IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

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ELISA VIERI

COME LE PAGINE DI UN LIBRO

 

Caro nonno,                                                                                                 

ormai da un mese partecipo al progetto di volontariato presso il Falusi. L’atmosfera all’interno del ricovero per anziani non è facile da descrivere, tuttavia tenterò di darti un’idea. Il Falusi stesso sembra un mondo a parte che segue proprie regole e leggi, discordanti dal mondo al di fuori di esso.

Esternamente sembra molto più piccolo di come è all’interno e ricorda un po’ un ospedale con i lunghi corridoi e le pareti dipinte di bianco. C’è un giardino piuttosto grande ma è poco curato e le erbacce coprono i rari fiori presenti con questo freddo. Ogni volta che lo guardo mi venite in mente tu e nonna con le vostre aiuole fiorite e gli orti che d’inverno proteggete con dei teli.

Le stanze  sono piccole, l’arredamento è così semplice da poter essere definito quasi spartano. A prima vista tutte le camere si assomigliano tanto da apparire identiche, ma uno sguardo attento riesce a notare i piccoli dettagli introdotti da ciascuno: un vaso di peonie come la signora Ernesta, un’immagine della Madonna con un piccolo crocifisso, la foto del figlio o del marito morto in guerra. È da questi dettagli, piccole rimembranze di qualcosa perso nell’oblio, che si avverte l’incredibile quantità di storie, di vite racchiuse dentro l’edificio.

Ma non è solo questo. L’aria stessa nel Falusi è più pesante, carica di mille fievoli respiri, di giunture che scricchiolano, risonante di leggeri colpi di tosse soffocati con la mano, di passi incerti e titubanti. È un’aria con un odore tutto suo, qualcosa non propriamente di vecchio quanto di antico. Mi ricorda i libri ingialliti con la loro carta fragile e quell’odore caratteristico quando li apri, un odore che parla di giorni e giorni su uno scaffale, di polvere, di mani che li hanno toccati, sfiorati, stropicciati, di persone che li hanno vissuti. Ognuno degli anziani del ricovero mi ricorda un vetusto volume, con la copertina sbiadita e strappata in alcuni punti, ma le cui storie all’interno sono ancora perfettamente conservate, forse ancora più belle. Proprio come un libro, ciascuno di loro ha una storia da narrare, alcune belle, altre brutte ma tutte sempre più vicine di quanto uno si aspetti.

Il tempo scorre più lento al Falusi e fa un effetto strano vedere quei vecchietti che camminano con cura e lentezza, quasi come se avessero tutto il tempo del mondo, loro che ne hanno così poco. Mentre nella realtà esterna ogni secondo rubato è prezioso e si è oberati da compiti, faccende e contrattempi, nel ricovero ognuno ha a disposizione tutto il tempo che vuole. È la calma a regnare al Falusi.

Il mio progetto di volontariato consiste nel passare un po’ di tempo con gli anziani e nel raccogliere le loro storie. Conversare con loro è difficile perché spesso tendono ad evitare alcune domande, quelle che non reputano importanti o quelle che li toccano troppo da vicino in qualche punto scoperto, in ferite che le mille rughe del loro volto non sono state capaci di coprire. Alcuni di loro, nonno, sono peggio di te e quando si fissano su un argomento non c’è modo di distogliere la loro attenzione e continuano a ripeterlo all’infinito. Sono come dei fiumi in apparenza placidi, ma il cui flusso è impossibile arginare. Solo con il tempo ho imparato a lasciarmi trasportare dalle correnti delle loro vite, dagli abissi dei loro pensieri, dai mari ora limpidi ora tempestosi dei loro ricordi.

La signora Ernesta di cui ti ho accennato prima è una di quelle con cui parlo più spesso. Suo marito  è morto in guerra e i figli non si fanno sentire da anni, spesso si dimenticano persino di un biglietto di auguri per Pasqua o per Natale, altre volte sono gli infermieri a scriverli fingendo che siano da parte loro.  Fino a pochi anni fa, me lo ha raccontato un medico, lei si occupava spesso del giardino che grazie alle sue cure era in condizioni molto migliori di adesso. Purtroppo negli ultimi mesi la sua salute è drasticamente peggiorata ed ora “non può più affaticarsi per dei semplici fiori”.

Un pomeriggio, mentre fuori il vento ululava e la pioggia cadeva incessante, l’ho vista mentre guardava fuori dalla finestra. Osservava il suo giardino: gli steli d’erba piegati, i fiori e le sue aiuole distrutte.

-  Guarda quello che sta succedendo al mio giardino, cara. Guarda cosa la natura sta facendo a ciò che io ho coltivato con tanto amore e dedizione. Guardalo, Elisa, perché un giorno lo stesso potrebbe succedere ai tuoi sogni.

Con la voce strana e gli occhi tristi si è girata a guardarmi.

 -  Non permettere mai agli altri di stabilire se sei in grado o meno di fare qualcosa che ami. Io ho commesso questo errore e ora sono troppo vecchia per rincominciare tutto daccapo.

È molto religiosa, persino più di nonna, e spesso la vedo assorta nelle sue preghiere. Quando recita i suoi Ave Maria tutto in lei dà un senso di calma, ma nei suoi occhi spesso scorgo una traccia di paura, un timore per quella morte che non le sembra più molto distante, per l’esistenza o meno di quel Dio onnisciente.

A questo punto, nonno, forse ti starai chiedendo il motivo di questa mia lettera, il perché ti stia scrivendo tutto ciò. È semplice, nonno: questo mio progetto di volontariato mi ha fatto conoscere centinaia di frammenti di vita di altre persone. Persone che come te conoscono il vero significato della parola guerra perché l’hanno vissuta, persone che sono state malate e alcune di queste che lo sono tuttora, persone che hanno amato, sia anche solo un giardino o un singolo fiore, persone che sono state abbandonate e hanno abbandonato la voglia di vivere. Ognuna di queste persone mi ha raccontato la sua storia, la tua storia nonno. Perché ogni volta che mi avvicino a un anziano è il tuo sorriso che cerco nei suoi occhi, il tuo amore per la vita. Riesco a rivederti nelle loro ansie e nelle loro paure, nelle loro necessità e desideri, nei loro ricordi. Il mondo di cui mi parlano è il mondo dove tu hai vissuto, la società che tu hai contribuito a plasmare.

Il volontariato nei confronti degli anziani è il volontariato d’eccellenza non perché questi sono coloro che ne hanno più bisogno, ma perché sono le persone di cui noi abbiamo più bisogno. Rappresentano il nostro passato, le nostre radici; senza di loro non potremo mai innalzare le nostre fronde al cielo. La loro solitudine, che a volte tanto sdegniamo, è quella che potremmo provare noi un giorno.

Ciascuno di loro mi avvicina e al contempo mi rende consapevole della distanza che ci divide. Distanza, sì, perché per rendermi conto dell’enorme quantità di cose che non so su di te è stato necessario riscoprire questa mia curiosità, aprire gli occhi e pensare che forse non ho tutto il tempo del mondo per imparare a conoscerti.

Mi sono spesso chiesta perché la maggior parte degli anziani con cui sono entrata in contatto mi abbia posto relativamente poche domande sul mio conto e sia invece stata ben disposta ad aprirsi ad una perfetta estranea. Certamente deve contribuire la profonda solitudine che accomuna molti, eppure credo che non sia solo questo. Penso che di fronte alla morte, o comunque di fronte alla caducità della vita e dell’essere umano, uno dei timori più grandi sia quello di essere dimenticato. Di diventare solo un nome su una lunga lista di decessi, un’immagine sbiadita nella mente dei propri amici e parenti. La paura di lasciare questo mondo senza che nessuno ci abbia mai veramente conosciuto.

Per questo nonno ti ho scritto in una lettera ciò che non sarei mai riuscita a dirti a voce.

Io non ti dimenticherò mai.

Porterò avanti i tuoi sogni e le tue speranze nel modo in cui mi sarà permesso o riterrò giusto fare. Ti conoscerò, nonno, in modo che tu diventi un libro aperto per me: sulle tue pagine ingiallite riscriverò la mia storia. 

 

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