando non ne aveva ancora venti e le faceva la corte mentre lei cuciva il corredo seduta con le amiche sulle scale di casa.

Avieroricordo sorride a quel ricordo: si rivede giovanotto con tutte le inquietudini e i sogni di quell’età, ripensa alla prima volta che ha incontrato Bice, al batticuore che gli scatenava solo l’idea di rivederla e alle scuse che trovava per passare davanti a casa sua come per caso, facendo finta di avere una commissione, giusto per dirle “buongiorno”, per lanciarle qualche occhiata un po’ timida ma più significativa di mille parole. Quando era arrivata la cartolina per il servizio militare, prima di partire era andato a salutarla. Era comparso all’angolo della strada di casa sua con un’espressione diversa dalla solita e si era diretto con passo deciso verso di lei, che aveva alzato gli occhi dal ricamo e lo aveva guardato con aria interrogativa. Le amiche erano rimaste sconcertate, ma si erano alzate e gli avevano lasciato il posto accanto a lei. Lui si era seduto, le aveva preso la mano e le aveva detto semplicemente:

- Parto militare. Quando torno verrò a parlare con i tuoi genitori, se tu sei contenta.

Bice era arrossita fino alla radice dei capelli e l’unica cosa che era riuscita a fare era stata scappare in casa facendo cadere per terra la federa di lino sulla quale stava ricamando le sue iniziali. In quel momento nessuno dei due lo sapeva, ma sarebbero passati anni prima che potessero davvero sposarsi. Davanti allo specchio che gli rende un’immagine di se stesso ben diversa da quella di allora, Aviero sente risuonare la voce di Mussolini che invade le case e le strade dagli altoparlanti e dalle radio:

 

... un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria: l’ora delle decisioni irrevocabili! La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente che in ogni tempo hanno ostacolato...

 

Rivede intorno a sé, nella piazza d’arme della caserma dove è arrivato da poche settimane, i volti di centinaia di giovani militari di leva, alcuni con l’espressione fiera e piena di orgoglio a quell’annuncio, altri con l’aria sgomenta di chi non riesce a condividere l’entusiasmo del Duce. Quella sera, nel silenzio della camerata, scrive a Bice la sua prima lettera:

 

10 giugno del 1940

Cara Bice,

oggi, mentre stavamo per andare in libera uscita, ci hanno radunati tutti sulla piazza d’arme e ci hanno fatto ascoltare all’altoparlante la dichiarazione di guerra di Mussolini. Siamo in guerra, Bice! Sono ore un po’ confuse, non so dove ci manderanno, ma tutti i reparti si stanno preparando. Non ci sarà il tempo di tornare a casa per un saluto alla famiglia. Mi rammarico di non aver parlato con i tuoi genitori prima di partire. Lo avrei fatto dopo il congedo, appena trovato un lavoro. Ma ora, Bice, ora ... non so se torno… ma se torno mi vuoi sposare?

 

Quanti anni erano passati prima di tornare a casa! Per un attimo Aviero si ritrova ad anni luce di distanza da quella confortevole stanza d’albergo di Alessandria d’Egitto dotata di aria condizionata e frigo bar, e si rivede in prima linea con gli alpini della divisione Julia sul fronte d’Albania dove il suo reparto è stato trasferito per muovere alla conquista della Grecia, con il fuoco dell’artiglieria che crepita tutto intorno, schegge di sassi ovunque, morti e feriti accanto, paura, pioggia torrenziale, freddo, fame, sete e nulla da mangiare o da bere da giorni perché i rifornimenti non arrivano. All’improvviso si era alzato Luigi, il suo compagno di trincea conosciuto proprio lì, su quel fronte di guerra:

- Io non aspetto più! – aveva esclamato - Vado a prendere il rancio. Preferisco morire sotto l’artiglieria che consumarmi per la fame e la sete. Chi viene con me?

Era un diavolo d’uomo, Luigi, riusciva a coinvolgere i suoi compagni anche nelle azioni più rischiose e a sollevare il morale di tutti con una battuta. Non gli si poteva resistere. Aviero era scattato in piedi come se non aspettasse altro ed era andato con lui a prendere il rancio nelle retrovie. Quell’impresa, che aveva permesso al loro reparto di resistere ancora, aveva guadagnato ad entrambi una croce di guerra. Luigi aveva sempre minimizzato, con il suo consueto senso pratico: qualcuno lo doveva pur fare, diceva. Ma lo aveva fatto lui e aveva trascinato con sé anche Aviero. Da lì era nata un’amicizia come ne possono nascere solo in certi momenti, quando si condividono fame, freddo, paura... Per questo adesso Aviero è lì in Africa, per cercare Luigi, per riallacciare i fili di quell’amicizia interrotta sessant’anni prima.

Torna alla realtà e si rende conto che il nodo alla cravatta è finalmente a posto. Indossa la giacca, esce dalla stanza, scende nella hall dell’albergo e sale sul taxi che è già pronto lì fuori. L’autista non gli chiede nemmeno dove deve portarlo: avvia il motore e si dirige deciso verso il Sacrario militare italiano di El Alamein. Albeggia appena.

 

Dopo le ultime case della periferia della città, il mare si stende a perdita d’occhio alla sua destra: l’aria è ancora scura, ma si intravede già il contrasto incredibile di quell’azzurro intenso e netto con i colori, che si intuiscono altrettanto decisi, del deserto che corre sulla sua sinistra, bianco e allucinante come lo ha visto dall’aereo il giorno prima. Un deserto sassoso, immenso, assolutamente piatto. Chiude gli occhi per un attimo immaginando una colonna militare che si dirige verso l’infinito, verso un orizzonte ondulato dal calore che ributta fuori quella terra riarsa. Da questa parte sessant’anni fa c’erano gli alleati e di là, oltre El Alamein, erano schierate le forze italo-tedesche, lungo un fronte minato che arrivava fino alla famosa depressione di El Qattara ai bordi della quale erano acquartierati i paracadutisti italiani nell’estate del 1942, fino alla battaglia decisiva della fine di ottobre. Nel corso degli anni Aviero ha letto decine di libri su quella battaglia, cronache, saggi storici, resoconti e testimonianze di chi c’era, per fingere di esserci stato, per immedesimarsi, per provare anche solo un po’ quello che Luigi e gli altri hanno provato in quella breve e tragica avventura africana fatta sì di episodi di fulgido eroismo, come dicevano le cronache, riconosciuto persino dagli stessi nemici, ma fatta anche di paura, di dissenteria, di pidocchi, di sporcizia, di mosche che a nugoli instancabilmente ronzano intorno e si posano ovunque, sugli occhi, sulle ferite, sul cibo, sugli escrementi, fatta di morti a centinaia, di feriti e mutilati che urlano, di corpi che esplodono colpiti dalle bombe e dalle schegge, di puzzo di cadavere dappertutto, di sete, di fame, di….

Aviero distogli per un momento gli occhi da quel paesaggio quasi lunare dove gli sembra di vedere al rallentatore le immagini di quella battaglia. Dalla tasca interna della giacca tira fuori il portafogli dove ha riposto alcune fotografie. Ne sfila una che lo ritrae vestito da paracadutista su uno sfondo chiaramente finto. L’ha fatta in uno studio fotografico di Firenze la prima volta che è riuscito a tornare a casa in licenza quando era già allievo paracadutista alla scuola di Tarquinia. La guerra in Albania era finita da qualche mese. Su quel fronte l’esercito italiano se l’era vista brutta davvero . In ritirata sotto l’attacco serrato dei Greci che avanzavano, convinto che presto avrebbe incontrato anche lui la sua pallottola, come molti dei suoi compagni, Aviero aveva scritto a Bice una lettera secca e distaccata in cui le diceva di dimenticarsi di lui perché aveva trovato una donna del posto e quindi non sarebbe tornato neppure alla fine della guerra. Rientrato in Italia con i resti della sua divisione, non era riuscito ad andare a Firenze per rivedere Bice. Una mattina nella bacheca della caserma era comparsa una circolare che annunciava la formazione di un reparto di paracadutisti a Tarquinia: si cercavano volontari. Luigi entrò in camerata annunciando:

- Io vado a Tarquinia! Se si deve fare la guerra, almeno facciamola addestrati a dovere, non come sul fronte greco!

Era un argomento validissimo e con queste parole ne aveva convinti diversi a fare domanda. Aviero era partito con lui. Da Tarquinia voleva in tutti i modi andare a Firenze: non reggeva più, voleva rivedere Bice, doveva dirle che non era vero nulla di quella donna albanese. Glielo aveva scritto appena tornato in Italia vivo, ma voleva dirglielo guardandola negli occhi e capire se lei non lo aveva dimenticato. E poi voleva parlare ai suoi genitori.

- Da qui, Firenze non è lontana! – sbottò un giorno dopo l’ennesimo rifiuto di una licenza con la solita motivazione: siamo in pre-allarme, si potrebbe partire da un momento all’altro. In effetti radioscarpa, come i soldati chiamavano le voci che si diffondevano tra la truppa e che spesso avevano fondamenti di verità, parlava di lanci imminenti su Malta – Devo trovare il modo di andare da Bice. Scappo dopo l’appello della sera e torno la mattina prima dell’alba.

- Sei matto? Non puoi farcela - replicò Luigi con tono deciso perché conosceva il suo amico, capace di tutto - Finiresti subito alla corte marziale, siamo in guerra, non si scherza. Hai riportato a casa la pelle dall’Albania e te la vuoi giocare per una fuga? Che gli raccontiamo poi alla Bice? Pensiamoci un momento e troviamo un altro sistema!

- Allora senti che faccio. Chiamo mio zio di Montevarchi, gli spiego tutto e mi faccio mandare un fonogramma dove mi dice che sta male mia madre. Anzi no, mio fratello, il medico, sai, che non è andato in guerra perché la mamma è vedova. Per la verità sarebbe toccato a lui partire perché è il maggiore, ma studiava ancora all’Università sicché ... è toccato a me! Insomma, me la daranno una licenza per mio fratello che sta male, no? Stasera in libera uscita vado al posto pubblico e prenoto la chiamata. Se mi riesce, parlo oggi stesso con lo zio, e domani parto per Firenze.

Aviero sente un dolore sordo al ricordo di quell’episodio. Era così entusiasta di questa trovata che Luigi non era riuscito a replicare ma aveva un’espressione perplessa dipinta sul volto e cercava di trovare velocemente un’altra soluzione, che non venne fuori. La sera stessa Aviero riuscì a parlare con lo zio. Quello, dall’altro capo del filo, tentennava, ribatteva che era rischioso, che se avessero scoperto l’inganno Aviero l’avrebbe pagata cara. E forse anche lui, autore del fonogramma, avrebbe avuto delle conseguenze, non erano tempi in cui ci si potessero permettere leggerezze. La telefonata si concluse con un niente di fatto: lo zio aveva continuato a nicchiare fino alla fine e ad un certo punto Aviero aveva dovuto troncare la chiamata altrimenti ci avrebbe rimesso tutta la paga del mese. Passò una nottata nera come la pece, durante la quale decise di tentare comunque una fuga alla prima occasione.  Luigi espresse ancora le sue perplessità ma gli garantì che lo avrebbe coperto anche a costo di farsi qualche giorno di carcere:

- Un amore così non capita tutti i giorni, va per forza agevolato – disse con tono apparentemente canzonatorio, ma in realtà davvero partecipe di quella vicenda: Luigi a casa non aveva nessuno che lo aspettava e che pensava a lui, nemmeno i genitori che erano morti quando lui era ragazzo.

La mattina dopo, all’alba, prima che suonasse l’adunata, il comandante fece chiamare Aviero nel suo ufficio e gli consegnò un fonogramma arrivato da Firenze con un messaggio di poche parole: “Tuo fratello gravissimo per incidente. Non si riprende. Necessaria tua presenza. Mamma.”

Lo stupore e il disagio che si dipinsero sul viso di Aviero erano sinceri: dopo il colloquio con lo zio non si aspettava più il fonogramma. Tornò in camerata a raccogliere le sue cose allegro come un fringuello che sta per prendere il volo. I compagni lo presero per matto, meno Luigi che sapeva. Gli fece mille raccomandazioni: attento qui, attento là, torna subito e magari anche prima, non ti far prendere dall’entusiasmo ... Partì con la prima tradotta. Da Tarquinia arrivò a Grosseto, prese un pullman per Siena e da lì il treno per Firenze. Arrivò alla stazione di Santa Maria Novella la mattina dopo, appena prima dell’alba. La giornata si annunciava bellissima, col cielo chiaro di primavera. Voleva che la sorpresa per Bice fosse speciale, sicché aspettò che aprisse il diurno, si lavò, si fece la barba, indossò l’uniforme di ricambio che aveva portato con la scusa dell’eventuale funerale. Si fermò in Via Nazionale dove si ricordava di aver visto lo studio di un fotografo di grido e si fece fare la foto che ora ha in mano, per lasciare un ricordo alla sua Bice. Per finire, chiamò un calesse: voleva arrivare quasi in trionfo a casa della sua futura fidanzata e farle fare una bella figura col vicinato. Montò felice a cassetta col vetturino immaginando lo stupore delle vicine di casa affacciate alle finestre che si domandavano chi fosse quel bel giovanotto in divisa che scendeva dal calesse. E l’invidia quando si sarebbero accorte che era venuto per Bice!

In meno di mezz’ora il calesse arrivò a destinazione. Aviero balzò giù da cassetta e disse al vetturino di aspettare perché sarebbe tornato subito con una bella ragazza da portare a passeggio per le vie di Firenze. Quello strizzò l’occhio con aria complice e dalla tasca della giacchetta tirò fuori cartine e tabacco per preparare una sigaretta da fumare nell’attesa. Aviero salì le scale quattro alla volta e bussò con decisione alla porta della sua fidanzata.

- Aviero ...  – la mamma di Bice spalancò la porta incredula e si mise le mani al viso – Aviero, ma tu dovresti essere là, che ci fai qui?

- Sono venuto a chiedere a Bice se mi vuole sposare quando finisce la guerra. – disse tutto d’un fiato per controllare l’emozione - E a chiedere il consenso dei suoi genitori, naturalmente – aggiunse.

- Aviero ... Aviero – singhiozzò la mamma di Bice abbracciandolo – Ti sembra il momento... Bice è là da stamattina. La tua mamma è inconsolabile e non fa che chiedere di te ...

- Inconsolabile? Per che cosa? Non sono mica morto. E’ tanto che non torno, ma scrivo sempre, mando notizie...

- Ma allora non sai nulla? Non sei stato avvertito? Non sei andato ancora a casa tua?

- No, sono venuto subito qui dalla stazione. Ma che cosa devo sapere? Chi mi doveva avvertire? Maria, mi dica che cosa è successo...

- Oddio, oddio che tragedia, Aviero, che tragedia...! Tuo fratello...

- Mio fratello cosa? Mi dica, perdio!

Aviero stava perdendo la pazienza per quei piagnistei che non gli dicevano nulla di concreto, ma un sospetto terribile cominciava a infiltrarsi nella sua mente: che il fonogramma che aveva ricevuto non fosse dovuto all’accordo con lo zio. Difatti, ora che ci pensava, veniva da Firenze e non da Montevarchi, ma lì per lì non ci aveva fatto caso.

- Tuo fratello non ce l’ha fatta, è morto stanotte...

Aviero si sciolse dall’abbraccio, volò giù per le scale seguito dai singhiozzi della futura suocera, uscì dal portone e corse verso casa sua, mentre il vetturino gli gridava dietro qualcosa a proposito di una bella ragazza e dei soldi che doveva avere.

Arrivò a casa sua, a pochi isolati da lì, trafelato. La porta era aperta e dentro c’era molta gente che si muoveva in silenzio per le stanze. Il corpo di Giovanni, vestito come per il giorno della sua laurea, era composto sul letto matrimoniale dei suoi genitori. Bice era lì, seduta accanto alla madre di Aviero che non voleva staccarsi da quel figlio che non era partito per la guerra ed era morto di un semplice, banalissimo incidente stradale mentre tornava allo studio dopo la visita a un paziente.

- Mamma ... Bice ...  – il sussurro di Aviero sembrò quasi un grido nel silenzio della stanza. In un attimo Bice gli fu tra le braccia e lo strinse forte confermando tutto quello che si erano detti nelle lettere di quei mesi di guerra.

Era rimasto profondamente scosso da quella vicenda: davanti al corpo di suo fratello gli era crollato addosso il rimorso e il senso di colpa per il rancore che a volte gli aveva riservato quando rischiava la pelle di fronte alle linee nemiche in Albania e si immaginava l’altro comodamente seduto nella tranquillità del suo studio a esaminare trattati medici. A volte, in quelle notti interminabili nelle buche delle prime linee veniva preso da una rabbia, una rabbia forte a pensare alla vita fuori di lì, a quello che aveva lasciato a casa, a quello che stava perdendo e che qualcuno viveva al posto suo. E anche dalla paura, certo, non solo dalla paura di morire ma forse soprattutto dalla paura di quello che avrebbe trovato al ritorno: Bice, per esempio, ci sarebbe stata ancora per lui? Seduto sul sedile posteriore di quel taxi che viaggiava spedito nella polvere del deserto, pensa ora che la vita è davvero assurda, certe volte. Le probabilità di tornare vivo dall’Albania erano quasi inesistenti. E ancora più scarse erano le probabilità di tornare vivo da quella guerra costata migliaia e migliaia di giovani vite. Più volte in guerra la morte lo aveva sfiorato senza toccarlo: perché? Suo fratello, rimasto a casa con tutte le probabilità di morire di vecchiaia nel suo letto, era morto invece in uno dei rari incidenti stradali che accadevano allora, quando di automobili ne transitavano davvero poche sulle strade! Sente il peso di quella responsabilità e ancora una volta lo assale il senso di colpa nei confronti di tutti coloro che sono morti in quella guerra mentre lui ha ormai superato gli ottant’anni dopo aver trascorso una vita serena accanto alla donna che ha così profondamente desiderato avere accanto.

Gira la foto che ha in mano e legge la dedica che ci ha scritto sessant’anni prima: A Bice con tutto il mio amore e con la promessa di tornare presto per sposarla. Con amarezza pensa che non è tornato tanto presto perché la guerra è durata ancora tanti anni, troppi, gli anni migliori per loro che erano così giovani! Però è tornato! Ripensa ancora a Luigi, che gli ha risparmiato la guerra d’Africa. Ancora una volta qualcun altro è morto al posto suo: a El Alamein c’è andato Luigi e non è tornato! Guarda fuori dal finestrino quel paesaggio che non ha mai visto e che invece è stato così familiare al suo amico. Se lo immagina nell’uniforme polverosa e strappata, in una buca riparata da sacchi di sabbia con la gola riarsa dalla sete. Quasi automaticamente estrae dal portafogli un’altra foto: lui e Luigi sorridono all’obiettivo con le braccia l’uno sulle spalle dell’altro, giovani, belli ed eleganti nella divisa nuova da paracadutisti. Sullo sfondo la torre di lancio di Tarquinia. Pensa con tristezza che allora erano inseparabili, molto più legati di due fratelli. La guerra li ha uniti ma poi li ha irrimediabilmente divisi. Aviero non ha mai perdonato a Luigi di averlo fatto restare a Tarquinia: migliaia di compagni di corso morivano in Africa e lui non c’era!

Il taxi supera un posto di blocco militare ma nessuno lo ferma. La corsa verso quota 33, dove sorge il Sacrario militare italiano, continua spedita. Aviero si perde di nuovo nei ricordi.

Alla scuola di Tarquinia lui e Luigi erano tra i migliori, sembravano nati per fare i paracadutisti. Luigi era dotato di un carisma e di una forza d’animo che lo fecero nominare subito caposquadra. Aviero, che era nella stessa squadra di Luigi, si era fatto avanti come volontario per collaudare i paracadute. La torre di lancio di Tarquinia, alta più di sessanta metri, oscillava anche di un metro quando c’era vento. Salire la scaletta a pioli che arrivava in cima e affacciarsi da lassù era già un’impresa che non tutti riuscivano a superare. Aviero invece saliva come un gatto, aspettava l’ordine e si lanciava senza l’ombra di un dubbio col paracadute da sperimentare, anche dall’aereo. Incoscienza? Coraggio? Qualcuno lo doveva pur fare, si schermiva lui imitando Luigi, qualcuno doveva pur verificare se le modifiche apportate via via ai prototipi funzionavano. E allora perché non lui? Oltretutto così arrotondava la paga, già comunque superiore a quella dei soldati semplici: in quel modo avrebbe messo via i soldi per sposare la Bice alla fine della guerra. Non parlava che di lei! E’ vero, ogni tanto qualcuno si schiantava al suolo per difetti del paracadute, ma dopo aver superato la guerra d’Albania Aviero si sentiva quasi immortale!

Secondo radio-scarpa, a Tarquinia si stavano preparando le truppe speciali per l’occupazione di Malta. Ma un giorno Luigi entrò in camerata col fiato corto:

- Ragazzi, abbiamo ripreso Tobruk agli inglesi e Rommel sta inseguendo l’VIII armata britannica in rotta verso Alessandria. Ora forse tocca a noi, ma dimentichiamoci Malta: circola voce che ci manderanno in Africa!

Fu così, difatti, ma i paracadutisti sarebbero stati impiegati come fanteria di terra, non dell’aria.

- Non è possibile! – protestava Luigi, scoraggiato nel sentire queste notizie – Come possono pensare di sprecare in questo modo i mesi di addestramento speciale che abbiamo sostenuto! Allora tanto valeva...!

Improvvisamente, arrivò l’ordine di partenza: era davvero l’Africa.

- Ci mandano a Derna – annunciò Luigi, sempre ben informato, tentando di dare un po’ di animo a se stesso e alla sua squadra in mezzo alle notizie contrastanti che circolavano in quelle ore - ma dobbiamo subito dimenticare di essere paracadutisti. Consegneremo il paracadute appena sbarcati dall’aereo e toglieremo i distintivi dalle uniformi: siamo diventati i “cacciatori d’Africa”! Evidentemente non vogliono che gli inglesi sappiano che arriva sul teatro di guerra un corpo speciale. Figuratevi se non lo sanno già! Comunque ci faremo onore lo stesso, anche strisciando nella sabbia come i serpenti!

Partirono all’alba per Ostuni, da dove furono trasferiti all’aeroporto di Galatina per imbarcarsi per l’Africa. Fu lì, la notte dell’imbarco a Galatina, che si giocò il destino di Luigi e Aviero. Guardando senza vederla la distesa arida che continua a correre veloce dal finestrino, Aviero ripensa alla lettera che ha scritto a Bice il giorno dopo e che ha letto e riletto mille volte dopo la guerra per cercare una risposta, una verità, un perché.

 

21 luglio 1942

Cara Bice,

ieri notte ci hanno portato all’aeroporto di (censura)  vicino a (censura). Siamo stati diverse ore seduti in silenzio sulla pista di cemento armati ed equipaggiati di tutto punto, col paracadute accanto, ad aspettare l’ordine di imbarco sul Savoia Marchetti S 82 già pronto al decollo. L’attesa è stata interminabile. Ognuno pensava ai fatti suoi, forse qualcuno faceva anche un bilancio della sua vita, ancora così poco vissuta, qualcuno tirava fuori la foto della fidanzata e la mostrava al vicino. Quanti tra tutti quelli seduti su quella pista avevano più di vent’anni? Pochi, pochi davvero.

Ad un certo punto è arrivato un portaordini: Salvetti Aviero! – ha urlato. Il mio nome ha risuonato inaspettatamente in mezzo al rumore assordante del motore dell’aereo. Mi sono alzato sorpreso, mi sono avvicinato con la paura che fosse di nuovo successo qualcosa a casa. Invece il portaordini mi ha detto che aveva l’incarico di farmi tornare immediatamente a Tarquinia....

 

Smarrito, sbigottito, Aviero aveva protestato che ci doveva essere un errore, che lui non avrebbe lasciato i suoi compagni, che si erano addestrati tutti insieme e che la squadra era fatta anche da lui. Il portaordini continuava ad insistere, il comandante si era avvicinato, aveva letto il dispaccio e aveva ordinato ad Aviero di lasciare il gruppo e di raggiungere immediatamente il convoglio in partenza per Tarquinia. Aviero era disorientato, non capiva; poi si era voltato verso Luigi, il suo caposquadra, come a cercare una risposta.

- Ti vogliono là per addestrare altri paracadutisti – aveva detto con voce grave e quasi solenne Luigi . - Noi siamo carne da macello, non lo vedi? Non ci faranno nemmeno combattere da paracadutisti. Non tornerà nessuno da quell’inferno e vogliono che tu prepari altri come noi per rimpiazzarci. Vai, ti aspettano, auguraci buona fortuna e torna a Tarquinia.

- Qui c’è il tuo zampino! – aveva urlato Aviero a quelle parole - Ieri sei stato chiamato a rapporto dal colonnello. Che gli hai detto? Qualunque cosa tu abbia detto, ritirala: io parto con voi!

Luigi aveva un’espressione impacciata e addolorata insieme:

- Non sono io che do gli ordini! Il tuo posto non è su quell’aereo ma alla torre di lancio di Tarquinia.

Aviero si era avvicinato a Luigi con aria minacciosa. Aveva stretto le mani per ingoiare il desiderio di dargli un pugno in faccia.

- Allora è vero: mi hai disonorato! Mi sono addestrato con voi e ora voi andate sul fronte di guerra senza di me. Non dovevi farmela, Luigi, questa non dovevi farmela. Io non sono un vigliacco, un imboscato ...

- Sei un soldato, obbedisci agli ordini – tagliò corto Luigi usando il tono che gli competeva come suo superiore, ma in realtà per evitare che il groppo che gli serrava la gola si trasformasse in pianto.

Aviero si mise sull’attenti, fece il saluto, si voltò sui tacchi e se ne andò senza dire una parola di più. Di 6450 paracadutisti partiti per l’Africa nell’estate del 1942, a fine guerra ne tornarono poco più di 300. Luigi non era tra questi. Erano davvero carne da macello!

 

Capisci, Bice – continuava la lettera –, Luigi mi ha tradito, mi ha fatto fare la figura del vigliacco, dell’imboscato di fronte a tutti. Sto tornando a Tarquinia e loro, tutti loro, stanno volando nel cielo d’Africa! Non gliela perdonerò mai! Lo so che resto in Italia, più lontano dal pericolo, con più probabilità di rimanere vivo e tornare a casa per passare il resto della mia vita con te, ma ….

 

Il Sacrario di El Alamein si profila ormai all’orizzonte. In quel deserto assolutamente piatto anche quota 33 sembra una collina. Aviero guarda ancora la foto che lo ritrae con Luigi alla scuola di Tarquinia: si è sempre sentito un sopravvissuto senza diritto. In Africa avrebbe dovuto esserci lui al posto di Luigi, e sarebbe morto. A Galatina quella notte si era trovato di nuovo davanti al bivio tra la vita e la morte: Luigi aveva scelto il destino di entrambi.

 

Poco prima del Sacrario, al chilometro 111 da Alessandria, una lapide con poche significative parole riepiloga la fine di quella battaglia: “Mancò la fortuna non il valore”. Le ha fatte scrivere alla fine della guerra il colonnello Paolo Caccia Dominioni, comandante del XXXI battaglione guastatori del Genio, che in più di dieci anni di lavoro è riuscito a recuperare centinaia e centinaia di corpi di ragazzi italiani, inglesi, tedeschi, australiani, neozelandesi morti ad El Alamein tra luglio e novembre del 1942 e ha contribuito a dare un nome a quelle salme. Nonostante l’immane lavoro, centinaia di corpi recuperati sono rimasti comunque senza nome, e altre centinaia restano ancora sparsi nel deserto e ormai sono diventati sabbia anch’essi. Aviero si chiede se Luigi sia tra coloro che sono stati recuperati. Tra poco lo saprà. Entrerà nel Sacrario e leggerà uno per uno gli oltre cinquemila nomi scolpiti sulle pareti di pietra bianca.

Il taxi si arresta davanti al porticato che dà accesso al Sacrario. L’autista non ha aperto bocca per tutto il viaggio e non per un problema di lingua: ha rispettato il silenzio del suo passeggero, consapevole dell’emozione che sta provando in quel percorso nella memoria. Scendendo dall’auto, Aviero lo saluta con un sorriso col quale tenta di esprimere la sua gratitudine e gli chiede di aspettarlo. Poi supera l’edificio ad arcate e si incammina lungo il viale che porta al Sacrario vero e proprio. Il sole è già abbastanza alto sull’orizzonte e il caldo comincia a farsi sentire. C’è ancora poca gente: la cerimonia comincerà solo verso le undici, ma sono già stati montati dei tendoni per riparare la folla che ci si aspetta per questa commemorazione: reduci, autorità, gente comune che verrà a rendere omaggio a quegli uomini caduti per senso del dovere, per obbedire a degli ordini di certo assurdi ma che nessuno di loro avrebbe mai messo in dubbio a costo della vita.

Il silenzio è assoluto, rotto solo dal vento che soffia insistente e spazza il cielo rendendolo di una limpidezza incredibile. I colori forti, decisi, che si sono annunciati fin dall’alba, sono ora amplificati: la pietra bianca del Sacrario che si erge dal bianco del deserto crea un contrasto netto col cielo e col mare. Non un albero, non un cespuglio. Forse neppure quando ha rivisto la sua Bice alla fine della guerra Aviero ha provato un’emozione così forte.

Non si sofferma a leggere le lapidi del porticato ma si dirige subito verso la torre ottagonale che raccoglie le spoglie dei caduti. Lungo il viale numerosi autocarri, camionette, carri armati militari italiani recuperati dopo la guerra mettono in evidenza la pochezza dei mezzi italiani in confronto a quelli degli alleati, più robusti, più pesanti, più efficienti. Si chiede come sia stato possibile decidere di affrontare una guerra del genere con quegli equipaggiamenti! Davvero un atto criminale consapevole, che ha mandato a morire migliaia di ragazzi come lui, sessant’anni prima.

Entra nella torre. Il soffitto altissimo la fa sembrare quasi una cattedrale gotica. Sulle pareti si affollano centinaia e centinaia di nomi in ordine alfabetico, centinaia di ragazzi morti per difendere un lembo di sabbia. Di ognuno Aviero vorrebbe sapere tutto, conoscere una per una le loro storie personali, la loro paura, il loro coraggio, penetrare il mistero di un destino che li ha trasformati in lettere su quelle pareti mentre a lui questo destino è stato risparmiato. Per un attimo la vista gli si annebbia: ha aspettato sessant’anni per decidersi a cercare Luigi e ora ha paura di sapere se il corpo del suo amico è tra quelli recuperati e tumulati nel Sacrario, o se è ancora nel deserto, sepolto dalla sabbia nel luogo in cui è morto. Fa scorrere lo sguardo sui nomi, si sofferma su alcuni, ne riconosce altri ai quali talvolta riesce dolorosamente ad associare volti e voci ripescandoli da un passato che è sempre rimasto presente nella sua vita: il piccolo carnico di Povolaro che in Albania tormentava tutti perché non faceva che ripetere di voler tornare a casa, Enrico di Milano che faceva lo sbruffone ma era solo un modo per esorcizzare la morte che comunque aveva incontrato, lì in Africa, e poi Antonio di Villafranca, Egisto di Palermo, che aveva già due figli da una moglie bambina con la quale si era sposato a quindici anni dopo la classica fuitina, come usava dalle sue parti, Giuseppe di Vicenza, Augusto di Grosseto, Ettore di …

Luigi non c’è.

Su una delle pareti della torre una lapide dice “Riposano fra gli ignoti in questo sacrario o in un luogo sconosciuto nel deserto” e riporta i nomi, più di mille, di coloro i cui corpi non sono stati ritrovati o identificati. Ricomincia la sua dolorosa ricognizione, e anche qui riconosce alcuni nomi di ragazzi che ha incontrato alla scuola di Tarquinia.

Ad un tratto il nome di Luigi gli balza agli occhi, nell’elenco di quelli che cominciano con la sua stessa iniziale. Lo rilegge più volte con gli occhi umidi, quasi a convincersi che è proprio lui e che ora non ci sono più dubbi: il corpo di Luigi non è stato identificato, o forse è ancora laggiù nel deserto, da qualche parte.

Non regge oltre all’emozione.

 

La mattina della partenza per l’aeroporto di Galatina Luigi viene chiamato dal colonnello:

- La guerra che stiamo combattendo non sarà così breve come sembrava in un primo momento – comincia l’ufficiale prendendola alla larga – Il primo contingente di paracadutisti sta partendo per l’Africa, ma abbiamo bisogno di addestrare un nuovo corpo. Lei è il migliore della sua compagnia. Tornerà a Tarquinia come istruttore.

Luigi rimane sconcertato per un attimo. Gli ordini non si possono discutere, ma forse si può provare a negoziare qualcosa. Aviero è altrettanto bravo come paracadutista e se non è caposquadra è solo per una questione anagrafica: Luigi è più vecchio. Ma lui non ha nessuno che lo aspetta a casa, non una fidanzata, non una famiglia. Aviero sì, ha qualcosa di importante per cui vale la pena restare vivo. Un giorno quella stramaledetta guerra finirà e lui tornerà a Firenze per sposare la sua Bice. È così che devono andare le cose. Aviero deve restare.

Luigi si fa coraggio:

- Mi permetto di segnalarle, colonnello, – replica cercando accuratamente le parole - che il caporale Salvetti è senz’altro migliore di me. Si lancia con una disinvoltura che nessuno riesce ad eguagliare ed è capace di comunicare entusiasmo a chiunque gli stia accanto.

- Le offro un’opportunità di restare ancora lontano dal teatro delle operazioni più rischiose e lei mi segnala un altro al suo posto? Una bella prova di onore e coraggio, non c’è che dire. E’ vero, ha ragione, Salvetti è un ottimo paracadutista, ma noi avevamo pensato a lei.

- Posso parlare liberamente, signore? – chiede Luigi mettendosi sull’attenti.

- Ha il mio permesso!

- Non posso lasciare i miei ragazzi, hanno fiducia in m, mi sono affezionati. Restare sarebbe un tradimento. Non posso deluderli. Salvetti è un eccellente paracadutista e sarà un eccellente istruttore. E’ lui l’uomo giusto. Il mio posto è su quell’aereo per Derna.

Il colonnello resta un attimo pensieroso. Poi congeda Luigi:

- Le farò avere gli ordini – conclude alzandosi in piedi.

 

 

Era andata così? Ha tentato mille volte di ricostruire quel colloquio tra Luigi e il colonnello ma a questo punto non ha più importanza. Qualunque cosa si siano detti, Luigi ha comunque deciso per entrambi e il suo destino si è compiuto lì, in quel deserto.

Quasi in trance, Aviero si ritrova fuori dal Sacrario. Proprio in quel momento le autorità salgono sul palco per dare inizio alla cerimonia. Una folla si è ormai radunata sotto i tendoni e altra gente continua ancora ad arrivare. Tra poco il Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azelio Ciampi terrà il suo discorso e dopo la messa l’Ordinario militare benedirà il Sacrario e tutti i presenti. Ma lui non ha voglia di discorsi, di celebrazioni, di parole, vuole restare in silenzio con i suoi pensieri, con le sue emozioni, con i suoi sensi di colpa. Percorre un centinaio di metri verso l’uscita e si volta a guardare da lontano la torre che si staglia bianchissima contro un cielo sempre più azzurro. Dall’altra parte si stende il deserto, la cui luminosità accecante ferisce gli occhi e li fa lacrimare.

Il taxi lo aspetta fuori dal porticato, già pronto per riportarlo verso Alessandria. Prima di salire a bordo, Aviero si piega a raccogliere una manciata di sabbia, la sabbia di El Alamein che forse custodisce ancora il corpo di Luigi da qualche parte laggiù, in quella pianura sconfinata. Resta qualche minuto in ginocchio, quasi in preghiera. Poi si rimette in piedi, apre la mano alzandola verso il cielo e consegna al vento la sabbia facendola scorrere lentamente tra le dita come se quei granelli fossero le ceneri del suo amico.

- Sergente paracadutista Moretti Luigi! … Presente! – grida mettendosi sull’attenti, mentre il vento sparge lì intorno la sabbia confondendola di nuovo con quella che ricopre il deserto da millenni.

Adesso può davvero tornare a casa.

 

 

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