IL
MEGAFONO
Settimanale on line dall'11 febbraio 2006
ROCCO CHINNICI
CICCIO E LE PICCOLE MANTE
Tonnarella,
23 Agosto 2007
Era
da poco spuntata l’alba, e la scogliera quel giorno sembrava posta in modo
diverso, forse a causa della marea; si dice che la luna e il sole influiscano
con la loro attrazione a determinarla: bassa, o alta che sia.
Mi chiesi se durante la
notte appena trascorsa la luna non avesse avuto proprio la “luna per
traverso”, o che col sole... Il mare, sembrava che non l’avessero proprio
disturbato; certo! Avrà litigato col sole! E il mare... sì, era il mare che
rendeva diversa la scogliera.
Avrei
voluto chiedere a Ciccio, vecchio gabbiano color cenerognolo, sempre addossato
alla cima del grande scoglio, perché tanto strano appariva quel luogo dove
egli, incurante dei nebulosi pensieri, adagiato, guardava il mio rituale
scendere mattiniero. Ciccio sapeva che stavo recandomi a pesca, lo sapeva ed era
contento ogni qualvolta apparivo di buon mattino dall’alto della spiaggia con
i remi in spalla e la cesta col palamito , muoveva le ali come a voler battere
le mani e subito mi era dietro la barchetta volando quasi a sfiorarla. Sapeva
che ogni tanto, mentre innescavo gli ami mandandoli a fondo, gli lanciavo una
delle sardine pescate il giorno avanti, e che avrebbero dovuto essere esca del
piccolo... si fa per dire, palamito (quattrocento ami).
Mi
era compagno di pesca il vecchio Ciccio, non riuscii mai a capire se egli lo
facesse per darmi compagnia o perché sapesse di guadagnarsi dei prelibati
bocconcini; io, se devo essere sincero, mi sentivo più sicuro nel vedermelo
accanto. Il mare è un mondo meraviglioso e non si può non amarlo, bisogna che
tutti lo conoscano per apprezzarne di più le sue bellezze naturali e persino i
suoi malumori; e, a proposito di malumori, ricordo quanto dettomi da un vecchio
lupo di mare intento a rammendar le reti sulla spiaggia, mentre il mare in
bonaccia invitava i bagnanti a ristorarsi dalla calura estiva. Era terso quel
giorno il cielo, ricordo, e non v’era nessun alito di vento. D’un colpo
egli, senza che ve ne fosse la ragione, guardò in aria col suo sguardo profondo
che sembrava penetrare i perché della vita, e con un sereno sorriso mi disse
che da lì a poco il mare avrebbe fatto un rigurgito. Io non feci in tempo a
capire quanto voleva dirmi che subito scese il vento; il mare cominciò ad
incresparsi da far paura.
Io
lo guardai meravigliato preoccupandomi per chi, inesperto, aveva da poco preso
il largo con qualche piccola imbarcazione.
«Non
preoccuparti» continuò, con quel suo viso scarno e sereno. È solo un
rigurgito. Quanto più dura la bonaccia, tanto più sente, il mare, di fare
questo rigurgito: è come quando ci troviamo a fare delle lunghe mangiate»,
cercava di spiegarmi, mentre io guardavo stupito il suo volto, pregiata opera di
quel grande scultore ch’è il tempo «e poi... sazi, emettiamo un piccolo
rutto».
Un
grosso strattone mi distolse da quel dolce pensare: che fare, continuare a
mandare a fondo gli ami o tirare per vedere cosa aveva abboccato di grosso? A
finire mancavano solo una trentina d’ami; decisi così di continuare a mandare
giù il palamito, e subito ricominciare a tirar su dal primo amo.
Quel
giorno sembrava voler promettere bene, cominciai a prendere dei bei pesci; ogni
tanto n’affiorava qualcuno monco, mangiucchiato da qualche calamaro o pesce più
grosso, e Ciccio, della disgrazia, sembrava godere molto: sapeva che il rimasto
di quel pesce glielo avrai buttato in pasto, era già diventato un tacito
accordo.
Avevo
già fatto una bella pesca: orate, qualche merluzzo, spigole... ma di quello
strattone ancora non se ne sapeva nulla; che forse s’era “sboccato”? Ecco
che lo risentii! Ci siamo, mi dissi. Avvicinai il retino per evitare che il
pesce a fior d’acqua potesse sfuggire, e continuai a tirare su gli ami
cercando di “dare” lenza quando il pesce si ostinava a salire, mentre io
guardavo in fondo cercando di capire cos’era che tirasse tanto.
Il
sole cominciava a farsi “sentire”; Ciccio era intento a finire il lauto
pasto, quand’ecco che dal fondo cominciò, tra uno strattone e l’altro, ad
intravedersi qualcosa. Mi accorsi così di aver preso un grosso pesce
rondinella: avrà pesato sicuramente cinque chili, ecco il perché dei grossi
strattoni. I colori meravigliosi delle sue ali aperte mi affascinavano
tantissimo. Feci una gran fatica a farlo entrare nel grosso retino, e quando lo
adagiai dentro, sul fondo della barca, rimasi incantato ad osservarlo. Continuai
a tirare su gli ami rendendomi conto che non era quello il punto in cui avevo
sentito il robusto strattone; in quel punto rimanevano appena trenta ami da
mandare a fondo, mentre da tirare ce n’erano ancora quasi cento. Ripresi, con
la speranza che il grosso pesce non si fosse sboccato, tolsi dall’amo un altro
mezzo pesce che buttai a Ciccio, il quale dall’alto osservava senza che gli
sfuggisse niente.
Gli
ami venivano su senza esca e con una leggerezza strana, era come se il letto del
palamito lo avessi steso a galla anziché mandarlo a fondo; ma... è «a galla!»
urlai, tanto che Ciccio dall’alto mi guardò meravigliato. Gli ami non
venivano su, galleggiavano tutti; che si fosse rotto il filo legato alla zavorra
che fa scendere il palamito a fondo? Guardai avanti e vidi che galleggiava
qualcosa di massiccio; cosa poteva essere, se non dava nessun segnale?
Lentamente raccoglievo gli ami, e mi avvicinavo sempre più a quello che non
riuscivo a capire che pesce fosse; luccicava nel sole settembrino da sembrare...
sì, era proprio lei, una manta! Una grossa manta. Non sapevo che fare, se
tirarla in barca o cercare di farla andare; e come, se non prima avessi tolto
l’amo? Non potevo tagliare il bracciolo; le sarebbe rimasto attaccato in bocca
l’amo. Pensai di tirarla su, cercando di non farmi prendere dal pungiglione
che aveva in punta, sulla coda.
A
stento, aiutandomi anche con i remi, riuscii a metterla in barca: tanto era
grossa che prendeva quasi un quarto di barca; subito le cominciò ad uscire
acqua dalla parte bassa, acqua e sangue... sangue? Non è che... vidi venir
fuori, da sotto il gran peso, delle piccolissime mante, ognuna grande quanto
l’apertura di una mano; cinque in tutto, cinque piccole mante che, a
guardarle, vorrei che il tempo si fermasse, per come ferme ed impresse sono
rimaste nella mia mente quelle immagini che non mi lasceranno più.
Mi
feci animo, presi la grossa manta e la rimisi in acqua; pian piano le misi
accanto uno a uno i piccoli che subito nuotarono, portandosi sotto la loro
mamma, come i pulcini alle loro chiocce. Mi guardava, ed io non capivo se era un
saluto o un volermi dire “grazie”; era strano il fatto che rimanesse così
tanto immobile.
Ripresi
a remare lentamente per finire di raccogliere il resto del palamito, quando vidi
che lei mi seguiva con quei soavi movimenti, mentre sotto, i piccoli, adombrati,
seguivano lenti la madre che continuava a fissarmi; non riuscivo a capire il
senso del suo strano atteggiamento. Mi abbassai per prendere un amo che s’era
conficcato nella cassetta, dove tenevo il pescato, e con stupore vidi dietro la
cassetta una piccola manta, la sesta, di cui non mi ero accorto prima.
La
presi e la adagiai sul mare; la grossa manta aspettò che il piccolo le andasse
sotto come gli altri, e lentamente s’inabissarono nel loro meraviglioso mondo.
Non
capii il perché dello strano episodio avvenuto in barca; forse la paura aveva
sollecitato in lei il parto, o... chissà. Una cosa è certa, che quanto
successo è stato per me un sogno, un sogno ad occhi aperti che non dimenticherò
mai. Tirai il palamito e remai, con Ciccio che ripeteva il suo verso, chissà,
forse un saluto, l’ultimo, alla felice famigliola marina che come me faceva
ritorno a casa.