Sound cupo, atmosfera scura, densa. Questo il biglietto da visita dei The great Saunites. Un bel viaggio nella penombra dell’anima il loro “Delay Jesus ‘68”. Tre sole tracce per un ascolto diverso per chiunque. Quasi 10 minuti di suono per ciascuno, una musica soltanto che riempie il vuoto. La cantilena della chitarra elettrica incalzata dal tamburellare ossessivo della batteria.

Tanit vi prende la testa e non se la molla. Trovarsi ad agitare la testa come un vecchio dio del rock è un niente. Precisi, architetti del suono costruiscono questi pezzi per non mollarvi. E sì che non è l’impresa più facile. Il mainstream abituato alle ballate radiofoniche si troverà sconcertato di fronte ai The great Saunites.

Di certo non sono un fenomeno commerciale e da questo punto di vista forse partono, coscientemente, svantaggiati in partenza. Senza parole da scimmiottare, con un tempo d’ascolto almeno doppio rispetto alla media, con quel senso di vuoto che ti lasciano dentro e la disperazione che ti sale direttamente dalla pancia non sono roba da bimbiminchia.

Golden Mountains è la seconda traccia che non spezza la prima, la continua con uno stacco brevissimo, il tempo di passare il valico tra il “forse lo ascolto” e “quando arriva il prossimo?”. Delay Jesus ‘68 picchia sulle casse come un fabbro d’altri tempi e questo rock comincia a piacerci davvero. E se fanno questo effetto da uno stereo figurarsi dal vivo…

Penna Bianca –ilmegafono.org