IL MEGAFONO

Settimanale on line dall'11 febbraio 2006

Torna alla Home

 

RICCARDO BANCHI

A DUE VOCI

 

La luce estiva del pomeriggio è intensa, amplificata da un cielo biancastro che va a confondersi con il mare. Il solito fastidioso scirocchetto lo rende un poco mosso e privo dei suoi colori migliori. All’ombra del portico ai margini della spiaggia non si sente neanche il vociare dei bagnanti, fermi come statue accanto agli ombrelloni sbiaditi; c’è solo il rumore di fondo delle incessanti onde disarticolate, sovrapposto all’altrettanto ininterrotto frinire delle cicale, che dall’alto dei pini sanciscono con apparente tracotanza la loro indiscutibile presenza.

- Mi viene caldo solo a sentirle! - pensa a voce alta la vecchia Elina. - Ci sarei bell’e stata sotto lo stellone, come fanno questi ragazzi.

- Io non ho caldo per niente. Con questo venticello umido, se non avessi il mio scialle di cotone, sarei già rientrata nell’androne.

- Oh Bruna! Che sei sveglia? Cinque minuti fa eri di sasso.

- Quando dormo la notte, dopo pranzo mi basta poco. Il problema è che spesso nella nottata rimango sveglia. Mille pensieri mi frullano per la testa, poi arriva l’alba e chi s’è visto s’è visto.

- Quanto a pensieri, io ce li ho anche di giorno - fa Elina senza dare troppa importanza. - La notte non mi vanno via, ma per fortuna mi vien sonno lo stesso.

- Beata te. Non puoi immaginare quanto è lunga la notte quando si sta svegli. E non è da quando sono in commenda che dormo poco. Ormai sono quarant’anni che passo le notti in bianco.

- Beata ma te! - rincalza Elina. - In pratica a star sveglia hai vissuto il doppio di me! Lo sai quante cose avrei potuto fare in tutte quelle ore che invece ho dormito di filato?

- Me lo immagino! Avresti fatto altri due o tre corredi, che ora se ne starebbero chiusi nei cassetti dell’armadio insieme a quelli che hai regalato alle tue figliole.

- Oddio, anche questo è vero. Ma quando ricamavo lo facevo con soddisfazione. Del resto cosa dovevo fare? Me lo hanno insegnato da bimba e finché ho avuto tempo e voglia, ne ho approfittato.

- Non mi rammentare il ricamo! L’uncinetto in mano l’ho preso per la prima volta a sette anni; finita la quarta elementare il mio lavoro è stato quello di camiciaia e sarta. E per un po’ non ho smesso neanche dopo sposata. Se la tavola di cucina non era apparecchiata, allora era piena di stoffe, gomitoli e trine. Più che per soddisfazione lo facevo per necessità… mio marito è stato disoccupato per più di due anni.

- Meglio disoccupato che al lavoro in miniera! Alla Montecatini di Boccheggiano il mio povero Alcide è campato poco: se n’è andato a quarant’anni per un malaccio al polmone. A trentott’anni ero già vedova, con tre figlioli da tirare su.

- Come hai fatto a stare tutto questo tempo da sola? - Bruna questa storia l’ha già sentita, ma non accetta l’idea che l’amica non si sia risposata. - Non c’hai mai pensato a cercare un altro marito? Oppure con tre bimbi non ti voleva nessuno?

- Ero bellina, sai! - si gongola Elina. La sua testa si drizza sull’esile collo con fare elegante. - Anche a quarant’anni e con tre figlioli, ce n’erano almeno due o tre che mi ronzavano intorno, ma io non gli ho mai dato troppo spago, che ti credi? Le chiacchiere in paese si spargono alla svelta.

- Brava furba! Era meglio se pensavi per te, invece che alla gente. Il mio marito è morto solo dieci anni fa. Oddio, meglio così, povero il mio Adolfo! Ma a quarant’anni da sola, e per di più senza figlioli, sola non ci sarei rimasta per Dio!

- Cara Bruna, io non sono pentita di quello che ho fatto; l’ho fatto per i miei bimbi, che erano tutto quel che rimaneva della mia famiglia.

Bruna guarda fissa verso il mare sbiadito, poi osserva a voce bassa:

- La famiglia… Io non ce l’ho più una famiglia. Non avendo figlioli, da quando il mio povero Adolfo se n’è andato, Dio lo benedica, sono rimasta sola come un cane. E a settant’anni suonati, non ti vuole più nessuno!

Elina ascolta con attenzione, ma la interrompe comunque:

- Io ce l’ho una famiglia - dice pacatamente, - ma da quando i miei figlioli si son sposati, sono rimasta sola anch’io. - Poi continua elencando meccanicamente: - La più grande, Loriana, s’è sposata a Torino e vive lassù da più di trent’anni. Quella di mezzo, Aurora, ha fatto la stessa fine della sorella. I mariti sanno di pochetto; sono piemontesi, stanno un po’ sulle sue. Le mie bimbe scendono una volta al mese; si alternano… sai, Torino è lontana! D’estate vengono coi butteri, ma la vita ormai ce l’hanno lassù.

Bruna la guarda senza un espressione particolare.

- Poi c’è Giuseppe, quello più piccino. Lui s’era sposato, ma non c’era verso che andassero d’accordo. Anche da fidanzati era tutto un discutere… Io glielo dicevo, ma ha voluto fare di testa sua. Tempo tre anni hanno divorziato.

- Mal voluto non è mai troppo! - commenta l’amica cercando di dare un taglio al monologo; del resto quelle solfe le aveva sentite più di una volta.

Elina però continua il resoconto:

- Ci ho sofferto tanto. Col matrimonio non si scherza; un sacramento è una cosa seria. Ora è vero che sta con un’altra donna, è vero che lei mi sembra ammodino, ma se lui non divorziava ero più contenta. Magari ci doveva pensare prima.

- Che discorsi fai? Se uno fa uno sbaglio deve portarselo dietro per tutta la vita? Se ora lui è contento devi essere contenta pure te! O pensi a quello che può dire la gente? Tanto la gente ha sempre qualcosa da criticare. La sai quella del bimbo, il vecchio e il ciuco?

- La so, la so. Non me l’hai raccontata anche ieri?

- E allora? Questi discorsi non voglio più sentirli, se no me ne torno dentro.

- Ovvia Bruna, non mi trattare come se avessi perso il capo. E poi se non viene il nostro Daniele a prenderti, mi sa che rimani dove sei.

- Hai visto com’è garbato Daniele? Avrà una quarantina d’anni, ma deve essere ancora giovanotto; se non fossi in questo stato e con un po’ d’anni in meno lo guarderei in un altro modo.

Elina coglie la palla al balzo e incalza:

- Ma non ti vergogni a fare codesti discorsi?

- Io non ho mai fatto del male a nessuno e di nessuno mi devo vergognare! E se non ti garbano i miei discorsi, rientra dentro te e vedrai quanti bei discorsi potrai fare con quegli altri dell’ospizio.

- Certo non ci se ne rende conto - si raddolcisce Elina, - ma con noi vecchi ci vuole parecchia pazienza…

- Ci vuole pazienza, ma con te - ribatte, ancora alterata, Bruna. Poi riprende la conversazione con un altro tono: - Alla fine le meglio siamo noi, anche se tutte e due in carrozzina.

Elina prosegue:

- Hai visto in che condizioni Mammola?

- L’ho vista, l’ho vista. Fino a l’altra domenica sembrava una reginetta. Dopo l’ictus pare una demente, poverina, anche se col cervello è capace che ci stia sempre.

- L’avresti mai detto? Si sa, è la vecchiaia.

- Diceva il mio nonno: peggio per te se non t’imbianca il crino; o canta il prete o riderà il becchino! - irrompe Bruna con la sua solita saggezza popolare. Poi prosegue: - Comunque la vecchiaia è una brutta bestia, non l’auguro a nessuno.

- A me fanno più pena quelle più giovani, quelle che per esser qui hanno perso il capo sul serio - ribatte Elina abbozzando un minimo di compassione.

- A me nemmeno poi più di tanto. Fino a poco tempo fa erano con la testa a posto e sono vissute come papi; ora che sono qua dentro nemmeno se ne rendono conto, danno noia a tutti, nessuno gli dice niente e per giunta vengono seguite più di noi altri.

- Bruna, certo che sei tremenda. Se parli così a uno che non ti conosce, chissà cosa pensa. Invece io ti conosco e so che sei una brava personcina.

- E a esser bravi cosa ci si guadagna? A me brava mi dà un po’ l’idea di bischera. Alla fine mi rendo conto che sono proprio una stolta anch’io.

- O per quale motivo? Non raccontarmi la solita storia di quando hai aperto la porta di casa e ti sono entrati dentro per rubare strattonandoti in terra.

- Se non avessi aperto non sarei finita in terra. Da quando mi sono troncata la vita non sono più stata autosufficiente… A quest’ora ero sempre nella mia casina.

- Se non ci fossero stati i ladri, magari saresti cascata da sola. E’ inutile piangere sul latte versato.

- Ma non l’ho mica versato io quel latte, porca miseria!

- E allora stai costì a lamentarti. Voglio vedere cosa risolvi.

- Cosa vuoi risolvere; oramai! Ma se c’era il mio povero Adolfo a quest’ora qui non c’ero. Magari s’era a passar l’acque alle Terme di Bagnolo; lassù stavi al fresco anche te.

- Hai detto bene: stavo. Perché ora le hanno chiuse.

- E come mai? Era un paradiso!

- Si vede che non ci rientravano con le spese. Ma tanto a me non me ne viene niente; il tempo per andarci non ce l’ho mai avuto. Che vuoi, con tre figlioli da tirare su non c’era da far altro che pensare a loro.

- Io di tempo, specie a una certa età, invece un po’ ne ho avuto. Quando ormai i figlioli non venivano, con il mio marito si è cominciato a fare la bella vita, girellando qua e là per l’Italia. Pensa, una volta mi portò al mare alle Cinque Terre e a Portofino. Mi pareva di essere una principessa! Quando poi si tornava a Gavorrano, si faceva il resoconto a tutti i parenti e agli amici.

- Io il mare l’ho visto per la prima volta a cinquant’anni, quando mi sono trasferita da Boccheggiano a Follonica. E ora che lo vedo tutti i giorni, mi è anche venuto a noia. - Elina parla con distacco.

- Il mare non viene mai a noia. Non è mai uguale. E poi guardare l’orizzonte ti dà quel senso d’infinito… insomma, il mare mi rilassa.

- Io mi stanco solo a guardarlo! Quando c’è vento ti riempi di salmastro, quando è estate ti ci cuoci come le uova sode; se poi ci fai il bagno ti rimane tutto quel sale addosso… la pelle diventa secca, per non parlare dei capelli. No, il mare non fa per me. Meglio l’aria fina dei monti.

- Sì, con tutta la miseria che si portano dietro! - conclude ironicamente Bruna.

- Te sei rimasta ai tempi di guerra o giù di lì. Ora nei paesi dell’interno la miseria non c’è più. Tutto è su misura per i turisti. Vecchi poderi abbandonati vengono rimessi a nuovo per farci agriturismi, mi pare li chiamino così. Le case vecchie dei borghi le danno in affitto ai tedeschi per l’estate; più son vecchie e più garbano…

- Non mi parlare dei tedeschi - interrompe Bruna con prontezza. - Solo a sentirli parlare mi viene paura. Mi tornano in mente i momenti di quando ero sfollata in un podere vicino a Ribolla. La guerra l’ho vissuta solo di striscio, ma quel poco mi è bastato.

- Vedi che sei rimasta davvero ai tempi di guerra? - incalza di nuovo Elina.

Bruna ha spesso vuoti di memoria, ma quel periodo lo ricorda benissimo. Quindi continua a raccontare quello che ha impresso nella mente:

- Un giorno ci si trovò a fondovalle a spigolare il grano, quando si cominciò a sentire degli spari da mezza collina che erano diretti verso di noi. Di corsa ci si buttò per terra, cercando riparo lungo il fosso che attraversava i campi coltivati. Era il tempo delle rappresaglie tedesche; se ci trovavano era fatta! Lì si è avuto davvero paura; paura di morire, quando ancora la voglia di vivere era parecchia.

Elina la ascolta interessata; questa storia non l’ha mai sentita. Quindi sdrammatizza, ma con moderazione:

- Però l’hai scampata, dato che sei qui a raccontare.

- Per fortuna sì! Ma la paura fu tanta. Gli spari continuavano senza sosta; partirono anche quelli di una mitragliatrice: che tremarella! Si restò impietriti, fermi come sassi dentro il fosso. Se ci avessero scoperti, non avrei avuto il coraggio di alzare la testa.

Elina continua ad ascoltarla. Il suo attento silenzio invita l’amica a proseguire.

- Poi ci rendemmo conto che altri spari provenivano dalla parte opposta. Lì per lì si pensò che ci avessero circondato e che non ci fosse più nulla da fare. Poi il mio babbo ci disse ad alta voce: gli americani! I nuovi spari degli americani si fecero più forti; dovevano essere in parecchi. Piano piano le armi dei tedeschi si zittirono, ma prima di rialzarsi e tornare al podere si aspettò che calasse il sole.

- Alla fine una storia finita bene - commenta Elina, - anche se la guerra è stata brutta un po’ per tutti.

- Di dieci figlioli che s’era - riprende Bruna, - solo noi femmine siamo state un po’ più fortunate. Dei miei sette fratelli, a parte quello più grande, tutti sono andati al fronte. Al mio fratello Aldo è andata peggio che agli altri: tornò dalla Grecia con le gambe amputate sopra il ginocchio. Quando ritornò non si sapeva se essere felici o disperati; alla fine prevalse la contentezza. Antonio fu invece fatto prigioniero in Russia, dove rimase nei campi di lavoro per parecchi anni. Ormai si pensava fosse morto, quando invece un giorno, mi pare una domenica, ce lo trovammo alla porta. Fu il dì di festa più bello che ricordo, anche perché fu una sorpresa per tutti.

- Non mi racconti nulla di nuovo, sai. Anche mio fratello Dario andò in Russia e da là non è più tornato. Quant’era bello mio fratello…

- Sarà meglio cambiare argomento - la interrompe Bruna cambiando tono.

- Guarda che a parlare della guerra hai cominciato te. Io ti raccontavo che i tedeschi vengono in vacanza dalle nostre parti, quando te hai invece cominciato a rammentare quegli anni difficili.

- Se te non mi parlavi dei tedeschi, non mi sarebbero venute in mente certe cose! - continua Bruna piccata.

- E allora invece di chiamarli tedeschi li chiamerò stranieri, forestieri, o come più ti garba; il discorso non cambia - risponde Bruna un po’ spazientita.

- Insomma, cosa volevi dirmi?

- Ti dicevo, se non mi interrompevi facendomi perdere il filo del discorso, che questi paesini fra i poggi ora fanno gola agli stranieri, che portano parecchi soldi a chi ancora vive da quelle parti. Ma te ormai cosa ne vuoi sapere…

- Guarda che sto qui a Follonica solo da una ventina d’anni, mica dai tempi di re Pipino! - fa Bruna risentita, volendo dimostrare di non essere fuori dal mondo, lei che un pochino di mondo l’ha girato. - E comunque qui sul mare di turisti ce n’è parecchi di più! Pagherei essere in questo momento a Gavorrano oppure a Tirli, o al tuo Boccheggiano, per non parlare di Tatti, Montemassi, Prata, Montieri o Gerfalco; Massa la voglio lasciar stare, ormai è un paesone elegante… Pagherei essere in uno di questi posti a caso e vedere quanta gente c’è, a parte quando ci sono le solite sagre del pane e prosciutto.

- Io ti posso dire che un figliolo di un mio cugino ha cominciato a comprare qualche catapecchia, se l’è sistemate da sé, dato che fa il muratore, e ora le rivende a più del doppio.

- Sarà! Le fortune comunque vanno tutte agli altri! Quando ci si trasferì qui a Follonica, coi soldi della casa di Gavorrano ci si comprava poco più di un garage; meno male ci s’aveva qualcosa da parte.

- Ma te parli già di più di vent’anni fa. Ora le casette vecchie dei paesi sono parecchio richieste. Questo mio nipote che fa il muratore non è mica di chissà dove; sta a Radicondoli.

- Per l’amor di Dio! - esclama Bruna. - Da quelle parti non c’andrei a stare nemmeno mi pregassero. Vuoi mettere con posti tipo Castiglione?

- La mia figliola è stata buona solo a prenderci due multe in un giorno, tanta era la confusione che c’era. Quando tornò mi disse: bello il mio Boccheggiano!

- Sì, però sta a Torino, mica a Boccheggiano!

- Ah no, la città non fa per me. L’ultima volta che andai lassù fu per la comunione di Luisa, la nipote più grande. Una bella città, non c’è niente da dire; loro stanno in una bella casa, con un panorama… dal terrazzo del salotto si vede la Basilica di Superga, quella dove nel ’49 ci si schiantò l’aeroplano dei giocatori del Torino. Ma c’è un traffico per quei vialoni che non finiscono mai; le macchine corrono come matte, non si può nemmeno attraversare la strada. Poi non ti conosce nessuno, vai a sapere con chi hai a che fare.

- Allora meglio Boccheggiano?

- Ognuno dovrebbe stare dove è nato. Per me è troppo grande anche Follonica - conclude Elina senza sapere più cosa dire.

- Il mondo sarebbe bello da girare - commenta Bruna con nostalgia. - Purtroppo ora che sarebbe più facile andare in giro, siamo vecchie e non ci resta che stare qui a guardare il mare.

- Hai visto che il mare ti è venuto a noia pure a te! - riprende l’amica con inattesa soddisfazione.

- Che vuoi, a questa età non c’è più voglia di niente. Soprattutto qui dentro, dove ci trattano bene, è vero, ma dove in un modo o nell’altro non siamo più a casa nostra.

- Perché, da sola a casa tua cosa combineresti?

- Nulla. Però sarei a casa mia. - Bruna replica stancamente, sapendo bene che in commenda o nella sua casetta di Via Bicocchi la musica non sarebbe molto diversa. Anzi, ora che si muove a malapena è consapevole che tutto sommato è meglio dove si trova adesso.

- Grazie per la considerazione! - Elina sembra punta sul vivo. - In pratica mi stai dicendo che della mia compagnia non te ne importa niente.

- Ma guarda te cosa ti viene in mente! Io dicevo solo che casa è casa. Anche se qui siamo servite e riverite, a casa si sta sempre meglio… quando c’è la salute, s’intende.

- Tanto quella se n’è andata da un pezzo. Ti devi rassegnare. Considerati fortunata di stare qui e di aver conosciuto me. Pensa se eri in compagnia di quell’altre rimbambite.

- Non mi ci far nemmeno pensare. Mi sarebbe presa una malinconia, una tristezza… avrei preferito starmene da sola, in compagnia delle cicale e del mare.

- Finire qui era il nostro destino, non c’è nulla da fare. Di fronte al destino non ci si può fare niente. - Elina parla lentamente, guardando verso l’infinito.

- Io nel destino non ci credo; il destino ce lo facciamo da soli. – Anche Bruna parla piano, forse un po’ più stanca del solito per la lunga chiacchierata. – E ora però, destino o no, cerco di riposare un po’. Mi sento debole.

- Non ti è bastato dormire dopo pranzo? Beata te che riesci a dormicchiare quando ti pare. Io invece riesco solo ad annoiarmi. Meno male che è quasi l’ora di tornare dentro.

Il sole si è fatto basso e adesso i suoi raggi arrivano direttamente all’interno del portico, senza però dare più tanto fastidio. Le cicale continuano a mantenere costante la loro voce, sebbene una fra le più vicine rallenti il suo frinire per poi zittirsi.

- Sarebbe l’ora di rientrare, anche se qua fuori si sta piuttosto bene - dice Daniele, sopraggiunto senza che Elina se ne fosse accorta.

- Per me si può andare dentro - risponde quest’ultima voltandosi appena per quanto le sia possibile. - Senti Bruna se è d’accordo; fosse per lei rimarrebbe fino al tramonto.

Un’altra cicala imita la precedente e dopo pochi istanti anch’essa si fa silenziosa. Il rumore del mare torna prepotente, sebbene la brezza sia quasi cessata e le onde siano lievi. Qualche pallone volteggia in lontananza, mentre i bagnanti sono sparsi fra mare, bagnasciuga e spiaggia.

- Allora, Bruna, vuoi ancora rimanere una mezz’oretta qui fuori? - chiede con delicatezza Daniele, avvicinandosi all’anziana donna.

Lei non risponde e il suo capo canuto resta abbassato, mentre le mani ossute rimangono incrociate, compostamente appoggiate sulle gambe.

- Lasciala dormire ancora un po’. Si è appena addormentata. Magari resto fuori una mezz’ora pure io.

Daniele non le risponde, tocca la spalla di Bruna, prova a scuoterla con delicatezza, poi velocemente rientra. Elina si rende conto che qualcosa non va e rivolgendosi alla sua amica commenta:

- Lo sai che t’invidio? Ci farei la firma a salutare tutti in codesto modo.

Dalla porta principale torna trafelato Daniele, seguito da un’infermiera, che subito tasta il polso di Bruna. I due si guardano per pochi istanti, poi l’uomo si avvicina a Elina, parlandole con dolcezza:

- Torniamo dentro, che stasera la cena la preparano un po’ prima.

L’anziana donna annuisce silenziosamente, con dignità, quindi pone le mani sui braccioli della carrozzina, che Daniele ruota e spinge lentamente, mentre le due cicale, che si erano zittite, riprendono pian piano a frinire, finché il rumore torna quasi assordante.

Daniele conduce Elina lungo il corridoio, fino alla sala di svago, ma nessuno dei due, lungo il tragitto, parla. Lo sguardo di Elina è assente: i suoi bellissimi occhi celesti si fanno umidi, finché una lacrima solca il suo viso segnato dalla vita.

 

 

   Copyright © 2008 ilmegafono.org. Tutti i diritti riservati.