IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

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GIADA GERMANI

IL VECCHIO MURAIOLO

 

Il 10 aprile, una fresca giornata di primavera.

Le poche rondini appena arrivate dalla lunga migrazione invernale, garriscono gioiose nello spicchio di cielo sopra al podere di campagna. Più giù, seguendo la strada sterrata che dalla casa porta al bosco, c’è un maestoso olivo muraiolo, l’unico rimasto di una vecchia oliveta che si trovava appena sotto il cascinale.

Il tronco squarciato in tre parti e incavato dagli anni e dalle intemperie può accogliere al suo interno una persona adulta tanto è grande, ed i rami sono altissimi, quasi a voler solleticare le nuvole. Ad un grosso e robusto ramo tra quelli più bassi, è appesa una fune ingiallita dal tempo. Alla sua cima vi è una specie di cappio con un nodo che ormai è impossibile sciogliere. La fune sta lentamente oscillando, avanti e indietro, avanti, indietro. Poco più là, giace in terra il corpo senza vita dell’anziana Mara Rossi.

“Ah, se quest’ulivo potesse parlare!” aveva detto tante volte la donna. Il vecchio muraiolo certamente non poteva parlare, ma aveva visto talmente tante cose, stava lì con le radici ben salde nel terreno da più di un secolo e conosceva benissimo Mara, l’aveva sorretta milioni di volte quando lei per giocare, si dondolava ad uno dei rami. L’aveva tirata su saldamente, quando si arrampicava sul tronco immaginando di essere un condottiero in cerca di nuove terre da conquistare.

“Mi ricordo di te da quando a mala pena con la tua mano di bimba riuscivi a toccare i miei rami più bassi, staccavi delicatamente qualche frutto maturo e ci giocavi per ore, mentre i tuoi genitori con le scale appoggiate al mio tronco ed i panieri in vita, raccoglievano le olive per andare al frantoio. Le mani di tuo padre erano ruvide e callose, quasi mi graffiavano nel passare tra le foglie e quando con i pesanti scarponi si appoggiava tra l’incavo dei rami per tirarsi ancora più su, facevo molta fatica a sorreggerlo.

Anche tua madre aveva le mani ruvide, ma gentili. Tirava delicatamente i miei rami a sé, fin sopra al paniere e io mi lasciavo piegare tranquillamente senza opporre resistenza. Poi c’era la vecchia nonna, bravissima coglitrice. Con quegli occhietti da falco, non si faceva scappare nemmeno un’oliva! Di lei conoscevo benissimo la schiena ingobbita, dato che stava sempre sotto di me piegata sul terreno a raccogliere tutte le olive che cadevano agli altri arrampicati sulle scale. Mi ricordo le sue mani, sempre intente a frugare tra l’erba soffice lasciata crescere per le pecore che alla fine del mese di raccolta sarebbero venute al pascolo. Alcuni miei rami, quelli rinsecchiti e malati di fumaggine, assomigliavano molto alle dita della vecchia donna. Ogni mese di novembre, anno dopo anno, i miei frutti erano maturi e voi li coglievate alleviandomi dal grosso carico. La tua mano morbida di bimba era diventata più energica anche se ormai per le olive non venivi più. Però ti vedevo spesso qui sotto con quel tuo fidanzato, mi ricordo bene quando stendevate la coperta grossa a scacchi blu e arancione e ti sdraiavi felice sotto di me…ma sopra c’era sempre lui, io non potevo vedere il tuo bel sorriso, nemmeno i tuoi occhi vivi ed azzurri. A volte ti alzavi di scatto e correvi, i tuoi capelli setosi, rimanevano impigliati tra i miei rami ed io li accarezzavo gelosamente.

Lui ti prendeva, ti tirava via ed ancora sopra di te su quella bella coperta che scaldava le mie radici. Passavate così buona parte del pomeriggio, passavano così i giorni più caldi dell’anno e spesso anche quelli più freddi.

Una mattina di maggio arrivasti con lui, eri più bella del solito, il tuo sguardo colmo d’amore. Vi fermaste accanto a me e lui ti fece una promessa: t’avrebbe amato, onorato, rispettato per tutto il resto della vostra vita. Tu eri davvero felice, faceste insieme così tanti progetti che anche io mi sentii inebriato dalla vostra passione.

Ad un tratto sfiorasti con le mani i rami più freschi e delicati, avvertii in quel momento tutta la tua giovane esuberanza. Fu bellissimo, ti avrei voluto prendere, avvolgere tra le mie fronde, spingerti dolcemente nell’incavo del mio tronco e trattenerti per sempre dentro di me. Ma ancora lui, lui ti abbracciò e ti baciò ed insieme ve ne andaste verso casa, quella dove eri cresciuta, dove nasceva la tua nuova famiglia.

Il primo fu Marco, un bimbo davvero bello, ti assomigliava tantissimo e si dava sempre un gran da fare. Quando tuo marito non era a lavoro veniva con il trattore a preparare i campi per la semina e Marco con lui, ad aiutarlo, così come per la raccolta delle olive, sempre tuo marito con il figlio. Lui era piccino, arrivava a mala pena alla punta del ramo e lo tirava,  mi strappava le foglie, non era affatto delicato. Le sue mani erano morbide, ma talmente sgarbate che non le sopportavo. Spesso i rametti più sottili si strappavano e lui dopo aver preso le olive li buttava da una parte senza il minimo dispiacere. Come poteva rispettarmi se  per il padre ero soltanto un vecchio olivo?

Per fortuna continuavo a buttare sennò mi avrebbe tagliato e usato come legna da ardere.

Alla fine della raccolta rimanevo solo, ferito, consumato di tutto ciò che mi era stato portato via. E tu Mara, mi avevi abbandonato”.

Una fila di formiche, nella sua incessante ricerca di provviste, ha ordinatamente aggirato il piede ormai gelido dell’anziana donna che nella caduta è finito proprio sul loro percorso ed un ragno impigliato tra la folta chioma grigia, sta cercando di uscire aggrappandosi con le lunghe zampe nere ad ogni capello che trova. Qualche mosca si posa interessata sulle braccia inerti, lasciate scoperte dalla maglia color panna tirata su fino ai gomiti. La pelle sottile e rugosa viene esplorata millimetro per millimetro, mentre nelle narici sono già stati depositati i piccoli ovetti bianchi leggermente oblunghi dei bigattini. Si è alzato il vento, i rami del vecchio muraiolo oscillano toccandosi fra loro ed il leggero bisbiglio delle foglie accompagna dolcemente questa fresca giornata che volge ormai al tramonto.

“Una mattina d'ottobre ti vidi scendere per la strada sterrata, venivi decisamente verso di me, ero così felice! Tirai su i rami per farmi vedere forte e vigoroso, non eri sola. Sempre con quell’antipatico del marito pensai, invece non era lui.

Vi sedeste uno accanto all’altra, con la schiena appoggiata al mio tronco, come era bello sentirti nuovamente vicina, percepivo il lieve movimento del tuo respiro ed avevi il profumo più buono che avessi mai sentito. Vidi le vostre mani avvicinarsi e prendersi, lui era euforico, parlava in continuazione con un accento che non mi sembrava italiano, adorava la vita del piccolo paese toscano, adorava il sole caldo e l’odore della campagna:

- A Berna è sempre freddo, tutto grigio. Mara il tuo podere is fantastic! - aveva già ripetuto almeno una decina di volte. Lui era un’artista, uno scultore e con il legno d’olivo aveva creato delle cose molto belle. Questo era davvero troppo! Sotto di me, appoggiato al mio tronco, c’era un uomo che con il mio legno ci avrebbe fatto un tagliere da cucina e per di più Mara, te ne eri innamorata!

Dal ramo più alto che avevo lasciai cadere un’oliva bella grossa, ancora acerba, che gli picchiò sulla testa quasi del tutto pelata. Sentì male e si alzò di scatto, tu ridevi divertita.

Nei mesi che vennero, imparai benissimo gli orari di lavoro di tuo marito. Quando lui era di turno tu venivi con Hans.

Poi nacque Roberta, una bimba paffuta con i capelli rossicci e la pelle rosata tendente all’arancione. Veniste tutti insieme una mattina d’estate. Tuo marito aveva mille attenzioni per la bambina, soddisfatto di aver avuto una figlia; tu eri indaffarata a sistemare la tovaglia per il pic nic, tua madre ti aiutava in silenzio. Marco ormai era cresciuto anche se non aveva perso il suo modo di fare sgarbato, soprattutto nei confronti della sorellina. Vi sedeste per mangiare, le mie fronde vi facevano ombra. Appena apristi il sacchetto degli affettati mi arrivò l’odore inebriante della mortadella fresca mischiato a quello della frittata con menta e zucchine e del pane fragrante, appena sfornato. Erano aromi deliziosi che avevo sentito tantissime volte, quando durante la raccolta vi fermavate per la pausa pranzo. Mi ricordo che tuo padre mangiava circa mezza pagnotta da un chilo con quattro etti di prosciutto ed io assaporavo lentamente dal terreno i pezzetti che cadevano, compiacendomene.

- Chissà da chi ha preso i capelli rossi? - disse tuo marito mentre giocava con Roberta - I miei sono neri e nella mia famiglia non c’è nessuno così chiaro. Anche la pelle, la nostra è piuttosto scura…

- Beh, io sono bionda! - gli rispondesti subito quasi a voler giustificare quel colore strano - Magari qualche lontano parente aveva i capelli rossi, vero mamma?

Tua madre ti guardava in modo dubbio, come se ci fosse qualcosa che non le tornava. Tu girasti gli occhi verso di me e cambiasti argomento:

- È proprio bello quest’olivo vero? Avrà quasi un secolo ed è sempre rigoglioso come quando mio nonno lo mise qui.

 Non mi avevi mai fatto un complimento così splendido, confusamente agitai le fronde, ebbi un tremito di piacere che arrivò fin sotto al terreno. Marco si stava dondolando alla fune che dopo tanti anni era sempre rimasta annodata saldamente al mio ramo, Roberta si mise a piangere, aveva fame. La prendesti in braccio per allattarla. Mara eri bellissima, il tuo seno vellutato culminava con quelle piccole olive rosa scure, perfette,  io non le ho mai avute così affascinanti. Tuo marito mise in moto il pic-up e fece salire le nonna con i resti del pranzo messi in serbo nei contenitori di plastica da frigo e la tovaglia accuratamente ripiegata. Chiuse a valigetta il tavolo da pic-nic insieme alle quattro seggioline di tela rossa e li sistemò nel bagagliaio. Salì anche il bimbo:

- Accompagno loro a casa e torno subito a prendervi. Mi raccomando stai attenta alla mia Roberta!

Tu ridesti ironica e guardasti la piccola: “Se tuo padre sapesse la verità…forse non sarebbe così innamorato di te!”

La luna si è alzata placidamente sullo spicchio di cielo che fino a poco prima aveva i colori caldi degli ultimi raggi di sole tramontato dietro alle colline. Una falena con il suo volo silenzioso,  si è posata sul tronco del vecchio muraiolo sfidando l’aria pungente della notte, ancora poco adatta per questa delicata farfalla. I pipistrelli volano bassi cercando per cena qualche piccolo insetto. La falena, immobile, si è mimetizzata perfettamente tra le venature del legno d’olivo.

Da un’apertura alla base del tronco fa capolino un piccolo topo, odora accuratamente l’aria muovendo velocemente il naso ed i lunghi baffi bianchi in ogni direzione, si sposta facendosi spazio tra l’erba più alta di lui, fino al ginocchio della donna. Annusa la pelle grigiastra che si intravede dalla calza di nylon strappata a causa della caduta. Cerca di oltrepassare l’ostacolo inaspettato, poi riprende il cammino lungo il perimetro del corpo di Mara, fermandosi ogni tanto per assaporare qualche radice succosa. Improvvisamente un brontolio dall’addome gonfio di liquidi del cadavere lo fa trasalire e spaventato scompare in un buco del terreno.

“Per molto tempo ti vidi pochissimo, facevi la sarta in un maglificio del paese e ti era rimasto pochissimo tempo per occuparti anche della campagna. Venivi solo la domenica con i tuoi figli, quando c’era la raccolta delle olive. Marco aveva preso la patente e la mattina presto passava sotto di me con il pic-up di tuo marito caricato di scale, teli, cassette e quant’altro poteva servire per la raccolta, tu e Roberta lo seguivate a piedi con i giacchetti ben chiusi fino al collo per non far passare l’umidità. Tua figlia aveva dei bellissimi capelli rossi che portava sempre legati in una coda, la pelle rosata e fresca dell’adolescenza. Tu Mara, alla sua età, eri molto più graziosa e delicata. Ancora oggi, con quelle sottili  rughe d’espressione che adornano il tuo volto sei la donna più bella che abbia mai visto. Lavoravi tutto il giorno arrampicata sulle scale, ripulivi i teli con cura levando minuziosamente i rametti e le foglie che erano cadute insieme alle olive e te ne andavi senza degnarmi nemmeno di uno sguardo. Non ti fermavi più sotto di me a fare la pausa pranzo come una volta. Adesso anche gli altri olivi erano diventati alti e frondosi permettendoti di riposare al fresco sotto di loro. Ogni tanto una folata di vento mi portava l’eco della tua voce allegra o quella dei ragazzi che bisticciavano per ogni minima decisione. Io mi trovavo un po’ più lontano dall’oliveta specializzata che tuo padre ti aveva lasciato ed ero sempre l’ultimo ad essere colto, quando ormai la maggior parte dei miei frutti erano caduti perché troppo maturi. Se le mie radici non fossero state cosi ben salde nel terreno, sarei venuto vicino a te, in quell’ettaro e mezzo di campo con la terra dall’acidità giusta per far crescere le olive sane che al frantoio rendevano il 19 e qualche volta anche il 20 e l’olio era uno dei più buoni che avevate mai fatto. Purtroppo potevo solo guardare quei miei simili, forti e rigogliosi, che erano il vanto della vostra piccola azienda agricola.

Poi ci fu quella mattina di agosto: mentre le campane del paese suonavano per il pranzo, udii una macchina transitare per la strada statale che costeggiava l’oliveta e vidi chiaramente un mozzicone di sigaretta volare dal finestrino, lasciando una piccola scia di tizzoncini roventi lungo il campo. Dopo circa un’ora, insieme all’aria calda che d’estate ondula sulla strada, si era alzato molto fumo nero e a poco a poco fui inebriato dal calore intenso del fuoco. Le fiamme altissime lambivano i rami lunghi e morbidi dei Pendaglioli, che scendevano come una chioma fluente verso il terreno, facendoli accartocciare all’insù. Gli Olivastri ad ogni raffica di vento perdevano le foglie e le piccole olive saporite volavano incandescenti sul terreno, già rinsecchito dalla siccità estiva, alimentando l’incendio.

I Muraioli come me, incalzati dal rogo, protendevano in alto i loro rami scuri e nodosi, le fiamme altissime avvampavano tutt’intorno fluttuando sensualmente con tutta la loro forza. Provai paura, angoscia per la sorte terribile toccata  a quei giovani alberi. Tu arrivasti di corsa, le mani coprivano il tuo volto bagnato dalle lacrime. Ti fermasti sotto di me mentre tuo marito e tuo figlio cercavano di spegnere l’incendio, buttando terra sopra alle fiamme con le pale.

Mara eri così bella, piangevi appoggiata al mio tronco, il tuo corpo si scuoteva ad ogni singhiozzo e le lacrime cadevano incessanti sul terreno bagnando le mie radici con il tuo dolore. Cercai di proteggerti dal fuoco e dall’intenso calore, allungando il più possibile in avanti i miei rami ed in quel momento mi sentii di nuovo importante.

Dopo un po’ arrivarono le camionette dei pompieri e le fiamme si placarono, così la tua disperazione. Rimase per molti giorni l’odore forte della terra bruciata, l’oliveta si era trasformata in un campo nero e spoglio, a fine Ottobre non veniste per la raccolta. Le mie olive quando furono troppo mature caddero in terra, un po’ furono mangiate da qualche animale di passaggio, le altre divennero parte del terreno.

Passò tutto l’inverno e non ci vedemmo mai. Una mattina, forse era il mese di Marzo, tornasti nel campo. Insieme a te c’era un uomo con i capelli brizzolati ed una cartellina in mano piena di fogli. Fece molte fotografie e parlò di leggi, di incentivi statali, di progetti, tu ascoltavi ed annuivi con la testa spiegando come avresti voluto impiantare i nuovi olivi. Il dottor Cardi, agronomo del comune, veniva molto spesso a fare sopralluoghi e tu lo accompagnavi sempre, la pausa sotto di me era quasi obbligatoria per rinfrescarsi un po’ all’ombra. Lui tirava fuori dalla cartellina il progetto disegnato accuratamente e ti spiegava come avrebbe proceduto, tu sfioravi il prospetto con la mano, lo prendevi, facevi le tue osservazioni, poi il foglio  cadeva in terra da una parte, la cartellina dall’altra, il vento alzava le pagine, qualcuna volava lontano. Tu eri di nuovo felice”.

Il campanile del paese rintocca le tre del mattino, dal bosco poco lontano, arriva volteggiando in aria un barbagianni, sta cercando di scorgere tra l’erba qualche piccola preda. Le piume bianche intorno al becco e sull’addome risplendono al chiarore della luna, più lontano una piccola civetta richiama l’attenzione con il suo verso che sembra voglia dire “tutto mio! tutto mio!”. Si avvicina una donnola, attirata forse dall’odore acre del cadavere. Ispeziona minuziosamente il  corpo irrigidito di Mara, la pelle ingrinzita del viso, le braccia, le gambe fino alle scarpe, poi si allontana trotterellando nel buio fino a scomparire.

“Un pomeriggio, Mara, eri qui con l’agronomo Cardi, avevi la camicetta sbottonata ed i capelli arruffati, le tue guance colorite mi ricordarono tanti anni prima, quando da bimba ti dondolavi sulla fune annodata al mio ramo e poi accaldata ti buttavi giù, seduta all’ombra delle mie fronde con il respiro affannato e la gioia negli occhi. Non c’era nessun altro tra noi, solo io e te felici di giocare insieme. Beh, tu poi mi hai tradito e adesso tuo marito stava scendendo per la strada sterrata che dal podere portava al campo. In mano teneva un foglio volato lontano dalla cartellina del tuo nuovo amante.

Voi non ve ne accorgeste finché lui non fu lì, perché il mio grosso tronco vi impediva la vista. L’agronomo Cardi si rimise a posto i vestiti come meglio poteva e andò via velocemente, tu farfugliasti delle parole vaghe, cercando malamente di giustificare la situazione, tuo marito ti urlò in faccia delle frasi irripetibili e poi lasciò te e il podere per sempre. Rimanesti da sola, cercasti per qualche tempo di mandare avanti la piccola azienda di famiglia senza chiedere l’aiuto di nessuno, i tuoi figli ormai grandi, si erano trasferiti a vivere lontano dal paese dove erano cresciuti e tu  alla fine decidesti di raggiungerli.

La mattina che Marco ti venne a prendere scendesti un’ultima volta giù al campo, ti fermasti sotto di me ed inspirasti per un lungo minuto l’aria profumata della natura, poggiasti la testa al mio tronco, i tuoi capelli grigi parevano fili di seta, morbidi e lisci come quando eri giovane. Il podere fu messo in vendita e io temetti di non rivederti più.

Molto raramente, in tutti gli anni che passarono, sentivo arrivare il tecnico dell’agenzia immobiliare con qualche cliente interessato all’acquisto della casa, ma nessuna trattativa andava a buon fine.

Ero rimasto solo, da questo punto del campo dove mi trovavo avevo visto crescere te e i tuoi figli, avevo visto mancare i tuoi genitori e perdere  arsa dall’incendio, quell’oliveta specializzata che tanto adoravate. Il tuo progetto di mettere nuovi alberi non fu mai terminato, la terra veniva arata, morganata e seminata all’inizio dell’autunno dal signor Gini, arrivava la mattina presto con il trattore, lavorava senza sosta per qualche ora e se ne andava per continuare il lavoro nei suoi seminativi. L’erba medica che a primavera cresceva tenera e fresca, serviva per il pascolo delle sue pecore. Poca compagnia, poche parole, nessuno più mi fece sentire bene come quando te, Mara, venivi a sederti sotto le mie fronde”. 

L’eco del canto di un gallo lontano ha preceduto di poco il sorgere del sole, le formiche sono già uscite dal terreno, hanno trovato un grosso coleottero inanimato e sono indaffarate per riuscire a trasportarlo nel formicaio. Un’upupa con il suo bel ciuffetto che gli adorna la testa, saltella fra l’erba anche lei in cerca di cibo. Nel campo che si trova dall’altra parte della strada statale, si sentono i campanellini delle pecore, tintinnano dolci accompagnati dal loro belare. Il cane pastore abbaia correndo dietro al gregge, per condurlo al pascolo, qualche ape vola sui fiori appena schiusi e ancora bagnati di rugiada, si posa per succhiarne il polline, le farfalline con le ali bianche si rincorrono nell’aria. Il corpo di Mara, in pieno rigor mortis, si trova ancora disteso sul terreno, nel volto esangue, le labbra irrigidite sembrano voler sorridere al grande olivo muraiolo.

“Ti ho visto arrivare Mara e mi sembrava un sogno, eri tornata. Poi però mentre salutavi tuo figlio che ti aveva accompagnata, ho capito che ti saresti fermata solo qualche giorno. Il tempo di sistemare il podere, che finalmente era stato venduto, di prendere i pochi ricordi di famiglia, rimasti chiusi li dentro per tutti questi anni e di andare con la corriera in paese, per far visita ai pochi parenti che ancora abitano lì e qualche amico. Quindi era successo, la casa non era più tua. Marco sarebbe tornato a prenderti fra una settimana e io non ti avrei mai più rivisto. Ho passato la notte a tormentarmi, cercando di spingermi via da questo posto dove mi trovo per poterti seguire, ma queste tremende radici, così forti nonostante l’età, rimangono aggrappate al terreno, non mi permettono di spostarmi, neanche di un piccolo centimetro.

La mattina dopo, finalmente, sei venuta da me e come tante volte avevi fatto, ti sei appoggiata al mio tronco. Ho sentito il calore del tuo corpo ed il movimento del tuo respiro, Mara sei ancora una donna bellissima ed il profumo della tua pelle è così delicato da rimanerne stregati.

Poi ti sei girata ed hai visto la vecchia fune ingiallita, ancora annodata al mio ramo, non hai resistito. Ti sei aggrappata con le tue mani indebolite e ti sei lasciata dondolare come facevi da bimba. Il pensiero mi è sorto improvvisamente, forse l’unico modo per trattenerti. Il mio ramo ha ceduto, si è piegato troppo e tu hai perso l’equilibrio cadendo in terra con un tonfo sordo e violento.

Sei rimasta lì immobile, per sempre con me.

 

 

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