IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

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RICCARDO BANCHI

DELITTO DI PIETRA

 

Era mattina. Il sole ancora basso filtrava tra le tenui nubi una luce rossiccia. Sembrava più l’inizio di un tramonto che la fine di un’alba, sebbene l’aria fosse necessariamente più fresca.

La torre della Porta a Terra di Piombino, da pochi decenni innalzata, era già alle sue spalle, mentre i cupi pensieri che coltivava da giorni non smettevano mai di tormentarlo. Il suo barroccio, trainato stancamente da un mulo, superò le poche casupole esterne alle mura. Non erano molte, ma quelle poche si accalcavano in prossimità della cinta muraria nei pressi dell’ingresso fortificato in cerca di protezione, come pulcini intorno alla chioccia e, come qualcuno di questi, quasi sempre, resta indietro rispetto agli altri, così alcune casupole, più discoste, sembravano arrancare per avvicinarsi alle mura.

Il piccolo carro proseguì verso i campi coltivati, da poco strappati alla boscaglia, che altrove degradava verso il mare. I contadini notarono di lontano il barroccio senza troppa attenzione. Nessuno si accorse che si trattava di Magliata, solitamente molto estroverso, di buon umore e pronto a salutare tutti quelli che incontrava. Stavolta l’uomo, solo alla guida del suo mezzo di trasporto, cercava di passare inosservato, perché non aveva voglia di parlare con nessuno. Il suo sguardo assente sembrava non percepire il mondo esterno, ricco di colori e odori primaverili.

- Buongiorno messere! - esclamò un giovinetto che Magliata incrociò poco più avanti alla testa del suo modesto gregge di pecore. Non ricevette risposta, allora fece accostare i pochi animali al margine della carrareccia, aspettando che il mezzo fosse passato, senza distogliere lo sguardo fiducioso dal silenzioso passante. Fu a questo punto che Magliata abbozzò un mezzo sorriso. I suoi occhi incrociarono per un attimo quelli del ragazzo, poi il suo volto si incupì nuovamente e riacquistò la stessa posizione che aveva prima del saluto, ovvero volto in avanti e fisso nel vuoto.

L’uomo aveva indosso i suoi abiti migliori; evidentemente doveva avere un incontro importante. Ma dove si stava recando? E, soprattutto, cosa era che lo stava impensierendo così tanto? Magliata era un bel giovane, di carnagione olivastra con capelli neri e occhi scuri, penetranti. Era abbastanza alto per la media dell’epoca ed era molto rispettato a Piombino perché si era un po’ arricchito in seguito ad alcuni ‘favori’ che aveva fatto a signorotti della città e della zona. Anche in quel frangente stava per fare uno di quei ‘favori’ ma, questa volta, non era per niente convinto, aveva molti dubbi. Pensava a quando aveva incontrato quella donna, al tempo un fiore appena sbocciato. Non era bellissima, ma data la giovane età, l’aspetto era piuttosto grazioso. I lunghi capelli mossi e neri decoravano un volto magro, ma su quella carnagione candida erano stati soprattutto gli occhi a catturare la sua attenzione. Quegli occhi avevano qualcosa che ti scavava dentro. Magliata si era quasi invaghito della timidezza e dell’ingenuità della ragazza, che dimostrava di non essere stata ancora sfiorata dai tormenti e dalle delusioni della vita, che quasi mai in quel tempo era generosa e magnanima. Era una ragazza di Siena, apparteneva a una delle più potenti casate di quella città e quasi certamente non avrebbe mai conosciuto quella vita misera e faticosa che spettava alla maggior parte della popolazione, specie delle campagne.

Una grossa buca lungo la carrareccia scosse l’uomo da quei pensieri e poco mancò che cadesse dal carro.

Si rese conto di essere già a Porto Falesia, dove alcune delle piccole imbarcazioni stavano allontanandosi dall’approdo, costituito per lo più da piccoli pontili di legno in parte malmessi. Si dirigevano verso le acque interne della laguna adiacente, dove la pesca garantiva di solito un minimo di cibo. Il pesce era comunque un elemento marginale per la sussistenza degli abitanti del promontorio piombinese, che traevano sostentamento soprattutto dall’agricoltura e dall’allevamento. Anche la cacciagione costituiva una componente secondaria dell’alimentazione, solitamente consumata dalle classi più abbienti, a Piombino piuttosto scarse. I pochi battelli commerciali, di solito presenti nel porto, in quel momento erano assenti e l’atmosfera del luogo era calma e serena, cosa che contrastava non poco con lo stato d’animo di Magliata.

Il carro tirò dritto e lo sguardo dell’uomo tornò sulla strada davanti a sé, che proseguiva abbastanza rettilinea in pianura. Sul lato orientale si stendeva la grande palude che, anche se fonte quasi inesauribile di cibo, generava un ambiente umido e malsano. Non la pensavano però così la moltitudine di uccelli acquatici, padroni assoluti di quell’ambiente vasto e silenzioso. Lì trovavano alimento e protezione, nonché una sicura stazione di riposo nel caso fossero solo di passaggio. Gli uccelli migratori erano la maggioranza e con la loro presenza quasi continua scandivano il passare delle stagioni. Nel periodo invernale gli imponenti fenicotteri erano presenti in cospicui gruppi; nemmeno il passante più distratto poteva fare a meno di notarli. Vederli in volo non era cosa di tutti i giorni: la loro disposizione in geometrie aerodinamiche, con il lento batter d’ali e i colli allungati, lasciava l’osservatore a bocca aperta e a naso in su. I grandi aironi grigi e bianchi e le più piccole garzette costituivano l’avifauna più numerosa e onnipresente, ma ad uno sguardo più attento si potevano osservare anche cavalieri, pavoncelle, tarabusi e altri acquatici. Le calme acque della palude erano solcate dai germani reali, spesso seguiti dalla simpatica prole mentre, nascoste fra la folta selva di canne e giunchi, potevano scorgersi gallinelle d’acqua e folaghe, le ultime riconoscibili di lontano dalla caratteristica macchia bianca sul becco che risaltava sul nero piumaggio.

Solo per un attimo l’uomo volse gli occhi verso quell’oasi silenziosa, in tempo per notare un piccolo gruppo di bufali in lontananza fra i pantani all’interno, dove la boscaglia lasciava il posto ai cariceti. Non era una vista insolita, ma servì a catturare l’attenzione del viandante per qualche secondo, ricacciando così per un attimo i pensieri che affollavano la sua mente oppressa.

Sul margine occidentale la strada costeggiava il bosco, che rivestiva completamente i morbidi rilievi del promontorio. Era una folta lecceta che nelle parti più a valle lasciava spazio a qualche radura, dove il verde scintillante delle nuove foglie di lentisco faceva da contrasto ai tenui colori del cielo. Verso le ore del tramonto in quegli spazi di confine fra bosco, campagna e palude era facile scorgere qualche cervo, gruppetti di daini o di cinghiali, questi ultimi in grado di arrivare la notte in prossimità del centro abitato per rufolare fra i rifiuti. Adesso quelle radure erano vuote e solo il cinguettio incontrastato degli uccelletti lasciava intuire la vita che si nascondeva all’interno.

Il Magliata giunse al bivio che a sinistra portava a Populonia e Porto Baratti. La strada di destra conduceva, proseguendo per una mezz’ora, verso la direttrice principale che portava a Scarlino, a un certo punto della quale sulla sinistra si prendeva la via per Massa. Proprio in quel momento lo sguardo fino allora cupo di Magliata si illuminò: prima di dirigersi in direzione di Massa, l’uomo pensò di seguire il suo istinto, che voleva tenerlo lontano da quella città. Preferì ritardare il triste appuntamento che lo attendeva e andare a Baratti per fare una sosta presso la chiesa di San Cerbone, da tempo in stato di abbandono. Era molto affezionato a quel posto, dove si recava ogni tanto per trovare un po’ di serenità interiore.

La carrareccia per Porto Baratti curvava a sinistra, salendo su una delle basse colline boscose che occultavano la vista del golfo. Superata la modesta altura, si aprì la veduta su quell’angolo di mare, dominato sulla sinistra dal promontorio di Populonia. Proprio al di sotto si scorgeva ciò che rimaneva delle strutture dell’antico e florido porto, dove un’imbarcazione era in procinto di approdare. Pochi edifici in legno erano addossati alla ripida collina, a parte la casupola che si stagliava sul mare all’imboccatura del molo.

L’uomo osservò per un attimo il paesaggio: non aveva intenzione di avvicinarsi al piccolo e trasandato borgo di mare, si sarebbe fermato poco prima, alla chiesetta vicino alla costa, che un tempo aveva accolto le spoglie del santo a cui lui era devoto, ora conservate nella cattedrale di Massa. Per Magliata il luogo di culto e meditazione era quello, la sua partecipazione alle funzioni in città erano solo di facciata, poiché la vera vicinanza a Dio riusciva a raggiungerla solo lì, dove da bambino si recava col padre.

Arrivato vicino alla spiaggia, Magliata fermò il carro, accostandolo su di uno spiazzo al margine destro della carreggiata. Passato qualche istante decise di scendere per dirigersi al mare, che era immobile come le acque di un lago. Le piccole onde arrivavano sulla battigia per infrangersi solo alla fine, con un debole crepitio che solamente il silenzio del posto poteva mettere in risalto. Poco più in avanti un rivolo d’acqua proveniente dal colle solcava la sabbia luccicante di pagliuzze di ematite per finire in mare. L’uomo lo raggiunse, si accovacciò e con le mani ne costatò la freschezza. Chiuse le mani a giumella e ne prelevò una manciata, che bevve quasi più per rito che per effettiva sete. Ne prese ancora un po’ per rinfrescarsi viso e capelli, poi risalì sul carro e si avvicinò alla chiesetta.

Si trattava di una struttura di piccole dimensioni, ma di grande significato per gli abitanti della zona. Anche se ormai chiusa al culto da tempo, rimaneva sempre un punto di riferimento per tutto il comprensorio, dal momento che secoli addietro aveva garantito sereno riposo al corpo di San Cerbone. Il santo vescovo, prima di morire, aveva espresso il desiderio di essere sepolto di fronte al mare vicino alla sua Populonia, da dove era fuggito verso l’Elba durante le invasioni dei Goti. Adesso, anche se priva delle sacre spoglie del santo, era inevitabile che quella struttura, quasi diroccata, fosse ancora tappa di qualche pellegrino in cerca di conforto.

Per Magliata erano più che altro i ricordi di bambino che lo spingevano ogni tanto in quel luogo tranquillo. Solo raramente trovava qualche altro devoto a pregare davanti all’ingresso; di solito non c’era nessuno e poteva sdraiarsi sul muretto di recinzione per riposare, meditare e tenersi lontano con la mente da ciò che lo preoccupava.

Anche quella mattina il luogo era deserto. L’uomo fermò il carro poco prima della chiesetta, legando il cavallo a un leccio contorto, quindi si avvicinò all’edificio religioso, ne toccò i muri constatandone la compattezza, poi fece il giro, soffermandosi sul retro, in corrispondenza dell’abside. Era tutto come ricordava dall’ultima volta e questo lo tranquillizzò. Tornato sul davanti della piccola chiesa, assicuratosi che non vi fosse nessuno nei paraggi, si inginocchiò davanti alla soglia d’ingresso, si fece il segno della croce e iniziò a pregare. Proferì qualche formula in latino, poi si mise a parlare tra sé, sempre conservando la posizione genuflessa: - Non posso tirarmi indietro. Forse potevo farlo all’inizio, ma adesso tutto è pronto e domani sera dovrò già essere di ritorno con il compito portato a termine.

Tradire Nello non poteva. Per lui era a tutti gli effetti come un familiare, ma soprattutto con lui aveva condiviso buone e cattive avventure. Del resto quella donna l’aveva vista solo tre o quattro volte. L’ultima fu al loro matrimonio, quando Magliata ebbe l’incarico di procuratore; fu proprio lui a consegnare gli anelli nuziali.

“Non è stato neanche stabilito con esattezza il modo di ammazzarla…” pensò. “A strangolarla non ci penso nemmeno, non ne avrei il coraggio. Forse potrei buttarla giù dalla finestra del castello, almeno non assisterei direttamente alla sua morte…”

Le soluzioni che gli venivano alla mente erano tutte macabre. Magliata forse non si rendeva nemmeno conto dove i suoi pensieri lo stessero portando.

“Potrei convincerlo a rinchiuderla in una stanza del castello affinché muoia di stenti… così non si sporcherebbe le mani nessuno”.

Gli tornò poi in mente il volto della giovane donna la seconda volta che l’aveva vista, quando aveva avuto occasione di scambiare con lei i soliti convenevoli. Fu in quell’occasione che poté ammirare meglio i suoi occhi che lo guardavano curiosa.

- No! Non posso ucciderla. È troppo bella! Parlerò con lui e in nome di Dio proverò a convincerlo. Che colpa ne ha lei, se ora Nello si è innamorato della ricca Margherita e vuole sposarla? Sicuramente ci sono altre possibilità per risolvere la questione. Ma quali? Non ho più tempo per pensare…

Dopo queste parole a mezza voce, tornò silenzioso, si alzò dalla scomoda posizione e andò a sedersi di lato, su un tratto di muretto che delimitava l’area del sagrato. Appoggiò gli avambracci sulle ginocchia e unì così le mani incrociando le dita, in una sorta di posizione di preghiera che risultava decisamente più comoda della precedente. In quel modo ebbe la possibilità di rilassarsi fisicamente e i pensieri presero il largo senza distrazioni. Ma erano pensieri senza via d’uscita, che giravano in tondo senza sosta.

Passò più di un’ora. Le onde del mare si erano fatte un poco più rumorose poiché cominciava a penetrare nel golfo un leggero maestrale. L’uomo si alzò, si scosse un po’ il di dietro e tornò verso il barroccio, rendendosi conto che quella sosta meditativa in quel luogo sacro a lui tanto caro non aveva sollevato affatto il suo cuore, poiché sapeva che il gesto da compiere non se lo sarebbe mai perdonato in nessun modo. Si segnò appena, poi risalì sul carro, sapendo che gli ultimi istanti per pensare erano quelli del viaggio verso Massa; da lì non sarebbe stato più solo, poiché ad attenderlo ci sarebbe stato un uomo di Nello, che l’avrebbe condotto al suo castello posto nelle selve tra Massa e Gavorrano.

Fatta un po’ di strada, Porto Baratti non era più visibile. Superata una delle basse collinette che circondano il golfo, si estendeva di nuovo la pianura con i suoi pantani costieri, delimitata a nord dalle verdi colline dell’entroterra. Su una di queste si poteva scorgere la rocca di Campiglia e la sua cinta muraria che racchiudeva il nucleo abitato, da dove si dominava tutta la pianura antistante e l’ampio golfo a oriente di Piombino.

Raggiunta la strada principale, questa correva diritta a sud-est per la pianura. Superato il fiume che sfociava in laguna, occorreva proseguire ancora per un bel pezzo, fino ad avvicinarsi quasi alla costa. Sulle boscose colline più avanti era impossibile non accorgersi del castello di Scarlino con il suo borgo e di quello di Gavoranno, poco più in là. Parevano farsi compagnia, immersi com’erano in quella enorme selva verde che copriva tutti gli altri monti circostanti.

Tra le colline e il mare ancora acque paludose, che quasi erano un tutt’uno con quelle di Piombino. Per andare a Massa occorreva a quel punto deviare verso l’entroterra, seguendo l’ampia valle verdeggiante solcata da un modesto corso d’acqua.

Nel pomeriggio il carro era già su quel tratto di strada, seguendo un destino al quale Magliata non era riuscito ad opporsi con la forza necessaria. A meno che l’uomo avesse escogitato una via d’uscita onorevole per lui… una via che avrebbe nel contempo permesso a quella povera donna di salvarsi…

Ma i suoi pensieri ormai ci sfuggono, proprio come il suo carro, divenuto poco più che un puntino marrone fra la campagna massetana.

***

Riccardo fu il primo ad avvicinarsi ai resti del castello, ridotto a qualche tratto di mura messe in risalto dai recenti restauri. Quel magnifico posto era sostanzialmente come lo ricordava la prima e unica volta che ci era stato, circa dieci anni prima.

Cinzia e gli altri amici arrivarono subito dopo.

Nonostante la primavera fosse cominciata da poco, era già caldo. Ma il panorama della valle del Bruna che si poteva godere dal Castel di Pietra meritava la fatica!

Lui corse subito verso la lapide collocata molti anni prima, sul muro del rudere, dal Comune di Gavorrano; recitava i famosi versi di Dante. Riccardo aspettò che si avvicinassero gli altri, poi si mise a leggerli ad alta voce:

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via”,

seguitò il terzo spirito al secondo,

“ricorditi di me che son la Pia.

Siena mi fe’, disfecemi Maremma:

salsi colui ch’inanellata pria,

disposando, m’avea con la sua gemma”.

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