IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
FRANCO FEDELI
COME PIOVEVA
Da qualche giorno Daddo è in una forma da sballo, prende al volo rullate complicate prive di sbavature e shuffle da paura quando Gianni, senza badare a spese, svisa di brutto con la Gibson di seconda mano su un pezzo funky o sui capolavori di Jimmy Endrix; e una canzone da quattro minuti di Ligabue diventa lunga come un brano classico dei Pink Floyd. Cosa gli capita, a Daddo?
- Che ti sei fumato di bello, amico? Dacci il nome del fornitore!
Daddo è un tipo taciturno, odia tutte le droghe e non fa niente per mettersi in mostra. Dietro la batteria, nelle prove del sabato al Liceo, di Daddo si intravede solo la chioma di un biondo opaco e i disegni aerei delle bacchette quando battono sul crash o sui piatti del charleston. A fine prova si accende una sigaretta con calma, non si butta nella mischia per prendere pacche sulle spalle o piccole dichiarazioni d’amore delle piccine di quarta ginnasio. Qualche volta, di rado, chiede a Geck se ha suonato bene; se, insomma, quella rullata sul pezzo dei Red Hot Chili Peppers era a posto o un pò cannata, perché Gianni ha stoffa di leader, ma Geck ha un orecchio vicino all’assoluto e scoprirebbe un diesis minore in una foglia che cade in terra nel traffico convulso dell’ora di punta.
E’ l’ultimo arrivato nel gruppo; ha fatto le prove tecniche per più di un anno sbattendo su fustini vuoti di detersivo, perché la stoffa c’era e la voglia di suonare anche. Una mattina di sciopero a scuola è andato nello studio dentistico della madre e, senza parafrasare, ha chiesto per il compleanno una batteria non necessariamente di marca.
- Voglio suonare con il complesso dei miei amici, mamma; ho visto su e-bay una batteria che potrebbe andare, se la ordino subito arriva in dieci giorni.
Senza attendere la risposta, è tornato a casa e con il mouse ha cliccato su “metti nel carrello” nella pagina degli acquisti on-line, ha riempito correttamente gli spazi della liberatoria al consenso dei dati personali, ha memorizzato in una cartella la foto della batteria e poi, mani dietro la testa, ha allungato le gambe sotto la scrivania concedendosi un sorriso appena percettibile.
Ha preso un mese di lezioni facendo qualche sacrificio, ha imparato a tenere il tempo suonando sulle basi scaricate da internet, quindi ha portato la batteria con l’Ape dello zio a casa di Gianni.
- Da oggi suono con voi- ha annunciato, e Geck gli ha battuto il cinque. Gianni è rimasto mezz’ora a bocca aperta continuando a pizzicare la Gibson senza amplificazione, finalmente ha realizzato che la proposta non ammetteva discussioni o repliche e, alla fine, lo ha messo alla prova.
-
Facciamo Black night.
-
D’accordo, facciamo Black night.
Nel Diciotto Egisto era poco più di un bambino quando un signore distinto, abituato ad esibirsi in frac e con un vistoso monocolo, scrisse una canzone destinata a durare nei secoli. Nel trentatré Egisto aveva sentito quel brano per la prima volta passando accanto alla pasticceria del centro, nei mesi in cui Mussolini tentava di imporre al Paese un’adeguata coscienza radiofonica; e se ne era subito innamorato. La pasticceria non era alla sua portata, ma quella scatola magica di legno di castagno laccato trasmetteva nell’etere a costo zero; bastava fermarsi qualche minuto davanti alla porta, prima di andare a riparare grondaie in giro per il paese. Il primo gennaio di quell’anno, in una giornata di tempo bello come fosse marzo inoltrato, aveva indossato la giacca buona con la cravatta intonata e si era appoggiato al lampione davanti al negozio per sentire Niccolò Carosio che, in diretta per la prima volta, raccontava agli italiani la batosta bolognese della Germania e delle tre pappine rimediate nel giro di pochi minuti. Partita amichevole, d’accordo, ma sempre una bella soddisfazione!
Ora che Egisto aveva preso una cotta per Mirna, quella canzone era diventata la colonna sonora della sua esistenza, il motivo conduttore della sua infatuazione.
- Anche noi ci siamo incontrati per combinazione, Mirna, ti pare?
- Ma mica sotto un portone, e non pioveva nemmeno.
Aveva sudato più di sette camicie, Egisto, per conquistarla; l’aveva attesa ogni sera all’uscita dalla bottega di camicie, puntuale come un orologio svizzero, già ripulito e sbarbato per fare bella figura; ma Mirna sortiva dal negozio con le sorelle Caponi, sarte in prova, e insieme guadagnavano la cantonata della via correndo come Ondina Valla alle Olimpiadi di Berlino che si sarebbero celebrate fra tre anni; ridevano tra loro, tutte le sere, vedendo quell’articolone al solito posto che sembrava il cane da guardia del negozio e la padrona, nel chiudere la saracinesca, lo appellava con la solita canzoncina:
- Aspetta aspetta, che la pazienza non vuol fretta…
Ridevano di lui, ma nei risolini di Mirna Egisto aveva intravisto una possibilità, un certo interesse; bisognava avere pazienza, come gli cantava la signora Bertani.
Il ventisette settembre di quell’anno, in un tardo pomeriggio di foglie secche e scirocco appiccicoso, Egisto rientrava a casa per prepararsi all’appuntamento, dato che la cosa si stava mettendo bene e negli ultimi tempi Mirna, se non altro, rispondeva al suo saluto con un timido e fugace “buona sera”. Si era preparato un discorsetto con punti e virgole al proprio posto, una dichiarazione breve ma precisa per la quale lei non avrebbe potuto che cedere e concedersi finalmente al fidanzamento in casa.
Passava davanti al forno del Rosati, quel fascistone della prima ora che aveva scritto all’ingresso del negozio un “Vinceremo !” a caratteri cubitali, quando fu avvicinato da tre energumeni che conosceva solo per la loro fama di picchiatori.
- Si mette male - pensò. Tentò di allungare il passo facendo finta di niente, ma le camicie nere lo raggiunsero a due passi dai gabinetti pubblici; una radio dal laboratorio di modista mandava in onda una reclame magniloquente per la nuova trasmissione delle ore venti, che da quella sera avrebbe informato il popolo italico sui fasti quotidiani del regime.
Il più alto, che portava all’indice destro un vistoso anello a forma di teschio con tanto di coltellaccio tra i denti, dopo aver rollato una dose autarchica di trinciato forte nella cartina trasparente lo prese per il bavero e gli sputò in faccia una domanda pleonastica.
- Lolini, ci risulta che non hai ancora preso la tessera; mi sbaglio o dico bene?
Il più tarchiato dei tre non attese la risposta; gli assestò tre ceffoni in faccia ed una serie di pedate nelle parti più delicate. Il terzo, con baffi curati e un’evidente divisa nei capelli pettinati con la brillantina, lo colpì al volo con un manganello nella schiena mentre Egisto si accasciava a terra.
- Comunisti di merda, te e tuo padre; ve la facciamo vedere noi, figli di buona donna!
Lo spinsero a forza dentro il vespasiano e gli riempirono la bocca di olio di ricino, costringendolo a trangugiare tutta la bottiglia; poi lo lasciarono a vomitare.
In un paese di poche anime le notizie hanno le gambe corte; i particolari di quell’aggressione, che aveva seguito un rituale decisamente superato, arrivarono di rinterzo anche nel negozio di camicie. Mirna quella sera, invece di rientrare in fretta a braccetto con le sorelle Caponi, prese la via di casa Lolini per informarsi sullo stato di salute del suo articolone.
-
Avevi paura che mi avessero ammazzato? - le chiese Egisto con la bocca tumefatta
priva di due incisivi, prendendole la mano; poi, con la gioia più grande di
questo mondo, la presentò al suo vecchio.
Daddo
ora ha bisogno di confidare a Geck la sua storia appena iniziata; non ne parla
ancora con Gianni perché per lui essere innamorato è cosa quotidiana. Gianni
è sempre, costantemente, incondizionatamente conquistato da tutto l’universo
femminile; le donne e la sua chitarra sono elementi di cui non potrebbe in alcun
modo fare a meno, ma la Gibson gli dà, tutto sommato, meno problemi. Geck
assomiglia a Daddo, se si prende una sbandata non ne fa cosa pubblica, è
introverso come lui, non parlerebbe nemmeno sotto tortura; l’accenno alla sua
storia con Giudi, una volta raccontato a Geck entra in cassaforte di sicurezza e
vi rimane fino a nuovo ordine. Da qualche settimana Daddo ha acceso il suo
personale occhio di bue su quella ragazza un pò diversa dal coro, che non si
lancia sulla ribalta e non cerca consensi o raccomandazioni per diventare
solista del gruppo. Sa perfettamente che gli Orange Bud hanno bisogno di una
cantante brava, sa anche di essere intonata e di avere il fisico adatto al
ruolo, ma non sbraita per arrivare a dama. Daddo se ne è innamorato anche per
questo, adesso dovrà solo
aspettare il momento giusto per proporla al gruppo. Intanto studia il momento
opportuno per portarla in un posto tranquillo e farci l’amore.
Sta tutta qui la spiegazione delle sue performances ad alto livello,
quella voglia nuova di non essere più considerato in prova, quella strana magia
che rende le bacchette agili con tempi difficili da tenere, in quei brani a
rischio durante i quali anche Gianni, ogni tanto, prende una stecca sonora e si
confonde, rendendo necessaria una pausa. Lei adesso è la sua fonte
d’ispirazione, il suo valore aggiunto. Sull’autobus delle sette che li porta
ogni mattina a scuola, verso quell’aula un po’ sgarrata del Liceo
scientifico Alessandro Volta dove Giuditta siede in un banco diventato troppo
piccolo, tre file indietro sotto il finestrone di mezzo, ne parlerà a Geck;
intanto accende una sigaretta senza filtro e ripassa con calma la stramaledetta
equazione canonica dell’iperbole omografica.
La mattina del sei novembre del Trentatré il paese si svegliò con una nevicata abbastanza prematura; il vento di libeccio aveva cambiato direzione e la temperatura era scesa in picchiata nel giro di poche ore, durante la serata precedente; il Vettori, in verità, l’aveva già capito, abituato com’era ad annusare l’aria e a capire al volo il volgere delle stagioni. Era questione di necessità, oltre che di esperienza; non era sufficiente ascoltare alla radio L’ora dell’agricoltore. Quando per campare ci si affida al carattere mutevole del tempo, bisogna stare sempre in campana, saper leggere anche un cambio di brezza, il modo diverso di volare di alcuni uccelli, la qualità e la quantità di certe nuvole e la loro direzione. La sera prima, alla chiusura del bar “Littoriano” aveva salutato il gestore con una previsione precisa:
- Domani, camerata, ci alzeremo prima per fare gli stradelli.
Il gestore sgobbava già di ramazza per andare a casa in orario decente e non gli prestò attenzione, ma il Vettori, una volta fuori, dette un’ulteriore occhiata al cielo e confermò a se stesso il suo presentimento.
- Eh si, domani ci tocca!
La mattina del sei, il titolare della bottega di fabbro ferraio e padrone di tutti gli attrezzi, aspettava sulla porta a vetri l’arrivo del suo lavorante spalando la neve e accantonandola ai bordi della via; quando arrivò Egisto, attaccò un discorso prendendola alla lontana, ma il messaggio era abbastanza chiaro.
- Senti, non te ne avere a male, ma qui il lavoro è sempre meno, e poi ci sono altre questioni che conosci bene; se tu ti iscrivessi al fascio…insomma, ho avuto pressioni precise, bisogna che tu ti trovi un’altra occupazione!
Egisto ci mise un po’ a capire, poi realizzò che il Baroni lo stava buttando sul lastrico. Il progetto di sposare Mirna e mettere su famiglia come tutti sfumava; le botte rimediate e l’olio di ricino, seppure fuori moda, avrebbero dovuto suonare come un campanello d’allarme, lo stesso compagno Gramsci erano anni che marciva in un carcere e non c’era verso di riportarlo in libertà nonostante i tentativi di mediazione tra il governo sovietico e quello italiano; ma Egisto credeva nell’amicizia e in certi valori che non considerava in discussione. Evidentemente si sbagliava. Tornando sui suoi passi, cercava di evitare la neve ghiacciata e il disagio per le parole da consegnare alla promessa sposa, ma il groppo in gola era come un rospo maturo che non era facile mandare giù. Quella radio che giorni prima aveva cantato le note di “Come pioveva” adesso lanciava nell’etere bigio e freddo di tramontana la notizia del giorno: Mussolini aveva licenziato i ministri dell’Aeronautica e della Marina diventando il capo supremo delle Forze Armate; lui, più semplicemente, doveva cambiare aria.
Tentò una rapida analisi di come avrebbe potuto gestire quella situazione nuova ma intuì che, se fosse rimasto in paese, ogni strada gli sarebbe stata preclusa; di prendere la tessera del fascio non se ne parlava nemmeno, con una tessera ci si sarebbe pulito al massimo e volentieri il buco del culo. Egisto sapeva maneggiare solo martelli e fiamma ossidrica, faceva quel mestiere da quando aveva cominciato a seguire suo padre come un bravo garzone di bottega; poi il Baroni, anni dopo, considerando l’età da pensione, gli acciacchi e una mezza parentela con la famiglia del vecchio Lolini, aveva proposto al più giovane di entrare in affari con lui. Non gli avrebbe dato un gran salario, all’inizio, ma se le cose avessero cominciato a prendere la piega giusta, prima o poi sarebbe potuto diventare socio a pari dignità riscattando, con le prime paghe, il costo vivo della bottega e degli attrezzi.
Adesso,
invece, stava andando tutto a puttane.
Dall’ultimo viaggio con la madre nei Carabi alla fine dell’estate, Gianni è tornato con una sbornia musicale per i ritmi latino-americani. Ha comprato una serie di ciddì di compas e di criolla e un tres preso a buon prezzo in un mercatino, lungo il Malecòn dell’Avana. Sulla fedele Gibson, sotto il pick up, ha appiccicato un adesivo con la faccia in bianco e nero del “Che” e una scritta coi colori della bandiera della pace: “Me debo a Cuba”. Ogni tanto, durante le prove, mentre Geck e Daddo si dannano l’anima per portare in fondo un brano dei Nirvana, esce per la tangente e accenna note di guajira o un passo di una canzone di Bob Marley. Quando incappa in questi momenti, è inutile tentare di riportarlo in Italia; Gianni ha un potere soprannaturale di assentarsi per diversi minuti; da piccolo, durante la festa condivisa del primo compleanno a casa di Geck, scoprendo il caminetto acceso nel rustico iniziò a sbattere le mani quasi volesse prendere il volo e, per una buona mezz’ora, si incollò davanti al miracolo del fuoco mollando giocattoli e ciucciotto. Adesso, da qualche tempo, non scuote più le mani quando è eccitato, perché ne proverebbe vergogna, ma non ha mai smesso di eclissarsi all’improvviso, in qualsiasi circostanza, davanti a chiunque, in qualunque posto si trovi.
Geck,
ormai, non ci fa più caso; diciassette anni passati con lui, a scuola e durante
il tempo libero, hanno creato un’empatia più spessa di una corazza, ma le
prove sono un’altra cosa, le prove per il concerto di fine anno scolastico
sono un affare serio ed il tempo per perfezionare la scaletta è sempre poco.
Seduta su un cuscino, Giudi si asciuga le lacrime per il troppo ridere; ha un
cuore che scoppia d’affetto per quei
tre schizzati, ma è Daddo che ama, il suo Daddo quasi invisibile dietro i
piatti della batteria, con gli occhi nascosti dal ciuffo troppo lungo e dai Ray
Ban a goccia tornati di moda. Cosa farebbe se non li avesse incontrati? Con
quali amiche potrebbe condividere anche una sola di quelle sensazioni? Potrebbe
tenere un diario, ma la cosa le pare abbastanza banale; non scrive nemmeno
messaggini sul telefonino, come fanno tutte le altre compagne di scuola, perché
è un palmo sopra la massa. Non si atteggia a intellettuale, Giuditta; è
diversa perché è nata così, sempre un po’ più matura dei suoi coetanei,
sempre meno frivola del lecito, più intonata di quell’ochetta che, per
adesso, si è accaparrata il microfono e non si rende conto delle smorfie di
Geck quando zampetta sul palco e storpia senza pietà gli acuti perfetti di Tina
Turner. Possiede un’ altra dote, Giuditta: la pazienza.
Agli inizi del Trentaquattro il vecchio Lolini prese il coraggio a quattro mani e, facendo buon viso a cattiva sorte, chiese di essere ricevuto dal podestà. Il gerarca si era avvalso a più riprese della maestria del fabbro e la moglie aveva prestato servizio a casa sua in qualità di donna delle pulizie, prima che la tisi la mandasse al creatore. Sembrava l’unico in paese, in quell’epoca che diventava ogni giorno più manicomiale, ad avere ancora riguardo se non rispetto per un galantuomo onesto lavoratore che non aveva grossi peccati da farsi perdonare, salvo quello di non avere mai voluto partecipare alla farsa collettiva del regime al potere. Il Righi lo accolse in casa e gli parlò.
- Caro Lolini, le cose stanno così, e saranno così per chissà quanto tempo. Vostro figlio non può nuotare contro corrente, perché ha già sbattuto una volta contro gli scogli e, prima o poi, rischia di finire annegato con un sasso legato intorno al collo. A buon intenditor poche parole.
- E cosa dovrebbe fare, mio figlio?
- Togliersi di torno, sparire per un po’ di tempo, capite Lolini? Vi siete mai chiesto perché non è ancora finito in galera o peggio ancora?
Il vecchio Lolini, con il berretto in mano, ascoltava con attenzione la sentenza ma sperava in cuor suo che il podestà offrisse a suo figlio un’alternativa più accettabile. Anche lui, come il suo ragazzo, si ostinava a credere ancora in quei valori che, fino a qualche tempo prima, avevano funzionato bene e non erano mai stati messi in discussione.
- E dove dovrebbe andare mio figlio?
- Svizzera, Lolini, in Svizzera…è l’unico posto in cui non avrebbe grane, magari troverebbe un’occupazione, facendo quello che sa fare meglio; ci penso io, vedrete che ve lo tratto meglio di come meriti, quella testa calda.
- Mio figlio, signor podestà, non ha mai fatto niente di male, che io sappia.
- E’ quello che non ha fatto ciò che conta, Lolini; per esempio non si è mai iscritto al partito, ma si ostina a vedersi con certi soggetti che prima o poi faranno una brutta fine. Quindi, se vi preme, accettate questa storia e lasciate che espatri in luogo sicuro. Per la procedura, sarà mia cura informare chi di dovere senza fargli correre rischi; voi ditegli che si prepari prima che sia troppo tardi. E ditegli anche che mi ringrazi, già che ci siamo! Non fosse per la considerazione che nonostante tutto ho per voi e per la nostra vecchia colleganza, a quest’ora sarebbe già da un bel pezzo sotto terra, credetemi!
Tre giorni dopo, Egisto fu messo di forza in un cellulare e accompagnato alla stazione. Dopo un viaggio che gli sembrò eterno, oltrepassò il confine e, con una mezza giornata a piedi accompagnato dalla fame e da un’amarezza più nera delle camicie da cui si era allontanato, raggiunse un posto mai sentito, sperduto fra le montagne nella valle del Gottardo, che si chiamava Andermatt.
Mirna, quando fu informata dell’accaduto, non fece storie; era abituata ai sacrifici, alle privazioni, a doversi guadagnare con il sudore i pochi scampoli di felicità che le erano capitati da quando era nata. Pensò che se quello era l’unico modo per riavere vivo il suo fidanzato, tanto valeva mettersi l’animo in pace ed avere pazienza.
- Questa commedia finirà, prima o poi - ripeteva alle amiche che le facevano il coro greco in bottega -mica durerà in eterno.
Il futuro suocero qualche sera dopo era andato a trovarla, quasi scusandosi con lei per ciò che era successo a suo figlio.
- Alla fin fine, mica ha niente da farsi riprovare, sapete. Il fatto è che a noi non piace né Mussolini né tutti questi toni trionfalistici; non è vero che siamo comunisti, o almeno non è vero per me. Se poi mio figlio la pensasse davvero in quel modo, io non ci vedrei niente di male; comunque non mi sembrerebbe un buon motivo per cacciarlo chissà dove come un ladro di galline o peggio ancora.
Teneva
il berretto in mano come davanti al podestà e si rivolgeva a Mirna con lo
sguardo basso; sapeva per certo che la ragazza era di buoni principi, adesso
scopriva anche che suo figlio aveva buon gusto ed aveva fatto bene ad insistere
per averla come fidanzata. Mirna aveva un carattere forte; non è facile per
nessuno sopportare la scomparsa in pochi mesi prima della madre, morta di non si
sa bene cosa, poi del padre, ammazzato al bar "Littoriano" dai
fascisti la sera di Natale perché, ubriaco, aveva sputato sulla fotografia del
duce; ma lei si era rimboccata le maniche, come sempre, cercando di scoprire
ogni giorno, anche nei momenti più neri, anche in quel periodo di prove
continue da superare, un qualche motivo di speranza, un segno minimo che le
cose, prima o poi, sarebbero cambiate.
Geck arriva ogni mattina in zona Cesarini all’appuntamento con l’autobus; scende al volo dal motorino e sale di corsa i tre scalini con il boccone della colazione ancora in gola, poi si siede accanto a Daddo che, salendo due fermate prima, gli serba un posto accanto. Se hanno compiti o interrogazioni, si salutano al volo e danno un ultimo ripasso alle zone in ombra delle ultime lezioni. Ma oggi è quasi giorno di festa, due ore di educazione fisica e poi tutti al mare; fra tre giorni anche il terzo anno andrà in archivio, sempre che una prof troppo zelante non voglia convincere il consiglio di classe a rovinare l’estate con qualche debito a tradimento.
Quando si incontrerà con gli altri, non avrà parole che per l’esibizione di domani, davanti a tutti i ragazzi del Liceo e agli altri studenti dello Scientifico che non vorranno perdersi il primo concerto pubblico degli Orange Bud. Verranno apposta con l'autobus che parte dalla stazione alle undici.
Daddo, invece, prima di mettere testa all’evento, ha quel compito minimo da assolvere; e lo deve fare subito, le faccende tirate per le lunghe hanno sempre qualche controindicazione fastidiosa. Come direbbe sua madre odontoiatra, "meglio togliere subito il dente che balla".
- Sto con Giuditta...da quella sera che il Drago ha preso la sbornia all'Irish Pub e abbiamo dovuto accompagnarlo a casa, io e Giuditta. Era talmente fatto che non ce la faceva nemmeno a reggersi in piedi. E' successo al ritorno... tutto strabello, lei non aveva mai dato un bacio ad anima viva, mi credi?
Geck annuisce. Non c'è bisogno di chissà quali commenti, la cosa era diventata abbastanza evidente. Daddo adesso si è tolto un bel peso, ma rimane una parte della questione, non marginale, che deve essere accennata.
- Ti piace come canta Matilde?
- Come non canta...direi; Matilde è da Corrida, non da concerti; ma nessuno ha il coraggio di sbatterglielo in faccia.
Ora o mai più, la palla va presa al volo.
- Giuditta è parecchio intonata.
Geck lo guarda con la coda dell'occhio e sorride, perché se lo aspettava.
- Per il concerto di domani non c'è storia; ma l'estate è lunga, tra due settimane suoniamo al Circolo velico, Giuditta deve mettersi sotto e imparare una decina di brani.
- E affanculo Matilde...
-
Giusto, affanculo Matilde!
Dopo un po’ di tempo che servì per ambientarsi alla nuova situazione in terra straniera, Egisto entrò in contatto con altri fuoriusciti politici e, nel mese di luglio, conobbe un militante comunista entrato in modo clandestino in Svizzera. Egisto gli parlò a lungo di suo padre, di Mirna e delle botte ricevute, gli spiegò che già non vedeva l’ora di rivedere la sua fidanzata, che voleva sposarsi al più presto, si informò sulla situazione in quei luoghi dove il fascismo sembrava non avrebbe mai attecchito. Poi chiese di lui e della sua storia. Il compagno lo prese sotto braccio e lo accompagnò in un locale dove servivano piatti italiani; davanti ad una porzione generosa di pastasciutta al ragù lo esortò a collaborare con un giornale che veniva stampato dai comunisti ticinesi e poi si presentò.
- Dai una mano a Falce e Martello, ma stai all'erta; qui l’aria è diversa, si respira meglio che da noi, ma i socialisti godono di maggiori simpatie; i comunisti, purtroppo, anche in Svizzera non piacciono quasi a nessuno.
Egisto seguiva con interesse il filo del discorso, come uno scolaro diligente davanti ad un buon insegnante.
- Comunque, qui gli antifascisti si danno da fare; l'anno scorso, per farti un esempio, nella parte francese i compagni di Ginevra hanno costruito una sede delle colonie estive; si chiama Saint-Cergues les Voirons, il posto... proprio un bell’edificio, fatto bene; ma quello che conta è che a costruirlo hanno collaborato volontari italiani e svizzeri; tutti insieme, gomito a gomito.
Il compagno dette un’ultima occhiata ad Egisto prima di congedarsi. Lui ricambiò lo sguardo come se volesse imprimerselo per sempre nella memoria, poi gli si inumidirono gli occhi.
-
Se tu avessi bisogno di me per qualsiasi problema trova il modo di farmelo
sapere; magari scrivimi a Zurigo, questo è il mio attuale indirizzo. Mi chiamo
Ignazio Silone.
Stasera Daddo si vede con Giuditta al Palagolfo, al concerto dei Nanosecondo; sarà lui a parlarle, perchè è giusto così. Avrebbe potuto farlo Geck, ma Daddo ha un codice d'onore, nel suo piccolo, e poi è meglio dividersi compiti e responsabilità. Daddo farà la sua proposta a Giuditta, Geck se la vedrà con Gianni e la sua infingardia atavica a cambiare le cose prima di averle digerite e metabolizzate a sufficienza. Anche lui sa perfettamente che la cantante non è un gran che, che ha un timbro vocale più adatto allo Zecchino d’oro che al sound degli U2, e la Gibson deve prodursi in salti mortali per coprire i punti critici nei quali l’intonazione fa i conti con i propri limiti e viaggia sul filo critico della stecca; ma ha uno sponsor potente, Matilde, sua Maestà il Preside del Ginnasio Liceo, e Gianni potrebbe temere ripercussioni future. Quindi Geck dovrà agire sulla psicologia di Gianni, magari stabiliranno di scendere ad un compromesso; Matilde canterà con loro nei concerti della scuola dell’anno venturo, ma quando il complesso si esibirà per conto proprio, non ci saranno obblighi che tengano e gli Orange Bud avranno la cantante che meritano.
Daddo accende l’ultima sigaretta del pacchetto mentre aspetta Giudi; il Palagolfo è pieno come un uovo, sul palco i riflettori giocano con il pubblico ingannando l’attesa, perché i Nanosecondo hanno obblighi contrattuali con le radio e le televisioni locali prima di salire e scatenarsi sul palco. Seduto sulle panchine all’ingresso della tensostruttura, batte sui ginocchi le mani ossute quasi impugnasse le bacchette, muove ritmicamente la gamba sinistra come aspettasse di essere chiamato alla cattedra, in quei secondi tragici durante i quali il dito del prof si allunga sull’elenco anagrafico del registro in cerca della vittima da interrogare.
Poi, in fondo al viale alberato, tra i ragazzi che sciamano verso il Palagolfo in cerca dell’ultimo biglietto utile per il concerto, appare Giuditta ed il cuore di Daddo, all’improvviso, accenna un rapido movimento tachicardico. Giudi è splendida, solare come una Madonna del Pinturicchio, e viene per lui; e lui si sente fortunato ed in dovere di regalarle qualcosa di importante. Prima ancora di entrare, le parlerà degli Orange Bud e della loro decisione di adottarla come cantante solista. Ma quando Giudi lo abbraccia, saltano tutte le strategie, colano a picco anche le migliori intenzioni. E' lei, adesso, la piccola stella di Ligabue che ha trovato il suo cielo, e sarà stella anche per chi la ascolterà, quando si metterà davanti ad un gelato e comincerà a cantare, senza pose costruite, con la semplicità che è la sua dote più grande.
Mentre prendono posto, Daddo non riesce a staccarle gli occhi di dosso; se potesse, scriverebbe una canzone solo per lei, per lei farebbe salti mortali, anche se a fatica riesce a farle capire solo una minima parte dei suoi sentimenti.
- Sei troppo chiuso - gli ripeteva sua madre solo fino a pochi mesi fa; ora anche lei deve avere intuito qualcosa e non lo angoscia più. Daddo riesce a tirar fuori quattro parole essenziali solo con Geck, perchè fra giovani orsi ci si capisce meglio, il carattere mica si può cambiare come una maglietta sporca.
Quando si spengono le luci, i fari del service si lanciano sulla folla come saette in un concerto psichedelico degli anni Settanta e il cantante dei Nanosecondo accenna una vecchia canzone dei Doors, An american prayer.
Giudi prende la mano di Daddo.
-Dopo
il concerto… le parlerò dopo il concerto; forse è meglio così.
Egisto continuò a fare in Svizzera ciò che gli riusciva meglio; trovò lavori saltuari in fabbriche di carpenteria metallica, riparò attrezzi nelle miniere e impianti di scarico ad uso domestico nelle abitazioni private. Ogni tanto, dopo il lavoro, prestava volentieri manovalanza alla redazione di Falce e Martello finché, nel Trentasei, anche l'esperienza del giornale si esaurì, dopo undici anni vissuti pericolosamente. Nel Quarantatre, l'otto settembre, con la caduta di Mussolini e l'armistizio firmato da Badoglio con gli alleati, sperò che la buriana fosse finita e potesse tornare finalmente in Italia. Ma i tempi non erano maturi. Adesso il nemico parlava tedesco, e non era meno pericoloso di prima.
Un anno esatto dopo, da alcuni sfollati dell' ultim'ora venne a sapere che i partigiani stavano tentando la liberazione della Val d'Ossola; forse Egisto si sarebbe unito a loro se un banale incidente su un tetto non gli avesse fratturato la tibia della gamba sinistra e lo avesse costretto a diversi mesi di forzata inattività.
In
questi lunghi anni Mirna continuò il suo lavoro presso il negozio di camicie
aspettando il momento di riabbracciare Egisto; le arrivarono poche notizie
frammentarie, ma sapeva che era vivo, lontano dalle prepotenze avanguardiste e
da una vita che ogni giorno si faceva sempre più grama; in paese la radio del
bar “Littoriano” da anni non trasmetteva più musica leggera, ma solo
notizie di lutti certi e vittorie millantate. La mattina del dieci giugno del
Quaranta Mirna stava stirando una commessa di camicie bianche alla moda imposta
dal Pompei, quando la radio Balilla appena acquistata dalla signora
Bertani annunciò ai combattenti
di terra, di mare e dell’aria
che era giunta l’ora delle decisioni irrevocabili e che il
popolo italico scendeva in guerra contro le democrazie reazionarie dell’
Occidente.
Mirna intuì che il peggio non era ancora arrivato e si preparavano giorni ancora più neri. Ma il suo Egisto era stato accolto da una terra libera, non avrebbe fatto la guerra, magari era benvoluto da chi lo ospitava e si guadagnava il pane in maniera onesta; e ciò le bastava.
Il due maggio del Quarantacinque Egisto seppe della liberazione dell’Italia e della sconfitta definitiva dei nazisti; in quel preciso istante preparò il suo rientro a casa. Nel lungo viaggio di ritorno con mezzi di fortuna, oltrepassato il confine, si rese conto dal vivo della catastrofe, delle macerie, di un’umanità mutilata e annichilita dal conflitto; era stato fortunato, tutto sommato, ma di quella fortuna non ne andava fiero. Adesso, per la prima volta, ebbe paura di cosa avrebbe trovato tornando al paese, non aveva certezze sullo stato di salute di Mirna e di suo padre, si sentiva in colpa di non essere stato di nessun aiuto nei momenti più delicati e decisivi.
Dopo una settimana giunse in paese, rimasto quasi illeso perché il fronte era passato lontano, arrivò a casa e seppe di suo padre; il vecchio Lolini era morto da oltre un anno, sconfitto dall'età e da un malaccio allo stomaco. Mirna, almeno, stava bene.
Quando si affacciò alla vetrina della bottega di camicie, stentò quasi a riconoscerla; la ragazza un pò timida e riservata era diventata una donna, aveva cambiato pettinatura e una piccola ruga d'espressione le solcava gli angoli della bocca. Non osò baciarla, ma si abbracciarono per un tempo che alla signora Bertani parve troppo lungo.
- La pago ad ore per lavorare - disse il suo sguardo stizzito - mica per perdere tempo con tutte queste smancerie!
La signora delle camicie non aveva gradito per niente la caduta dell'impero e quella brutta fine del suo Mussolini a piazzale Loreto; in ogni caso, per non correre rischi, aveva cancellato dal negozio qualsiasi traccia visiva del regime appena trascorso, compresa la radio Balilla che funzionava ancora benissimo.
Alla chiusura del negozio l’articolone si fece trovare al lampione come ai vecchi tempi, prese Mirna per la vita e la portò in casa.
- Cosa hai fatto tutto questo tempo, amore mio?
- Oltre che pensarti ogni ora del giorno e aspettare il momento di tornare a casa?
-
Sai, Mirna, quando mi prendeva la nostalgia, quando mi sentivo a terra e tutto
mi sembrava nero come le camicie di quei bastardi, pensavo a noi e mi veniva in
mente quella canzoncina, te la ricordi? Ed io pensavo ad un sogno lontano, a
una stanzetta d'un ultimo piano...quando d'inverno al mio cor si
stringeva...come pioveva…come pioveva!
- Chissà, forse da qui in avanti la pianterà di piovere; ci hanno rubato un bel pezzo della nostra vita, speriamo che adesso il destino non ci si metta più contro!
Nei giorni seguenti Egisto risistemò la casa del suo vecchio, comprò un fondo per farci bottega ed una bicicletta coi freni a tamburo; alla fine, il primo maggio del Quarantasei accompagnò Mirna al cospetto del vecchio don Leontino e la sposò.
- Bada un po’ se ti voglio bene, Mirna; ti sposo anche in chiesa! Mi vedessero i compagni...
Dopo la celebrazione del matrimonio, i pochi invitati consumarono un pranzo preparato alla buona, perché le possibilità erano quelle che erano, ma non mancò la musica; tre vecchi amici degli sposi portarono due chitarre e una fisarmonica e cominciarono a fare festa intonando un pezzo che, nemmeno a dirlo, ripeteva il testo del signor Armando Gill.
“…Elegante
nel suo velo, con un biondo cappellin, dolci gli occhi suoi di cielo, sempre
mesto il suo visin…”.
Alla
fine del concerto dei Nanosecondo, Giudi è entusiasta: non li aveva mai visti
dal vivo, non aveva mai ascoltato la loro musica se non nel suo lettore. Intona
per qualche attimo Belladonna Crymes e, involontariamente, lancia un
assist imprevisto a Daddo.
- Hai una gran voce, Giudi, ti vogliamo cantante solista del gruppo.
Giuditta non risponde subito, fa qualche passo in avanti sottraendosi all’abbraccio di Daddo, poi si ferma e lo bacia.
- Sicuri?
- Sicurissimi. Si comincia dopodomani, appena terminato il concerto al liceo.
Gianni, quando apprende la notizia da Geck, esplode subito nel suo tipico “No, dai, mica si può…non cazzeggiamo…!”; ma Geck ha il jolly in tasca e lo gioca subito.
- Guarda che Giudi canterà solo con gli Orange Bud; quando l’anno prossimo torneremo ad essere il gruppo ufficiale della scuola ci sorbiremo ancora Matilde, statti tranzollo, amico mio!
Gianni si prende il suo quarto d’ora di assolo, drizza la prua dei suoi pensieri verso chissà quale direzione, va di bolina con le parole di Geck, metabolizza, copia, incolla e poi archivia. Geck segue in silenzio mentre pizzica le corde del basso. Quando Gianni dà un ultimo colpo di braccia e rimette la barca in secca, Geck capisce che ci siamo, ha digerito la novità, si può fare.
- Deve provare.
- Lapalissiano, amico, deve provare subito; diciamo: agli inizi della prossima settimana.
Poi,
come se non fosse successo niente, inseriscono il jack nelle chitarre e fanno
l’ultima prova di Rock 'nd Roll Queen dei Subways .
Egisto ha ormai superato gli ottanta ed ogni sabato telefona al figlio per invitarlo a pranzo con nuora e nipoti. Rimasto solo da tempo, ha bisogno di avere con sé la famiglia almeno un giorno alla settimana.
Quando il figlio accetta l’invito, Egisto comincia a fischiettare il vecchio motivo del Diciotto e avverte la badante ucraina che prepari per sei; poi va al supermercato a fare spesa.
- Tu signore Egisto cantare sempre canzone strana…
Raissa non parla ancora bene l’italiano, figuriamoci se capisce le parole di quel vecchio motivetto e soprattutto ne intuisce le motivazioni. Certe volte, quando Egisto lo accenna, gli si bagnano gli occhi e il viso di Mirna gli appare come in un fermo-immagine.
- Era meglio se morivo io; o magari tutti e due insieme…che ci faccio da solo al mondo a quest’età, Mirna? Per dare noia a mio figlio e alla sua famiglia, ecco cosa ci faccio!
Ma oggi suo figlio declina l'invito.
- Daddo suona a scuola, papà, non possiamo venire!
- Daddo suona a scuola? E da quando?
- Hanno creato un gruppo, d'accordo col professore di musica. Oggi non possiamo venire.
- E allora vorrà dire che vengo io! Dimmi a che ore...
A mezzogiorno l'aula magna è già piena di ragazzi; tanti studenti che sono appena arrivati dallo scientifico sullo stesso autobus di Egisto cercano posti a sedere; gli altri del Liceo fanno casino e acclamano gli Orange Bud. Il vecchio entra in punta di piedi e si siede nell'ultima fila, quella in cima all'aula, quella più in disparte. Si è messo il vestito delle grandi occasioni e ha una voglia matta di sentire suonare suo nipote.
Mentre Geck accorda il basso, Gianni mette in ordine gli spartiti sul leggio, dà un'occhiata alla platea e si esalta.
- Boia, c'è il pieno, oggi… davvero strabello!
Daddo sceglie la coppia migliore di bacchette, ne accarezza le punte, prova qualche rullata, si aggiusta il seggiolino circolare. In prima fila, Giudi non aspetta altro che l'inizio. Tra due settimane, al concerto del circolo di vela, ci sarà lei a cantare. Matilde, con una vocina alla Paris Hilton, ringrazia al microfono il preside per l'occasione che è stata data loro e si prepara a stonare il primo pezzo di Patti Smith.
In quel preciso istante, nella penombra creata dalle luci smorzate, proprio dove meno te lo aspetti, Daddo scorge il nonno parato a festa; due parole a Geck che sorride, quattro a Gianni che rimane basito per mezzo minuto e a bocca aperta; dieci parole a Matilde per farle intendere che comincerà a cantare il secondo brano e che, per ora, deve stare seduta al suo posto ad ascoltare.
- In che accordo è?
- Fa, sol, la...
- Voi siete fuori di testa!
- Zitto e suona; altrimenti questo pezzetto lo faremo in tutti i concerti dell'estate...!
Quando si accende il faro centrale sugli Orange Bud, mentre la platea viene messa al buio e studenti e parenti si zittiscono, Gianni dà il via al primo pezzo.
E inizia a suonare Come pioveva.