IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

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CLAUDIA CHITI

BARBARA

 

Mi chiamo Barbara.

Barbara come la santa del 4 Dicembre.

Barbara, una donna che protegge gli uomini.

Non è un caso se mi chiamo così. Quando tuo padre e tuo fratello lavorano in minire, quando prima di loro i tuoi nonni hanno passato la vita nelle gallerie, regalare alla prima figlia il nome Barbara è importante, importante come vivere…

E se si vive non si muore…

Io sono stata fortunata, perché non ho avuto nessuno per cui piangere, sì è vero, tante volte non sono riuscita ad addormentarmi fino a che non sentivo la porta che si apriva, troppe volte mi hanno raccontato di babbi mai tornati, di fratelli rubati da un crollo.

Almeno per ora…

Ma si dai, non si può continuare a respirare pensando che sia l’ultima volta che lo fai, a pensare che ci sarà un ultimo bacio, un ultimo saluto…

Eppure mi hanno cresciuta a non dare niente per scontato, a credere che la vita vada vissuta attimo per attimo e a godere dei secondi.

Il tempo qui non si conta con l’orologio, ma con i turni, con i passi sugli strabelli, con la sirena che suona. E se per disgrazia anche solo una di queste cose non è uguale a ieri allora il tempo si è fermato.

Tutto in casa ruota intorno alla miniera, non puoi provare a dimenticarti di lei che... accidenti, ti balza addosso come una bestia affamata.

Proprio stamani guardavo la cucina, mi sono svegliata presto per ripassare la poesia, oggi la professoressa di italiano ha deciso di interrogare e sono andata a fare colazione prima del solito. Mamma aveva preparato la panierina a suo marito e a suo figlio; ogni oggetto, ogni angolo della stanza ricordava lei…

La pentola con l’acqua per la pasta era ancora sul gas, accanto a quella del ragù appena riscaldato. Gli odori si mescolavano a quelli della frittata di patate, facendo a cazzotti con il mio caffellatte tiepido. Avrei voluto svegliarmi con l’aroma del caffè e quello delle brioches farcite di cioccolata, magari anche addolcite dallo zucchero a velo, quello che se respiri appena un po’ più forte va  dappertutto… come la polvere della miniera. Anche lei ti entra ovunque, in ogni angolo del corpo, una patina rossiccia che ti toglie il respiro, la stessa che sentirai rammentare mille volte insieme ad un’altra parola: silicosi.

Anche mamma stamani è uscita presto e non ha fatto in tempo a sistemare i resti di quel pranzo troppo anticipato, il camioncino “Frutta e verdura da Gigi“ è venuto a prenderla prima del solito, oggi è giovedì, il mercato è a Grosseto e serve oltre un’ora per arrivare.

A lei piace lavorare in giro per la provincia, certo d’inverno è dura svegliarsi presto, fare chilometri su chilometri per vendere frutta e verdura, spesso neanche i guanti riescono a riparare dal gelo della mattina, ma è altrettanto vero che grazie a mamma in casa non manca mai da mangiare, Gigi le regala l’invenduto, le verdure meno belle, quelle rifiutate dai clienti…già, se non sei perfetto nessuno ti vuole, ma non è importante, nella minestra non se ne accorge nessuno…

Al villaggio m’invidiano perché in casa entrano tre paghe e ci considerano ricchi, ma non è bello avere tanti soldi se poi sei sempre sola…

Mamma se potesse lavorerebbe anche la notte pur di non mandare i suoi uomini sotto terra. Vorrebbe esaudire ogni nostro desiderio, proprio come una fata.

E’orgogliosa della sua casa, una delle più grandi e quando per Natale mi hanno regalato una bicicletta la sua felicità superava la mia…

Era tanto che la desideravo, la invidiavo ad Alessandra, la figliola del Direttore della Società, la vedevo uscire dal giardino della villa e volare veloce, più veloce del vento nella discesa che porta alla piazzetta, e ancora più veloce lambire i camerotti, sfiorare le finestre di quelle stanzette tutte uguali e tintinnare il campanello, quasi per ricordare che lei è ricca.

Qualche volta ho provato a chiederle se potevo farci un giro, ma ho sempre ricevuto solo rifiuti. Ora che invece ce l’ho anch’io, anche se non bella come la sua, mi viene a chiamare a casa per invitarmi ad uscire con lei; tante volte le ho detto che non è giusto, che voglio continuare a passare le giornate con gli amici di sempre e che dovrebbe conoscerci prima di rifiutarci, che sarebbe bello giocare insieme e se anche i nostri genitori hanno preso la licenza elementare con le 150 ore siamo persone per bene. Ultimamente esce sempre meno dalla casa padronale e se lo fa è per raggiungere in auto gli amici del suo rango, figli di dirigenti e quando la saluto non è difficile vederla voltarsi dall’altra parte.

Don Sebastiano c’ha insegnato che di fronte a Dio siamo tutti uguali, ma forse per gli uomini non è così e quello che conta è di chi sei figlio…

Mamma non lo sa, ma io preferirei essere povera e stare più tempo con lei e babbo, invece capita raramente di trascorrere una giornata insieme, però quelle poche volte che succede è una festa, un regalo che si aspetta con trepidazione e come tutte le cose desiderate è apprezzato ancora di più.

Ho provate a chiedere il perché di così tanto lavoro, perché babbo ha scelto il cottimo e lui tirchio di parole come sempre mi ha risposto:

<< Amore mio, io pretendo per voi un futuro degno di questo nome, non voglio che Emilio continui a fare il mio stesso lavoro, sono arrabbiato con me stesso per non avergli dato la possibilità si studiare, ma ora devo guadagnare tanto per lasciarlo libero e dare a te ogni mezzo per volare via di qui, a rincorrere i tuoi sogni… lo sai Barbara, se corri più veloce di loro li puoi raggiungere… >>.

Babbo ha tanta paura delle esplosioni e delle frane, non vuole che mi avvicini. E’ strano… è come vivere con un fantasma in un castello che ospita turisti, con uno spettro che ti fa compagnia, conosci tutto di lui, anticipi le sue mosse, ne percepisci gli odori, ma non sei mai riuscita a vederlo in faccia… eppure avresti voglia di guardarlo negli occhi ed affrontarlo a muso duro.

Ma sai che non puoi farlo, perché lui ti riempie la vita, perché se fuggisse si porterebbe via anche i clienti e moriresti di fame.

Ed è per questo che in miniera non ci sono mai stata, intendo dentro la miniera e nonostante in casa non si parli d’altro non riesco ad immaginarla. O forse non ho neanche voglia di pensarla brutta come la descrivono loro.

Se fossi una brava pittrice mi piacerebbe un quadro colorato e non illuminato solo dalla luce fioca dell’acetilene, ma abbagliato dal riflesso di pietre preziose, diamanti…

a stessa dei nani di Biancaneve… immagino un mondo a testa in giù, un mondo parallelo, gli alberi con le radici sul soffitto, i ruscelli sulle pareti, regno ideale di folletti e gnomi...

Vorrei che il disegno evocasse bei ricordi, che fosse piacevole…

Vorrei che i minatori cantassero felici quando vanno a lavorare, invece le loro canzoni sono tristi e malinconiche, fanno piangere evocando tragedie mai dimenticate.

Noi abitiamo in un villaggio minerario, i miei compagni di scuola vivono giorno per giorno la mia stessa vita, respirano la stessa polvere, hanno le stesse paure, nei loro terrazzi ci sono stese le stesse tute ad asciugare, abbiamo gli stessi sogni, lo stesso desiderio di andare via, la stessa paura di andare via…

Facciamo tante cose insieme, quasi come se uniti si possa diventare più forti… più forti di cosa poi non si sa… e quando i nostri uomini entrano dentro la gabbia e si calano dentro gli inferi della terra, tutto ciò che è diverso diventa uguale.

Non sono più la bimba ricca da invidiare perché ha due paia di scarpe, ma solo una figlia che ascolta la sirena e sa che se urla fuori inizio e fine turno di lavoro è finito il mondo. Le rare volte che usciamo dal villaggio perdiamo completamente la nostra identità, non c’è nessuna Barbara, né Silvia, Damiano, Beatrice, Matteo: diventiamo i figlioli della miniera, quelli che vivono isolati dal resto del mondo, come se anche noi non avessimo un cuore, un cervello, come se si fosse tanti bambini fusi in uno solo.

Ma questo non è vero, i nostri disegni sono colorati e negli astucci le matite sono rosse, gialle, verdi e blu e viola e arancione, come quelle degli altri bambini figli della città. Magari è vero, rispetto a loro ogni cosa è una conquista, come quella più grande di sentire una porta che si apre e riuscire finalmente a dormire, perché anche oggi è andata…

Ho un sogno: diventare scrittrice, per questo ogni mio secondo libero è dedicato alla lettura, la professoressa mi ha detto che per imparare a scrivere serve leggere tanto.

E io lo faccio: quando posso ingoio ogni parola, ogni virgola, fagocito le pagine una ad una, tento di diventarne padrona… voglio imparare!

Spesso vado da Don Sebastiano a prendere in prestito i libri. Lui mi conosce bene ed è diventato complice del mio sogno, ha un grande scaffale zeppo di volumi di tutti i tipi, parecchi raccontano la vita dei santi, ma in seconda fila c’è posto per quelli d’avventura. E’ l’unico a cui faccio leggere ciò che scrivo, ne ho talmente tanta vergogna che mi sembra di confessarmi. E’ difficile liberare le tue cose…

Quando ho finito i compiti ed aiutato mamma a fare le faccende esco, qualunque sia la stagione e vado ad esplorare la macchia intorno casa, gli strabelli sono segnati bene e non c’è rischio di perdersi.

In uno dei miei viaggi ho trovato uno spiazzo pulito dai rovi e coperto di borraccina, una piccola isola circondata da corbezzoli e saggina e ho deciso di farlo diventare il mio “ studio privato “ ed è proprio qui che nascono le storie, ho scavato anche una buca dove ripongo il quaderno dei pensieri avvolto in una busta di plastica e coperto da un sassone.

Mi piace da morire rifugiarmi nel bosco e ancor di più vedere le pagine riempirsi d’inchiostro nero. E’ come entrare in una realtà solo tua e proprio per questo penso che non diventerò mai una grande scrittrice, figurarsi… miliardi di persone che leggono le tue cose e si permettono anche di criticarle!

Mi sentirei violata nell’anima, costretta a rivelarmi, quando invece le pagine mi nascondono così bene, è come una magia… ho voglia di essere una regina? Oplà signore e signori… ecco a voi la mia storia…

A scuola certe volte la professoressa insiste per leggere a voce alta il mio tema a tutta la classe e giuro che in quel momento vorrei sparire, infilami in un buco per non uscirne mai più.

Sempre la stessa situazione: lei che mi chiama e io divento rosso fuoco. Io che divento rosso fuoco e loro che battono le mani. Li ucciderei.

E pensare che mamma dice che leggere non serve a tanto ed è molto più importante imparare a rammendare e cucinare, che una donna è l’anima della famiglia, la custode dei bisogni e il pilastro della casa.

Secondo lei le donne si dividono in due categorie: le donne comuni e le donne di miniera.

Le seconde sono più fortunate perché sanno apprezzare gli attimi che si rincorrono e si addormentano aspettando la mattina; mentre le altre credono che solo per essere nata tutto le sia dovuto, anche la vita.

L’altra notte babbo ed Emilio erano di terza gita e noi abbiamo dormito insieme, ci siamo fatte compagnia.

E’ bello addormentarmi con lei, è un segreto solo nostro… figuriamoci lo sapessero le mie compagne di classe… a tredici anni si deve dormire da sole!

Sarà che quando loro vanno a lavorare ho tanta paura di non vederli tornare e rifugiarmi nel lettone mi aiuta a stare meglio. L’altra notte mamma era convinta che dormissi già, in realtà facevo solo finta; lei mi parlava e mi diceva di non arrendermi di fronte ai sogni, di essere caparbia, di lottare per essere felice, mi diceva di non abbandonare il desiderio di scrivere, di andare avanti e non ascoltare nessuno.

Credo che piangesse, per un attimo avrei voluto voltarmi per abbracciarla, ma se l’avessi fatto avrebbe smesso ed io non volevo… volevo continuasse a parlare, a raccontarmi tante cose, anche quelle che non ha mai avuto il coraggio di dirmi…

Mi sussurrava che quando aveva la mia età voleva diventare una ballerina uguale a quella dei sogni di tutte le bambine, con il tutù bianco e le scarpette rosa legate alla caviglia, un gruppo di ballerine che vivono solo la notte e svaniscono prima che sorga il sole, perse nelle mucche da mungere e galline da governare. Passava ore a muovere i piedi accompagnata dai suoi canti. Poi è arrivata la miniera e con lei la speranza di un lavoro migliore di quello della campagna, un lavoro che poteva garantire un futuro certo. Mi diceva che il podere fu lasciato in mano a lei e alle sorelle, mentre gli uomini di casa se ne sono andati in cerca di fortuna sottoterra e sottoterra risono rimasti: prima due fratelli e poi mio nonno…

Sembrava la panacea di tutti i mali, il passaporto per una vita migliore. In miniera si lavora tutto l’anno e ci sono i turni, la terra è soggetta alle bizze delle stagioni, la grandine rovina il raccolto per cui hai speso tempo e fatica, poi la siccità, i parassiti, gli animali.   

In miniera il tempo è sempre uguale, è sempre notte, ma alla fine del mese ti garantisce il pane, e non è detto che qualche mina debba provocare per forza un’esplosione…

Mi diceva che non è stato facile tirare avanti dopo la morte del padre e di stare tranquilla perché ora i tempi sono cambiati e ci sono le leggi cha garantiscono la sicurezza sul lavoro, che non è come nel ’54 quando quarantatre minatori sono morti nella strage di Ribolla in un giorno di inizio maggio, ora sono tutti più sereni, ci sono uomini che studiano il terreno, uomini che mettono il loro cervello a disposizione per salvare altri uomini… certo la paura è sempre presente, è una seconda pelle che non si stacca mai, neanche se ti bruci sotto il sole…

Ma le certezze rendono stupidi e ti fanno perdere il controllo della realtà, ci sono degli eventi incontrollabili, storie a cui è impossibile mettere la parola fine, credo sia proprio per questo che è bellissimo scrivere, ti puoi perdere nelle parole e giocarci finche non ottieni ciò che vuoi e cambiare la realtà.

E’ come guardare un blocco di pirite, ha mille facce e lo si può anche osservare un miliardo di volte, tanto non vedrai mai la stessa cosa.

Quando ero piccina ero convinta che il mio babbo fosse un uomo importante, che viaggiava tra un mondo e l’altro, portando a casa pietre preziose.

Mi piaceva specchiarmi nel lucido del quarzo rosa e pettinarmi riflessa nella pietra, mi sentivo la più bella di tutte, pensavo che se la matrigna di Biancaneve avesse avuto il mio sasso magico avrebbe avuto maggior fortuna…

Mi sembrava che quei sassi luccicanti avessero un valore immenso, che fossero talmente potenti da risolvere qualsiasi problema. Non mi sono mai chiesta davvero da dove provenissero, del fatto che potessero nascere sotto i miei piedi, che potessi camminarci sopra, calpestando le gallerie lunghe e strette.

Sembrava quasi una gara tra chi avesse preso il pezzo più bello. Ma come si fa ad andare a trovare gli amici e portargli in regalo un minerale?

Eppure questa terra è così nemica, e nello stesso tempo così materna, come se non si potesse parlarne male per paura di ripercussioni, di vendette…

Mamma, come tutte le mamme della miniera ha l’abitudine di esporre le pietre estratte al centro della terra in una vetrina in salotto… che brutta cosa!  Io quando diventerò grande e avrò una casa tutta mia non vorrò mai vedere niente che mi parli di sottosuolo, del buio, dell’umidità…

A volte la miniera vuole apparire anche romantica, le mine non esplodono, ma brillano.

Brillano come le stelle, solo che loro regalano luce e magia, mentre le mine servono per aprire altri varchi, altre gallerie e troppo spesso la deflagrazione porta morte e disperazione, ciò che brilla non può essere pericoloso… gli occhi brillano di felicità, il diamante brilla di luce…

Si parla di quadri come se si fosse nella galleria d’arte più importante del mondo, t’immagini una fila di cornici appese una dietro l’altra che si rincorrono sulle pareti, illuminati da luci che ne esaltano la bellezza… invece poi la delusione: qui non ci sono dipinti, ma armature che tentano di reggere le pareti, che sperano che il sasso stia al suo posto e non venga giù…

Le mie amiche mi prendono in giro e dicono che sono troppo romantica e sognatrice.

Loro fanno le furbe perché sono più grandi di me e già le guardano come donne, mentre io per far vedere un po’ di seno sotto la maglietta devo stare con la schiena inarcata, passerebbero la vita davanti ai camerotti ad aspettare il ritorno dei ragazzi dopo la fine del turno!

E magari è anche servito; nel tempo è nata pure qualche famiglia, complici le feste che la Società organizza al Teatro.

La cosa che mi piace di più è vedere le coppie che nascono, gli sguardi che s’incrociano, i sorrisi di approvazione delle mamme e quelli arcigni e gelosi dei  babbi e poi via via… le stagioni passano una dietro l’altre e nelle costruzioni basse, piene di stanzette quadrate si vive in continuo movimento.

Chi si sposa si trasferisce nelle residenze familiari, mentre nell’alveare arrivano ragazzi da tutta Italia per lavorare da noi. Piano piano diventano parte del nostro nucleo e ogni partenza è un piccolo o grande dolore, ogni arrivo una sorpresa.

Non sempre assumono brava gente, più di volta mi è capitato di avere paura di qualcuno, magari perché l’ho sentito litigare a voce altissima con i compagni di stanza.

Questo è un difetto che mi porto dietro da piccina, il terrore di rumori forti, di boati, di esplosioni…

Anche la sirena mi terrorizza, quel lamento acuto che ti entra dentro la testa e non esce più.

Emilio continua a ripetere di avere una sorella cretina che sobbalza per ogni scemenza e che se continuo così non combinerò mai niente di buono, tranne che scrivere storie stupide. Ma lo scemo è lui ed anche parecchio bugiardo, vuol farmi credere di essere un uomo forte, probabilmente lo è davvero, passa gran parte delle giornate ad armare gallerie, rischiando che un terreno friabile gli cada addosso, cancellando in un attimo i desideri di ventenne, però prima di andare a lavorare si fa il segno della croce.

Non immagina neppure che me ne sia accorta, invece una sera, prima della terza gita sono entrata in camera sua senza preoccuparmi della porta chiusa e ho scoperto il segreto. E’ diventato tutto rosso e mi ha trattata male, come se lui non avesse bisogno di un Dio che lo protegga.

Al villaggio dicono che si è innamorato di Silvia, la figliola del sorvegliante. Ha solo qualche anno più di me, ma è proprio bella…

Quando si va a ballare stanno sempre insieme e se la impegnano, con lo sguardo  cerca sempre lui. Sabato scorso non è venuta, i suoi fratelli erano di notte e lei, per rispetto è rimasta a casa. Emilio è stato con gli amici solo per poco tempo, poi con la scusa che era di prima e la mattina si sarebbe dovuto alzare presto è andato a dormire.

Mi piacerebbe vederli sposati a anche diventare zia, potrei raccontare ai nipotini le storie che ho scritto, e magari scriverne anche di più belle, per farli addormentare tranquilli.

Mamma e babbo sarebbero dei nonni favolosi, mamma non aspetta altro che mettersi a sferruzzare golfini e coperte, mentre babbo si farebbe convincere a tirare fuori dal garage i suoi attrezzi da falegname per costruirgli la culla.

Ho paura che Emilio non voglia fermare la sua vita qui, ma speri di andare via, in una città grande, portare con lui la sua sposa e trovare un lavoro sicuro.

L’altro giorno al bar parlavano che entro pochi anni dovrebbero aprire una grande fabbrica chimica per trasformare la pirite in acido solforico. E’una grande speranza per tutti, soprattutto per i giovani che potrebbero lasciarsi alle spalle questo pezzetto di terra e lavorare in un ambiente sicuro e tutelato, con orari meno massacranti, più garanzie e cosa fondamentale più sicurezza.

Se davvero succedesse una cosa del genere qui non rimarrebbe nessuno.

Io non voglio andare via. Fuori di qui mi sentirei come sfrattata dal ventre materno, lo so che è un paragone banale, che le scrittrici dovrebbero cercare immagini meno scontate, ma in realtà è così che mi sentirei.

Qui ho tutto ciò che mi serve, non ho bisogno di altro, proprio come un bimbo che cresce in uno spazio così ristretto, qui c’è la mia aria, il mio cibo, il mio calore.

Quando leggo i libri di avventura mi rendo conto che fuori da qui c’è un mondo diverso, che non somiglia per niente al villaggio. Mi piace immaginarmi in mezzo  ad isole diverse alla ricerca di tesori sotterranei…

Tesori sotterranei… anche io corropasseggiocamminosaltopiangorido sullo sterrato che cela i minerali e per noi sono più preziosi di qualsiasi forziere interrato chissà dove… non ce ne rendiamo conto, ma anche se la nostra terra non è circondata dal mare è divisa lo stesso dal resto del mondo, quando sei piccina ti sembra immensa, poi piano piano ti si stringe addosso al pare degli abiti che indossi fino a scoppiarci dentro, gli stessi abiti che passerai a tuo fratello, o ad un cugino o a qualcuno più piccolo, esattamente come hanno fatto con te…

Vorresti trovare il coraggio di tagliare il cordone ombelicale per muoverti da sola, in totale autonomia. Io invece questa forza ancora non riesco a trovarla, vivere in un posto così minuscolo cancella la paura di essere abbandonata, ogni faccia è familiare ed ogni arrivo fa presto a diventarlo.

Emilio non è come me, qui si sente soffocare, vorrebbe un’automobile per scappare via, immagina la fabbrica come la soluzione di tutto, si vede uscire dal lavoro pulito, senza scarponi pesi e la polvere che ti s’incolla addosso.

I ragazzi si raccontano storie di città che devono tutto all’industria, a come la gente si sia arricchita e si sia costruita un avvenire lontano da questi borghi, dove l’unico modo per passare il tempo è giocare a briscola al bar – spaccio o partecipare alle feste sempre uguali organizzate dalla Società.

Anche Silvia odia stare qui, lei vorrebbe essere maggiorenne per sposarsi e diventare mamma. Mi ha raccontato di quella volta che è andata a Roma con i suoi genitori a trovare un parente, si sarebbe incollata all’asfalto pur di non andare via. Ha respirato ogni pietra di quella città ed ha giurato a se stessa che mai avrebbe passato il resto della sua vita al villaggio. Pretende che i suoi figli crescano in mezzo alla civiltà e non allevati da poveri minatori ignoranti.

A Emilio non gliel’ho raccontato, ero troppo arrabbiato con lei per il giudizio impietoso che ha dato sulla sua gente, della sua famiglia, di lei stessa…

Sono corsa nel bosco e, al sicuro della radura ho sfogato la rabbia sul quaderno.

Ho pianto perché sono sicura che anche mio fratello la pensa come lei, possibili che non si renda conto di cosa facciano i nostri genitori per noi?

Possibile che debba farli sentire in colpa solo perché non siamo nati altrove?

Ha continuato il suo monologo, strillando come in un comizio che rimanere qui è un suicidio, è negare ai propri figli il mondo. Ma si può anche suicidarsi senza morire, dando l’illusione di essere vivi, e ho paura proprio di questo, ho paura che il vero coraggio non sia scegliere di morire, ma di vivere.

E non fuggire è da coraggiosi, questo posto può crescere, diventare grande e permetterci di non rimanere indietro. Si può andare via per poi ritornare, si può rubare l’esperienza e portarla in dote per poi usarla insieme e insieme diventare imbattibili.

L’altra notte raccontavo queste cose a mamma, abbracciate nel lettone, in attesa dei passi pesanti degli scarponi per le scale.

Lei ha scosso la testa e maledetto la miniera per avermi fato diventare grande troppo velocemente.

Mi diceva che questi pensieri non vanno bene per una poco più che bimba, che dovrei pensare alla bicicletta, al quaderno nascosto sotto il sasso, a quando diventerò famosa e sarò orgogliosa di raccontare la vita nel villaggio.

Silvia è diversa da me, usa la sua bellezza come passaporto, pensa che l’ammirazione della gente possa ripagarla dei giorni in cui ha aspettato con il cuore in gola i suoi uomini, in cui ogni secondo di ritardo ti fa battere il cuore forte e alzi gli occhi al cielo sperando che la colpa sia solo di una discussione sul rigore sbagliato da Mazzola.

O magari lei è uguale a me e sono solo diverse le strade per non soffrire.

Lei si perde nei fotoromanzi Lancio trasfigurandosi nelle protagoniste, vive le loro storie esattamente come faccio io con i miei personaggi, li fagocita quasi come volesse trasformarsi in loro…

La sua mamma è sarta e grazie a lei, alle sue ore china su pannine da orlare che si veste come un’attrice, che alle feste è la più ammirata.

Mi ha invitata a casa per farmi trovare i suoi abiti, ha insistito perché mettessi i tacchi… non ho mai provato tanta vergogna e il rossetto mi dava fastidio, ma Silvia è fatta così ed Emilio ne è talmente orgoglioso che, come dice babbo, lo racconta anche ai topi delle gallerie!

Però è geloso. Ed è stupendo avere qualcuno geloso di te. Almeno credo.

E’ bello ogni tanto provare a dimenticarsi della miniera, lasciare che la mente si occupi di tutt’altre cose, ridere davanti ad uno specchio che ti rimanda l’immagine di una bocca rosso fuoco, strambellare su di un paio di scarpe alte e far finta di essere una principessa.

No, io non vado via di qui, può succedere di tutto, e succederà di tutto, o forse non succederà niente, ma io ci sono nata, potrei anche essere cieca, ma riuscirei a riconoscere questo posto anche solo grazie all’odore… il tempo porterà via la minierà, ma non cancellerà mai ciò che abbiamo vissuto con lei… per lei.

E poi sono arrivate le 10,34 dell’8 Marzo 1971 e una maledetta sirena ha gridato… 

 

 

 

 

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