IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ROBERTA PIERACCIOLI
DONNE DI MINIERA
Il
sole tiepido di aprile cominciava a tramontare laggiù verso il mare. Argia ne
seguiva il corso seduta sulla panchina davanti a casa. Aspettava di vederlo
scomparire del tutto, poi si sarebbe appoggiata alla sua stampella per alzarsi e
pian piano sarebbe rientrata in casa. Era malinconica quella sera. Un dolore
fastidioso al centro del petto non l’aveva lasciata un attimo per tutta la
giornata. Ma lei non aveva emesso neppure un lamento. Non si era mai lamentata
in vita sua, nemmeno quel giorno che l’avevano trovata lunga distesa per terra
accanto al letto, qualche anno prima.
“Questa
donna ha un fisico finito” aveva detto il dottore dell’ospedale ad Astolfo,
mentre lei era sul lettino tutta piena di tubi e di fili. Credevano che fosse
senza conoscenza e invece sentiva tutto.
“Ha
settant’anni ma ne dimostra novanta! Sembra che abbia lavorato come un ciuco
tutta la vita senza riposarsi un attimo.”
Era
vero, Argia non si era mai risparmiata nemmeno un momento in tutta la vita. Due
ore dopo aver scodellato ognuno dei cinque figli che aveva messo al mondo era già
in piedi a preparare la panierina per Astolfo che doveva partire per la miniera.
E il giorno dopo era in giro nei campi a fare l’erba per i conigli o nel bosco
a fare la legna per il camino.
“Sciagurata”
diceva sua sorella Nunziata che non aveva voluto prendere marito per non esserne
schiava “Sciagurata! E tutto per servire e riverire quell’altro sciagurato
che fa il signorino!”
Ma
come si faceva? I conigli dovevano pur mangiare e il “signorino”, come
diceva Nunziata, non era capace di mettere nemmeno un tegame sul fuoco.
Quando
lui era di prima gita[1],
Argia si alzava che fuori era ancora notte fonda, soprattutto d’inverno.
Scivolava fuori dal letto silenziosa come un gatto, faceva svelta le scale al
buio e scendeva in cucina. Si buttava addosso lo scialle di lana e accendeva il
fuoco perché lui trovasse un po’ di calduccio quando veniva a vestirsi.
Metteva i panni da lavoro di Astolfo a scaldare sulla seggiola accanto alla
cucina economica e preparava la panierina.
Quando
era l’ora, saliva in camera con un tazzone d’orzo fumante. Astolfo faticava
parecchio ad aprire gli occhi mentre lei continuava scuoterlo e a chiamarlo
finché lui non si tirava su borbottando e prendeva dalle sue mani la tazza
bollente.
Poi
Argia scendeva di nuovo in cucina a preparare l’acqua calda nel catino del
grande acquaio di pietra, dove Astolfo si sarebbe lavato. Sul tavolo, accanto
alla panierina pronta col mangiare, gli metteva le cartine e il trinciato perché
non se li dimenticasse andando via, sennò i moccoli li sentivano anche in
Vaticano quando si accorgeva di non avere nulla da fumare!
Ma
a volte Astolfo si dimenticava lo stesso ogni cosa sul tavolo, non per
distrazione ma per l’abitudine che qualcun altro pensasse per lui. Quante
corse aveva fatto Argia per rincorrere la corriera quando trovava la panierina e
il pacchetto del tabacco abbandonati sul tavolo dopo che lui era già sparito in
fondo al vicolo! La strada per la miniera usciva dalla piazza in fondo al paese,
traversava il ponte e saliva su per la collina di fronte. Con qualunque tempo,
Argia si buttava a rotta di collo giù per la scarpata fino al fosso e risaliva
di corsa dall’altra parte per arrivare prima della corriera alla curva del
vecchio macello. L’autista la vedeva da lontano correre e sbracciarsi su per
la salita:
“Ce
l’hai da fumare? - diceva voltandosi indietro a cercare con lo sguardo ironico
Astolfo, che nel frattempo s’era riappisolato nel fondo della corriera -
E la panierina l’hai presa? C’è Argia che sale di corsa dal
fosso!”
Lui
si alzava in piedi, si frugava nelle tasche e cominciava a bestemmiare come un
turco, facendo arrossire perfino le fodere consumate dei sedili:
“Quella
donna…! Glielo dico sempre di prepararmi tutto sul tavolo, ma lei nulla!”
“Sì,
e noi ci si crede! Se non ti preparasse i vestiti, andresti in miniera in
mutande. Lo sappiamo tutti che è una santa donna.”
Argia
era giovane e la fatica non le costava nulla. Arrivava alla corriera ansante
senza lamentarsi. Sorrideva all’autista, si scusava per aver rallentato il
viaggio, prendeva i rimbrotti di Astolfo e ripartiva veloce giù per il fosso.
Poi aveva imparato, e allora seguiva Astolfo fino all’uscio di casa per
mettergli in mano tutto quello che gli serviva per la giornata.
Correva
sempre, Argia. In paese la vedevano andare sempre svelta di qua e di là per
sbrigare tutte le sue faccende prima che Astolfo rientrasse dal lavoro. La
corriera che riportava i minatori strombazzava dopo la curva che scopriva il
paese. Era il segnale: lei la sentiva ovunque fosse e lasciava tutto per correre
in piazza. Le donne dei minatori si ritrovavano tutte lì, ad aspettare i loro
uomini di ritorno dal lavoro. Astolfo si affacciava dal predellino della
corriera e cercava Argia tra tutte. Lei gli prendeva di mano la panierina e
salivano in casa. Quando c’era lui, il mondo di Argia cominciava e finiva con
Astolfo:
“Argia,
fammi questo, Argia prendimi quest’altro, Argia mi manca il trinciato, Argia
si è spento il camino” e Argia andava su e giù per le scale di casa, su e giù
per le strade del paese, su e giù per i campi, sempre di corsa. Serviva Astolfo
come se davvero invece che un minatore fosse un signorino. Del resto, lo aveva
abituato lei così. Soprattutto dopo che lui aveva cominciato a lavorare in
miniera.
Quando
Astolfo l’aveva chiesta in moglie, lei aveva solo 18 anni. Era una ragazzotta
di campagna dalle forme tonde e piene, con l’aria timida e pronta ad arrossire
alla prima parola che le veniva rivolta. In segreto, era innamorata di lui da
prima della guerra. Non sperava nemmeno che la guardasse perché Astolfo era
figlio di un carbonaio e a casa sua se la passavano bene. Ma non era per questo
che lui non la filava: era che proprio non l’aveva mai vista perché la
timidezza di Argia la rendeva quasi invisibile e la faceva confondere con le
pareti delle case o le pietre del selciato.
Fu
un amico che un giorno, per prenderlo in giro, gli disse:
“Ma
lo sai che garbi ad Argia?”
“Argia
chi?” fece Astolfo cadendo dalla luna.
Alla
prima occasione gliela fece vedere.
“Troppo
grassa” sentenziò liquidando la faccenda in modo apparentemente scorbutico,
nascondendo in realtà una timidezza uguale a quella di lei.
Quando
l’Italia entrò in guerra, Astolfo partì per il fronte e il ricordo di Argia
si affacciò a consolarlo nelle ore fredde e piene di paura. Chissà se pensava
a lui, si chiedeva abbracciato al fucile mentre cercava di bucare il buio della
notte per individuare i nemici.
Finita
la guerra andò a subito a chiederla. Lei fu quasi presa da un mancamento quando
suo padre la fece chiamare per dirle che c’era Astolfo. Non sapeva nemmeno che
era tornato. Non ebbe il tempo di rassetarsi e sistemare i riccioli che
scappavano fuori dalla lunga treccia avvolta in una crocchia sulla testa. Scese
in cucina rossa come un papavero e alla domanda del padre, che le chiese se
Astolfo le sarebbe piaciuto come marito, riuscì solo a dire di sì scuotendo
forte la testa, senza il coraggio di guardare nessuno negli occhi.
Si
sposarono subito e Astolfo tornò alla macchia a fare il carbonaio. Portò con sé
anche Argia, che nel frattempo era diventata la sua ombra e nelle carbonaie
lavorava davvero come un ciuco. Sistemava le cataste, impiazzava la legna,
accendeva il fuoco, preparava la cena, andava in paese a fare provviste, insomma
non si risparmiava un momento. Il primo figlio lo partorì quasi su una
carbonaia.
Ma
le cose non andavano troppo bene: Astolfo non sapeva fare gli affari come suo
padre e alla fine, se voleva mettere insieme il pranzo e la cena e mantenere
alla meglio i figli che sua moglie continuava a scodellare come se non avesse
fatto altro nella vita, gli toccò andare in miniera come a molti in paese.
“Almeno,
tutti i mesi arriva la paga: sarà poca ma è sicura” disse per comunicare una
decisione già presa.
Lei
non ci si provò nemmeno a replicare, ma si sentiva il cuore stretto. Voleva
dirgli che alla macchia avrebbero continuato a lavorare insieme, che lei avrebbe
lavorato come un uomo e impiazzato il doppio della legna pur di non vederlo
andare in miniera, che ci sarebbe andata lei a cercare i vetturini per il
trasporto del carbone e i padroni per appaltare il bosco mentre lui stava
attento alla carbonaia, che i bambini li poteva tenere con sé Nunziata in
paese, tanto non aveva marito. Ma si limitò ad abbassare la testa con gli occhi
pieni di lacrime.
Quello
che l’aspettava lo aveva imparato guardando le mogli degli altri minatori:
Mentana, con tre bimbi, passava in piedi tutte le notti che Goriano era di
terza, e Bice faceva la spola tra i campi e la piazza ogni volta che arrivava la
corriera da Niccioleta, per avere notizie. Lì non era come a Gavorrano, che la
miniera ce l’avevano in paese e si sapeva subito se succedeva qualcosa. Lì
bisognava aspettare la corriera. Come quella volta che morì il povero Spartaco.
Tutti in paese se lo ricordavano bene, quel giorno. L’urlo dell’Assunta
l’avevano sentito fino in cima alla Rocca. Era in piazza che aspettava la
corriera insieme alle altre donne e si vide scaricare davanti un cadavere
coperto di polvere e sangue.
“C’è
stato un incidente....” balbettavano i compagni di turno
“.... ha ceduto un quadro proprio mentre si passava noi ....
lui c’è rimasto sotto...”
Ma
Assunta non li ascoltava più. In ginocchio, accanto al corpo del suo Spartaco
steso sul selciato della piazza, cercava di ripulirgli il viso con un fazzoletto
e gli parlava come a un bimbo che ha fatto il cattivo. Argia era una ragazzina
allora, e quella scena non l’aveva più dimenticata.
Il
primo giorno che Astolfo andò in miniera, lei si sentì il buio addosso per
tutta la giornata, come se sotto terra ci fosse anche lei. E la sera non
smetteva più di farsi raccontare, attenta a tutti i particolari che sembravano
indicare un pericolo. Allora sì che aveva cominciato a servirlo come un
signorino! Preveniva i suoi desideri e i suoi bisogni, lo sollevava da qualunque
incombenza, lo teneva lontano dai problemi quotidiani ed evitava in tutti i modi
di farlo arrabbiare perché non andasse nervoso al lavoro. Zittiva i bambini che
giocavano per strada quando lui riposava e a tavola lo serviva per primo
dandogli le porzioni più abbondanti tra gli sguardi smarriti dei figli, che
certo non se la passavano tanto bene nemmeno loro. Tutto il mondo di Argia
ruotava intorno ad Astolfo e lui, per la naturale predisposizione che hanno
certi uomini a farsi servire, si era accomodato bene in questa situazione e
aveva finito per considerarla una cosa normale, quasi un diritto.
“Ti
devi ribellare!” diceva Nunziata quando la vedeva correre su e giù o passare
di piazza con la legna sulla testa e le fascine in mano, di ritorno dal bosco
“Non puoi fare la schiava in questo modo, sempre al suo servizio. Argia qui
Argia là e te sempre a disposizione! Va bene che lavora in miniera ma mica
muore se fa qualcosa anche a casa. Guarda gli altri. Almeno la legna per il
fuoco! E poi glielo devi dire che i soldi non ti bastano, con cinque figlioli.
Diglielo cosa ti tocca fare di nascosto per arrivare alla fine del mese!”
Aveva
ragione Nunziata. Quante ore passava Argia al lavatoio, estate e inverno, a
lavare i panni di chi si poteva permettere di farlo fare a qualcun’altro, con
le mani che si spaccavano per il freddo! E le faccende in casa del dottore, e le
fascine di legna che portava al forno in cambio del pane, e le materasse che
cuciva quando lui era di notte. Sempre di nascosto perché lui non lo sapesse.
Ma non bastava lo stesso a sconfiggere la miseria.
Diceva
bene sua sorella, ma come faceva a ribellarsi? In fin dei conti era stata
proprio lei a volergli levare tutti i pensieri! Preferiva schiantarsi di fatica
piuttosto che vedere Astolfo costretto a fare il cottimo come gli altri, a
rischio che ci restasse come il povero Spartaco! E poi come avrebbe campato lei
con cinque figlioli? L’Assunta era andata a servizio a Siena e i bimbi li
aveva dovuti mettere agli “Innocenti”. Meglio farsi in quattro e lasciare a
lui l’illusione che la paga di minatore semplice bastasse.
Finché
una volta Nunziata, stufa di vedere sua sorella tribolare dalla mattina alla
sera e Astolfo passare i sabati all’osteria convinto di meritarsi un po’ di
svago, gli aveva detto dei debiti. Lui era tornato a casa tutto allegro con la
paga e aveva cominciato a fare i mucchietti: questo per il mangiare, questo per
il trinciato, questo per il carbone, questo per una giubba nuova per me, questo
per l’osteria. Non chiedeva nemmeno se ai figlioli mancava qualcosa. Decideva
sempre lui le spese. Argia non aveva il coraggio di chiedere mai nulla, sicché
per lui andava bene così. E quello che gli avanzava lo metteva in una
cassettina col lucchetto che teneva nascosta in fondo all’armadio. Non sapeva
che Argia tutte le volte apriva il lucchetto e prendeva quello che serviva per
arrivare alla fine del mese. Per evitare che lui se ne accorgesse, quando era
giorno di paga si faceva prestare i soldi dalle mogli degli altri minatori che
avevano già riscosso e rimetteva tutto a posto. Astolfo apriva la cassetta,
contava tutto, aggiungeva i nuovi risparmi e richiudeva. Quella storia in paese
la sapevano tutti, ma nessuno diceva nulla a lui per rispetto di quella povera
donna.
Ma
quella sera Nunziata sbottò:
“Vergognati!”
gli aveva detto mentre lui faceva i soliti mucchietti e Argia cercava in tutti i
modi di zittirla – “Vai, vai all’osteria! E le scarpe ai tu’ figlioli
con cosa gliele compra, Argia? Paga i debiti, invece di mettere i soldi nella
cassettina!”
“Debiti?”
si risentì Astolfo “Io non ce l’ho i debiti!”
“Te
no, ma ce l’ha la tu’ moglie! Domandaglielo come fa a arrivare in fondo al
mese! Domandagli dei soldi di quella maledetta cassettina!”
Scoppiò
un putiferio, un’ira di Dio. Argia che piangeva da una parte e chiamava sua
sorella “rovinafamiglie”, Astolfo che bestemmiava da un’altra e Nunziata
che spifferava per filo e per segno tutto quello che faceva Argia per
arrotondare, perfino dei prestiti delle mogli degli altri minatori.
Alla
fine Astolfo uscì di casa con la cassettina. Andò a bussare agli usci di tutti
i suoi compagni di lavoro e restituì quello che avevano prestato le loro mogli.
Poi buttò giù dal letto il calzolaro, il macellaio, il fornaio e da ognuno si
fece dire il suo debito. Non gli bastò nemmeno la paga appena riscossa, ma si
lasciò lo stesso un po’ di spiccioli e infilò l’uscio dell’osteria. A
notte fonda lo mandarono via e lui restò a dormire sulla panchina della piazza
finché Argia non lo venne a riprendere e lo portò a casa ubriaco fradicio.
La
mattina dopo, all’alba, partì con la corriera di Niccioleta senza dire una
parola. Per Argia quella fu la giornata più lunga della sua vita e quando la
sera lui scese dalla corriera vivo e fischettante, finalmente respirò.
Ora,
nel sole che tramontava, le sembra di risentirla, Nunziata, quando le guardava
tutte insieme in piazza, loro, le donne dei minatori, che aspettavano l’arrivo
dei mariti, ansiose di vedere se il loro uomo c’era anche quella sera su
quella maledetta corriera:
“Eccole
lì, le donne di miniera!” diceva sprezzante “Siete delle schiave! Che vita
è, la vostra? Una vita da schiave!”
No,
pensava ora Argia, non erano solo loro le schiave. Erano tutti schiavi, uomini e
donne. Schiavi della miseria, che costringeva gli uomini in miniera per un po’
di pane pagato a caro prezzo e le donne a lavoravare e tribolare come gli
uomini, schiave anche loro della miseria e dell’ansia delle lunghe attese del
ritorno della corriera.
Sentì
la voce di Astolfo che la chiamava da dentro casa. La cena era pronta. Adesso
cucinava lui, faceva la spesa, puliva la casa. Da quando lei si era ammalata e
non poteva più muovere la parte destra del corpo, Astolfo la accudiva come
fosse una bimba, la imboccava quando ancora non aveva imparato a mangiare con la
sinistra e preveniva i suoi desideri. Lo aveva servito tutta la vita ed ora lui
ricambiava con una dedizione che sembrava venirgli spontanea e naturale, come se
l’avesse sempre fatto.
Mentre
tentava goffamente di alzarsi, pensò di essere diventata proprio una buona a
nulla.
Astolfo
chiamò di nuovo e uscì a cercarla. L’aiutò a tirarsi su dalla panchina:
“Appoggiati
bene al bastone e aggrappati al braccio” le disse mentre si avviavano a
piccoli passi verso l’uscio di casa.
“Che
moglie buona a nulla!” aggiunse poi come se avesse letto i suoi pensieri.
“Guarda cosa mi combini quando ci si poteva godere quel po’ di pensione
della silicosi ....”
Le
parole volevano essere dure ma il tono di voce ne smentiva il senso apparente.
Lei girò con fatica la testa verso di lui cercando il suo sguardo:
“Non
siamo mai stati schiavi” pensò.
Era
un pensiero che non sarebbe mai stata capace di esprimere ad alta voce ma ebbe
la certezza che anche Astolfo pensasse la stessa cosa.
[1] I turni in miniera si chiamavano “gite”; ce n’erano tre al giorno: a prima partiva la mattina presto e l’ultima era quella del turno di notte.
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