Io sto con Macao, dentro una piazza fatta di sogni
Ho visto una torre nel cuore di Milano, un mostro di cemento alto 31 piani, che, quando ho provato a contarli, mi sono perso più volte, ripetutamente distratto dal mio stupore. Perché quel grattacielo orribile non lo avevo mai notato, non ci avevo fatto neanche caso, nonostante si trovi non lontano da casa mia e nonostante ci passi accanto ogni giorno, in autobus o a piedi. E invece è lì da tantissimi anni, da più di mezzo secolo. Da 15 anni circa, però, è abbandonato, muto, vuoto, santuario grigio e opprimente di speculazione, dell’invasione selvaggia di una città violentata dal cemento, una violenza che non si è ancora arrestata e che continua, si intensifica sotto la spinta di un comitato d’affari dai confini mutabili. Torre Galfa, Milano, un ventre di cemento armato, alluminio e vetro, una sera di maggio diventa blu, comincia a luccicare come gli occhi di chi ha deciso di conquistarlo, di resuscitarne le spoglie ingombranti, di ridarle vita. Una sera di maggio gli organi interni della torre sono stati donati alla città, per permetterle di tornare a vivere, di riappropriarsi della libertà di respirare cultura, arte, solidarietà. Condividere, faccia a faccia, corpo a corpo, con la testa non più chinata sulla tastiera di un pc, ad incazzarsi in privato, ma levata in alto a inseguire un sogno, quello di creare uno spazio dove musica, teatro, arte, poesia potessero incontrarsi fisicamente e gratuitamente.
Uno spazio dove esprimersi, un luogo da riempire di colori, vita e umanità, con le tinte forti di una comunità eterogenea fatta di anime, sensibilità, abilità, idee differenti, ma tutte compatte nel rivendicare la propria esistenza di cittadini e di persone libere, vogliose di aprire ciò che in questa città, in questo Paese rimane chiuso nelle abitudini elitarie “ad invito”, nelle sale pompose dove abbondano cerimoniali e papillon, dove la cultura viene spesso mortificata e offerta a rozzi fruitori, qualificati solo dal possesso di un portafoglio pieno. L’hanno ribattezzata Macao questa torre, i lavoratori dello spettacolo che l’hanno occupata, i collettivi che, per 10 giorni, l’hanno resa una piazza delle arti e della musica, dei laboratori e delle proiezioni, del teatro e del confronto. Una piazza dove chiunque può entrare, ascoltare, guardare, respirare l’atmosfera di una umanità liberata dalla virtualità, dalla noia di serate in cerca di qualcosa che non c’è o che non è per tutti. E le stanze grigie e diroccate di questo grattacielo, di colpo sembravano piene di tappeti dove lasciar scorrere la propria creatività, la voglia di comunicare, socializzare, condividere.
La gente lo ha capito, si è riversata in massa dentro l’atrio, ai primi piani, nei cortili, a sentire musicisti suonare, a godersi concerti improvvisati, a sedersi uno fianco all’altro, per terra, ad ascoltare storie, racconti, a parlare di quel che serve a questa città, che è specchio dell’intera nazione. A Macao è entrata la Milano più bella, quella che alle discoteche glamour e al disimpegno preferisce i concerti dal vivo, i cantastorie, la poesia, il teatro, l’impegno attivo. Ed ha vissuto 10 giorni bellissimi che hanno regalato un sapore raro e prezioso di liberazione. Una boccata d’aria pura in mezzo al cemento. Al decimo giorno, lo sgombero. Immediato, semplice. Nessuna resistenza, tutti fuori, con calma, perché non c’era bisogno di atti eclatanti. È bastato che si diffondesse la notizia e, in breve, la gente di Macao era tutta lì, ancora più numerosa. Prima 300, poi 500, quindi 1000, tutti in assemblea davanti alla torre, che, muta, grigia, buia, osserva. Nessuno va via. Nessuno si ferma. Stavolta è la strada che diventa piazza e reclama una piazza, un’agorà che è lontanissima dalla Milano che corre, che non si ferma mai, che si incontra per locali o circoli.
Non si passa. Non passa più nessuno, è tempo di parlare, di decidere. Il sindaco Pisapia garantisce per i manifestanti, arriva tra loro, promette uno spazio all’ex Ansaldo, capisce che Macao non è un fenomeno di un giorno, il capriccio di un gruppetto, ma è la voce di una città che prende posizione, che ha scelto di ribellarsi pacificamente, non imbracciando le armi o i sanpietrini ma le chitarre, i pennelli, le trombe, i microfoni. Ed è normale che non si accetti subito quella soluzione, perché non si può andare via e fermarsi, in attesa di avere un altro luogo: Macao doveva restare lì, far comprendere ai milanesi quanto sia assurdo che un edificio del genere, di proprietà privata, rimanga abbandonato, morto, con le strutture interne a marcire. Un atto di denuncia, non solo la richiesta di uno spazio. Dentro questa protesta c’è il bisogno di fermare l’occupazione della città e del suo futuro da parte del cemento e degli speculatori, c’è la necessità di chiedere che si pensi un’altra Milano, fatta di verde e di spazi aperti a tutti, dove lasciare che talento e creatività si esprimano e incontrino gratuitamente la curiosità della gente.
Si sta provando a dare un segnale ad una città che, troppo spesso, rinchiude tutto nel brillio chic di un perbenismo elitario. Non è solo questione di spazio fisico, ma di una Milano che si apra alla creatività che bussa dal sottosuolo, dalle cantine, dai luoghi chiusi e reclama piazze, luoghi aperti di continuo a chi vuole proporre e proporsi. Qualcuno sta chiedendo che i colori prevalgano sul cemento, che l’essere umano con la sua interiorità e il suo talento prevalgano sul business, sugli affari, sui compromessi, sull’occupazione coatta (questa sì illegale) degli spazi vitali dell’umanità. Si va oltre una concessione, un luogo in cui essere ghettizzati e regolamentati. Non si vuole l’ennesimo centro sociale o il club inquadrato in certe regole. La straordinaria risposta delle donne e degli uomini di Macao allo sgombero ordinato dall’alto, è stata quella di continuare a stringersi le mani, discutere, confrontarsi, suonare. E accogliere i cittadini che hanno invaso via Galvani fino a notte fonda, festosamente. Oltre 2000 persone tra spettacoli, musica, arte, cultura, lo spettacolo inedito e splendido di un’orchestra di musica sinfonica che si esibisce per strada, con i musicisti osannati come fossero rockstar. Tanta gente che allegramente ha continuato a rivendicare uno spazio di condivisione e lo ha fatto in uno dei simboli più evidenti della speculazione, della violenza del cemento che ha devastato questa bella città.
Sì, perché Milano è ancora bella, soprattutto questa Milano, che preferisce occupare e protestare per difendere la libertà della cultura, la cultura aperta a tutti, senza distinzioni di portafoglio. Quella di quei ragazzi che il pomeriggio dello sgombero erano lì a parlare, proporre, resistere, dire che Macao non è un luogo chiuso, non è un ghetto, non è qualcosa che finisce, ma un punto di partenza che può nascere in ogni parte della città, che ha già coinvolto la città, anzi è già nata e cresce. Gente comune decisa a difendere il proprio diritto alla creatività e alla libera espressione. E a difenderlo per tutti, anche per chi non c’è stato e giudica, anche per quelli che in questi giorni hanno parlato di “sovversivi”, di atto illegale, di “centri sociali”, di “radical chic”. Cos’è la legalità? Cos’è più illegale: occupare un mostro di cemento abbandonato a se stesso, figlio di una logica speculativa, e una strada o permettere che quel mostro occupi la città con il proprio pesante e opprimente scheletro?
E a chi critica, giudica, contesta dico che avrebbe fatto meglio ad andarci in quella torre, guardarla dal basso reclinando la testa fino all’inverosimile, scrutarne la bruttezza e, subito dopo, entrarvi, lasciarsi avvolgere dalla musica, dall’atmosfera di una comunità aperta che sapeva diffondere luce e respiro nella penombra di stanze decrepite. Perché dentro Macao i sogni sono riusciti a trovare spazio anche in mezzo ai cavi che, come stalattiti marce, pendevano dai tetti, o tra le fessure dei pavimenti malmessi. Ed è la ragione per cui Macao è ancora viva e continua a cantare, suonare, dibattere. Perché in mezzo al grigio di questa città può splendere anche il sole blu di un’isola incantevole. Alla faccia di quei ricchi che, per dirla con Dario Fo, avevano il pane e non lo volevano, lo hanno buttato per terra e gli hanno tirato un calcio. Poi, quando un povero ha preso quel pezzo di pane, allora quei ricchi hanno chiamato la polizia per farselo ridare.
Massimiliano Perna –ilmegafono.org










