Jacobs-Kusama: quando la moda incontra l’arte

26 maggio 2012
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Prendete un marchio importante come Louis Vuitton, capeggiato da uno dei mostri sacri della moda d’oggi, e per ancora molto tempo di domani, quale Marc Jacobs; prendete poi un monumento vivente dell’arte contemporanea come Yayoi Kusama, un’artista questa che, negli stessi periodi in cui il mondo occidentale, e non solo, era scosso dalle rivolte degli anni ’60 e dalle finalmente decisive campagne a sostegno del femminismo, dava vita ad opere d’arte dai nomi, e anche dai contenuti, a dir poco provocatori come “Sex Obsession”, o caratterizzate da corpi nudi, a volte osé, dipinti di pois, quest’ultima vera grande ossessione dell’artista che l’ha resa celebre in tutto il mondo, e lasciateli scontrare. Il risultato vi lascerà senza ombra di dubbio a bocca aperta.

Il 10 luglio di quest’anno, due giorni prima della mostra che vedrà protagonista l’eclettica artista giapponese presso il Whitney Museum di New York, Louis Vuitton presenterà un’anteprima di abiti e accessori nati dalla collaborazione dello storico stilista Marc Jacobs con Yayoi Kusama. Il marchio francese non è nuovo alle collaborazioni con artisti di fama mondiale dimostrando così di possedere un’identità forte che non ha paura di confrontarsi con le novità, di rompere gli schemi, atteggiamento questo che gli ha regalato, nel tempo, enormi successi.

Nel 2001 infatti Louis Vuitton, sempre sotto la direzione di Jacobs, avvia una interessante collaborazione con Stephen Sprouse, collaborazione riproposta poi nel 2009 e concretizzatasi in una collezione suddivisa in pelletteria, accessori e calzature a dir poco innovativa. In particolare, le classiche borse della maison vedono il tradizionale canvas monogram “sporcato” con disegni street-style, rose e scritte fluo. Nel 2003, è la volta poi di Takashi Murakami, il più influente esponente dell’arte giapponese d’oggi che, colorando il monogramma “LV”, ottiene un successo planetario, tanto da far sì che quella che doveva nascere come una “edizione limitata” entra a far parte della collezione permanente della maison.

Richard Prince, invece, accetta nel 2007 l’invito avanzatogli da Marc Jacobs, ideando una linea di accessori che, giocando sui colori, su scritte “politicamente scorrette” e volumi improbabili, divide la critica tra consensi e chi invece l’ha ritenuta “troppo eccessiva”. E adesso, Kusama. Le prime foto dei capi d’abbigliamento e degli accessori della nuova capsule collection, che da luglio sarà messa in vendita nei 461 stores sparsi in tutto il mondo per poi arricchirsi della pelletteria a partire da ottobre, ha da subito riscosso grande condivisione dalla vasta clientela del brand. Si spazia dai trench ai raffinatissimi pigiami in seta, dalle minigonne ai leggins, ai pendenti: tutto, o quasi tutto, rigorosamente a pois. Le stesse borse, dimenticando per una stagione le scritte monogram, si riempiono di sfere di varie dimensioni. I colori sono principalmente bianco su magenta, nero su giallo, bianco su blu.

 Marc Jacobs ha voluto in questo modo riproporre la dolorosa ossessione che la pittrice, ma anche scultrice, poetessa e scrittrice giapponese, trasmette in ogni sua opera, cercando di aprire una prospettiva inedita sul mondo, che dimentica le debolezze in esso insite, o meglio le riconosce e le fa proprie, trasformando la vita in una storia che non ha mai fine. È proprio il concetto di infinità che Yayoi Kusama cerca di sintetizzare nel punto, nei pois, ad aver attratto lo stilista e aver fatto sì che egli cercasse, e ci riuscisse, di consegnare alla moda l’eternità che, in quanto moda, dunque passeggera, non gli spetta per definizione.

Di certo questa collezione non si può definire anonima, nel vero senso della parola, né è adatta a chi, in giro per la città, vuole passare inosservato. Ma diciamoci la verità, chi di noi non vorrebbe essere vestito di una vera e propria opera d’arte?

Mattia Filippo Baldassarra -ilmegafono.org

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Editoriale

  • Ci si conosce tutti nei paesini della societĂ  liquida

    Ci si conosce tutti, dentro un paesino. Quante volte ho sentito ripetere questa frase che ti riempie di certezze. Quante volte anche io l’ho pronunciata. In linea di principio sembra vera, di una verità quasi scontata: in una città con non abbia più di 50-60 mila abitanti, che frequentano gli stessi posti da sempre, è facile conoscersi e riconoscersi, sapere chi è il signore seduto

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